Cinque suicidi dall’inizio dell’anno: nelle carceri italiane si continua a morire di Francesco Dal Mas Avvenire, 31 gennaio 2026 Un uomo si è ucciso a Firenze, altri due casi in pochi giorni nel penitenziario di Padova, al centro delle polemiche per lo spostamento improvviso di un gruppo di detenuti in altre strutture. Tre suicidi, in carcere, in tre giorni. Due a Padova, uno a Solliciano (Firenze). E un tentativo (sventato) a Potenza. La situazione più pesante è al “Due Palazzi” di Padova, dove è stata chiusa l’Alta Sicurezza e pertanto sono rimasti inattivi i laboratori d’integrazione. 23 ristretti sono stati trasferiti nottetempo in altri penitenziari italiani ed uno di loro, un ergastolano di 73 anni, impegnato in attività di cucito, si è tolto la vita. Poche ore dopo, un sinti con cittadinanza italiana di 32 anni si è impiccato nel bagno della propria cella. Nelle stesse ore, all’ospedale di Careggi in toscana moriva un 29enne che gli agenti avevano trovato in cella con un lenzuolo legato al collo, nel carcere di Sollicciano. Sale così a cinque il conto dei detenuti che si sono tolti la vita nel primo mese del 2026. Stamattina, i volontari che da decenni operano nella casa circondariale di Padova, hanno legato due rose rosse alla cancellata del carcere del Due Palazzi, dove vivono in media oltre 600 detenuti. E cresce la mobilitazione: contro - puntualizzano numerose associazioni - non solo il sovraffollamento, ma anche i passi indietro nei processi d’integrazione. Sovraffollamento denunciato dalla stessa presidente della Corte d’Appello di Venezia, Rita Rigoni: “La maggior parte purtroppo dei suicidi avvengono dove c’è il maggior sovraffollamento”. Ma a Padova c’è un motivo in più di preoccupazione. Ancora 11 anni fa si era detto che al Due Palazzi non c’erano le condizioni per mantenere l’Alta Sicurezza. Di fatto, però, era stata messa in campo una rete di attività sociale che permetteva a tanti reclusi di rigenerarsi. All’improvviso, nei giorni scorsi, è arrivata quella che Nicola Boscoletto, fondatore della Cooperativa Giotto, 35 anni di lavoro e formazione professionale dietro le sbarre, definisce “deportazione”. E a scendere in campo è stato anche il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla. “Pur rispettando le motivazioni dell’istituzione rispetto a questa decisione non posso non prendere atto che ciò comporta l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali nel percorso di rieducazione e di recupero delle persone detenute”. Il vescovo ricorda che “sono persone, quelle coinvolte sulle cui spalle pesano condanne con fine pena altissimi, per molti dei quali l’ergastolo. Ragione per cui, l’avere trovato nell’istituto della nostra città delle ragioni di speranza, prospettive di futuro per loro e le loro famiglie è stato l’occasione di riprendere in mano anche il proprio passato. E non si può che ringraziare la direzione del carcere per queste attenzioni”. Da Padova i detenuti sono stati trasferiti nottetempo a Parma, L’Aquila e Nuoro. “Sebbene i due suicidi di Padova abbiano dinamiche diverse, denunciano lo stato di prostrazione che stanno vivendo in maniere diverse le persone che si trovano a vivere in questo carcere. In certi momenti aumenta il senso di abbandono, che già è altissimo, e quindi nei grandi numeri poi le persone più fragili sono quelle che manifestano con questi atti terribili” riflette Boscoletto. Alla casa di reclusione di Padova, osserva De Fazio “670 detenuti sono stipati in 432 posti, con un sovraffollamento del 155%. Di contro, gli agenti assegnati sono solo 310, quando ne servirebbero almeno 445 (-30%)”. “Noi siamo consci che questa struttura, se paragonata ad altre in Italia, può vantare esperienze importanti di dedizione e di recupero ad una vita normale delle persone che qui dentro hanno la possibilità di cambiare - ancora Boscoletto -. Tante persone qui dentro lavorano assieme agli uomini e le donne della Polizia penitenziaria, ci mettono da decenni anima e cuore, tutti, dagli agenti agli educatori, esponenti del terzo settore”. Oggi le associazioni si sono incontrate con il Garante nazionale Riccardo Turrini Vita: hanno chiesto chiarimenti sui detenuti trasportati altrove con una modalità che definiscono non “disumana, degradante, feroce”. Il presidente della regione, Alberto Stefani, fa sapere di aver sentito il sottosegretario alla giustizia Andrea Ostellari, che gli ha dato rassicurazioni: “Stiamo facendo un lavoro insieme per incentivare la possibilità che ci siano nuovi posti di lavori nelle carceri ma soprattutto migliori condizioni di vita per quanto riguarda i detenuti. So che nei prossimi giorni il Ministero interverrà in maniera specifica, sono convinto che adotteranno le soluzioni migliori”. Tre detenuti si sono suicidati in pochi giorni: la vergogna senza fine delle carceri italiane di Federica Pennelli Il Domani, 31 gennaio 2026 È successo a Padova e a Sollicciano: morti avvenute in istituti segnati da sovraffollamento, trasferimenti, fragilità psichiche e carenza di personale. Intanto Nordio non risponde alle interrogazioni che chiedono soluzioni tempestive. Il 3 febbraio la mobilitazione con l’associazione Antigone. Negli ultimi giorni, una serie di suicidi in carcere ha riportato al centro della cronaca la durissima condizione delle persone recluse. Nel carcere Due Palazzi di Padova, tra il 27 e il 28 gennaio, un detenuto di 74 anni si è tolto la vita nella sua cella mentre era in attesa di trasferimento. Trentasei ore dopo, nello stesso istituto padovano, una persona detenuta di 36 anni ha compiuto il medesimo gesto. A centinaia di chilometri di distanza, intanto, un’altra persona di 29 anni è morta suicida nel carcere di Sollicciano, quartiere di Firenze. Vite spezzate in cella - Delle vicende si sa ancora molto poco. Il ragazzo detenuto a Sollicciano si era legato un lenzuolo attorno al collo nella sua cella ed era stato soccorso poco dopo dagli agenti di polizia penitenziaria, che lo avevano trasportato in condizioni gravissime all’ospedale di Careggi, dove è stato dichiarato morto il 30 gennaio. “A togliersi la vita è stato un ragazzo giovane con problemi di dipendenza ma anche con fragilità di tipo psichiatrico”, ha riferito la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni (Pd). “Come lui ci sono tanti altri detenuti, nelle stesse condizioni. Il carcere non può diventare il buco nero dove le persone più in difficoltà vengono abbandonate a se stesse, senza alcun rispetto per la loro tutela e la loro dignità”. Queste morti riaprono con forza il tema del suicidio in detenzione come emergenza strutturale mai affrontata. Sul sovraffollamento e sulla necessità di depenalizzare alcuni reati, prevedendo misure alternative alla detenzione per quelli minori, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato sollecitato con due interrogazioni parlamentari (presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari) rimaste ad oggi senza risposta. La denuncia di Antigone e Legacoop - “I suicidi in carcere sono uno dei termometri dello stato del sistema penitenziario italiano - dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone sulle carceri - e ci dicono che c’è un’emergenza che non si sta in alcun modo affrontando”. Nelle carceri si respira sempre più tensione, le persone detenute sono sempre più fragili e “gli operatori stremati dalla incontenibile crescita dei numeri”. Continuare a parlare solo di edilizia penitenziaria, per Scandurra, è una strategia che “non porta a nulla”. C’è bisogno di riforme e iniziative “che portino ad abbassare il numero di persone in carcere, garantendo così una presa in carico reale ed efficace delle tante fragilità che oggi si incontrano”. Le ultime morti raccontano, ancora una volta, un quadro in cui la disperazione deflagra in istituti sovraffollati, carenze di personale e di servizi di salute. In questo disastroso contesto, nel carcere di Padova si è scelto di spostare tutti i detenuti della sezione di alta sorveglianza in altre carceri, ponendo fine ai laboratori costruiti con le cooperative e allontanandoli dalle loro persone care. “Scelte come queste sembrano puntare più a minare un sistema positivo che governare la politica carceraria - dice David Rizzo, presidente Lega cooperative Veneto - che non può essere vista solo come il giusto scontare della pena ma deve essere accompagnata da percorsi di recupero e di reinserimento. Questo concetto sembra sempre più lontano dalla visione strategica e politica di chi guida le decisioni in questo settore”. I dipendenti delle cooperative che fanno parte di Legacoop Veneto sono da due giorni in sit-in di protesta davanti al carcere di Padova, proprio per queste ragioni: “Non possiamo non denunciare che scelte come queste rappresentano un’azione che mina le politiche lavorative in carcere, destabilizzano equilibri fragili ed esperienze che la cooperazione sociale sa gestire”. Giuristi e associazioni in piazza - La risposta delle reti della città di Padova al dramma delle carceri incalza duramente il governo: il centro sociale Pedro ha indetto una giornata di mobilitazione davanti al carcere Due Palazzi per il 3 febbraio alle 12, alla quale saranno presenti l’associazione Antigone, Ristretti orizzonti, Giuristi democratici, il sindacato Adl-Cobas e partiti della sinistra cittadina. “Ci ritroveremo in presidio per dire basta alla tortura della detenzione senza diritti. I responsabili hanno nomi e cognomi e sono al governo: dal ministro Nordio al nostro concittadino Andrea Ostellari, sottosegretario alla Giustizia, che si fa vanto del sistema carcerario nonostante la situazione disastrosa nella quale versano le carceri”, dice Rolando Lutterotti del centro sociale Pedro. Per l’associazione Giuristi democratici “ogni morto in carcere è una colpa dello stato, intollerabile per un ordinamento democratico e civile. È ora di smetterla di produrre galera e repressione, unica risposta che il governo pare saper dare ad ogni problematica”. Per la rete di giuristi è il momento di cambiare definitivamente pagina “ricorrendo alla detenzione davvero come extrema ratio per tutti e tutte, depenalizzando e riducendo le pene draconiane che imperversano ormai nel nostro sistema penale. Le carceri si devono svuotare con provvedimenti di amnistia e indulto da emanarsi nel più breve tempo possibile”. Un’assemblea pubblica sulla emergenza carceraria, occasione di ascolto delle voci degli operatori di Stefano Anastasia L’Unità, 31 gennaio 2026 In questi anni, come Garante per le Regioni Lazio e Umbria (fino al 2021), ho toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani. Ma la situazione attuale è molto più grave. Allora la popolazione detenuta stava diminuendo, grazie alle misure adottate dopo la condanna nel caso Sulejmanovic, alla dichiarazione di emergenza nel sistema penitenziario e al decreto Alfano, che istituiva una forma di detenzione speciale per i detenuti con condanne inferiori ai diciotto mesi. Oggi invece la tendenza è inversa: i detenuti aumentano. Questo dato si riflette nella vita quotidiana degli istituti. Dopo dieci anni di incarico, sto tornando a visitare uno per uno tutti i penitenziari del Lazio: sezione per sezione, cella per cella, bagno per bagno. Segnalo nuovamente tutto ciò che non funziona. Molti problemi sono noti, ma è importante ribadirli e farli conoscere. A Rebibbia penale, ad esempio - che anni fa era una delle strutture più avanzate del nostro sistema - un terzo dell’istituto è chiuso: due sezioni su sei. In molte celle destinate a detenuti con pene lunghe c’è ancora il bagno a vista, nonostante sia vietato dal regolamento penitenziario da venticinque anni. A Latina ho incontrato un detenuto che ha frequentato un corso sulla sicurezza sul lavoro e mi ha detto ironicamente di aver scoperto che, per salire sul letto a castello a tre, gli servirebbe il casco protettivo, come previsto dalla normativa: “Ma in carcere - mi ha detto - chi se ne importa”. A Cassino, dove metà dell’istituto è chiuso da sei anni per un cedimento strutturale, ho scoperto invece la quadriglia della socialità: poiché le stanze dedicate a momenti comuni sono ormai usate per alloggiare altri detenuti, nelle cosiddette “sezioni ordinarie”, da cui si può uscire solo per andare a fare attività (che non ci sono) o nelle stanze di socialità (che non ci sono), gli ospiti di una cella possono uscire solo per andare in un’altra, a condizione che ci sia qualcuno che ne esca per andare nella propria. Sono episodi che mostrano un sistema alla deriva. Un sistema che, nonostante l’impegno di chi ci lavora - dirigenti, agenti, funzionari, educatori - riesce a funzionare soltanto per quello scopo costituzionalmente impronunciabile che qualcuno ha già rilevato: tenere chiusa la gente. Se l’obiettivo è solo segregare, il sistema regge: possiamo arrivare a 64.000, forse anche 70.000 detenuti, violando ogni principio di dignità umana. Ma non possiamo farlo, perché la Costituzione dice un’altra cosa, perché la legge dice un’altra cosa, e perché lo dicono le convenzioni internazionali. Per questo credo che sia ogni giorno più urgente pensare a strumenti di riduzione del sovraffollamento. Lo dico senza tabù: dobbiamo tornare a parlare di amnistia e indulto, strumenti previsti dalla Costituzione. Non è una provocazione nei confronti del governo, che pure rivendica una linea “garantista nel processo e giustizialista nella pena”. È un richiamo alla responsabilità istituzionale: ognuno può portare avanti la propria politica penale, ma lo deve fare garantendo che le pene siano umane e che le carceri siano vivibili. Se si vuole arrivare ai 70.000 posti detentivi previsti, è necessario nel frattempo creare le condizioni per assicurare una pena civile e rispettosa dei diritti fondamentali della persona. In tutto questo dibattito, però, abbiamo sentito ancora troppo poco la voce di chi nel sistema penitenziario lavora ogni giorno. Gli operatori - educatori, personale sanitario, insegnanti, polizia penitenziaria - devono poter raccontare come vivono questa crisi, liberamente, senza timori di sanzioni o ritorsioni. Per questo abbiamo promosso, insieme a Nessuno tocchi Caino, un’assemblea pubblica per il 6 febbraio. Mi auguro che non sia solo un’occasione per chi parla in nome dei detenuti, ma un momento di confronto vero, dove si ascoltino anche le voci degli operatori, le loro difficoltà, la loro esperienza. È importante che anche quella voce pesi nel dibattito pubblico, perché senza di loro, senza chi ogni giorno tiene in piedi questo sistema con dedizione e sacrificio, nessun cambiamento potrà essere possibile. Esiste un diritto alla speranza che dietro le sbarre va tutelato di Ettore Grenci* Avvenire, 31 gennaio 2026 “Spes non confundit”, la speranza non delude. È questo il messaggio centrale del Giubileo che si è da poco concluso, voluto da papa Francesco proprio nel segno della speranza. La speranza - al di là della sua accezione filosofica e religiosa - assume una dimensione giuridica come diritto fondamentale e assoluto dell’essere umano, non comprimibile quale sia la sua condizione o la sua “colpa”. Basti ricordare le parole con cui la Corte europea dei diritti dell’Uomo, nella sentenza del 2019 Viola C/ Italia, ha dichiarato la illegittimità della disciplina italiana del c.d. ergastolo ostativo: “La dignità umana, situata al centro del sistema creato dalla Convenzione, impedisce di privare una persona della sua libertà, senza operare al tempo stesso per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di riguadagnare un giorno questa libertà”. In questa “possibilità”, che non ammette eccezioni, si concretizza tutto il significato del diritto alla speranza, parte essenziale e fondante la dignità dell’essere umano, soprattutto quando si trova privato della sua libertà. I primi suicidi del 2026 nelle carceri italiane ci riportano alla realtà delle nostre carceri dove la dignità e la speranza sono sopraffatte dalla sofferenza e dal disagio. Proviamo a immaginare se questa realtà la vedessimo nei nostri ospedali. Cosa diremmo? Non sono poi così diversi le carceri e gli ospedali, dovrebbero essere entrambi luoghi di cura, di riabilitazione, di speranza. Ma non è così. Il carcere è un luogo in cui marcire. Chi sbaglia non merita né speranza né dignità. Troppo poco la cattività, serve anche la cattiveria. A tutto questo papa Francesco ha voluto rispondere con parole dissonanti, dal forte significato non solo simbolico in occasione del Giubileo. Si è rivolto alla “società civile” invitandoci a divenire noi stessi “segni tangibili di speranza”. I “segni” che invece ha chiesto a chi ha il potere di incidere direttamente e concretamente per alleviare questa sofferenza sono chiari: “Forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”. Il diritto alla speranza qui assume la sua più alta e tangibile valorizzazione e realizzazione: solo con un segnale di speranza si può ottenere speranza. Una speranza declinata non solo nella fiducia verso sé stessi, per rialzarsi dopo la caduta, ma anche verso la società, perché nell’attuale condizione di inumanità delle carceri è la società ad essere colpevole nei confronti della persona detenuta. L’amnistia e l’indulto, nelle parole del Papa, non sono forme di semplice indulgenza, ma assumono l’alto significato dell’atto moralmente e giuridicamente dovuto: per ristabilire la legalità alla pena, ma soprattutto quel senso di umanità imposto dall’art. 27 della nostra Costituzione oggi del tutto smarrito. C’è una domanda che papa Francesco non mancava di porre ai detenuti nelle sue numerose visite nelle carceri, che quasi lo tormentava: “perché voi e non io?”. Una domanda contro l’ipocrisia, perché le debolezze umane sono universali e nessuno può dirsi infallibile. Una domanda contro l’indifferenza, perché il carcere diventi un pensiero per tutti e di tutti. Una domanda che dovrebbe interpellare le nostre coscienze ogni volta che pensiamo a cosa si cela dietro quelle alte mura, ogni volta che sentiamo l’ennesima invocazione al carcere come luogo di supplizio, dove far morire ogni speranza. Ma la speranza non delude. L’ipocrisia ed il silenzio dell’indifferenza sì. *Referente commissione diritti umani e carcere del Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Bologna In carcere il diritto alla salute non è garantito di Patrizia Pallara collettiva.it, 31 gennaio 2026 Gli istituti penitenziari sono in un’emergenza sanitaria: condizioni di vita pessime, carenze, disfunzioni organizzative, abuso di farmaci. Se ne parla all’assemblea aperta del 6 febbraio a Roma. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Belle parole, quelle dell’art. 27 della Costituzione, a cui si affianca il dettato dell’ordinamento penitenziario che riconosce il diritto alla salute delle persone detenute, come tra l’altro richiesto dall’art. 32 della Carta. La salute in carcere, quindi, è un diritto. Questo in teoria. Perché in pratica non è così, mai. In primo luogo il tasso di sovraffollamento che è in media del 138 per cento e risulta in crescita, e poi il numero dei suicidi (80 nel 2025), a cui si aggiungono i 161 morti per altre cause, malattia, overdose, molte da accertare, dimostrano che gli istituti penitenziari vivono quotidianamente quella che l’associazione Antigone ha definito “emergenza sanitaria normalizzata”. Il 34% dei reclami - “La questione della salute rappresenta il 34 per cento dei reclami al Garante nazionale delle persone private della libertà personale - spiega Denise Amerini, responsabile dipendenze e carcere della Cgil -. Il carcere, per le condizioni di vita nelle quali le persone sono costrette, è di per sé patogeno: ambienti insalubri, cibo insufficiente e di scarsa qualità, mancanza di spazi e occasioni per la socialità e l’attività fisica. Il sovraffollamento e la convivenza forzata, in celle piccole, favoriscono l’insorgere di molte malattie, a partire dal disagio mentale prodotto dalla carcerazione. Seguono le malattie da contatto, quelle dovute a scarsa igiene. Un terzo delle persone ha problemi di tossicodipendenza, legati all’abuso di farmaci, sedativi, ipnotici, stabilizzanti dell’umore, per dormire”. L’assemblea sul carcere - La salute è il tema di una delle tre sessioni dell’assemblea aperta “Clemenza ed umanità nelle carceri italiane” che si terrà il 6 febbraio a Roma, organizzata da una cordata di associazioni ed enti della società civile, tra le quali la Cgil: istituzioni, volontariato, operatori, garanti condividono la necessità di iniziative comuni per superare una situazione che pone il nostro Paese fuori dalle convenzioni internazionali sui diritti delle persone e dal rispetto dei principi costituzionali. Condizioni materiali e strutturali - “Le condizioni materiali e strutturali delle carceri influiscono sulla salute dei ristretti - spiega Katia Poneti, componente del Garante dei diritti dei detenuti della Toscana e della Società della ragione -. Il sovraffollamento ha come ulteriore conseguenza quella di rendere meno accessibili i servizi: se i detenuti aumentano, gli educatori, come anche gli agenti rimangono sempre gli stessi. Poi c’è una condizione strutturale: la sanità penitenziaria è gestita dai sistemi regionali, una conquista del 2008, che però causa disfunzioni organizzative, nel coordinamento, nell’attuazione, con continui scaricabarile”. Carenza di personale - Tempi di attesa lunghissimi per visite specialistiche e interventi, carenza di personale sanitario, sociosanitario, educativo e anche di personale di polizia penitenziaria. “In molte strutture la mancanza di personale e le difficoltà logistiche sono così gravi - precisa Amerini - che nemmeno i detenuti che necessitano di visite urgenti o interventi salvavita possono essere accompagnati in ospedale. Mentre le aziende sanitarie ritardano nell’individuare il personale sanitario dedicato e i livelli minimi di assistenza”. L’amministrazione penitenziaria e quella sanitaria, due entità autonome che operano nello stesso contesto, spesso non si coordinano, non si parlano e l’una aspetta l’altra quando si tratta di intervenire. Il risultato? Le situazioni e le richieste vengono prese in carico con difficoltà. Inoltre, la mancanza di investimenti che si registra nella sanità fuori dal carcere, c’è anche dentro, anzi è amplificata. Sanità penitenziaria, dove sei? - “La sanità penitenziaria costituisce oggi uno dei gravi problemi che investono il mondo carcerario - dichiara Amerini -. Il carcere deforma sempre i diritti individuali fondamentali, e tra questi il diritto alla salute, che dovrebbe avere valore preminente, perché la privazione della libertà personale non può comportare anche la privazione di questo diritto. In particolare, è la salute mentale a risultare fortemente compromessa dalle condizioni di vita detentiva, specie in contesti come l’attuale connotati da sovraffollamento. Così il carcere diventa collettore, amplificatore e produttore di forme più o meno gravi di disagio psichico”. Da una ricerca realizzata dalla Società della Ragione sulla salute mentale a Udine, Prato e nella sezione femminile di Civitavecchia, è emerso che i detenuti non fanno niente, passano tutto il giorno nelle celle senza essere impegnati in alcuna attività. Farmaci e autolesionismo - “Questo ha un impatto sul loro equilibrio psicofisico - riprende Katia Poneti -. Da qui l’uso multifunzionale dei farmaci: curativo, per controllare e tenere buone le persone, come mezzo di sballo per sopravvivere al contesto, assunti dagli stessi ristretti per dormire e avere una percezione più sfocata della realtà. Altro aspetto emerso, l’autolesionismo diffuso, impiegato dal detenuto come forma di comunicazione dopo che le altre forme usate, la parola e la richiesta di aiuto, non sono andate a buon fine. Poi c’è il rischio suicidario, sul quale le carceri sono impegnate anche in virtù dei piani di prevenzione, che però tengono poco conto del contesto, ovvero del fatto che le persone vengono tenute senza lavoro, senza formazione, senza qualcosa che dia un senso alla loro vita”. Affettività in carcere - E se la salute, come stabilisce l’Organizzazione mondiale della sanità, non è soltanto assenza di malattia ma una condizione di benessere psicofisico, anche?il diritto all’affettività e alla sessualità?deve essere riconosciuto proprio in quanto diritto. La recente sentenza 10/2024 della Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario, laddove “non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia”. “Si tratta di un risultato importante su un tema sul quale molte associazioni e organizzazioni, tra cui la Cgil si battono da tempo per chiedere la piena esigibilità del diritto riconosciuto anche dalla raccomandazione del consiglio d’Europa del 1997 - conclude Amerini -. Le persone ristrette devono scontare le pene decise dai giudici, nel rispetto delle norme, e del dettato costituzionale, che consistono nella privazione della libertà e non essere ulteriormente afflittive, mai lesive in nessun modo della dignità personale. A oggi, però, nonostante la sentenza, anche questo diritto non appare esigibile”. Tribunali di Sorveglianza, Sos magistrati: “L’attività così è paralizzata” di Mattia Bufi Il Mattino, 31 gennaio 2026 Nelle carceri italiane ci sono 63.500 detenuti dei quali sono chiamati ad occuparsi poco più di 200 magistrati di sorveglianza. Un rapporto di 1 a 300 che da solo dà la dimensione di quanto sia difficile, per quegli uffici giudiziari chiamati ad occuparsi della vita e del reinserimento dei reclusi, riuscire a portare avanti il proprio compito. Di queste criticità si è discusso ieri mattina nella sala Giancarlo Siani del Consiglio regionale della Campania, dove il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha riunito magistrati di sorveglianza, direttori di carceri, avvocati, garanti, associazioni che operano all’interno degli istituti penitenziari. Dei 63.500 detenuti totali, ben 47.857 hanno già una condanna definitiva e tra questi 16.690 una pena inferiore ai due anni. In Campania su 7.826 detenuti totali, 5.807 scontano una condanna definitiva e in 1.820 hanno una pena inferiore ai due anni. “La vera soluzione al sovraffollamento può arrivare soltanto dall’applicazione di misure alternative alla detenzione”, dice Ciambriello. E pone interrogativi: “I detenuti con pene definitive inferiori a due anni sono tutti socialmente pericolosi? Oppure potrebbero accedere alle misure alternative previste dalla legge?”. E ancora: “Quante richieste di misure alternative sono state presentate e quante sono ferme? E i magistrati di sorveglianza operano in condizioni sostenibili?”. L’appello - A questi interrogativi ha risposto Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza a Spoleto: “Non dobbiamo mai dimenticare che il carcere funziona se produce risocializzazione. Le difficoltà ci sono ma se si lavora tutti insieme si possono ottenere risultati importanti”. Per Gianfranco Marcello, direttore della casa circondariale di Secondigliano: “Sarà fondamentale aumentare l’organico dei magistrati di sorveglianza per dar loro più opportunità di stare in contatto tanto con i detenuti quanto con gli operatori che lavorano in carcere”. Della funzione del garante ha parlato invece don Tonino Palmese, che riveste questo ruolo per i reclusi della città di Napoli: “La figura del giudice di sorveglianza è fondamentale perché si occupa della vita dei detenuti. Sappiamo quante insidie rendano questo compito difficile e noi garanti possiamo contribuire ad accendere un faro sul mondo della detenzione”. Cosa legge Cospito lo decide il direttore del carcere di Marica Fantauzzi L’Espresso, 31 gennaio 2026 È un braccio di ferro tra magistratura e Dap quello intorno ai libri che l’anarchico Alfredo Cospito, detenuto al regime di 41 bis, può leggere o no. Lo scorso ottobre il magistrato di sorveglianza di Sassari aveva accolto il reclamo di Cospito, detenuto nel carcere di Bancali, contro il divieto impostogli dalla direzione della Casa circondariale di ricevere quattro libri. Secondo il magistrato, il detenuto aveva diritto ad acquistarli e leggerli, e la direzione avrebbe dovuto provvedere immediatamente. Ma il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel giro di poche settimane, ha presentato ricorso contro il provvedimento. La motivazione: i libri richiesti non figurano nell’elenco dei testi consentiti ai detenuti sottoposti a regime speciale, il cosiddetto Modello 72. Da qui, secondo il Dap, la piena legittimità del diniego opposto dalla Direzione del carcere. A sostegno di questa tesi viene richiamata una circolare del 2017, che riconosce alle Direzioni un’ampia discrezionalità nella valutazione dei singoli casi. Insomma, spetta al direttore del carcere stabilire se sia lecito fornire o meno al detenuto i volumi richiesti, sulla base di una valutazione legata ai contenuti. Anche perché nello stesso atto, l’Amministrazione ammette che ai detenuti è comunque riconosciuta la possibilità di richiedere libri non inclusi nell’elenco, a patto che siano acquistati tramite l’impresa di mantenimento dell’Istituto. Un aspetto tutt’altro che marginale, anche perché nei mesi precedenti Cospito aveva potuto acquistare altri volumi senza che fossero sollevate obiezioni. Ma allora perché, davvero, il Dap si oppone adesso? Il dubbio che il diniego sia legato ai titoli scelti non regge. I libri in questione sono: Dio gioca a dadi con il mondo, L’incubo di Hill House, Gli altri figli di Dio e Ghost Story. Ovvero un saggio di divulgazione scientifica, un thriller psicologico, un romanzo letterario a tema religioso e un classico dell’horror. Difficile sostenere che in questi libri possano annidarsi profili di pericolosità o contenuti eversivi. E infatti il Dap non lo afferma. Si limita piuttosto a sostenere che i volumi richiesti avrebbero “carattere meramente voluttuario”, non essendo “necessari per l’esercizio di diritti fondamentali”. Secondo questa impostazione, dunque, non solo devono essere censurati i libri che potrebbero mettere a rischio l’obiettivo del regime di 41 bis - ossia l’interruzione dei collegamenti tra detenuti appartenenti a organizzazioni criminali e l’esterno - ma anche quelli che il direttore ritiene superflui. Nei panni dell’altro di Mattia Feltri La Stampa, 31 gennaio 2026 Il Foglio ha pubblicato una lunga intervista a Andrea Padalino - chi nell’altro millennio si occupava di Mani pulite lo ricorderà giudice per le indagini preliminari a Milano, e lo ricorderanno anche a Torino dove è stato pubblico ministero. Oggi Padalino non può credere al sé stesso di allora, così cieco davanti alla devastazione dello stato di diritto per mano sua e dei suoi colleghi, al disprezzo per il bene supremo della libertà, alla boria e al delirio di onnipotenza, alla correità con la giustizia mediatica, agli abusi del sistema correntizio. In realtà l’elenco è molto più lungo e dettagliato e impietoso, e dopo esserne rimasto incastrato - non più carnefice ma vittima - Padalino se n’è reso conto e ora chiede scusa. Cinque, sette, dieci volte. Non le ho contate, ho mollato l’intervista prima della metà perché ero esausto. Neanche un secondo metto in dubbio l’onestà intellettuale di Padalino, però no, non ce l’ho fatta. È come con Gianni Alemanno: non gli sono mai stato così solidale, ora che da Rebibbia si batte fieramente per i diritti dei detenuti, e gli auguro con tutto il cuore di uscire al più presto. Ma mi chiedo come sia possibile che un ex sindaco di Roma per capire cos’è Rebibbia debba finirci da detenuto. Nessuno meglio di lui doveva capirlo prima. Ne aveva tutti gli strumenti. Aveva il dovere istituzionale, dunque morale, di capirlo prima, esattamente come aveva il dovere e gli strumenti il magistrato Padalino, e come loro le centinaia che ho visto prima di loro. Ma che paese siamo, se bisogna saltare un pasto per farsi un’idea di che cosa sia la pancia vuota? Carriere separate, “tregua armata” in attesa del voto di Valentina Stella Il Dubbio, 31 gennaio 2026 A sette settimane dal referendum, politica e giustizia invocano la ricostruzione di un “patto di fiducia”. Seppur con toni pacati, quasi a voler sottoscrivere una sorta di tregua, il tema che più ha riecheggiato, nelle posizioni contrapposte, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi nell’Aula Magna della Cassazione è stato quello della riforma costituzionale della separazione delle carriere. Mancano sette settimane all’appuntamento plebiscitario. Tutti - forse consapevoli che dopo il voto del 22 e 23 marzo occorrerà raccogliere le macerie di uno scontro ormai asprissimo tra politica, magistratura e avvocatura - hanno voluto auspicare coralmente l’abbassamento dei toni, il dialogo, la ricostruzione di un patto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Grande (quasi) assente il tema del carcere. Insieme al presidente della Repubblica e del Csm, Sergio Mattarella, un importante parterre ad assistere alle relazioni: i vertici di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, il presidente della Consulta, Giovanni Amoroso, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Ma anche il Segretario dell’Anm, Rocco Maruotti. Ad aprire gli interventi il Primo presidente di Piazza Cavour Pasquale D’Ascola che dopo aver elencato i risultati raggiunti, ad esempio sull’arretrato, ha richiamato ad un “rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”. E ha aggiunto, con evidente richiamo alla norma che verrà sottoposta al gradimento dei cittadini: “La preoccupazione della magistratura è quindi volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale”. Solo D’Ascola e il presidente del Cnf Francesco Greco hanno evocato la “piaga dei suicidi in carcere”, per usare le parole del primo presidente. Il quale ha ricordato come sia la condizione dei reclusi sia “le vecchie e nuove povertà crescenti nella popolazione” conducano “al cospetto del più irrinunciabile dei diritti fondamentali della persona, la dignità, che viene offesa insopportabilmente nel cittadino privato iniquamente del lavoro, nell’indigente abbandonato, nel detenuto maltrattato, talora nel sofferente giunto a fine vita”. Sul senso della riforma, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, pur auspicando un dibattito che “si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza”, è stato molto duro nel ribadire “con fermezza” di ritenere “blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, un principio non negoziabile”. Il vice presidente del Csm Fabio Pinelli ha messo in guardia dalla “delegittimazione reciproca” che “indebolisce le istituzioni, e rompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini”, i quali, “disorientati”, possono chiedersi “se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide, a vario titolo, delle loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme, anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto, nell’esercizio della giurisdizione”. È un rischio che va, secondo il vertice di Palazzo Bachelet, “responsabilmente e con il contributo di tutti, decisamente scongiurato”. Anche il pg della Cassazione Pietro Gaeta si è soffermato sui rapporti fra toghe e politica: “Lo scontro, perché come tale presentato agli occhi dei cittadini, tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico”. Dunque, come ha affermato il presidente del Cnf Greco, “con spirito collaborativo proponiamo alla magistratura un patto per la giustizia, che impegni entrambi nella ricerca delle soluzioni per affrontare i problemi che ben conosciamo”. Riguardo al settore disciplinare - tema che pure incrocia la riforma, considerata la previsione di un’Alta Corte a cui sarà trasferito il potere di giudicare i magistrati, ora affidato al Csm - nella relazione del pg Gaeta leggiamo: “Nel 2025 sono stati celebrati avanti al Csm 118 procedimenti disciplinari”, di cui “35 definiti 35 con sentenza di condanna e 31 con decisioni assolutorie”. Sono state “14 le sentenze e 38 le ordinanze di non luogo a procedere, che”, ha ricordato il procuratore generale, spesso “sottendono l’uscita del magistrato dall’ordine giudiziario” al fine di “evitare la condanna disciplinare”. Fra le 35 condanne, si contano un ammonimento, 19 censure, 7 perdite di anzianità, 4 sospensioni e “addirittura si sono avute 4 rimozioni”. La relazione specifica poi che “gran parte delle fattispecie” riguarda “ipotesi di ritardata scarcerazione”. Sul tema, non rinuncia alla polemica il deputato di Forza Italia Enrico Costa, severo nel rileggere i numeri: “Dal 2023 al 2025 il Csm ha preso 276 decisioni disciplinari nei confronti dei magistrati: solo il 26,8% sono state condanne (21,6% nel 2023, 26,7% nel 2024, 29,7% nel 2025). Il 73,2% sono sentenze di assoluzione, di non doversi procedere o ordinanze di non luogo a procedere. Inoltre il pg della Cassazione nel 2025 ha ricevuto 1.582 segnalazioni di illeciti disciplinari. Ne ha archiviati il 96,5%. Solo nel 2,5% dei casi ha avviato l’azione disciplinare”. Nordio: “Contro la riforma affermazioni blasfeme” di Angela Stella L’Unità, 31 gennaio 2026 Duro intervento del ministro, che assicura “se perdiamo il referendum niente dimissioni”. Il primo presidente della corte di Cassazione aveva detto: “Garantire che resti effettiva l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. Riforma della giustizia e indipendenza della magistratura sono stati i temi al centro dell’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi ieri nell’Aula Magna della Cassazione alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato. A meno di due mesi dal referendum costituzionale sulla separazione delle carriere le questioni sono state toccate nei vari interventi che si sono susseguiti. A cominciare da quello del Primo presidente di Piazza Cavour Pasquale D’Ascola che dopo aver elencato i risultati raggiunti, ad esempio sull’arretrato, ha richiamato ad “rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”. E ha aggiunto, con evidente richiamo alla norma che verrà sottoposta al gradimento dei cittadini il prossimo 22 e 23 marzo: “La preoccupazione della magistratura è quindi volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale”. Su questo il Ministro della Giustizia Nordio pur auspicando un dibattito che “si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza” è stato molto duro nel ribadire “con chiarezza e fermezza che ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, un principio non negoziabile”. Precisando poi che “l’attribuzione al legislatore di una intenzione di sottoporre la magistratura al potere esecutivo è null’altro che una grossolana manipolazione divinatoria di una realtà immaginaria” il Guardasigilli è sembrato voler replicare alla campagna in atto da parte dell’Anm per cui i giudici, e non più i pm, andrebbero sotto il controllo del potere esecutivo. Infine il responsabile di via Arenula ha detto che se perde il voto nelle urne primaverili non si dimetterà: “Se il popolo la respingerà, resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione. Se al contrario le confermerà, inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione”. Il vice presidente del Csm Fabio Pinelli ha messo in guardia dalla “delegittimazione reciproca” che “indebolisce le Istituzioni, e rompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini” che, “disorientati”, possono chiedersi “se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide, a vario titolo, le loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme, anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto, nell’esercizio della giurisdizione”. È un rischio che va, secondo il numero due di Palazzo Bachelet, “responsabilmente e con il contributo di tutti, decisamente scongiurato”. Anche il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta ha posto l’accento sui rapporti tra toghe e politica: “Lo scontro - perché come tale presentato agli occhi dei cittadini - tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico”. “Mi spiace - ha commentato il Presidente dell’Anm Cesare Parodi - che sia stato usato il termine blasfemo che io userei per manifestazioni e situazioni differenti da questa. Noi abbiamo delle opinioni che riteniamo fondate e che difendiamo, che hanno la loro dignità”. Mentre per Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile della campagna di Forza Italia per il Sì al referendum sulla Giustizia, “le parole usate oggi dal primo presidente della Corte di cassazione, Pasquale D’Ascola, sono la migliore garanzia per l’affermazione del sì” in quanto “l’articolo 104 della Costituzione rimane intatto” “con buona pace dei detrattori e dei bugiardi che si ostinano a diffondere notizie false e senza alcun fondamento sul referendum”. L’esecuzione della pena non è stato argomento partecipato nelle varie relazioni. Ne ha fatto cenno solo il presidente D’Ascola quando ha parlato di “piaga dei suicidi in carcere” e ha detto che “il carcere e le vecchie e nuove povertà crescenti nella popolazione conducono a cospetto del più irrinunciabile dei diritti fondamentali della persona, la dignità, che viene offesa insopportabilmente nel cittadino privato iniquamente del lavoro, nell’indigente abbandonato, nel detenuto maltrattato, talora nel sofferente giunto a fine vita”. Intanto proprio due giorni fa, come ha ricordato un comunicato del sindacato di polizia penitenziaria Uilpa “un giovane detenuto è morto suicida impiccandosi nel bagno della sua nella casa di reclusione di Padova”. Dopo quello di mercoledì mattina, “si tratta del secondo recluso in 36 ore che si toglie la vita nel penitenziario di Via Due Palazzi”. Gennarino De Fazio, Segretario Generale della UILPA ha ricordato infatti che “la strage di carcere e per carcere evidentemente continua. Se il macabro bilancio del 2025 si è chiuso con 78 detenuti (più due internati in REMS) e 4 operatori che si sono suicidati, il 2026 inizia in tragica continuità, sono infatti già 5 i ristretti che hanno deliberatamente posto fine alla loro esistenza nel mese di gennaio non ancora finito”. Hasib “torturato”, a processo il poliziotto indagato. Il collega condannato per falso di Eleonora Martini Il Manifesto, 31 gennaio 2026 Caso Omerovic. Il giovane rom sordo precipitò dalla finestra. Il 2 novembre la prima udienza. Porta ancora addosso - e dentro - i segni della caduta dalla finestra della sua camera da letto, Hasib Omerovic, il giovane rom sordo che il 25 luglio 2022 precipitò sul selciato dopo un volo di otto metri mentre nel suo appartamento di via Gerolamo Aleandri, a Roma, si erano introdotti quattro poliziotti del distretto Primavalle per una perquisizione. Dopo quasi due mesi in coma, otto mesi di ospedale e una lunga riabilitazione, ora il quarantenne Omerovic potrebbe forse essere in grado di assistere al processo che si terrà contro il poliziotto accusato di averlo torturato. L’allora assistente capo di polizia Andrea Pellegrini, 54 anni, è stato infatti rinviato a giudizio del Gup di Roma per i reati di tortura (art.613 bis commi 1, 2 e 3) e falso aggravato. Condannato invece a un anno e 4 mesi per falso ideologico, dopo un rito abbreviato, l’agente Alessandro Sicuranza che dovrà anche risarcire la famiglia con 10 mila euro, l’Associazione 21 luglio (che ha sostenuto la famiglia Omerovic ed è parte civile in tutti i procedimenti) con 2 mila euro, e pagare le spese processuali. Mentre per lo stesso capo d’accusa è stata assolta l’agente Maria Rosaria Natale, che si fermò all’ingresso dell’appartamento. Al processo dell’agente Pellegrini - che inizierà il 2 novembre 2026 e nel quale il ministero dell’Interno comparirà come responsabile civile - si è potuti arrivare grazie al quarto poliziotto presente quel giorno in casa Omerovic, dove Hasib era rimasto ad accudire Sonita, la sorella minore invalida totale per un ritardo cognitivo. Sonita rimase gravemente scioccata dalla scena ma riuscì in qualche modo a riferirla, testimone oculare. Per quanto riguarda il teste chiave Fabrizio Ferrari, 35 anni, a settembre 2025 ha patteggiato una pena di undici mesi per aver redatto insieme ai colleghi un verbale falso. Va ricordato che il blitz dei poliziotti di Primavalle avrebbe preso impulso dalla volontà di spaventare Hasib e indurlo a non commettere più le presunte molestie verbali che, secondo i post social di alcuni abitanti del quartiere, l’allora 36enne disabile avrebbe commesso nei confronti di alcune ragazze. Dicerie mai confermate. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Stefano Luciani, in casa Omerovic quella mattina, Pellegrini, “con abuso di poteri ed in violazione della funzione” e “con il compimento di plurime e gravi condotte di violenza e minaccia, cagionava all’allora 36enne un verificabile trauma psichico, in virtù del quale lo stesso precipitava nel vuoto dopo aver scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga per sottrarsi” alle torture. In particolare, ricostruisce la procura di Roma, l’agente Pellegrini, dopo aver colpito “immediatamente e senza alcun apparente motivo” Hasib in volto, avrebbe brandito contro di lui “un coltello da cucina”. Poi, “avendo trovato la porta della stanza da letto di Omerovic chiusa a chiave, la sfondava con un calcio, sebbene l’uomo si fosse prontamente attivato per consegnare le chiavi”. Subito dopo Hasib sarebbe stato costretto a “sedere su una sedia” e gli sarebbero stati “legati i polsi” con “un filo della corrente di un ventilatore”. Come in una scena di Tarantino, il poliziotto avrebbe a quel punto di nuovo colpito “con uno schiaffo” il giovane sordo continuando a brandire il coltello con minacce e urla. L’assistente capo Pellegrini e l’agente Sicuranza però la raccontarono diversamente: secondo il pm che li accusa di falso, i due attestarono che il blitz era stato deciso quando i quattro agenti si erano “incrociati per strada lungo il tragitto e non, come realmente accaduto, da accordi telefonici previamente intercorsi”. Arrivati sul posto, poi, le due pattuglie avrebbero “ricevuto dai condomini dello stabile” “informazioni secondo cui all’interno dell’appartamento degli Omerovic vivevano più persone che danno spesso problemi al condominio”, con “scarsa igiene” e sonore “litigate”. Dall’abitazione, poi, secondo quanto raccolto dagli agenti, “spesso provenivano urla e lanci di oggetti come bicchieri e coltelli dalla finestra”. Informazioni che in realtà, sostiene il pm, “erano state acquisite soltanto dopo che il 36enne era precipitato nel vuoto”. Carlo Stasolla, il presidente dell’Associazione 21 luglio esprime grande soddisfazione e promette: “Continueremo a vigilare sulla vicenda garantendo la nostra presenza in ogni tappa del percorso giudiziario sino a quando tutti i responsabili non saranno individuati e puniti e la famiglia riceverà il giusto risarcimento”. Padova. Detenuto del Due Palazzi si toglie la vita, secondo caso in 36 ore di Silvia Quaranta Il Gazzettino, 31 gennaio 2026 Stefani: “Sono episodi che devono far riflettere, ho parlato con Ostellari”. Il garante Bincoletto: “Situazione in peggioramento, lo segnalo da mesi” Un altro suicidio al carcere Due Palazzi di Padova, il secondo in meno di tre giorni. A togliersi la vita, nella serata di giovedì, è stato Matteo Ghirardello, 33enne vicentino di Romano d’Ezzelino e di origine Sinti. Ieri mattina, per ricordare i due reclusi, alcune delle numerose associazioni impegnate nel reinserimento dei detenuti si sono trovate davanti alla casa di reclusione per depositare due rose rosse. Un modo per dire “che qui si entra, ma si esce anche. Ogni giorno” Ghirardello era un pluripregiudicato, con alle spalle numerosi precedenti per furti e rapine. Un passato difficile, ma anche - almeno sulla carta - la possibilità di ricostruirsi un futuro: l’età giovane e l’inserimento nei percorsi lavorativi lasciavano immaginare margini di recupero. Invece, forse anche a causa della tensione di questi giorni, il carcerato ha preso una decisione estrema, togliendosi la vita nel bagno della sua cella. Difficile indagare le ragioni del suo gesto, ma il Garante dei diritti dei detenuti, Antonio Bincoletto, punta il dito sul sovraffollamento ai massimi storici. “È da ottobre dell’anno scorso che denuncio una situazione che sta progressivamente degenerando. C’è un sovraffollamento sempre più grave, un aumento esagerato delle presenze e un malessere che pervade tutto l’istituto. Sono stato ascoltato fino a un certo punto, ma purtroppo adesso gli effetti si stanno vedendo e sono tragici”. Quello di Matteo Ghirardello è il settimo suicidio negli ultimi dieci anni, ma anche il secondo in circa 36 ore, al Due Palazzi di Padova. Un dato che colpisce soprattutto perché riferito a una struttura spesso indicata come un’eccellenza nazionale sul fronte del trattamento rieducativo. Sono 25 le associazioni che operano all’interno del carcere e, secondo le stime, circa il 90% dei detenuti è coinvolto in percorsi lavorativi o formativi. Proprio questo modello, negli anni, è finito però anche al centro di polemiche. Il via vai di volontari e operatori era stato indicato come causa di gravi falle nella sicurezza. Di qui la decisione, nel 2015, di togliere a Padova il settore di Alta Sicurezza, scelta poi congelata dopo le proteste del terzo settore, dei sindacati e dell’allora direttore Salvatore Pirruccio. Poi, questa settimana, l’ordine di trasferire immediatamente 23 detenuti di Alta Sicurezza verso altri istituti dove, però, solo una minima parte dei reclusi ha accesso alle attività. E proprio questo cambiamento così repentino e inaspettato avrebbe indotto al suicidio un altro detenuto: Giovanni Marinaro, 73 anni, di cui oltre quaranta trascorsi in carcere. Era un boss della ‘ndrangheta di Corigliano. Negli ultimi 18 anni aveva vissuto al Due Palazzi in una cella singola, trovando un equilibrio soprattutto grazie al laboratorio di cucito. Aveva già preparato i bagagli per il trasferimento, poi circa un’ora prima della partenza il gesto estremo. “Sono casi che devono far riflettere - commenta il Presidente della Regione, Alberto Stefani - e proprio oggi ho sentito il sottosegretario alla giustizia Andrea Ostellari, con cui lavoriamo per incentivare nuovi posti di lavoro nelle carceri ma soprattutto migliori condizioni di vita per quanto riguarda i detenuti”. Padova. Ventuno tragedie in vent’anni: Il Garante: “Dramma annunciato” di Silvia Quaranta Il Gazzettino, 31 gennaio 2026 Antonio Bincoletto: “C’è un malessere diffuso a causa dell’aumento. Il fenomeno dei suicidi nelle carceri italiane continua a restare un punto critico nel sistema penitenziario. Secondo i dati dell’osservatorio di Ristretti Orizzonti (a partire da quelli del Ministero della Giustizia) lo scorso anno nelle carceri italiane sono morte 241 persone, di cui 80 tentati o consumati suicidi, con un’incidenza che resta superiore alla media tra i cittadini liberi e conferma come il disagio psicologico sia una delle emergenze strutturali tra i reclusi. L’anno prima, nel 2024, il bilancio era di 246 morti, dei quali 91 suicidi. In generale, nell’ultimo periodo, l’andamento appare stabile. E la situazione padovana, nel confronto, sembrava un raggio di sole: nessun caso di suicidio nel 2025, “solo” uno nel 2024, nessuno nel 2023. In totale si parla di sei persone che si sono tolte la vita tra l’inizio del 2005 e la fine del 2025. Bisogna andare indietro fino al 2014 per trovare tre casi in un anno. Poi, di colpo, due persone che si tolgono la vita a poche ore di distanza l’una dall’altra. E così, tra l’inizio del 2006 e l’inizio del 2026, si sale a sette morti in dieci anni, ventuno negli ultimi venti. Sul primo dei casi più recenti, quello del boss mafioso Giovanni Marinaro, i sospetti sono chiari: di mezzo c’era un trasferimento non voluto, ed anzi temuto con tanta ansia da preferire la più definitiva delle soluzioni. Sul secondo si aprono tante letture: Matteo Ghirardello aveva 33 anni e, nonostante il passato tumultuoso, buone speranze di ricostruirsi una vita. Tra le cause del suo malessere il Garante regionale dei detenuti, Antonio Bincoletto, indica un contesto carcerario “progressivamente degenerato”. “È da ottobre dell’anno scorso spiega che denuncio una situazione che va degenerando. C’è un sovraffollamento crescente, un aumento esagerato delle presenze e un malessere che pervade tutto l’istituto. Sono stato preso in considerazione fino a un certo punto, però purtroppo adesso vediamo che gli esiti si cominciano a vedere e sono tragici”. Per il Garante, il problema non è legato soltanto a singoli drammatici episodi, ma a una serie di scelte politiche che stanno mettendo sotto pressione un sistema già fragile. “C’è poca attenzione a quello che qui è stato realizzato sottolinea e quindi anche al modello che ha rappresentato fino ad oggi Padova. Sotto questo punto di vista si registrano scelte discutibili, che non rispecchiano il dettato costituzionale”. Il riferimento è al recente trasferimento di 23 detenuti dell’Alta Sicurezza, che va a scardinare una parte essenziale del progetto padovano. Bincoletto annuncia anche un intervento della conferenza dei garanti, in programma la prossima settimana: “Il 6 febbraio saremo a Roma per chiedere interventi straordinari, né indulto né amnistia, ma strumenti per favorire l’uscita di persone che hanno dimostrato comportamento corretto”. Tra le proposte sul tavolo c’è un aumento dei giorni di sconto per buona condotta: attualmente 45 giorni ogni sei mesi, l’ipotesi è quella di portare questa soglia a 60 o 75 giorni nei casi considerati opportuni. Alla vigilia di questa iniziativa, Bincoletto non nasconde amarezza per l’ascolto finora limitato: “Per quello che succede a Padova, nessuno aspettava questa nuova tragedia. Eppure era in qualche modo in conto, perché l’emergenza esiste. Ci si aspetta ora un ripensamento e una programmazione delle attività che tenga conto di un rischio che aumenta sempre di più. Non solo: Se nel percorso carcerario non si fa un buon trattamento, al termine della detenzione si tornerà a delinquere come è successo da sempre”. Padova. “Diritti calpestati, la rieducazione è fondamentale” di Silvia Quaranta Il Gazzettino, 31 gennaio 2026 Il secondo suicidio in tre giorni all’interno della Casa di reclusione Due Palazzi scuote anche il mondo sindacale. Con una nota congiunta, Cgil Padova e Fp Cgil Padova parlano di “tragico epilogo di una gestione che calpesta la Costituzione e il lavoro rieducativo”, chiedendo un intervento strutturale dello Stato sul sistema penitenziario. “Quel che vediamo dichiarano in una nota congiunta Cgil Padova e Fp Cgil Padova è una ferita aperta lasciata sanguinare da troppo tempo, con gravi rischi di infezione. Una situazione che interroga le istituzioni sulla reale tenuta del modello detentivo e sul rispetto dei diritti umani fondamentali”. Secondo l’esponente sindacale, la recente decisione dell’amministrazione carceraria di chiudere la sezione Alta Sicurezza, ignorando i percorsi di rieducazione già avviati, rappresenta un atto di forza che colpisce il diritto alla riabilitazione: “Questa scelta ha messo in atto una violenza morale tale da causare il suicidio di un detenuto che non ha retto alla notizia di una vera e propria “deportazione” verso un luogo non identificato”. A rincarare la dose sulla gestione tecnica e pedagogica dell’istituto interviene anche la segretaria provinciale della Fp Cgil Padova, Marika Damiani che mette in luce come tali decisioni amministrative svuotino di senso il lavoro quotidiano degli operatori. “È evidente conclude Damiani che quanto successo al Due Palazzi, ovvero la decisione di trasferire d’autorità i detenuti inseriti nei progetti, rappresenta un grave svilimento di questo lavoro professionale”. Sul fatto interviene anche Giampiero Cirillo segretario Uil-pa Padova e Rovigo: “Assistiamo ad una situazione di sovraffollamento ormai degenerata fino a causare questi tragici eventi, che non possono trovare alcuna soluzione di miglioramento se, prima di tutto, non viene aumentato il personale all’interno e non si riacquista quella funzione della pena che deve essere di rieducazione e riabilitazione del detenuto: così si arriva solo alla disperazione e a nuovi eventi tragici, senza prospettive di miglioramento”. Padova. Detenuto suicida, i volontari: “Denunciato lo spostamento al governo, nessuna risposta” di Alex Corlazzoli Il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2026 Aveva 74 anni, il terzo carcerato che si è tolto la vita in un mese. Rossella Favero (coordinamento associazioni): “Aveva trascorso 38 anni nel carcere ‘Due palazzi’, non ce l’ha fatta a sopportare questa ennesima condanna”. La lettera al Dap e al ministero della Giustizia. È il terzo suicidio in carcere in meno di un mese. G.M., 74 anni, ergastolano nella casa circondariale “Due Palazzi” (Padova) si è tolto la vita mercoledì mattina all’alba. Quel giorno era previsto il suo trasferimento in un’altra prigione, con altri compagni, dopo decenni nella stessa cella, per decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). A denunciare il caso sono i volontari che lavorano nel carcere. Accusano il governo di aver accentrato a Roma le decisioni sulle attività ricreative per i detenuti, ponendo “ostacoli”. Non solo: lunedì hanno saputo del trasferimento improvviso, 48 ore dopo, di 22 detenuti storici del Due Palazzi. Tra loro c’era G.M. Per lo spostamento dei reclusi, i volontari avevano scritto al governo chiedendo un incontro, e programmato un sit-in di protesta proprio mercoledì. In tanti, di fronte alla morte di G., hanno pianto. La tragica notizia ha colpito anche l’associazione Antigone che si trova costretta a registrare un’altra esistenza terminata in cella: il 6 gennaio scorso a farla finita è stato un 52enne a Cremona, venerdì 16 un 24enne a Santa Maria Capua Vetere. Ornella Favero, direttrice dello storico giornale “Ristretti Orizzonti” redatto dai detenuti, al Tgr ha detto: “Togliere la speranza alle persone significa incitarle al suicidio”. Anche Anna Maria Alborghetti della Camera Penale di Padova ha sottolineato che “c’è un principio che vieta la regressione trattamentale”. Giovanni Vona del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria) ha parlato di “conseguenze serie per il metodo di lavoro”. A parlare con ilfattoquotidiano.it di quanto è avvenuto al “Due Palazzi” è Rossella Favero, del coordinamento delle associazioni attive all’interno dell’istituto di via Due Palazzi. Per tutti coloro che sono impegnati in carcere a Padova questo lutto è un allarme e l’iniziativa messa in atto dal Dap un modo per interrompere il lavoro in atto da anni con gli ergastolani. Voi volontari avete parato di un suicidio annunciato: perché? Questo Governo ha messo in atto una serie di nuove restrizioni per i circuiti di Alta Sicurezza che hanno messo degli ostacoli alle sperimentazioni in essere a Padova e non solo. Con la circolare del 21 ottobre scorso del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ogni iniziativa culturale, educativa o ricreativa deve essere autorizzata direttamente dal Dap di Roma. In questo contesto che già aveva penalizzato i detenuti di quel reparto, lunedì scorso abbiamo avuto notizia, grazie alla direzione del carcere, che ventidue persone di lunghissimo corso sarebbero state improvvisamente trasferite in altre case di reclusione del Nord Italia. Senza interpellarci, senza coinvolgere chi da anni lavora con loro attraverso laboratori artigianali, teatrali, artistici, hanno deciso che dovevano andarsene. Il coordinamento del carcere “Due Palazzi” che unisce le cooperative e le associazioni che da decenni sono attive nella casa di reclusione ha scritto immediatamente al capo del Dap e al capo segreteria del ministro della Giustizia Carlo Nordio per denunciare questo trasferimento chiedendo un incontro ma nessuno si è fatto vivo. Tra quei detenuti, questa persona di 74 anni che ha trascorso 38 anni a Padova non ce l’ha fatta a sopportare questa ennesima condanna. Com’è riuscito G.M. a suicidarsi? Da quel che sappiamo l’hanno trovato morto all’alba nella sua cella (singola ndr). Martedì l’ho salutato. Era annichilito, straziato dall’annuncio del trasferimento. In Alta Sicurezza a Padova ci sono ergastolani che hanno più o meno una settantina di anni. Con loro abbiamo costruito rapporti di conoscenza cresciuti nei decenni e umanamente ricchi. Interrompere la loro vita al “Due Palazzi” è stata una violazione del divieto di regressione trattamentale. Ognuno di loro si è sentito come un pacco postale. G. non aveva mai fatto un giorno di permesso, era riservato, frequentava un laboratorio di artigianato e aveva ricostruito la sua esistenza a Padova. Ricominciare tutto a quell’età in un altro carcere non è facile. Non solo Padova è coinvolta in questo processo in atto da parte del Governo. Sì, in tutt’Italia c’è questo atteggiamento ma sono convinta che ci sia la volontà di colpire Padova per quello che rappresenta. Da noi ci sono persone detenute in Alta Sicurezza alle dipendenze della casa di reclusione grazie a un progetto finanziato da Cassa Ammende, i laboratori di pittura e di scrittura, permessi premio collegati ad attività rieducative, il noto giornale “Ristretti Orizzonti”. Da otto anni abbiamo un coordinamento che raggruppa Ristretti Orizzonti, Granello di Senape, l’Organizzazione volontari carcerari, le cooperative “Giotto”, “AltraCittà”, “WorkCrossing”, TeatroCarcere e altri soggetti. Abbiamo instaurato un’ottima collaborazione con i sindacati della polizia penitenziaria, con l’area trattamentale, la direzione. Oggi il “modello Padova” è sotto attacco. Un attacco che arriva da Roma? Sì, la direzione del carcere, gli agenti e tutto lo staff non c’entrano nulla. La decisione del trasferimento è stata presa dal Dap. È una scelta cinica della politica. Ma in passato era accaduto qualcosa di simile? Ho lavorato venticinque anni al “Due Palazzi”: questo è il momento peggiore. Ci sono stati problemi anche negli anni addietro ma ora c’è solo una visione punitiva che non tiene per nulla conto dell’articolo 27 della Costituzione. Ora cosa chiedete al Dap? Purtroppo, nonostante il suicidio, l’operazione prevista è proseguita: la maggior parte di loro sono stati trasferito in tutta fretta alle prime luci dell’alba mercoledì. Chiediamo rispetto per il nostro lavoro e per le persone che vivono lì. Nei giorni scorsi “Ristretti Orizzonti” aveva segnalato il problema del sovraffollamento: il numero di persone detenute nella sola ala di custodia cautelare ha raggiunto i 269 detenuti, ben al di sopra della capacità regolamentare di 188. Un numero “mai raggiunto prima”. Lì siamo al collasso. Le persone vengono messe persino nelle sale dedicate alla socialità perché non ci sono più celle. Gli agenti sono sotto organico. Per fortuna abbiamo una situazione migliore per quanto riguarda l’area trattamentale. Non possiamo andare avanti così”. Padova. L’ex direttore del Due Palazzi: “Già nel 2015 mi dissero che serviva spazio” di Enrico Ferro Il Gazzettino, 31 gennaio 2026 Salvatore Pirruccio, per 13 anni direttore del carcere Due Palazzi. Come sta? “Benissimo, sono in pensione dal 2018”. Ha visto cos’è successo nel carcere di Padova? “No, dal carcere di Padova manco dal 2015, poi ho fatto tre anni al Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria e sono andato in pensione. Quindi non conosco più la situazione di Padova”. Ma ciò che è successo affonda le radici proprio nel 2015. Hanno trasferito i 23 detenuti in massima sicurezza per la chiusura della sezione. E la notte precedente uno di questi si è suicidato. Aveva 74 anni, faceva laboratorio di cucito. Non ha retto lo stress. “Mi dispiace molto”. Ricorda quella fase? “Sì, il Dipartimento all’epoca decise di chiudere il reparto per destinarlo in altro modo. Alcuni andarono già all’epoca, altri rimasero. Evidentemente ora hanno deciso di chiuderlo definitivamente”. Quale fu l’esigenza? “Non lo dissero a me ma credo volessero utilizzare quell’area per i detenuti comuni”. C’è chi sostiene che l’attività lavorativa fatta in carcere, per certi versi, entri in conflitto con le esigenze di un regime di massima sicurezza... “Mah, guardi: potremmo anche considerarla una motivazione ma si tratta sempre di organizzazione. Ci sono luoghi in cui i detenuti comuni e quelli in regime di alta sicurezza prestano le attività lavorative. Basta non mescolarli. Di certo la soluzione non può essere quella di non applicare il trattamento a questi detenuti. La risocializzazione avviene attraverso il lavoro. Sono attività obbligatorie previste dalla Costituzione. E vale per tutti”. Un detenuto in massima sicurezza può vedere gente estranea al carcere? “Se il trattamento è in uno stato avanzato e i riscontri sono positivi, si può fare. Generalmente non si fa ma non c’è il divieto. Ora non so io come siano organizzati lì dentro. Bisognerebbe chiedere alla mia collega che dirige il carcere”. Quindi nel 2015 l’esigenza fu quella di fare spazio? “Credo di sì, credo che il dipartimento avesse queste intenzioni. Ma sono considerazioni mie, non conosco i loro progetti”. Semplicemente le dissero che bisognava chiudere quell’ala. “Bisognava spostare i detenuti, sì”. Lei ebbe anche qualche problema giudiziario per la riclassificazione dei detenuti. “Sì, vennero a vedere com’era la situazione. E come si può ben vedere per dieci anni non è cambiato nulla. Poi ovviamente cambiano gli uomini, cambiano le posizioni all’interno dell’amministrazione penitenziaria e vengono presi altri provvedimenti. Ma 10 anni sono tanti eh...”. Può essere che questo avvenga per la china securitaria del governo? “La sicurezza non va mai da sola, va sempre insieme al trattamento penitenziario”. Dunque lei sostiene ancora il modello-Padova per la gestione delle carceri? “Certo, perché solo così si ottiene ciò che la nostra Costituzione, all’articolo 27 comma terzo, ci impone. Noi abbiamo l’obbligo di rieducare i detenuti”. I carcerati in regime di massima sicurezza potrebbero essere inseriti con percorsi dedicati solo a loro? “Si può fare, certo”. A Padova però ci sono state varie inchieste: in carcere entravano telefonini e droga. Non è che abbia contribuito a questa dismissione? “Purtroppo queste derive ci sono, non solo a Padova. Io penso che non bisogna scoraggiarsi e che, anzi, dimostrare cosa si fa di buono all’interno delle carceri è sempre la strada giusta”. Cosa può rappresentare il trasferimento per un detenuto? “Una persona di 74 anni, anche in un carcere, si regola la vita nel migliore dei modi. Quando poi si cambia questo status c’è chi resiste e altri, i più fragili, che non ce la fanno”. Ma perché da 2015 così tanto tempo per chiudere la sezione? “(ride) Non lo so. Bisognerebbe chiederlo a chi c’è adesso”. Milano. “Il lavoro mi avvicina alle mie figlie”: le speranze dei detenuti all’articolo 21 di Andrea Ceredani Avvenire, 31 gennaio 2026 Sono le persone che possono lavorare all’esterno. Nel carcere di Bollate, a Milano, hanno incontrato le imprese per un impiego: tra chi lo trova la recidiva crolla. Maila lavora senza mai perdere di vista le sue figlie Carolina, 32 anni, e Gaia, 19 anni. Le loro fotografie, stropicciate e colorate, sono appese su una bacheca che incornicia lo schermo del suo computer: “Le tengo qua per tirare avanti - racconta -. Quando mi viene un po’ di malinconia, le guardo e mi ripeto che prima o poi tornerò da loro”. A separare Maila dalle figlie, sono le sbarre e le spesse mura del carcere milanese di Bollate in cui è detenuta. La donna è una delle 175 persone che attualmente lavorano all’interno della casa di reclusione, in attesa che la direzione del carcere e i magistrati di sorveglianza le approvino l’ambitissimo “articolo 21”: il lavoro all’esterno. Ma ai detenuti non basta la buona condotta e il beneplacito dei giudici per uscire dal carcere con un impiego: serve, come a tutti, un’offerta di lavoro. Per questo, il carcere di Bollate ha aperto le porte ai rappresentanti di dieci aziende del retail associate a Confimprese per valutare l’assunzione di detenuti “in articolo 21”. L’obiettivo? Superare il pregiudizio sui carcerati. “Il lavoro è dignità. Mi serve per continuare a fare la mamma, per sentirmi utile al mondo e alla famiglia - ha commentato Maila, rivolta alla delegazione di Confimprese -. Per raggiungere questa dignità, però, ho bisogno che voi imprese mi diate fiducia”. I detenuti nel carcere di Bollate - e nelle altre case di reclusione italiane - hanno formazioni professionali di ogni genere. Alcuni si sono specializzati prima di entrare in carcere, come nel caso dei medici o degli ingegneri reclusi, ma in altre circostanze è proprio l’esperienza maturata in galera ad alimentare il curriculum degli aspiranti “articolo 21”. “Tra dentro e fuori, durante la mia pena ho fatto di tutto - continua Maila -. Ho lavorato per corrieri e per mobilifici. Ho il certificato per la sicurezza alimentare e quello per guidare il muletto. Finché resto dentro, sento il peso della galera addosso: per questo ho più voglia di lavorare di molte persone libere”. Per la maggior parte dei detenuti in Italia, però, trovare un impiego con datori di lavoro esterni è un percorso a ostacoli: secondo i dati del ministero della Giustizia riferiti al 2024, solo il 5,1% della popolazione detenuta lavora per imprese diverse dall’istituto penitenziario e 898 sono i lavoratori “in articolo 21”. Solo in sei carceri, in particolare, la percentuale di lavoratori all’esterno supera il 20% (dati Antigone). Se questi numeri crescessero, diminuirebbe di pari passo la recidiva: secondo i dati raccolti dal Cnel, le probabilità che un detenuto lavoratore (o che ha svolto percorsi di formazione in carcere) torni a delinquere scendono al 2%, contro il 69% dell’intera popolazione carceraria. Eppure, assumere un detenuto è vantaggioso anche per le aziende. Non solo per le compensazioni che alleggeriscono il costo dei contratti: “È una sfida che ha una serie di vantaggi - spiega Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa di Bollate -. I detenuti contribuiscono sicuramente al profitto, perché le imprese assumono persone competenti. Ma contribuiscono anche alla sicurezza sociale: il lavoro dà identità ai carcerati e un senso alla pena”. Dello stesso parere sono anche le aziende che hanno incontrato i detenuti a Bollate. Ruggero Rutigliano, responsabile delle risorse umane di un’azienda di calzature, sostiene che le barriere logistiche dovute al carcere non ostacolino un’assunzione: “Hanno degli orari di rientro in carcere molto rigidi - spiega ad Avvenire - ma, dopo questa visita, credo che un loro inserimento sarebbe assolutamente possibile. Se ogni impresa facesse la sua parte, anche il sistema carcerario ne beneficerebbe”. Altre aziende presenti a Bollate, invece, si sono già dette pronte a imminenti assunzioni. “Per le imprese retail rappresenta un’opportunità per rispondere alla carenza di personale con lavoratori motivati, accompagnati da percorsi di formazione e responsabilizzazione”, commenta Mario Resca, presidente di Confimprese. La maggior parte dei detenuti lavoranti a Bollate, in effetti, ripete di essere guidato da una motivazione nata in carcere. “Dietro alle sbarre ci sono anche persone con disabilità fisiche che vogliono e possono lavorare”. A sostenerlo è Elena, che ha una invalidità sociale ed è la prima detenuta in Italia ad aver ottenuto il permesso per lavorare all’esterno come attrice di teatro. Negli anni ha interpretato personaggi femminili da Antigone ad Alda Merini. “Vengo da una famiglia criminale - aggiunge - e non ho mai lavorato. Ma in carcere ho scoperto una parte di me che non conoscevo, lavorando nel teatro. Ho compreso in galera quanto il lavoro sia importante per me”. Al momento, però, Elena è disoccupata: “Combatterò anche la mia disabilità e cercherò un reinserimento sociale, ma serve che ci vive fuori abbatta il pregiudizio. Varcare la linea tra libertà e detenzione può succedere a tutti”. Torino. Formazione e lavoro: nasce “Percorso 27” per il reinserimento dei detenuti di Antonella Rea torinocronaca.it, 31 gennaio 2026 È stato presentato ieri, presso la Fondazione CRT, “Percorso 27. Formazione e lavoro oltre la pena sulle orme di Giulia di Barolo”, un progetto biennale, scalabile e replicabile su scala nazionale, volto a contrastare il fenomeno della recidiva e a promuovere l’inclusione sociale e lavorativa delle persone con un trascorso detentivo. In Italia la recidiva tra le persone detenute si attesta mediamente tra il 60% e il 68%, mentre scende drasticamente fino al 2% per chi svolge attività lavorative (progetto CNEL “Recidiva Zero”). L’iniziativa è promossa e sostenuta dalla Fondazione CRT e si fonda su una rete qualificata di partner: l’Associazione Con Voi APS, responsabile della gestione complessiva e dell’attuazione operativa delle attività; Robert F. Kennedy Human Rights Italia contribuisce alla valorizzazione e potenziamento dei percorsi formativi e attività di monitoraggio; la Fondazione Industriali di Cuneo supporta il coinvolgimento delle imprese e l’accompagnamento al lavoro; il CNEL realizza un rapporto annuale di analisi sui percorsi di inclusione socio-lavorativa nel sistema penitenziario piemontese, rafforzando la dimensione di policy e conoscenza del progetto; Sviluppo Lavoro Italia contribuisce infine al coinvolgimento delle realtà produttive del territorio, favorendo un matching mirato ed efficace tra competenze, opportunità occupazionali e fabbisogni delle imprese. Il progetto è realizzato sotto l’egida del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Ispirato alla figura di Giulia di Barolo, protagonista a Torino di un’opera pionieristica a favore delle donne detenute e del loro reinserimento sociale, “Percorso 27” intende sostenere la costruzione di nuove prospettive di autonomia, inclusione sociale e inserimento lavorativo per le persone detenute, attraverso un insieme integrato di azioni di formazione, accompagnamento e accesso al lavoro, con l’obiettivo di contribuire in modo concreto alla riduzione della recidiva. Prende avvio da una sperimentazione presso la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino e si sviluppa su un arco temporale di due anni, prevedendo l’inserimento professionale di circa 60-80 beneficiari nel corso del biennio, con un impatto positivo atteso non solo sulle persone direttamente coinvolte, ma anche sulle loro famiglie e sulle comunità di riferimento. “Percorso27” si articola in fasi operative: una prima fase di profilazione clinica, attitudinale e professionale per individuare bisogni, competenze e aspirazioni dei partecipanti e costruire percorsi personalizzati. La seconda offre una formazione multidisciplinare, combinando supporto psicologico, educazione finanziaria, alfabetizzazione linguistica e formazione tecnica e professionalizzante, per sviluppare le competenze trasversali (“soft skills”) e professionali (“hard skills”). La terza fase accompagna l’inserimento lavorativo, grazie al coinvolgimento di imprese e agenzie per il lavoro, e un’attività di mediazione tra domanda e offerta. L’intero percorso è seguito da un sistema di monitoraggio e valutazione, che misura l’efficacia degli interventi e l’impatto generato, inclusa la riduzione del rischio di recidiva. “Il progetto Recidiva Zero, portato avanti dal CNEL insieme al Ministero della Giustizia, ha l’ambizione di promuovere in un’ottica di sistema attività concrete che possano favorire il lavoro e la formazione in carcere e fuori dal carcere, quali veicoli di reinserimento sociale per le persone private della libertà. Sappiamo che in Italia chi esce dal carcere ha il 70% di probabilità di ritornarci. La nostra sfida è abbattere o addirittura azzerare questa percentuale, attraverso un ampio programma che prevede il coinvolgimento di tutti gli stakeholder pubblici e privati impegnati nel settore. Per questo abbiamo siglato una lunga serie di accordi, a cui ora si aggiunge l’intesa con la Fondazione CRT. L’obiettivo è mettere insieme sicurezza e dignità, sicurezza e inclusione. E rendere effettiva la finalità rieducativa della pena, come richiesto dall’articolo 27 della Costituzione”. È quanto ha dichiarato il presidente del CNEL Renato Brunetta. “Percorso 27 è una sfida che mette in campo soggetti di primo piano e nasce dalla convinzione che il reinserimento sociale e lavorativo delle persone con un trascorso detentivo richieda interventi strutturati e condivisi: un’iniziativa che si inserisce nella tradizione torinese di attenzione alla dignità della persona e alla giustizia sociale, di cui Giulia di Barolo è figura simbolo - ha dichiarato la Presidente della Fondazione CRT, Anna Maria Poggi -. Un impegno che si colloca in un percorso più ampio della Fondazione CRT, che anche attraverso il progetto Diderot promuove un’offerta didattica innovativa rivolta anche alle persone in stato di detenzione, con particolare attenzione ai minori, nella convinzione che l’educazione sia uno strumento fondamentale di riscatto e di inclusione. Solo attraverso alleanze solide e una visione di lungo periodo è possibile affrontare le fragilità sociali e costruire percorsi di autonomia reali, capaci di generare benefici per l’intera comunità”. “Oggi compiamo un passo decisivo nella giusta direzione: quella di favorire il reinserimento sociale dei detenuti, nell’unico modo che riteniamo veramente valido ed efficace, il lavoro, la via maestra per il pieno trattamento, quindi per il recupero della persona. Solo attraverso il lavoro la persona riassume dignità e si crea un futuro spendibile fuori dagli istituti. - ha sottolineato il Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove -. Con questa meta affermiamo con orgoglio il paradigma che caratterizza la nostra amministrazione: “lavoro, lavoro, lavoro!”. Per Paola Nicastro, Presidente e Amministratore Delegato di Sviluppo Lavoro Italia: “Il Protocollo Quadro tra Sviluppo Lavoro Italia e Fondazione CRT avvia in Piemonte una collaborazione strutturata per rafforzare la filiera formazione-lavoro-inclusione, attraverso la promozione di un modello concreto di politiche attive, che parte dalle competenze, valorizza il potenziale individuale e costruisce un ponte reale con il mercato del lavoro. Due gli ambiti individuati per avviare la collaborazione: le transizioni dalla scuola verso il mondo del lavoro, con interventi di informazione, sensibilizzazione e orientamento, per sostenere concretamente la piena attivazione della filiera formativa tecnologico-professionale e, in particolare, l’adesione ai percorsi quadriennali disponibili sul territorio regionale; l’inclusione socio-lavorativa delle persone detenute ed ex detenute, con interventi che uniscono, in modo strutturato, accompagnamento e inserimento lavorativo e che dimostrano come l’integrazione dei target a maggior rischio di marginalizzazione non sia solo una responsabilità sociale, ma una scelta strategica per la sicurezza, la coesione e lo sviluppo del Paese”. Prima dell’apertura dei lavori si è svolta la firma ufficiale dei Protocolli di Intesa tra la Fondazione CRT e il CNEL e tra la Fondazione CRT e Sviluppo Lavoro Italia. Ad aprire l’incontro è stato Claudio Albanese, Vicepresidente della Fondazione CRT. A seguire, l’intervento “Recidiva zero” di Renato Brunetta, Presidente del CNEL. Andrea Delmastro Delle Vedove, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, ha proposto una riflessione su “Nuovi futuri attraverso il lavoro: un’alleanza tra istituzioni e imprese”. L’evento è poi proseguito con la presentazione di “Percorso 27 - Formazione e lavoro oltre la pena sulle orme di Giulia di Barolo”, con un approfondimento sulle fasi, le azioni e gli obiettivi del progetto. Sono intervenuti Claudia Amoruso, Presidente di CON VOI APS e referente del progetto, Kerry Kennedy, Presidente della Robert F. Kennedy Foundation, Paola Nicastro, Presidente e Amministratore Delegato di Sviluppo Lavoro Italia, Giuliana Cirio, Presidente della Fondazione Industriali per la cultura d’impresa e per il lavoro, ed Elena Lombardi Vallauri, Direttrice della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”. La seconda parte dell’incontro ha affrontato il tema “Territori che includono: lavoro, politiche attive e sicurezza sociale”, con gli interventi di Elena Chiorino, Vicepresidente della Regione Piemonte, e Michela Favaro, Vicesindaca di Torino. Le conclusioni sono state affidate ad Anna Maria Poggi, Presidente della Fondazione CRT. Sulmona (Aq). Detenuto morto in carcere, chiesto il rinvio a giudizio per tre medici ilgerme.it, 31 gennaio 2026 Arriva la richiesta di rinvio a giudizio per i tre medici in servizio nel carcere di massima sicurezza di Sulmona, accusati dell’omicidio colposo dei Pietro Guccione, detenuto morto a 62 anni, nel dicembre 2022. A chiedere il processo per i sanitari (due donne e un uomo, di età compresa tra i 51 e i 70 anni) è il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona, Stefano Iafolla, a seguito della denuncia presentata dai familiari della vittima. Le accuse, secondo la Procura, sarebbe solide per essere sostenute in giudizio. I tre avrebbe cagionato la morte del detenuto, non rispettando le pratiche clinico assistenziali, omettendo accertamenti tempestivi, nonostante il quadro clinico del sessantaduenne. Guccione aveva avuto un malore nella propria cella, il 16 dicembre 2022. Poi la caduta e la perdita di coscienza dalla quale non si era più ripreso. Una morte improvvisa solo ad un primo impatto, poiché a detta dell’accusa, i sintomi comparsi nei giorni precedenti avrebbero dovuto allertare il personale medico. Il dolore a spalla e braccio, i giramenti di testa e la pressione alta: segni di un imminente arresto cardiaco. Dalle visite di controllo non era emerso nulla. Per tre giorni, raccontano i familiari, aveva chiesto di essere visitato e per tre giorni si era recato in infermeria, senza però essere per questo sottoposto a visita specialistica: un elettrocardiogramma o la visita cardiologica. “Attendiamo la fissazione dell’udienza preliminare. Siamo pronti a costituirci parte civile”, commenta l’avvocato De Pascale. Guccione era ritenuto associato alla famiglia mafiosa di Pagliarelli, era stato arrestato dai carabinieri di Palermo il 30 maggio del 2007 perché coinvolto nell’inchiesta coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano che ha fatto luce su un giro di estorsioni e traffico di droga. Rovigo. Nuovi progetti per i detenuti: l’assessore Milan ha avviato il tavolo delle associazioni di Elisa Barion polesine24.it, 31 gennaio 2026 Un occhio di riguardo per gli ultimi tra gli ultimi, gli invisibili: persone che vivono sul territorio cittadino, seppure in una condizione “particolare”, ma delle quali in pochi si ricordano, ovvero i detenuti. Dominga Milan, assessore ai servizi sociali di palazzo Nodari dallo scorso 12 dicembre, sta riversando il proprio impegno verso la casa circondariale e le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale che vivono nella struttura. “È un lavoro complesso e anche molto delicato - spiega Milan - ma che era necessario affrontare”. Per capire a fondo la portata di questo obiettivo, va chiarito un punto fondamentale. Da qualche tempo i rapporti tra la casa circondariale e le associazioni che al suo interno operano realizzando dei progetti a favore dei detenuti si sono “raffreddati”. Questo perché è stato necessario prendere una pausa per rimettere ordine, sotto il profilo operativo, alle modalità di conduzione dei progetti stessi. D’altra parte, la casa circondariale di via Bachelet non è un luogo qualsiasi ma una struttura di massima sicurezza e i detenuti non sono sottoposti tutti allo stesso regime di restrizione. Dunque qualsiasi movimento è regolamentato da norme necessariamente rigide. Dagli accessi dei volontari ai prodotti che possono varcare la soglia della struttura, giusto per citare un paio di esempi: tutto deve essere preventivamente autorizzato e tracciato. E nel rimettere ordine a questo tipo di autorizzazioni nei confronti delle attività promosse dall’esterno, c’è stata una battuta d’arresto nei rapporti con le associazioni responsabili. E qui è intervenuta l’assessore Milan: “Come amministrazione - racconta - abbiamo convocato un tavolo che ha riunito le associazioni del territorio che si occupano di attività rivolte ai detenuti per ripristinare un collegamento con la direzione della casa circondariale. È un primo passo che punta ad evolversi per attivare nuovamente dei progetti a beneficio dei detenuti”. Perché, certamente sono persone che devono pagare un debito con la giustizia, ma sono pur sempre persone. Delle quali, purtroppo, troppo spesso ci si dimentica. Bergamo. Emergenza carcere, Azione interroga il Ministro Nordio bergamonews.it, 31 gennaio 2026 Carenza di educatori, personale sanitario insufficiente, condizioni di vita disumane e aggressioni al personale; Benzoni: “La casa circondariale di Bergamo non è un caso isolato”. Dopo i recenti appelli lanciati anche dalla sindaca Elena Carnevali, Azione Bergamo mantiene alta l’attenzione sulla situazione della struttura penitenziaria di Via Monte Gleno. Alla luce dei fatti di cronaca, delle parole della direttrice AntoninaD’Onofrio e di una presenza di detenuti cronicamente prossima al doppio dei posti regolamentari, Azione ha presentato una interrogazione indirizzata al Guardasigilli Nordio. Nel testo, depositato dal vicecapogruppo di Azione alla Camera e segretario regionale per la Lombardia Fabrizio Benzoni, da tempo impegnato sul tema del carcere, si chiede al Ministro Nordio quali iniziative urgenti intenda adottare al fine di migliorare la vivibilità e ripristinare condizioni di dignità e sicurezza, mediante il rafforzamento degli organici della polizia penitenziaria e del personale educativo e amministrativo, nonché il potenziamento dei presìdi sanitari, all’interno della casa circondariale di Bergamo; se intenda adottare iniziative di competenza, anche normative, di carattere strutturale per l’incremento delle misure alternative alla detenzione e per il rafforzamento dell’ufficio per l’esecuzione penale esterna, al fine di sostenere percorsi di formazione, lavoro, istruzione e reinserimento, in collaborazione con enti locali e terzo settore della provincia di Bergamo, e ridurre il tasso di sovraffollamento - ormai prossimo ad una percentuale del 200% - della casa circondariale don Fausto Resmini. “La casa circondariale di Bergamo non è un caso isolato”, osserva il deputato Benzoni. “All’emergenza del sovraffollamento, con un numero di detenuti che ha raggiunto quasi il doppio della capienza regolamentare, si aggiunge la palese carenza di personale educativo, sanitario e di polizia penitenziaria. Questo è lo specchio di una situazione che riguarda tutti gli istituti penitenziari del nostro Paese. Secondo i dati ministeriali, molte strutture sono strutturalmente incapaci di garantire sicurezza, dignità umana e percorsi di rieducazione, come previsto dalla nostra Costituzione. Un carcere non può essere un luogo dove si sopravvive alla pena, ma deve restituire alla società persone realmente riabilitate. Tuttavia, la realtà quotidiana è diversa: grave carenza di educatori, personale sanitario insufficiente, condizioni di vita disumane e frequenti aggressioni al personale confermano che non si sta facendo ciò che è necessario per rispettare l’art. 27 della Costituzione”. A Benzoni fa eco il segretario provinciale, Rossano Pirola: “Come Azione Bergamo abbiamo visitato il carcere, organizzato incontri sul tema e sostenuto la raccolta fondi promossa dall’associazione Carcere e Territorio Bergamo Aps per finanziare le borse lavoro per i detenuti, considerate strumento fondamentale per il loro reinserimento e per ridurre la recidiva. Al contrario, in Italia, circa il 70% delle persone che escono dal carcere torna a delinquere, un dato allarmante rispetto alla media europea, che si attesta tra il 15% e il 20%. Si aggiunga che nell’anno 2025 in Italia 80 detenuti si sono tolti la vita: tutto ciò è inaccettabile. In attesa di risposta da parte del Ministero, continueremo a vigilare sulla situazione”. Reggio Calabria. “Oltre la pena, educazione e possibilità di riscatto” di Giorgia Rieto reggiotv.it, 31 gennaio 2026 Il carcere come luogo di recupero, relazione e cambiamento possibile, soprattutto per i più giovani. È questo il filo conduttore dell’intervista a Stefano Fazzello, già educatore presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria ed ex direttore dell’U.S.S.M., figura di riferimento nel sistema della giustizia minorile e professionista con una lunga esperienza all’interno del Ministero della Giustizia. Un racconto che mette al centro il lavoro degli educatori e delle équipe multidisciplinari negli istituti penitenziari, il valore della collaborazione tra le diverse figure professionali e l’importanza di aprire il carcere al territorio, anche attraverso momenti di confronto pubblico come il convegno in programma il 21 marzo a Palazzo Campanella. Quanto è importante il lavoro di squadra all’interno della struttura penitenziaria? Il lavoro d’équipe incide in modo determinante nel percorso di recupero dei detenuti perché consente una lettura completa e non parziale della persona. Ogni figura professionale: educatori, psicologi, assistenti sociali, polizia penitenziaria, direzione, contribuisce con competenze diverse ma complementari, fondamentali per costruire un progetto trattamentale efficace e personalizzato. Solo attraverso il confronto costante e la condivisione delle informazioni è possibile intervenire in maniera coerente, evitando interventi isolati che rischierebbero di essere inefficaci o contraddittori. Il lavoro di squadra permette di accompagnare il detenuto in un percorso di responsabilizzazione, aiutandolo a prendere consapevolezza dei propri errori e, allo stesso tempo, a riscoprire capacità e risorse spesso inespresse. Offrire una reale possibilità di recupero non è quindi il compito di un singolo, ma una responsabilità collettiva che coinvolge tutti gli operatori della struttura. È proprio questa azione comune che rende credibile il percorso di crescita e cambiamento, soprattutto nel caso dei minori, per i quali l’intervento educativo condiviso può rappresentare una vera occasione di riscatto personale e sociale. Come si riesce a rendere il carcere un luogo educativo senza farsi coinvolgere emotivamente? Vivere all’interno del carcere senza farsi coinvolgere è difficile, ma un certo grado di coinvolgimento, soprattutto per l’educatore, è necessario. L’educatore è presente in tutte le attività svolte dai detenuti e il suo ruolo è centrale. Si lavora molto sulle attività educative e sportive, senza tralasciare momenti apparentemente semplici ma fondamentali, come la lettura di un libro o la proiezione di un film. Sono esperienze che aiutano a rendere la vita del detenuto il più possibile normale, pur nella complessità del contesto carcerario. Nel corso dell’intervista, Fazzello ricorda anche Emilio Campolo, educatore del carcere di Reggio Calabria e amico fraterno, scomparso prematuramente, il cui approccio umano e pedagogico continua a rappresentare un modello per chi opera ogni giorno nel mondo penitenziario. Che collega e che educatore è stato Emilio Campolo? Con Emilio Campolo ho condiviso una parte importante del mio percorso professionale. Ci conoscevamo già fuori dal carcere e avevamo una vita in comune legata al volontariato. Insieme ci siamo immedesimati profondamente nel lavoro all’interno della struttura penitenziaria, condividendo gioie e dolori. Emilio era estremamente preciso, soprattutto nell’individuazione delle linee trattamentali. Era una persona alla mano, con una capacità eccezionale di dialogare con i detenuti e, all’interno del gruppo di lavoro, era colui che più di tutti cercava di far emergere le qualità delle persone piuttosto che le loro mancanze. Sapeva essere fermo quando serviva, ma sempre con equilibrio. Emilio Campolo ha rappresentato la sintesi dell’educatore esemplare all’interno del carcere. Quanto è cambiata nel tempo la visione del carcere e del recupero sociale? Rispetto a trent’anni fa sono stati fatti grandi passi avanti, soprattutto dal punto di vista sociale. Oggi c’è maggiore attenzione alla persona detenuta e c’è la possibilità di far conoscere all’esterno la realtà delle carceri e lo sforzo quotidiano di chi vi lavora. Il carcere non deve rimanere una struttura chiusa, ma deve comunicare a tutti, detenuti compresi, che è possibile emergere anche a livello sociale. Sono fondamentali i convegni e tutte le iniziative realizzate insieme al terzo settore, per far comprendere che il carcere non è solo punizione, ma può diventare un segnale di rinascita. Genova. “Carcere città nella città”, la lezione che sposta lo sguardo genovaquotidiana.com, 31 gennaio 2026 Studenti e Comune ragionano su giustizia, dignità e vuoti urbani. “Prisoners in Genoa” è il tema al centro della lezione del master degree in Architectural Composition: non solo architettura carceraria, ma rapporto tra istituzioni complesse e spazio urbano, con l’assessora all’Urbanistica Francesca Coppola che invita a leggere il carcere anche come occasione per riflettere su connessioni tra dentro e fuori e su spazi della città da rigenerare. Un carcere non è soltanto un edificio. È un’idea di società che prende forma in muri, corridoi, cancelli e distanze, e che inevitabilmente finisce per parlare di giustizia, controllo, potere, dignità e reintegrazione. È da questa prospettiva, più sociale che tecnica, che si è mosso “Prisoners in Genoa”, l’incontro che ha portato studenti e studentesse del master degree in Architectural Composition a ragionare sull’architettura carceraria non come tema specialistico isolato, ma come lente per interrogare la città e le sue contraddizioni. Il punto di partenza della lezione è stato chiaro: l’architettura non è mera produzione di edifici, ma un atto etico e culturale, perché lo spazio non si limita a contenere funzioni, le orienta e le condiziona. E quando lo spazio è quello della detenzione, ogni scelta - dalla luce ai percorsi, dalle soglie ai vuoti - diventa un modo di definire cosa una comunità intende per pena, per sicurezza e per possibilità di ripartenza. Dentro questo ragionamento, gli studenti non si sono fermati alla struttura carceraria in sé, ma hanno spostato la discussione sul carcere come parte integrante del tessuto storico, geografico e urbano. L’idea che emerge è quella di un “dentro” che non può essere pensato come un mondo separato, perché il carcere è, in molti casi, una città nella città: un luogo che incide sul paesaggio, sulle relazioni, sui flussi e sulle percezioni, e che quindi obbliga a domande scomode su inclusione ed esclusione. Alla lezione del professor Vittorio Pizzigoni, del Dipartimento Architettura e Design, ha partecipato anche l’assessora all’Urbanistica Francesca Coppola, che ha evidenziato quanto la discussione le sia sembrata densa e concreta, proprio perché capace di partire da un tema difficile e arrivare al cuore dell’abitare. L’assessora ha messo in luce l’approccio emerso dai lavori, centrato sull’idea che il carcere non vada pensato come elemento isolato ma in relazione al contesto e alla comunità, e che l’abitare non sia soltanto una questione di metri quadri ma di legami, di connessioni possibili tra dentro e fuori, tra spazi e persone. Nella sua lettura, riflettere sul carcere significa anche accendere un faro su ciò che spesso viene spinto ai margini del discorso pubblico, cioè la dignità quotidiana e la possibilità di reintegrazione, che passano anche dalla capacità di una città di includere e prendersi cura. Il titolo “Prisoners in Genoa” finisce così per essere più che una lezione universitaria: diventa un modo per affrontare, attraverso l’architettura, istituzioni complesse e controversie sociali che non si risolvono con un progetto edilizio, ma che un progetto può peggiorare o migliorare. E in questo incrocio tra riflessione accademica e sguardo amministrativo si inserisce anche un’altra chiave richiamata dall’assessora, quella dei “vuoti urbani” da rigenerare, perché discutere di carceri non significa parlare solo di prigioni, ma anche di spazi che la città ha smesso di comprendere e che, proprio per questo, rischiano di restare esclusi da ogni idea di futuro. Catania. Un reato grave e il sabato (in monastero) per ricominciare di Giorgio Paolucci Avvenire, 31 gennaio 2026 Inizia l’avventura di un diciassettenne che fa il suo ingresso nel chiostro delle suore di Santa Chiara a Biancavilla, sulle pendici dell’Etna. Il magistrato ha approvato un percorso di “messa alla prova”. Mezza giornata ogni sabato in un monastero di clausura. Per conoscere un mondo agli antipodi da quello che ha frequentato. Per lasciarsi interrogare da una scelta di vita radicale. Per respirare aria buona, con la quale forse potrà nutrire il suo cuore intossicato. Comincia oggi l’avventura di un diciassettenne che fa il suo ingresso nel monastero delle suore di Santa Chiara a Biancavilla, sulle pendici dell’Etna, pochi chilometri da Catania. Riccardo (nome di fantasia) vive in una comunità di accoglienza per minori dopo avere commesso un reato grave, e il magistrato che si occupa del suo caso ha approvato un percorso di “messa alla prova”, come viene chiamato l’istituto giuridico che sospende il processo penale in cambio di un programma riabilitativo che, se portato a termine positivamente, evita la condanna. Il giovane, che frequenta una scuola professionale, entrerà nel convento ogni sabato svolgendo attività di giardinaggio e manutenzione. È un’esperienza unica in Italia, e viene da pensare cosa possa significare in una stagione in cui la devianza giovanile popola le cronache, interroga le coscienze e costringe a cercare risposte all’altezza di una problematica così complessa. La proposta di accogliere Riccardo è maturata nel monastero di Biancavilla durante un momento conviviale proposto dalle monache ai giovani della comunità di accoglienza Comu.Casa gestita dalla cooperativa ARA. Dopo il comprensibile imbarazzo iniziale, il clima si è sciolto e sono fioccate le domande dei ragazzi: perché una scelta così “strana”? che senso ha isolarsi dal mondo per tutta la vita? come si vive in questo luogo a parte, abitato dalla preghiera? perché avete rinunciato alla libertà eppure raccontate che siete libere? e perché quei volti che sprizzano gioia? E così, in un dialogo tra due mondi apparentemente lontani, insieme alle educatrici presenti è spuntata la proposta delle monache di ospitare Riccardo per poche ore alla settimana. Sarà un’occasione per misurarsi con quella realtà sconosciuta eppure affascinante, quasi una sfida lanciata a chi porta nel cuore una ferita profonda in cerca di guarigione: vuoi provare a guardare da vicino un’esistenza così particolare, per capirne le ragioni e provare a verificare se ha qualcosa da dire alla tua? Suor Cristiana, la religiosa che ha avanzato la proposta insieme alle consorelle, è convinta che possa diventare anche un’occasione per tutte loro, per approfondire il senso della vocazione che ha cambiato l’esistenza. Per capire che la clausura non è un ripiegamento su di sé ma un’apertura al mondo, alle domande di senso che abitano il cuore di ogni uomo e di ogni donna e trovano una risposta nell’abbraccio di Cristo che non conosce confini. Nella “Preghiera per i fratelli carcerati” scritta da suor Cristiana vengono ricordati “coloro che vivono oltre le grate, che per alcuni sono il segno di una vita di unione con Dio, per altri una conseguenza di scelte sbagliate. Ma tutti ci portiamo dentro qualche prigione”. E nel testo di quella preghiera sta scritta la risposta ai giovani che durante l’incontro le avevano chiesto se una monaca è dentro o fuori dal mondo: “? nel cuore del mondo”. Nel cuore trafitto dal male ma che può incontrare una misericordia capace di sanare le ferite e di rigenerare l’esistenza. Non sappiamo come finirà la scommessa che comincia oggi tra le mura di quel monastero di Biancavilla, ma certamente ha qualcosa da dire a chi vive dentro e fuori da quelle mura. Monza. Pranzi della solidarietà oltre le sbarre. L’iniziativa di Geniattori e Le Crisalidi di Cristina Bertolini Il Giorno, 31 gennaio 2026 Ogni sabato di marzo gli incontri nella casa circondariale di via Sanquirico. A pranzo “in galera”. È l’idea nata dal sodalizio tra l’associazione culturale e teatrale GeniAttori e la cooperativa sociale Le Crisalidi: quattro appuntamenti gastronomici solidali per avvicinare la cittadinanza al carcere di Monza, creando momenti di scambio e condivisione. Il ricavato sosterrà la realizzazione della prima edizione del festival Secondo Atto di Teatro, Carcere e Comunità ideato e organizzato da Geniattori e Le Crisalidi, in collaborazione con il Comune di Monza. Le prenotazioni sono nominali ed è necessario seguire tutti i passaggi indicati nel modulo (cliccando sulla data scelta, sul sito www.lecrisalidi.org). I pranzi inizieranno alle 12. Il contributo economico è di 28 euro da corrispondere al momento della prenotazione sul sito. In questo modo si evita la circolazione di denaro al momento dell’ingresso nella casa circondariale monzese. Per ulteriori informazioni si può scrivere a info@lecrisalidi.org o geniattorimonza.aps@gmail.com o contattare direttamente i numeri 339-2725157 (Serena) o 339-7775749 (Mauro). Appuntamento per i pranzi in carcere nei quattro sabati del 7, 14, 21 e 28 marzo. Massimo 40 coperti per ogni evento. La cooperativa Le Crisalidi nasce dall’intenzione di fare del teatro uno srtrumento per veicolare l’arte e la cultura all’interno di contesti di reclusione. L’obiettivo è avvicinare la società a una realtà poco nota e apparentemente distante attraverso i laboratori e gli spettacoli, dando la possibilità alla cittadinanza di poter entrare all’interno dell’istituto. GeniAttori dal 2006 promuove la passione per il teatro e la collaborazione tra compagnie teatrali. Si è accostata al mondo del carcere con lo spettacolo “Senza parole”, con cui la compagnia teatrale monzese ha stimolato i detenuti a esplorare le proprie storie ed emozioni. Con loro tiene laboratori teatrali consolidati. Dal sodalizio tra queste due realtà è nata l’idea dei momenti conviviali, come spiega Mauro Sironi, direttore artistico di GeniAttori: “Durante i laboratori teatrali a volte ci siamo fermati a mangiare con i detenuti del settore Luce, che hanno una cucina e alcuni sono chef professionisti. Da lì è nata l’idea di organizzare pranzi a scopo benefico”. Scrivere del carcere da dentro, storie e lezioni delle detenute di Francesca Mannocchi La Stampa, 31 gennaio 2026 Il libro di Valerio Callieri è un reportage dai laboratori nel reparto alta sicurezza di Rebibbia. L’odore è la prima cosa che se ne va. All’inizio c’è l’ammoniaca, poi resta una stanza senza tracce. Da lì il carcere comincia a lavorare per sottrazione. Non contiene soltanto, cancella. Riduce i corpi all’essenziale, consuma le abitudini, spegne i riflessi, rende opache le reazioni. AS3 di Valerio Callieri entra così, senza effetti, affidandosi alla materia prima della detenzione e a ciò che lascia quando passa: una vita che lentamente si restringe. Rebibbia Alta Sicurezza 3, sezione femminile. Una sigla che trasforma il tempo in categoria, perché in quel reparto la durata non scorre ma diventa un’architettura interiore, un’abitudine del corpo, finché gli anni smettono di misurare una pena e cominciano a definirne il paesaggio. La detenzione assume la forma di una vita ripetuta e sorvegliata, e la disciplina che la governa arriva prima delle parole, le piega, le restringe, decide quali storie possono essere dette e in quale lingua. In Alta Sicurezza, prima ancora che persone, si diventa una definizione, un essere umano con un reato appiccicato addosso che finisce per inghiottire tutto il resto fatto di storia, di legami. L’Alta Sicurezza inghiotte anche la lingua e modella così il modo in cui ognuno si racconta, è un regime che organizza tutto per categorie, stabilisce distanze, e decide chi sei anche quando provi a essere altro. Valerio Callieri registra tutto con una prosa sobria, attenta a non aggiungere enfasi dove basta la struttura stessa del reparto, e lascia che sia il regime a parlare attraverso i suoi gesti minimi, i suoi automatismi, la sua calma amministrativa. Il libro nasce da un laboratorio di narrazione tenuto dall’autore in carcere per la Fondazione Severino. Nasce da un’esperienza precisa, dichiarata nelle prime pagine: Callieri ha insegnato scrittura nella sezione femminile di Alta Sicurezza a Rebibbia. Per ragioni evidenti i nomi sono fittizi e l’autore spiega anche di avere innestato nelle vicende elementi che non appartengono direttamente a chi le racconta, fatti veri presi altrove, letti, ascoltati, vissuti, perché dentro quel perimetro la verità non coincide con la fedeltà notarile al dettaglio ma con ciò che resta quando si prova a scrivere senza farsi scudo di formule. Dice di diffidare di chi si descrive con troppa sicurezza, di chi maneggia il lessico morale come una scorciatoia, e che il carcere rende più acuto questo offuscamento, questa incapacità di nominare con nettezza ciò che si prova. Per colmare il vuoto, gli è capitato di prendere in prestito risposte altrui e per questo nel testo affiorano, quando servono, Tolstoj, Sofocle, Falcone. La Costituzione raccontata ai ragazzi. Una Carta che continua a sorprendere di Marta Cartabia La Stampa, 31 gennaio 2026 Della Costituzione non si parla mai abbastanza. La nostra Carta continua a sorprenderci: anche chi la studia o la utilizza per mestiere - giudici costituzionali compresi, che la consultano continuamente anche se la conoscono quasi a memoria - la rilegge come un tesoro dove può trovare “cose vecchie e cose nuove”. Questa sorpresa nasce dalla capacità delle sue norme di restare vive nel tempo, di illuminare le svolte della storia e di orientare scelte quotidiane. La Costituzione non è un reperto archeologico: è un patto di cittadinanza per l’oggi che domanda cura, intelligenza, coraggio. Questo libro decide di guardarla attraverso lo specchio della vita vissuta. Ogni capitolo si apre con una storia - un volto, un luogo, un fatto - e da lì passa alla riflessione giuridica e civile; poi, nella sezione Lo specchio dei tempi, affida a voci diverse la risonanza di un’eco contemporanea. È una scelta di metodo semplice e potente. Dante incomincia il Convivio riprendendo Aristotele: “Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere”. Il cuore umano è fatto per conoscere, ma impara di più quando la conoscenza prende la forma del racconto: le storie accendono l’attenzione, ospitano le domande, permettono di vedere i principi mentre camminano. Non è un espediente letterario, ma la via più umana alla conoscenza: è attraverso Jacob a Rosarno, Chiara davanti a un colloquio di lavoro, la strage di una famiglia in fuga sull’Appennino nel 1944, la dedizione di medici e infermieri durante la pandemia di COVID-19 e tutti gli altri protagonisti che riconosciamo i lineamenti dei diritti e dei doveri. Le storie ci sottraggono all’astrazione della norma, mostrano che le parole della Carta non sono slogan, ma criteri per giudicare e per scegliere. Per questo ogni capitolo passa dalla vicenda concreta alla riflessione: l’esperienza diventa domanda, la domanda cerca una risposta nelle norme e nei principi, e Lo specchio dei tempi riporta quella risposta nel presente del lettore. Esistono costituzioni scritte e costituzioni non scritte. Le prime si citano per articoli e commi; le seconde sono fatte di consuetudini, linguaggi, pratiche civiche. Ma anche una Costituzione scritta, come la nostra, vive del respiro di ciò che non è scritto: coscienza civica, educazione, responsabilità diffusa. Senza questo respiro la Carta si inaridisce; con questo respiro, invece, si rinnova senza tradirsi. Per questo il popolo deve rimanere vigile: la vita della Repubblica non è un automatismo, è una virtù collettiva. Il percorso seguito dal libro rende concreto tutto questo. Dalla nascita della Repubblica e dalla promessa del lavoro ai meccanismi della democrazia e all’alleanza tra diritti e doveri; dalla memoria che ci dà radici alla solidarietà che finanzia i diritti di tutti; dall’uguaglianza che rimuove gli ostacoli alla tutela delle minoranze linguistiche e della libertà religiosa; fino alla cura della cultura e del paesaggio, ai temi dell’integrazione e della cittadinanza, alla pace, ai simboli della Repubblica, e al difficile equilibrio tra libertà di espressione e responsabilità del linguaggio. Ogni tappa parte da un fatto concreto - una persona, un’ingiustizia, un luogo - e lo trasforma in chiave di lettura della Carta. Le pagine conclusive di ciascun capitolo, raccolte sotto la rubrica Lo specchio dei tempi, ampliano lo sguardo: studiosi, magistrati, educatori e testimoni mettono a fuoco parole-ponte - bene comune, democrazia vissuta, dignità, radici, cittadinanza - che collegano i principi alle urgenze del presente. Qui incontriamo un elemento decisivo: la Costituzione è contemporanea non quando rincorre le mode, ma quando continua a generare cittadini responsabili. Anche i simboli e i luoghi, in queste pagine, non sono mai decorazioni. La bandiera, la lingua, la memoria condivisa - ciò che chiamiamo identità nazionale - non escludono nessuno: sono il modo con cui una comunità si riconosce e si impegna a “vivere insieme”, senza nostalgia e senza amnesie. È un’appartenenza concreta, capace di accogliere storie diverse, che tiene insieme radici e responsabilità pubbliche. Così la cittadinanza non è un’appartenenza burocratica, ma un legame che si rinnova nell’esercizio dei diritti e dei doveri; e la cura della cultura, dell’ambiente e del paesaggio diventa il banco di prova di un patriottismo quotidiano: vigilare contro gli abusi, proteggere la bellezza, lasciare a chi viene dopo di noi un mondo più abitabile. Su questo sfondo, anche la parola pace smette d’essere un sentimento vago e si traduce in scelte: educare al dialogo, rifiutare la violenza delle parole, cercare il bene possibile nelle situazioni concrete. In fondo, la lezione che si ricava è semplice e impegnativa: i diritti maturano quando diventano pratiche condivise. Questo vale per la cittadinanza digitale - dove ogni clic lascia tracce e richiede consapevolezza - e per la scuola, che domanda adulti capaci di scommettere sul futuro dei ragazzi; vale per la sanità pubblica, che ha bisogno della fiducia di tutti; vale per la libertà di parola, che cresce nella misura in cui accettiamo il confronto senza ridurlo a tifoseria. Così la Costituzione esce dalle aule ed entra nelle case. I principi costituzionali non abitano le pagine, abitano le vite. È nella vita concreta che la libertà si misura con i suoi confini e con i suoi doveri; che le parole possono ferire o guarire e che la responsabilità del linguaggio diventa educazione alla convivenza; che la scuola torna a essere laboratorio di cittadinanza - il luogo in cui si impara a leggere il mondo e a crescere, perché “ciascuno cresce solo se sognato”, se qualcuno sa guardarlo per ciò che può diventare; che la salute è davvero un diritto fondamentale e un interesse della collettività, e chiede cura pubblica e gesti quotidiani di solidarietà; che la libertà di espressione non coincide con il conformismo del tempo, ma chiede il coraggio del confronto e del dissenso, senza censura e senza fanatismi. In questo senso, il viaggio proposto non consegna risposte prefabbricate: educa a distinguere, a pesare le parole, a tenere insieme i diritti e i doveri, la dignità di ciascuno e il bene di tutti. Il lettore troverà in queste pagine una doppia promessa: capire e agire. Capire, perché i principi sono spiegati senza gergo, con esempi chiari e con il richiamo agli articoli - dall’eguaglianza dell’art. 3 alla libertà di espressione dell’art. 21, dalla bandiera dell’art. 12 alla salute dell’art. 32, senza dimenticare la libertà personale dell’art. 13 e il diritto-dovere all’istruzione dell’art. 34, passando per il dovere di contribuire alle spese pubbliche dell’art. 53 e per i doveri di chi esercita funzioni pubbliche dell’art. 54. Agire, perché dalle storie emergono strade praticabili: partecipare, pagare le tasse, proteggere i vulnerabili, custodire i luoghi, insegnare bene, usare le parole con responsabilità. Anche la Costituzione, dunque, racconta una storia: la storia di chi ha lottato per scriverla, ma, soprattutto, la storia che tocca a noi continuare a scrivere, perché quelle parole restino vive e feconde. Rileggerla non è un rito per addetti ai lavori: è la forma ordinaria della cittadinanza. Per questo non se ne parla mai abbastanza: ogni generazione deve tornarvi come a una sorgente e ogni volta può scoprire qualcosa che non aveva visto. Questo libro invita a fare proprio quel gesto: guardare la Costituzione allo specchio delle nostre vite e trarne sempre di nuovo un nutrimento per la vita insieme. È un invito a leggere, discutere, dissentire, cambiare senza smarrire l’orientamento; a tenere insieme memoria e futuro, principi e pratiche, diritti e doveri; a custodire il bene comune e a riconoscere, nella trama delle storie, la promessa della nostra Carta: uguale dignità, libertà, pace e giustizia per tutti. Neofascisti e “remigrazione” alla Camera: perché l’evento andava evitato di Marco Iasevoli Avvenire, 31 gennaio 2026 Chiudere Montecitorio “per ordine pubblico” un epilogo triste. La Carta e il senso stesso del Parlamento sono l’argine alle provocazioni. Ecco cosa succede quando ci si dimentica che provocazione dopo provocazione si arriva a finali che, letti senza un filo di ironico distacco, potrebbero essere definiti pericolosi. Perché chiudere la Camera dei deputati “per motivi ordine pubblico” è davvero pericoloso, incomprensibile, inaccettabile. E non perché, come dicono i neofascisti invitati dal deputato leghista (vannacciano) Furgiuele, tutti hanno diritto di entrare a Montecitorio e dire la loro. No. È pericoloso, incomprensibile e inaccettabile perché quel luogo, in sé e per sé, la Camera dei deputati, rappresenta i valori della Costituzione nata perché il fascismo non torni più in nessuna forma, e rappresenta i diritti di tutta la famiglia umana che quella stessa Carta riconosce e promuove. Insomma, la Camera dei deputati non è il luogo in cui giocare a chi fa la provocazione più “brillante” per abbassare le difese immunitarie del Paese rispetto a messaggi che violano il nostro patto di convivenza democratica. Perciò è lecito dire che quanto accaduto ieri si doveva e poteva evitare. L’annuncio dell’iniziativa sulla “remigrazione” risale a diversi giorni fa: vi era tempo a sufficienza per mettere in campo il sufficiente buon senso e la necessaria determinazione per evitare il mesto epilogo. Non sarebbe stata “censura”, ma “rispetto”. È ancora possibile distinguere censura e rispetto proprio aggrappandosi al senso profondo delle istituzioni democratiche, le quali “suggeriscono” e quando necessario impongono con la loro stessa esistenza quali sono i confini che restano insuperabili per tutti. È vero che di eventi “border line” la Camera ne ha ospitati tanti e molti hanno acceso forti discussioni, ma nella categoria “border line” non possono essere introdotte personalità dichiaratamente neofasciste che predicano, nel Paese in cui vige l’articolo 10 della Carta, “l’istituzione del programma nazionale di Remigrazione” (con la R maiuscola) e persino “l’abrogazione della programmazione annuale dei flussi per motivi di lavoro”, misura potenziata anche dal Governo di cui la Lega fa parte. Resta la triste sensazione che qualcuno, dietro il sinora sconosciuto Furgiuele, abbia voluto “tirare la pietra e nascondere la mano”, per vedere l’effetto che fa. Una strategia poco coraggiosa, eppure, alla fine, efficace nello “sdoganare” quel che si voleva sdoganare. Ci si chiede: ignorare e derubricare sarebbe stato meglio? Forse. Anzi no. Meglio sarebbe stato non far accadere cose che non hanno a che fare con il significato del Parlamento. Scuola. Veltroni: “L’appello dei ragazzi va ascoltato, ansia e competitività li schiacciano” di Claudio Malfitano Il Mattino di Padova, 31 gennaio 2026 “Mi auguro che le istituzioni si muovano. Altro che metal detector”. “La parola chiave è ascoltare, ad ogni livello. Spero che l’appello dei ragazzi di Padova non cada nel vuoto”. Walter Veltroni oggi - dopo la sua lunga esperienza politica - è un intellettuale che pone domande e sollecita riflessioni. Alla fast society degli influencer e del populismo contrappone la fatica dell’ascolto. E da tempo ha messo il focus sulla solitudine dei ragazzi, che fa da sfondo al suo ultimo romanzo: un noir che si sviluppa nelle tante facce di Roma e che prende il via da una giovanissima ragazza trovata impiccata. Lei parla della solitudine di una generazione come di un’emergenza sociale. Perché? “Penso che la coincidenza di due fattori, il Covid e gli smartphone, abbia creato una condizione assolutamente unica nella storia delle nuove generazioni. Ce ne si rende conto avendo l’umiltà di pensare a cosa possa essere stato il Covid per i ragazzi: la scuola in Dad, non poter fare la festa di 18 anni e ancora a quante partite di calcio sono saltate, a quanti baci, quante feste, quante occasioni mancate in quel momento della vita che presuppone il volo lontano dal nido. E invece il Covid ha riportato tutti loro chiusi e sbarrati nel nido”. Il modo per evadere erano i social... “C’è un libro di Jonathan Haidt che si intitola “La generazione ansiosa” che dimostra come dal 2007 in poi, da quando sono arrivati i social, il livello di disagio, di crisi psicologica, di forme suicidarie, di autolesionismo, di disturbi dell’alimentazione tra i ragazzi è cresciuto enormemente. Perché è cambiato radicalmente il rapporto tra i ragazzi e la realtà”. In che modo? “Precipitandoli tutti in una dimensione pubblica, che è una cosa che da ragazzi non si ha. È difficile venire giudicati per tutto quello che si è o che si fa. E ho l’impressione che né i genitori, né gli insegnanti, né il Paese tutto, si siano resi conto di questi cambiamenti e che continuino a trattare i ragazzi con le metodologie del passato. Come quella sorta di algoritmo dei risultati scolastici che decide il valore di un ragazzo”. Ansia da prestazione, paura del fallimento, competitività sono proprio le dinamiche denunciate dai ragazzi... “Il problema è proprio questa idea che tutto sia competizione, questa sorta di riduzione della vita scolastica a pura prestazione. No, un ragazzo non deve dimostrare nulla. Un ragazzo deve essere accompagnato lungo il meraviglioso percorso della conoscenza, del dubbio, del sapere, della curiosità, deve essere stimolato per le sue passioni. Guardi, io credo che le scuole dovrebbero essere aperte anche il pomeriggio, per diventare dei centri di aggregazione nei quali i ragazzi possano fare fotografia, cinema, musica, calcio, quello che vogliono. Perché abbiamo bisogno di luoghi dove i ragazzi possano manifestare le loro passioni in forma collettiva e non solitaria”. Proprio parlando di scuola, il ruolo più difficile nelle aule ce l’hanno gli insegnanti. Come possono misurarsi con queste nuove sfide? “Come i ragazzi, anche gli insegnanti sono stati lasciati da soli. Nessuno li ha formati a una rivoluzione, di cui sembra nessuno si sia accorto. Da questo punto di vista quelle di Gianni Rodari e Mario Lodi sono tutte suggestioni che bisognerebbe recuperare proprio sul piano dell’allargamento della dimensione educativa. In questo momento bisogna togliergli ansia ai ragazzi, togliergli la sensazione che la natura selvaggia della vita cominci già in terza media”. Perché? Qualcuno potrebbe ritenerlo formativo... “Perché non deve essere così: quel tempo della vita deve essere vissuto in un contesto di scoperta e non di paura, di prateria e non di muri”. Più che di muri, di metal detector... “Il problema della violenza esiste, ma va affrontato prima. È un gigantesco problema educativo e di spirito del tempo - uso l’espressione che usavano i tedeschi, lo zeitgeist - quello si fonda anche sulla selezione delle parole, sul tono della voce. Se chi ha delle responsabilità usa il linguaggio dell’odio, non si può stupire se poi questo arriva ai ragazzi”. L’altro ruolo difficile è quello dei genitori. Come fa un adulto ad accorgersi di quello che passa nella testa di un ragazzo? Come può capirlo? Deve controllare le relazioni e i profili social? “Avrà visto che in Francia e in Australia stanno pensando di introdurre dei limiti all’uso dei social: non so se questa sia la soluzione, ma certamente qualcosa bisogna fare. Spesso però quelli che usano di più il cellulare sono i genitori, non i figli”. E dunque? “Secondo me c’è un problema di ascolto. E d’altra parte i ragazzi lo hanno detto nel loro appello: ascoltateci. È come se loro avessero aperto la bocca e nessuno li avesse ascoltati. E quindi a un certo punto smettono di aprire la bocca, e nei casi più drammatici come quello degli Hikikomori, si rifugiano dietro una porta chiusa per sfuggire all’ansia di una società che li giudica costantemente”. Cosa si può fare? “Meno concitazione, meno fretta, meno bulimia e appunto meno ansia. Questo farebbe bene anche al mondo degli adulti. Bisogna che ci si renda conto che fin da bambini queste creature hanno delle idee su tutto, hanno dei dubbi, hanno bisogno di parlare. Invece a volte mi capita di andare al ristorante e vedere una famiglia di quattro persone con quattro cellulari in mano. Ecco lì secondo me la famiglia finisce”. A proposito di famiglia nel suo libro lei affronta anche il tema della separazione dovuta a un lutto. Ma ci sono anche le separazioni e le ricostituzioni di nuove famiglie. Quanto possono incidere? “Io ho vissuto in una generazione prima del divorzio e ricordo il dramma dei miei compagni di classe che vivevano in famiglie nelle quali i genitori si urlavano tutti i giorni uno contro l’altro. Non saprei dire cosa sia meglio, ma so che è legittimo che ciascuno nella vita possa fare le scelte che vuole. Naturalmente la responsabilità dei genitori, uniti o separati, è sempre quella di considerare prioritaria la dimensione del figlio”. Un’ultima questione: cosa può fare la politica di fronte a questo grido d’aiuto? “Mi auguro che l’appello di questi ragazzi non rimanga inascoltato, che a tutti i livelli le istituzioni considerino queste parole per la loro importanza e gravità”. Il Governo svedese prova a mandare in carcere più minorenni di Luca Sofri ilpost.it, 31 gennaio 2026 Sta promuovendo riforme, molto criticate, con l’obiettivo di indebolire le bande criminali. Questa settimana il governo svedese, di centrodestra, ha presentato una proposta di riforma della giustizia che fra le altre cose riduce l’età minima per essere perseguibili penalmente da 15 a 13 anni in via sperimentale, per cinque anni. Inoltre a partire dal prossimo 1° luglio potranno essere incarcerate anche le persone tra i 15 e i 17 anni condannate per reati particolarmente gravi, che ora scontano le pene in istituti minorili. Otto carceri si stanno attrezzando per alloggiarli, dopo che la misura è stata approvata dal parlamento svedese lo scorso autunno. Il governo difende le misure dicendo di voler limitare l’aumento della criminalità minorile legato al sempre più comune reclutamento dei minorenni nelle bande criminali svedesi. Le misure però hanno ricevuto molte critiche, da parte di opposizione e attivisti ma anche dalle istituzioni penitenziarie. Il governo spera di far entrare in vigore la riforma entro la prossima estate. La legge renderebbe penalmente perseguibili i 13enni solo nei casi di reati estremamente gravi, come l’omicidio o lo stupro aggravato, pur con grossi sconti di pena: per esempio, un ragazzino di 13 anni che commette un omicidio potrebbe essere condannato da 1 a 3 anni di carcere, mentre un 14enne da 3 a 4 anni. Per altri reati gravi e legati alla criminalità organizzata, come il trasporto d’armi, sono previste pene più lievi come la libertà vigilata. Più in generale il governo propone inoltre di inasprire le pene per le persone dai 15 ai 20 anni. In Italia, e anche in altri paesi europei come la Spagna e la Germania, l’età minima per essere imputati è di 14 anni. In Francia è di 13 anni e in Inghilterra e Galles è di 10 anni (come regola generale, e semplificando molto: in tutti i casi ci sono eccezioni e attenuanti). Il primo ministro svedese Uf Kristersson a Bruxelles - In Svezia le bande criminali sono un problema da anni e sono formate principalmente da cittadini svedesi di seconda generazione (ossia figli di persone immigrate) spesso cresciuti nei quartieri più poveri e meno integrati di grandi città come Stoccolma, Göteborg e Malmö. Nel 2022 il primo ministro Ulf Kristersson, del Partito Moderato (centrodestra), si insediò con la promessa di risolvere questo problema e da allora ha promosso diverse riforme per rendere più rigide le pene e limitare l’immigrazione. L’ha fatto anche perché il suo governo ha bisogno dell’appoggio esterno dei Democratici Svedesi, il partito di estrema destra che ottenne più voti alle ultime elezioni. Negli ultimi due anni la presenza di minori nelle bande è aumentata. Nel 2024 il numero di persone che avevano fra i 15 e i 17 anni condannate per omicidio o tentato omicidio è stato sette volte superiore a quello del 2022. Nello stesso periodo quelle con meno di 15 anni sospettate di essere coinvolte in casi di omicidio sono passate da 27 a 141. I minorenni vengono reclutati perché non devono affrontare gli stessi controlli di polizia degli adulti, perché per via della loro età hanno maggiori possibilità di ottenere sconti di pena e perché (finora) se avevano meno di 15 anni non potevano essere giudicati penalmente responsabili di un crimine. Da un lato, il governo sostiene che le riforme renderebbero meno conveniente assoldare minorenni da parte delle bande criminali, e quindi contribuirebbe a risolvere il problema. Dall’altro, l’amministrazione penitenziaria e di sorveglianza (l’organo che gestisce le prigioni svedesi), la polizia e la procura svedesi hanno sostenuto che incarcerare persone così giovani sarà controproducente a lungo termine, e che questo non fermerà le bande criminali dall’assoldare persone ancora più giovani. In un’opinione presentata al governo, l’amministrazione penitenziaria ha detto di non essere “né preparata né attrezzata per gestire bambini di appena 14 anni, figuriamoci di 13”. In questi mesi le prigioni che si stanno preparando ad accogliere gli adolescenti stanno ancora discutendo su come strutturare i programmi scolastici che i detenuti dovranno seguire, o se permettere loro di avere accesso a internet. Per ora hanno deciso di chiudere le porte delle celle durante la notte, cosa che in Svezia non succede nelle prigioni per adulti. Il ministro della Giustizia Gunnar Strömmer ha detto di essere “molto consapevole” che questa legge non convince gli esperti, ma che lui e il governo sono “comunque giunti alla conclusione che i rischi sono maggiori se continuiamo come prima”.