Vorrei Istituzioni che sappiano essere miti e sensibili di Ornella Favero* Ristretti Orizzonti, 29 gennaio 2026 Quando stavo scrivendo l’articolo sulla difficoltà (che a volte è proprio incapacità) di molte Istituzioni di chiedere scusa quando sbagliano, mi è arrivata la notizia tragica di un suicidio “annunciato”, quello di Pietro Marinaro, una persona detenuta nella sezione Alta Sicurezza di Padova che ha scelto di togliersi la vita perché non reggeva al dolore di perdere quel poco che aveva: una detenzione decente interrotta bruscamente per un trasferimento che io definisco “feroce”. Feroce perché nel giro di poche ore è stato detto a persone che da anni, da decenni anzi erano incarcerate a Padova di mettere insieme le proprie cose e prepararsi a partire. L’articolo che avevo scritto resta, ahimè, perfino troppo vero: l’umanità pare non far parte del bagaglio di qualità richieste per essere delle buone Istituzioni. Quando le Istituzioni non sanno chiedere scusa In tanti anni di volontariato, una cosa credo di non avere ancora visto: che le Istituzioni, quando sbagliano, sappiano chiedere scusa. Eppure, in un ambito come quello della Giustizia in cui si chiede continuamente alle persone detenute di riconoscere e assumersi le proprie responsabilità, dare il buon esempio potrebbe essere fondamentale. La rieducazione, in fondo, per avere un senso dovrebbe essere proprio questo: mettere in moto un percorso di messa in discussione dei propri comportamenti, di rivisitazione delle proprie scelte, di auto riflessione profonda e coraggiosa, che dovrebbe riguardare chi ha commesso reati, ma anche chi, tra gli operatori, ha voglia di mettersi in gioco, di confrontarsi e di non sentirsi perfetto. Merita ricordare che sbagliare è umano, ma riconoscere il proprio errore è ciò che fa la differenza. Di questa refrattarietà alle scuse voglio fare qualche esempio concreto: * un detenuto semilibero rientra in carcere ogni sera, gli fanno ogni tanto le analisi delle urine (mai avuto problemi di sostanze in tutta la sua vita), dopo anni di regolare condotta improvvisamente un giorno lo chiudono perché risulta positivo al Subbutex. C’è una presunzione di innocenza, visti gli anni di corretto comportamento? Neanche per sogno, viene subito prelevato, chiuso, riportato in una sezione comune, esposto a riprovazione, sospetti, accuse di aver “tradito la fiducia” accordata dalle Istituzioni. A proprie spese lui si paga l’analisi del capello, da cui risulta del tutto innocente, viene rimesso fuori ma NESSUNO ritiene di dovergli chiedere scusa e risarcirlo: * un detenuto di Alta Sicurezza viene accusato di aver ripreso i contatti con la criminalità organizzata tramite il fratello, che è in libertà, parte l’indagine, il fratello viene indagato e poi arrestato, il detenuto viene trasferito da Padova a Oristano, il suo percorso di reinserimento brutalmente bloccato, i permessi premio interrotti. Conclusione della vicenda: la persona accusata di aver fatto da tramite con l’organizzazione criminale viene assolta perché in trent’anni ha incontrato il fratello in carcere una sola volta (e nessuno ha pensato di verificare questo dato fondamentale), difficile immaginare che si possano tenere i contatti con la ‘ndrangheta con un unico incontro in trent’anni. L’indagine viene archiviata, non c’è stata nessuna ripresa di contatti con l’organizzazione criminale. Qualcuno ha chiesto scusa? Certo che no, la vita di un criminale non vale niente, si può tranquillamente distruggere tutto quello che lui ha costruito in anni di un faticoso percorso di reinserimento; * un giovane ergastolano decide di dare una svolta alla sua vita, e comincia a impegnarsi in un faticoso percorso di cambiamento, di messa in discussione profonda del suo passato. Percorso brutalmente interrotto dal sospetto che abbia partecipato a un traffico di droga in carcere, che gli costa una denuncia, il trasferimento in un carcere punitivo e la fine dei suoi sogni. Salvo poi venire completamente scagionato da quella accusa. Qualcuno pensa che lo facciano tornare nel carcere da dove è stato trasferito, con tante scuse? Niente del genere, e del resto l’Istituzione penitenziaria non sembra proprio capace di riflettere sui suoi errori e sulla sua frettolosa voglia di punire a tutti i costi. Di storie così sono piene le galere, a interrompere un percorso positivo si fa presto, basta un sospetto e si sa, se il sospetto riguarda un detenuto dargli credito è pressoché obbligatorio. Il ministro Nordio ritiene che concedere un indulto sarebbe un cedimento dello Stato, a me pare che la frana dello Stato ci sia là dove le Istituzioni non sanno rispettare le loro stesse leggi. *Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti L’appello per diritti e umanità in carcere dopo l’ultimo suicidio: c’è un’enorme questione democratica di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2026 L’ultima cattivissima notizia che arriva dalle carceri italiane è l’ennesimo suicidio: un detenuto di 72 anni si è tolto la vita nella casa di reclusione di Padova. In Italia esiste un’enorme questione carceraria che è a sua volta un’enorme questione democratica. Chiusure ingiustificate, militarizzazione, sovraffollamento intollerabile, linguaggio istituzionale truce, minori considerati al pari di mafiosi e terroristi, comunità penitenziarie considerate solo come questione di ordine e sicurezza. Non era questa la storia penitenziaria democratica ereditata dal pensiero costituente, dai grandi Calamandrei, Spinelli, Pertini, Foa. “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”. È questo l’appello che un gran numero di associazioni (A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, MOVI, Movimento No-Prison, Nessuno Tocchi Caino, Ristretti Orizzonti) ha rivolto al Parlamento, al Governo, all’amministrazione penitenziaria per gli adulti e per i minori, a tutti gli operatori sociali e giuridici, alle organizzazioni sindacali ma anche ai media. Non si può girare la testa dall’altra parte di fronte a un sistema che dovrebbe essere esempio di legalità e invece è abuso, degradazione, disumanità. Chiediamo al Ministero della Giustizia di alzare lo sguardo, di non minimizzare il numero delle tragedie, di non raccontarci la favola dell’edilizia penitenziaria. In carcere ci può finire chiunque, di destra, di centro o di sinistra. Le uniche novità proposte di recente sono: l’uso dello spray al peperoncino, delle body cam e l’introduzione del delitto di rivolta carceraria. Nessuno afferma che prima del 2022, anno dell’insediamento del governo Meloni, la situazione penitenziaria fosse conforme al diritto scritto o a principi di ragionevolezza e umanità. L’Italia nel 2013 subì l’onta di una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio per il trattamento disumano nelle carceri del Paese. Allora, però, le istituzioni si assunsero la responsabilità di intervenire in qualche modo. Se è vero che non ci fu la grande riforma per mancanza di coraggio politico, quanto meno la retorica istituzionale era genericamente accettabile. Oggi essa insegue una pratica disumana, o piuttosto la istiga. La questione carceraria è sempre l’esito delle scelte compiute in ambito penale dalle istituzioni. Il sovraffollamento non è una calamità naturale: è il prodotto di politiche repressive, del tutto non incidenti sulla sicurezza collettiva. Politiche che servono a blandire un’opinione pubblica disinformata, scarsamente aiutata dai media a non semplificare. Su tutto questo, sulla necessità urgente di un provvedimento di clemenza, che è anche un provvedimento di legalità e giustizia, le associazioni organizzano un’assemblea aperta a tutti i mondi possibili. Si terrà a Roma il prossimo 6 febbraio 2026 presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione, Aula 9, a partire dalle 10.30. La partecipazione è aperta. Il Giubileo dei detenuti, fortemente voluto da papa Francesco con l’apertura emozionante della Porta Santa a Rebibbia il 26 dicembre 2024, si è chiuso senza che le voci della Chiesa, compresa quella di papa Leone, fossero minimamente ascoltate. D’altronde negli Usa i sacerdoti che si oppongono agli arresti arbitrari dell’Ice vengono fermati e arrestati. Ma il destino tragico si può e si deve cambiare. Non possiamo restare inermi, inerti e a testa bassa. Facciamo sentire la voce del diritto e della Costituzione negata nelle prigioni italiane. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Di trasferimenti e riorganizzazione dei circuiti detentivi di Maria Brucale linkedin.com, 29 gennaio 2026 Aprono un carcere, chiudono quell’altro. Blocchi, moduli, scatole e corpi da spostare, numeri da contare. Un po’ di detenuti qua, un po’ là. Sono già iniziati i feroci spostamenti, improvvisi e irragionevoli che interrompono percorsi faticosi di adattamento e di convivenza, di recupero a volte, di vita sempre; sradicano abitudini familiari conquistate nel tempo fatte anche di piccole cose, di dettagli organizzativi, di una quotidianità conformata al luogo di detenzione, ritagliata tra spese e tempi del viaggio, pacchi da portare, orari per le telefonate e le videochiamate, documenti per autorizzare i colloqui. Spezzano rapporti di vicinanza e di solidarietà costruiti con i compagni di viaggio, di fiducia reciproca con il personale del trattamento. L’attesa di una pena conforme a Costituzione, a quegli obblighi positivi che gravano sullo Stato di orientare la privazione della libertà di ognuno al recupero del sé, alla restituzione in società, resta fuori da un pallottoliere balordo e impazzito dove ci sono numeri, numeri soltanto ed è oscurata da un concetto abusato, tirato in ballo a caso, un tanto al chilo e che ha perso ogni senso, ogni sostanza: sicurezza. Già perché sono le persone recluse per i reati più gravi le prime vittime di questi stravolgimenti. Proprio quelle che hanno le pene più lunghe da scontare e che per questo hanno più delle altre l’esigenza di un progetto detentivo definito e duraturo, da costruire ipotizzando obiettivi trattamentali progressivi, attraverso il confronto continuo con gli operatori del carcere, con l’area educativa e con la società civile, attraverso la relazione, l’incontro, il confronto, la cultura. E poi ci sono le persone ristrette in 41 bis, quei circa 750 sepolti vivi in carceri o sezioni dedicate, preferibilmente nelle aree insulari, che sono oggetto (oggetto, sì!) di una riorganizzazione. Alcune sezioni verranno chiuse, altre ridimensionate, altre create ex novo. Alcuni detenuti ci stanno da trent’anni, devono ancora leggere un programma di trattamento pensato per loro e hanno disegnato minute e vitali ritualità. La loro vita affettiva e relazionale è tutta nel colloquio di un’ora al mese, se le famiglie stremate sono ancora in grado economicamente di affrontare il viaggio, o nella telefonata di dieci minuti, nel pacco mensile per ritrovare una carezza di madre, un odore di casa, un pensiero buono e, su tutto, nella corrispondenza sempre più frequentemente trattenuta per ipotesi sempre più fantasiose di contenuti criptici o potenzialmente pericolosi. E, ancora, la salute e la speranza di cura per molti di loro che hanno superato gli 80 anni di età o che versano in condizioni di salute drammatiche, che pietiscono assistenza e attenzione perché la tenerezza resta fuori in quei luoghi in cui la punizione è la sola espressione della pena con buona pace dell’art. 27 co. III. e così del buon senso. In carcere la vita tecnologica è ferma a decenni fa, ma c’è un servizio di email che cerca di abbattere queste barriere di Luigi Mastrodonato wired.it, 29 gennaio 2026 C’è un luogo in Italia dove il tempo sembra essersi fermato. È il carcere. Entrarci significa riavvolgere il nastro dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico a come era decenni fa. Se il mondo libero è oggi alle prese con la sfida dell’intelligenza artificiale, per chi vive in carcere la situazione è spesso ancora ferma al tempo in cui c’erano i telefoni a muro, le televisioni da prendere a pugni per stabilizzare il segnale e le lettere cartacee per avere una corrispondenza con l’esterno. Da qualche anno c’è chi però si sta prodigando per cambiare le cose con uno dei servizi tecnologici più rudimentali esistenti, ma che in carcere può fare una grande differenza: la posta elettronica. In alcune carceri ha infatti preso piede ZeroMail, un servizio digitale ideato per consentire alle persone detenute di inviare e ricevere lettere tramite posta elettronica, offrendo così una modalità di comunicazione più rapida ed economica rispetto alla corrispondenza cartacea tradizionale. Un progetto in espansione e che sta dando anche lavoro ad alcune persone recluse, così da dare un senso a quel fine rieducativo della pena scritto in Costituzione e troppo spesso ignorato. “Domandine” e isolamento - La comunicazione con l’esterno è uno dei grandi problemi delle carceri italiane. La legge sull’ordinamento penitenziario prevede solo dieci minuti di telefonata a settimana per le persone detenute, da effettuarsi spesso con vecchi telefoni a gettoni attaccati al muro e dopo un’interminabile fila. Non va meglio per quanto riguarda la corrispondenza scritta. In carcere ogni cosa passa per la cosiddetta “domandina” - che sia la necessità di un libro, la richiesta di medicinali, la lista della spesa - e questo vale anche per inviare una lettera ai propri familiari o avvocati. La “domandina” può essere considerata il meccanismo burocratico più lento e obsoleto dei nostri tempi. La lettera del detenuto esce dalla sua cella e passa di mano in mano tra i diversi gradi della polizia penitenziaria fino ad arrivare ai piani alti, quelli dei controlli finali. Quando finalmente il testo esce dal carcere e arriva nella cassetta delle lettere dei destinatari, lo stesso iter burocratico a ostacoli si ripete al contrario, in una sorta di matrioska senza fine. Tra il momento in cui un detenuto manda una lettera e il momento in cui riceve la risposta possono passare diverse settimane. E questo non fa altro che aumentare apatia e frustrazione in un contesto già di per sé molto difficile, soprattutto di questi tempi. Oggi nelle carceri italiane ci sono oltre 63mila detenuti a fronte di circa 47mila posti disponibili, una situazione di sovraffollamento insostenibile. Se anche la comunicazione, una delle rare forme di evasione mentale per le persone detenute, è così complicata, non può che derivarne maggiore conflittualità e disagio negli istituti penitenziari. Barriere tecnologiche e innovazioni - A partire dal 2020, con la pandemia Covid-19, nelle carceri italiane sono state introdotte le prime forme di innovazione tecnologica. Il blocco ai colloqui in presenza ha indotto alcuni istituti a consentire l’introduzione di forme di comunicazione più moderne, come email, telefonate tramite cellulare e perfino videochiamate con lo smartphone. Se oggi in alcune carceri stanno nascendo isolati progetti pilota che hanno anche a che fare con l’intelligenza artificiale, nella gran parte degli istituti molte delle innovazioni introdotte con la pandemia sono state abbandonate o sospese. Tra i progetti nati in quel periodo storico ce n’è uno che non ha mai smesso di espandersi, trasformandosi anche in opportunità di lavoro in carcere. ZeroMail è nato del carcere milanese di Bollate, replicando un’iniziativa simile sviluppata in precedenza negli istituti penitenziari romani. Il suo meccanismo, strutturato in modo da rispettare le regole penitenziarie italiane che non consentono ai detenuti l’accesso diretto a Internet, è molto semplice. La persona detenuta scrive su un foglio di carta la sua lettera, dove al posto dell’indirizzo di casa del destinatario segnerà la sua casella email. Il foglio viene raccolto dal personale incaricato in carcere, scansionato e trasformato in un’email vera e propria. Che a quel punto è inviata con un click all’indirizzo di posta elettronica. Un iter che viene ripetuto anche in senso inverso. Email e posti di lavoro - “Il progetto nasce dalla problematicità del fatto che le persone detenute, come forma di comunicazione con l’esterno, hanno solo 10 minuti di telefonata settimanale e le lettere cartacee”, spiega a Wired Stefano Achilli, 60 anni, ex detenuto e fondatore di ZeroMail. “Tra autorizzazioni e spedizioni, i tempi per la comunicazione in carcere sono biblici. La mail permette di abbatterli perché offre un orizzonte temporale immediato”. ZeroMail prevede una serie di pacchetti abbonamento che vanno dai 12 euro mensili per 30 fogli mail ai 75 euro mensili per 250 fogli mail. Un costo inferiore per singola corrispondenza che, in forma cartacea, richiede ogni volta l’acquisto del francobollo. Oggi il progetto è attivo in otto istituti penitenziari, tra cui quelli di Milano Bollate, Torino, Ivrea, Fossano, Cuneo e Saluzzo. Gli utenti iscritti sono 1.763 mentre il sistema processa circa 14.922 lettere ogni mese. Ma soprattutto, dà lavoro. “Oggi ci sono 13 dipendenti e ogni volta che avviamo il servizio in un carcere aggiungiamo sempre tra uno e tre nuovi impiegati, a seconda della grandezza dell’istituto”, continua Achilli. “C’è chi passa per le varie sezioni e raccoglie le lettere, c’è chi ha i permessi di lavoro all’esterno e si reca negli uffici preposti per la scannerizzazione, l’invio e la stampa delle mail. L’obiettivo non è solo facilitare la comunicazione delle persone detenute ma anche offrire un lavoro retribuito che può poi essere speso all’esterno una volta scontata la pena”. Un elemento non da poco: la recidiva, cioè i nuovi reati commessi una volta fuori dal carcere, sfiora il 70 per cento in Italia, segno di un’istituzione carceraria che non funziona. A meno che non si lavori: in quel caso la recidiva crolla al 2 per cento. “Con ZeroMail abbiamo piantato un primo seme di tecnologia in carcere. Non è stato facile e abbiamo dovuto far fronte anche alla diffidenza della stessa amministrazione penitenziaria”, conclude Achilli. Con il tempo però le cose sono cambiate, almeno in parte. “Oggi sono gli istituti penitenziari a contattarci per avviare il servizio. L’obiettivo è continuare a crescere con i numeri”. Nel settembre 2025 il servizio di ZeroMail è stato modernizzato grazie al sostegno della Fondazione Laura e Alberto Genovese e questo permette, oggi, di fornire gratuitamente ai singoli istituti l’intera infrastruttura tecnologica e il software di gestione. Un motivo in più per abbandonare carta e francobolli e puntare su un’innovazione che diamo per scontata ma che in carcere non lo è: l’email, appunto. Carceri: card. Zuppi, sì alla proposta di “indulto differito” agensir.it, 29 gennaio 2026 “Alle immagini delle armi, manuali o supertecnologiche che siano, che continuano a provocare morte e distruzione, si contrappongono le Porte sante, che hanno visto il passaggio di milioni di pellegrini a Roma e nel mondo”. Lo ha detto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, aprendo il Consiglio permanente dei vescovi italiani, in corso a Roma fino al 28 gennaio. “Una Porta è stata aperta anche nella casa circondariale di Rebibbia, simbolo delle tante soglie da attraversare, dando visibilità a quei dimenticati di cui la Chiesa vuole invece continuare a prendersi cura”, ha ricordato Zuppi. “Per loro non smettiamo di chiedere dignità, opportunità, speranza e itinerari che la rendano reale, uniche vie per garantire alla collettività la sicurezza auspicata; anche perché, non garantendo dignità e redenzione, chi perde è lo Stato stesso”. “Per questo, guardiamo con interesse alla proposta di indulto differito maturata da un gruppo di lavoro in seno al Giubileo dei detenuti, così come a tutte le iniziative finalizzate al reinserimento sociale delle persone che escono dal carcere”, ha affermato il presiedente della Cei: “Apriamo le porte dei nostri cuori e le porte delle nostre comunità”. Contro il crimine la pena non è tutto di Salvo Fleres Quotidiano di Sicilia, 29 gennaio 2026 Il mito dell’inasprimento delle pene come deterrente al crimine. Mi preoccupa molto l’idea secondo cui, attraverso la pena, intendo dire attraverso la sua graduazione e il suo inasprimento, si possano combattere i fenomeni criminali. Gli assertori di una simile teoria mi fanno tenerezza, ma mi fanno paura, perché sono palesemente delle “pericolose anime semplici”, secondo le quali la vita sarebbe fatta soltanto da posizioni nette: il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il delinquete e la persona perbene, i colpevolisti e gli innocentisti, ecc. In realtà la situazione è molto più complessa e per dimostrare che non è affatto vero che per ridurre la criminalità sia sufficiente “inasprire le pene”, ovvero, come amano dire alcuni, “sbatterli dentro e gettare la chiave”, basta ricordare che, purtroppo, nel mondo, sono diversi i Paesi in cui si pratica la pena capitale. Tra questi ne cito solo due: i “civilissimi” Stati Uniti, e “l’autoritaria e antidemocratica” Cina, due nazioni molto diverse tra loro, in cui si pratica la pena di morte ma dove i delitti continuano a essere parecchi. Insomma, non è la pena che demotiva l’autore dello delitto, se non altro che per un motivo: egli, nel momento in cui lo compie, è convinto di farla franca e dal momento in cui lo compie, salvo che non venga assalito da una rara crisi di coscienza, dedica tutto il suo tempo a trovare le prove per dimostrare la sua falsa innocenza. E poi c’è il tema della recidiva. Se bastasse inasprire le pene, com’è accaduto e come accade in Italia sempre più spesso, non dovrebbero presentarsi fenomeni di recidiva, che invece si presentano molto frequentemente. A conferma dell’inefficacia del semplice inasprimento della pena, cito un dato ufficiale, rinvenibile negli atti del Ministero della Giustizia e dell’Amministrazione Penitenziaria. Ebbene, l’85% dei casi di recidiva si verificano da parte di quei reclusi che non sono stati sottoposti a un’adeguata e corretta pena rieducativa, a prescindere dalla durata o dalla durezza della piena stessa. Esattamente il contrario accade ai reclusi che sono sottoposti a un regolare trattamento rieducativo, prevalentemente fondato sullo studio, sul lavoro e sulle relazioni sociali. Per questi ultimi, infatti, il fenomeno della recidiva si riduce al 15%, e anche in questo caso, a prescindere dalla durata e dalla durezza della pena prevista. Insomma, il semplice inasprimento delle pene non costituisce affatto una deterrente, nonostante le recenti politiche di settore sembrino testardamente sostenere il contrario. Allora come e cosa bisogna fare per ridurre la pressione criminale, posto che, fortunatamente, ormai è acclarato che criminali non si nasce, come sosteneva Cesare Lombroso, ma si diventa, come sostenevano, tra gli altri, Napoleone Colajanni e Filippo Turati? La risposta è ovvia ed è anche nota alle autorità preposte: i fenomeni criminali si riducono costruendo una società giusta, che dispone di una scuola giusta, di famiglie presenti nell’educazione dei figli, ma anche di un’economia che offre alternative lavorative rispetto ai guadagni facili promessi dal crimine. Ma se la soluzione è nota, se è citata in tutti gli atti ufficiali più importanti, perché non viene praticata? Insomma, perché, se è noto il fatto che i fenomeni criminali hanno a che fare, anche se non solo, con la cultura, con l’istruzione, con l’educazione, con il lavoro, non si fa in modo di organizzare sia la libertà, sia la reclusione, in maniera tale da incrementare questi elementi? Nelle carceri sono pochi i reclusi che studiano, sono pochi i detenuti che lavorano e sono pochi coloro i quali vengono sostenuti da misure di natura psicologica. Azzardo alcune ipotesi per comprendere il perché di una tale situazione. Forse perché la giustizia, la sicurezza e la pena, com’è palesemente dimostrato da quello che accade ogni volta che se ne propone una riforma, presentano elementi di radicata autoreferenzialità? O forse accade perché minacciare l’aumento o la maggiore durezza della pena è la cosa più facile da dare in pasto all’opinione pubblica, soprattutto se l’opinione pubblica vive una condizione di reale paura e non conosce i fatti? Ai convinti assertori della pena intesa come panacea contro il crimine propongo un gioco di ruolo: immaginate di essere amico o familiare di un criminale, immaginate di evitare di guardare il carcere dal buco della serratura e soprattutto rispondete ad alcune semplici domande che potrebbero riguardare chiunque. Oggi che presumibilmente siete adulti, ritenete di essere uguali a come eravate quando attraversavate il periodo dell’adolescenza? Se la risposta è sì avete bisogno di un bravo psicanalista che vi aiuti a recuperare il tempo perduto. Se la risposta è no, chiedetevi pure quale sia stata l’incidenza della cultura, dell’educazione, dell’istruzione e del lavoro nel vostro cambiamento e nella vostra maturazione civile. Certo ho molto semplificato, ma questa è la strada. Referendum sulla giustizia, il Tar del Lazio respinge il ricorso sulla data: si vota il 22 e 23 marzo di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 29 gennaio 2026 Il comitato per il referendum contestava la decisione del consiglio dei ministri di votare tra la seconda e la terza settimana di marzo. Il Tar del Lazio ha detto no. Con la sentenza n.1694, il Tribunale ha respinto il ricorso del comitato per il referendum sulla giustizia, promosso da 15 giuristi, con il quale si contestava la decisione del consiglio dei ministri di votare il 22 e 23 marzo prossimi. I giudici della sezione seconda bis hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’Unione italiana forense. Il Tar ha ritenuto infondato il ricorso avanzato contro il decreto del Presidente della Repubblica del 13 gennaio 2026 (e contro la relativa deliberazione del Consiglio dei ministri del 12 gennaio 2026) che ha indetto, per il 22 e 23 marzo prossimi, il referendum costituzionale sulla legge costituzionale relativa a “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025. Il Tar del Lazio ha rilevato che la disciplina applicabile sia principalmente finalizzata a permettere che la legge di riforma costituzionale, approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta, sia sottoposta, in tempi certi, all’approvazione da parte della volontà popolare, a prescindere da quale tra i soggetti a cui l’art. 138 della Costituzione attribuisce l’iniziativa referendaria (almeno un quinto dei membri di una delle Camere o cinque consigli regionali o cinquecento mila elettori) abbia avanzato per primo la richiesta di referendum. Il ministro Nordio: “Si è trattato di un espediente dilatorio” - “Sono molto soddisfatto della sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. La motivazione è di una chiarezza adamantina: trattandosi di un referendum confermativo, una volta che si sia determinata una condizione per il suo svolgimento, in questo caso la richiesta parlamentare, le altre, come le cinquecentomila firme, sono inammissibili perché superflue, come avevamo detto sin dall’inizio. Si è trattato di un espediente dilatorio che speriamo sia anche l’unico”. Lo afferma il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in merito alla sentenza. Cosa chiedevano i ricorrenti - I ricorrenti - promotori di una raccolta di sottoscrizioni avente ad oggetto un quesito referendario parzialmente diverso da quello ammesso dall’Ufficio centrale per il referendum e sul quale il decreto impugnato ha indetto la consultazione popolare - miravano alla sospensione e all’annullamento del decreto presidenziale al fine di completare la raccolta delle firme e sottoporre il proprio quesito al giudizio di legittimità dell’Ufficio centrale per il referendum. Immediata la reazione de “Il Comitato Giusto dire No” alla decisione del Tar: “La nostra campagna d’informazione continua, forte dell’interesse crescente che nelle ultime settimane hanno mostrato i cittadini che saranno chiamati a votare al referendum del 22 e 23 marzo”, commenta Enrico Grosso, presidente onorario del comitato. “Rispettiamo la decisione del Tribunale, come siamo abituati a fare con ogni decisione giudiziaria. Abbiamo apprezzato e seguito con interesse l’iniziativa dei 15 di presentare il ricorso, com’era loro diritto. Hanno raccolto oltre 500mila firme, dando un contributo importante all’avvio della campagna elettorale con una forte e sana mobilitazione popolare, consentendo così che fossero garantiti maggiori spazi e tempi per il dibattito e il confronto”. Le altre reazioni - “L’auspicio è che, dopo la polemica del tutto sterile nata su un referendum già richiesto e convocato, si possa finalmente avviare un confronto sui contenuti e sul merito della riforma. Riforma fondamentale per far fare all’Italia un passo avanti importante, verso una giustizia più giusta e vicina ai cittadini”, dice Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati. “Ritardare l’apertura delle urne avrebbe avuto un solo significato: rinviare l’espressione diretta della volontà popolare, senza ragioni sostanziali. Una scelta faziosa e strumentale che giustamente è stata bocciata dal Tar, che in questo modo ha confermato la correttezza del procedimento”, commenta la senatrice Michaela Biancofiore, presidente del gruppo Civici d’Italia, NM, Udc, Maie. Una sentenza accolta con soddisfazione anche da Pierfilippo Giuggioli, coordinatore de “Il Comitato Sì alla riforma della giustizia - art. 111”: “I giudici del Tar hanno confermato la bontà delle nostre tesi secondo le quali la Costituzione non prevede né tutela un “diritto al quesito” ma, piuttosto, un diritto al referendum da svolgersi nei tempi certi predeterminati dalla Legge”. Giustizia e Pnrr, trovate le risorse per stabilizzare oltre 9.000 persone di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 29 gennaio 2026 Dalle 6.000 posizioni previste si passa a 9.368 per un costo di 349 milioni. La categoria più interessata è quella degli addetti all’ufficio del processo. Tra poche ore, in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, il tema delle risorse a disposizione dell’amministrazione della giustizia sarà prevedibile oggetto di polemiche. E tra le risorse, quelle per il personale avranno la massima visibilità, in particolare sul versante della stabilizzazione degli addetti all’ufficio del processo. Del resto, pochi giorni fa l’Anm aveva chiesto di essere audita dalla Commissione europea sulla possibile dispersione del capitale umano maturato nel corso dell’esperienza Pnrr. L’aumento del personale - Ieri tuttavia alle organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto il contratto collettivo di settore, escluse quindi Cgil e Usb, il Dog (Dipartimento dell’organizzazione di giustizia) ha comunicato un significativo aumento del numero di personale Pnrr che sarà stabilizzato a partire dal prossimo 1° luglio. Su 11.211 lavoratrici e lavoratori oggi in servizio a tempo determinato nel contesto degli iniziali ingaggi in quota Pnrr, dalle 6.000 stabilizzazioni annunciate si passa a 9.368. Più nel dettaglio si tratterà di 1.565 assistenti e di 7.803 funzionari, tra i quali la maggioranza è di addetti all’ufficio del processo. L’impegno complessivo del ministero per rendere sostenibile l’operazione è di 349. Restano ancora escluse 1.832 figure. Inoltre sono state individuate le capacità assunzionali anche per la stabilizzazione di tutti gli operatori precari ex tirocinanti della Calabria e per 1.500 progressioni verticali in deroga del personale del ministero. Per Lina Di Domenico, capo del Dog, si tratta di “uno sforzo significativo, che permette di tenere insieme esigenze diverse, come le legittime aspirazioni di tante lavoratrici e lavoratori che hanno dato in questi anni una prova eccellente, permettendo anche all’amministrazione della giustizia di acquisire professionalità nuove e sperimentare modelli organizzativi più innovativi, e, nello stesso tempo, di non mortificare il personale interno per quale sono comunque state individuate risorse per garantire legittime progressioni di carriera”. Gli obiettivi Pnrr - L’intera operazione dovrebbe così rendere possibile la messa a regime, evitando che ne venga dissipato il patrimonio di esperienze accumulato, della struttura dell’Ufficio del processo. Un elemento che, per riconoscimento ormai unanime, ha contribuito in maniera determinante al raggiungimento di quasi tutti gli obiettivi del Pnrr nel comparto giustizia. Dove alla riduzione di tempi e arretrato nel penale si aggiunge, nel civile, la riduzione delle cause pendenti nei limiti concordati, con l’unica vera incognita del taglio del 40% della durata entro il prossimo giugno (dove ormai l’obiettivo più realistico è considerato anche a via Arenula piuttosto quello di un avvicinamento al target rispetto a un suo pieno conseguimento). Morire a Rogoredo: ordine senza giustizia di Marcello Pesarini labottegadelbarbieri.org, 29 gennaio 2026 Lo dico con profonda preoccupazione, con tante testimonianze nelle mani e nelle orecchie, una volta di più, dopo l’uccisione del giovane a Milano vicino al “Parco dello spaccio” di Rogoredo. Sono di fronte alla piccola e grande delinquenza, legato a molte persone specialmente donne, sorelle, madri, di detenuti o di ragazzi uccisi in carcere o dalla polizia. Lavoro con loro, non sarei capace dopo tanti anni di condivisione con il mondo del carcere (tutto intendo, in ogni ordine di presenza fra quelle quattro mura) di smettere. Anzi sto cercando di intensificare. Sento la loro tensione che alle volte le porta alla presunzione d’innocenza, per raffronto coi loro cari, perché conoscono l’abbrutimento l’inutilità, che si soffre in quei luoghi, e perché con gli anni sta aumentando, e cresce la cecità colpevole e voluta di chi governa. Alle volte abbiamo festeggiato assieme l’allentamento di tensione per alcuni detenuti, la domiciliazione della pena di fronte a condizione di salute, di non cure. Ma loro, noi, viviamo in un mondo nel quale si può morire per un colpo di pistola alla testa da venti metri, senza essere innocenti, anzi rei, ma si poteva essere lasciati in vita lo stesso. Viviamo di fronte a ragazzi investiti a morte, il cui primo soccorso è stato il furto dei soldi che avevano in tasca. Viviamo in mezzo a ingiustizie che non riusciamo a distinguere facilmente fra quelle orchestrate dai governi, dalle multinazionali, e quelle eseguite da chi spesso non ha avuto scelta fra delinquere e morire di fame. Chi delinque organizza le alienzioni, lo spaccio, le truffe, perché l’esempio dato dalla differenza fra cooperare, operare pro, e esistere e sopravvivere, non viene più dato. Ci sono stati dei valori che i comunisti e i democristiani, pure in lizza fra di loro, cercavano di impartire. Poi si è sgranato tutto ciò, è passato in disuso per mano di chi voleva approfittarne, dare vita a un nuovo ordine mondiale fondato solo sulle supremazie. Invece lo ripeto anche a nome di chi considera questi discorsi etici e semplificati: si devono insegnare ai ragazzi e ai non ragazzi il rispetto e l’onestà, dimostrando che una battaglia mai iniziata è già persa in partenza. Non servono corpi speciali, servono scuole, e sanzioni non materiali e economiche, ma di esempio. Le donne sostengono giustamente, intendo le femministe, che è necessario sanzionare comportamenti sessisti e lavorare per il rispetto perché col rispetto, senza la sopraffazione, ci guadagneremmo alla fine tutti. La stessa sanzione vada a chi mette l’insegnante in condizione di non insegnare, che costui sia dirigente scolastico, dirigente regionale e ministro della pubblica istruzione. E così nel mondo del lavoro. Non sarà una passeggiata, ma se non la inizieremo mai, dal basso per cambiare l’alto, finiremo sempre meno solidali e sempre più capaci solo delle vendette incrociate. I gruppi di auto aiuto ai quali partecipo, le associazioni di volontariato, tante come sono, diventeranno prima o poi dei gusci vuoti, dai quali si fugge per farsi giustizia da soli. Anche questo è confrontarsi con il giorno della memoria, 27 gennaio. Emilia Romagna. L’altro carcere: 2.000 all’anno nella “zona grigia” delle Camere di sicurezza zic.it, 29 gennaio 2026 In Emilia-Romagna sono oltre 100 le celle presenti nelle stazioni delle forze di polizia, spesso destinate a soggetti in stato di povertà, tossicodipendenti o con problematiche psichiatriche: con quali diritti? Com’è noto, sono circa 4.000 le persone detenute nelle varie carceri dell’Emilia-Romagna: una realtà caratterizzata da una situazione di perenne sovraffollamento, solo una delle tante criticità che affliggono le strutture penitenziarie. Ma se di carcere così come di Cpr non si parla mai tanto quanto si dovrebbe, ci sono luoghi di detenzione che sono ancora meno conosciuti: le camere di sicurezza, cioè le vere e proprie celle presenti nelle stazioni delle diverse forze dell’ordine. Una realtà tutt’altro che trascurabile, visto che a livello regionale sono circa 2.000 le persone che transitano ogni anno per questi ambienti, volti a trattenere chi è in stato di arresto fino a 48 ore, prima di comparire davanti a un giudice. Si tratta insomma di un “carcere ombra”, come l’ha definito il Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale, Roberto Cavalieri, sottolineando che oggi è più che mai “necessario che le forze dell’ordine siano adeguatamente formate per la gestione delle persone trattenute nelle camere di sicurezza, alla luce di una situazione che definirei grigia, dal punto di vista del rispetto dei diritti delle persone interessate”. Con questo obiettivo, il Garante ha lanciato una giornata di formazione che si svolgerà a Parma domani, rivolta in particolare alla Polizia Locale. L’iniziativa arriva dopo che, nei mesi scorsi, Cavalieri ha ispezionato tutte le camere di sicurezza del territorio emiliano-romagnolo: “Ho censito i 75 siti attivi in regione, in cui sono presenti oltre 100 camere di sicurezza. Sul numero di transiti, solo per quanto riguarda il servizio a cura della stessa Polizia locale, ci aggiriamo intorno alle 150-200 persone all’anno. Ma dalle nostre ispezioni è emerso che non tutti i comandi adottano il registro formale corretto, per queste attività, quindi dobbiamo affinare i numeri”. Il monitoraggio, d’intesa con l’ufficio del Garante nazionale, è dunque incentrato “sulla gestione dei detenuti ma anche sulla conformità degli spazi, che vuole essere anche una verifica sul rispetto della normativa cui sono soggette questo tipo di strutture”. Da questo lavoro è intanto emersa “la netta distanza tra la città e questi luoghi di detenzione, spesso sconosciuti alla cittadinanza”. Eppure, dalle camere di sicurezza dell’Emilia-Romagna “transitano ogni anno oltre 2.000 persone, spesso si tratta di soggetti in stato di povertà, di tossicodipendenti o di individui con problematiche psichiatriche, la marginalità sociale è sempre più un aspetto che non può essere scollegato dalla questione della sicurezza. Servono, quindi, strategie sempre più sofisticate per affrontare questo problema, per comprendere meglio queste complessità, anche a tutela dei diritti di queste persone”. “E’ un periodo molto delicato quello che si trascorre nelle camere di sicurezza”, ha sottolineato Annarita Di Vittorio, responsabile dell’Unità privazione della libertà da parte delle forze di polizia dell’Ufficio del garante nazionale dei detenuti, quando nei mesi scorsi fu presentato l’avvio dell’attività di monitoraggio, aggiungendo che “la criticità maggiore è l’agibilità, visto che in particolare le caserme dei Carabinieri si trovano spesso in strutture datate” e molte camere di sicurezza si trovano in scantinati o comunque in locali con possibili criticità igienico-sanitarie. Padova. Detenuto si uccide per evitare il trasferimento. Ilaria Cucchi: “Interrogazione a Nordio” di Federica Pennelli Il Domani, 29 gennaio 2026 Gonnella, presidente di Antigone: “I trasferimenti interrompono relazioni e percorsi di reinserimento”. I numeri record del sovraffollamento negli istituti in Veneto. Nelle carceri italiane la vita delle persone detenute resta un dato sacrificabile. A pagarne le conseguenze è stato P.M., 74 anni, detenuto nel carcere di Padova. L’uomo è stato trovato morto nella mattina di mercoledì 28 gennaio nella sua cella. Di fronte alla prospettiva di trasferimento - richiesto dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) a seguito della chiusura della sezione di Alta sicurezza in cui era detenuto insieme ad altre 23 persone - l’idea di essere trasportato a migliaia di chilometri di distanza ha spinto l’uomo a togliersi la vita. “Il trasferimento è stato comunicato dall’oggi al domani - racconta Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti - e il detenuto, che frequentava un laboratorio di cucito, in un attimo si è visto portar via il poco che aveva. Si è sentito perso”. Secondo Favero, la decisione del Dap di chiudere la sezione alta sicurezza è stata presa “per comodità”. “Ha portato queste persone - ha detto - in altre carceri del sud Italia e ha evitato una scocciatura: quella di gestire una sezione con le attività e gli spazi dell’alta sicurezza. Ora, in queste sezioni, stiperanno cinquanta detenuti anziché venti”. Anche Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, parla di una pratica ormai strutturale: “I trasferimenti interrompono relazioni, attività e percorsi di reinserimento e rappresentano una risposta solo apparente al sovraffollamento”. Troppe volte, spiega, “vediamo richieste di sfollamento urgenti da parte di istituti penitenziari in reale affanno e persone detenute che vengono prese e trasferite altrove, senza dialogo e percorsi concertati. Sfollamenti che, peraltro, risultano una soluzione effimera con posti che tornano rapidamente a riempirsi”. La regione Veneto, d’altronde, ha un triste primato: secondo il rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, aggiornato al 31 luglio 2025, il tasso di sovraffollamento nelle carceri venete è di circa il 148,6?per cento, tra i più alti in Italia. “Il mio primo pensiero va a P.M. che si è tolto la vita e ai suoi familiari”, dice Ilaria Cucchi, senatrice di Avs e vicepresidente della Commissione giustizia del Senato. I detenuti, troppo spesso, “diventano carne da macello, pacchi da trasferire da un posto all’altro come se non contassero nulla”. Per Cucchi scelte come quella del Dap non vengono fatte a caso: “Il governo non sta rispondendo ai bisogni reali dei suoi cittadini, figuriamoci del sovraffollamento e delle condizioni delle persone detenute”. Fa approvare il pacchetto sicurezza con nuovi reati “per parlare alla pancia della gente, accanendosi sulle persone detenute, sui migranti, sulle persone che utilizzano sostanze”. Il numero da record dei suicidi in carcere è sotto gli occhi di tutti: “Negli ultimi anni ha raggiunto livelli impressionanti, buona parte di questi sono dovuti da sovraffollamento e dal fatto che il detenuto non vede alcuna prospettiva di recupero e di vita”. La gravità della condizione carceraria tocca anche gli agenti di polizia penitenziaria “che decidono di togliersi la vita”. Ciò significa che è un problema “reale e sentito da chi vive il carcere”. “Non è una fatalità” - Anche Stefania Ascari, deputata del M5S in commissione giustizia, antimafia e femminicidio, denuncia una situazione allarmante. Negli ultimi mesi è stata in visita in diverse carceri del Veneto e ha riscontrato le stesse criticità presenti in tutti gli istituti italiani: strutture fatiscenti, sovraffollamento cronico, carenza drammatica di educatori, psicologi, funzionari giuridico-pedagogici e mediatori culturali. “Quello che è accaduto a Padova non è una fatalità - dice Ascari - È una morte annunciata, prodotta da scelte politiche precise. Quando lo Stato decide di strappare via persone da percorsi di reinserimento costruiti in anni - senza spiegazioni, senza urgenza, senza trasparenza - non sta garantendo sicurezza, sta esercitando violenza istituzionale”. Il suicidio nel carcere di Padova non è un episodio isolato, “ma il risultato diretto di una visione punitiva e regressiva della giustizia”. Trasferire detenuti già reinseriti, interrompere lavoro, relazioni, speranze, significa “distruggere deliberatamente ciò che funziona”. Per Ascari c’è “una responsabilità politica grave. Chi governa sa benissimo che spezzare percorsi di vita significa aumentare il rischio di suicidi, di autolesionismo, di violenza. Eppure lo fa lo stesso, in nome di una propaganda securitaria che non rende più sicuro nessuno, ma rende lo Stato più crudele”. Cucchi e Ascari annunciano che domani depositeranno due interrogazioni parlamentari al ministro Nordio: “Il Governo deve rispondere delle proprie scelte e delle loro conseguenze”. Padova. Detenuto suicida, era nell’elenco dei reclusi da trasferire. Si mobilitano le associazioni di Eleonora Martini Il Manifesto, 29 gennaio 2026 Si è impiccato nella sua cella del reparto di alta sicurezza del carcere due palazzi di Padova, un uomo di 73 anni (P.M.) che era nella lista di una ventina di detenuti reclusi a Padova da almeno dieci anni che stanno per essere trasferiti in altre case di reclusione del Nord Italia. È il quinto detenuto suicida dall’inizio dell’anno. “Tragedia annunciata”, secondo Debora Serracchiani, responsabile Giustizia, e Alessandro Zan, responsabile Diritti nella segreteria nazionale Pd, che parlano di trasferimento “annunciato all’improvviso, senza trasparenza né spiegazioni”. I detenuti sono stati avvisati che “sarebbero stati trasferiti non si sa dove né quando”, riferiscono i due esponenti del Pd. “Parliamo di persone non più considerate pericolose e tutte inserite da tempo in percorsi di lavoro, formazione e reinserimento. Questa non è una misura di sicurezza: è la cancellazione deliberata della funzione rieducativa della pena”. Appena diffusa la notizia, davanti all’istituto di via Due Palazzi si sono radunati gli attivisti storici del volontariato in carcere per protestare contro il trasferimento di reclusi “come fossero pacchi”. Lo spiega bene Antigone: “Le persone detenute non sono pacchi da spostare da una parte all’altra alla bisogna - afferma il presidente Patrizio Gonnella - Dietro di loro ci sono relazioni, attività, percorsi che un trasferimento può spezzare, rendendo più difficile la vita carceraria e più incerto lo sguardo sul futuro. Troppe volte, a causa del grande sovraffollamento, vediamo richieste di sfollamento urgenti da parte di istituti penitenziari in reale affanno e persone detenute che vengono prese e trasferite altrove, senza dialogo e percorsi concertati”. Per discutere delle ormai insostenibili condizioni delle carceri italiane, si sono dati appuntamento venerdì 6 febbraio a Roma, presso l’Università Roma Tre, una larga parte delle associazioni che lavorano nell’area del penale, per chiedere “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”. Centinaia di volontari, associazioni e organizzazioni della società civile, operatori sociali, operatori penitenziari e sanitari, cooperatori, cittadini, garanti hanno già sottoscritto un appello rivolto a governo e Parlamento. Tra i promotori anche l’associazione A Buon diritto di Luigi Manconi che oggi, mercoledì 28 gennaio, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati ha presentato un rapporto sui diritti in Italia. Diciassette capitoli, ciascuno dei quali dedicato ad uno dei diritti calpestati, restituiscono un “quadro allarmante” quasi a 360 gradi. Anche di questo, di certo, si parlerà il 6 febbraio nell’aula 9 di Roma Tre. Padova. Si uccide uno dei 20 detenuti da trasferire: lo Stato così ha già perso di Ilaria Dioguardi vita, 29 gennaio 2026 Dopo l’annuncio del repentino trasferimento di una ventina di persone ristrette nella sezione Alta sicurezza della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, stanotte un uomo si è ucciso nella sua cella. Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti: “Conosco tutte le persone che devono essere trasferite, sono disperate. Così si scardina quel minimo di relazioni che si sono costruite nel tempo. Non c’è rispetto per i detenuti, né per il Terzo settore che lavora con loro per il recupero”. Un detenuto del reparto di Alta sicurezza del carcere Due Palazzi di Padova è stato trovato morto nella sua cella: si è tolto la vita nella notte tra il 27 e il 28 gennaio. L’uomo era nella lista di circa 20 reclusi di lunghissimo corso che devono essere trasferiti dall’istituto padovano verso altre strutture. Un movimento improvviso che ha messo in forte allarme le associazioni del Terzo settore e le cooperative attive all’interno del Due Palazzi. “Le persone non sapevano nulla, i detenuti in Alta sicurezza sono considerati ancora meno di quelli comuni. È stato loro detto solo che, nel giro di due giorni, sarebbero stati trasferiti”, dice Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti. Stanotte il suicidio di un detenuto - Favero è molto scossa dalla notizia che ha avuto poco prima di sentirci al telefono: “Uno degli uomini che doveva essere trasferito si è ucciso stanotte, nella sua cella. Aveva circa 70 anni”, dice. “Ieri ho salutato il gruppo che ha fatto attività con me durante questi anni, nessuno sapeva dove sarebbe andato, è sempre così perché non si può dire la destinazione. Queste persone erano a Padova da tanto tempo, si erano costruite un minimo di vita. Anche se sei in carcere, hai diritto di costruirti un minimo di vita decente. Improvvisamente, hanno fatto preparare loro le cose dicendo: “Siete partenti”“. Tra disperazione e dolore immenso - “Le persone che devono essere trasferite le conosco tutte, in particolare alcune che avevano fatto attività con noi in questi anni. Ieri erano veramente disperati, non li ho mai visti così: avevano un dolore immenso”, continua Favero. “Il trasferimento in carcere è una desolazione, scardina quel minimo di certezze, di abitudini, di relazioni che si sono costruite nel tempo. Nella sezione di Alta sicurezza ci sono quasi tutti settantenni perché sono persone che sono in carcere da decenni. Almeno spero che non siano portati in Sardegna: qualcuno nei mesi scorsi è stato trasferito a Oristano”. “Quando hai poco e ti tolgono quel poco, non hai niente a cui attaccarti” - “Qualcuno usciva in permesso con noi, erano persone completamente reinserite dopo anni. La cosa assurda è che alcuni erano considerati non pericolosi al punto da poter andare in permesso fuori, poi però lì dentro erano ancora in Alta sicurezza, con tante limitazioni”, prosegue Favero. “Però almeno, al Due Palazzi, le limitazioni erano un po’ più decenti di altri istituti, anche per questo è comprensibile la loro disperazione: quando hai poco e ti tolgono quel poco, non hai niente a cui attaccarti. Ho visto persone che non avevano niente per cui valesse la pena vivere, è questa la cosa desolante”. Mancanza di rispetto anche per volontariato e Terzo settore - “I trasferimenti non hanno motivi: la necessità di sfollamento è un tema che c’è sempre. È l’istituzione che decide, la persona non ha il minimo valore, conta zero. Non contiamo niente neanche noi volontari, né le cooperative che hanno lavorato con queste persone per anni, facendo laboratori ed altro”, dice Favero. “Dall’oggi al domani viene cancellato tutto, il lavoro fatto non serve a niente. Trasferendo le persone da un giorno all’altro si ha anche una mancanza di rispetto verso il volontariato, il Terzo settore che si impegna per rendere decenti le condizioni di vita in carcere. C’è un’istituzione che tratta le persone come bestie, con continue violazioni: il sovraffollamento e certe condizioni sono una violazione”, continua. “Si dice che non si può concedere un indulto perché sarebbe un cedimento dello Stato: ma lo Stato ha già ceduto, non rispettando le sue stesse leggi”. La lettera alle istituzioni - Il Coordinamento Carcere Due Palazzi ha inviato una lettera al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - Dap Stefano Carmine De Michele, al vicecapo del Dap Massimo Parisi, al capo Ufficio Detenuti e trattamento Ernesto Napolillo e al capo segreteria del ministro Carlo Nordio, Giuseppina Rubinetti, con la richiesta di un incontro urgente in merito al trasferimento delle persone detenute dal Due Palazzi. Alla protesta del coordinamento hanno aderito anche la Conferenza nazionale volontariato giustizia e Ristretti Orizzonti. Il Coordinamento Carcere Due Palazzi unisce le cooperative e associazioni che da tanti anni sono attive nella casa di reclusione di Padova (Ristretti Orizzonti/Granello di Senape, Organizzazione volontari carcerari - Ocv, le cooperative Giotto, AltraCittà, WorkCrossing, TeatroCarcere) e collaborano per co-programmare e co-progettare con l’amministrazione penitenziaria le attività rieducative. Il lavoro di lunga durata del Terzo settore distrutto - “Come Terzo settore denunciamo che questo trasferimento improvviso, che interrompe progetti di rieducazione costruiti in decenni, distrugge il nostro lavoro di lunga durata e ci rende invisibili”, si spiega nella lettera. “Questa scelta, se confermata, coinvolge persone detenute oggi alle dipendenze della casa di reclusione grazie a un progetto finanziato da Cassa Ammende, interrompe laboratori artigianali cresciuti nel tempo e conosciuti nel territorio, laboratori di lungo periodo di pittura e di scrittura, permessi premio collegati ad attività rieducative, rapporti di conoscenza cresciuti nei decenni e umanamente ricchi e si configura a nostro avviso per le persone detenute coinvolte come una violazione del divieto di regressione trattamentale reclamabile ai sensi del 35 bis Ordinamento penitenziario”. “Provvederemo celermente a predisporre le schede per ogni detenuto da noi seguito indicando le attività che svolge, da quando, i vari progressi”. Questa mattina è stata convocata una conferenza stampa con un sit-in di protesta, all’ingresso della casa di reclusione, per spiegare all’opinione pubblica cosa sta accadendo. Legacoop Veneto: “Chiediamo un tavolo di confronto” - All’incontro di stamattina davanti al Due Palazzi era presente anche Legacoop Veneto, che segue alcune cooperative che supportano l’inserimento lavorativo delle persone detenute nella casa di detenzione. “Non possiamo non denunciare che scelte come queste rappresentano un’azione che mina le politiche lavorative in carcere, destabilizzano equilibri fragili ed esperienze che la cooperazione sociale sa gestire. Va sempre ricordato che si tratta di persone vulnerabili, dimostrato anche dall’episodio del terribile suicidio avvenuto questa notte e che ha coinvolto un detenuto ricompreso nel gruppo dei trasferibili”, si legge in una nota di Legacoop Veneto. “Nel rappresentare molte delle realtà del Coordinamento carcere Due Palazzi, che da lungo tempo è attivo nella casa di reclusione di Padova, impegnate nel co-programmare e co-progettare attività riabilitative, continua la nota, “chiediamo di aprire immediatamente un tavolo di confronto che punti a non disperdere esperienze e percorsi costruiti nel tempo”. Preoccupazione per la tenuta del sistema carcerario - “Abbiamo affiancato le cooperative che operano all’interno del carcere, l’esempio di Padova è virtuoso, riconosciuto a livello nazionale”, dice Andrea Zorzan, responsabile Settore sociale Legacoop Veneto. “Come associazione abbiamo portato solidarietà rispetto a quanto è accaduto con un’azione molto rapida, della quale non si è capito il senso. Questa vicenda va a colpire le cooperative e il mondo del volontariato che operano nell’Alta sicurezza dell’istituto, ma a cascata va a colpire anche il resto”, prosegue Zorzan. “Va a modificare gli equilibri dell’attuale situazione carceraria a Padova e le dinamiche che si riverberano negli altri ambienti. Siamo preoccupati anche per la tenuta dell’intero sistema carcerario”. La difficile programmazione di azioni imprenditoriali - “Davanti a scelte così repentine e non coordinate, diventa complicato riuscire a ipotizzare una tranquillità nella programmazione delle azioni imprenditoriali che si fanno per supportare i percorsi lavorativi in carcere. A questo punto, dall’oggi al domani”, conclude Zorzan, “può essere vanificato un lavoro importante che le realtà cooperative svolgono all’interno di queste strutture”. Padova. Detenuto si uccide in cella alla notizia del trasferimento di Roberta Polese Corriere del Veneto, 29 gennaio 2026 Era un ergastolano. I volontari: scosso per la decisione. Ieri mattina lo hanno trovato senza vita nella sua cella nella sezione Alta Sicurezza del carcere Due Palazzi di Padova. Proprio nel giorno in cui sarebbe stato trasferito in un altro carcere. Per Pietro M. 73 anni, calabrese condannato all’ergastolo, rinunciare al lavoro che negli ultimi anni aveva svolto in carcere, ai pochi legami solidi e quotidiani della sua vita, è apparso come un confine inaffrontabile. D’altro canto il provvedimento era calato dall’alto: il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha deciso di declassare proprio quella sezione di Alta Sicurezza dove si trovava Pietro, per far posto a più detenuti. Mentre le celle di alta sicurezza possono contenere al massimo una persona, il declassamento consente di ospitare due detenuti in una stanza, quel reparto sarebbe passato da 25 a 50 carcerati. Lui era a Padova da 19 anni, e da 13 lavorava per una cooperativa che si occupa di realizzare piccole borse in tessuto. Un lavoro che Pietro aveva imparato a fare con passione e che gli aveva permesso di riempire le giornate, dando senso alla sua vita. La decisione di trasferirlo è arrivata lunedì. In questi ultimi giorni Pietro aveva incontrato le magistrate del tribunale di Sorveglianza che lo avevano conosciuto durante la sua permanenza in carcere, e i volontari della cooperativa con i quali aveva imparato a cucire, che sono stati gli ultimi a vederlo. “Martedì siamo riusciti salutarlo un’ultima volta, era profondamente abbattuto, ci ha detto “grazie”, ha pianto... era una persona molto silenziosa, tranquilla, in laboratorio aveva la sua macchina per cucire, si era specializzato nei bauletti fatti con i tessuti di vecchi jeans” spiegano i volontari Giorgio Rietti e Emanuela Bortoliero. Ieri, quando la notizia della morte di Pietro si è diffusa, una cinquantina di volontari che lavorano in carcere si sono radunati sotto al Due Palazzi nonostante un vento gelido e la pioggia. Tra loro i responsabili della cooperativa Giotto, guidata da Nicola Boscoletto, Ristretti Orizzonti con Ornella Favero. “Questa mattina (ieri ndr) Pietro sarebbe stato portato in un altro carcere, non era un trasferimento, ma era una deportazione vera e propria, è crudele che si spostino le persone come dei pacchi, solo per fare più spazio, senza tenere conto dei loro percorsi, delle loro storie e delle loro età, non dimentichiamo che qui parliamo di un uomo di 73 anni” spiega Attilio Favaro di Ocv, operatori carcerari volontari. Pietro era stato arrestato nel 1998 per delitti di ‘ndrangheta, e poi condannato per associazione mafiosa e omicidio. Non aveva mai voluto collaborare con la giustizia, per questo non aveva avuto permessi o attenuazioni del regime carcerario duro. Sottoposto a regime di 41 bis poi era stato trasferito a Padova, dove aveva vissuto gli ultimi 19 anni. È noto ormai che il Due Palazzi è una tra le strutture migliori in Italia sul fronte della riabilitazione del lavoro carcerario. Qui Pietro aveva lentamente iniziato a costruirsi una vita nuova, pur chiuso dietro a quattro mura. Ieri la procura ha aperto un fascicolo per approfondire le cause della morte, in carcere ieri per i rilievi la Polizia scientifica, il medico legale Antonello Cirnelli su delega del pm Marco Brusegan. Domani l’autopsia. Il suicidio ha toccato profondamente la politica e la società. Il vescovo di Padova Claudio Cipolla afferma di seguire “con particolare attenzione” la situazione e, pur “rispettando le motivazioni dell’istituzione”, rileva che i trasferimenti comportano “l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali nel percorso di rieducazione”. Debora Serracchiani e Alessandro Zan del Pd parlano di “una tragedia frutto di un atto di violenza istituzionale”, denunciano che il trasferimento improvviso di detenuti inseriti in percorsi di reinserimento rappresenta “la cancellazione deliberata della funzione rieducativa della pena” e viola “il principio del divieto di regressione trattamentale”. Il cappellano del carcere don Marco Pozza descrive quanto accaduto come “un diktat dall’alto” che “smantella la speranza e il senso stesso della pena: la rieducazione”. Padova. “Siamo davanti a una tragedia annunciata. Da tempo si parlava di una dismissione” di Alice Ferretti Il Mattino di Padova, 29 gennaio 2026 La chiusura della sezione di Alta Sicurezza a Padova e il suicidio di Pietro Marinaro, uno dei detenuti coinvolti nel trasferimento, hanno scosso profondamente il mondo del volontariato che da anni opera dentro l’istituto. A raccontare cosa si è spezzato sono Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti, e Attilio Favaro, presidente dell’associazione Ocv Operatori Carcerari Volontari. “Quello che è successo è un suicidio annunciato”, incalza Omelia Favero. “Da tempo era nell’aria la chiusura della sezione e il trasferimento dei detenuti. Questa è la fine di un progetto molto speciale, l’unico modo per provare a cambiare la mentalità di persone che si sono macchiate di gravi reati, spesso appartenenti alla criminalità organizzata”. Al Due Palazzi erano detenuti anche nomi storici dell’Alta Sicurezza, come Antonio Papalia, boss storico della ‘ndrangheta, condannati a pene lunghe, inseriti in percorsi di reinserimento. Favero ricorda che due anni fa la sperimentazione di Ristretti Orizzonti è stata chiusa dopo una stretta del governo su tutto il circuito di Alta Sicurezza: “I detenuti non hanno più potuto svolgere attività, con i detenuti comuni. I volontari potevano ancora entrare, continuare corsi di scrittura, artigianato e cucito, come quello dell’Ocv che frequentava Marinaro”. Poi la decisione improvvisa: “Il cambio di carcere è un trauma. Stravolge i pochi punti fermi costruiti in tanti anni. Prendere persone e impacchettarle da un giorno all’altro è di una crudeltà terribile. Ho famiglie che chiamano chiedendo notizie. Padova era un’eccezione di apertura rispetto all’Alta Sicurezza nel resto d’Italia”. Anche Attilio Favaro parla di un colpo durissimo: “Marinaro era una persona chiusa, ma negli anni aveva imparato a partecipare, veniva al laboratorio di cucito”. Intorno a quelle attività, spiega, si erano create relazioni solide, tra detenuti e con i volontari. Dopo la notizia dei trasferimenti, “alcuni erano tranquilli, ma molti piangevano”. Favaro sottolinea che negli ultimi mesi la situazione era già peggiorata. “Da tre mesi non c’era più la “sezione aperta”, con le celle aperte otto ore al giorno e la possibilità di parlarsi nei corridoi”. Una chiusura che pesa, conclude, “e che ha colpito profondamente anche la direttrice, molto afflitta per quanto accaduto” Padova. Il Garante dei detenuti: “Scelte del Dap che cancellano percorsi avviati da anni” padovaoggi.it, 29 gennaio 2026 “A rischio i fragili e i più anziani”. Bincoletto: “Il detenuto suicida doveva essere trasferito insieme agli altri della sezione di Alta Sicurezza che verrà declassata a Media. Nei venticinque posti in altrettante celle dove stava solo una persona previsti almeno il doppio dei detenuti. Rischio discarica sociale”. Il professor Antonio Bincoletto, garante dei detenuti per il Comune di Padova, ha appena lasciato il Due Palazzi da pochi minuti quando lo raggiungiamo al telefono. È quasi mezzogiorno, sono passate un po’ di ore dal ritrovamento del corpo esanime di un detenuto ultra settantenne che si è tolto la vita piuttosto che essere trasferito, lui insieme ad altri ventiquattro. “Sono tutte persone di una certa età, recluse da decenni abituati a vivere in una cella singola. Persone che in questi anni hanno fatto diverse attività e qualcuna godeva anche di permessi, il che significa che un magistrato li aveva considerati non pericolosi. Avevano fatto un percorso davvero interessante nonostante molti di loro avessero l’ergastolo”. G. M., il detenuto che si è tolto la vita questa mattina, era in carcere da 40 anni, da 18 nella sezione alta sicurezza di Padova. Detenuto per reati associativi gravi, non è mai uscito in permesso. “Nell’ultimo periodo però il regime di detenzione è tornato a essere ridotto, così come le attività, anche a Padova. Quando due giorni fa, di punto in bianco, è arrivato l’avviso a questi detenuti che sarebbero stati trasferiti, non tutti hanno reagito allo stesso modo”, dice con una certa amarezza Bincoletto. Come a dire che quanto accaduto non stupisce per quanto colpisca duramente. E qui arriva l’attacco al Dap. “Quando si considerano le persone come pacchi da spostare da un posto all’altro, non si può pensare che tutti accetteranno o reggeranno allo stesso modo questo tipo di imposizione. In particolare persone anziane, come in questo caso, con un passato pesante e la gran parte della vita spesa tra le mura di una prigione. Andare in un altro carcere vuol dire ricominciare tutto daccapo. C’è il periodo di osservazione da far passare ancora una volta. Si vanno a perdere i permessi, per quelli che ne godevano e per poter partecipare a delle attività, sempre che ci siano ci vorrà comunque altro tempo. Per una persona ultra settantenne non è affatto facile. Posso immaginare anche gli altri come la staranno vivendo”, dice riferendosi agli altri detenuti che invece sono stati trasferiti questa mattina presto. Avrebbe dovuto anche lui salire sul mezzo che lo avrebbe poi condotto nel nuovo penitenziario. Ma il tempo intercorso da che è stato avvertito dal personale del carcere di preparare le sue cose a quando sono tornati per accompagnarlo, l’uomo, G. M., si era tolto la vita. Erano circa le 7 mattina di oggi, 28 gennaio. “Erano due anni che non si verificavano suicidi a Padova. Si pensava che l’insieme delle attività avessero fatto da ammortizzatore a certe situazioni. La decisione del Dap, presa da un giorno all’altro, ha fatto esplodere una tensione forte in persone altamente fragili”, fa notare Bincoletto. Al che gli chiediamo cosa ne sarà dalla sezione di alta sicurezza del Due Palazzi: “Verrà declassata a media sicurezza e i venticinque posti in altrettante celle dove stava solo una persona finiranno per diventare posti dove mettercene anche tre, almeno. Così sempre più la casa di reclusione diventerà un circondariale. Di conseguenza una discarica sociale, come si dice oggi in questi casi. Ci metteranno sempre più persone con pene brevi, ammassate. E soprattutto si perderanno quei percorsi di recupero che si era dimostrato si potessero fare, all’interno del carcere”. In Italia, il principio del carcere come luogo di recupero è sancito ai massimi livelli legislativi, basandosi su pilastri fondamentali come quello che prevede che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato e al suo recupero sociale. Chiediamo a Bincoletto se si stanno tradendo questi principi: “Si sta andando in un’altra direzione”. Padova. Ostanel (Avs): “Stefani intervenga con urgenza sulle condizioni carcerarie” padovaoggi.it, 29 gennaio 2026 “Lo spostamento di queste persone, tra l’altro a migliaia di chilometri di distanza da Padova, metterebbe infatti fine a tutto il percorso rieducativo iniziato al Due Palazzi con il Terzo Settore, proprio il contrario di quello che la nostra Costituzione ci chiede”. Elena Ostanel, Consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra - Reti Civiche, commenta quanto accaduto dopo la decisione di trasferire venticinque detenuti nella sezione AS1 in carceri di altre città. Tutte di una certa età e con un lungo passato di carcerazione e rispettivi percorsi di recupero, seppure ergastolani. Una di queste, di fronte all’ipotesi di dovere lasciare il carcere dove è stato detenuto per ben 18 dei 40 anni a cui è stato condannato, ha deciso di togliersi la vita. Aveva 74 anni. “Quanto sta accadendo in queste ore alla Casa di Reclusione di Padova è gravissimo: un altro detenuto si è tolto la vita e da quanto risulta sarebbe stato coinvolto dall’annunciato trasferimento delle persone detenute di lungo corso nel circuito di alta sicurezza in Sardegna, che è inaccettabile, comunicato senza trasparenza e motivazioni. Sono vicina ai famigliari dell’uomo che ha perso la vita e sostengo il Coordinamento Carcere Due Palazzi, oggi riunito in sit-in davanti al Carcere per denunciare che progetti di rieducazione costruiti in decenni, può essere pericoloso oltre che sbagliato”, ha dichiarato Ostanel. La consigliera entra nel merito di quanto accaduto al Due Palazzi: “Lo spostamento di queste persone, tra l’altro a migliaia di chilometri di distanza da Padova, metterebbe infatti fine a tutto il percorso rieducativo iniziato al Due Palazzi con il Terzo Settore, proprio il contrario di quello che la nostra Costituzione ci chiede. Inoltre, si profila una regressione trattamentale dei detenuti, esplicitamente vietata dall’ordinamento penitenziario. La situazione si fa sempre più complicata in un Carcere che, stando all’ultima relazione del Garante comunale, ha un sovraffollamento di più del 140%. Non possiamo più rimanere in silenzio”. Di qui la richiesta la Presidente della Regione Veneto: “Chiedo al Presidente Stefani di farsi portavoce delle istanze delle persone detenute e delle realtà del Terzo Settore davanti al Ministro della Giustizia e al Sottosegretario Ostellari. La dura realtà delle carceri va affrontata con serietà, non con scelte ingiustificate calate dall’alto. Chiederemo con urgenza un monitoraggio della situazione delle carceri venete in Quarta Commissione”, l’invito della Consigliera. Padova. Suicidio al Due Palazzi, il dolore del vescovo: “Interrotti percorsi umani e di speranza” La Difesa del Popolo, 29 gennaio 2026 Un 74enne si è tolto la vita prima del trasferimento. Mons. Cipolla: “Rispetto le istituzioni, ma qui si spezzano cammini fondamentali per chi ha pene lunghissime. Al primo posto la dignità”. È una “tragedia annunciata”, come l’hanno definita i volontari di Ristretti Orizzonti, quella consumatasi nella notte tra martedì e mercoledì al carcere Due Palazzi. Un detenuto di 74 anni, P.M., si è tolto la vita nella sua cella. In carcere da quasi quarant’anni, diciotto dei quali passati a Padova, l’uomo lavorava nel laboratorio di sartoria ed era in attesa, proprio per la mattinata di oggi, del trasferimento in un’altra struttura. Un provvedimento che rientra nello smantellamento della sezione Alta Sicurezza e che ha svuotato il reparto, interrompendo bruscamente percorsi riabilitativi pluridecennali. Di fronte al dramma e alla tensione che attraversa l’istituto di pena, interviene con parole nette e cariche di preoccupazione il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, che sta monitorando la situazione in stretto contatto con il cappellano don Marco Pozza. “Ho appreso e sto seguendo con particolare attenzione attraverso il cappellano la situazione di emergenza che si è venuta a creare all’interno della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova in queste ore, a seguito dell’improvviso trasferimento delle persone detenute del circuito Alta Sicurezza” dichiara mons. Cipolla. Il suicidio avvenuto nella notte “aggrava, appesantisce e intristisce ancora di più il clima in atto”. Il vescovo entra subito nel merito delle conseguenze umane di queste decisioni amministrative: “Pur rispettando le motivazioni dell’istituzione rispetto a questa decisione, non posso non prendere atto che ciò comporta l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali nel percorso di rieducazione e di recupero delle persone detenute”. Si tratta, ricorda il Vescovo, di persone “sulle cui spalle pesano condanne con fine pena altissimi, per molti dei quali l’ergastolo”. Detenuti per i quali “l’avere trovato nell’istituto della nostra città delle ragioni di speranza, prospettive di futuro per loro e le loro famiglie è stato l’occasione di riprendere in mano anche il proprio passato”. C’è anche un ricordo personale, recentissimo, nelle parole di mons. Cipolla: “Nella mia ultima visita, il giorno dell’Epifania abbiamo celebrato la Santa Messa con loro: ho visto nei loro occhi la speranza che rinasce quando i cuori si aprono alla Grazia di Dio, sempre mediata dalla presenza di qualcuno”. Una presenza che la Chiesa di Padova garantisce dal 2011 con una cappellania di circa ottanta persone. Il pensiero finale del vescovo va agli operatori e al senso ultimo della pena: “Sono vicino a tutto il mondo del volontariato e a tutti gli uomini e donne che lavorano con passione e dedizione nell’istituto di Padova: il bene seminato non andrà mai perduto. Mi auguro che possano sempre essere messi al primo posto la dignità delle persone e il primo obiettivo dell’esecuzione della pena, ossia la possibilità rieducativa e possibilmente il reinserimento sociale”. Firenze. Morto il detenuto che aveva tentato il suicidio a Sollicciano ansa.it, 29 gennaio 2026 Era stato portato in condizioni disperate in ospedale dove è deceduto. È deceduto ieri sera all’ospedale di Careggi il detenuto 29enne che aveva tentato di togliersi la vita nel carcere fiorentino di Sollicciano. Era stato soccorso domenica dagli agenti della penitenziaria che lo avevano trovato in cella con un lenzuolo legato al collo. Era stato portato in condizioni disperate in ambulanza al policlinico di Careggi. Poi il ricovero nel reparto di terapia intensiva del trauma center, dove è morto. Il 29enne, di origini marocchine, era stato arrestato il 2 gennaio per una rapina in un negozio di articoli sportivi nel centro storico di Firenze. Il giudice aveva convalidato l’arresto e lo aveva rimesso in libertà disponendo la misura cautelare dell’obbligo di firma. Il 5 gennaio, secondo quanto ricostruito, durante un controllo aveva dato in escandescenza di fronte alle richieste delle forze dell’ordine ed era stato nuovamente arrestato. Il tribunale aveva deciso l’aggravamento della misura disponendo il trasferimento in carcere. Domenica, il gesto estremo. Firenze. I familiari del detenuto morto: “Diteci cos’è accaduto” di Stefano Brogioni La Nazione, 29 gennaio 2026 Il 29enne, domenica scorsa, si sarebbe impiccato con le lenzuola, ma i parenti non ci credono “Un giovane come lui non lo avrebbe mai fatto”. La Camera Penale: “Serve più civiltà”. “Non è possibile che si sia ucciso, lui non lo avrebbe mai fatto”. Lo urlano i familiari di A.E., il detenuto marocchino di 29 anni che domenica scorsa, secondo quanto è stato ricostruito, si sarebbe annodato le lenzuola attorno al collo. I familiari sono a Careggi, dove è stata dichiarata la morte cerebrale del 29enne: soccorso da personale della polizia penitenziaria nella sua cella, era arrivato all’ospedale, sempre domenica scorsa, in condizioni disperate. E con il passare delle ore, la speranza di un miracolo è andata via via diminuendo, fino alla comunicazione al fratello dell’avvio delle procedure da cui solo un miracolo consente di tornare indietro. Pur davanti al dramma, i familiari del marocchino, assistito dagli avvocati Martino Nofri e Giovanni Ristori, vogliono sapere cosa possa essergli successo in quella cella. “Era giovane, non ci pensava proprio a fare quel gesto”, ripetono. Il 29enne si trovava dentro in aggravamento di una misura di custodia cautelare, dopo essere stato arrestato per una rapina avvenuto in un negozio del centro di Firenze, liberato e poi finito di nuovo dietro le sbarre dopo un aggravamento della misura dell’obbligo di firma. Un episodio che, qualunque sia la corretta lettura, con tutta la sua drammaticità deve far riflettere sulle condizioni dei penitenziari e in particolare di Sollicciano. “Ancora una volta un giovane detenuto a Sollicciano si è tolto la vita impiccandosi - scrive in una nota la Camera Penale di Firenze -. E ancora una volta siamo chiamati tutti, operatori del diritto, istituzioni e persone comuni a invocare, con forza e coesione, un intervento di civiltà che assicuri il rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute. Dopo le parole chiediamo fatti concreti, affinché questa ennesima triste scomparsa sia veramente l’ultima”. Napoli. Detenuto morto in carcere Secondigliano, le cause del decesso in corso di accertamento ottopagine.it, 29 gennaio 2026 Nel pomeriggio di martedì 27 gennaio 2026, un detenuto è deceduto all’interno del Carcere di Secondigliano. A rendere pubblica la notizia, il Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria (Sinappe). Questo ha segnalato l’accaduto e ha avviato un’inchiesta per chiarire con precisione le cause del decesso. La vittima al momento non è identificata. Sappiamo solo che si trovava nel reparto T1 dell’istituto penitenziario e apparteneva al circuito AS1. Si tratta di un regime di detenzione che indica un livello di sorveglianza standard per detenuti considerati non a rischio particolare. Come spesso accade in questi casi, le autorità giudiziarie e gli investigatori stanno lavorando per stabilire se il decesso sia dovuto a cause naturali come un malore improvviso oppure un’aggressione o altre circostanze. Per ora le cause non sono ancora ufficiali. Morto detenuto carcere di Secondigliano: le richieste sindacali Il Sinappe ha anche sottolineato come questa morte si inserisca in un contesto già segnato da criticità organizzative e operativi nel carcere di Secondigliano. Secondo i rappresentanti sindacali, la gestione dell’istituto presenta difficoltà legate alla carenza di personale, ai carichi di lavoro e alle relazioni sindacali compromesse. Il sindacato ha quindi chiesto un intervento immediato delle autorità competenti in particolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per valutare la situazione interna alla struttura. La morte di un detenuto in carcere non è un evento isolato ma qualcosa che fa emergere problemi più ampi legati alla vita carceraria in Italia. Anche se non vengono fornite informazioni dettagliate sull’identità del detenuto o sui risultati delle prime indagini, l’enfasi è posta sull’importanza di chiarire al più presto i fatti e di adottare misure concrete per prevenire ulteriori tragedie. Agrigento. La sorella di un detenuto: “Mio fratello isolato, minacciato e senza supporto” di Andrea Cassaro agrigentonotizie.it, 29 gennaio 2026 La denuncia della donna alle istituzioni: “Condizioni psicologiche e igieniche critiche e nessuna risposta dalla direzione della casa circondariale”. Chiesta una verifica urgente e il trasferimento in Calabria. Il Garante regionale dei diritti dei detenuti Antonino De Lisi: “Il caso merita approfondimento”. Una lettera indirizzata a tutte le principali autorità giudiziarie e istituzionali accende i riflettori sulla situazione di un detenuto recluso nella Casa circondariale Pasquale Di Lorenzo ad Agrigento. A scriverla è R.M., sorella di un detenuto originario di Corigliano Calabro, che denuncia gravi condizioni psicologiche, fisiche e ambientali in cui l’uomo sarebbe costretto a vivere. La segnalazione è stata inviata alla Procura della Repubblica di Agrigento, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al ministero della Giustizia, al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, alla direzione della casa circondariale Pasquale Di Lorenzo, alla Questura di Agrigento e alla Presidenza della Repubblica. Secondo quanto riferito nella lettera, la sorella del detenuto avrebbe già scritto più volte alla direzione dell’istituto penitenziario di Agrigento senza ricevere alcun riscontro. “Una mancanza di risposte che - sottolinea - ha contribuito ad aggravare l’angoscia della famiglia. Durante le videochiamate settimanali - prosegue la donna - mio fratello è apparso in uno stato di forte depressione. Più volte ha espresso pensieri legati al suicidio e generati dalla condizione di isolamento e dal senso di abbandono”. Il detenuto avrebbe anche riferito di essere stato trasferito in una cella di isolamento senza una motivazione chiara e di aver subito minacce da parte di altri detenuti senza però riuscire a fornire nomi per timore di ritorsioni. Nel documento vengono inoltre descritte condizioni igienico-sanitarie definite “gravemente compromesse”: presenza di muffa, sporcizia e infiltrazioni d’acqua dal soffitto, al punto da dover utilizzare secchi per raccogliere l’acqua. A questo si aggiunge la sospensione della partecipazione al corso di falegnameria, attività che per l’uomo - a detta della sorella - rappresentava un importante percorso di recupero personale. “La distanza geografica - aggiunge la donna - rende la situazione ancora più pesante. La sua famiglia vive in Calabria e le visite in presenza risultano quasi impossibili. Inoltre mio fratello non vede la figlia undicenne da oltre tre anni”. Muffa nelle celle e acqua calda a singhiozzo: cosi si vive nel carcere di Agrigento dove aumentano autolesionismo e tentativi di suicidio Nella parte conclusiva della segnalazione, R. M. chiede con urgenza una verifica immediata delle condizioni di detenzione e di sicurezza del fratello, l’attivazione di un adeguato supporto psicologico, un’eventuale ispezione da parte del Garante nazionale dei detenuti e la valutazione di un trasferimento in Calabria per consentire un maggiore sostegno familiare. A fornire un primo riscontro istituzionale è il Garante regionale dei diritti dei detenuti Antonino De Lisi: “Riceviamo ogni giorno centinaia di segnalazioni - spiega - e non sempre è possibile avere immediatamente un riscontro puntuale senza l’accesso agli atti. Il ruolo del garante non è quello di un avvocato d’ufficio e non ha potere decisionale su trasferimenti o provvedimenti disciplinari. Possiamo però chiedere informazioni agli uffici competenti e intervenire sul piano del controllo delle condizioni di civiltà, vivibilità, salute e tutela dei diritti umani”. De Lisi sottolinea inoltre come la genericità di alcune segnalazioni renda complesso l’intervento immediato: “Quando le denunce non indicano con precisione fatti, tempi e responsabilità, gli istituti spesso chiedono chiarimenti ulteriori. Detto questo, situazioni come quella denunciata dalla signora che riguardano isolamento, salute psicologica e condizioni materiali di detenzione rientrano pienamente nell’ambito di competenza del garante e meritano approfondimenti”. Il garante ha infine precisato che potrà fornire informazioni più dettagliate dopo aver esaminato la documentazione che riguarda il caso specifico. Milano. Carcere di Opera, ancora denunce per il gelo in cella di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 gennaio 2026 Freddo, umidità, cure negate e isolamento affettivo: gli avvocati scrivono ai garanti e nel penitenziario cresce la tensione. Nonostante l’interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti e la notizia ormai pubblica della situazione critica, le segnalazioni al carcere di Opera non diminuiscono, ma aumentano. Questa volta a scrivere sono gli avvocati difensori, che hanno inviato segnalazioni circostanziate al Garante dei diritti del Comune di Milano, all’associazione Antigone, al Garante Nazionale e all’onorevole Giachetti tramite l’associazione Yairaiha. Le lettere, che Il Dubbio ha potuto visionare, tracciano un quadro allarmante: i riscaldamenti non funzionerebbero, l’acqua calda nelle docce sarebbe assente e il livello di umidità sarebbe talmente alto che i materassi sarebbero intrisi d’acqua, cagionando forti dolori alle ossa e alle articolazioni. “I detenuti segnalano che i riscaldamenti non sono funzionanti”, si legge nelle comunicazioni. “Tale condizione di degrado è facilitata ovviamente dalle numerosissime infiltrazioni e correnti d’aria gelida che comporta una condizione inaccettabile”. Le temperature basse sarebbero rese ancora più insopportabili dall’acqua fredda, al punto che alcuni detenuti rinuncerebbero a lavarsi. Gli avvocati denunciano anche gravi carenze nell’assistenza sanitaria. Uno dei legali ha inviato ben due solleciti per una visita medica urgente per un assistito con forti dolori al petto e formicolio al braccio sinistro, senza mai ricevere risposta e senza che il detenuto venisse visitato, pur avendola richiesta anche lui. Le condizioni strutturali e sanitarie si intrecciano con decisioni amministrative che, secondo i legali, violerebbero i principi dell’ordinamento penitenziario e costituzionale. Al centro delle proteste c’è la gestione dei rapporti con l’esterno da parte della nuova direzione che avrebbe deciso di negare gli incontri con le “terze persone” a tutti i soggetti ristretti (come la vicenda di un bambino, figlio della compagna di un detenuto), e pare che sia in procinto di revocare anche quelli già ammessi. “Per quanto la Direzione Carceraria abbia un potere discrezionale nell’ammettere le terze persone a svolgere colloqui”, scrivono gli avvocati, “tale discrezione si sta tramutando in un regime dittatoriale senza giustificazione”. Vi sarebbero detenuti che non hanno familiari o che li hanno molto lontani, con legami affettivi importanti con terze persone, ai quali sarebbero stati negati i colloqui senza valida ragione. Un caso particolarmente grave riguarderebbe un detenuto che starebbe facendo lo sciopero della fame da giorni perché gli sarebbe stato negato l’accesso della propria fidanzata in quanto non convivente, ma solo convivente di fatto. A un altro sarebbe stata negata l’autorizzazione a far entrare i genitori della fidanzata in quanto non legami di sangue. Quest’ultimo, quando si trovava presso la casa circondariale di Busto Arsizio, poteva vedere i genitori della fidanzata e fare regolarmente colloqui con loro, cosa che a Opera gli sarebbe stata totalmente negata. Oltre ai dinieghi sui colloqui, sarebbero state diminuite anche le telefonate con l’esterno. Rita Bernardini, che ha visitato con altri esponenti di Nessuno tocchi Caino l’istituto milanese il 22 dicembre scorso, ha riferito di aver potuto visionare una circolare interna in cui si avvisano i detenuti che, dal 12 gennaio 2026, tutti i detenuti con figli minori di anni 10 potranno usufruire di sole due telefonate in più al mese, il che comporta una forte diminuzione delle telefonate precedentemente concesse dalla direzione in base all’articolo 2-quinquies, comma 1, del decreto-legge 30 aprile 2020, n. 28, che consente al direttore - in deroga a quanto previsto dall’articolo 39 del decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000 - di autorizzare telefonate una volta al giorno se il detenuto ha figli minori o figli maggiorenni affetti da disabilità grave. Emerge anche un episodio emblematico. Riguarda il rifiuto di un colloquio con un bambino domenica scorsa, nonostante l’autorizzazione precedente e la regolare partecipazione del minore anche ad attività genitore-figlio. La direzione ha motivato il diniego specificando che il minore non è figlio di sangue del detenuto e che le precedenti autorizzazioni sarebbero state rilasciate per errore. Un’altra segnalazione riguarderebbe una persona convivente con un detenuto, alla quale l’Ufficio colloqui avrebbe comunicato via email che avrebbe diritto a soli due colloqui visivi al mese, nonostante la convivenza. Uno dei casi segnalati riguarderebbe anche un errore nell’applicazione del regime detentivo: a un detenuto sarebbe stato impedito di effettuare il colloquio telefonico con il proprio difensore, in quanto considerato erroneamente soggetto al regime previsto per i reati ostativi ex art. 4-bis O.P. L’errore materiale nel cumulo in esecuzione sarebbe stato successivamente rettificato dalla Procura di Busto Arsizio, ma sarebbe stato applicato un trattamento restrittivo non dovuto, con limitazione del diritto di difesa. Un altro problema riguarderebbe la mancata acquisizione di documentazione pregressa ai fini dell’osservazione. Un difensore avrebbe richiesto all’Area educativa di acquisire informazioni e documentazione già raccolte presso la Casa Circondariale di Busto Arsizio, dove un detenuto era stato sottoposto a osservazione. Nonostante la disponibilità dell’educatrice di Busto Arsizio e la trasmissione di documentazione rilevante, non risulterebbe pervenuto alcun riscontro. Inoltre, sarebbe stata richiesta con urgenza una relazione di osservazione comportamentale per un’istanza di affidamento terapeutico provvisorio, ma anche in questo caso non sarebbe pervenuta risposta, con pregiudizio per il percorso trattamentale. “Non è da sottolinearsi, in quanto ben noto, che le pene detentive non devono consistere in trattamenti disumani”, scrivono i legali, “ed è palese come tali condizioni siano molto lontane dal rispetto dei diritti basilari dell’essere umano (ricevere cure mediche e avere delle condizioni strutturali idonee al fine di scongiurare continue insorgenze di dolori ossei o stati febbrili a causa delle temperature eccessivamente basse)”. Gli avvocati sottolineano come le scelte della direzione contrasterebbero con i principi della rieducazione. “Com’è noto la fondamentale opera di rieducazione trova assai aiuto nel mantenimento dei contatti con i familiari e con i legami affettivi”, si legge nelle segnalazioni. “È chiaro come tali scelte stiano portando i detenuti ad un’afflizione ingiustificata non retta da dettati legislativi. Al contrario, tali scelte causano uno stato di isolamento affettivo a tutti coloro che non hanno dei familiari vicini, o che hanno una fidanzata non convivente”. Il Garante dei diritti del Comune di Milano ha risposto comunicando di aver aperto un dossier e di star effettuando accertamenti. Dal Garante Nazionale e dalle altre autorità interpellate non sarebbero ancora arrivate risposte concrete. L’associazione Yairaiha scrive: “Questo ennesimo grido di dolore che arriva dal carcere di Opera riguarda non solo chi è ristretto, ma anche le famiglie e i minori coinvolti”. Cuneo. Processo per le presunte torture sui detenuti: verranno sentiti in aula 60 testimoni di Barbara Morra La Stampa, 29 gennaio 2026 È iniziato il processo a dieci degli agenti coinvolti, altri quattro hanno scelto l’abbreviato. È cominciato ieri, in tribunale, il processo a dieci imputati legati, a vario titolo, alle presunte torture su detenuti nel carcere Cerialdo. Gli imputati sono dieci, sui quattordici rinviati a giudizio, quelli che hanno scelto di rispondere alle accuse in dibattimento. Secondo la Procura, quattro di questi avrebbero partecipato alla ormai tristemente nota “spedizione punitiva”. Guidati dall’ispettore G.V., che ha scelto il rito abbreviato, nella notte tra il 20 e il 21 giugno 2023 si sarebbero introdotti nella cella 417 della quarta sezione del Padiglione Gesso, quello destinato ai detenuti comuni. All’interno si trovavano quattro pakistani che, poche ore prima, avevano protestato battendo le stoviglie contro le porte blindate per chiedere cure mediche per un compagno della cella 416, che lamentava forti dolori a una gamba. Da quel momento sarebbero iniziate le percosse, proseguite anche durante il trasferimento verso l’infermeria e nelle stanze di attesa, con calci, pugni e trascinamenti lungo le scale. Le violenze non si sarebbero fermate neppure davanti al medico e avrebbero coinvolto anche il detenuto della cella 416. Tutti e cinque i detenuti pakistani sarebbero poi stati collocati in isolamento in ambienti privi di adeguate dotazioni, nonostante le condizioni fisiche. L’inchiesta della Procura - L’inchiesta della Procura ha messo l’attenzione non solo sulla spedizione punitiva, ma su una serie di episodi che avrebbero visto anche due detenuti di origine nordafricana subire violenze. Per questo hanno scelto il dibattimento per affrontare le accuse di percosse e minacce anche i tre agenti accusati di aver sferrato calci e pugni e minacciato un detenuto il 19 luglio 2023. Altri due sono a processo perché avrebbero dichiarato il falso nelle loro relazioni di servizio allo scopo di coprire i colleghi. Tra gli imputati figura anche la ex comandante della polizia penitenziaria, oggi vice, E.F., coinvolta per presunta omissione di denuncia: avrebbe omesso di segnalare tempestivamente quanto avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 giugno 2023, riferendo i fatti solo diversi giorni dopo al direttore della struttura. Rinvio all’11 marzo - Ieri il collegio di giudici ha ascoltato le istanze preliminari di pm e avvocati e ha rinviato all’11 marzo per la prosecuzione dell’udienza filtro in cui verranno ammessi i mezzi di prova. Il processo si annuncia lungo e complesso a partire da liste testimoniali di oltre sessanta persone. Tra le parti civili costituite ci sono quattro detenuti e i garanti regionale e nazionale dei detenuti. Il 16 febbraio, invece, sono previste le prime sentenze per i quattro che hanno scelto l’abbreviato: per G.V., il pm ha chiesto tre anni e due mesi di reclusione. Un anno e sei mesi è la pena sollecitata per il medico dell’istituto, A.M., accusato di falso, omissione di referto e favoreggiamento. Un anno di reclusione è stato richiesto per due agenti imputati per falso in atto pubblico. Monza. Incontri e laboratori oltre le sbarre: gli studenti incontrano i detenuti di Cristina Bertolini Il Giorno, 29 gennaio 2026 Liceo Carlo Porta e Provincia di Monza e Brianza insieme per il progetto “Incontro con il Carcere”. È un progetto pilota per creare un’alleanza educativa con il territorio, in particolare con la Provincia, con il carcere di Bollate e con la società Armonia senza confini di Milano. Il progetto vede coinvolta la classe 4GS (22 studenti), liceo delle Scienze umane opzione economico-sociale, per la sperimentazione: l’obiettivo è estendere poi l’iniziativa a tutti gli indirizzi. In queste settimane gli educatori presenteranno il progetto agli studenti, ai docenti e alle loro famiglie. Formatori e detenuti proporranno alla classe incontri e laboratori didattici. A seguire, nel carcere a Bollate, i formatori e i detenuti coinvolgeranno gli studenti parlando della loro esperienza. I ragazzi potranno pranzare al ristorante del carcere “In galera”, un’esperienza suggestiva e singolare. Tornati a scuola, studenti, formatori e docenti si incontreranno per riflettere sull’esperienza vissuta, sotto la guida della professoressa Alessandra Pacchioni (Diritto e Economia), referente del progetto che terminerà a maggio. “Il patrocinio della Provincia a un progetto come “Incontro col Carcere” - commenta il presidente Luca Santambrogio - conferma il nostro impegno nel sostenere, insieme alle scuole del territorio, percorsi educativi capaci di ampliare lo sguardo degli studenti e di rafforzarne il senso civico”. Il liceo statale Carlo Porta di Monza propone un’offerta formativa variegata, orientata alla crescita personale e civile degli studenti. Tante le iniziative in programma. Per le classi quinte del liceo economico sociale appuntamento il 12 febbraio con Luciana Lamorgese sul tema della sicurezza e dei diritti di libertà, nell’ambito del progetto Peses dell’Università Cattolica. Le classi quarte, invece, partecipano al percorso di educazione finanziaria “I giochi della Banca” con Banca Etica. Le terze sono coinvolte in un incontro promosso da Fidapa Bpw Italy sulla parità salariale di genere e l’educazione finanziaria, mentre per le classi seconde e prime sono in programma incontri su affettività, sessualità, intelligenza emotiva e prevenzione di bullismo e cyberbullismo. Catania. I giovani detenuti puliscono la Villa Pacini di Leandro Perrotta La Sicilia, 29 gennaio 2026 Nato da un’intesa tra Prefettura, Comune, Gema, Ufficio Servizio sociale e Tribunale per i minorenni Il presidente Di Bella: “Per loro non si tratta solamente di giustizia riparativa, ma anche di un possibile sbocco lavorativo”. “Sono molto contento di partecipare a questo progetto e dare un contributo alla città per farla diventare più bella”. A dirlo è uno dei giovani sottoposti a procedimenti penali che, ieri mattina, ha iniziato la sua attività a villa Pacini come operatore ecologico. Si tratta di un progetto frutto di un protocollo d’intesa siglato a dicembre dalla Prefettura, dall’Assessorato comunale all’Ecologia, dall’Autorità giudiziaria minorile, dall’Ufficio di Servizio sociale per i minorenni (Ussm) e dall’Università di Catania con il coinvolgimento operativo di Gema Spa. Presente all’appuntamento anche Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni: “È una iniziativa molto importante di giustizia riparativa, i ragazzi dell’area penale avranno possibilità di accedere a varie esperienze significative ed educative. Sono ragazzi - spiega Di Bella - che vengono da quartieri della città isolati, ed è un modo per loro di vivere la città. E spero sempre che, come già avvenuto in passato col consorzio Gema, ci possa essere un inserimento lavorativo”. Come spiegato dal vicesindaco di Catania, e assessore all’Ecologia Massimo Pesce, l’iniziativa serve “A promuovere la cultura della sostenibilità ambientale e sociale nei confronti dei minori e dei giovani adulti, favorendo al contempo l’integrazione tra giovani provenienti da differenti contesti socio culturali con la partecipazione delle scuole, del mondo dell’associazionismo giovanile e ambientalista e dei Centri di aggregazione”. E soprattutto “sarà un’attività che continuerà: i ragazzi ogni giorno, in base naturalmente agli impegni scolastici e di altro tipo che hanno, andranno a fare questo servizio nelle zone turistiche della città, da via Etnea a via Crociferi passando per il Castello Ursino”. In alto due dei giovani sottoposti a procedimenti penali che, ieri mattina, hanno effettuato lo spazzamento a Villa Pacini. A sinistra Roberta Montalto (Ussm), Roberto Di Bella (presidente Tribunale minori), Massimo Pesce (vicesindaco) e gli operatori delle cooperative coinvolte. Al termine del percorso i giovani riceveranno anche un attestato. Questo, come spiega Roberta Montalto, direttrice dell’Ussm, “gli darà la possibilità di accedere a varie offerte di lavoro. Ma la finalità prioritaria è che loro si sentano protagonisti per rendere più bella la città. Un’attività elaborata insieme a loro, non è imposta e che non si limita a tenere più pulita la città. Infatti collabora anche l’Università di Catania, che consentirà ai ragazzi di fare visite guidate anche per conoscere il valore storico dei luoghi in cui andranno ad operare”. Di Bella inserisce poi queste attività anche in un contesto più ampio relativo alla condizione dei minori in città. Il magistrato, noto come ideatore del modello “Liberi di scegliere”, che prevede una presa in carico del minore ma anche del nucleo familiare “per uscire da contesti permeati dai fenomeni mafiosi”, come spiega. Un modello già sperimentato con successo in Calabria prima che a Catania. E che vede un’attenzione particolare al problema minorile in città. Anche quando si tratta di scelte criticate, come avvenuto nei giorni scorsi a San Cristoforo relativamente alla spesa dei fondi del cosiddetto “decreto Caivano”. “Dobbiamo guardare il lato positivo: questi fondi, grazie all’attenzione del governo, sono arrivati in città, e non altrove. E tutto nasce dalle attività che si stanno facendo con Comune, Osservatorio prefettizio sui minori e con lo stesso Tribunale per i minorenni. Invito ad andare oltre le scelte se costruire una scuola o fare altro. Il disagio minorile è la genesi di tutti i problemi della città, non solo del malcostume, ma anche della criminalità comune e di quella organizzata. Dopo decenni di disattenzione si stanno dando opportunità a ragazzi che purtroppo non ne hanno avute”. Insieme ai ragazzi ci sono anche gli operatori di tre cooperative sociali: Airone, Comunità dei Giovani 2020 e Marianella Garcia. E proprio Salvo Filippello, coordinatore dell’attività per Marianella, spiega: “Potrebbero sembrare frasi di circostanza quelle dette oggi dai ragazzi ma per loro è davvero un’esperienza unica per allargare gli orizzonti sulla città” Libri. “Se fioriscono le spine” in un carcere. Quando la sofferenza porta alla verità di Francesco Petrelli* Avvenire, 29 gennaio 2026 Nell’ossimoro nascosto dentro il titolo - “Se fioriscono le spine” - sta la chiave di un romanzo che perlustra il mondo chiuso e privo di speranza del delitto, della colpa e della pena. Il mondo carcerario vi è descritto in tutta la sua ingenua miseria, come un universo claustrofobico e privo di luce segnato dalla coazione a ripetere dei detenuti e dei detenenti. Ne conosce bene le cadenze ossessive l’Autore. Trattandosi di Glauco Giostra, professore emerito di procedura penale, che a quel mondo devastato e devastante ha dedicato gran parte dei suoi studi e della sua passione riformatrice. Suo il coordinamento di quegli Stati Generali dell’esecuzione penale che ci avevano, per un tratto della non più recente storia di questo Paese, illuso della emendabilità di quel sistema. Assieme ad Antonio, meccanico segnato dalla testimonianza di una devastante esperienza di violenza familiare, si accompagnano giovani dai soprannomi bizzarri e pittoreschi segnati da una comune estrazione periferica e da una marginalità del sentire. Vivendo tutti, più o meno nobilmente, di reati predatori, entrano ed escono dal carcere. Lo fanno con una semplicità esemplare e violenta, fatta di plumbee ore d’aria, di oscene sottomissioni, di inutili attese di una liberazione che servirà solo da condizione per una ricaduta, come se ogni abbrutimento ed ogni vizio, ogni fine pena e ogni arresto, fosse il dente di una ruota alla cui presa è impossibile sfuggire. In quel crepuscolo della ragione che ombreggia i giorni nostri, alla evidenza positivistica delle radici del delitto, non corrisponde più l’evidenza del possibile rimedio. C’è invece il suicidio del giovane palestinese a raccontare come entro il carcere, accanto alla legge del più forte, per simmetria, c’è sempre fatalmente quella del più debole che soccombe. Si attende solo che qualche granello di umanità inceppi l’ingranaggio di quella ruota, che la coazione a ripetere inciampi nella compassione di un agente di custodia, o nella lungimiranza di una direttrice. Ne viene fuori un triste ma saggio epilogo, che tutto ciò che di buono nasce dentro quelle mura, vive e cresce in qualche modo contro e nonostante quella istituzione. Non è il carcere a salvare Antonio ma l’inanellarsi di occasioni straordinarie, l’incontro - reciprocamente salvifico - con una donna, vittima di una rapina, che segnerà definitivamente il suo destino. La riconoscenza, poi mutata in altro, gli aprirà le porte del carcere e poi di una vera, difficile riabilitazione. Fino a varcare ancora la porta del carcere da avvocato difensore. Ma un dente di quella stessa ruota che l’aveva tratto via dalla sofferenza lo ghermirà ancora una volta, strappandogli proprio l’amore della donna che lo aveva salvato, gettandolo nella disperazione più profonda. L’Autore chiude con un’altra metafora, quella della corda che da mezzo predisposto per finire una vita oramai priva di senso, si trasforma nella corda di un’altalena per la figlia della donna amata, il cui sorriso di bambina tornerà forse a illuminare il futuro di Antonio. Il messaggio che dalle spine può nascere un fiore, non è una facile metafora della sofferenza come mezzo di salvazione, ma piuttosto la dura constatazione che il dolore della vita è spesso l’unico mezzo che ci consente di cogliere la verità più profonda delle nostre esistenze, al di là dell’illusione dei giorni. *Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi) Libri. “Il Ventunante, la cella si apre lo stigma resta” di Paola D’Amico Corriere della Sera, 29 gennaio 2026 Un libro fotografico nato dall’incontro tra un ex poliziotto e un detenuto e una mostra itinerante raccontano le difficoltà vissute da chi cerca riscatto dopo aver scontato la pena. Venerdì 30 gennaio un convegno a Palazzo Reale. Sarà presentato a Palazzo Reale di Milano, venerdì 30 gennaio, “Il Ventunante, la cella si apre lo stigma resta”, una fanzine, un piccolo libro che raccoglie foto e testi, interviste e memorie tratte dal diario di un detenuto, che sarà lo spunto per tenere acceso il dibattito rispetto alla dimensione del carcere e alle progettualità necessarie se vogliamo restituire al carcere una nuova funzione concreta. Il convegno promosso dalla Sottocommissione carcere, pene, restrizioni e giustizia del territorio, al quale parteciperanno tra gli altri Luigi Pagano, Garante carceri Regione Lombardia, Fabio Romano, presidente della associazione Incontro e Presenza, Alessia Villa, presidente della commissione speciale “Situazione carceraria in Lombardia”, e l’avvocato Luca Del Bue, presidente dell’impresa sociale Mitiga, è l’anticamera di una mostra fotografica itinerante (foto di Michele Maggi). Libro e mostra sono il risultato di un lavoro di due anni nato dall’incontro di un ex ispettore di Polizia e un ex detenuto. Il primo, Michele Maggi, da poco pensionato diventa fotoreporter e decide di realizzare una inchiesta sulle realtà lavorative che satellitano attorno al mondo del carcere e che, talvolta, speculano attorno a persone private delle libertà. Maggi, però, nel carcere di Bollate incappa in “Mitiga”, la prima (e unica al momento) impresa creata nel 2018 da detenuti per detenuti, una impresa sociale nata per favorire il loro reinserimento lavorativo. L’ha fondata Vincenzo Di Cuonzo. E da questo incontro, la ricerca del fotoreporter prende un’altra piega. “A 27 anni sono stato condannato per narcotraffico, sono fuggito in Spagna e mi hanno arrestato nel 2006 quando ormai mi ero rifatto una vita. Ho incontrato Maggi - racconta Di Cuonzo - quando ero in art.21, uscivo per lavorare durante il giorno e rientravo in carcere la sera. Da maggio sono in affidamento, sono fuori dal carcere e ho solo l’obbligo di stare in casa dalle 23 alle 7. Mitiga l’ho creata ero in carcere, l’obiettivo è aiutare i detenuti a trovare lavoro ma abbattere lo stigma e il pregiudizio che non ti abbandonano anche quando hai scontato la pena”. Contro i pregiudizi - Maggi, invece, supera i pregiudizi. “Diventiamo amici, mi dice - continua Di Cuonzo - voglio raccontare la tua storia. Io uscivo alla mattina dal carcere per rientrare la sera, lui mi seguiva e così ha riportato uno spaccato che riporta le vere difficoltà di una persona privata della libertà, testimonia le difficoltà che chi è in una condizione detentiva deve affrontare”. Mitiga opera come un’agenzia interinale per i detenuti stessi e sensibilizza la società contro i pregiudizi verso chi ha commesso reati, basandosi su un modello di lavoro etico e socialmente utile. Fornisce servizi (formazione, manodopera) ad altre aziende, creando lavoro dentro e fuori dal carcere. Offre percorsi di crescita e integrazione sociale attraverso il lavoro, valorizzando le capacità dei detenuti. Organizza corsi di formazione mirati alle esigenze delle imprese e alle attitudini dei detenuti. Lavora anche per cambiare la percezione della società nei confronti dei detenuti, superando stereotipi e pregiudizi. Le persone in semi-libertà in Italia sono circa 1500. Di queste, più di 600 sono a Bollate. Attualmente le persone detenute coinvolte sono circa 15. E, tra l’hinterland di Milano e Pavia, in 8 hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato in vari settori: da quello meccanico, a quello elettrico, a quello agroalimentare. In generale, meno di 16 mila detenuti lavorano per il carcere. E mentre il 70% di chi esce dal carcere compie nuovamente un reato, è noto che la percentuale si abbassa per chi ha svolto attività lavorative durante il periodo di detenzione. Cinema. “Le farfalle della Giudecca”, il viaggio delle detenute verso un reinserimento virtuoso di Camilla Curcio Il Sole 24 Ore, 29 gennaio 2026 Il documentario, che sarà proiettato oggi alle 19 al multisala Rossini di Venezia, racconta la vita quotidiana delle ospiti del carcere. E accende i riflettori sul valore del lavoro nel reintegro in società, Storie di donne che iniziano a costruirsi o a ricostruirsi tra le mura di un carcere. Come piccoli bruchi pronti a diventare farfalle e a spiccare il volo verso una vita di nuovi orizzonti, di obiettivi da rincorrere e sogni da realizzare. Si incastrano come i pezzi di un grande puzzle i racconti delle detenute al centro de “Le farfalle della Giudecca”, il documentario firmato da Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli (con la voce narrante di Ottavia Piccolo) che, giovedì 29 gennaio alle 19, ritorna a Venezia con una proiezione speciale al multisala Rossini, nel cartellone de “Le Città in festa”. Tra gli invitati l’avvocatessa Giorgia Pea, consigliera comunale, la direttrice del carcere Maurizia Campobasso e due ospiti della casa di reclusione che hanno preso parte al progetto. Un modello virtuoso - Realizzato con il patrocinio del ministero della Giustizia, del Dicastero per la cultura e l’educazione del Vaticano, del Patriarcato di Venezia, del Comune e di centri, fondazioni e associazioni tra cui Antigone, il docufilm - proiettato in prima nazionale durante l’82esima Mostra del cinema di Venezia - si propone di raccontare e ripercorrere le vite di un gruppo di detenute all’indomani della visita di Papa Francesco che, il 29 aprile 2024, atterrava all’istituto penitenziario femminile per visitare lo spazio espositivo della Biennale vaticana installato proprio nella vecchia cappella sconsacrata. “Il documentario è nato con uno scopo preciso: mostrare una dimensione virtuosa come quella della casa di reclusione femminile della Giudecca”, spiega Maurizia Campobasso, direttrice del carcere. “Una realtà speciale, prima di tutto, per la solidarietà e l’empatia che da sempre i cittadini mostrano nei confronti del penitenziario, accogliendolo senza mai rinnegarlo, facendone un motivo d’orgoglio. E poi per le tante opportunità offerte alle detenute, tra laboratori e percorsi di formazione professionale a tutto tondo”. Perché il lavoro è una delle grandi leve su cui il carcere veneziano da sempre punta per strutturare i percorsi di reinserimento sociale delle detenute. Che, proprio grazie ai progetti di supporto, educazione, formazione e impiego al lavoro nati dalla collaborazione con associazioni diverse, hanno avuto modo di misurarsi con un caleidoscopio di mestieri. E così, come mostra anche il documentario, alcune si sono ritrovate nei panni di guide della Biennale o responsabili di un servizio di lavanderia e stireria che serve i migliori alberghi della città. Altre ancora, invece, hanno iniziato a lavorare in una sartoria che cura sfilate e look per le madrine del Festival del cinema, tra i banconi di una cereria artistica, in un reparto di cosmetica e addirittura in un orto che vende i suoi prodotti all’esterno del carcere. Insomma, la narrazione autentica di una quotidianità che prova a trovare la sua cifra di normalità in un perimetro dove la routine, spesso, salva dalla solitudine. Senza però edulcorare gli aspetti più complicati dell’esperienza. E provando a sradicare i pregiudizi. “Credo sia importante trasmettere un messaggio vero, mai troppo filtrato. Va bene accendere i riflettori sui percorsi virtuosi di risocializzazione attivati in carcere ma occorre anche mostrare come la reclusione sia un momento complicato perché perdere la libertà non è semplice, così come non è semplice trovare una sintonia con persone diverse e con bagagli altrettanto pesanti”, aggiunge Campobasso. “È importante mostrare proprio questa duplicità: da un lato la difficoltà di condividere la libertà che resta, dall’altra la capacità di usare quel residuo di libertà per riscattarsi emotivamente e provare a immaginare un futuro lontano dall’illecito”. Un futuro che, spesso, trova un trampolino di lancio nelle convenzioni che la Giudecca stringe con associazioni, cooperative di vario tipo, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Provveditorato regionale e Regione. E che, grazie all’attivazione di bandi, rintracciano in carcere il terreno fertile per uno scambio win-win. “Riescono a trovare qui i locali gratuiti dove poter svolgere le attività in programma in cambio di formazione delle detenute”, evidenzia la direttrice. “A volte si tratta proprio di percorsi qualificati che portano poi, spesso, a un contratto a tempo indeterminato. Altre volte aiutano a gettare le basi per imparare una professione. Un’opportunità che si rivolge tanto alle detenute che possono uscire fuori dalla stanza di pernottamento per coprire i turni di lavoro fuori tanto a chi, scontata la pena, viene scarcerata e ha intenzione di proseguire in un solco già tracciato”. Ad aiutare le ragazze a imboccare il percorso giusto i funzionari dell’area giuridico-pedagogica e gli esperti ex articolo 80 (psicologi o criminologi) che, provando a conoscerle e a seguirle giorno per giorno, cercano di scoprirne passioni, inclinazioni, aspirazioni. “Si crea così un progetto individualizzato, che parte proprio dalle loro ambizioni ed esperienze precedenti. Ed è questo l’aspetto più sfidante: far scoprire loro talenti che fino a quel momento non sapevano di avere o non avevano mai avuto modo di toccare con mano fuori dalla reclusione”. Ma non è tutto. Perché il reintegro in società, oltre che dal lavoro, passa anche dalla scuola. E dalle aule della Giudecca che, come si vede nel documentario, per alcune segnano una prima volta sui banchi. Secondo Campobasso, “bisogna calare il prodotto offerto sulla singola realtà. Ad esempio, nel caso di detenute straniere, mettere al primo posto l’insegnamento della lingua italiana, in modo da aiutarle a farsi capire e a capire gli altri”. Gli insegnanti, quindi, devono impegnarsi a mettere in piedi programmi personalizzati e spingere la partecipazione anche a progetti che vadano oltre i libri e il lavoro. “Qui in carcere la scuola non può essere solo un semplice trasferimento di nozioni ma deve diventare il luogo in cui si insegna alle detenute a essere costanti, a porsi degli obiettivi, a rispettare le regole e a trovare la concentrazione”. Se l’esperienza del carcere, per sua natura o per una situazione familiare già di per sé difficile, porta inevitabilmente a dover fare i conti con la solitudine, talvolta però le mura di un istituto di pena favoriscono incontri che consolano. E rimangono. Fino a essere raccontati tra le scene di un film sulla propria vita. “Nasce una vera e propria solidarietà tra le detenute”, sottolinea la direttrice, “soprattutto tra quelle più grandi d’età, che hanno anche un certo istinto materno, e le più giovani, che in loro trovano protezione. Toccano, in un certo senso, con mano la chance di poter essere considerate davvero e di meritare affetto”. E in questo spazio sicuro, poi, capiscono anche come emanciparsi senza perdersi. “La donna ha un approccio particolare alla carcerazione: tende a non perdere la propria dignità, anche in termini di femminilità”, conclude Campobasso. “Continuare a prendersi cura di sé in un momento così delicato penso sia sintomatico di un terreno fertile su cui poter seminare valori e prospettive diversi. Senza abbandonarsi all’idea di un destino che non si può cambiare”. Se le voci delle detenute sono lo scheletro del documentario, negli spazi di un racconto che mette sempre al centro la persona si innestano anche quelle delle figure femminili che, nel carcere della Giudecca, lavorano e che aiutano a renderlo esempio di gestione detentiva costruttiva: dalle agenti di polizia penitenziaria alle volontarie, passando per le insegnanti, le amministratrici e le responsabili delle cooperative. La democrazia sotto assedio di Mauro Magatti Corriere della Sera, 29 gennaio 2026 I social media hanno usato la “parola” non per convincere ma per mobilitare. Con l’IA l’informazione può essere “manipolazione”. All’indomani del 1989 la democrazia liberale è apparsa come la forma politica destinata ad affermarsi su scala planetaria. L’idea della “fine della storia” esprimeva questa fiducia: pur tra conflitti e ritardi, il mondo si sarebbe progressivamente allineato a un modello fondato su elezioni libere, diritti individuali, Stato di diritto. Oggi, a distanza di poco più di trent’anni, lo scenario appare capovolto. La democrazia si percepisce non più come destino, ma come eccezione sotto assedio. Non solo è sfidata dall’esterno da regimi autoritari sempre più assertivi, ma sembra erodersi dall’interno, perdendo presa, legittimità, capacità di orientare il futuro. Dove il calo nei tassi di partecipazione al voto (nelle recenti regionali italiane è sceso sotto il 45%) è l’indicatore più evidente della crisi. Che cosa sta succedendo? Tutta la monumentale opera di Jürgen Habermas, il più importante filosofo tedesco degli ultimi decenni, insiste su un punto: al di là delle regole giuridiche e della divisione dei poteri, la democrazia si è storicamente sviluppata come portato di lungo periodo dell’invenzione della stampa. È stata infatti la diffusione dei giornali, dei pamphlet, dei libri che ha reso possibile la nascita della sfera pubblica: uno spazio intermedio tra Stato e società in cui cittadini formalmente uguali potevano informarsi, discutere, formarsi un’opinione. D’altronde l’istituzione simbolo della democrazia - il Parlamento - è il luogo in cui si parla, si argomenta, si cerca un accordo attraverso la parola. La legittimità democratica non deriva solo dal voto, ma dal fatto che le decisioni sono il risultato di un processo discorsivo, in cui ragioni diverse si confrontano pubblicamente. Questa architettura comunicativa è sopravvissuta, pur con qualche fatica, all’epoca televisiva. Ma oggi essa è profondamente scossa dal digitale. Nel nuovo ambiente tecnologico, la capacità della parola di costruire consenso si va progressivamente indebolendo. I social media hanno segnato una prima rottura: la sfera pubblica si è frammentata in una molteplicità di micro-spazi, spesso chiusi, polarizzati, dominati da logiche emotive più che argomentative. L’attenzione è diventata una risorsa scarsa, contesa da messaggi brevi, semplificati, aggressivi. In questo contesto, la parola non serve più tanto a convincere quanto a mobilitare, a rafforzare identità già date, a suscitare reazioni immediate. Adesso, con l’intelligenza artificiale, siamo entrati in una fase nuova. Il problema non riguarda più solo la qualità del dibattito pubblico, ma il modo in cui produciamo, validiamo e condividiamo la conoscenza. Quando testi, immagini, argomentazioni possono essere generati automaticamente, in quantità illimitata e con un alto grado di verosimiglianza, diventa sempre più difficile distinguere tra informazione e manipolazione, tra sapere fondato e simulazione. Più radicalmente, la parola perde il suo legame con un soggetto responsabile e con un’esperienza condivisa del mondo. Il rischio non è solo la disinformazione, ma una più generale erosione della fiducia cognitiva, condizione necessaria per la deliberazione democratica. Siamo in un tempo in cui la profezia di Leibniz - “verrà un tempo in cui, invece di discutere, diremo: calcoliamo” - sembra davvero a portata di mano. Anche se gli esiti sono diversi da quelli attesi. Secondo il filosofo tedesco, il progresso avrebbe un giorno permesso di risolvere le controversie riducendole a problemi di calcolo. In effetti, l’eccesso di opinioni, narrazioni, emozioni che rende la discussione sempre più sterile viene oggi ricomposto affidando le decisioni a modelli, algoritmi, sistemi di ottimizzazione che promettono efficienza e neutralità. Non si discute più perché discutere appare inutile o troppo costoso; si “calcola” perché il calcolo sembra l’unico modo per risolvere le controversie e governare la complessità. Così, la vittoria dell’algoritmo convive con il crescente caos comunicativo che svuota ogni giorno di più la stessa democrazia. Creare un consenso minimamente stabile è sempre più difficile. Di fronte a tutto questo è necessario porsi la domanda: può la democrazia sopravvivere al tempo della comunicazione digitale? Al di là delle minacce esterne - autoritarismi, conflitti geopolitici, pressioni economiche - è questa la prima sfida da vincere. Non possiamo più dare per scontate le condizioni simboliche e comunicative su cui si regge la democrazia: un linguaggio condiviso, un minimo consenso sui fatti, la disponibilità ad ascoltare ragioni diverse. Ma senza una parola che abbia il potere di legare, di orientare, di generare senso comune, le istituzioni democratiche diventano gusci formali, esposti alla sfiducia e alla disaffezione. Non sono questioni di poco conto. In gioco c’è il nostro modello politico e la capacità delle nostre società di continuare a governarsi attraverso la parola, anziché finire in balia del rumore, del calcolo o dell’odio. “Rapporto sullo stato dei diritti in Italia”, presentato dall’associazione A Buon Diritto di Angela Stella L’Unità, 29 gennaio 2026 Dalla salute alla casa, dalla libertà di stampa e di manifestazione ai diritti delle minoranze. Manconi: “Emerge l’immagine di un Paese in cui la compressione dei diritti viene normalizzata, spesso in nome della sicurezza o dell’emergenza. Serve un cambio. È stato presentato ieri nella Sala Stampa della Camera dei Deputati a Palazzo Montecitorio, il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, realizzato da A Buon Diritto grazie al sostegno dell’Otto per mille Valdese. L’analisi restituisce un quadro profondamente critico dello stato dei diritti fondamentali nel nostro Paese. Alcuni dati risultano particolarmente emblematici, fotografando un Paese in cui, ad esempio, la libertà di stampa scivola al 49° posto mondiale, come stimato da Reporters Sans Frontières. Su questo pesano diversi fattori. Innanzitutto il decreto legislativo 10 dicembre 2024 che, modificando l’art. 114 c.p.p., ha introdotto un divieto generalizzato di pubblicazione delle ordinanze applicative di misure cautelari personali fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare. Tale intervento si legge nel rapporto “solleva forti criticità, poiché limita il diritto di cronaca e rischia paradossalmente di danneggiare lo stesso indagato, affidando alla parafrasi giornalistica - e non al testo del giudice - la rappresentazione dei fatti”. Parallelamente, la legge n. 80 del 2025 “ha irrigidito il trattamento sanzionatorio del dissenso, introducendo pene più severe per proteste e blocchi stradali e il principio di punibilità della resistenza passiva”. Il capitolo dedicato ai profughi e ai richiedenti asilo descrive anch’esso “un quadro di progressiva restrizione dell’accesso alla protezione internazionale, nel quale le garanzie previste dal diritto europeo e internazionale risultano sempre più indebolite”. Un elemento particolarmente critico è rappresentato dall’attuazione del Protocollo Italia-Albania, operativo nel corso del 2025: nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, tra aprile e ottobre 2025, circa il 70% dei provvedimenti di trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria, segnalando una sistematica carenza dei presupposti di legge. Il capitolo dedicato alle migrazioni e all’integrazione evidenzia un arretramento strutturale delle politiche inclusive e una crescente centralità degli strumenti di controllo e trattenimento. Il Rapporto segnala come questa impostazione incida direttamente sulla condizione giuridica delle persone migranti, producendo una precarietà prolungata che ostacola l’accesso al lavoro, ai servizi e alla partecipazione sociale. Manca ancora una riforma della legge sulla cittadinanza. Ed ancora: il capitolo sui diritti delle persone Lgbtqia+ evidenzia una persistente condizione di vuoto normativo e informativo che incide direttamente sulla effettività delle tutele. Secondo il Rainbow Report ILGA-Europe 2024, l’Italia si colloca al 35° posto su 49 Paesi europei, con un livello di riconoscimento dei diritti pari al 24,41%, nettamente inferiore alla media UE. Il Rapporto segnala l’assenza di una legislazione organica contro le discriminazioni e i crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere, nonché la mancanza di strumenti di prevenzione adeguati. Il capitolo sui prigionieri descrive una situazione di crisi strutturale del sistema penitenziario, segnata da sovraffollamento cronico e condizioni di vita incompatibili con la funzione rieducativa della pena. Al 30 novembre 2025, le persone detenute negli istituti penitenziari italiani erano 63.868, a fronte di una capienza regolamentare di 51.275 posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 138,5%. A ciò si aggiunge che quasi una persona su dieci rinuncia alle cure e il 94,5% dei comuni è esposto a rischio idrogeologico. L’istruzione diventa sempre più selettiva e diseguale, i salari reali continuano è stato un anno in cui la maggioranza di governo è intervenuta attraverso la decretazione d’urgenza con norme che compromettono sempre di più la possibilità di manifestare liberamente il dissenso. “È da oltre dieci anni che realizziamo il monitoraggio dello stato di salute dei diritti sociali e di quelli soggettivi nel nostro paese. Nel biennio 2016-2017 sono state riconosciute importanti garanzie di libertà (le unioni civili, il testamento biologico e la legge contro la tortura) ma da allora i diritti della persona hanno conosciuto un periodo di oscuramento. Per quanto riguarda lo stato attuale dei diritti in Italia, un solo dato: un italiano su dieci rinuncia alle cure a causa delle liste d’attesa e dei costi esorbitanti”, ha dichiarato Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto. “Questo dato, da solo, racconta l’erosione dei diritti fondamentali: quando un diritto come l’accesso alla salute risulta compromesso, il principio di uguaglianza viene svuotato. Ma la rinuncia alle cure è solo uno dei segnali di un arretramento più ampio che riguarda la libertà di informazione, il diritto di manifestare dissenso, le condizioni di vita in carcere, la tutela delle minoranze e di categorie discriminate, dalle donne alle persone con disabilità, dai minori alle persone migranti. Il Rapporto restituisce l’immagine di un Paese in cui la compressione dei diritti viene normalizzata, spesso in nome della sicurezza o dell’emergenza. Di fronte a questo quadro, il rapporto non mette solo in evidenza i dati ma denuncia l’urgenza cambiare al più presto paradigma ricordando che i diritti non sono concessioni revocabili, ma il fondamento stesso della democrazia”. Migranti. Una “legge Basaglia” per i Cpr di Gianfranco Schiavone L’Unità, 29 gennaio 2026 Non c’è altro modo per superare le gravi e costanti violazioni dei diritti, il degrado strutturale e la radicale inefficacia di questi centri. Sono istituzioni totali, come i manicomi, e la sola strada è chiuderli. Il rapporto “CPR d’Italia. Istituzioni totali” pubblicato il 28 gennaio 2026 a cura del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) prosegue il lavoro iniziato con il rapporto redatto nel 2024 ponendosi in continuità con oltre vent’anni di inchieste sui luoghi della detenzione amministrativa. Non deve infatti sorprendere che tutti i rapporti, da quelli redatti in ambito accademico fino a quelli delle associazioni e dei movimenti sociali, presentano una larga convergenza di contenuti, anche al di là dei linguaggi utilizzati, riconoscendo sempre che i CPR non rappresentano una distorsione accidentale di un sistema di esecuzione coattiva delle espulsioni comunque necessario a tutelare primari interessi pubblici, né il frutto di singole cattive gestioni, bensì rappresentano un’aberrazione strutturale. Nel corso del 2025 le delegazioni hanno effettuato visite in dieci CPR sul territorio nazionale, rispetto agli otto monitorati nell’anno precedente: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi, Trapani-Milo. Le persone che hanno accompagnato i rappresentanti istituzionali sono state individuate tra operatori con competenze specifiche in ambito sanitario, compresa la salute mentale, e con competenze giuridiche nel diritto dell’immigrazione, oltre a mediatori linguistico-culturali. Ciò, unitamente a una metodologia rigorosa nella raccolta ed analisi dei dati adottata durante tutte le visite, e alla scelta di visite a sorpresa, ha permesso di fare un salto di qualità rispetto ai rapporti di monitoraggio precedenti. È stato raccolto un numero maggiore di informazioni e con maggior livello di precisione, ottenendo così un quadro più ampio e puntuale delle reali condizioni nei centri e del rispetto dei diritti delle persone trattenute. Le visite di monitoraggio sono state coordinate, ove possibile, con il viaggio di Marco Cavallo promosso dal Forum per la Salute Mentale in un percorso che ha unito il lavoro di osservazione dei CPR a una mobilitazione pubblica e simbolica all’esterno di questi luoghi. La prima problematica di fondo emersa dal lavoro di monitoraggio è l’eccezionale livello di opacità di tali luoghi. Nonostante visite accurate e la presentazione di legittime richieste di accesso documentale con richiesta di dati anche successivamente alla visita, molte informazioni non sono state fornite dall’Amministrazione e dagli enti gestori dei centri. Inoltre si sono registrate spesso resistenze all’accesso delle delegazioni. Nei CPR di Bari e Macomer gli esperti del TAI si sono visti negare l’ingresso sulla base delle disposizioni diramate dal Ministero dell’Interno con una circolare di aprile 2025, secondo la quale possono accedere ai CPR con funzioni di accompagnamento dei parlamentari e dei consiglieri regionali solo “soggetti che seguono la personalità in quanto funzionalmente incardinati nel loro ufficio”. Secondo le medesime disposizioni ministeriali, l’accesso stesso da parte dei parlamentari “deve limitarsi a una visita, essendo riservato un ruolo ispettivo ai soli Garanti in base alle attribuzioni conferite dal loro incarico”. In altre parole la visita deve essere più o meno di cortesia. Si tratta, come è evidente, di limitazioni illegittime e infondate, prive di base giuridica, che hanno come unica finalità di ostacolare e/o impedire gli accessi ai CPR da parte di soggetti in grado di fornire ai rappresentanti politici le competenze necessarie per lo svolgimento di visite dei CPR efficaci ed effettive (si pensi alla lettura di documentazione medica o ai profili legali). Ostacolare la conoscibilità di quanto accade nei CPR appare dunque essere il primo obiettivo dell’Amministrazione centrale dell’Interno. La seconda problematica è quella della radicale inefficacia delle strutture rispetto alle finalità dichiarate. Uno dei dati più evidenti emersi dal monitoraggio è che a fronte di una capienza teorica complessiva pari a 1.238 posti, la capienza effettivamente disponibile si ferma a 672 posti: circa la metà di quanto formalmente previsto. Oltre il 45% dei posti risulta di fatto inutilizzabile, non per mancanza di risorse, ma per l’inagibilità di intere aree, dovuta a degrado, carenze manutentive e danni conseguenti a rivolte e proteste delle persone trattenute. Ancora più significativo è il dato relativo alle presenze effettive, pari, tra settembre e dicembre 2025, a 546 persone, ben al di sotto non solo della capienza teorica, ma anche di quella effettiva. Come si evidenzia nel rapporto “Il sistema opera quindi stabilmente al di sotto delle proprie possibilità operative, evidenziando un doppio livello di inefficienza: da un lato, l’incapacità di mantenere agibili le strutture esistenti; dall’altro, l’impossibilità di utilizzare pienamente i posti che gli stessi enti gestori dichiarano di poter garantire. In questo quadro, l’insistenza su nuovi investimenti per la realizzazione o l’ampliamento dei CPR, da ultimo, l’annuncio della programmata apertura di un CPR a Trento, (ndr come delle strutture in Albania) appare non solo ingiustificata, ma contraddittoria rispetto ai dati disponibili” (pag.24). Come evideziato nelle elaborazioni di ActionAid su dati della piattaforma Trattenuti “l’incidenza dei rimpatri effettuati a partire da un centro di detenzione sul totale dei provvedimenti di allontanamento adottati, solo in rarissime occasioni la percentuale ha superato il 10% attestandosi, per il periodo 2011-2024, su una media del 9,9%.” Se tuttavia si considera la percentuale di stranieri allontanati tramite il ricorso alla detenzione amministrativa in relazione al numero (stimato) degli stranieri irregolari in Italia nel 2024, questa crolla al ridicolo 0,2%. La rappresentazione politico-mediatica della natura indispensabile dei CPR per il contenimento della irregolarità emerge in tutta la sua ridicola infondatezza. L’inefficienza rispetto alle finalità propagandate e le condizioni di strutturale violenza sulle persone trattenute vanno considerati aspetti tra loro strettamente connessi. In una società democratica la compressione delle libertà fondamentali può infatti essere ammessa, previo stretto controllo giurisdizionale, solo se tali misure sono, almeno in parte, efficaci a conseguire le finalità dichiarate le quali devono comunque tutelare primari interessi pubblici generali. La terza problematica è quella del degrado non episodico ma strutturale in tutti i centri: tutte “le strutture continuano a presentare ambienti fatiscenti, spazi sovraffollati o privi di reale funzione, parti comuni ridotte a corridoi spogli e opprimenti, cortili interamente cementificati che non offrono alcuna possibilità di ristoro fisico o psicologico. A ciò si affianca una gestione dei servizi essenziali che non risponde a criteri di adeguatezza e continuità”. Quanto riscontrato nel corso del monitoraggio conferma quanto già autorevolmente evidenziato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (CPT) che, nel rapporto inviato al Governo italiano a seguito delle visite effettuate nell’aprile 2024 dove si sottolineava che “Le condizioni di detenzione osservate in tutti i CPR visitati al momento della visita del 2024 potrebbero essere considerate simili a quelle esistenti all’interno delle unità di detenzione soggette al regime speciale dell’articolo 41bis del Regolamento penitenziario italiano” (pag.39). La quarta area problematica è quella relativa all’effettivo rispetto delle nomative europee e interne (anche nella forma di semplici regolamenti) relative alla tutela dei diritti delle persone trattenute. In relazione all’assistenza legale “la situazione riscontrata dalle delegazioni in pressoché tutti i CPR per ciò che riguarda l’accesso effettivo ad un avvocato e la mediazione linguistica rendono lo stato generale dei CPR italiani del tutto inadeguato rispetto agli obblighi del diritto UE ed in particolare della citata Direttiva 115/08/CE” (rimpatri). Il Rapporto contiene in particolare un approfondimento specifico sul diritto alla salute nei CPR dove viene evidenziato come “Le visite di idoneità vengono solitamente descritte come sbrigative, in assenza di mediazione culturale, senza che la persona sia consapevole del significato o dello scopo della visita, e in presenza delle forze dell’ordine (…) l’ingresso in CPR è legato quindi a una certificazione di compatibilità con la vita in comunità, più che di una reale compatibilità con la condizione della detenzione amministrativa: ciò che si certifica è solo che il paziente, esente da malattie trasmissibili, non rappresenti un pericolo per la comunità ristretta, ma in alcun modo ci si esprime su come possa essere la vita in questa comunità ristretta a non rappresentare un pericolo per le condizioni di salute del soggetto ritenuto “idoneo” (pagg.58-59). E ancora, in relazione al larghissimo uso degli psicofarmaci il Rapporto evidenzia come “durante i colloqui effettuati con le persone trattenute è stato rilevato in molti casi uno stato di sedazione anomala, eloquio impastato, andamento barcollante, tendenza al sopore, rallentamento cognitivo; molte persone presentavano inoltre segni di autolesionismo. I tentativi di suicidio e gli atti autolesivi vengono spesso sminuiti o sottovalutati dal personale dei centri, riducendoli a semplici atti dimostrativi” (pag.69). Estremamente problematico risulta ovunque il quadro degli eventi critici: nel solo CPR di Roma ad esempio “in sette mesi sono presenti circa 150 registrazioni di cui almeno 30 casi di autolesionismo” (pag.72). Il livello costante ed elevatissimo di violazione dei diritti delle persone trattenute, la continuità nel tempo e la diffusione in ogni centro, senza eccezione, di condizioni di degrado strutturale, e la radicale inefficacia della detenzione amministrativa rispetto alle finalità normativamente previste sono elementi che permettono di inquadrare i CPR nella natura di “istituzioni totali” ampiamente studiati da decenni nella letteratura scientifica. Il Rapporto indica nelle conclusioni gli interventi indifferibili necessari a rimediare agli aspetti più estremi della gestione dei CPR senza tuttavia che ciò significhi che essi sono riformabili (il rapporto evita con rigore di cadere nella fallace alternativa tra riformabilità o chiusura). Come tutte le istituzioni totali, anche i centri di detenzione amministrativa non sono riformabili e vanno comunque chiusi il prima possibile, e la gestione della condizione di irregolarità nelle migrazioni deve basarsi su paradigmi radicalmente nuovi, come è avvenuto con la cura della malattia mentale che ha saputo ripudiare l’istituto manicomiale. Migranti. Cpr, i numeri che smontano le retoriche del Governo di Giansandro Merli Il Manifesto, 29 gennaio 2026 Nonostante i centri non siano mai pieni, l’esecutivo vuole realizzarne di nuovi. Intanto i rimpatri dei reclusi diminuiscono. Oltre che ingiusti, crudeli e disfunzionali, i Centri di permanenza per rimpatri sono spesso vuoti. O meglio: non sono mai pieni. “La sottoutilizzazione dei Cpr è una tendenza strutturale che si consolida dal 2022, anno di insediamento dell’attuale governo”, si legge nel rapporto Cpr d’Italia: istituzioni totali che il Tavolo asilo e immigrazione ha presentato ieri al Senato. Nella nuova legislatura la capienza teorica complessiva delle strutture di detenzione amministrativa per migranti è rimasta costante, poco sopra i 1.350 posti, ma quella effettiva è scesa del 18,3% in tre anni: nel 2024, l’ultimo per cui i numeri sono completi, i posti effettivamente disponibili erano 655. A colpire ancor di più è la differenza con le presenze reali, del 20% più basse. Significa che in media resta vuoto un posto su cinque rispetto a quelli a disposizione delle forze di polizia e quasi due su tre rispetto alla capienza ufficiale rappresentata dal Viminale. Eppure il governo continua a investire nei Cpr. Per realizzarne di nuovi o ampliare i vecchi. “Una strategia non solo ingiustificata, ma contraddittoria rispetto ai dati disponibili”, scrive il Tai che ha realizzato lo studio attraverso una metodologia scrupolosa di raccolta dei dati e visite in tutti e dieci i Cpr attivi in Italia. Nel 2024 le persone rinchiuse sono state 5.891. Quasi una su due di origine tunisina. Seguono per nazionalità marocchini, nigeriani ed egiziani. Come noto, sono tutti uomini. L’unica sezione femminile di un Cpr si trova a Roma e ha cinque posti. A finire dietro le sbarre sono sempre più richiedenti protezione internazionale. Secondo il Tai nel corso degli anni la detenzione amministrativa è diventata uno “strumento della politica d’asilo” e lo sarà in modo ancora maggiore con l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue, il prossimo giugno. Il rovescio della medaglia di questa dinamica è che aumentano le uscite dai Cpr per mancata convalida o proroga del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria: dal 9% del 2021 al 29% del 2024. La differenza, dunque, non dipende da un complotto delle toghe contro i governi di destra, come pure sostenuto nei giorni scorsi da esponenti della maggioranza e giornali filo-governativi. Altro dato che segna la distanza tra realtà e propaganda è quello dei rimpatri. Meno di una persona su due di quelle transitate da un Cpr nel 2024 è stata rimpatriata: il 41,8%, la percentuale più bassa di sempre. Ribaltando la prospettiva, sul totale delle deportazioni quelle realizzate a partire da un centro di detenzione sono state appena una su dieci. Persino da un punto di vista funzionale, insomma, le strutture in cui i migranti vengono imprigionati senza aver commesso reati non vanno. Anche per questo il Tai ribadisce una posizione netta: “I Cpr vanno chiusi per sempre”, afferma Filippo Miraglia, responsabile di Arci immigrazione. Può sembrare un traguardo lontano, soprattutto mentre le destre impongono a livello globale politiche xenofobe e discriminatorie, o può anche sembrare un traguardo impossibile, secondo le attuali retoriche che avvolgono i fenomeni migratori. Eppure era lo stesso per un’altra istituzione totale: i manicomi. “Prima della riforma Basaglia del 1978 sostenere che i manicomi potessero essere chiusi appariva come una tesi così irrazionale e priva di ogni base scientifica, da non essere presa neppure in considerazione” sostiene il Tai. Il quale invita a rendersi conto come ciò che sembra impossibile possa diventare reale.