La Costituzione negata. Torture in carcere, non solo Sollicciano di Ilaria Dioguardi vita.it, 27 gennaio 2026 Le violenze contro due detenuti nell’istituto di pena fiorentino, avvenute sei e otto anni fa, furono torture. Così ha deciso la Corte d’Appello di Firenze con il rito abbreviato a un’ispettrice della polizia penitenziaria e ad otto agenti per i reati di tortura, falso e calunnia, con pene inflitte da cinque anni e quattro mesi a tre anni e quattro mesi. Simona Filippi, responsabile del contenzioso per l’associazione Antigone: “Ad oggi questa è la sentenza di merito più significativa che è stata scritta sul reato di tortura. Il fatto che i giudici abbiano avuto il coraggio, la consapevolezza di ribaltare una decisione di primo grado su un illecito così delicato, compiuto in un luogo che è dello Stato, lo ritengo importante”. Da cinque anni e quattro mesi a tre anni e quattro mesi. Sono le pene inflitte dalla Corte d’Appello di Firenze con il rito abbreviato a un’ispettrice della polizia penitenziaria e ad otto agenti per i reati di tortura, falso e calunnia. Al centro del procedimento due aggressioni, nel carcere fiorentino di Sollicciano, ai danni di altrettanti detenuti, avvenute nel 2019 e nel 2020. “Ad oggi questa che riguarda l’istituto fiorentino è la sentenza di merito sicuramente più significativa che è stata scritta su questo reato. Il fatto che i giudici abbiano avuto il coraggio, la consapevolezza di ribaltare una decisione di primo grado su un illecito così delicato, compiuto in un luogo che è dello Stato, lo ritengo importante”, dice Simona Filippi, avvocata, responsabile del contenzioso per l’associazione Antigone. “Da quando esiste il contenzioso di Antigone, abbiamo ricevuto tante segnalazioni e seguiamo diversi processi”. L’introduzione nel 2017 - L’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento risale al 2017, con l’approvazione della legge n.110. “L’immissione di questo reato ha fatto sì che, anche da parte delle procure, ci sia un’attenzione maggiore rispetto a episodi che prima cadevano in prescrizione oppure non potevano essere identificati con l’attribuzione normativa corretta, che anche le convenzioni internazionali ci imponevano di introdurre”, continua Filippi. C’è stata anche un’altra sentenza, sempre della Corte di Appello di Firenze, che ha confermato la condanna per tortura per fatti avvenuti nel carcere di San Gimignano. “In questo caso, è stata confermata la condanna di primo grado, con una sentenza emessa dal giudice, dal tribunale collegiale di Siena”. Il caso di Reggio Emilia - “La notizia di Sollicciano mi ha fatto immediatamente pensare a un processo che si è celebrato a Reggio Emilia e che si è concluso con una sentenza di derubricazione del reato di tortura, con la condanna di otto agenti per il reato di abuso di autorità ex art. 608 codice penale, per il reato di percosse e per quello di falso ideologico”, prosegue Filippi. “In questo processo noi ci siamo, Antigone è parte civile, l’abbiamo seguito sin dal primo momento e i fatti noi riteniamo che debbano essere inquadrati nella tortura. Ci sarà a breve un appello davanti alla Corte di Appello di Bologna”. Il caso di Reggio Emilia riguarda fatti avvenuti il 3 aprile 2023, quando il sistema di videosorveglianza del carcere registrò il pestaggio di un detenuto tunisino di 44 anni. Il video, particolarmente violento, è stato parzialmente diffuso sui media. Nelle immagini si vedono le operazioni di accompagnamento della persona offesa alla sezione “Spiraglio”, destinata all’isolamento, da parte di 10 poliziotti, durante la quale la vittima subiva una “azione concitata di gruppo finalizzata e terminata con il suo incappucciamento” con una federa. Sempre incappucciato, il detenuto riceveva vari colpi e pugni, buttato a terra e bloccato, un agente si inginocchiava sulla sua schiena, la vittima veniva denudata dalla cintola in giù. I processi di Ferrara e Modena - Il caso di Ferrara ha visto la prima condanna in Italia (definitiva, per uno degli agenti coinvolti) per il reato di cui all’art. 613 bis del codice penale nei confronti di un pubblico ufficiale per il reato di tortura. I fatti risalgono al 30 settembre 2017, a tre mesi dall’introduzione del reato nel nostro ordinamento. La vittima è un detenuto italiano di 23 anni, che si trovava al momento dei fatti in regime di isolamento per il rischio che potesse compiere gesti autolesionistici e che ha subito, da parte di appartenenti alla polizia penitenziaria, un “violento pestaggio, operato anche mediante l’utilizzo di un ferro per la battitura”. Il caso di Modena riguarda il procedimento per la tortura che sarebbe stata commessa presso la locale casa circondariale da numerosi agenti di polizia penitenziaria nei confronti di 18 detenuti nel corso delle rivolte scoppiate l’8 marzo 2020, nel momento in cui venivano attuate le prime misure per evitare il contagio da Covid-19, tra le quali la sospensione delle attività trattamentali e dei colloqui con i familiari. A seguito di tali rivolte, sono morte nove persone, cinque nello stesso istituto e quattro a seguito di trasferimento in altri istituti. Il procedimento penale per i decessi si è concluso con l’archiviazione delle posizioni dei poliziotti penitenziari e del personale medico ed è attualmente pendente un ricorso avanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo presentato dai familiari delle vittime e da Antigone. In attesa di due sentenze: Torino e Ivrea - “Siamo in attesa di due sentenze. Una davanti al tribunale di Torino in composizione collegiale, un procedimento per l’ipotesi di tortura, che vede imputato un numero importante di agenti di polizia penitenziaria con diverse vittime, detenute presso la Casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. La sentenza arriverà tra pochissimo”. Il processo riguarda fatti di tortura che sarebbero avvenuti dentro il carcere nella sezione dei cosiddetti “detenuti protetti”, coloro che hanno commesso reati di violenza sessuale. A marzo del 2016 Antigone ricevette una lettera di denuncia da parte di alcuni detenuti del carcere di Ivrea, i quali raccontano di aver assistito a un episodio di violenza. Si tratta di uno dei presunti episodi di violenza che coinvolgono questa casa circondariale e che daranno vita a tre procedimenti penali in cui l’associazione è coinvolta. “Dovrebbe esserci la sentenza a fine febbraio per un processo di fatti altrettanto gravi, di cui c’è anche una contestazione di tortura, che sarebbero avvenuti nel carcere di Ivrea prima del 2017. La maggior parte degli episodi non sono contestati come tortura perché il reato risale al 2016 e non era ancora entrato in vigore, ma c’è una contestazione che è successiva, in questo caso è stata contestata la tortura”. Per le presunte torture nel carcere di Ivrea la procura della città piemontese ha notificato 45 avvisi di garanzia ad agenti, medici, operatori e funzionari che, a vario titolo, risultano indagati per diversi reati, tra cui quelli di tortura, falso in atto pubblico e altri reati collegati. Santa Maria Capua Vetere - In seguito alle proteste per il rischio di contagio da Covid 19, è in corso un procedimento penale per presunte violenze e torture commesse da agenti a danno di vari detenuti presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Ad aprile del 2020 Antigone venne contattata dai familiari di persone detenute nel carcere campano, che denunciavano abusi, violenze e torture subite dai loro cari nella casa di detenzione. I ristretti del reparto “Nilo” sarebbero stati colpiti e costretti a radersi barba e capelli dagli agenti. L’azione violenta si sarebbe verificata il 6 aprile 2020 e ne sarebbero responsabili circa 400 poliziotti, intervenuti in tenuta antisommossa a seguito di una protesta, il giorno precedente, di detenuti dello stesso reparto, che sarebbero stati preoccupati per la diffusione della notizia di un detenuto positivo al Covid 19, posto in isolamento con febbre. Nei giorni successivi i casi accertati di contagio salirono a quattro. Alcuni detenuti, dopo l’azione di violenza, sarebbero stati posti in isolamento, ai pochi visitati i medici non avrebbero refertato le lesioni. Dopo la conclusione delle indagini preliminari, furono 120 gli indagati per 85 capi di imputazione e 177 le persone offese. “In questo caso siamo in appello, il processo si trova pendente davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere. È in corso il dibattimento e ci sarà una sentenza, probabilmente si concluderà nel 2026, si sta accelerando sui tempi di questo importante processo. Due imputati, che hanno scelto l’abbreviato, sono stati assolti e hanno, tra le altre contestazioni, anche la tortura”, prosegue Filippi. “Io ho discusso personalmente la scorsa settimana nella Corte di Appello di Napoli. La prossima udienza è fissata a marzo, quando ci sarà la sentenza dell’appello dell’abbreviato dei due imputati”. A Milano il primo processo per fatti di tortura in un minorile - “In Italia si sta celebrando il primo processo per fatti di tortura avvenuti in un carcere minorile, al Beccaria. Nel corso delle indagini, in una maniera molto attenta e scrupolosa che condivido pienamente, la procura ha deciso di ascoltare i ragazzi in incidente probatorio”, continua Filippi. “In questo momento si stanno facendo le evidenze davanti al Giudice per le indagini preliminari - Gip, i colloqui con i giovani avvengono con le modalità protette. Questo procedimento durerà diversi mesi perché le vittime sono molte”. Emergerebbe un quadro di violenze sistematiche e reiterate commesse da decine di agenti e dirigenti tra il 2021 e il 2024. Negli atti si parla di maltrattamenti, torture, pestaggi, isolamento prolungato di minori in condizioni degradanti, falsificazione di referti e omissioni consapevoli. “Se confermato in sede processuale, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di un vero e proprio sistema di violenze istituzionali”, dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sul sito dell’associazione. “Tutte le vittime erano minori, molti dei quali stranieri non accompagnati. Ragazzi vulnerabili che Milano avrebbe dovuto proteggere e non abbandonare”. Made in Carcere: quando creatività, lavoro e bellezza diventano strumenti di rinascita di Lorenzo Cipolla interris.it, 27 gennaio 2026 Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina creativa e Ufficiale della Repubblica, spiega a Interris.it la sua visione di impresa sociale. “Tutti parlano di business. Noi vogliamo parlare di felicità, di voglia di vivere, di benessere”. Luciana Delle Donne, fondatrice e CEO della cooperativa sociale non a scopo di lucro Officina creativa e Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, da vent’anni porta creatività e bellezza nei penitenziari italiani. Lo fa attraverso il lavoro di sartoria che produce gadget e capi di abbigliamento per il brand Made in Carcere, partendo dagli scarti tessili che acquisiscono nuova vita con patchwork cromatici che sfidano i dettami stagionali della moda, fornendo alle detenute impiegate uno stipendio e una nuova consapevolezza di sé stesse e del proprio futuro. “La cosa stimolante è trasformare i punti di debolezza in forza, più una persona viene scartata più ci dobbiamo impegnare a trasferire conoscenze e competenze. Quando ci prendiamo cura degli altri il nostro contributo è prezioso”. Negli ultimi anni Delle Donne è impegnata a disseminare questo modello in altri punti della penisola con il progetto BIL-benessere interno lordo, sostenuto dalla “Fondazione con il Sud”. La scala del benessere - “Le persone che salgono di un gradino sulla scala del benessere non tornano in carcere”, continua Delle Donne, perché com’è stato dimostrato il lavoro abbatte la recidiva - la possibilità che dopo una pena si torni a commettere un reato. Con un doppio guadagno, per lo Stato che risparmia e per la persona che torna alla propria autonomia nella legalità. “Un detenuto costa sessantamila euro l’anno, se gli dai la possibilità di ricostruire la propria vita ce la può fare”, spiega alla luce dei dell’esperienza nelle carceri di Lecce, Trani, Taranto, Matera e l’istituto minorile di Bari. “Con gioia vedo i risultati sia per chi è ‘dentro’ che per chi è fuori ed entra in contatto con questa realtà. È importante comprendere che bisogna essere tutelanti con queste persone ‘scomode’”, aggiunge Delle Donne. L’acquisizione di un ruolo e di un metodo di lavoro aiuta le detenute a comprendere “cosa significhi essere responsabili, le fa diventare protagoniste e le rende attive e sicure”. Creatività strumento di lavoro - Dall’essere la fondatrice della prima banca online in Italia nel 2000 al diventare imprenditrice sociale in carcere il passo sembra lungo. “Non si è trattato di voler restituire qualcosa della mia fortuna professionale”, afferma, “quanto provare a essere più vicino a chi è ai margini della società per costruire qualcosa di buono. Posso dire che ce l’abbiamo fatta”. I fattori dell’operazione che dà questo risultato sono la creatività, la capacità di fare con quello che si ha e la solidarietà. “La creatività è uno strumento di lavoro, un valore intangibile e un modo per negoziare con l’esterno”, spiega. “La moda scarta molti tessuti ogni anno e noi lavoriamo con quello che abbiamo a disposizione, dalla spugna alla seta alla lana vergine, adattando il tessuto alle esigenze delle richieste che riceviamo. Ci piace essere trasgressivi rispetto alle mode e pensiamo agli accostamenti cromatici che secondo noi possono invogliare all’acquisto”, racconta. Nello Spazio Maison, com’è ridenominato il laboratorio sartoriale arredato con tappeti, divani, un tavolo al centro e una biblioteca - “non una catena di montaggio” - nascono gadget, come portachiavi, braccialetti e shopper, e capi di vestiario. L’ultima iniziativa sono gli abiti della serie Le quattro stagioni, fatti in tessuti pregiati, che si possono indossare “avanti e indietro e anche risvoltare”. “La creatività e l’ingegno aiutano a far riflettere”, illustra Delle Donne, “lo stile deve essere rivisto in termini di impatto ambientale. Abbiamo evitato che tanto materiale finisse al macero e i donatori hanno liberato i magazzini”. Innovare nella difficoltà - Prendersi cura degli altri fa bene, è la filosofia di Delle Donne. Per questo ha deciso di far uscire fuori il suo metodo con il progetto BIL “per rendere sistemico il cambiamento”. Il progetto inizialmente prevedeva l’inserimento lavorativo di 65 persone detenute in alcune cooperative, si è poi ampliato fino a coinvolgerne un centinaio e arrivando a sostenere venti sartorie sociali nelle periferie di diverse città italiane. Delle Donne suggerisce quale debba essere la visione dell’impresa sociale oggi - e domani. “Giro l’Italia per parlare di questa iniziativa, è importante promuovere modelli di impresa che possano aiutare gli altri ad avanzare, trasferiamo esperienze a chiunque bussi alla nostra porta”, conclude, “con la nascita di tante realtà simili è necessario essere più creativi e più attraenti, dobbiamo misurarci attraverso la bellezza”. Senza dimenticare che “l’innovazione sociale deve lavorare sulla difficoltà”. Decreto sicurezza a inizio febbraio senza le strette su minori e coltelli di Simone Canettieri Corriere della Sera, 27 gennaio 2026 La scelta di Palazzo Chigi e Viminale. Le misure che la Lega voleva subito saranno poi nel ddl. Il nuovo decreto Sicurezza vedrà la luce “la prima settimana di febbraio”, ha annunciato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E alla fine, salvo sorprese, sarà confermato l’impianto che il Viminale aveva inviato a Palazzo Chigi una settimana fa. Nel decreto - 25 articoli - non ci saranno le strette sulle manifestazioni, le sanzioni amministrative per le famiglie dei minori che commettono reati, lo stop ai coltelli facili e lo “scudo penale” per le forze dell’ordine. Sono tutte norme che resteranno nell’altro pacchetto Sicurezza (40 articoli) presentato da Piantedosi, ma sotto forma di disegno di legge. La “cautela” giuridica del ministero dell’Interno viene così confermata, visto che qualsiasi decreto, come si sa, ha bisogno dei requisiti “di necessità e urgenza”, imposti dalla Costituzione, ergo dal Quirinale. Morale: il battage di Matteo Salvini e della Lega degli ultimi giorni per arrivare a un “super decreto”, anche sulla scia degli ultimi fatti di cronaca legati alle baby gang, sembra registrare una sostanziale frenata. Il tutto in un asse fra Quirinale e Viminale, con il via libera di Palazzo Chigi. Il Corriere ha visionato la bozza, l’ultima, del decreto che sarà approvato dal Consiglio dei ministri a cavallo con l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali. Il testo - su proposta della presidenza, dei ministri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e dell’Economia - prevede le zone rosse o “a vigilanza rafforzata”, il potenziamento delle iniziative in materia di sicurezza urbana e dei presidi di polizia sul territorio. E poi: il riconoscimento biometrico a posteriori negli stadi, il potenziamento della vigilanza dei litorali, le operazioni sotto copertura per la sicurezza delle carceri, il rafforzamento della sicurezza nelle reti ferroviarie e marittime con raccolta di dati interforze. Sono previste anche “norme urgenti concernenti il funzionamento delle strutture dedicate al trattenimento degli stranieri”. Con una parte legata ai diritti delle persone. Il governo interverrà anche sulle leggi “in materia di respingimento alla frontiera, espulsione e rimpatrio”. La parte finale del decreto riguarderà invece le carriere e i concorsi di polizia, finanza, carabinieri e penitenziaria. Fin qui l’ultima bozza visionata dal Corriere che, appunto, non contempla gran parte delle norme che reclamava il centrodestra, a partire dalla Lega, con una certa urgenza. Provvedimenti destinati a finire in un disegno di legge. Tuttavia la sicurezza si conferma un tema caldo e “attenzionato” per il governo Meloni. Ieri il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo ha aperto il tavolo per il rinnovo del contratto del comparto Sicurezza e Difesa relativo al triennio 2025-2027. Riguarda circa 500mila persone. “Ho voluto imprimere una forte accelerazione all’avvio delle procedure negoziali perché ritengo prioritario mettere le donne e gli uomini in divisa nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio lavoro al servizio dei territori e della sicurezza dei cittadini”, ha spiegato il ministro di Forza Italia, titolare della Pa. A Palazzo Vidoni, oltre al padrone di casa, c’erano anche i ministri Crosetto e Piantedosi insieme a 39 sigle sindacali. Le risorse destinate al rinnovo, stanziate dalla legge di bilancio 2025, consentono un incremento retributivo complessivo pari al 5,4% a regime dal 2027. Sicurezza e minori: più divieti e sanzioni non sono la strada giusta di Vitalba Azzollini Il Domani, 27 gennaio 2026 Il governo è davvero convinto che decine di nuove norme e sanzioni innalzeranno il livello di sicurezza dei cittadini? Se avesse verificato come norme similari hanno funzionato in altri paesi, avrebbe forse constatato che l’inasprimento normativo, da solo, raramente produce cali stabili e strutturali dei fenomeni criminali. Il governo è davvero convinto che decine di nuove norme e sanzioni innalzeranno il livello di sicurezza dei cittadini o vuole solo tranquillizzare l’elettorato? Di certo, credere e far credere che la realtà si conformi a quanto previsto in disposizioni di legge, senza valutarne preventivamente gli impatti, sarebbe tra gli atti di maggiore presunzione che un esecutivo possa fare. Ma è proprio ciò che sembra stia facendo quello attuale con l’ultimo pacchetto Sicurezza, che segue solo di pochi mesi quello precedente. Qualche giorno fa abbiamo esposto i dubbi giuridici su alcune disposizioni in tema di immigrazione. Oggi è la volta di quelle su coltelli e oggetti similari. Studente ucciso a La Spezia, i coetanei contro i razzisti: “I coltelli? Non c’entra l’etnia” Il divieto di porto di coltelli e altro Si introduce un divieto assoluto di porto per taluni strumenti (con caratteristiche come lama flessibile, acuminata e tagliente superiore a 5 cm, a scatto/a farfalla, “di facile occultamento” e “di frequente utilizzo”), mentre altri si possono portare solo “per giustificato motivo”. Si prevedono pene detentive, aggravanti e sanzioni amministrative accessorie applicabili dal Prefetto. Espressioni come “facile occultamento” e “frequente utilizzo”, riportate nella sintesi delle norme, presentano un margine di incertezza interpretativa troppo ampio. Se resteranno nel testo definitivo, sarà inutile poi che il governo si lamenti della discrezionalità che sarà usata dai giudici nell’applicarle. Sollevano criticità, tra l’altro, le misure accessorie come la sospensione di patente, licenza di porto d’armi e passaporto: pur essendo formalmente amministrative, hanno un contenuto afflittivo e incidono su interessi e diritti rilevanti come quelle penali, ma con garanzie procedurali minori, ferma restando la possibilità di impugnazione davanti al giudice. “Siete complici”. I compagni di Abanoub contro la scuola di La Spezia La vendita ai minorenni È vietata la vendita ai minorenni, anche online, di alcune “armi improprie” (strumenti da punta e taglio che possono essere usati per offendere). I commercianti devono tenere un registro elettronico quotidiano delle vendite, con sanzioni pecuniarie in caso di inadempimento. La vigilanza e le sanzioni sono affidate ad Agcom. La norma potrebbe presentare profili di imprecisione. Nella sintesi, gli oggetti la cui vendita è vietata sono descritti in modo non puntuale, per cui non è chiaro quali rientrino nel divieto e quali no. Inoltre, non si specifica quale tra i soggetti coinvolti nella vendita online - venditore, piattaforma che ospita l’annuncio, soggetto che spedisce - debba verificare l’età dell’acquirente, e con quali strumenti minimi. Infine, l’attribuzione ad Agcom di compiti che riguardano anche profili di sicurezza pubblica e la vendita di beni non chiaramente definiti, pone un problema di coerenza con le competenze tipiche dell’Autorità. Ancora, il tracciamento operato con la registrazione delle vendite andrebbe coordinato con le tutele in materia di privacy. Coltelli e violenza, gli strumenti per educare alle relazioni a scuola La responsabilità dei “vigilanti” Si amplia il novero dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del questore verso ragazzi dai 12 ai 14 anni; e soprattutto si introduce una sanzione amministrativa pecuniaria a carico del “soggetto tenuto alla sorveglianza del minore”, a meno che non dimostri “di non aver potuto impedire il fatto” (formula già presente nel decreto Caivano). La stessa sanzione opererebbe anche in caso di ammonimento per atti persecutori o cyberbullismo o di violazione del divieto di porto di strumenti atti ad offendere. I “vigilanti” non verrebbero puniti per un fatto proprio, ma per quello commesso dal minore, salvo provare di non averlo potuto impedire. Ciò addossa, in via di fatto, al sorvegliante un onere di prova liberatoria particolarmente gravoso, specie perché si tratta di una prova in negativo. A ciò si aggiunga che può non essere così chiaro chi sia, di volta in volta, il soggetto tenuto a controllare: solo i genitori, o anche gli insegnanti, gli allenatori sportivi e altri, con responsabilità concorrenti? Al di là delle criticità giuridiche, si torna alla domanda iniziale: il governo ha valutato l’impatto in termini di deterrenza delle disposizioni in via di adozione, ad esempio verificando come norme similari hanno funzionato in altri paesi? Se l’avesse fatto, avrebbe forse constatato che l’inasprimento normativo, da solo, raramente produce cali stabili e strutturali dei fenomeni criminali. Risultano decisivi, invece, interventi integrati fra scuola, servizi sociali, terzo settore, forze di polizia e altri attori, per fare prevenzione “a sistema”. Peccato che nel pacchetto Sicurezza non se ne trovi traccia. Cosa prevede il nuovo dl Sicurezza sui coltelli. “I nuovi decreti una risposta all’emergenza. Non c’è nulla su educazione e prevenzione” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 27 gennaio 2026 La ricercatrice Sofia Ciuffoletti: “I giovani oggi non sono più violenti, è la società ad esserlo”. “Credo che il decreto Caivano non si ponga il problema di una diminuzione dei reati, quanto di una risposta eccezionale all’emergenza. C’è una grande differenza. Non so come l’inasprimento delle pene, la riduzione delle possibilità della messa alla prova minorile, l’introduzione di istituti amministrativi e non giurisdizionali di gestione della devianza minorile possano condurre a una diminuzione dei reati”. Sono le parole di Sofia Ciuffoletti, ricercatrice fiorentina del Centro Interuniversitario Adir, secondo cui il decreto Caivano, tra le sue conseguenze, ha quella di portare al sovraffollamento degli istituti penali minorili: “Che il decreto Caivano abbia invece effetti di rilievo sui numeri delle persone minorenni detenute in istituti penali minorili mi pare un dato che dovrà essere attentamente studiato per capire l’effettiva entità del fenomeno di sovraffollamento (purtroppo a oggi, nei numeri, già presente a livello nazionale). Il nostro sistema di giustizia penale minorile è stato, per anni (e nel silenzio mediatico e pubblico… forse un silenzio benedetto viene da pensare oggi) una eccellenza a livello europeo, basata sul principio di educazione e sul carcere come (vera) extrema ratio. Credo che sia questa la vera emergenza cui dobbiamo impegnarci a rispondere”. Secondo la ricercatrice, “ogni questione di criminalità minorile ci pone di fronte alla questione educativa, culturale e affettiva e interroghi quindi noi adulti, non solo come singoli, ma come comunità (dis)educante”. C’è chi dice che i minori di oggi siano più violenti di quelli di ieri. Su questo Ciuffoletti sottolinea: “Non credo proprio che i giovani di oggi siano più violenti o più fragili, credo che viviamo in una società fragile e violenta. Ma sono convinta che se continuiamo a eludere il nostro compito educante e ad attribuire la responsabilità delle condotte violente dei giovani a categorie predefinite (dalle baby gang, ai maranza, ai minori stranieri non accompagnati) non sposteremo di una virgola la realtà, avalleremo l’idea di una emergenza da contrastare con mezzi eccezionali che esulano dall’ambito dei principi della giustizia minorile”. Detto questo, i reati dei minori aumentano. “Ma la questione dell’aumento dei reati - prosegue la ricercatrice - in particolare di quelli violenti che creano allarme sociale, è altamente discussa in letteratura. Innanzitutto dovremmo avere dati concreti, chiari, trasparenti e pubblici su cui impostare una riflessione tecnica, giuridica e sociologica. Questi dati, a livello nazionale, mancano o non sono chiari. Questo non vuol dire che non dobbiamo studiare e contrastare (che significa anche e soprattutto lavorare sugli strumenti di prevenzione) il fenomeno, anzi ci dice che dovremmo studiarlo di più e meglio e pretendere dati chiari come “buona pratica di democrazia”. La generica dichiarazione di aumento dei reati può giustificare interventi di emergenza e allarme, ma non è su questi presupposti che si costruisce e si porta avanti una buona politica di intervento in ambito di prevenzione dei reati, ma anche di gestione e intervento penale al fine di abbattere la recidiva”. E proprio su questo, Ciuffoletti spende una parola per “il grande sforzo degli operatori della giustizia minorile che lavorano quotidianamente e con impegno per rendere concreto il principio di educazione (e non ri-educazione, come nel diritto penale degli adulti) del diritto penale minorile”. La nuova vita di Edoardo (18 anni) dopo i coltelli e la droga di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 27 gennaio 2026 “Mi sentivo forte, facevo paura agli altri. In realtà stavo morendo”. Il giovane adesso vive in una casa-famiglia in Toscana. “Com’è cominciato? Le compagnie e mio padre assente”. “Quando ho accoltellato quel ragazzo, ricordo di aver sentito il suo sangue caldo nella mia mano. È un pensiero malato, ma in quel momento mi sentivo potente”. Edoardo (nome di fantasia), 18 anni, vive in una casa-famiglia per minori fragili in Toscana gestita dalla Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi. Quando è cominciato tutto? “Alle medie ero tranquillo. Poi ho iniziato a uscire con compagnie sbagliate. Fumavo canne e ho conosciuto ragazzi più grandi di me, sentivo parlare di risse, ne vedevo. È lì che è iniziato tutto. Poi ho iniziato ad essere attratto dai coltelli. A casa ho avuto catane, machete, coltelli a scatto, a serramanico, a farfalla, pugnali”. Perché ti attraevano? “Mi facevano sentire forte. Tagliavano, facevano paura. Guardavo i film...”. Quando hai iniziato a rubare? “A 15 anni. Rubavo a chi capitava: anche adulti. Andavo a Firenze, Napoli, Milano. Spacciavo e rubavo”. Perché rubavi? “Non ero benestante. Se vedevo uno con un orologio da 30mila euro pensavo: se lo può ricomprare. Lo seguivo nei vicoli, coltello alla mano mi facevo dare orologio e portafogli. Era adrenalina che cresceva con le rapine, lo spaccio grosso. Mi sentivo forte. Tornavo in piazza coi soldi, offrivo cene, facevo regali alle ragazze”. Che tipo di rapine hai fatto? “Negozi, tabaccherie. Una rapina in casa di una persona, in gruppo, abbiamo svaligiato tutto”. Cosa vedevi negli occhi delle tue vittime? “Quando tiri fuori un coltello, alcuni se la fanno addosso, altri piangono. Prendevo spesso psicofarmaci che mi portavano a uno stato di apatia totale”. La cosa peggiore che hai fatto? “Ho accoltellato un ragazzo che mi doveva soldi. Durante una rissa ho tirato fuori il coltello e l’ho accoltellato alla pancia e poco sopra. Non so nemmeno se è finito in ospedale”. La tua famiglia sapeva? “Mia mamma si arrabbiava quando uscivo. Sparivo per mesi. Lei non sapeva, era molto fragile. A 16 anni ho smesso di andare a scuola”. Ti hanno mai fermato? “Sì. Ho un processo in corso per porto di arma bianca”. Quando è iniziato il cambiamento? “Estate 2024. Ero andato al mare a Vada. Sulla spiaggia mi son detto: “Non posso continuare così”. Ho pensato a mia mamma, ai nonni, ai miei fratellastri. Una mia cugina era rimasta sola dopo la morte di mia zia. Ho capito che dovevo esserci”. Chi ti ha aiutato? “La mia ex ragazza e il Serd, che mi ha proposto la comunità. Un mio amico d’infanzia era già lì. Lo vedevo migliorare. Pensavo: se ce la fa lui, posso farcela anch’io”. Perché prima non stavi bene, anche se ti sentivi “forte”? “Era apparente. Dentro stai male. Quando passa l’effetto delle sostanze e la sera ripensi a tutto, senti il peso”. Hai capito da dove veniva quel dolore? “Una cosa l’ho capita: la mancanza di mio padre. Gli altri bambini erano al parco col babbo, io no. Lui ha avuto altre donne, non mi ha mai cercato davvero. Quando sono nato era all’estero”. Perché oggi stai bene in comunità? “Ho ritrovato rapporti sani, amici veri. Tutti vogliamo imparare a vivere. Prima stavamo morendo lentamente”. La tua giornata tipo? “Zappiamo l’orto, costruiamo, cuciniamo. Andiamo a parlare nelle scuole, giochiamo a calcio. Mi affido agli educatori. Ho ritrovato una famiglia e ripreso il rapporto con mia mamma”. Hai avuto un momento di svolta emotiva? “Quest’estate, dopo un bagno al mare. Dovevo fare le pizze. Ho messo una canzone e mi sono messo a piangere. Pensavo a mia nonna, a mia mamma, alla mia famiglia, ai ragazzi della comunità. Pensavo: “Sto facendo la pizza per loro, che bello”. Mi sentivo libero”. Prima non lo eri? “No, ero in gabbia. La droga e lo spaccio diventano un lavoro: svegliarti presto, procurarti la roba, dividerla, venderla. Davanti avevo solo la morte o il carcere. Invece oggi sono vivo. E sono libero”. Il tuo sogno? “Avere una famiglia normale”. Il report sui femminicidi del Ministero dell’Interno: numeri senza dati di Donata Columbro Il Domani, 27 gennaio 2026 Non c’è l’età di chi li ha commessi, o delle vittime, la ripartizione geografica, non sappiamo se gli autori (o le autrici) hanno commesso suicidio dopo l’atto, non ci sono indicazioni su denunce pregresse. Non conosciamo nemmeno la loro nazionalità. Giulia Sudano, presidente del think tank femminista Period, “così risultano inutilizzabili, compromettendo l’analisi del fenomeno, anche da parte delle istituzioni stesse”. Con il femminicidio di Federica Torzullo, 41 anni, di Anguillara Sabazia (Roma), il marito, principale indagato, viene accusato della nuova fattispecie di reato. Come cambieranno le pubblicazioni dei dati del ministero dell’Interno sugli omicidi volontari, con il nuovo articolo 577 bis del codice penale? Al momento non ci sono indicazioni. Anzi, sono spariti anche i report trimestrali. Al loro posto è comparso il report annuale relativo al 2025, e ci sarebbe anche una buona notizia: in generale, gli omicidi sono diminuiti del 15 per cento e le vittime di genere femminile sono 97, con un calo del 19 per cento rispetto alle 118 del 2024. Ma questa è l’unica analisi possibile con i dati che produce il servizio analisi criminale, o quasi. Possiamo ancora valutare una diminuzione degli omicidi commessi in ambito familiare e affettivo, che scendono da 158 a 128, e leggiamo che le donne uccise in famiglia sono 85 (erano 101 due anni fa). Gli omicidi commessi da partner ed ex partner restano invece stabili, 62, come nel 2024. Il patriarcato uccide ovunque e in ogni classe sociale: 84 femminicidi nel 2025 (più 7 morti indotte) Non possiamo dire altro. Non c’è l’età di chi ha commesso l’omicidio, o delle vittime, non abbiamo una ripartizione geografica, non sappiamo se gli autori (o le autrici) hanno commesso suicidio dopo l’atto, non ci sono indicazioni su denunce pregresse, o se le persone uccise erano coinvolte nel traffico di esseri umani o nel sex work. Non conosciamo nemmeno la loro nazionalità. Ci sono dei numeri, ma non sono dati: in effetti, il documento promette quello che poi mantiene, e cioè semplicemente riassume l’andamento degli omicidi “con particolare attenzione ai delitti potenzialmente legati a liti familiari e violenza domestica”, avvenuti nel 2025. Una modalità di presentare i dati che è stata criticata più volte dalle associazioni del settore, che lo scorso novembre hanno lanciato una campagna e una petizione per far applicare la legge 53 del 2022, dove sono ben esplicitate le indicazioni su come raccogliere e pubblicare i dati sulla violenza di genere. Nel report del ministero non è nemmeno possibile conoscere il sesso dell’autore o dell’autrice: sappiamo chi è stato ucciso, ma non da chi. I femminicidi sono dappertutto. Ma di più dove le donne sono più emancipate E i tentati femminicidi? Un altro dato che manca a livello istituzionale, se pensiamo che le notizie in queste prime settimane del 2026 riguardano almeno tre donne, il caso di Muggiò, la 22enne accoltellata dal compagno in provincia di Torino, e la donna di 44 anni che a Ventimiglia si è gettata dal balcone per sfuggire al marito violento. Per quest’ultima ha già deciso il giudice delle indagini preliminari, però: si prostituiva, e quindi “non c’entra il femminicidio”. Ma dire “non c’è odio discriminatorio”, è in contrasto anche con le indicazioni delle Nazioni Unite che raccomandano di valutare anche lo sbilanciamento di potere all’interno della relazione. “Senza dati aperti non possiamo comprendere né prevenire la violenza di genere”. La campagna che chiede trasparenza L’unico modo per fare analisi sul fenomeno quindi è fare affidamento sulle indagini annuali di Istat, che però sono pubblicate ogni novembre e si riferiscono all’anno precedente. Oppure produrre dati in modo autonomo, come fa l’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno, e come fanno tante giornaliste e attiviste. Anna Bardazzi, autrice del podcast Ricorda il mio nome, ha un file excel dove monitora le donne uccise e le donne scomparse, e di recente ha pubblicato un’analisi relativa al 2025 nella sua newsletter: “La più giovane aveva 14 anni. La più grande aveva 89 anni”, si legge. E ancora: “Su 83 autori, 21 sono uomini migranti di diverse nazionalità. Tra le loro vittime, soltanto 4 sono italiane, mentre essere una donna migrante è un fattore di rischio (33,7 per cento)”. Bardazzi cita anche i “femminicidi per procura”, quelli che in Spagna sono contati come violenza vicaria, cioè figli, genitori e altre persone uccise per colpire la donna. Combattere il patriarcato è anche una questione di dati Perché non troviamo questo livello di dettaglio nel report del ministero dell’Interno? “Raccogliamo i dati in maniera indipendente perché non possiamo farne a meno”, spiega Bardazzi, “È importante per poter contrastare la narrativa errata che ci viene proposta, ma anche per fare sensibilizzazione”. Violenze e femminicidi, tutti i paradossi della destra Il think tank femminista Period ha provato a ottenere i dati istituzionali mancanti con una richiesta di accesso civico, ma, anche qui, non mancano i problemi: “Ci sono dati duplicati e relazioni tra variabili non corrette”, conferma Giulia Sudano, presidente dell’associazione, “e così risultano inutilizzabili, compromettendo l’analisi del fenomeno, anche da parte delle istituzioni stesse”. Ricorsi al Tar, post sui social e denunce: l’infuocata campagna referendaria di Giulia Merlo Il Domani, 27 gennaio 2026 Il messaggio, poi cancellato, citava l’omicidio di Pretti a Minneapolis. Il segretario Maruotti si è scusato, ma il ministro “Falsità indegne”. Attesa la decisione del Tar sulla data del referendum. Sembra impossibile abbassare la tensione intorno alla campagna referendaria sulla riforma della magistratura e il clima rischia solo di peggiorare, nonostante manchino ancora almeno due mesi al voto. Almeno, perché oggi il Tar Lazio deciderà in camera di consiglio sul ricorso dei 15 promotori della raccolta firme, secondo cui la data del 22-23 marzo è stata fissata senza tenere in conto la loro iniziativa e dunque violando i precetti anche costituzionali per la convocazione del referendum e dunque anche per l’inizio della campagna elettorale. In ogni caso, il gruppo dei Quindici sarà in Cassazione domani per il deposito delle firme, che hanno raggiunto quota 546mila, su un quesito che è diverso da quello già approvato dalla Suprema corte, e anche questo potrebbe essere oggetto di ulteriori questioni giuridiche. Intanto, però, non c’è giorno che passa senza scontri sempre più muscolari tra i sostenitori del Sì e quelli del No. Ieri è stato il giorno dello scivolone dell’Associazione nazionale magistrati, finita al centro della polemica a causa di un post su Facebook del segretario dell’Anm, Rocco Maruotti. Il magistrato ha condiviso la foto dell’uccisione a Minneapolis di Alex Pretti, scrivendo: “Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella “democrazia” al cui sistema giudiziario è ispirata la riforma Meloni-Nordio”, con il tag al comitato referendario “Giusto dire No”. Il post è stato rimosso dopo poco, mentre sotto al post erano arrivati commenti di critica, ma sul web nulla sparisce mai per davvero e il tutto era già stato screenshottato. Subito è arrivata la dura presa di posizione dell’Unione camere penali italiane, che ha espresso “profondo sconcerto per il contenuto e per il metodo comunicativo e “ancora più grave è che provenga da un magistrato”, che così “diffonde vere e proprie falsità e produce come unico effetto l’ulteriore indebolimento della credibilità e dell’autorevolezza della magistratura”. A spegnere lo scontro non sono bastate le scuse pubbliche di Maruotti, che ha detto di aver rimosso il post “dopo pochi minuti perché, per come era scritto, si prestava ad essere strumentalizzato” e “non ritenevo e non ritengo opportuno paragonare la situazione statunitense con quella italiana, pertanto mi scuso con chi vi ha letto un accostamento improprio”. Poi ha spiegato che “la critica era rivolta a ciò che sta accadendo in questi giorni a Minneapolis e mirava a mettere in evidenza il fatto che il sistema accusatorio puro non rappresenta necessariamente un argine ad ingiustizie”, ha detto facendo riferimento al modello giudiziario in vigore negli Stati Uniti. Omicidio di Alex Pretti a Minneapolis, bufera sull’Anm per un post (rimosso) del segretario. Nordio: “Indegno” L’affondo di Nordio Le scuse non sono bastate né al ministro della Giustizia Carlo Nordio, né al centrodestra, che ha attaccato duramente il post pur cancellato di Maruotti. Il guardasigilli ha definito le scuse “inaccettabili” e una “retromarcia tardiva e grottesca”, attribuendo il post a “un intelletto inadeguato” o alla “debolezza di un cuore incapace di essere coerente con le proprie pulsioni”. Nel merito, ha auspicato che i magistrati “cestinino questo disgustoso messaggio nella pattumiera della vergogna. Esso offende non solo governo e parlamento ma anche chi amministra la giustizia”. Con una chiusa preoccupante per i rapporti futuri con il sindacato delle toghe: “Un dialogo con simili indegni interlocutori sarebbe irrimediabilmente compromesso”. L’effetto è stato quello di altra benzina sul fuoco, in un confronto già surriscaldato da settimane di reciproche accuse di aver alzato i toni in modo inaccettabile: da una parte la denuncia penale da parte di un comitato per il Sì contro lo slogan sui cartelloni dell’Anm in favore del No, dall’altra i magistrati a stigmatizzare la “costante delegittimazione” da parte del governo. E, a giudicare dai toni raggiunti ieri, il picco dello scontro non è stato ancora toccato. La propaganda per il Sì al referendum sulla giustizia arriva nelle scuole Le conseguenze Le conseguenze rischiano di non essere finite qui. Al Csm, le consigliere laiche di centrodestra Claudia Eccher e Isabella Bertolini hanno infatti chiesto l’apertura di una pratica contro Maruotti, parlando di un post “che travalica i confini dell’agone politico, (ammettendo che anche un magistrato possa parteciparvi) con il maldestro tentativo di diffondere un pericolo di deriva autoritaria dello Stato”. Per questo hanno chiesto di verificare l’incidenza di questa condotta sulla valutazione di professionalità di Maruotti e di valutare eventuali illeciti disciplinari. A prendere indirettamente le distanze dal collega è stata Magistratura indipendente, la componente conservatrice delle toghe (Maruotti aderisce ad Area, la corrente progressista) di cui fa parte il presidente dell’Anm, Cesare Parodi che però non ha firmato la nota del suo gruppo. Il comunicato dei vertici di Mi ha richiamato tutti “specie coloro che ricoprono cariche rappresentative” a mantenere “nel dibattito pubblico e sui social network la necessaria postura istituzionale”. Nel giorno di uno scontro così violento (all’indomani di un’altra polemica nata nei giorni scorsi a Catania per l’iniziativa di una parrocchia di far svolgere in chiesa un momento di “chiarimenti sul contenuto del referendum” forniti da due magistrati in favore del No) sul referendum è intervenuto anche il presidente della Cei, Matteo Zuppi all’inizio del Consiglio episcopale. Il cardinale ha invitato “tutti ad andare a votare dopo essersi informati e “aver ragionato sulla posta in gioco”“, sottolineando che “autonomia e indipendenza” delle toghe sono “connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto”. Zuppi difende la Costituzione, ed entra nel dibattito sulla giustizia. La fiera delle bufale sulle carriere separate di Angela Stella L’Unità, 27 gennaio 2026 Ieri le scuse di Maruotti (Anm), che aveva accostato le gesta dell’Ice agli obiettivi della riforma, e la velenosa replica di Nordio. Ma anche a destra la campagna per il Sì sembra aver perso la bussola. E rischia di rendere un servizio al fronte opposto. Abbandonata qualsiasi analisi dotta sul testo della riforma sulla separazione delle carriere, in queste settimane a predominare è la propaganda. Per giorni è stato criticato pesantemente lo slogan del Comitato “Giusto dire No” dell’Anm (“Vorresti giudici che dipendono dalla Politica? No). Ieri poi a subire una shitstorm è stato il Segretario dell’Anm Rocco Maruotti che su Facebook ha accostato l’immagine dell’uccisione di Alex Pretti ad opera di agenti dell’ICE alla modifica costituzionale. Lui poi ha cancellato post e si è scusato. Ma non ha evitato la velenosa e forse eccessiva reazione di Nordio: “Prendo atto della retromarcia tardiva e grottesca del segretario della ANM. Dopo il suo comunicato così indegno, le scuse, inaccettabili, rivelano o un intelletto inadeguato alla importanza della carica o la debolezza di un cuore incapace di essere coerente con le proprie pulsioni”. Chissà se fino a marzo non si prenderanno letteralmente a schiaffi. Ma oggi guardiamo dall’altra parte dello schieramento, mettendo in fila tutta una serie di dichiarazioni spesso usate proprio per giustificare dinanzi all’elettorato di destra la necessità di confermare nelle urne il provvedimento approvato dal Parlamento. Il filo conduttore che le lega è l’insofferenza del Governo verso decisioni sgradite della magistratura. Così facendo però si rischia, deviando dalla reale sostanza della riforma, che una parte di elettorato di sinistra favorevole al Sì potrebbe votare No. Ma vediamo nel dettaglio. In un intervento al Cnf il 7 aprile 2025 il sottosegretario Alfredo Mantovano, aveva tuonato: “oggi c’è il blocco delle espulsioni grazie a decisioni giudiziarie, c’è il blocco della sicurezza, della politica industriale che voglia raggiungere certi obiettivi, si pensi all’Ilva, grazie a decisioni giudiziarie. C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta”. Poi il ministro Matteo Salvini il 22 novembre aveva definito “sequestro” la scelta da parte del Tribunale dei minori de L’Aquila di allontanare i bimbi della cosiddetta famiglia nel bosco e aveva concluso: “anche questa storia dimostra che una riforma della giustizia sarà fondamentale”. Dopo arrivò Carlo Nordio al Corriere della Sera: “Il governo Prodi cadde perché Mastella, mio predecessore, fu indagato per accuse poi rivelatesi infondate. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. Nel suo recente libro ha rafforzato il suo pensiero: “è abbastanza singolare che per raccattare qualche consenso oggi” le opposizioni “compromettano la propria libertà di azione domani”. Espressione, quest’ultima, che Luciano Violante sempre sul Corsera di qualche giorno fa ha interpretato come il desiderio del governo di non sottoporsi al controllo giurisdizionale. E come non ricordare la premier Giorgia Meloni che nella conferenza stampa di inizio anno aveva detto: “Spesso i magistrati sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine. Posso citare decine di casi”. Uno dei suoi fedelissimi Galeazzo Bignami invece si dà molto da fare sui social: “Occupare le strade? Per i giudici non è reato. Vota Sì”; “le Forze dell’Ordine arrestano e certe toghe liberano i criminali. Anche per questo dobbiamo votare Sì”; “carabinieri e Forze dell’Ordine arrestano e le toghe rosse liberano. Anche per questo dobbiamo votare SÌ”. Proprio sui social di Fratelli d’Italia pochi giorni fa abbiamo letto: “Il Governo trasferisce gli immigrati clandestini in Albania, la magistratura rossa lo impedisce. Sì riforma”. Quelle di Bignami e dei suoi Fratelli sono chimere, perché nessuno, qualora la riforma passasse, potrebbe impedire ai giudici di scarcerare o prendere ancora provvedimenti non in linea col Governo in tema di immigrazione che, tra l’altro, non vengono toccati dalla norma perché riguardano la giustizia civile. Bignami poi auspica che con la riforma ci sia più gente in carcere. Ma è stato proprio Nordio a sostenere che grazie alla riforma si romperà quel presunto rapporto di sudditanza tra pm e gip così da impedire l’abuso delle misure cautelari. Quanta confusione e propaganda a destra. Ma negli ultimissimi giorni è stata la tragedia di Crans-Montana ad alzare la tensione. Pomo della discordia tra Italia e Svizzera la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti. Il vice premier di Forza Italia, Antonio Tajani ha detto: “valuteremo tutte le iniziative giudiziarie e politiche a cominciare dal rivolgere un appello alle autorità politiche cantonali affinché facciano pressioni perché il processo vada avanti rapidamente, che non si inquinino le prove e ancora meglio se il processo può essere affidato alla magistratura in via straordinaria di un altro cantone”. Dichiarazioni che hanno suscitato la ferma reazione del presidente federale elvetico Guy Parmelin: “in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane. In Svizzera vige la separazione dei poteri e deve essere rispettata. La politica non può interferire”. Una lezione di diritto d’oltralpe. Ma a dare manforte ai No ci ha pensato sempre Tajani sabato dalla kermesse di Forza Italia: “Non basta la separazione delle carriere”. Serve anche altro: “aprire un dibattito su se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati”. Immediata sui social la reazione dei magistrati, come il procuratore Mario Palazzi: “il vero scopo della riforma è togliere il controllo del pm sulla Polizia Giudiziaria. Significa che chi deciderà su cosa indagare saranno i ministri da cui dipendono Arma dei Carabinieri (Difesa), Guardia di Finanza (Mef), Polizia di Stato (Interni)”. Cara destra è necessaria tutta questa propaganda? O siete sicuri di vincere o avete perso la bussola. Quando l’interrogatorio di garanzia in materia di misure cautelari è nullo? ordinamentopenale.it, 27 gennaio 2026 Cass. pen., sez. II, 9/12/2025 (ud. 9/12/2025, dep. 22/01/2026), n. 2653 (Pres. Verga, Rel. Saraco). Una delle questioni giuridiche, affrontate dalla Suprema Corte nel caso di specie, riguardava quando l’interrogatorio di garanzia in materia di misure cautelari è nullo. Ma, prima di vedere come il Supremo Consesso ha trattato siffatta questione, esaminiamo brevemente il procedimento in occasione del quale è stata emessa la sentenza qui in commento. Il Tribunale di Napoli, in sede di riesame, confermava un’ordinanza con cui il G.i.p. del Tribunale di Torre Annunziata aveva disposto nei confronti dell’indagato la misura cautelare della custodia in carcere, per i reati di furto aggravato, rapina aggravata e lesioni aggravate. Ciò posto, avverso questa decisione ricorreva il difensore il quale, tra i motivi ivi addotti, deduceva inosservanza di norma processuale e violazione di legge in relazione agli artt. 293, 294 e 179, lett. C), cod. proc. pen.. Come la Cassazione ha affrontato tale questione giuridica - Il Supremo Consesso riteneva il motivo suesposto infondato. In particolare, tra le argomentazioni che inducevano la Suprema Corte ad addivenire a siffatto esito decisorio, era richiamato quell’orientamento nomofilattico secondo cui, “in tema di misure cautelari, l’interrogatorio di garanzia è nullo, con conseguente perdita di efficacia della misura cautelare, nel solo caso di omesso deposito degli atti ex art. 293 cod. proc. pen.[1], mentre il mancato rilascio di copia degli stessi non determina alcuna invalidità, difettando un’espressa previsione di nullità. (In motivazione, la Corte ha precisato che il diritto di difesa è garantito dalla consultazione degli atti, non potendosi assicurare anche il rilascio di copia, atteso che tale operazione potrebbe risultare materialmente impossibile in considerazione della mole degli atti da riprodurre)” (Sez. 6, n. 55848 del 04/10/2017; più di recente, non massimata sul punto, Sez. 2, n. 42065 del 12/09/2019). I risvolti applicativi - In materia di misure cautelari, l’interrogatorio di garanzia è nullo - con conseguente perdita di efficacia della misura - solo per omesso deposito degli atti ex art. 293 c.p.p., mentre il mancato rilascio di copia non produce nullità in assenza di previsione normativa. Ai sensi del quale: “1. Salvo quanto previsto dall’articolo 156, l’ufficiale o l’agente incaricato di eseguire l’ordinanza che ha disposto la custodia cautelare consegna all’imputato copia del provvedimento unitamente a una comunicazione scritta, redatta in forma chiara e precisa e, per l’imputato che non conosce la lingua italiana, tradotta in una lingua a lui comprensibile, con cui lo informa: a) della facoltà di nominare un difensore di fiducia e di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge; b) del diritto di ottenere informazioni in merito all’accusa; c) del diritto all’interprete ed alla traduzione di atti fondamentali; d) del diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere; e) del diritto di accedere agli atti sui quali si fonda il provvedimento; f) del diritto di informare le autorità consolari e di dare avviso a un familiare o ad altra persona di fiducia; g) del diritto di accedere all’assistenza medica di urgenza; h) del diritto di essere condotto davanti all’autorità giudiziaria non oltre cinque giorni dall’inizio dell’esecuzione, se la misura applicata è quella della custodia cautelare in carcere ovvero non oltre dieci giorni se la persona è sottoposta ad altra misura cautelare; i) del diritto di comparire dinanzi al giudice per rendere l’interrogatorio, di impugnare l’ordinanza che dispone la misura cautelare e di richiederne la sostituzione o la revoca; i-bis) della facoltà di accedere ai programmi di giustizia riparativa. 1-bis. Qualora la comunicazione scritta di cui al comma 1 non sia prontamente disponibile in una lingua comprensibile all’imputato, le informazioni sono fornite oralmente, salvo l’obbligo di dare comunque, senza ritardo, comunicazione scritta all’imputato. 1-ter. L’ufficiale o l’agente incaricato di eseguire l’ordinanza informa immediatamente il difensore di fiducia eventualmente nominato ovvero quello di ufficio designato a norma dell’articolo 97 e redige verbale di tutte le operazioni compiute, facendo menzione della consegna della comunicazione di cui al comma 1 o dell’informazione orale fornita ai sensi del comma 1-bis. Il verbale è immediatamente trasmesso al giudice che ha emesso l’ordinanza e al pubblico ministero. 2. Le ordinanze che dispongono misure diverse dalla custodia cautelare sono notificate all’imputato. 3. Le ordinanze previste dai commi 1 e 2, dopo la loro notificazione o esecuzione, sono depositate nella cancelleria del giudice che le ha emesse insieme alla richiesta del pubblico ministero e agli atti presentati con la stessa. Avviso del deposito è notificato al difensore. Il difensore ha diritto di esaminare e di estrarre copia dei verbali delle comunicazioni e conversazioni intercettate di cui all’articolo 291, comma 1. Ha in ogni caso diritto alla trasposizione, su supporto idoneo alla riproduzione dei dati, delle relative registrazioni. 4. Copia dell’ordinanza che dispone una misura interdittiva è trasmessa all’organo eventualmente competente a disporre l’interdizione in via ordinaria. 4-bis. Copia dell’ordinanza che dispone la custodia cautelare in carcere nei confronti di madre di prole di minore età è comunicata al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del luogo di esecuzione della misura”. Prato. Nuovi abusi sessuali e violenze nel carcere della Dogaia di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 27 gennaio 2026 La segnalazione della Procura che ricostruisce almeno 4 aggressioni da fine novembre ad oggi tra i detenuti nel carcere di Prato. Liti e tentativi di abusi, violenza tra detenuti e sui detenuti. Ancora una volta un bollettino disarmante di aggressioni e presunti abusi sessuali arriva dal carcere: la Dogaia di Prato è nel caos. La Procura pratese segnala una nuova recrudescenza di episodi criminali nella struttura penitenziaria al centro di numerosi interventi repressivi già avviati nei mesi di giugno e novembre del 2025. Secondo quanto riferito dal procuratore Luca Tescaroli l’ultimo caso risale a sabato scorso, il 24 gennaio, quando un detenuto marocchino di 25 anni sarebbe stato brutalmente aggredito nella propria cella, verosimilmente da un altro detenuto, in un contesto collegato a una violenza sessuale. Il giovane ha riportato ferite giudicate gravi, con una prognosi iniziale di trenta giorni. Un episodio analogo - emerge in queste ore - si sarebbe verificato pochi giorni prima, il 16 gennaio, quando un detenuto italiano di 27 anni sarebbe stato vittima di un’aggressione finalizzata, anche in questo caso, alla commissione di violenza sessuale. La Procura ricostruisce inoltre un fatto avvenuto il 22 dicembre scorso: un recluso brasiliano di vent’anni sarebbe stato colpito al volto e al braccio sinistro con un pezzo di legno da un altro detenuto, su mandato di una terza persona. Nella nota della procura si richiama anche un episodio risalente al 29 novembre 2025, quando - sempre secondo l’ufficio giudiziario - un agente della polizia penitenziaria avrebbe esercitato violenza “gratuita” nei confronti di un detenuto che si trovava in infermeria. Un quadro che, sottolinea la Procura, si accompagna a segnalazioni ricorrenti di “scarsa tutela per il personale sanitario esterno che opera nella struttura e che, in più occasioni, si sarebbe trovato a contatto con detenuti in condizioni di rischio”. La magistratura parla insomma di un preoccupante ritorno di tensioni e condotte criminali all’interno dell’istituto e lascia intendere che gli accertamenti proseguiranno per chiarire responsabilità e dinamiche dei singoli episodi. Un nuovo campanello d’allarme sulla sicurezza precaria del carcere pratese. Bolzano. Carcere, un progetto per ripartire di Lorenzo Nicolao Corriere dell’Alto Adige, 27 gennaio 2026 Intesa col Comune per impiegare i detenuti in lavori socialmente utili. Si comincia a febbraio. Partecipare a lavori di manutenzione e pulizia utili alla comunità e guadagnare la possibilità di reinserirsi nella società, magari trovando anche lavoro. I detenuti del carcere di Bolzano potranno farlo da febbraio grazie al protocollo d’intesa firmato dal sindaco Claudio Corrarati e dal direttore dell’istituto penitenziario Giovangiuseppe Monti. Un lavoro svolto in prima linea dall’assessora alle Politiche sociali Patrizia Brillo e dall’area educativa della Casa circondariale. Si comincerà dal primo febbraio con un gruppo di cinque-sei detenuti, ai quali siano già state autorizzate misure come l’assegno di libertà o la possibilità di lavorare all’esterno dell’istituto. Il progetto, che sarà ridefinito, organizzato e possibilmente esteso in base ai risultati raggiunti, mira a reinserire queste persone all’interno del tessuto sociale attraverso attività come la cura del verde pubblico, la pulizia degli argini di corsi d’acqua come il Talvera e l’Isarco o altri lavori di manutenzione, come, l’annunciata rimozione di spore e muffe dalle lapidi del cimitero comunale. L’assessorato al Sociale e la direzione del carcere ritengono possa essere importante non solo per dare ai detenuti la possibilità di responsabilizzarsi e sdebitarsi con la società, ma anche di ritagliarsi maggiori opportunità professionali, una volta usciti dall’istituto. Per gestire meglio il progetto, si partirà con un periodo “di collaudo” di due mesi (febbraio-aprile), per poi proseguire nel corso del 2026 con due periodi di quattro mesi ciascuno, incoraggiando una rotazione dei detenuti. La partecipazione al progetto sarà comunque su base volontaria e tiene conto degli ingressi e delle uscite frequenti che caratterizzano la struttura (attualmente i detenuti presenti nel carcere di via Dante sono 102, su una capienza di 88). Al momento di firmare il protocollo, Corrarati ha sottolineato che rigore e rispetto delle regole, anche in questi progetti, non sono in contrasto con l’integrazione dei detenuti, ma possono essere per loro il ponte ideale per evitare che il carcere sia un mondo a sé, lontano dalla società. “Non vogliamo essere solo spettatori, fornendo le strutture. Come amministrazione vogliamo partecipare attivamente, dando a queste persone la possibilità di partecipare alla cura e al decoro della città. Saranno comunque rispettate le autorizzazioni ricevute da Procura e Tribunale. Verrà fornita anche una copertura assicurativa”. L’assessora Brillo sottolinea il valore della funzione rieducativa, affermando che “i lavori socialmente utili, con l’aspetto del reinserimento sociale, possono prevenire efficacemente la reiterazione dei reati e ridurre i casi di recidiva”. Il direttore Monti, anche in merito al progetto, sottolinea l’importanza di avere un carcere in città, nonostante la costante necessità di una nuova struttura. E aggiunge: “Non è la prima nostra iniziativa di questo tipo, ma con questo protocollo possiamo finalmente disporre di un calendario strutturato che speriamo possa coinvolgere sempre più persone e realtà. Ogni istituto dovrebbe offrire per legge questa opportunità, ma passare dalle linee programmatiche alla loro realizzazione non è mai scontato”. Genova. Consulta Carcere-Città, al via il primo incontro ufficiale a Palazzo Tursi di Claudio Critelli comune.genova.it, 27 gennaio 2026 Si è svoto ieri mattina a Palazzo Tursi il primo incontro ufficiale della Consulta Carcere-Città, l’organismo istituito dal Comune di Genova per avviare un confronto strutturato e continuativo tra Amministrazione, sistema penitenziario e realtà del territorio. L’incontro segna l’avvio operativo di un percorso avviato formalmente lo scorso 5 novembre, quando la Giunta comunale ha approvato la delibera istitutiva della Consulta, rendendo Genova il primo Comune italiano a dotarsi di uno strumento stabile dedicato al rapporto tra carcere e città. La Consulta nasce da un lavoro condiviso promosso dall’assessora al Welfare Cristina Lodi, insieme all’assessora alla Sicurezza urbana Arianna Viscogliosi, all’assessore Politiche abitative Davide Patrone, all’assessora alle Pari opportunità Rita Bruzzone e all’assessore a Servizi Civici e Diritto di cittadinanza Emilio Robotti intervenuti anche all’incontro odierno: “Con l’avvio operativo della Consulta Carcere-Città prende forma un percorso che abbiamo voluto con convinzione per affrontare in modo coordinato una realtà complessa, che coinvolge aspetti sociali, educativi, giuridici e legati alla sicurezza. L’istituzione della Consulta nasce dalla consapevolezza che il carcere non può essere considerato un ambito separato, ma una parte integrante della nostra comunità, con cui è necessario costruire un dialogo stabile e strutturato. Attraverso questo strumento intendiamo dare concretezza ai principi costituzionali, promuovendo responsabilità, inclusione e reali opportunità di reinserimento. La Consulta sarà un luogo permanente di confronto e progettazione, capace di mettere in relazione istituzioni e territorio. L’obiettivo è duplice: migliorare le condizioni di vita delle persone detenute e accompagnarne il ritorno nella società, contrastando lo stigma e contribuendo a costruire una città più giusta, consapevole e solidale”. Nel corso dell’incontro sono state definite le linee guida che orienteranno il lavoro della Consulta nei prossimi mesi. È stato concordato che le attività si svilupperanno attraverso appuntamenti periodici, organizzati per affrontare in modo coordinato sei macroaree tematiche: sanità e cura, cittadinanza e diritti civili, sicurezza, abitare, servizi educativi e tutela della donna, lavoro. I diversi tavoli opereranno in modo integrato, favorendo il confronto tra competenze e la costruzione di risposte condivise, capaci di incidere concretamente sui bisogni emersi. Nel delineare l’impostazione generale, sono state individuate alcune direttrici prioritarie: il rafforzamento dei percorsi di responsabilizzazione e formazione, la valorizzazione delle misure alternative alla detenzione, la promozione della giustizia riparativa, l’attenzione alle situazioni di fragilità e alle differenze di genere, la salvaguardia dei legami familiari e il sostegno al reinserimento sociale, lavorativo e abitativo. Oltre al Comune di Genova, alla Consulta partecipano, fra gli altri, Udepe, Ussm, Università, Asl, Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria, magistratura di sorveglianza, direzioni degli istituti penitenziari cittadini, garanti delle persone private della libertà personale e realtà del terzo settore. Un modello di governance condivisa che riprende e consolida un’esperienza avviata in città nei primi anni Duemila, rendendola oggi stabile e strutturata. La Consulta sarà progressivamente aperta a tutte le realtà che, a vario titolo, si occupano delle tematiche legate al carcere, con l’obiettivo di ampliare e rafforzare il percorso già avviato, favorendo un confronto sempre più ampio e una collaborazione stabile tra i diversi soggetti coinvolti. Con l’avvio ufficiale delle attività della Consulta Carcere-Città, Genova ribadisce una visione che riconosce la funzione rieducativa della pena e il valore dell’inclusione come elementi fondamentali per la coesione sociale, nella convinzione che la sicurezza si costruisca anche offrendo opportunità concrete di reinserimento e partecipazione. Reggio Emilia. “Cicatrici nascoste”: la poesia come riscatto e rinascita sociale di Viola Mancuso gnewsonline.it, 27 gennaio 2026 La poesia come strumento di libertà interiore e possibilità di reinserimento sociale. È questo il cuore della mostra poetica “Cicatrici nascoste”, inaugurata il 17 gennaio 2026 presso la Biblioteca Don Milani di Carpineti, un progetto culturale e umano di grande valore sociale nato dalla collaborazione tra l’Amministrazione Comunale di Carpineti, i volontari della Biblioteca, don Angelo Guidetti della parrocchia di Castelnovo Ne’ Monti e l’artista operatrice volontaria Anna Protopapa. La mostra, visitabile fino al 14 febbraio 2026, racconta il percorso di Daniel Palladino, giovane poeta che scrive con lo pseudonimo di Kura Levi, che si è avvicinato alla scrittura durante il suo periodo di detenzione all’interno del laboratorio artistico “Liberi Art”, attivo presso la casa circondariale di Reggio Emilia. Un laboratorio in cui il detenuto ha scoperto la scrittura poetica come mezzo per dare forma alle proprie emozioni, trasformando il dolore in parole e trovando, attraverso l’arte, una nuova consapevolezza di sé. Da circa tre mesi Daniel sta espiando la sua pena in misura alternativa e “Cicatrici nascoste” rappresenta il suo primo vero debutto pubblico. Grazie all’autorizzazione del magistrato, il poeta ha potuto essere presente all’inaugurazione, vivendo un momento simbolico di forte significato personale e collettivo. L’esposizione presenta 23 opere letterarie, testi intensi e profondi che esplorano il mondo interiore dell’artista, i passaggi più significativi della sua vita, gli ostacoli affrontati e il percorso che ha fatto emergere questo suo talento, offrendogli la possibilità di un nuovo inizio. Le poesie di Kura Levi parlano di fragilità, errori, consapevolezza e speranza, donando uno sguardo autentico su come l’arte possa diventare strumento di crescita personale anche nei contesti più difficili. L’evento è stato aperto dal saluto del vice sindaco di Carpineti, Gabriele Fontana, seguito da un dialogo tra l’organizzatrice della mostra e il poeta. Un confronto intenso, durante il quale Daniel ha condiviso con il pubblico, composto da numerosi giovani, la propria storia: “Gli ostacoli incontrati lungo il mio cammino hanno influito anche sul mio modo di scrivere e sugli argomenti che tratto. Ho trasformato la consapevolezza dei miei errori in un’opportunità di apprendimento e crescita. Attraverso l’arte mi sono sentito libero, anche quando ero rinchiuso in quattro mura. Spero che ciò che scrivo possa aiutare anche solo una persona a trovare la forza di andare avanti, quella spinta che io per anni ho cercato e che ho finalmente trovato nella poesia”. Una testimonianza forte, che dimostra come il cambiamento e la rinascita siano possibili quando esistono la volontà di riscattarsi e le giuste opportunità, dentro e fuori dal carcere. Piacenza. Detenute in scena alle Novate “È interesse di tutti che il carcere sia luogo di qualità” piacenzasera.it, 27 gennaio 2026 “Il Giubileo in alta sicurezza” porta in scena le detenute alle Novate - Tesse un’analogia fra le detenute che desiderano riabilitarsi e i pellegrini in cerca di perdono lo spettacolo “Giubileo in alta sicurezza”, che andrà in scena venerdì 6 febbraio presso la Casa Circondariale di Piacenza. La drammaturgia, poetica e potente, mette al centro della scena il viaggio: quello dei pellegrini, che si mettono in cammino per realizzare nell’incontro con l’altro la propria conversione; e poi il viaggio, necessariamente solo interiore, dalle persone ristrette, che scontando la propria pena, cercano perdono e salvezza. Il cast, non a caso, è composto da un gruppo di quattro attrici-detenute del circuito dell’Alta sicurezza, di recente trasferite dalla Casa di reclusione di Vigevano a quella di Piacenza, che nei mesi scorsi hanno preso parte a un percorso teatrale condotto dal pluripremiato drammaturgo, regista e docente di teatro partecipato Mimmo Sorrentino. Insieme a loro, le attrici professioniste Adriana Busi e Monica Garcia. Il “Giubileo in alta sicurezza” rientra nel più ampio progetto “Educarsi alla libertà” promosso dalla cooperativa sociale Teatroincontro, patrocinato dal Ministero della Giustizia e dal Mibact e sostenuto dalla Fondazione Piacenza e Vigevano. Già attivo da diversi anni nella Casa circondariale di Vigevano, il progetto finora ha prodotto spettacoli rappresentati in teatri stabili, di ricerca, in tante Università italiane, che sono stati visti da oltre 12mila spettatori. Lo spettacolo è stato presentato durante una conferenza stampa nella sede della Fondazione di Piacenza e Vigevano lunedì 26 gennaio. Fondazione carcere teatro Giubileo della sicurezza - Nel corso della presentazione, il direttore artistico Mimmo Sorrentino, già docente di “teatro partecipato” presso la scuola Paolo Grassi di Milano, ha spiegato da dove nasce l’idea del “Giubileo in alta sicurezza”. “Il pellegrino è colui che si reca in luoghi lontani, chiese o moschee, non fa differenza, per chiedere perdono per i propri peccati - ha spiegato -. L’etimo di pellegrino è straniero, e lo straniero è una persona che nel suo viaggio è obbligato a confrontarsi con usanze, regole, culture, lingue diverse dalle sue. Ciò produce un apprendimento e l’apprendimento un cambiamento. Così il pellegrino, quando entra nelle tre chiese di Roma per rimettere i propri peccati, è un uomo nuovo, perché il viaggio lo ha cambiato, preparandolo a ricevere il perdono divino”. Cinque punti sintetizzano gli obiettivi raggiunti da quando è attivo il progetto: l’abbattimento della recidiva, il valore di contrasto alla criminalità organizzata anche con l’aiuto degli agenti di polizia penitenziaria, il territorio, la consapevolezza della comunità e la redenzione con l’idea del pellegrinaggio. “Il carcere è diventato luogo di partecipazione culturale, che non esclude ma contiene la città - ha detto Sorrentino -. Grazie ai nostri spettacoli sono aumentate le persone che hanno dato disponibilità a fare volontariato in carcere e i più giovani si sono avvicinati al teatro”. Il direttore della casa circondariale delle Novate, Andrea Romeo, ha sottolineato l’importanza della continuità: le detenute, infatti, sono state trasferite l’estate scorsa dalla Casa di reclusione di Vigevano a quella di Piacenza. “È un modo per dare continuità al progetto trattamentale e di vita delle persone detenute - ha detto - come istituzioni è un’occasione per metterci in gioco al fine di adattare il percorso alle nuove esigenze. Per le nostre detenute è la prima vera proposta di continuità. Così il cambiamento per loro è stato meno impattante”. Il carcere, ha proseguito Romeo, “deve essere un luogo di qualità, in cui si produce arte. Tutto ciò non si può improvvisare, lavoriamo con le persone e col loro vissuto, nell’ottica della riabilitazione. Il teatro fa la differenza in carcere: lo porteremo avanti con esperienze variegate per dare un’opportunità al territorio, affinché si comprenda che la rieducazione non è solo un diritto del detenuto ma un interesse collettivo. E la città deve sentirsi corresponsabile di questa rieducazione”. Valori condivisi anche dal presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano. “È interesse di tutti che il carcere sia un luogo di qualità - ha detto Roberto Reggi - alla comunità conviene avere un luogo così. Questa produzione non è un fatto estemporaneo, ma lavora sul progetto di vita di queste persone, coerentemente con gli obiettivi di welfare della Fondazione”. Fondazione carcere teatro Giubileo della sicurezza - Anche se le detenute non possono compiere un viaggio fisico, la drammaturgia dello spettacolo racconta il viaggio nel femmineo e del femmineo che le porta verso la redenzione. Il risultato più importante ottenuto negli anni dal progetto, ha riferito Sorrentino, è che nessuna delle detenute di alta sicurezza che vi ha partecipato è tornata a delinquere dopo la scarcerazione. La maggioranza di esse si è trasferita al nord con i propri figli e si è impiegata in lavori umili (badanti, donne delle pulizie, operaie). L’attività di Teatroincontro ha inoltre richiamato l’attenzione di molti studiosi, fra i quali Massimo Recalcati, Adolfo Ceretti e Nando Dalla Chiesa, che nel suo ultimo libro La legalità è un sentimento ha dichiarato che nella Casa di Reclusione di Vigevano si è aperta una strada del tutto nuova di contrasto alla criminalità organizzata. Si sono poi ispirati al lavoro della cooperativa anche numerosi artisti, a cominciare dal regista Leonardo Di Costanzo per il suo acclamatissimo film Ariaferma, e poi Mario Martone, Maddalena Crippa, Arianna Scomegna, Donatella Finocchiaro e Bruno Oliviero che sul lavoro di Sorrentino ha girato il docufilm Cattività prodotto dalla Rai. Modalità di partecipazione su invito - Nel rispetto della normativa vigente per il circuito dell’Alta sicurezza, potranno assistere allo spettacolo, su invito, solo i rappresentanti delle istituzioni e delle realtà connesse all’attività della Casa circondariale. Libri. “Gargoyle” di Alfredo Vassalluzzo dà voce al silenzio delle carceri adnkronos.com, 27 gennaio 2026 Pubblicato da “Sensibili alle foglie” il romanzo è un viaggio oltre le sbarre dove la parola è l’unica forma di resistenza e il silenzio l’unica condanna. Cosa accade quando la cultura varca la soglia di un carcere? È una missione di salvataggio o un atto di estrema crudeltà, che restituisce voce a chi è destinato a non essere ascoltato? “Gargoyle”, il romanzo d’esordio di Alfredo Vassalluzzo, scava nei meccanismi della detenzione e dell’anima umana e lo fa con un romanzo, a tratti allegro, ironico, atteggiamento che restituisce luce in un ambiente impossibile che i più tendono a non voler ricordare. L’opera si inserisce con forza nel progetto editoriale fondato da Renato Curcio, caratterizzato da una costante ricerca socio-analitica sulle istituzioni totali. “Gargoyle” non è solo un romanzo, ma una testimonianza di ‘rottura’ che esplora il confine sottile tra l’identità dell’individuo e la sua riduzione a numero burocratico. Alfredo è un insegnante di Italiano che entra in un carcere maschile armato di pregiudizi e timori. Presto, però, la rigidità dei protocolli si scontra con la travolgente umanità di chi abita quelle celle: Ernesto, il boss dal silenzio misurato appassionato di enigmistica; Ling, il giovane rom senza memoria la cui rabbia è il grido di chi non ha un futuro; e Damir, un russo ingenuo e taciturno che affida la sua salvezza a un manoscritto fragile e disordinato, attorno a cui ruota la sua speranza di riscatto. Si tratta di un romanzo corale in cui si intrecciano le azioni e le storie di Alfredo, del suo collega Sandro, dei detenuti che emergono dall’anonimato con azioni, a volte, disarmanti e che pone al lettore continui quesiti, instilla dubbi. A che serve l’istruzione in carcere? Si tratta di qualcosa di realmente possibile? A che prezzo e con quali risultati? Il titolo del libro richiama le figure di pietra che sorvegliano le cattedrali: guardiani immobili, testimoni di una realtà che non possono cambiare. L’autore approda a una verità scomoda: il ruolo dell’educatore non è vincere battaglie impossibili, ma offrire una presenza o, se vogliamo, una testimonianza. Scrivere questo romanzo diventa dunque un atto di eredità e di scuse verso chi ha perso tutto e verso vite che hanno preso direzioni impossibili da cambiare con la sola parola. Il libro analizza l’impatto dell’istituzione totale sulla psiche umana, in linea con la visione critica di Renato Curcio. La detenzione non è mai solo privazione della libertà ma è costrizione mentale, regressione. I detenuti descritti da Vassalluzzo sono basici, in balìa del sistema, impotenti e come tali, bambini che litigano per un quaderno e che si fanno i dispetti a vicenda. Una narrazione onesta che non cerca il lieto fine a tutti i costi, ma accetta la realtà del vissuto carcerario e che evidenzia come, per alcuni, tracciare una netta linea di confine tra il dentro e il fuori sia pressoché impossibile. L’autore trasforma la sua esperienza diretta di insegnante in una narrazione viscerale. Con uno stile che alterna introspezione e cronaca del carcere, Vassalluzzo si fa portavoce di una comunità invisibile, trasformando la ‘malinconia’ dell’esperienza carceraria in un atto letterario di resistenza che assume risvolti teneramente allegri e che avvicina il lettore a un mondo ignorato, ritrovando tra le sbarre pur sempre un’umanità. La pena capitale, fallimento della giustizia di Francesca Sabatinelli L’Osservatore Romano, 27 gennaio 2026 Un diario di quattro giorni, gli ultimi di vita di Bryan Frederick Jennings, nato nel 1958 e messo a morte dallo Stato della Florida il 13 novembre 2025. “Quattro giorni sospesi nel tempo”, così li descrive l’autrice, Federica Massoli, per anni in relazione epistolare con Jennings che, con il racconto di quel “tempo condiviso”, dimostra come “dietro ogni esecuzione” - e dietro alla falsa idea che così si possa portare pace alle famiglie delle vittime, enfatizzata dai “governi pro pena di morte” - c’è “un dolore che si moltiplica, un lutto che si estende anche alle famiglie e agli affetti del condannato”. Massoli ripercorre la storia giudiziaria di Jennings, condannato a soli 20 anni con l’accusa di aver ucciso una bimba di sei. Era l’11 maggio del 1979, l’uomo era appena tornato in Florida dopo due anni trascorsi come marine a Okinawa. La firma del mandato di esecuzione è del 10 ottobre 2025, data in cui si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte, ricorda la donna, e che arriva dopo “una lunga sequenza di processi: due annullati, un terzo concluso - come i precedenti - con un verdetto non unanime”. 46 anni in totale che hanno visto Bryan vivere “sospeso tra appelli, ricorsi e attese, in una cella che misurava poco più di un corpo umano, in una vita ridotta all’essenziale”. Dopo il 10 ottobre c’è una accelerazione, e un intero sistema in meno di un mese, conferma “senza farsi troppe domande, ciò che per decenni era rimasto sospeso”. L’uomo viene “ucciso con un’iniezione letale che, secondo il protocollo, avrebbe dovuto essere rapida e indolore”, ma che agli occhi dei testimoni così non è. La donna racconta di quando diviene amica di penna di Jennings, rispondendo ad un invito della Comunità di Sant’Egidio a corrispondere con condannati a morte. Otto anni di lettere che aiutano l’uomo a uscire “da un isolamento che lo aveva condotto a una rassegnata indifferenza” e lei ad arricchirsi “con la sua umanità e la sua saggezza”. Federica Massoli entra a pieno titolo nella vita giudiziaria di Jennings quando muore il difensore statale d’ufficio, è il 2022. La donna studia il caso, il crimine di cui è accusato prende “contorni completamente diversi”. La condanna si basa su prove “solo circostanziali”, non esistono test del Dna e testimoni oculari. Ma nulla ferma la “macchina”, neanche il fatto che, nel 1989, “l’allora Governatore della Florida avesse fissato una prima data di esecuzione, poi sospesa, proprio per l’incertezza della condanna”. Massoli passa mesi a leggere e studiare il diritto penale americano, convincendosi del fatto che “la colpevolezza di Bryan non era stata dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio”. Tutto questo non serve a trovare un nuovo avvocato, la storia processuale è troppo lunga e complessa, è un caso troppo difficile da assumere. I suoi tentativi sono “disperati”, contatta giornalisti e politici, diffonde petizioni, tiene costanti contatti con avvocati, con il Comitato Paul Rougeau, con la Comunità di Sant’Egidio, con tutti coloro che cercano di far sospendere l’esecuzione. Il legale incaricato dallo Stato arriva dopo il 10 ottobre, quando ci sono “meno di trenta giorni per rileggere 46 anni di atti. Un’impresa impossibile. Una difesa solo formale”, con un ultimo iter processuale “altrettanto formale e frettoloso: ricorsi respinti in soli 45 minuti, appelli respinti senza reali argomentazioni giuridiche”. Il 13 novembre Bryan Frederick Jennings viene ucciso, a 67 anni, dopo oltre 4 decenni in carcere. Massoli racconta il mese prima dell’esecuzione. I rapporti con Jennings subiscono una drastica riduzione, “una crudeltà nella crudeltà”. Ai detenuti “viene tolto il tablet, l’unico strumento che permette loro di mantenere un filo con il mondo esterno. Anche le telefonate vengono ridotte: da una o due al giorno, lunghe mezz’ora, a tre sole chiamate a settimana, di dieci minuti ciascuna”. L’8 novembre Federica Massoli parte per la Florida, sono gli ultimi giorni di vita di Bryan, il diario quindi confida ciò che avviene dal primo giorno di visita a quello della messa a morte. Poche ore di parole scambiate attraverso un vetro, al di là del quale c’è un uomo chiuso in una microcella, con “le catene ai piedi” che “sarebbero rimaste per tutta la durata delle visite”. Massoli descrive anche la pena di dover passare complicati “passaggi procedurali”. Il giorno dell’esecuzione, lei è testimone diretta dell’avvio della “procedura”, fatta di barriere poste all’ingresso principale dell’area, perché la prigione quel giorno, le viene spiegato, “sarebbe stata in totale lockdown”. La mattina trascorre con due ore di colloquio da dietro al vetro e una “di contatto”, in cui Bryan consuma l’ultimo pasto. Incatenato mani e piedi, così lo descrive Massoli, guardato a vista, nonostante “non avrebbe potuto fare nulla. E nemmeno io: prima di entrare nella stanza mi avevano tolto persino gli occhiali da lettura, forse per paura che potessero diventare un’arma. Come se in quell’ora io avessi potuto rappresentare un pericolo. Non per lui, ma per il buon esito dell’esecuzione”. Viene concessa un’ultima foto insieme. Federica esce dalla prigione alle 11, a sette ore dall’esecuzione, un tempo vissuto con un “senso di impotenza insopportabile”. Massoli, rientrando in Italia, avverte con chiarezza la “responsabilità di trovare la forza di verbalizzare la cruda realtà: Bryan è stato ucciso dallo Stato”, sopprimere una vita “non diventa giustizia solo perché è uno Stato a farsene carico”. Nessuna società “è più sicura dopo un’esecuzione. È semplicemente più fredda, più dura, più disumana. E un sistema in cui la vendetta diventa istituzionale, in cui le istituzioni si arrogano il diritto di fare ciò che proibiscono agli altri, è il fallimento assoluto della giustizia”. Oltre la stanchezza delle frasi vuote, come celebrare oggi il Giorno della memoria di Enrico Acciai Il Domani, 27 gennaio 2026 Da tempo, chiunque si occupi della didattica della Shoah riceve la stessa domanda dagli insegnanti: “Come possiamo celebrare questa ricorrenza dopo quanto è successo a Gaza negli ultimi due anni?” Si può riconoscere la specificità dell’Olocausto e al tempo stesso ammettere che, nel presente, si stiano consumando crimini di massa che chiamano in causa la categoria del genocidio. Da tempo, chiunque si occupi della didattica della Shoah e del Giorno della memoria riceve la stessa domanda dagli insegnanti: “Come possiamo celebrare il Giorno della memoria dopo quanto è successo a Gaza negli ultimi due anni?”. La domanda spesso arriva insieme a un timore molto concreto: “E se in classe, o durante la celebrazione, scoppia un caso? E se veniamo contestati?”. Dal mio punto di osservazione, quello di coordinatore della Commissione didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, sono mesi in cui percepisco un mondo della scuola disorientato su questi temi. Già anticipo la mia conclusione di questa breve riflessione, affinché risulti ben chiara la mia posizione: sarebbe un’assurdità smettere di celebrare il Giorno della memoria nelle nostre scuole, anche perché, su questo tema (come su qualunque altro) se il mondo della scuola arretra, non si crea neutralità, ma si genera un vuoto. E i vuoti, nella sfera pubblica, vengono sempre riempiti (nell’Italia di oggi non mi pare difficile immaginare da chi e per cosa). Capire cos’è davvero un genocidio: perché serve insegnare la Shoah Segni di stanchezza Sarebbe tuttavia sbagliato far finta che nulla sia cambiato. Si tratta però di un mutamento che era già in atto ben prima dell’autunno del 2023, quando già si discuteva da anni di politiche della memoria divenute ormai rituali, ripetitive e spesso autoreferenziali. Da oltre due decenni la memoria della Shoah sembra essere diventata, per citare un’espressione di Valentina Pisanty, una sorta di baricentro morale dell’Occidente, fondata su una narrazione vittimo-centrica e sulla promessa rituale del mai più, troppo spesso generica e vuota. Sempre Pisanty ha rilevato che proprio mentre questo paradigma si imponeva come egemonico (e quindi incontestabile), si moltiplicavano i suoi smentimenti: i razzismi in crescita esponenziale, l’odio pubblico sempre più diffuso e normalizzato, il ritorno di simboli e linguaggi nazifascisti, l’avanzata elettorale delle destre xenofobe. Si è così fissato un repertorio di frasi divenute ovvie, mentre intolleranza e razzismo continuavano a espandersi; per rendersene conto in modo plastico, basterebbe confrontare ciò che molti politici dichiarano il Giorno della memoria con quanto gli stessi affermano sulle urgenze dell’attualità. È innegabile che si sia esitato a lungo ad ammettere che qualcosa non stava funzionando e che le politiche della memoria degli ultimi decenni mostrassero evidenti segni di stanchezza. Contraddizioni, come dicevamo, già ben visibili prima del 7 ottobre 2023 (e delle sue conseguenze), ma che oggi sembrano letteralmente deflagrate. Recuperare la profondità della Shoah: tra politicizzazioni e banalizzazioni Rimettere al centro la storia Come provare, quindi, ad affrontare il Giorno della memoria in uno scenario così complesso? Un primo punto, per me dirimente, è questo: dobbiamo finalmente uscire dall’esclusività del testimone e rimettere al centro la storia. Non perché le testimonianze non contino (contano eccome, e restano delle fonti preziose), ma perché in questi anni sono state spesso trasformate in una scorciatoia (anche didattica): il momento emotivo che legittima tutto il resto. Oggi, nell’epoca del post-testimone, quella impostazione mostra i propri limiti. Se la didattica della Shoah dipende dalla forza del racconto individuale, rischia di diventare fragile, episodica, e soprattutto incapace di reggere le domande difficili che gli studenti si pongono osservando la loro contemporaneità. Per questo credo che il focus vada spostato. Banalizzando, direi: meno Shoah come evento che cade dal cielo, più Shoah come processo storico. In altre parole, non (solo) un’aberrazione incomprensibile e irripetibile, ma un esito costruito nel tempo: il risultato di scelte politiche e istituzionali, di pratiche amministrative, di trasformazioni culturali, di complicità diffuse e di opportunismi quotidiani. Perché dopo il 7 ottobre la didattica della Shoah va rinnovata Il nesso tra passato e presente E, in questo spostamento, mi pare sia importante anche smettere di considerare la storia degli ebrei in Europa come un corpo estraneo rispetto al resto della storia continentale. Non si tratta di una vicenda “altra”, ma di una parte integrante della storia europea, intrecciata alle sue dinamiche politiche, sociali e culturali. È qui che la scuola può davvero fare la differenza, perché è qui che si formano gli strumenti critici: capire come si è arrivati allo sterminio, quali passaggi lo hanno reso possibile, quali attori lo hanno organizzato, normalizzato, eseguito. Questo spostamento, non credo, sia un tecnicismo da storici, ma piuttosto una chiara scelta educativa. Perché è proprio l’analisi dei processi, e non la sola evocazione morale dell’orrore, a consentire di rispondere in modo serio agli interrogativi che la nostra contemporaneità ci pone. Mostrando come funziona la costruzione del bersaglio, come si normalizza l’ingiustizia, come si produce indifferenza o consenso, non si sta “attualizzando” forzatamente la Shoah, ma si sta facendo ciò che la scuola dovrebbe sempre fare: insegnare a leggere criticamente il passato per comprendere il presente, con rigore, senza scorciatoie né censure. Storia, indagine e memoria: l’Ia serve a studiare la Shoah? Non fuggire dalle domande Secondo punto: non dobbiamo avere paura delle domande e delle sollecitazioni dei nostri studenti; ignorarle o aggirarle con risposte evasive sarebbe un errore. Quelle domande esistono già, circolano fuori dall’aula e rientrano in classe sotto forma di slogan; se la scuola non le prende in carico, le consegna automaticamente alle semplificazioni. Come già detto, la Shoah presenta caratteristiche storiche specifiche, ma la memoria della Shoah, se vuole avere un senso pubblico, non può ridursi a una sorta di recinto sacralizzato. Gli studenti chiedono, molto semplicemente, coerenza morale e chiarezza concettuale. Dobbiamo sempre ricordarci che le categorie che utilizziamo (genocidio, crimine contro l’umanità, pulizia etnica) hanno, esse stesse, una propria storia che meriterebbe di essere approfondita (mi permetto, a tal proposito, di suggerire un bel volume che il collega Paolo Fonzi ha appena pubblicato con Laterza e si intitola Genocidio. Una storia politica e culturale). Quando vedono una distruzione sistematica, sofferenze di massa, civili colpiti in modo continuativo e ingiustificato, e sentono parole come “genocidio” circolare nel dibattito pubblico, gli studenti pretendono giustamente che i docenti non si rifugino nel tecnicismo come alibi né nel silenzio come prudenza. La risposta può essere rigorosa e, al tempo stesso, netta: si può riconoscere la specificità della Shoah e, al tempo stesso, ammettere che, nel presente, si stiano consumando crimini di massa che chiamano in causa la categoria del genocidio (a Gaza, come altrove). Non si tratta di “equiparare”, ma di non sterilizzare le parole per paura delle conseguenze. Anche questo, alla fine, è un insegnamento che ci viene dagli studi sulla Shoah: sorvegliare il linguaggio pubblico e riconoscere le soglie oltre le quali la violenza si organizza e si istituzionalizza. Gli attacchi a Segre e le nuove forme di antisemitismo: perché siamo più insensibili alla Shoah. La Shoah e il dovere di non dimenticare di Giovanni Maria Flick Avvenire, 27 gennaio 2026 In un contesto di confusione e di perplessità, riflettere sul significato del Giorno della Memoria diventa un imperativo categorico. Le lezioni di Levi e Segre, le parole di Mattarella e Zupppi. Il Giorno della Memoria invita oggi a riflettere sul suo significato anche grazie ai richiami negli ultimi giorni dal Presidente della Repubblica, negli incontri con i giovani magistrati e con i vincitori del concorso per la carriera diplomatica, a conclusione dei rispettivi corsi di formazione. Ai primi il Presidente ha ricordato l’impegno della magistratura nell’attuazione dei principi costituzionali, la risposta di essa alle richieste di tutela dei cittadini; il contributo offerto al patrimonio della nostra cultura giuridica, il riconoscimento dei diritti fondamentali attraverso l’imparzialità nell’applicazione delle leggi e la saggezza nella loro interpretazione, nel rispetto della separazione dei poteri. Ai futuri diplomatici il Presidente ha ricordato il servizio reso alla Costituzione dalla diplomazia, il suo contributo al dialogo fra Stati e fra popoli nel rispetto della dignità, nella ricerca di pace, nella salvaguardia dei diritti fondamentali, nel contesto del rapporto storico, istituzionale ed economico fra Italia e Unione europea. Accanto a questi due aspetti istituzionali, il Presidente ha ricordato il 20 gennaio scorso il valore e l’aspetto della solidarietà, altrettanto fondamentale nel richiamo dell’impegno di una fondazione storica verso i più deboli. Colpisce l’asimmetria tra obiettivi e risultati perseguiti nella realtà politica, istituzionale, “legale” e sociale degli ottanta anni di vita della Costituzione prima ricordati e l’attuale situazione in cui viviamo, di confusione e di “crisi globale” con i suoi molteplici problemi. La crisi mondiale, europea e italiana, nella sua globalità rischia di travolgere principi, tradizioni, relazioni ed esperienze consolidate. V’è l’illusione che per risolvere quella crisi possano essere sufficienti scelte unilaterali nel ventaglio tra le alternative del diritto internazionale, del multilateralismo, delle pressioni economiche e/o di quelle tecnologiche, della deterrenza o delle capacità militari. V’è il rischio di dimenticare che nella tensione tra diritto e forza finisca purtroppo per vincere sempre quest’ultima. In un simile contesto di confusione e di perplessità, il richiamo al Giorno della Memoria diventa un “imperativo categorico”. Di fronte al riemergere di tensioni, di conflitti che credevamo tramontati, di egoismi. O anche di fronte a polemiche e strumentalizzazioni politiche dell’uno o dell’altro segno che quanto meno esasperano i contrasti e la possibilità di dialogo e immiseriscono l’importanza e la drammaticità dei temi in discussione. Occorre ricordare la “lezione” della Shoah, emblema unico e come tale irripetibile della crudeltà, della sopraffazione, della violenza e della indifferenza per la distruzione della dignità e della condizione dell’identità umana. È un emblema che “vieta” ed elimina qualsiasi possibilità di revisionismo, negazionismo o giustificazione per quella “offesa” alla dignità umana. È un emblema che è espresso esplicitamente dal ricordo del primo atto compiuto dal Presidente della Repubblica subito dopo la sua nomina, il 31 gennaio 2015, con il pellegrinaggio al luogo di eccidio delle Fosse Ardeatine. È emblema e monito senza equivoci di quella “offesa”. Quel ricordo si ricollega alla lezione memorabile di un testimone e vittima delle atrocità della Shoah, Primo Levi, e al suo invito perentorio: “Meditate che questo è stato…”; si completa con la lezione di un’altra testimone e vittima, Liliana Segre: “… se è stato può capitare ancora…”. E come ha ricordato ieri il cardinale Zuppi nell’Introduzione ai lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, “ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. Alla vigilia del Giorno della Memoria, la Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”. Sono due “lezioni”, quelle di Levi e Segre, che inquadrano e completano il ricordo del Presidente della Repubblica sulle aperture politiche, istituzionali e sociali che hanno accompagnato in questi ottanta anni il percorso della Costituzione. Un ricordo che conferma l’attualità e la necessità di quelle testimonianze di fronte alle possibili cause di una “nuova e diversa” Shoah: con nuove ed eguali caratteristiche di universalità; con nuove vittime, nuovi autori, complici e spettatori indifferenti, a conferma della grandezza e della fragilità della condizione umana. Migranti. Il trattenimento in Albania davanti alla Consulta di Giansandro Merli Il Manifesto, 27 gennaio 2026 I giudici delle leggi dovranno stabilire se è legittimo trattenere senza titolo né giustificazioni, fino a 48 ore, i richiedenti asilo riportati in Italia da Gjader. La Consulta affronterà questa mattina in udienza pubblica i “palesi” dubbi di legittimità costituzionale sollevati dalla Cassazione in merito a un pezzo della catena di trattenimenti che ruotano intorno ai centri in Albania. In pratica quando i migranti fanno domanda d’asilo a Gjader vengono riportati in Italia perché la Corte d’appello di Roma ha rilevato una possibile violazione del diritto Ue che impone la permanenza dei richiedenti nel territorio europeo. All’arrivo in Italia, però, vengono nuovamente richiusi in un Cpr con un nuovo provvedimento che può tardare fino a 48 ore. Così si crea un lasso di tempo in cui la persona è privata della libertà personale senza titolo né giustificazioni. La prassi potrebbe contraddire diversi articoli della Costituzione, a partire dal 13. Lo ha sostenuto in udienza l’avvocato difensore Salvatore Fachile e secondo gli ermellini potrebbe avere ragione. In gioco, hanno scritto nell’ordinanza di rinvio, ci sono principi fondamentali regolati dall’ordinamento costituzionale. Il caso nasce nato da un cittadino senegalese trasferito a maggio dal Cpr di Bari a quello di Gjader e poi di nuovo nella struttura del capoluogo pugliese. Due mesi prima il governo aveva provato a mettere un’altra toppa al pasticcio dei centri in Albania introducendo per decreto la possibilità del trattenimento a catena, con un emendamento fuori sacco che ora dovrà misurarsi con il parere della Consulta. Intanto ieri il ministro Matteo Piantedosi è tornato a parlare del progetto d’oltre Adriatico: “Da giugno i centri torneranno in funzione a pieno regime. È una battaglia di civiltà”. Poi se l’è presa con le garanzie del diritto d’asilo: un “istituto nobilissimo” su cui si sono consumati troppi abusi. Unhcr, la triste scomparsa dell’agenzia Onu per i rifugiati di Gianfranco Schiavone L’Unità, 27 gennaio 2026 Silenzi ed omissioni davanti alle violazioni dei diritti umani. Dalla riforma del Patto Ue sulle migrazioni al protocollo Italia-Albania, dalla definizione dei paesi terzi sicuri ai respingimenti alle frontiere: in questi anni l’Alto commissariato non ha mai alzato la voce di fronte a politiche estreme che violano i diritti umani e minano il diritto di asilo. L’Alto Commissario dell’Unhcr Filippo Grandi, che con la fine del 2025 ha concluso il suo mandato decennale di Commissario passando il ruolo a Barham Salih, il 21 dicembre scorso ha rilasciato una lunga intervista al giornalista del Corriere della Sera Paolo Valentino. Riferendosi ad un’Unione Europea quasi trasfigurata nei comportamenti politici e nelle percezioni collettive dopo la cosiddetta crisi dei rifugiati del 2015, Grandi ha evidenziato con acume che “la trasformazione c’è stata, ma è quasi auto inflitta. Aver voluto a ogni costo proiettare un’immagine di questi movimenti di popolazione come una crisi irrisolvibile e una minaccia, che è la retorica dei populisti, non solo non li ha fermati, ma ha reso molto più difficili le soluzioni”. Unhcr opera sotto l’Autorità dell’Assemblea Generale dell’ONU ed ha come mandato quello di assicurare “la protezione dei rifugiati che rientrano nelle competenze dell’Alto Commissariato (…) perseguendo la conclusione e la ratifica delle Convenzioni Interazionali per la protezione dei rifugiati, sorvegliandone l’applicazione e proponendone modifiche”. In premessa va riconosciuto che l’Agenzia si è trovata a gestire un decennio 2015-2025 di difficoltà enormi derivanti non solo dal fatto che il numero dei migranti forzati nel decennio è raddoppiato ma soprattutto dalla violenta irruzione in tutti i paesi occidentali di orientamenti politici che persino “invocano l’abolizione totale del diritto d’asilo e la cancellazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati, che garantisce il diritto di cercare protezione all’estero”, come denunciava lo stesso Grandi nell’intervista sulle prospettive di riforma globale del diritto d’asilo rilasciata a The Economist appena pochi mesi prima, il 25 luglio del 2025. In quest’ultima intervista Grandi rinveniva il nucleo della crisi del sistema internazionale della protezione dei rifugiati nel fatto che “il canale dell’asilo è sovraccarico. È pensato per persone in fuga da guerra, violenza e violazioni dei diritti umani. Ma i migranti puramente economici lo vedono come l’unico modo per raggiungere opportunità nei paesi più ricchi. Il numero di migranti economici intasa canali disperatamente necessari a chi, nel proprio paese, rischia realmente la vita”. La brevità dello spazio di questo articolo non mi consente di entrare, neppure per cenni, nella controversa questione se ha ancora senso o meno porre una linea giuridica di separazione tra migranti “forzati” e cosiddetti migranti “economici” (definizione quanto mai vaga e incerta). Restando dunque sulle più circoscritte finalità di questa breve analisi non si può dare torto a Grandi laddove osserva sul Corriere che “se l’immigrazione legale, che è vitale per l’Europa, non viene regolarizzata con quote adeguate e un coordinamento tra i Paesi, il sistema d’asilo, che è cosa diversa, sarà sempre oberato da quelli che non riescono a entrare dal canale migratorio”. L’Agenzia ONU guidata fin poco fa da Grandi non sembra però trarre da queste stesse riflessioni le adeguate conseguenze, scegliendo di aderire o non contrastare in modo adeguato proposte assai pericolose; nella citata intervista sull’Economist Grandi ha sostenuto infatti che “le richieste pubbliche per controlli di frontiera rigorosi e una gestione ordinata sono ragionevoli. Come primo passo urgente, i governi dovrebbero finanziare, rafforzare e snellire i sistemi d’asilo. Se le domande vengono gestite in modo equo e rapido, e i richiedenti respinti vengono rimpatriati subito, i migranti avranno meno incentivi a cercare l’asilo come via d’accesso, che deve restare riservata a chi ne ha davvero bisogno. Una misura pratica consiste nell’adottare procedure semplificate che scartino più rapidamente i casi infondati”. E ancora, in relazione all’individuazione di cosiddetti paesi terzi sicuri per trasferire rifugiati e richiedenti asilo, pur riconoscendo che si tratta di questioni controverse, secondo Grandi “con le dovute garanzie, possono essere praticabili e legittimi. I trasferimenti devono garantire diritti essenziali: sicurezza, accesso a valutazioni eque ed efficienti delle richieste, e condizioni di vita dignitose”. Nell’intervista al Corriere della Sera Grandi ha sostenuto in modo quanto mai vago che “ci sono varie formule, alcune praticabili. Noi abbiamo elaborato e pubblicato una serie di regole per valutare se rispettano il diritto internazionale o meno. Noi non diciamo agli Stati non fate hub di rimpatrio o liste di Paesi terzi sicuri. Chiediamo solo loro di consultarci per evitare di esporre le persone a rischi di persecuzione, violenza o peggio”. Infine la riforma del sistema asilo in Europa che entrerà in attuazione a giugno 2026, viene definita da Grandi “un compromesso, ma contiene soluzioni praticabili”. Questa valutazione non stupisce: la posizione dell’Agenzia sul Patto UE è stata non sempre lineare. In diversi documenti ufficiali inviati alle istituzioni europee durante la discussione del Patto, quali ad esempio la nota inviata a gennaio 2024 ai governi belga e ungherese in qualità di presidenti di turno del Consiglio Europeo, l’Agenzia aveva anche espresso forti preoccupazioni per “le segnalazioni di gravi violazioni dei diritti umani nel contesto delle operazioni di gestione delle frontiere”, aveva sottolineato di “rimanere fermamente contraria agli approcci di esternalizzazione che trasferiscono la responsabilità delle procedure di asilo o della protezione internazionale a paesi terzi” e aveva richiamato la necessità che l’applicazione delle procedure accelerate sia limitato solo a “i casi probabilmente manifestamente infondati”. Oggi, a riforma approvata, appare chiaro che l’approvazione del Patto non è stato un compromesso perché nessuna delle proposte più estremiste che erano in discussione è stata mitigata e ciò che è stato infine votato “produrrà grandi sofferenze umane (…) con minore protezione e maggiore rischio di subire violazioni dei diritti umani in tutt’Europa, come respingimenti illegali e violenti, detenzioni arbitrarie e controlli discriminatori” (Amnesty International, giugno 2025). Le gravi decisioni che sono state assunte non sono certo imputabili a UNHCR bensì a una politica che nel vecchio continente è sempre più piccola e cieca. Tuttavia, con tutte le cautele del caso, mi sembra che l’UNHCR abbia tragicamente sottovalutato la gravità della deriva in atto: è una tragica semplificazione ritenere che l’abuso del canale dell’asilo da parte dei “migranti economici” (ammesso che tale abuso ci sia) possa essere efficacemente affrontato - invece che attraverso una profonda riforma della politica di chiusura dei canali di ingresso regolari e attraverso un riequilibrio globale delle responsabilità tra paesi ricchi (che ospitano pochi rifugiati) e quelli poveri (che ne ospitano oltre il 70%) - ricorrendo a disposizioni normative che si pongono in radicale contrasto con i principi fondanti la protezione internazionale dei rifugiati come è la procedura accelerata di frontiera per come è stata approvata in Europa. Essa infatti prevede un azzeramento di ogni effettiva garanzia procedurale e con la riforma, contro ogni logica giuridica, verrà applicata non certo ai limitati casi di domande di asilo manifestamente infondate, bensì alla generalità delle domande stesse. Come non accorgersi che l’obiettivo della riforma non è il rigore bensì lo svuotamento sostanziale dell’obbligo giuridico di condurre un esame adeguato e competente delle domande di asilo rispondente solo a criteri giuridici e non politici? Perché aver taciuto completamente (anche dopo aver condotto un monitoraggio sul campo) sulle macroscopiche illegittimità del Protocollo Italia-Albania sul trattenimento generalizzato proibito dal diritto UE, ma che di quel Protocollo è parte sostanziale, nonché sulla sterilizzazione del diritto di difesa di coloro che vengono internati nello sperduto centro di Gjader senza alcuna effettiva possibilità di agire in giudizio a tutela dei propri diritti? Come è stato possibile che di fronte a respingimenti su vasta scala e a situazioni di violenza sistemica che si ripetono da anni in molte frontiere europee tale situazione non sia stata oggetto di adeguati rapporti pubblici pubblicati dall’Agenzia? Perché, dopo essersi opposti con chiarezza ed efficacia all’esternalizzazione del diritto d’asilo prevista dal memorandum tra la Gran Bretagna e il Ruanda, definito dallo stesso UNHCR “un modello di asilo che mina la solidarietà globale e il sistema internazionale di protezione dei rifugiati istituito. Non è compatibile con il diritto internazionale dei rifugiati” (nota alla stampa, 6.01.2024), l’Agenzia non ha alzato una voce forte di fronte alla più estrema delle riforme appena introdotte dall’Unione Europea, ovvero la revisione della nozione di paese terzo sicuro (di cui ho scritto nell’edizione dell’11.12.25) che del memorandum con il Ruanda non è altro che una macro riproduzione su scala europea? Non si banalizzi questi interrogativi, che non possono essere elusi, sostenendo che l’Agenzia, per suo mandato, deve per forza sempre collaborare con gli Stati e il suo modus operandi non può mai essere lo stesso di un Ente non governativo pienamente libero; sottolineare questa ovvietà non spiega nulla e non può giustificare il silenzio quando sono in gioco scelte politiche estreme in grado di sterilizzare il diritto internazionale dei rifugiati come non era mai avvenuto da mezzo secolo. Sopra un certo livello di gravità il silenzio non può trovare infatti alcuna giustificazione di mandato. Il mondo ha un disperato bisogno di un’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati oggi mortificata da molti Governi e oggetto, in particolare da parte dell’amministrazione USA, di “tagli brutali” come giustamente li ha definiti Grandi; ma nello stesso tempo l’Agenzia, oltre a cercare ovunque dei fondi per sopravvivere, deve anche recuperare autorevolezza e rigore etico per realizzare appieno il suo mandato che rimane la protezione dei rifugiati. Diversamente, morirà non solo per i forsennati colpi inferti dall’esterno, ma anche per suo spegnimento interno. “Desaparecidos”, la parola che da un secolo all’altro si è fatta globale di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2026 Dalle dittature sudamericane alla Siria e all’Egitto di Regeni: come un termine è diventato simbolo globale di violazione dei diritti umani. Le “sparizioni forzate e involontarie”, così definite dal punto di vista giuridico, sono uno dei più gravi crimini di diritto internazionale, che continua a realizzarsi fino a quando lo stato non riveli il destino o la localizzazione delle persone coinvolte e, dopo che la sparizione è stata confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. L’angoscia provata dai familiari nel non sapere dove e come si trovi una persona a loro cara e nel vedersi negata ogni informazione a chiunque la chiedano, è inimmaginabile. La parola “desaparecidos”, che va declinata anche al femminile, è stata usata per la prima volta negli anni Settanta in America del Sud per indicare le persone arrestate per motivi politici o di altra natura, detenute in luoghi sconosciuti e private di ogni contatto col mondo esterno. Uno dei tre anniversari del 2026 cadrà quando il 24 marzo saranno trascorsi 50 anni dal colpo di Stato militare in Argentina, che causò la scomparsa di almeno 30.000 persone, per lo più oppositori e attivisti politici. Ma quella parola ha attraversato continenti e decenni rimanendo purtroppo sempre attuale. Intanto, è rimasta in America del Sud. Secondo dati ufficiali, sono attualmente oltre 128.000 le persone “desaparecide” in Messico. La loro ricerca è compromessa dalla mancanza di volontà politica, dalla collusione delle autorità locali coi responsabili delle sparizioni e dall’ostilità diffusa nei confronti dei gruppi e delle singole persone, molto spesso donne, che si ostinano a cercare verità e giustizia. Un rapporto diffuso da Amnesty International nel luglio 2025 ha rivelato che 16 donne erano state assassinate mentre cercavano disperatamente informazioni. Tantissime altre (il 97 per cento delle 600 intervistate dall’organizzazione per i diritti umani) avevano subito minacce, estorsioni, aggressioni, rapimenti, torture e violenza sessuale, erano state costrette a trasferirsi altrove o erano scomparse a loro volta. In Siria, il conflitto interno iniziato nel 2011 e terminato con la caduta del regime di Bashar al-Assad alla fine del 2024 ha lasciato un’eredità di almeno 100.000 persone scomparse, in nove casi su dieci ad opera dei vari servizi di sicurezza statali. La scaltrezza dei funzionari del deposto regime che hanno distrutto documentazione e interi archivi, la disperazione dei familiari che hanno preso d’assalto i centri di detenzione (tra cui quello famigerato di Saydnaya) e l’inefficienza delle nuove autorità nell’assicurare la conservazione delle prove e cordonare le fosse comuni stanno rendendo problematica la ricerca delle persone scomparse. Utilizzate costantemente dai servizi di sicurezza del Pakistan a partire dalla cosiddetta “guerra al terrore”, dal 2001 in avanti, contro difensori dei diritti umani, attivisti politici, studenti, giornalisti ed esponenti di minoranze per il mero sospetto o l’accusa infondata di essere “terroristi”, le sparizioni forzate rendono tuttora irrintracciabili migliaia di persone, che le autorità negano di aver arrestato e delle quali non forniscono alcuna informazione. Particolarmente a rischio di svanire nel nulla per poi essere ritrovate uccise sono le persone che vivono nelle aree tradizionalmente di conflitto, come il Waziristan e il Belucistan. In Egitto, nei primi anni successivi al colpo di stato di Abdelfattah al-Sisi, periodo nel quale fu vittima di sparizione forzata anche il ricercatore italiano Giulio Regeni, il cui decimo anniversario dalla sparizione è stato ricordato ieri, le organizzazioni per i diritti umani denunciavano una media di tre sparizioni al giorno, soprattutto ad opera dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, i servizi di sicurezza interni. Ancora oggi, è una prassi abituale sottrarre una persona arrestata arbitrariamente a ogni contatto col mondo esterno e interrogarla sotto tortura per giorni, settimane o mesi prima di portarla di fronte a un’autorità giudiziaria. Seguirà un processo, spesso basato su confessioni di colpevolezza rese durante il periodo di sparizione, che terminerà invariabilmente con una condanna. A luglio saranno trascorsi 25 anni da quella che Amnesty International definì “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”: quanto accadde durante il G8 del 2001 a Genova. Tra quelle “violazione dei diritti umani” va compresa anche la sparizione di oltre 200 persone, arrestate in piazza e nella scuola Diaz e portate nella caserma di Bolzaneto. La loro fu, tecnicamente, anche se “soltanto” per decine di ore e non giorni, una sparizione. Va ricordato, infine, che la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate è entrata in vigore nel 2010 con l’obiettivo di prevenire il fenomeno, scoprire la verità su quelle del passato e assicurare che sopravvissuti e familiari degli scomparsi ricevano giustizia, verità e riparazione. Richiede a tutti gli stati che l’hanno ratificata di dotarsi di norme interne per criminalizzare le sparizioni forzate e di garantire verità, giustizia e riparazione. È quello che ha fatto lo Sri Lanka, dove il conflitto interno tra le forze armate e le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam, dall’inizio degli anni Ottanta al 1999, ha prodotto uno dei più alti numeri di vittime di sparizione forzata al mondo, si stima fino a 100.000. La sparizione di massa di coloro che si erano arresi è stata una chiara indicazione dell’istituzionalizzazione di questa prassi. Nel marzo 2018, a seguito di una campagna delle organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra le quali Amnesty International, è stato istituito il reato di sparizione forzata. *Portavoce di Amnesty International Italia Stati Uniti. Perché fa così tanta paura chi spezza il razzismo bianco di Francesca Coin Il Manifesto, 27 gennaio 2026 Un “boomerang imperiale” è, per Aimé Césaire, il processo secondo il quale i governi che sviluppano tecniche repressive nelle colonie finiscono per impiegarle anche contro i propri cittadini. Come accade a Minneapolis. L’intellettuale della Martinica Aimé Césaire l’avrebbe definito un “boomerang imperiale”, il processo secondo il quale i governi che sviluppano tecniche repressive per controllare i territori coloniali finiscono per impiegare quelle stesse tecniche contro i propri cittadini. È la sintesi di quello che sta avvenendo nelle strade di Minneapolis, dove continuano i raid porta a porta, i rastrellamenti di quartiere, le deportazioni e gli omicidi da parte dell’Ice. L’ultima vittima è Alex Pretti, un infermiere di trentasette anni, che aveva iniziato a partecipare alle proteste contro l’Ice dopo l’omicidio di Renee Good. È difficile resistere alla tentazione di considerare l’attuale accanimento come una vendetta per le pratiche solidali che la città di Minneapolis porta avanti da anni, grazie al protagonismo della comunità somala e migrante. La tessitura di reti di solidarietà dal basso è iniziata nel 2020 a pochi passi da dove è stata uccisa Renee Good, quando tra i 15 e i 26 milioni di persone hanno riempito le strade in protesta contro l’omicidio di George Floyd. Era una straordinaria convergenza contro la violenza della polizia e il razzismo strutturale, quella del 2020. La più grande manifestazione della storia statunitense contemporanea. Ciò che aveva fatto discutere non era solo la scala, ma la composizione delle proteste, che vedeva una convergenza tra persone nere, bianche, latine, asiatiche e migranti e presenza bianca più alta di qualsiasi precedente storico. Non è mai stato così. Fino alle proteste di Black Lives Matter del 2014 e del 2019, la presenza bianca alle proteste contro le uccisioni di Michael Brown, Eric Garner, Freddie Gray, Tamir Rice è stata minoritaria, come la sua partecipazione alla discussione pubblica sul colonialismo. Le manifestazioni seguite all’omicidio di George Floyd hanno innescato una resa dei conti sulla storia del razzismo e del privilegio bianco. Colpisce, in questo senso, come Trump sia da allora ossessionato dal Minnesota, al punto di fingere di aver vinto le elezioni in quello stato nel 2016, nel 2020 e anche nel 2024 e da usarlo come bersaglio primo nel suo progetto autoritario. L’appello al razzismo bianco è da sempre l’arma più efficace dell’estrema destra. Il discorso suprematista è così radicato nella società occidentale, che la classe lavoratrice bianca è a lungo stata dalla parte sbagliata. Lo diceva bene l’intellettuale marxista nero Cedric Robinson nel suo testo del 2007 Forgeries of Memory and Meaning, riprendendo le parole di Otis Madison. “Il proposito del razzismo è controllare il comportamento delle persone bianche, non delle persone nere. Per le persone nere, pistole e carri armati sono sufficienti”. Robinson usava questa frase per descrivere gli anni di Jim Crow, l’insieme di norme locali che imponevano il ripristino della segregazione razziale negli stati del Sud tra il 1877 e il 1964. Ripristinare la segregazione razziale, dopo che gli anni della ricostruzione avevano temporaneamente promosso eguali diritti civili, non era semplice. Era un obiettivo che poteva essere raggiunto solo con un cambiamento radicale, fatto di omicidi politici, linciaggi e complicità federale con la supremazia bianca, e di un dibattito manipolato che descriveva le persone nere come una minaccia e la supremazia bianca come una forza di redenzione, come ben descritto dal famigerato film di D. W. Griffith del 1915, Birth of a Nation. Il razzismo bianco ha sempre avuto molto da guadagnare da queste congiunture storiche, che scaricano su neri e migranti i costi economici e morali delle epoche di crisi. Dopo anni di pour parler sul pericolo del razzismo al contrario, spiace dire che il fine ultimo degli inutili dibattiti sul woke e sulle guerre culturali era precisamente questo: solleticare il razzismo bianco e spingere la classe lavoratrice tra le braccia della destra. In Italia, il libro di Mimmo Cangiano “Guerre Culturali e Neoliberismo” è un brutto veicolo di questo processo, che si serve dell’inadeguatezza delle politiche di inclusione per delegittimare le lotte antirazziste, accusate di smorzare l’unità di classe. Se qualcosa ha da insegnarci, la brutalità che ci circonda, invece, è che non ci sarà limite alla violenza coloniale fino a che riuscirà a trovare complici nel privilegio bianco. Alex Pretti e Renee Good avevano scelto di disertare questa complicità storica e di agire in solidarietà con la comunità migrante. Che il loro esempio ci sia da modello.