Un piano per riorganizzare il 41 bis di Sandra Figliuolo palermotoday.it, 25 gennaio 2026 Strutture esclusivamente destinate ai detenuti più pericolosi, riducendo quelle che attualmente li ospitano da 12 a 7. Saranno concentrate in alcuni regioni, tra cui la Sardegna che ha già protestato. Riorganizzare e “razionalizzare” il 41 bis. È questo uno degli obiettivi del Governo Meloni, che da diversi mesi ormai, sta mettendo in piedi un piano per ridisegnare la geografia del carcere “duro” nell’ottica di concentrare i detenuti sottoposti al particolare regime in istituti a loro riservati e dove la sicurezza venga garantita esclusivamente dal Gom, il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, specializzato proprio nella gestione e nella sorveglianza di questa particolare categoria di reclusi, ritenuti altamente pericolosi. Riduzione degli istituti: passeranno da 12 a 7 - Alcuni dettagli - che avranno delle ripercussioni per i circa 80 mafiosi palermitani sottoposti al 41 bis, in base ai dati ufficiali e disponibili che risalgono al 2023 - sono emersi solo la settimana scorsa, quando è stato reso pubblico il verbale della seduta della Conferenza Stato-Regioni che si è tenuta lo scorso 18 dicembre. In particolare, i 12 istituti che attualmente ospitano - assieme a detenuti comuni - persone al 41 bis diventeranno soltanto 7, con i conseguenti trasferimenti. La sentenza della Corte Costituzionale e il sovraffollamento - Una scelta che, come ha illustrato il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, mira a “rafforzare la sicurezza”, ma consentirebbe anche di ottemperare ad una sentenza della Corte Costituzionale del 25 febbraio dell’anno scorso, con cui è stato stabilito che anche chi è sottoposto al carcere “duro” debba poter trascorrere almeno 4 ore all’aria aperta e attualmente “non saremmo in grado di ottemperare - ha detto Delmastro - per motivi strutturali, negli attuali istituti”. Inoltre “complessivamente l’operazione comporterà anche il recupero di altri 333 posti nel circuito di media detenzione, per affrontare il collaterale ma annoso problema del sovraffollamento carcerario”. I trasferimenti e il caso Sardegna - Attualmente, quindi, le strutture penitenziarie che ospitano detenuti al 41 bis sono 12, di cui 11 che accolgono anche altri reclusi, diventeranno 7 in 5 regioni, di cui la più penalizzata sarà la Sardegna che ne accoglierà quasi la metà, cioè 3. La Regione ha già manifestato in più occasioni il suo dissenso rispetto a questa idea, temendo di essere trasformata in “isola carcere”, come peraltro è già stata per anni nell’immaginario collettivo, vista la presenza dell’Asinara, con tutti i problemi annessi legati alla sicurezza. I mafiosi reclusi al 41 bis - circa 80 quelli palermitani, oltre 230 quelli siciliani - sono sparpagliati in tutta Italia e la riorganizzazione - che non è chiaro con quali tempistiche sarà realizzata - comporterà per numerosi di loro degli inevitabili trasferimenti. Piemonte, chiudono Cuneo e Novara - Secondo quanto illustrato da Delmastro in Conferenza Stato-Regioni, in Piemonte, dove attualmente sono destinati al 41 bis le carceri di Cuneo e Novara, tutti i detenuti sottoposti allo speciale regime saranno spostati ad Alessandria. Lazio e Abruzzo: resterà solo il carcere di L’Aquila - Per quanto riguarda il Lazio (che ricomprende nella geografia carceraria anche l’Abruzzo), dei tre istituti dove si trovano detenuti al 41 bis - ovvero Rebibbia, Viterbo e L’Aquila - resterà solo la struttura abruzzese. Umbria, spariscono Spoleto e Terni - Spariranno invece del tutto gli istituti che accolgono detenuti al 41 bis in Umbria, cioè Spoleto e Terni. In Lombardia tutti a Vigevano - In Lombardia chi è al 41 bis e si trova attualmente nel carcere di Milano Opera dovrà spostarsi a Vigevano. Tutto invariato per Emilia-Romagna e Sardegna - Resta invece immutata la situazione in Emilia-Romagna, dove il 41 bis era ed è previsto a Parma. Infine, non è chiaro cosa accadrà all’unica struttura del Friuli-Venezia Giulia, cioè quella di Udine: nel suo intervento Delmastro non l’ha infatti menzionata. Delmastro: “Viene rafforzata la sicurezza” - Alle rimostranze sulla sicurezza sollevate dall’assessore regionale sardo Rosanna Laconi, in rappresentanza del presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, Delmastro, pur dicendosi aperto a un confronto, ha replicato che “non abbiamo emergenze di 41 bis perché i famigliari rimangono nei territori che devono tendere, vogliono continuare a provare a controllare, quindi infiltrazioni non ne abbiamo”, aggiungendo che “attualmente abbiamo 192 posti in Sardegna di 41 bis, se diventassero il 20% in più, per fare un esempio, ma tutti in istituti dedicati e tutti trattati dai Gom, io non ho tolto sicurezza, ho aggiunto sicurezza financo all’isola stessa, non solo al sistema nazionale”. Referendum, dai “traditori” ai “bugiardi”: campagna all’arma bianca tra insulti incrociati e veleni di Roberto Gressi Corriere della Sera, 25 gennaio 2026 I toni feroci sono solo l’antipasto in vista delle Politiche. Cassese per il “Sì” e Violante per il “No”, sono tra i pochi che non alzano i toni. Il caso della censura a Barbero di Meta. Un antipasto di ferocia. Che poi uno dice: se si azzannano così all’arma bianca per il referendum sulla Giustizia, che succederà mai domani, in vista della primavera del 2027, quando con tutta probabilità si andrà alle elezioni politiche? Ma intanto eccole, le categorie ritornano tutte: i traditori, i lestofanti, quelli che devono stare al posto loro, quelli che hanno un rapporto di intelligenza con il nemico, i ripescati dalla pattumiera della storia, i falsi, i bugiardi, i demagoghi, gli imbonitori, i prezzolati, gli infami, i servili, tanto che “prepotente” e “arrogante” diventano quasi un complimento. Giusto per cominciare ci sono tre facinorosi, che rispondono ai nomi di Augusto Barbera, Giulio Prosperetti e Nicolò Zanon, che di professione fanno i giuristi e che, come aggravante, sono anche ex giudici della Corte costituzionale. Sono a favore della riforma Nordio, Barbera sostiene che la separazione delle carriere sarebbe stata la logica conseguenza della legge Vassalli, fermata però dall’ondata giustizialista degli anni Novanta. Opinioni, illustri, si sarebbe detto un tempo. Ma, racconta Il Giornale, tanto basta perché in una chat di costituzionalisti schierati per il No i tre nomi vengano indicati come in una lista di proscrizione, con tanto di coda al veleno: “Sono stati insieme all’Alta Corte per otto anni...”. Insomma, se ci sono correnti, “legittime, per carità”, filogovernative pure lì, allora sono “legittime anche le correnti all’interno della magistratura”. Insomma, cari miei, se siete per il Sì è perché vi hanno arruolati. Ma mica basta, perché, pure dall’altra parte, c’è un’accozzaglia di masnadieri. Si sono riuniti e, sotto le insegne dell’Anm, hanno buttato giù un manifesto, di quelli grandi sei metri per tre. Testo: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Giusto dire No”. Domanda retorica per sostenere un’argomentazione di parte, non c’è dubbio, così come non c’è dubbio che, in un referendum, ci sono due parti che si confrontano. Ed ecco il Guardasigilli, Carlo Nordio, che vuole attivare l’Agcom per controllare le “possibili violazioni dell’equità e della correttezza informativa”, perché si metta la parola fine alla “disinformazione e ai contenuti fake”. Poi c’è il Tu quoque Antonio Di Pietro, il magistrato simbolo di Mani pulite. Si è schierato senza incertezze per il Sì, e apriti cielo. Lui nega i rischi di autoritarismo e invita le toghe a chiedersi come mai la loro popolarità, che era immensa, sia stata dilapidata fino a ridursi al lumicino. E il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, lo irride: “Sono cresciuto con la sua figurina sul comodino del mio studio, non mi aspettavo di trovarla schierato dall’altra parte”. Nel pentolone delle polemiche anche il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, al quale viene rinfacciata una vecchia dichiarazione favorevole al sorteggio dei membri togati del Csm. “Il Parlamento mette in un’urna 50 candidati - contesta ora - ne estrae 10 per il Csm dei giudici e 10 per il Csm dei pm, così saranno laici nominati e non sorteggiati”. “Il solito allarmismo”, lo bacchetta Di Pietro, con “stima immutata”. Insomma, anche in famiglia girano sventole. Infine, ci si mette pure lo storico Alessandro Barbero, cui certo non difetta il gusto per l’iperbole. Ha sostenuto in un video, per farla breve, che con la riforma inquirenti e giudici prenderanno ordini dal governo, e così saranno tradite le scelte dell’Assemblea costituente. “Bum! - ribatte Gian Domenico Caiazza, presidente del comitato “Sì, separa” della Fondazione Einaudi -. La prossima volta Barbero dirà che se vince il Sì ci invaderanno gli alieni”. Bisogna dire però che Meta, nella sua infaticabile battaglia contro le fake news, ha parzialmente censurato il video del professore. Avanti così, a suon di mazzate, o con me o contro di me. Se qualcuno a destra, per quanto la cosa sia improbabile, nutrisse dei dubbi, si guarderà bene dal farsi sentire. E pure a sinistra, la pattuglia dei favorevoli alla riforma ha affievolito la voce, anche perché poi sarà Elly Schlein a scegliere i candidati alle Politiche. Certo, poche per la verità, ma ci sono anche le eccezioni di chi cerca di ragionare nel merito. Due su tutte: Sabino Cassese, che fa una rassicurante difesa del Sì, e Luciano Violante, che conduce una argomentata campagna per il No, ma li teniamo da parte per tempi migliori. A parziale conforto c’è che alla fine si vota, anche se si litiga sulla data. Avrà pure le sue ragioni Maurizio Crozza, quando dice che il referendum più famoso della storia l’ha vinto Barabba, ma non conosciamo sistemi migliori. Quella deriva populista dell’Anm lascerà macerie nei tribunali di Valerio Spigarelli Il Dubbio, 25 gennaio 2026 Nel corso degli anni a nessun magistrato dotato di un minimo di onestà intellettuale era venuto in mente di dare del criptofascista ad un sostenitore della separazione delle carriere. L’avevo saputo in anteprima perché me lo aveva preannunciato un ex presidente dell’ANM. Era almeno un anno fa, quando si era capito che il testo della riforma costituzionale sarebbe passato in Parlamento. “D’ora in avanti noi faremo solo propaganda”, mi disse. Chiaro, semplice, diretto. Propaganda, con quel carico di verità relativa che il concetto esprime, ma anche con quel malcelato sentimento di susseguo intellettuale che comprende. Al popolo bue le cose complicate gliele devi spiegare in termini semplici, altrimenti si perde nelle astruse problematiche giuridiche, questo il succo. Talmente semplici da essere assai distanti dalla realtà: l’essenza del populismo. Quello che parlava era un magistrato intellettuale e di sinistra che con quelle parole si dimostrava erede dell’antica tradizione di pedagogica alterigia verso le masse che ha da sempre contrapposto i giacobini ai riformisti. Ciò che fece dire a Nenni che per i secondi il partito era uno strumento per fare andare il popolo al potere mentre per i primi il popolo era il mezzo per fare andare al potere il partito. Ma la bandiera populista dalle parti dell’ANM alla bisogna va bene a tutti. Ed infatti il concetto lo approfondì Gratteri, in cassazione, alla presentazione del comitato per il NO. Lì il neo-testimonial di quella ANM che nei decenni aveva sempre avversato, invitò i colleghi a mandare a ramengo i dibattiti con gli avvocati e professori: “Lasciate stare i confronti giuridici, parlate al popolo, disse, come faccio io”. Fu talmente netto che un’accademica invitata a quella kermesse, intervenuta poco dopo di lui, buttò lì una battuta tra l’ironico e l’imbarazzato sulla legittimità della sua stessa sua presenza. Sta di fatto che almeno all’inizio la performance di Gratteri, siccome del tutto organica alla strategia di propaganda dei vertici, gli meritò la temporanea ascesa al soglio quale testimonial maximo del comitato per il NO. “Se proprio dobbiamo sfruculiare il populismo chi meglio di lui?” devono aver pensato gli strateghi “intello” dell’ANM, ma durò giusto il tempo di vederlo scivolare su di una falsa dichiarazione di Falcone, poi il verbo populista cambiò interpreti. Meglio fare spazio alla società civile, e via allo spettacolo di attori, cantanti, sindacalisti e professori di qualunque materia pronti ad intonare la litania della svolta autoritaria, della legge per i potenti, della mordacchia al terzo potere; il tutto senza mai riuscire a spiegare il perché semplicemente perché non sanno di che parlano e si limitano a ripetere gli slogan. Quasi tutti, fateci caso, premettendo che della materia capiscono ben poco ma nel verbo populista questo non conta, anzi è un valore aggiunto. Il che frutta capitomboli informativi rilevanti anche agli intellettuali veri, come quello del professor Barbero che ha recitato il mantra antifascista senza neppure sapere, da storico, che l’unitarietà della giurisdizione la magnificava proprio il fascismo. Lo sapevo che il dibattito poteva andare in vacca ma non me lo aspettavo così. Anzi, a dirla tutta, non me lo aspettavo così dall’ANM e dal suo comitato. Pensavo che gli slogan sul fatto che la riforma sarà un regalo ai potenti, che garantirà l’immunità ai politici, che i giudici avranno la mordacchia, etc. etc., li avrebbero impugnati Travaglio e Cinque Stelle, magari anche il pancione letargico del Pd che si fa dare la linea dal professor Montanari ma, siccome sono delle bugie enormi, non pensavo di vederli su di un manifesto scritto in nome e per conto della magistratura italiana. Pensavo che le semplificazioni inguardabili, come quella che la separazione delle carriere come tratto autoritario che si inserisce nel disegno volto a liquidare le democrazie in occidente, sarebbe rimasto nell’armamentario dei più sgangherati, ma non mi aspettavo che diventasse la bandiera della magistratura. Sulla riforma costituzionale nel mondo dei giuristi ci si confronta da decenni, nei convegni, sulle riviste, sui giornali. C’era, c’è, una storia dietro che stanno mandando al macero. Su questa questione si è discusso fin dall’entrata in vigore del codice Vassalli e per i trenta e passa anni successivi, si è discusso nel 2000, all’epoca del referendum radicale, e anche ai tempi della proposta Alfano, nel 2011; ma mai così. Nel corso degli anni a nessun magistrato dotato di un minimo di onestà intellettuale era venuto in mente di dare del criptofascista ad un sostenitore della separazione delle carriere. Nessuno era stato così sgangherato da confondere giudici e pm o si era azzardato a dire che con la separazione i giudici sarebbero stati sottoposti al governo come fa il manifesto che hanno appeso nelle stazioni. E vale poco additare le enormità che spesso dicono anche gli avversari. Che la campagna referendaria fosse l’ultimo appello della stagione populista, infatti, si è capito subito anche sul versante opposto. Anche lì grandi appelli al popolo, in nome delle basse fortune di cui gode la magistratura da qualche anno nella pubblica opinione. Da quelle parti sono meno raffinati e vanno dritti al punto: approva la riforma e vedrai che i giudici non scarcereranno più i rapinatori e rimanderanno a casa gli immigrati in un amen. Anche qui nulla che abbia a che vedere con i contenuti della legge Nordio che loro stessi hanno votato. Anche qui volgarità e bugie, ma le ritrovi solo in bocca ad alcuni politici e a qualche gazzetta. I comitati per il sì dell’avvocatura, e quelli indipendenti, queste scorciatoie non le usano. Sono persino troppo cauti nell’additare le miserie che le pratiche correntizie avevano svelato nella vicenda Palamara, che sarebbe il caso di cominciare a definire senza patronimico, ché quelle cose si facevano prima e si sono continuate a fare dopo la presidenza di quel magistrato. No, inutile che ci facciano la morale riconvenzionale i magistrati della associazione e le Lilli Gruber di turno, rinfacciandoci le amenità di Delmastro e compagnia, perché il populismo di questi tempi è roba loro non dell’avvocatura, non degli accademici schierati con il sì. Sono loro che hanno avvelenato i pozzi con la disinformazione di massa. Questo produrrà macerie nei tribunali nel futuro. Se ne sono accorti anche al consiglio dell’ANM, dove sono intervenuti alcuni magistrati coraggiosi che hanno portato il disagio di chi non si riconosce in quei toni, in quelle parole d’ordine, e soprattutto nell’ideologia populista che le ispira. E lo hanno detto pubblicamente, a microfoni aperti, così come fanno, ma purtroppo a mezza bocca, tanti altri magistrati nelle sedi giudiziarie. Sono riusciti a dirlo pubblicamente quei magistrati, in quel Comitato direttivo centrale dell’associazione dei magistrati che già dal nome sembra una vestigia partitica da Prima Repubblica, appena in tempo, chè poi, da bravo partito populista, quando si è parlato dei soldi per la campagna, l’ANM i microfoni li ha spenti e i giornalisti li ha fatti uscire dalla sala. De Cataldo: “Sul referendum si gioca il rapporto tra giustizia e potere” di Giulia Merlo Il Domani, 25 gennaio 2026 L’ex magistrato, oggi scrittore, si è schierato per il No al referendum. L’estrazione per sorteggio è uno sberleffo nei confronti dei magistrati, invece i politici vengono sorteggiati attraverso una selezione qualificata. É chiaro che questo produrrà un soggetto più forte e un soggetto più debole”. Giancarlo de Cataldo, ex magistrato, oggi scrittore, si è schierato per il No al referendum, con la consapevolezza che il tema è complicato, ma la posta in palio sono “i rapporti tra magistratura e potere politico”. La riforma tocca aspetti tecnici, c’è il rischio che il cittadino voti - o non voti - prescindendo dal merito della questione? Bisogna spiegargli che dietro le tecnicalità c’è un aspetto politico molto importante: la riforma cambia i rapporti tra magistratura e potere politico in Italia. Noi abbiamo una Costituzione che assegna alla magistratura, cioè al potere giudiziario, una funzione di limitazione del potere politico attraverso un sistema di controlli che fu ideato dai costituenti, che scrissero la Costituzione per un paese che usciva dal fascismo - quindi dalla concezione dell’uomo solo al comando - e volevano evitare a tutti i costi che questo succedesse di nuovo. In che modo questo riguarda anche il Csm e l’assetto della magistratura? Il Consiglio superiore che controlla i magistrati anche con la presenza di membri laici, l’indipendenza e l’autonomia del pubblico ministero, l’appartenenza di giudici e pubblici ministeri allo stesso ordinamento giudiziario costituiscono nel loro insieme un fattore che limita l’azione governativa. Le democrazie occidentali a impronta conservatrice, invece, si stanno orientando verso la direzione di accentuare l’azione di governo, consentendo a chi vince le elezioni un maggior potere e colpendo, limitando e in qualche caso anche eliminando le istituzioni di controllo. Lei vede il rischio anche in Italia? Questa riforma va al di là della separazione delle carriere, perché prevede che il Csm venga sdoppiato e non più nominato, nemmeno eletto, ma estratto a sorte. La estrazione per sorteggio è uno sberleffo nei confronti dei magistrati, invece i politici vengono sorteggiati attraverso una selezione qualificata. É chiaro che questo produrrà un soggetto più forte e un soggetto più debole. Chi sostiene il Sì, anche dentro la maggioranza, sta attaccando l’Anm per la sua campagna mediatica e che dovrebbe parlare solo di questioni tecniche... Ma questa è una vecchia storia. Il comitato dell’Anm non deve parlare, Alessandro Barbero non può fare il video perché deve occuparsi solo del Medioevo...Mi sembra che chi sostiene il Sì somigli a quella maschera teatrale del teatro popolare, il “Te Coppa”, uno con la spada che voleva infilzare il suo nemico, ma non in un duello regolare, il suo avversario si doveva fermare e doveva farsi infilzare. Forse c’è del nervosismo, magari si inizia a percepire che la questione inizia a fare presa nella società. Io me lo auguro. Viene anche ripetuto che le toghe non sono state capaci di autoriformarsi dopo il caso Palamara... Il punto non è il percorso dopo il caso Palamara, è il percorso fatto in 80 anni di Costituzione. É dal 1948 che la magistratura italiana si è evoluta, certo con gli alti e i bassi che tutti i corpi e tutte le istituzioni conoscono e anche con errori, ma io non tornerei mai indietro. Molte delle grandi battaglie civili di questo paese hanno proceduto in un rapporto dialettico tra la politica che le ha approvate, i portatori delle istanze sociali che le hanno fatte diventare popolari, e le sentenze di giudici coraggiosi e indipendenti che ha avuto la forza di farle applicare. Dubito che una magistratura intimidita, spaventata e gerarchizzata come quella che si vuole avrebbe prodotto una sentenza Cappato, per esempio. Si sarebbe mai aspettato che un ministro che è stato magistrato proponesse questa riforma? Il punto non è l’essere stato un magistrato, ma appartenere ad un orientamento culturale che legge i rapporti tra i poteri dello Stato in un modo diverso da quello della Costituzione. Detenzione e salute mentale: necessaria verifica concreta ed effettiva della qualità delle cure di Carmine Paul Alexander Tedesco lexced.com, 25 gennaio 2026 La sentenza 41407/2025, riafferma un principio fondamentale nel rapporto tra detenzione e salute mentale: la valutazione sull’adeguatezza delle cure in carcere non può essere superficiale, ma deve basarsi su una verifica concreta ed effettiva. Questo caso ha visto l’annullamento di un’ordinanza che negava a un detenuto con gravi patologie psichiche la possibilità di scontare la pena in una modalità alternativa, ritenendo sufficiente la terapia farmacologica intramuraria. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la valutazione sulla detenzione e salute mentale non può essere formale. È necessaria una verifica concreta ed effettiva della qualità delle cure fornite, non bastando la mera somministrazione di farmaci. La Corte ha sottolineato l’obbligo del giudice di accertare se il trattamento sia realmente efficace, anche ricorrendo a una perizia. Un uomo, condannato per reati gravi e con una lunga pena residua da scontare, presentava una complessa situazione sanitaria caratterizzata da psicosi e un disturbo della personalità. In passato, aveva già beneficiato di un periodo di detenzione domiciliare proprio per questi motivi di salute. Una volta rientrato in carcere, ha nuovamente richiesto un differimento della pena o la detenzione domiciliare in una comunità terapeutica. Il Tribunale di Sorveglianza, tuttavia, ha respinto l’istanza. Secondo i giudici, i disturbi del detenuto erano in ‘buon compenso clinico’ grazie al trattamento farmacologico e al supporto psicologico offerti in istituto. Gli episodi di aggressività e le minacce di autolesionismo sono stati interpretati come tentativi di manipolazione. Il Tribunale ha concluso che non vi era una condizione di incompatibilità con il regime carcerario e che le esigenze di tutela della collettività erano prevalenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, annullando la decisione del Tribunale di Sorveglianza e rinviando il caso per un nuovo giudizio. I giudici supremi hanno ritenuto la motivazione del provvedimento impugnato ‘formale ed assertiva’. In sostanza, il Tribunale si era limitato a recepire la valutazione dell’area sanitaria del carcere senza effettuare una reale e approfondita verifica sulla qualità e l’efficacia delle terapie somministrate. Il cuore della decisione della Cassazione risiede nell’obbligo del giudice di andare oltre la semplice constatazione che un trattamento viene fornito. Il concetto di ‘adeguatezza delle cure’, soprattutto quando si tratta di detenzione e salute mentale, richiede un’analisi sostanziale. Non è sufficiente affermare che una patologia è ‘compensata’ dai farmaci; è necessario verificare se il percorso terapeutico nel suo complesso sia effettivamente idoneo a tutelare la salute della persona, nel rispetto della sua dignità, come imposto anche dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (in particolare, il caso ‘Libri contro Italia’). La Corte ha stabilito che il giudice della sorveglianza non può sottrarsi al confronto con l’effettiva adeguatezza delle terapie. Deve motivare in modo specifico su questo punto, valutando se il trattamento offerto in carcere sia concretamente efficace o se, al contrario, la detenzione stessa costituisca un ostacolo al miglioramento delle condizioni di salute. Quando emergono aspetti problematici, come in questo caso, il ricorso a un accertamento peritale diventa uno strumento essenziale per una decisione ponderata e giusta. La Cassazione critica l’approccio del Tribunale, che ha liquidato la necessità di una perizia basandosi sull’ampiezza della documentazione esistente, la quale però presentava conclusioni contrastanti (consulenza di parte e attestazione ASL). Questa sentenza rafforza un importante principio di civiltà giuridica: la pena non deve mai tradursi in un trattamento contrario al senso di umanità. Per i casi che coinvolgono detenzione e salute mentale, ciò significa che lo Stato ha il dovere non solo di curare, ma di curare bene. I giudici sono chiamati a un ruolo attivo di controllo, non possono accettare passivamente le relazioni provenienti dagli istituti penitenziari, ma devono verificarne la fondatezza nel merito. La decisione implica che, di fronte a patologie psichiche gravi, la valutazione sulla compatibilità con il carcere deve essere rigorosa e basata su prove concrete dell’efficacia delle cure, pena la violazione dei diritti fondamentali della persona detenuta. Rapporto di lavoro dei detenuti: retribuzione e prescrizione dei contributi studiogambalonga.it, 25 gennaio 2026 La Cassazione Civile, Sezione Lavoro, con ordinanza 10 novembre 2025 n. 29697, ha ritenuto che il rapporto di lavoro del detenuto deve considerarsi unitario e continuativo, senza interruzioni intermedie volontarie nei periodi di attesa della “chiamata al lavoro”, rispetto alla quale il detenuto non ha alcun potere di controllo o scelta. La cessazione del rapporto coincide con la fine dello svolgimento dell’attività lavorativa. La decorrenza della prescrizione dei crediti retributivi inizia dal termine del rapporto unico e l’onere di dimostrare eventuali interruzioni grava sull’Amministrazione penitenziaria. I fatti di causa traggono origine dal ricorso presentato da un detenuto, in carcere dal 2009, che nel corso della reclusione aveva svolto diverse attività lavorative all’interno del carcere (distribuzione dei pasti, assistenza alle persone, gestione della spesa dei detenuti, pulizie) retribuite dal Ministero della Giustizia e aveva lamentato di non aver ricevuto l’adeguamento retributivo previsto dall’art. 22, Legge n. 354/1975, che disciplina il lavoro penitenziario. Il Tribunale di Roma gli aveva riconosciuto oltre 3.400 euro, poi ridotti dalla Corte d’Appello a circa 1.300 euro, poiché il giudice di secondo grado aveva ritenuto prescritte le somme precedenti al 6 settembre 2017, considerando come distinti e autonomi rapporti di lavoro i vari periodi di attività svolti e ritenendo interrotto il rapporto nei periodi di mancata assegnazione al lavoro. Il ricorrente, non condividendo questa impostazione, ma ritenendo che il rapporto di lavoro penitenziario debba essere considerato unitario e che eventuali pause imputabili all’organizzazione carceraria costituiscano semplici sospensioni e non interruzioni, ha proposto ricorso in Cassazione. Nella sua decisione la Suprema Corte richiama alcune sentenze recenti, di cui la Corte d’Appello non aveva potuto tenere conto, secondo cui i detenuti si trovano in una condizione di totale dipendenza rispetto alla chiamata al lavoro, non avendo margini di libertà nella scelta. Questa situazione si ripercuote sul modo in cui il rapporto di lavoro dev’essere interpretato: le pause tra un incarico e l’altro vanno considerate come sospensioni e non come interruzioni contrattuali, come avverrebbe nel lavoro a termine tradizionale. Solo la fine della detenzione costituisce la vera cessazione del rapporto; pertanto, la prescrizione dei crediti retributivi decorre dalla fine dell’unico rapporto e non dai singoli periodi lavorativi. La Cassazione rinvia quindi alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, affinché si pronunci tenendo conto dei nuovi principi esposti. Il giudice di pace prima di opporsi all’espulsione deve valutare i legami familiari in Italia di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2026 Non può eludere l’esame del diritto all’unità familiare solo perché non è stato contratto matrimonio o perché lo straniero non ha chiesto autorizzazione ad hoc per permanere sul territorio nazionale in presenza di figli minori. La presenza di un figlio minore in Italia rileva come elemento ostativo all’espulsione dello straniero anche quando quest’ultimo non abbia richiesto al tribunale dei minorenni la formale autorizzazione alla permanenza nel territorio nazionale in ragione del rapporto di filiazione. Lo stesso vale - in termini ostativi all’esecuzione dell’ordine amministrativo espulsivo - per la sussistenza di un legame affettivo di carattere “familiare” quale è una relazione sentimentale con persona regolarmente soggiornante in Italia. E la relazione sentimentale, che può avere rilevanza anche in assenza di matrimonio, impone al giudice dell’opposizione di tenerne conto, anche se si tratti di mera convivenza more uxorio o anche - come l’evoluzione giurisprudenziale sta affermando - anche per legami esistenti tra non conviventi. Da tali considerazioni nasce il giudizio di illegittimità della sentenza del giudice di pace che aveva respinto l’opposizione al decreto prefettizio nonostante il ricorrente avesse fatto rilevare la presenza in Italia sia del figlio minore sia dell’attuale compagna di vita, propria connazionale con regolare permesso di soggiorno e titolare di un contratto italiano di lavoro a tempo indeterminato. La Cassazione civile ha perciò - con la sentenza n. 1432/2026 - rinviato al giudice di pace per un nuovo giudizio sull’opposizione del ricorrente avendo rilevato in base al regime vigente la violazione di diritti fondamentali per la secca pretermissione delle ragioni avanzate dallo straniero che in linea di principio vanno non solo tutelate, ma soprattutto esaminate nel concreto al fine di evitare l’illegittimo danno al suo diritto alla tutela dei legami familiari. La Suprema corte interpretando le norme rilevanti da applicare da parte del giudice di pace nel giudizio di opposizione contro l’ordine di espulsione ha dettato un puntuale principio di diritto: “L’art. 13, comma 2-bis, del d.lgs. n. 286 del 1998 (secondo il quale è necessario tener conto della natura e dell’effettività dei vincoli familiari, della durata del soggiorno, nonché dell’esistenza di legami con il paese d’origine) è applicabile anche nei confronti del cittadino straniero che abbia legami familiari nel nostro Paese, ancorché non abbia formalmente richiesto il ricongiungimento familiare, sicché l’effettività del legame familiare derivante dalla presenza di un figlio minore in Italia e da una convivenza more uxorio può e deve essere valutata, con accertamento caso per caso, nella sua valenza ostativa all’espulsione, dal giudice dell’opposizione all’espulsione, a nulla rilevando la mancata richiesta di autorizzazione ex art. 31 del d.lgs. n. 286 del 1998 al Tribunale per i Minorenni”. Brescia. Sovraffollamento e consegna pacchi dimezzata, tutti i problemi di Canton Mombello di Manuel Colosio Corriere della Sera, 25 gennaio 2026 La carenza di personale costringe a ridurre le iniziative a favore dei detenuti. Limitazioni anche per le telefonate. A Canton Mombello sovraffollamento e carenza d’organico continuano a ripercuotersi sulle condizioni dei detenuti. Nella casa circondariale “Nerio Fischione” dovrebbero essere 182 i posti regolamentari, ma all’interno si trovano oltre il doppio delle persone: 386 alla fine dello scorso anno, con un tasso di sovraffollamento (212%), tra i più alti d’Italia. Più detenuti significa anche maggior lavoro per chi deve curarsi di loro: dalla polizia penitenziaria agli educatori, passando per medici, psicologi e volontari vari, il carico di lavoro è diventato insostenibile. Solo con questa doverosa premessa si possono comprendere i fatti che si registrano all’interno dell’istituto di pena, che a parole tutti vorrebbero chiudere una volta per tutte per ampliare quello di Verziano (attualmente anch’esso sovraffollato, ma non a questi livelli e con una struttura e servizi decisamente meno fatiscenti), ma che invece rimane sempre aperto, con vecchi problemi ai quali se ne aggiungono di nuovi. L’ultimo in ordine di tempo riguarda la consegna dei pacchi per i detenuti, che avviene solitamente due giorni alla settimana (lunedì e venerdì). Un cartello apparso nei giorni scorsi annunciava che la consegna sarebbe stata in futuro possibile solo di lunedì, dimezzata quindi rispetto a prima. Cercando di capire il perché della decisione è emerso come il cartello sarebbe stato affisso senza la necessaria condivisione e quindi rimosso, ma al momento risulta ancora apposto. La questione dei pacchi rimane comunque un problema in primis per chi proprio non può riceverli: infatti solo i parenti autorizzati possono presentarsi, ma il problema è che tantissimi detenuti non ne hanno, come ad esempio gli stranieri che magari possono contare su una rete amicale, ma spesso non autorizzata alla consegna. Ultimamente, per evitare l’introduzione di materiale illegale, le regole si sono fatte inoltre ancora più stringenti ed anche chi in passato se ne incaricava informalmente (come il cappellano), adesso non può più farlo. Per il detenuto senza famiglia si tratta di un bel problema, così come risulta restrittiva la reintroduzione della norma che autorizza ad una sola chiamata telefonica di dieci minuti ogni settimana, seppur durante il periodo covid furono liberalizzate senza che si registrassero problemi. Si è quindi tornati indietro, imponendo anche limitazioni alle videochiamate che, si suppone, siano da imputare alle difficoltà ad organizzarle e controllarle, vista la penuria di personale. Così non resta che usare (poco) l’unico apparecchio telefonico posto in un angolo del corridoio, dove non c’è ovviamente alcuna privacy e possibilità di avere tranquillità. Tra mille difficoltà proseguono però anche le iniziative pregevoli, come lo “spazio Giallo” che offre la possibilità ai detenuti di incontrare i famigliari con maggiore libertà rispetto ai colloqui, nella stanza del teatro e con la supervisione di educatori e personale di polizia. Una proposta che andrebbe ampliata, magari aumentando la frequenza e l’accessibilità dei parenti, ma che risulta essere di difficile realizzazione se il personale è costantemente impegnato a risolvere i problemi quotidiani amplificati dal cronico sovraffollamento. Perché al di là di tutti i buoni propositi, il nodo rimane sempre lo stesso: quel carcere andrebbe svuotato, in attesa venga definitivamente chiuso. Bologna. Nordio: “Alla Dozza meno detenuti”. E annuncia un nuovo padiglione di Federica Nannetti Corriere di Bologna, 25 gennaio 2026 Per il ministro il sovraffollamento sta migliorando ma garante e sindacati restano critici. In poco più di un mese e mezzo, “tra l’1 ottobre e il 19 novembre 2025”, al carcere della Dozza si sono contati “18 aggressioni tra ristretti, 33 fatti di danneggiamento, 7 incendi, 5 proteste collettive, 19 proteste individuali, un tentativo di evasione e 6 episodi di introduzione di oggetti non consentiti”. A fornire i numeri e a promettere “interventi, alcuni già concretizzati e altri in attuazione, a sostegno della struttura bolognese” è stato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, rispondendo a un’interrogazione dei senatori del M5s su quali iniziative abbia intenzione di “attivare per ristabilire condizioni minime di sicurezza”, hanno scritto nell’atto ispettivo i pentastellati, ricordando anche di un sovraffollamento cronico e di un organico sottodimensionato. “Per quanto riguarda la pressione detentiva, si è proceduto a operare riequilibri mediante trasferimenti verso altri istituti - ha assicurato il Guardasigilli nel 2025 sono stati disposti 57 trasferimenti di detenuti in circuiti di media sicurezza, contribuendo a mitigare l’impatto del sovraffollamento. Parallelamente, l’amministrazione ha rafforzato l’area del trattamento”, con la stabilizzazione, per esempio, di “otto psicologi dedicati, affiancati da tre professionisti dell’Ausl nell’ambito della psichiatria forense”. Sul fronte del personale, ha poi aggiunto il ministro, “per colmare i vuoti, l’amministrazione ha proceduto all’assegnazione di 11 viceispettori e di 16 sovrintendenti”, con la promessa di altri arrivi. Tuttavia per il garante provinciale Antonio Ianniello, così come per i sindacati di polizia penitenziaria, è difficile non notare come questi numeri non rappresentino tutta la realtà della Dozza: basti pensare ai detenuti presenti, costantemente intorno agli 800 a fronte di una capienza di 507. I trasferimenti sono stati compensati con altri arrivi, che in alcuni periodi, a fine 2025, sono stati senza preavviso e a gruppi di 15-20 per volta, come denunciato dalla Fp-Cgil a novembre. È stato allora che la Regione ha scritto a Nordio per chiedere di fermare ulteriori Attualmente si è arrivati a 860 ristretti: “La situazione è di accentuata difficoltà - le parole del garante- e di progressivo deterioramento delle condizioni. Sono necessari seri interventi deflattivi; si potrebbe affrontare il tema del numero chiuso, una soglia tollerabile oltre la quale non andare”. A preoccupare, poi, sebbene non vi siano date, la prospettiva di un ampliamento della Dozza, nelle parole di Nordio volto ad alleggerire il sovraffollamento, ma nei fatti impattante in termini di gestione: “La costruzione di un nuovo padiglione da 150 posti”. Non la soluzione auspicata da garante e sindacati. Sul fronte del personale, se da una parte fanno ben sperare i futuri arrivi, dall’altra è indubbia la carenza non solo di poliziotti ma anche di tutte le altre figure necessarie “alla presa in carico delle persone”. Detenuti che spesso hanno anche problemi di dipendenze, se non più gravi: “Il governo sta lavorando bene sulle assunzioni, ma è necessario riorganizzare le carceri per renderle più vivibili e luoghi dignitosi” aggiunge Giovanni Battista Durante, segretario del Sappe, che sottolinea come dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, il carcere sia diventato (purtroppo) ricovero anche di persone con disturbi importanti che andrebbero curati altrove. “Il carcere accoglie in misura crescente problematiche sociali che il territorio non è stato in grado di prevenire o di affrontare- le parole di Nicola d’Amore della Fns Cisl -. Tali criticità, una volta entrate nel circuito penitenziario, spesso non trovano risposte adeguate e tendono ad aggravarsi. Ne deriva un costo sociale e umano estremamente elevato”. Trieste. “Al Coroneo in dieci in una cella, caccia alle cimici e sovraffollamento: serve un nuovo carcere” di Roberto Lazzari triesteprima.it, 25 gennaio 2026 A dirlo è il Garante regionale dei detenuti Enrico Sbriglia, dopo la visita di ieri, 23 gennaio. Le condizioni di sovraffollamento e i numerosi problemi, anche sistemici, sembrano essere all’estremo. Il garante spinge anche per lo studio della possibilità di amnistia (“non di indulto”), purché con rigorosi criteri di reinserimento in società. Scrive di “condizioni non poche volte mortificanti” all’interno del Coroneo il Garante regionale dei detenuti Enrico Sbriglia, dopo la visita in delegazione di ieri, 23 gennaio, per fare il punto della situazione. La serie di problematiche riscontrate non lascia uscita: “A Trieste si impone la realizzazione di un nuovo e funzionale istituto penitenziario”, per restituire dignità a detenuti e operatori. Le carceri, ormai, sembrano abituate ad accettare situazioni di illegalità. Il Coroneo non fa eccezione. Colpisce l’immagine visiva dell’interno: “Stanze detentive colme all’inverosimile, dove dieci persone possono utilizzare un solo bagno; le docce in comune, scarsezza di spazi idonei ove poter stare all’aperto per qualche ora al giorno, carenze nella risposta sanitaria”. Ma anche “quotidiana caccia alle cimici, che dagli occupanti di una cella sono state mostrate all’interno di una scatoletta, alcune ancora vive”: insetti che aggrediscono tutti “in modo democratico e ugualitario, anche quelle persone che possono uscire liberamente: familiari dei ristretti in visita, avvocati, magistrati, operatori penitenziari, insegnanti, sanitari o ministri di culto”. Senza contare che tra i ristretti possono benissimo esserci degli innocenti. I numeri All’interno più del doppio di persone. I posti regolamentari sarebbero 150, di cui circa 30 riservati alle detenute (nell’unico carcere in regione che le può accogliere). Di questi, però, 33 non sono fruibili, facendo scendere il numero di quelli regolamentari a 117. I detenuti sono più del doppio: ieri ce n’erano 236. Nessuna privacy quando si telefona, anche parlando di salute o in intimità. Manca un refettorio comune in cui mangiare (lo si deve fare nelle “stanze di pernotto”) e restano i problemi del reinserimento: non bastano le attività - fruibili in gruppi, ma che si devono fermare nei feriali alle 16 - né gli spazi per tenere occupate le persone detenute. Non è solo un problema etico: “Il carcere non rilascerà al termine della detenzione persone che possano reinserirsi utilmente nella società, ma favorirà la crescita del disagio, riportando in libertà soggetti che non hanno prospettive reali di reinserimento”, producendo solo “insicurezza”. Sbriglia, insomma, lo scrive chiaro e tondo: serve “comprensione” da tutte le istituzioni, o “il sistema rischia di collassare”. Il Garante conclude tornando a sollecitare una diversa e più accurata analisi dei possibili effetti positivi di un provvedimento di amnistia (“e non di indulto”), che potrebbe funzionare se e solo se “accompagnato da misure collaterali di presa in carico delle persone che fossero rimesse in libertà”. Bolzano. Nuovo carcere, dopo 15 anni arriva la svolta. Verrà realizzato anche un Cpr di Martina Capovin Il Dolomiti, 25 gennaio 2026 Bozen Solidale: “Kompatscher vuole creare un lager di Stato”. Previsti cento posti nella Casa circondariale e cinquanta nel Centro di permanenza per i rimpatri. Il progetto per il nuovo carcere e per il Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) di Bolzano esce finalmente dalle secche della burocrazia. È questo l’esito del vertice istituzionale svoltosi al Palazzo del Viminale tra il presidente della Provincia altoatesina, Arno Kompatscher, l’assessora alla sicurezza Ulli Mair e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Un incontro che ha sancito l’accelerazione decisiva per un’opera che il territorio attende, tra promesse e rinvii, dai tempi della giunta Durnwalder. Per comprendere l’importanza dell’accordo, bisogna riavvolgere il nastro di quella che è diventata una vera “storia infinita” altoatesina. Della nuova casa circondariale se ne parla ufficialmente dal 2011, quando la Provincia individuò l’area di 4,2 ettari in zona San Giacomo, nei pressi dell’aeroporto. L’allora presidente Luis Durnwalder predisse un trasferimento dei detenuti già per il 2014, ma l’iter si è scontrato con una serie incredibile di ostacoli giuridici. Il progetto originale, basato su un innovativo partenariato pubblico-privato (il primo in Italia per una struttura penitenziaria), è rimasto bloccato per anni a causa della crisi finanziaria del colosso edilizio Condotte Spa, vincitore dell’appalto. Solo l’approvazione della Legge di Bilancio nel dicembre 2025 ha permesso di sbloccare la situazione, conferendo poteri speciali al Commissario straordinario Marco Doglio per procedere rapidamente. Ed è in quest’ottica che si è discusso della realizzazione, accanto al carcere, di un Cpr altoatesino, come sotolinea Kompatscher: “Abbiamo fatto riferimento al tema del Centro per i rimpatri, che dovrebbe essere preso in considerazione fin da subito e realizzato in stretta collaborazione tra gli enti statali alle condizioni concordate presso la sede del carcere”. Ora il progetto prevederebbe la costruzione di una casa circondariale con cento posti e un Cpr da cinquanta posti. Il governo ha sottolineato la necessità di portare ora avanti rapidamente il progetto. Nonostante l’ottimismo istituzionale, il progetto continua a sollevare feroci critiche. L’associazione Bozen Solidale ha diffuso una nota durissima, attaccando frontalmente la figura del presidente: “Non avevamo dubbi che Arno Kompatscher sarebbe diventato il grande artefice della costruzione di un CPR in Alto Adige. Già nel 2016, mentre si patinava come “progressista”, uno dei suoi obiettivi era proprio quello di istituire un CPR in una ex caserma a Roverè della Luna, nascosto da occhi indiscreti al confine tra Bolzano e Trento”. Secondo l’associazione, l’immagine di Kompatscher come politico liberale è ormai smentita dai fatti: “Tolta la maschera, di progressista non resta nulla. Speranzoso di essere ricordato come uno dei “padri” dell’Autonomia, siamo convinti che di lui resterà il ricordo di un convinto sostenitore di un lager di Stato”. Bozen Solidale conclude invitando la cittadinanza a informarsi sulla “brutalità di quei non-luoghi” attraverso i report indipendenti, ribadendo che la detenzione amministrativa rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali che macchierà la storia della provincia. Nel dibattito interviene anche Chiara Rabini, ex assessora comunale di Bolzano e attualmente capogruppo dei Verdi in consiglio. “Il carcere serve a scontare una pena e rieducare, come prevede la Costituzione - scrive Rabini - Il CPR è detenzione amministrativa, senza reato e senza percorsi, con persone inviate dallo Stato anche da altri regioni. Affiancare carcere e CPR in queste proporzioni lancia un messaggio sbagliato e caratterizzerà, in negativo, per sempre la nostra città. I Cpr sono centri inefficaci che producono sofferenza - conclude Rabini - Bolzano ha bisogno di un sistema dignitoso di accoglienza e integrazione, non di aggiungere un ulteriore nuovo centro disumano”. Ferrara. La nuova vita di Giovanni. I detenuti fanno l’impresa. È una Seconda Chance di Mario Bovenzi Il Resto del Carlino, 25 gennaio 2026 Dai negozi del centro ai lidi, associazione crea contatti tra carcere e ditte Azienda non riusciva a trovare personale. “È molto bravo, già promosso” Si chiama Marco, ha 40 anni. Da pochi mesi per lui è iniziata una nuova vita, una Seconda Chance. Dopo aver lavorato per un periodo, negli orari in cui poteva uscire dal carcere, all’Inci di Renazzo impresa nel settore della carpenteria, è stato assunto a tempo indeterminato. Alessio Toselli, il titolare, spiega: “È molto bravo, l’abbiamo promosso come responsabile di un settore. Queste persone, pur avendo commesso errori, meritano una seconda opportunità”. Seconda Chance si chiama l’associazione no-profit costituita nel 2022, è stata fondata dalla giornalista del TgLa7 Flavia Filippi. Centinaia le opportunità di lavoro procurate a detenuti ed ex detenuti. Seconda Chance opera sul campo cercando adesioni attraverso un attivo porta a porta. Una volta presentati i vantaggi, certamente non solo economici, che spettano a chi aderisce al progetto, l’imprenditore viene invitato a prendere in carico uno o più detenuti. Ad operare sulla nostra provincia per l’associazione è Lara Mariani che segue anche Bologna e la Romagna. Ad occuparsi dell’Emilia è Stefania Portioli. “A Cento abbiamo ottenuto - racconta Lara Mariani - un bellissimo risultato”. Non solo a Cento. In questi giorni Seconda Chance sta prendendo contatti con gli stabilimenti balneari dei sette lidi tramite un imprenditore del mare. Drammatica del resto la mancanza di personale nelle nostre spiagge durante la stagione balneare. La prossima settimana si intensificheranno i contatti con una pasticceria del centro storico, ci saranno i colloqui nel nostro carcere per cercare un detenuto che possa andare a lavorare in quella attività. Si sta facendo avanti anche una grande azienda che opera nel settore dell’abbigliamento. “Anche multinazionali che non hanno la sede a Ferrara - precisa - si sono interessate a questo percorso, si tratta di aziende italiane che hanno punti vendita su questo territorio e che stanno dimostrando grande sensibilità”. Dall’abbigliamento alla lavorazione del ferro. “Azienda che opera nel settore delle saldature cerca da sempre personale, stiamo in questi giorni fissando i colloqui in carcere, grazie alla grande disponibilità della direttrice Maria Martone. Un aspetto interessante è che questi imprenditori non hanno difficoltà ad assumere persone che hanno una certa età e che sul mercato del lavoro sarebbero tagliati fuori”. Mariani ci tiene a precisare un aspetto. “È vero che chi assume detenuti usufruisce di incentivi fiscali, ma spesso lo fanno per motivi etici”. Un lavoro anche dietro le sbarre. “Stiamo sondando la strada per realizzare in carcere un laboratorio per una pasticceria”. Fondata nel 2005, Inci era una piccola carpenteria, una manciata di addetti, adesso sono una quarantina. Tra loro c’è Marco, la sua nuova vita. Toselli dice: “Non riuscivamo a trovare nessuno pronto a fare quel lavoro, siamo contenti” Ferrara. “Un’opportunità nel volontariato”. Accoglienza a Viale K di Mario Bovenzi Il Resto del Carlino, 25 gennaio 2026 Bedin: “Da noi chi ha misure alternative al carcere”. “Da vent’anni ormai accogliamo detenuti che vengono condannati agli arresti domiciliari e quelli che usufruiscono delle misure alternative al carcere, come l’affidamento in prova”. Domenico Bedin, presidente dell’associazione Viale K, si trova nell’azienda agricola Parco Contadino Pratolungo. È mezzogiorno, ora di pranzo. Pratolungo è un’azienda agricola sociale, è una delle strutture che fanno parte di Viale K. Le misure alternative al carcere nel nostro paese includono principalmente l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la semilibertà, la liberazione anticipata, e le pene sostitutive come i lavori di pubblica utilità, che permettono di scontare la pena fuori e oltre le sbarre, spesso in cambio di attività lavorative, terapeutiche o sociali. Vengono disposte in alternativa alla detenzione carceraria per reati di minore gravità o in base alle condizioni personali. Gli arresti domiciliari, voi come intervenite? “Ci sono persone che non hanno legami o comunque non hanno un luogo nel quale scontare questo tipo di pena, in sintesi non hanno un posto nel quale essere ospitati. In quel momento e per questi casi possiamo intervenire noi indicando quindi la nostra associazione e il luogo nel quale può scontare la pena” risponde Domenico Bedin. Li accogliete quindi, ma per il lavoro? “In alcuni casi vengono disposti degli orari durante i quali queste persone possono muoversi, uscire. A quel punto noi possiamo attivarci per trovare loro un lavoro, qualcosa che possono fare, un’occupazione. In questo modo quando finiscono di scontare la pena, tradotto, quando termina il regime dei domiciliari, hanno già dei contatti, un’impresa che li accoglie per dare loro un’occupazione”. Non è poco. Svolgono anche alcune mansioni per la vostra associazione? “Chiaramente le nostre sono attività di volontariato, quindi diamo la possibilità anche a loro di rimboccarsi le maniche per questo mondo. Purtroppo non abbiamo le risorse economiche per farli lavorare direttamente noi”. Vent’anni sono tanti. Quanti ne avete accolti in questo periodo? “Direi almeno un centinaio, è un modo per dare loro un’opportunità per ripartire”. Adesso quanti ne state ospitando? “Una ventina, parliamo del 5% dei detenuti che si trovano in media nel carcere di Ferrara, appunto circa 400. Credo che questo sia un risultato positivo, siamo soddisfatti. Anche se è chiaro che vorresti fare di più”. Avete dei fondi? “No, solo da sei mesi la Regione Emilia Romagna ha attivato il progetto chiamato ‘Territori per il carcere’, progetto che finanzia comunque gli interventi che riguardano sei o sette detenuti. Non certo di più”. Ci sono altri interventi sempre della Regione? “Sì, un piano che è rivolto in maniera specifica ai dimittendi, i detenuti che hanno ormai poco da scontare e che stanno per uscire dal carcere. In questo modo si interviene già quando sono ancora all’interno della struttura penitenziaria. È un modo per giocare d’anticipo, cominciare ad accoglierli, a trovare loro un lavoro quando ancora non hanno scontato tutta la pena. Così quando saranno fuori avranno già una strada tracciata”. Ferrara. La rinascita del detenuto F.: “Prima spacciavo, ora aiuto gli altri” di Mario Bovenzi Il Resto del Carlino, 25 gennaio 2026 Progetti e speranza: da Ferrara il racconto di un 31enne, condannato a 10 anni, di cui 6 già scontati. “Sono pentito, voglio costruirmi un futuro migliore”. Le lancette dell’orologio si sono fermate alle 12, i volontari e gli ospiti si mettono a tavola insieme. È tutto pronto, il profumo del cibo si respira nella sala, insieme alla voglia di ritrovarsi. Piatti, bicchieri e tovaglioli. I volontari hanno servito minestra di verdura, lenticchie con pezzetti di mortadella. Poi arriverà anche la frutta e alla fine il caffè. È mezzogiorno nell’azienda agricola sociale Parco Contadino Pratolungo, la sede si trova nella zona dei Prati di Palmirano. Seduto a uno dei tavoli c’è F., 31 anni, condannato a dieci anni per spaccio di droga. Sei anni di carcere li ha già scontati, ne mancano ancora quattro che sembrano non finire mai. Francesco per motivi di salute usufruisce del regime dei domiciliari da un po’ di tempo. Potrebbe scontare la pena residua a casa, ma una casa non ce l’ha. La sua famiglia si trova in Albania, il Paese da dove lui è partito ormai un bel po’ di tempo fa. Non è sposato, non ha figli, non ha parenti in Italia. “Questo è uno di quei casi nei quali possiamo subentrare noi”, dice Domenico Bedin. “Devo ringraziare la comunità di Pratolungo e l’associazione Viale K che mi hanno accolto, altrimenti non avrei proprio saputo come fare. Adesso sono qui, ho trovato persone buone, che mi aiutano” Lei spacciava? “Sì, vendevo droga” È un reato grave, è pentito? “Certo, ho sbagliato. È stato un brutto periodo della mia vita. Ripeto ho sbagliato e mi vergogno dei miei errori” Cosa fa adesso, quali sono le sue mansioni? “Aiuto i volontari, sono ospitato qui, faccio piccole cose, pulisco, tengo in ordine. Insomma, cerco di rendermi utile, di dare una mano alle persone che mi hanno aperto la porta, ai volontari” Come si trova a Pratolungo? “Bene, molto bene. Ho la sensazione di essere rinato, qui ho trovato una nuova vita, un’occasione per poter ripartire. Ho imparato a rigare diritto, voglio solo espiare la mia pena, costruire qualcosa nel Paese che mi ospita. Davanti a me ho tanti anni, l’opportunità di essere onesto, di avere una vita onesta. Devo rigare diritto per me, anche per queste persone che si stanno rimboccando le maniche per aiutarmi”. Ascoli. Agente salva 2 detenuti dal suicidio: “Ansia patologica”. Accolto il ricorso al Tar, verrà risarcito di Federica Serfilippi Corriere Adriatico, 25 gennaio 2026 Ok all’indennizzo del Ministero. Gli episodi nel carcere di Marino del Tronto. Una rissa sedata, con tanto di lesioni subite, e due soccorsi in extremis per salvare i detenuti dal suicidio. Un fardello emotivo troppo pesante da sopportare per un agente della Polizia penitenziaria che, all’epoca dei fatti, operava nel carcere di Marino del Tronto. Episodi gravi che gli hanno causato un “pregresso stato ansioso” tale da chiedere al Ministero il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio. Tradotto: un equo indennizzo a causa della patologia sviluppata per motivi di lavoro. In un primo momento, l’istanza è stata rigettata. Ma l’agente, ormai in pensione, si è rivolto al Tar e ha vinto: il ricorso è stato accolto e il decreto di diniego annullato. La vicenda si trascina dal 2016, anno in cui è stato incardinato il contenzioso con il Ministero della Giustizia. Agli atti sono finiti i referti medici e gli episodi “incriminati” che hanno compromesso la salute dell’agente, assistito in questi anni dagli avvocati Leonardo e Daniela Carbone. In particolare, come ricorda la sentenza, il 4 giugno 2011 l’operatore era riuscito a salvare un detenuto che aveva tentato il suicidio impiccandosi alle sbarre della cella. Un evento che aveva causato al ricorrente “un forte e prolungato shock”. Nell’ottobre 2011 era intervenuto per sedare una rissa scoppiata in cella, subendo lesioni da parte di un detenuto che aveva reagito scagliando calci e pugni. L’agente era finito all’ospedale. Oltre alle ferite fisiche, quelle emotive, considerando che i medici gli avevano prescritto gli psicofarmaci per curare i disturbi del sonno e lo stato di ansia insorto. Non è finita. Il 18 marzo 2014 aveva salvato un detenuto che, dopo essersi procurato profondi tagli, aveva tentato di impiccarsi nel cortile del penitenziario. L’episodio aveva aggravato i sintomi ansiosi, tanto che il ricorrente era stato messo malattia in malattia per 6 mesi dalla Commissione medica ospedaliera per inidoneità al servizio. Nonostante tutto, il Comitato di verifica (chiamato in causa prima dell’ultimo episodio) ha però negato la dipendenza da causa di servizio, sostenendo che “l’infermità non può ricollegarsi agli invocati eventi, neppure sotto il profilo concausale efficiente e determinante”. Di qui, il ricorso. Per i giudici del Tar “il provvedimento impugnato risulta viziato per difetto di istruttoria e carenza di motivazione, non avendo il Comitato preso in effettiva e adeguata considerazione gli eccezionali e gravosi eventi che hanno coinvolto il ricorrente”. Motivazioni insufficienti che hanno spinto il Tar a dare ragione all’ormai ex guardia. Brescia. Le Porte della Speranza tra Canton Mombello e piazzale Arnaldo di Manuel Colosio Corriere della Sera, 25 gennaio 2026 L’architetto Stefano Boeri firma il progetto che farà dialogare il carcere con la movida. Nei giorni scorsi un sopralluogo nell’istituto penitenziario. Lontano dai riflettori ed in gran segreto questa settimana il carcere di Canton Mombello ha ospitato il gruppo di progettisti che saranno impegnati ad installare la “porta della speranza” all’interno della casa circondariale. Anzi, le “porte della speranza”, perché a Brescia queste opere d’arte saranno due e renderanno il progetto promosso dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis dello Stato Vaticano in collaborazione con il DAP e realizzato dal Comitato Giubileo Cultura Educazione con la fondamentale direzione artistica di Rampello & Partners, decisamente inedito rispetto quelli che si possono o potranno vedere fuori dagli istituti penitenziari di Milano, Venezia, Lecce, Palermo, Roma, Reggio Calabria e Napoli. Oltre a quella che sarà installata nel panottico, infatti, ne sorgerà una seconda in Piazzale Arnaldo, che dialogherà in maniera diretta con quella allestita all’interno del carcere. A realizzarla sarà l’architetto Stefano Boeri che in questi giorni ha condiviso i propri pensieri sul progetto attraverso uno scritto inviato a chi sta lavorando, materialmente o istituzionalmente, alla realizzazione di questa opera d’arte. L’architetto milanese spiega come dal suo punto di vista “la parola speranza, in carcere, si chiama lavoro” e quindi come “una seria prospettiva di (re)inserimento nel mercato del lavoro e nella formazione professionale, siano per un detenuto tra le più convincenti ragioni per pensarsi fuori dalla condizione carceraria. Le uniche davvero capaci di offrire la speranza del ritorno ad una vita sociale che non sia solo un intervallo tra due periodi di detenzione”. Da questo ragionamento “condiviso con la direttrice del carcere” Francesca Paola Lucrezi nasce quindi l’idea di collocare nell’ottagono da cui si dipanano i corridoi delle celle, conosciuto come panottico, una prima porta dedicata alle opportunità di lavoro e formazione professionale per i detenuti. “Una porta aperta, con un’anta trasformata in una grande bacheca digitale che informi quotidianamente i detenuti sulle opportunità di formazione e lavoro offerte dalle aziende e dalle cooperative del territorio; dentro e fuori dal carcere, oggi e domani”. Boeri aggiunge come “se la “Porta della Speranza” a Canton Mombello porterà dunque nel cuore del carcere, insieme alle informazioni, il pulsare della generosità sociale della città, abbiamo pensato che la stessa porta dovesse aprirsi trovare anche nel cuore vivo della città, da dove arrivano le opportunità per un ritorno alla vita sociale”. Da questa riflessione parte quindi l’idea “condivisa con la sindaca di Brescia” Laura Castelletti di realizzare lo stesso modello di porta in Piazzale Arnaldo, luogo tra i più vivi della città e tra i principali spazi di socialità notturna, dove si costruirà “una porta aperta con un’anta a schermo che potrà ospitare insieme alle opportunità offerte ai detenuti anche le informazioni sulla vita carceraria: sul sovraffollamento delle celle, ma anche sul lavoro quotidiano straordinario del personale carcerario e del personale medico e sanitario, oltre che sull’assistenza fornita dalle cooperative sociali e sulle iniziative culturali e artistiche prodotte dai detenuti”. Si aprirà così in due luoghi vicini geograficamente, seppur così diversi, quest’opera d’arte formata da due porte. anche se “la porta della Speranza è una. Si apre in due luoghi diversi per ospitare in entrambi un doppio movimento: “dalla città verso il carcere e dal carcere verso la città” precisa Boeri che conclude la sua riflessione ricordando come grazie alle loro ante faranno “fluire informazioni, opportunità, progetti, occasioni, pensieri, sogni che, rispettando la regole del sistema detentivo, porteranno un contributo di speranza e consapevolezza nella casa circondariale di Canton Mombello e nella città nobile e generosa che la ospita”. Siena. “Artisti dietro le sbarre” a S. Spirito. Dal teatro una finestra sulla libertà di Angela Gorelllini La Nazione, 25 gennaio 2026 Alla casa circondariale di Siena sono arrivati gli attori di “Malinconico. Moderatamente felice”. Un momento di svago tra aneddoti, curiosità e l’esibizione dei “Cellamusica” con brani del loro cd. Al teatro della casa circondariale di Santo Spirito, sono arrivati gli attori di ‘Malinconico. Moderatamente felice’: Massimiliano Gallo, Greta Esposito, Eleonora Rella, Biagio Musella, Diego d’Elia e Manuel Mazia. Artisti in tournée, con sveglia all’alba e valigie sempre pronte, che hanno scelto di regalare una mattina di svago ai detenuti. Un gesto concreto: nessuna posa, solo presenza e tempo da dedicare ad altri. Il progetto “Artisti dietro le sbarre” del Cpia1 di Siena va avanti da più di dieci anni. Ha portato a Santo Spirito decine di nomi prestigiosi e, ogni volta, è successo qualcosa di indimenticabile. Anche stavolta. Gli attori hanno raccontato lo spettacolo in scena ai Rinnovati in questo week-end - un’altra scelta azzeccatissima del direttore artistico dei Teatri di Siena, Vincenzo Bocciarelli - poi, dopo un po’ di aneddoti e curiosità, sono scesi dal palco e si sono seduti in platea. Hanno ascoltato la musica dei “Cellamusica” - agenti, volontari, detenuti - con i brani del primo cd uscito da pochi mesi (e disponibile nelle principali piattaforme di streaming), poesie, racconti. E parole dirette, di chi è arrivato in Italia sperando nel Paese visto in tv e si è ritrovato invece a sopravvivere di espedienti. Quasi tutti gli artisti avevano già messo piede in altri istituti, in particolare a Nisida per una serie tv. Erano consapevoli di dove fossero: negli sguardi, zero giudizi, ma la certezza che spesso la differenza tra stare dentro o fuori è fatta dalle opportunità. Un lavoro che arriva o non arriva, l’idea di fare l’attore, una poesia che apre una finestra. L’ora, come sempre, è passata veloce, le domande hanno viaggiato dal palco alle sedie e ritorno: curiosità sul lavoro dell’attore, dubbi, piccole confessioni. Qualcuno ha mostrato un errore come si mostra una cicatrice; qualcun altro ha letto una strofa scritta la notte. Le risate sono arrivate al momento giusto, a togliere rigidità. È stato il tipo di incontro che resta addosso come la temperatura, ché quando esci te ne accorgi. “Grazie, allora - dicono gli organizzatori - agli attori, per il sonno lasciato da parte e il tempo condiviso. Ai detenuti, per la fiducia. A chi, come il Cpia1, le educatrici del carcere e i Teatri di Siena, tiene aperto il passaggio tra dentro e fuori. Ci rivedremo: magari in platea ai Rinnovati, magari ancora qui. Con la stessa franchezza, qualche canzone in tasca e l’idea semplice di non perdere le opportunità quando passano”. Milano. Al Filodrammatici “Oltre. Io prima, me dopo” racconta il carcere e la rinascita tg24.sky.it, 25 gennaio 2026 Lunedì 26 gennaio alle 17 va in scena lo spettacolo di Marco Floris e Alessandro Corsi, nell’ambito dell’iniziativa di Mediobanca toDEI, dedicata alla diversità e all’inclusione. Sul palco, racconti in prosa alternati a poesie, portano lo spettatore nel mondo delle dipendenze e del carcere, in un percorso di dolore e rinascita. Un racconto di vita che intreccia poesia e prosa per affrontare il tema delle dipendenze, del carcere, della rinascita. Arriva lunedì 26 gennaio alle 17 al teatro dei Filodrammatici di Milano lo spettacolo “Oltre. Io prima, me dopo” tratto dall’omonimo libro (Mark Sirolf, BookaBook edizioni). Sul palco Marco Floris e Alessandro Corsi, che ha curato anche la regia. “Oltre. Io prima, me dopo” porta in scena l’esperienza realmente vissuta in carcere dal protagonista. La sua discesa agli inferi data dalla dipendenza dalla droga e culminata nell’arresto, ma allo stesso tempo gli scorci di umanità che anche l’esperienza in carcere può regalare e il ruolo degli affetti, che possono portare a vedere la luce, anche quando sembra non esserci via d’uscita. I brani in prosa (veri e propri racconti di vita vissuta) si alternano alle poesie dell’autore che riescono a restituire, attraverso i versi, la solitudine e il tempo lento del carcere, la disperazione ma anche la speranza, in un caleidoscopio di emozioni che avvolge lo spettatore e lo conduce dentro alla storia. Lo spettacolo, promosso dall’associazione Coriandoli a Colori che si occupa di prevenzione del disagio giovanile, rientra nell’ambito del progetto di Mediobanca dedicato alla diversità e all’inclusione toDEI, dedicato quest’anno al tema dei Corpi. Il corpo inteso come “archivio dove la mente lascia tracce e le emozioni si manifestano”, ma che può essere anche un campo di “battaglia”, di fronte al quale le dipendenze “rappresentano tentativi di fuga, dal dolore dalla solitudine dal senso di non essere abbastanza”. Elizabeth Anderson e la giustizia come relazione sociale di Vittorio Pelligra Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2026 Una società giusta non è quella in cui tutti hanno la stessa dotazione di beni, bensì quella in cui nessuno è costretto a stare in una posizione di inferiorità civile, di dipendenza umiliante o di obbedienza forzata. Siamo portati a pensare alla giustizia sociale come ad una faccenda principalmente distributiva. Chi ha quanto, chi guadagna di più e chi di meno e come trasferire ricchezza, servizi, opportunità, in modo da rendere la distribuzione più egualitaria. Ma questa prospettiva quantitativa rischia di oscurare un punto decisivo. Le disuguaglianze economiche possono non essere ingiuste di per sé. Ma lo diventano quando strutturano rapporti di subordinazione tra le persone. È questa l’intuizione intorno alla quale si sviluppa l’idea di società giusta sviluppata da Elizabeth Anderson, filosofa dell’Università del Michigan e una delle voci più influenti e originali della filosofia politica contemporanea. Una società giusta, ci dice la Anderson, non è quella in cui tutti hanno la stessa dotazione di beni, bensì quella in cui nessuno è costretto a stare in una posizione di inferiorità civile, di dipendenza umiliante o di obbedienza forzata. Ecco perché la giustizia, in questa prospettiva, è prima di tutto una questione di relazioni. Egalitarismo relazionale - “La mia prospettiva - scrive la Anderson in The Imperative of Integration (Princeton University Press, 2010) - si concentra sulla giustizia come questione di relazioni tra le persone. Essa deriva i principi distributivi da una concezione di relazioni sociali giuste” (p. 6). Il criterio normativo centrale, quindi, di questo “egualitarismo relazionale” non è tanto quello dell’uguaglianza nei risultati, ma quello relativo all’abolizione di gerarchie sociali umilianti. Per la Anderson comprendere l’ingiustizia significa innanzitutto guardare al suo correlato relazionale: la gerarchia. È la gerarchia, infatti, che struttura una relazione di comando e obbedienza. Uno degli aspetti più rilevanti di questa prospettiva è la possibilità di riconoscere situazioni ingiuste anche laddove non ci sia una violazione formale di diritti. Una società può essere legalmente egualitaria e tuttavia produrre sistematicamente rapporti di deferenza, dipendenza e stigmatizzazione. La critica al luck egalitarianism - È in questa chiave che va letta la critica che la Anderson muove al cosiddetto luck egalitarianism, l’approccio secondo cui la giustizia dovrebbe compensare solo gli svantaggi dovuti alla “sorte bruta”, lasciando invece gli individui responsabili delle conseguenze delle loro scelte. Nel suo saggio più citato, “What Is the Point of Equality?” (Ethics 109, pp. 287-337, 1999) la filosofa smonta questa impostazione sul piano morale e politico. Il problema, scrive, è che tale posizione rischia di trasformare la giustizia in una pratica di giudizio morale sulle persone. “L’ibrido di capitalismo e socialismo immaginato dall’egualitarismo della sorte riflette la visione meschina, sprezzante e provinciale di una società che rappresenta gerarchicamente la diversità umana, contrapponendo moralisticamente i responsabili e gli irresponsabili, gli innatamente superiori e gli innatamente inferiori, gli indipendenti e i dipendenti. Non offre alcun aiuto a coloro che etichettano come irresponsabili e offre un aiuto umiliante a coloro che etichettano come intrinsecamente inferiori. Ci offre la visione ristretta delle poor laws, in cui gli sfortunati pronunciano parole di supplica e sono costretti a sottomettersi ai giudizi morali umilianti dello Stato” (p. 308). Per stabilire chi merita aiuto, lo Stato (o la comunità) deve indagare le motivazioni, gli stili di vita, gli errori e le scelte “sbagliate”. Il risultato che ne deriva è una politica sociale che non emancipa, ma classifica, che non riconosce, ma valuta. In questo senso, la Anderson parla esplicitamente di “umiliazione” come categoria normativa centrale. Ma il bersaglio principale della sua critica non è solo una teoria filosofica, ma un’intera grammatica politica molto diffusa anche nel dibattito pubblico. Su questo punto la posizione della Anderson è radicale. Una società che subordina i diritti sociali alla prova di “innocenza morale” mina alla radice l’idea stessa di uguaglianza civica. Per questo in The Imperative of Integration propone un criterio di giustizia alternativo: i cittadini hanno diritto a condizioni materiali sufficienti per poter partecipare come eguali alla vita sociale. E questa “sufficienza” ha un contenuto esplicitamente relazionale. “I cittadini hanno diritto a un livello di beni sufficiente a consentire loro di partecipare alla società su un piano di parità - scrive la filosofa - Tale diritto va oltre la semplice sussistenza. Comprende, ad esempio, il diritto a un reddito sufficiente per acquistare abiti adeguati che consentano di apparire in pubblico senza vergogna, secondo gli standard prevalenti di apparenza rispettabile. Comprende anche il diritto a determinate configurazioni di beni pubblici. Coloro che si muovono su una sedia a rotelle hanno diritto a un’infrastruttura di strade pubbliche, edifici e trasporti che soddisfi le loro esigenze, affinché non siano esclusi dalle opportunità di partecipare alla vita pubblica. Anche un accesso equo a funzionari pubblici capaci e disponibili rientra in questa categoria. In secondo luogo, i cittadini hanno diritto a opportunità eque di sviluppare i propri talenti per competere per posizioni di autorità e lavori che paghino più del minimo a cui hanno diritto in base al primo principio. Un gruppo a cui vengono negate tali opportunità, sebbene i suoi membri abbiano il potenziale per ricoprire tali posizioni, è stato relegato a uno status inferiore, confinato a occupazioni umili e servili” (p.19). La ragione profonda dell’esigibilità di tali diritti non è tanto legata ad un’astratta uguaglianza di risultati o di possibilità. “Questi due tipi di rivendicazioni - continua la Anderson - sono necessari per superare le due dimensioni della segregazione: l’esclusione di un gruppo dal contatto con un altro e il contatto solo su basi di subordinazione” (p. 20). Non si tratta di possesso, ma di dignità pubblica. Non-dominazione: perché libertà ed eguaglianza stanno insieme - Il terzo pilastro della teoria di Anderson è la nozione di “non-dominazione”, che le consente di ricomporre una frattura spesso data per scontata: quella tra libertà ed eguaglianza. L’idea che più uguaglianza significhi meno libertà, sostiene la Anderson, nasce da una concezione riduttiva e semplicistica di entrambe. Riprendendo la tradizione repubblicana, Anderson definisce l’assenza di libertà come la condizione di soggezione alla volontà arbitraria di altri. “Essere non-liberi (unfree) vuol dire essere soggetti alla volontà arbitraria di qualcun altro” (The Imperative of Integration, 2010, p. 7). Ma questa è già una definizione relazionale fondata sul concetto di gerarchia. Essere dominati, in altri termini, significa stare in una posizione inferiore, dipendere dal permesso altrui, non poter dire di no senza conseguenze sproporzionate. Per questo la Anderson può affermare la tesi secondo cui “Da una prospettiva relazione, la disuguaglianza sociale e l’assenza di libertà di equivalgono e diventano la stessa cosa” (p. 8). Libertà ed eguaglianza non sono in tensione tra loro, ma co-implicate. Non c’è libertà dove c’è subordinazione strutturale e non c’è eguaglianza dove qualcuno può esercitare potere arbitrario senza dover rendere conto. La “non-dominazione”, quindi, richiede accountability, e l’accountability è un processo intrinsecamente interpersonale. Quando élite economiche o politiche sono isolate socialmente, possono ignorare gli effetti delle proprie decisioni perché non ci sarà nessuno che gli chiederà conto. Per questo l’eguaglianza non è solo un principio astratto, ma una pratica democratica di interazione. Giustizia come antidoto all’umiliazione - È qui che la prospettiva della Anderson ci aiuta ad illuminare il nostro presente. Gli esempi non mancano, anche nel contesto italiano. Si pensi ai meccanismi di condizionalità sempre più stringenti che accompagnano l’accesso alle misure di sostegno al reddito: obblighi burocratici opachi, controlli ripetuti, minacce di decadenza, narrazioni pubbliche che insinuano sistematicamente il sospetto dell’abuso da parte dei soliti “furbetti”. In questi casi, il problema non è soltanto l’adeguatezza economica del beneficio, ma la relazione istituzionale che si instaura tra chi eroga e chi riceve: una relazione asimmetrica, segnata dalla deferenza forzata, in cui il cittadino è trattato come potenziale colpevole prima ancora che come titolare di diritti. Una dinamica analoga attraversa ampie porzioni del lavoro povero e iper-flessibile. Lavoratori formalmente liberi, ma sostanzialmente ricattabili. Autonomi solo sulla carta, ma dipendenti da piattaforme, appalti o catene di subfornitura che possono revocare opportunità e reddito senza spiegazioni e senza responsabilità anche solo con un messaggio su Whatsapp. Qui la disuguaglianza non si esprime solo nei salari bassi o nella precarietà contrattuale, ma nella struttura di potere che rende impossibile di dire di “no” senza pagare un prezzo esorbitante. È precisamente questa impossibilità di stare “eye to eye” che, nella prospettiva della Anderson, trasforma una disuguaglianza economica in una relazione di dominio. Ma la stessa logica emerge anche in ambiti che dovrebbero incarnare in modo esemplare l’eguaglianza civica. Si pensi alla sanità pubblica, dove l’universalismo formale convive sempre più spesso con liste d’attesa insostenibilmente lunghe e socialmente differenziate. Chi dispone di risorse economiche o relazionali può aggirare l’attesa; chi non le ha è costretto a rinviare o rinunciare. La disuguaglianza non riguarda solo l’esito della cura, ma la posizione in cui il cittadino viene collocato. Non come interlocutore titolare di un diritto, ma soggetto che non può far altro che attendere e sopportare. Qualcosa di non troppo dissimile accade nella scuola. Anche qui l’uguaglianza delle opportunità è spesso proclamata, ma non sempre si concretizza nella pratica. Contributi “volontari”, spese implicite, orientamenti precoci e aspettative differenziate producono percorsi diseguali che si auto-rinforzano e che generano diseguaglianza ed esclusione. Il punto non è solo chi arriva più avanti, ma chi viene implicitamente educato a stare un passo indietro, a non ambire, a non disturbare. Il caso degli agenti dell’ICE negli Stati Uniti, poi, rappresenta un vero e proprio esempio paradigmatico di ciò che la Anderson intende per dominio e umiliazione istituzionalizzata. Retate sul luogo di lavoro o davanti alle scuole, famiglie separate con la forza, detenzioni arbitrarie, l’esercizio sfacciato di un potere ampiamente discrezionale su persone prive di strumenti effettivi di contestazione o di difesa. Non si tratta solo di un’applicazione severa della legge, ma della produzione sistematica di una relazione gerarchica in cui alcuni individui sono ridotti a oggetti di controllo, privati dello status di interlocutori civici. È qui che la non-dominazione cessa di essere un ideale astratto e diventa un criterio di giudizio politico chiaro e inequivocabile. Dalla combinazione di egalitarismo relazionale con la critica alla moralizzazione dello svantaggio e l’aggiunta della nozione di non-dominazione, emerge una concezione della giustizia insieme esigente e profondamente concreta. Esigente, perché non si accontenta di attenuare gli esiti peggiori del mercato o di distribuire compensazioni ex post; concreta, perché guarda al funzionamento quotidiano delle istituzioni, alle pratiche amministrative, ai rapporti di potere che attraversano la vita ordinaria delle persone. Una società è giusta, per Elizabeth Anderson, quando riesce a impedire che la vulnerabilità economica si trasformi in inferiorità civile, che il bisogno diventi dipendenza, che l’aiuto pubblico sia condizionato alla deferenza e generi vergogna. La questione politica decisiva, allora, cambia radicalmente. Non è più, o non è solo quanta redistribuzione ci possiamo permettere, né quanto severamente dobbiamo distinguere tra merito e colpa, responsabilità e sfortuna. La domanda centrale diventa un’altra: quanta gerarchia siamo disposti a tollerare senza svuotare dall’interno la promessa democratica dell’uguaglianza tra cittadini. Perché ogni volta che un’istituzione costringe qualcuno a dimostrare di essere degno di un diritto, a giustificare la propria esistenza, a sottoporsi a controlli umilianti per accedere a beni fondamentali, quella promessa viene incrinata, anche se le procedure sono formalmente legali. In questo senso, la prospettiva della Anderson offre un criterio di giudizio particolarmente prezioso per il nostro presente. In società segnate da lavoro povero, da un welfare condizionale, da servizi pubblici diseguali e da pratiche di controllo sempre più invasive, l’ingiustizia non si manifesta solo nella mancanza di risorse, ma nella produzione sistematica di relazioni asimmetriche. Cittadini che devono chiedere permesso, giustificarsi, attendere. Lavoratori che non possono dire di no. Studenti e pazienti che imparano presto a non pretendere troppo. Migranti ridotti a pratiche amministrative o giudiziarie. In tutti questi casi, il problema non è soltanto distributivo, ma eminentemente politico. L’eguaglianza non è un ideale astratto ma una pratica sociale fragile, che va costruita e difesa ogni giorno attraverso istituzioni capaci di riconoscere le persone come interlocutori, non come sospetti; come cittadini, non come questuanti. La giustizia, in questo senso, non chiede maggiore compassione, ma rispetto. Non promette di rendere tutti uguali nei risultati, ma di garantire a tutti la possibilità di vivere, lavorare e partecipare alla vita comune su un piano di pari dignità. Agli animali “manca la parola”. E noi impariamo ad abbaiare di Pierangelo Sequeri Avvenire, 25 gennaio 2026 Gli manca “soltanto la parola”, si dice di una postura particolarmente intelligente o espressiva dei nostri amici a quattro zampe. In compenso, aumentano gli umani che, pur avendo l’uso della parola, imparano ad abbaiare. L’uso aggressivo della parola, grazie alla pervasività della competizione mediatica, che cerca la battuta a effetto a tutti i costi, è filtrato anche nella normalità dei rapporti sociali. Non importa il significato, importa l’abbaio. È una deriva che porta assuefazione. Il suo rapporto con l’ormai vistoso fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, che insidia proprio i Paesi della fioritura dell’umanesimo nelle lettere e nelle arti, che hanno dato entusiasmo e anima anche alle invenzioni e alle scienze (è una favola per giovani marmotte secolarizzate, quella che racconta di un privilegio della cultura umanistica che mortifica la razionalità scientifica), è fuori discussione, ormai. Ma l’assuefazione all’uso della parola come arma e come armatura, che alza una barriera intorno a un ego che si rivela, al tempo stesso, prepotente e codardo, è anche l’anticamera di un’aggressività che passa facilmente all’azione. Una pace disarmata e disarmante, come chiede papa Leone, è decisa dall’abitudine alla parola corrispondente. Il mondo che deve essere governato, appassionato e insieme pacificato dalla parola - e non dall’urlo e dal ringhio - è diventato più complicato e più rozzo allo stesso tempo. La politica troppo spesso appare totalmente persa, a questo riguardo (ma anche dalle parti della leadership religiosa non si scherza). L’habitat sociale della parola umana, nel frattempo, si è riempito di formule prefabbricate (del genere “cotto e mangiato”, proprio come il cibo spazzatura), ossessivamente orientate a nutrire la competizione per il consumo, che gratifica l’ego. Il balletto dei like e degli hate speech, rozzo costume binario del “mi piace/non mi piace” che riassume una discorsività mancante, è perfettamente omologo con quello del codice informatico (0/1, acceso/spento). Questo codice, da spettatore dei giochi al Colosseo, funziona anche senza parole: come il pollice verso dell’imperatore romano, che segnala alla folla chi deve vivere e chi deve morire. La psiche adolescente è in presa diretta con questa semplificazione apparente della libertà senza intelligenza, che consente una via di fuga pulsionale dalla complessità altrimenti ingovernabile. E il suo impatto con la vita reale è mortale. Lo dico ruvidamente e direttamente: la trasformazione della cattedra di italiano (e quella della lingua di ogni Paese, ovviamente) nell’esercizio spirituale e multilaterale delle potenze della parola è il luogo decisivo per la prevenzione della fragilità psichica che oggi eccita sistemicamente l’aggressività (e l’autolesionismo) adolescente. La sua versione vagamente estetizzante ha privato i giovani della formazione necessaria a rendere abitabile la comunità e felice la generazione del mondo. Veltroni: “Essere giovani è tremendo. Scrivo gialli per combattere l’abitudine alla violenza” di Simonetta Sciandivasci Corriere della Sera, 25 gennaio 2026 L’ex leader Pd torna in libreria con “Buonvino e l’omicidio dei ragazzi”: “La politica si occupi della disperata vitalità delle nuove generazioni”. Gli piace l’algoritmo, quello di Spotify. “Mi ha fatto scoprire gli Zen Circus”, dice, circondato da cd, dvd, ciak, premi, libri, qualche taccuino. Il salotto di Walter Veltroni, a Roma, quadrante posh, movimentato e apolitico del Salario, è uno studio diffuso. Al centro della libreria, un acquerello che lo ritrae salta agli occhi. Gli assomiglia ma non lo coglie. Accanto, il cofanetto dei film di Ettore Scola, “la persona a cui ho più voluto bene nella mia vita”, ha detto una volta, dieci anni fa. Difronte, il bozzetto del salone de La Famiglia di Scola, firmato da Scola medesimo. Sotto, il bozzetto dell’Auditorium firmato da Renzo Piano, inaugurato quando Veltroni era sindaco di Roma, epoca mitica e mitizzata, forse l’unica in cui, pur essendo già accusato di sfrenato buonismo, mostrò alcune durezze, e si prese del “Veltroni come Stalin” dai tassisti. Era il 2007, un Occidente e quattro Italie fa. Qui, della sua carriera politica chiusa tre lustri fa non c’è traccia. Da allora, una delle persone cui vuole più bene è il commissario Buonvino, affascinante protagonista della serie di romanzi gialli dissimili dal giallo, ambientati in un commissariato di Villa Borghese. Il sesto, in uscita il 27 gennaio, Buonvino e l’omicidio dei ragazzi, si chiama così perché racconta l’assassinio di Ludovica, sedici anni, impiccata dall’idrocronometro di Villa Borghese e anche perché racconta le violenze che riserviamo ai ragazzi, con le sociologie che li rendono capri espiatori, gli allarmismi che li soffocano, e i nostri sciatti egoismi. “È un libro contro l’idea che ognuno di noi sia più importante di chiunque altro”. Veltroni, cos’è un ragazzo? “Uno migliore di un adulto”. Sempre? “Sempre. I grandi perdono curiosità, loro no”. Li descrive smarriti... “Soli. Ma nonostante questo, cito Pasolini, disperatamente vitali. Li vedo che cercano di stabilire forme di relazione mentre società taglia le reti”. Li vede, dove? Da dov’è che Veltroni guarda la realtà? “Dalle conversazioni con gli altri. Mi faccio sempre raccontare le vite di chi incontro e di chi vado a cercare. Ho parlato con madri di hihikomori, è un fenomeno che ho studiato a lungo e di cui si sa poco, le famiglie sono sole ad affrontarlo. Chi governa non si occupa di chi non vota, è un errore, questa è una generazione piena di idee e curiosità, e invece ci si ostina a rappresentarla come abulica e disinteressata”. Conviene, no? “Certo. Il potere attuale non vuole più che vivano esperienze collettive, incasella la vita in una condizione di isolamento e solitudine, il dramma sociale del nostro tempo. Per Foucault la condizione essenziale di ogni sistema autoritario è la solitudine dei cittadini, e ci siamo, anche se ci sembra di vivere in un mondo di relazioni permanenti. La verità è che siamo distanti, le condizioni materiali ci spingono verso una bulimia di relazioni digitali che esilia la fisicità”. Di buono la GenZ si è liberata dall’ossessione per il sesso, lei lo sottolinea... “Traguardo notevole, una forma di normalità riacquisita”. Ludovica non perdona a sua madre di averla mandata via quando il padre si è ammalato ed è morto... “Lo ha fatto per proteggerla. L’eccesso di protezione è una negazione dell’identità e delle possibilità dei figli. Siamo passati da padri che picchiavano i figli in via preventiva, come succedeva a un mio compagno di scuola che ogni giorno arrivava con i segni delle cinghiate sulla schiena anche quando non aveva fatto niente, a genitori che tengono lontani i figli dalla vita per risparmiargli il dolore. L’effetto è sempre lo stesso: comprimere e inibire il momento in cui devono spiccare il volo”. Di solito questi discorsi si concludono con: è colpa del ‘68... “Il ‘68 lo leggi se leggi gli anni 60, i Beatles, le minigonne, i Rolling Stones: quando tutto questo arriva nelle case dei ragazzi, li spinge a cambiare tutto, e li unisce in questo desiderio. C’è una bellissima scena del Dio nero e diavolo biondo di Rocha in cui c’è un personaggio che corre disperato nel Sertao, dicendo che diventerà mare: il ‘68 è stato qualcosa di simile, una conquista di ciò che prima non si aveva. E non ha colpe: i problemi sono iniziati quando la spinta istintiva e naturale al ruolo e all’autonomia, sono finiti imprigionati nelle ideologie che negli anni ‘70 portarono al terrorismo”. È stato deluso dalla sua giovinezza? “No”. E da cosa? “Trump. Mi aspettavo che avrebbe vinto e l’ho anche scritto, ma proprio il fatto che me lo aspettassi mi ha deluso: vuole dire che mi ero fatto l’idea che una grande società come quella americana potesse scegliere uno così. Mi dà speranza però oggi la meravigliosa reazione di Minneapolis e di tanta parte dell’America. Lì hanno capito i rischi che il mondo corre. Da noi solo silenzio”. Possiamo non dirci filoamericani? “Non so cosa significhi essere filo o antiamericano. Gli Usa sono stati un gigantesco laboratorio di libertà, culturale e civile. In questo momento non rappresentano più i valori occidentali, quindi deve farlo l’Europa”. Dice che Buonvino ha a che fare con il peggio dell’essere umano. Che sarebbe? “La violenza. Sul piano della vivibilità di una società, la violenza, intesa anche in senso verbale e culturale, è devastante. Quando in una società prevale la violenza come forma di comportamento, l’esito è la guerra. Il Papa ha detto che la guerra è tornata di moda, una frase che dovrebbe far sobbalzare tutti. In Ucraina vivono sotto le bombe di Putin da 4 anni e Putin viene invitato a far parte del Board of Peace. È un mondo assurdo”. Irrazionale? “Non del tutto, temo”. Buonvino sembra più intellettuale che commissario... “È buono e generoso, viene dalla provincia, ha una grazia nei rapporti che ormai sembra una bestemmia eppure esiste e volevo raccontarla. Non volevo stare nel genere creando un personaggio sboccato”. È tutto molto poco noir... “Mi piace che una vicenda gialla si inserisca in un contesto di normalità, l’idea originaria di un commissariato a Villa Borghese nasce da qui: anche nel posto più estatico e sereno, irrompe la violenza. Non mi interessano i contesti già ruvidi, come se ce ne fossero di fisiologicamente destinati al male. La violenza deve rimanere l’anomalia contro la quale fa muro la grazia di un’umanità che ha dentro di sé codici di comunicazione e risoluzione dei conflitti fatti di parole, non di bastoni”. Usa la parola del momento... “Grazia? È un caso. Se vuole dico leggerezza, nel senso di Calvino, perché a me sembra tutto molto pesante”. L’intransigenza è pesante? “No. È un atteggiamento morale prima che politico. È il contrario dell’indifferenza. Oggi è intransigente chi accoglie, chi usa in modo ponderato le parole”. Le manca il politicamente corretto? “Ci dev’essere uno spazio tra il recinto del pol corr e la volgarità cinica. Mi ha sempre lasciato perplesso la cancel culture: per me non si può cancellare la storia”. Coerenza è intransigenza? “Sì. Quando si parla di coerenza bisogna pensare ai grandi fiumi della storia, perché la società cambia, ed è legittimo accompagnarla, ma l’asse portante della propria esperienza umana deve corrispondere a una coerenza”. Perché la protagonista del suo romanzo è una ragazza? “Volevo un personaggio che non nasconde il conflitto. E i maschi lo fanno”. Lei è femminista? “No, un uomo non può esserlo. Quelli che dicono di esserlo, per me, mentono. Ma tra il non essere femminista e non avere coscienza della spettacolare differenza delle donne, ce ne corre. E questa consapevolezza la ho. Il femminismo mi ha cambiato lo sguardo”. Buonvino assume il caso di Ludovica e dice: me ne occuperò come fosse mia figlia. Le contesto il vizio italiano di occuparci degli altri solo se li sentiamo familiari... “Ma lui per mestiere si occupa degli altri. Su di lei proietta il suo bisogno di paternità, è vero, ma vuole risarcirla perché la sua morte lo indigna”. Qual è l’ultimo no che ha detto? A parte a chi le chiede interviste politiche... “Ne dico pochi. Mi imbarazza dire di no”. La imbarazza parlare del suo privato? “Ho imparato a farlo quindi no, ma sono di una generazione che faticava a raccontarsi”. E aveva ragione? “No, forse no. È sempre giusto raccontare” Parlo della sua vita... “Beh, l’ho raccontata molto. L’ho raccontata scoprendola. Il primo che non ha fatto i conti con la mia vita sono stato io, ho cominciato a farli quando mi sono nate le figlie e quando ho scritto il libro su mio padre, Ciao: sono entrato in una zona di ricerca che per tutelare prima mia madre e poi me stesso non avevo percorso. Ciò di cui più mi dolgo è non aver fatto a lei tutte le domande che oggi sento che avrei dovuto farle. Se posso dare un consiglio a figli e nipoti è di torturare genitori e nonni e farsi raccontare le loro vite. Solo così si sentiranno interi”. Ora è nonno. Com’è? “Come tutti i nonni ho perso la testa. C’è un misto di tenerezza e senso di limite del tempo che rende questa relazione con una creatura che sta per scoprire il mondo del tutto speciale”. Che ragazzo era Veltroni? “Uno che amava giocare e immaginare e leggeva Calvino e Cassola”. Non Marx? “Quello dopo. Neanche troppo dopo”. Felice o infelice? “Checché ne dica la memoria, la penso come Paul Nizan: “Avevo vent’ anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. In fondo, proprio di questo parla il libro”. Migranti. Cpr in Albania, l’appalto da 18 milioni per l’alloggio dei poliziotti nel resort a 5 stelle di Marika Ikonomu Il Domani, 25 gennaio 2026 Un ulteriore spreco di risorse pubbliche tolte a sanità, lavoro e istruzione, per le opposizioni. Ma il ministro difende la scelta di continuare a tenere in piedi il Cpr di Gjadër semi vuoto: “Devono stare nelle nelle stamberghe?”. A vincere il contratto, senza gara, il Rafaelo Resort, già al centro di polemiche. Nuova spesa, nuovo appalto, vecchio servizio per i centri per migranti costruiti dall’Italia in Albania e rimasti semi vuoti. Il “Rafaelo Resort” si è confermata essere la struttura in cui far alloggiare le forze dell’ordine impegnate nel Cpr di Gjadër, voluto dal protocollo in materia migratoria siglato nel 2023 dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dall’omologo Edi Rama. Un resort a cinque stelle, su cui si erano già alzate diverse critiche: l’opulenza della vita nell’hotel, la vicinanza del proprietario con il partito socialista del premier albanese e, non da ultimo, la differenza di trattamento tra polizia, carabinieri e penitenziaria. Perché gli agenti penitenziari non dormono in un albergo a cinque stelle ma nei container del centro di Gjadër. Ora, scrive LaPresse, il governo ha messo altri 18 milioni di euro per rinnovare il contratto con il resort per altri due anni. L’ennesima spesa che si aggiunge agli oltre 80 milioni (di cui 74 con affidamenti diretti) per la costruzione dei centri, agli oltre 134 per la gestione affidata a Medihospes, e 130 euro lordi al giorno in più rispetto allo stipendio per la polizia penitenziaria, che gestisce il carcere mai entrato in funzione. E ad altri costi non pubblici. La mancanza di trasparenza rende difficile capire l’esborso totale fino a oggi di denaro pubblico per l’intera operazione. Non è escluso che possa aver raggiunto un miliardo di euro. La notizia ha fatto di nuovo scattare le opposizioni, per cui si tratta dell’”ennesimo schiaffo al buonsenso”, ha detto Matteo Orfini (Pd), “milioni di euro sprecati ogni mese”, per il collega dem Matteo Mauri. Contro lo spreco di soldi tolti a sanità, istruzione e politiche del lavoro si è scagliato anche il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, ricordando come l’inattività dei centri in Albania “mortifica anche la professionalità delle forze dell’ordine”. “Il modello Albania non funziona per la sicurezza ma regala vacanze a cinque stelle sulla pelle dei contribuenti italiani”, ha commentato invece il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, mentre per il segretario di +Europa, Riccardo Magi, è un investimento per “un inutile e sadico esperimento”, “una vera e propria beffa”, oltre a “un danno erariale”. Sullo spreco di risorse pubbliche è intervenuto anche Azione, con Carlo Calenda che però si è mostrata favorevole ai Cpr in Italia “per detenere gli immigrati irregolari che delinquono in attesa di rimpatrio”, senza sapere però che alla base della detenzione in queste strutture non c’è un reato, ma solo il fatto di non possedere documenti validi. Come accade dall’inizio dell’intesa, il governo continua a difendere in tutti i modi il “progetto Albania”, nonostante le poche presenze e la quasi totale impossibilità di eseguire i rimpatri direttamente da Tirana. È però una scommessa politica su cui si è puntato tutto e per questo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è intervenuto, a margine del forum internazionale del Turismo, a Milano, chiedendo se qualcuno pensa che “i nostri agenti all’estero in missione” debbano “stare nelle stamberghe”. “Non si tratta di un cinque stelle come in Italia”, si è difeso il ministro, parlando del resort che in un’inchiesta di una trasmissione albanese veniva descritto dagli stessi agenti italiani come un luogo con “sauna, bagnoturco, Jacuzzi, palestra”. Il costo, ha aggiunto, si aggira sugli 80 euro a notte. L’importo concordato nel contratto è di 83 euro, escluse tassazioni, per l’alloggio in camere singole, con ristorazione e servizi connessi per il personale delle forze di polizia in servizio nei centri. In tutto si stima un importo massimo per due anni di 18,1 milioni, tasse escluse. La consultazione preliminare di mercato era iniziata a giugno e si è conclusa a dicembre, quando è stato aggiudicato l’appalto. Anche questo senza una gara pubblica e le sue garanzie. L’aggiudicazione definitiva è stata quindi firmata lo scorso dicembre nuovamente da Rafaelo Resort, l’unica ad aver presentato un’offerta. Pare dunque che la Xenia spa, nonostante avesse manifestato l’interesse, non abbia inviato nessuna offerta. L’unica speranza del governo è che si apra un’altra possibilità per i centri con l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue per le migrazioni e l’asilo a giugno. In un’Europa che si è fatta sempre più fortezza e respinge, le norme vanno senza dubbio in una direzione di diminuzione delle garanzie, accelerazione dei tempi delle procedure e maggiore detenzione. Per questo Piantedosi lo ritiene “un investimento” e “una discussione provinciale miope quella che si focalizza sul presunto costo” per l’alloggio degli agenti. Per lui un investimento, per le organizzazioni della società civile, come ActionAid, le azioni messe in campo dal governo, insieme all’Europa, rispondono a un preciso modello di società, aveva scritto nel suo ultimo rapporto sui centri: “Se un giorno di privazione della libertà personale fuori dai confini europei costasse un solo euro, potremmo ritenerci soddisfatti? I costi umani e di civiltà giuridica dell’operazione rendono insostenibile qualsiasi spesa”. Gran Bretagna. Palestine Action, l’ultimo detenuto in sciopero della fame rischia la morte di Leonardo Clausi Il Manifesto, 25 gennaio 2026 L’aveva annunciato venerdì che ieri avrebbe iniziato lo sciopero della sete. E ieri ha puntualmente messo il suo proposito in atto. Potrebbe avere davanti solo altre poche ore di vita, Muhammad Umer Khalid - il ventiduenne di Manchester in custodia cautelare nel carcere di Wormwood Scrubs - anche per via della rara forma di distrofia muscolare di cui soffre. Proprio per questa sua condizione, aveva ricominciato lo sciopero della fame due settimane fa. Vuole un incontro con rappresentanti del governo che lo tengono da oltre un anno senza processo per far parte di un’organizzazione terroristica - tale è considerata Palestine Action, il gruppo nonviolento di attivisti che ha imbrattato un paio di aerei da guerra nella Base Raf di Brize Norton e fatto irruzione nella sede della Elbit Systems Uk, industria militare israeliana che rifornisce l’esercito britannico. “L’unica cosa che sembra avere un impatto, sia positivo che negativo, è un’azione drastica”, ha detto ad Al Jazeera dal carcere. “Lo sciopero riflette la gravità di questa detenzione. Stare in questa prigione non è vivere. Le nostre vite sono state messe in pausa. Il mondo gira, e noi in una stanza di cemento. Questo sciopero riflette la gravità delle mie richieste”. Che sono il rilascio immediato su cauzione; la fine della censura in carcere - gli trattengono posta, telefonate e libri, gli negano il diritto di visita; ma soprattutto un’inchiesta sul presunto coinvolgimento britannico nelle operazioni militari israeliane a Gaza e la pubblicazione di filmati di sorveglianza dei voli spia della Royal Air Force (Raf) che sorvolarono Gaza il primo aprile 2024, quando degli operatori umanitari britannici furono uccisi in un attacco israeliano. Il che farebbe del governo britannico diretto complice del crimine di guerra perpetrato a Gaza. Una mozione presentata da Jeremy Corbyn per l’apertura di un’inchiesta sulla vicenda è stata respinta dal parlamento l’anno scorso. Khalid è l’ultimo detenuto del gruppo di attivisti di Pa ancora in sciopero della fame nelle britanniche galere e che hanno iniziato la protesta lo scorso novembre per la loro detenzione in attesa di processo denominata Prisoners for Palestine. Gli altri sette - Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, Teuta Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello - hanno ricominciato a nutrirsi dopo la decisione del governo di non assegnare un contratto da due miliardi di sterline alla Elbit Systems Uk. La ministra degli esteri Yvette Cooper ha fatto di Palestine Action un’equivalente di Hamas, Isis e al Qaeda. L’allora ministra dell’interno aveva bandito il gruppo come terroristico lo scorso luglio, interpretando in chiave repressiva i sensi della legge sul terrorismo del 2000 e innescando i circa tremila arresti di manifestanti solidali con il gruppo di attivisti, in un mix di anticostituzionalità, repressione preventiva, lo sconvolgimento autoritario dell’equilibrio fra sicurezza e libertà e repressione di Stato. Ai sensi degli articoli 11 e 12 del Terrorism Act 2000, l’appartenenza a un’organizzazione vietata diventa un reato penale punibile fino a dieci anni di reclusione. Il divieto trasforma la rete, la solidarietà, l’espressione pubblica di fedeltà in terrorismo. Un uso decisamente politico del diritto in chiave di deterrenza che mette a tacere un’organizzazione che - come Pa - lotta contro la saldatura l’alleanza imperialista Uk-Israele, la violenza razzista inflitta ai palestinesi, e il colossale mercimonio dell’industria bellica. Contro la messa al bando di Palestine Action è stato fatto appello. La sentenza è attesa a giorni. Russia. La storia di Roman, arrestato per un cartello di pace e morto in carcere di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 25 gennaio 2026 Il dissidente che aveva chiesto la fine della guerra in Ucraina è morto in cella: a scoprirlo, solo un anno dopo, una sua follower che gli aveva scritto una lettera di solidarietà. Tornata indietro. Roman Tjurin aveva 55 anni e viveva a Omsk, in Siberia. Faceva post come tanti di noi contro la guerra. Il suo ultimo post nel 2023 riportava che in tutto il paese si svolgevano picchetti solitari con un unico comune appello: la fine della guerra tra Russia e Ucraina. Accompagnava il post una fotografia che ritrae in ginocchio Dmitrij Skurikhin con un cartello con scritto: “Chiedo perdono Ucraina”. Per questo Dmitrij è stato prima multato e poi arrestato e condannato a 1 anno e mezzo di carcere. Roman è rimasto in carcere per due anni e l’avvocato ha dichiarato che anche lì era molto attivo e stava scrivendo un libro. In questo gennaio 2026 si è saputo che Roman è morto l’anno scorso. Si è saputo soltanto grazie al fatto che una donna sensibile di nome Anastasia che gli scriveva lettere di solidarietà e supporto ha ricevuto in dietro la lettera che gli aveva spedito con la seguente comunicazione: “Restituiamo la busta sigillata indirizzata a Roman Vladimirovich Tyurin. R.V. Tyurin è morto il 17 febbraio 2025”. È passato un intero anno per sapere un’altra vita spenta in carcere nel silenzio e nel buio col quale il regime cerca di soffocare e nascondere le voci di chi si oppone alla guerra. Sta anche a noi restituirgli la luce anche da qui. Affinché la sua protesta pacifica e pacifista non sia stata invano e inascoltata. Non deve essere sepolta anche dall’indifferenza di chi in Europa afferma di essere contro la guerra.