Sovraffollamento, suicidi e autolesionismo, le spine delle carceri per il 2026 di Davide Madeddu Il Sole 24 Ore, 2 gennaio 2026 Con il nuovo anno per il sistema dei penitenziari restano ancora in piedi i problemi dello scorso anno. Dal sovraffollamento ai servizi che scarseggiano, per finire con l’autolesionismo e le morti. Problemi che investono le carceri italiane e che si ripresentano tutti con l’inizio del nuovo anno. A tracciare questo bilancio di fine anno è Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale. “Alla fine di novembre 2025 - emerge dal bilancio dell’associazione - nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno). Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%”. C’è poi un altro aspetto evidenziato dopo le visite dei volontari dell’associazione nei penitenziari. “Nel 42,9% delle 120 carceri visitate, e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati -prosegue il rapporto - non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3%); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1% mancano acqua calda o si registrano condizioni igieniche adeguate”. Non meno importante il dato sulle morti. “238 persone sono decedute in carcere nel 2025, di cui 79 si sono suicidate, come riporta il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti”. “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni - dice Patrizio Gonnella presidente dell’associazione. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo”. 180 detenuti in più al mese - Per i volontari l’aumento del numero dei detenuti “180 persone in più ogni mese”, “non può essere spiegato con un aumento della criminalità”. “Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati - argomenta - sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%”. Secondo i volontari di Antigone “a crescere non è dunque la criminalità, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità. Nel frattempo la capienza del sistema penitenziario è ulteriormente diminuita”. Il bilancio sottolinea che il “sovraffollamento strutturale ha ormai raggiunto livelli intollerabili: mancano all’appello quasi 18.000 posti rispetto alle presenze effettive, con un tasso nazionale di affollamento pari al 138,5%”. Sovraffollamento sino al 247% - Quindi i casi: “A Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Mombello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%”. Ancora più preoccupante è la situazione negli istituti penali per minorenni dove si registra un “aumento dei detenuti”. I volontari, che seguono le vicende delle carceri dal 1998, indicano poi una serie di altri elementi critici: “Nel 10% degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda - sottolinea il bilancio -. Oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Le carenze strutturali riguardano anche gli spazi di vita e trattamento: nell’8,5% degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6% mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31% non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori”. L’autolesionismo - Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. “Restano altissimi anche gli eventi critici -prosegue il rapporto -: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute”. Senza dimenticare poi la questione sofferenza psichica. “Dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite - prosegue ancora -. A fronte di ciò, il 20% assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4% faceva uso di sedativi o ipnotici. Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto”. Da qui l’avvio della campagna “Inumane e degradanti. Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale”, e assieme la petizione sottoscritta al momento da circa 1.500 persone, per chiedere urgenti e non più prorogabili riforme. 2025, l’anno in cui le carceri hanno toccato il fondo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Il 2025 si è chiuso come era iniziato, anzi peggio. I numeri che arrivano dalle nostre carceri non sono solo statistiche, ma i rintocchi di un’emergenza che non trova pace. Al 15 dicembre, l’Italia conta 63.689 detenuti stipati in posti che, nella realtà dei fatti, sono poco più di 45.000. È una matematica dell’orrore quella che ci consegna il Garante campano Samuele Ciambriello: oltre 17.000 persone in più rispetto alla capienza reale. Significa celle pensate per due dove si aggiunge la terza o quarta branda, significa ambienti che diventano momenti di tensione compressa, significa un sistema che ha smesso di essere rieducativo per diventare una “discarica sociale”. In questo anno del Giubileo, le speranze accese da Papa Francesco e dagli appelli del Presidente Mattarella sono state schiacciate sotto il peso di una visione “carcerocentrica” che non vuole vedere quello che succede oltre i cancelli. Lo abbiamo visto negli 80 suicidi che, nell’anno appena passato, hanno strappato la vita a uomini e donne che lo Stato aveva in custodia e che non ha saputo proteggere. Una strage silenziosa che non ha risparmiato nessuno: si sono tolti la vita anche un educatore e tre agenti di polizia penitenziaria, di cui uno di Secondigliano e un ragioniere del carcere di Parma. Il carcere mangia tutti, chi sta dentro e chi ci lavora, perché l’aria lì dentro è diventata irrespirabile. A San Vittore sovraffollamento del 240% - Guardando dentro queste mura, troviamo una realtà che umilia la dignità umana ogni singolo giorno. Ci sono carceri come San Vittore dove il sovraffollamento tocca punte del 240%. A Roma, Regina Coeli è al 184%. In queste condizioni, anche i gesti più semplici diventano una tortura. Roberto Giachetti di Italia Viva lo ha denunciato con forza: ci sono detenuti che con 40 gradi all’ombra sono costretti a urinare nelle bottiglie di plastica perché in cella non c’è spazio o non funzionano i servizi, e poi devono consegnarle agli agenti per farle svuotare. È questo il volto del sistema penitenziario nel 2025. Non sono incidenti isolati, è la quotidianità di un Paese che ha smesso di guardare in faccia la sofferenza. La sofferenza è palpabile soprattutto nei primi giorni di detenzione, dove il “trauma da ingresso” vince sulla speranza, o alla fine, quando il deserto che attende fuori fa più paura delle sbarre. Metà delle persone che tentano il suicidio sono recluse da pochi giorni, l’altra metà lo fa quando manca poco alla libertà. È il segno di un fallimento totale: il carcere non riabilita, terrorizza o annienta. E chi ne esce, spesso, porta con sé solo i segni della sconfitta, alimentando una recidiva che sfiora il 70% per chi non ha avuto accesso alle misure alternative. Il fallimento del “Decreto Carceri” 2024 - Il governo ha provato a rispondere con i decreti, con i commissari straordinari all’edilizia, con le promesse di nuovi padiglioni. Ma il “Decreto Carceri” del 2024 è stato un fallimento evidente. Le case di accoglienza per i detenuti senza fissa dimora sono rimaste in gran parte un miraggio sulla carta, l’elenco delle strutture idonee non è stato adottato nei tempi previsti e i rimpatri dei detenuti stranieri - altra vecchia ricetta fallimentare - sono rimasti bloccati per la mancanza di accordi reali con gli Stati di provenienza. Intanto la popolazione detenuta è cresciuta al ritmo di 400 unità ogni mese. In Campania la situazione è al limite della civiltà. Ciambriello ha lanciato un allarme che nessuno sembra voler ascoltare: il diritto alla salute è negato. Nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano, ogni settimana, per 50 o 60 volte manca la scorta di polizia per portare i detenuti alle visite specialistiche o ai ricoveri già prenotati. Persone che soffrono, malati oncologici, padri e figli che attendono cure e che restano chiusi in cella perché non c’è personale per accompagnarli. È una “discarica sociale” dove mancano medici, psichiatri e dove l’unica risposta che viene data con facilità è la somministrazione di psicofarmaci. Il lavoro dei magistrati di sorveglianza è sepolto da migliaia di istanze arretrate. A Poggioreale c’è un educatore ogni 92 detenuti, a Verona uno ogni 153. È umanamente impossibile fare “rieducazione” in queste condizioni. Gli agenti di polizia penitenziaria si ritrovano a fare da psicologi, infermieri e mediatori, spesso dovendo gestire da soli interi reparti con centinaia di persone durante i turni notturni. È un sistema che sta in piedi solo per l’abnegazione di chi ci lavora, ma che è sull’orlo del tracollo. La Porta Santa a Rebibbia: un gesto storico - Proprio mentre il Papa apriva la Porta Santa a Rebibbia il 26 dicembre 2024 - un gesto storico, la prima volta di una porta del Giubileo aperta in un carcere - la politica si girava dall’altra parte. Roberto Giachetti e Rita Bernardini hanno provato a scuotere il Parlamento con la proposta di legge AC 552 sulla liberazione anticipata speciale. Una proposta semplice: aumentare lo sconto di pena per chi si comporta bene, portandolo a 60 o 75 giorni a semestre. Sarebbe stata una boccata d’ossigeno immediata per svuotare le celle senza costi per lo Stato. Rita Bernardini ha messo ancora una volta il suo corpo a disposizione della causa con lunghi scioperi della fame, parlando di un “Grande Satyagraha” per la dignità. Eppure, la maggioranza ha frenato, nonostante l’interessamento del presidente del Senato Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia. Senza parlare l’attivismo del deputato Riccardo Magi di + Europa e Fabrizio Benzoni di Azione. Ma se la politica tentenna, la magistratura superiore ha iniziato a tracciare una rotta diversa. Tre sentenze nel 2025 hanno segnato un punto di non ritorno. La più importante è la n. 201, depositata il 29 dicembre dalla Corte Costituzionale. I giudici della Consulta hanno bocciato quella parte del decreto del governo che voleva rendere lo sconto di pena un automatismo da valutare solo alla fine della detenzione o in caso di richiesta di benefici. No, ha detto la Corte: il detenuto ha il diritto di avere una risposta dal magistrato semestre dopo semestre. Sapere che il proprio buon comportamento viene riconosciuto subito è uno stimolo fondamentale per cambiare vita. Togliere questo dialogo significa togliere la speranza di riscatto. Non è stata l’unica vittoria del diritto. La Consulta ha anche abbattuto il muro delle due ore d’aria per i detenuti al 41-bis, stabilendo che limitare così tanto la permanenza all’aperto lede la salute e la dignità senza aggiungere nulla alla sicurezza. E ancora, con la sentenza numero 24, ha cancellato gli automatismi che impedivano i permessi premio a chi aveva subito sanzioni disciplinari anni prima, ridando al magistrato il potere di valutare il percorso reale della persona. È la Costituzione che riprende i suoi spazi, centimetro dopo centimetro. Serve il coraggio di una misura deflattiva - Ora però siamo nel 2026 e non possiamo più permetterci di aspettare solo le sentenze dei giudici. Il sistema è talmente saturo che persino le corti estere stanno iniziando a dubitare di noi. In Germania e in Olanda ci sono stati giudici che hanno sospeso la consegna di detenuti all’Italia perché le nostre carceri sono state giudicate “inumane” e degradanti. È un’umiliazione per un Paese che si vanta di essere la culla del diritto. Il Presidente Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, ha definito i suicidi “una ferita alla dignità umana” e il sovraffollamento un contrasto aperto con la nostra Carta fondamentale. Papa Francesco, durante il Giubileo dei Detenuti in San Pietro, ha chiesto atti di clemenza perché “nessuno vada perduto”. Giorgia Meloni ha dimostrato in politica estera di avere il coraggio di fare scelte difficili, anche se non piacciono a tutto il suo elettorato. Lo faccia anche per le carceri. Non serve populismo penale, non serve inventare nuovi reati ogni volta che c’è un fatto di cronaca. Serve il coraggio riformista di una misura deflattiva vera, di un investimento massiccio sulla salute mentale e non solo sulle manette. Serve rendere il carcere l’ultima spiaggia e non la prima risposta a ogni disagio sociale. Il 2026 deve essere l’anno del cambiamento, o il “silenzio che grida” diventerà un boato che nessuno potrà più ignorare. 2025: nelle carceri italiane 80 morti evitabili, prevedibili. E ignorate di Francesco Lo Piccolo vocididentro.it, 2 gennaio 2026 Nel corso dell’anno appena passato, tra il primo gennaio e il 31 dicembre, sono state 80 le persone trovate morte in carcere: gran parte si sono impiccate alle sbarre delle celle, altre invece hanno usato le bombolette del gas. Settantacinque uomini e cinque donne, 19 avevano meno di 30 anni. Uno di questi aveva appena 17 anni: il suo nome è Danilo Rihai, tunisino, una storia di immigrazione, di centri di accoglienza, di emarginazione: la sua vita è finita nel carcere minorile di Treviso a metà agosto, dopo una folle giornata fatta di tentate rapine e aggressioni. Anche lui è stato trovato impiccato. E impiccato è stato trovato alla fine del 2025, il 29 dicembre, Christian Guercio, 35 anni, elettricista, una passione sfrenata per la musica, tossicodipendente. Era stato arrestato tre giorni prima: quando il gip ha convalidato l’arresto disponendo che restasse in carcere, Christian si è appeso usando il lenzuolo come cappio. Ottanta persone tutte vittime del sistema carcere; tre sono morte a Modena, ancora tre nel carcere di Verona e negli istituti di Milano e Cagliari. Quattro invece a Rebibbia… Ottanta persone in 365 giorni, circa uno ogni quattro giorni. Furono 91 i morti trovati impiccati o asfissiati dal gas nel 2024, 68 nel 2023, 85 nel 2022, 59 nel 2021... Morti di solitudine, paura, angoscia, rimorsi anche. Persone rimaste senza più speranze. Morti di galera e di riforme annunciate e negate. Morti evitabili, prevedibili. E ignorate. Per tutti le solite parole: suicidi si trova scritto nelle pagine dei giornali, vittime di storie personali sbagliate ripetono governanti e politici. Rarissime le espressioni di scusa e un richiamo alla responsabilità del sistema carcere e all’invivibilità delle strutture che anno dopo anno pur in assenza di un aumento dei reati (1.140.825 quelli denunciati nel primo semestre del 2025 contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024) sono state riempite all’inverosimile (64 mila persone in spazi per 45 mila) con letti a castello e materassi per terra, ricavando celle in stanze dei colloqui, senza riscaldamento (come a Siracusa e in tante altre parti), senza acqua calda, con i materassi infettati da cimici e pidocchi. Abbandonati all’inferno e sottoposti a una incessante degradazione morale fino alla spoliazione dell’identità come ad esempio il divieto da parte di certe direzioni delle carceri di pubblicare poesie o articoli firmati con nome e cognome. Fatti e prassi in uso nel carcere di Fossombrone dove si realizza Mondo a quadretti, nel carcere di Lodi dove si scrive Altre storie, nel carcere di Ivrea dove c’è il giornale L’alba, nel carcere di Rebibbia NC. Reparto G8 che pubblica sul quotidiano Il tempo il giornale Visto da dentro. O anche a Lecce dove alcune volontarie hanno realizzato con le donne detenute il volume “Libere di scrivere” pubblicato da Edizioni Esperidi: quaranta tra poesie e testi di prosa rigorosamente anonimi, lettere di mamme ai loro figli alle quali è stato proibito dalla direzione del carcere di apparire con nome e cognome. Abbandonati all’inferno e lasciati senza alcuna cura. Oltre agli ottanta che hanno posto fine alla loro vita con un cappio al collo o annusando gas, sono state 161 le persone che nel corso dell’anno appena passato sono morte in carcere per cause da accertare, e tra queste persone molti anziani malati da tempo, affetti da tumori, cardiopatie. Vittime di un sistema carcere che ti fa convivere con il dolore, la sofferenza, il sangue. E ancora, sono stati migliaia gli episodi di autolesionismo con il ricorso in ospedale di persone che si erano tagliate, che avevano inghiottito lamette da barba, pile, chiodi. Ecco il carcere di oggi, di ieri, di sempre. E dove accadono cose inimmaginabili… una delle tante scene di carcere, emblema di quello che accade negli istituti lo ha raccontato il cappellano di Busto Arsizio don David Maria Riboldi nel numero 44 di Voci di dentro, settembre 2022. Le sue parole: “…una persona, giudicata dagli specialisti semplicemente non istruita, in un momento di rabbia con un assistente di polizia, si è mutilato un orecchio, scagliandoglielo addosso. Corsa all’ospedale e, mentre era all’ospedale, gli è venuto in infarto. Tornato in istituto, qualche giorno dopo in un altro momento di rabbia si è mutilato l’altro orecchio. Questa volta, inghiottendolo...”. Eccolo il carcere 2025, eccolo il carcere, questa grande illusione e che è invece scena del crimine, attore e contenitore del delitto. Forse anche inutile speranza. “C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative - scriveva nel 2009 Alessandro Margara, magistrato di Sorveglianza e capo del Dap tra il 1997 e il 1999 - ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce. E le speranze si sono trasformate in delusioni”. Soprattutto si sono trasformate nella morte di migliaia di persone. Carceri, dramma e umanità di Mario Bertolissi Corriere della Sera, 2 gennaio 2026 Non è una novità, anche perché l’articolo 27, 3° comma, della Costituzione è in vigore dal 1° gennaio 1948. Stabilisce che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non è una novità il fatto che “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”, perché sta scritto nell’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 e, con analoghe parole, nell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950. Insomma, non è una novità che le carceri non possono essere luogo di perdizione e di insulto alla dignità della persona, anche la più oggettivamente abietta. Perché, soggettivamente, rimane sempre un mistero - come tale, inspiegabile - ciò che fa di un uomo, un uomo; e non, invece, qualcosa d’altro per abbruttimento e ferocia. Anche per questo, lo spazio accordato alla rieducazione si può dire naturale. Come lo è l’eguaglianza, da ripristinare, in qualche modo, quando le circostanze di fatto l’hanno esclusa. Per nascita, educazione, ricchezza, salute, speranza… Insomma, uno è quello che è per meriti e demeriti suoi. Ma anche per qualcosa d’altro. L’aveva capito Papa Giovanni XXIII. Lo rivelò, quando visitò i carcerati di Regina Coeli. Dopo di lui, tra gli altri, Papa Giovanni Paolo II, nel corso di una significativa presenza dinanzi alle Camere riunite in seduta comune. E non mancò di sottolineare, con singolare energia, questo drammatico problema il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sollecitato in ciò da Marco Pannella. Di lui, si dice così: “Nel 1956 è stato tra i fondatori del Partito radicale, del quale è stato successivamente segretario, conducendo numerose campagne per i diritti civili”. Fu parlamentare italiano ed europeo, determinato, quanto nessun altro, anche attraverso ricorrenti scioperi della fame e della sete, nel proclamare l’indecenza delle patrie galere: sovraffollate, votate ad accogliere una popolazione di reclusi inattiva, abbandonata a sé stessa. Carceri, popolate di vite di derelitti, cui si addice la qualifica di resti dell’umanità. Carceri, che accolgono anche madri recluse, con accanto i loro piccoli figli, obbligati ad apprendere un lessico innaturale estraneo alla loro età, alla loro sensibilità, al loro destino. Quanto sia maledetta l’esperienza vissuta dai carcerati lo si apprende soltanto dall’ascolto di Radio Carcere. Da una trasmissione settimanale di Radio Radicale, che, da decenni, dà voce a fatti e misfatti, che dovrebbero addolorare ogni coscienza sensibile nei confronti della solidarietà umana. Dall’ascolto, si apprendono un’infinità di notizie, che riguardano la condizione miserabile di numerosissime case di reclusione; la solitudine di giovanissimi, giovani e meno giovani; la disperazione di chi è privato della libertà ed è preoccupato di quando la riacquisterà, perché la società sarà, nei suoi confronti, naturalmente ostile; chi è ammalato e non dispone di cure adeguate, se non, come spesso accade, di alcuna cura. E si potrebbe continuare, perché l’elenco è sconfinato. In mezzo a questo universo di situazioni drammatiche, c’è spazio, tuttavia, per il bene. Ne danno prova i giudici di sorveglianza, i direttori delle carceri, i garanti dei reclusi, quanti visitano persone e strutture. È qui che eccelle l’opera del radicale Marco Pannella e del Partito radicale, il quale - come si è accennato - propone e ripropone, costantemente, lo stesso messaggio, che ha di mira ciò che il Costituente ha reso doveroso per la Repubblica: diffondere all’interno del sistema carcerario il “senso di umanità”: quel senso, che è in grado di riscattare chiunque, se è disposto a divenire - lo dico con le parole di Papa Giovanni XXIII - “uomo di buona volontà”. Chi ha dimostrato di non averla finora - alcuna “buona volontà” - è la Repubblica, qui, davvero, “una e indivisibile”. A 77 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, non vi è un suo uomo di governo, che possa giustificare un’inerzia perenne. Sicché, le sollecitazioni ricorrenti a ben fare hanno il senso rauco del vuoto, che non lascia né ben presagire, né ben sperare. Silenzio assoluto sul lascito di Marco Pannella. Dentro e fuori il carcere: dove nasce davvero il cambiamento di Ivana Barberini trendsanita.it, 2 gennaio 2026 Claudio Santarelli: “Tra barriere culturali e burocrazia, il reinserimento resta un percorso a ostacoli. La relazione continuativa e il sostegno dopo la pena sono i bisogni più forti delle persone detenute”. Da oltre 30 anni l’associazione “Incontro e Presenza” entra negli istituti penitenziari con un’idea semplice: mettere al centro le persone, non il loro passato e promuovere una cultura di accoglienza e integrazione dei detenuti. Un lavoro quotidiano fatto di ascolto, piccoli aiuti materiali e percorsi di reinserimento, ma soprattutto di relazioni che resistono al tempo e alle distanze. In un sistema che fatica a offrire opportunità reali, le realtà di volontariato costruiscono legami, restituiscono dignità e accompagnano chi vive la detenzione verso un futuro possibile. Come e perché nasce l’associazione? “La nostra storia comincia a Milano, nel 1986 da un gruppo di volontari, tra cui volontari ma anche persone che avevano avuto esperienze detentive legate al terrorismo e ne erano uscite. Una volta concluso il loro percorso, hanno deciso di fondare un’associazione di questo tipo. Da allora ci occupiamo di chi vive la realtà della detenzione, cercando un incontro reale con le persone recluse e con i loro bisogni. È un impegno che negli anni si è radicato soprattutto sul territorio milanese. Siamo presenti nella Casa Circondariale di San Vittore, nella Casa di Reclusione di Opera, nella II Casa di Reclusione di Bollate e nella Casa Circondariale di Bergamo. L’aspetto principale del nostro lavoro è il colloquio con le persone detenute. Entriamo in carcere per instaurare un rapporto costante, più che per fare “educazione”, un termine che non amo. Preferisco parlare di relazione. Oltre a questo realizziamo progetti vari, a seconda delle disponibilità economiche e dei partner che ci sostengono: dal vestiario all’inserimento lavorativo e culturale, fino all’aiuto nel trovare un impiego. Attraverso una convenzione con il Banco Alimentare della Lombardia, ad esempio, riusciamo a portare generi alimentari alle persone più fragili all’interno dell’ambiente carcerario. Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione... Molte volte l’aiuto diventa ancora più concreto. L’Associazione, e a volte singoli volontari, si fanno carico del sostegno economico di chi non ha risorse. Può trattarsi di piccoli sussidi, vestiti o alimenti, un modo per non lasciare sole persone che vivono condizioni di forte marginalità. Accanto all’aspetto materiale c’è poi quello umano. Offriamo sostegno morale e psicologico, aiutiamo nell’orientamento al lavoro e nella conoscenza dei servizi pubblici disponibili. Quando emergono situazioni particolarmente gravi, indichiamo percorsi protetti come comunità alloggio o strutture ospedaliere”. Quali sono le sfide che affrontate in tema di reinserimento sociale, lavoro, accoglienza? “La sfida più grande è muoversi in una struttura culturale rigida. Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione. Anche noi come associazione abbiamo assunto una persona detenuta, ma con grande difficoltà. Poi c’è la burocrazia che non aiuta, ma la problematicità più grande è la scarsa cultura che ancora c’è da parte delle imprese e degli enti pubblici conta per il 70%. Fate anche formazione? “Sì, ma principalmente per i volontari. La formazione per le persone detenute è più complessa: l’abbiamo fatta insieme ad altre realtà. Ad esempio a Bollate, con una fondazione che si occupa di motocicli. Abbiamo formato cinque persone per tre anni consecutivi e alla fine alcune hanno trovato lavoro. Ma lo facciamo sempre insieme ad altre strutture”. Secondo lei c’è un aspetto del sistema penitenziario di cui non si parla abbastanza o per niente? “Sì. Il primo aspetto è l’idea che la presenza su un territorio di un istituto penitenziario aumenti i problemi di sicurezza. È esattamente il contrario. Se un comune ha una struttura penitenziaria, in genere c’è più sicurezza, perché c’è una maggiore presenza delle forze dell’ordine. L’altra grande questione riguarda le misure alternative: molti soggetti, anche in fase definitiva, potrebbero stare fuori se ci fosse un controllo adeguato. Avere più misure alternative non significa “aprire le celle” e basta, significa ridurre i costi. Lo diciamo da trent’anni. Un soggetto fuori che lavora costa meno di un soggetto dentro che non fa nulla”. Quando parla della sicurezza del comune, perché ci sono resistenze da parte delle comunità ad accogliere un carcere? “Dagli anni ‘90 i progetti di giustizia penitenziaria non sono mai stati portati avanti fino in fondo. Qualcosa è stato costruito, come Bollate, ma molto è rimasto fermo. A volte basterebbe costruire un carcere nuovo e dismettere in modo intelligente la struttura precedente. Il caso di San Vittore è emblematico. È un istituto del ‘700, inadeguato per una città come Milano e anche per la vita stessa del quartiere. Potrebbe diventare un museo o altro e al suo posto si potrebbe costruire una struttura moderna. Le strutture moderne migliorano costi e vivibilità. Lo stesso discorso vale per i tribunali. Un tribunale moderno è più funzionale e aiuta di più, rispetto a edifici dell’Ottocento”. Quindi, tornando agli aspetti di cui non si parla abbastanza, oltre alla sicurezza? “Il problema è la mentalità. C’è ancora l’idea che “ho più sicurezza se li metto tutti dentro”, ma non è così. La sicurezza si ha con un controllo sul percorso riabilitativo, non con l’isolamento. È come dire che gli studenti sono più “sicuri” se li teniamo tutto il giorno in aula, è assurdo. Gli studenti hanno bisogno di fare attività e vedere il mondo fuori. L’isolamento totale è un concetto ottocentesco. È anche vero che stiamo vivendo una riforma che ha provato a smussare certe rigidità, ma stiamo ancora dentro un impianto che nasce nell’Ottocento. La riforma ha aiutato, ma ora il percorso si è fermato”. Qual è la domanda che le persone detenute rivolgono più spesso ai vostri volontari? “La domanda classica è “come fai a entrare qui dentro?”. Non in senso logistico, ma umano, cioè “come fai ad avere un rapporto con noi?”. Poi chiedono la continuità della relazione. Ci sono tante richieste pratiche, certo, ma il bisogno più forte è quello di mantenere una relazione stabile, non qualcosa di spot. La relazione, anche quando è difficile, è ciò che conta di più”. Cosa pensa della sanità penitenziaria? “Nella sanità penitenziaria siamo alla paradossale. Invece di avere un polo sanitario interno di buon livello - e non costerebbe molto - si procede spesso nell’improvvisazione. Ci sono persone che potrebbero essere aiutate meglio in un ambiente stabile. Penso a chi ha dipendenze o problemi medici, ma, nella maggior parte dei casi, la situazione è drammatica, poiché mancano cure adeguate e spesso anche i farmaci”. Secondo lei il problema più grave è l’indifferenza verso queste tematiche o la semplificazione del tipo “Hai commesso un reato, devi stare in galera”? “C’è molta semplificazione. Ho tenuto recentemente un corso a studenti universitari che sono rimasti colpiti perché avevano un’idea completamente diversa della detenzione. Come gliel’ho scardinata? Dicendo che sono una persona normale, che ha ragione per fare ciò che fa, ma che non ha paura. Loro avevano paura. Pensavano che parlare con le persone detenute significasse esporsi al pericolo. Ma non è così. Il pericolo è un’altra cosa, è ciò che può accadere fuori. La paura è amplificata da una narrazione che non corrisponde alla realtà, ed è paradossale avere paura dentro un sistema pieno di agenti di Polizia Penitenziaria. Quanto all’indifferenza, non ce n’è più che in altri ambiti, l’idea di base è sempre quella che se devo “costruire il mio”, non guardo quello degli altri”. Più sicurezza nel carcere. Arriva lo spray urticante di Massimo Merluzzi La Nazione, 2 gennaio 2026 Dai prossimi giorni verrà fornito a tutti gli agenti della Polizia penitenziaria. La sperimentazione avrà la durata di sei mesi poi si valuteranno gli effetti. Le tante denunce presentate dal personale della polizia penitenziaria hanno portato all’avvio della sperimentazione che scatterà nei prossimi giorni che consente l’utilizzo dello strumento di dissuasione ed autodifesa a base di Oleoresin Capsicum. Meglio conosciuto come lo spray al peperoncino. A dare il via libera al supporto in dotazione al personale è stato il provvedimento firmato a fine anno da Stefano Di Michele capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). L’autorizzazione è legata al significativo incremento di eventi critici e aggressioni al personale. “Nel pieno rispetto del principio di proporzionalità tra offesa e difesa -ha spiegato Donato Capece segretario generale del Sappe - si ricorre al dispositivo che nebulizza capsaicina per fronteggiare un’azione violenta, una minaccia o una resistenza rivolta all’operatore di polizia penitenziaria o verso terzi coinvolti”. La sperimentazione avrà la durata di sei mesi e verrà adottata nei luoghi dove svolge servizio la polizia penitenziaria quindi celle, aree detentive, corridoi e durante il trasporto e trasferimento dei detenuti. Lo spray non è nocivo alla salute ma ha un effetto urticante e non può essere utilizzato all’interno degli automezzi. Una volta trascorso il periodo di sperimentazione una apposita commissione redigerà la relazione conclusiva al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per la valutazione sulla eventuale dotazione definitiva. Ma oltre all’utilizzo dello spray il segretario del sindacato ha richiesto l’utilizzo di altri strumento di altri strumenti in dotazione ai reparti di altri Paesi europei. A più riprese i sindacati hanno chiesto al direttore Maria Cristina Bigi un potenziamento delle forze di polizia penitenziaria proprio per far fronte alla carenza di personale e anche una nuova dotazione di strumenti. Nordio: “Il referendum sulla giustizia nella seconda metà di marzo” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 2 gennaio 2026 Il ministro: “I magistrati hanno paura di confrontarsi con me. Assurda la raccolta firme per un nuovo quesito”. La prima riforma al traguardo nel 2026 sarà quella della Giustizia. Ministro Carlo Nordio, dunque, quando si voterà il referendum: il 22 o il 29 marzo? “La data non è stata ancora fissata. Presumibilmente nella seconda metà di marzo”. È vero che il governo vuole accelerare perché teme che i sondaggi ora favorevoli al Sì possano cambiare segno? “Semmai è il contrario. Siamo convinti che più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, e con risultati positivi”. Ma il faccia a faccia con l’Anm ancora non c’è stato… “È l’Anm che ha detto no. Io ho chiesto un confronto “uno a uno”. Prima ha rifiutato il presidente Parodi. Poi il segretario Maruotti e poi tutti gli altri. Dicendo, dapprima, che non volevano buttarla in politica. Poi, siccome avevano partecipato a dibattiti con politici hanno corretto il tiro: dicendo che va bene discuterne con altri politici, ma non con esponenti di governo. Se non vengono vuol dire che hanno paura del confronto con me”. Non era stato lei a mettere in guardia l’Anm da un’azione politica? “L’Anm ha costituito un comitato per il No, e questo è stato di per sé un atto politico. Tuttavia ha rifiutato un confronto con me, con la motivazione che non vuole attribuirvi un significato politico, e questa è già una contraddizione. Presumo, e auspico, che per coerenza non si confronti con nessun altro esponente di partito, altrimenti significherebbe che teme un dibattito pubblico con il ministro della Giustizia. Per conto mio ho già detto che sono pronto, anche domani”. Sta per uscire un suo libro sul referendum. Cosa dice di nuovo? “Rispondo a tutte le obiezioni che mi sono state fatte in Parlamento sulla riforma e alle quali non ho replicato”. Non è sminuire il Parlamento rispondere in un libro anziché in aula? “Avrei risposto, ma si sarebbe riaperto il dibattito e si sarebbe andati alle calende greche. E non ci sarebbe stato tempo per l’altra riforma, sul premierato. Ma soprattutto il prossimo Csm in scadenza sarebbe stato rieletto con i vecchi criteri. È questo che terrorizza, non la separazione delle carriere, ma il sorteggio”. Serviranno i decreti attuativi. Li state scrivendo? “Sì. Ci vorrà tempo, anche per stabilire il paniere da cui estrarre i membri laici. Ma saremo pronti. Sarebbe assurdo che si votasse un nuovo Csm con le vecchie regole”. Potreste accettare una modifica sul sorteggio per le toghe equiparandolo a quello dei laici, dunque pescando dal “paniere”? “In linea con la riforma siamo aperti a tutti i contributi, anche dell’Anm”. Davvero non temete una dilatazione dei tempi pre-referendum? “La dilatazione dipende da una ragione tecnica. L’ha spiegato benissimo il costituzionalista Stefano Ceccanti. La norma attuale sul referendum può esser interpretata in modo diverso, e noi intendiamo evitare incertezze, ricorsi e polemiche. Perché vogliamo che il clima non venga esacerbato, e il confronto si svolga in modo pacato e razionale”. Anche il Quirinale ha frenato rispetto a un’accelerazione dei tempi, giusto? “È sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta di firme di privati cittadini”. Si riferisce ai quindici “volenterosi” che hanno depositato un nuovo quesito referendario? “Sì, è stata una iniziativa inattesa perché il quesito è molto semplice: un sì o un no a una riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione”. Sospetta una regia politica occulta? “Non lo so. So soltanto che l’iniziativa è superflua. Il quesito non si può cambiare”. Intanto la giustizia è impantanata in una digitalizzazione che non va... “La rivoluzione digitale non si fa in un batter d’occhio, e noi siamo compressi entro tempi estremamente ristretti, disposti dal precedente governo, per accedere ai contributi del Pnrr. Ma dopo le prime difficoltà siamo in dirittura d’arrivo”. Quando finiranno i disagi? “Nel processo civile siamo già a posto. In quello penale entro marzo sarà risolta la criticità sui provvedimenti cautelari, ed entro giugno quello sulle intercettazioni. Perfettamente in linea con gli obiettivi imposti dal Pnrr”. Non sarebbe opportuno abbassare i toni? “Mi hanno dato del piduista, del mafioso, del demolitore della Costituzione. Finché lo fa la politica lo accetto, prima di entrare in Aula faccio training autogeno per evitare che la pressione mi schizzi a 200, ma se lo fanno magistrati no. Allora Barbera, Vassalli e Cassese sono tutti Piduisti? La riforma non stravolge la Costituzione e tantomeno è punitiva, ma è la logica conseguenza del processo penale voluto da Vassalli. Conferirvi un significato politico è assolutamente improprio, e pericoloso soprattutto per la magistratura. Per questo auspico un dibattito aperto, e, per quanto acceso, nei limiti della ragionevolezza”. Depositata alla Camera la proposta di legge Zuncheddu sul risarcimento alle vittime di giustizia di Nicoletta Cottone Il Sole 24 Ore, 2 gennaio 2026 Raccolte 50mila firme. Una proposta di iniziativa popolare sostenuta dal Partito Radicale e dalla famiglia del pastore sardo assolto dopo quasi 33 anni di carcere senza colpa. Garantirà una provvisionale economica. Alla Camera dei deputati l’anno si è chiuso con il deposito di una immensa pila di scatoloni dove troneggia il volto di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo richiuso per quasi 33 anni in carcere, accusato di un triplice omicidio che non aveva commesso, assolto nel gennaio 2024 dopo un processo di revisione. Una pila di scatoloni che contengono le oltre 50mila firme necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare che chiede di dare un assegno mensile di mantenimento alle vittime di giustizia, in attesa di avere un risarcimento dallo Stato. Una richiesta che ha come emblema la vicenda del pastore sardo al quale la mala giustizia ha rubato quasi 33 anni di vita, costringendolo a passare decenni dietro le sbarre da innocente, senza poter avere un lavoro, costruirsi una famiglia, condurre una vita normale. E senza oggi poter avere una pensione per mantenersi. Una persona senza risorse economiche che, se non avesse i familiari, dovrebbe vivere in strada. Obiettivo un assegno in attesa del risarcimento dello Stato - La raccolta di firme - promossa dal Partito Radicale tramite l’instancabile Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna e tesoriera del partito e sostenuta dalla famiglia di Beniamino Zuncheddu - ha superato le 50mila firme necessarie per la presentazione in Parlamento di una legge di civiltà per risarcire persone alle quali è stato tolto tutto, nonostante fossero innocenti. Una proposta di legge animata dalla vicenda limite del pastore sardo entrato in carcere qualche mese prima di compiere 27 anni e uscito alle soglie dei 60 anni. Tutto per una falsa testimonianza indotta da un agente della Criminalpol dell’epoca che aveva convinto l’unico sopravvissuto alla strage a fare un falso riconoscimento di Zuncheddu come autore del triplice omicidio e del tentato omicidio dell’unico superstite. Una vicenda alla quale Il Sole 24 Ore e Radio 24 hanno dedicato il podcast “Innocente”, disponibile sul sito del Sole e sulle principali piattaforme. Irene Testa: una proposta di legge di civiltà - “Dovrei ringraziarvi uno a uno. Tanta è stata la bellezza e la solidarietà che ho incontrato in questi mesi. Abbiamo riso e pianto insieme. Ho conosciuto persone bellissime - ha sottolineato la Garante dei detenuti della Regione Sardegna Irene Testa sui social raccontando i mesi di raccolta delle firme - a partire dai tantissimi volontari che hanno raccolto senza mai fermarsi; gli avvocati autenticatori che ci hanno accompagnato passo passo; i tanti Comuni che hanno fatto l’impossibile per certificare le firme, alcuni anche facendo gli straordinari. Naturalmente al Partito Radicale che ha promosso questa proposta di legge di civiltà. Dedichiamo questo risultato a Beniamino e altri affinché la sua vicenda possa rappresentare un monito presente e futuro a una politica spesso sorda e indifferente. Ora però la battaglia continua, si sposta dalle piazze in Parlamento”. Il Parlamento sani il vuoto normativo attuale - “È ora che il Parlamento intervenga a sanare questo vuoto normativo - ha detto al Sole 24 Ore Irene Testa - che genera una doppia ingiustizia. Non è accettabile, nè sopportabile che una persona vittima del sistema giustizia che non ha funzionato, che ha giudicato male, che ha incarcerato, possa lavarsene le mani e costringere le persone a chiedere l’elemosina per poter sopravvivere. Quella del Partito Radicale è stata una mobilitazione importante che ha coinvolto centinaia di volontari. E come diceva Marco Pannella, la gente è sempre più avanti della politica”. Ora le operazioni di conteggio delle firme - Le firme sono state depositate al Servizio per i Testi normativi di Montecitorio, che procederà alle operazioni di conteggio delle firme prima della pubblicazione della proposta di legge popolare. Il 14% delle firme sono state raccolte online sul sito del ministero della Giustizia. La Camera dei deputati ha ora tre mesi di tempo per incardinare la proposta di legge nella commissione competente, dove potrebbe essere unificata con altre proposte di legge presentate da parlamentari o partiti. “Non staremo a guardare - ha annunciato Irene Testa - ma faremo il giusto pressing perché questa legge veda la luce al più presto”. Cosa prevede la proposta - La proposta di iniziativa popolare vuole garantire una provvisionale economica a chi alla fine di un processo viene assolto e nei casi di ingiusta detenzione. Persone che oggi devono attendere fino a dieci anni per vedersi riconosciuto il danno in forma economica. Persone oggi costrette, dopo la gogna del carcere senza aver commesso colpe, a farsi ancora aiutare dai familiari o a vivere per strada. La proposta prevede un assegno che parta dal momento dell’assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. Perché è proprio in quel periodo che può durare sei, sette, otto, dieci anni che le persone non sanno cosa fare: alcune si rivolgono alla Caritas, altre sono costrette ad andare a rubare, altre ancora se non ci fossero le famiglie si troverebbero costrette a dormire in strada. Si tratta di una rendita mensile pari al doppio dell’assegno sociale a valere sui fondi della Cassa delle ammende. Sono circa mille ogni anno le ingiuste detenzioni con costi esorbitanti a carico dello Stato. Minori e violenza sessuale, la Consulta apre alla messa alla prova Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Illegittima l’esclusione automatica nei casi di minore gravità previsti dal codice penale. La messa alla prova dell’imputato minorenne non può essere esclusa in modo automatico nei casi di violenza sessuale di minore gravità. Con la sentenza n. 203, depositata il 29 dicembre 2205, la Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittimo il comma 5-bis dell’articolo 28 del d.P.R. n. 448 del 1988, introdotto dal decreto Caivano, nella parte in cui precludeva l’accesso all’istituto anche quando il fatto rientra nelle ipotesi attenuate previste dal codice penale. Le questioni erano state sollevate dai Gup dei Tribunali per i minorenni di Roma e Bari, chiamati a valutare la compatibilità della norma con i principi costituzionali. La disposizione censurata vietava la sospensione del processo con messa alla prova per i minori imputati di violenza sessuale aggravata, oltre che per omicidio e rapina aggravati, senza distinguere tra fatti di diversa gravità. La Corte ha innanzitutto chiarito che non è di per sé incostituzionale la scelta del legislatore di escludere la messa alla prova per i delitti di violenza sessuale, riconosciuti come reati di particolare gravità, spesso commessi - come rilevato dalla Consulta - da minori ai danni di altri minori. In questo quadro, non risultano violati gli articoli 3, 27, terzo comma, e 31, secondo comma, della Costituzione, poiché anche nel diritto penale minorile permane un margine di discrezionalità legislativa nella definizione degli strumenti di diversion processuale. Allo stesso tempo, però, la Corte ribadisce un principio centrale: per il minore, la funzione rieducativa della pena assume una speciale preminenza. Proprio per questo, la disciplina non può ignorare le differenze di gravità delle condotte. È su questo punto che la norma del decreto Caivano viene ritenuta sproporzionata e manifestamente irragionevole. Secondo la Consulta, l’esclusione della messa alla prova anche nei casi di minore gravità - quelli per cui l’articolo 609-bis, terzo comma, del codice penale prevede una circostanza attenuante a effetto speciale, con una riduzione di pena fino a due terzi - finisce per frustrare la ratio stessa dell’attenuante. Se il legislatore riconosce, sul piano sostanziale, una minore offensività del fatto, non è coerente negare in modo assoluto un istituto processuale che mira alla rieducazione e al reinserimento del minore. L’irragionevolezza, sottolinea la Corte, sta proprio nel mancato allineamento tra la valutazione penale della condotta e il trattamento processuale: a una significativa attenuazione della pena non corrisponde alcuna differenziazione nell’accesso alla messa alla prova. Un automatismo che collide con i principi costituzionali che governano la giustizia minorile. Per queste ragioni, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale del comma 5-bis dell’articolo 28 del d.P.R. 448/1988, nella parte in cui non esclude i casi di minore gravità. Resta ferma, invece, la possibilità per il legislatore di precludere l’istituto nei casi più gravi, preservando così l’equilibrio tra tutela delle vittime, difesa dei beni giuridici e finalità rieducative. Traffico di droga, la Consulta frena: inammissibile la questione sulle pene Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Nessuna “pena fissa” per i capi delle associazioni: errore interpretativo della Corte d’appello. Non c’è alcuna pena fissa di 24 anni di reclusione per i promotori delle associazioni dedite al traffico di droga. È su questo presupposto, ritenuto erroneo, che la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione al trattamento sanzionatorio previsto dall’articolo 74 del d.P.R. n. 309 del 1990. Con la sentenza n. 214, depositata il 30 dicembre 2025, la Consulta ha respinto le censure proposte dalla Corte d’appello di Lecce, che aveva ipotizzato un contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione. Al centro della questione vi era la disciplina sanzionatoria per il capo-promotore di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, aggravata dal numero di associati superiore a dieci e dalla disponibilità di armi. Secondo l’ordinanza di rimessione, la norma configurerebbe una pena fissa pari a 24 anni di reclusione, ritenuta incompatibile con i principi di eguaglianza e di finalità rieducativa della pena. Ma la Corte costituzionale non ha nemmeno esaminato il merito, ritenendo la questione inammissibile per erroneità del presupposto interpretativo. La Consulta chiarisce infatti che l’articolo 74, commi 1 e 4, non introduce una pena fissa, ma stabilisce un aumento fisso del solo minimo edittale nel caso di concorso delle aggravanti previste dai commi 3 e 4. L’incremento è pari a quattro anni, mentre resta invariato il massimo, che può arrivare fino a trenta anni di reclusione. Ne deriva una forbice edittale compresa tra 24 e 30 anni, sufficientemente ampia da consentire al giudice una commisurazione elastica della pena in concreto. Un altro profilo decisivo riguarda la natura circostanziale della fattispecie. La pena elevata non discende da un reato autonomo, ma dall’effetto cumulativo di due aggravanti, il cui impatto può essere attenuato o neutralizzato dal riconoscimento di circostanze attenuanti. Anche sotto questo aspetto, viene meno l’assimilazione alle cosiddette “pene fisse”, già censurate in passato dalla giurisprudenza costituzionale. Proprio per questo, sottolinea la Corte, i principi richiamati dal giudice rimettente non risultano pertinenti. Mancando una reale previsione di pena rigida e inderogabile, non sussiste il vulnus costituzionale ipotizzato, e la questione non può essere esaminata nel merito. Braccialetto elettronico, la Consulta ferma il giudizio: questione inammissibile Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Nessuna decisione nel merito sull’automatismo delle misure cautelari: difetto di rilevanza. La Corte costituzionale non entra nel merito dell’automatismo previsto in materia di braccialetto elettronico, ma dichiara la questione inammissibile per difetto di rilevanza. Con la sentenza n. 217, depositata il 30 dicembre 2025, la Consulta ha respinto le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Napoli, sezione del riesame, sull’articolo 282-bis, comma 6, ultimo periodo, del codice di procedura penale, come modificato dalla legge n. 168 del 2023 contro la violenza sulle donne e domestica. Il dubbio sollevato dai giudici napoletani riguardava la previsione secondo cui, in caso di non fattibilità tecnica della sorveglianza elettronica, il giudice “impone l’applicazione, anche congiunta, di ulteriori misure cautelari anche più gravi”. Una formulazione che, secondo il rimettente, avrebbe introdotto un automatismo incompatibile con gli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, privando il giudice della possibilità di valutare e motivare la non necessità di misure ulteriori in rapporto alle esigenze cautelari concrete. La Consulta, tuttavia, ha ritenuto la questione meramente ipotetica e prematura. Il nodo centrale della decisione sta nella scansione procedimentale: il Tribunale del riesame ha sollevato il dubbio prima che fosse accertata la “non fattibilità tecnica” del dispositivo elettronico, evenienza che può emergere solo nella fase esecutiva della misura cautelare. Secondo la Corte, in sede di appello cautelare il giudice non ha il potere di disporre automaticamente misure ulteriori, poiché gli è precluso l’accertamento preventivo sulla concreta possibilità tecnica di applicare il braccialetto elettronico. Solo successivamente, qualora tale non fattibilità venga accertata dall’organo esecutivo, la competenza a valutare l’eventuale aggravamento cautelare spetta al “giudice che procede”, individuato di regola nel giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’articolo 279 cpp. La sentenza richiama, in questa prospettiva, l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità e il quadro normativo più recente, che confermano la separazione logica e cronologica tra il momento dell’applicazione della misura e quello dell’eventuale verifica tecnica del controllo elettronico. Proprio questa separazione rende non attuale la questione sollevata dal Tribunale di Napoli. La Corte sottolinea inoltre che, indipendentemente dal merito, la norma censurata non doveva essere applicata nel giudizio a quo, mancando il presupposto fattuale della non fattibilità tecnica. Da qui la conclusione: difetta la rilevanza e, di conseguenza, le questioni devono essere dichiarate inammissibili. Gup incompatibile dopo riesame o appello sulle misure cautelari Il Dubbio, 2 gennaio 2026 La Corte costituzionale dichiara illegittimo l’articolo 34 cpp: violati gli articoli 3 e 24 della Costituzione. Anche il giudice dell’udienza preliminare rientra a pieno titolo tra le funzioni incompatibili per chi si sia già pronunciato, in fase cautelare, su profili sostanziali della vicenda processuale. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 212, depositata il 30 dicembre 2025, che segna un passaggio di rilievo nel sistema delle garanzie processuali. La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 34, comma 2, del codice di procedura penale, per contrasto con gli articoli 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, “nella parte in cui non prevede l’incompatibilità con la funzione di giudice dell’udienza preliminare del giudice che, come componente del tribunale dell’appello, si sia pronunciato su aspetti non esclusivamente formali dell’ordinanza che dispone una misura cautelare personale”. La pronuncia è stata estesa, in via consequenziale ai sensi dell’articolo 27 della legge n. 87 del 1953, anche al caso del tribunale del riesame. Secondo la Corte, è costituzionalmente illegittima anche la mancata previsione dell’incompatibilità del Gup per il giudice che, “come componente del tribunale del riesame, si sia pronunciato sull’ordinanza applicativa di una misura cautelare personale”. Nel motivare la decisione, la Consulta chiarisce che la nozione di “giudizio” come sede pregiudicata, richiamata dall’articolo 34 cpp, comprende anche l’udienza preliminare, così come oggi disciplinata. Non si tratta più di una fase meramente filtrante, ma di un segmento processuale dotato di contenuti valutativi incisivi, idonei a incidere sulla posizione dell’imputato. In questa prospettiva, rientra nell’attività pregiudicante anche quella svolta dal giudice in sede di applicazione, modifica o revoca delle misure cautelari, nonché nei procedimenti di riesame e appello ex articoli 309 e 310 cpp, quando il sindacato esercitato non sia limitato a profili formali ma coinvolga aspetti sostanziali dell’ordinanza impugnata. La Corte richiama espressamente la propria sentenza n. 131 del 1996, con cui era già stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della stessa disposizione, ma limitatamente all’incompatibilità con la funzione di giudice del dibattimento. All’epoca, tuttavia, l’intervento non aveva riguardato anche la funzione di giudice dell’udienza preliminare. Proprio l’evoluzione normativa e funzionale dell’udienza preliminare ha indotto ora la Consulta a estendere quel principio. “Stante la riconducibilità dell’udienza preliminare, come attualmente disciplinata, alla nozione di giudizio”, afferma la Corte, l’illegittimità costituzionale dell’articolo 34, comma 2, cpp sussiste anche con riferimento allo svolgimento delle funzioni di Gup. Adozione speciale, sì al solo cognome dell’adottante se tutela il minore Il Dubbio, 2 gennaio 2026 La Corte costituzionale elimina l’automatismo: conta l’interesse del bambino e la sua identità personale. Nell’adozione in casi particolari, il minore potrà assumere anche il solo cognome dell’adottante, sostituendolo a quello originario, quando questa scelta rispecchia la sua effettiva identità personale e risponde al preminente interesse del bambino. A stabilirlo è la sentenza n. 210 del 2025 della Corte costituzionale, depositata il 30 dicembre 2025, che ha dichiarato parzialmente illegittima la normativa vigente. La Consulta ha colpito l’articolo 55 della legge n. 184 del 1983, in relazione all’articolo 299 del codice civile, nella parte in cui imponeva automaticamente l’anteposizione del cognome dell’adottante a quello dell’adottato. Un meccanismo rigido che, secondo i giudici delle leggi, finiva per comprimere un diritto inviolabile, quello all’identità personale, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione. Con la decisione, la Corte chiarisce che, in presenza del consenso e dell’assenso di tutte le parti coinvolte, il giudice deve poter valutare se la sostituzione integrale del cognome sia la soluzione più coerente con la storia e la condizione del minore. Non una regola fissa, dunque, ma una valutazione caso per caso, costruita sulle esigenze concrete del bambino. Nella motivazione, la Consulta sottolinea come l’adozione in casi particolari racchiuda situazioni molto diverse tra loro. Può trattarsi, ad esempio, di un minore che porta il cognome di un genitore decaduto dalla responsabilità genitoriale o comunque favorevole all’adozione; oppure di un bambino orfano e con gravi disabilità, adottato perché nessun componente della famiglia d’origine è in grado di prendersene cura. Vi rientra anche il caso del minore abbandonato per il quale l’affidamento preadottivo risulti di fatto impossibile. In tutti questi contesti, l’automatica conservazione del cognome originario può non riflettere la reale identità del minore, né favorirne il percorso di crescita. Per questo la Corte afferma che il giudice deve essere libero di verificare se la nuova identità familiare, sancita dall’adozione, meriti di essere rappresentata anche attraverso un unico cognome. Un passaggio centrale della sentenza riguarda proprio l’età dell’adottando. Secondo la Consulta, nella minore età il rilievo identitario del cognome originario è spesso meno intenso rispetto a quello di un adulto. Questo può rendere prevalente l’esigenza di dare pieno riconoscimento alla nuova identità che nasce dal vincolo adottivo, anche sul piano nominale. La Corte precisa inoltre che questa facoltà si aggiunge, e non sostituisce, a quella già riconosciuta di invertire l’ordine dei cognomi, possibilità estesa anche all’adozione in casi particolari dopo la sentenza n. 135 del 2023. In entrambi i casi, resta decisivo un solo criterio: ciò che meglio tutela l’interesse del minore. Calabria. “Ragazzi psichiatrici abbandonati, mancano strutture per aiutarli” Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Una denuncia forte, diretta e accorata, che mette a nudo una delle emergenze più drammatiche del territorio: quella dei minori con gravi problemi psichiatrici, lasciati senza risposte adeguate da un sistema che non dispone delle strutture necessarie. A sollevarla è Roberto Di Palma, Procuratore della Repubblica per i Minori di Reggio Calabria, intervenuto all’annuale incontro con i giornalisti per fare il bilancio dell’attività svolta nel 2025. “I ragazzi psichiatrici non sono capaci di intendere e di volere e hanno bisogno di essere aiutati proprio in queste strutture”, ha spiegato Di Palma, denunciando una situazione che definisce paradossale e insostenibile. “Mi è stato detto: “Arrestatelo”. Ma come faccio ad arrestarlo? Vanno aiutati nelle strutture, che al momento sono inesistenti”. Parole che restituiscono il senso di impotenza istituzionale davanti a bisogni complessi che non possono essere affrontati con strumenti repressivi. Il Procuratore ha poi chiarito che, contrariamente a quanto spesso viene raccontato, a Reggio Calabria non esiste un’emergenza baby-gang. “Non ci troviamo di fronte a questo fenomeno”, ha precisato, spiegando che negli ultimi mesi si sono registrati episodi di rapine commesse da piccoli gruppi di due o tre giovani, concentrati in un arco temporale ristretto di circa venti giorni. “Li abbiamo puntualmente arrestati”, ha aggiunto, sottolineando come questo dato dimostri che l’ufficio è sul pezzo, operativo e presente sul territorio. Dal punto di vista numerico, Di Palma ha illustrato un bilancio che, nonostante le difficoltà, parla di efficienza. Nel 2025 sono stati aperti 254 nuovi fascicoli, solo cinque in meno rispetto all’anno precedente, ma soprattutto sono stati definiti 262 procedimenti, un dato in aumento. Un risultato significativo, ottenuto in un contesto di grave carenza di magistrati. “Ho lavorato praticamente da solo”, ha spiegato il Procuratore, ringraziando però il Procuratore generale e il Procuratore della Procura ordinaria di Reggio Calabria, che fino al 18 dicembre hanno garantito settimanalmente l’invio di un collega, prima dell’arrivo di un nuovo magistrato proveniente da Mestre. Un passaggio centrale della relazione è stato dedicato al programma Liberi di scegliere, diventato legge dello Stato il 18 gennaio scorso. Di Palma ha parlato di un calo delle richieste, passate da 26 a 15, definendolo però non preoccupante. Al contrario, ha rivendicato con orgoglio il valore storico del risultato raggiunto: “Avere “Liberi di scegliere” come legge significa una cosa importantissima: avere una copertura finanziaria”. Un elemento decisivo, perché “l’onere non è più lasciato al privato, ma diventa un impegno diretto dello Stato”, chiamato a intervenire per tutelare i ragazzi e interrompere i circuiti familiari devianti. “Il nostro dovere è rimettere il minore in un circuito virtuoso - ha concluso Di Palma - insegnargli a essere un cittadino normale, non un delinquente”. Alessandria. Detenuto muore in cella inalando gas da una bomboletta di Federico Gottardo La Repubblica, 2 gennaio 2026 L’uomo si era messo un sacchetto in testa per stordirsi con le esalazioni ma è rimasto asfissiato. Un detenuto di 40 anni è morto intorno alle 23 del 31 dicembre nella sua cella del carcere di Alessandria. Secondo le prime ricostruzioni, ha preso la bomboletta del fornelletto da campeggio in dotazione e l’ha usata per riempire di gas un sacchetto di nylon. Poi ha infilato la testa, forse per cercare un momento di sballo. Ma è morto asfissiato: inutili i soccorsi degli agenti di polizia penitenziaria, arrivati nella cella appena si sono accorti che il detenuto aveva perso i sensi. “Le carceri italiane sono ormai al collasso - denuncia Leo Beneduci, segretario generale del sindacato Osapp - La mancanza di investimenti e di supporto organizzativo sta portando a una crisi irreversibile, bisogna intervenire per garantire la sicurezza degli operatori e dei detenuti”. Cuneo. Quando il carcere logora chi lo vive dietro le sbarre e chi ci lavora di Barbara Morra La Stampa, 2 gennaio 2026 La visita alla Casa circondariale del Cerialdo di Cuneo di una delegazione di Radicali, Possibile e Avs. “Un carcere che non è sovraffollato ma che, nei fatti, è saturo. Un luogo che dovrebbe rieducare e reinserire e che invece finisce per logorare chi lo vive e chi ci lavora”. È l’immagine che emerge dalla visita nel carcere di Cuneo da parte di una delegazione di Radicali Italiani, Possibile e Avs. Al termine dell’ispezione il giudizio è netto: “La situazione del carcere di Cuneo non è dignitosa”. A dirlo sono Filippo Blengino e Bianca Piscolla, rispettivamente segretario e membro della giunta nazionale di Radicali Italiani, insieme a Giulia Marro, consigliera regionale di Avs, e Francesca Druetti, segretaria di Possibile. “Abbiamo percepito la sofferenza - spiegano -. La sofferenza degli operatori e degli educatori, costretti a lavorare in una condizione cronica di carenza di personale, e quella dei detenuti, costretti a vivere in condizioni non degne di uno Stato che si definisce di diritto”. Mancano i mediatori culturali - Il dato più evidente riguarda il personale: un solo educatore ogni cento detenuti e una totale assenza di mediatori culturali, nonostante una consistente presenza di persone straniere. “I mediatori sono pochissimi in tutta Italia - sottolinea Blengino - a volte dipendono dall’amministrazione penitenziaria, altre volte sono il frutto di singoli progetti. Ma a Cuneo non ce n’è nemmeno uno, ed è assurdo se si considera che una grande fetta della popolazione detenuta è straniera”. Molti di loro, aggiunge, “sono in carcere per reati poco gravi, per i quali potrebbero essere previste misure alternative”. Particolarmente critiche le condizioni della sezione di isolamento. “Abbiamo visitato più di quaranta istituti - racconta Blengino - e rispetto ad altri a Cuneo l’isolamento è sottoterra. Questo la dice lunga. Nei corridoi passano i tubi, è come stare in una cantina”. Qui sono recluse persone “sia per ragioni disciplinari sia per isolamento medico-psichiatrico non a rischio suicidario, persone che possono andare in escandescenza”. Durante la visita, una delle celle risultava inagibile: “Aveva i vetri spaccati, il soffitto del corridoio era rovinato. Sono condizioni degradanti”. Il lavoro resta un’eccezione - Formalmente il carcere non è sovraffollato, ma “i continui sfollamenti lo rendono di fatto saturo”, spiegano i Radicali. E il lavoro, elemento centrale del percorso rieducativo, resta un’eccezione. “I lavori interni sono quelli classici: lo scopino, il portantino, il cuoco - prosegue Blengino -. Parliamo di circa novanta detenuti su quasi quattrocento. Anche considerando la turnazione, significa che per la gran parte del tempo le persone stanno in cella a guardare il soffitto”. I progetti attivi, aggiunge, “sulla carta esistono, ma coinvolgono numeri minimi: i semiliberi sono una ventina, il progetto del pane occupa due o tre detenuti”. Il tema, per Blengino, è anche quello del monitoraggio costante e della denuncia pubblica. Da qui anche l’appello al territorio: “Chiediamo al Comune di Cuneo di interessarsi di più, di comprendere che il carcere fa parte del tessuto cittadino e di attivare un percorso per i mediatori culturali, così come alle Asl. Altri comuni di centrosinistra, su questo, sono avanti”. Appello a istituzioni e società civile - Per Giulia Marro, “ogni visita in carcere restituisce una fotografia chiara: un sistema isolato, che si consuma al suo interno e fatica a essere visto dall’esterno”. A Cuneo questo isolamento si traduce “in strutture vecchie e sporche, in persone detenute che vivono in condizioni non dignitose e in una polizia penitenziaria ridotta all’osso, lasciata sola a reggere una tensione continua”. La consigliera regionale ringrazia i Radicali per aver promosso una visita collettiva: “Non è solo un gesto di attenzione, ma uno strumento politico. L’opacità e la distanza tra carcere e società sono un problema democratico”. L’appello finale è rivolto alle istituzioni e alla società civile: “Servono opportunità e determinazione perché il carcere di Cuneo possa ospitare attività culturali strutturate, oggi quasi del tutto assenti”. Perché, ricorda Marro citando Peppino Impastato, “se si insegnasse la bellezza alla gente, si fornirebbe un’arma contro la rassegnazione”. E conclude: “Come ha commentato Daniela Melotti, iscritta di Possibile che ha partecipato alla visita: “in un carcere la cultura è l’unico strumento che permette a una persona di pensarsi altro rispetto al reato commesso”. Ancona. Marco libero di Marcelo Pesarini anconarivistaacolori.it, 2 gennaio 2026 Marco Bondavalli è uscito dal carcere di Montacuto il 30 dicembre 2025. Una piccola grande battaglia di resistenza che ha visto lui con la sorella e la madre, e tutti noi di “Morire di carcere” ottenere un risultato ormai insperato. È uscito con la pressione a livelli abnormi, dumping dello stomaco, sepsi, il catetere cambiato ogni 12 ore dai dottori dell’ospedale di Torrette, perché era troppo scomodo per il carcere, l’ospedale e le 4 residenze adatte alla sua patologia. Ieri il magistrato di sorveglianza ha deciso in suo favore. Al suo fianco c’è stata la parte sana del mondo politico, nominiamo Ilaria Cucchi anche per gli altri, la sua avvocata, medici esterni che avevano lavorato gratuitamente per rappresentare la giustizia. È uscito in un anno nel quale sono decedute 238 persone in carcere, di cui 80 per suicidio. Il confine fra morti per suicidio riconosciuto, malattie indotte dalla mala sanità e suicidi indotti o annunciati per mancanza di cure è sempre labile. Lo affermano non solo Antigone, Ristretti Orizzonti, Nessuno tocchi Caino; il 30 dicembre 2025 Il Garante campano Samuele Ciambriello, portavoce anche della conferenza nazionale dei garanti dei detenuti traccia attraverso i numeri di fine novembre un allarmante bilancio di fine anno, che mette in crisi il sistema penitenziario. “In Italia sono detenute 63.868 persone a fronte di 45.000 posti reali disponibili. La Costituzione è ingabbiata nelle celle” L’aspetto di Marco è quello di molti detenuti, che o dimagriscono moltissimo, oppure sviluppano obesità senza energie, spesso assuefatti ai farmaci. Una semplice richiesta ai partiti politici, sindacati, associazioni, che non vogliono “buttare la chiave”. Elaborare, proporre e fare approvare una prima legge che rivolta alle AST che ospitano gli istituti carcerari, affinché pubblichino rapporti semestrali coi numeri dei reclusi, patologie, cure, decorso delle stesse, personale medico e paramedico impiegato, in modo da permettere agli organi preposti di colmare le carenze. Il pubblico, anche se inizialmente potrebbe essere composto solo dai diretti interessati, avrebbe le basi per diventare una prima massa critica da proporre a tutti gli altri cittadini come vuole la Costituzione. Nota di colore: Montacuto fornisce da anni una giuria di detenuti ai concorsi Storie da MAB (racconti e foto), Corto Dorico Film Festival e Musicultura, grazie all’iniziativa dei rispettivi organizzatori. Sarebbe interessante ascoltare una giuria dei detenuti sulla sanità penitenziaria. Venezia. “Detenuto picchiato (poi morto suicida), nessun reato del medico” Corriere del Veneto, 2 gennaio 2026 Dopo il caso del giovane detenuto di 24 anni che sarebbe stato pestato a Santa Maria Maggiore nel febbraio 2024 con rottura della milza il giorno prima del trasferimento al carcere di Montorio di Verona, dove morì suicida qualche tempo dopo, l’amministrazione penitenziaria ha cambiato i moduli con cui si attestano le condizioni di idoneità al trasferimento da una struttura all’altra. Prima, c’era una casella da spuntare (idoneo al trasferimento); dopo è stato creato un altro “form” che invita ad attestare “la capacità di affrontare il viaggio”. Per le presunte botte da parte di quattro agenti della polizia penitenziaria, sarà il processo in aula a stabilire se il 24enne romeno sia stato massacrato di botte dagli uomini in divisa in servizio, come sostiene il pm Andrea Petroni; oppure se invece - come replica la difesa - sia stato solo “contenuto” dopo averli aggrediti: la prossima udienza si terrà il 12 gennaio. Se quello è un filone aperto, l’altro riguardava il medico che lo visitò a Venezia dopo l’asserito scontro con gli agenti. Non commise falso in atto pubblico, né asserì falsità nel referto secondo la gup Benedetta Vitolo, che ha depositato le motivazioni con cui lo ha prosciolto dalle accuse. La vicenda che vedeva il medico accusato ha seguito il percorso del rito abbreviato. Rappresentato dall’avvocato Marco Vianello, con indagini difensive ha dimostrato che la visita fu effettuata. Rilevò ematomi alla testa, alla schiena, al quadrante occipitale, le ecchimosi all’addome. La stessa diagnosi che fece qualche ora dopo il trasferimento il medico dell’infermeria di Verona. Dove si sentì malissimo e fu portato al Pronto Soccorso: i periti avevano spiegato che il dolore per quella lesione può manifestarsi parecchie ore dopo. La gup ha concluso che non vi fu falso: la visita fu effettuata e la diagnosi fu confermata dal collega medico di Verona. Il medico veneziano, che doveva solo accertare la compatibilità col trasporto, fece il suo lavoro ed è stato prosciolto. Bologna. I penalisti: “Servono amnistia e indulto” Corriere di Bologna, 2 gennaio 2026 “Constatiamo, con sempre maggiore preoccupazione, che la situazione nel carcere di Bologna è sempre più critica ed allarmante”. Il direttivo e l’osservatorio carcere della camera penale di Bologna commenta così l’ultima rivolta scoppiata tra i detenuti della Dozza. Nel pomeriggio di martedì 30 dicembre, nel reparto 2B del penitenziario, era partita una violenta protesta che aveva coinvolto decine di detenuti, quasi tutti di origine straniera, generata dal rifiuto del medico di turno di ricoverare in ospedale un prigioniero che aveva ingoiato uno stuzzicadenti. I detenuti avevano dato fuoco a materassi e coperte e sfondato il cancello di di sbarramento della sezione, per poi scontrarsi con le guardie di sicurezza. “Nessuna delle misure messe in campo in questi ultimi anni - commentano i penalisti - è evidentemente riuscita a fronteggiare l’emergenza umanitaria che ormai coinvolge il sistema penitenziario italiano nel suo complesso, se è vero che l’introduzione di nuovi reati e di pene più severe non hanno fatto altro che aggravare il già critico sovraffollamento, senza peraltro sortire alcuna efficacia deterrente”. In questa situazione “di assoluta emergenza - conclude la nota - non c’è altro da fare che intervenire con strumenti emergenziali, quelli che la nostra Costituzione consente di utilizzare proprio in questi drammatici momenti. Ci uniamo dunque con forza alle dichiarazioni di queste ultime ore del Garante Regionale dott. Roberto Cavalieri e alle tante autorevoli voci, l’ultima, fortissima, di Papa Leone XIV durante la messa del 14 dicembre a San Pietro, che chiedono al Parlamento che siano messe in atto, con assoluta urgenza, misure deflattive quali l’amnistia e l’indulto”. Novara. Carcere poco sovraffollato, ma mancano trenta agenti di Roberto Lodigiani La Stampa, 2 gennaio 2026 Nei giorni scorsi la visita della delegazione di Radicali e Giovani democratici: la sezione ordinaria accoglie 93 detenuti, altri 68 in quella del regime duro 41 bis. Esclusi i 68 detenuti in regime di “41 bis”, il carcere duro, i 93 ospiti della sezione ordinaria della casa circondariale di via Sforzesca il 29 dicembre hanno avuto modo di incontrare la delegazione di Europa radicale, associazione radicale Adelaide Aglietta, Giovani Democratici. “La direttrice Annamaria Dello Preite con il comandante del reparto di polizia penitenziaria, la responsabile dell’area trattamentale Elisabetta Sebastiani, la Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà Nathalie Pisano - spiega Igor Boni, presidente di Europa radicale - ci hanno accompagnati durante la visita della struttura di detenzione di Novara. Il sovraffollamento in via Sforzesca non è particolarmente accentuato. Le celle sono da quattro posti e in alcuni limitati casi sono state inserite 5 persone”. La delegazione ha avuto accesso alla tipografia e alla lavanderia: “La realtà del carcere di Novara rappresenta un’eccezione nel panorama degli istituti di pena piemontesi - sottolinea Giovanni Oteri, dell’associazione radicale Adelaide Aglietta -. Il moderato sovraffollamento è abbinato alle attività lavorative interne a disposizione dei detenuti come la tipografia e la lavanderia”. Una sofferenza sentita riguarda l’organico del reparto della polizia penitenziaria: “Rispetto ai 166 agenti previsti dalla pianta organica - precisa Igor Boni - risultano assenti 30 agenti. Il personale in servizio non va oltre le 136 unità”. Da Europa radicale e dall’Associazione Radicale Adelaide Aglietta è stato reindirizzato al presidente della Regione Alberto Cirio l’invito a visitare tutte le carceri del Piemonte. Il neo segretario dei Giovani democratici novaresi Elia Impaloni: “Questa è la quinta visita al carcere di Novara, dal settembre 2024. Continueremo nel 2026, occupandoci anche del settore minorile analizzando il lavoro di ricerca realizzato dal novarese Filippo Gambini”. La consigliera comunale Cinzia Spilinga preannuncia un’interrogazione per “incentivare la città a trovare soluzioni abitative a favore dei detenuti che escono dalla casa circondariale e non trovano alloggi in affitto per poter consolidare il percorso rieducativo avviato tra le mura del carcere”. Cagliari. Carcere di Uta, visita degli avvocati: “Emergenza sovraffollamento” cagliaripad.it, 2 gennaio 2026 La Camera Penale di Cagliari e Nessuno tocchi Caino denunciano gravi criticità durante l’incontro con i detenuti nel periodo delle festività. Una visita per portare un segno concreto di vicinanza alle persone detenute, ma anche per accendere i riflettori su una situazione sempre più critica. Una delegazione della Camera Penale di Cagliari, insieme all’associazione Nessuno tocchi Caino, ha fatto ingresso nella Casa circondariale di Uta nei giorni delle festività, incontrando detenuti e operatori in un momento definito “particolarmente difficile” per l’istituto. In una nota, i penalisti parlano apertamente di condizioni segnate da un grave sovraffollamento e da carenze strutturali nei servizi, con un impatto quotidiano sulla dignità delle persone ristrette e sul lavoro di chi opera all’interno del carcere. A destare maggiore preoccupazione è soprattutto la gestione sanitaria, ritenuta insufficiente e inadeguata, in particolare per i detenuti affetti da disturbi mentali e per quelli con problemi di tossicodipendenza. I numeri fotografano una situazione di forte squilibrio: “725 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 561 posti. Il divario tra il numero delle presenze e le risorse disponibili rende di fatto impossibile garantire livelli adeguati di cura e di presa in carico, soprattutto per le situazioni più fragili e complesse”. Emblematico, secondo la Camera Penale, il dato relativo agli psichiatri: “La dotazione organica di psichiatri prevista è pari a 4 unità, ma risulta di fatto ridotta a sole 2, delle quali una soltanto operativa a tempo pieno”. Nonostante l’impegno dell’attuale direzione sanitaria, non è stato ancora possibile attivare all’interno del carcere il Servizio per le Dipendenze, lasciando senza risposte un numero significativo di detenuti con problemi di tossicodipendenza. A questo si aggiungono l’assenza di un supporto psicologico adeguato e la mancanza di un’ambulanza stabilmente presente nella struttura, elementi che contribuiscono, secondo i penalisti, a un quadro di grave compromissione del diritto alla salute. Particolarmente drammatico il caso segnalato di un giovane detenuto che “si sta lasciando morire di inedia e che non può essere sottoposto ad alimentazione forzata a causa della mancata convalida del trattamento sanitario obbligatorio”. Una vicenda che, per gli avvocati, rappresenta in modo emblematico le falle del sistema. Sul futuro dell’istituto pesa inoltre l’imminente trasferimento di detenuti sottoposti al regime del 41 bis, legato all’apertura di un nuovo reparto, un passaggio che sta alimentando polemiche e preoccupazioni anche nel dibattito politico locale. “Il carcere resta parte dello Stato di diritto - concludono Camera Penale e Nessuno tocchi Caino - e proprio nei momenti di maggiore difficoltà la tutela dei diritti, della salute e della dignità delle persone detenute non può essere messa in secondo piano”. Rimini. Visita di fine anno ai Casetti per i Radicali: sovraffollamento intollerabile newsrimini.it, 2 gennaio 2026 Nella Casa Circondariale di Rimini il sovraffollamento resta un problema grave e in rapido peggioramento. L’istituto è idoneo a ospitare 118 persone, ma il Ministero si riserva di applicare la sentenza pilota Torregiani della Corte di Giustizia Europea che indica 3 i metri quadri a detenuto per non considerare la detenzione “trattamento inumano e degradante”, e questo porta per Rimini una capienza massima tollerabile di 165 persone. Il 31 dicembre erano 169. Come da tradizione, l’ultimo giorno dell’anno una delegazione dei Radicali ha fatto una visita in carcere. Erano presenti Ivan Innocenti, Fausto Battistel e Giovanni Benini. “Già nell’Istituto il Magistrato riconosce da anni ai detenuti ristretti nella prima sezione i Trattamenti Inumani e Degradanti per lo stato dei luoghi di detenzione. Però ormai è l’intero Istituto luogo di Trattamenti Inumani e Degradanti” sottolineano i tre che hanno visitato tutte le 6 sezioni e l’infermeria. “Il clima si presenta disteso e il rapporto tra detenuti e personale sereno” - Il gruppo è rimasto colpito da un ragazzo poco più che ventenne tenuto in cella di isolamento a causa di tensioni, atti vandalici e violenti all’interno dell’istituto. “La situazione risulta penosa nel vedere un giovane ragazzo in quello stato. Ci si domanda se quello sia il percorso trattamentale più idoneo per quella età”. Molti detenuti lamentano problemi nella spesa del sopravvitto e ritardi nella disponibilità e nel ricevimento dei resoconti. All’ingresso del carcere, dove entrano i familiari e i visitatori, è presente una cassa automatica che consente di versare sui conti dei detenuti, “buon servizio che però necessita poi di essere amministrato rapidamente. I ritardi sono fonte di tensione e problemi. Non poter telefonare alla famiglia o non ricevere le poche cose della spesa per la pulizia e i pasti sono fonte di tensione e insoddisfazione”. La sezione semiliberi è ancora senza porte nel bagno. I semiliberi sollevano la necessità di una lavatrice. Tutti lamentano che non sono ammessi alimenti dall’esterno, i cosiddetti pacchi dei parenti e amici. L’area sanitaria vede la presenza di uno psicologo per 24 ore settimanali. “Presenza totalmente inadeguata per un possibile percorso trattamentale per le 169 persone presenti. Come lo psichiatra presente solo alcune ore alla settimana. Il carcere è luogo di sofferenza mentale, i detenuti saranno poi dimessi. Quali persone libere vogliamo che il carcere produca? - Dei 169 detenuti presenti 80 vengono indicati come tossicodipendenti, 78 risultano stranieri. I detenuti semiliberi avviati al lavoro sono 7, i lavoranti interni in articolo 21 sono 3. Meno del 6% della popolazione carceraria riminese. “Nulla, grave se si considera che il lavoro è la maggiore ragione di emancipazione dei detenuti”. “Nel complesso - conclude la delegazione - l’impressione che si conferma è che la Casa Circondariale di Rimini sia un corpo estraneo alla citta. Il tutto si regge sul personale da sempre in carenza e le sue risorse umane e professionali e sulla sopportazione di condizioni inumane di vita da parte dei detenuti. Come diceva Marco Pannella è necessaria una amnistia, non per le persone detenute, ma per la Repubblica che viola Carta Costituzionale e Carta Europea dei Diritti Umani”. Verona. Detenuti al lavoro in tribunale “Segnale di apertura e di dignità” Corriere di Verona, 2 gennaio 2026 Ha il plauso anche della Camera Penale Veronese l’iniziativa del tribunale civile che ha avviato un protocollo per l’inserimento lavorativo di detenuti al palazzo di giustizia. Iniziativa che, dicono i penalisti è “un forte segnale di apertura alla popolazione carceraria e rispetto della dignità umana. Allo stesso tempo dimostra che le misure alternative alla detenzione ed i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario sono finalizzati a garantire l’effettivo recupero del reo”, ricordando i dati che dimostrano come il rischio che un detenuto con un’occupazione torni a delinquere sia pari al 2%. La Camera Penale si auspica anche che la magistratura di sorveglianza “acconsenta, con maggior celerità e frequenza, alla concessione di misure alternative al carcere e favorisca progetti di effettivo reinserimento sociale”. In quest’ottica i penalisti propongono di mettere in scena nell’aula della corte d’assise la piece teatrale “Ulisse. Il sogno” recentemente interpretata, nel carcere di Montorio, dagli stessi detenuti. “Come Ulisse - conclude la Camera Penale - i detenuti affrontano un vero e proprio viaggio verso la libertà e l’inizio di una nuova vita”. Verona. Nasce la Cittadella della giustizia riparativa veronasera.it, 2 gennaio 2026 Avrà sede in piazza Madonna di Campagna il polo che riunisce servizi e realtà impegnate nel reinserimento sociale e nella tutela dei diritti. A Verona prende forma la Cittadella della giustizia, un nuovo polo dedicato alla giustizia riparativa che si inserisce nel quadro delle riforme introdotte dalla cosiddetta legge Cartabia. La giunta comunale ha deliberato l’istituzione del Centro per la giustizia riparativa nella seduta di martedì 30 dicembre, su proposta dell’assessora alla sicurezza Stefania Zivelonghi, segnando un passaggio considerato di rilevante valore civile e sociale. Il Centro troverà sede nell’immobile comunale di piazza Madonna di Campagna 1/a, in settima circoscrizione, uno spazio che già ospita realtà attive nell’ambito della tutela dei diritti e del supporto alle persone coinvolte nel sistema giudiziario. Nello stesso edificio sono infatti presenti Rete Dafne, il Garante per i diritti dei detenuti e l’Ufficio dei servizi sociali per i minorenni. La concentrazione di questi servizi ha portato a definire l’area come una vera e propria “Cittadella della giustizia”, pensata per favorire integrazione e collaborazione tra soggetti che operano su fronti diversi ma complementari. I locali sono stati assegnati con determina dirigenziale dell’1 dicembre. L’accordo per l’utilizzo degli spazi avrà durata triennale, con la possibilità di rinnovo per ulteriori tre anni, salvo disdetta da comunicare per iscritto con un preavviso minimo di sei mesi. Il provvedimento, come precisato negli atti, non comporta oneri finanziari a carico del bilancio comunale. Al centro dell’iniziativa vi è la giustizia riparativa, concepita come strumento alternativo e complementare rispetto alla giustizia punitiva tradizionale. L’obiettivo è favorire la reintegrazione sociale delle persone detenute, promuovere la riparazione del danno subito dalle vittime e incentivare percorsi di dialogo e soluzioni condivise tra le parti coinvolte. In questa prospettiva, la giustizia riparativa mira anche a rafforzare i legami comunitari e sociali, contribuendo a una pacificazione più ampia del contesto in cui il reato si è verificato. L’attivazione concreta del Centro richiederà ancora alcuni passaggi amministrativi. In merito è intervenuta l’assessora alla sicurezza Stefania Zivelonghi: “Aggiungiamo un ulteriore importante tassello verso l’avvio di operatività del Centro per la giustizia riparativa che prevediamo di attivare nella prima parte del 2026, una volta espletate le pratiche di assegnazione della gestione”. Bolzano: Costruzione del nuovo carcere, l’okay in Parlamento di Elena Mancini salto.bz, 2 gennaio 2026 Passa in Parlamento la riformulazione della legge di bilancio che consente di avviare il progetto della nuova casa circondariale di Bolzano. Ora sarà il Commissario straordinario del Governo per l’edilizia penitenziaria a decidere i prossimi passaggi. La legge sul nuovo carcere di Bolzano passa in Parlamento. Con l’approvazione da parte delle Camere della legge di bilancio del 2026 è passata anche la riformulazione che prevede come “il commissario straordinario compie, altresì, d’intesa con la Provincia autonoma di Bolzano e nel limite delle risorse previste dal Programma anche attraverso la modifica degli interventi dello stesso, gli atti necessari per la realizzazione della nuova casa circondariale di Bolzano, in ragione delle rinnovate esigenze del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”. Si tratta, spiega il senatore della SVP Meinhard Durnwalder, della base giuridica grazie alla quale si potrà realizzare la nuova casa circondariale di Bolzano, in sostituzione all’attuale edificio di via Dante. In questo modo il progetto sulla nuova struttura carceraria è entrato nella competenza del Commissario straordinario del Governo per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio per far fronte alla grave situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani. Sarà quindi il Commissario straordinario a decidere come procedere. Come già spiegato a SALTO dal Presidente Arno Kompatscher, le opzioni sul tavolo sono tre: il Commissario potrebbe utilizzare il progetto vinto nel 2011 dalla cordata romana guidata da Condotte da 200 posti, modificarlo, oppure farne uno nuovo avviando una nuova procedura. A livello di costi, la nuova struttura sarà realizzata nei limiti delle risorse del Piano nazionale edilizia carceraria, per questo è probabile che ci sarà un ridimensionamento del progetto. Tuttavia, essendoci l’accordo, la Provincia potrebbe contribuire al finanziamento, con eventuali somme che verrebbero poi scomputate dal contributo statale. Ferrara. Sostegno ai genitori detenuti, un patto con l’amministrazione Il Resto del Carlino, 2 gennaio 2026 Tre interventi per accompagnare i padri reclusi nel loro ruolo educativo in ottica reinserimento. L’assessore Coletti: “Favorire le relazioni familiari offrendo spazi di incontro adeguati”. Tre azioni progettuali per sostenere la genitorialità in carcere, nell’ottica di promuovere azioni sempre più attente di reinserimento sociale delle persone detenute. Questo è il fulcro della convenzione che unisce l’amministrazione comunale e la casa circondariale, sottoscritta con l’intendimento di sostenere concretamente, attraverso tre percorsi, i genitori sottoposti a misure detentive. “L’approvazione di questa convenzione è un tassello significativo - dichiara l’assessore comunale alle Politiche sociosanitarie Cristina Coletti - nel percorso di promozione del benessere della popolazione carceraria, tutelandone diritti e dignità. Attraverso questo documento si rafforza il lavoro in rete tra Comune e istituto penitenziario, con l’obiettivo di sostenere il rapporto genitore-figli anche in un contesto di fragilità. Lo scopo principale è favorire relazioni familiari, spazi di incontro adeguati e adeguate opportunità rieducative, che consentano ai genitori di non perdere il legame affettivo e che rappresentino opportunità di riflessione da cui far partire azioni di reinserimento sociale più consapevoli”. “L’esperienza di Ferrara in queste progettualità è molto innovativa nel panorama penitenziario nazionale - dice la direttrice dell’Arginone Maria Martone -. Sono rari i casi in cui le amministrazioni locali finanziano progetti volti al rafforzamento delle relazioni familiari, in particolare relativi alla genitorialità. Attraverso queste attività le famiglie possono riunirsi in un’atmosfera armoniosa, che fa pensare di essere lontani dal contesto carcerario. Anche il progetto inerente alla mediazione familiare è importante, perché aiuta i detenuti a comprendere”. La convenzione trova attuazione attraverso tre interventi principali, pensati per accompagnare i padri detenuti nel loro ruolo educativo. Un primo ambito di lavoro riguarda le consulenze individuali sulla genitorialità, che offrono ai detenuti uno spazio riservato in cui affrontare dubbi, difficoltà e risorse personali. Accanto al lavoro individuale, la convenzione prevede anche la realizzazione di ‘Sabato in famiglia’, un appuntamento mensile che si svolge generalmente l’ultimo sabato del mese, nelle ore dedicate al colloquio con i familiari. A completare il percorso vi sono i gruppi di padri detenuti, che si riuniscono ogni tre settimane, in alternanza con le consulenze individuali. Ravenna. Bilanci di fine anno. Il grazie e l’augurio del cappellano della Casa circondariale di don Marcelo Lopresti* risveglioduemila.it, 2 gennaio 2026 Una lettera per ringraziare il direttore, l’amministrazione, i volontari e la polizia penitenziaria del lavoro che mette al centro il “bene del prossimo”. La speranza è possibile, anche in carcere. Lo ha “detto”, implicitamente ed esplicitamente, Papa Francesco quest’anno aprendo una Porta santa a Rebibbia. Ma è anche l’esperienza concreta di don Marcelo Lopresti, da qualche mese cappellano a Port’Aurea Con questa lettere a Risveglio ha voluto fare un bilancio di quanto vissuto e ringraziare il direttore, l’amministrazione, la Polizia penitenziaria, volontari per il loro lavoro che mette al centro “il bene del prossimo”. La pubblichiamo integralmente. Papa Francesco apre la porta santa in carcere, un gesto che risuona - Mai come adesso abbiamo necessità di gridare il bello che c’è intorno a noi, ecco il perché di questo mio saluto. A fine anno e all0inizio di uno nuovo è una buona abitudine fare un’analisi di come sono andante le cose nel tempo trascorso insieme. A questo proposito, voglio condividere una mia personale impressione in questi mesi di servizio all’interno della casa circondariale di Ravenna con il personale e con la intera popolazione. A inizio dell’Anno Santo che stiamo concludendo, papa Francesco ebbe a fare un gesto molto significativo e inedito aprendo una Porta Santa in un carcere, portando il tema del Giubileo della Speranza in un luogo di reclusione. Quel gesto di Papa Francesco attraversando la Porta Santa a piedi e seguito dalla Santa Messa e da parole di incoraggiamento ai detenuti, esortandoli a non perdere la speranza, risuonano ancora oggi all’interno della nostra Casa circondariale di Ravenna. Aprire la Porta Santa in carcere (come a Rebibbia) simboleggia la speranza che non delude mai, invitando a spalancare il cuore alla misericordia di Dio, e questo monito lo viviamo tutti i giorni all’interno del carcere con il lavoro instancabile di uomini e donne che si rendono disponibili nel servire e accompagnare ogni singola persona che vive all’interno della struttura. Dai volontari e amministrazione, tutti cercano il bene del prossimo - Il lavoro svolto all’interno dell’istituto, già dal direttore e tutti i suoi collaboratori nella Amministrazione alla Polizia penitenziaria in ogni suo membro e dai volontari che si prodigano per il prossimo, è un esempio inequivoco della volontà di tutti gli operatori del carcere di mettere in atto l’invito di Papa Francesco a riconoscere Gesù in ogni detenuto, specialmente attraverso gesti di servizio concreti per mostrare vicinanza umana e spirituale. Dalla celebrazione della Eucaristia e i dialoghi con i detenuti, ai diversi interventi dei volontari della Caritas diocesana come quelli degli altri operatori volontari nello sport e la cultura; dalla sensibilità dell’Amministrazione in venire incontro - laddove sia possibile - alle richieste e bisogni dei detenuti alla comprensione della realtà da parte del corpo della Polizia penitenziaria, ho imparato come tutti cercano il bene del prossimo. Insomma, il bilancio personale di questo periodo all’interno della casa circondariale di Ravenna lo reputo positivissimo. Il grazie e l’augurio per il 2026 - Se dovessi riassumere il mio sentimento, lo farei con questa sola parola “grazie”. Grazie alle persone che lavorano dentro il carcere perché in loro ho imparato che l’amore sta più nel “fare” che nel “dire”, e soprattutto da loro ho imparato a “fare” nel silenzio assoluto e lontano dai riflettori e della pubblicità. Con questi sentimenti voglio iniziare il nuovo anno 2026, augurando a tutti serenità e pace per continuare a portare la speranza che rincuora il nostro agire quotidiano. Buon Anno nuovo a tutti. *Cappellano della Casa circondariale di via Port’Aurea Carcere, luogo di riparazione. La pena deve avere uno scopo di Stefano Maria Capilupi Il Riformista, 2 gennaio 2026 Da Beccaria a Dostoevskij, la letteratura ha sempre affrontato i sistemi punitivi ricordando il compito della giustizia: rieducare i detenuti, non vendicarsi su di loro. “Una delle guardie che gli stava vicino dette uno schiaffo a Gesù ... lui gli rispose: “...perché mi percuoti?” (Gv 18, 22-23). Il Cristianesimo, - uno dei fondamenti dell’umanesimo europeo, - è l’unica grande religione in cui il fondatore è un laico che finisce arrestato, attraversa l’umiliazione della custodia, conosce tortura e violenza legale, e muore come condannato. La Croce è anche il riscatto di un’ingiustizia storica. Dentro la modernità, la critica laica ai sistemi punitivi, che unisce Beccaria e Filangieri all’eredità socratica, ha insegnato a diffidare della vendetta pubblica e dell’arbitrio. Ma già la teologia morale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori anticipava che la persona non si esaurisce nel suo delitto, e la pena, se vuole essere davvero giusta, non può ridursi a pura ritorsione. Quando ragiona delle censure, egli richiama esplicitamente la loro natura “terapeutica”: “censura enim est poena medicinalis… aliter sanari non potest”, cioè una pena che mira a “sanare” la contumacia e a ricondurre il colpevole nell’ordine della convivenza (Theologia Moralis, lib. VII, cap. I, dub. IV, n. 53; Napoli: 1748). Non sorprende allora che, nel Giubileo dei detenuti, Leone XIV abbia scelto parole semplici e politicamente esplosive: “nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto”, e la giustizia, se vuole restare umana, è “riparazione e riconciliazione”. La speranza, qui, non è un sentimento privato: è categoria pubblica. Il Papa ricorda il gesto di Francesco a Rebibbia, e mette al centro la logica evangelica di un Dio che “non vuole che alcuno si perda” (2 Pt 3,9) e per cui “nulla è impossibile” (Lc 1,37). La letteratura russa, per esempio, aiuta a non mentire, ma anche a comprendere le profondità dell’anima. Nel Maestro e Margherita, Bulgakov mette in scena Pilato che nell’epilogo del romanzo conversa con Gesù dopo la morte. “Che supplizio triviale! Ma tu, ti prego, dimmi, (...) non c’è stato, il supplizio! Ti scongiuro, dimmi che non c’è stato. - Ma certo che non c’è stato - risponde con voce roca il compagno, - ti è apparso soltanto”. In quel paradosso di oblio si intravede una teologia apofatica della speranza. Dostoevskij, in antitesi dialettica, legò ancora prima speranza e memoria in maniera indissolubile, e nei Fratelli Karamazov Ivan restituisce addirittura il biglietto di entrata nel Paradiso per restare con la memoria delle ingiustizie. Il romanzo Delitto e castigo in russo suona più precisamente come “Il delitto e la pena” (Prestuplenie i nakazanie): il problema non è il castigo in sé, ma il senso della pena. La prima edizione italiana del 1889 (Treves), che traduceva la versione francese, fissò però l’uso di “castigo”, influenzando per sempre il titolo in italiano. Dostoevskij invece non poté fare a meno di trarre ispirazione dal celebre saggio di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, che era stato tradotto e pubblicato in Russia già nel 1805. Dentro questa oscillazione lessicale c’è la domanda: pena come vendetta o come percorso? E il principe Myškin nell’Idiota, parlando della pena di morte, inchioda la coscienza moderna: uccidere “per” un omicidio è una pena più grande del delitto stesso, perché toglie all’uomo persino il tempo del pentimento e della ricostruzione interiore. La dottrina cattolica, quando è fedele al Vangelo, non divinizza mai la pena: la orienta. Il Catechismo ricorda che la punizione deve riparare il disordine creato dal reato e, “per quanto possibile”, favorire la correzione del colpevole, richia-mando persino il buon ladrone. E aggiunge che oggi i casi in cui l’eliminazione del reo sia “necessaria” sono “molto rari, se non praticamente inesistenti”. In questo senso la modernità non fa altro che realizzare il monito del Vecchio Testamento sulle origini: ““chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse” (Gen 4, 15). La pena deve avere un fine, altrimenti diventa superstizione civile. Un carcere che investe su istruzione, lavoro, cura delle dipendenze, legami familiari, accompagnamento all’uscita e giustizia riparativa non sminuisce il reato: impedisce che il male si riproduca, e restituisce alle vittime non solo indignazione, ma sicurezza reale. È anche lo spirito dell’art. 27 della Costituzione: “rieducazione”, non vendetta. Tra memoria e speranza sta la misura di una comunità adulta: ricordare il male senza ridurre l’uomo al suo male, e proteggere la società senza perdere l’anima. “L’emergenza negata”: il libro di Alemanno e Falbo sulla situazione carceraria in Italia di Federica Parbuoni secoloditalia.it , 2 gennaio 2026 Si intitola “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane” il libro che Gianni Alemanno ha scritto con Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, con il quale sta dando voce al disagio e in molti casi alla sofferenza dei detenuti italiani, a partire dall’esperienza diretta di quelli dell’istituto di pena romano. È passato un anno esatto da quando l’ex sindaco di Roma è stato arrestato per non aver rispettato le condizioni dell’affidamento in prova cui era stato posto dopo una condanna a un anno e dieci mesi per il reato di traffico di influenze illecite, unico capo di imputazione rimasto nei suoi confronti nell’ambito di quell’inchiesta monstre e fortemente mediatica che è stata “Mafia Capitale”. Alemanno a Rebibbia da un anno - Alemanno è stato condannato a un anno e 10 mesi, una parte dei quali aveva già scontato con l’affidamento. Ma il contatore è stato “azzerato” quando sono andati a prenderlo la sera del 31 dicembre del 2024 e il conteggio della condanna è ripartito daccapo. “Alemanno si ritrova a Rebibbia per scontare di nuovo la sua pena per aver violato, mentre era affidato ai servizi sociali, le prescrizioni impartite dal magistrato di sorveglianza. Una serie di leggerezze che io comprendo perché so cosa sia la passione politica che, non c’è dubbio, è stata la cifra di tutta la sua vita. Passione politica che lo ha portato a cercare di conciliare i suoi impegni politici con i permessi di lavoro ottenuti per uscire fuori dai confini territoriali che gli erano stati imposti”, scrive la parlamentare radicale Rita Bernardini nella prefazione al libro, definendo uno “sfregio” la decisione di “chiuderlo in cella proprio l’ultimo giorno dell’anno”. Dai “diari di cella” alle lettere aperte: l’impegno per i detenuti - In questo anno Alemanno ha dato prova di straordinaria resilienza, profondendo quella passione politica di cui parla Bernardini nell’impegno per i detenuti e per un sistema carcerario più moderno e umano. Il libro è un tassello di questo impegno, che si manifesta con regolarità con i “diari di cella” e con le lettere aperte alle alte cariche istituzionali e politiche del Paese e anche al Papa. Il libro scritto con Fabio Falbo: “L’emergenza negata” - Il volume è organizzato in tre parti: la prima, scritta da Alemanno, è una panoramica storica e politica della questione carceraria in Italia, dall’immediato Dopoguerra a oggi e si intitola “La politica che non vuole vedere”; la seconda, scritta da Falbo - detenuto di lungo corso, che in carcere si è laureato in Giurisprudenza e si è messo al servizio dei detenuti con minori strumenti economici, culturali e sociali - si intitola “Le carceri italiane al collasso” e offre una riflessione sulla condizione carceraria, dall’interno - certo - ma con un approccio “tecnico” e analitico che presenta dati e comparazioni e accende i riflettori sulle maggiori criticità; la terza sezione, “Il lavoro che non arriva”, è composta dagli interventi di diversi detenuti, che raccontano le principali difficoltà della vita carceraria con particolare riferimento alle strategie per preparare al reinserimento e, soprattutto, alla loro carenza. Infine, ci sono un’appendice con le lettere inviate da Alemanno e Falbo alle autorità per sensibilizzare sul tema e le postfazioni dell’avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile Osservatorio carcere Unione Camere Penali Italiane, e della ricercatrice Serena Cataldo, impegnata nel progetto Università in carcere, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Un contributo alla riflessione e al dibattito - Il libro, estremamente critico nei confronti della politica, non si presenta solo come una fotografia: avanza proposte e ipotizza soluzioni a una situazione che, come correttamente ricordato da Alemanno nei suoi capitoli, è il frutto di una stratificazione di questioni rimaste irrisolte nell’arco di molti decenni, duranti i quali fenomeni sociali e globali come la diffusione delle droghe e l’immigrazione di massa hanno aggiunto problemi a problemi. Si può essere d’accordo o meno con le tesi esposte, ma si tratta comunque di un contributo alla riflessione che può essere utile per avere una visione più completa di come il carcere è visto da chi ci vive, di quali siano le sfide sul tavolo e di cosa significhi, anche, saper trasformare un’esperienza potenzialmente - e per molti effettivamente - devastante in un’occasione da mettere al servizio della comunità. A Norimberga si processò la Storia, da lì partì l’evoluzione del diritto internazionale di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Il film “Norimberga”, in questi giorni nelle sale cinematografiche, riporta all’attenzione le pagine più buie della Storia europea e dell’umanità. Quasi ottanta anni fa, il 1° ottobre 1946, si concluse il processo celebrato nella città tedesca, che condusse alla sbarra i 22 esponenti più importanti del nazismo, 12 dei quali furono condannati a morte per impiccagione. Ancora una volta Hollywood ha presentato episodi e personaggi - non senza abbandonarsi alla tentazione di classificare i “buoni” e i “cattivi” - che hanno portato alla distruzione e poi alla costruzione di un nuovo mondo, basato su nuovi principi giuridici. In “Norimberga” il regista James Vanderbilt si è affidato a Russell Crowe e a Rami Malek per indagare nei meandri nascosti di una delle menti “più raffinate” e votate al male del Terzo Reich, Hermann Göring, interpretato dall’ex Gladiatore. Malek è invece lo psichiatra dell’esercito statunitense, il tenente colonnello Douglas Kelley, al quale viene affidato un delicato compito, difficile da assolvere completamente: tracciare il profilo psicologico di Göring. Il gerarca nazista fu uno degli uomini più fedeli a Hitler. Per diversi anni comandò l’aeronautica tedesca. Fu, inoltre, il malefico suggeritore della “soluzione finale” con lo sterminio di milioni di ebrei. Göring cadde in disgrazia per aver collezionato una serie di fallimenti militari, a partire dal mancato contenimento degli attacchi aerei alleati che portarono alla distruzione di decine di città tedesche. Dopo il suicidio di Adolf Hitler e di Eva Braun nel bunker di Berlino il 30 aprile 1945, Hermann Göring sperò di eliminare ogni macchia delle proprie responsabilità, sostenendo, così come tentarono di fare altri gerarchi ed esponenti del nazismo, di essersi limitato ad assecondare le volontà del führer. Nella pellicola di Vanderbilt lo psichiatra militare Kelley è impegnato non solo a studiare la mente dei criminali nazisti. A lui spetta un altro compito ingrato. Deve evitare che i ventidue imputati di Norimberga realizzino propositi suicidari, come quelli che riguardarono Hitler, Goebbels e Himmler. Missione quasi compiuta. Lo strizzacervelli non riuscirà però a conoscere fino in fondo la personalità di Göring, un uomo narcisista e manipolatore, abile nel mettere in soggezione l’ufficiale americano e nell’invertire spesso i ruoli di medico e di paziente. Nonostante fosse riuscito a dialogare con il più borioso e arrogante dei gerarchi nazisti e ad instaurare con lui un rapporto di fiducia, Kelley non riuscì ad evitare il suicidio di Göring con il cianuro il giorno prima dell’esecuzione capitale. Ma cosa è stato il processo di Norimberga? Quali insegnamenti ha offerto all’umanità? La giustizia più trasformarsi in vendetta? Tutti questi interrogativi hanno per decenni assillato giuristi, storici e massimi rappresentanti delle istituzioni, i quali, sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, hanno lavorato per ricostruire l’Europa. Hans Frank, soprannominato il “boia di Cracovia”, condannato a morte dopo il processo di Norimberga, governò la Polonia dal 1939. Da lui partirono gli odiosi ordini con i quali si attuò la persecuzione degli ebrei, degli oppositori politici e dei diversi. Il “boia di Cracovia” fu considerato il responsabile della morte di milioni di uomini, donne, bambini e anziani con la creazione dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Majdanek, Chelmno, Belzec e Sobibor. La sua crudeltà è riassunta in queste parole pronunciate il 16 dicembre 1941: “A Berlino ci hanno detto di non rendere le cose troppo difficili: a meno che quei territori o i nostri territori se ne facciano qualcosa, dobbiamo semplicemente liquidarli! Nessuna commiserazione, dobbiamo distruggere gli ebrei ovunque li troviamo, e ovunque sia possibile”. Nell’aula del medievale palazzo di giustizia di Norimberga, uno dei pochi edifici rimasti in piedi durante la guerra, i più importanti esponenti del nazismo vennero portati davanti a un Tribunale militare internazionale allestito dai Paesi vincitori - Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia - ai quali spettarono un giudice e un sostituto procuratore. Il procuratore capo fu lo statunitense Robert H. Jackson, affiancato dal britannico Harley Shawcross. Jackson formulò i capi di accusa (complotto, crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità) e si scontrò con il difensore di Göring, l’avvocato Otto Stahmer. Il legale presentò un’eccezione apparentemente incontestabile, basata sul principio _nullum crimen, nulla poena sine lege, per impedire che il processo si celebrasse. Secondo Stahmer, i gerarchi nazisti non potevano essere accusati, processati e puniti per un reato non previsto da una legge già esistente nel tempo in cui fu commesso. Pertanto, nessuno poteva essere punito sulla base di norme create post factum. Le tesi della difesa vennero smontate dal procuratore Robert “Justice” Jackson. Anche se la Germania non assunse sempre obblighi internazionali con la firma di accordi non poteva esimersi dal rispettare norme che avrebbero vincolato tutti. Oltre ai trattati bilaterali e multilaterali, vi sono regole universali “in movimento” che tutti sono tenuti a rispettare. Inoltre, il procuratore statunitense rilevò un altro aspetto. La Germania non aveva ancora firmato un trattato di pace, per cui la commissione alleata di controllo era titolare della sovranità temporanea, compreso il potere di governo, sul territorio tedesco. Il processo, a detta di Jackson, non si trovava sotto il tetto del diritto internazionale con l’applicazione del principio _nullum crimen sine lege, ma nasceva come atto regolato dall’interno, disposto dal governo militare tedesco. Una nuova chiave di lettura del diritto internazionale con una interpretazione del caso specifico che permise al Tribunale di Norimberga di lavorare e arrivare a sentenza con quasi tutte le verità - la Russia temeva che i nazisti sotto processo rivelassero relazioni pericolose tra Mosca e Berlino - delle nefandezze della Seconda Guerra Mondiale venute a galla. Nel processo conclusosi ottanta anni fa i “volenterosi carnefici di Hitler” non furono accusati di genocidio. Questa parola venne inventata nel 1944 dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, che si impegnò a lungo affinché la giustizia internazionale tenesse conto della nuova fattispecie di crimine. Il lavoro di Lemkin non fu però vano. Il 9 dicembre 1948, il giorno prima dell’approvazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, vide la luce nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite la Convenzione sul crimine di genocidio. Un altro passo fondamentale nel tentativo di dare giustizia alle vittime di un crimine abominevole, che ha continuato ad insanguinare il mondo fino ai giorni nostri. Il gran discorso del Quirinale che scuote la meglio gioventù di Davide Vari Il Dubbio, 2 gennaio 2026 Il presidente della Repubblica ha spronato i giovani a prendere in mano il loro futuro. Che fine ha fatto la forza della meglio gioventù che tirò su questo Paese dalle macerie del dopoguerra e della sciagura fascista? E che fine ha fatto la trascinante stagione riformatrice? Quella della sanità universale, dello statuto dei lavoratori, del piano casa e di tante altre conquiste sociali? E dov’è finita la lucida passione dei costituenti che “di mattina discutevano - e si contrapponevano - sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni”? Dov’è finita, insomma, quella forza visionaria, quella responsabilità comune verso noi stessi e verso chi vive accanto a noi? È questo il messaggio più forte e più limpido che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto sottolineare nel suo discorso di fine anno, forse il più bello della sua lunga presidenza, il più moderno nonostante celebri gli 80 anni della Repubblica, o forse proprio per quello. Mattarella ha parlato di diritti: “Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità”; e ha parlato di convivenza comune, del “vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”. Ha ricordato i primi passi della giovane democrazia italiana che nel dopoguerra era dinamica, affamata, dialogante e aperta al mondo. E l’impegno di ognuno nel comporre quell’affresco comune: “Ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico. In ogni casa, in ogni famiglia c’è una storia da raccontare”. Ed è una frase che a ben vedere pesa come un macigno sul presente. Perché oggi il mosaico sembra frantumato, e ciascuno rivendica la propria tessera come se bastasse da sola. Diritti senza doveri, appartenenza senza partecipazione, indignazione senza progetto. E intanto le crepe si allargano: diseguaglianze, nuove povertà, infedeltà fiscale. Non come fatalità, ma come conseguenza di una coesione in frantumi. E infine l’abbraccio ai più giovani, sui quali il presidente Mattarella ha voluto togliere via quel velo giudicante e paternalista con parole visionarie che ricordano, perché no, il migliore Steve Jobs, quello di “Stay hungry, stay foolish”. “Qualcuno, che vi giudica senza conoscermi davvero, - ha infatti detto il Capo dello Stato - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”, ha detto il Presidente. È un invito forte, decisivo, che presuppone una verità dolorosa: quel futuro, infatti, non è bloccato da chissà quali forze oscure, ma da una rinuncia collettiva alla responsabilità. Forse perché la meglio gioventù non è scomparsa, ma è spesso disabituata a pensarsi come soggetto storico. E allora torniamo alla domanda iniziale: che fine ha fatto quella forza visionaria? Forse è ancora lì. Ma va svegliata. E Mattarella, con questo discorso, ha provato a scuoterla. Non con la nostalgia ma con la memoria di quel che siamo stati capaci di costruire che spinge noi tutti a tornare protagonisti del futuro. Il Presidente invita i giovani a essere esigenti, ma l’Italia ama i giovani? di Davide Rondoni Avvenire, 2 gennaio 2026 Siamo sicuri che i giovani che vogliono tentare di fare impresa, metter su famiglia, spendere energie, non sentano questa Italia come uno Stato che sovrasta i cittadini? Giustamente il Presidente Mattarella ha rivolto il finale del suo discorso come invito ai giovani. E ha premesso che qualcuno che pensa di conoscerli li “descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati”. Effettivamente, i dati a riguardo della partecipazione elettorale da parte dei più giovani e ancor più i dati della emigrazione all’estero di troppi giovani, fanno capire che qualcosa non va. Ma, ha ragione il Presidente, questi dati non descrivono la qualità dei nostri giovani, che per esempio negli sport e in attività di ricerca danno prova di essere al top nel mondo. Allora cosa c’è che non va? Il Presidente li invita a essere “esigenti”, “coraggiosi” e “responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”. Ma se i dati ci parlano di una disaffezione alla politica da parte dei giovani - che pur in molti casi sono impegnati in attività di carità, o sociali o di partecipazione civile - e se troppi ragazzi se ne vanno via qualche domanda occorre farsela. E io me la faccio tenendo presente il suggerimento di un grande educatore: il vero problema dei giovani si chiama adulti. Insomma, forse ciò che frena o fa andar via i ragazzi italiani, per cui siamo già nella grave emergenza d’essere un Paese per vecchi, sono decisioni prese dagli adulti. Ad esempio sulla legge elettorale. I ragazzi di ottant’anni fa partecipavano a una vita politica che sorgeva dal basso, un impegno che da quei luoghi in cui erano impegnati (si pensi alla Fuci) arrivarono alla politica attiva attraverso scelte popolari e voti presi sul territorio, misurandosi con le esigenze delle persone. Così quei corpi sociali e associativi dove molti ragazzi si impegnavano con adulti diedero politici di prim’ordine. Oggi abbiamo creato una società dove i ragazzi incontrano adulti quasi solo a scuola (quindi con il registro in mano) a meno che non facciano esperienza sportiva o di oratorio o di associazionismo, spesso in un contesto burocratico che rende difficili queste attività. Oppure penso agli ordini professionali che spesso allungano a dismisura l’entrata nel mondo del lavoro. Oppure una università che, come ricordava anche il prof. Cacciari recentemente, non volendo rinunciare al valore legale del titolo di studio immobilizza energie. Oppure una scuola che faticosamente cerca di diventare attenta ai talenti dei giovani e a valorizzarli. Siamo sicuri, Presidente, che i giovani che vogliono tentare di fare impresa, di metter su famiglia, di spendere energie non sentano questa Italia, a differenza di quando lei auspica, come uno “Stato che sovrasta i cittadini”? Di recente il Ministro Abodi ha presentato un pacchetto di proposte in Consiglio dei Ministri, istituendo un coordinamento interministeriale e tra istituzioni per le politiche giovanili. È un passo importante, mi aspetto scelte coraggiose. E altri provvedimenti sono in corso. Spero incidano. Frequento molti ragazzi di varia cultura ed estrazione. Hanno dal mondo adulto l’impressione (e i dati la confermano) di non ricevere spazio per crescere, oppure di passare da uno stadio delle coccole rassicuranti a un ruvido incontro con la realtà. Vedono adulti avviliti. Vedono che altrove non è così necessario chiedere permesso e fare mille passaggi per vivere, guadagnare, tentare. Amano l’Italia, non sanno se l’Italia ama loro. La cultura di un Paese è soprattutto nel messaggio non avvilente che consegna ai più giovani. L’invito sacrosanto perché abbiano coraggio deve essere accompagnato da scelte coraggiose degli adulti che lo governano. Anche rinunciando a agi, a retorica e a rendite di posizione. Un 2026 di verità e pace. Anche nel dibattito pubblico di Renato Balduzzi Avvenire, 2 gennaio 2026 Qualche domanda a circa due mesi dall’inizio formale della campagna referendaria. I termini delle questioni sul tappeto andrebbero illimpiditi, resi chiari per quello che sono, e non mascherati per intenti propagandistici. C’è connessione tra verità e pace: non si dà pace senza verità di cose e fatti, non si dà verità di cose e fatti senza una situazione e un contesto di pace, che richiede - come ci ha ricordato Leone XIV nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, richiamando la Pacem in terris di san Giovanni XXIII - “mutua fiducia, sincerità nelle trattative, fedeltà agli impegni assunti”, e cioè un contesto di verità. Risuonano altresì, sul punto, le parole, lucide e accorate, del presidente Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno, per cui “la pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”. Sono parole di saggezza che possono e devono applicarsi a tutte le situazioni della vita personale e pubblica, comprese quelle che sono normalmente oggetto di attenzione da parte di questa piccola rubrica. Senza strumentalizzare queste alte indicazioni, ma comunque prendendo sul serio il nesso tra verità e pace. A circa due mesi dall’inizio formale della campagna referendaria, i termini delle questioni sul tappeto andrebbero allora illimpiditi, resi chiari per quello che sono, e non mascherati per intenti propagandistici. In particolare, ai fautori di una revisione approvata su iniziativa del Governo e senza il contributo di emendamenti, né di maggioranza né di opposizione, è lecito chiedere di rispondere, secondo verità, ad alcune domande. Così, non si capisce in quale senso il giudice sarebbe più sereno in presenza di un pm scisso dalla cultura e dalla mentalità della giurisdizione e consegnato in un ruolo angusto e innaturale di “avvocato della polizia”. E non si capisce neanche, a meno di non pensare che l’obiettivo sia quello di indebolirne l’indipendenza e dunque l’imparzialità (e di marginalizzare l’organo che dell’autonomia e indipendenza costituisce la garanzia, cioè il Consiglio superiore della magistratura), perché, dopo averli separati, i magistrati vengano, sotto il profilo più delicato che è quello del processo disciplinare, riunificati e sottoposti non più al Csm, ma ad un organo ad hoc nel quale, unici tra tutti i dipendenti pubblici o privati, non potranno esprimere alcuna rappresentanza. E ancora. Quale vantaggio viene alla collettività dal mortificare e isolare atomisticamente, prevedendo il sorteggio per le loro rappresentanze istituzionali e addirittura per la composizione della Corte di disciplina, i magistrati, cioè coloro ai quali è affidata la garanzia ultima dei nostri diritti? Si sente dire: così si arginano le correnti. Non è così, le correnti occulte sarebbero più pericolose di quelle trasparenti. Con queste regole, in realtà si svilisce l’associazionismo dei magistrati, il quale costituisce una fondamentale garanzia dei singoli giudici e pm di fronte al potere politico e a quello economico, e dunque una garanzia per noi cittadini tutti. Da qui l’auspicio (ingenuo?) che il dibattito di questi mesi sia occasione per un salto di qualità nella discussione pubblica sul tema del ruolo della magistratura in una società che voglia continuare a essere democratica e liberale. Un salto di qualità che permetta, per il futuro, di condividere gli opportuni cambiamenti non delle norme costituzionali, ma della legge elettorale per l’elezione dei togati al Csm, nonché del codice di procedura penale e degli illeciti disciplinari, affinché il modello di un pubblico ministero organo di giustizia sia ancora più chiaramente affermato. Suicidio assistito, un plauso alla Consulta che riconosce l’autonomia delle regioni di Filomena Gallo* Il Dubbio, 2 gennaio 2026 La sentenza della Corte costituzionale sulla legge regionale toscana sul suicidio medicalmente assistito rappresenta un passaggio di grande rilievo. Quella legge era stata approvata al termine di un ampio confronto consiliare e a seguito dell’esame - con alcune modifiche - della proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, depositata dall’Associazione Luca Coscioni. La sentenza 204 del 2025 chiarisce finalmente ciò che per troppo tempo è stato oscurato da letture strumentali: le Regioni possono legiferare, nell’ambito della tutela della salute, per organizzare e rendere effettivo l’intervento del servizio sanitario pubblico nel percorso di suicidio medicalmente assistito, senza dover attendere una legge statale, purché non si sostituiscano allo Stato nella definizione dei diritti e dei loro limiti. La Consulta riconosce esplicitamente che la legge toscana è, nel suo impianto generale, riconducibile alla tutela della salute, materia di competenza concorrente. Un’affermazione decisiva, che smonta l’argomento utilizzato dalla Lombardia e dal Piemonte per bloccare, senza nemmeno discuterle, le proposte di legge regionali: non esiste alcun divieto costituzionale a priori all’intervento delle Regioni. Il confronto politico e istituzionale era dunque non solo possibile, ma doveroso. La Corte conferma la legittimità delle scelte fondamentali operate dalla Toscana: l’istituzione di commissioni multidisciplinari presso le aziende sanitarie, il coinvolgimento dei comitati etici, la previsione di procedure volte a garantire l’ascolto diretto della persona e la presa in carico da parte del Servizio sanitario regionale. Tutti elementi considerati coerenti con i principi già desumibili dalla legislazione statale e dalla giurisprudenza costituzionale. È particolarmente rilevante che la Corte ribadisca che l’inerzia del legislatore statale non può paralizzare l’azione regionale. Le Regioni non devono “attendere” il Parlamento, ma possono e devono organizzare il servizio sanitario per rendere effettivi diritti già riconosciuti, evitando che l’accesso al suicidio medicalmente assistito dipenda da prassi disomogenee o, peggio, dall’arbitrio delle singole strutture. Le dichiarazioni di illegittimità costituzionale non investono l’impianto generale della legge toscana, ma colpiscono specifiche disposizioni che eccedono la competenza regionale, tra cui la fissazione in fonte regionale dei requisiti individuati dalla giurisprudenza costituzionale e la scansione rigida dei tempi procedimentali. Resta fermo, tuttavia, nella ricostruzione della Corte, che il procedimento di accesso al suicidio medicalmente assistito si svolge nell’ambito del Servizio sanitario pubblico, cui compete la presa in carico sanitaria della persona, nei termini e secondo le condizioni già delineate dalla propria giurisprudenza. Questo punto assume un peso decisivo nel dibattito sul disegno di legge in discussione al Senato, che tenta di escludere il Servizio sanitario dal procedimento. La giurisprudenza costituzionale ha già riconosciuto che la persona che si trova nelle condizioni previste ha diritto di essere accompagnata dal servizio sanitario pubblico. Escluderlo significherebbe creare diseguaglianze, abbandonare le persone più fragili e tradire la funzione costituzionale della sanità pubblica. La Toscana ha dimostrato che è possibile legiferare con responsabilità, nel solco tracciato dalla Corte. Ora non ci sono più scuse: chi ha scelto di non discutere deve spiegare perché ha rinunciato a esercitare le proprie prerogative democratiche. La Corte ha parlato. La politica non può più tacere. *Avvocata e Segretaria Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica Migranti. Quel giorno la “Serraino Vulpitta” i profughi arsero vivi in cella di Stefano Galieni L’Unità, 2 gennaio 2026 Erano 6 ragazzi tunisini rinchiusi nel dicembre 1999 nell’allora Cpta “Serraino Vulpitta” a Trapani, ricavato da un vecchio ospizio. Stavano per essere rimpatriati, tentarono la fuga la notte del 28 dicembre, vennero presi e rinchiusi insieme ad altri due connazionali. Uno di loro diede fuoco ad un materasso, non si rassegnavano alla sconfitta. Il risultato fu una morte orribile, resa possibile dal fatto che non si trovarono le chiavi per aprire la cella in cui erano rinchiusi. Fu una notte da incubo, raccontata dagli abitanti di Trapani che abitavano nelle vicinanze del Vulpitta, dagli stessi agenti di polizia che assistettero impotenti alla strage. Per riprendere i fuggitivi si alzarono gli elicotteri in una assurda caccia all’uomo. Dopo la cattura il rogo. In tre morirono immediatamente, gli altri ustionati e intossicati dal fumo subirono anche ulteriori sofferenze. L’ultimo fu Nasim, resistette un mese, nel delirio parlava della madre, sognava di essere su un delfino che gli restituiva la libertà. Chi scrive ricorda ancora con orrore, con il parlamentare di Rifondazione Giovanni Russo Spena, il compianto Dino Frisullo, l’ingresso nella cella, pochi giorni dopo. L’odore di fumo e di gommapiuma bruciata si mescolava ad altri odori che ancora provocano ricordi orrendi. Il soffitto e le pareti erano già stati imbiancati, la porta era ancora impregnata di fuliggine, il pavimento, con linoleum, era gonfio e nero. Morirono perché nessuno si era voluto assumere la responsabilità di farli uscire, gli estintori erano vuoti o non funzionanti. Nessuno pagò per le loro morti, a partire dall’allora prefetto, condannato non per omicidio colposo plurimo ma per negligenza e morto prima di conoscere la pena. I due superstiti ottennero un indennizzo che non potrà certo cancellare ne l’orrore vissuto, ne le ferite che portano sul corpo. Pochi giorni prima, la notte di natale, nel Cpta di Ponte Galeria, a Roma, c’era già stata un’altra vittima. Si chiamava Mohammed Ben Said, venne ritrovato all’alba con la mascella rotta ed ecchimosi in tutto il corpo. Anche la sua morte restò impunita. Soprattutto la strage a Trapani smosse un pezzo importante del Paese. Prese vita un movimento che non chiedeva la “riforma” dei centri, il loro abbellimento o maggiori controlli ma la chiusura. Sono migliaia in tanti anni gli uomini, le donne e a volte anche i minorenni, che sono stati “ospiti” fra queste gabbie di ferro e cemento sparse per l’Italia, spesso ex caserme, a volte strutture create ex novo, da Torino a Caltanissetta, da Gradisca D’Isonzo a Lamezia, a Palazzo S.Gervasio, Bari, Brindisi, Lecce, Crotone, Milano, Modena, Bologna, Ragusa e Crotone ed altri ancora, fino a giungere al progetto di delocalizzazione in Albania. Nel periodo del loro massimo “successo” furono 14 i centri sparsi per la penisola. Dal 2007 numerose ragioni portarono lentamente a chiuderne alcuni, i peggiori. In primis le rivolte che scoppiarono soprattutto quando aumentarono i tempi di trattenimento, rivolte che portarono spesso a rendere inagibili interi settori, denunce per malagestione, suicidi, difficoltà rendere effettivi i rimpatri. Per un breve periodo si ipotizzò il superamento dell’istituto della detenzione amministrativa. Nel 2011, all’inasprirsi delle tensioni nei centri rimasti operativi, il Viminale reagì con una circolare che inibiva totalmente l’ingresso a operatori dell’informazione e ad associazioni di sostegno non riconosciute, la maggior parte. Nacque una campagna “LasciateCIEntrare” per provare a rompere la cappa di silenzio che era ormai caduta sui centri, a cui rimanevano ad opporsi pochi attivisti, qualche legale, aree molto limitate di movimento. Intervenne anche l’Fnsi, l’Ordine dei Giornalisti e, con la crisi del governo Berlusconi/Maroni si giunse ad una sospensione della circolare. Di fatto l’accesso ai centri resta limitato alla discrezionalità delle prefetture e quindi del competente Ministero dell’Interno. L’aumento degli arrivi del 2016, il Memorandum con la Libia del 2017, l’assenza di politiche di regolarizzazione di chi perdendo il lavoro diveniva irregolare, ha fatto rilanciare l’idea che i centri di detenzione fossero “necessari”. Il “piano Minniti” del 2017, reiterazione di quanto già affermato da precedenti inquilini del Viminale, di identica o diversa appartenenza politica, ma di eguale impostazione repressiva, prevedeva l’apertura di Centri in ogni regione. Alcuni chiusi, sono stati riaperti, ogni ministro dell’Interno che entra nel governo cerca di individuare spazi in cui aprire nuovi Cpr nelle regioni che ad oggi ne sono sprovviste. Oggi, nella pulviscolare opposizione ai Centri, le condizioni peggiorano. Se allora si poteva restare chiusi fino a 30 giorni, oggi, il trattenimento, in condizioni ancora peggiori, può durare fino a 18 mesi e, se verranno approvate le nuove disposizioni europee, si potrà giungere a 24, questo senza aver commesso reati, questo malgrado tale oscena persecuzione, porti, al massimo, a rimpatriare il 50% dei trattenuti.