Carceri, stop alla catastrofe umanitaria di Stefano Anastasia Il Manifesto, 28 gennaio 2026 L’anno giubilare della speranza voluto da Papa Francesco si è chiuso nella serena indifferenza verso la tragedia che si sta consumando dentro le carceri italiane. Il 29 dicembre si è ucciso Christian nel carcere di Asti, il 6 gennaio Franco in quello di Cremona: finiranno in due distinte contabilità, l’una per il 2025, l’altra per il 2026, e magari anche l’anno prossimo, se per accidente il numero dei suicidi registrati sarà di qualche unità in meno che in questo, il ministro della giustizia potrà dirci che “tutto va bene, madama la marchesa”. Ma non è vero niente, madama la marchesa: il sistema dell’esecuzione penale è sull’orlo del collasso, anzi forse ci è già caduto, e il ministro non lo sa, o finge di non saperlo. Sessanta quattromila detenuti per quarantaseimila posti regolamentari disponibili (500 in meno dello scorso anno, altro che piano carceri!) e fuori centomila persone in misure di comunità, e altre centomila nel limbo dei “liberi sospesi”, in attesa (anche da anni) di sapere se la loro pena la dovranno scontarla in carcere o in misura alternativa. Il sovraffollamento non è solo questione di spazi: è questione di relazioni, di cura per le persone, di rieducazione, direbbe la nostra bistrattata Costituzione. Sovraffollamento significa che le stesse unità di personale (educativo, di polizia, sanitario) deve occuparsi di un terzo in più delle persone per cui è stato programmato, anche se a quell’organico non c’è mai arrivato, perché i concorsi non coprono i pensionamenti e chi può in questo carcere non ci vuole lavorare. Il ministro e i suoi bravi, per compiacere madama la marchesa, continuano a dire che tutto va bene: che usciranno le persone in attesa di giudizio (anche le ragazzine rom e i piccoli spacciatori di strada, che tanto avete fatto per metterli dentro, signor ministro?), che i tossici andranno in comunità, che dal nulla fioriranno diecimila nuovi posti detentivi, come se non sapessimo che non basteranno con queste politiche della repressione penale della qualsiasi, come se non avessimo capito che le promesse a babbo morto sono già l’ammissione che il piano carceri è una bufala. Ma facciamo finta di nulla e lasciamovi pure credere che ci avete presi per fessi: tutto verrà risolto dopo le elezioni. Ma il problema è oggi, non domani o dopodomani: che si fa oggi con gli spazi che non ci sono, con i doppi turni del personale, con le visite mediche saltate per assenza di scorte, con l’ordinaria manutenzione che non si può fare per mancanza di soldi o di spazi per liberare le sezioni da recuperare? Per questo un provvedimento di clemenza è inevitabile: anche per fare la peggiore politica carcerocentrica, quella che vuole ridurre le carceri a ospizi per anziani soli, senza fissa dimora, giovani indisciplinati e stranieri irregolari, avete bisogno di tempo. Avete bisogno, voi, signori del governo, non solo i detenuti e gli operatori delle carceri, di un provvedimento deflattivo che faccia uscire dal carcere i condannati con pene brevi o brevissime da scontare, su cui potranno investire i servizi sociali della giustizia e del territorio, se gli date un po’ di soldi, per prevenire il loro rientro in carcere. Questa è la verità che chiunque lavori o frequenti le carceri conosce alla perfezione, ma che voi non volete ascoltare e non volete che sia pubblicamente detta, per esempio dalle migliaia di operatori penitenziari, di ogni comparto e qualifica, che sanno e vivono questi problemi. Per questi motivi venerdì 6 febbraio un ampio cartello di enti e associazioni si ritroverà a Roma per ascoltare chi non ha voce e per condividere problemi e proposte. Non ci illudiamo di riuscire dove Papa Francesco e il presidente della Repubblica non sono riusciti, ma ogni giorno che passa la ragione è sempre più dalla nostra parte. Ragazzini a processo già a 13 anni: così il disagio sociale diventa un reato di Simona Musco Il Dubbio, 28 gennaio 2026 Non bastava il decreto Caivano, che ha reso più semplice far finire i minori negli istituti di pena, né il futuro pacchetto sicurezza, che rischia di comprimere le garanzie dei più giovani e di stigmatizzarli. Ora c’è anche la proposta di abbassare da 14 a 13 l’età in cui i minori diventano penalmente imputabili. A presentarla alla Camera come prima firmataria è Marta Fascina, insieme ad altri 26 deputati di Forza Italia, tra i quali il capogruppo Paolo Barelli. Un intervento considerato “imprescindibile” per rispondere al “fenomeno radicato in modo trasversale in tutto il Paese”, dell’utilizzo di giovani sotto i 14 anni, anche da parte della criminalità organizzata, per commettere reati “spesso gravissimi contro la persona e il patrimonio”. Ragazzini sfruttati dalla criminalità, dunque, che ora verranno anche puniti. Si fa “riferimento in particolare alle realtà dei campi rom”, collegando esplicitamente una realtà etnico-culturale a una tipologia di reati, senza però fornire dati statistici. Un possibile meccanismo di stigmatizzazione: il riferimento ai campi rom evoca infatti un immaginario già carico di pregiudizi e rafforza emotivamente la percezione di “emergenza”. Secondo i firmatari, la proposta risponde alle “molte istanze provenienti dal mondo della giustizia penale”. Una soluzione “allineata alle esperienze di altri ordinamenti di Paesi occidentali” dove le soglie di imputabilità sono più basse, come il Canada (12 anni), il Regno Unito e la maggior parte degli Stati dell’Australia nonché la Nuova Zelanda, “dove l’età ufficiale della responsabilità penale si attesta, addirittura, a dieci anni compiuti”. Una delle parti più critiche della proposta riguarda l’esigenza di accertare la capacità di intendere e di volere per i soggetti di età compresa tra i 13 e i 18 anni sulla base di una “verifica, non soltanto criminologico-clinica ma anche di contesto, cioè basata su una molteplicità di fattori, quali la storia individuale dell’autore del reato, il contesto familiare, l’ambito sociale di provenienza e la nazionalità”. Dettagli che aprono le porte a valutazioni stereotipate e a trattamenti differenziati a parità di fatto e di età, rischiando di entrare in conflitto con il principio di uguaglianza. Tanto che anche all’interno della stessa Forza Italia la proposta suscita più di una perplessità. A spiegarne la ratio è uno dei firmatari, Pietro Pittalis, che prova a contestualizzare la proposta: un ragazzo di 13 anni oggi non è paragonabile a un ragazzo della stessa età del 1988, quando si stabilì che l’età minima per stare a processo fosse 14 anni. I minori di oggi sarebbero infatti più maturi, più consapevoli, anche per via dell’evoluzione tecnologica e dell’accesso alle informazioni. “La proposta si inserisce in un quadro più ampio di interventi sulla sicurezza e sulla prevenzione - spiega al Dubbio Pittalis -. La collega Fascina ha voluto richiamare l’attenzione su un fenomeno ormai diffuso e preoccupante: quello delle baby gang e del coinvolgimento sempre più frequente di minori in attività criminali, spesso come strumenti nelle mani di organizzazioni criminali senza scrupoli”. Ma ciò non rischia di punire chi, invece, avrebbe bisogno di aiuto o protezione? “Sono pienamente d’accordo sul fatto che la prevenzione debba essere centrale - aggiunge -. Tuttavia, dobbiamo anche prendere atto che oggi esistono bande organizzate che sfruttano consapevolmente la non imputabilità dei minori. E dunque è necessario affrontare anche il tema della sicurezza. Questa proposta di legge, con tutti i suoi pro e i suoi contro, ha almeno il merito di riportare al centro dell’attenzione un fenomeno che troppo spesso viene sottovalutato”. Il tutto, assicura, senza alcun intento discriminatorio. Critico Luigi Manconi, politico e sociologo dei fenomeni politici. “Si tratta di un’antica tentazione reazionaria - commenta al Dubbio. Il contesto sociale, ovvero le condizioni materiali di vita e di sviluppo della personalità del minore, non vengono considerate come altrettante circostanze sulle quali intervenire attraverso politiche di educazione, integrazione e formazione, ma all’opposto si trasformano in aggravanti e forme di penalizzazione. Dunque, il minore che patisce uno svantaggio sociale, per questa stessa ragione subisce un’ulteriore forma di deprivazione, rappresentata dall’abbassamento dell’età di imputabilità e, dunque, dalla sottoposizione ai meccanismi del controllo sociale, della privazione della libertà, della riduzione delle sue condizioni di agibilità, e diventa un imputato, quindi soggetto a quello che è un vero e proprio processo di marginalità ulteriore”. Arrivano in Cassazione le firme dei volenterosi. E resta il “rebus” Tar di Valentina Stella Il Dubbio, 28 gennaio 2026 Ieri, davanti ai giudici amministrativi, la discussione sul ricorso con cui gli anti-Nordio puntano a far slittare il referendum. Guzzetta e Tedeschini: “Tentativo vano”. Stamattina “il glorioso comitato dei 15”, come lo ha definito il suo portavoce, l’avvocato Carlo Guglielmi, si recherà in Cassazione a depositare le 546.463 firme raccolte, per la maggior parte online, sul referendum cosiddetto ‘oppositivo’ alla separazione delle carriere. Piazza Cavour dovrà sicuramente accertare la loro validità. E poi? Dipenderà forse da quanto deciderà il Tar del Lazio in merito al ricorso con cui i 15 volenterosi hanno chiesto l’annullamento della deliberazione del Consiglio dei ministri del 12 gennaio e del successivo decreto del Presidente della Repubblica, con il quale è stata fissata per il 22-23 marzo la data di celebrazione del referendum. Ieri, dopo la discussione in camera di consiglio, durante la quale sono intervenuti gli avvocati dei ‘volenterosi’, l’avvocatura dello Stato (per il governo) e i legali di 4 comitati per il Sì (ad opponendum), i giudici del Tar si sono riservati di emettere il loro provvedimento, senza però dare tempi certi. Dipenderà dal fatto se emetteranno una semplice ordinanza o una sentenza nel merito. “La Costituzione - ha rilevato l’avvocato Pietro Adami, che rappresenta, insieme al collega Carlo Contaldi La Grotteria, il Comitato dei 15, - non vuole un’accelerazione, quando si tratta di modificarla. L’iniziativa del Comitato serve anche a dare il tempo ai cittadini per capire cosa è la riforma, e quindi su cosa si va a votare. Non è nello spirito della Costituzione il tentativo di dare uno strappo acceleratorio al voto referendario”. L’avvocato Adami ha spiegato quindi che “il punto nodale è che c’è ancora tutta una serie di domande da definire: tra queste, il testo del quesito su cui dovrà pronunciarsi la Cassazione. Il nostro è un quesito molto più approfondito, spiega nel dettaglio all’elettore quali sono gli articoli della Costituzione che vengono modificati”. Adami ha anche ricordato che al momento il Comitato dei 15 “è escluso dalla campagna referendaria”. Sulla possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Consulta qualora il Tar rigettasse il ricorso ma comunque la Cassazione trasformasse i volenterosi in ‘potere dello Stato’, Guglielmi ci risponde: “Al momento non ne abbiamo idea”. Di diverso parere i professori Giovanni Guzzetta e Federico Tedeschini, in rappresentanza del Comitato ‘Sì Separa’ della Fondazione Einaudi. “Secondo noi la questione posta dai ricorrenti non ha fondamento”, ha spiegato Guzzetta. Che ha proseguito: “Noi pensiamo che il governo abbia applicato la legge, e questa è una buona notizia. Le ragioni del ricorso di controparte dipendono da un errore fondamentale: immaginare che siamo nell’ambito di un referendum abrogativo, in cui il Comitato decide il quesito. Qui invece siamo in presenza di un referendum costituzionale”. Però, gli chiediamo, non c’è il pericolo che chi arriva prima, in questo caso i parlamentari, imponga il proprio quesito? “No - risponde Guzzetta - perché il quesito è predefinito, è la legge che stabilisce come deve essere. Su questo c’è una giurisprudenza molto chiara”. Domandiamo allora al professor Tedeschini se la Cassazione avrebbe comunque la facoltà di prendere in considerazione anche l’altro quesito, qualora il ricorso dei 15 volenterosi fosse bocciato. “Assolutamente sì - risponde l’amministrativista - e a quel punto però si manifesta la possibilità di un conflitto di attribuzione fra coloro che hanno presentato la prima richiesta referendaria e i 15 volenterosi. Scegliere il quesito spetta solo alla Consulta”. Ma quindi i 15 volenterosi diventano automaticamente ‘potere dello Stato’ per aver raccolto le 500mila firme? “Si diventa tali in presenza di un referendum abrogativo, ma questo è un referendum confermativo”, dice sempre Tedeschini. Aggiunge Guzzetta: “L’Ufficio centrale del referendum della Cassazione potrebbe sostenere, essendo stato già definito il quesito e non potendolo cambiare, per giurisprudenza consolidata, che questa raccolta firme non ha rilevanza. Oppure potrebbe porsi il problema di cambiarlo, ipotesi che escludo perché smentirebbe se stesso”. Insomma gli scenari davanti a noi sono tanti, trovandoci in una situazione senza precedenti. “È un ricorso impregnato di futuribile”, ha chiarito Tedeschini. Alla fine il professor Guzzetta ci bacchetta col sorriso: “Deve essere chiaro che questo scenario che fa lei va in rotta di collisione con tutta la giurisprudenza dell’Ufficio centrale, che ha sempre detto che non ci possono essere più quesiti. Sarei molto sorpreso se l’Ufficio centrale cambiasse completamente idea lasciando, tra l’altro, il Paese in una situazione di totale incertezza”. Se il Tar accogliesse invece il ricorso, partendo dalla eventualità di un appello del governo al Consiglio di Stato, la Cassazione aspetta il secondo grado amministrativo? “La Cassazione non è obbligata ad attendere, non è parte in giudizio. La Cassazione è anche il giudice della giurisdizione, per cui avrebbe buon gioco a dire che il Tar e il Consiglio di Stato hanno straripato dal loro potere”, conclude Tedeschini. Morte a Milano, l’agente non doveva essere nel boschetto di Mario Di Vito Il Manifesto, 28 gennaio 2026 L’interrogatorio del poliziotto indagato per omicidio volontario: “Ho avuto paura”. In via Impastato c’era già un’altra volante. La famiglia della vittima, il 28enne marocchino Abderrahim Mansouri: “Chiediamo che sia accertata tutta la verità, perché la dinamica non convince affatto”. Si cercano testimoni e immagini delle telecamere. L’avvocato: “Legittima difesa”. Nessuna sospensione. Un colpo sparato da almeno venti metri mirando a una sagoma, una “reazione istantanea” alla vista di quella che sembrava un’arma e che poi si è rivelata essere una pistola a salve. Questa la versione data al sostituto procuratore Giovanni Tarzia dall’agente di polizia che nel pomeriggio di lunedì, in via Impastato a Milano, ha ucciso Abderrahim Mansouri, nato nel 1997, passaporto marocchino, permesso di soggiorno valido rilasciato in Spagna e precedenti per spaccio, resistenza e rapina. Il poliziotto, 40 anni, indagato per omicidio volontario ma non sospeso dal servizio, lavora come assistente capo al commissariato Mecenate, in via Quintiliano, e viene descritto come un uomo “di grande esperienza”, addirittura encomiato per le sue operazioni nel mondo dello spaccio della periferia milanese. Di sicuro, conosceva bene l’ambiente e il luogo dove è morto Mansouri: lì, per sua stessa ammissione davanti agli inquirenti, ha effettuato “circa quaranta arresti l’anno scorso e quest’anno quattro”. Il suo interrogatorio è avvento nei locali della questura di via Fatebenefratelli nella serata di lunedì ed è durato appena mezz’ora. Subito è venuto fuori che l’assistente capo non doveva trovarsi là. Dopo aver fatto da solo un appostamento nei dintorni del distantissimo piazzale Corvetto, l’agente, intorno alle 17, è sulla sua Fiat Panda quando un collega dal commissariato gli dice che è in corso “un servizio” al boschetto di via Impastato, dove è attesa anche una volante. Ma, dirà poi, visto che “il servizio non stava dando esito”, l’agente decide di andare anche lui. Parcheggiata la vettura, in fondo alla strada, trova i colleghi - due in divisa, quattro in borghese - insieme a un arrestato, presunto spacciatore. Poi, con un altro, va “a fare un giro” nel boschetto e, “essendo molto conosciuto in zona”, si cala il cappuccio sulla testa. Nella penombra, tra le sterpaglie, si agitano almeno due figure: una fugge via, l’altra prima scappa e poi riappare all’improvviso. “Quando siamo arrivati a circa venti metri - ha fatto mettere a verbale l’agente - la persona si è fermata. Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia!” e lui ha tirato fuori dalla tasca un’arma puntandomela contro. Io che nel frattempo avevo aperto il giubbotto e fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo nella direzione del soggetto”. E lo vede in faccia, il soggetto: il poliziotto ha riconosciuto Abderrahim Mansouri, che al commissariato tutti chiamavano con lo pseudonimo di Zack. Dopo il colpo, l’indagato si è avvicinato al corpo supino, e ha spostato l’arma, che era “a quindici centimetri dalla mano”: una Beretta 92 a salve, riproduzione della semiautomiatica d’ordinanza in uso alla polizia. “Ho sentito l’esigenza di allontanarla - ha detto l’agente al pm - perché la persona rantolava e la pistola era ancora nella sua disponibilità, ma non ricordo con esattezza”. Dieci minuti dopo sono arrivati i soccorsi e, a seguire, le volanti, che hanno perquisito il giubbotto del 28enne, trovandoci dentro modeste quantità di sostanze stupefacenti: eroina, cocaina e hascish. “Mansour era in grado di parlare?”, è la domanda finale del pm. Risposta: “No. Non ha mai parlato”. In coda, l’avvocato Pietro Porciani ha chiesto al suo assistito se in quel momento ha avuto paura. “Ho avuto molta paura. In tanti anni di servizio, in polizia, qualcosa ho visto e ho fatto, ma finché non capita uno non ci pensa. Ad esempio, in via Ariberto una volta siamo intervenuti verso persone che avevano fucili a pompa, ma questa è un’altra cosa…”. Per la difesa, la morte di Mansouri è un caso di legittima difesa. Il testimone diretto di quanto accaduto, in assenza di body cam, è uno solo: l’agente che aveva accompagnato l’indagato nel boschetto e che al momento dello sparo era almeno cinque metri dietro. E l’indagine è di quelle difficili: un po’ per il clima generale - il leader leghista Matteo Salvini e molti sindacati di categoria spingono molto sul fatto che l’agente non andava nemmeno iscritto nel registro degli indagati - e un po’ perché gli elementi a disposizione non sono poi moltissimi. Sul corpo di Mansouri è stata disposta l’autopsia, così come verranno fatti accertamenti sia sulla pistola che ha sparato sia sulla Beretta a salve. E si cercheranno altri testimoni tra le ombre del boschetto, oltre alle possibili immagini delle telecamere dei dintorni: ce ne sono a qualche centinaio di metri, vicino alla fermata della metropolitana di San Donato, ma non si sa cosa possano aver ripreso nel buio della sera. Ieri pomeriggio, intanto, incaricata dal fratello della vittima, l’avvocata Debora Piazza si è recata in procura per incontrare gli inquirenti. La famiglia di Mansouri vuole che sia “accertata tutta la verità, perché la versione dell’agente non convince affatto”. Il caso non è chiuso. Forse è appena cominciato. Padova. Detenuto suicida in carcere alla vigilia della protesta contro la chiusura del settore AS di Luca Preziusi Il Gazzettino, 28 gennaio 2026 L’ennesima tragedia al Due Palazzi è avvenuta la notte tra 27 e 28 gennaio. Oggi il sit-in di protesta. Ristretti Orizzonti: “Con questa chiusura si interrompe il percorso di rieducazione”. Non avrebbe retto all’ipotesi del trasferimento dal carcere di Padova dov’era detenuto e si è tolto la vita. È successo nella notte tra il 27 e il 28 gennaio, proprio alla vigilia della manifestazione di protesta prevista oggi (28 gennaio) alle 11 davanti al Due Palazzi in vista dell’improvvisa scelta di chiudere il settore dell’Alta sicurezza e soprattutto del trasferimento di tutti i detenuti. L’uomo è stato trovato morto nella sua cella in mattinata. “Si tratta di persone che da anni, e in qualche caso da decenni, stanno facendo a Padova assieme al terzo settore un percorso di rieducazione e profondo cambiamento che verrà così brutalmente interrotto” dicono i volontari dell’associazione Ristretti Orizzonti. Nei giorni scorsi il Coordinamento delle associazioni e delle cooperative operanti all’interno del Due Palazzi hanno inviato una lettera al ministro Carlo Nordio, al capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Stefano Carmine De Michele, al suo vice Massimo Parisi, al responsabile dell’Ufficio Detenuti e trattamento del Dap Ernesto Napolillo con una richiesta di incontro. Padova. Dramma al Due Palazzi, detenuto 74enne si toglie la vita padovaoggi.it, 28 gennaio 2026 Ristretti Orizzonti: “Tragedia annunciata”. In carcere da quasi quarant’anni, frequentava il laboratorio artigianale di cucito dei volontari e viene descritto come un uomo molto riservato. Avrebbe dovuto essere trasferito in un’altra struttura penitenziaria proprio questa mattina. Avrebbe dovuto essere trasferito in un’altra struttura penitenziaria proprio questa mattina, mercoledì 28 gennaio. Classe 1952, aveva 74 anni. In carcere da quasi quarant’anni, frequentava il laboratorio artigianale di cucito dei volontari e viene descritto come un uomo molto riservato. Si è tolto la vita la scorsa notte. Per quelli di Ristretti Orizzonti si tratta di un “una tragedia annunciata”. Il disagio per la chiusura della sezione Alta Sicurezza 1, il divieto alla possibilità di partecipare ad attività comuni e ora lo spauracchio di un trasferimento nel carcere di un’altra città dopo una vita intera, si può proprio dire, al Due Palazzi. La denuncia delle associazioni che operano al Due Palazzi: “Sono persone che da anni seguono percorsi di rieducazione che si interromperanno, hanno azzerato tutto. Noi come coordinamento carcere Due Palazzi, con tutte le cooperative e le associazioni vogliamo difendere il modello che per tanti anni abbiamo proposto. Crediamo nella pratica di un istituto in cui ci si confronta e noi vogliamo che questo patrimonio di esperienze non venga dissipato con le conseguenze ovvie per i detenuti”, spiega Rossella Favero. “Oggi invece tutto viene azzerato e finisce per essere tutto a carico delle guardie carcerarie che si trovano così in una situazione di forte pressione”. Percorsi umani interrotti, permessi, tutto azzerato dagli ultimi provvedimenti di Governo e Ministero. “Si tratta di persone che da anni, e in qualche caso da decenni, stanno facendo a Padova assieme al Terzo settore un percorso di rieducazione e profondo cambiamento che verrà così brutalmente interrotto”, spiega ancora Favero. Erano poco più di venti i detenuti destinati a nuove struttura e in via di trasferimento. La maggior parte di loro è stato trasferito in tutta fretta alle prime luci dell’alba, questa mattina. Ne sono rimasti tre al Due Palazzi, di quelli che avrebbero dovuto essere trasferiti. E il corpo di G. M., il 74enne che si è ucciso questa notte. Proprio per questa mattina, mercoledì 28 gennaio, dalle 11 è convocato un sit-in di protesta, proprio di fronte al carcere Due Palazzi, contro la decisione che di fatto interrompe ogni programma di recupero dei detenuti in regime di Alta Sicurezza. “Col trasferimento c’è l’interruzione del trattamento, delle pratiche di certe attività, perché in altri carceri questo non esiste, non si fa. E’ proprio il modello Padova sotto attacco. Ma ancora di più lo è l’idea che il carcere rappresenti un percorso di rieducazione, ed è il pericolo maggiore”, commenta Rossella Favero di Ristretti Orizzonti. Anche la stessa rivista nata oltre vent’anni fa nel carcere di Padova e in quello femminile della Giudecca e ideata per dare voce alle persone detenute. Ristretti Orizzonti, coordinato da Ornella Favero e redatto direttamente dai detenuti, ha subito diversi attacchi negli ultimi anni. La rivista da vent’anni racconta la vita reale in carcere e a informa su temi legati alla detenzione, alla giustizia e ai diritti, sempre però mantenendo viva l’ironia nonostante la carcerazione. Serracchiani e Zan (Pd): suicidio in carcere a Padova è tragedia annunciata. Governo ha gravi responsabilità agenparl.eu, 28 gennaio 2026 “La scorsa notte un uomo detenuto nel carcere di alta sicurezza di Padova si è tolto la vita e questa è una tragedia frutto di un atto di violenza istituzionale: il governo ha delle gravissime responsabilità” Lo dichiarano Debora Serracchiani, responsabile Giustizia, e Alessandro Zan, responsabile Diritti nella segreteria nazionale Pd. “Nei giorni scorsi, infatti, a 25 detenuti nel carcere di Padova da almeno dieci anni, è stato annunciato all’improvviso, senza trasparenza né spiegazioni, che sarebbero stati trasferiti non si sa dove né quando. Parliamo di persone non più considerate pericolose e tutte inserite da tempo in percorsi di lavoro, formazione e reinserimento. Questa non è una misura di sicurezza: è la cancellazione deliberata della funzione rieducativa della pena. Così lo Stato distrugge in poche ore progetti costruiti in decenni, interrompe attività lavorative, spezza relazioni umane e percorsi riconosciuti e virtuosi. Questa decisione viola il principio del divieto di regressione trattamentale: lo Stato non può peggiorare le condizioni dei detenuti o interrompere percorsi rieducativi già riconosciuti e funzionanti. Quando si spostano detenuti già reinseriti, senza alcuna urgenza né motivazioni chiare, il messaggio è evidente: la pena non serve a rieducare, ma solo a punire e spostare corpi. Questo è inaccettabile in uno Stato di diritto. Le persone detenute non sono pacchi da spostare: sono titolari di diritti, e quei diritti vengono calpestati. Su questa tragedia il governo deve dare risposte chiare e responsabili. Alla famiglia dell’uomo che ha perso la vita va nostra più profonda vicinanza, e al coordinamento Carceri Due Palazzi e a tutte le cooperative e associazioni che da decenni lavorano in sinergia con il carcere progetti di reinserimento, il nostro pieno sostegno”, concludono Serracchiani e Zan. Firenze. A Sollicciano il primo suicidio del 2026. Detenuto di 29 anni si è tolto la vita di Stefano Brogioni La Nazione, 28 gennaio 2026 Ha “fatto la corda” come aveva annunciato in un momento di alterazione e come si dice nel gergo delle celle: un detenuto marocchino di 29 anni, A.E., si è tolto la vita domenica scorsa nel carcere fiorentino di Sollicciano, impiccandosi. È il primo suicidio del 2026 dietro le sbarre del penitenziario fiorentino. Il detenuto era stato arrestato dalla polizia per una rapina al negozio Footlocker, nel centro di Firenze, lo scorso 2 gennaio. All’esito della direttissima, gli era stato applicato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Ma nei giorni successi, fermato per un nuovo controllo della polizia, aveva dato in escandescenze. Gli è stata quindi contestata la resistenza a pubblico ufficiale ed è finito dentro, in aggravamento della precedente misura. Stava aspettando la prosecuzione della direttissima il prossimo 19 febbraio. Ha deciso di non arrivarci. Quando è partito l’allarme, la polizia penitenziaria si è immediatamente mobilitata, ma per il detenuto non c’era più niente da fare. Il gesto estremo del 29enne marocchino giunge alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, appuntamento dove rimbomberanno le solite frasi fatte sulle condizioni delle nostre carceri, parole buone per prendere applausi e imbellettarsi la coscienza ma mai seguite da iniziative concrete, se non quelle di pochi volontari che davvero vivono la realtà di Sollicciano. Nel 2025, sono stati quattro i ristretti che si sono tolti la vita. L’ultimo suicidio, in ordine cronologico, è stato quello di Elena G., giovane rumena che ha deciso di farla finita mentre stava scontando una condanna non ancora definitiva. Napoli. In cella senza cure né pietà, agonia e morte di Giosuè di Sergio D’Elia L’Unità, 28 gennaio 2026 Aveva 64 anni, quasi una vita passata in prigione, alle spalle un tumore al colon e altre malattie serie. Da tempo, il suo corpo stava lanciando nuovi segnali di allarme, ma sono rimasti senza risposta. Quello di cui aveva urgente bisogno non era più un beneficio penitenziario, ma un atto di umana pietà. Invece è morto solo come un cane. Giosuè veniva sempre ai laboratori di Nessuno tocchi Caino nella cappella del carcere di Secondigliano. Si sedeva sulla panca di legno davanti all’altare: ascoltava, raramente parlava, a volte leggeva una poesia, a suo modo pregava. Pregava il Signore in cui aveva fede. E pregava anche noi in cui credeva, perché ci vedeva, come i Blues Brothers, “in missione per conto del Signore”, sempre in prima linea nell’opera di misericordia corporale del “visitare i carcerati”, l’incarnazione della speranza al di là di ogni speranza. Negli ultimi anni lo vedevamo raramente nella chiesa dei nostri incontri. L’ultima volta aveva letto una poesia che Argia Di Donato aveva custodito e pubblicato sul suo giornale. Un monologo intenso e malinconico, un appello accorato a una farfalla, “bella dai mille colori” con “ali cromate d’argento”, che un giorno si era fermata nella sua cella. Inizialmente, Giosuè pensa a un segno di speranza che possa portargli fortuna, ma poi la “caccia” via, non per cattiveria, ma per proteggerla dalla desolazione del luogo di sofferenza in cui lui era finito. Una “cella” con “quattro mura”, fatta di “cancelli, cemento e ferro temperato”, intrisa di “lamento e melanconia”. Giosuè desidera che la farfalla “spieghi le ali e voli via” da quel “tunnel di monotonia” per raggiungere un mondo dove “la gente vive in allegria”, un “mondo libero e pieno d’amori”. Il monologo di Giosuè si conclude con un’ultima supplica: “non tornare più in questa valle di dolori”. La sua era una pena senza speranza, come quella di molti convenuti nella casa del Signore, quasi tutti condannati all’ergastolo: ostativo a ogni beneficio, a un pur blando balsamo di vita per lenire una pena fino alla morte. Ma quello di cui Giosuè aveva urgente bisogno, dopo trentacinque anni di detenzione ininterrotta, non era più un beneficio penitenziario, ma un atto di umana pietà, un gesto d’amore liberatorio. Per almeno cinque anni, dal carcere di Secondigliano, ha ripetuto sempre le stesse parole: “Ho la febbre che non passa”, “Sono troppo stanco”, “Non riesco a mangiare”, “Mi fa male il petto, non respiro bene”. Giosuè Chindamo aveva 64 anni, quasi una vita passata in carcere e un passato di tumore al colon e altre malattie serie. Da tempo, il suo corpo stava lanciando nuovi segnali di allarme. Segnali che, per troppo tempo, sono rimasti senza risposta. I familiari, i suoi compagni di sventura lo vedevano dimagrire, spegnersi, perdere forze e speranza. Gli esami del sangue, fatti in carcere, erano alterati da anni. Una febbricola che non se ne andava mai, la nausea, il vomito di sangue. Una TAC al torace mostrava linfonodi ingrossati e calcificazioni alle coronarie, campanelli d’allarme importanti. Eppure la diagnosi era arrivata solo quando ormai la situazione era precipitata: leucemia linfatica cronica, una forma di tumore del sangue, già in fase avanzata. Ad agosto era stato visitato dal Dott. Pietro Antonino Oliva, medico legale di parte: “Il Signor Chindamo Giosuè è stato accompagnato nella sala colloqui su una sedia a rotelle … il capo e il tronco erano flessi in avanti … incapace a mantenere la stazione eretta se non per un brevissimo spazio temporale … deambulazione sul piano possibile ma con necessità di appoggio, con passo corto e andatura a base allargata, incerta e claudicante, con affanno dopo un pur breve tragitto … a tratti confuso con turbe dell’attenzione spontanea, della capacità di concentrazione, disturbi della memoria a breve termine e a lungo termine e umore marcatamente depresso con preoccupazione per il proprio stato di salute.” Non è solo la leucemia. Da tempo Giosuè lamenta un dolore forte e oppressivo al petto, che dura più di venti minuti, si irradia al braccio sinistro e gli toglie il respiro. È un tipo di dolore che, in qualunque pronto soccorso, farebbe scattare subito controlli al cuore. In carcere, secondo quanto riportato nella perizia, nessuno gli ha mai fatto gli esami fondamentali per capire se il suo cuore fosse in pericolo. Eppure la TAC mostrava già calcificazioni alle arterie coronarie. Il rischio di infarto viene definito “elevato”. Nella sua relazione, il medico legale certifica un “iter inadeguato”: troppo tempo passato senza una diagnosi, senza gli specialisti giusti, senza i controlli necessari. Dice chiaramente che il carcere, per Giosuè, è diventato “patogeno”, cioè una causa diretta o indiretta dell’aggravamento della sua malattia. Aggiunge che le sue condizioni sono “gravi e incompatibili con il regime detentivo carcerario” e che il rischio per la sua vita è molto alto. Dietro queste parole tecniche c’è una realtà semplice e terribile: un uomo gravemente malato che, per anni, non ha ricevuto le cure che avrebbe dovuto avere. Un uomo che sta scontando una pena, ma che non dovrebbe per questo essere condannato a una lenta agonia, senza dignità, senza assistenza adeguata, lontano dai propri affetti e da strutture in grado di seguirlo come il suo caso richiede. La moglie di Giosuè, Carmelina, il suo legale, Veronica Ciardiello, il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, chiedevano una cosa semplice e ragionevole: se non la sospensione della pena per gravi motivi di salute, almeno la detenzione domiciliare, per curarsi in un ambiente dove fossero davvero possibili controlli ravvicinati, terapie specialistiche, riabilitazione, protezione dalle infezioni. Non per cancellare la pena, ma per evitare che la pena diventasse qualcosa di molto peggio: una condanna anticipata alla morte. Una volta, ad agosto, Samuele era entrato nella sua cella, si era seduto con lui sul letto. Prima di congedarsi, Giosuè gli aveva regalato il calendario di Nessuno tocchi Caino con i volti e le frasi degli abolizionisti del carcere. C’era anche Filippo Turati: “Noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura, la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano dal carnefice.” Nel dicembre 2024, Giosuè stava ancora in piedi, era in grado di camminare da solo, quando è andato in permesso premio per trascorrere tre giorni presso l’Ufficio Diocesano di Pastorale Carceraria a Napoli. I giudici di sorveglianza che gli hanno concesso il piccolo beneficio hanno riportato nell’ordinanza che “il detenuto aveva ripudiato il sistema criminale nel quale aveva militato, esprimeva consapevolezza per i danni cagionati alla sua famiglia e a se stesso dalla sua scelta di vita criminale, e trovava nello studio una risorsa importante per consolidare quel mutamento che le medesime relazioni comportamentali definiscono “costante” e “senza cedimenti”.” Neanche un anno dopo, novembre 2025, Giosuè si muoveva su una sedia a rotelle in regime di alta sicurezza presso la Casa Circondariale di Secondigliano e, nei momenti di crisi più acuti, presso il Reparto Detenuti dell’Ospedale “Antonio Cardarelli” di Napoli. Aveva il fiato corto anche per pochi passi, non riusciva a stare in piedi a lungo, era estremamente debole, pallido, deperito, con linfonodi ingrossati, momenti di confusione e un umore profondamente depresso. Ma i giudici di Sorveglianza che gli hanno negato la sospensione della pena e anche la detenzione domiciliare hanno scritto che “non emerge una incompatibilità delle condizioni di salute del prevenuto con il regime carcerario” e che “ogni necessità terapeutica ben può essere soddisfatta in ambiente carcerario e ospedaliero”. Hanno aggiunto che Giosuè Chindamo era ancora un pericolo pubblico: “elemento di spicco della consorteria mafiosa … non è provvisto, neppure, di idoneo domicilio atteso che quello indicato presso la moglie Carmelina e la figlia insiste sul territorio e sul medesimo contesto criminale di appartenenza … non emergendo, peraltro, che il detenuto abbia effettivamente reciso i rapporti con il territorio e con il contesto da cui hanno tratto scaturigine i delitti”. Nemmeno un anno, lo stesso tribunale ha messo due ordinanze diverse, opposte. Ma l’uomo non era più lo stesso, perché la malattia che poteva essere curata e il carcere che lo doveva proteggere, lo avevano distrutto. La nostra Costituzione dice che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, di tutti. Anche di chi è detenuto. Le sentenze dei giudici supremi ricordano che la detenzione non può spingere la vita di una persona “al di sotto della soglia di dignità” e che la mancanza di cure adeguate può diventare un trattamento disumano. È accettabile che un detenuto aspetti cinque anni per scoprire di avere una leucemia, pur mostrando segnali evidenti di malattia? È giusto che chi è nelle mani dello Stato si ritrovi senza tutele costituzionali? Financo di quella minima, la possibilità concreta di curarsi in modo adeguato? La mattina di sabato scorso, sua moglie Carmelina mi ha chiamato preoccupata. Giosuè era finito al pronto soccorso. Mi sono messo subito a scrivere la mia istanza pubblica di grazia. Non ho fatto in tempo, è il mio cruccio. La sera tardi, Giosuè se n’è andato: solo come un cane, in silenzio, senza disturbare, senza il conforto di un affetto caro. È volato in cielo con la leggerezza di una farfalla. Via dalla “valle di dolori”, fuori da quelle “quattro mura”, lontano da “cancelli, cemento e ferro temperato”. È stato “cacciato dalla cella”. Con cattiveria. Questa non è solo la storia di un uomo, ma uno specchio che ci costringe a guardare come trattiamo chi è più fragile, quando è chiuso dietro le sbarre e non ha altro che lo Stato a cui affidare la propria vita. La storia di Giosuè mina le basi della nostra civiltà e anche le ragioni del nostro dirci “cristiani”, ci interroga sulla fine che ha fatto un Paese un tempo detto la Culla del Diritto. Roma. Giorgio, anziano e invalido, in cella a Rebibbia per poche monete di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Il Dubbio, 28 gennaio 2026 Oggi vi vogliamo raccontare la storia di Giorgio P., compagno di cella di Gianni, perché è veramente emblematica di come funziona non solo il sistema penale ma anche l’assistenza sociale in Italia. Giorgio ha 62 anni, arrestato il 23 dicembre scorso, è stato scaricato nello “stanzone della vergogna” del G8, cioè la saletta per la socialità trasformata (per il sovraffollamento) in cella comune, dove vivono una decina di persone detenute, con un solo bagno e senza armadietti e mobilio. Michele, l’irrequieto “fanciullo” liberato la settimana scorsa, l’aveva individuato e segnalato a Gianni che cercava una persona per riempire un posto rimasto libero nella sua cella (mai lasciare posti vuoti: non si sa mai chi può arrivare…). Ma Giorgio aveva fatto resistenza: “sto bene qui” ripeteva, l’abbiamo dovuto convincere a forza per trasferirsi nella “normale” cella di 6 posti dove sta Gianni. Poi abbiamo capito perché: Giorgio in libertà viveva nei dormitori della Caritas e si era abituato a dormire in mezzo alla gente più disperata. Un po’ alla volta ci ha raccontato la sua storia, che è come un pugno allo stomaco per chi ha un minimo di coscienza sociale. Giorgio ha cominciato a lavorare a 17 anni come operaio nel Luneur di Roma, poi si è arruolato volontario nella Marina militare italiana. Imbarcato nella nave Grecale ha compiuto missioni militari importanti in Estremo Oriente e nel Mediterraneo. Tornato a casa prende il diploma di “perito elettronico capotecnico industriale” all’istituto “Francesco Severi” di Tor Marancia, quindi lavora 7 anni come operaio e impiegato tecnico alla Sip (vi ricordate l’azienda pubblica telefonica prima della Telecom?), 6 anni e mezzo in una fonderia di Martin Sicuro in Abruzzo come operaio metalmeccanico specializzato. Poi entra nel calvario del precariato: 8 mesi a Teramo, 6 mesi nella società interinale che fornisce manodopera al Gruppo Fiat - ma lui è molto fiero di aver lavorato sulle fibre speciali dei pannelli interni delle Ferrari -, poi arriva all’Iveco di Suzzara, in provincia di Mantova, dove lavora per 4 mesi e mezzo come operaio specializzato di 5 livello. Ma nel 2004 l’azienda viene messa in cassa integrazione speciale e lui, lavoratore interinale, viene puramente e semplicemente licenziato (anche se gli permisero di dormire per altri 3 mesi nella casa comune offerta agli operai senza dimora). Torna a Roma, dove fa per qualche altro mese il portiere con mansioni da operaio in un condominio. Ma a questo punto sulle mani di Giorgio cominciano a manifestarsi i sintomi di una malattia degenerativa di origine genetica, gli cadono anche 8 denti e lui, che non riesce più a stringere gli attrezzi tra le mani, non è più un operaio “spendibile” sul mercato del lavoro. Come “soggetto fragile” entra nel circuito sociale del Comune di Roma. Nel 2007 frequenta un corso al Servizio Giardini, lavorando per 8 mesi a Villa Borghese e al Pincio. Poi entra nella Cooperativa 29 giugno (sì, quella di Salvatore Buzzi) dove lavora come giardiniere, dormendo in tenda dentro o davanti alla Stazione Ostiense (secondo lui meglio che dormire nei dormitori sociali dove la puzza e la sporcizia sono insopportabili). Distrutta la Cooperativa 29 Giugno dall’inchiesta di “Mafia capitale”, torna a Mantova dove risiede la madre e il fratello e qui, nel 2015, avviene il fatto surreale che lo porterà in galera: mentre passeggiava nella zona del campo sportivo, vede alcuni parchimetri fuori uso e, più per curiosità che per vedere cadere qualche moneta, comincia a smanettare sui bottoni. Arriva un sorvegliante privato che, vedendo che uno dei parchimetri era manomesso, chiama la Polizia locale. Gli agenti perquisiscono Giorgio e nel suo zaino trovano il “corpo del reato”: qualche moneta spiccia. Giorgio si difende dicendo che quelle monete (qualche euro in tutto) erano sue, ma la polizia locale lo denuncia per i reati ex artt. 624 e 625 (furto su cose destinate a pubblico servizio). Giorgio viene rilasciato e riprende la sua vita da homeless, dal 2019 al 2023 ottiene il reddito di cittadinanza. Nel 2021 viene operato alle mani al Fatebenefratelli all’Isola Tiberina e ottiene il 10% di invalidità che, secondo la legge 104, non prevede pensioni sociali. Ottiene l’assegno d’inclusione e finisce nella tendostruttura installata a San Pietro in occasione del Giubileo. Il 23 dicembre 2025 viene convocato dalla Polfer della Stazione Ostiense “per un chiarimento” che in realtà è la notifica di un “foglio di arresto”. Perché? Perché i processi per il “furto” del 2015 erano andati avanti fino alla condanna in via definitiva a 6 mesi di reclusione, potrebbe accedere alle misure alternative ma nessun centro Caritas si prende la responsabilità di offrirgli il necessario domicilio. E così Giorgio si è ritrovato a Rebibbia per un ipotetico “furto” di qualche monetina, avvenuto dieci anni prima. Così va la giustizia italiana. Una brava persona, con un passato da militare e da operaio di tutto rispetto, invalido alle mani, precario di lungo corso e poi homeless affidato ai servizi sociali, si trova in cella perché la sua “pratica” è passata tra le mani di poliziotti sbrigativi, magistrati passacarte e avvocati d’ufficio distratti, fino ad arrivare a Rebibbia. Sei mesi per qualche monetina, inflitti a una persona anziana e invalida, che ha lavorato tutta la vita e che avrebbe tutto il diritto di essere assistita socialmente! Adesso abbiamo portato Giorgio alle ragazze del Segretariato del Comune che operano nel carcere, per trovargli domicilio presso una struttura d’assistenza, in modo da rendere possibile la scarcerazione. Poi Giorgio dovrà di nuovo operarsi alle mani e trovare il modo di giungere alla pensione, versando altri 20 mesi di contributi come categoria protetta, o arrivando alla pensione di vecchiaia a 67 anni. Intanto ristagna nella cella, silenzioso e assente, assistito dai suoi compagni di cella, rimpiangendo il tempo in cui dormiva all’addiaccio, ma da uomo libero. Cagliari. La denuncia di Sdr: “Con 41bis a Uta impossibile garantire cure a detenuti” ansa.it, 28 gennaio 2026 “La grave carenza di personale sanitario nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta rischia di non poter garantire i livelli essenziali di assistenza ai detenuti, già messi a dura prova. La situazione sembra destinata a precipitare con l’ormai imminente arrivo dei detenuti al 41bis”. Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme” facendosi carico delle “preoccupazioni, per l’eccessiva presenza di detenuti, rappresentate da diversi familiari delle persone ristrette nell’Istituto cagliaritano e sottolineando la scelleratezza del progetto”. “A 14 anni dal passaggio della sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia a quello della Salute la situazione attuale sembra diventata insostenibile. Il quadro delineato per l’assistenza in carcere - ricorda Caligaris - è stato pensato e strutturato per una capienza regolamentare di 550 persone detenute. Da alcuni mesi però le presenze dietro le sbarre a Uta sono diventate 740/750, vale a dire un terzo in più dei numeri previsti per l’assistenza. A fronte di questa crescita esponenziale di pazienti detenuti non solo non sono aumentati i Sanitari ma addirittura sembra che si siano del 50%”. “Con l’ormai imminente arrivo dei detenuti del 41bis - osserva ancora la presidente di Sdr - i numeri sono destinati ad aumentare ulteriormente fino addirittura a 830 detenuti. Numeri che gravano pesantemente sull’intero sistema sottraendo risorse professionali sui più fragili. Nel frattempo, infatti sono anche cresciute le criticità considerando il rilevante numero di detenute/i stranieri (circa 190) e di tossicodipendenti e pazienti psichiatrici (oltre il 30%). Un quadro sconfortante a cui oggi dopo anni di trascuratezza, nonostante le ripetute segnalazioni, è chiamato a dare risposte il governo regionale”. “L’auspicio è che il quadro emergenziale possa essere al più presto coperto da interventi straordinari da parte del Governo nazionale giacché non appare deciso a rivedere la scelta di considerare la Sardegna come il luogo ideale per costruire una servitù penitenziaria. Senza un’immediata presa in carico della situazione, il carcere cagliaritano - conclude Caligaris - non sarà in grado di garantire il diritto alla salute sancito dalla Costituzione e si finirà col registrare la paralisi delle relazioni sanitarie richieste dai Tribunali per poter accedere a misure alternative. Insomma un disastro per tutti di cui il Governo dovrà, volente o nolente farsi carico”. Monza. Nel carcere la stanza dell’affettività: uno spazio “libero” per i legami affettivi e intimi di Alessandro Salemi Il Giorno, 28 gennaio 2026 Un sanitario mancante ha ritardato di qualche giorno l’avvio del servizio, ma ora il traguardo è vicino. Alla Casa circondariale di Monza sta per diventare operativa la “stanza dell’affettività”, uno spazio dedicato agli incontri tra i detenuti e i loro partner o familiari, pensato per tutelare la dimensione affettiva e relazionale anche all’interno della detenzione. Un segnale concreto di cambiamento che incontra la soddisfazione di Paolo Piffer, professionista impegnato da anni nei percorsi di rieducazione in carcere e consigliere comunale di Civicamente. “Con la stanza dell’affettività il carcere di Monza compie un passo ulteriore verso l’umanizzazione della pena, nel solco della Costituzione e dei diritti umani”, spiega Piffer. Lo spazio sarà privo di vigilanza visiva e auditiva diretta, pur restando protetto e regolamentato, consentendo così il mantenimento dei legami affettivi e intimi, spesso messi a dura prova dalla detenzione. Alla base dell’iniziativa c’è una consapevolezza sempre più condivisa: la privazione della libertà non può trasformarsi in una cancellazione totale dell’affettività. “Mantenere vivo il legame con il mondo esterno è il primo passo verso una reale reintegrazione sociale”, sottolinea Piffer. “Un detenuto che continua a sentirsi parte di un nucleo affettivo ha maggiori motivazioni per intraprendere un percorso di cambiamento”. Non solo: studi di settore evidenziano come il supporto familiare sia uno dei principali fattori di successo nel post-detenzione, contribuendo alla riduzione delle tensioni interne e alla prevenzione della recidiva. Con questa attivazione, Monza si allinea alle esperienze più avanzate in ambito europeo, promuovendo un modello di giustizia che non si limita alla punizione, ma punta alla ricostruzione dell’individuo e del suo tessuto relazionale”. Sono orgoglioso della mia città e del carcere con cui collaboro da 16 anni”, conclude il consigliere, ringraziando la direttrice Cosima Buccoliero, l’area educativa e la polizia penitenziaria, chiamata a garantire lo svolgimento ordinato di un servizio tanto prezioso quanto delicato. La stanza dell’affettività si inserisce in un contesto già ricco di progetti orientati al reinserimento sociale: laboratori teatrali, sartoria creativa, formazione in falegnameria e Fab-Lab, musica, corsi universitari e sportelli per il lavoro. Tra questi, anche Free for Music, progetto promosso dallo stesso Piffer e sostenuto da Orangle Records, che utilizza musica e rap per aiutare i detenuti a rielaborare emozioni e costruire nuove opportunità, con il contributo di artisti affermati. Un mosaico di iniziative che racconta un carcere diverso, dove la pena diventa occasione di cambiamento reale. Brescia. A Verziano si prendono le misure per l’ampliamento del carcere, i tempi si allungano al 2030 di Manuel Colosio, 28 gennaio 2026 Corriere della Sera Martedì i tecnici hanno effettuato alcuni rilievi per le volumetrie, passaggio indispensabile per stendere il progetto preliminare. A Verziano si iniziano a prendere le misure in vista del carcere che verrà. Letteralmente. Nella giornata di martedì, infatti, i tecnici si sono presentati alla casa di reclusione per avviare le rilevazioni volumetriche propedeutiche alla redazione del progetto preliminare, che successivamente dovrà essere messo a gara. La conferma arriva dalla parlamentare di Fratelli d’Italia Cristina Almici. Si tratta però di un passo piccolo, piccolissimo, che offre una sola certezza: vedere l’opera conclusa nel 2029, come annunciato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio nell’aprile 2025 rispondendo a un’interpellanza della senatrice bresciana Mariastella Gelmini, appare ormai quasi impossibile. Secondo le stime fornite dallo stesso Guardasigilli, infatti, entro la fine dello scorso anno si sarebbe dovuto concludere l’iter per l’affidamento congiunto della progettazione esecutiva e dei lavori. Le operazioni avviate martedì dimostrano invece che ci si trova ancora in una fase embrionale, quella del progetto di fattibilità tecnico-economica, necessario per poter poi procedere a quelle successive. Serviranno dunque ancora diversi mesi e, considerando che per i lavori il Ministero della Giustizia ha stimato una durata di circa tre anni e mezzo — confermando un finanziamento complessivo di 38 milioni di euro — l’orizzonte temporale si sposta inevitabilmente almeno al 2030. Sempre che tutto proceda senza intoppi. I nodi da sciogliere, infatti, sono ancora numerosi, a partire dagli espropri delle aree esterne al carcere, indispensabili per evitare che l’ampliamento vada a sacrificare gli spazi trattamentali oggi a disposizione dei detenuti e destinati ad attività sportive e lavorative. Nordio aveva assicurato che tali aree sarebbero state garantite e si sarebbe cercato di acquisire nuovi spazi, precisando come “non compete solo a noi, è un lavoro collegiale” e chiamando in causa in particolare il Comune di Brescia, definito dal ministro “nostro migliore interlocutore”. E aggiungendo: “Se il Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria troverà adeguata attenzione, come sta trovando, spero che questi tempi possano essere abbreviati”. Peccato però che Palazzo Loggia non stia ricevendo alcuna risposta, nonostante le ripetute sollecitazioni avanzate nel corso degli ultimi mesi per aggiornarsi su un’operazione alla quale il Comune attribuisce la massima importanza. L’ampliamento della casa di reclusione di Verziano rappresenta infatti una pedina fondamentale per arrivare alla chiusura definitiva dell’altro carcere cittadino, il vetusto e invivibile Nerio Fischione. Per dismettere la sovraffollata casa circondariale di Canton Mombello, però, è necessario che Verziano, una volta ampliato, disponga di una capienza adeguata. Le ultime stime parlano di 348 posti, ridimensionati rispetto agli oltre 400 ipotizzati inizialmente, ma comunque quasi cinque volte superiori alla capienza attuale di Verziano e paragonabili alla somma dei posti regolamentari dei due istituti penitenziari bresciani (71 a Verziano e 182 a Canton Mombello). Anche su questo fronte, però, per avere certezze sarà necessario attendere il progetto preliminare. Del quale, per ora, non c’è traccia. Napoli. A Scampia l’arte del cucito, ago e filo per intrecciare inclusione, riscatto e futuro di Walter Medolla Il Manifesto, 28 gennaio 2026 Nel quartiere di Napoli e nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a Caserta il progetto formativo IeFP della Fondazione Isaia ed Eitd. Dallo studio dei tessuti alla rifinitura a mano. C’è un momento esatto in cui un percorso formativo smette di essere un insieme di ore d’aula e diventa una reale possibilità di riscatto e di futuro. A Napoli, nel popoloso quartiere di Scampia, questo momento ha un nome e si chiama IeFP (acronimo di Istruzione e Formazione Professionale), progetto nato dalla visione della Fondazione Isaia ed Eitd, e sostenuto dalla Regione Campania, e si muove tra le strade del quartiere a nord di Napoli e le mura del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. L’obiettivo è ambizioso: dimostrare che il disagio non fa parte di un destino immutabile, ma una condizione da cui si può uscire se si riceve fiducia e uno strumento concreto tra le mani. Anzi due per la precisione: ago e filo. Per ricucire i pezzi della propria vita e imparare un mestiere, quello del sarto, che da queste parti ha una lunga e gloriosa tradizione. Così i giovani individuati per il progetto IeFP imparano l’alta sartoria napoletana, ma non si limitano a cucire, vengono iniziati a un rituale di precisione estrema che parte dallo studio dei tessuti e dalla geometria del taglio. Imparano a rispettare il drittofilo e a interpretare i cartamodelli per dar forma a ogni singola componente: dai davanti alla schiena, fino alle maniche. Con il passare dei mesi, la confidenza con le macchine per cucire professionali lascia spazio alla vera eccellenza artigianale, ovvero la rifinitura a mano. È qui che il lavoro diventa meditazione: i ragazzi apprendono l’esecuzione delle asole ricamate, l’attaccatura dei bottoni con il classico punto di giglio e il delicato ribattimento delle spalle, dettagli che trasformano un semplice capo d’abbigliamento in un manufatto d’alta moda. Ne è un esempio la storia di Alessia. Il suo percorso di studi si era interrotto bruscamente, a causa di una serie di difficoltà vissute nel contesto scolastico Quando è arrivata al progetto della Fondazione Isaia, portava con sé i segni di quella fragilità: un atteggiamento di insofferenza, quasi una corazza di aggressività necessaria a proteggersi in un contesto di marginalità. Eppure, dietro quella difesa, gli esperti hanno intravisto una scintilla. Durante le ore di laboratorio, il modo in cui la ragazza guardava il tessuto e muoveva le mani rivelava un interesse nuovo. Questa intuizione ha portato alla sua selezione per l’alternanza scuola-lavoro presso la Enis, il cuore produttivo del gruppo Isaia. Qui è avvenuto il cambiamento: Alessia ha compreso il valore dell’opportunità e ha risposto con una dedizione tale da spingere l’azienda a proporne l’assunzione ancor prima del diploma. Questa filosofia del “fare bene per stare bene” si riflette anche nel laboratorio di camiceria attivo nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. Anche qui, il filo della sartoria serve a ricucire identità spezzate, offrendo ai detenuti una dignità che solo il lavoro artigianale sa restituire. Dietro questi successi c’è il lavoro silenzioso e durissimo di tutor come Fiammetta Isaia, che ogni giorno lottano per evitare che questi ragazzi si perdano di nuovo nei vicoli della rassegnazione. È una scommessa ad alto rischio, perché investire su chi è ai margini richiede coraggio e pazienza. Prato. Sovraffollamento e risarcimento ai detenuti, un incontro organizzato dalla Camera penale notiziediprato.it, 28 gennaio 2026 Appuntamento venerdì prossimo a palazzo Banci Buonamici per affrontare un tema di stretta attualità come quello degli spazi detentivi spesso ristretti e insufficienti che producono il riconoscimento del danno al recluso. Alternative e soluzioni al centro del dibattito. Riduzioni di pena, risarcimenti e trasferimenti per detenuti costretti a vivere in celle che non rispettano i parametri minimi di legge. È questa una delle conseguenze concrete del sovraffollamento carcerario, tema al centro dell’incontro in programma venerdì 30 gennaio, a partire dalle 15.30, nella sala del Gonfalone di palazzo Banci Buonamici, a Prato (ingresso libero e gratuito). L’evento, promosso dalla Camera penale di Prato, affronterà in particolare se e quanto i rimedi risarcitori, la liberazione anticipata, le pene sostitutive delle pene detentive brevi e le misure alternative possano incidere sulla riduzione del sovraffollamento negli istituti penitenziari. In Toscana, secondo gli ultimi dati disponibili, le persone detenute adulte sono oltre 3.200. Il sovraffollamento e le condizioni delle celle rappresentano da anni una criticità diffusa, documentata da numerose testimonianze e perizie. Al centro del dibattito vi saranno gli effetti della sentenza Torreggiani e della giurisprudenza successiva, che consentono ai detenuti di chiedere interventi quando le celle non rispettano i parametri minimi di spazio. In Toscana i casi documentati riguardano gli istituti di Livorno, Sollicciano e Prato. Proprio nel carcere pratese della Dogaia una parte significativa delle richieste fondate su condizioni illegittime è stata accolta. “I rimedi risarcitori e le riduzioni di pena alleviano la detenzione delle persone ma non sono una vittoria: sono la prova di un sistema che non funziona e di una negligenza strutturale - sottolinea l’avvocato Elena Augustin, presidente della Camera penale di Prato - è stato dimostrato che nelle celle della Dogaia i detenuti vivono in condizioni che non rispettano i parametri minimi di legge. Sospettiamo che questo possa accadere in altre strutture penitenziarie”. All’incontro interverranno Marcello Bortolato, presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere penali Italiane, Veronica Manca, avvocato penalista e ricercatrice all’Università di Trento, Emilio Santoro, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Firenze. È previsto anche l’intervento dell’onorevole Roberto Giachetti, deputato, sulle iniziative parlamentari in corso per affrontare il sovraffollamento negli istituti penitenziari. A moderare l’incontro saranno Elena Augustin (presidente Camera Penale di Prato) e Sara Mazzoncini, componente della Commissione Carcere della Camera Penale di Prato. Bari. All’Ipm Fornelli torna in scena da oggi la Compagnia della Sala Prove Corriere del Mezzogiorno, 28 gennaio 2026 Nuove repliche in programma a fine gennaio per “Traggiche criature o della sostanza dei sogni”, dopo il grande riscontro di pubblico al debutto di novembre. La Compagnia della Sala Prove, composta da giovani detenuti attori dell’Istituto Penale per i Minorenni “Fornelli” di Bari, sarà nuovamente in scena da questa sera fino a venerdì (ore 20.30) con lo spettacolo scritto e diretto da Lello Tedeschi, curatore da oltre 25 anni di Sala Prove, centro stabile di formazione, produzione e ricerca teatrale per e con i giovani detenuti dell’Ipm, e promosso dal 1998 da Teatri di Bari/Teatro Kismet con il Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia. L’evento rientra nel progetto nazionale “Per Aspera ad Astra riconfigurare il carcere attraverso la bellezza”, promosso da Acri, che prevede oltre al percorso formativo alla pratica di scena, anche corsi di illuminotecnica, scenotecnica, audiovisivo. Traggiche criature o della sostanza dei sogni nel piacere per una teatralità sfacciata e manifesta, pescando tra creature più o meno “tragiche” della letteratura teatrale e non - testi da Flaiano, Mishima, Shakespeare e Wilde - su cui lavorare e da mettere in vita scenica e in relazione. Creature intrappolate dal proprio destino cui proviamo a dare voce e corpo, immaginandole in un teatro in cui giocano a rievocare le vicende che hanno contrassegnato la propria “tragica” esistenza. La scena, per queste creature immaginarie, è diventata così occasione per riflettere sulla gabbia del proprio destino, che forse non è così segnato come sembra, o come ce lo raccontano. “AS3”, romanzo che racconta la vita in un carcere femminile (in cui “è molto, molto difficile essere madre”) di Valerio Callieri illibraio.it, 28 gennaio 2026 Sta per uscire il romanzo, AS3, ma è anche e, soprattutto, il trentennale di Infinite Jest di David Foster Wallace. La prima casa editrice al mondo a pubblicarlo, al di fuori degli Stati Uniti, è stata Fandango. AS3 è un romanzo edito da Fandango. È con questo sillogismo sdrucciolevole che voglio accompagnarvi dentro la sezione di Alta Sicurezza 3 di Rebibbia da cui nasce il mio romanzo. È qui che ho condotto un lungo laboratorio di scrittura per conto della Fondazione Severino. Prendendo l’abbrivio dall’incipit di un brano di Infinite Jest, voglio suggerirvi quello che ho sentito e che troverete nella storia. Se in virtù di carità o disperazione doveste mai trovarvi rinchiuse nella sezione femminile AS3 del carcere di Rebibbia verrete a sapere molte cose nuove e curiose. Scoprirete che non importa quante volte metterete una crocetta accanto a “Yogurt alla fragola” sul vostro modulo spesa, arriverà sempre quello ai mirtilli. Che la sezione AS3 è dedicata a chi ha compiuto reati di narcotraffico o collegati all’articolo 416 bis del codice penale. Che questo articolo punisce chiunque appartenga a un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone. Che le mestruazioni possono scomparire improvvisamente e, come se nulla fosse, riapparire dopo mesi. Che i polpacci diventano flosci senza più l’attrito con l’asfalto. Che, quando uscirete da qui, le posate di metallo vi sembreranno pesantissime. Che esistono dei trucchi per tagliare la carne con il coltello di plastica. Che alcuni esterni al carcere, chiamati a insegnare o a condurre laboratori di scrittura e teatro, possono trattarvi in una maniera talmente paternalista o infantilizzante o indifferente che arriverete a preferire la rude schiettezza delle guardie. Che Monica è la persona più carismatica della sezione. Che carisma significa anche il soccorso dell’amica detenuta Virginia, ignorare le provocazioni di un altro gruppo di detenute, rivali e invidiose, che puntano a farle ritardare l’imminente scarcerazione. Che, per l’appunto, esiste il cosiddetto dispositivo della liberazione anticipata per cui potete ottenere uno sconto di pena di quarantacinque giorni ogni sei mesi di detenzione. Sconto che viene immediatamente revocato dal magistrato per un futile litigio tra detenute, per esempio. Che la maggior parte delle persone, per motivi tutto sommato comprensibili, non vorrà avere nulla a che fare con voi. Che, se tuttavia leggesse il tanto famoso quanto misconosciuto Cose di Cosa Nostra, scoprirebbe che Giovanni Falcone raccontava i suoi nemici con una voce empatica, curiosa, quasi narrativa. Che il giudice ha dovuto evitare le risposte consolatorie - i Buoni, i Cattivi - per comprendere (e combattere) a fondo chi aveva davanti. Che, per esempio, e per quanto possa sembrare assurdo, la mafia “può impartire una lezione di moralità”, almeno così scriveva. Scoprirete che, se vostra figlia ha più di dodici anni, sarà trattata come una maggiorenne e quindi perderà tutti i privilegi della minore età per quanto riguarda colloqui e chiamate. Che avrete quattro ore al mese per i colloqui, e in questo novero sono comprese quelle con i vostri figli cosiddetti maggiorenni. E che se, per caso, i vostri familiari non riescono a sobbarcarsi il viaggio le vostre quattro ore al mese dal vivo diventeranno un’ora e venti minuti di videochiamate. Che quasi tutte le cose che qui dentro sembrano inutilmente crudeli sono, per lo più, assurde e imperscrutabili. Che l’espressione “Ah bello su tutte le rote!” non è solo una citazione di Amore tossico di Caligari, ma si utilizza ancora, senza nessuna ironia. E che a volte è necessario saper lottare senza paura e senza speranza. Che, sebbene la vulgata parli soprattutto dell’eroismo di Antigone, dopo aver letto il testo di Sofocle potreste rivalutare il bistrattato Creonte perché - diciamoci la verità - non si è mai visto un tiranno disamorato del potere e che, oltretutto, vi dà più volte l’opportunità di farla franca. E anche perché, ma questo lo ha suggerito Anna dopo la lettura, Antigone desidera segretamente morire. Che dunque, per una volta, Bertolt Brecht aveva toppato e Jean Anouilh aveva colto nel segno nella riscrittura della tragedia. Che prima di finire in AS3, Virginia è stata a pranzo a Buckingham Palace, almeno così dice. Che leggere “L’antilingua”, l’articolo di Italo Calvino, riesce a essere doloroso e stupefacente insieme, rivelandoti che non sei tu a essere stupida, ma che alcune comunicazioni burocratiche sono volutamente inafferrabili. Che è molto, molto difficile essere madre, qui dentro. L’autore - Valerio Callieri, nato a Roma nel 1980, gestisce la rivista Siamomine (e la newsletter Dylarama) e produce contenuti per l’agenzia di comunicazione Minestudio. Ha pubblicato per Feltrinelli due romanzi, Teorema dell’incompletezza, con cui ha vinto il Premio Calvino, e Le furie, oltre a un libro nonfiction (È così che ci appartiene il mondo). Anche autore del documentario I nomi del padre, Callieri firma ora per Fandango AS3, un romanzo corale, in cui racconta di tre donne detenute in regime di Alta Sicurezza di Rebibbia AS3, che per il resto del mondo sono invisibili: Anna, Monica e Virginia intrecciano le loro storie intime e criminali in un dialogo che diventa una sorta di dramma contemporaneo, nato dall’urgenza di essere ascoltate senza giudizio. Un libro radicato nelle esperienze di ascolto e nei laboratori di scrittura in carcere che Callieri conduce da anni. Migranti. La salute non è una variabile dell’ordine pubblico Il Manifesto, 28 gennaio 2026 Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026. Nella circolare rivolta alle prefetture dal Ministro dell’Interno il 20 gennaio 2026, che punta ad aumentare la capienza dei CPR e a facilitare le espulsioni, le indicazioni per ritardare la visita medica di idoneità dopo l’ingresso nei CPR dal punto di vista della sanità pubblica rappresentano una sfida al Codice Deontologico e alla tutela della salute, che sollecitano alcune riflessioni. 1. La visita medica è un atto preventivo. Inderogabile e non un ostacolo burocratico da snellire: ne consegue che, clinicamente e legalmente: - La valutazione di idoneità deve essere preventiva all’ingresso in comunità ristretta per identificare vulnerabilità (psichiatriche, infettive o croniche) che l’ambiente del CPR aggraverebbe. - Ritardare la visita significa esporre sia il trattenuto sia la comunità (incluso il personale medico e di polizia) a rischi sanitari elevati, come focolai infettivi o eventi critici (suicidi, autolesionismo). 2. Il medico deve rispondere al Codice di Deontologia Medica, non alle circolari prefettizie: - L’Art. 32 della Costituzione e il Codice Deontologico impongono al medico di operare in autonomia per la tutela della vita e della salute. - Accettare che una persona venga trattenuta senza una preventiva valutazione di idoneità la pone a rischi di salute potenzialmente gravi e inaccettabili. 3. È in contrasto con la giurisprudenza recente: nel 2025 il Consiglio di Stato ha annullato parti dei capitolati d’appalto dei CPR proprio per l’inadeguatezza degli standard sanitari e della prevenzione del rischio suicidario. Una circolare che indebolisce ulteriormente i controlli medici preventivi è in contrasto con le istanze di tale sentenza. La stessa Circolare del 20 gennaio 2026 sollecita protocolli con i SerD per facilitare il trattenimento delle persone “tossicodipendenti”: i CPR non possiedono i requisiti per una presa in carico da parte dei servizi per le tossicodipendenze dei pazienti con disturbo da uso di sostanze (DUS) secondo i criteri del DSM5; tali situazioni rientrano quindi tra i criteri di inidoneità sanciti dall’art. 3 della Direttiva del Ministero degli Interni del 19 maggio 2022 per queste ragioni: - Inidoneità di principio: il CPR è una struttura di detenzione amministrativa priva di finalità terapeutiche e riabilitative, il trattenimento di un soggetto con DUS attivo contrasta con il diritto costituzionale alla cura. La “gestione” interna tramite protocolli SerD si riduce spesso a una mera terapia sostitutiva o farmacologica per il controllo dei sintomi astinenziali, senza una reale presa in carico. - Rischio di eventi critici: La privazione della libertà in un soggetto con problemi di salute mentale legati alle dipendenze aumenta notevolmente il rischio di atti autolesivi e di suicidio. - Primato della continuità terapeutica: la deontologia medica e le evidenze cliniche impongono l’invio ai servizi territoriali (e non il trattenimento) perché è l’unica via per garantire la sicurezza del paziente e l’efficacia del trattamento, che il regime detentivo del CPR rende tecnicamente impossibili. Sottoscrivere protocolli che avallino il trattenimento di persone con disturbi da uso di sostanze significa, per il medico, determinare una condizione di rischio clinico inaccettabile. La tossicodipendenza non è un problema di ordine pubblico, ma una condizione complessa che richiede contesti di cura incompatibili con il CPR. Ci appelliamo agli ordini dei medici e alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), alle realtà scientifiche, sociali e istituzionali di tutela delle persone migranti e delle persone in detenzione, e in particolare al Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, per - Ribadire che le valutazioni di idoneità medica alla vita in comunità ristretta devono essere effettuate prima del trasferimento nei CPR. - Chiedere un pronunciamento urgente che ribadisca l’obbligo per ogni medico di non sottostare a indicazioni che limitino l’efficacia dell’accertamento sanitario. - Segnalare che il ritardo nelle visite, unito alla mancanza di mediatori culturali, impedisce una corretta diagnosi, rendendo nulla la valenza della certificazione. - Denunciare il rischio che la citata Circolare venga usata per aggirare il parere medico per scopi unicamente securitari. La salute non è una variabile dipendente dall’ordine pubblico. Un medico che accetta di ritardare o formalizzare una visita di idoneità senza i tempi e gli strumenti necessari abdica alla propria missione professionale e si espone a precise responsabilità deontologiche e legali. Vittorio Agnoletto, membro del direttivo di Medicina Democratica Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) Antonello D’Elia, presidente di Psichiatria Democratica Salvatore Fachile, avvocato dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) Gavino Maciocco, coordinatore e direttore editoriale di Saluteinternazionale.info Monica Minardi, presidente di Medici Senza Frontiere (MSF) Italia Chiara Montaldo, Head of Medical Unit di MSF Italia Migranti. Gli ennesimi 380 dispersi nel Mediterraneo, ma la Guardia costiera non ha datola notizia di Angela Nocioni L’Unità, 28 gennaio 2026 La Guardia costiera italiana non ha dato pubblicamente la notizia. Di quest’ultima tragedia si sa solo perché Scandura, di Radio Radicale, ha trovato e diffuso il comunicato InmarSat alle navi nell’area. La Guardia costiera italiana non ha diffuso la notizia dell’ennesima strage nel Mediterraneo centrale. Delle 380 persone disperse e probabilmente inghiottite dalle onde dopo esser partire dalla tunisina Sfax si sa soltanto perché Sergio Scandura, il giornalista di Radio Radicale che da anni svolge un prezioso lavoro di costante monitoraggio dell’area, ha trovato la comunicazione d’allerta alle navi data dalla Guardia costiera. “Il dispaccio Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso n.d.r.) trasmesso il 24 gennaio sulla rete InmarSat dal Centro di coordinamento Itmrcc della Guardia Costiera italiana - aveva scritto Scandura sabato dando la notizia - riporta anche le date di partenza delle otto imbarcazioni dalla costa orientale della Tunisia, per un totale di circa 380 naufraghi. Le date di partenza da Sfax sono del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026: includono i giorni che hanno visto il quadrante del Mediterraneo Centrale, inclusa la rotta ideale da Sfax a Lampedusa, segnato dagli impietosi 7 metri di onda e dalle severissime raffiche fino a 54nodi provocate dal ciclone Harry”. Questa l’agenzia Agi che ha ripreso il messaggio di Scandura: “49 persone su barca in ferro, partite da Sfax il 21 gennaio; 54 persone su una imbarcazione, partite da Sfax il 20 gennaio; 45-50 persone partite da Sfax il 18 gennaio; 51 persone su barca in ferro, partite da Sfax il 20 gennaio; 36 persone su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio; 42 persone su gommone, partite da Sfax il 14 Gennaio; 53 persone su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio; 45 Persone su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio”. La genesi della notizia è fondamentale perché mostra - e non è la prima volta - che se Scandura non avesse trovato e reso pubblico quel messaggio, di questo ennesimo dramma, come spesso accade, non si saprebbe nulla. Perché il Centro di Coordinamento delle capitanerie di porto di Roma è talmente attento a non irritare il governo Meloni e talmente sensibile agli umori del Viminale che le notizie delle stragi nemmeno le dà. Dice il cronista di Radio Radicale: “Sì, la Guardia costiera non ha fatto comunicazione pubblica attraverso comunicati stampa su queste tragedie. Abbiamo accesso a dispositivi, gli stessi montati sul ponte di comando delle navi, che ricevono tutti i bollettini: allerta meteo, avvisi ai naviganti e anche i search and rescue che sono messaggi di allerta. In questo caso era un dispaccio InmarSat. Devo dire che mai avevo visto in un solo dispaccio 8 diversi eventi Sar”. Ossia la segnalazione di un natante in pericolo, una allerta al soccorso. Continua Scandura: “Tutte e 8 le imbarcazioni erano partite da Sfax, si trattava di un gommone e di 7 barchini in ferro, 380 persone in totale. Nel dispaccio Sar si riportano anche le date di partenza, sono informazioni arrivate per un paio di casi da Alarm phone che li ha girati alla Guardia costiera”. Negli altri casi probabilmente l’allarme potrebbe esser partito dai parenti che, non avendo notizie delle persone imbarcatesi, potrebbero aver chiamato il centro della Guardia costiera. “Quando ho visto le date - dice Scandura - ho capito che purtroppo c’era ben poco da sperare. Le prime imbarcazioni sono partite il 14 gennaio, altre nei giorni del ciclone Harry con onde di 7 metri, otto metri e raffiche da 53 a 60 nodi”. Chissà se e quante altre persone sono partite in quei giorni anche dalle coste libiche. A parte i 380 scomparsi a bordo dei barchini dispersi riportati in quel dispaccio, ci sono altri 50 morti di cui si sa perché ne ha dato notizia l’unico superstite al naufragio, recuperato dal mercantile Star e ricoverato in gravi condizioni a Malta. Nota Scandura: “Lascia da pensare l’alto numero di partenze da Sfax in periodo invernale, viene da chiedersi se qualcosa forse si stia incrinando nei patti tra l’Italia e la Tunisia di Saied, accordi sostenuti finanziariamente dall’Europa con memorabile visita di Von der Leyen e Mark Rutte e Giorgia Meloni per l’inizio di questo memorandum”. Il bavaglio delle querele temerarie: all’Italia il record europeo di Paolo M. Alfieri Avvenire, 28 gennaio 2026 Nel 2024 sono state censite 167 azioni legali temerarie in Europa. Ventuno arrivano dall’Italia, che per il secondo anno consecutivo è il Paese più colpito. Un segnale allarmante sulla contrazione dello spazio civico e sui limiti della nuova normativa europea anti-SLAPP. Non servono censure esplicite, né redazioni chiuse con la forza: oggi il silenzio si può ottenere per via giudiziaria, a colpi di querele milionarie e minacce legali capaci di fiaccare anche le voci più solide. È quanto emerge dal nuovo rapporto della Coalition Against SLAPPs in Europe e della Fondazione Daphne Caruana Galizia. Un’Europa dove chi indaga, denuncia o critica il potere viene sempre più spesso trascinato in tribunale non per cercare giustizia, ma per essere intimidito. Nel 2024 le azioni legali temerarie censite sono state 167, una in più rispetto all’anno precedente. Un numero che, isolato, può sembrare marginale. Ma il dato diventa allarmante se letto in prospettiva. Dal 2010 a oggi le SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation) documentate salgono a 1.303, in netto aumento rispetto alle 1.049 rilevate fino al 2023. Non episodi sporadici, ma una dinamica strutturale che accompagna la progressiva contrazione dello spazio civico europeo. In questo scenario l’Italia occupa una posizione scomoda. Per il secondo anno consecutivo è il Paese europeo con il maggior numero di casi registrati nel 2024, 21 in totale, davanti alla Germania con 20. Un primato che pesa anche per i protagonisti coinvolti. Tra i casi mappati figurano la querela della ministra del Turismo Daniela Santanché contro l’Espresso, con una richiesta di risarcimento da 5 milioni di euro, e l’azione legale del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso contro Il Foglio e Il Riformista, per somme comprese tra 250.000 e 500.000 euro. Azioni che producono un effetto immediato, a prescindere dall’esito giudiziario: dissuadere, logorare, scoraggiare. Ma il rapporto avverte che ciò che emerge è solo la punta dell’iceberg. La maggior parte delle pressioni avviene prima dell’aula di tribunale, nella fase precontenziosa. Lettere di diffida, minacce legali, richieste di risarcimento sproporzionate che raramente diventano pubbliche ma che incidono profondamente sul lavoro di giornalisti, attivisti e whistleblower. È qui che il meccanismo intimidatorio funziona meglio, perché resta invisibile. La Direttiva europea anti-SLAPP approvata nel 2024 segna un passo avanti importante, ma insufficiente. L’Unione Europea, priva di competenze dirette sui procedimenti nazionali, ha limitato le tutele ai soli casi transfrontalieri, come quello che coinvolge la Bbc, querelata da Trump per 10 miliardi di dollari, e Greenpeace, bersaglio della causa da 660 milioni di dollari dell’Energy Transfer, contro la quale la Ong ha sporto una controquerela nei Paesi Bassi. Una protezione dunque parziale, che lascia scoperto oltre il 90 per cento delle azioni legali temerarie, quasi tutte di natura interna. Consapevole del rischio, la Commissione Europea ha invitato gli Stati membri a estendere le garanzie anche ai casi nazionali e a tutti i procedimenti, inclusi quelli penali e amministrativi. Polonia e Belgio hanno già dato segnali concreti in questa direzione. Ignorare questo invito significa depotenziare la riforma, anche se per il governo italiano sarebbe sufficiente limitarsi al recepimento formale della direttiva. “Per il secondo anno consecutivo il nostro Paese detiene il primato europeo per numero di azioni vessatorie - osserva Sielke Kelner, coordinatrice del gruppo di lavoro italiano di CASE, costituitosi nel 2021dall’unione di molte organizzazioni, tra cui Amnesty International Italia, Articolo 21 e Transparency International Italia -. Un abuso del sistema giudiziario che mette a tacere chi osa criticare i potenti e che colpisce il diritto dei cittadini a essere informati”. Le carceri francesi tra le peggiori d’Europa di Pierpaolo Arzilla L’Opinione, 28 gennaio 2026 C’è un’Europa che chiude accordi commerciali nei quattro angoli del mondo e un’altra che chiude troppo stesso entrambi gli occhi sulla necessità che anche la coercizione e la privazione della libertà da parte dello Stato necessita livelli essenziali di dignità. Non è il caso delle carceri francesi. Il Comitato anti tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa ha denunciato di recente le condizioni di vita nelle prigioni d’Oltralpe. Che il rapporto definisce “magazzini di esseri umani”. Il Cpt ha visitato 14 stazioni di polizia e gendarmeria, quattro carceri (Fleury-Mérogis, Fresnes, Marseille-Baumettes e Villefranche-sur-Saône) e il carcere minorile di Marseille-la-Valentine. Anche se la maggior parte delle persone recentemente arrestate dalla polizia e dalla gendarmeria non ha denunciato maltrattamenti, il Cpt ha, tuttavia, raccolto diverse segnalazioni di violenza intenzionale, anche nei confronti di minori, in particolare durante le contenzioni a terra che comportavano pressione sul torace, sul collo o sul viso. Il comitato sottolinea che tale tecnica presenta un elevato rischio di asfissia posturale e ne chiede una revisione. Le condizioni osservate nelle stazioni di polizia sono rimaste estremamente preoccupanti: celle sporche e fatiscenti, servizi igienici carenti, presenza di scarafaggi e cattivi odori e mancanza di materassi o coperte puliti. Le strutture della gendarmeria visitate erano in condizioni fisiche decisamente migliori, ma le persone continuano a trascorrere la notte da sole in celle di detenzione senza un sistema di chiamata o una presenza fisica permanente. La visita alle quattro carceri si è svolta in un contesto di costante peggioramento del sovraffollamento carcerario, fa sapere il rapporto. Al momento della visita, la soglia di 80mila detenuti era stata superata, con circa 17mila persone oltre la capacità ufficiale, di cui 3.810 costrette a dormire su materassi sul pavimento. Il sovraffollamento ha avuto ripercussioni su tutti gli aspetti della vita carceraria: spazi ristretti, tensioni, mancanza di attività e opportunità di lavoro e difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria. Per il Cpt, questa situazione può trasformare una prigione “in un magazzino di esseri umani”, compromettendo gravemente la dignità. “Il sovraffollamento è peggiorato dalla nostra visita nell’ottobre 2024”, afferma il presidente del Cpt, Alan Mitchell. “Più di 86mila persone - aggiunge - sono state incarcerate nel dicembre 2025, di cui 6.446 dormivano su materassi sul pavimento, e quasi 30 strutture avevano una capacità più che doppia: siamo quindi estremamente preoccupati per le condizioni carcerarie in Francia”. Il rapporto segnala denunce “credibili” di violenza fisica da parte degli agenti penitenziari, in particolare nelle carceri di Fresnes e Villefranche-sur-Saône. La violenza tra i detenuti è molto più diffusa. Risse ed estorsioni erano frequenti e la mancanza di intervento da parte del personale nei cortili di esercitazione, o la carenza di personale, creano un clima di paura. Il programma di attività, si fa notare, rimane molto limitato. La maggior parte dei detenuti in attesa di giudizio trascorre quasi 20 ore al giorno in cella, ancora di più nei fine settimana, a causa della mancanza di attività, formazione o opportunità di lavoro. Se l’accesso all’assistenza sanitaria è considerato generalmente soddisfacente nelle carceri di Fleury-Mérogis e Marseille-Baumettes, si rilevano “gravi carenze” a Fresnes e Villefranche-sur-Saône: di personale sanitario, coordinamento insufficiente, strutture inadeguate e assistenza psichiatrica molto limitata, in un contesto di elevata prevalenza di disturbi mentali. Il ministro della giustizia, Gérald Darmanin, ha annunciato la costruzione di nuove carceri, per combattere il sovraffollamento, ma ha escluso qualsiasi regolamentazione del numero di detenuti. Il suo Ministero prevede di aprire 3.000 posti aggiuntivi in carceri modulari entro i prossimi 18 mesi. Secondo i dati ufficiali, al 1 dicembre 2025 in Francia si registrava un record di 86.229 detenuti per 63.613 posti letto, con un tasso di occupazione complessivo del 136,5 per cento. La Francia, ha rilevato ancora uno studio del Consiglio d’Europa pubblicato lo scorso luglio, è tra i tre peggiori Paesi europei in termini di densità carceraria, dietro solo a Slovenia e Cipro. Stati Uniti. Liam, Chloe e gli altri 3.800: essere bambini nella “Ice Age” di Pietro Piga vita.it, 28 gennaio 2026 Non solo Liam (5 anni) e Chloe (2 anni): dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati, sarebbero stati fermati e detenuti dall’Ice. In diverse scuole del Minnesota la frequenza scolastica è diminuita tra il 20 e il 40%: i genitori hanno paura che i figli, tornando a casa da scuola, possano non trovare più nessuno ad aspettarli. Che cosa comporta per i bambini vivere in questa costante paura? In dialogo con la sociologa Joanna Dreby dell’Università statale di Albany. Minneapolis Public Schools families, educators and students hold signs during a news conference at Lake Hiawatha Park in Minneapolis, on Friday, Jan. 9, 2026, demanding Immigration and Customs Enforcement be kept out of schools and Minnesota following the killing of 37-year-old mother Renee Good by federal agents earlier on Wednesday. Nella Valley View Elementary di Columbia Heights, Minnesota, c’è una sedia su cui non è più appeso lo zaino di Spiderman. È il posto che fino a martedì 20 gennaio era occupato da Liam Conejo Ramos. Da quel giorno, lo studente ecuadoregno di cinque anni - giunto negli Stati Uniti nel dicembre 2024 insieme alla famiglia (padre, madre, fratello maggiore) - non incontra più maestri e compagni di scuola. Liam si trova a migliaia di chilometri di distanza da loro, rinchiuso, insieme al papà Adrian Alexander, nel South Texas Family Residential Center di Dilley: il più grande centro di detenzione per famiglie della nazione e l’unico predisposto per il trattenimento dei nuclei familiari in attesa di deportazione. Un luogo da cui giungono segnalazioni su cibo con vermi, malattie costanti, cure mediche insufficienti. Proprio lì, sabato 24 gennaio, i detenuti hanno protestato invocando, con cartelli e cori, la libertà per i bambini. Liam ha raggiunto il Texas dopo essere stato fermato sul vialetto della sua casa a Minneapolis dagli agenti mascherati e armati dell’Ice, l’agenzia federale deputata al controllo delle frontiere e dell’immigrazione. Il loro intento era l’arresto del padre, accusato di essere un “immigrato illegale” nonostante sia in attesa che la propria richiesta d’asilo venga valutata. Così, il piccolo è finito nella rete nell’Operazione Metro Surge, che dispiega oltre 2mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul e punta a sgominare “i peggiori tra i peggiori” (pedofili, predatori sessuali, trafficanti di droga). Qualche giorno dopo è toccato a Chloe, due anni, e al suo papà, Joel Tipan Echevarria: originari dell’Ecuador, regolari richiedenti asilo, erano in auto in una strada di Minneapolis quando sono stati prelevati a forza dagli agenti federali dell’Ice e poi trasportati in un carcere del Texas. La bambina è uscita il giorno dopo. I numeri dicono che a livello nazionale, dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati, sarebbero stati fermati e detenuti dall’Ice. Più di 1.300 di loro sarebbero rimasti rinchiusi per oltre 20 giorni, in violazione dell’Accordo Flores che tutela i minori in detenzione. Da quando l’Ice pattuglia le strade del Minnesota, compiendo incursioni e arresti che a Minneapolis sono sfociati nell’uccisione di Renee Good e Alex Pretti, le famiglie si barricano in casa per proteggere i figli. Le classi si svuotano e le lezioni vengono cancellate o svolte da remoto. I parcheggi delle scuole sono diventati le basi operative degli agenti federali, che circondano e bloccano scuolabus e le auto. La quotidianità dei bambini è militarizzata e questo si ripercuote sulla loro salute mentale: sono diventati insicuri, impauriti e sconvolti. Le conseguenze di questa politica migratoria sul benessere dei più piccoli sono state analizzate da Joanna Dreby, sociologa e professoressa dell’Università statale di Albany, New York, nel saggio Surviving the Ice Age: Children of Immigrants in New York (Russell Sage Foundation, 2025). Partiamo dal caso di cronaca del piccolo Liam, arrestato a 5 anni. Quali effetti psicologici e comportamentali può avere un episodio traumatico di questo tipo su un bambino di cinque anni? Assistere a episodi legati all’applicazione delle leggi sull’immigrazione che colpiscono i genitori può avere effetti profondi e duraturi sulla vita dei bambini. Ricordi perduti, depressione e problemi persistenti legati all’ansia, anche nei casi in cui in seguito i bambini siano stati riuniti ai genitori. Inoltre, le separazioni familiari prolungate sono problematiche nel corso della vita. Col tempo si accumulano risentimenti, creando tensioni nella relazione genitore-figlio. La perdita emotiva è significativa. A causa dell’Operazione Metro Surge, in diverse scuole del Minnesota la frequenza scolastica è diminuita tra il 20 e il 40%: questa situazione quali conseguenze a lungo termine potrebbe avere sull’educazione? Le ricerche dell’ultimo decennio negli Stati Uniti (l’Agenzia federale US Immigration and Customs Enforcement - Ice è stata creata il 1° marzo 2003, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, ndr) mostrano che la frequenza scolastica diminuisce immediatamente dopo le azioni dell’Ice a causa degli effetti di riverbero delle paure. I genitori temono che se gli agenti federali dovessero arrivare mentre i loro figli sono a scuola, i bambini resterebbero senza nessuno che si prenda cura di loro. Da quanto ho appreso in oltre 15 anni di interviste, tali paure vanno ben oltre i gruppi che potremmo aspettarci siano i più spaventati, cioè le famiglie con genitori senza documenti. Nell’ultimo anno tali paure si sono sicuramente moltiplicate tra i bambini, anche tra quelli che potrebbero ritenere che i loro genitori non dovrebbero preoccupare di nulla. In più, i bambini temono anche che la cittadinanza per nascita venga revocata e metta a rischio familiari che in precedenza erano al sicuro nei loro status migratori. Molte famiglie cercano di proteggere i figli evitando di parlare dell’immigrazione. Quali effetti psicologici può avere questa combinazione di paura e silenzio sui bambini? Le famiglie devono fare un calcolo complesso su quanto condividere con i bambini riguardo a ciò che sta accadendo e su come farlo senza renderli più ansiosi. La messa a tacere delle storie dei genitori può diventare una fonte ancora maggiore di preoccupazione e ansia per i bambini, soprattutto quando sanno poco delle leggi e dei processi migratori. Alcuni genitori, al contrario, parlano apertamente ai figli dei loro percorsi di immigrazione, per prepararli: così per esempio possono fornire istruzioni su chi chiamare se succedesse qualcosa. Sebbene l’apertura possa sembrare la migliore pratica, alcuni bambini che ho intervistato hanno riferito di essere costantemente preoccupati perché troppo coinvolti nelle situazioni di immigrazione dei genitori. È davvero una linea sottile. I bambini hanno bisogno di sapere delle questioni migratorie, ma a volte troppe informazioni aumentano ansia e paure. In Minnesota gli agenti federali hanno allestito basi operative nei parcheggi delle scuole. In che modo questa presenza militare costante e visibile influisce sul senso di sicurezza dei bambini? Queste azioni mirano solo a diffondere paura, e lo stanno sicuramente facendo. Si legge spesso di agenti federali dell’Ice o di altri funzionari che affermano che il loro ruolo è proteggere i cittadini statunitensi: ma quando sono visibilmente presenti nel modo in cui lo sono in Minnesota, davanti alle scuole e mentre arrestano genitori che stanno accompagnando a scuola i loro figli o tornando a casa dopo la scuola… non sono lì per proteggere nessuno. Si tratta, invece, un atto di intimidazione deliberata. Quando dei bambini assistono all’arresto di coetanei o familiari, come cambiano le dinamiche di gruppo in classe? Bambini di età diverse reagiscono in modo diverso. I più piccoli possono parlare degli incidenti più apertamente, mentre quelli più grandi possono silenziare le esperienze ed esprimere le loro preoccupazioni in modi più indiretti. I bambini più piccoli spesso elaborano le loro paure attraverso il gioco. Già anni fa in una scuola ho visto che i bambini in cortile invece di giocare a “guardie e ladri” giocavano al gioco “dell’immigrazione”, inseguendo i “migranti”. Insegnanti e operatori scolastici possono vedere questi comportamenti come espressioni delle paure dei bambini, piuttosto che come qualcosa da correggere o reprimere. Quali interventi scolastici o comunitari si sono dimostrati più efficaci per salvaguardare il benessere dei bambini? Le persone che lavorano nelle scuole sono i primi soccorritori, perché si trovano in prima linea nel notare cambiamenti comportamentali in classe. Quando ciò accade, nelle scuole esistono sistemi di supporto che possono essere utili. I bambini che vengono messi rapidamente in contatto con delle risorse stanno meglio. Ma hanno anche bisogno di avere informazioni sull’immigrazione e sui diritti degli immigrati, comunicati in modi che non risultino eccessivamente personali o riferiti direttamente alle loro famiglie. Inoltre, gli insegnanti devono essere informati e consapevoli delle questioni attuali e avere una formazione di base su come l’Ice e ha operato in passato e su ciò che ora sta cambiando. Oggi, quando un bambino dice a un insegnante che sta andando a un appuntamento per l’immigrazione, può essere terrorizzato all’idea di non tornare a scuola il giorno dopo. Gli insegnanti devono comprenderlo per rispondere in modo appropriato e sensibile. Alla luce dei casi recenti, dell’elevato assenteismo e della paura diffusa, quali raccomandazioni farebbe a livello di politiche scolastiche o comunitarie? Avendo una maggiore consapevolezza del problema, le scuole hanno l’opportunità di strutturare un sostegno concreto, creando politiche di distretto su come interfacciarsi con gli agenti federali, offrendo formazione agli insegnanti e al personale scolastico sulle questioni migratorie a livello nazionale e locale, collaborando con organizzazioni comunitarie per verificare le segnalazioni di presenza di agenti federali, riconoscendo i segnali di disagio tra i bambini, indirizzandoli ai servizi, considerando l’espressione delle loro preoccupazioni come un’opportunità di dialogo e organizzando workshop a scuola sulla creazione di piani di preparazione familiare.