Carcere, gli 80 suicidi e i 161 morti che la politica non può ignorare di Ilaria Dioguardi vita.it, 3 gennaio 2026 Nei 189 istituti di pena italiani per adulti, alla fine di novembre 2025 erano detenute 63.868 persone, quasi 2mila in più rispetto all’anno precedente. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È quanto emerge dal bilancio di fine anno di Antigone, “forse il più cupo degli ultimi anni”, dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio dell’associazione. “C’è una situazione di assoluta emergenza, al momento l’unica misura possibile è un provvedimento straordinario”. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate da Antigone - e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati - ci sono celle in cui non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona, “nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3%”, dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio di Antigone. “Il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni, ma questi numeri non ci sorprendono perché nel 2024 i giudici italiani hanno riconosciuto 5.837 indennizzi per “condizioni inumane e degradanti”, circa il 24% in più rispetto all’anno precedente. Siccome le presenze crescono, l’anno prossimo saranno ancora di più”. In nome della sicurezza, carceri meno sicure - Ad una situazione “che non è nuova ed è molto grave, si sono aggiunte negli ultimi anni delle scelte politiche, che hanno l’effetto di far crescere i numeri. Ad esempio, il Decreto Caivano ha introdotto misure più severe contro la criminalità minorile, inasprendo le pene per reati legati a sostanze stupefacenti, è la criminalità di profilo più basso, sono le persone disperate quelle che stanno per strada a fare l’ultima catena dello spaccio. Inoltre, questo Governo ha fatto una scelta, in nome della sicurezza delle carceri, che invece le ha rese più esplosive e meno sicure. Sono cresciuti, in questi anni, più o meno tutti gli indicatori della tensione penitenziaria: dagli atti di autolesionismo alle rivolte”, prosegue Scandurra. “E sono aumentati proprio a causa delle misure che il Governo ha adottato per garantire la sicurezza negli istituti, per cui ci sono istituti più chiusi, con meno attività, in cui tutto è più complicato e soffocante”. Un provvedimento straordinario per l’emergenza - Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio di Antigone - Nelle 189 carceri italiane per adulti, alla fine di novembre 2025 erano detenute 63.868 persone, quasi 2mila in più rispetto all’anno precedente, quando ne erano state registrate 61.861 e a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti, 700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno. Oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1% mancano acqua calda o si registrano condizioni igieniche adeguate. Gravissime anche le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. “C’è una situazione di assoluta emergenza. La politica dovrebbe fare tutto ciò che non è stato fatto negli ultimi 20 anni, in questo momento deve rispondere all’emergenza. C’è bisogno di una misura urgente, straordinaria, puramente deflattiva: è ineludibile, è l’unico modo per venirne fuori in tempi brevi. Con questi numeri è difficile garantire l’essenziale ed affrontare i problemi”, prosegue Scandurra. Abbassare la recidiva - “Una volta superata l’emergenza, bisognerà ragionare su come fare per mettere il sistema in condizioni di fare quello che prevede la legge: un carcere che garantisce percorsi di reinserimento, dove non c’è una recidiva del 70%, dove le persone che escono stanno meglio di quando sono entrate. Questa è “l’agenda del giorno dopo”. Al momento l’unica misura possibile è un provvedimento straordinario. Poi si può ragionare della costruzione di nuove carceri, che sarà significativa per i detenuti del 2035. Ma sono anche scettico sui nuovi istituti: se la recidiva è del 70%, è il sistema che non funziona, bisogna cercare di farlo funzionare. Abbassare la recidiva significa creare una società più sicura per tutti i cittadini, si tratta di reati di cui siamo vittime tutti noi. Bisogna investire su programmi di reinserimento, su percorsi che funzionano. Se si fa questo, non c’è neanche più bisogno di più posti detentivi perché si hanno meno detenuti”. 80 suicidi nel 2025 - Sempre molto critici i dati sulle morti: 241 persone sono decedute in carcere nel 2025, di cui 80 si sono suicidate, come riporta il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, aggiornato al 31 dicembre. “La popolazione detenuta è molto fragile, quando è in libertà spesso sta per strada, ha molto disagio psichico, sono persone che non si sono prese cura della propria salute, che non avevano accesso ai servizi sanitari. A questo bisogna aggiungere che il carcere non è in grado di farsi carico della fragilità delle persone, della loro domanda di salute. L’assistenza sanitaria in carcere è peggio che fuori: c’è una popolazione particolarmente bisognosa con un servizio molto scarso, quei numeri sono il risultato. E sono molto alti rispetto anche a quando negli istituti erano presenti più detenuti rispetto ad oggi”. Ad esempio, quando con la sentenza “Causa Torreggiani e altri contro l’Italia” la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò il nostro paese (era l’8 gennaio 2013), nel 2012 c’erano state 153 morti tra i detenuti (56 suicidi e 97 “Altre cause” di morte, sempre secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti), ma in quell’anno le persone ristrette erano circa 67mila. “Quello di oggi è un momento particolarmente grave del sistema penitenziario, al di là del sovraffollamento, che ovviamente non aiuta”. Oltre 180 detenuti in più al mese - L’aumento dei detenuti è costante, pari a oltre 180 persone in più ogni mese. “Eppure, questo incremento non può essere spiegato con un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%. A crescere non è dunque la criminalità”, sottolinea Scandurra, “ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità”. Sovraffollamento fino al 247% - Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. In alcune carceri si toccano livelli di sovraffollamento che ricordano le condizioni che portarono l’Italia alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo: a Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Mombello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%. “Ancora più preoccupante è la situazione negli Istituti penali per minorenni - Ipm. Il Decreto Caivano ha determinato un aumento dei giovani detenuti, facendoli diventare il 150% di quello che erano e svuotando progressivamente il circuito della giustizia minorile della sua funzione educativa. Sempre più spesso”, continua, “ragazzi che potrebbero proseguire il loro percorso fino ai 25 anni negli Ipm, vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento della maggiore età, interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento. Una dinamica che, se così non fosse, avrebbe peraltro provocato un tasso di affollamento ben superiore negli Ipm”. Quasi un istituto su due ha problemi con l’acqua calda - Se si guarda alle condizioni materiali degli istituti - come Antigone fa attraverso il suo monitoraggio indipendente che conduce dal 1998 - si capisce quanto il momento sia complicato. “Nel 10% degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Le carenze strutturali riguardano anche gli spazi di vita e trattamento: nell’8,5% degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6% mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31% non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. Una situazione aggravata dal sovraffollamento che ha portato alcune carceri a trasformare spazi di socialità o per attività in celle di pernotto. Grave carenza di personale e alti eventi critici - Sempre dai dati delle visite di Antigone emerge come solo il 77,5% degli istituti ha un direttore con incarico esclusivo, negli altri casi la direzione è condivisa tra più carceri, con innegabili ricadute sulla qualità della gestione. “In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili: a Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e 180 per educatore”, dice Scandurra. Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentativi di suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. L’8,9% dei detenuti ha una diagnosi psichiatrica grave - “La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano. Dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20% assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4% faceva uso di sedativi o ipnotici”, continua Scandurra. “Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto”. Inoltre, c’è una grave carenza di personale medico, “oggi in Italia i medici stanno diventando una “merce rara” in generale, quando c’è tanta domanda per la propria professionalità in carcere non ci si va, si preferisce lavorare altrove. Soprattutto nelle regioni del nord Italia non si riescono a coprire i posti per il personale medico, capita che si facciano i bandi e non si presenti nessuno. Oppure si propongono ragazzi molto giovani che, dopo sei mesi, lasciano i posti di lavoro”. Solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni - Lavoro, formazione e istruzione in carcere “restano largamente marginali. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30% delle persone detenute, mentre solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4% dei presenti, ma solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni”, continua Scandurra. “Tutto questo avviene nonostante il 38% delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”. La campagna di Antigone - Antigone ha lanciato la campagna Inumane e degradanti. Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale, partendo dai quasi 6mila ricorsi che i Tribunali di sorveglianza hanno accolto solo nel 2024, di altrettante persone detenute, sottoposte a trattamenti inumani o degradanti, riconoscendo alle stesse un indennizzo economico. Insieme alla campagna è stata promossa una petizione, per chiedere urgenti e non più prorogabili riforme: “Chiediamo al Governo e al Parlamento di intervenire subito con una nuova stagione di riforme per garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani”. Allarme carceri, non bastano più posti di Alessandro Diddi* Il Sole 24 Ore, 3 gennaio 2026 In questi giorni di inizio anno, risuonano ancora con forza le parole con cui il Presidente Sergio Mattarella ha più volte denunciato le criticità del sistema carcerario italiano. Anche nei suoi discorsi alla nazione, il Capo dello Stato ha acceso i riflettori sul sovraffollamento cronico e sulle condizioni strutturali ormai inadeguate. È d’altronde memoria viva la storica condanna inflitta all’Italia nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: con la sentenza Torreggiani, Strasburgo sanzionò la violazione dell’art. 3 della CEDU, accertando che i ricorrenti erano stati ristretti in celle triple con meno di quattro metri quadrati a testa. I dati attuali delineano un quadro allarmante. Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti penitenziari italiani erano 63.868, a fronte di una capienza regolamentare di 51.275 posti. Il confronto con il passato è impietoso: al 31 dicembre 2012, alla vigilia della sentenza Torreggiani, i detenuti erano 65.701 per 47.599 posti disponibili. La preoccupazione maggiore risiede nel trend: esauriti nel 2015 gli effetti delle “misure tampone” introdotte per attuare il dictum europeo, la popolazione carceraria ha ripreso a crescere al ritmo di oltre 1.000 unità l’anno. Di questo passo, il superamento della soglia critica che portò alla condanna del 2013 appare imminente. Di fronte a questa emergenza, il Governo Meloni, escludendo provvedimenti di clemenza, ha puntato sull’edilizia penitenziaria come soluzione cardine. Segnale tangibile di questa linea è la nomina di un Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, dotato di poteri speciali per realizzare oltre 4.600 nuovi posti detentivi nel triennio 2025-2027, con un investimento di circa 300 milioni di euro. Tuttavia, il programma dettagliato degli interventi approvato il 9 luglio 2024 restituisce l’immagine di un sistema agonizzante che difficilmente potrà essere risanato dalle misure previste. Con un tasso di affollamento medio che sfiora il 120%, il documento del Commissario ammette una carenza complessiva di circa 10.500 posti (dato riferito al 31 dicembre 2024). È l’analisi tecnica a rivelare, però, un paradosso ancora più profondo: i calcoli governativi poggiano sulla “capienza regolamentare teorica” (i circa 51.300 posti che appaiono nelle statistiche ministeriali), ma la stessa relazione commissariale riconosce che la capacità realmente disponibile è inferiore, attestandosi a 46.826 unità. In altri termini, l’esubero effettivo è di ben 15.035 unità, un numero che i 4.600 posti promessi non riusciranno a scalfire in modo significativo. Questi dati sono sufficienti a far risuonare un campanello d’allarme: nonostante le promesse, il rischio concreto è che l’Italia sia nuovamente esposta al severo e inesorabile giudizio delle corti sovranazionali. Ancora una volta, sembra essersi persa l’opportunità di affrontare radicalmente un problema atavico, preferendo curare il sintomo anziché la malattia. Lo studio dei dati pubblicati sul sito del Ministero della Giustizia offre infatti spunti cruciali per comprendere le cause del fenomeno che, però, non sembrano essere adeguatamente considerati. A comporre la popolazione carceraria concorrono oltre 20.000 stranieri (di cui due terzi in espiazione pena), 15.000 persone con dipendenze da sostanze stupefacenti e oltre 15.000 imputati in attesa di giudizio. In questi tre fattori, che riflettono tutte le contraddizioni delle politiche degli ultimi anni - dalla gestione dell’immigrazione alla prevenzione delle dipendenze, fino all’eccessivo ricorso alla leva processuale come strumento securitario - si concentrano gli elementi fondamentali del problema. Senza un intervento su di essi, l’edilizia resterà una fragile diga destinata a essere travolta. *Professore associato di diritto processuale penale all’Università della Calabria, Promotore di giustizia dello Stato Città Medici-sentinelle: lo standard europeo contro gli abusi in cella di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 3 gennaio 2026 Il documento del Cpt mette i sanitari in prima linea: referti precisi, indipendenza e stop all’isolamento per i malati mentali. Il diritto alla salute non finisce dove iniziano le mura di un penitenziario. Sembra un’ovvietà, ma la cronaca quotidiana delle nostre carceri racconta spesso una storia diversa. Ora c’è una nuova bussola che arriva da Strasburgo. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha messo nero su bianco il nuovo standard per l’assistenza sanitaria dietro le sbarre, un testo che nasce da trentacinque anni di visite ispettive in tutta Europa. Se mancano le cure, dice il Cpt, siamo di fronte a un trattamento inumano o degradante. Il principio dell’equivalenza e le prime 24 ore - La regola d’oro è quella dell’equivalenza. Un detenuto deve ricevere lo stesso livello di cure che riceverebbe se fosse libero. Anzi, siccome il carcere è un luogo dove ci si ammala di più, a volte le cure devono essere persino superiori a quelle della comunità esterna per garantire una vera equità. C’è poi un aspetto che tocca direttamente il portafoglio di chi non ha nulla: la salute in carcere deve essere gratuita. Non importa lo status giuridico del detenuto: se una cura serve, lo Stato la deve fornire senza chiedere un centesimo, anche se fuori quel servizio sarebbe a pagamento. In Italia, chiaramente, sulla carta, è già così. Sia per chi è libero e sia chi è dentro. Ma nella verità dei fatti, per entrambi, non di rado tocca andare per via privata a causa delle lunghe attese. Il Cpt punta i riflettori sul momento dell’ingresso in istituto. Ogni persona che varca la soglia del carcere deve essere visitata da un medico o da un infermiere qualificato entro le prime 24 ore. Non è una formalità burocratica. In quel primo incontro bisogna capire se il nuovo arrivato è ferito, se soffre di malattie croniche come diabete o epilessia, o se ha problemi di dipendenza. Ma c’è di più: è il momento in cui si deve captare il rischio di suicidio o di autolesionismo, piaghe che troppo spesso insanguinano le nostre celle. E se il detenuto non parla la lingua, il medico non deve affidarsi ad altri carcerati o alle guardie per tradurre: serve un interprete professionale, anche a distanza. Il medico come sentinella contro gli abusi - Uno dei passaggi più forti del nuovo standard riguarda la prevenzione dei maltrattamenti. Il personale sanitario è la prima linea di difesa contro la violenza, che sia quella della polizia prima del carcere o quella tra detenuti. Ogni livido, ogni graffio deve essere registrato minuziosamente. Il medico deve scrivere tutto: quello che dice il detenuto, quello che vede oggettivamente e, soprattutto, deve indicare se le ferite sono compatibili con il racconto di eventuali abusi. Questi referti non devono finire in un cassetto. Se le lesioni fanno pensare a un maltrattamento, il medico ha il dovere di informare immediatamente le autorità investigative indipendenti. È una tutela per tutti: per il detenuto ferito e per il medico, che non deve mai subire ritorsioni per aver fatto il suo dovere di denuncia. Il carcere è oggi, purtroppo, il più grande ospedale psichiatrico a cielo chiuso. Il Cpt riconosce che i disturbi mentali sono molto più frequenti tra chi sta in cella rispetto al resto della popolazione. Per questo, psichiatri e psicologi devono essere parte integrante dei servizi sanitari in ogni prigione. Ma c’è un limite invalicabile: chi soffre di patologie mentali gravi, come psicosi acute o depressioni profonde con rischio suicidario, non può stare in una cella comune. Deve essere trasferito subito in un ospedale psichiatrico dove possa ricevere terapie adeguate, e questa decisione deve essere puramente medica, senza che l’amministrazione penitenziaria possa metterci becco. Il Comitato è categorico anche sui mezzi di contenzione: letti di forza e camicie di forza non devono mai essere usati in prigione. Se un detenuto è agitato, la cella liscia deve essere l’ultima spiaggia, per il tempo più breve possibile, preferendo sempre le tecniche di de-escalation. Il segreto professionale dietro le sbarre - Le visite mediche devono avvenire fuori dalla vista e dall’udito di chiunque non sia coinvolto nella relazione terapeutica. Niente agenti presenti, niente altri detenuti. La presenza di qualcun altro può compromettere il rapporto di fiducia e scoraggiare il detenuto dal rivelare informazioni sensibili: esperienze di maltrattamento, uso di droghe, malattie trasmissibili. Certo, ci possono essere situazioni eccezionali in cui il medico ritiene necessaria la presenza di un agente per motivi di sicurezza. Ma deve trattarsi di casi rari, basati su una valutazione individuale del rischio. La decisione finale spetta al medico, non all’amministrazione penitenziaria. Le cartelle cliniche devono restare riservate. Il detenuto ha diritto a leggere la propria cartella, a ottenerne copia, a chiedere che informazioni mediche siano inviate ai familiari o a un avvocato. Sul tema delle dipendenze il Cpt prende una posizione forte. Chi arriva in carcere già in terapia con metadone o altre cure sostitutive non può vedersi interrompere il trattamento. Sarebbe pericoloso per la salute. Il documento parla di un approccio basato sulle evidenze scientifiche, che comprenda prevenzione, trattamenti con farmaci, supporto psicologico e programmi di riduzione del danno. Compresa, dove opportuno, la distribuzione di siringhe pulite. Le donne detenute devono poter accedere a screening per il tumore al seno e alla cervice uterina, a interruzioni di gravidanza se richieste, a supporto per la menopausa. E devono ricevere gratuitamente assorbenti in quantità sufficiente. Le donne incinte non dovrebbero finire in carcere, dice il Cpt. Ma se succede, devono partorire in ospedale, in modo dignitoso, e mai essere legate al letto con manette durante il travaglio o il parto. Gli anziani - considerati tali già a 60 anni, a volte anche a 50 nelle carceri - invecchiano più velocemente rispetto a chi vive fuori. Se le condizioni di salute diventano incompatibili con la detenzione, i medici devono sostenere, con il consenso dell’interessato, le richieste di scarcerazione per motivi umanitari o sanitari. Autolesionismo: approccio terapeutico - L’autolesionismo va affrontato in modo terapeutico, mai punitivo. Chi si fa del male non può essere sanzionato disciplinarmente per questo, né costretto a pagare le spese mediche. Isolare chi si autolesiona peggiora solo le cose. Dopo ogni episodio serve una valutazione medica immediata per curare le ferite e capire come prevenire altri gesti. Ogni morte in carcere deve essere analizzata a fondo. Non solo per capire le cause, ma per individuare lezioni utili e misure preventive. Soprattutto nel caso dei suicidi. Il Cpt insiste molto su un concetto: i medici in carcere sono medici dei detenuti, non del carcere. Non possono indossare uniformi, non possono partecipare a perquisizioni corporali per cercare droga a scopo investigativo, non possono certificare che un detenuto è “idoneo” a subire sanzioni disciplinari come l’isolamento. Il loro ruolo è curare, non fare sicurezza. Devono però vigilare su chi viene messo in isolamento per motivi disciplinari o di sicurezza. Vanno informati immediatamente, devono visitare la persona subito dopo l’applicazione della misura e poi almeno una volta al giorno. Se ritengono che l’isolamento metta a rischio la salute del detenuto, devono opporsi con forza. Il Cpt ricorda anche che la sanità in carcere non riguarda solo chi è dentro. Le persone entrano ed escono, il personale va e viene, ci sono visitatori. Se dentro si diffonde la tubercolosi o altre malattie, il problema finisce fuori. Per questo il carcere può diventare un’opportunità: individuare e curare malattie trasmissibili o croniche prima che le persone tornino in libertà è nell’interesse di tutti. Il medico in carcere deve essere indipendente, deve rispondere alla propria etica e non alla gerarchia dei comandanti. Solo così il carcere può smettere di essere un luogo di sofferenza aggiuntiva e diventare un luogo dove la dignità umana viene finalmente preservata. L’economia nascosta dietro le sbarre che crea opportunità di reinserimento sociale La Repubblica, 3 gennaio 2026 Una rete solidale di cooperative, artigiani e volontari. Nel concetto di Economia Carceraria c’è anche quello di non vuole lasciare indietro nessuno, come le persone che per ragioni diverse sono rinchiuse in un carcere. Anche perché dar loro una seconda opportunità significa contribuire ad una società più sicura e a diminuire i reati: Le statistiche lo ribadiscono continuamente e in modo inequivocabile: solo il 2% di chi in carcere ha opportunità di lavoro e occasioni di reinserimento torna a delinquere. Al contrario, il 68% di chi quelle opportunità non le ha torna a commettere reati. Una rete solidale di cooperative, artigiani e volontari. Insomma, l’intento di Economia Carceraria - un sistema che coinvolge cooperative, artigiani e volontari che creano e vendono prodotti realizzati da persone detenute nelle carceri, promuovendola loro inclusione sociale - è quello di contribuire a far cambiare vita alle persone detenute, ed offrire loro la possibilità di realizzare qualcosa di bello e di buono. È un’economia nascosta, promossa da tante piccole imprese e cooperative che con coraggio hanno deciso di assumere persone recluse e condividere con loro un progetto lavorativo. La nascita sette anni fa. Economia Carceraria nasce il 2 giugno 2018, organizzando il primo festival nazionale dell’Economia Carceraria a Roma. Fondata da Oscar La Rosa e Paolo Strano ha l’obbiettivo di promuovere, valorizzare e commercializzare prodotti realizzati da cooperative e imprese che assumono persone in esecuzione penale, attraverso commercio elettronico, punti vendita e partecipazione a fiere ed eventi. Nel 2018 apre a Roma, in via Eurialo 22, il Pub & Shop Vale la Pena, il primo locale di somministrazione dove si possono gustare prodotti realizzati in tutte le carceri d’Italia. Il salto nel e-commerce. Nel novembre 2020 viene lanciato l’e-commerce www.economiacarceraria.com che permette ad utenti e consumatori di acquistare prodotti provenienti da diversi istituti di pena. Dal 2022 parte la collaborazione con Ethicatering e Magnolia Eventi, per far arrivare i migliori prodotti dell’economia carceraria sulle tavole dei catering aziendali, dei matrimoni o di altri eventi. La “Banda Biscotti”. Nasce per offrire opportunità di lavoro qualificato a persone che vivono percorsi di esecuzione penale, che vogliono costruirsi un futuro diverso, apprendendo una professione concreta. Il “Caffè Galeotto”. È prodotto e confezionato nella torrefazione situata all’interno dell’Istituto Penitenziario Rebibbia Nuovo Complesso di Roma, da persone detenute. I ragazzi che lavorano all’interno dello stabilimento hanno frequentato regolarmente corsi di formazione tenuti da esperti del settore, che hanno trasmesso loro una professione spendibile al momento del reinserimento nella società civile. A cosa è servito un Giubileo dei detenuti? A parlare di cambiamento e di vera cura di Girolamo Monaco* Avvenire, 3 gennaio 2026 A chi serve il Giubileo dei detenuti? Me lo sono chiesto dopo aver visto in televisione le celebrazioni del 14 dicembre scorso. Non ho potuto recarmi a Roma quel giorno; non ero quindi in Piazza San Pietro ad accompagnare qualche detenuto, insieme al cappellano, un responsabile degli agenti di Polizia penitenziaria e un educatore. Ho vissuto tuttavia l’esperienza del Giubileo da cattolico e da operatore sociale, e l’ho vissuta nel modo e nel luogo dove era giusto viverla: all’interno della struttura carceraria che dirigo, con i miei uomini e i miei utenti, nello spirito della Porta santa aperta da papa Francesco a Rebibbia, che ha reso ogni carcere una “Porta santa”. Il carcere è uno dei tanti luoghi che questa nostra umanità abita, come l’ospedale dei malati, l’esercito dei soldati, i porti dei migranti, i mercati degli scambi, i tribunali delle condanne. E allora mi ritorna questa domanda: a chi è servito il Giubileo dei detenuti? Pongo questa domanda come cittadino e operatore penitenziario, e, in modo più personale: a cosa mi serve questo Giubileo? Serve al cambiamento. Cambiare le logiche e le condizioni, cambiare le persone e le strutture. E mi chiedo: quanti dei tanti cappellani, che sono il segno della Chiesa dentro le carceri italiane e hanno partecipato alla bella Messa con papa Leone, hanno celebrato i funerali dei detenuti che si sono suicidati nelle nostre carceri? Io da qui, da tutte queste morti per suicidio, voglio cominciare a parlare per il cambiamento. La morte di un detenuto suicida ci interessa e ce ne dobbiamo far carico, in modo cristiano, umanamente degno. Quel corpo - segno di una vita maledetta e mai guardata - a chi appartiene? Chi ne deve avere cura? La cura che non abbiamo saputo dare alla persona viva, potremo (forse) darla al corpo morto, con il coraggio di chi conosce i propri limiti e ha paura di attraversare le contraddizioni, le ingiustizie e le perversioni, ma poi le affronta e lotta per superarle. In carcere non riusciamo oggi a dare dignità alla vita vita fisica, che è umiliata da condizioni indecenti di sovraffollamento; cominciamo (io chiedo) con il dare dignità a chi è morto. Manca tutto, mai la dignità. Non ho altre parole per dare giustizia a chi ha portato su di sé, fino a rimanerne schiacciato, fino ad uccidersi, i mali e le mancanze della struttura nella quale io lavoro (e ci lavoro come uomo che vive i suoi valori, non come burocrate servile e banale). Non ho altre parole per dare dignità al mio sforzo di cambiamento, che è comune a quello di tanti colleghi, servitori puliti e coerenti dello Stato, cittadini attivi e parte viva di questa società in evoluzione. Voglio che tutti questi morti non restino notizia inutile, ma siano pietra d’inciampo. Le nostre preghiere non bastano più. *Direttore Istituto Penale per i Minorenni - Acireale (Ct) L’XI congresso di “Nessuno tocchi Caino” L’Unità, 3 gennaio 2026 Tra il 18 e il 20 dicembre, nel carcere Beccaria di Milano, si è svolto l’undicesimo congresso di “Nessuno tocchi Caino”. Pubblichiamo ampi stralci della mozione approvata al termine del dibattito. L’XI Congresso di Nessuno tocchi Caino, riunito nel Teatro Puntozero del Carcere Beccaria di Milano dal 18 al 20 dicembre 2025, ha confermato Rita Bernardini Presidente, Sergio D’Elia Segretario ed Elisabetta Zamparutti Tesoriera e ha approvato una mozione generale di cui pubblichiamo ampli stralci. Il Congresso, Prende atto che il raggiungimento di 3.000 iscritti a Nessuno tocchi Caino è un risultato oramai ripetuto negli anni e come tale è un fatto politico rilevante e un dato di solidità. Un successo che dobbiamo al metodo pannelliano della “teoria di fatti e teoria di formiche” e a una concezione nonviolenta per la quale ciò che conta è la forza dei rapporti e non i rapporti di forza. Una forza volta a convincere e mai a vincere e come tale vitale e capace di tenere insieme le singolarissime diversità di ognuno di noi nel suo essere unico e irripetibile. Un successo che dobbiamo a Spes contra spem, all’essere speranza contro ogni speranza, cioè capaci di condurre battaglie anche quando il contesto è sfavorevole, e alla convinzione che nel vissuto di chi ha sofferto, subito o agito la violenza o l’ingiustizia, risieda la forza di trasmettere una conoscenza vera, fondata sull’esperienza e perciò ineguagliabile. Impegna tutti e ciascuno a continuare a operare per assicurare a Nessuno tocchi Caino una dimensione di risorse umane e finanziarie adeguata a sostenere la necessità e l’ambizione della propria azione anche a livello transnazionale. In vista del voto a dicembre 2026 sulla nuova Risoluzione pro moratoria, impegna gli organi dirigenti a promuovere iniziative volte a rafforzarne il sostegno e a contrastare i regimi autoritari e illiberali nel mondo. A partire da quello iraniano, che in un’ondata repressiva senza precedenti è giunto a giustiziare quest’anno quasi duemila persone e rispetto al quale va ribadito e rafforzato l’impegno radicale ultradecennale di iniziative politiche, parlamentari, transnazionali e nonviolente a sostegno della Resistenza Iraniana e dei detenuti nei bracci della morte del regime che ogni martedì conducono lo sciopero della fame. Invita dirigenti, militanti e simpatizzanti di Nessuno tocchi Caino a promuovere nel corso del 2026, a dieci anni da quando Marco Pannella è venuto a mancare, iniziative per ricordarne il pensiero e l’opera, che per molti di noi non sono mai venuti meno. Una “compresenza” la sua che Nessuno tocchi Caino celebra anche simbolicamente con la decisione di stabilire la sua nuova sede a Roma in Via della Panetteria, di fronte alla casa nella quale Marco ha vissuto fino all’ultimo. Invita in particolare a prendere iniziative per far conoscere la singolarità del suo modo di pensare, di sentire, di agire: la nonviolenza come forma di lotta politica e di liberazione autentica, la teoria e la prassi di un’associazione transnazionale e transpartitica a cui può iscriversi chiunque, uno spazio di giustizia e libertà dove tutti possono riparare. Iniziative da svolgersi innanzitutto nei luoghi che lui ha sempre frequentato, dove vivono gli ultimi che ha sempre difeso. A partire dal carcere, nel quale egli ha più “vissuto” e dal quale - ammoniva - non bisognerebbe “mai distrarsi un attimo”. A tal proposito, rileva il protrarsi e il continuo aggravarsi della situazione nelle carceri italiane quale emerge drammaticamente dai dati sul sovraffollamento. Dopo tre mesi dall’insediamento del nuovo Parlamento e del nuovo Governo, al 30 giugno 2022, nelle 190 carceri italiane si contavano 54.841 persone detenute. Dopo 3 anni e 5 mesi, al 30 novembre 2025, il numero è salito a 63.868, con un incremento di 9.052 detenuti. Nel frattempo, i posti regolamentari disponibili sono aumentati di appena 375. In media, ogni mese si registrano 221 detenuti in più, mentre i posti crescono solo di 9 ... A fronte del sovrannumero nella popolazione detenuta, si registrano carenze drammatiche negli organici degli operatori, vittime anch’essi di condizioni intollerabili di vita e di lavoro; in particolare per gli agenti della polizia penitenziaria, carenti di almeno 20.00 unità secondo i sindacati di categoria per i quali “servono subito concreti provvedimenti per deflazionare la densità detentiva”. Come sostengono i Professori Andrea Pugiotto e Vincenzo Maiello, non si tratta di una semplice emergenza, ma di una disfunzione strutturale e stabile. Dal punto di vista costituzionale e giuridico, rappresenta uno stato di eccezionalità prolungato, che sospende il diritto e i diritti umani fondamentali. Per questo, sostiene e fa proprie tutte le proposte di provvedimenti detti “di clemenza”, che in realtà sarebbero “di buon governo”, quali sono ad esempio amnistia, indulto e liberazione anticipata speciale, i soli capaci di ridurre il sovraffollamento e le sue tragiche conseguenze e che vengono invocati da tempo non solo da Nessuno tocchi Caino, dall’UCPI e da numerose altre realtà associative, ma anche dalle più alte cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Presidente del Senato Ignazio La Russa e il Vicepresidente del CSM Fabio Pinelli. A loro si sono aggiunti di recente il GNPL Riccardo Turrini Vita e Papa Leone XIV che il 14 dicembre scorso, in occasione del Giubileo dei detenuti, ha voluto raccogliere il testimone di Papa Francesco che ha dedicato il suo pontificato a questo obiettivo, in sintonia con il leader radicale Marco Pannella. Ringrazia le migliaia di persone tra simpatizzanti e iscritti all’Associazione, avvocati delle Camere penali e studenti di diritto, magistrati requirenti e giudicanti, parlamentari, eletti nei consigli regionali, provinciali, comunali e amministratori locali, Garanti dei detenuti ed esponenti di associazioni di volontariato, che nel corso del 2024 e del 2025 hanno fatto ingresso con Nessuno tocchi Caino in 205 istituti penitenziari. Ringrazia il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e le Direzioni degli Istituti per aver consentito a delegazioni composte a volte da decine di persone di entrare nelle carceri dove vive e opera quella che per noi rimane una “comunità” non solo di detenuti, ma anche di “detenenti”. Impegna organi dirigenti e iscritti a continuare a frequentare gli istituti di pena, a osservare, a conoscere, a far sapere la realtà di un luogo che non è un mondo a parte ma la parte per il tutto della nostra società, che riflette il bene e il male del mondo intero. Impegna altresì a prendere iniziative volte a ridurre il danno di un istituto inutile, patogeno e criminogeno qual è diventato il carcere e di una pena incostituzionale - perché inumana e degradante - non solo attraverso la costante presenza negli istituti penitenziari, ma tramite anche la divulgazione pubblica dei dati e la diffusione della conoscenza delle modalità di esecuzione penale in Italia. Oltre alla riduzione del danno, occorre cominciare a pensare al superamento radicale del sistema di giudizio che è all’origine di istituti che non a caso continuiamo a definire “di pena” in quanto strutturalmente volti a infliggere dolore e sofferenze gravi, a praticare vere e proprie punizioni corporali. Come avviene, in particolare, nelle sezioni ex articolo 41 bis di isolamento indefinito e nelle celle ex articolo 14 bis di isolamento prolungato senza la possibilità di “significativi contatti umani”, in condizioni che le Regole Mandela considerano una forma di tortura o un trattamento o punizione crudele, inumana e degradante. A questo è dedicato il libro di Nessuno tocchi Caino del 2025 dal titolo “Non giudicare!”, anche quest’anno curato da Grafica080 di Vito e Rosanna Poliseno, un’opera straordinaria, impreziosita da immagini e citazioni dei campioni del pensiero abolizionista, che va diffusa ovunque tramite presentazioni pubbliche, recensioni sui giornali, conferenze nei palazzi di giustizia, nelle scuole e nelle università. Sostiene la visione federalista “europea” oltre i confini dell’Unione Europea, fino al Medioriente, dove occorre evitare che la forza letteralmente diabolica del “porre ostacoli in mezzo”, delle divisioni, delle barriere di confine, prenda il sopravvento, irreversibilmente, sulla forza della parola, del dialogo, dell’amore, in una parola, della nonviolenza. A tal fine, è necessario e urgente concepire un soggetto politico transnazionale, multietnico, multilinguistico e multireligioso nel quale possano convivere ma anche essere superate le ragioni dei conflitti identitari del passato; uno stato che sia di diritto, democratico e liberale, un’area di diritti e libertà delle persone, auspicabilmente, parte di una Unione Europea più grande che diventerebbe così anche Mediterranea. Ribadisce il sostegno alle cause pendenti davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo della famiglia Cavallotti e degli altri imprenditori vittime del regime italiano delle misure di prevenzione dette antimafia ma inflitte come spesso capita a imprese e nei confronti di persone mai indagate, imputate o condannate per mafia. Considera l’imminente appuntamento referendario di primavera sulla separazione delle carriere dei magistrati un’occasione che i cittadini italiani non possono ignorare. Si tratta di un referendum fortemente radicato nella tradizione radicale, volto a promuovere “una giustizia giusta” in memoria di Enzo Tortora. La vittoria del SÌ rappresenterebbe un primo passo fondamentale verso una riforma complessiva del sistema giudiziario italiano. E anche del carcere che, come affermava Pannella, è l’anello terminale di una giustizia gravemente malata, la cartina di tornasole che rivela quanto spesso essa sia ingiusta e in contrasto con i principi dello Stato di diritto. Proprio per questo, approva la decisione degli organi dirigenti dell’Associazione di accogliere l’invito del Presidente dell’UCPI, Francesco Petrelli, a far parte del Comitato per il SÌ, rafforzando così quel legame di intenti e di battaglie che negli ultimi anni ci ha visti sempre più uniti. L’eterno conflitto politica-toghe di Aldo Torchiaro Il Riformista, 3 gennaio 2026 Il dibattito tra esecutivo e giudiziario è destinato a restare al centro dell’attenzione. Il 2025 è stato l’anno in cui lo scontro tra politica e magistratura ha toccato il suo apice. Le riforme del ministro Carlo Nordio hanno acceso una miccia già pronta: astensioni dal lavoro dei giudici, proteste alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, assemblee di corrente sempre più simili a congressi politici. L’Associazione Nazionale Magistrati non si limita più alla rappresentanza sindacale: agisce come una forza politica organizzata, la più compatta all’opposizione, come aveva detto Guido Crosetto definendola “l’unica opposizione che è da temere”. In questo clima è arrivato il referendum, e la sua piena ammissibilità ha spezzato definitivamente il già fragile equilibrio tra toghe e maggioranza. Il merito delle riforme viene sistematicamente rimosso dal dibattito. Eppure è lì che si gioca la partita. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è il perno dell’impianto: l’accusa è parte processuale, non arbitro. Tenerla nella stessa carriera del giudice indebolisce la percezione di terzietà. L’obiezione delle toghe è sempre la stessa - il rischio di un pm assoggettato alla politica - ma è un argomento ideologico, non comparativo: nelle democrazie liberali la separazione è la regola. Da qui discende il doppio Csm, uno per i giudici e uno per i pm. Funzioni diverse, autogoverni distinti. È questo che spaventa: la fine di un unico snodo di potere dominato dalle correnti. Lo stesso vale per l’estrazione a sorte dei membri togati del Csm, pensata per spezzare cordate e carrierismi. E ancora per il fascicolo di valutazione del magistrato, con parametri oggettivi su qualità dei provvedimenti, tempi, capacità organizzativa. In qualunque amministrazione moderna è normalità; qui diventa un attentato all’indipendenza. In realtà, è il rifiuto di ogni responsabilità misurabile. C’è poi il capitolo delle riforme “collaterali” che hanno inasprito lo scontro. L’abolizione dell’abuso d’ufficio, accusata di indebolire la lotta alla corruzione, è stata invece giudicata compatibile dall’ordinamento: norma vaga, paralizzante, produttrice di paura della firma più che di giustizia. E la riforma della Corte dei Conti, che limita la responsabilità erariale per colpa grave, riduce il potere interdittivo ex post e restituisce capacità decisionale alla pubblica amministrazione. Governare non può significare esporsi a un processo per ogni scelta. È in questo quadro che il referendum assume un peso decisivo. Secondo tutti i sondaggi, il Sì prevale largamente. Ed è proprio questo dato a preoccupare il fronte delle toghe. Non il merito dei quesiti, ma l’esito probabile. Il voto, con ogni probabilità a marzo, offrirà agli italiani l’occasione di riequilibrare almeno in parte uno strapotere che Sergio Rizzo ha sintetizzato nel suo libro Potere assoluto. Ed è qui che nasce la tentazione di ostacolare il regolare corso del quesito, rallentarlo, complicarlo, spostarne l’asse temporale. Non si contesta più la riforma: si tenta di neutralizzare la decisione popolare. Una strategia dilatoria. È a questo punto che entra in scena Marco Travaglio, che invita a firmare per “ri-chiedere” un referendum già ammesso dalla Cassazione, titolando senza pudore “Firmiamo per fermarli”. Non è partecipazione democratica: è melina istituzionale. Se il No è in svantaggio, non si accetta il verdetto delle urne, si prova a congelare il voto. Fermare non qualcuno, ma il tempo. Travaglio, che per anni ha predicato il sorteggio come virtù salvifica, oggi riscopre l’importanza delle firme solo quando servono a rinviare una decisione popolare sgradita. Il garantismo è a intermittenza, la democrazia condizionata ai sondaggi. I giudici, nel frattempo, fanno politica. Attivamente. Senza essersi mai sottoposti a un voto popolare. Non ricevono consenso democratico, ma possono godere del favore di editori, direttori, autori televisivi: grazie a questo discettano di tutto, in prima serata, nei grandi talk. Sono tra i personaggi più noti, più frequentemente invitati. Proprio in questi ultimi giorni hanno dato prova di non riuscire a distinguere tra decisione giuridica e giudizio politico-ideologico. Lo hanno dimostrato dopo gli arresti dei nove autori della cosiddetta “Truffa su Gaza”, una gigantesca campagna di disinformazione costruita gonfiando sistematicamente le cifre dei bambini morti per lucrarvi sopra, raccogliendo denaro e sostegno nei cortei e nelle occupazioni. A quel punto è accaduto l’incredibile: nel comunicato stampa della Procura, accanto alla descrizione dei fatti contestati, sono comparse valutazioni politiche del tutto estranee all’indagine. Lo ha denunciato con nettezza Enrico Costa, parlando di uno scandalo istituzionale: è inaccettabile che un atto giudiziario si produca in giudizi che “c’entrano come i cavoli a merenda”, arrivando a precisare che le indagini “non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele”, evocando perfino il giudizio della Corte penale internazionale e lo Statuto di Roma. Un inciso ideologico, non giuridico, infilato in un atto che dovrebbe limitarsi ai fatti e alle responsabilità penali. Referendum, altre conferme sulla data del voto: domenica 22 marzo di Giacomo Puletti Il Dubbio, 3 gennaio 2026 Dalla separazione delle carriere al Csm: governo pronto a fissare la data, campagna elettorale imminente. Sì, la data per il referendum sulla Giustizia sarà con ogni probabilità domenica 22 marzo, come scritto martedì su queste colonne. A confermarlo sono membri di governo che parlando con autorevoli fonti interne alla maggioranza ragionano sul fatto che, volendo assecondare certi “desiderata” istituzionali per cui le prime domeniche di marzo sarebbero troppo presto e avendo al tempo stesso la necessità di non finire dopo Pasqua, come espressamente annunciato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ecco che l’ipotesi di domenica 22 marzo resta la più probabile. “Bisogna considerare anche il tema dei decreti attuativi, che sono leggi ordinarie e che dunque necessitano di una certa quantità di tempo per essere approvati - spiega al Dubbio il forzista Enrico Costa - Il margine è ristretto visto che il Csm scade a gennaio 2027: se non ci fosse la riforma i comizi dei togati sarebbero convocati intorno a ottobre o novembre quindi, in caso di vittoria del Sì, lo spazio per intervenire sulle nuove regole sarebbe piuttosto ristretto”. E questo è solo uno degli aspetti da tenere in considerazione per chi, al governo e negli uffici di palazzo Chigi e Quirinale, si sta preparando per ufficializzare la data del voto. Annuncio che potrebbe essere fatto dalla stessa presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella consueta conferenza stampa di inizio anno che sarà il 9 gennaio. D’altronde il referendum sulla separazione delle carriere, sulla riforma del Csm e l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare è il voto più atteso del 2026, l’ultimo scoglio verso la fine della legislatura e le prossime Politiche. Storico cavallo di battaglia di Forza Italia, con Silvio Berlusconi che auspicava già trent’anni fa la separazione delle carriere, con il tempo Meloni si è intestata una battaglia pronta a entrare nel vivo con la campagna elettorale, la quale prenderà il via dopo l’annuncio ufficiale delle urne. Se FdI, Lega e Forza Italia premono dunque perché si arrivi prima possibile al traguardo, chi punta a rallentare la corsa sono invece le opposizioni, nel tentativo di recuperare quei punti percentuali di distacco che praticamente tutti i sondaggi danno ancora al No rispetto al Sì. Nel frattempo la raccolta firme lanciata online per chiedere il referendum, maniera ulteriore prevista dalla Costituzione oltre alla richiesta di onorevoli e senatori, già avvenuta e accolta, è prossima a raggiungere quota 200mila firme. Cifra importante sulla quale certamente sia il leader M5S Giuseppe Conte che la segretaria del Pd, Elly Schlein, premeranno molto. D’altronde, già durante il cammino della riforma in Parlamento non sono mancate proteste, ostruzionismo e tentativi di far saltare il banco, e chissà la data del voto non possa essere ufficializzata a un anno esatto dal primo via libera alla Camera, avvenuto il 16 gennaio 2025. Da lì l’iter è andato avanti spedito e senza modifiche: il 22 luglio l’approvazione in Senato, poi - il 18 settembre - la terza lettura a Montecitorio fino all’ok definitivo il 30 ottobre a Palazzo Madama. Poi via all’iter referendario, un puzzle del quale manca solo l’ultimo tassello: la data del voto. Quel che è certo è che una volta fissate le urne partirà una campagna referendaria senza esclusione di colpi, ben più ampia di quella per gli scorsi referendum sul lavoro, per i quali l’affluenza si fermò sotto al 30%. Stavolta sia centrodestra che centrosinistra, oltre ai Comitati per il Sì e per il No, puntano a un’affluenza che superi ampiamente il 50%, pur senza necessità di quorum, essendo un referendum confermativo. Sia FdI che Lega, ma soprattutto Forza Italia, hanno annunciato l’intenzione di mettere in piedi eventi, conferenze e appuntamenti a fianco del Comitato per il Sì, così come dall’altra parte faranno Pd, M5S e Avs a sostegno del Comitato per il No. Ancora indeciso sul voto Matteo Renzi, mentre Carlo Calenda ha ribadito il suo sì. Referendum, Nordio spinge per marzo e “punge” l’Anm di Matteo Marcelli Avvenire, 3 gennaio 2026 Il guardasigilli torna a sfidare il “sindacato” dei magistrati al confronto pubblico sulla riforma: “Hanno paura”. Il Pd: grave che giustifichi il mancato dibattito parlamentare con l’esigenza di fare posto al premierato. Carlo Nordio suona la carica in vista del referendum sulla giustizia. Ne annuncia lui stesso la data (sebbene ancora “presunta”), la seconda metà di marzo, e sfida qualunque rappresentante dell’Anm disposto a un confronto “uno a uno” con lui. Un duello che il Guardasigilli dice di aver cercato con insistenza, ma è la magistratura associata ad aver detto di no: “Prima ha rifiutato il presidente Parodi, poi il segretario Maruotti e infine tutti gli altri - confida in una lunga intervista al Corriere della Sera. Lo hanno fatto dicendo che non volevano buttarla in politica. Poi hanno corretto il tiro dicendo che non va bene discuterne con esponenti di governo. Se non vengono vuol dire che hanno paura del confronto con me”. Del resto, l’Anm ha fondato un comitato per il No e questo, ragiona ancora il ministro, è di per sé “un atto politico”. Rispetto all’esito del referendum, il titolare della Giustizia si dice “convinto” che informando debitamente i cittadini ci saranno “risultati positivi”. Il messaggio da far passare è che “la riforma non stravolge la Costituzione” né tanto meno “è punitiva”. Piuttosto è la “logica conseguenza” dell’introduzione del processo penale voluto da Vassalli e dargli un significato politico “è assolutamente improprio”, oltre che “pericoloso soprattutto per la magistratura”. Nordio ha pronto anche un libro sul tema, scritto apposta per replicare “a tutte le obiezioni fatte in Parlamento”, alle quali, spiega, non ha risposto non certo per sminuire il ruolo dell’Aula, ma perché “si sarebbe andati alle calende greche” e tolto tempo all’iter del premierato. In ogni caso la tempistica annunciata da Nordio pare condivisa anche dal resto della maggioranza. Il senatore azzurro Maurizio Gasparri conferma l’indicazione e invita il resto della coalizione a non alimentare liti sulla data che potrebbero aiutare il “fronte perdente”. Gli argomenti di Nordio, però, non convincono le opposizioni. Specie quello sul mancato dibattito in Parlamento. La responsabile giustizia dei dem, Debora Serracchiani, ricorda che è la “prima volta nella storia della Repubblica” che una riforma del genere non viene discussa in Aula. Ma ritiene ancor più grave che il dibattito non ci sia stato “perché il ministro aveva fretta di chiudere per far posto al premierato”, anche se “ha trovato il tempo per scrivere un libro sulle ragioni del Sì”. Nel frattempo prosegue la raccolta firme per il No, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni. La quota 200mila sottoscrizioni è vicina, ma l’obiettivo è arrivare a 500mila entro il 30 gennaio. Sul tema si consuma la polemica con Giuseppe Conte, che si scaglia contro il ministro per aver definito “superflua” l’iniziativa: “Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile - attacca il presidente M5s. Specie quando è su provvedimenti dannosi”. Tornando alla data, il periodo prospettato da Nordio resta lo scenario più probabile. La decisione definitiva sarà del Consiglio dei ministri, ma le ipotesi plausibili sono due: il week end di domenica 22 marzo o il precedente, evitando il fine settimana del 29, che sarà la Domenica delle Palme e, per la stessa ragione, l’inizio di aprile, visto che il 5 cadrà la Pasqua. Su questo anche il Comitato per la raccolta firme ha tenuto a dire la sua, annunciando un ricorso nel caso in cui il decreto per il giorno del voto dovesse arrivare prima che la Cassazione si esprima sulla petizione. Referendum, opposizioni all’attacco: “Da Nordio arroganza senza limiti” di Michele Gambirasi Il Manifesto, 3 gennaio 2026 Il ministro al Corsera: “Sulla riforma ho risposto in un libro, in Aula tempi troppo lunghi”. La data del voto entro il 17 gennaio. Nessuna soluzione per i precari Pnrr nei tribunali: sarà assunta solo la metà di loro. Il consiglio dei ministri è atteso da qui alla prima metà di gennaio, ma la questione della data del referendum sulla riforma della giustizia continua ad agitare la politica. Archiviato il blitz sul primo marzo dopo la moral suasion del Colle, l’esecutivo intende a questo punto fissare la consultazione nella seconda metà di marzo: date cerchiate, il 22 e il 23 del mese. Da palazzo Chigi è partita anche una telefonata a Elly Schlein e Giuseppe Conte per informarli della scelta e ieri anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un’intervista al Corriere della Sera, ha confermato che si scavallerà la metà di marzo. Il nodo rimane la raccolta firme: ieri Carlo Guglielmi, portavoce del comitato che sta raccogliendo le firme per un quesito alternativo a quello validato dalla Cassazione a novembre, ha ribadito che se non si attenderà il 30 gennaio (data ultima per la raccolta), scatterà immediatamente il ricorso, che potrà andare al Tar e alla Consulta. Ieri fonti del governo hanno fatto sapere però che la decisione verrà presa dal Consiglio dei ministri entro il 17 gennaio - cioè prima che siano trascorsi 60 giorni da quando la Cassazione ha validato il primo quesito - con un perentorio: “Ci muoviamo nei limiti della legge”. In attesa del Consiglio dei ministri, la moral suasion del Quirinale si sarebbe fatta sentire anche su un’altra questione, la riforma elettorale: andrebbe eventualmente approvata entro il prossimo luglio, per evitare il cambiamento delle regole del gioco a ridosso delle elezioni. Tornando al referendum, Nordio ha definito “superflua” la raccolta delle firme, ora quasi a quota 200mila, e ha suscitato l’ira del leader M5S Giuseppe Conte: “Ministro, nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è ‘superflua’ o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi, che non migliorano la giustizia ma servono solo a proteggere politici e governi dalle inchieste”. Nordio poi ha rialzato i toni con l’Anm, adducendo la paura come motivazione al mancato confronto vis-a-vis. “Non riesco veramente a comprendere il significato di questa polemica e la trovo un atto di un certo infantilismo. Se il ministro vuole parlare, il comitato è sempre a disposizione” ha risposto Enrico Grosso, presidente del comitato per il No promosso dai magistrati. A suffragare le ragioni del Sì, dal prossimo 16 gennaio ci sarà anche un “breviario per il cittadino” scritto direttamente da Nordio: Una nuova giustizia, 150 pagine che per un pelo non sono finite sotto gli alberi di Natale. Il libro, ha detto il ministro, servirà a rispondere a tutte le obiezioni che non hanno trovato spazio nel dibattito parlamentare, che nel corso di quattro letture non ha potuto modificare nemmeno di un emendamento il testo del governo. Rispondere tra Montecitorio e Palazzo Madama avrebbe “riaperto il dibattito e si sarebbe andati alle calende greche”, togliendo spazio al premierato e avvicinandosi alla scadenza del Csm, la giustificazione di Nordio. “Viva la sincerità. Mai si era visto un esponente del governo esprimere così apertamente sentimenti di disprezzo per il parlamento e la democrazia parlamentare. La qual cosa, se ci si pensa a fondo, è discretamente inquietante” ha commentato il senatore dem Dario Parrini. “Che arroganza oltre ogni limite e che senso di disprezzo verso la democrazia nelle parole del ministro Nordio. Si fatica anche a chiamarlo ministro, un’alta istituzione che dovrebbe inchinarsi al Parlamento anziché vantarsi di non rispondere alle domande che gli vengono poste in quella sede” ha tuonato Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali alla Camera. E la responsabile giustizia Pd Serracchiani ha sottolineato: “Non è certo la giustizia, il processo penale telematico, la stabilizzazione degli addetti all’ufficio per il processo o la situazione drammatica delle carceri a essere al centro dei pensieri di questa maggioranza e di questo ministro”. La riforma viene giustificata per rendere efficiente il sistema ma questa efficienza non viene per niente affrontata. Anzi si sta per aprire una voragine nel personale, su cui finora l’esecutivo non ha dimostrato grande preoccupazione. Dei 12mila funzionari assunti tramite Pnrr (in scadenza a luglio) tra gli atti di indirizzo del ministero della Giustizia è scritto che solo 6mila verranno stabilizzati. Per gli altri saranno disposte delle graduatorie di validità triennale, che saranno poi aperte anche ad altri ministeri, per cui senza alcun tipo di certezza. Il timore è che, in assenza di personale, vengano meno anche i benefici fin qui acquisiti: stando ai dati forniti da via Arenula, il disposition time negli uffici del settore civile è diminuito del 27,8% (cioè sono calati i tempi di attesa), nel penale del 38%, sopra l’obiettivo prestabilito nel piano europeo. Solo nel tribunale di Roma i dipendenti precari (impiegati per lo più nell’ufficio del processo di supporto ai magistrati) sono circa 450 su 1.200 dipendenti, in un contesto in cui la scopertura media nazionale di personale amministrativo è del 30,63%, escluso il personale a tempo determinato. “Per stabilizzarli servirebbero circa 550 milioni di euro l’anno”, spiega Felicia Russo della Fp Cgil, “è il prezzo di un elicottero militare: rinunciassero a quello, altrimenti la giustizia va al collasso”. Referendum, la nuova battaglia di Rosy Bindi: la “catto-pasionaria” diventata il volto tv del No di Roberto Gressi Corriere della Sera, 3 gennaio 2026 L’ex ministra: sì a una giustizia seria e a magistrati liberi. L’ultima pasionaria. La prima e indiscussa fu Dolores Ibárruri, suo lo slogan “No pasarán”, con il quale combattè, insieme alle brigate internazionali, nel tentativo fallito di difesa della Repubblica contro Francisco Franco, nella guerra civile spagnola. Era piena di italiani, la Spagna degli anni Trenta. Luigi Longo, il comandante Gallo, che poi sarà segretario del Pci. Teresa Noce, altra pasionaria, moglie di Longo e da lui lasciata nel 1953, con una richiesta di annullamento del matrimonio nel quale ne contraffaceva la firma. Lo stalinista Vittorio Vidali, il comandante Carlos, che per amore ancora di una pasionaria, Tina Modotti, probabilmente non fu senza peccato nella morte prematura del suo precedente compagno. L’ultima pasionaria, si chiama invece Rosaria Bindi, detta Rosy, e con il movimento internazionale comunista, ma anche con quello italiano, non ha nulla a che spartire. È lei la punta di diamante, insieme a Vittorio Bachelet, nella battaglia referendaria prossima ventura contro la separazione delle carriere dei magistrati. Ed è il suo volto a dominare in tv sul fronte del No. È nata a Sinalunga, il 12 febbraio del 1951 e viene dall’Azione Cattolica. Prima nella Dc fino allo scioglimento, poi nel Ppi, quindi nell’Ulivo con Romano Prodi, infine nel pacchetto di mischia che fonderà il Partito democratico, prima di allontanarsene in un altro 12 febbraio, quello del 2021, perché non è più la forza che lei sperava che fosse. In mezzo ministra della Sanità, presidente della commissione Antimafia, a capo della quale mise tra gli impresentabili anche il suo compagno di partito Vincenzo De Luca, che una volta eletto presidente della Campania la querelò, presidente del Pd, dal quale si dimise quando Prodi fu silurato nella sua corsa al Quirinale da almeno 101 franchi tiratori del suo partito. Diplomata in Ragioneria, laureata in Scienze politiche con Vittorio Bachelet. Era con lui alla Sapienza, come sua assistente, quel tragico giorno, ancora un 12 febbraio, questa volta del 1980, giorno del suo ventinovesimo compleanno, quando le Brigate Rosse lo assassinarono. Carattere a dir poco urticante, quello di Rosy Bindi, non solo nei confronti degli avversari, ma anche all’interno della sua parte, vista l’incapacità congenita di fare sconti a chicchessia. Ma è con Silvio Berlusconi che ha avuto gli scontri più aspri, a partire dal Lodo Alfano, sull’immunità alle alte cariche. La critica le valse la reprimenda del Cavaliere che, probabilmente rubacchiando una battuta di Vittorio Sgarbi, disse non senza ferocia che “era più bella che intelligente”. Poteva essere il colpito e affondato definitivo della battaglia navale, invece divenne una medaglia al merito, che fece di lei l’alfiere dell’antiberlusconismo. Ma poi, così va il mondo, un lento declino, a volte ravvivato da ipotetiche candidature al Quirinale, alla fine quasi inesorabile. Quasi. Perché, quando c’è stato da scervellarsi su quale bandiera contrapporre a Giorgia Meloni nella battaglia sul referendum, il suo nome è sorto spontaneo. E nella politica italiana, dove di solito ci si espone solo se si ha una garanzia del notaio, Rosy invece non si tira indietro. “Sono qui per fare la mia piccola particina insieme a tanti altri”, ha detto a Tommaso Labate sul Corriere. “La premier è più abile che bugiarda”, ha detto in un’intervista alla Stampa, usando anche lei la tecnica del paragone irridente già usata da Berlusconi. “Abbiamo bisogno di una Giustizia e di magistrati liberi dal potere politico”, ha argomentato, mostrando di non avere paura di politicizzare lo scontro. “Si parla sempre di Palamara, ma le camarille di Palamara si facevano o no con i politici in quegli alberghi romani?”. Funziona? Non funziona? Alle urne l’aspra sentenza. Di buono c’è, si saranno detti nel Pd, che, se dovesse andare male, a perdere sarebbe stata la vecchia guardia. Sui social non ci sono vie di mezzo. “Grande persona, competente come pochi politici oggi”. “Ma vai in pensione, pensa alla tua legge insensata che ha allungato le liste d’attesa”. “È una persona onesta”. “Ah! Ah! Non potevano scegliere meglio per perdere”. E si potrebbe andare avanti a lungo, anche censurando i commenti più politicamente scorretti, visto che siamo in fascia protetta. Insomma, sondaggi alla mano e sommando le tante defezioni nel campo del No sembra quasi un “Rosy, vai avanti tu che ci viene da ridere”. Certo, se poi invece fosse proprio la vecchia guardia a spuntarla, ci sarebbe da mettersi lì con i popcorn per vedere come finisce. Alessandria. “Suicidio in carcere nella notte di Capodanno” di Alberto Ballerino laportadivetro.com, 3 gennaio 2026 Intervista a Daniele Robotti, dell’Associazione Radicale “Marco Pannella”. L’anno nuovo inizia nelle carceri nel peggiore dei modi, purtroppo in piena sintonia con quanto sta avvenendo da tempo. Nella Casa circondariale Don Soria di Alessandria si è suicidato mercoledì sera un detenuto italiano che ha inalato gas da un fornello. A dare l’allarme sono stati i suoi stessi compagni di sezione. A nulla è servito l’intervento della Polizia penitenziaria e dei soccorsi sanitari: è mancato poco dopo. Secondo il dossier di Ristretti Orizzonti nel 2025 sono morte nelle carceri in Italia ben 238 persone di cui 79 per suicidio. Daniele Robotti, membro dell’Associazione “Marco Pannella” di Torino, da tempo segue i problemi delle case di reclusione. Proprio il 29 dicembre, come componente di una delegazione del Partito Radicale insieme a Paolo Giargia, aveva compiuto una visita ufficiale del carcere di massima sicurezza di San Michele per una raccolta di dati sul mondo carcerario italiano. Per lui purtroppo questa nuova morte si inquadra in una tragedia in atto da tempo. Spiega: “Nel 2024 abbiamo avuto il record di suicidi nelle carceri italiane, nel 2025 ci siamo andati vicini. Impressionante la percentuale tra chi si uccide dentro le case di reclusione e gli altri: la discrepanza è notevolissima. Fondamentalmente alla base di tutto ci sono le condizioni di vita dovute al grande sovraffollamento. Bisogna tenere presente che ci sono suicidi compiuti a pochi mesi dalla scarcerazione, dopo avere già scontato anni. Ad Asti, poco tempo fa, una persona si è uccisa quando gli hanno confermato l’arresto: aveva già dei precedenti, quindi conosceva l’ambiente. Questa situazione disastrosa è dovuta anche all’insufficienza numerica del personale della Polizia carceraria che controlla e ha anche bloccato tantissimi altri tentativi di suicidio nelle nostre case di reclusione”. Paradossalmente è peggio nei Circondariali dove si scontano pene meno pesanti. “Perché non c’è la sorveglianza di quelli di massima sicurezza. Esiste un fattore di stress esagerato per il sovraffollamento, per il fatto che non riesci a ottenere risposte per visite mediche o per qualunque altro motivo. In alcune strutture inoltre non hai da lavorare e psicologicamente è ancora più difficile; c’è chi non riesce a vedere i famigliari perché troppo distanti. Incredibile chi cita il mito della televisione nella stanza come se fosse una villeggiatura, non so come qualcuno possa fare certe affermazioni. Va aggiunto che ci sono suicidi anche tra i componenti della polizia giudiziaria: un mondo che davvero consuma l’essere umano”. Come detto sopra, Robotti, insieme a Giargia, ha fatto parte della delegazione del Partito Radicale che ha visitato la casa di reclusione di massima sicurezza di San Michele il 29 dicembre nell’ambito di una raccolta di dati sulle carceri italiane. Oggi questa struttura sta attraversando una fase importante di ristrutturazione, dovendo essere destinata a chi deve scontare il 41 bis. Ad accompagnare la delegazione sono stati il comandante primo dirigente della Polizia Penitenziaria Alessia Chiosso, il commissario capo Antonio Fabrizio e il vice direttore Alberto Valentini. L’obiettivo non era solo di effettuare la tradizionale raccolta di dati ma anche cercare di capire come sta avvenendo la trasformazione del carcere. “Proprio in vista di questa destinazione è stato completamente svuotato, rimangono soltanto ventisette detenuti e diciannove semiliberi. Nel suo blocco interno, quello su tre piani in cui si trovano le sezioni, è tutto in ristrutturazione per ospitare in futuro chi deve scontare il 41 bis. Non è cambiato il numero dei componenti della Polizia giudiziaria. Rimane la problematicità di quegli istituti che si sono visti arrivare ancora altri detenuti da questa struttura, considerato che l’intera istituzione carceraria italiana si trova in sovraffollamento. Non ci è stato detto quando termineranno i lavori, credo che non lo sappiano”. Continua a funzionare il forno. “Parte di questi ventisette detenuti rimasti sono assunti dalla cooperativa che lo gestisce. Gli altri sono impegnati nella gestione delle varie aree agricole all’interno del carcere”. Il regime di 41 bis per le sue caratteristiche imporrà notevoli cambiamenti. “Prevede tutta una serie di restrizioni per quanto riguarda ogni forma di comunicazioni all’esterno e all’interno dell’istituto. Per esempio, possono convivere non più di quattro persone che prendono il nome di “gruppi di socialità”. Sono ridotte anche le telefonate, ridimensionati gli incontri con i familiari e la loro durata. I nuclei di Polizia penitenziaria che seguono ogni singola sezione rimangono anch’essi separati tra loro”. Si pone il quesito su quante persone ospiterà la casa di reclusione con questo cambiamento. “Ha una capienza regolamentare di 270 persone e, prima di questi cambiamenti, si trovava in sovraffollamento perché c’erano quasi trecento detenuti. Ora bisogna capire come sarà fatta la ristrutturazione dei tre piani. Per esempio, aveva tutta un’area destinata alla socialità e spazi per i laboratori. Bisogna vedere se resteranno o se verranno impiegati per i gruppi di socialità. In teoria non è prevista l’attività di laboratorio scolastica per il 41 bis”. La trasformazione della casa di reclusione di San Michele non è dovuta a un aumento dei detenuti sottoposti a questo tipo di trattamento. “il numero è grosso modo rimasto uguale, sono circa settecento persone in tutta Italia”. Teramo. Detenuto muore nel carcere di Castrogno: colpito da un malore mentre lavora certastampa.it, 3 gennaio 2026 Un detenuto di 40 anni, di origini somale, è morto ieri sera nel carcere di Castrogno, a Teramo, a seguito di un malore improvviso accusato mentre era al lavoro. L’uomo era stato trasferito nel penitenziario di Teramo lo scorso 23 aprile, proveniente da Rebibbia, e non aveva mai manifestato problemi comportamentali durante la sua detenzione. Al momento dell’incidente, il detenuto stava svolgendo le sue mansioni lavorative, quando ha accusato il malore che ne ha causato il decesso. Le autorità competenti, tra cui il Garante dei detenuti e la direzione del carcere, si stanno occupando della situazione e dei contatti con la famiglia della vittima. La dinamica dell’incidente è al vaglio, mentre la notizia ha scosso l’ambiente penitenziario locale. Teramo. Ci sono luoghi in cui la distanza non si misura in chilometri ma in serrature di Daniele Piersanti iltrafiletto.it, 3 gennaio 2026 Il carcere di Castrogno raccontato da un “civile” che lo ha visitato. Varcare il primo cancello di un carcere ha una sequenza ordinaria di passaggi: un documento, un controllo ed entri. Quando però la porta si chiude alle spalle, l’aria cambia densità. È come se il mondo fuori restasse appeso per un attimo all’ultima vibrazione del metallo. Da lì in poi, il tempo si ferma. Il 27 dicembre ho visitato la Casa Circondariale di Teramo, Castrogno, per l’annuale appuntamento del “Natale in carcere” promosso dal Partito Radicale, su loro invito. Essere lì da giornalista non è stato un privilegio ma impegno per riportare a chi è fuori, cosa i miei occhi hanno visto, senza trasformare quella realtà in una cartolina fredda e lontana di luoghi. Insieme a me è entrata una delegazione composta da Ariberto Grifoni, consigliere generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, e da un gruppo di avvocati: Stefano Sassano, Libera D’Amelio, Elena Concordia, Maria Magda Di Taranto, Monica Passamonti, Massimo Ambrosi. Persone abituate alle carte, alle aule, alla lingua della legge. Ma davanti a quelle porte, anche il diritto cambia consistenza: diventa materia. Qui non si discute in astratto. La pena ha un suono, un odore, una temperatura. “Dentro” non è una parola, è una condizione. Castrogno è una struttura critica. I numeri, prima ancora di diventare racconto, sono un macigno: circa 470 detenuti contro una capienza di 255 posti, un indice di sovraffollamento del 183%. Numeri che sulla carta possono restare freddi, ma che lì all’interno diventano pressione quotidiana, attrito continuo, fragilità che si accumulano. E quando l’affollamento è così, tutto il resto fatica a respirare: le procedure, gli spazi comuni, i tempi d’aria, l’accesso alle attività, perfino la calma. A questa compressione si somma la carenza di personale: mancano agenti di polizia penitenziaria, mancano sanitari, mancano educatrici. Non è una nota a margine: è la differenza tra un sistema che prova a governare la complessità e un sistema che rischia di inseguire l’emergenza, giorno dopo giorno, fino a farla diventare normalità. Il percorso si snoda in quattro sezioni maschili. Distaccata da quest’ultime, il ramo femminile, quasi un mondo nel mondo. “Sezione” è una parola neutra, amministrativa, ma ogni piano è una geografia emotiva: corridoi che sembrano non finire e porte che si ripetono come un ritornello metallico. Camminare tra quei varchi significa imparare una grammatica diversa, fatta di attese e procedure studiate. Un agente si avvicina, una chiave gira, un cancello si apre, poi si richiude, e prima che si apra il successivo passa sempre un istante che ti resta addosso. È sicurezza, è ripetizione, è organizzazione. Ma è anche un messaggio fisico: qui nessuno si muove da solo, qui ogni gesto è autorizzato, qui la libertà non è un’idea morale, è spazio. Tra le cose che colpiscono, e che è giusto dire con precisione, c’è un dato concreto sulle celle: due detenuti per ogni “alloggio”. Per quanto resti un carcere, sono spazi consoni a due individui, non un accumulo indistinto. È un dettaglio che conta, perché la dignità passa anche da misure minime e strutturali: aria, luce, distanza, possibilità di non calpestarsi. Ma poi si capisce subito che nessun dettaglio, da solo, può reggere l’urto dei numeri complessivi e della carenza di personale. Un carcere non è solo una cella. È un sistema. E un sistema vive o crolla sulla tenuta complessiva: sulla sanità, sull’educazione, sulla mediazione, sulle attività, sulla capacità di intervenire prima che un disagio diventi tragedia. Parlando con le guardie si percepisce una stanchezza che non chiede pietà ma comprensione. Non ci sono figure da romanzo, non c’è il cattivo stereotipato, non c’è la divisa ridotta a caricatura: c’è un lavoro difficilissimo, fatto di equilibrio continuo tra fermezza e umanità, tra regola e gestione dell’imprevedibile. La chiave, in mano loro, non è solo un oggetto: è una responsabilità. E capisci che anche chi lavora qui dentro vive una doppia appartenenza: fuori dalla vita dei detenuti, ma dentro la struttura; fuori dalla pena, ma dentro i suoi effetti. Anche loro escono e rientrano, ma si portano addosso un rumore che non si spegne subito. Poi ci sono gli sguardi dei detenuti. Li incontri nei corridoi, negli spazi comuni, a distanza regolata ma non a distanza di occhi. Ed è lì che ti accorgi che il carcere non è fatto solo di muri: è fatto di volti. Ogni faccia è una biografia che non conosci e che tuttavia senti pesare, come se avesse il diritto di non essere ridotta a un numero di matricola o a un capo d’imputazione. Guardare negli occhi un detenuto non significa giustificare, non significa cancellare, non significa assoluzione. Eppure, anche dentro un luogo così critico, anche dentro numeri che schiacciano e carenze che indeboliscono, esiste uno spiraglio che non passa dalle chiavi. Passa dai percorsi. I detenuti hanno possibilità di “redenzione” non come parola religiosa, non come scorciatoia emotiva, ma come strada concreta: studiare, lavorare, frequentare corsi, anche ricreativi, come canto o teatro. Non sono ornamenti. Sono strumenti. Perché la pena che non offre alternative produce solo ripetizione; la pena che costruisce competenze e disciplina, che restituisce un linguaggio e un ritmo, può diventare una possibilità reale di cambiamento. Persino un laboratorio teatrale, persino un corso di canto, in un luogo dove tutto tende a spegnere l’identità, è un modo per rimettere insieme pezzi di umanità e responsabilità: imparare a stare in un gruppo, a rispettare tempi e regole, a riconoscere un limite, a dare un nome alle emozioni invece di scaricarle. Il passaggio verso la sezione femminile cambia l’atmosfera ma non cambiano gli errori. Per molte donne il carcere non interrompe soltanto una quotidianità, interrompe un tessuto di relazioni spesso già fragile, e lo stigma fuori - quello che aspetta al ritorno - a volte è più feroce, più definitivo, più “incollato” addosso, come se l’uomo sia quasi “più scusato” perché “da lui te lo aspetti”. In mezzo a tutto questo, la cornice del “Natale in carcere” non ha nulla di folkloristico. Non è un gesto per la foto. È una scelta civile: entrare dove di solito non si entra, guardare ciò che di solito si evita, portare attenzione in un luogo che vive di invisibilità. Perché il carcere, in Italia, diventa argomento pubblico a ondate: una rivolta, un suicidio, un fatto di cronaca. Poi la luce si spegne e resta la quotidianità. Ma qui la quotidianità è fatta di persone e fragilità, di turni e nervi, di mancanze che, sommate, diventano rischi. Quando esci, il mondo riprende il suo rumore normale, auto, telefonate, passi veloci ma con una domanda da trasmettere ai lettori: la sicurezza, in una società, si ottiene aumentando le sbarre o aumentando le possibilità di cambiare? Nuoro. Non è una storia di Natale di Carla Chiappini Ristretti Orizzonti, 3 gennaio 2026 È una storia triste, senza colori e senza aggettivi, una storia di carcere difficile da comprendere, una storia sine pietas. Il carcere di Nuoro, proprio nel periodo più delicato e difficile dell’anno, il periodo delle feste e della solitudine, viene improvvisamente svuotato. Si interrompono tutte le attività e i progetti già in corso, i percorsi scolastici e gli studi universitari, si sradicano le relazioni costruite con impegno e costanza da operatori penitenziari, dal cappellano don Roberto, da suor Pierina direttrice della Caritas diocesana quotidianamente presente tra le persone recluse, da insegnanti e volontari. Uno spreco incredibile di risorse umane ed economiche. Tabula rasa. Tutto da buttare. Tutto a terra. Come i sacchi dei vestiti e dei pochi oggetti personali autorizzati in carcere. Alza la voce il Vescovo della città, protestano i rappresentanti politici e i cittadini ma le decisioni sono prese, nessuna riflessione, nessun ripensamento. Il paradosso è che Nuoro era un istituto dove realmente si poteva constatare e quasi toccare con mano il senso e il valore di una pena non lesiva della dignità umana, non abbruttente ma, al contrario, con una forte tensione “rieducativa” e un’autentica attenzione alle persone. E poi più niente. Il vecchio carcere di Badu e Carros sarà con ogni probabilità dedicato al 41 bis e di quelle persone che stanno partendo - come pacchi tra i loro sacchi di vestiti - sembra proprio che non interessi nulla a chi ha il compito tanto delicato e serio di detenerle, di averne cura e di promuoverne l’emancipazione culturale e umana. Così come stabilisce la Costituzione, così come ci ricorda l’Ordinamento Penitenziario del 1975 di cui abbiamo appena “festeggiato” i 50 anni di vita che, nel suo primo articolo, afferma il senso e la direzione della pena: “Il trattamento penitenziario… si conforma a modelli che favoriscono l'autonomia, la responsabilità, la socializzazione e l'integrazione.” “Si conforma” all’indicativo presente, né congiuntivo, né condizionale, né futuro. “Si conforma” qui e ora. Sembra così chiaro! *Giornalista e formatrice Nuoro. La denuncia di Liberu: “Il 41 bis? Una vendetta di Stato” di Luciano Piras La Nuova Sardegna, 3 gennaio 2026 “È incostituzionale: così si condannano anche tutti i familiari”. “Basta colonialismo penale!”. Pier Franco Devias, responsabile territoriale per la provincia di Nuoro di Liberu (Lìberos rispetados uguales), lo dice e lo ripete a chiare lettere. Ospitare a Badu ‘e Carros esclusivamente detenuti in regime di 41 bis è un “progetto coloniale italiano” che calpesta il diritto dei sardi “di decidere liberamente della nostra terra, di fare rispettare gli accordi presi dalle autorità sarde sulla propria terra, di progettare un futuro di dignità senza nessuno spazio per i progetti coloniali italiani”. Il caso del carcere di Badu ‘e Carros è particolare “perché si tratta di uno dei sette istituti dello Stato che dovranno essere interamente dedicati al regime di 41 bis. Questo significa che per attuare il 41 bis - sistema che viola palesemente qualsiasi riferimento costituzionale ai principi di recupero e reinserimento sociale del detenuto e al diritto a una detenzione rispettosa dei diritti umani, ma si palesa esclusivamente come vendetta di Stato - dal penitenziario nuorese verranno evacuati tutti i detenuti attualmente presenti”. “Questa misura non solo offende, per le sue dinamiche autoritarie e prepotenti, i sardi e le loro istituzioni democratiche, ma va anche contro gli accordi già stipulati, in particolare quello sulla territorialità della pena” sottolinea Devias. “Infatti gli accordi derivanti dal Protocollo d’intesa siglato il 7 febbraio 2006 tra il ministero della Giustizia e la Regione, prevedono che i detenuti sardi possano scontare la loro pena nell’istituto più vicino alla propria residenza”. “Lo sgombero di Badu ‘e Carros - va avanti il responsabile territoriale di Liberu -, oltre a rappresentare una pena aggiuntiva per i familiari dei detenuti che verranno portati da fuori Sardegna, condannerà numerosi detenuti locali al trasferimento in strutture distanti dal Nuorese. Questo, non solo in violazione degli accordi ministero-Regione, ma soprattutto a detrimento dei familiari dei detenuti sardi che si vedranno a loro volta costretti a viaggi ben più lunghi per poter incontrare i loro congiunti”. Liberu, in sostanza, “condanna fermamente l’atteggiamento autoritario che anima questa nuova misura coloniale italiana, elaborata nel consueto criterio teso a utilizzare la Sardegna come poligono militare, discarica di veleni, piattaforma energetica, e roccaforte penale per esponenti di massimo livello della criminalità organizzata italiana”. Nuoro. Consiglio comunale straordinario su carcere e 41 bis kalaritanamedia.it, 3 gennaio 2026 Nuoro si prepara a discutere il futuro del carcere di Badu ‘e Carros in un consiglio comunale straordinario aperto a istituzioni, parlamentari e sindaci del territorio. L’iniziativa nasce in risposta alla decisione del Governo di destinare l’istituto penitenziario esclusivamente al regime del 41 bis, una scelta non condivisa dall’amministrazione cittadina che teme ripercussioni sul tessuto sociale ed economico della città. L’assemblea si terrà venerdì 9 gennaio nella sala congressi della Camera di commercio a partire dalle 15.30, un appuntamento straordinario per confrontarsi su un tema di forte valenza simbolica e concreta. Il presidente del Consiglio comunale, Elia Carai, ha accolto la richiesta del consigliere di maggioranza Matteo Cicalò di aprire il dibattito a tutti gli attori istituzionali e sociali interessati, con l’obiettivo di valutare le conseguenze della decisione governativa e coordinare eventuali azioni di contrasto. Il sindaco Emiliano Fenu ha ribadito che Nuoro ha scelto di puntare su cultura, innovazione e progettualità internazionale, un percorso che potrebbe essere compromesso da una scelta che trasforma il carcere in un mero luogo punitivo e non più di rieducazione. Carai sottolinea l’importanza di ottenere informazioni dettagliate e trasparenti sul decreto governativo, per costruire una risposta coesa e condivisa che salvaguardi l’interesse della città e dell’intero territorio. Il confronto con il Ministero della Giustizia e il Governo sarà fondamentale per valutare gli impatti sociali, economici e istituzionali di questa misura, garantendo al contempo che le decisioni prese siano coerenti con lo sviluppo e la reputazione futura di Nuoro. L’assemblea rappresenta così un momento di dialogo, tutela e partecipazione, in cui la comunità locale intende far sentire la propria voce di fronte a una scelta che potrebbe avere effetti duraturi. Firenze. Magistrati, volontari e Palazzo Vecchio: “Sollicciano ancora disumano” di Andrea Vivaldi La Repubblica, 3 gennaio 2026 Dopo l’incendio di Capodanno con 26 intossicati torna l’attenzione sulle carenze croniche della struttura. “In una sezione manca la luce da marzo”. Caldo asfissiante d’estate, gelo d’inverno, alcune parti sempre allagate. L’assessore Paulesu: “Situazione insostenibile”. Sollicciano inizia il 2026 da dove aveva lasciato: cronici problemi strutturali, infiltrazioni, impianti guasti, sovraffollamento e allarmi pronti a scattare da un momento all’altro. Due giorni fa è divampato un incendio in infermeria per una stufetta elettrica accesa contro il freddo. Per un malfunzionamento ha preso fuoco e l’area si è riempita di fumo: molto spavento, 26 evacuati, alcuni intossicati lievi. “Fatto gravissimo - denuncia l’assessore al welfare, Nicola Paulesu - situazioni di emergenza e condizioni di degrado sono all’ordine del giorno in questo carcere. Una normalità inaccettabile che denunciamo da tempo. Una sequela allarmante di eventi: nel penitenziario si vive in una condizione insostenibile, servono risposte non più rinviabili a livello nazionale. Noi continuiamo a tenere alta l’attenzione”. Ma le criticità non finiscono dentro le mura. Perché quando i detenuti escono spesso si trovano abbandonati a loro stessi senza un reinserimento nella società. E il rischio - tragico - di una ricaduta è dietro l’anno. Il 29 dicembre un uomo di 51 anni, italiano, è stato ritrovato morto per overdose nel giardino di un circolo sui lungarni. Era uscito dal carcere la vigilia di Natale. Senza lavoro, e con solo la madre, è ripiombato subito nell’abbandono. Critiche da magistrati e associazioni - Tra politica, magistrati, volontari e associazioni il sentimento diffuso è un misto di rabbia e sconforto. “Non è cambiato niente di significativo: ancora non ci sono stati gli interventi strutturali necessari. Per tutta l’estate la condizione all’interno è stata drammatica per il caldo e ora per il gelo. C’è una situazione disumana e degradante” sottolinea Filippo Focardi, segretario della sezione toscana di Magistratura Democratica. L’associazione (componente dell’Anm) che già lo scorso marzo aveva invocato la chiusura degli spazi detentivi fino alla loro completa ristrutturazione (che dipende dal ministero). “È impossibile - prosegue - vivere in un reparto completamente allagato o dormire in letti a castello impilati a tre in cui il terzo è a 20 centimetri da un soffitto ammuffito. Sono ambienti di vita malsani che abbiamo visto nei mesi scorsi e intollerabili per uno stato di diritto e civile. Nell’area pazienti psichiatrici il personale dell’Asl lavora sotto un gocciolamento continuo”. Poi aggiunge: “È un quadro che pone dubbi sull’effettività della tutela. C’è una palese illegalità. Una grave inerzia nel risolvere una situazione per la quale nessuno sembra avere il potere di intervenire”. Pure la scelta di fare trasferimenti in altri istituti non è sempre una soluzione poiché in molti casi si allontana il detenuto dai suoi affetti. L’Altro Diritto: “Detenuti ormai rassegnati” - “C’è un clima di rassegnazione - sottolinea il professor Emilio Santoro, presidente del comitato scientifico di Altro Diritto - Tra cimici, infiltrazioni e mancanza di acqua calda, i detenuti credono che difficilmente qualcosa migliorerà. Da marzo nella settima sezione sono senza corrente elettrica: le persone ci hanno detto che ormai si sono abituati”. Nel 2024 circa 200 detenuti avevano avanzato reclami, sostenuti dall’associazione, per condizioni di vita inaccettabili. Nel 2025 presentata un’altra settantina di reclami. C’è pure un caso del 2023 finito alla Corte europea dei diritti dell’uomo che a breve dovrà essere discusso. “Spero che quest’anno si riesca almeno a costruire un sistema che aiuti le persone che escono da Sollicciano a non finire più in uno stato di totale abbandono” aggiunge Santoro. Gli appelli di Pantagruel e del garante - Ci sono “problemi irrisolti” rimarca Stefano Cecconi, vicepresidente di Pantagruel, l’associazione di volontari impegnata nel penitenziario. “A dicembre ci siamo incontrati con la nuova direttrice e si è assunta impegni per un cambiamento. È un’apertura di comunicazione importante. Il percorso è lungo: è stato aggiustato uno dei tre ascensori guasti, abbiamo chiesto il ripristino dello sportello automatico delle Poste e di migliore alcune aree, come quella dei colloqui. In altre zone ci sono ancora i secchi”. Il Comune nei giorni scorsi, come detto dalla sindaca Sara Funaro,Il Comune nei giorni scorsi, come detto dalla sindaca Sara Funaro, creerà un tavolo permanente per Sollicciano, “che è come un piccolo paese in cui vivono od operano mille persone - dice il garante Giancarlo Parissi - e in cui serve portare anche progetti positivi: valorizzazione della scuola, lavoro, sport, cultura. Oltre metà dei detenuti ha problemi di salute mentale o tossicodipendenze”. Firenze. “Una sequela allarmante di eventi, su Sollicciano servono risposte” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 3 gennaio 2026 “Quanto accaduto a Sollicciano è un fatto gravissimo che non può essere liquidato come un episodio isolato: situazioni di emergenza e condizioni di degrado sono ormai all’ordine del giorno all’interno di questo carcere. È una normalità inaccettabile, che denunciamo da tempo, quello che si è verificato è solo l’ennesimo di una sequela allarmante di eventi che dimostra in modo tangibile quanto nel penitenziario si viva in una condizione strutturalmente insostenibile, un tema su cui sono necessarie risposte non più rinviabili a livello nazionale”. Così l’assessore al Welfare Nicola Paulesu sull’incendio avvenuto mercoledì in un padiglione del carcere di Sollicciano. Parole simili arrivano dal deputato dem Federico Gianassi: “L’incendio scoppiato rappresenta l’ennesimo fatto di estrema gravità che non può essere minimizzato né archiviato come un episodio isolato. Ancora una volta emergono le condizioni critiche in cui versa il penitenziario. Quanto accaduto mette a rischio l’incolumità delle persone detenute, del personale penitenziario e di tutti coloro che operano all’interno dell’istituto. È inaccettabile che luoghi che dovrebbero garantire sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali si trasformino in contesti potenzialmente pericolosi”. Lucca. “Così il carcere di San Giorgio è diventato il più sovraffollato d’Italia” noitv.it, 3 gennaio 2026 L’avvocato Enrico Vincenzini, presidente toscano dell’Associazione Antigone, che lotta per garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario, spiega cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione di San Giorgio e di tante altre Case di reclusione. Nonostante una delle tre sezioni del carcere di Lucca sia chiusa ormai da tantissimi anni, il numero di detenuti non diminuisce, il che ha portato San Giorgio al suo triste primato, come spiega Enrico Vincenzini, avvocato e presidente a livello toscano di “Antigone”, l’associazione che dal 1991 si occupa di garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario, promuovendo una pena che sia in linea con il dettato della Costituzione: “Il carcere di Lucca si conferma tra i più sovraffollati. Anzi, quest’anno ha vinto il primato di carcere più sovraffollato d’Italia con un tasso di affollamento del 243%. A gennaio 2025 erano presenti 80 detenuti e già c’era emergenza. A fine novembre i detenuti erano aumentati a 92”. In San Giorgio, ex convento di clausura cinquecentesco diventato prigione in epoca napoleonica, a preoccupare sono anche le condizioni igieniche. “Devo dire”, spiega Vincenzini, che nel carcere di Lucca l’area trattamentale, ovvero l’area in comune dove i detenuti svolgono le attività, è stata rifatta recentemente e quindi è in condizioni migliori rispetto alla media che troviamo spesso in Toscana e sul territorio nazionale. Mentre invece le camere per il pernottamento non sono state sottoposte a interventi strutturali e di manutenzione ordinaria e straordinaria e quindi vivono ancora una condizione di disagio strutturale e anche di violazione delle norme igieniche, con tutto quello che ne consegue”. Ma quali sono, secondo l’associazione Antigone, i possibili provvedimenti per migliorare la situazione? Sostanzialmente due: “La prima sarebbe quella di un provvedimento di clemenza; un indulto. Perché in questo momento all’interno delle carceri si vive una violazione continua e quotidiana, senza alcun tipo di presa di responsabilità da parte della politica, dei diritti della dignità dell’uomo, e si tratta di violazioni gravissime sotto il profilo giuridico. Per la seconda, dovremmo pensare a delle soluzioni strutturali a lunga gittata, e sotto questo profilo vi è per esempio la proposta di ampliare l’accesso alle misure alternative alla detenzione, come l’affidamento ai servizi sociali, che in questo momento è permesso solo sotto i quattro anni dalla fine della pena. Potremmo portare questo limite oggettivo ai sei anni. E inoltre effettuare anche un’opera di decriminalizzazione di alcune condotte che portano all’interno del carcere tantissimi detenuti pur con pene abbastanza basse, anche per vari reati di recente introduzione”. E, naturalmente, sarebbero urgenti anche interventi infrastrutturali, con la costruzione di edifici carcerari moderni, che facilitino il lavoro e lo studio e, in definitiva, la risocializzazione dei detenuti, secondo quanto previsto dalla Costituzione. Oristano. Evade dalla colonia penale di Is Arenas per tornare a Massama: “Meglio il carcere” L’Unione Sarda, 3 gennaio 2026 Il detenuto spiega in una lettera la scelta che lo ha portato a percorrere ben 18 chilometri a piedi sotto la pioggia per tornare a casa. Meglio il carcere di Massama della colonia penale di Is Arenas. Ne è convinto Manuel Medda, il 48enne di Arcidano che nei giorni scorsi si è allontanato dalla struttura nel territorio di Arbus e ha percorso 18 chilometri a piedi per tornare a casa e poi finire di nuovo in cella. E ne spiega i motivi in una lettera indirizzata ai lettori de L’Unione Sarda. “Vorrei che tutti sapessero come si sta in quella struttura abbandonata”. Medda ricorda di essere arrivato a Is Arenas a fine estate ma in questi quattro mesi ci sarebbero stati molti problemi. “Non funziona nulla - scrive - aspettavo che mi chiamassero gli educatori per avere un permesso ma nulla. Nessuna risposta nemmeno dagli psicologi”. E ancora condizioni difficili: “In una cella per due, eravamo in sei - aggiunge - io non fumo ma sono stato sistemato in un ambiente per fumatori. Tutte le persone che arrivano qui, chiedono di essere trasferite perché si finisce per cadere in depressione”. Medda racconta di aver subito anche piccoli dispetti “non mi davano le scarpe per andare al colloquio, sarei dovuto andare in pantofole” racconta. Alla fine la scelta di scappare. “Il 22 dicembre scorso mi sono allontanato e ho percorso 18 chilometri, lungo la costa e fino a casa, ad Arcidano”. Il tempo di una doccia e la chiamata all’avvocato di fiducia, il legale Fabio Costa, che lo ha subito accompagnato in carcere a Massama. Adesso Medda rischia comunque la denuncia per evasione dalla colonia penale. Lecce. Luciana Delle Donne: “Gli scarti sono le materie prime con cui creiamo” di Ilaria Dioguardi vita.it, 3 gennaio 2026 Nel nuovo anno, cosa portiamo e riscopriamo? Luciana Delle Donne non ha dubbi: gli scarti. Partendo dai tessuti dismessi e donati da aziende dell’indotto tessile, con Made in Carcere donne e uomini che stanno scontando una pena vengono formati e inseriti in un processo produttivo e creativo. L’imprenditrice leccese: “Con l’utilizzo degli scarti la creatività, l’ingegno di un prodotto hanno il gusto della vittoria”. Made in Carcere, ideato da Luciana Delle Donne, prova ogni giorno a contaminare la società economica e civile, attraverso la promozione e la diffusione del modello di “economia rigenerativa”. Un modello di impresa etica basato su principi di rigenerazione e consapevolezza delle persone emarginate, che tutela l’inclusione sociale e riduce l’impatto ambientale, determinando così nel tempo un cambiamento sistemico su tutto il territorio. Attivo nei penitenziari di Lecce, Trani, Taranto, Matera e nell’istituto minorile di Bari, Made in Carcere permette di avviare un percorso di riabilitazione e reinserimento sociale. Il marchio nasce nel 2007 grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro. Si producono manufatti “diversa(mente) utili”: borse, abiti e accessori, originali e tutti colorati. “Le donne coinvolte attualmente sono una ventina, tra formazione e assunzione”, dice Delle Donne. Tra consapevolezza e creatività - “La cosa importante è condividere la consapevolezza, con un pubblico più ampio, che la strada giusta da percorrere è quella di aiutare le persone a risalire un gradino di benessere. Quello che osservo è che è fondamentale che quante più persone condividano la necessità di aiutare gli altri, che siano consapevoli che far bene fa bene a tutti”, dice Delle Donne. “La mia filosofia di vita è aiutare gli altri a crescere, secondo me la parola chiave è consapevolezza da una parte e creatività dall’altra. Da una parte, bisogna aiutarsi, aiutare e ricostruire, e dall’altra parte non bisogna piangersi addosso e lavorare tanto. Il made in Italy, la bellezza e l’artigianalità italiana vengono fuori dalla fatica, dalla passione, dal desiderio di evolvere e di emergere dalla mediocrità e dall’indifferenza”. Insistere sulla contaminazione - Su cosa bisogna puntare per vincere la sfida del cambiamento? “Continuare ad insistere sulla contaminazione. Tutti quelli che riescono ad incontrare progetti come Made in carcere se ne innamorano, 20 anni dopo incontriamo ancora persone che tengono con sé il primo braccialetto come una reliquia, è un segnale di accettazione e di condivisione di questi modelli di esistenza. Si chiama economia circolare, rigenerativa, trasformativa ma è un modo di esistere”, prosegue. “Non dobbiamo prenderci cura solo delle persone, ma anche dell’ambiente perché viviamo su questo pianeta mentre ne stiamo abusando”. Il recupero degli scarti - Partendo dai tessuti di scarto dismessi e donati da aziende dell’indotto tessile, donne e uomini che stanno scontando una pena in carcere vengono formati e inseriti in un processo produttivo e creativo, grazie a Made in Carcere. “Nel processo in cui recuperiamo tutti gli scarti e realizziamo oggetti bellissimi è la creatività a farla da padrona. E la creatività messa in mano a persone che sono in stato di detenzione è esplosiva perché non hanno possibilità di dire chi sono, cosa stanno facendo per ricostruire la propria vita”, continua Delle Donne. “Noi le facciamo vivere nella bellezza, con degli arredi stupendi: nelle carceri abbiamo arredato degli spazi con mobili antichi e dipinto i muri con tanti colori, abbiamo pitturato il cielo con le nuvole per simboleggiare un ambiente familiare e la libertà. Le donne che lavorano con Made in carcere la libertà se la stanno ricostruendo, mentre ricostruiscono la loro “cassetta degli attrezzi”, e lo stanno facendo attraverso il lavoro. Io le stresso, queste donne devono capire che il mercato è aggressivo, che c’è tanta competizione. Tutto nasce dalla cura dei particolari, che genera la sostanza”. Cosa mettere nella “cassetta degli attrezzi” del nuovo anno? “Sicuramente gli scarti, che sono le materie prime con cui creiamo, sono i nostri “gioielli”. Sono come dei frutti che raccogli perché altrimenti andrebbero al macero. Negli scarti c’è una ricchezza intrinseca, ancora più interessante: è qualcosa che altri butterebbero via. Con l’utilizzo degli scarti la creatività, l’ingegno di un prodotto hanno il gusto della vittoria. Nella “cassetta degli attrezzi” di queste donne ci vanno la consapevolezza, la dignità che stanno costruendo, insieme alla creatività e alla passione”. “Il Bil, Benessere interno lordo, è un progetto che si propone di potenziare ed estendere il modello strategico ed operativo di Made in Carcere. La cosa interessante è comprendere che questa è la via del benessere. Supportiamo oltre 20 sartorie sociali di periferia, ora ne stiamo lanciando altre cinque in tutta Italia: a Udine, Lecco, Palermo, Cagliari e Lecce. Noi lavoriamo in particolare dentro le carceri, ma anche fuori ci sono realtà che hanno bisogno di una “spinta”, di una testimonianza di fiducia. Lavoriamo anche con donne vittime di violenza e di sfruttamento”, dice Delle Donne. “Ma la parola “vittima” io non vorrei sentirla nominare, sono persone che stanno vivendo un momento difficile e hanno bisogno di essere accompagnate. Noi insegniamo loro un lavoro e le assumiamo”. Costruire un carcere consapevole - “La ricchezza che danno le persone che incontro in carcere è che capisco quanto è importante la libertà da una parte, ma anche quanto è importante ognuno di noi con il semplice ascolto. Il mio desiderio è costruire un carcere consapevole, vorrei portare le persone fuori a lavorare sia con lavori socialmente utili sia con la progettualità”, prosegue Delle Donne. “Invece di un approccio punitivo, pensiamo ad un approccio costruttivo, in modo che le persone abbiano un potere decisionale e di ricostruire la propria vita”. Nel luglio 2024, divampò un incendio in carcere a Lecce, nello spazio dei laboratori sartoriali di Made in Carcere, chiamati “La Maison”. “Attraverso una raccolta fondi, abbiamo ricostruito lo spazio come era prima. Le detenute hanno detto: “Abbiamo sofferto di più quando abbiamo visto incendiare la nostra Maison, che quando siamo state arrestate”. Hanno visto andare in fumo il loro segno di libertà, la loro ricostruzione”. Modena. Consiglio comunale in carcere: “Accendere riflettori su problemi e criticità del S. Anna” Il Resto del Carlino, 3 gennaio 2026 Giovedì 15 gennaio alle 15 il Consiglio comunale di Modena al gran completo si trasferirà… in carcere. Per la prima volta infatti la seduta, alla quale parteciperà anche il sindaco Massimo Mezzetti, sarà al Sant’Anna e non in piazza Grande. La decisione è maturata nei mesi scorsi dopo che nel 2024 tutti i rappresentati politici aveva partecipato ad una visita nella casa circondariale per verificare direttamente spazi, celle, sovraffollamento e problemi vari già in parte segnalati nella relazione della garante comunale per i diritti dei detenuti, Laura De Fazio. “Dopo la visita, nel settembre del 2024 - spiega il presidente del Consiglio comunale di Modena, Antonio Carpentieri - e il consiglio comunale di novembre dello stesso anno, vogliamo fare un passo in più, un atto simbolico e importante. Vogliamo che arrivi il messaggio forte e chiaro che la comunità modenese è attenta a quello che stanno vivendo i detenuti in carcere, soprattutto dopo i tantissimi atti di autolesionismo che si sono registrati nell’ultimo anno. C’è evidentemente un grande malessere che non possiamo ignorare, malessere dovuto in particolare al sovraffollamento e a una struttura che è un po’ datata. Inoltre dobbiamo, come comunità cittadina, fare di più sul fronte dell’integrazione: solo 100 detenuti su oltre 500 riescono a ‘uscire’ per svolgere attività extracarcerarie, gli altri no. E questo dipende dal fatto che non c’è, evidentemente, un’offerta giusta per loro. Ecco perché è nostro dovere accendere i riflettori. Il 15 gennaio non sarà solo una passerella, posso assicurarlo a tutti. Parleremo del carcere, dei detenuti e faremo anche parlare i detenuti per sentire direttamente dalla loro voce quale è la situazione”. Durante il consiglio comunale dell’anno scorso la garante De Fazio si è soffermò anche sul diritto all’affettività delle persone detenute, riconosciuto dalla Corte costituzionale: “Uno degli aspetti oggetto di allarme generale, anche per l’istituto di Modena - disse in aula - rispetto a condotte autolesive è proprio legato ai rapporti affettivi e con i familiari. La sentenza della Corte costituzionale rappresenta una svolta significativa affermando la necessità che vengano garantiti alle persone ristrette colloqui privati con i propri partner: occorre trovare spazi adeguati, anche al di fuori della struttura, prevedendo colloqui non sotto la sorveglianza visiva. I rapporti affettivi e familiari sono indispensabili anche rispetto alla funzione rieducativa della pena, perché sono uno dei maggiori fattori di motivazione”. Il direttore della Casa circondariale, Orazio Sorrentini, evidenziò invece la difficoltà di dirigere un carcere “ancor più quando è afflitto da varie carenze e quanto più c’è sovraffollamento; un problema comune a quasi tutte le carceri italiane. Il carcere di Modena ha 34-35 anni e, dei due padiglioni, quello vecchio ne dimostra anche di più, in quanto presenta difetti strutturali legati alla sua vetustà: la decisione di destinare risorse al carcere è una scelta politica che va fatta ai più alti livelli”. Sorrentini inoltre sottolineò che il recupero e il reinserimento di un detenuto non dovrebbe essere un tema divisivo, che occorre creare più opportunità per i detenuti e che “il principio cardine per il recupero è quello della individualizzazione del trattamento”. Siracusa. “Il carcere di Cavadonna adesso è al collasso” di Francesco Nania La Sicilia, 3 gennaio 2026 Stato di emergenza dopo la rivolta dei detenuti, ispezione del deputato Spada. La recente protesta silenziosa dei detenuti, sfociata in una sommossa, sedata dall’impiego di un consistente numero di agenti di polizia penitenziaria, ha messo ancora una volta in evidenza le problematiche irrisolte nella casa circondariale di Cavadonna. Una situazione complessa che ha spinto il deputato regionale del Partito democratico, Tiziano Spada, ad eseguire un’ispezione nella struttura detentiva siracusana. “Il carcere di Cavadonna ha bisogno di interventi strutturali - ha detto Spada a conclusione del sopralluogo - che garantiscano l’aumento degli organici e dei servizi erogati, permettendo agli agenti di Polizia Penitenziaria di migliorare la qualità del proprio lavoro e ai detenuti di affrontare in maniera dignitosa il periodo di detenzione”. Oltre alla visita in diversi reparti e a un confronto con gli agenti penitenziari e con i detenuti, il parlamentare ha incontrato il direttore del carcere. “Ho scelto di attuare l’ispezione per raccogliere il grido d’allarme lanciato dai detenuti, che nei giorni scorsi sono stati protagonisti di una protesta, e dal sindacato di polizia penitenziaria che ha posto l’accento sulle difficoltà degli agenti in considerazione del sovraffollamento delle strutture carcerarie e degli organici di polizia sempre più stringati”, sottolinea Spada. La Casa circondariale siracusana ospita oltre seicento persone, in condizioni igienico-sanitarie non ottimali. “È emersa - dice Spada - l’assenza di un numero adeguato di agenti per gestire l’alto numero di detenuti presso la struttura siracusana. Dal lato dell’Asp, l’assenza di medici specialisti in struttura e il continuo spostamento dei detenuti per le visite comportano disagi gestionali. Chi sta scontando la pena lamenta anche l’assenza di alcuni servizi fondamentali come la possibilità di usufruire dell’acqua calda durante le ore diurne e la presenza infestante delle cimici da letto, che non consentono di espletare la pena in maniera dignitosa. Sul punto, segnalo che la sanificazione degli ambienti è in corso e mi è stato garantito che a breve verranno bonificate tutte le aree del carcere”. Il deputato regionale, auspica che per l’anno appena entrato si ponga rimedio alle carenze. “Per fare questo - dice - servono investimenti economici sulle carceri, portando avanti iniziative che migliorino e tutelino sia i detenuti sia gli agenti di Polizia Penitenziaria”. Cremona. Emergenza in carcere: la pressione dei numeri mette a rischio sicurezza e gestione laprovinciacr.it, 3 gennaio 2026 Una delegazione di amministratori cremaschi ha visitato Ca’ del Ferro. A destare apprensione sono il sovraffollamento, le carenze di personale e la tipologia dei reati. Una delegazione di amministratori locali cremaschi è stata in visita nei giorni scorsi alla casa circondariale di Cremona: Edoardo Vola, vicesindaco di Casaletto Vaprio e consigliere provinciale, Damiano Cattaneo, sindaco di Capralba e membro nel Comitato Ristretto dell’assemblea dei sindaci, Alessio Maganuco, presidente di Arci Porto sicuro, Elena Crotti della segreteria provinciale del Pd e Matteo Cigognini, segretario provinciale dei Giovani democratici. “Abbiamo potuto constatare la persistenza di una situazione di forte criticità legata al sovraffollamento dell’istituto: infatti a fronte di una capienza regolamentare di 380 posti, la popolazione detenuta attualmente sfiora le 600 unità. Di queste, circa il 40% sono italiani ed il restante di nazionalità straniera”. Il dato relativo ai cosiddetti giovani adulti, detenuti di età compresa tra i 18 e i 25 anni: se ne contano 53, molti dei quali trasferiti dal carcere minorile Beccaria, spesso dunque neo-maggiorenni. Per quanto riguarda la composizione dei reati, tra i detenuti stranieri prevalgono condanne per reati di natura patrimoniale e legati agli stupefacenti, con situazioni spesso riconducibili a condizioni di fragilità e marginalità sociale. Tra i detenuti italiani si registra invece un aumento dei reati legati ai maltrattamenti in ambito familiare. Anche sul fronte del personale persiste una situazione che desta preoccupazione. Gli agenti di Polizia penitenziaria in servizio a Ca’ del Ferro sono attualmente 141, a fronte di una dotazione organica prevista di circa 154 unità. Bologna. “Dietro le sbarre, oltre la coscienza”: un viaggio nell’umanità del carcere di Luigia Aristodemo direnewsoggi.it, 3 gennaio 2026 Andrà in onda oggi alle ore 12.00, sul canale 122, la nuova e intensa puntata del documentario “Dietro le sbarre - Oltre la coscienza”, girata all’interno della realtà carceraria di Bologna. Un racconto profondo che va oltre le mura e le sbarre, per restituire allo spettatore uno sguardo autentico sull’universo penitenziario, fatto di responsabilità, percorsi di recupero e riflessione interiore. La puntata si distingue per il suo taglio umano e consapevole, capace di mettere al centro la persona, prima ancora del detenuto, interrogandosi sul significato della pena, sulla funzione rieducativa del carcere e sul valore della coscienza come primo passo verso il cambiamento. A guidare questa realtà complessa è la direttrice Rosa Alba Casella, che offre una visione lucida e concreta del lavoro quotidiano svolto all’interno dell’istituto, tra difficoltà strutturali e impegno costante per garantire dignità, diritti e percorsi di reinserimento. Accanto a lei, il Provveditore Sergio Di Gregorio, che approfondisce il ruolo dell’amministrazione penitenziaria e l’importanza di un sistema che sappia coniugare sicurezza e umanità. Fondamentale anche il contributo della funzionaria giuridico-pedagogica Angela Bucci, che racconta il valore dei percorsi educativi e trattamentali, strumenti essenziali per accompagnare i detenuti in un cammino di consapevolezza e responsabilizzazione. A completare il quadro, l’intervento del Primo Dirigente di Polizia Penitenziaria, Annunziata Nudo, Comandante, che illustra il ruolo centrale della Polizia Penitenziaria nel garantire sicurezza, legalità e ordine, senza mai perdere di vista la dimensione umana del proprio operato quotidiano. “Dietro le sbarre - Oltre la coscienza” non è solo un documentario, ma un invito alla riflessione collettiva: perché comprendere il carcere significa comprendere una parte fondamentale della nostra società. Un racconto necessario, che rompe stereotipi e accende una luce su un mondo spesso invisibile, ma profondamente umano. Messina. “Un’ora di arcobaleno” per i figli dei detenuti tempostretto.it, 3 gennaio 2026 Iniziativa dei volontari di Crivop Italia Odv: “Un’ora di arcobaleno” per i figli dei detenuti. “Un momento di gioia e vicinanza dedicato ai più piccoli”. Sabato 3 gennaio, a partire dalle ore 9.00, presso la sede operativa della Crivop in via Consolare Valeria n. 19 a Messina (di fronte alla Casa circondariale), si terrà l’evento promosso dall’organizzazione di volontariato penitenziario. E che nasce con l’obiettivo di offrire ai bambini e ai ragazzi “un momento di serenità, gioco e spensieratezza, attraverso attività ludiche e di animazione, in un contesto accogliente e inclusivo”. “I figli dei detenuti sono spesso le vittime invisibili della detenzione” - Spiegano i volontari: “I figli dei detenuti rappresentano spesso le vittime invisibili della detenzione: iniziative come questa intendono richiamare l’attenzione sull’importanza di prendersi cura anche di loro, sostenendoli sul piano umano, emotivo e relazionale”. “Questo primo evento nasce dal desiderio di regalare un sorriso ai figli dei detenuti, che troppo spesso pagano conseguenze non loro - dichiara Michele Recupero, fondatore della Crivop Italia ODV. Un’ora di arcobaleno vuole essere un segno concreto di vicinanza e di speranza, affinché nessun bambino si senta dimenticato”. All’iniziativa sono stati invitati la Garante dei diritti dei detenuti, Lucia Risicato, e il Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del Comune di Messina Giovanni Amante, a testimonianza dell’attenzione istituzionale verso i minori e le famiglie coinvolte dalla realtà della detenzione. La Crivop opera da anni a fianco delle persone detenute, delle loro famiglie e dei minori, promuovendo percorsi di sostegno, inclusione e reinserimento sociale sul territorio. Sulmona. Dietro le sbarre, cuori liberi: il Giubileo dei detenuti di Erika Fossati diocesisulmona-valva.it, 3 gennaio 2026 Il 14 dicembre 2025, la Casa di Reclusione di Sulmona ha vissuto un evento straordinario per il Giubileo dei detenuti: un’esperienza di arte, musica e preghiera che ha toccato il cuore di chi era presente, portando lacrime, commozione e una rinnovata speranza. L’iniziativa “Segni di speranza per i detenuti” ha visto collaborare il gruppo degli Artisti per Dio #concreandopergeù, l’Associazione Holy Dance di Suor Anna Nobili, il gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo di Sulmona, insieme alla diocesi di Sulmona-Valva, il cappellano e la direzione del carcere, in un’atmosfera dove la presenza dello Spirito Santo sembrava tangibile. Quando Gesù entrò nella sinagoga di Nazaret, lesse dal profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19). Quelle parole, pronunciate duemila anni fa, si sono incarnate ancora una volta quella mattina tra le mura del carcere di Sulmona, dove una sessantina di detenuti hanno potuto sperimentare la libertà interiore che solo Cristo può donare. La mattinata si è svolta alternando danze, canti, testimonianze e la presentazione di sette opere pittoriche a tema giubilare, portate davanti ai detenuti perché potessero contemplarle da vicino. Le coreografie della Holy Dance, costruite sui canti della speranza e della liberazione interiore, hanno commosso molti: detenuti e operatori sono arrivati alle lacrime, un segno raro e prezioso in un luogo dove l’emozione viene spesso nascosta come segno di vulnerabilità. Il profeta Isaia aveva già annunciato questa missione di liberazione: “Proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgare l’anno di misericordia del Signore” (Is 61,1-2). Le opere pittoriche hanno parlato un linguaggio universale: le catene spezzate da Cristo, i cuori liberi, la visita del Papa ai detenuti, la mano di Gesù che invita, le sbarre che si trasformano in uccelli in volo, la Madonna della Mercede che intercede per i carcerati. Ogni dipinto è stato accolto con applausi e silenzio contemplativo, mostrando come la bellezza possa aprire il cuore anche dove il dolore sembra aver indurito tutto. La dirigente del carcere ha confessato di non essersi aspettata che anche l’arte visiva potesse toccare così profondamente i detenuti, eppure ogni opera ha suscitato commozione, come se quegli uomini vedessero finalmente riflessa la loro sete di libertà. Il momento forse più sorprendente è stato vedere uomini abituati a difendersi da ogni emozione lasciarsi finalmente toccare dalla grazia. Un insegnante di religione che lavora in carcere da dieci anni ha confidato di non aver mai visto i detenuti così emozionati. Eppure quella mattina, davanti alla bellezza della danza e dei dipinti, davanti alle testimonianze di vita trasformata da Cristo, le lacrime sono scese, segno che “se il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Gv 8,36). La libertà che Gesù dona non è solo quella fisica, ma soprattutto quella interiore: la liberazione dal peso della colpa, dall’oppressione del peccato, dalla disperazione che schiaccia. Alcuni detenuti hanno preso la parola per ringraziare, sottolineando quanto fosse importante sentirsi “visti” e accompagnati dalla Chiesa locale proprio lì, nel luogo della loro quotidianità ferita. Uno di loro, ha parlato della vita eterna e della speranza del Paradiso, riprendendo temi che erano stati toccati durante l’incontro e mostrandosi profondamente raggiunto dalla Parola. Il cappellano ha condiviso riflessioni scritte da due reclusi, tra cui uno con “fine pena mai”, in cui emergono fede, desiderio di misericordia e attesa del Regno, quasi a ribadire che nessuna storia è definitivamente perduta agli occhi di Dio. Come canta il Salmo 145: “Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi”. Particolarmente toccante è stata la testimonianza di un’artista, che ha raccontato la storia di Jacques Fesh e la propria vicenda personale, confessando che senza l’intervento di Cristo anche lei avrebbe potuto finire in carcere. Quella condivisione sincera ha creato un ponte immediato con i detenuti, che si sono sentiti compresi e non giudicati, riconoscendo in quella donna una sorella che ha sperimentato la stessa liberazione che ora era offerta anche a loro. La dirigente della Casa di Reclusione, profondamente toccata dall’evento, si è alzata spontaneamente per prendere la parola, ringraziando per l’iniziativa. Quella mattina, pregando prima dell’evento, era uscito un versetto che parlava proprio della misericordia di Dio, del suo desiderio di perdonare e di non abbandonare nessuno. Quelle parole si sono compiute sotto gli occhi di tutti: Dio non ha dimenticato questi fratelli, non li ha abbandonati dietro le sbarre, ma è entrato nel carcere attraverso la bellezza, la musica, la danza e la testimonianza, per dire a ciascuno: “Sei amato, sei prezioso, c’è speranza per te”. Come promette Isaia, “Dio darà loro fedelmente il salario, concluderà con loro un’alleanza perenne” (Is 61,8). Alla fine, mentre i detenuti uscivano dalla sala, tutti li hanno salutati con le braccia alzate, in un gesto che avrebbe voluto essere un abbraccio ma che le regole del carcere non permettevano. Eppure, anche quel saluto a distanza è stato un segno tangibile di comunione e di affetto, un modo per dire che la Chiesa non li dimentica e che Cristo continua a visitarli attraverso i suoi discepoli. La dirigente, il cappellano e molti altri hanno espresso il desiderio di ripetere iniziative simili, come se quella mattina si fosse aperta una porta nel cuore del carcere, una porta che lo stesso Signore ha spalancato per continuare la sua opera di liberazione. Chi ha partecipato porta a casa la certezza che il Vangelo è davvero “buona notizia” anche per chi vive dietro le sbarre, che la promessa di Gesù - “sono venuto a proclamare la liberazione ai prigionieri” - non è una metafora ma una realtà che continua a compiersi oggi. In quella sala, tra tele, veli e canti, il Giubileo ha preso il volto concreto di lacrime, sorrisi e abbracci mancati ma interiormente ricevuti, segno di una libertà che comincia già ora e che nessuna sbarra potrà mai contenere. “Gomorra - le origini”, l’adolescenza del male di Stefano Crippa Il Manifesto, 3 gennaio 2026 Dal 9 gennaio su Sky e Now il prequel della serie ispirata all’opera di Roberto Saviano. Sei episodi, quattro diretti da Marco D’Amore. Le regole del marketing: un brand di successo non si abbandona mai, anche se il finale - per una volta - sembra inappellabile. Non sfugge alla regola aurea anche la fiction ispirata all’opera di Roberto Saviano che torna - sotto forma di prequel - dal 9 gennaio in esclusiva su Sky e in streaming su Now, per raccontare - giustappunto - la (mala) educazione dei protagonisti della serie madre durante la loro adolescenza. Così i sei episodi previsti dalla produzione (ma in cantiere l’idea è quella di farne tre stagioni, la seconda già in fase di scrittura), per Gomorra - le origini fotografano in un lungo flashback quella che è la storia dei protagonisti. Fulcro della vicenda è ovviamente il giovanissimo Pietro Savastano (Luca Lubrano), sullo sfondo di una Napoli periferica e misera dove spiccano i palazzoni della neonata Scampia. Dal contrabbando di sigarette all’alba dell’arrivo dell’eroina che cambierà tutte le regole. Sei episodi, si è detto, prodotti da Sky Studios e da Cattleya - parte di ITV Studios, i primi quattro girati proprio da uno dei protagonisti di Gomorra (era Ciro Di Marzio), Marco D’Amore anche supervisore artistico e co-sceneggiatore del progetto, mentre gli ultimi due sono diretti da Francesco Ghiaccio. “All’inizio ho detto di no - racconta l’attore regista campano - perché nutro un sentimento di profondissima riconoscenza verso questo progetto e verso le donne e gli uomini che lo hanno animato, sostenuto, pensato, realizzato. La possibilità che mi è stata data di esordire alla regia mi incuteva timore, e poi temevo di battere una strada che forse avevamo percorso. E invece sono stato smentito, perché già quando eravamo agli albori della scrittura si intuiva un respiro, un profumo, una intenzione completamente diversa rispetto all’originale”. La serie apre su un tg del 1977 dove si dice che un bambino su sette a Napoli non raggiunge il primo anno di età: “Sono ragazzi che non sognano i sogni che dovrebbero fare i bambini - sottolinea D’Amore - e fa scoprire il presente con tanti bambini che stanno crescendo nella guerra. Così mi sono chiesto per Pietro: per essere così da bambino di cosa è stato privato?”. Il diciassettenne Luca Lubrano riveste i panni di Pietro Savastano, il boss senza pietà: “Il mio personaggio è ancora innocente, ha ancora uno sguardo malinconico ma che con il trascorrere del tempo si trasformerà in uno sguardo feroce”. Accanto a lui sempre una giovanissima Imma (interpretata da Tullia Venezia): “Imma viene da un contesto diverso perché vive nella parte più ricca di Napoli. Eppure si troverà di fronte a delle scelte da fare che poi determineranno il suo futuro e la porteranno ad essere quella che tutti conosciamo”. A chiusura di ogni episodio, l’inquietante figura di ‘O Paisano (Flavio Furno), malavitoso e detenuto in carcere che sogna una malavita ancora più feroce e legata al concetto di “famiglia”, (a tessere le fila con l’esterno è la sorella) il cui riferimento è palesemente Raffaele Cutolo e la “nuova camorra”. Gomorra, nel prequel due giovanissime attrici sono Imma e Scianel da adolescenti di Valerio Cappelli Corriere della Sera, 3 gennaio 2026 “Ci ispiriamo a Sorrentino e Leone”. Dal 9 gennaio, diretto da Marco D’Amore, il prequel della saga italiana più venduta al mondo: 190 paesi. Parlano le ragazze della nuova serie, Tullia Venezia e Fabiola Balestrieri. Fine Anni 70. A Napoli comanda il contrabbando, la droga verrà poi. Siamo all’alba della saga. Le nuove ragazze di Gomorra si chiamano Tullia Venezia e Fabiola Balestriere. La prima ha 19 anni e interpreta Donna Imma, la futura moglie del boss Savastano. L’altra sarà la camorrista Scianel, unica donna di un mondo dominato da maschi, e qui di anni ne ha 22. Da adulte diventeranno spietate. Ma le vediamo giovanissime, anche se Scianel è già madre, vittima della gelosia del marito, molto più grande di lei. “Gomorra - Le origini”, dal 9 gennaio su Sky e in streaming su Now, ci riporta a come tutto è iniziato. Dal romanzo di Saviano, è la serie tv più venduta all’estero: oltre 190 paesi. Marco D’Amore, “leggendario” Ciro, ora è regista dei primi quattro episodi (gli ultimi due li dirige Francesco Ghiaccio), supervisore artistico e cosceneggiatore. Tullia ci racconta Imma da adolescente: “Figlia di due gioiellieri che hanno il negozio a Secondigliano, nasce nella parte ricca di Napoli. Va al Conservatorio e vuole trasferirsi a New York. Non conosce le difficoltà della vita, i genitori la tengono al riparo”. Casualmente, alla fermata dell’autobus, conosce Pietro Savastano (Luca Lubrano), cresciuto senza padre né madre, si barcamena tra piccoli furti e lavoretti. Sogna ragazze, auto, cene eleganti. Ma il sogno più grande è diventare il re del quartiere. Donna Imma lo seguirà. Poi c’è Scianel, e Fabiola dice che “non può far nulla contro la violenza del marito, perché a Secondigliano è intoccabile. Non può scegliere la sua vita. Si rifugia tra i suoi profumi e qualche chiacchiera con la sua amica Imma, aspettando il giorno in cui tutto questo dolore finirà. Imparerà a diventare forte, tenace per poter essere se stessa, finalmente libera”. Tullia Venezia voleva fare questo mestiere fin da piccola, “quando ho interpretato il gatto in una recita di Pinocchio. Ma non mi considero ancora un’attrice. I miei genitori (papà lavora in banca e mamma insegna), mi hanno sempre sostenuto, e così Marco D’Amore. Che consigli mi ha dato? Di essere me stessa. Mi ha rassicurata che mi avrebbe accompagnata per tutto il progetto”. Gli Anni 70? “Erano violenti e colorati, mi piacerebbe che si tornasse ai pantaloni a zampa d’elefante. Gomorra la guardavano in tv i miei genitori, io seguivo altre serie, Stranger Things, Gossip Girl…Mi piacciono i film che mi fanno viaggiare con la mente, portandomi lontano dalla vita ordinaria”. Fabiola Balestrieri ha 22 anni, anche lei viene da un contesto borghese, papà medico e mamma infermiera, è più strutturata e adulta di Tullia, non foss’altro perché dal 2022 fa parte della squadra di Un posto al sole: “Lì interpreto una ragazza che vive tra Londra e Napoli, nata in una famiglia benestante di Posillipo. Quest’esperienza mi ha fatto capire che è il lavoro che voglio fare, sono abituata a essere fermata per strada per un selfie. Grazie a Un posto al sole non ho mai chiesto la paghetta ai miei, con i primi guadagni ho comprato una macchinetta e mi sono pagata un corso di recitazione”. La Napoli di Gomorra l’ha sfiorata, “alcuni conoscenti hanno imboccato quella strada, e un amico è riuscito a uscire dalla droga”. Al primo provino di Gomorra, in una serie precedente, doveva essere la figlia di Ciro “ma non mi presero, mi dissero che non avevo la faccia giusta per questa serie”. La sua realtà è meno favolistica di Tullia Venezia che, come dice Marco D’Amore, ha il nome di una diva del passato, le piace Monica Vitti ma non ha alcun alcun modello al cinema. Fabiola invece ammira Luisa Ranieri, “la sua naturalezza, è sempre se stessa”, e sogna un ruolo come quello del protagonista di È stata la mano di Dio di Sorrentino (che poi è l’adolescenza del regista): “Una storia che si snoda dal punto di vista di un ragazzo”. Racconta di aver vissuto delle difficoltà a scuola, “la preside e le insegnanti mi remavano contro, dicevano che il mestiere d’attrice non è un lavoro ma un passatempo”. Degli Anni 70 le piace il fatto “che non ci fossero i cellulari, so di andare controcorrente ma è così”. Fabiola, le origini di Gomorra evocano la prima parte di C’era una volta in America di Sergio Leone, l’iniziazione al crimine. “Sì, è vero, l’ho visto tante volte quel film, in Donna Imma rivedo l’amore impossibile di Noodles, e la stessa futura determinazione”. Ma qual è il film della sua vita? “Ne ho tanti, Interstellar, La vita è bella, Harry Potter che ho omaggiato con un tatuaggio ma soprattutto Il postino, il rapporto di Massimo Troisi con Neruda, l’amicizia difficile da immaginare col poeta, che diventa un valore, un insegnamento”. Cosa chiederebbe a Saviano, se lo avesse davanti? “Come ha fatto ad avere il coraggio che ha avuto”. Il rap della diaspora, in viaggio con Wissal Houbabi tra i sogni di chi emigra di Diana Ligorio Il Domani, 3 gennaio 2026 Quando Wissal Houbabi arriva in Italia dal Marocco, ha tre anni e un nome che in un piccolo paese umbro nessuno sa pronunciare. Selci, 1997: un luogo dove la vita si ripete immobile. “Eravamo tra i pochi immigrati del paese”, ricorda. La sua infanzia si sposta lungo confini, più o meno sottili, più o meno evidenti, tra un “noi” e un “loro”. Lei, senza ancora saperlo, sta imparando a vivere negli interstizi. Figlia di un ambulante e di una casalinga, cresce in una casa in cui lo sfratto è una minaccia ricorrente, il riscaldamento resta spento e la spesa del sabato è un traguardo. “I miei genitori mi hanno insegnato l’umiltà e la determinazione”. L’epifania avviene a undici anni. Un pomeriggio, davanti al televisore, succede una cosa piccola che cambia tutto. Ghetto Gospel del rapper Tupac Shakur irrompe sullo schermo, nella stanza, nella testa di Wissal. Quelle parole le risuonano: differenze, fratellanza, odio, comunità, vivere tra i bianchi. “Mi ha reso accessibile a undici anni dimensioni che avevo vissuto ma non nominato”. La parola razzismo le consegna una mappa retroattiva: tutto quello che non aveva compreso della sua infanzia, ora improvvisamente ha un nome. L’hip hop diventa il suo alfabeto politico, il canale con cui trova qualcuno che era passato da lì prima di lei. Nel paesino di collina, Malcolm X e Martin Luther King diventano compagni di strada. L’adolescenza è una deviazione forzata: “Mi sono iscritta a un istituto professionale. Non potevo dedicarmi alla creatività che era effimera”. Per andarsene sceglie l’unica possibilità: lavorare. Ristoranti, turni, piatti, valigie che si aprono e si chiudono. Si sposta tra Venezia, Verona, Trento, Trieste. Così si paga l’università - lingue e letterature straniere - e intanto fa esperienza di politica attiva. Vivere nel mondo - “Da dove vengo è per me una domanda esistenziale. Non mi sono mai sentita radicata in un contesto”. Il risultato è un’identità “da pallina da flipper”: “Cambio spesso residenza. Io sono figlia di immigrati, vivo nel movimento”. Un giorno, è in piazza con un microfono in mano. Parla. Non con il linguaggio rituale dei collettivi. Parla come i rapper che l’hanno cresciuta: diretta, tagliente, piena di immagini. Le sue parole incarnano una prospettiva inedita, “straniante”: “Ero una delle pochissime attiviste immigrate - oggi si direbbe “razzializzate” - che parlava per esperienza diretta”. Così viene invitata, quasi per caso, a un festival di poesia. Ed è lì che avviene la saldatura: “La politica e la poesia si sono manifestate insieme”. Oggi Houbabi lavora con le istituzioni culturali, ma non dimentica che “l’hip hop è stato il nutrimento per chi non era previsto potesse fruirne: mi ha fatto capire che c’è una necessità, che c’è la giustizia”. Houbabi di base vive a Bologna, all’interno di una comunità diasporica nordafricana e araba: artisti in esilio dal regime egiziano, performer palestinesi, musicisti tunisini, attori siriani, rifugiati politici, alcuni reduci da persecuzioni, “persone che nei loro paesi sono artisti affermati mentre in Italia sono alieni al mondo dell’arte che qui è un mestiere per borghesi - un privilegio, non un lavoro. Per chi vive la precarietà dei documenti, dedicarsi all’arte è impensabile”. Il doppio sigillo che blocca gli artisti della diaspora è noto: un sistema politico che non garantisce stabilità e un sistema dell’arte “chiuso che include nuove voci solo quando diventano feticci, eccezioni”. Lei stessa, quando entra in grandi istituzioni d’arte, sente un sospetto nell’aria: “Come ci è arrivata qui?”. “Dire che gli immigrati con grande talento hanno il diritto a lavorare come artisti è una pretesa. Agli immigrati viene concesso solo il lavoro nel sottoproletariato”. Quattro anni fa, con l’associazione culturale Kilowatt a Bologna Houbabi fonda Spore, un festival che nasce dalla parola “diaspora” ma ne rovescia la logica: non dispersione, ma contaminazione. “L’Italia cambierà, che lo voglia o meno”, dice. “Il confine è un luogo d’incontro”. Spore rifiuta la retorica pietistica. È piuttosto una dichiarazione di complessità. “Non uso parole come migrazione o decolonizzazione ma: bellezza, complessità, connessione”. Concetti che partono dal vissuto della diaspora ma che diventano universali. L’ultima edizione ruota intorno a “Anime della mia anima”, un omaggio a Khaled Nabhan un martire palestinese. Una frase che diventa una domanda collettiva: cosa significa essere l’anima della mia anima? “Vuol dire riconoscersi in una condizione in cui la disumanizzazione ti attraversa, ma in cui almeno qualcuno ti vede”. Anche chi non è migrante può riconoscersi in questo sguardo. “Il dilemma”, dice Houbabi, “è come fare entrare altri dalla finestra da cui sono entrata io”. Perché l’arte deve appartenere a tutti, produce visione politica. “Negare ai migranti l’accesso all’arte significa negare loro il diritto di immaginare un mondo. Di raccontarlo”. È qui che il lavoro di Houbabi diventa politico: non si tratta di rappresentare ma di redistribuire potere simbolico. La storia di Wissal Houbabi parte da una casa che non si scaldava. Continua tra manifestazioni, festival, poesie che sono anche manifesti politici. Ma soprattutto è in movimento. Come le spore. Minuscoli organismi che viaggiano nell’aria e cambiano i luoghi dove arrivano. Proprio come lei. “Norimberga”, il diritto internazionale nasce per impedire che la forza si travesta da ragione di Pier Giorgio Gawronski Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2026 Di fronte a “Norimberga” si prova una sensazione rara nel cinema contemporaneo: non tanto l’emozione, quanto il pensiero. È un film che fa un servizio pubblico - soprattutto alle nuove generazioni - ricordando come nasce il diritto internazionale moderno: non come esercizio di retorica, ma come tentativo disperato di impedire che la forza si travesta da ragione. Il processo ai gerarchi nazisti non fu un rituale di vendetta; fu, piuttosto, un esperimento morale. E come tutti gli esperimenti morali seri, mise in luce una crepa profonda che oggi ritroviamo intatta. La crepa emerge in una delle scene più disturbanti del film, quando Hermann Göring discute con un interlocutore americano. Göring non nega i crimini. Non li giustifica. Fa qualcosa di più sottile: accusa gli Alleati di ipocrisia. Voi giudicate noi - dice in sostanza - ma avete schiacciato un bottone a Hiroshima; avete bombardato città; avete ucciso civili. Con quale diritto vi ponete su un piano morale superiore? È un argomento potente, proprio perché è velenoso. Non mira ad assolvere il nazismo, ma a svuotare di senso qualsiasi giudizio. Se tutti sono colpevoli, allora nessuno può giudicare. Se nessuno può giudicare, il diritto non esiste più. Resta solo la forza. In un’altra scena, gli inglesi discutono del fatto che anche Londra aveva pianificato l’occupazione preventiva della Norvegia, per contenere la Germania. Se anche gli inglesi avevano studiato una guerra di aggressione “preventiva”, come possono condannare i nazisti per aver fatto lo stesso? La trappola è la medesima: non dimostrare che il crimine non c’è stato, ma che il crimine non è giudicabile. Questo è il punto di contatto più inquietante tra Norimberga e il nostro presente. È esattamente lo schema argomentativo usato oggi dai difensori della Russia di Vladimir Putin. L’Occidente - dicono - ha bombardato, invaso, interferito. A volte è vero, a volte no; a volte si è trattato di interventi di polizia internazionale, a volte di operazioni discutibili, talvolta francamente sbagliate. Ma la conclusione che ne traggono è sempre la stessa: poiché l’Occidente non è innocente, non può condannare la Russia. Dunque l’invasione dell’Ucraina non sarebbe giudicabile. Qui non siamo di fronte a un serio dibattito storico: siamo di fronte al nichilismo morale. L’Unione Sovietica, per quanto repressiva e fallimentare, proponeva almeno un modello alternativo - sbagliato, ma coerente - di organizzazione della società. La Russia di oggi non propone nulla. Non promette benessere, giustizia o progresso. Offre solo una cosa: la demolizione di tutti i valori altrui. Se i diritti umani sono ipocrisia, se il diritto internazionale è una farsa, se la democrazia è una messinscena, allora tutto è lecito. È un’ideologia della corrosione; e funziona particolarmente bene in Occidente, dove una giusta autocritica storica viene regolarmente trasformata in paralisi morale. I cosiddetti “putiniani” non difendono esplicitamente la Russia, ma preparano l’acqua in cui pesci come Putin possono nuotare indisturbati. Rendono impossibile una reazione compatta delle democrazie e spengono, soprattutto nei più giovani, l’idea che esistano valori degni di essere difesi. Prendiamo l’argomento dell’allargamento della Nato, uno dei cavalli di battaglia della propaganda russa. Si dice che la Nato “si sia spinta verso Est”. In realtà è accaduto l’opposto: sono stati i Paesi dell’Europa centro-orientale a chiedere di entrare nella Nato, cioè ad andare verso ovest, fuggendo da un passato che conoscevano fin troppo bene. Non avevano interesse per l’Oriente; non hanno trasferito divisioni corazzate ai confini russi; hanno ospitato, per anni, poche centinaia di soldati americani e alleati, una presenza simbolica pensata per togliere a Mosca ogni dubbio su un eventuale intervento in loro difesa. Non un’offensiva, ma un deterrente minimo. La verità è più semplice e più tragica: la Russia ha capito che non sarebbe mai più stata una grande potenza senza il dominio sui popoli vicini. Questo desiderio imperiale fatale ha spinto Putin ad aggredire l’Ucraina, come Hitler i Paesi vicini in nome di una grandezza mal riposta. Non è un’analogia storica meccanica; è una somiglianza morale: l’idea che la gloria consista nel dominare. E qui il film Norimberga ci riporta alla domanda finale, la più scomoda. Se tra ottant’anni Putin sarà ricordato come uno dei grandi criminali di guerra del nostro tempo - e tutto lascia pensare che sarà così - quale giudizio morale ricadrà su coloro che oggi lo giustificano, lo relativizzano, lo “comprendono”? La storia non è tenera con chi confonde il disincanto con la saggezza. Anche i tentativi di mediazione contemporanei lo dimostrano. Le trattative promosse da Trump si scontrano con un problema strutturale: negoziare presuppone regole condivise. Ma con chi considera il diritto internazionale nullo, ogni trattativa diventa un esercizio di teatro. C’è, infine, un contrasto che vale la pena ricordare. La gloria imperiale, cercata con la forza, è fragile e sanguinaria. La tradizione cristiana - quella che Putin ama evocare - dice l’opposto: la vera gloria sta nel servire, non nel dominare. È una verità antica e poco spettacolare, ma tremendamente attuale. Norimberga ci ricorda che il diritto internazionale nasce proprio per resistere agli argomenti di Göring. Quando li sentiamo riecheggiare oggi, con accenti diversi ma identica struttura, dovremmo riconoscerli per quello che sono: non critiche all’ipocrisia occidentale, ma tentativi di rendere il mondo ingiudicabile. E un mondo ingiudicabile è sempre un mondo pronto per il prossimo crimine. Sicurezza nelle città, il piano del Governo sui reati dei minori di Francesco Verderami Corriere della Sera, 3 gennaio 2026 Un disegno di legge anti criminalità giovanile con sanzioni anche per i genitori. Il Governo sta per varare un piano sulla sicurezza nelle città. E visto che le forze di opposizione attaccano da mesi su un tema molto avvertito dall’opinione pubblica, la premier ha deciso di rilanciare: brucerà i tempi e chiederà agli avversari di confrontarsi in Parlamento. Fin dall’inizio l’offensiva del campo largo è stata valutata da Palazzo Chigi come un’anticipazione della campagna elettorale 2027. Il primo a muoversi era stato Conte e a ruota si era esposto il Pd con i suoi sindaci. Perciò Meloni ha rotto gli indugi su un progetto che al Viminale è in incubazione da settembre: “Visto che la sinistra ha scoperto la sicurezza, vediamo se sono solo slogan”. Insomma, la premier ha colto il senso della sfida e a sua volta lancia ora il guanto agli avversari con un provvedimento che - secondo fonti qualificate - avrà due caratteristiche. Anzitutto il governo agirà con un disegno di legge, per il quale chiederà alle Camere la corsia preferenziale. Non proprio un dettaglio. La scelta di non arroccarsi dietro un decreto e di aprire il confronto con i gruppi di opposizione, intanto servirà a capire se “loro saranno conseguenti” e inoltre permetterà di tenere il tema al centro dell’attenzione parlamentare per molti mesi. Si tratta di una mossa che ha valenza politica, perché viene messa in preventivo la possibilità che le opposizioni si dividano in corso d’opera. L’altro aspetto è tecnico. Ma solo all’apparenza. Nella bozza di illustrazione del ddl è scritto che il testo “affronta in particolare il tema della criminalità giovanile”, con norme che non mirano a inasprire le norme sul piano penale quanto a comminare sanzioni amministrative che “potrebbero colpire anche i genitori per il comportamento illegale dei figli minorenni”. È una linea d’azione che il ministro dell’Interno ha spiegato con una battuta durante una riunione sul provvedimento: “Dobbiamo far tesoro dell’esperienza maturata in questi tre anni di governo...”. Traduzione dal politichese: per aggirare le secche dei tribunali, dove secondo l’esecutivo si registra un certo permissivismo sui casi di microcriminalità, è preferibile un’altra strada. Con questo disegno di legge - spiega infatti chi segue il dossier - “si afferma l’esigenza di garantire la certezza almeno di una qualche forma di sanzione”. La lotta al fenomeno dei maranza, per esempio, parte dall’idea di adottare la “tolleranza zero contro l’uso dei coltelli”. Una piaga dilagante tra i giovani. Nel disegno di legge si parla di “divieto assoluto per il porto di particolari strumenti atti ad offendere”. E viene affidata al prefetto la “facoltà di irrogare sanzioni amministrative accessorie”, come “il ritiro della patente, del passaporto, del permesso di soggiorno”. Compreso “il diritto di conseguirli”. Nel caso di minori c’è la facoltà di comminare una multa “al soggetto che è tenuto alla sorveglianza”, cioè ai genitori o a chi ne fa le veci. Per il governo colpire il portafoglio o ritirare i documenti che regolano l’attività quotidiana avrebbe un effetto di deterrenza maggiore e permetterebbe di “superare un diffuso senso di impunità”. Non a caso il provvedimento in materia di ordine pubblico prevede la depenalizzazione dei reati per “il mancato preavviso o l’inosservanza delle prescrizioni della Questura”. E stabilisce il passaggio a “sanzioni amministrative pecuniarie”. Viene toccato così il tema sensibile delle manifestazioni di piazza che influiscono sulla vita delle città. E viene scelta una nuova linea per fronteggiare atteggiamenti fuori dalla legge. Proprio in questo contesto è inserita nel ddl la norma sullo “scudo giuridico” per gli operatori dell’ordine pubblico. È il passaggio più spinoso del testo, che non prevede più l’iscrizione nel registro degli indagati “in presenza di cause di giustificazione”. Il governo, per non incorrere in obiezioni giuridiche, si è inventato quella che è stata definita “la mossa del cavallo”, estendendo il meccanismo “a tutti i cittadini”. Dunque non solo agli agenti di polizia. “Non si tratta d’introdurre forme di impunità”, sottolineano fonti accreditate: “Perché ovviamente la magistratura può decidere il rinvio a giudizio”. Dal testo - elaborato dal Viminale in sinergia con Palazzo Chigi e la Giustizia - emergono la reintroduzione della procedibilità d’ufficio per il furto aggravato (che colpisce soprattutto i turisti) e l’aggravante comune per i reati commessi ai danni dei giornalisti. È chiaro che il profilo del provvedimento sulla sicurezza nelle città è anche politico: preannuncia in Parlamento la sfida tra Meloni e i suoi avversari del 2027. Arresti domiciliari per i ragazzini, mancano solo i “cattivi maestri” per tornare agli anni 70 di Frank Cimini L’Unità, 3 gennaio 2026 Si erano scontrati davanti al liceo Einstein di Torino con i giovani di Fratelli d’Italia impegnati in un volantinaggio. Nella città del violento sgombero ai danni dell’Askatasuna la macchina repressiva riesce a prendersela addirittura con i ragazzini mandandone agli arresti domiciliari sei tra i 16 e i 17 anni per resistenza aggravata a lesioni a pubblico ufficiale. Si erano scontrati davanti al liceo Einstein di Torino con i giovani di Fratelli d’Italia impegnati in un volantinaggio. Scrive il Gip che ha firmato il provvedimento con una motivazione emergenziale più da anni 70 che da terzo millennio: “Gli indagati pur dichiarando di condannare forme di oppressione, autoritarismo e prevaricazione finiscono per adottare esattamente gli stessi metodi coercitivi giustificandoli attraverso una presunta superiorità morale degli obiettivi perseguiti. Gli indagati arbitrariamente distinguono tra violenza ‘illegittima’, esercitata dallo Stato e dalle controparti politiche che contestano, e la violenza ‘giusta’ da loro praticata giustificata e confusa per ‘resistenza’”. Il giudice, che fa copia e incolla con la richiesta di quella che viene considerata la procura più forcaiola d’Italia, sostiene “non vi siano misure meno afflittive della detenzione domiciliare perché non sono idonee a inibire il rischio di nuovi reati. Lo spregio manifestato per l’ordine costituito non permette di fondare una valutazione favorevole circa il rispetto delle medesime”. Il giudice aggiunge che trattandosi di reati particolarmente gravi commessi con l’uso della violenza ritiene di poter decidere senza il previo contraddittorio relativo alla recente nuova normativa. Ci sarebbe un pericolo di reiterazione dei reati in un contesto di escalation violenta e sistematica partecipazione a disordini. Insomma avvisarli dell’imminente misura significherebbe lasciargli ulteriore tempo per atti di violenza. Ma il clima è tale che c’è di più. Si va oltre la decisione del Gip. I dirigenti di Forza Italia di Torino, Marco Fontana e Roberto Rosso, aggiungono: “Attendiamo che vengano perseguiti gli istigatori di questi giovani perché una guerriglia urbana strutturata a farla non possono essere minorenni da soli”. Insomma parte un invito perentorio a cercare il “Grande Vecchio” che sta dietro i ragazzini del liceo Einstein, un “cattivo maestro” qualcuno che plachi la sete di chi continua a non interrogarsi sui fenomeni sociali ma a berciare “In galera, in galera”. Come faceva Bracardi mezzo secolo fa ad “Alto Gradimento”. Ma almeno Bracardi faceva ridere. Antisemitismo, il ddl Delrio arriva in Senato Ma il Pd è spaccato di Giacomo Puletti Il Dubbio, 3 gennaio 2026 Era stato il tema più caldo per il Pd nell’ultimo scampolo di 2025, e lo sarà anche in questo inizio di 2026. Parliamo del ddl antisemitismo a prima firma del senatore dem Graziano Delrio, che tanto clamore aveva suscitato nel momento in cui era stato annunciato, con tanto di firme di una decina di parlamentari dem. Una parte dei quali poi l’aveva ritirata su input dei “piani alti” del Nazareno, i quali però avevano ricevuto un due di picche dalla maggioranza dei firmatari. Ora che quel testo sta per arrivare in commissione Giustizia, mercoledì prossimo alla ripresa dei lavori, c’è da scommettere che ne vedremo delle belle, dalle parti del Nazareno e non solo. Perché nel frattempo la segretaria dem Elly Schlein ha capito che non può tirare i remi in barca su un tema così importante come l’antisemitismo, e così ha dato mandato al capogruppo al Senato Francesco Boccia, tra i primi a criticare il testo Delrio perché “non rappresenta la linea del partito”, di scrivere un altro testo avente lo stesso tema, cioè il contrasto al propagarsi di gesti, insulti e azioni antisemite, ma che non faccia riferimento alla definizione data dall’Ihra, l’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto, al quale vengono contestati alcuni esempi che compaiono nel sito e che farebbero pensare di ritenere antisemita qualsiasi critica allo stato di Israele, pur essendo presente la specifica che “le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica, tuttavia le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. In ogni caso, a sua volta Boccia ha girato la palla ad Andrea Giorgis, moderato senatore dem che è pronto a presentare un ddl questa volta sì, a nome del partito e che non abbia come riferimento l’Ihra. Ma la stessa definizione è difesa dai firmatari del testo Delrio con la motivazione che fu utilizzata anche per un provvedimento analogo da parte del Parlamento europeo nel 2017 votato anche dai Socialisti, la famiglia europea alla quale appartiene anche il Pd. “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei - si legge nel sito - Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Così come quella definizione viene usata anche in altri tre ddl, che saranno altresì discussi, a firma del forzista Maurizio Gasparri, di Ivan Scalfarotto di Iv e e del leghista Massimiliano Romeo. È probabile dunque che i testi o alcuni di essi vengano accorpati, anche perché sul tema c’è una sensibilità bipartisan che va oltre le schermaglie di partito. Relatrice in commissione sarà la leghista Daisy Pirovano. Insomma sembra che la questione possa portare maggiori grane all’interno del Pd che tra schieramenti, viste anche le prese di posizione di alcuni big dem al momento dell’annuncio del ddl Delrio. “Le critiche strumentali che leggo sanno di giustificazionismo e ipocrisia - aveva detto ad esempio la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno - Per contrastare il nuovo Antisemitismo servono serietà e strumenti concreti contro odio e discriminazioni. Grata a Delrio e quanti ci lavorano, anche in Italia, con determinazione”. Per un’altra firmataria del testo, la senatrice Simona Malpezzi, “semplicemente il disegno di legge dettaglia meglio i doveri delle piattaforme on line e i diritti degli utenti sempre per rafforzare gli strumenti di contrasto previsti nella Strategia nazionale” e “il ddl prova a garantire un intervento tempestivo in linea con i tempi di diffusione dei contenuti di odio”. Oltre che dalla stessa dirigenza del Pd, il ddl Delrio era stato fortemente criticato anche dagli alleati di Avs, e in particolare dai suoi leader Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. “Se questo testo diventasse legge, chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele verrebbe definito antisemita e quindi sanzionato”, aveva spiegato quest’ultimo. Insomma il ddl sembra già morto prima di nascere ma di certo ha scatenato una riflessione interna al Pd sulla linea del partito rispetto a un tema dirimente, specialmente in un periodo storico come quello attuale. Rispetto ai giorni dell’annuncio del testo, tra le novità c’è stata l’inchiesta che coinvolge Mohammed Hannoun, una delle voci più ascoltate del panorama pro-pal, attaccato dai riformisti dem, dai centristi e sulla cui vicenda sia da Avs che da esponenti del mondo dem è arrivato l’invito a evitare strumentalizzazioni. “Continuare a frequentare e legittimare certe figure è stato almeno un errore politico grave - ha detto la stessa Picierno commentando la vicenda - Ognuno dovrebbe interrogarsi seriamente sulle proprie responsabilità”. L’esponente dem aveva fatto notare come le “avvisaglie” di infiltrazioni della rete terroristica nel nostro Paese erano “evidenti da tempo”, citando “sanzioni internazionali, provvedimenti amministrativi, un antisemitismo dichiarato e mai nascosto” e, non da ultimo, un’interrogazione da lei stessa presentata alla Commissione Ue, già nel 2021, sulle attività del network legato alla figura di Hannoun. È probabile che la vicenda, così come gli eventi delle scorse settimane e mesi accaduti in stazioni o luoghi turistici e non solo contro persone ebree, saranno citati nella discussione in prima commissione.