L’unica amnistia è quella che lo Stato concede tutti giorni a se stesso di Tonino D’Angelo L’Unità, 24 gennaio 2026 Ho un figlio che si chiama Francesco. Da quasi sei anni si trova in un reparto psichiatrico del carcere di Reggio Emilia che, senza offesa per nessuno, potrei chiamare ancora OPG. Perché, anche se formalmente non esistono più, nella realtà quotidiana stiamo tornando a quel modello: un luogo di custodia più che di cura. Parlo non solo come padre, ma anche come uomo delle istituzioni. Per quarant’anni ho diretto un servizio per le dipendenze patologiche e sono stato responsabile della sanità penitenziaria. Dico una cosa che può suonare provocatoria ma non lo è: il giubileo c’è già. C’è un’amnistia, c’è un indulto, ma di natura diversa da quella che appare nelle leggi. È un giubileo istituzionale, un’autoassoluzione generalizzata che le istituzioni concedono a sé stesse. Ogni volta che denunciamo violazioni delle norme, delle sentenze, dei diritti fondamentali e nulla cambia, si compie un atto implicito di amnistia: chi governa e chi gestisce si perdona da solo. È come se vivessimo in una continua sospensione della responsabilità. Ecco perché non voglio più amnistie o indulti solo per i detenuti: voglio un’amnistia sociale e istituzionale, un cambiamento culturale in cui lo Stato si assuma la propria parte di colpa. Perché quando un ministro come Nordio lancia proclami temerari sulla giustizia o sull’ergastolo, crea un grave scompiglio istituzionale e distoglie lo sguardo dai problemi reali: le carceri che esplodono, la salute mentale abbandonata, la dignità delle persone dimenticate. Oggi stiamo chiedendo una liberazione anticipata speciale, ma anche e soprattutto la chiusura definitiva di questo sistema che riproduce vecchi manicomi giudiziari sotto nuovi nomi. Non esiste più l’OPG, ma si sta costruendo un “ospedale psichiatrico giudiziario diffuso”, che rinchiude e segrega chi avrebbe invece bisogno di essere curato. Io stesso sono coordinatore del gruppo “Salute mentale nelle carceri” della Consulta regionale dell’Emilia-Romagna, e con Rita, Sergio ed Elisabetta stiamo cercando strade comuni per superare questo sistema. In questo, Nessuno tocchi Caino rappresenta una voce insostituibile: non solo denuncia le ingiustizie, ma costruisce rapporti, ricuce legami, difende la dignità umana. Eppure, fuori, qualcuno la deride o la criminalizza, come se parlare con “l’altro lato” fosse tradimento. Ma chi opera nel rispetto dei bisogni della popolazione carceraria - e delle loro famiglie - non si piega a logiche di comodo: compie un atto di civiltà. Le famiglie dei detenuti meritano parole di verità. Ogni settimana compiono un pellegrinaggio silenzioso verso il “santuario del carcere”. Sono famiglie incarcerate anch’esse, che vivono la pena attraverso l’attesa, la vergogna, la fatica, e spesso senza alcun sostegno. E quasi sempre sono donne: madri, sorelle, mogli, figlie, spesso sole, invisibili sia alle istituzioni sia agli enti locali. Nessuno pensa a loro, ma sono loro a portare il peso più doloroso e duraturo di questa condizione. Il carcere non finisce ai cancelli: continua nelle case, negli sguardi, nei silenzi. C’è una parola che sento spesso risuonare nelle sale colloqui, a voce alta o bassa, ma sempre sincera: pietà. Una parola antica, quasi dimenticata, ma essenziale. La pietà è ciò che manca alla nostra società, che si è fatta dura, selettiva, impaurita. Eppure, senza pietà, non c’è cura possibile. Non c’è comunità. Perché nessuno deve essere escluso dalle cure, neppure chi ha sbagliato o chi ha sofferto. Il carcere fa parte del territorio, della comunità cittadina, e deve ritrovare un ruolo umano e sociale. Credo che anche le vittime, nel loro intimo, chiedano pietà. Perché quando trasformiamo le vittime in simboli di una giustizia sommaria, generiamo altre vittime, altri carnefici. La giustizia senza compassione diventa vendetta, e la vendetta è l’opposto della civiltà. Serve una rivoluzione gentile, che metta al centro l’empatia, la misericordia e la riconciliazione. Papa Francesco ce lo ha ricordato con forza: il giubileo non è solo un rito religioso, ma un tempo per riaprire le porte del cuore. Mio figlio, che in carcere si fa chiamare “Barabbas”, mi ha detto una frase che non dimenticherò: “Hanno salvato Barabba per condannare un innocente.” Da quel pensiero ho capito quanto ancora dobbiamo imparare sul perdono, sulla dignità e sulla libertà. E allora sogno un futuro senza nemici, dove la fraternità non è utopia ma scelta civile. Ecco, credo che questa sia la strada. Capire, tutti insieme, che questa non è una battaglia di pochi, ma la battaglia di un Paese intero che vuole ritrovare sé stesso, la propria pietà e la propria dignità. “Ragazzi, state in guardia: il carcere non è Mare Fuori; ci aiutino gli influencer” di Maria Chiara Aulisio Il Mattino, 24 gennaio 2026 L’appello di Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minori: Geolier o un calciatore i profili più giusti per lanciare messaggi positivi. “Dobbiamo raggiungere i ragazzi”. Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minori, ha un solo grande obiettivo: allontanare i giovani dal mondo della violenza e della criminalità. Operazione complessa…. “Molto complessa”. Quindi? “Serve un’altra strada”. Che cosa intende precisamente? “Lo spiego subito. Fermo restando l’importanza assoluta dell’educazione, del senso del rispetto, della responsabilità dei genitori, insieme con i controlli, indispensabili, non mi pare si stiano facendo grandi passi in avanti. Almeno nell’immediato i risultati sperati non si vedono”. La prima cosa che ha detto è stata: “dobbiamo raggiungere i ragazzi”... “È quello su cui sto riflettendo da tempo. Finché continuiamo a parlare tra di noi, a ragionare e ad analizzare il fenomeno della devianza minorile sui giornali, in televisione, in contesti dove tutti sanno già tutto e dove, in buona sostanza, siamo anche d’accordo, non si va da nessuna parte: restano purtroppo ottime manifestazioni di eloquio e nulla più”. Il rischio è quello di perdere di vista l’obiettivo... “Rischio altissimo che non possiamo permetterci di correre. I ragazzi devono diventare protagonisti consapevoli di ciò che fanno e soprattutto di quello che rischiano”. Dice che non lo sanno? “No, non lo sanno. O almeno non lo sanno tutti, men che meno i più piccoli, quelli che si avvicinano al mondo della criminalità per la prima volta. Uso un’espressione che può apparire forte, lasciatemela passare: li dobbiamo spaventare”. Addirittura? “Certo, nel giusto modo ovviamente, che vuol dire raccontare loro la verità. L’opinione comune è che il minore fa quello che gli pare tanto resta impunito, ma ancor più grave è che a crederlo siano anche molti genitori. Oggi più che mai è diventato indispensabile fare passare un messaggio diverso, o meglio: un messaggio corretto, ma dobbiamo usare il linguaggio adatto”. Quale? “Il loro”. Difficile da intercettare... “Se pensiamo di farlo noi è quasi impossibile. Non ci ascolteranno mai, senza contare che non abbiamo accesso ai loro canali”. Di quali canali parla? “TikTok, Instagram, YouTube, i social in generale, quelli attraverso i quali si muove il mondo dei giovani. Passa tutto da lì, se riusciamo a intercettare i profili giusti potremmo anche pensare di farcela”. Ha già un’idea? “In realtà sì. Ci vuole un influencer: per i minori, soprattutto quelli più fragili, può davvero diventare un punto di riferimento non mediato, capace di orientare comportamenti e scelte senza i filtri critici di noi adulti. In altre parole: serve qualcuno che - attraverso il loro linguaggio - sia in grado di spiegare un po’ di cose”. Va detto che negli ultimi anni gli influencer sono diventati un vero e proprio modello di riferimento. “Ne sono convinta, ecco perché ritengo che sia arrivato il momento di coinvolgerli in questa battaglia contro la criminalità minorile” Qualche nome? “Francamente non saprei. Ammetto di non essere troppo aggiornata sui personaggi più popolari. Mi viene in mente Geolier, è un rapper ma per molti aspetti può anche essere considerato un influencer visto il grande seguito che ha”. Esiste un mondo di celebrità “digitali” capaci di orientare gusti, consumi e preferenze di milioni di giovani. Bisogna puntare a quelli... “Certo. Credo che anche un calciatore potrebbe andare bene. Ripeto: dobbiamo utilizzare personaggi credibili nei quali i ragazzi si riconoscano”. Facciamo conto che Geolier offra la sua disponibilità. Che cosa dovrebbe dire ai giovani? “La verità, quella che in troppi ancora ignorano. I minori, lo dicevo prima, quando sbagliano pagano. Se provano a uccidere qualcuno, pagano con il carcere che - attenzione - non è “Mare fuori”. Reati gravi a carico di ignoti ormai non ce ne sono più”. Quindi li arrestate... “Certo che li arrestiamo. E vi assicuro che con gli attuali mezzi a disposizione degli inquirenti - dai sistemi di videosorveglianza che consentono di ricostruire ogni istante dell’azione violenta all’analisi dei cellulari dai quali tiriamo fuori tutto - è quasi impossibile che riescano a farla franca”. Diceva che il carcere non è “Mare fuori”... “Non lo è, non è una fiction: è realtà. La detenzione rappresenta senza dubbio un percorso di recupero. La sua funzione principale è educativa e rieducativa, in linea con la Costituzione e con la giustizia minorile, ciò non toglie che il cammino è faticoso”. E questo probabilmente non è ben chiaro... “Temo proprio di no. Ecco perché ho pensato a un influencer che, toccando le corde dei più giovani, possa spiegare a che cosa si va incontro quando si commette un reato violento e come funziona la vita se finisci privato della tua libertà”. Un “cammino faticoso”... “Faticoso e doloroso. Lontano dalle mamme, alle quali sono tutti affezionatissimi, lontano dalle fidanzate, senza più alcun tipo di vita relazionale, oltre a tutti gli agi ai quali erano abituati”. Il carcere d’altronde non è un albergo... “Certo che no. Ci si alza molto presto la mattina, prevede una serie di mansioni da svolgere, a cominciare dalle pulizie, e poi lo studio, l’impegno per imparare un mestiere in grado di garantire, una volta fuori, un futuro nella legalità e nel rispetto delle regole. Qualcuno - e non possiamo essere noi - deve provare a spiegare tutto ciò. E deve farlo nel giusto modo. Chi ha voglia di provarci si faccia avanti, noi siamo qui, insieme possiamo farcela”. “Negli Ipm gli equilibri sono turbati dagli immigrati”. Lo studio del Ministero degli Esteri di Fabio Amendolara La Verità, 24 gennaio 2026 Uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Il dato è contenuto nell’ultima relazione sull’amministrazione della giustizia del Guardasigilli Carlo Nordio. “I ristretti provenienti dai Paesi di religione musulmana”, ricostruisce il ministero della Giustizia, “sono 13.814” su un totale di 63.198 detenuti. E basta confrontare il dato con le statistiche ufficiali per ottenere il risultato. I residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità). Il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. In termini percentuali significa lo 0,86 per cento. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477. E c’è un altro dato che viene segnalato: in 36 “svolgono la funzione di imam, conducendo la preghiera all’interno dei penitenziari”. E ottenendo, anche, a quanto pare, dei risultati: al 30 settembre 2025 risultano convertiti all’islam 37 detenuti. Dentro questo perimetro numerico si innesta l’analisi sul rischio di radicalizzazione violenta di matrice jihadista. Al 30 settembre 2025 (data dell’ultima rilevazione) i detenuti inseriti nei livelli di osservazione dei nuclei specializzati della Polizia penitenziaria sono 194. La ripartizione è chirurgica. E presenta tre livelli di attenzione. Il primo, che considera un rischio “alto”: 65 sono detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale o di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento. Il secondo (rischio medio): 61 sono coloro i quali, all’interno del penitenziario, hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre una vicinanza all’ideologia jihadista. Il terzo (basso): 68 sono i casi in cui le notizie raccolte negli istituti di pena risultano generiche e, proprio per questo, richiedono un ulteriore approfondimento. C’è, quindi, una stratificazione di profili, livelli, segnali. Tutto viene osservato, catalogato e distinto. Ed è sempre l’analisi a indicare che il problema non sia solo religioso o ideologico, ma sempre più spesso ambientale. Emerge con chiarezza soprattutto negli istituti penali minorili. Dove si registra un afflusso crescente di ragazzi provenienti da altri contesti territoriali, con una prevalenza di utenza straniera, in netto aumento negli ultimi mesi. Dentro questo flusso convivono due componenti. Da un lato immigrati di seconda generazione, spesso provenienti da quartieri periferici delle città del Nord. I cosiddetti maranza. Dall’altro minori non accompagnati, senza fissa dimora e privi di riferimenti in Italia. Due mondi diversi, compressi nello stesso spazio ristretto. Il risultato è descritto senza giri di parole: “un inevitabile turbamento degli equilibri interni agli Ipm”. Una convivenza resa difficile tra detenuti appartenenti a differenti culture e tra detenuti e personale di polizia penitenziaria. La componente culturale, insomma, è una delle cause che contribuiscono a rendere complessa la costruzione di un clima relazionale positivo. Gli effetti sono concreti: eventi critici frequenti, conflitti tra gruppi di diversa appartenenza culturale, azioni violente, auto ed etero-dirette, danni a beni e strutture dell’amministrazione penitenziaria. Un’analisi sulla quale converge anche l’ultimo studio (pubblicato nel 2025 da Ministero degli Affari esteri, The Siracusa International Institute e Next wawe) sulle “traiettorie minorili e i nuovi modelli per le politiche della sicurezza di prevenzione e contrasto al terrorismo e alla radicalizzazione”. L’ambiente carcerario, offrendo “opportunità di contatto con altri detenuti radicalizzati”, si legge nel rapporto, “può creare o amplificare le condizioni conduttive alla radicalizzazione e quindi divenire vettore della stessa”. È qui che il ruolo degli imam, delle conversioni e delle dinamiche interne agli istituti di pena diventa un tema sensibile. Non è una questione ideologica, ma di sicurezza. L’arte di sollevare dubbi: perché la Costituzione ha bisogno di giudici che non chinano il capo di Michele Passione* Il Dubbio, 24 gennaio 2026 Mentre infuria la tempesta attorno al referendum costituzionale, con manifesti alle stazioni e slogan à la carte, cene in famiglia e tra amici, divisioni tra progressisti che stanno a destra e conservatori dall’altra, presi come siamo dal far finta di essere sani, tra velleità polari di un matto e la sua personale morale e un’Europa che non esiste, accade che qualcuno cali la maschera, disvelando una certa idea della giurisdizione che dice più del caso concreto. Così, sul Giornale del 19 gennaio, viene messo in croce un bravo giudice, appartenente alla “corrente delle toghe rosse”, che avrebbe il torto di aver intentato “ricorsi contro le leggi del governo”. Giusto quattro secoli indietro, il cronista richiama Pascal: “La giustizia è ciò che è stabilito: e così tutte le nostre leggi da tempo stabilite saranno necessariamente tenute per giuste senza essere esaminate, dato che esse sono stabilite”, trasformando il giudice fiorentino nel vasaio di Siracide, che forma a suo piacimento l’argilla. Invece, siccome “è proprio nel momento puntuale del giudizio che il giudice si assume una responsabilità specifica, prendendo posizione”, giacché “chi giudica, dunque, è anche giudicato, per la responsabilità che inevitabilmente si assume” (Lo Giudice… nomen omen), non viene qui in discussione il diritto di criticare una decisione che non si condivide, quanto piuttosto la critica che si appunta sul metodo. Non so dire se il calcolo del cronista sia giusto o sbagliato, ma so per certo, coltivando la stessa ossessione costituzionale, che interpellare la Corte è molto più onesto e trasparente che violentare il testo, poiché “l’esegesi conforme non è il letto di Procuste, dove l’interprete possa seviziare a piacimento la littera legis” (Manes) e “per quanto i significati normativi di una disposizione possano essere adeguati alla Costituzione, l’opera di adeguamento non può essere condotta sino al punto di leggere nella disposizione quel che non c’è anche quando la Costituzione vorrebbe che ci fosse” (Luciani); piaccia o meno al governo di turno. Del resto, basta leggere le ultime relazioni annuali dei Presidenti della Corte per verificare l’invito ai giudici comuni a sollevare questioni, dovendosi al contrario denunciare una flessione sul punto che ha tante cause: il dubbio è faticoso, necessita di studio, tempo, una costante verifica dei precedenti e di ciò che non torna. Molto più semplice adeguarsi, ed è blasfemo non condividere quanto vien dal governo (ormai, quasi sempre, con decreto legge). Calamandrei, invece. È appena passato il settantesimo anniversario di un incontro storico dell’avvocato antifascista a Milano con gli studenti, universitari e medi, durante il quale chiamò in causa l’articolo 3, che al cronista del Giornale proprio non piace, contestando al magistrato che “quando non sa bene a quale articolo della Costituzione appellarsi dice che la legge viola i principi di uguaglianza e ragionevolezza, ma quasi sempre va a sbattere”. Ricordiamolo allora, quel che disse Calamandrei, perché non si perda nei miasmi nostrani: “La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere”. Ed ancora, “una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime… ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente”. E, indovinate, è grazie all’art. 3, comma 2, Cost., “attraverso questo strumento di legalità” che “la Costituzione apre le vie verso l’avvenire”. Ma siccome perché la Costituzione si muova “bisogna rimetterci dentro il combustibile, l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”, forse è meglio non dannarsi; hai visto mai si corra il rischio di “intasare di ricorsi la Consulta”. Ma siccome non basta, ecco che il bravo giornalista se la prende anche con altra giudice, “anche lei di Md”, rea di aver invitato il collega a un convegno sulle questioni di legittimità costituzionali”, e anche lei “autore (autrice, suvvia!) di un ricorso (respinto) alla Corte costituzionale”. Per la precisione; anche gli avvocati hanno invitato quel bravo giudice, e il convegno si chiamava “le strade per andare a Corte”. Chi avesse voglia, lo ritrova online. Sicurezza, sondaggio Ipsos: gli italiani si sentono meno tranquilli, paure su giovani e immigrati di Nando Pagnoncelli Corriere della Sera, 24 gennaio 2026 Il tema della sicurezza è centrale nella formazione delle opinioni degli elettori. Negli ultimi mesi, questo problema è tornato al centro del dibattito. Da un lato, le forze di governo stanno predisponendo il cosiddetto pacchetto sicurezza (non il primo di questa legislatura), dall’altro lato, anche l’opposizione ha dato risalto a questo aspetto sul finire dello scorso anno, in particolare su sollecitazione dei sindaci di area, esposti alle difficoltà emergenti e alle richieste dei cittadini. L’attenzione per questo problema tende a crescere. Certo, le dimensioni della preoccupazione sono spesso dettate dagli eventi di cronaca. In questi giorni diversi episodi hanno dominato le cronache, tra gli altri due in particolare: l’assassinio di Aba, studente ucciso in una scuola a La Spezia, e l’ennesimo, efferato femminicidio, quello di Federica Torzullo ad Anguillara Sabazia. Ma la preoccupazione dei cittadini sembra indicare una crescita strutturale, frutto di un clima generale piuttosto che di singoli episodi. I nostri dati infatti mostrano un incremento importante dell’attenzione al problema: nel 2019 era citato, a livello nazionale, dal 22% degli italiani, mentre oggi è al 33%. E che sia un tema sensibile è evidenziato dal fatto che anche a livello dell’esperienza diretta, di quello che succede dove si vive, le citazioni passano dal 20 al 29%. Insomma, non sembra solo una percezione generale, ma un problema concreto. Le differenze sociali - La percezione di sicurezza personale tende a scendere: se 10 anni fa il 60% degli italiani si sentiva almeno in parte sicuro nella propria zona, oggi il dato scende al 52%. Con una netta frattura per condizione economica: chi ha una condizione agiata si sente decisamente più sicuro della media, mentre le condizioni basse e medio basse sono sensibilmente meno sicure. Ed è oramai prevalente l’idea che ci troviamo in condizioni di minor tranquillità nella vita quotidiana: rispetto, ad esempio, agli ultimi tre anni, il 46% ritiene che le condizioni di sicurezza siano diminuite. Percezione piuttosto condivisa in tutti gli strati sociali, anche se, ancora una volta, con alcune differenze apprezzabili: tra chi è in condizioni economiche elevate si sente meno sicuro il 40% dei nostri intervistati, dato che sale sino al 63% tra chi ha una situazione di disagio economico. La situazione diffusa di insicurezza viene attribuita a tre fenomeni principali: in primo luogo al crescere dei comportamenti violenti nelle fasce giovanili (55%), percezione esacerbata probabilmente dai fatti più recenti cui accennavamo. È interessante sottolineare come tra i più giovani questa percezione sia decisamente più ridotta (lo pensa solo il 39%), dato che fa riflettere su una sorta di frattura (e difficoltà di relazione) generazionale. Al secondo posto troviamo il tema dell’immigrazione irregolare e non controllata che contribuisce al crescere degli episodi di criminalità (44%), un dato che tende ad aumentare nell’elettorato di centrodestra (è al 67% tra gli elettori di FdI) e a contrarsi nell’opposizione (fino al minimo del 20% tra chi vota Pd). Al terzo posto, assai distanziata, c’è la percezione di una crescita delle sacche di marginalità e povertà che favoriscono fenomeni di devianza (27%). Dato che si massimizza nelle opposizioni ma anche tra chi vota Forza Italia. I compiti - Ma chi deve difendere i cittadini da questi rischi? Le risposte vedono allo stesso livello le responsabilità del governo (36%) che dovrebbe strutturare meglio l’operato delle forze dell’ordine e della magistratura (36%) cui sarebbe richiesto di applicare al meglio le leggi per garantire la certezza della pena. Seguono, in termini di responsabilità, le forze dell’ordine (28%), cui si chiede una maggiore presenza sul territorio, e il Parlamento (26%), al quale si richiedono leggi più severe ed efficaci. Vi sono naturalmente differenze in queste opinioni, in particolare in relazione alle prime due citazioni: le responsabilità del governo sono enfatizzate dalle opposizioni (62% tra gli elettori Pd), quelle della magistratura tra gli elettori delle forze di governo (57% tra gli elettori di FdI). Gli interventi - Infine, tra le proposte del pacchetto sicurezza quelle ritenute più utili a fronteggiare il problema sono l’inasprimento delle pene per furti e scippi (44% la valuta una proposta efficace), l’aumento dei divieti per il porto di armi bianche (41%) e il potenziamento delle strutture di trattenimento per cittadini stranieri senza regolare permesso di soggiorno ed espulsioni facilitate dopo il secondo ordine di allontanamento emesso del questore (39%). Tuttavia, si registra una quota non trascurabile di scettici (dal 30% al 41% a seconda dei provvedimenti) e di persone che dichiarano di non essere in grado di esprimere un’opinione in proposito (da 25% al 31%). In sostanza il tema della sicurezza è oramai centrale nel dibattito politico e nella percezione degli elettori: nello scenario socioeconomico di fine anno, qualche settimana fa, evidenziavamo come oramai fosse al terzo posto tra le preoccupazioni degli italiani, con la crescita consistente di cui si è detto. Sembra una preoccupazione strutturale, non determinata solamente dai fatti di cronaca, ma anche dal clima di inquietudine diffusa che determina atteggiamenti di ripiegamento difensivo. C’è perciò un’attesa diffusa di interventi. Si tratterà di capire se, alla luce anche di una crescita di sensibilità sul tema tra le opposizioni, si riuscirà ad arrivare a scelte condivise, o se prevarrà, anche in questo caso, la polemica politica. Cosa probabile, con l’avvicinarsi delle elezioni. Contro il nuovo decreto sicurezza Voci di dentro, 24 gennaio 2026 Di emergenza in emergenza, il Governo continua la rottura della solidarietà sociale e l’attacco ai principi della Costituzione nata all’indomani della vittoria sul nazifascismo. Il nuovo decreto sicurezza annunciato pochi giorni fa porta a compimento un processo contro chi non è omologato al pensiero “unico”, contro minorenni, attivisti, autori di reati comuni, stranieri, immigrati, “illegali”, poveri. In una parola è il razzismo che continua a essere iniettato nella società dove si viene colpiti non più per aver commesso un reato, ma per quello che si è, in base alla propria condizione personale, alla propria identità e ciò in pieno contrasto con il principio di uguaglianza che esclude ogni forma di discriminazione (del resto già venuta meno con la legge n. 94 del 2009 che aveva introdotto il reato di ingresso clandestino). Ecco dunque, dopo le misure contro i blocchi ed i picchetti contenuti nel precedente pacchetto, questo nuovo decreto sicurezza (che non ha nulla a che vedere con la sicurezza) che prevede, tra le altre cose, l’inasprimento delle pene senza rispettare il principio di proporzionalità mentre le carceri sono sempre più luoghi di abusi e di torture fisiche e psicologiche, e poi ancora l’allargamento delle zone rosse e del Daspo urbano, lo scudo penale per la polizia, il cosiddetto “fermo di prevenzione”. Tutte misure indegne, pensate per costruire nemici e avviare una società criminogena fondata sul controllo. Perché solo a questo servono le ventilate perquisizioni straordinarie e i fermi di polizia fino a dodici ore, senza alcuna disposizione da parte dell’autorità giudiziaria, per coloro che sono sospettati di costituire pericolo, come avvenne negli anni del terrorismo e per un periodo limitato e ancora prima al tempo dell’Ovra nell’Italia fascista dal 1927 al 1943 e nella Repubblica Sociale Italiana dal 1943 al 1945. Tutte misure volte a realizzare una società fondata sulla paura con la trasformazione dei cittadini in uomini fedeli, ciechi, obbedienti, sotto censura. Non è cosa da poco quanto accaduto qualche giorno fa quando si è venuto a sapere che il Dap aveva sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio un agente di polizia penitenziaria del carcere Lorusso e Cutugno di Torino per aver rilasciato un’intervista (col volto coperto e la voce alterata) apparsa sul Tg5 in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. Esecrabile poi che la direzione del Tg5 abbia dato al Dap il video originale dove appariva il volto dell’agente. Altro che libertà di parola e di informazione. Contro ogni regola deontologica. E verso un ulteriore passo nel controllo dei media e nella deresponsabilizzazione dei cittadini. Di emergenza in emergenza, di decreto in decreto contro ogni regola democratica, verso la fine dello Stato costituzionale di diritto. La bufala di Report sui magistrati spiati di Ermes Antonucci Il Foglio, 24 gennaio 2026 L’esperto Dezzani: “Nei computer delle toghe è installato un comune software che permette manutenzione e aggiornamento da remoto, e che è usato da tutte le organizzazioni, sia nel privato sia nella Pubblica amministrazione”. Ma quale spionaggio di magistrati da parte del governo. Il software che secondo Report sarebbe stato installato nel 2019 sui computer dei magistrati e che permetterebbe di spiare tutta la loro attività si chiama Ecm (Endpoint Configuration Manager), è prodotto da Microsoft, e in realtà “è un’applicazione che permette di fare manutenzione, aggiornamento, gestione e catalogazione dei dati nei computer da remoto e viene usata da tutte le organizzazioni, sia nel privato sia nella Pubblica amministrazione”. Lo spiega al Foglio Giuseppe Dezzani, consulente informatico di numerosissime procure d’Italia. Secondo l’anticipazione dell’inchiesta di Report, dal 2019 i tecnici del Dipartimento per l’innovazione tecnologica del ministero della Giustizia hanno installato il software su tutti i circa 40 mila dispositivi presenti negli uffici giudiziari italiani e il programma consentirebbe “di introdursi nei computer dei magistrati, senza chiederne il permesso o lasciare traccia”. “Accuse surreali”, ha replicato il ministro Carlo Nordio, spiegando che “le funzioni di controllo remoto non mai state attivate” e “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita”. A prescindere dal consenso dell’utente interessato (in questo caso il magistrato), come spiega Dezzani “ogni attività svolta dai tecnici da remoto viene tracciata in un file log del computer e il Garante della privacy ha stabilito che gli amministratori di rete sono obbligati a conservare per 180 giorni questi file di log”. Insomma, “si è di fronte a un software lecito, ma il cui uso può diventare illecito. Gridare quindi allo spionaggio dei magistrati per il solo utilizzo di questo software è come affermare che, poiché l’Arma dei Carabinieri fornisce la pistola ai suoi agenti, allora tutti i carabinieri sono degli assassini”, rimarca Dezzani. Ovviamente, aggiunge l’esperto, “va verificato se il ministero della Giustizia ha svolto tutte le attività di controllo sulle società alle quali viene appaltata la gestione delle infrastrutture informatiche degli uffici giudiziari, e quindi la previsione di protocolli di sicurezza adeguati che permettano di intercettare l’eventuale uso illecito del software e risalire al responsabile, tramite il tracciamento registrato dai file log”. Per il momento, la procura di Roma ha fatto sapere in una nota di aver aperto già nei mesi scorsi un fascicolo a modello 45, ossia senza indagati o ipotesi di reato, e che “dagli accertamenti svolti, a quanto si apprende, non sono emersi profili penalmente rilevanti rispetto al rischio di vulnerabilità informatica del sistema”. Se l’allarme di Report risulta infondato, resta invece più che mai attuale per Dezzani il tema dell’arretratezza del sistema giudiziario sul fronte della sicurezza: “Molti tribunali hanno server in cui non c’è protezione, non c’è il cambio password e i fascicoli possono essere visionati anche da altri magistrati e dalla polizia giudiziaria”. Lite sulla legge anti-stupri. I dubbi dei magistrati: “Si mortificano le vittime” di Irene Famà e Francesco Malfetano La Stampa, 24 gennaio 2026 Dal testo senza la parola “consenso” alle pene ridotte, scontro Lega-Pd sulla paternità delle modifiche. L’ex pm esperto di codice rosso: “Questione culturale, non semantica”. Che l’intesa tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein fosse saltata, in fondo, era già palese dallo stop imposto al Senato alla prima versione del Ddl Stupri. Il nuovo testo presentato dalla presidente della Commissione giustizia a Palazzo Madama Giulia Bongiorno - leghista e avvocata stimata dalla premier - ha però evidenziato la frattura. I margini di collaborazione tra maggioranza e opposizione paiono infatti ridotti al lumicino, anche se resta aperta la finestra degli emendamenti e in FdI c’è chi non esclude qualche modifica. “Il testo è ragionevole e condiviso con la premier - precisano fonti di rilievo a via della Scrofa - ma se serve intervenire per evitare strumentalizzazioni ci rifletteremo”. Ad esempio, con un intervento che riequilibri in qualche modo nel testo l’uso delle parola “consenso” e “dissenso”. “Ma sarebbe un intervento lessicale - concludono - la sostanza è corretta”. Arrivarci, però, è tutt’altra storia. Anche perché se Forza Italia si tiene alla larga dal caos politico in cui si è trasformata la misura (con il solo Enrico Costa intervenuto per difendere la maggioranza da “attacchi strumentali”), la Lega anche ieri ha proseguito ad alzare la tensione sul testo. A farlo, riprendendo le parole di Bongiorno al Corriere, è il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo: “La rimodulazione delle pene è stata fatta su richiesta del Pd. Sono venute fuori delle polemiche, ma riportiamo le cose alla realtà” scandisce, per quanto riguarda la Lega “siamo assolutamente pronti ad intervenire per aumentare” le pene “in sede emendativa”. Lettura che però ha scatenato la reazione dem che parla di “mistificazione. Il Pd ha sempre chiesto di mantenere ferma la proposta uscita dalla Camera, punto. Solo dietro le insistenze della presidente e della maggioranza ha dato la sua disponibilità a valutare eventuali modifiche, tra cui l’introduzione di una fattispecie base. La proposta è poi stata scritta dalla presidente senza alcuna previa intesa con nessuno” ricostruisce Alfredo Bazoli, capogruppo dem in commissione Giustizia del Senato. Dura la replica di Elly Schlein: “La proposta Bongiorno sul Ddl stupri fa un passo indietro, cancella il “consenso” e lo sostituisce con il “dissenso”, mette più peso sulle spalle delle donne e delle vittime dentro i processi, un arretramento anche rispetto alla giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, chiedo a Giorgia Meloni di non farsi dare la linea dal patriarcato”. Dubbi anche tra i magistrati. Francesco Menditto, procuratore a Tivoli ora in pensione, tra i massimi esperti di codice rosso e violenza di genere, riflette: “La differenza tra consenso e dissenso non è solo semantica, ma culturale. È una scelta di campo, che riguarda cosa si intende per violenza sessuale”. Il magistrato prosegue: “Per la Cassazione da tempo c’è il reato in assenza di consenso. Magistratura, avvocatura e professori universitari si sono già confrontati ritenendo, con ampia condivisione, che con assenza di consenso non vi è alcuna inversione dell’onere della prova e l’imputato si può difendere, come avviene oggi”. Il consenso è il presupposto dell’atto sessuale e qualunque parola “si aggiunge renderà più complesso accertare la verità imporrà alla Cassazione di cambiare la sua giurisprudenza sul consenso, scoraggiando le donne a denunciare”. Una reazione ordinaria delle vittime, prosegue il magistrato, “è restare immobilizzata. Ecco perché occorre sottolineare che con l’assenza di consenso è reato”. Menditto ricorda anche “la Corte europea dei diritti umani che dal 2003 ripete che la violenza sessuale dev’essere sanzionata e che il miglior modo per assicurare alle donne i propri diritti di autodeterminazione è una legge fondata sull’assenza del consenso. Comunque qualunque sia la scelta su un tema così importante per uomini e donne servirebbe l’unanimità come per il femminicidio”. Ad essere perplesso anche il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia che sottolinea come la proposta di modifica esprima “un’arretratezza sul piano della vera volontà di combattere il fenomeno della violenza sessuale e in qualche modo tende ancora a mortificare il ruolo della vittima”. Esperto nel contrasto alla violenza di genere (e per questo nel 2018 aveva ricevuto l’Ambrogino d’Oro), aveva salutato come una “grande forma di conquista sociale, giuridica e giudiziaria” l’introduzione del concetto di “consenso libero ed attuale” nella precedente formulazione del testo. Questa, invece, “da un punto di vista tecnico è una soluzione molto pasticciata”. “Ddl Stupri, il ‘dissenso’ stravolge l’orientamento della Cassazione” di Eleonora Martini Il Manifesto, 24 gennaio 2026 “La proposta della Lega è un arretramento sull’attuale orientamento giurisprudenziale, già basato sul “consenso libero e attuale” della Convenzione di Istanbul”. L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p. . Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni - che rimane -, la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al “dissenso” anziché al “consenso”, contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re. Avvocata Elena Biaggioni, cosa pensa della proposta della senatrice Bongiorno? Tutto il male possibile, perché è un arretramento rispetto all’attuale orientamento giurisprudenziale. Attualmente infatti tutta la giurisprudenza della Cassazione - senza alcun contrasto interpretativo - è già perfettamente allineata con le disposizioni della Convenzione di Istanbul sul modello del “consenso libero e attuale”. Lo stesso rapporto del Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, organo del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato a dicembre, lo dice chiaramente quando parla dell’Italia. Ora, nei processi, questo orientamento è legge, di fatto. Cambiando invece il 609-bis del codice penale, necessariamente si dovrà creare una nuova interpretazione giurisprudenziale. Che sarà per forza diversa, in quanto la Cassazione dovrà sostituire al “consenso” il concetto del “dissenso”. Secondo Bongiorno, nella sua proposta conta la volontà della donna. Tanto è vero, dice l’avvocata leghista, che è stato introdotto anche il reato di “freezing” che si compie quando la vittima non manifesta la propria volontà in quanto bloccata dalla paura. Assicura la senatrice che in questo caso si presume automaticamente il dissenso. Come a dire: consenso o dissenso, sempre di volontà della donna, si parla. Non è così? No. Se si parla di “volontà” e non di “consenso”, significa che per provare il reato devo provare la volontà contraria. Faccio un esempio: casa nostra. Affinché si configuri il reato di una persona che si introduce in casa - sia con la violenza, con l’effrazione, con l’inganno o solo perché la porta è aperta - non si cerca di capire se io, padrone di casa, ho detto esplicitamente “no”. Di base, a casa mia non può entrare nessuno a meno che non abbia suonato il campanello, chiesto permesso e io lo abbia invitato ad entrare espressamente. È tutta un’altra cosa, soprattutto nella fase delle indagini e del processo. C’è un’enorme differenza tra raccogliere le prove sull’intrusione o raccogliere le prove del mio “no”. Per questo qualcuno temeva, nel primo testo del ddl, l’inversione dell’onere della prova. È sbagliato? È una mistificazione bella e buona: la parola della donna o della vittima, in questo tipo di reati, ha valore ma non è l’unica prova. Si valutano tutta una serie di circostanze di contorno. Non è l’imputato che deve provare di aver chiesto permesso, è il Pubblico ministero che deve raccogliere le prove. Mentre così c’è il rischio di una vittimizzazione secondaria? Sì, il focus è su quel dire “no” invece che sull’azione di chi ha commesso il fatto. E questo rischia tra l’altro di aprire tutta una serie di alibi, tipo “non ho capito”, “il no non era abbastanza forte” o “abbastanza chiaro”, ecc. Lei dunque non aveva alcun dubbio sulla formulazione del reato basata sul “consenso libero e attuale”? Non ne sentivo una grande esigenza ma se si fosse riusciti a scrivere la fattispecie secondo la Convenzione di Istanbul ne sarei stata contenta. D’altronde in molti Paesi europei è così: Spagna, Francia, Svezia, Belgio, Finlandia, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo e molti altri. Non capisco tutto l’allarme suscitato dal testo licenziato alla Camera: se quella formulazione avesse intasato i tribunali dalle denunce delle donne, avrei anche capito. Ma sappiamo che lo stupro è tra i reati meno denunciati e che il tasso di condanna è particolarmente basso. Secondo l’Istat la metà dei casi di denuncia per violenza sessuale viene archiviato subito. E solo un quarto delle denunce arriva a condanna. Non c’è alcun allarme di processi ingiusti, di incarcerazioni o di denunce di massa. Quindi meglio a questo punto lasciare la legge così com’è? Molto meglio. Sarà piuttosto il caso di cominciare a fare un po’ di cultura. Il ministro Salvini chiede di aumentare le pene... Le nostre sono tra le pene più alte a livello europeo. A noi non interessa assolutamente la pena. Sicuramente non è la legge penale a far diminuire la violenza sessuale. Idem per quella sul femminicidio? Anche quella non era una mia priorità ma in quel caso il tema è ancora più ampio. La legge sul femminicidio, al di là di ogni demagogia da un lato e dall’altro, credo che abbia il pregio di guidare lo sguardo e di contribuire a considerare un disvalore il possesso e il controllo sulla donna. Anche così si fa cultura. Stupri, riforma scomoda: ecco perché Bongiorno non ha tradito nessuno di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 24 gennaio 2026 La proposta prova a tenere insieme diritti delle donne e garanzie dell’indagato. Punire la violenza è doveroso, ma senza trasformare il processo in un atto di fede. Tenere insieme la tutela dei diritti delle donne e le garanzie per l’indagato nei reati di violenza sessuale sarebbe un mezzo miracolo, e Giulia Bongiorno, presidente della commissione giustizia del Senato, a quanto pare ci è riuscita. Non è secondario il fatto che alla stesura della modifica dell’articolo 609-bis del codice penale abbia lavorato una senatrice che è non solo avvocato penalista, ma spesso parte civile nella difesa di donne violentate o molestate. Un’esponente politica che nessuno potrà mai accusare di scarsa sensibilità nei confronti delle vittime di atti sessuali contro la libertà e la volontà della donna. Pure è stata accusata di “tradimento” solo perché ha saputo mettere le proprie capacità giuridiche al servizio del necessario cambiamento di una norma mal scritta e pericolosa che era stata approvata all’unanimità alla Camera. Sia chiaro che la riforma dell’articolo del codice penale che penalizza la violenza sessuale è importante e indispensabile per ampliare le ipotesi oltre quelle di minaccia o costrizione. Occorre sia sanzionato ogni atto sessuale che si manifesti contro la volontà del partner. È quanto ha stabilito la Convenzione di Istanbul del 2014, cui hanno aderito già diversi Paesi europei, che definisce il consenso quale “libera manifestazione della volontà della persona”. Se la riforma verrà approvata, saremo in presenza di una vera svolta culturale, la seconda dopo quella del 1996, che collocava nel codice penale la violenza sessuale tra i reati contro la persona e non più contro la morale, come previsto nel codice Rocco del fascismo. Questo nuovo orizzonte stabilirà il fatto che non solo in presenza di minaccia fisica o costrizione si avrà violenza, ma anche ogni volta in cui la donna (o la persona) manifesterà dissenso, comunicando il proprio “no”. La volontà è al centro della nuova norma in discussione. Chiunque, “contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti” è punito con una pena da 4 a 10 anni. Nei casi più gravi, rimane la formulazione attuale, la pena va da 6 a 12 anni quando “il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizione di inferiorità fisica o psichica della persona offesa”. Qualunque atto che non sia frutto di reciproca libera scelta è violenza, dunque. Né si può ritenere che la reazione del partner, magari la sua passività, possa essere considerata consenso. Ci sono situazioni in cui la paura, il timore, a volte persino la vergogna possono indurre un comportamento “neutro” che può essere scambiato per consenso. A volte per errore di interpretazione. È questo un punto delicato, affrontato dalla nuova proposta di Giulia Bongiorno con l’introduzione del reato di “freezing”, per i casi in cui la vittima non abbia manifestato in modo esplicito il proprio dissenso perché paralizzata dalla paura, congelata appunto. Forse non sarà necessario proprio introdurre una nuova fattispecie autonoma di reato, ma il problema esiste ed è giusto tenerne conto. Ed è indubbiamente un passo in avanti rispetto alla versione della riforma che era stata votata alla Camera all’unanimità, dopo un accordo tra forze di maggioranza e di minoranza. Forse non si era riflettuto a sufficienza su quella “probatio diabolica” che veniva richiesta all’imputato quando veniva chiamato, con una vera inversione dell’onere della prova, a dimostrare di non aver violato il “libero e attuale” consenso della partner. E non ci si era soffermati a considerare che, soprattutto in caso di silenzio, il consenso minuto per minuto non era facile da interpretare. Tenendo anche conto delle emozioni, magari. Tutti coloro, in particolare le esponenti femminili dei partiti d’opposizione, che in questi giorni stanno protestando contro il “passo indietro” della presidente Bongiorno, e di conseguenza della stessa Giorgia Meloni, per la nuova formulazione della riforma, non dimentichino il rischio di incostituzionalità che la prima versione comportava. Considerando anche il fatto che la giurisprudenza attuale mostra già la tendenza a dare credibilità al racconto della vittima, spesso assumendolo a “verità” senza ulteriori e particolari verifiche. E anche che in questo tipo di processi finisce con il mancare il contraddittorio, per il timore di vittimizzazione secondaria della persona che ha denunciato la violenza. Anche il diritto di difesa viene messo in crisi spesso dalla pressione mediatica e dai sensi di colpa di un universo maschile sempre più impaurito dalla potenza condizionante dei vari “Me Too”. In questo quadro, una formulazione indeterminata e ambigua quale quella del “consenso libero e attuale”, con una chiara inversione dell’onere della prova e problemi sulla presunzione di non colpevolezza prevista dall’articolo 27 della Costituzione, rischia addirittura di stravolgere le regole del giusto processo. E di portarci a pericolose oscillazioni, già verificate nei doppi binari dei processi di mafia e terrorismo, tra un ritorno all’inquisizione e un processo che diventa atto di fede. Il contrario del sistema accusatorio del codice Vassalli. Brutta storia, dopo l’altra vera contro-riforma che impone l’applicazione della pena dell’ergastolo a quell’omicidio doloso, pur in assenza di aggravanti, che porta il nome di femminicidio. È veramente un peccato il fatto che oggi siano le donne, figlie e nipoti di quelle che hanno lottato per la riforma del diritto di famiglia, il divorzio e la libertà di scelta nella sessualità e nella maternità, a farsi protagoniste su richieste di giustizialismo che ci farebbero compiere parecchi salti all’indietro rispetto allo Stato di diritto. Concordato in appello, il diniego non è ricorribile in Cassazione Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2026 Lo hanno chiarito le Sezioni unite penali, sentenza n. 2647 depositata ieri, affermando un importante principio di diritto. Il provvedimento con cui la Corte d’appello, non accogliendo il concordato sui motivi ex art. 599-bis Cpp, dispone la prosecuzione del giudizio non ricorribile in cassazione. Lo hanno chiarito le Sezioni unite penali con la sentenza n. 2647 depositata oggi affermando un importante principio di diritto. Il caso era quello di un uomo condannato in primo grado, per ricettazione e furto d’auto, ad un anno e dieci mesi di reclusione. Proposto appello, il difensore ha successivamente richiesto un concordato sulla pena, portandola ad un anno e sei mesi; soluzione accolta dal Procuratore generale. Riunitasi in camera di consiglio, la Corte ha rigettato la proposta ritenendo la nuova pena “non congrua” e ha disposto la prosecuzione del giudizio, confermando la sentenza di primo grado. Proposto ricorso, la difesa ha sostenuto la ricorribilità in Cassazione del rigetto del concordato, in quanto pregiudizievole dei diritti dell’imputato. A questo punto la Seconda sezione penale, riscontrato un contrasto, ha rimesso la questione al massimo consesso. Secondo il primo orientamento, osservano le S.U., il ricorso non è consentito per via della “tassatività” dei mezzi di impugnazione. Nell’articolo 599-bis, a differenza del patteggiamento, non si “contempla la possibilità di sindacare il mancato accoglimento del concordato, né l’immotivato rifiuto del procuratore generale di accondiscendervi”. Per l’orientamento opposto, invece, la “tassatività” non giocherebbe alcun ruolo, “perché il concordato in appello […] determina l’adozione di una ordinaria sentenza di secondo grado, in quanto tale impugnabile in Cassazione secondo la disciplina ordinaria”. “Ad avviso del Collegio - si legge nella decisione - l’indicato contrasto giurisprudenziale va risolto nel senso che il provvedimento con il quale la corte di appello, non accogliendo il concordato sui motivi ex art. 599-bis, cod. proc. pen., dispone la prosecuzione del giudizio non è impugnabile con il ricorso per cassazione”. La ratio del concordato, spiega la Corte, va individuata “nella finalità di decongestionare il carico eccessivo di processi pendenti in appello, attraverso un meccanismo deflattivo”. E allora, proprio la dimensione “performante”, “ne evidenzia la natura di istituto più prettamente processuale, basato essenzialmente su una intesa tra le parti”. Tale “funzione” - prosegue - ne definisce, inevitabilmente, anche la natura. La circostanza che l’art. 599-bis, co. 3 e co. 3-bis, cod. proc. pen., non indichi la natura dell’atto con cui il giudice dispone la prosecuzione del giudizio, “limitandosi a operare un generico richiamo alla necessità che il rigetto della richiesta e la prosecuzione del giudizio siano disposti con un ‘provvedimento’, senza nemmeno imporre al giudice di motivare le ragioni del diniego, non è certo sintomo di ‘pigrizia’ o di incertezza legislativa, quanto, piuttosto, della scelta del legislatore di privilegiare, rispetto alla forma, il contenuto ordinatorio del provvedimento, in adesione alla natura dell’istituto”. “Una volta venuta meno la possibilità di imprimere l’accelerazione perseguita dalle parti - continua la sentenza -, il giudizio di appello rientra nello schema ordinario, destinato a concludersi con una decisione piena, che deve prendere in considerazione tutti i motivi di impugnazione, compresi quelli originariamente rinunciati”. “Se ne ricava che il provvedimento di cui si discute, non avendo altra funzione se non quella di non consentire lo svolgimento di un giudizio meramente eventuale ed anticipato, ha natura meramente ordinatoria e non decisoria”. E, in quanto tale, “non è impugnabile mediante ricorso per cassazione, al pari di tutti i provvedimenti meramente ordinatori o processuali”. Infine, con riguardo all’interesse ad impugnare dell’imputato, la Suprema corte rileva “l’impossibilità di configurare una situazione di svantaggio processuale”, che il ricorso dovrebbe rimuovere. E questo perché il mancato accoglimento del concordato “non incide negativamente sulla posizione processuale delle parti” e il provvedimento “non si configura come una decisione giudiziale”. Gratuito patrocinio, l’assistenza di un collega non giustifica la compensazione delle spese di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2026 Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 1470, depositata ieri, enunciando un principio di diritto con riguardo all’opposizione alla liquidazione delle spese. Nell’opposizione al decreto di liquidazione dei compensi, il fatto che il difensore della persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato si avvalga di un collega, pur potendo stare in giudizio personalmente, non legittima, in caso di soccombenza della PA, la compensazione delle spese di lite. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 1470, depositata oggi, enunciando un principio di diritto. Il ricorrente aveva assistito una donna, persona offesa costituitasi parte civile e ammessa al patrocinio a spese dello Stato, in un procedimento penale. Il Tribunale di Barcellona di Pozzo di Gotto aveva condannato l’imputato, liquidando le spese di lite in 1.000 euro. Proposta opposizione, il Tribunale aveva rideterminato il compenso in € 1.140,00, non riconoscendo però alcun importo a titolo di onorario per la fase dell’opposizione. L’avvocato ricorrente, oltre a contestare un errore di 57 euro nella liquidazione della somma (motivo accolto, in quanto dovevano applicarsi le tariffe ex Dm n. 55 del 2014, nella versione integrata dal Dm n. 147 del 2022), ha impugnato la compensazione degli “ulteriori importi”. Secondo la Cassazione, il Tribunale avrebbe dovuto regolare le spese del giudizio secondo il principio della soccombenza, dal momento che la PA aveva costretto il legale ad agire in giudizio per ottenere il dovuto. “Il difensore di persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato - si legge nella decisione - che, ai sensi degli artt. 84 e 170 del d.P.R. n. 115 del 2002, proponga opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi, agisce in forza di una propria autonoma legittimazione a tutela di un diritto soggettivo patrimoniale; ne consegue che il diritto alla liquidazione degli onorari del procedimento medesimo e l’eventuale obbligo del pagamento delle spese sono regolati dalle disposizioni di cui agli artt. 91 e 92, commi 1 e 2, c.p.c. relative alla responsabilità delle parti per le spese”. Mentre non conta il fatto che le parti possono stare in giudizio personalmente nei procedimenti di opposizione a decreto di pagamento di spese di giustizia. Infatti, la disposizione non vieta all’interessato di avvalersi di un difensore “il quale, poi, agisce facendo valere, appunto, una propria legittimazione”. Da qui l’accoglimento del ricorso e la formulazione dei seguenti principi di diritto: “Il difensore di persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato che, ai sensi degli artt. 84 e 170 del d.P.R. n. 115 del 2002, proponga opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi, agisce in forza di una propria autonoma legittimazione a tutela di un diritto soggettivo patrimoniale; ne consegue che il diritto alla liquidazione degli onorari del procedimento medesimo e l’eventuale obbligo del pagamento delle spese sono regolati dalle disposizioni di cui agli artt. 91 e 92, commi 1 e 2, c.p.c. relative alla “responsabilità delle parti per le spese”“. Mentre “La circostanza che la persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato si avvalga, nel giudizio di opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi, di un proprio difensore e non agisca personalmente ex art. 15 del d.lgs. n. 150 del 2011 non costituisce grave ed eccezionale ragione per compensare le spese di lite ai sensi dell’art. 92 c.p.c. in ipotesi di soccombenza della P.A.”. Qui, tuttavia, la formula usata dalla Cassazione è “persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato”, laddove evidentemente deve intendersi “difensore” di “persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato”. Emilia Romagna. Il Garante Cavalieri: “Monitoraggio delle camere di sicurezza in Regione” teleromagna.it, 24 gennaio 2026 Il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri ha avviato un monitoraggio delle camere di sicurezza in Regione: l’obiettivo è avere un quadro della situazione, con un tavolo di formazione dedicato alle forze dell’ordine il prossimo 29 gennaio a Parma. Una maggiore conoscenza delle camere di sicurezza dell’Emilia Romagna, dove ogni anno transitano 2mila persone. Il Garante Roberto Cavalieri ha avviato un monitoraggio sulla gestione dei detenuti, sulla conformità degli spazi e sulle normative: alcune criticità riguardano i comandi di polizia locale, non sempre in linea con le caratteristiche che dovrebbero avere. Altro tema quello del sovraffollamento delle carceri: un problema che aumenta con l’accoglienza di detenuti da fuori regione. Resta il percorso del Governo di ampliare alcune strutture già in essere e il conseguente aumento di personale, altra problematica da considerare. Nei mesi scorsi Cavalieri ha ispezionato tutte le camere di sicurezza del territorio emiliano-romagnolo: “Ho censito i 75 siti attivi in regione, in cui sono presenti oltre 100 camere di sicurezza”. Che ha proseguito: “Un monitoraggio, in collaborazione con il garante nazionale Riccardo Turrini Vita, sulla gestione dei detenuti ma anche sulla conformità degli spazi, che vuole essere anche una verifica sul rispetto della normativa cui sono soggette questo tipo di strutture”. Il garante regionale entra, poi, nello specifico, evidenziando come “attraverso questo lavoro sia emersa la netta distanza tra la città e questi luoghi di detenzione, spesso sconosciuti alla cittadinanza”. Il garante ha poi aggiunto: “Dalle camere di sicurezza dell’Emilia-Romagna transitano ogni anno oltre 2mila persone, spesso si tratta di soggetti in stato di povertà, di tossicodipendenti o di individui con problematiche psichiatriche, la marginalità sociale è sempre più un aspetto che non può essere scollegato dalla questione della sicurezza”. Viterbo. Il caso di Vittorio Rallo e gli altri decessi nel carcere di Luna Casarotti* napolimonitor.it, 24 gennaio 2026 Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era diventata sempre più precaria. Vittorio soffriva di gravi disturbi psichiatrici, aveva subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e gli era stata diagnosticata una doppia personalità. Era portatore di handicap e affetto da condizioni che lo rendevano estremamente vulnerabile. Viveva fasi alterne, con momenti di apparente stabilità e altri di profondo scompenso. Questa fragilità era nota alle istituzioni. Esistevano documenti che attestavano l’incompatibilità di Vittorio con il regime carcerario e la necessità di una sorveglianza continuativa ventiquattr’ore su ventiquattro. A differenza di altri casi, Vittorio non aveva indicazioni di detenzione in cella singola, ciò che era essenziale per la sua sicurezza era la sorveglianza continua, che però nei giorni precedenti alla sua morte non gli è stata garantita. Nel corso degli anni, la famiglia di Vittorio aveva chiesto aiuto a tutte le autorità competenti. Era stato richiesto più volte il suo trasferimento in una comunità o in una struttura adeguata, dove potesse essere curato e seguito in modo appropriato. Anche l’avvocato aveva inviato numerose comunicazioni formali. Nessuna di queste richieste ha mai ricevuto risposta. Prima di arrivare nel carcere di Viterbo Mammagialla, Vittorio era detenuto a Reggio Emilia. Dopo il trasferimento a Viterbo, secondo la famiglia, la sua situazione è progressivamente peggiorata. Durante le videochiamate con il padre e la sorella Vittorio mostrava segni sul corpo: un occhio nero, o un taglio sull’addome, per esempio. Screenshot di quelle immagini sono stati conservati dalla famiglia. Vittorio raccontava di essere stato picchiato da alcuni agenti della casa circondariale. Il 24 ottobre 2025, suo padre, profondamente preoccupato, si è recato dai carabinieri a Pomezia per sporgere denuncia. In quell’occasione ha riferito che il figlio appariva spaventato, provato, in evidente difficoltà psicologica, e ha mostrato le fotografie dei segni sul corpo. Solo dopo la morte di Vittorio, quando il padre è stato nuovamente in caserma per denunciare il carcere, la famiglia ha scoperto che le fotografie non erano state allegate alla denuncia e che, fatto ancora più grave, la denuncia presentata il 24 ottobre non risulta mai essere stata trasmessa né formalmente avviata. In quella denuncia si evidenziava che Vittorio era fragile, disabile e con precedenti episodi di autolesionismo. Il padre spiegava che i comportamenti aggressivi del figlio si manifestavano solo nei momenti di grave scompenso psichico e che, in quelle circostanze, Vittorio veniva sottoposto a violenze fisiche o all’isolamento. Da ragazzo aveva già tentato due volte di togliersi la vita, prima di arrivare a Viterbo e anche per questo avrebbe dovuto essere costantemente monitorato. Negli ultimi tempi, però, secondo la famiglia, non mostrava segnali di intenti suicidari. Stava anzi aspettando i suoi cari: un colloquio era fissato per il lunedì successivo. Da tempo Vittorio era stato collocato in infermeria, un reparto che dovrebbe garantire maggiore attenzione e protezione per i detenuti più fragili. Secondo la famiglia, tuttavia, anche lì Vittorio sarebbe rimasto spesso solo. L’11 dicembre 2025, nel corso della giornata, intorno alle ore 19:00, secondo alcune informazioni riferite alla famiglia, ci sarebbe stato un litigio in cella, seguito dal trasferimento del detenuto con cui Vittorio avrebbe litigato. Questi elementi vengono riportati esclusivamente per la ricostruzione delle ore precedenti alla morte. Alle 23:50 dell’11 dicembre arriva ai familiari la telefonata: Vittorio è morto, “a seguito di un gesto estremo”. Dopo il decesso è stata aperta un’indagine dell’autorità giudiziaria. Al momento le attività investigative sono coperte da segreto istruttorio, circostanza che non consente alla famiglia e ai legali di accedere agli atti o di ottenere chiarimenti immediati. Gli accertamenti medico-legali sono in corso e i relativi esiti, compreso quello dell’autopsia, dovranno essere depositati entro un termine massimo di sessanta giorni, come previsto dalle procedure. Solo allora sarà possibile chiarire le cause della morte e ricostruire l’accaduto. Secondo quanto riferito, Vittorio aveva assunto la terapia poche ore prima. Era seguito con farmaci e iniezioni per la regolazione dell’umore, regolarmente annotate nella cartella clinica restituita alla famiglia. I familiari faticano a comprendere come abbia potuto compiere un gesto del genere, considerando la sua condizione clinica, l’assenza di segnali premonitori e il fatto che stesse aspettando l’incontro con i suoi cari. Vittorio era una persona fragile, disabile, affidata allo Stato. Numerosi documenti imponevano una sorveglianza più accurata, per non parlare dell’incompatibilità evidente con la detenzione. Nei giorni e nelle ore che hanno preceduto la sua morte, quella sorveglianza, in ogni caso, non c’è stata. La sua morte non è però un episodio isolato. Il carcere di Viterbo Mammagialla è stato negli anni teatro di pestaggi, denunce e morti mai chiarite. Nel caso di Andrea Di Nino, dopo la sua morte un altro detenuto ha denunciato le violenze che Andrea avrebbe subito all’interno del penitenziario. Anche Hassan, alcuni mesi prima di morire, aveva denunciato ai collaboratori del Garante dei detenuti di essere stato picchiato da agenti, mostrando ferite evidenti e manifestando paura per la propria vita. Un altro episodio avvenuto sempre a Viterbo riguarda Giovanni Delfino, morto nel 2019. In quel caso i sanitari avevano riferito che l’aggressore, noto per precedenti episodi di violenza grave, avrebbe dovuto essere detenuto in cella singola e sotto stretta sorveglianza, ma che queste indicazioni non erano state rispettate. Il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto gravi responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, condannando il ministero della giustizia a risarcire la famiglia della vittima, sottolineando che la morte non si sarebbe verificata se le prescrizioni dei sanitari fossero state seguite. Oggi anche la famiglia di Vittorio Rallo chiede verità, affinché questa morte non venga archiviata né considerata, e sarebbe davvero grave, inevitabile. *Yairaiha Ets Santa Maria Capua Vetere (Ce). Violenze nel carcere: agente ammette pestaggi di Biagio Salvati Il Mattino, 24 gennaio 2026 Il poliziotto si scusa in udienza per la forza nella perquisizione del reparto Nilo del 2020. Un altro dei 105 agenti imputati nel maxi processo sui pestaggi - avvenuti ai danni di diversi detenuti nel penitenziario sammaritano nell’aprile del 2020 - fa ammenda e si scusa in aula per aver alzato qualche schiaffo in un momento concitato come quello della rivolta nel periodo della pandemia. Michele Vinciguerra, agente penitenziario in pensione sotto esame all’ultima udienza, ha ammesso di aver picchiato i detenuti, di aver ecceduto in alcuni momenti con l’uso della forza e di vergognarsene. “Il 6 aprile 2020 - racconta - misi in atto azioni di contenimento brutte nonché azioni di attacco pessime verso i detenuti. Non voglio giustificarmi. Datemi la punizione che merito”. “Parole pesanti” che mettono nero su bianco cosa avvenne nel corso della perquisizione straordinaria in cui nessun agente imputato ha mai ammesso di aver usato la mano pesante, come pur emerge dalle immagini delle telecamere interne del carcere. Vinciguerra finì anche in cella per le violenze, non rispose al gip ma fece dichiarazioni spontanee, e solo adesso ha ammesso le proprie responsabilità. “Allora ero confuso e sotto choc, ma mi sono riproposto che avrei inquadrato le cose e le avrei dette in aula come sono avvenute” ha spiegato l’imputato. Vinciguerra ricorda che il 6 aprile non era in servizio ma fu richiamato d’urgenza per la perquisizione tramite la chat creata dall’allora comandante Manganelli. Una volta all’interno dell’istituto, ricorda di essere stato subito dotato di casco, scudo e manganello e di essere stato inquadrato nel gruppo di supporto formato da agenti provenienti da diverse carceri campane, tra cui Secondigliano, il cui compito era di intervenire in aiuto degli agenti interni al carcere, che dovevano svolgere la perquisizione nelle celle del reparto Nilo alla ricerca di strumenti offensivi, usati la sera prima dai detenuti durante la protesta con barricamento originata dalla positività al Covid di uno di loro. Noi del Gruppo di supporto - racconta Vinciguerra - rispondevamo solo ai nostri capi, non agli ufficiali della Penitenziaria di Santa Maria. Uno dei comandanti del Gruppo di supporto, Paone (imputato nella seconda tranche dell’inchiesta sulle violenze al carcere casertano, che in un primo momento Vinciguerra aveva scambiato per Pasquale Colucci, capo del Gruppo di supporto e imputato nel maxiprocesso), ci disse che dopo il prelevamento dei detenuti dalle celle, una parte sarebbe andata nelle salette di socialità, e qui saremmo dovuti intervenire collocando i detenuti in ginocchio faccia al muro con mani dietro la testa e divieto di comunicare tra loro e guardarci in faccia. “Se disattendono gli ordini dovete manganellarli” ci intimò Paone. Fu un ordine preciso e perentori”. Attesa, intanto, per lunedì e mercoledì prossimo la testimonianza dell’ex capo del Dap Antonio Fullone, descritto come autore, determinatore, organizzatore e regista della perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020 nel reparto Nilo. Milano. Torture all’Ipm Beccaria, detenuto in aula: “Picchiato e lasciato a terra come una cosa” La Repubblica, 24 gennaio 2026 La testimonianza di un giovane detenuto del Minorile al processo a carico di 41 persone per i pestaggi e i maltrattamenti. “Uno mi ha preso la testa, ha iniziato a spaccarla contro il gabinetto (...) dopo dei pugni in faccia, calci dappertutto (..) dopo avermi trattato così mi hanno abbassato i pantaloni, mi hanno fatto una puntura, mi hanno ammanettato da dietro (...) tutto insanguinato, mi hanno lasciato così per terra, per quattro ore (...) nessuno mi dava retta, mi guardavano e andavano via come se fossi una cosa”. Sono passaggi drammatici di una delle testimonianze che le 33 vittime di pestaggi, torture e maltrattamenti, che sarebbero stati compiuti nel carcere minorile Beccaria di Milano, stanno rendendo, a partire da dicembre e con udienze almeno fino a fine marzo, in un maxi incidente probatorio davanti alla gip Nora Lisa Passoni, per ‘cristallizzare’ dichiarazione già rese nelle indagini. Inchiesta a carico di 41 persone, tra cui agenti della Polizia penitenziaria, ma anche le ex direttrici Cosima Buccoliero e Maria Vittoria Menenti, l’ex coordinatore sanitario del carcere, un medico e l’allora coordinatore infermieristico. In un’udienza del 9 gennaio (oggi ce ne è stata un’altra), un ragazzo quasi 18enne, nato a Milano da genitori marocchini e ora detenuto a Catania, ha raccontato le violenze che avrebbe subito nel gennaio 2024, quando aveva 16 anni ed era stato arrestato per la prima volta. C’era, ha messo a verbale, “tipo una squadra di appuntati che picchiavano i ragazzi” e poi altri agenti “non facevano quelle cose (...) però li difendevano sempre, anche i medici erano dalla loro parte”. E, ha aggiunto, “vedevo la paura degli educatori quando parlavo di loro”. Quando venne lasciato a terra per ore dopo quell’aggressione in cella, ha spiegato, “gli altri vedevano, c’erano tante educatrici (...) chiedevo aiuto, un bicchiere d’acqua, nessuno mi dava retta”. E ancora: “Di quelli che lavoravano in quel Cpa (centro prima accoglienza, ndr), nessuno di loro mi ha aiutato (...) urlavo, sentivo freddo, dolore”. Il ragazzo, rispondendo alle domande della giudice, alla presenza degli avvocati e della pm Rosaria Stagnaro, titolare dell’inchiesta condotta dalla Squadra mobile della Polizia, ha raccontato che era stato pestato “a sangue” perché poco prima si era “innervosito” e aveva lanciato un materasso. Dopo le violenze sono stati altri minorenni di un’altra cella che “mi hanno aiutato - ha detto - a farmi bere dalla portina”, una sorta di feritoia di collegamento. E ancora sul pestaggio: “Anche i medici erano dalla loro parte, perché loro quando picchiano (...) nel verbale c’è scritto altro, non c’è scritto che lui ha picchiato, venivano sempre difesi da tutti”. Ha raccontato, poi, di aver conosciuto “un comandante napoletano (...) gli ho detto voglio fare questa denuncia”. Poi l’audizione con la pm di Milano, una delle tante deposizioni raccolte nelle indagini. Sempre il 9 gennaio, davanti alla giudice, è stato ascoltato anche un tunisino di 17 anni, che in parte ha messo a verbale ciò che avrebbe subito nel marzo 2024, continuando a ripetere, però, spesso “non rispondo, l’ho già detto” riferendosi all’audizione in indagini. “Mi hanno rotto le costole”, ha riferito in un passaggio della deposizione. E in un altro ha fatto riferimento anche ad una presunta aggressione che avrebbe subito a Catania, dove è stato detenuto. Alla gip che gli ha chiesto “sei stato picchiato quando eri a Catania?”, ha risposto “sì (...) da quando ho fatto la denuncia mi stanno inc.....”. Ad altre domande su quello che avrebbe subito a Catania, però, ha detto “non ne voglio parlare”. Ma ha riferito di aver fatto “una denuncia” anche su quell’episodio. Trieste. Il Garante regionale Sbriglia in visita al carcere, dove i detenuti sono il doppio dei posti ansa.it, 24 gennaio 2026 Realizzare un nuovo istituto penitenziario che “accolga correttamente le persone detenute” e “restituisca maggiore dignità al lavoro degli operatori penitenziari, anch’essi sofferenti di un ingiusto disagio”, e nelle more varare un “provvedimento clemenziale di amnistia (non di indulto) che determini il rilancio del sistema penitenziari”. È la necessità (e la proposta) rilevata dal Garante Regionale dei diritti persona, Enrico Sbriglia, definita al termine di una visita, in delegazione, nella Casa Circondariale “Ernesto Mari” di Trieste, dove sono state riscontrate forti criticità in “un sistema che rischia di collassare”. Sbriglia, rifacendosi a quanto avvenuto a Trento, suggerisce che la Regione Fvg potrebbe realizzare un nuovo carcere a Trieste, in accordo con il Ministero della Giustizia, per poi cederlo allo stesso. La delegazione ha rilevato che su 150 posti regolamentari, di cui almeno una trentina per detenute (Trieste è l’unico carcere in regione con sezione femminile) i posti regolamentari sono 117, a fronte di 236 detenuti, “più del doppio rispetto al numero regolamentare”. Sbriglia ha parlato di “stanze detentive con 10 persone e un solo bagno; docce in comune, scarsezza di spazi idonei all’aperto, carenze nella risposta sanitaria, quotidiana caccia alle cimici”, “insetti ematofagi che non distinguono i detenuti dai visitatori, dagli operatori, familiari, avvocati, magistrati, insegnanti, formatori, sanitari o ministri di culto”. Inoltre, molti ristretti “sono costretti a un ozio forzato” per mancanza di risorse e di spazi per la formazione mancando anche un numero sufficiente di agenti. Mancando poi un refettorio comune, “i detenuti sono costretti a consumare i pasti in cella”. Piacenza. Il cappellano: “In carcere è garantita più la pena che il trattamento” di Francesco Petronzio ilnuovogiornale.it, 24 gennaio 2026 Da sedici anni don Adamo Affri è cappellano del carcere di Piacenza. “C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo”. I detenuti sono persone come noi, hanno una storia da raccontare e un bisogno di sentirsi accolti al di là del reato commesso. Solo così la speranza che è dentro di loro può rinascere. Lo sa bene don Adamo Affri , 56 anni, da sedici cappellano del carcere delle Novate. Membro della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, da pochi mesi collabora nel servizio pastorale nella Comunità pastorale 2 del Vicariato val d’Arda. Quanto è difficile far arrivare un messaggio di speranza ai detenuti? Non è difficile, ma bisogna avere l’atteggiamento giusto. In questi posti pensiamo di portare speranza, ma spesso c’è già da prima. elle periferie ci sono persone già spoglie di tutto, degli affetti e delle sicurezze, e la presenza del mistero è tangibile. C’è una grazia preveniente, una presenza, un desiderio di bene, di libertà, di pienezza che sorprende sempre. Com’è cambiato il carcere di Piacenza dal 2010 a oggi? Innanzitutto, si è ingrandito: i detenuti sono passati da 340 ai 600 di oggi. Per la maggior parte sono giovani e si fermano per poco tempo: molti si spostano, ottengono i domiciliari o vanno in comunità. Con loro è più difficile impostare una pastorale, che richiederebbe un percorso più lungo. Prima, con i detenuti in regime di alta sicurezza, si riuscivano a notare cambiamenti importanti. Come si abbassa il rischio di recidiva? Chi va in comunità difficilmente poi torna a delinquere. Alcune realtà sono nate grazie a sacerdoti che hanno capito il bisogno di offrire un cammino di redenzione. Una persona in carcere dovrebbe recuperare il suo senso di colpa per un cambiamento, diceva Vittorino Andreoli. Invece, esce dal carcere sentendosi una vittima di un sistema che non funziona, che è ingiusto alla radice, che non garantisce che ogni pena dovrebbe essere commisurata al trattamento, come dice la Costituzione. In carcere è più garantita la pena che il trattamento. Il carcere di Piacenza è sovraffollato, e non riusciamo ad accompagnare tutti i detenuti... Chi lavora cambia nel modo di porsi e di considerare le cose, ma lo spazio di lavoro è per pochi. Se un detenuto non ha nulla da fare, non può uscire migliore di quando è entrato. Ogni detenuto ha una storia, una ferita, un’esperienza di legami spezzati: tutti hanno bisogno di raccontarsi, non si possono liquidare velocemente. C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo. Dal carcere arrivano anche notizie di persone che si tolgono la vita. Cosa scatta nella mente? Si entra in una fase di disperazione. Il carcere non è un ambiente che aiuta persone con patologie psichiatriche. Molte di loro sono senza terapia o la rifiutano, e quindi hanno scarsa lucidità. Oppure si rendono conto, nella loro coscienza, di aver infranto le regole basilari della società o della famiglia. Il carcere è percepito come un’entità a sé, staccata dal tessuto della città. Come si sconfiggono lo stigma, l’indifferenza, la paura? Diversi tentativi sono stati fatti negli anni per creare un ponte tra la città e il carcere. Quando incontriamo un detenuto e scopriamo che è come noi, la paura finisce. Per chi non ha mai avuto a che fare con quest’ambiente, il carcere resta un tabù, una realtà lontana. Anni fa, parlando della mia attività con alcune persone di Fiorenzuola, qualcuno aveva espresso opinioni negative sui detenuti, definendomi “buonista”. Quando poi, nella casa-famiglia che gestisco, abbiamo accolto un ragazzo, si sono accorti che era una persona come tutte le altre. Cosa bisogna fare per rendere il carcere un posto più umano? Molti detenuti hanno la possibilità di uscire per qualche ora in permesso, ma non hanno dove andare e quindi gironzolano per la città. Se avessero una parrocchia di riferimento, si potrebbero creare attività che aiuterebbero anche le comunità stesse a essere più sensibili a questo tema: non esiste l’uomo fragile, esiste la fragilità nell’uomo, e non tutti hanno gli strumenti per affrontarla. Umanità e fragilità sono la stessa cosa: la società dovrebbe farsene carico. E invece rendiamo le persone sole, perché ci preoccupiamo solo di noi stessi. Per cambiare, ognuno deve metterci del suo e sentirsi in prima linea. Pavia. Carcere, il futuro oltre le sbarre. Sì alla rieducazione dei detenuti di Manuela Marziani Il Giorno, 24 gennaio 2026 Sbloccati i protocolli d’inclusione, accordi per proporre ai reclusi attività culturali e di pubblica utilità. L’assessore all’Ambiente del Comune di Pavia: sistema al collasso, lo dimostrano anche le aggressioni. Non solo privazione della libertà, ma anche rieducazione che può avvenire attraverso varie attività da svolgere in carcere. Tecnicamente si chiamano “protocolli d’inclusione” che finalmente, per la casa circondariale di Pavia, sono stati sbloccati. Le convenzioni riguardano lo svolgimento di attività culturali, artistiche, di pubblica utilità e di cura degli animali, strumenti concreti e qualificanti per il percorso rieducativo dei detenuti, in linea con i principi costituzionali. A imprimere un’accelerazione all’iter autorizzativo del Ministero della giustizia, rilasciando il nulla osta alla sottoscrizione di alcuni protocolli fondamentali per l’attuazione di attività di pubblica utilità e di inclusione sociale nella Casa circondariale di Pavia, in collaborazione con il Comune di Pavia e con enti del territorio, è stata l’interrogazione parlamentare presentata dagli onorevoli Valentina Barzotti e D’Orso. “Il carcere non nasce come luogo di morte e di sofferenza, ma come luogo di recupero e reinserimento sociale: dice Barzotti del Movimento 5 Stelle -. I protocolli e le convenzioni messi a punto dall’istituto penitenziario e dall’Amministrazione comunale di Pavia erano fermi da mesi, nonostante il loro evidente valore sociale. Grazie alla nostra iniziativa parlamentare è stato possibile sbloccare una situazione di stallo che penalizzava sia le persone detenute sia la comunità esterna”. L’interrogazione ha consentito di riattivare il percorso amministrativo: il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha espresso parere favorevole e il Ministero della giustizia ha concesso il nulla osta alla sottoscrizione dei protocolli. “Le attività di inclusione attiva e di pubblica utilità rappresentano un investimento sulla dignità delle persone detenute, sulla sicurezza e sulla coesione sociale - continua Barzotti -. Continueremo a vigilare affinché questi strumenti diventino pienamente operativi”. Alla deputata fa eco Lorenzo Goppa, assessore all’Ambiente del Comune di Pavia: “Le aggressioni agli agenti di qualche giorno fa a Torre del Gallo sono solo l’ennesimo sintomo di un sistema al collasso, per il quale il governo continua a non proporre soluzioni concrete. I colleghi assessori Gian Paolo Anfosso e Francesco Brendolise hanno portato all’approvazione i progetti di collaborazione tra l’istituto e il Comune. Progetti frutto di un’importante sinergia politica che finalmente daranno respiro ai detenuti e al personale, restituendo al carcere la sua finalità costituzionale di rieducazione e non di luogo di morte”. Cremona. Esecuzione penale esterna: affidamento e lavoro, l’obiettivo è ripartire di Elisa Calamari laprovinciacr.it, 24 gennaio 2026 In provincia oltre 1.400 persone seguite nel reinserimento nei primi 10 mesi dell’anno. Una delle principali strategie contro il sovraffollamento delle carceri, le recidive e le marginalità sociali è rappresentata dalle misure alternative alla detenzione, gestite dagli Uepe: Uffici per l’esecuzione penale esterna. Perseguono innanzitutto l’obiettivo di recupero e reinserimento sociale, come prevede la Costituzione italiana, e sono in aumento un po’ dovunque. A Cremona, stando ai dati diffusi dal Ministero della giustizia tramite il Siepe-Sistema informativo esecuzione penale esterna, al 15 ottobre scorso risultavano in carico all’Uepe 947 persone, di cui 835 uomini e 112 donne. All’inizio del 2025 erano 799 e dunque l’incremento è stato del 18,5%. Complessivamente, nei primi dieci mesi dell’anno scorso, le persone che nella nostra provincia sono state interessate da esecuzioni penali esterne al carcere - di periodi differenti - sono state 1.468, vale a dire 1.305 uomini e 163 donne. Cremona risulta la provincia lombarda con meno affidamenti all’Uepe, seguita da Mantova che ne conta 1.528 nello stesso periodo del 2025. In Italia i soggetti in carico per misure alternative alla detenzione, alla stessa data, risultavano 48.752 e la maggior parte di essi (33.499) è stata in affidamento in prova al servizio sociale. Seguono le detenzioni domiciliari e i regimi di semilibertà. Fra le pene sostitutive (7.940 in carico al 15 ottobre 2025) spicca il lavoro di pubblica utilità sostitutivo. Altre forme sono la libertà vigilata (5.223 in carico) e le sanzioni di comunità (10.779) che comprendono i lavori di pubblica utilità per violazioni della legge sugli stupefacenti o per violazioni al Codice della strada. In Italia alla stessa data sono infine risultati 27.019 i casi di messa alla prova, istituto giuridico che prevede la sospensione del processo penale per reati minori offrendo all’imputato un percorso di riabilitazione. Nei complessivi dieci mesi, invece, sono stati ben 226.074 coloro che sono stati interessati da misure alternative, l’88,9% di sesso maschile. Sempre a livello percentuale, il 78,9% dei beneficiari di tali misure risulta di nazionalità italiana mentre fra gli stranieri a prevalere sono i cittadini di nazionalità africana (37,1%) seguiti da quelli di altri Paesi europei (23,2%). La fascia di età prevalentemente interessata è quella compresa tra i 40 e i 49 anni. Gli Uepe, appunto organi del Ministero di Giustizia, hanno anche l’imprescindibile compito di svolgere indagini socio-familiari verificando le condizioni per la messa alla prova e fornendo consulenze alla magistratura di sorveglianza, proprio sull’eventuale applicazione di misure alternative alla detenzione in carcere. Gli operatori professionali valutano dunque le singole situazioni delle persone, redigono programmi trattamentali (comprese assistenza post-penitenziaria e familiare), monitorando passo dopo passo il reinserimento sociale. Un ruolo dunque delicato e allo stesso tempo importantissimo. In tutta Italia gli incarichi di questo tipo seguiti dagli Uepe nei primi dieci mesi del 2025 sono stati 149.904 e a Cremona sono stati 912, di cui 516 misure e 396 indagini o consulenze. Giovani e violenza, la repressione è controproducente. Cosa servirebbe davvero di Francesco Ramella* Il Domani, 24 gennaio 2026 Dopo l’accoltellamento dello studente di La Spezia si torna a parlare di generazione delle lame e si invocano risposte dure. Si tratta di una narrazione semplice e rassicurante, ma profondamente fuorviante. I dati dicono che non c’è nessuna emergenza sulla violenza giovanile. Il problema tuttavia esiste e non va sottovalutato. Ma va affrontato con politiche adeguate. L’accoltellamento il 16 gennaio di Youssef Abanoub, studente diciottenne, da parte di un suo coetaneo all’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia ha riattivato quasi automaticamente un copione già visto. Da un lato il dibattito sul “disagio giovanile” e la cosiddetta generazione delle lame; dall’altro una reazione politica e mediatica che legge questi episodi come la prova di una deriva delle nuove generazioni e della necessità di risposte più dure e repressive. Si tratta di una narrazione semplice e rassicurante, ma profondamente fuorviante. Nei giorni successivi all’episodio abbiamo infatti assistito a una classica reazione di panico morale: una risposta collettiva amplificata, fatta di paura e indignazione pubblica, che si innesca quando un fenomeno viene percepito - soprattutto dallo sguardo degli adulti - come una minaccia grave all’ordine sociale. In questo caso, la diffusione dell’uso dei coltelli tra i giovani e l’aumento percepito della violenza producono una stigmatizzazione sproporzionata dei giovani “a disagio” e dei giovani migranti e alimentano richieste di maggiore controllo sociale. Ma cosa ci dicono - davvero - i dati sulla violenza giovanile in Italia? Il quadro è molto meno allarmante di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Consultando il database del Global Burden of Disease Study 2023 dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, emerge che i decessi legati alla violenza interpersonale tra i giovani italiani sono nettamente inferiori alla media dei paesi comparabili. Tra i 15 e i 19 anni si registrano 0,23 decessi ogni 100 mila giovani, contro una media Ue di 0,46. Anche nelle fasce di età successive i numeri restano contenuti, attestandosi su livelli molto inferiori a quelli delle economie avanzate. Per avere un termine di paragone, negli Stati Uniti - il paese delle armi libere “per autodifesa” e dei metal detector nelle scuole - si arriva a 12,5 decessi ogni 100 mila giovani. Anche i dati del Ministero dell’Interno sulla criminalità minorile non mostrano un’esplosione nel lungo periodo: nel 2023 le segnalazioni sono state inferiori ai livelli di picco registrati nel 2015. È vero che nel periodo post-pandemico si osserva un aumento di alcuni fenomeni, in particolare delle lesioni dolose, ma parlare di emergenza strutturale è improprio. Questo non vuol dire sottovalutare il problema. Al contrario, significa affrontarlo con strumenti adeguati. La ricerca internazionale e i rapporti della Organizzazione mondiale della sanità mostrano che la violenza giovanile è il risultato di fattori di rischio che operano su più livelli: individuale (comportamenti aggressivi, fragilità psicologiche, uso di sostanze), familiare e relazionale (scarsa supervisione, pratiche educative incoerenti, contesti sociali a rischio), comunitario (criminalità di quartiere, disuguaglianze economiche, povertà concentrata). I programmi di prevenzione più efficaci sono quelli che intervengono su questi fattori, riducendoli o attenuandone gli effetti. Le evidenze empiriche sono chiare: gli interventi fondati sulla prevenzione sociale, sull’educazione e sul rafforzamento dei contesti di vita dei giovani producono risultati migliori e più duraturi rispetto alle risposte esclusivamente repressive, che intervengono quando i comportamenti violenti sono già emersi e spesso con effetti limitati o controproducenti. Nel dibattito italiano, però, questa evidenza continua a essere marginalizzata. Negli ultimi anni, la destra ha sistematicamente cavalcato i temi della supposta devianza giovanile - dai rave ai coltelli fino alla violenza politica. Mostrando una forte diffidenza verso il lavoro educativo e sociale, la destra appare priva degli strumenti culturali per affrontare fenomeni complessi come quello di La Spezia, che diventano così l’occasione per rilanciare misure di controllo e repressione. Decisioni che producono consenso immediato, ma non soluzioni. Anzi, questo approccio alimenta un circolo vizioso: rafforza nei giovani la percezione di istituzioni lontane, punitive e incapaci di ascolto, indebolisce il legame sociale e riduce gli spazi di mediazione e prevenzione. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe. Se vogliamo davvero ridurre la violenza, occorre cambiare punto di vista. Uscire dalla retorica emergenziale, smettere di parlare dei giovani solo quando fanno paura. La sicurezza non si costruisce soltanto con la repressione, ma soprattutto con politiche per i giovani, capaci di dare senso, protezione e futuro alle nuove generazioni. Continuare a ignorarlo è miope. E colpevole. *Sociologo Cosa significa “educare” se si vuole prevenire il disagio nei giovani di Vanna Iori Avvenire, 24 gennaio 2026 Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute. Abbiamo bisogno di recuperare una genitorialità diffusa. Nell’emergenza emotiva che si manifesta nei comportamenti adolescenziali e giovanili ci sono criticità sociali, relazionali, gesti di aggressività e di violenza riportati quotidianamente dalla cronaca. Siamo di fronte a una ferita collettiva, che interroga profondamente il mondo adulto. L’aggressività che esplode tra adolescenti non nasce nel vuoto. Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute che si traducono in gesti estremi, come quelli più recenti. È spesso un linguaggio disperato, quando le parole non sono state ascoltate, insegnate, accompagnate, quando le emozioni non hanno trovato tregua, quando la rabbia è rimasta senza argini. Molti dati presenti nelle ricerche sugli adolescenti (come quelle dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo), indicano vissuti di rabbia, depressione, paure, insicurezze, ma sono indicati anche molti sentimenti e gesti positivi, empatia, solidarietà, speranza che arricchiscono i vissuti giovanili. Le cronache e i media però parlano raramente delle positività. E certamente l’urgenza di intervenire e indicare quali azioni dobbiamo mettere in campo per prevenire il malessere e i conseguenti comportamenti ha bisogno di risposte efficaci nei nostri gesti, nelle parole, nelle azioni da attivare come singoli e come comunità. Famiglia e scuola sono i luoghi prioritari in cui trasmettere protezione, ascolto, progettualità per il futuro. Ma servono investimenti, non slogan. Occorre una visione che metta al centro il diritto di crescere con fiducia, cioè investire in risorse stabili per la scuola e i servizi educativi, progetti di contrasto alla povertà educativa, centri di aggregazione, competenze educative efficaci. La sicurezza si costruisce con comunità educanti che si prendono cura: non basta aumentare repressione, sanzioni, divieti, controlli. Se mancano azioni di prevenzione e cura educativa fin dalla prima infanzia, non si fa che spostare il problema più avanti, rendendolo più grave, perché quando si manifestano i comportamenti che ci sconvolgono, è tardi! Ed è molto più difficile intervenire e recuperare le problematiche. Il passo basilare è costruire gli alfabeti dei sentimenti, insegnare le parole per dire ciò che si prova e cogliere il nesso con il comportamento che ne deriva. Occorre poi incrementare la genitorialità diffusa, la comunità, la condivisione. Perché nelle famiglie, divenute sempre più piccole per la denatalità, è cresciuta l’insicurezza: i genitori misurano la loro “riuscita” dalla riuscita dei figli e queste elevate aspettative affossano la serenità nei figli, nelle relazioni con altre famiglie e con la scuola, servizi sociali, associazioni. Famiglie e scuole devono essere spazi in cui si possa parlare, luoghi in cui gli adulti siano presenze significative e affidabili nell’educazione affettiva, relazionale, civile: non solo controllori ma interlocutori capaci di offrire tempo, ascolto, racconti, empatia, solidarietà, amicizia, gesti dove il prendersi cura prevale. Oltre alla scuola e alla famiglia c’è poi il mondo informatico. Non possiamo certo ignorare l’importanza di educare ad un uso corretto, nei modi e nei tempi, degli strumenti della rete, affinché il web non si insinui nei vissuti e la realtà virtuale non condizioni la vita reale, sospingendo i giovani verso la violenza e verso una dipendenza che allontana dalle relazioni autentiche. Tra gli altri ambiti importanti su versante educativo e preventivo vi è l’accesso a opportunità di umanizzazione attraverso sport, cultura, socialità, apertura. Lo sport è occasione educativa se insegna a fare squadra (non tifoserie), a costruire rispetto reciproco, a fallire e ritentare E così il gioco, che non è una perdita di tempo, ma è pensare, è scoperta di sé, è condividere. Investire precocemente sull’educazione emotiva può avvalersi dunque di molte realtà, ruoli, persone per accompagnare relazioni positive di solidarietà e amicizia. Perché ogni volta che la violenza entra in una scuola, è un’intera comunità adulta che viene coinvolta nella responsabilità di fermare la brutalità o l’indifferenza e per non perdere la capacità di costruire la comunicazione “vera” della comunità educante. Venezuela. “In carcere ci sono ancora mille prigionieri politici. Duecento i desaparecidos” di Estefano Tamburrini Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026 L’allarme delle ong. I parenti di chi è rimasto dietro le sbarre si sono accampati dinanzi a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. Secondo la Farnesina, sono 24 gli italiani in attesa di rilascio. I conti non tornano: la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato la scarcerazione di 406 prigionieri politici ma Ong come Foro Penal e altre fonti indipendenti registrano appena 167 scarcerazioni nel corso del 2026, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Il rilascio più recente: Rafael Tudares, genero dell’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia. “È stata una lotta dura, lunga più di un anno”, dice la moglie, Mariana González, chiedendo “piena libertà” per suo marito. Tudares è quindi scarcerato, ma non libero: deve “astenersi di rilasciare dichiarazioni sui media o commenti sui Social”, si legge nell’ordine di scarcerazione. Era sicuramente il caso di Alberto Trentini, che è stato comunque messo a rischio con il video inviato dalla Farnesina al Tg1. Le persone scarcerate in Venezuela sono costrette a tacere. Caracas non ha reso noto alcun elenco che attesti le scarcerazioni, le Ong invece sì. Nel frattempo spuntano nuovi nomi di detenuti: ne rimanevano 777, secondo stime ufficiali, ma in realtà sono oltre un migliaio. L’elenco aggiornato è stato presentato al segretario di Stato Usa Marco Rubio, incaricato di gestire le scarcerazioni a Caracas, dal Casla Institute. “Dopo l’avvio delle scarcerazioni abbiamo ricevuto trecento nuove segnalazioni: ne abbiamo confermato cento. Molte famiglie non hanno denunciato la prigionia dei loro cari per paura e perché minacciate dalle autorità e dalle guardie”, assicura l’avvocato Alfredo Romero, fondatore di Foro Penal. Tra i casi rimasti nell’ombra, quello degli sposi Patrick Zamora, 42 anni, e María Dalis, 50 anni, portati via senza mandato di cattura e lontani da un giusto processo. “Mi era stato detto che denunciare la loro prigionia avrebbe complicato le cose”, ammette la loro figlia, Julianny Flores, 25 anni, che ha scelto di rompere il silenzio. Ma potrebbe essere tardi. I riflettori sono già altrove, come anche l’attenzione dell’amministrazione Usa, indirizzata alla Groenlandia. “Ne hanno liberati molti. Usciranno praticamente tutti”, ha assicurato Donald Trump, interpellato a dal giornalista spagnolo David Alandete. Il dossier è stato portato anche presso l’Organizzazione degli Stati americani, dove l’ambasciatore Usa, Leandro Rizzuto, ha chiesto “il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri ingiustamente trattenuti”, confermando la stima di “circa mille persone” ancora in cella. Non è chiaro il numero degli italiani in cella, che secondo la Farnesina sono 24, tra cui Daniel Echenagucia, che rischia l’oblio a El Rodeo I. Ma in verità i prigionieri politici sono passati in secondo piano: l’attenzione Usa è tutta concentrata sui giacimenti di petrolio e sulla riforma della “Ley organica de Hidrocarburos”, approvata giovedì sera dall’Assemblea nazionale. Preoccupano anche le sorti dei desaparecidos: 201 prigionieri di cui si sono perse le tracce. Tra questi c’è l’italo-venezuelano 60enne Hugo Marino i cui familiari chiedono “verità e giustizia”. È sparito da quasi sei anni, nell’aprile 2019, dopo essere stato arrestato dagli agenti del Controspionaggio militare all’aeroporto di Maiquetía. “Da allora nessuna notizia: noi però abbiamo diritto a sapere dov’è finito, se è vivo o morto. Ma nessuno ci aiuta, men che meno l’Italia”, spiega la mamma, Beatriz Marino. I familiari restano vigili, davanti alle carceri, in una vigilia lunga quindici giorni, retta a suon di caffè e sigarette. Pregano, protestano e dormono davanti a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. “Qui non c’è nessuno”, dicono i carcerieri alle madri che chiedono conto dei loro figli. Resta grave la situazione presso il Centro detentivo di Boleíta, zona 7 della Polizia nazionale bolivariana, dove Trentini è stato recluso nei primi giorni. “Non ci lasciano portare del cibo, né vestiti, né medicine. Ci dicono che non è qui. Viviamo in angoscia”, racconta Yaxzodara Lozada, moglie di Joel Bravo, funzionario di Pnb, ex-funzionario di polizia, detenuto mentre si recava a lavoro. Nell’attesa sono già morti due prigionieri, sotto custodia: Edison Torres, ex-poliziotto, 52enne, deceduto il 12 gennaio, e José Gregorio Hernández Polo, 59 anni, colpito da un infarto pochi giorni fa. “Dopo la morte di Hernández non abbiamo più dormito, immaginando le condizioni detentive di chi rimane lì dentro”. I familiari pernottano in tenda, sotto lo sguardo vigile degli agenti, in tenuta antisommossa. Sulle loro divise la bandiera del decreto di “Guerra a muerte”, siglato da Simón Bolivar (1813). Avvistate anche nuove camere di videosorveglianza, che puntano dritto nelle tende: “Cosa altro vogliono, sorvegliarci mentre facciamo le nostre necessità?”, si chiede una delle madri. Li accompagnano attivisti sociali, sindacalisti e studenti, che scendono in piazza insieme a loro. È dall’estate 2024 che nessuno manifestava più. “Loro ci hanno tolto tutto, persino la paura”, è ora lo slogan del Comité para la libertad de los presos políticos.