Referendum, il Sì è in vantaggio ma la mobilitazione non è affatto scontata di Giovanni Diamanti La Repubblica, 26 gennaio 2026 C’è un elemento che i sondaggi faticano a registrare e a considerare, ovvero quello motivazionale. Nell’ultimo, giustamente acclamato film di Paolo Sorrentino, La Grazia, il presidente della Repubblica, insigne giurista, attraversa la fase conclusiva del suo mandato confrontandosi con profondi turbamenti interiori, generati da questioni di diritto che si intrecciano intimamente con la sua esperienza umana e il suo sistema di valori. L’uscita di questa pellicola in concomitanza con l’inizio della campagna per il referendum costituzionale è puramente casuale, ma andrebbe interpretata come una opportunità per riflettere e dare origine a un dibattito attorno a un tema alto e complesso come la giustizia. Un tema, per molti, “troppo” alto e complesso. I sondaggi sul referendum fotografano al momento una situazione abbastanza chiara: il sì è in vantaggio, ma il distacco è assolutamente ridotto e colmabile, considerando soprattutto che la campagna elettorale deve ancora entrare nel vivo. C’è, tuttavia, un elemento che i sondaggi faticano a registrare e a considerare, ovvero quello motivazionale. In una fase storica in cui votare pesa, affatica, richiede sforzo, non è facile mobilitare e stimolare gli elettori a difesa di una riforma sulla giustizia. Il “fronte del no” potrà sfruttare un possibile innesco di convergenze di mobilitazione tra gli oppositori della riforma, interessati specificamente al tema giuridico, e il vasto mondo degli scontenti di questo governo, il 62% degli intervistati secondo l’ultimo sondaggio YouTrend. In un contesto oramai di bassissima affluenza, è difficile catalizzare lo scontento su un partito a un’elezione politica, mentre può essere più facile convertirlo in un voto “contro” il governo in un referendum, polarizzando la sfida. Lo stesso sondaggio vede i Sì in vantaggio con il 55% tra gli intenzionati ad andare a votare, grazie a una buona tenuta dell’elettorato conservatore e a un vantaggio dei sostenitori della riforma tra gli “indecisi e astenuti” nel contemporaneo voto politico. Segno che la mobilitazione degli scontenti “contro” il governo non è (ancora) passata, anche grazie alla scelta di non politicizzare la partita da parte del governo. Ma la campagna è ancora molto lunga e la storia politica recente ci insegna che è destinata a polarizzarsi. A quel punto, la vera difficoltà per il centrodestra sarà tutta incentrata sulla mobilitazione: i temi della giustizia saranno sufficienti per motivare una decina di milioni di elettori a votare Sì? È vero, oggi la coalizione a sostegno del Sì è in vantaggio, ma si trova di fronte a una doppia incognita. Da un lato, legata al reale grado di capacità mobilitativa delle tematiche giuridiche, dall’altro, al bacino potenziale: quello a cui attinge il fronte del No, in una contesa politicamente polarizzata, è più ampio, ed è legato al 62% degli italiani che boccia il governo. Mariano De Santis, il presidente della Repubblica splendidamente ritratto da Sorrentino che ha dedicato la vita allo studio del diritto, è lontano dal rappresentare il cittadino medio. Alla fine, il 22 e 23 marzo saranno gli italiani a doversi misurare con i temi della giustizia e della responsabilità, e i partiti hanno meno di due mesi di fronte a loro per cercare di coinvolgerli. Referendum, dal Sì di Previti e Dini al No di Pomicino: il ritorno delle “volpi” della politica di Tommaso Labate Corriere della Sera, 26 gennaio 2026 Il referendum richiama dal passato i protagonisti della Prima e della Seconda Repubblica. “Quando è possibile partecipare nonostante l’età e gli acciacchi a una partita politica in purezza, di quelle che non hai lo stress o l’assillo di dover tornare in Parlamento, lo sapete che cosa succede ai vecchi politici di razza? Succede questo: che sentono di nuovo l’odore della foresta”. Paolo Cirino Pomicino dice di contare i giorni che lo separano dalla fine di quest’ultima convalescenza per potersi buttare a capofitto nella battaglia referendaria sulla giustizia che lo vede tra i sostenitori del No. Le ragioni della scelta che ha sorpreso praticamente chiunque, considerata la mole indefinita di procedimenti a carico che ha collezionato nell’arco di una carriera (una condanna e un patteggiamento all’epoca di Mani Pulite, due prescrizioni, il resto solo proscioglimenti) le ha già spiegate e le spiegherà ancora, tra queste il fatto “che la riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire, il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Ma il punto oggi è un altro. Ed è che nella partita che segnerà in un modo o nell’altro la sorte della legislatura e in parte quella del governo Meloni, dal passato della Prima e della Seconda Repubblica tornano sulla scacchiera pedine pregiate e cavalli di razza, alcuni dei quali non si vedevano in giro da tempo. Dalla parte del No, Pomicino per esempio ritroverà il suo vecchio vicino di posto dei Consigli dei ministri dei governi Andreotti VI e VII, Rino Formica, titolare delle Finanze quando ‘O ministro lo era del Bilancio. Per il vecchio leone socialista, novantanove anni il primo marzo prossimo, la partita sulla riforma Nordio è una sfida in difesa della Costituzione. E la sua posizione - “Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico” - rimbalza da giorni anche sulle bacheche social dei giovanissimi. Il referendum di fine marzo riporta sulla scena il protagonista del passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, e cioè Antonio Di Pietro, schierato con il Sì. E anche alcuni pesi massimi del berlusconismo che furono protagonisti della nuova fase. Due su tutti: Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Quest’ultimo ha raccontato a Report che “da ministro della Giustizia avrei fatto le stesse cose che sta facendo ora Carlo Nordio”. E che in parte erano nel programma che un altro ministro di quel governo, il titolare del Tesoro Lamberto Dini, aveva inserito in cima alle priorità del suo esecutivo quando si ritrovò a occupare la poltrona principale di Palazzo Chigi dopo il ribaltone di Bossi. Morale della favola? Anche Dini, che il primo marzo (fa il compleanno lo stesso giorno di Rino Formica) compirà novantacinque anni, non si è chiamato fuori dalla mischia. E al Foglio ha già detto che “al referendum voterò Sì perché approvo la riforma della Giustizia (…) Mi risulta che la separazione delle carriere esista in gran parte dei Paesi democratici e senza che i pm siano sotto il controllo del governo, come sostengono gli oppositori della riforma”. Dei sopravvissuti del primo governo Berlusconi ce n’è soltanto uno che si è schierato apertamente per il No. E anche qui si tratta di una grande firma: Clemente Mastella, l’unica personalità politica ad aver fatto parte sia di un governo guidato dal Cavaliere che da uno guidato da Prodi. Il sindaco di Benevento freme: “C’è poco tempo per vincerlo, ‘sto benedetto referendum. Bisogna darsi una mossa e moltiplicare l’azione politica di tutti i contrari alla riforma Nordio e al governo Meloni”. Troverà dalla sua stessa parte un’antica nemica giurata, Rosy Bindi, che da presidente dell’Antimafia inserì tra gli “impresentabili” di una vecchia tornata di Regionali in Campania sua moglie Sandra Lonardo (la quale reagì malissimo: “La cattolica Bindi darà conto a Dio di ciò che ha fatto”). Perché questo referendum è un po’ così. Quelli che a volte ritornano, stavolta, sono tantissimi. Vecchie volpi pronte alla zampata, felini che fremono per un ultimo graffio. Nell’odore della foresta. Che, come dice Pomicino, prima o poi torna a farsi sentire. Baby gang, i minori fanno più reati. Perché la multa ai genitori è una presa in giro? di Milena Gabanelli e Andrea Priante Corriere della Sera, 26 gennaio 2026 Si dice che dietro un adolescente che delinque c’è il fallimento degli adulti. A darne le dimensioni ci pensa la cronaca quotidiana. Un’indagine Demopolis per Con i Bambini dice che il 43% degli adolescenti italiani quando esce di casa teme di rimanere vittima di violenze e bullismo e il 26% è convinto che gli episodi di violenza da parte delle baby gang nella sua città siano sempre più frequenti. Le bande giovanili ci sono sempre state, ma ci sono differenze sostanziali rispetto a quelle di oggi. Fino a qualche anno fa erano formate da componenti fissi, con le stesse origini etniche e bassa estrazione sociale. Agivano nei loro quartieri con lo scopo di mettersi qualche soldo in tasca attraverso furti o spaccio di stupefacenti ai coetanei. Dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle. Oggi ad accumunare i membri delle baby gang, più che il ceto sociale o il colore della pelle, sono gli abiti che indossano, la musica che ascoltano, l’uso di droghe, i modi strafottenti. I membri del gruppo cambiano di continuo: dentro c’è il minore straniero e quello italiano, quello che arriva dal quartiere disagiato e quello di famiglia benestante, e l’età va dagli 11 ai 17 anni. Si danno appuntamento sui social per poi ritrovarsi nei luoghi della movida, e l’obiettivo del furto o della violenza è l’atto di prevaricazione sulla vittima, meglio se filmato e postato sul web. La questura di Milano ha analizzato centinaia di commenti lasciati a questi video, e rilevato “un preoccupante livello di consenso da parte dei coetanei”. In sostanza, l’esercizio del potere genera fascino. Nel 2025 gli adolescenti indagati e seguiti dai Servizi sociali per i minorenni del ministero della Giustizia sono stati 23.862, il 23% stranieri, e rispetto al passato si è abbassata l’età: i 14-15enni che delinquono sono sempre più numerosi. Stando a un campione esaminato da Transcrime (centro di ricerca sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano), gran parte dei reati sono commessi in gruppo. Negli ultimi sei anni, gli illeciti di cui sono accusati si sono impennati: rissa +93%; rapina +54%; lesioni +53%; violenze sessuali +29%; omicidio +28%; minacce +26% (qui i dati 2019, e qui quelli 2025). Quelli finiti nei guai perché trovati a girare con una spranga o un coltello in tasca, sono schizzati del 93,5%. Ormai, spiega Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, “l’uso dei coltelli è vissuto come una moda, che diventa devastante nelle mani di chi non è in grado di controllare rabbia e frustrazione”. I distretti più colpiti sono quelli di Milano, Bologna, Venezia, Napoli. Nell’estate 2023 esplode a Caivano il caso di violenza su due bambine. Prevedendo quale sarebbe stata la risposta dello Stato, il 6 settembre l’allora Garante per l’infanzia Carla Garlatti scrive alla premier Giorgia Meloni: “Ogni tentativo di rendere il sistema penale minorile più rigido e orientato alla mera ottica punitiva non appare condivisibile. Tali soluzioni non hanno alcun vantaggio dal punto di vista educativo e di riduzione della recidiva”. Pochi giorni dopo il governo vara il Decreto Caivano, che inasprisce le pene rendendo possibile arrestare i minori anche per spaccio di lieve entità, furto aggravato, resistenza. A due anni di distanza (qui i dati settembre 2023, e qui quelli 2025) dall’entrata in vigore del decreto, gli effetti si vedono: +90% di ingressi nei Centri di prima accoglienza dove finiscono i minori fermati in attesa di convalida; +40% di presenze nei 19 istituti penali per minorenni (Ipm), dove il 63% è rinchiuso senza che sia intervenuta una condanna definitiva. Per la prima volta, dice il Garante per i detenuti, oltre la metà delle carceri per minori sono andate in sovraffollamento, aumentati i casi di autolesionismo, violenze, tentati suicidi. La soluzione individuata dal governo è stata quella di aprire 3 nuovi Ipm: L’Aquila, Lecce e Rovigo. In queste strutture, dove finiscono ragazzi che sono poco più che bambini, c’è una carenza cronica di educatori, assistenti sociali, agenti, mentre i programmi di recupero e riabilitazione, di fatto, si contano sulle dita di una mano, e dove esistono è grazie al buon cuore delle associazioni di volontari. Più spesso gli adolescenti sono numeri senza volto, che una volta scontata la pena tornano a delinquere. Nel 2025 il Dipartimento giustizia minorile ha subito un taglio al budget per 19 milioni di euro, e nel 2026 è prevista una riduzione del 12% ai fondi per i corsi di istruzione e di reinserimento dei ragazzini arrestati. Con il nuovo decreto sicurezza che sarà varato a giorni, sono previste multe fino a 12mila euro a chi vende coltelli ai minori e l’ammonimento del questore scatta anche per i 12/13enni se accusati di lesioni, rissa, violenza privata e minacce con l’uso di un coltello. Sanzioni fino a mille euro pure ai genitori di chi viene sorpreso a girare con il coltello nello zainetto. La novità si affianca alla legge (art 2048 cod. civile) che già prevede la “culpa in educando”, cioè i genitori devono rispondere dei danni causati dai figli a meno che non dimostrino di aver fatto il possibile per impartire una sana educazione. Ma come si dimostra di essere bravi educatori? Cristina Maggia, per 32 anni procuratore e giudice minorile, esprime una considerazione: “Ci sono famiglie dove la priorità è arrivare a fine mese, non certo controllare le foto che il figlio posta sui social. E da giudice mi chiedo: perché dovrei sanzionare una mamma e un papà, trascurando tutti gli altri adulti che a scuola, per strada, sui social, offrono modelli comportamentali sbagliati? La soluzione non è multare i genitori, ma mettere in campo politiche sociali e di assistenza che insegnino loro come svolgere al meglio il ruolo”. Dunque cosa si fa per dare una qualche alternativa agli adolescenti e limitare l’attrazione verso i modelli che vedono scorrere sugli schermi dei telefonini, dai video delle risse al porno estremo? Diversi studi, a partire da quello dell’Università di Montreal dimostrano come l’attivazione di progetti scolastici che aiutino i bambini a comprendere e migliorare le relazioni, riduce la possibilità che, crescendo, commettano azioni criminali. A beneficio di tutti: si stima che ogni dollaro investito nella prevenzione, generi 11 dollari di risparmi. Eppure abbiamo deciso di imboccare la strada opposta. Prendiamo il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile che finanzia 800 progetti attivati da scuole e associazioni, rivolti a bambini e ragazzi contro la dispersione scolastica, le dipendenze, il disagio sociale. Il fondo (che funziona col meccanismo del credito d’imposta), nato nel 2016 con uno stanziamento da 100 milioni di euro l’anno, è stato via via spolpato: nel 2019 era già sceso a 55 milioni, nel 2022-23 a 45, e quest’anno ridotto a 3 milioni. Il Fondo politiche giovanili, al quale attingono Regioni, Comuni, parrocchie, scuole e società sportive o culturali per finanziare progetti di educazione, formazione e inclusione è passato dai 90,8 milioni di euro del 2022 ai 49,9 milioni per il 2026. Il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, che paga progetti di contrasto a violenza ed esclusione sociale nelle grandi città, è sceso da 28,7 milioni a 25,9 milioni. Ai Comuni, sempre a corto di risorse, non viene dato un euro in più per la creazione di centri di aggregazione ricreativi. Nel frattempo sui Comuni sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati, che rappresentano la vera grande emergenza perché i numeri sono in crescita e perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità. Nel 2025, il solo Comune di Milano ha speso 20 milioni per la loro gestione, e lo Stato, se tutto va bene, gliene rimborserà 15. In sostanza: la repressione da sola serve a nulla, se non accompagnata da interventi di politiche sociali con il coinvolgimento diretto della famiglia e soprattutto della scuola. A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria. “L’esposizione continua a contenuti violenti, unita ad adulti meno credibili, e all’assenza di programmi scolastici di “educazione alle relazioni”, spinge i giovani a essere più competitivi, e questo genera disagio e, in alcuni casi, aggressività” sintetizza Marco Dugato di Transcrime. Lo scrive anche l’istituto Superiore di Sanità: “L’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti” e gli studi dimostrano che alimenta prepotenza e brutalità. Nel nostro Paese lo sbarramento di accesso ai social è fino ai 13 anni. L’Australia ha avuto il coraggio di alzare il divieto a 16, la Francia si prepara a fissare il limite a 15. La Commissione Ue ha chiesto a tutti i Paesi membri di armonizzare verso l’alto: divieto assoluto sotto i 16 anni, con sanzioni salatissime per le piattaforme che non attivano filtri adeguati. È vero che i ragazzini sono abilissimi a raggirare le barriere, ma alzarle è un dovere, e i controlli - con punizioni esemplari e implacabili verso le piattaforme - un imperativo. Giovani violenti, il 55% vuole pene più severe: il 60% favorevole ai metal detector nelle scuole di Alessandra Ghisleri La Stampa, 26 gennaio 2026 Ma due ragazzi su tre tra i 18 e i 24 anni si dicono contrari a inserire strumenti di controllo negli istituti. La violenza giovanile non è più un’eccezione, né un fatto di cronaca isolato: è il segnale allarmante di un disagio profondo che la società sembra ancora sottovalutare. Un coltello in tasca -spesso acquistato online o altre volte preso dalla cucina di casa- forse per difendersi, più spesso per “sentirsi qualcuno”. Un gesto che racconta molto più di quanto appaia. C’è stato un tempo in cui le liti tra ragazzi finivano con una spinta, una parola di troppo, una porta sbattuta o una scazzottata. La violenza con il coltello era percepita come un evento raro, quasi eccezionale. Più spesso era associata alle partite di calcio e agli scontri tra tifoserie contrapposte, mentre i racconti di aggressioni all’arma bianca tra adolescenti -per gelosie, rivalità o piccoli furti- erano limitati e marginali. Non esistevano ancora i social network e, per finire in televisione o sui giornali, un fatto doveva essere davvero eclatante. Oggi, invece, la soglia dell’attenzione si è abbassata: la violenza è diventata più visibile, più rapida, più imitabile, fino a trasformarsi in contenuto, in spettacolo, nella sua accezione più distorta e pericolosa. E così, sempre più spesso, le liti non si esauriscono in uno scontro verbale, ma finiscono con una lama estratta. L’aumento della violenza giovanile -spesso per futili motivi-, e in particolare dell’uso del coltello, descrive una generazione che cresce tra paura, rabbia e un’evidente assenza di riferimenti. Dati alla mano dimostrano che dal 2018 ad oggi le aggressioni con i coltelli tra i ragazzi sono aumentate da 35.000 a 90.000 (fonte rielaborazione RealPolitik su dati Espad Italia 2025 del Cnr). Le cronache degli ultimi mesi parlano chiaro: aumentano gli episodi di violenza tra minorenni e si abbassa l’età di chi impugna un’arma. Non si tratta solo di criminalità, ma di un fallimento educativo, sociale e culturale che chiama in causa famiglie, scuole e istituzioni. Perché un ragazzo sente il bisogno di portare un coltello? La risposta non sta soltanto nella devianza o nella moda, ma in un vuoto che nessuno sembra riuscire a colmare. Lo conferma il sondaggio realizzato da Only Numbers: per il 37,5% degli intervistati le cause di questi episodi vanno ricercate in un mix di fattori sociali e culturali (20,0%), nella mancanza di regole e di controllo (17,9%), nei problemi legati alla famiglia di provenienza (12,2%), fino alle responsabilità individuali (4,0%) ed economiche (3,0%). Numeri che restituiscono un quadro complesso, lontano da spiegazioni semplicistiche. Di fronte a questa escalation, l’opinione pubblica si divide sulle risposte da adottare. Il 55,0% dei cittadini ritiene che l’inasprimento delle pene possa essere uno strumento utile, mentre il 32,7% si dice contrario. Una contrarietà condivisa dal 55,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e da una parte consistente dell’elettorato delle opposizioni: il 58,2% tra gli elettori del Partito Democratico, il 71,6% tra quelli di Alleanza Verdi e Sinistra e il 70,5% tra i sostenitori di Azione. Negli ultimi giorni si è discusso anche dell’ipotesi di installare metal detector all’ingresso degli istituti scolastici. Il 59,2% degli intervistati si è dichiarato favorevole, con un consenso molto alto tra gli elettori della maggioranza (77,7%) e più tiepido tra quelli delle opposizioni (44,0%). Tuttavia, colpisce soprattutto il dato dei più giovani: il 65,6% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni si dice contrario. È come se non volessero essere controllati, ispezionati… E, in parte, non hanno torto. La scuola non può trasformarsi in una zona di sicurezza permanente senza interrogarsi sul prezzo che questo comporta. Proprio nell’adolescenza si forma il carattere di una persona, si costruisce il senso del limite, si impara la responsabilità. Tuttavia, è anche l’età in cui le scelte sbagliate possono compromettere un’intera vita, ma affidarsi solo al controllo rischia di certificare una vera sconfitta: quella di una comunità che interviene troppo tardi, quando il disagio si è già trasformato in violenza. La vera sfida, infatti, non è decidere se punire di più o installare un metal detector in più, ma ricostruire un tessuto educativo capace di prevenire prima che reprimere. Ascoltare prima di sorvegliare… Dopo l’ennesimo episodio di violenza avvenuto in una scuola di La Spezia, dove un ragazzo ha perso la vita a seguito dell’aggressione di un coetaneo, emerge con forza la richiesta di un intervento su più livelli. Un cittadino su due (52,7%) infatti è convinto che le istituzioni debbano agire su entrambi i fronti: rafforzando le misure di controllo e sicurezza (22,4%), ma soprattutto investendo nella prevenzione, attraverso un maggiore supporto psicologico (17,1%). Offrire alternative prima che divieti, perché un coltello in tasca non nasce dal nulla: nasce dove mancano le parole, le presenze, gli orizzonti… il futuro. In questo quadro emerge anche un altro tema, spesso evocato con cautela, ma che non può essere eluso: in alcuni contesti culturali il coltello non è solo un’arma, ma un simbolo identitario, un segno di forza o di difesa. Un retaggio che, nei processi di integrazione incompiuti, può riemergere soprattutto tra i più giovani, inclusi ragazzi di seconda generazione, cresciuti tra due mondi senza sentirsi pienamente parte di nessuno dei due. I dati che segnalano un aumento di reati anche in questi segmenti della popolazione non vanno letti come una colpa collettiva, ma come l’ennesimo indicatore di un’integrazione lasciata troppo spesso al caso. E finché continueremo a chiederci come fermare la violenza senza chiederci perché cresce, finché risponderemo solo con controlli e sanzioni a problemi che nascono da identità fragili, solitudine e marginalità, continueremo a contare feriti e, soprattutto, a perdere i nostri ragazzi… E il nostro futuro! Pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è agghiacciante, perché quelle famiglie sono semmai vittime di Elisabetta Ambrosi* Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2026 Per capire la questione del cosiddetto “disagio giovanile” bisognerebbe anzitutto chiamarlo con il suo nome: dolore. Bisognerebbe cioè partire dalla sofferenza e dalle sue cause, invece che occuparsi dei modi con cui questa sofferenza prova ad essere placata: violenza su sé e sugli altri (autolesionismo, risse, coltelli), abuso di droghe, di social media e smartphone, psicofarmaci che circolano senza ricette, ritiro sociale. Il dolore dei ragazzi che vengono da famiglie immigrate non è difficile da comprendere: carenza di risorse economiche e culturali, povertà, anche abitativa, violenza familiare non possono che esitare in comportamenti devianti. Ma anche nelle famiglie italiane l’angoscia non manca: scarsità di fratelli, separazioni dei genitori precoci e sempre più conflittuali, nonni che muoiono - visto che si nasce sempre più tardi - educazione all’insegna della prestazione e della competizione invece che della condivisione e della socialità. Per entrambi, ragazzi di origine straniera e italiani, è invece comune lo spettacolo di un mondo attraversato da una violenza estrema, un mondo dove i capi di stato sono spesso malati psichici, un mondo armato fino ai denti. Identificata la sofferenza - che nasce da una società sempre più atomizzata dove le agenzie di socialità e di senso, scout, oratori, etc. sono sempre più scarne, mentre trionfa l’intrattenimento dei centri estivi e dei mille corsi di lingua, l’attenzione può spostarsi ai modi con cui i ragazzi cercano disperatamente di attutire il dolore. Nelle menti più fragili, il combinarsi di alcuni di questi elementi - psicofarmaci e droga, ad esempio, oppure droghe e smartphone - possono produrre esiti drammatici, dove non è più chiaro tra l’altro cosa è conseguenza di cosa, la causa e l’effetto. Perché il dolore produce abuso di sostanze, ma a sua volta l’abuso di sostanze aumenta confusione, dolore, psicosi. Una devastazione mentale e morale. Cosa possono fare le famiglie? Quasi nulla. O, meglio, possono fare se hanno abbondanza di strumenti culturali ed economici e tempo a disposizione. Se riescono a trovare i giusti specialisti, pagati a caro prezzo, se riescono a curare il dolore, magari capendo che occorre partire dal proprio. E le altre? Quelle che sopravvivono a malapena, dove i genitori presto e tornano tardi, con poche risorse, famiglie che non sanno come gestire un ragazzo sempre più violento anche in casa, sempre più malato? Quanta disperazione c’è in queste famiglie non si può neanche raccontare. Per questo pensare di punire i genitori per minori che compiono reati è agghiacciante, perché quelle famiglie sono, semmai, vittime. Inasprire le pene, abbassando l’età, è tanto aberrante quanto inutile. Togliere passaporti e permessi di soggiorno? Benzina sul fuoco della disperazione. Cosa servirebbe, allora? L’elenco è lunghissimo. Certo, una guerra vera e totale allo spaccio, oggi che la droga arriva a domicilio in cinque minuti. Ma anche più risorse economiche e di tempo per le famiglie, smart working, soldi veri: perché la presenza in casa cura. Soprattutto: più risorse economiche ai servizi socio-sanitari sul territorio. Oggi per avere una visita neuropsichiatrica infantile si aspettano mesi. Per entrare in una comunità - unici luoghi dove, quando la situazione ormai si è cronicizzata, è possibile forse ancora salvare i ragazzi, riuscendo a distinguere cause ed effetti - ci sono liste d’attese infinite. E la scuola? Può poco o nulla, nelle condizioni attuali. Potrebbe, quello sì, smettere di puntare su competizione e valutazione e valorizzare didattica di gruppo, socialità, cooperazione tra gli studenti. Niente di tutto questo è nel programma del governo. Il quale, ironia della sorte, vuole punire e perseguitare chi ha in tasca un coltello - spesso solo per paura - mentre investe miliardi in nuove armi. Si può essere così drammaticamente incoerenti? *Giornalista e scrittrice Regeni, dieci anni dopo: “È solo una tappa, non ci fermeremo” Il Dubbio, 26 gennaio 2026 Da Fiumicello l’appello della famiglia: processo sospeso ma pronto a ripartire. Attesa per la decisione della Consulta. Sostegno trasversale e “onda gialla” contro l’omertà. “Dieci anni è un lungo periodo, però per noi significa soltanto una tappa nel nostro lungo percorso”. Con queste parole Claudio Regeni è intervenuto dal palco dell’evento “Parole, immagini e musica per Giulio”, in corso a Fiumicello, rinnovando l’impegno della famiglia per arrivare a verità e giustizia sulla morte del figlio Giulio Regeni, rapito e ucciso al Cairo dieci anni fa. Il padre del ricercatore ha spiegato che l’obiettivo resta la ripresa del processo, oggi sospeso, e l’attesa di una sentenza della Corte Costituzionale che consenta di andare avanti. “Continuate a starci accanto e grazie di tutto”, ha detto, sottolineando il valore di una mobilitazione che non si è mai spenta. “Giulio potrebbe essere figlio di tantissime famiglie, fratello di tanti, nipote - ha aggiunto - rappresenta un po’ i giovani di oggi: mentalità aperta, viaggiano, si interessano, hanno a cuore gli altri”. Nel suo intervento Claudio Regeni ha richiamato anche casi recenti, come quello di Alberto Trentini, “per fortuna conclusosi con esito positivo”, a dimostrazione di quanto l’attenzione pubblica e la solidarietà possano fare la differenza. Un messaggio che intreccia memoria e attualità, ribadendo la centralità dell’impegno civile. A sostenere la famiglia è arrivato anche un videomessaggio di Roberto Fico, che ha assicurato pieno supporto e ha rilanciato l’invito a proseguire insieme: “Insieme andiamo a cercare verità e giustizia, non molleremo mai”. Fico ha ricordato il valore dell’appuntamento annuale di Fiumicello come momento di comunità e di rilancio dell’azione collettiva, in attesa di conoscere le decisioni della Consulta. “Grazie alla vostra lotta e alla vostra determinazione - ha detto - il processo c’è stato”. La madre di Giulio, Paola Regeni, ha ribadito in un’intervista a RaiNews24 che “il processo adesso è sospeso ma proseguirà a breve”, precisando che la famiglia è in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale “che speriamo sarà a giorni”. Paola Regeni ha parlato di un’”onda gialla” fatta di affetto, solidarietà, impegno civile e scorta mediatica, capace di “abbattere il muro dell’omertà”. Non manca, però, l’amarezza per la risposta istituzionale. “Non abbiamo avuto grosse risposte - ha aggiunto Claudio Regeni - parole sì, promesse tante, ma fatti pochi. Vorremmo che le istituzioni si mettessero davvero al nostro fianco a chiedere verità e giustizia”. Velletri (Rm). Detenuto 48enne muore per un malore in carcere giornaleinfocastelliromani.it, 26 gennaio 2026 Velletri, un detenuto di 48 anni romano che doveva scontare una pena presso il carcere veliterno, è deceduto in seguito a un malore improvviso nella mattinata di venerdì, nonostante il pronto intervento degli agenti della polizia penitenziaria, che lo hanno trasportato presso la medicheria del Padiglione vicino a quello dove era detenuto. Sul posto sono intervenuti anche i sanitari del 118 di Velletri, che non hanno potuto fare altro che constatare la morte dell’uomo. Il magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Roma ha stabilito comunque l’autopsia presso l’istituto di medicina legale di Tor Vergata per accertare l’esatta causa di morte. Lecce. Oltre 1.500 detenuti per 800 posti, emergenza sicurezza e diritti umani di Maria Grazia Maci leccesette.it, 26 gennaio 2026 La denuncia del Segretario Regionale Puglia Ruggiero Damato: “Servono interventi immediati su personale, sanità e strutture”. Il carcere di Borgo San Nicola sta attraversando quello che viene definito come il momento più drammatico della sua storia. A lanciare l’allarme è la Segreteria Regionale Puglia, per voce del Segretario regionale Ruggiero Damato, che parla senza mezzi termini di una situazione esplosiva dovuta a un sovraffollamento fuori controllo e a una gravissima carenza di personale. Attualmente, nella casa circondariale di Lecce sono presenti oltre 1.500 detenuti a fronte di meno di 800 posti regolamentari, un numero che rende impossibile garantire condizioni di vita dignitose e livelli minimi di sicurezza. Polizia penitenziaria allo stremo: mancano circa 250 agenti - A peggiorare il quadro è la mancanza di circa 250 unità di Polizia penitenziaria nel ruolo Agenti/Assistenti, tra il comando della Casa Circondariale di Lecce e il Comando Interprovinciale Lecce-Brindisi del Nucleo traduzioni e piantonamento. Le celle - spesso triple - rendono la vivibilità estremamente difficile, mentre gli agenti sono al limite delle forze fisiche e psicologiche, costretti a turni massacranti e a operare in condizioni di stress costante. “Questa miscela è esplosiva - sottolinea Damato - e non sorprende che il rischio di aggressioni ai danni del personale, così come di atti autolesionistici e suicidi tra i detenuti, sia altissimo”. “Il Ministero resta sordo, ma i detenuti continuano ad aumentare” - Secondo la Segreteria Regionale Puglia, il Ministero della Giustizia non starebbe rispondendo alle richieste provenienti dalla direzione del carcere e dalle organizzazioni sindacali. Nonostante ciò, continuano ad arrivare a Lecce detenuti di ogni tipologia, inclusi soggetti con problematiche psichiatriche e tossicodipendenze, senza alcun potenziamento dell’organico. “Senza un intervento strutturale e senza una riduzione del numero dei detenuti - avverte Damato - il carcere è seriamente a rischio implosione”. Appello all’ASL di Lecce: “Più medici e psichiatri” - Tra le richieste più urgenti c’è anche un intervento dell’ASL di Lecce, chiamata a rafforzare il personale sanitario e paramedico, con particolare attenzione all’area psichiatrica. Le priorità indicate sono chiare: investimenti immediati nell’edilizia penitenziaria, aumento del personale di Polizia penitenziaria, potenziamento di educatori, psicologi e mediatori culturali, supporto psicologico continuo per detenuti e operatori. La Segreteria Regionale rivolge un appello diretto al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, al Sottosegretario Andrea Delmastro e alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo interventi urgenti e concreti. “È necessario superare una gestione ideologica e puntare su investimenti reali per la sicurezza e la riabilitazione. Lo Stato si misura anche dalla qualità dei suoi istituti penitenziari, che oggi - conclude Damato - ricordano carceri ‘sudamericane’”. Asti. Parlare di Giustizia riparativa, in carcere e in città di Domenico Coviello* altritasti.it, 26 gennaio 2026 Una giornata in una prospettiva di giustizia, riparazione e speranza. Un dibattito iniziato nella mattina con un incontro nella Casa di Reclusione di Asti con la partecipazione di direttrice, agenti, detenuti ed educatrici, con il garante dei detenuti, le associazioni, i mediatori dei Centri di Giustizia Riparativa Bergamo e Torino e proseguito nel pomeriggio con analogo momento sul territorio. Per riflettere assieme sul senso ed il valore della giustizia riparativa anche come prospettiva culturale e per progettare un itinerario verso una “città riparativa”. Prosegue ad Asti il cammino della giustizia riparativa che, secondo uno dei suoi principali teorici, Howard Zehr, può essere vista come “un modello di giustizia che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo”. Un’opportunità introdotta in modo organico nel nostro ordinamento dalla riforma Cartabia del 2022, che ha istituzionalizzato per legge questo percorso di incontro e dialogo nel tentativo di effettuare una “riparazione” delle conseguenze dei reati. Certamente non è una prospettiva facile, perché, come ricorda don Ciotti, la giustizia riparativa “non è solo un sistema giuridico, ma anche un prodotto culturale, capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare [che] il ricostruire le relazioni umane e il tessuto sociale non può andare a discapito dell’equità, della certezza e della funzione riabilitativa della pena”. È in questo quadro che si è svolta all’interno del carcere di Quarto, mercoledì 21 gennaio, la presentazione del volume Memoria e riparazione. A trent’anni dalle stragi, sguardi verso un futuro di libertà dalle mafie, a cura di Andrea Patanè, organizzata dalla direzione e dall’area trattamentale della Casa di Reclusione. Un momento di scambio a cui è seguito, nel pomeriggio, un ampio dibattito sulla giustizia riparativa presso la Sala Consiliare del Comune di Asti, alla presenza di tante realtà del territorio e, fra gli altri, del Vescovo, Marco Prastaro. L’incontro pomeridiano, in particolare, ha focalizzato l’attenzione sull’immaginare Asti come “città riparativa”, sulla scorta di altre esperienze attive sul territorio nazionale, e proseguendo un cammino già intrapreso tra carcere e territorio lo scorso anno. A condurre e moderare entrambi le fasi della giornata di riflessione è stato il Garante delle persone private della libertà personale, Domenico Massano. Al mattino, presenti all’incontro nella Casa di Reclusione, sono stati la direttrice Giuseppina Piscioneri, con il comandante della polizia penitenziaria, Leonardo Colangelo, la capoarea trattamentale, Monica Olivero, e le educatrici, alcuni agenti e un gruppo di persone detenute che già lo scorso anno avevano partecipato al progetto. Sono inoltre intervenuti, fra gli altri, l’Assessore all’Istruzione, Loretta Bologna, la Garante regionale Monica Formaiano, la presidente della Biblioteca Astense, Roberta Bellesini, Davide Gioda della Cooperativa La Strada, Davide Bosso, dirigente del CPIA Asti 1, Luca Di Giandomenico, presidente del Consorzio COALA, Francesco Marzo, presidente del CSVAA, Silvana Nosenzo di Agar teatro, volontari penitenziari dell’associazione Effatà, rappresentanti di Libera, della Camera penale e docenti della scuola del carcere. Il Garante Massano ha introdotto la professoressa Anna Lorenzetti, ordinaria di Diritto Costituzionale all’Università di Bergamo, il mediatore Filippo Vanoncini del Centro Giustizia Riparativa InConTra di Bergamo e Monica Delmonte del Centro di Giustizia Riparativa di Torino. In particolare i primi due sono stati contributori del volume presentato, frutto di un progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che ha premiato una proposta del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Ateneo bergamasco, volta a valorizzare il trentennale delle stragi di mafia dei primi anni ‘90 per creare un asse fra memoria e riparazione. Quest’ultima un concetto chiave della riforma Cartabia, presentato ed approfondito in chiave costituzionale dalla professoressa Anna Lorenzetti, anche se “resta ad oggi ancora poco conosciuta e messa in pratica”. “La giustizia riparativa - ha sottolineato la direttrice della Casa di Reclusione, Giuseppina Piscioneri - rappresenta il passaggio verso un sistema penale che valorizza la riparazione delle conseguenze del reato”. Come ha spiegato il garante dei detenuti Domenico Massano, “nel carcere di Asti questo percorso è stato presentato su proposta di una persona detenuta lo scorso anno, si tratta di un percorso la cui portata culturale è ampia e particolarmente significativa, ed oggi siamo insieme per cercare di dare continuità e prospettive a questo cammino, dentro e fuori dal carcere”. Un itinerario che, attraverso alcuni incontri a cui hanno partecipato un gruppo di persone recluse e persone della comunità esterna, affiancati dai mediatori esperti del centro Incontra di Bergamo e del centro di Torino, aveva portato ad un doppio esito: “Una lettera dei detenuti ‘a un compagno di detenzione’ per spiegare il concetto di giustizia riparativa e stimolare l’interesse verso di essa - ha raccontato il Garante - e il progetto di lavorare in città, ad Asti, per dar vita a una comunità ‘riparativa’”. “La giustizia riparativa - ha affermato Filippo Vanoncini - consente a chi ha commesso un crimine di uscire dalla logica di schiavitù che le organizzazioni mafiose spesso applicano ai propri associati. È una giustizia dell’incontro perché la questione è sottoporsi ad uno sguardo non giudicante che permetta alla vittima e all’autore di reato di riconoscersi nella propria umanità e nel proprio dolore. È una giustizia esigente per tutti, poiché genera una spinta nelle parti coinvolte in un reato (autore, vittima e comunità) che muove dall’interiorità di ciascuno. In questo contesto, ogni individuo è chiamato a manifestare la propria umanità più profonda e a riconoscersi nell’umanità ferita dell’altro”. Ed è così che l’autore di un reato grave può arrivare a “riconoscere la vittima come un essere umano che soffre”, abbandonando le relazioni perverse e i legami soffocanti della malavita organizzata per tornare a umanizzarsi e uscire definitivamente dalla mentalità criminale. Nel pomeriggio i relatori ed il Garante hanno proseguito i lavori insieme ai soggetti partecipanti al Gruppo di lavoro sulle tematiche carcerarie ed a diverse altre realtà del territorio, dando seguito all’incontro del mattino ed al cammino intrapreso lo scorso anno per l’avvio di un percorso per la promozione e la sensibilizzazione del territorio astigiano alla cultura ed alle pratiche della giustizia riparativa (per una “Asti città riparativa”, sulla scorta di altre esperienze attive sul territorio nazionale). Un momento particolarmente significativo in cui è stata condivisa l’importanza di ulteriori incontri di approfondimento ed in cui è stato riconosciuto il valore di questa prospettiva anche in ambito culturale. Un cammino sicuramente in divenire, non semplice né scontato ma che, a piccoli passi, continuerà nei prossimi mesi. *Effatà Odv Venezia. Perché lo spettacolo “Parole e musica per la Gabbianella” di Carla Forcolin Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2026 Le associazioni sono un corpo vivo e come tale nascono, crescono, vivono trasformazioni e ogni tanto muoiono. Nel nostro paese questo succede difficilmente, ma la Gabbianella si scioglierà davvero. La sottoscritta, che l’ha fondata, non voleva che si sciogliesse senza che una parola fosse spesa in merito a quello che l’Associazione ha fatto in più di 25 anni di vita. Per lungo tempo, il lavoro volontario della Gabbianella si è svolto quotidianamente, tenacemente, appassionatamente, con obiettivi chiari: rendere possibile l’adozione anche a chi non era sposato; permettere ai bambini che passavano dall’affidamento all’adozione di rimanere, se nel loro interesse, nella famiglia in cui già si trovavano o almeno di mantenere dei rapporti con chi li aveva cresciuti; reperire e formare famiglie affidatarie; far uscire ogni giorni di prigione i bimbi, figli delle detenute, per andare alla scuola dell’infanzia o a svolgere delle attività educative o solo ricreative nel territorio circostante; sostenere padri e madri detenuti nella loro genitorialità; dare ai ragazzi affidati all’USSM (ufficio del Servizio Sociale per minorenni) nuove opportunità attraverso il contatto con la montagna, per sviluppare l’autostima, la socialità e nuovi interessi; lavorare con le famiglie più in difficoltà del territorio per prevenire abbandoni scolastici e favorire l’inserimento nella nostra realtà; ecc. Accanto a questo lavoro concreto c’è stato quello culturale volto a far conoscere ai nostri parlamentari la realtà del paese attraverso la pubblicazione di libri, articoli, convegni, petizioni. Per 16 anni l’Associazione è stata presente nel carcere femminile, non solo per i bambini, ma anche per le mamme. Dapprima invitata e sostenuta dal Comune, che finanziava gli accompagnamenti, poi da sola, senza finanziamenti, perché il Comune era in difficoltà. Per quei bambini, indirettamente detenuti, ha stimolato la regolamentazione interistituzionale delle attività che si dovevano fare per proteggerli e prevenire che anch’essi vivessero in modo irregolare in futuro. Dal suo impegno, oltre che da quello dell’allora Garante Regionale dei diritti dei detenuti e dei bambini e delle altre istituzioni (Comune, Questura, Direzione del carcere e dell’Uiepe, Tribunale per i Minorenni, ecc.) è uscito il “Protocollo interistituzionale d’Intesa”, firmato nel Tribunale per i Minorenni. Sembrava che così tutto dovesse funzionare meglio, ma non fu così e quando si trattò di applicare le regole scritte e firmate tutti insieme, le Istituzioni lasciarono sola l’Associazione. Fu l’epoca dell’amarezza e dei maltrattamenti istituzionali, a cui seguì la disdetta ufficiale dagli accordi da parte dell’Associazione e il ritorno dal carcere al territorio. E sul territorio trovammo ancora bambini piccoli da accompagnare alla scuola materna, ancora bambini che non vi andavano perché i genitori - ammalati, stranieri, con difficoltà varie - non potevano accompagnarli, questa volta in una rinnovata collaborazione con i Servizi Sociali Territoriali. Fu un progetto utile. Infine ci fu il lavoro con i minorenni autori di reato, ragazzi che spesso avevano avuto il padre in prigione, a chiudere il cerchio. Quel cerchio o circolo vizioso che si dovrebbe spezzare, che è tanto difficile rompere. “La gabbianella” ci ha provato! Ma non riesce ad andare oltre, perché le manca il ricambio generazionale. Si spera di passare il testimone ad altri, più giovani e altrettanto motivati. Bologna. Anila Rubiku e l’arte che entra in carcere: “La mia idea di libertà” di Paola Naldi La Repubblica, 26 gennaio 2026 Art City debutta alla Dozza con l’esposizione dell’artista albanese aperta anche al pubblico. Non è la prima volta che l’arte di Anila Rubiku, nata a Durazzo ma da arrivata in Italia più di trent’anni fa e oggi residente tra Milano e Toronto, racconta il carcere. Ma è la prima volta che le sue opere entrano alla Dozza, presentandosi al pubblico esterno e ai detenuti, e rendendo di fatto la casa circondariale bolognese una delle mete di Art City. Dal 6 all’8 febbraio infatti le sale dedicate ai colloqui della Dozza saranno “occupate” dalla mostra “L’arte messa alla prova: Anila Rubiku. I’m Still Standing”, a cura di Elisa Fulco e promossa dall’Associazione Acrobazie (già attiva all’interno del carcere dell’Ucciardone). Una mostra particolare che ancora una volta porta la città dentro al carcere e offre ai detenuti un patrimonio culturale, come dispositivo di crescita sociale e personale. “Ho iniziato a lavorare con il carcere diversi anni fa - racconta Anila - perché mi incuriosiva un fenomeno preciso dell’Albania: alla fine degli anni Novanta aumentava sempre più il numero di donne che venivano condannate perché avevano ucciso il marito che le violentava. Era appena finita la guerra del Kosovo e nel paese giravano molte armi ma le donne che andavano alla polizia per denunciare la violenza familiare non venivano ascoltate e venivano rispedite a casa con il consiglio di risolvere il problema in famiglia”. Anila, affiancata da uno psicologo, ha incontrato a lungo molte di queste donne, raccogliendo le loro storie e poi facendone dei ritratti simbolici. “A loro non abbiamo chiesto di parlare ma di disegnare perché si sentissero più libere. Poi io ho trasportato quegli schizzi nelle mie opere nella serie “Defiant’s portrait”, in cui raffiguro solo delle finestre con le sbarre, nella forma di ricami, sculture, disegni. Ogni lavoro è il ritratto di una di loro”. Queste opere arrivano ora alla Dozza, accanto ad altre tre serie di lavori: “Hope is the things with feathers” in cui vengono raffigurati degli uccelli come metafora di libertà e di riscatto; “I’m still standing”, che rappresentano le protesi dei veterani di guerra che spesso usavano stracci e pezzi di stoffa per rimodellare le parti usurate; “The Inner doors” con la riproduzione delle porte interne dei palazzi milanesi, come soglie segrete, tra l’interno e l’esterno, tra il buio e la luce. Spesso le opere nascono dall’assemblaggio di stoffe poi trapuntate, da ricami, da perline assemblate come un motivo decorativo. “Possono sembrare tecniche tipicamente femminili ma non è per questo che le uso: questa concezione è tipicamente occidentale perché in Oriente cucito e ricamo sono attività prettamente maschili - sottolinea Anila - Semmai fanno parte delle mie radici e della mia identità. In Albania, praticamente tutte le donne sapevano cucire e ricamare ed è con questi lavori che mandavano avanti la casa e magari guadagnavano qualcosa, barattando un vestito o un ricamo fatti da loro con altri beni. Io sono partita dal mio paese perché volevo studiare all’Accademia di Milano e partendo mi sono detta “lascio dietro tutto questo, non voglio diventare una donna come mia madre”. Ma quel “fare”, quel saper maneggiare fili, perline, stoffe, per me è un linguaggio naturale e per questo lo uso nella mia arte”. E le opere di Anila parlano della sua identità ma anche dell’idea di libertà, della lotta per rialzarsi e resistere. “Le sbarre, le porte, gli uccelli, le protesi sono tutti simboli di chi lotta - conclude lei - Ma voglio raccontare questa resilienza attraverso opere colorate, poetiche, leggere. Perché nella vita quotidiana, dove tutto scorre veloce, si può sopravvivere con la speranza e con la leggerezza, con la poesia e la bellezza”. Orari e modalità di visita - La mostra è aperta al pubblico con presentazione del documento di identità e autocertificazione obbligatoria all’ingresso. Orario: 6 febbraio 15-19; 7 e 8 febbraio 9-19; info: 051 320512, cc.bologna@giustizia.it. Cinema. “Nella colonia penale” vince a Trieste di Francesca Figus L’Unione Sarda, 26 gennaio 2026 La pellicola di Crivaro, Goia e dei sardi Alberto Diana e Silvia Perra miglior film della sezione dedicata al cinema indipendente italiano. In Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi. A Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Nell’ex colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte all’essere umano. “Nella colonia penale”, già film vincitore del Premio Marco Zucchi alla Semaine de la Critique del festival di Locarno 2025, ha trionfato ieri alla trentasettesima edizione del Festival del Cinema di Trieste, Premio Corso Salani, come miglior film della sezione dedicata al cinema indipendente italiano. La motivazione: “Per il rigore non solo formale nel dare senso di attualità al racconto di luoghi carcerari retaggio del passato, in cui i detenuti lavorano con terra e animali, inquadrati senza forzature drammatiche, anzi con momenti di paradossale ironia. Rimarchevole l’impatto del sonoro e della fotografia”. A firmare il lavoro, Gaetano Crivaro, Ferruccio Goia e i sardi Alberto Diana e Silvia Perra. Alberto Diana, nato a Iglesias nel 1989, si è diplomato al Master in Documental de Creación all’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, dopo essersi laureato in Lettere all’Università di Cagliari. Nel 2019 il suo doc “Fango rosso” è stato presentato in anteprima al Torino Film Festival. Nel 2023 ha realizzato il suo primo corto di finzione “Frarìa”. In questo nuovo lavoro firma l’episodio sull’Asinara. Silvia Perra, invece, nata a Cagliari nel 1988, si è diplomata in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. I suoi cortometraggi “La Finestra” (2016) e “Il Rito” (2020) sono stati selezionati in festival come Torino Film Festival, Angers Premiers Plans e Dokufest tra gli altri. Come autrice ha ricevuto il Premio Arte al Mia Market di Roma. Suo l’episodio su Mamone. Libri. Anche i ragazzi sono un giallo: torna il commissario di Walter Veltroni di Carlo Verdelli Corriere della Sera, 26 gennaio 2026 Esce martedì 27 gennaio per Marsilio la sesta avventura di Giovanni Buonvino. L’indagine sulla morte di un’adolescente: “La giovane uccisa poteva essere sua figlia”. Giunto alla sua sesta fatica, Giovanni Buonvino, commissario dell’immaginaria stazione di Polizia di Villa Borghese in Roma, guadagna posizioni non solo nella galleria degli investigatori italiani ma più in generale tra i personaggi di famiglia della nostra comunità letteraria. E il suo creatore, Walter Veltroni, a questo punto merita una precisazione nella sua corposa biografia, parte seconda (la parte prima è la politica): giornalista e scrittore, anche di gialli, che è un genere solo in apparenza di evasione. La storia di questo Buonvino e l’omicidio dei ragazzi(Marsilio) non è infatti solo una partita a scacchi tra il buono, cioè il detective, e il cattivo, cioè l’assassino (maschile, femminile o plurale, lo scoprirete). È anche un’incursione in un mondo diventato incognito, quello appunto dei ragazzi di oggi, che si conclude con più di una sorpresa e con la possibilità di un corso accelerato per meglio comprendere gli appartenenti a una tribù che parla una lingua diversa, ha codici indecifrabili, sembra aliena anche se, come vedremo, non lo è poi tanto. La partita a scacchi allestita da Veltroni comincia in un sabato italiano con Roma al meglio del suo incanto. Inizio estate, clima e luci perfette, sera con una piccola festa per la riapertura di un chiosco a Villa Borghese. Il commissario Buonvino si lascia convincere al primo selfie della sua vita. Mentre gli altri brindano, lui all’improvviso si distrae. Sente delle voci che vengono dal parco, non sa se di gioia o di paura, potrebbe anche averle confuse con altri rumori. Potrebbe. Invece è una premonizione di quello che accadrà di lì a poche ore e che impegnerà il protagonista a misurarsi con uno dei casi più difficili che gli siano capitati. Di certo il più doloroso. Giovanni Buonvino e la compagna Veronica, professione poliziotti, sono una coppia invidiabile, accordati a diapason, capaci di discutere con lievità dell’importanza sottovalutata della scomparsa dei corridoi come spia dei guai dell’Occidente; con lei a proteggere il carattere gentile ma riservato di lui, o a sorridere del suo nuovo hobby, le costruzioni con il Lego. Ma hanno scelto di non avere figli, il che non è rilevante a meno che la vittima di cui devi trovare il colpevole non sia una ragazza di 17 anni, capelli neri ricci, occhi azzurro profondo, una bellezza alla Clio Goldsmith per chi se la ricorda, trovata impiccata alle lancette del grande orologio ad acqua, detto Idrometro, costruito nel 1867 al Pincio. No borsa, no zaino, niente in tasca. Legata con un filo alla lancetta lunga della mezz’ora e morta soffocata lentamente allo scoccare dell’ora, massima tensione del filo. Almeno non ha sofferto, sedata com’era da un sonnifero potentissimo. Venerdì sera le voci, sabato notte l’omicidio, domenica mattina la scoperta del corpicino appeso sull’acqua. “Poteva essere sua figlia. Cercherà chi le ha fatto del male come se davvero lo fosse stata”, dice Walter Veltroni a proposito dei primi pensieri che mette in testa al suo commissario. E con questa frase dà una piega ai sette giorni che seguiranno, fino alla scoperta di chi ha impiccato Ludovica Cappelli, detta Ludo, da Centocelle, liceo artistico, una vita bonsai però già piena di misteri, segreti e bugie. “Avere un figlio”, annota ancora l’autore, “è la meravigliosa possibilità di essere bambino due volte, ragazzo due volte o tre. Una vita che nasce e ti assomiglia, ti chiede e ti abbandona”. Che cosa ha spinto Ludo ad appassire nell’età in cui invece si germoglia, e chi e perché ha deciso di appenderla al quadrante di un bizzarro orologio montato su un isolotto del parco? Buonvino si mette a caccia e sguinzaglia la sua squadra in tutte le direzioni possibili. Ha una fretta diversa, più urgente, di arrivare alla verità. Una fretta paterna. Il cerchio delle indagini, e dei possibili indagati, è abbastanza circoscritto. La vita di Ludovica non era affollata. C’è la madre Lidia, infermiera, e il suo nuovo compagno, Giulio, si mettono insieme sei anni dopo la morte del marito, il padre di Ludo, scomparso quando lei era una bambina solare, dolce, con un’allegria che trasmetteva ovunque. Crescendo questa figlia adorata si chiuderà, come renderà inaccessibile la sua camera, come si chiudono e diventano inaccessibili gli adolescenti. Dopo la sua morte così violenta, si scoprirà il diario di Ludovica da dove emerge il buco incolmabile che le ha lasciato l’essere rimasta orfana di quell’uomo, un insegnante, amatissimo e perduto senza neanche poter assistere al suo addio perché giudicata troppo piccola dalla mamma, che per evitarle il trauma dell’ultimo respiro la manda al mare con la famiglia dell’amica del cuore. Amica che compare ancora, Sara, e con cui la Ludo dice di uscire tutte le sere ma è falso, le due hanno rotto da tempo. “Le si era annerito il carattere”, dirà proprio Sara. Anche a scuola, la situazione vira al brutto: distratta, occhiali scuri in classe, rendimento al ribasso. Periodo dark. Nuove amicizie, tipi e tipe un po’ più grandi, su cui girano pessime voci, droga, orge, riti satanici. Buonvino va sotto al gruppetto, cerca il tono giusto per stabilire il minimo di sintonia necessaria all’indagine, e forse qualcosa di più. Mentre il professore di fotografia, tale Masiero, che si scoprirà ambiguo nei confronti di Ludovica e che quindi manderà il commissario in modalità mastino, la compagnia dei ragazzi a poco a poco si svela per quello che non sembra essere. “Ma quali seguaci di Charles Manson. Quando ci incontriamo per fare musica o chiacchierare o bere birra, abbiamo una regola: cellulari spenti”. Quell’ultima sera erano con Ludovica, stava con loro a Villa Borghese, rideva, gridava, poi piangeva, tutto di seguito, molto talento artistico, molta instabilità emotiva. Data da cosa, da quale trauma inconfessato? E a che ora se n’è andata? E con chi? Verso dove? Tirerà le fila, radunando in una stanza i pezzi della scacchiera, il regista Buonvino: “Tutti hanno mentito perché la vita di questa ragazza nasconde qualcosa che imbarazza ciascuno dei presenti”. Finito il libro, trovato il colpevole, viene voglia di invitare a cena Giovanni Buonvino e la sua compagna Veronica che somiglia a Alida Valli. Non per parlare del caso ma per parlare e basta. Lui è il capo, lei è un pezzo forte del commissariato di Villa Borghese, che non esiste, come non esistono loro, ma che per le magie dei libri non solo sembrano vivi e veri ma ti lasciano l’impressione che se vai da quelle parti a Roma e chiedi di incontrarli ti ricevono e si chiacchiera un po’ insieme. Veltroni, che di Buonvino sembra avere qualcosa, di certo lo gradirebbe. Gli scenari della paura di Massimo Gaggi Corriere della Sera, 26 gennaio 2026 Trump sotto accusa: l’immigrazione potrebbe diventare la sua trappola oppure aprire a una prova di forza politica. Un altro cittadino americano, bianco e incensurato, ammazzato senza motivo dall’Ice a Minneapolis. Un altro tentativo di Trump e dei suoi di far passare l’uccisione per legittima difesa. Ma anche stavolta le immagini sono chiare. Eppure il consigliere più vicino al presidente, Stephen Miller, accusa la sinistra e chi protesta di difendere “un terrorista che cercava di assassinare agenti federali”. E poi: “Voi capi democratici alimentate le fiamme dell’insurrezione”. Stavolta il partito di Obama replica con toni altrettanto violenti: “Sei un fottuto bugiardo con le mani sporche di sangue”. Intanto si susseguono i sondaggi che dicono due cose: metà del Paese continua ad approvare gli obiettivi del presidente nella lotta contro i clandestini, ma quasi due terzi degli americani (e tra questi un terzo degli elettori di Trump) disapprova i metodi brutali dell’Ice. Trump, ormai consapevole che l’immigrazione, carta vincente della sua elezione, ora può sottrargli consensi, cambierà rotta come ha cominciato a fare nel caso della prima vittima, Renée Good, inizialmente definita terrorista per poi ripiegare sulla linea della “dolorosa tragedia”? O continuerà a spingere l’Ice nelle città democratiche, pronto a usare il pugno di ferro dell’Insurrection Act contro i manifestanti? C’è chi vede all’orizzonte lo spettro di un tentativo di rinviare le elezioni di midterm di novembre. Un voto dal quale i repubblicani rischiano di uscire sconfitti per la perdita di popolarità di Trump tra economia, svolta autoritaria all’interno e sulla scena internazionale e, appunto, immigrazione. Uno scenario improbabile, estremo: non ci sono precedenti e la Costituzione è perentoria: né il presidente né il Congresso possono spostare le elezioni. Mai rinviate quelle presidenziali, nemmeno durante le guerre. Difficilmente la Corte Suprema, per quanto a trazione ultraconservatrice, potrebbe avallare una simile rottura. Ma con Trump che pretende di esercitare poteri assoluti, mai dire mai. L’estrema durezza dei miliziani anti immigrati non solo sta gettando nel terrore Minneapolis, come denunciato dal sindaco Jacob Frey, non solo viola i diritti civili e umani riconosciuti a tutti (lavoratori illegali compresi) come nel caso della deportazione in Texas di un bimbo di 5 anni usato anche come esca per arrestare i suoi familiari: le incursioni dell’Ice rappresentano un altro passo verso la demolizione delle regole dello stato di diritto. Trump ha spedito in soffitta l’ordine internazionale che proprio gli americani avevano promosso dopo la Seconda guerra mondiale (liquidato dallo stesso Miller come “sottigliezze che confliggono col mondo reale, governato solo dalla forza”), mentre all’interno, fin dal primo giorno della sua presidenza, ha sfidato il potere legislativo e quello giudiziario con una serie infinita di ordini esecutivi in tutti i campi provocando raffiche di ricorsi per abuso di potere. Ora sembra andare oltre, legittimando la violazione di un diritto fondamentale dei cittadini: quello garantito dal Quarto emendamento della Costituzione che vieta perquisizioni e sequestri, a meno che gli agenti non abbiano un mandato di un giudice. Casi recenti come quello dell’irruzione in casa di un cittadino americano di origine asiatica prelevato e trascinato fuori seminudo a venti gradi sottozero senza alcun motivo e senza alcun mandato, hanno fatto emergere che da mesi gli agenti dell’Ice sono stati autorizzati con un memorandum interno, un atto informale, a irrompere in casa di gente sulla quale hanno qualche sospetto anche senza un atto della magistratura. Basta un “mandato amministrativo”: un’autorizzazione fornita dallo stesso Ice o dal ministero dell’Interno. La mano libera concessa a questa milizia dalla Casa Bianca con elogi che hanno dato agli agenti una sensazione di impunità e la spettacolarizzazione delle sue azioni voluta da Greg Bovino, il loro comandante sul campo, hanno fin qui tolto ogni freno all’Ice. Che, ormai, si sente l’esercito privato del presidente: basta ascoltare il solito Miller che, da consigliere per la Sicurezza interna di Trump, sostiene che “gli americani hanno votato in grande maggioranza per le deportazioni di massa contro le quali la sinistra sta orchestrando una resistenza fatta di azioni violente contro le forze dell’ordine. Se i democratici avessero vinto, avrebbero trasformato ogni città americana in Mogadiscio o Kabul”. I segnali di una volontà di inasprire lo scontro, insomma, non mancano: dai manifestanti definiti dalla Casa Bianca “rete insurrezionale” al governatore (democratico) del Minnesota, Tim Walz, accusato da Trump di “incitare all’insurrezione”. Mentre i democratici chiedono se, come sospettano, gli agenti Ice vengano scelti in base a credenziali di appartenenza ideologica all’ultradestra: lo slogan della pubblicità per il reclutamento, “riavremo la nostra casa” riprende una frase dell’inno dei Proud Boys, la milizia suprematista trumpiana. Ma il terrore generato dalle irruzioni continue, anche in scuole e asili, e un’esplosione di ostilità nei confronti dell’Ice nei sondaggi (unico fattore, insieme agli indici di Borsa, in grado di frenare Trump) potrebbero anche spingere il presidente (che ha cominciato a parlare di errori degli agenti federali per l’immigrazione) a chiedere a Bovino di usare metodi meno brutali, pur continuando a deportare. A Minneapolis si sta ridefinendo la geografia del potere federale negli Stati Uniti di Daniela Santus Il Foglio, 26 gennaio 2026 Da Minneapolis a Los Angeles, le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement mostrano che la politica migratoria di Trump non mira a fermare gli ingressi, ma a riaffermare con la forza la sovranità federale nei territori della resistenza urbana. Nei giorni scorsi, a Minneapolis, un bambino di cinque anni è stato arrestato insieme al padre da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia ha fatto il giro del mondo scatenando indignazione, dibattito sui social, reciproche accuse tra democratici e repubblicani. Ma concentrarsi sul bambino significa perdere di vista quello che sta davvero accadendo. Perché quello che è successo a Minneapolis non è un incidente e nemmeno soltanto una questione di immigrazione. È qualcosa di più inquietante, ovvero la ridefinizione geografica del potere federale negli Stati Uniti. D’altra parte, al giorno d’oggi, continuare a parlare di “crisi della frontiera sud” è un errore analitico. Non perché il confine con il Messico non conti più, ma perché ridurre la politica migratoria di Trump a una questione di barriere fisiche significa non capire la portata della trasformazione in atto. La frontiera, nel linguaggio e nella pratica di questa amministrazione, non è più un luogo geografico preciso. È un concetto mobile, una condizione che può essere attivata ovunque il potere federale decida di proiettarsi. Quando Trump parla di “invasione”, non si riferisce solo ai migranti che attraversano il Rio Grande. Si riferisce a una presenza considerata illegittima che ha già penetrato il territorio nazionale, che si è insediata nelle città, che ha messo radici. E quindi la risposta non può più essere solo alla frontiera fisica. Deve essere interna, capillare, ubiqua. La logica è quella dell’occupazione più che del controllo dei confini: non si tratta più di impedire l’ingresso, ma di bonificare il territorio già occupato. Stiamo assistendo a una dottrina operativa che si traduce in geografia del potere. Le operazioni ICE degli ultimi giorni non colpiscono a caso: mirano a città democratiche, a comunità di migranti consolidate, a luoghi ad alto valore simbolico. Minneapolis, Chicago, New York, Los Angeles. Sono i territori della resistenza culturale e politica a Trump. Non siamo di fronte a una semplice politica di rimpatrio, siamo di fronte a una deportazione per mostrare chi comanda e quanto profondamente può penetrare nel tessuto urbano delle città che si oppongono. La stessa logica di proiezione della sovranità che Trump vorrebbe applicare all’estero si ripiega verso l’interno. Le città americane diventano zone contestate, spazi in cui la sovranità federale deve essere continuamente riaffermata contro autorità locali considerate ostili o complici. ICE non è solo un’agenzia di controllo dell’immigrazione: è lo strumento attraverso cui il governo federale occupa militarmente, perché di questo si tratta, il proprio stesso territorio. Di fatto quello cui stiamo assistendo è la riconfigurazione della geografia del potere negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump non si limita a deportare più persone: ridisegna la mappa di dove e come il potere federale si manifesta, quali luoghi colpisce, quali comunità terrorizza, quali spazi sottrae al controllo locale. Tradizionalmente, il potere dell’ICE si esercitava in modo relativamente discreto: arresti individuali, retate mirate, detenzioni in centri lontani dai riflettori. Ora invece siamo tutti spettatori di uno show: la teatralizzazione del dominio. Gli arresti avvengono in pieno giorno, davanti alle telecamere, con dispiegamenti che sembrano operazioni militari più che di polizia. Non si nasconde più nulla: anzi, si esibisce. L’arresto del bambino di cinque anni non è un incidente imbarazzante da minimizzare. È parte integrante della strategia comunicativa: mostrare che nessuno è al sicuro, che l’appartenenza territoriale non garantisce protezione. Questo approccio trasforma radicalmente il rapporto tra cittadini e spazio pubblico. Intere comunità - non solo gli immigrati irregolari, ma chiunque possa “sembrare” straniero, chiunque viva in quartieri ad alta densità di migranti - cominciano a percepire la città come un territorio ostile, controllato da una forza che non viene riconosciuta come legittima ma che è indiscutibilmente potente. Si evitano certi luoghi, certi percorsi, certi orari. Si sviluppano reti informali di allerta, mappe mentali delle zone pericolose. La vita urbana si riorganizza intorno alla minaccia della deportazione. Il paradosso è evidente: l’amministrazione che proclama di voler “rendere l’America sicura di nuovo” produce insicurezza in intere aree metropolitane. Non l’insicurezza dovuta alla criminalità, ma l’insicurezza come impossibilità di abitare lo spazio pubblico senza paura. La scelta di colpire città come Minneapolis ha poi un significato federale nel senso più tecnico del termine. Gli Stati Uniti sono una confederazione: il rapporto tra potere centrale e poteri locali è sempre stato oggetto di negoziazione, conflitto, ridefinizione. Storicamente, le città sono state laboratori di politiche progressiste, spazi di autonomia rispetto a Washington. Le cosiddette sanctuary cities - città che limitano la collaborazione con le autorità federali in materia di immigrazione - rappresentano proprio questo: sovranità locale su questioni che il governo centrale vorrebbe centralizzare. La risposta di Trump è pertanto brutale: se le città non collaborano, verranno occupate. Il messaggio è chiaro: la sovranità locale esiste solo finché non contraddice la volontà del presidente. E quando la contraddice, può essere sospesa con la forza. Dal punto di vista operativo, ci sono città con popolazioni di immigrati irregolari molto più numerose. Ad esempio Los Angeles, New York, Miami. Dunque perché Minneapolis? Perchè Minneapolis ha un peso simbolico specifico. È la città in cui il 25 maggio 2020 venne ucciso George Floyd. Dove a causa delle immagini del suo omicidio si scatenarono proteste in tutti e cinquanta gli stati americani. Minneapolis è diventata il “ground zero” del movimento Black Lives Matter, il simbolo di una frattura razziale che attraversava la società americana e che Trump ha sempre sfruttato politicamente. Scegliere Minneapolis è un modo per dire che la città delle proteste del 2020 non esiste più. O meglio, esiste ancora, ma è sotto controllo. Il potere federale può entrare, può arrestare chiunque, può mostrare la propria forza esattamente nei luoghi che si erano costituiti come spazi di opposizione. Ma Minneapolis è anche, storicamente, una città progressista del Minnesota, che è stato teatro di alcune delle battaglie elettorali più serrate degli ultimi anni. È una città con una forte tradizione di attivismo comunitario, con reti di solidarietà ben organizzate, con un’amministrazione locale tendenzialmente ostile alle politiche trumpiane. Colpire Minneapolis significa colpire un modello di governance urbana, dimostrare che nemmeno le città più organizzate possono resistere quando il governo federale decide di usare la forza. Quando ICE opera a Minneapolis, non arresta solo persone in situazione irregolare. Arresta un’idea di città multiculturale, pluralista, aperta e integrata. C’è poi un modo di guardare all’Immigration and Customs Enforcement che va oltre la sua funzione amministrativa o di polizia. ICE non si limita a far rispettare le leggi sull’immigrazione: produce spazio. Crea geografie del terrore, ridefinisce il significato dei luoghi, trasforma il modo in cui le persone abitano la città. Questa non è solo teoria accademica. È qualcosa che si vede concretamente nelle strade. Nelle settimane successive all’inizio dell’attività ICE, intere aree di Minneapolis hanno cambiato volto. I genitori hanno smesso di portare i figli a scuola. I lavoratori hanno smesso di prendere i mezzi pubblici. I negozi nei quartieri a maggioranza immigrata hanno visto crollare gli affari. Non perché tutti quelli che vivono in quelle aree siano irregolari - la stragrande maggioranza non lo è - ma perché la semplice presenza di ICE crea un clima di paura che contamina lo spazio circostante. ICE genera dunque nuove configurazioni spaziali attraverso la sua azione. Un marciapiede dove ieri si chiacchierava con i vicini oggi diventa un luogo da attraversare velocemente, a testa bassa. Un parco pubblico dove i bambini giocavano diventa un’area da evitare, un luogo dove si può essere fermati, identificati, arrestati. La trasformazione non riguarda solo la percezione soggettiva, ma la struttura materiale della vita urbana. Quando intere comunità si ritirano dallo spazio pubblico, le reti di mutuo aiuto si indeboliscono, i servizi sociali diventano inaccessibili, le attività commerciali chiudono, le scuole vedono aumentare le assenze. La città si frammenta e la paura della deportazione diventa il principio organizzativo fondamentale. Ma c’è di più. Se guardiamo ai centri di detenzione e ai tribunali per l’immigrazione, noteremo che non si tratta solo di luoghi funzionali, ma di nodi di una geografia carceraria che ridisegna il territorio americano. I detenuti vengono spesso trasferiti a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità, resi invisibili, tagliati fuori da qualsiasi rete di supporto. Le famiglie che cercano di visitarli devono attraversare stati interi, affrontare procedure burocratiche kafkiane, superare barriere fisiche e amministrative progettate per scoraggiare il contatto. Questa dispersione forzata non è un effetto collaterale: è una strategia deliberata. Rendere difficile, costoso, traumatico il mantenimento dei legami familiari serve a spezzare le comunità, a indebolire la resistenza, a dimostrare che lo stato può separare le persone non solo legalmente ma anche geograficamente. È una forma di esilio interno, dove la distanza fisica diventa strumento di controllo sociale. La differenza con le politiche del passato non sta nella durezza, ma nella loro visibilità e nella loro intenzionalità geografica. Sotto Obama, le deportazioni sono state numericamente superiori, ma si cercava di renderle il più discrete possibile, di minimizzare l’impatto sulle comunità, di distinguere tra “criminali” e “famiglie”. Sotto Trump, la strategia è l’opposto: massimizzare la visibilità, creare terrore diffuso, non fare distinzioni. Il messaggio non è “deportiamo i criminali”, è “possiamo deportare chiunque, ovunque, in qualsiasi momento”. Siamo abituati a pensare alla frontiera come a una linea. Un confine geografico che separa il dentro dal fuori, il noi dal loro, il legale dall’illegale. Ma quello che sta accadendo negli Stati Uniti ci costringe a ripensare questo schema. La frontiera si è smaterializzata, si è moltiplicata, si è spostata all’interno del territorio nazionale. Oggi la frontiera è ovunque ci sia un agente ICE. È in un appartamento di Minneapolis, in una scuola di Chicago, in un tribunale di New York. La frontiera non separa più due territori distinti: attraversa il tessuto sociale. Non è un luogo, è una condizione. Non si trova alla periferia dello stato, ma nel suo cuore. Questa interiorizzazione ha conseguenze profonde. Significa che la logica dell’esclusione non opera più solo al margine ma permea l’intera società. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto confini interni: la segregazione razziale dei primi del Novecento, le riserve dei nativi americani tuttora esistenti. Ma la situazione attuale ha una pretesa di invisibilità: formalmente gli Stati Uniti sono un paese dove tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, dove la libertà di movimento è garantita. Eppure, nella pratica, milioni di persone vivono in uno stato di precarietà permanente, dove ogni interazione con lo spazio pubblico può trasformarsi in un rischio esistenziale. E questo non riguarda solo gli immigrati irregolari. Riguarda anche chi ha un permesso temporaneo, chi è in attesa di una decisione sul proprio status, chi tecnicamente ha i documenti a posto, ma vive con la paura che un cambiamento nelle politiche o un errore burocratico possa renderlo deportabile. Quello che Trump sta costruendo, in sostanza, è un sistema dove neppure la cittadinanza è una garanzia sufficiente. Basti pensare all’uccisione, sempre a Minneapolis, di Renee Good. Il 7 gennaio un agente ICE le ha sparato tre colpi al volto: eppure Renee era bianca e americana. È quasi come se si stesse costruendo una geografia dell’apartheid non dichiarata, ma operativa, che non distingue tra neri e bianchi, ma forse tra trumpiani e non. Si tratta, peraltro, di una logica che non si limita ai confini nazionali. Il modo in cui Trump pensa allo spazio interno è speculare al modo in cui pensa allo spazio globale: la sovranità si prende con la forza, il territorio si controlla con la presenza fisica, i diritti si concedono o negano in base al rapporto di forza. Sono le stesse fantasie neoimperiali che abbiamo visto con le minacce alla Groenlandia e a Panama, lo stesso rifiuto di qualsiasi idea di sovranità condivisa o di negoziazione multilaterale. In questo Trump non è diverso da Putin: entrambi immaginano il mondo come un insieme di territori da conquistare e controllare. Semplicemente, Minneapolis ci mostra dove porta questa logica quando si rivolge verso l’interno. Per questo bisogna guardare a Minneapolis, perché lì si sta decidendo che tipo di paese vogliono essere gli Stati Uniti. E, di conseguenza, che tipo di mondo ci troveremo ad abitare. La voce della libertà. Intervista a Boualem Sansal di Mauro Zanon Il Foglio, 26 gennaio 2026 Un anno nel carcere di Algeri non ha cancellato il sorriso irriverente dello scrittore, ma ha rafforzato la sua volontà di denunciare i soprusi delle dittature islamiste. Il volto di Boualem Sansal emana una luce irradiante. Un anno a Koléa, la prigione dei dissidenti del regime di Algeri, non solo non ha scalfito la dolcezza mediterranea del suo sguardo né cancellato il suo sorriso irriverente, ma ha rafforzato la sua volontà di denunciare i soprusi e le menzogne su cui sono costruite le dittature islamiste, da quella algerina a quella iraniana. Nelle parole del romanziere franco-algerino, ostaggio per 361 giorni con l’accusa di “attentato all’unità nazionale”, in seguito a un’intervista al media francese Frontières in cui ha affermato che l’Algeria occidentale appartiene storicamente al Marocco, c’è una grande lucidità sulle battaglie per la libertà che restano da combattere. Sansal, dopo una condanna a cinque anni di carcere da parte della Corte d’appello di Algeri, è stato graziato lo scorso 12 novembre dal presidente dell’Algeria Abdelmadjid Tebboune. La svolta è stata possibile grazie a un appello solenne del presidente tedesco Steinmeier concordato con la diplomazia francese e dopo un anno di mobilitazione internazionale che ha coinvolto intellettuali, scrittori e esponenti politici di tutta Europa. A tre mesi dalla sua liberazione, il Solzhenitsyn algerino è davanti a noi, nel silenzio metafisico di una domenica mattina a Saint-Germain-des-Prés, nel cuore della Parigi letteraria e a pochi passi dalla sede di Gallimard, il suo editore francese dal 1999, l’anno in cui pubblicò il suo primo romanzo, “Le serment des barbares”. “Quando sono entrato in prigione, la prima cosa che ho cercato sono stati i libri, avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa. Ero in una cella di sei metri quadrati con un altro detenuto e mi sono chiesto: cosa faccio ora tutto il giorno? Ero in preda al panico. Ho iniziato allora a chiedere agli altri prigionieri di Koléa: ‘Voi non leggete’? Nessuno leggeva, ma tutti avevano un libro, il Corano. ‘C’è solo questo?’, ho chiesto. ‘Sì’, mi hanno risposto. Non potevo crederci. Ho scritto dunque al direttore della prigione che mi ha comunicato l’esistenza di una biblioteca. Quando sono entrato per la prima volta in questa biblioteca mi sono rapidamente reso conto che l’arabizzazione e il rancore nei confronti della Francia avevano fatto il loro corso: il novanta per cento dei volumi era a tema religioso, c’erano edizioni del Corano o libri sull’islam”, racconta al Foglio Boualem Sansal. “Ma cercando un po’ meglio, ho trovato quello che speravo, ossia alcuni ‘sopravvissuti’ del periodo francese, tra cui ‘Notre-Dame de Paris’. Che gioia immensa ritrovare la lingua francese, le sue parole, la sua musica, la grandezza della scrittura di Victor Hugo: l’ho letto tre volte di fila. Mentre il mondo intero scopriva la cattedrale di Parigi risorta, io leggevo il romanzo nella mia cella. Nella biblioteca, tra la polvere, ho trovato anche Maupassant, che è stato in Algeria e ha scritto pagine meravigliose sul mio paese natale, Theniet El Had, e Montherlant, uno dei miei autori preferiti, ma anche Agatha Christie”. Nel 2003, Sansal lavora ancora come alto funzionario al ministero dell’Industria algerino quando pubblica “Dis-moi le paradis”: un ritratto corrosivo dell’Algeria post-coloniale in cui lo scrittore prende in giro l’ex presidente Boumédiène, denunciando la corruzione diffusa e l’incapacità di gestire il caos dopo l’indipendenza dalla Francia. Ma non solo: nel romanzo prende apertamente di mira gli islamisti e critica l’arabizzazione dell’istruzione. Per il regime è il libro di troppo e, su ordine dell’allora presidente algerino Bouteflika, Sansal viene licenziato dal ministero. “Ero diventato l’uomo da abbattere, ho subìto insulti e fatwe da parte degli islamisti”, dirà. Ma nonostante le minacce e una vita semi-clandestina nel suo paese di nascita, Sansal continua a scrivere, a combattere per la libertà. Nel 2006, il suo libro “Poste restante, Alger”, una lettera aperta ai suoi compatrioti, viene censurato in Algeria. Due anni dopo la stessa sorte tocca al romanzo “Le village de l’allemand”, dove stabilisce un parallelo tra islamismo e nazismo. Nel 2012, dichiara di essere “tornato felice” dalla Fiera del libro di Gerusalemme, dove era stato invitato. Da allora diventa “l’amico di Israele” e la seconda moglie, Naziha, che insegna matematica in un liceo di Boumerdès, è chiamata “sporca ebrea”. I genitori ne chiedono la testa perché temono che possa “contaminare” gli alunni con il suo “ebraismo”: anche lei deve dimettersi. Quando viene arrestato all’aeroporto di Algeri nel novembre del 2024, dopo alcuni giorni di silenzio, la stampa vicina al regime algerino lo definisce un traditore, che ha sposato la causa della “Francia macronista-sionista”. “Per la prima volta nella mia vita ho scoperto la prigione, dopo il mio arresto il 16 novembre 2024 e cinque giorni di interrogatori. Mi sono ritrovato in un edificio gigantesco, costruito dai cinesi, a Koléa. Lì ti fotografano, ti spogliano, ti rasano a zero. Tagliarmi i capelli è stata la prima violenza del regime algerino nei miei confronti. Senza la mia coda di cavallo mi sentivo strano, senza forza”, afferma Sansal. Koléa è situata vicino alla città dove Albert Camus ha scritto “Noces à Tipasa”, un racconto dedicato a Tipasa che, con le sue rovine romane e il Mediterraneo ai suoi piedi, “celebra le nozze dell’uomo con il mondo”. “Dalla prigione, sognavo Tipasa, le sue vestigia romane, il mare, la civiltà mediterranea”, dice Sansal, che ha vissuto una parte della sua infanzia nello stesso quartiere popolare in cui è cresciuto Camus ad Algeri, Belcourt. “Eravamo vicini. Mia madre aiutava la madre di Camus, la signora Sintès, nelle faccende di casa, a fare le pulizie, a preparare da mangiare ed era anche la sua infermiera. La signora Sintès considerava mia madre come una figlia”, racconta lo scrittore franco-algerino. L’appartamento in cui abitava a Belcourt era adiacente a una sinagoga. “Il rabbino diventò il mio migliore amico. Avevo 5-10 anni, lui 75-80, non aveva più fedeli e aveva tutto il tempo per trasmettermi la sua saggezza e il suo immenso sapere ebraico. Diventai così assistente nella sinagoga e apprendista rabbino, ebreo per cultura e non per nascita, dato che mia madre non aveva una religione e non ha mai trovato il tempo di adottarne una. Nel quartiere mi chiamavano ‘Rabbinet’, storcendo il naso”, ricorda Sansal. Che ha nostalgia delle estati ad Algeri della sua infanzia, quando si viveva “à la méditerranéenne”, come in una città del sud dell’Italia o della Francia. Oggi, invece, l’Algeria assomiglia sempre di più all’Abistan, a quella distopia islamista che ha descritto nel suo romanzo orwelliano “2084. La fin du monde”, vincitore del Grand prix de l’Académie française nel 2015, l’anno degli attentati del 13 novembre a Parigi. “In carcere, gli altri detenuti mi hanno soprannominato ‘La Leggenda’, perché ero un oppositore che aveva il sostegno della Francia, dell’Europa, del mondo libero. ‘Se si sono mobilitati per lui, forse, presto, si mobiliteranno per schiacciare il regime algerino e saremo liberi’, dicevano alcuni. Mi vedevano come un simbolo di libertà, oltre a sostenermi psicologicamente, perché sapevano che ero malato”, dice il romanziere franco-algerino, che sta ricevendo le cure per un cancro alla prostata. Anche con le sentinelle di Koléa si è creato un rapporto umano. “All’inizio erano molto ostili nei miei confronti: ‘È il francese, è l’amico di Israele e del Marocco, non ama gli algerini’, dicevano. Poi, poco a poco, hanno cambiato idea. ‘Lui è un vero algerino, un vero uomo’. Un sorvegliante, un giorno, è venuto a chiedermi se potevo parlare col direttore della prigione per farlo salire nelle gerarchie”, racconta al Foglio. Ostaggio di una guerra diplomatica più ampia tra Francia e Algeria, Sansal sogna di poter accompagnare un giorno il presidente francese a Algeri per “una grande riconciliazione” tra i due paesi, ma quel momento è ancora lontano. “Milioni di algerini sono fuggiti in Francia, Spagna, Germania, Italia, Canada, ovunque, e hanno paura di tornare in patria, perché quando arrivi all’aeroporto di Algeri basta un timbro ‘sbagliato’ sul passaporto e ti mettono in prigione. È una dittatura islamista”, afferma Sansal. Eppure in Francia c’è chi continua a negare la realtà e anzi sostiene che in fondo, Sansal, se l’è cercata. “Boualem Sansal non è un angelo”, dichiarò Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi francesi, nel dicembre 2024, mentre il romanziere franco-algerino era in carcere ad Algeri. Peggio ancora ha fatto la France insoumise, il partito della sinistra radicale. Nel gennaio del 2025, il Parlamento europeo adottò una risoluzione transpartitica per condannare l’arresto e la detenzione di Sansal e per chiederne la liberazione immediata e incondizionata. Ma non ci fu unanimità nel difendere lo scrittore. Su 605 eurodeputati presenti, 48 optarono per l’astensione e 24 votarono contro. Tra i contrari, spiccò Rima Hassan, eurodeputata franco-palestinese della France insoumise, nota per le sue simpatie pro Hamas. “Ieri Aleksandre Solzhenitsyn, oggi Boualem Sansal”, commentò la senatrice del Partito socialista Laurent Rossignol, denunciando i “nuovi staliniani” che avevano deciso di schierarsi col regime algerino. “Sono gli stessi che in questi giorni hanno votato contro la risoluzione dell’Assemblea nazionale volta ad iscrivere i Fratelli musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Gli stessi che dinanzi all’attuale rivolta degli iraniani contro il regime dei mullah non manifestano alcuna solidarietà e tacciono per islamofilia dinanzi alla repressione in corso”, dice al Foglio Sansal. Tre settimane fa, ha ricevuto dal presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, la Legion d’onore. Il prossimo 29 gennaio potrebbe essere eletto all’Académie française, andando a occupare il seggio numero 3, lasciato vacante da Jean-Denis Bredin. “Dalla libertà all’immortalità”, come ha scritto la pagina letteraria Actulitté. “Sarebbe un grande onore”, confessa Sansal. Il coronamento di un incontro, quello con la lingua francese, che ha trasformato la sua vita in destino.