I numeri del Pacchetto sicurezza: la paura in percentuale di Vittorio Pelligra Avvenire, 23 gennaio 2026 Gli “instant poll” che hanno velocemente iniziato a circolare vengono rilanciati come fossero evidenze empiriche solide. Ma non è così. Non si tratta di negare l’esistenza di problemi reali nelle scuole o di minimizzare episodi gravi: si tratta di evitare che l’emotività sostituisca l’analisi. Nel dibattito che accompagna il nuovo “Pacchetto sicurezza” che il governo si appresta a portare in Parlamento a fare da sfondo alle misure annunciate, metal detector, controlli rafforzati, sorveglianza, c’è un coro di numeri che pretendono di parlare a nome dei cittadini, degli studenti, dei giovani. Percentuali precise, titoli efficaci e conclusioni nette. Peccato che, molto spesso, dell’origine di questi numeri non si sappia quasi nulla. I cosiddetti instant poll che hanno velocemente iniziato a circolare in questi giorni vengono rilanciati da diverse agenzie di stampa e quotidiani nazionali come se fossero evidenze empiriche solide. Ma basta scavare appena sotto la superficie per scoprire che non c’è nessuna scheda metodologica pubblica, i campioni sono indefiniti, i periodi di rilevazione vaghi e domande poste ai campioni, non meglio identificati, non sono dichiarate. Non si tratta di sondaggi nel senso proprio del termine, ma di rilevazioni opache che presto si trasformano in propaganda politica. Un sondaggio non è mai un risultato isolato. È un processo che richiede trasparenza, perché senza informazioni su come i dati sono stati raccolti non è possibile valutarne la solidità e quindi il significato. Quando questi elementi mancano, il dato non informa, semplicemente persuade. E la persuasione, soprattutto quando si parla di sicurezza, non è neutrale. La sicurezza è un tema ad alta intensità emotiva, in cui la paura precede spesso la riflessione e l’urgenza prende il posto del giudizio. Qui si innesta una responsabilità che non riguarda solo chi produce questi dati, ma anche chi li rilancia. Il giornalismo, quando rinuncia a chiedere conto delle fonti e delle metodologie, abdica alla propria funzione critica. Diventa un amplificatore di narrazioni già pronte. Si passa dal raccontare i fatti al costruire l’emergenza. Il rischio è evidente. Numeri non verificabili vengono usati per suggerire che “la maggioranza chiede più controllo”, che “gli studenti vogliono misure drastiche”, che “la società è pronta a rinunciare a qualcosa in nome della sicurezza”. Ma una democrazia matura non può permettersi di fondare scelte strutturali su dati che non possono essere controllati. Non possiamo permetterci di utilizzare la statistica come un dispositivo retorico, utile a legittimare decisioni già prese. In questo senso, il pacchetto sicurezza non è solo un insieme di norme: è un test sul rapporto tra politica, informazione e paura. Quando la politica utilizza numeri fragili per rafforzare il proprio impianto narrativo, e l’informazione rinuncia a verificarli, si crea una convergenza pericolosa. La cronaca diventa paura, la paura diventa bisogno, l’urgenza diventa giustificazione e il consenso viene anticipato anziché costruito attraverso un confronto pubblico realmente informato. Non si tratta di negare l’esistenza di problemi reali nelle scuole o di minimizzare episodi gravi. Si tratta di evitare che l’emotività sostituisca l’analisi e che dati sbagliati giustifichino scelte ideologiche. La sicurezza, se non è accompagnata da trasparenza e responsabilità nell’uso delle evidenze, rischia di trasformarsi in una scorciatoia politica. E i numeri, anziché illuminare il dibattito, finiscono per svolgere una funzione diversa: non spiegare ciò che accade, ma rendere accettabile ciò che si vuole fare, a prescindere. È qui che anche il giornalismo è chiamato a scegliere da che parte stare. Dalla parte della verifica o da quella dei clic. Stretta sulla devianza minorile: lo Stato ha il dovere di agire, lo dico da magistrato di Giuseppe Spadaro Il Dubbio, 23 gennaio 2026 Il disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle Forze di polizia si inserisce in una fase storica in cui il tema della sicurezza non può più essere relegato a una dimensione emergenziale o retorica, ma si impone come questione strutturale di tenuta del patto sociale. I numerosi episodi di violenza urbana, rapine, aggressioni e danneggiamenti, e da ultimo, ahimè, anche di omicidio - spesso commessi da gruppi di giovanissimi, talvolta armati di coltelli o altri strumenti atti ad offendere - hanno inciso profondamente sulla percezione collettiva di sicurezza e sulla fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di presidiare il territorio. Da un punto di vista costituzionale, la sicurezza non è un valore antagonista alle libertà fondamentali, ma ne costituisce una condizione di esercizio. L’articolo 2 della Costituzione tutela i diritti inviolabili dell’uomo, ma presuppone un contesto di convivenza ordinata; l’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona, tra i quali rientra certamente la paura diffusa e l’insicurezza quotidiana; l’articolo 16 garantisce la libertà di circolazione, ma “salvo limitazioni di legge per motivi di sanità o sicurezza”. È in questo spazio di bilanciamento che si colloca l’intervento legislativo che si vuole commentare. Il provvedimento, nel suo complesso, mira a rafforzare il controllo pubblico del territorio, a rendere più incisiva la prevenzione e a colmare quelle zone grigie in cui la risposta ordinamentale era divenuta inefficace o simbolica. La reintroduzione della procedibilità d’ufficio per taluni furti aggravati, l’inasprimento delle pene per il furto in abitazione, l’estensione dell’arresto in flagranza differita, il rafforzamento dei divieti di accesso alle aree urbane e le nuove fattispecie di reato legate alla fuga all’alt delle Forze di polizia rispondono a un’esigenza chiara: ristabilire la certezza della risposta dello Stato di fronte a condotte che, se tollerate o minimizzate, finiscono per normalizzare l’illegalità. Certo taluni potrebbero parlare, a fronte di tali misure di retorica securitaria, tuttavia ritengo invece che si possa parlare di un effetto deterrente, laddove la reintroduzione della procedibilità d’ufficio permette l’azione penale anche in mancanza dell’assenso della persona offesa. In questa prospettiva, il ddl non sembra muoversi esclusivamente lungo una linea repressiva, ma tenta di ricostruire un ecosistema di sicurezza, in cui prevenzione, deterrenza e intervento tempestivo concorrono a evitare l’escalation della violenza. La sicurezza, così intesa, diviene uno strumento di coesione sociale e non di contrapposizione. Criminalità minorile e mutamento del paradigma. È tuttavia nel campo della criminalità minorile, campo che, ovviamente, ritengo di maggiore mia competenza, che il ddl assume un rilievo particolare e, per certi versi, innovativo. I fatti di cronaca degli ultimi tempi - aggressioni con coltelli tra adolescenti, rapine di gruppo ai danni di coetanei o adulti, risse violente in stazioni, centri commerciali e contesti scolastici - mostrano come una parte della devianza giovanile abbia perso il carattere episodico e impulsivo per assumere forme più strutturate, emulative e identitarie. Dal punto di vista psicologico, tali comportamenti sono spesso alimentati da dinamiche di gruppo, dalla ricerca di riconoscimento, dalla desensibilizzazione alla violenza e da un senso di impunità percepita. Quando il confine tra lecito e illecito si fa labile e la reazione istituzionale appare tardiva o inefficace, il comportamento antisociale tende a rafforzarsi, divenendo parte dell’identità del minore. È su questo terreno che il legislatore sceglie di intervenire anticipando la soglia di attenzione e rafforzando gli strumenti di prevenzione. L’ammonimento del Questore e l’intervento precoce. L’ampliamento dell’ammonimento del Questore ai minori tra i 12 e i 14 anni, anche per reati quali lesioni, rissa, violenza privata e minaccia commessi con armi o strumenti atti ad offendere, rappresenta un tentativo di interrompere precocemente la traiettoria deviante, una sorta di “tappa di riflessione per il minore”, un limite che, se valicato, apre le porte del circuito penale. L’ammonimento, infatti, pur non essendo una sanzione penale, ha un forte valore simbolico e psicologico: segnala al minore che il comportamento è osservato, qualificato come grave e non tollerato. Dal punto di vista giuridico, si tratta di uno strumento amministrativo che anticipa l’intervento dello Stato senza ricorrere immediatamente alla giurisdizione penale; sul piano psicologico ciò può costituire un momento di rottura rispetto alla spirale di emulazione e di appartenenza al gruppo deviante. Il rischio, tuttavia, è che tale strumento venga utilizzato in modo automatico, senza un reale accompagnamento educativo, ed è questa la vera sfida: intervenire con tale provvedimento nell’immediato, come pars destruens, al quale tuttavia andrebbe aggiunta una pars costruens, che sarebbe rappresentata dall’azione sul piano educativo. La responsabilizzazione della famiglia. La previsione di sanzioni amministrative a carico dei soggetti esercenti la responsabilità genitoriale segna un passaggio culturalmente significativo, una sorta di quantificazione edittale della “culpa in educando”. Il legislatore riconosce che la devianza minorile non è mai un fenomeno isolato, ma si inscrive in un contesto relazionale e familiare. La sanzione non mira tanto a punire, quanto a riattivare il ruolo educativo della famiglia, spesso indebolito o delegato integralmente ad altre istituzioni, in primis la scuola, la quale sta facendo ciò che può con i limiti e le risorse che ha. Sotto il profilo critico, resta il rischio di colpire famiglie già fragili o marginalizzate; tuttavia, il messaggio sotteso è chiaro: la prevenzione della violenza giovanile è una responsabilità condivisa, non delegabile esclusivamente alle istituzioni. Coltelli, armi improprie e superamento della soglia di tolleranza. Uno dei punti più rilevanti del disegno di legge è il superamento della natura contravvenzionale del porto di coltelli e strumenti atti ad offendere. Gli episodi di cronaca mostrano come il coltello sia divenuto, per molti adolescenti, un oggetto di uso quasi ordinario, caricato di un valore simbolico di potere e controllo. Consentire l’arresto facoltativo - mai obbligatorio, va ribadito, nel contesto minorile - in flagranza, e l’applicazione di misure cautelari anche nei confronti dei minorenni, risponde all’esigenza di segnare un confine netto. Sul piano psicologico, la percezione di una risposta immediata e concreta può avere un effetto deterrente maggiore rispetto a sanzioni lontane nel tempo e poco comprensibili per il minore. Prevenzione primaria: il divieto di vendita ai minori. Sono poi pienamente d’accordo con il divieto di vendita ai minorenni di strumenti da punta e taglio, anche attraverso piattaforme online. Tale provvedimento interviene sulla fase antecedente alla condotta illecita e mira a prevenirla. È una misura di prevenzione primaria che riconosce come l’accessibilità agli strumenti di offesa sia un fattore decisivo nell’escalation della violenza giovanile. Rimane la difficoltà di effettiva realizzazione pratica di tale misura, tenendo comunque presente che un coltello da cucina si trova in ogni casa. Valutazione conclusiva. Ritengo quindi che, nel loro complesso, le misure contenute nel presente disegno di legge delineino un cambio di passo nella gestione della sicurezza sociale e, in particolare, della criminalità minorile. Pur presentando profili di criticità - soprattutto in relazione al rischio di compressione delle garanzie e di stigmatizzazione dei minori e nella realizzazione pratica di alcuni provvedimenti previsti - l’impianto appare sostanzialmente orientato alla tutela del patto sociale cristallizzato nella nostra Costituzione. In un contesto in cui l’insicurezza rischia di alimentare la sfiducia nelle istituzioni e la tentazione dell’autotutela, il rafforzamento del presidio pubblico del territorio e l’intervento precoce sulle condotte devianti possono rappresentare non una deriva securitaria, ma un atto di responsabilità dello Stato oramai non più rinviabile. La condizione essenziale resta quella di un’applicazione proporzionata, integrata con politiche educative e sociali di rete, affinché la sicurezza non diventi repressione cieca, ma strumento di coesione e di futuro. Risse e coltelli: “Vi spiego la violenza dei nostri ragazzi” di Giovanna Sciacchitano Avvenire, 23 gennaio 2026 Parla lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini: dilaga un senso di non inclusione sociale, soprattutto nelle famiglie di seconda o terza generazione. Il resto lo fanno droga e povertà. Ecco cosa servirebbe per invertire la rotta. Genitori e cittadini, siamo tutti preoccupati per il fenomeno della violenza giovanile di gruppo. Secondo l’ultimo rapporto Espad (Cnr), circa il 40% degli studenti fra i 15 e i 19 anni ha partecipato a risse. Pressappoco un milione di ragazzi. Nello specifico quasi la metà degli studenti e un terzo delle studentesse hanno partecipato a zuffe nell’ultimo anno. Quasi un quinto dei ragazzi ha partecipato a risse fra gruppi, mentre tra le ragazze la percentuale è decisamente inferiore (7,2%). Comportamenti e atteggiamenti allarmanti. Il nuovo anno si è aperto con un ultrasedicenne accusato, nel modenese, insieme ad altri coetanei, di reiterate aggressioni, estorsioni e minacce armate ai danni di un altro minorenne. A Milano un ragazzo è stato accoltellato al volto. Ricordiamo tutti il pestaggio feroce, sempre nel capoluogo lombardo, in cui uno studente ventiduenne della Bocconi è stato ridotto in fin di vita. E in ultimo il dramma dell’accoltellamento nella scuola di La Spezia, con la morte del giovanissimo Aba. Tutti questi episodi impongono una riflessione. Riflessione che abbiamo fatto con Alfio Maggiolini, psicoterapeuta e socio dell’Istituto Minotauro. Da tempo lavora con i Servizi della Giustizia minorile della Lombardia e ha insegnato psicologia dell’adolescenza e del ciclo di vita presso l’Università di Milano Bicocca. Maggiolini è curatore del libro “Non solo baby gang” (182 pp. Franco Angeli, 24 euro), frutto di un’indagine svolta per il Comune di Milano che ha analizzato i comportamenti trasgressivi degli adolescenti. Ecco cosa gli abbiamo chiesto. Questo tipo di aggressioni che hanno scioccato l’opinione pubblica sono, come sembrerebbe, in aumento? Già dopo la pandemia abbiamo avuto qualche segnale riguardo all’aumento di alcuni reati di strada, cioè aggressioni, risse o rapine in pubblica via. Questo dato si inserisce, però, in un quadro generale in cui i reati minorili non sono particolarmente in aumento. Bisogna dire, poi, che i comportamenti violenti di gruppo ci sono sempre stati. Nel dopoguerra a Milano c’era la ligera (ragazzi che andavano in giro con i coltelli), nell’Ottocento esisteva la compagnia della teppa, che erano poi bande giovanili. In ogni epoca, è esistita la violenza, che può assumere diverse forme a seconda del contesto socio-economico. Chi sono i ragazzi che vengono coinvolti in questi episodi di violenza? Sono ragazzi di ogni genere. Statisticamente sono un po’ di più i ragazzi di “seconda generazione” e i minori stranieri non accompagnati. La variabile di fondo, al di là degli aspetti psicologici, è un senso di non inclusione sociale e le difficoltà economiche da parte dei ragazzi e delle loro famiglie. Questa è la base a cui si aggiunge in alcuni casi anche una componente patologica. Come nascono le risse? Ci possono essere risse che sono sostanzialmente spintoni o scambi verbali, fino a situazioni che diventano molto più violente. La tipologia dei ragazzi coinvolti può essere diversa. In alcuni casi i problemi nascono da rivalità banali, magari fra un gruppo e un altro di persone che si conoscono, per un’offesa che degenera in un confronto violento. A volte alla pari a volte no. Spesso è addirittura difficile riconoscere vittime e aggressori. In altre situazioni ci sono gruppi che prendono di mira persone sconosciute, con comportamenti molto più violenti. C’è una grande diversità di forme di livello di violenza e anche di persone coinvolte. Quando la violenza è molto grave è più probabile che ci siano anche componenti psicopatologiche in qualcuno dei membri. A volte basta che siano presenti anche solo in una persona. Come si spiegano i livelli di ferocia e di disumanità? Sono tante le situazioni disumane che purtroppo accadono. Quando capita agli adolescenti è più facile che si facciano generalizzazioni, ma non si dovrebbero fare. Che ruolo ha l’abuso di sostanze? Non è la causa delle manifestazioni di violenza, ma certamente disinibisce il livello di violenza. È come se il gruppo si esaltasse più facilmente quando c’è abuso di sostanze. Anche solo l’alcol può avere un effetto di disinibizione rilevante di certe emozioni. Queste aggressioni hanno come protagonisti quasi sempre ragazzi, c’è anche una violenza femminile? Sono soprattutto fenomeni maschili. Statisticamente il confronto fra gruppi, l’esibizione di forza, le minacce, l’antagonismo ostile sono prevalentemente comportamenti maschili. Ci sono anche situazioni femminili, ma sono molto rare. Più spesso le ragazze esprimono queste dinamiche verbalmente. Il livello di violenza è molto più basso e poco fisico, molto meno visibile e preoccupante socialmente. Inoltre, le ragazze sono più spesso violente con persone conosciute. Mentre i maschi possono essere violenti anche verso chi non conoscono. Le famiglie cosa possono fare quando ci sono? Capita spesso che i ragazzi che hanno questi comportamenti si trovino in situazioni familiari difficili dal punto di vista sociale o economico. O dal punto di vista psicologico. Ci possono essere ragazzi con una componente psicotica che emerge attraverso questi comportamenti. Molto spesso sono difficoltà che diventano evidenti nel corso dell’adolescenza, che di per sé è già un fattore di turbolenza. Se i genitori si accorgono di qualche difficoltà alle scuole medie possono o “aggiustare il tiro” nel proprio stile educativo oppure chiedere aiuto per capire come fare. Molto spesso i ragazzi coinvolti in queste situazioni hanno già avuto manifestazioni di problemi di qualche tipo negli anni precedenti, come problemi scolastici o comportamentali. A volte questi adolescenti sono già stati segnalati ai servizi territoriali, quindi sono stati presi in carico. Purtroppo queste prese in carico rischiano di frequente di non essere efficaci perché si tratta di situazioni che richiedono una visione complessa che riguarda la diagnosi del ragazzo, ma anche la valutazione del contesto familiare e sociale. Non sempre si ha uno sguardo così articolato e gli interventi, per tante ragioni, possono risultare un po’ dispersivi. In che modo può intervenire la scuola? La scuola può intervenire in diversi modi: alla base spesso ci sono dinamiche di gruppo, che nascono proprio in questo contesto. In generale la scuola li affronta attraverso provvedimenti disciplinari, come note, sospensioni o segnalazioni. Tuttavia questi interventi non incidono, anche se possono contenere un po’. Addirittura qualche volta finiscono per essere un fattore di rischio. Così, un ragazzo sospeso può finire per non frequentare più e sappiamo che la dispersione scolastica è un fattore di rischio per l’aggregazione di strada. Abbiamo bisogno di una scuola che abbia come obiettivo l’inclusione sociale, favorire i più svantaggiati, obiettivo che in molte realtà si persegue. Però, questo sforzo dovrebbe essere potenziato e non può gravare solo sulle spalle degli insegnanti. Le scuole dovrebbero avere supporti psico-socio-educativi che integrino questo obiettivo nel funzionamento didattico. E dal punto di vista della normativa? Il recente “decreto Caivano” ha aumentato sostanzialmente le pene. L’aumento delle pene è, però, inutile in questa situazione e anche controproducente perché produce un sovraffollamento delle carceri minorili con altri problemi, come il contagio all’interno delle carceri. Invece, più che l’inasprimento delle pene occorre tempestività. Cioè la risposta immediata del Tribunale. Cosa che accade per i reati più gravi, ma meno per i reati più lievi. A volte questi reati vengono messi in secondo piano. Anche i reati compiuti da minori di 14 anni richiedono risposte tempestive. Se si interviene un anno dopo c’è troppa distanza fra il problema che l’ha generato e la risposta. Occorrono interventi psico-socio-educativi in situazioni relativamente lievi che vanno presi come segnali di prime difficoltà. Intervenire solo sui reati gravi rischia di far perdere questi segnali di allarme. Bisogna poi capire bene quale sia il problema da cui è scaturita la violenza. La causa può essere, come abbiamo visto, un problema mentale, un disagio socio-economico e in altri casi la mancanza di integrazione culturale. Se non si capisce qual è il problema è difficile intervenire in maniera efficace. Come Minotauro come lavorate? Lavoriamo con un’équipe da molti anni con la giustizia minorile e vediamo ragazzi fra i 14 e i 18 anni sottoposti a procedimenti penali anche gravi. Facciamo valutazioni e interventi in collaborazione con i servizi della giustizia minorile e con il Tribunale. In sintonia con la logica del codice di procedura penale minorile italiano effettuiamo soprattutto interventi di supporto alla messa alla prova. Si tratta di lavori psicologici sociali e educativi. Lavoriamo per costruire progetti di riparazione sociale e di sviluppo coinvolgendo sia il minore, sia la famiglia. Possiamo dire che la messa alla prova in Italia si conclude nell’80% dei casi positivamente. Inoltre, abbiamo un’attività di ricerca. In base a quanto registrato dal vostro osservatorio, cosa servirebbe per prevenire queste situazioni? Nei primi anni di vita dei bambini sarebbero necessari interventi di supporto alle famiglie per favorire la costruzione di legami di attaccamento positivo. Nell’età delle medie, invece, la costruzione di gruppi di intervento a favore dell’elaborazione delle dinamiche di gruppo che si manifestano a scuola e interventi psico-socio-educativi complessi rivolti anche alle famiglie. Il problema economico è un problema rilevante, quindi ci vogliono luoghi pubblici che favoriscano l’aggregazione di gruppo. Inoltre, per molti ragazzi è necessario un inserimento rapido nel mondo del lavoro. Bisogna favorire anche l’inserimento lavorativo per chi non ha voglia o non ha la possibilità di attendere percorsi di formazione più lunga. Inoltre, nei servizi territoriali occorre sostituire una logica di diagnosi e cura con una logica di intervento più sistemico, che sia di supporto sia al ragazzo e alla famiglia. Serve una tempestività dell’intervento di risposta dei segnali allarmanti che però vada nella direzione di un’interpretazione del disagio e di una risposta dei fattori di rischio che vengono individuati. Ancora, serve un maggior controllo del territorio. Questo non significa schedatura di tutti da parte delle forze dell’ordine, ma significa dare un senso di presenza anche con presidi territoriali, magari di tipo educativo. Infine, occorrono interventi pre-penali orientati alla messa alla prova. L’importante è che siano tempestivi anche per i reati di minore gravità. Il referendum sulla giustizia sarà un derby sul governo di Angelo Panebianco Corriere della Sera, 23 gennaio 2026 Tra principi liberali e scontri ideologici, il voto di marzo diventa un test politico. Più scontro che confronto. La campagna elettorale in vista del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati illustra bene l’abisso che separa la democrazia ideale e la democrazia reale. In una democrazia ideale alle prese con un referendum si confrontano pacatamente opinioni diverse che entrano nel merito della legge, ne discutono i dettagli, valutano le potenziali implicazioni delle norme. In una democrazia ideale i contendenti condividono un principio e un metodo: il principio consiste nel riconoscimento comune che nessuno è autorizzato a credersi il detentore della “verità”. Si confrontano opinioni e ciascuno ha il diritto di esplicitare, a sostegno della propria, argomenti che egli (legittimamente) ritiene più plausibili di quelli avanzati dai sostenitori dell’opinione opposta. Il metodo consiste nel discutere a partire da una base comune: la comune conoscenza dei contenuti della legge sottoposta a referendum. Come ognun vede, ciò che davvero accade, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi nulla. Insulti sanguinosi, processi alle intenzioni, disinformazione distribuita a piene mani sui contenuti della legge, gli oppositori trattati non da avversari che hanno un’opinione diversa dalla propria ma come nemici che è lecito aggredire verbalmente. Vogliamo dire che un referendum su un tema rilevante è un’ottima occasione per osservare certi esseri umani nel momento in cui riescono a tirare fuori il peggio di sé? Ovviamente, trattando di una questione così divisiva, è giusto che ciascuno esponga la propria opinione. Quella di chi scrive, illustrata periodicamente su questo giornale per oltre trent’anni, è che se si arrivasse davvero a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, questa sarebbe la prima, vera, riforma “liberale” della Costituzione varata nel 1948. Garantirebbe che il giudice sia sempre terzo, senza legami con l’avvocato dell’accusa e con quello della difesa. Garantirebbe quel gioco di “pesi e contrappesi” entro l’istituzione giudiziaria che è l’unico modo fin qui escogitato per tutelare i diritti della persona (soprattutto a fronte di quel “terribile diritto” che è il diritto penale). Per sovrappiù, la chiara distinzione fra giudici e pubblici ministeri consentirebbe al pubblico di aspettare il parere del giudice prima di abbracciare le tesi del pm. Renderebbe non più solo una grida manzoniana ma un principio vivo nella consapevolezza dei più la presunzione di non colpevolezza fino all’emissione della sentenza. Si considerino le obiezioni più serie. Ossia, lasciamo da parte bugie e scorrettezze varie (come quella secondo cui i fautori della separazione delle carriere sarebbero tutti piduisti o giù di lì). Senza dimenticare però che bugie e sciocchezze - come mostra tanto di ciò che circola sui social su qualunque argomento - sono in grado di fare presa sui più sprovveduti. Le obiezioni serie, dunque. Si riducono a due. La prima è che i passaggi da un ruolo all’altro (da giudice a pm e viceversa) sono ormai ridotti al lumicino. Talché, la separazione delle carriere sarebbe già di fatto operante. È un’obiezione solida solo in apparenza. Perché ciò che non è stato ancora spezzato è il legame corporativo fra gli occupanti dei due ruoli: essi sono tuttora rappresentati dalle stesse organizzazioni corporative (l’Associazione nazionale magistrati, le correnti organizzate). Se la legge supererà lo scoglio del referendum ciò non avrà più senso. È un fatto che se non si spezzano quei legami, un’autentica separazione non ci può essere. Ciò che è necessario è un disallineamento fra gli interessi corporativi dei giudici e quelli dei pm. Non c’è vera separazione se il giudice, pensando che potrebbe un giorno ritrovarsi il pm che ha di fronte dentro il Csm a decidere della sua carriera, non si sente del tutto libero, se così ritiene, di dargli torto. La seconda obiezione meritevole di attenzione è che, con la legge prevista, si rischia di lasciare i pm privi di vincoli, un corpo di superpoliziotti in grado di fare e disfare ciò che vogliono. A parte il fatto che, come dimostrano le vicende giudiziarie degli ultimi decenni, i suddetti superpoliziotti sono già tra noi da un bel pezzo, l’obiezione non appare comunque dirimente. Tutto è possibile naturalmente e, come si è detto, nessuno possiede la “verità”. Ma è lecito ritenere che i pm sarebbero comunque bilanciati dai giudici, vincolati per il fatto di avere il fiato dei giudici sul collo. La sua vitale necessità di mantenere la connessione corporativa fra giudici e pm spiega perché l’Associazione nazionale magistrati si batta come un leone per difendere l’unità delle carriere. Così come fanno le correnti organizzate. Quella connessione è sempre stata la base della loro potenza. Il che spiega, come ha denunciato Antonio Di Pietro (Corriere della Sera, 17 gennaio) le tante tesi infondate messe in circolazione. Come quella secondo cui ciò a cui puntano i fautori dei “sì” sarebbe il controllo politico dei pm. La realtà smentisce tale illazione. Nella legge non c’è nulla del genere. Per giunta, nella pratica delle democrazie occidentali la separazione è la regola ma ciò solo raramente si associa al controllo politico dei pm. Il paradosso è che quel controllo c’è invece nell’unica democrazia che condivide con l’Italia l’unità delle carriere (la Francia). L’Associazione nazionale magistrati, comunque, si dimostra ancora una volta molto brava nel chiamare a raccolta i tanti professionisti dell’”allarme democratico”, quelli che “aiuto, sta arrivando la tirannia”. Si sa, ci attende un derby in cui il voto decisivo, plausibilmente, sarà, non già quello di coloro che la pensano in un modo o nell’altro sulla separazione, ma quello di quanti sono a favore o contro il governo in carica: un referendum sul governo, insomma. Da qui l’accusa di “traditori” che esponenti della sinistra lanciano contro i tanti che, pur di sinistra, si sono pronunciati per il “sì”. La libertà individuale non è mai stata una vera priorità degli italiani. Presumibilmente, continuerà a non esserlo quale che sarà il risultato referendario. Magari, chissà?, le regole e le procedure che servono a tutelare la libertà dei singoli staranno più a cuore, o così si spera, alle generazioni successive. Perché Meloni e Schlein (per ora) non mettono la faccia sul referendum di Alessandro De Angelis La Stampa, 23 gennaio 2026 A sinistra la difficoltà di costruire un racconto. A destra i timori sulle conseguenze politiche. Finora si è parlato soprattutto della data (del referendum) e dei ricorsi. E poi di qualche polemica sui manifesti del no, ad opera del fronte del sì. Insomma, per ora, il clima non è da “madre di tutte le battaglie”. È anche vero che, ormai, non esistono più le campagne elettorali di una volta: tutto si concentra a ridosso della scadenza. Ma la ragione, di una campagna che non decolla, riguarda al momento l’assenza dei leader, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, per ragioni diverse. Per il centrodestra il come approcciarsi alla pugna è relativamente più semplice. Non tanto perché, sondaggi alla mano, è in vantaggio. Piuttosto perché la riforma in sé è una grande bandiera mobilitante per il suo popolo. Nessuno andrà a votare sul “sorteggio” del Csm, o su questo o quell’aspetto tecnico. Ma “contro i giudici”, spartito che tocca corde moderne, come l’insofferenza trumpiana ai controlli, e antiche: le toghe rosse, la “persecuzione giudiziaria”, le inchieste a “orologeria”. Insomma, si tratta di compiere l’ultimo miglio per realizzare, come è stato detto dal guardasigilli Carlo Nordio, il “sogno Berlusconi”. Peraltro in un paese dove, rispetto ai tempi di Berlusconi, la magistratura è più debole ed è stata investita da una crisi di credibilità (vai alla voce: scandalo Palamara). Insomma, il governo tiene la questione sul tema in oggetto - i giudici - e senza sovraesporre Giorgia Meloni. La premier sa bene che un’eventuale bocciatura della sua principale (e unica riforma) non sarebbe indolore e si tiene un passo indietro dalla campagna vera e propria. Evita cioè la “politicizzazione”, che trasformerebbe il referendum sui giudici in referendum sul governo, dando agli avversari il bersaglio unificante. La strategia però ha un’incognita. Quel popolo si mobilita per votare Giorgia, non il sorteggio del Csm. Senza la sua leader in campo, la capacità di portare la gente alle urne potrebbe risultare ridotta e indurla a un cambio di postura in corso d’opera. Che però, a quel punto, politicizzerebbe la tenzone. Le radici della difficoltà a sinistra, albergano proprio qui. Hanno a che fare con la ricerca di un “racconto”: come approcciarsi al referendum senza appiattirsi solo sulla difesa dei giudici, non proprio popolari neanche da quelle parti come dimostra anche la presenza di una “sinistra per il sì”, favorevole alla separazione delle carriere. I Cinque stelle questo problema di appiattimento non ce l’hanno. Per di più il canovaccio della campagna glielo ha fornito proprio Carlo Nordio, involontario testimonial del “no”, quando ha detto, testuale: “Questa riforma converrebbe anche al Pd, nel momento in cui andasse al governo”. Perfetto per denunciare una Casta che non vuole farsi giudicare. Messa così, è davvero una competizione populista: sei contro i giudici che impediscono a chiunque di governare o sei contro la politica che non vuole farsi processare? Comunque la giri, per la sinistra è una sconfitta: nel primo caso vince Giorgia Meloni, nel secondo la vittoria è di Conte e del cosiddetto “partito dei giudici”. Di qui, la cacofonia a sinistra. C’è chi, per uscire dalla tenaglia, ha ricominciato con la teoria dell’”allarme democratico”, cui il paese ha già dimostrato, nelle svariate volte in cui è stato ventilato, di essere assai poco sensibile. C’è chi prova invece a stare nel merito, ma le tesi sono contradditorie. Secondo alcuni con la riforma si crea uno “strapotere dei pm”, per altri si “vogliono mettere i pm sotto il controllo dell’esecutivo”, quindi ad essi si toglie potere. La sintesi è un po’ funambolica: se ne dà troppo oggi, quindi domani si interverrà per ridimensionarli. La via d’uscita, per mobilitare il proprio popolo, è solo una. Politicizzare contro il governo. Nessuno votò per la “preferenza unica”, ma contro Craxi e il pentapartito. Nessuno votò contro la riforma Renzi, ma per mandarlo a casa. E - c’è poco da fare - per portare alle urne quei dodici milioni che votarono al referendum sul jobs act (cioè quanto il centrodestra prese alle politiche) occorre mobilitare contro Giorgia Meloni. Ed ecco perché Elly Schlein finora è al minimo sindacale. Vale per lei quel che vale per Giorgia Meloni. La politicizzazione ha delle conseguenze. Se chiami alla spallata per tentare la vittoria e poi perdi, ti intesti la sconfitta. E questo è un colpo in relazione alle ambizioni di guidare il centrosinistra alle politiche tra pochi mesi, altro che primarie. La morale della favola è un paradosso (ma non troppo). Il paradosso di un appuntamento che vale, come conseguenze, quasi quanto le politiche. E, proprio per questo, induce le due principali leader a una cautela nell’esposizione (almeno per ora). Ddl stupri, il consenso non c’è più. La Lega dà il colpo di spugna di Eleonora Martini Il Manifesto, 23 gennaio 2026 “Un passo indietro” La relatrice del provvedimento al Senato, l’avvocata Bongiorno, presenta un testo che introduce invece il concetto di “dissenso”. Una legge sul consenso senza consenso. Di più: il “consenso” sparisce e al suo posto appare l’opposto, il “dissenso”. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. È invece la proposta di riformulazione del ddl Stupri avanzata dall’avvocata leghista Giulia Bongiorno, relatrice al Senato del testo che era già stato approvato all’unanimità dalla Camera, in prima lettura. Un atto “irricevibile, una cosa inaccettabile, un iter così non si era mai visto prima”, s’indigna la deputata Pd Laura Boldrini, firmataria del primo progetto di legge che introduceva il concetto di “consenso” nella fattispecie del reato di violenza sessuale previsto nell’articolo 609-bis c.p.. Un provvedimento che aveva lo scopo, ricorda Boldrini, “di applicare la Convenzione di Istanbul ratificata nel 2013 e mettere l’Italia al passo con gli altri Paesi europei”. E invece la famosa stretta di mano di novembre tra Giorgia Meloni e Elly Schlein a suggello di un patto politico “contro la violenza maschile” è una foto già sbiadita. Anzi, sembra frutto dell’intelligenza artificiale. La maggioranza fa marcia indietro e s’inventa una doppia fattispecie di reato, affiancando all’attuale stupro “commesso tramite violenza o minaccia” (dai 6 ai 12 anni di carcere) un’altra forma di violenza sessuale reputata meno grave, punita con la reclusione da 4 a 10 anni. “La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso - si legge nella proposta di riformulazione leghista - L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”. In sostanza, si è passati dal “consenso libero e attuale” (formulazione che aveva sollevato dubbi tecnico giuridici anche a sinistra) introdotto nel testo approvato all’unanimità alla Camera, al “consenso riconoscibile” (proposta personale anticipata qualche settimana fa dalla senatrice Bongiorno che spergiurava sulla centralità dell’approvazione esplicita all’atto sessuale), per arrivare infine quasi ad un capovolgimento del concetto stesso. Il testo che nomina il “dissenso” e non più il “consenso”, nelle intenzioni della destra dovrebbe arrivare in Aula al Senato (per poi tornare alla Camera, in caso di approvazione) il 10 febbraio. Ma le opposizioni, dentro e fuori il Parlamento, si dicono inorridite davanti al “tradimento” del patto politico e alla “presa in giro imbarazzante” del Parlamento. La senatrice Bongiorno, difesa da tutta la maggioranza compresa Fd’I, in una nota si difende teorizzando di aver voluto tutelare la vittima “a 360 gradi”, in quanto alla “norma vigente che condiziona la punibilità a positive condotte di violenza, minaccia o abuso di autorità da parte dell’autore del reato” è stata aggiunta un’altra norma che “punisce la violenza sessuale anche quando la persona si è trovata nell’impossibilità di esprimere consenso o dissenso perché è stata colta di sorpresa o non ha potuto reagire, paralizzata dalla paura o dall’imbarazzo”. Mentre, spiega l’avvocata leghista, il testo approvato alla Camera “rischiava di parificare tutte le situazioni e, gravando l’imputato di oneri di documentazione del preventivo e dettagliato consenso della vittima, qualcuno pensava introducesse una inversione dell’onere della prova”. Una tesi che non trova l’approvazione “di tutte le forze politiche” auspicato dalla presidente della commissione Giustizia dove il ddl è incardinato. L’aria invece si è fatta piuttosto pesante. Per la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione, la nuova formulazione “è un gravissimo arretramento” non solo rispetto alle convenzioni internazionali ma perfino a “sentenze della Corte di Cassazione che parlano di “consenso libero e attuale”. “Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil - avvisa Ghiglione - preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza”. Stessa posizione espressa da vari esponenti del Pd, di Avs e del M5S. “Come ha fatto Giulia Bongiorno, avvocata di vittime di violenza sessuale, a voltare le spalle alle donne in questo modo? Valgono più gli ordini di scuderia, le opinioni delle penne più sessiste del giornalismo italiano, che il diritto delle vittime a essere credute e tutelate?”, insiste Boldrini. Mentre le associazioni di donne contro la violenza come D.i.Re o Differenza donna parlano di “clamoroso passo indietro anche rispetto alla legge vigente”. Bongiorno: “Perché nel Ddl Stupri si parla di dissenso e non di consenso” di Alessandra Arachi Corriere della Sera, 23 gennaio 2026 “Meno sanzioni? Ho accolto i rilievi del Pd”. Senatrice Giulia Bongiorno, nella sua proposta di legge sulla violenza sessuale depositata oggi in commissione Giustizia del Senato sparisce la parola “consenso” che viene cambiata con la parola “dissenso”. Ovvero, si legge: “L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”. Con questa formulazione qual è la differenza con l’attuale legislazione? “La mia proposta prevede il reato di violenza quando si compiono atti sessuali contro la volontà di una persona. Si tratta innegabilmente di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza. Se oggi il Codice penale punisce soltanto alcune ipotesi di violenza, come quelle con minaccia o costrizione, con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi, sottolineando che è reato ogni atto contro la loro volontà. È rilevante anche una seconda novità. È stato poi introdotto il reato di freezing”. Cosa significa? “Nei casi in cui la vittima resta paralizzata dalla paura di fronte al suo aggressore, a volte l’imputato viene assolto perché sostiene di non aver potuto capire quale fosse la volontà della donna. È per superare queste decisioni veramente inaccettabili, che è stato previsto che anche nei casi di freezing, cioè quando la donna non manifesta la sua volontà perché congelata dalla paura, si debba presumere il dissenso. Quindi, è sempre reato se manca una manifestazione chiara”. Perché non andava bene il concetto di “consenso libero e attuale”, ovvero la formulazione della proposta di legge approvata alla Camera? “La proposta della Camera introduceva già la linea seguita nella nuova formulazione, e per questo spero che il testo sia votato da tutti. Secondo alcuni il testo della Camera invertiva l’onere della prova, cioè imponeva all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Con il mio testo si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali”. Perché ridurre la pena per chi commette stupro portandola ad un range da 4 a 10 anni rispetto ai 6-12 anni del testo approvato all’unanimità a Montecitorio? “Avevo dichiarato in precedenza che la mia idea era di creare una cascata di aggravanti. Trattandosi di un testo unificato, ho accolto poi la richiesta del Pd di ridurre la pena per il caso di violenza senza minaccia e costrizione. Ma resto dell’idea che sarebbe stato meglio aggravare tutte le sanzioni”. Le opposizioni l’accusano anche a gran voce di aver scritto un testo che è “un grande arretramento”. Cosa risponde? “Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. Con il mio testo, per la prima volta, ricongiungendo la norma al diritto vivente, si tipizza il ruolo centrale della volontà quale estrinsecazione della libertà del consenso in materia sessuale”. Come si ricostruisce la volontà della donna? “La presenza del consenso o del dissenso dev’essere valutata alla luce della situazione e del contesto in cui si svolgono i fatti”. Ha parlato di questo cambiamento con la premier? O quanto meno con i leader della sua maggioranza? Le opposizioni insinuano che con questo testo lei abbia seguito soltanto la volontà del suo leader. “Ho parlato con tutti. Salvini non vuole la riduzione della pena per la prima ipotesi di reato, quindi questo punto potrebbe ancora essere oggetto di discussione. In commissione abbiamo avuto un ampio dibattito: avevo proposto anche una norma che metteva al centro il consenso riconoscibile, ma l’opposizione non l’ha accettata”. Però c’era un accordo tra la premier e la segretaria Elly Schlein? “L’accordo non riguardava gli aggettivi da usare, ma la sostanza. Si voleva un testo che valorizzasse la volontà delle donne, ed è esattamente quello che ho presentato”. Lei è un avvocato penalista che spesso difende donne anche in casi oggetto di attenzione pubblica. Con la sua proposta di legge le sembra di rispettare la linea fin qui portata avanti? “Mi sembra evidente. Nel testo depositato, assume per la prima volta un ruolo esplicito e centrale la volontà della vittima e si estrinseca la sua volontà di autodeterminazione quale insuperabile baluardo rispetto a qualsiasi approccio sessuale”. Nel 2019 lei è stata anche l’artefice della cosiddetta legge del “Codice Rosso”, legge in favore delle donne maltrattate e di prevenzione del femminicidio. In virtù di questa sua sensibilità sul tema, se la sente di raccogliere almeno qualche suggerimento che arriva dalle opposizioni? Visto che soltanto in Senato su questa legge c’è una spaccatura tra maggioranza e opposizione? “La riduzione della pena accoglie un rilievo del Pd, naturalmente ogni ulteriore proposta in sede di emendamenti sarà valutata con attenzione. Adesso mi auguro che il testo trovi il consenso di tutte le forze politiche”. Straniero irregolare e con precedenti penali, per l’espulsione va valutata la coesione familiare di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2026 La Cassazione, con l’ordinanza n. 1428 depositata oggi, esclude automatismi anche in presenza di una condanna per violenza sessuale. Se lo straniero irregolare invoca il diritto alla “coesione familiare”, il provvedimento di espulsione non può essere confermato senza una preventiva valutazione giurisdizionale del quadro affettivo. Anche di fronte a precedenti penali di carattere ostativo - nel caso, violenza sessuale nei confronti di un minore - il giudice dovrà sempre operare una valutazione “in concreto” dei rapporti familiari, senza poter presumere automaticamente alcuna pericolosità sociale. Lo ha chiarito la Prima sezione civile, con l’ordinanza n. 1428 depositata oggi, accogliendo, con rinvio, il ricorso di un cittadino peruviano contro l’ordinanza del Giudice di pace di Torino che ne aveva respinto il ricorso contro il decreto di espulsione del prefetto di Torino. La Suprema corte ricorda che la violenza sessuale (art. 609 bis Cp) è espressamente contemplata tra i “reati ostativi” all’ingresso, ed al soggiorno, nel territorio nazionale. Ed il ricorrente aveva riportato nel 2014 una condanna irrevocabile per tale reato. Ciò detto, prosegue la decisione, ai fini del rilascio di un permesso di soggiorno - anche nel caso di condanna per i reati previsti dall’art. 4, co. 3, del Dlgs n. 286 del 1998 - “non opera alcun automatismo ostativo” al riconoscimento della protezione e non ricorre una “presunzione assoluta di pericolosità sociale” del richiedente, che deve essere, invece, accertata in concreto e all’attualità”. Quindi, ai fini sia del rinnovo sia della revoca del permesso di soggiorno per motivi familiari, devono essere valutate tanto la pericolosità sociale, quanto l’effettiva esistenza dei legami familiari, “in necessario bilanciamento tra l’interesse pubblico alla sicurezza dello Stato e il diritto fondamentale della persona”. Tornando al caso concreto, il ricorrente, in Italia dal 1999 e titolare di permesso di soggiorno fino al 2014, quando gli è stato revocato, aveva riportato una condanna irrevocabile (nel 2014) per violenza sessuale su minore (fatto del 2013), con pena sospesa. Il reato è stato poi dichiarato estinto nel 2022 (ex art. 445 c.p.p.) essendo trascorsi più di cinque anni senza altri delitti analoghi. Inoltre, secondo la relazione dei servizi sociali, egli viveva con la compagna, la figlia minore e la mamma, titolare del contratto di locazione dell’appartamento. A giudizio dell’extracomunitario, dunque, il giudice del merito non aveva adeguatamente considerato il contesto familiare ed affettivo nel quale viveva; mentre nel giudizio di pericolosità aveva esclusivamente dato peso ad un precedente ormai lontano nel tempo. Argomenti accolti dalla Prima sezione civile secondo cui il giudice di merito avrebbe dovuto considerare la “convivenza” con una donna regolarmente impiegata in Italia; e non fondare il giudizio sulla pericolosità unicamente sulla “commissione del, pur grave, reato” per il quale era stato condannato, ignorando il comportamento successivo, che invece aveva portato all’estinzione del reato (ai sensi dell’art. 445 cod. proc. pen.) E, aggiunge la decisione, seppure l’estinzione non equivale alla “riabilitazione del reo”, è pur vero che essa “presuppone comunque che il condannato non abbia riportato altre condanne”. Ragion per cui, “il giudizio di pericolosità formulato nel 2024, sulla base del solo precedente penale del 2013, non poteva non prendere in esame anche tali circostanze”. La Suprema corte ha così affermato il seguente principio di diritto: “In sede di opposizione all’espulsione, il disposto dell’art. 19, comma 1.1, d.lgs. n. 286 del 1998, nel testo previgente alle modifiche introdotte dal D.L. n. 30 del 2023, conv. con modif. in l. n. 50 del 2023, e dell’art. 13, comma 2 bis, D.lgs. n. 286 del 1998, introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2007, comportano che, laddove il ricorrente, destinatario di provvedimento espulsivo ex art.13, comma 2, lett. b), D.lgs. n. 286 del 1998, invochi un diritto alla coesione familiare, il giudice deve operare, anzitutto, una valutazione in concreto dell’effettività del legame invocato; in presenza di una condanna del cittadino straniero per i reati previsti dall’art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, ritenuti dal legislatore ostativi all’ingresso dello straniero nel territorio nazionale, non opera alcun automatismo ostativo alla chiesta tutela del diritto alla coesione familiare e non ricorre una presunzione assoluta di pericolosità sociale del richiedente, dovendo invece essere accertata, sulla base di un bilanciamento degli interessi coinvolti, la pericolosità sociale del cittadino straniero in concreto e all’attualità”. Ravenna. Giovane suicida in carcere. Il Pm: “Lo psichiatra sbagliò”. La famiglia chiede giustizia di Lorenzo Priviato Il Resto del Carlino, 23 gennaio 2026 Giovane suicida in carcere. Il Pm: “Lo psichiatra sbagliò”. La famiglia chiede giustizia. Richiesta di condanna, a otto mesi per omicidio colposo, per il medico che abbassò la soglia di rischio da medio a lieve per il 23enne Giuseppe Defilippo. Come parti civili i genitori chiedono una provvisionale di 300mila euro. Ci sono due genitori che da oltre cinque anni chiedono giustizia per la morte del figlio. Mario Defilippo ed Elisabetta Corradino non hanno mai accettato che il suicidio di Giuseppe, trovato impiccato a 23 anni nella cella del carcere di Ravenna, potesse essere archiviato come una tragedia inevitabile. Oggi, col processo alle battute finali, chiedono anche un risarcimento provvisionale complessivo di 300 mila euro. Il pubblico ministero Angela Scorza ha chiesto una condanna a otto mesi di reclusione per omicidio colposo nei confronti dello psichiatra 67enne, consulente della casa circondariale e a contratto con l’Ausl, accusato di avere sottovalutato il rischio suicidario del giovane detenuto. Nella requisitoria, il pm ha ricostruito la successione degli eventi, parlando di “profili di negligenza e di imperizia” a carico dello specialista oggi imputato. Entrato in carcere il 20 agosto 2019, alla prima esperienza detentiva, Giuseppe manifestava fin da subito forte angoscia per l’isolamento, la difficoltà a contattare i familiari e la perdita dei rapporti con l’ex avvocato. “Si interrogava sul suo futuro, e questo gli provocava una sofferenza profonda”, ha sottolineato Scorza. All’ingresso, un primo medico aveva valutato un rischio suicidario medio, disponendo l’attenta sorveglianza. Il giorno successivo lo psichiatra lo visitò, richiamando nella cartella precedenti ricoveri, un Tso, tentativi autolesivi e l’uso di sostanze, e nonostante ciò escluse tematiche suicidarie. Tanto che il 23 agosto fu lui ad abbassare il rischio da medio a lieve, revocando la sorveglianza rafforzata. Secondo l’accusa, quella scelta ignorava una storia clinica complessa: disturbo borderline di personalità e dipendenza da stupefacenti, “una delle condizioni con il più alto rischio di suicidio”. Nei giorni successivi altri medici e psicologi registrarono crisi d’ansia, irritabilità, senso di abbandono. Il 5 settembre, durante l’assenza per ferie dello psichiatra imputato, intervenne una collega esterna che raccolse dichiarazioni esplicite di ideazione autolesiva e consigliò di aumentare la sorveglianza. Indicazioni che, ha evidenziato il pm, non furono recepite. Il 9 settembre lo psichiatra rivide il paziente, redigendo valutazioni definite “avulse dagli accadimenti precedenti” e confermando rischio lieve e sorveglianza ordinaria. Una decisione poi formalizzata collegialmente, ma segnata - secondo l’accusa - da contraddizioni, in particolare nell’allineamento della psicologa che inizialmente aveva colto il pericolo, palesando “un notevole imbarazzo”. Il 16 settembre, dopo l’ennesima richiesta di aiuto e di un farmaco per dormire, Giuseppe si tolse la vita. “Lo psichiatra non ha riconosciuto l’instabilità emotiva né indagato le ideazioni autolesive”, ha concluso Scorza. Le parti civili, con gli avvocati Marco Catalano per la madre e Marco Martines per il padre, hanno ribadito come le richieste di aiuto del giovane fossero state evidenti e condivise anche dalla polizia penitenziaria. Era stata proprio la madre, dopo una prima richiesta di archiviazione, a ottenere la riapertura del caso nel 2022. “Una storia triste, che merita attenzione”, hanno insistito i legali. Alla prossima udienza, a marzo, parleranno le difese e l’Ausl chiamata come responsabile civile. Poi la sentenza. Firenze. Torture sui detenuti, condannati ispettrice e otto agenti di Polizia penitenziaria di Valentina Marotta Corriere Fiorentino, 23 gennaio 2026 Ci fu tortura nel carcere fiorentino di Sollicciano. Così ha deciso la Corte d’appello di Firenze che al processo in abbreviato ha condannato l’ispettrice della penitenziaria E.V. a 5 anni e 4 mesi di reclusione e a pene comprese tra 3 anni e 4 mesi e 4 anni e 4 mesi gli altri otto agenti di polizia accusati a vario titolo, di tortura, calunnia e falso. I giudici hanno ribaltato la sentenza di primo grado, che aveva riqualificato il reato di tortura contestato dalla pm Christine von Borries in lesioni e aveva assolto dall’accusa di falso e calunnia. In primo grado l’ispettrice della penitenziaria era stata condannata a 3 anni e 6 mesi di carcere. L’inchiesta esplose nel gennaio 2020, quando furono arrestati l’ispettrice, un agente e un assistente capo coordinatore. Scattarono le misure interdittive per altri sei. Al centro del procedimento due presunte e distinte aggressioni ai danni di un detenuto marocchino e di un recluso italiano, nel 2018 e nel 2020, avvenute anche nell’ufficio della ispettrice capo, a seguito di contrasti maturati con gli agenti della penitenziaria. Al processo d’appello, nella sua requisitoria il procuratore generale aveva sollecitato, in relazione al pestaggio del detenuto marocchino, la condanna per tortura: “Fu sottoposto a un trattamento inumano e degradante”. Per l’aggressione al recluso italiano il pg Squillace Greco aveva chiesto la condanna per il solo reato di lesioni: “il quadro probatorio non consente di raggiungere quella tranquillizzante certezza necessaria per ritenere che abbia patito quelle acute sofferenze che integrano il reato di tortura”. Oggi la sentenza ha invece ribadito che si trattò proprio di quello. Ancona. Montacuto è “sold out”. Detenuti dormono a terra. Respinti alcuni nuovi arrivi di Marina Verdenelli Il Resto del Carlino, 23 gennaio 2026 Situazione esplosiva nel carcere anconetano, accolti solo due degli arrestati del blitz nel Maceratese. Il garante: “Sono 337 contro i 256 consentiti”. Troppi detenuti al punto che c’è stato anche chi ha dovuto dormire per terra. Una situazione che non può più essere lasciata in limbo: ne va della sicurezza dei detenuti e di tutti coloro che lavorano nell’istituto penitenziario del capoluogo marchigiano. Il carcere di Montacuto è sempre più in sofferenza per il sovraffollamento cronico della struttura che sta mettendo a dura prova non solo i detenuti ma anche tutto il personale lavorativo, dalla polizia penitenziaria agli amministrativi. Il pieno da codice rosso è scattato negli ultimi due giorni e con la retata di arresti per droga che si è conclusa ieri nel Maceratese. Quando è stato il momento di portare gli arrestati in carcere la direzione di Montacuto ha fatto sapere che posti a disposizione non c’erano più. “Abbiamo detenuti che hanno dormito anche per terra” è stata l’indicazione amareggiata data dagli operatori. Che la situazione sia difficile è noto anche al garante dei detenuti, l’avvocato Giancarlo Giulianelli, con un mandato scaduto ma in proroga fino a nuove elezioni e dove potrebbe essere anche riconfermato. “A Montacuto attualmente ci sono 337 detenuti - spiega Giulianelli - su una capienza massima di 256 che è stata di gran lunga superata. Il carcere è strapieno ma un po’ meno rispetto ai dati ministeriali del 31 dicembre scorso che dava una presenza di 355 detenuti. Non ho avuto notizie, io personalmente, di detenuti che hanno dovuto dormire per terra, ma che il carcere era pieno sì. È un problema che non si risolve e ci rimettono tutti, non solo i detenuti ma, a cascata, anche il personale che ci lavora con la polizia penitenziaria in primis. Montacuto, insieme a Villa Fastiggi di Pesaro ha il sovraffollamento più alto delle Marche. A Villa Fastiggi ci sono 250 detenuti su 155 posti.” Guardando i numeri delle carceri in regione Barcaglione ha 102 detenuti su 100 di capienza, Ascoli 145 su 103, Fermo 65 su 43, Fossombrone 129 su 156 (qui la capienza è diminuita, prima era 180, ma ci sono dei lavori in corso). Complessivamente nelle Marche sono 1.018 i detenuti con una capienza massima di 814. “C’è un esubero di 204 unità - osserva il garante - e sul dato complessivo dei 1.018 solo 334 sono stranieri. Il problema delle carceri sovraffollate riguarda tutta Italia. Faccio parte del coordinamento nazionale dei garanti e posso dire che siamo in buona compagnia a numeri in eccesso. Per questo stiamo promuovendo una nuova idea di carcere, con metodologie diverse che possano abbassare la recidività dei detenuti perché spesso chi è stato dentro poi ci ritorna per altri fatti. Se riuscissimo ad evitare almeno questo sarebbe già molto. Anche le Marche non sono più un’isola felice, hanno i problemi che hanno anche gli altri istituti, non ci sono le Rems, le liste di attesa sono infinite. Di positivo ora c’è che siamo passati sotto un altro provveditorato, ora siamo insieme all’Umbria e non più all’Emila Romagna, qualcosa dovrebbe migliorare in termini di numeri.” Brindisi. “Impara l’arte”: la campagna del Gruppo Fortis arriva nel carcere brindisireport.it, 23 gennaio 2026 Il progetto si inserisce in un percorso volto a offrire concrete occasioni di riscatto e a favorire il riavvicinamento del singolo al territorio. Nella casa circondariale di Brindisi si conclude in questi giorni un percorso che prende spunto dalla campagna “Impara l’Arte” sviluppata dalle sedi del circuito Gruppo Fortis. L’iniziativa, promossa dall’Associazione Profeta - partner e sede del circuito del Gruppo Fortis - è stata accolta con entusiasmo dalla casa circondariale di Brindisi. Il progetto si inserisce in un percorso volto a offrire concrete occasioni di riscatto e a favorire il riavvicinamento del singolo al territorio. Per questi motivi, dentro uno dei luoghi più importanti per il rilancio sociale dell’individuo e della collettività, la parola “mestieri” ha recuperato il suo significato più autentico. Imparare un’arte, riscoprire il saper fare, seguire un metodo e rispettare i tempi significa rimettere ordine, attenzione e responsabilità al centro della quotidianità. Le competenze pratiche e gli antichi mestieri tornano così ad avere valore come esperienza reale che parla di disciplina, impegno e fiducia nel futuro. Il progetto, inserito nella sezione dedicata al fai da te della campagna, punta sul “saper fare” come linguaggio comune. Le mani diventano strumento di apprendimento e di espressione, il lavoro manuale diventa una forma di educazione che aiuta a ritrovare concentrazione e senso del tempo. In carcere questo approccio assume un significato ancora più forte, perché offre ai detenuti la possibilità di acquisire competenze spendibili e di immaginare un percorso diverso una volta fuori. Con l’avvio del progetto “Imparare il mestiere: corso base di edilizia e manutenzione”. Formazione pratica per la cura degli spazi e la crescita personale” presso la Casa Circondariale di Brindisi, si consolida l’impegno sociale del territorio, confermando il ruolo cruciale della formazione nei percorsi di riabilitazione. Un contributo fondamentale è stato offerto dalla direttrice della struttura, Valentina Meo Evoli, e dal comandante della Polizia Penitenziaria, Benvenuto Greco. Il loro coordinamento, unitamente al supporto strategico dell’Area Trattamentale, è stato determinante per la riuscita dell’intervento. Un’iniziativa che dimostra come la cultura non si limiti a istruire, ma sia capace di restituire dignità alle persone, valore al lavoro manuale e centralità alla crescita umana, specialmente nei luoghi dove la speranza ha più bisogno di spazio. Civitavecchia (Rm). Formazione professionale in carcere con il progetto “Lievito Madre” Avvenire, 23 gennaio 2026 La questione del reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, una volta conclusa la pena, resta spesso sullo sfondo delle analisi sul sistema penitenziario italiano, nonostante sia vivo il dibattito su come rendere la reclusione, quando possibile, riabilitativa anche per un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. In questo quadro, la formazione professionale può rappresentare uno strumento efficace per impiegare il tempo della detenzione nel costruire un progetto di vita spendibile al di fuori. Il progetto Lievito Madre, finanziato dalla Regione Lazio e svolto, nel 2025, presso la Casa Circondariale G. Passerini di Civitavecchia rappresenta una esperienza significativa. Trenta detenuti della sezione maschile sono stati inseriti in un percorso di formazione professionale realizzato da Enaip Impresa Sociale, l’Ente formativo delle Acli, che prevedeva attività teoriche, pratiche e tirocini. Nell’arco di otto mesi, grazie ad un preparato staff di formatori, i partecipanti hanno acquisito le competenze tecnico-professionali per diventare panificatori e pizzaioli, ottenendo anche una qualifica professionale che rappresenta un investimento per il futuro. A conclusione del percorso, infatti, ventuno detenuti sono stati assunti dall’azienda di panificazione GustoLab360, che già aveva collaborato con il carcere offrendo gli spazi per i tirocini, dove i partecipanti, sotto sorveglianza, avevano potuto sperimentare nel concreto il lavoro. Il progetto Lievito Madre, finanziato con i fondi dell’Unione Europea nell’ambito del Fondo Sociale Europeo Plus 2021-2027, è andato anche oltre, perché prevedendo l’allestimento del laboratorio di panificazione, ha consentito di riqualificare alcuni spazi del carcere che prima erano abbandonati e in disuso. Oggi i ventuno detenuti presenti nell’unità produttiva interna al carcere di Civitavecchia con un regolare contratto di assunzione della FederPanificatori, si occupano ogni giorno di sfornare pinse e pizze per la grande distribuzione del territorio. Quindi un grande successo per questo laboratorio che è il frutto di un fattivo lavoro di rete, tra la casa circondariale, l’ente di formazione Enaip, l’azienda GustoLab 360 e il territorio di Civitavecchia. La formazione se realizzata in sinergia tra più istituzioni e nell’interesse delle singole persone può realmente rappresentare una leva di riscatto come vuole dimostrare questa esperienza. Scontare una pena e al contempo formarsi per imparare un mestiere con la prospettiva di riabilitarsi nella società e nel lavoro, è la prova che il carcere non è solo un luogo punitivo. Bologna. “Oltre le sbarre”: il rugby in carcere ora ha lo sponsor rugbymeet.com, 23 gennaio 2026 Si può andare in meta anche “Oltre le sbarre”. Lo dimostra da anni lo sviluppo del rugby come attività sportiva di recupero nelle carceri italiane. Si è partiti nel carcere di Torino con La Drola co-fondata da Walter Rista (nominato per questo Commendatore della Repubblica) e oggi viene proposto “all’interno di circa 19 Istituti di Pena e 2 Case Famiglia sul territorio nazionale - scrive la Fir nel suo sito - Con l’obiettivo di contribuire, attraverso l’applicazione concreta dei valori educativi del rugby (il rispetto delle regole, dell’avversario, dell’arbitro, il sostegno del compagno) alla risocializzazione del detenuto”. Il progetto “Rugby. Oltre le sbarre” fa un nuovo passo avanti con il coinvolgimento dello sponsor tecnico delle nazionali azzurre, la Macron. “Macron e la Federazione Italiana Rugby - scrivono in un comunicato - rinforzano la propria sinergia avviando una collaborazione nell’ambito del progetto di responsabilità sociale Fir “Rugby Oltre le Sbarre”. Macron, che già da diversi anni sostiene attivamente diversi programmi sportivi di rieducazione all’interno delle case circondariali, ha sposato in maniera naturale il progetto, donando il materiale tecnico e vestendo tutti gli atleti coinvolti. Un elemento di grande valore dell’iniziativa risiede nell’organizzazione di momenti coordinati nei quali atlete e atleti delle Nazionali incontrano gli atleti detenuti, condividendo momenti di gioco, confronto e convivialità”. Il primo evento del 2026 di “Rugby Oltre le Sbarre” si è svolto a Bologna. Haa coinvolto il Giallo Dozza Bologna Rugby, squadra che grazie alla normativa specifica rivolta alle società impegnate in progetti a forte impatto sociale partecipa al campionato federale di Serie C. “Dopo gli interventi istituzionali di Macron e della Fir - continua il comunicato - gli atleti della squadra hanno avuto modo di fare una serie di esercizi con i campioni dell’Italia: la capitana della Nazionale Femminile Alessandra Frangipani, i giocatori della Nazionale Maschile Simone Gesi e Jacopo Trulla e dall’Accademia FIR Fabio Salvanti e Nikolaj Varotto”. Angelo Marino (Macron): “La leadership che Macron ha costruito nel mondo del rugby è il risultato di un allineamento profondo e autentico con i valori di questo sport. Il rugby è la disciplina in cui emerge con maggiore evidenza il valore dello spirito di squadra al servizio della crescita del singolo individuo, e il progetto Rugby Oltre le Sbarre ne rappresenta un’applicazione perfetta in ambito di responsabilità sociale”. Antonella Gualandri (vice presidente Fir): “Rugby oltre le sbarre è uno dei progetti di responsabilità sociale di più lungo corso della nostra Federazione, in cui la squadra del carcere di Bologna ha sempre rivestito un ruolo di assoluto rilievo, contribuendo a ispirare e consolidare questa progettualità. L’impegno del nostro sponsor tecnico Macron e la partecipazione delle nostre Azzurre e dei nostri Azzurri, che stagione dopo stagione hanno sposato attivamente questo progetto, testimonia come “Rugby oltre le sbarre” sia entrato profondamente nel tessuto istituzionale di FIR e dei suoi più importanti portatori d’interesse, arricchendo sempre più l’offerta sportiva e formativa dell’iniziativa”. Matteo Carassiti (Giallo Dozza Bologna): “Il progetto di Giallo Dozza nasce dalla piena consapevolezza che il rugby non è solo uno sport, ma uno strumento di crescita personale, di responsabilità e di riscatto. Questa giornata ci permette di dare ancora più forza e dignità a questo percorso, facendo sentire i nostri atleti parte di una comunità vera, che li riconosce, li sostiene e crede nel loro quotidiano percorso di impegno a migliorarsi”. Pavia. “Le contraddizioni di (san) Francesco”, Alessandro Barbero incanta i detenuti di Daniela Scherrer La Provincia Pavese, 23 gennaio 2026 Il teatro della Casa circondariale di Torre del Gallo al completo: lunghi applausi della platea per lo storico Un uomo enorme, ma anche un santo “ingombrante”, che esce dall’immaginetta sorridente e dalla biografia che per lungo tempo è stata l’unica autorizzata dalla Chiesa di Roma. È questo il San Francesco che lo storico e divulgatore Alessandro Barbero ha raccontato ieri nel suo incontro presso la casa circondariale di Torre del Gallo, in un teatro gremito di detenuti e di volontari. In prima fila la direttrice Stefania Mussio, che da sempre crede nel valore educativo degli incontri culturali in carcere, e il sindaco Michele Lissia. “Un santo estremista - ha detto Barbero - che ha saputo sopportare benissimo la sofferenza di un uomo consumato a 45 anni dalle privazioni. Ma che aveva un carattere forte e che non è vissuto in maniera così gioiosa e serena come viene spesso descritto”. Dalle testimonianze mai entrate nelle biografie autorizzate, infatti, si scopre anche un San Francesco che rimproverava bruscamente i suoi frati quando non seguivano la regola, che li puniva se tra le mani reggevano del denaro che lui identificava come sterco, capace persino di buttare in strada un suo frate malato ospitato in una casa perché tutti i suoi seguaci dovevano solo vivere nelle capanne. San Francesco dunque, quello ritratto da Barbero, è un santo lontano da quel personaggio leggendario, uomo che è vissuto davvero in quel tempo - il Medioevo- molto diverso dall’immagine fantasiosa di castelli, crociate e maghi. Un’epoca di mercanti, soldi che girano, forbice allargata tra ricchi e poveri e cantieri aperti per una società che cresce e gente che impara a leggere. Che cosa? Il Vangelo. E in quella lettura molti scoprono quanto Gesù insistesse sulla povertà e comprendono la bellezza dell’andare in giro scalzi fregandosene dei soldi, del successo, ma parlando di Gesù e del Vangelo. Tra costoro c’è Francesco, nato ricco, figlio di un mercante di tessuti, 25 anni spesi in questo lavoro per benestanti, sempre pronto a pagare per gli amici, a divertirsi, ad organizzare feste. Poi la conversione, che Barbero racconta così. “Succede qualcosa e Francesco cambia totalmente. Incontra i lebbrosi - sottolinea - probabilmente non nel modo leggendario secondo cui scende da cavallo e ne abbraccia uno, ma li incontra realmente. Lui che ne aveva avuto sempre ribrezzo. Ed esce da quello che sino a quel momento era stato il suo mondo. Prova schifo per il successo, la bella vita, i soldi”. Predica la povertà, l’amore per la natura. Sempre più persone lo seguono, i suoi fratelli, i “frati” appunto. Che diventeranno in seguito francescani, un ordine mendicante, ma che invece lui esortava a lavorare umilmente per guadagnarsi la pagnotta. Un estremista, in un certo senso, precursore dell’ambientalismo odierno e del dialogo interreligioso. Lui che incontra il sultano all’epoca delle guerre dei crociati. “La storia rappresenta la nostra identità - ha detto la direttrice del carcere Stefania Mussio - aiuta a capire il contesto, le persone. Consente di togliere quell’emotività che a volte non ci fa essere obiettivi”. E senza dubbio ieri Barbero ha tracciato un quadro di San Francesco molto differente da quello consueto e popolare. La direttrice: “Un’occasione unica di riflessione e di stimolo alle nostre coscienze” Una lezione speciale dedicata alla figura di San Francesco d’Assisi e allibro di Alessandro Barbero che ne ripercorre il profilo storico. Nel 2026 sono infatti 800 anni dalla morte di uno dei più popolari fra i santi della Chiesa cattolica. “Ci è sembrata un’occasione unica e siamo grati al professore per la grande disponibilità - ha spiegato la direttrice della casa circondariale Stefania Mussio - Abbiamo voluto offrire alle persone detenute uno stimolo alla riflessione storica e culturale su Francesco, capace ancora oggi di parlare alla coscienza di ognuno”. Roma. “In viaggio da te”, giovani e giovanissimi migranti raccontano la fuga per arrivare in Italia di Eleonora Camilli La Stampa, 23 gennaio 2026 A Roma la mostra realizzata dall’Unicef con le storie e i disegni di Remon, Mamoudou, Omar e Majo. Nel mare disegnato da Elsa, ci sono sopra i pesci e sotto, in fondo, un barcone. È quello su cui la bambina, otto anni, ha viaggiato insieme alla mamma dopo essere scappata dall’Eritrea. Di quel naufragio oggi ricorda solo che “il mare ha un brutto sapore”. I disegni della piccola, oggi in accoglienza in Italia, aprono la mostra inaugurata ieri a Roma da Unicef dal titolo “In viaggio da te” negli spazi di Villa Altieri. Un percorso artistico e immersivo per raccontare la vita dei minori e dei ragazzi stranieri che vivono nel nostro paese. Il viaggio inizia, infatti, dall’approdo in Italia e dai primi aspetti dell’accoglienza: dalle traversate in mare agli hotspot, fino ai centri sul territorio e al possibile percorso di affido e di accoglienza familiare. L’ultima stanza invita i visitatori a calarsi nella loro realtà, tra voci, immagini e poesie. Ad accompagnare i visitatori in questo viaggio virtuale sono quattro “personaggi guida”: Remon, oggi attivista per i diritti umani, che racconta il viaggio dall’Egitto e il rapporto con la mamma naturale e la sua mamma affidataria. C’è poi Mamoudou, partito dalla Guinea Conakry nel periodo post Covid-19 a causa delle difficili condizioni economiche con il sogno di completare gli studi. La sua vita è cambiata quando, insieme al fratello minore con cui viaggiava, ha avuto accesso a un percorso di accoglienza in famiglia. Infine, Omar, gambiano, oggi accolto in famiglia e supportato anche da Majo, originaria di El Salvador: anche lei ha affrontato un’esperienza migratoria e ora ha scelto di affiancare chi sta vivendo un percorso simile al suo. “Abbiamo avuto l’opportunità, in questi anni, di seguire tante ragazze e ragazzi, a partire dai difficili viaggi fino ad arrivare ai percorsi di accoglienza - dice Nicola Dell’Arciprete, coordinatore Unicef della risposta a favore di minorenni migranti e rifugiati in Italia - ci piace sempre ricordare che tutti possono avere un ruolo in questo tratto di strada e supportare tante ragazze e ragazzi. La mostra vuole ricordarci proprio questo, è un viaggio che non si esaurisce mai all’arrivo ma che è fatto di relazioni, e che tutti possono scegliere di intraprendere”. L’iniziativa è promossa in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche sociali e alla Salute di Roma Capitale e con il supporto di Pieux Établissements de la France à Rome, sarà visitabile fino al 30 gennaio. “Quando accogliamo costruiamo insieme la comunità - sottolinea l’assessora Barbara Funari -. Per noi questi ragazzi sono già cittadini. Nonostante gli attacchi che riceviamo costantemente siamo determinati ad andare avanti anche con l’accoglienza in famiglia”. Una costituente non dichiarata di Gaetano Azzariti Il Manifesto, 23 gennaio 2026 Guardando alle iniziative di “riforma” in campo - premierato, autonomia, separazione dell’ordine giudiziario, legislazione securitaria - ciò che certamente non può affermarsi è che si tratta solo di un tentativo isolato, più o meno eversivo, di una destra al governo. Intanto perché basta alzare lo sguardo per osservare come appena fuori dai nostri confini sia evidente la fine degli equilibri planetari e dei principi di diritto internazionale stabiliti al termine della Seconda guerra mondiale. Trump, Putin, Netanyahu, i vari criminali al governo nel mondo non sembrano proprio un incidente della storia, ma non sembrano neppure ancora i padroni del mondo, semmai i protagonisti del caos che domina il mondo. Ed è entro questa incertezza planetaria che si colloca il caso italiano. Non siamo in una fase di ordinaria amministrazione, né di fronte ad un improvviso scoppio di un fuoco fatuo, intanto perché le proposte oggi formulate - anche le più radicali - sono il frutto di sommovimenti tellurici assai risalenti, che hanno origine ben prima dell’insediamento di quest’ultimo governo. È da tempo, infatti, che si assiste all’affannosa ricerca di un nuovo principio, che si tenta di affermare, con rotture costituzionali, ma che, a ben vedere, procede da tempo lungo un doppio binario: quello - spesso sconfitto - delle riforme testuali e quello - incontenibile - che punta ad imporsi mediante l’uso distorto del potere del fatto (modifiche non scritte, atti inusuali, rotture di prassi). In ogni caso con modalità non previste dall’ordinamento vigente e tendenzialmente contra constitutionem, non foss’altro perché la Costituzione non può mai legittimare la propria dissoluzione. Sul piano pratico, si pensi ai cambiamenti - forse alle degenerazioni - della nostra forma di governo avvenute per la gran parte senza bisogno di modifiche formali, ma solo in via di prassi, secondo un’allegra e sovversiva interpretazione della nozione di costituzione in senso materiale, che tutto giustifica e legittima. Sul piano teorico, si pensi alla lezione romaniana dell’instaurazione di fatto di un nuovo ordinamento costituzionale e la sua legittimazione. Non c’è una linea di confine netta, sono i fatti che si trasformano prima in diritto e poi, l’insieme delle nuove norme, in ordinamento, ovvero in istituzione, potremmo dire in un nuovo regime. Credo oggi ci si possa legittimamente chiedere se ci si trovi di fronte al riemergere di un nuovo potere costituente. Può darsi. Ma con un’avvertenza decisiva: esso si sta affermando in uno spazio temporale lungo. Ciò determina che non ci si avveda del suo dispiegarsi. Siamo in presenza di una rottura “rivoluzionaria” che opera però senza alcuna apparente soluzione di continuità. Ma, nondimeno, avendo in sé la forza “eversiva” - propria del potere costituente - di erodere in modo graduale i connotati più propri del costituzionalismo vigente. Inoltre, a me sembra decisivo un altro fatto che vale a caratterizzare questo nuovo potere costituente dilatato: esso appare come un cavaliere inesistente. Risulta cioè privo di un soggetto rivoluzionario che lo impone. Non è l’espressione di moltitudini ribelli, o di un popolo determinato, all’orizzonte non c’è la Bastiglia da assaltare, né l’indipendenza da conquistare, né un re da cacciare. Tutto appare solo il frutto di un cambiamento promosso dall’alto, peraltro prodotto senza una strategia unitaria. Come direbbe Gramsci, espressione di una classe dominate e non più dirigente. In una simile situazione di indeterminatezza dei confini tra ciò che è e ciò che deve essere, tra ciò che è fatto e ciò che è norma, diventa necessario guardare dentro l’abisso infinito e insondabile dove sorgono le forme nuove ma mai cristallizzate del potere costituente (per riprendere l’immagine allegorica e terribile di Carl Schmitt). Il tutto complicato dalla circostanza che, come s’è detto, il lungo interregno sembra rendere “infinito e insondabile” anche il rapporto tra costituente e costituito. Senza poter qui affrontare la questione in via di principio, mi limito, per concludere, a indicare un solo aspetto, che ci riguarda direttamente e che credo sia determinante. Almeno per chi vuole preservare il valore normativo della nostra costituzione democratica, pluralista e conflittuale, avversando l’ordine autoritario che incalza. Insomma, per chi voglia sostenere lo stato di diritto secondo i caratteri che abbiamo inizialmente ricordato. Nelle fasi di transizione convulse, tanto più se prolungate, io credo che un ruolo particolare spetti agli intellettuali non di regime (per parafrasare ancora Antonio Gramsci), che hanno il compito ingrato di indicare le strade. Non di percorrerle, ma di individuarle, studiarle, spiegarle. Perché il “senso comune” - quell’insieme di credenza confuse - si trasformi in “buon senso” - quell’aspirazione di coerenza e razionalità che è alla base di un ordine nuovo. Dovremmo dunque essere consapevoli che nelle faglie del mutamento in corso, confuso e dominato da spiriti selvaggi, il ruolo del pensiero critico si espande. È in questo contesto ambiguo che - io credo - assume un particolare rilievo la lotta per il diritto, che si modella o come lotta per la difesa e l’attuazione della costituzione democratica, ovvero, al contrario, per il suo superamento, la rottura da tempo ricercata dell’assetto dello Stato costituzionale moderno. La partita è in corso. Noi - pur consapevoli della profondità della crisi che stiamo attraversando, ma convinti fautori di uno “stato-di-diritto-costituzionale-aperto” - possiamo concludere, nonostante tutto, con un moto di speranza e di forza. Può consolare chi lotta per la costituzione e non la sua sostituzione, che per sovvertire l’ordinamento vigente non basta certo una maggioranza di Governo o la vittoria ad un’elezione. Questo testo anticipa la lectio introduttiva che oggi aprirà la tre giorni Democrazia alla prova organizzata dal Forum disuguaglianze e diversità a Genova, palazzo Ducale. Annullate misure cautelari per gli studenti del liceo Einstein di Torino di Rita Rapisardi Il Manifesto, 23 gennaio 2026 I ragazzi, tutti tra i 16 e i 17 anni, erano stati arrestati con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale per aver impedito i militanti di estrema destra di distribuire volantini dal contenuto xenofobo davanti alla scuola. Annullate cinque delle sei misure cautelari emesse dalla procura dei minori di Torino per gli studenti del liceo Einstein in merito al volantinaggio organizzato da Gioventù Nazionale Torino davanti alla scuola finito con l’intervento della Digos. I giovani tra i 16 e i 17 anni appartenenti al Kollettivo Einstein erano stati arrestati con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale per aver impedito i militanti di estrema destra di distribuire volantini dal contenuto xenofobo e di propaganda contro i giovani di seconda generazione, definiti “maranza”. L’annullamento non riguarda il merito delle accuse, ma l’assenza dell’interrogatorio preventivo, introdotto di recente dalla legge Nordio, che prevede che sia fatto un interrogatorio preliminare, prima dell’applicazione della misura cautelare, cosa che non è stata fatta nel caso dei sei studenti. L’eccezione resta per specifici casi ritenuti gravi, come ad esempio l’uso di armi o altri mezzi di violenza personale, in cui l’interrogatorio diventa superfluo. Resta valida la permanenza a casa per uno dei sei: il ragazzo infatti è accusato di aver lanciato un estintore all’interno all’interno della sede della Città metropolitana di Torino, durante il “No Meloni day” dello scorso 14 novembre. Agli atti risulta anche l’assalto alla sede de La Stampa durante lo sciopero generale del il 28 novembre, portato dalla procura come fatto che proverebbe la predisposizione a ripetere le azioni violente dei sei. “Avremmo preferito che i giudici fossero entrati nel merito, ma almeno è stata sposata la nostra linea sulla mancanza di interrogatorio preventivo”, commenta l’avvocato Claudio Novaro che difende due dei sei minori. “A questo punto posso ipotizzare che la palla passi al giudice che potrebbe fissare gli interrogatori e poi al riesame, con la possibilità che siano di nuovo applicate le misure cautelari. La procura ha dato l’idea di avere una forte volontà di tenerli a casa”. Se questo accadrà, gli interrogatori potrebbero essere infatti chiamati in pochi giorni, il riesame dovrà esprimersi sulla valutazione dei fatti. “Nel merito la decisione non confuta nulla, sui fatti e sulla configurazione delle responsabilità”, ha invece commentato la procuratrice per i minori di Torino Emma Avezzù. Il volantinaggio davanti al liceo Einstein, in cui sono rimasti feriti due agenti della Dogos e un operatore del reparto mobile, avveniva a pochi giorni da quello del liceo Primo artistico: in quel caso i militanti di Gioventù Nazionale avevano cercato lo scontro con gli studenti, insultati e presi a calci per aver rifiutato di prendere i volantini, per questo erano intervenuti a difesa alcuni insegnati, anch’essi strattonati. Una pratica portata davanti alle scuole con presenza di collettivi studenteschi organizzati e spesso in zone in cui la presenza di giovani con origine straniera è alta, proprio come il liceo Einstein, nel quartiere multietnico torinese di Barriera di Milano. Antisemitismo, la destra Pd si sfila dalla linea Schlein di Andrea Carugati Il Manifesto, 23 gennaio 2026 Presentato il ddl ufficiale del Pd a firma Giorgis: punta a prevenire l’odio razziale nelle scuole e sul web. Delrio e altri 4 senatori non lo firmano: “Troppo annacquato”. Scontro nel gruppo dem in Senato. Boccia: “Legittimo criticare uno Stato”. Cinque senatori Pd su 38 non hanno firmato il disegno di legge “ufficiale” del partito contro l’antisemitismo, presentato ieri a palazzo Madama dopo una lunga riunione del gruppo. Tra loro c’è Graziano Delrio, primo firmatario del disegno di legge che ha scatenato furiose polemiche a sinistra, per il rischio di censura delle critiche più dure al governo di Israele. Oltre a Delrio hanno detto no al testo scritto da Andrea Giorgis e benedetto da Schlein anche altri esponenti della destra dem, come Filippo Sensi e Simona Malpezzi, la prodiana Sandra Zampa e Walter Verini. Ma altri senatori di peso come Alessandro Alfieri e Alfredo Bazoli, che avevano detto sì al dl Delrio, hanno firmato il testo Pd. In controluce si legge l’esigenza, da parte dei cosiddetti “riformisti”, di smarcarsi dalle posizioni propal che il Pd ha assunto con Schlein. E di riavvicinarsi a Israele nel giorno del varo del Board of Peace di Trump. Durante la riunione, Delrio ha lamentato la pubblica sconfessione del suo ddl da parte di Boccia, quasi una umiliazione. “Io ho agito in buona fede, per me serve una legge ad hoc contro l’antisemitismo, non si può mescolare con altri tipi di odio o discriminazione”. Verini ha offerto una mediazione: “Boccia firmi anche il ddl Delrio, e noi firmiamo il testo di Giorgis”. Ma da Boccia è arrivato uno stop: “Non si può fare”. Il motivo è semplice: la definizione di antisemitismo contenuta nel testo di Delrio, e partorita da IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) è contestata de centinaia di studiosi, anche ebrei, come Anna Foa, perché associa le critiche a Israele all’antisemitismo. E così le distanze sono rimaste. Boccia ha annunciato un comitato ristretto per preparare gli emendamenti al testo base che sarà adottato il 27 gennaio dalla commissione Affari costituzionali del Senato: ne faranno parte Giorgis, Delrio, Dario Parrini e Francesco Vercucci, membro della commissione Segre per il “contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. È assai probabile infatti che martedì prossimo la commissione adotti come testo base il ddl del capogruppo leghista Romeo, che prevede lo stop alle manifestazioni in caso di “grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi antisemiti” ai sensi della definizione IHRA. Una norma destinata a offrire appigli a chi voglia fermare le manifestazioni per Gaza. Il testo di Giorgis compie invece uno sforzo di sintesi, e include l’antisemitismo dentro l’insieme di “atti ed espressioni di odio e di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa”. Tutte forme di discriminazione che presentano tratti comuni come la “normalizzazione degli stereotipi, i processi di disumanizzazione dell’altro e le costruzioni identitarie di tipo escludente”. Nel testo non ci sono definizioni di antisemitismo, e questo “non discende da una sottovalutazione del fenomeno”, spiega Giorgis, ma da dall’esigenza di assumere le varie definizioni elaborate in ambito internazionale (compresa quella di Gerusalemme) come base concettuale, cercando di “scongiurare il rischio di introdurre irragionevoli limitazioni alla libertà di critica nei confronti delle politiche dello Stato di Israele”. Il ddl Pd interviene nell’ambito della scuola e dell’educazione, prevedendo “linee guida” e “interventi di carattere educativo, formativo e culturale, volti allo sviluppo del pensiero critico, della capacità di riconoscere e contrastare stereotipi e pregiudizi”. E istituisce presso la Presidenza del Consiglio un Osservatorio su questi fenomeni, con il compito di un monitoraggio annuale degli episodi di odio e discriminazione. All’Agcom affida invece il compito di “predisporre meccanismi efficaci per la moderazione, segnalazione e rimozione tempestiva dei contenuti discriminatori” sulle piattaforme online e sui media, con la previsione di sanzioni tra i 10 e i 100mila euro per chi non segnala o rimuove i contenuti discriminatori. “La critica, anche dura, alle politiche di uno Stato è legittima; la stigmatizzazione di un popolo o di una comunità in quanto tali non lo è mai”, sintetizza Boccia. “Restano delle posizioni diverse”, mette a verbale Delrio. “Io penso che vada fatto un provvedimento specifico sull’antisemitismo, il collega Giorgis ha fatto un ottimo lavoro sulle discriminazioni. Faremo un lavoro comune su tutto il resto, educazione, scuole, con gli emendamenti”. Verini definisce “significativo” il lavoro di Giorgis, “ma per me non raccoglie la necessità di far assumere centralità al contrasto all’antisemitismo. Ma sono convinto che nel lavoro in commissione il Pd saprà ritrovare unità”. Zampa è critica: “Se tutti riconosciamo che l’antisemitismo è un problema a sé stante, non puoi poi fare una proposta di legge in cui si parla di tutto. C’è un problema molto serio nella sinistra, che il 7 ottobre ha fatto esplodere”. Lunedì Delrio sarà un convegno in Senato contro l’antisemitismo promosso da Gasparri, il capogruppo di Fi che invoca sanzioni penali per chi paragona Netanyahu ai nazisti. E dice: “Bisogna arrivare a una legge il prima possibile”. Cosa sta succedendo nel Pd con la proposta di legge sull’antisemitismo di Matteo Marcelli Avvenire, 23 gennaio 2026 Depositato l’articolato ufficiale del Partito democratico, ma i colleghi riformisti che si riconoscono in quello di Delrio non lo firmano. La proposta, che non applica la definizione dell’Ihra, adotta e amplia quella del Consiglio d’Europa sui “discorsi d’odio”. Andrea Giorgis allarga le braccia quando gli si chiede conto dei dem che non hanno firmato il suo ddl sull’antisemitismo. “Non è un problema”, prova a minimizzare, “non hanno ritenuto di farlo e hanno illustrato le loro ragioni”. In fondo, è il ragionamento della maggioranza schleiniana, si tratta solo di 5 senatori su 38, uno scarto fisiologico per un partito plurale come il Pd. Ma certo il tema avrebbe richiesto unità all’interno del partito leader del centrosinistra. Anzi, qualcuno nel Pd sperava addirittura in una soluzione bipartisan. “Questo è vero”, ammette il senatore, e a quel punto palesa anche la convinzione che la scelta di non firmare sia “grave” e, forse, riconducibile a un posizionamento interno. Di fatto, dopo quanto accaduto a seguito della presentazione della proposta di Graziano Delrio, l’antisemitismo si conferma un terreno di lotta intestina e solo la fase emendativa, con la possibile convergenza della minoranza del Pd a testi della maggioranza, darà l’esatta misura della frattura. Riavvolgiamo il nastro. Ieri si è tenuta l’attesa riunione dei senatori del Pd per arrivare a una proposta condivisa sull’antisemitismo. Quella di Delrio, relegata dal capogruppo Francesco Boccia a “iniziativa personale”, non era piaciuta alla maggioranza del partito: “Nega il diritto di critica a Israele”, avevano accusato diversi senatori. Dopodiché Giorgis ha deciso di prendere l’iniziativa, con l’appoggio di Boccia, che ha apposto anche la sua firma sul ddl. Mercoledì è arrivata la convocazione dell’assemblea per discutere il testo. I riformisti, però, hanno lamentato di non essere stati avvisati di nulla, soprattutto della presenza di un nuovo testo. I vertici del gruppo, è l’accusa, li avrebbero messi davanti al fatto compiuto e lo avrebbero fatto solo per “non perdere la faccia” con gli altri partiti, ognuno dei quali (esclusa Avs che non lo farà e il M5s che ci sta ancora pensando) ha già depositato una sua proposta. La riunione, però, non ha dato i frutti sperati: Filippo Sensi, Simona Malpezzi, lo stesso del Delrio, Walter Verini e Sandra Zampa, non hanno apposto la loro firma. Parte del problema riguarda la definizione di antisemitismo. Il testo Delrio chiede di adottare quella dell’International holocaust remembrance alliance (Ihra), che però, argomenta Giorgis, pur essendo usata in alcuni documenti dell’Ue e accettata dall’Unione delle comunità ebraiche italiane, “è contestata da diversi intellettuali esponenti della stessa cultura ebraica”, mentre altri documenti Ue fanno riferimento a quella formulata nella Dichiarazione di Gerusalemme”. Il punto, per Giorgis, è che non spetta al Pd risolvere la questione su quale delle due sia la più efficace. Del resto la disputa va avanti da anni e coinvolge studiosi, intellettuali e storici. “Compito nostro - chiarisce il dem - è fare tesoro di questo patrimonio di riflessione e se possibile provare a immaginare un disposto legislativo che lo traduca in azioni di contrasto e di prevenzione al diffondersi dell’antisemitismo”. Il testo di Giorgis, dunque, non sceglie tra le due definizioni oggetto del contendere, ma all’articolo 2 ne fornisce una “nuova”, facendo riferimento alla Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri sulla lotta contro i discorsi d’odio. Poi (nel comma 2 dello stesso articolo), ne amplia il perimetro includendo “tra gli atti e le espressioni di odio e di discriminazione anche quelli rivolti non ai singoli individui, ma alle comunità o ai gruppi in quanto tali, in ragione delle loro caratteristiche identitarie religiose, etniche, nazionali o culturali”. Nel frattempo il testo Delrio, come specifica lui stesso, “non scompare, ma diventa una proposta emendativa al testo base sull’antisemitismo”, che probabilmente sarà quello costruito sulle due proposte “gemelle” di Lega e Iv. Il senatore parteciperà anche al convegno organizzato dalla Fondazione Italia protagonista su iniziativa del senatore Maurizio Gasparri, il 26 gennaio a Palazzo Madama. Delrio (Pd): “Il mio ddl equilibrato. Le critiche sono completamente infondate” di Matteo Marcelli Avvenire, 23 gennaio 2026 Autore di una sua proposta sull’antisemitismo, oggetto di forti discussioni interne al Pd, Graziano Delrio è tra i senatori dem che non hanno firmato il testo di Giorgis depositato ieri in commissione. Senatore, perché non lo ha sottoscritto? Perché secondo me risponde ad alcune esigenze ma non a quella che avevo sollevato presentando la mia proposta e cioè quella di dare un segnale con una legge. Se si parlasse di discriminazione in generale, il ddl Giorgis sarebbe sicuramente adatto. Ma qui si tratta di rispondere a un fenomeno specifico, perché all’interno delle discriminazioni razziali l’antisemitismo ha una sua specificità. Esattamente come il ddl Zan, che appunto ha una sua specificità nel porre un freno all’omotransfobia. Allo stesso modo l’antisemitismo merita una legge a parte. In certi momenti storici è necessario dare segnali su argomenti specifici. È legittimo che si provi a comprendere tutto ma è un’impostazione che non coincide con la mia. Come descriverebbe il momento attuale per l’antisemitismo? Il fenomeno sta assumendo proporzioni preoccupanti in tutta Europa. Perché il problema parte dagli ebrei, ma non si ferma agli ebrei. Quando c’è una discriminazione per religione o cultura e una persona non può esporre pubblicamente la propria fede è in gioco la qualità della democrazia. Ho incontrato tanti ragazzi che non hanno potuto dire di aver celebrato il Kippur o Hanukkah. Non è un problema loro, è un problema nostro. Il ddl è accusato di poter limitare il diritto di critica alle politiche di Israele. Che ne pensa? Il mio ddl applica la definizione dell’Ihra, che è l’unica internazionalmente accettata, frutto di anni di lavoro di esperti mondiali e adottata da 24 paesi Ue, dalla Commissione Europea, dal Parlamento Europeo e dal Governo Conte. Ma nella definizione c’è scritto esplicitamente che criticare il governo di Israele non è antisemitismo. Peraltro io non chiedo di farla diventare legge ma di applicarla a casi specifici, come le ideologie in rete, a differenza di altri progetti che vorrebbero trasformarla in legge. Critica infondata, quindi? Totalmente. Il ddl Giorgis propone una nuova definizione ma a me sembra che si debba usarne una che ha consenso internazionale. Ma non crede che questo ritorno dell’antisemitismo sia collegato con la politica di Netanyahu? Certamente le politiche di estrema destra di alcuni ministri di Netanyahu e la tragedia inaccettabile di Gaza non attirano simpatia verso Israele. Ma qui parliamo di un fenomeno che il mondo cattolico conosce bene. Come diceva il Cardinal Martini, non è un fenomeno collegato solo alle contingenze storiche, ma ha radici culturali profonde risalenti a secoli fa. Il mondo cattolico ha avuto responsabilità storiche, dimenticando la parola di San Paolo: l’ebraismo è la nostra radice e noi siamo i rami. Chi colpisce la radice mette a rischio tutto l’albero. Dopo il 7 ottobre ci saremmo aspettati solidarietà, invece i sondaggi mostrano un sentimento antisemita rafforzato. Stiamo parlando di uno dei fenomeni del male della storia più paradigmatici. Come risponde a chi l’accusa di aver fatto questa scelta in ragione di un posizionamento interno? È una stupidaggine clamorosa. Ho annunciato la proposta mesi fa, prima che ci fosse l’area riformista. Bisogna sottrarre l’argomento ai giochini politici. Non mi interessano le correnti del Pd né le differenze tra partiti e su questo tema auspico un’amplissima convergenza bipartisan. Serve un dialogo sereno per dare un segnale a chi soffre per queste discriminazioni. Stati Uniti. Quei bimbi in cella per stanare i genitori migranti di Simona Siri La Stampa, 23 gennaio 2026 Liam, cinque anni, preso dagli agenti dell’Ice nel vialetto davanti casa e poi costretto a bussare alla porta. Così un’intera famiglia di immigrati è stata deportata da Minneapolis. Una modalità che suscita sgomento. La sua foto con il cappellino blu e le orecchie di pelo - quelle che si alzano se schiacci i due cordini ai lati - sta facendo il giro del mondo, simbolo della crudeltà a cui si è spinta l’Ice, l’agenzia anti immigrazione che da un mese sta operando nell’ambito dell’operazione “Metro Surge” a Minneapolis e in tutto il Minnesota, dopo varie incursioni in altre città americane, da Los Angeles a Washington passando per Portland e ora anche per il Maine. Liam Ramos ha cinque anni e due giorni fa è stato preso da agenti incappucciati davanti al vialetto di casa e trasferito in un centro di detenzione in Texas insieme al padre Adrian. È successo a Columbia Heights, un sobborgo di Minneapolis pieno di case monofamiliari e di gente che si aiuta a vicenda. A raccontare la sua storia è stata la maestra e i dirigenti scolastici della scuola che frequenta. Secondo Zena Stenvik, sovrintendente delle scuole pubbliche di Columbia Heights, Liam e Adrian erano appena arrivati a casa quando sono stati fermati e fatti scendere dall’auto: un agente ha poi accompagnato il piccolo fino alla porta di casa e gli ha ordinato di bussare per farsi aprire, “essenzialmente usando un bambino di cinque anni come esca”, ha dichiarato la donna. Stenvik ha aggiunto che un altro adulto che era sul luogo durante l’incidente ha implorato di potersi prendere cura del bambino per evitare che venisse portato via, ma la sua richiesta è stata respinta. Il fratello maggiore di Liam, uno studente delle scuole medie, è tornato a casa 20 minuti dopo e ha trovato il padre e il fratello scomparsi. Durante la conferenza stampa di mercoledì sera Ella Sullivan, l’insegnante della scuola materna, ha parlato con le lacrime agli occhi: “Liam è uno studente brillante. È gentile e affettuoso, e i suoi compagni di classe sentono la sua mancanza. Entra in classe ogni giorno e illumina l’ambiente con la sua presenza. Tutto ciò che desidero è che torni qui sano e salvo”. Marc Prokosch, l’avvocato che rappresenta i Ramos, ha dichiarato che la famiglia è entrata negli Usa nel dicembre del 2024 in modo legale (ovvero attraverso un punto di ingresso ufficiale), che ha una richiesta di asilo in corso e che contro di loro non c’era alcun ordine di espulsione. “La famiglia ha fatto tutto ciò che è previsto dalla legge. Non sono entrati illegalmente nel Paese. Non sono criminali”. Tricia McLaughlin, assistente segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna, in un comunicato ha dichiarato che quella dell’Ice è stata “un’operazione mirata” per arrestare il padre di Liam, definito da lei un “immigrato clandestino”. “Non abbiamo preso di mira un bambino” ha affermato, sostenendo che Adrian “è fuggito a piedi, abbandonando il figlio” che a quel punto è stato preso in carico da uno degli agenti e che la decisione di prendere entrambi è stata del genitore. “Ai genitori viene chiesto se desiderano essere rimpatriati insieme ai figli, altrimenti l’Ice affida i bambini a una persona di fiducia indicata da loro”, ha spiegato. La storia di Liam non è l’unica, ci sono altri casi di minori arrestati dall’Ice in questi giorni a Minneapolis. Sempre martedì, una studentessa di 17 anni è stata prelevata dalla sua auto da agenti armati e mascherati e portata via. In un altro caso, risalente al 14 gennaio, alcuni agenti si sono introdotti con la forza in un appartamento e hanno arrestato un’altra studentessa anni e sua madre, per poi trasferire entrambe in Texas. Un quarto caso riguarda una bambina di 10 anni, prelevata mentre andava a scuola, accompagnata dalla madre. La sovrintendente ha raccontato che la bambina ha chiamato il padre durante l’arresto dicendo che gli agenti dell’Ice l’avrebbero accompagnata a scuola, ma quando il padre è arrivato a scuola, ha scoperto che sia la figlia che la moglie erano state portate via. Alla fine della giornata scolastica, si trovavano entrambe in un centro di detenzione, anche loro in Texas. Da quando l’Ice è arrivato a Minneapolis, le loro operazioni si sono fatte ogni giorno più violente, così come gli scontri con i cittadini che da settimane protestano. “Gli agenti si aggirano nei nostri quartieri, circondano le nostre scuole, seguono i nostri autobus, entrano nei nostri parcheggi e portano via i nostri ragazzi”, ha dichiarato Stenvik. “Perché arrestare un bambino di 5 anni?”, ha chiesto in modo provocatorio la donna nel tentativo di mettere in luce l’ipocrisia dell’Ice la cui missione dovrebbe essere quella di rimuovere “il peggio del peggio”, come dice Donald Trump, “pericolosi criminali e assassini”. Cosa che quel bambino di cinque anni, Liam, sicuramente non è. Filippine. Giornalista condannata, i difensori dei diritti umani: “Una parodia della giustizia” di Monica Ricci Sargentini Corriere della Sera, 23 gennaio 2026 Una giovane giornalista è stata condannata da un tribunale delle Filippine con l’accusa di “finanziamento del terrorismo” ritenuta da molti osservatori di chiara matrice politica e aspramente criticata dai difensori dei diritti umani, che hanno apertamente definito il processo “una parodia della giustizia”. Frenchie Mae Cumpio, 26 anni, è stata arrestata nel febbraio 2020 dopo che gli agenti hanno fatto irruzione nella sua casa nel cuore della notte dove dicono di aver trovato una granata a mano, un’arma da fuoco e una bandiera comunista. Ma i gruppi per i diritti umani sonostengono che le accuse sono state inventate e che la giovane giornalista paga il prezzo per i suoi coraggiosi reportage in cui criticava la polizia e l’esercito. Cumpio è la prima reporter filippina a essere perseguita in base alle cosiddette leggi sul “finanziamento del terrorismo”, che l’avvocato difensore Julianne Agpalo ha definito “l’arma preferita” del governo per mettere a tacere il dissenso. Gli osservatori affermano che l’etichettatura di giornalisti e attivisti si è intensificata sotto la presidenza di Rodrigo Duterte, che ha condotto una sanguinosa guerra alla droga dal 2016 al 2022. La difesa ha annunciato che intende impugnare in appello la sentenza di primo grado. Cumpio e la sua ex compagna di stanza Marielle Domequil sono scoppiate a piangere e si sono abbracciate mentre veniva letta la sentenza con cui rischiano fino a 18 anni di carcere, riporta l’Afp, secondo cui le due imputate sono state invece assolte da accuse di possesso illegale di armi e potrebbero beneficiare della libertà vigilata tra 12 anni e mezzo. “Siamo profondamente preoccupati per le implicazioni di questa condanna, considerando che ci sono molti altri processi, direi inventati, per finanziamento del terrorismo che sono ancora in corso in tutto il Paese - ha dichiarato alla Bbc Josa Deinla, uno degli avvocati di Cumpio -. La triste realtà è che questa decisione comporta gravi conseguenze per il giornalismo di comunità, perché sono proprio i giornalisti di comunità - quelli ai margini, quelli che non appartengono alle organizzazioni mediatiche dominanti - a portare alla luce le condizioni, soprattutto nelle zone rurali, dove vivono le persone più povere”. Prima del suo arresto, Cumpio denunciava regolarmente gli abusi commessi dall’esercito e dalla polizia nella regione orientale delle Visayas nelle Filippine, attraverso articoli per il sito di notizie Eastern Vista - di cui è ex direttrice - e un programma da lei condotto sulla stazione radiofonica Aksyon Radyo-Tacloban DYVL. Il suo caso ha attirato l’attenzione di una coalizione di organizzazioni per la libertà di stampa e Ong, che affermano che le accuse contro di lei sono state “inventate” e il trattamento riservatole in detenzione è “disumano”. Beh Lih Yi, direttore per l’Asia-Pacifico del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, ha condannato la sentenza. “Questo verdetto assurdo dimostra che le varie promesse fatte dal Presidente Ferdinand Marcos Jr. per difendere la libertà di stampa non sono altro che chiacchiere vuote - ha affermato Beh Lih Yi- La sentenza è la prova di dove le autorità filippine sono disposte a spingersi per mettere a tacere le notizie critiche”. L’organo di stampa indipendente Altermidya ha condannato la sentenza: “Siamo indignati per la palese ingiustizia della sentenza del tribunale, nonostante le prove evidenti che le accuse contro Frenchie Mae, Marielle Domequil e il resto dei 5 di Tacloban siano state tutte inventate”.