Suicidi in carcere, -10% nel 2025: Nordio scommette su scuola e cultura di Ivan Cimmarusti Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2026 La relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025 alla Camera. Alle 15 in Senato. L’istruzione una leva per arginare il rischio isolamento dei detenuti. Giachetti (Iv): “I detenuti vivono nelle porcilaie”. Nel 2025 il fenomeno dei suicidi in carcere continua a rappresentare una delle criticità più gravi del sistema penitenziario italiano. Secondo i dati illustrati alla Camera dei deputati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, i suicidi registrati nelle strutture detentive risultano in calo del 10% rispetto all’anno precedente. Un segnale che va nella direzione giusta, ma che - per come viene letto dal Ministero - non consente alcun alleggerimento dell’allerta: il tema resta strutturale e impone interventi mirati, organizzati e continuativi. La linea indicata dal Guardasigilli è chiara: la riduzione percentuale, pur significativa, non basta a ridimensionare l’impatto umano e istituzionale del fenomeno. Proprio per questo, nell’illustrare l’andamento dell’amministrazione della giustizia, Nordio ha richiamato la necessità di una risposta “determinata”, fondata su uno specifico Piano di prevenzione e contrasto. Il Piano contro i suicidi: rete integrata tra carcere, sanità e volontariato - Per arginare i suicidi in carcere, l’Amministrazione penitenziaria - secondo quanto riferito dal ministro - ha promosso una rete di intervento che mette insieme più livelli: istituzioni penitenziarie, servizi sanitari, volontariato e personale di Polizia penitenziaria. Il punto centrale, nella descrizione fornita alla Camera, è il passaggio da un approccio “emergenziale” a una logica di prevenzione strutturata, in cui la sorveglianza non è l’unico strumento e la tutela della persona detenuta non è demandata a un singolo attore. L’obiettivo, almeno nelle intenzioni dichiarate, è intercettare prima i segnali di fragilità e ridurre i fattori di rischio che, in contesti di sovraffollamento e isolamento, possono diventare detonatori. In questa impostazione la Polizia penitenziaria non viene chiamata solo a compiti di custodia, ma entra a pieno titolo nella filiera della prevenzione, insieme agli operatori sanitari e alle realtà del terzo settore presenti negli istituti. È una scelta che, se sostenuta da risorse, formazione e protocolli chiari, può incidere: non perché “risolve” il problema, ma perché rende più difficile che le situazioni critiche restino invisibili. Istruzione in carcere: scuola e università come fattori di protezione - Tra i dati presentati dal ministro, ampio spazio è dedicato ai percorsi educativi, considerati anche come leve indirette di prevenzione del disagio. Nel 2025 risultano attivati 901 corsi scolastici di primo livello e 782 corsi di secondo livello, con il coinvolgimento complessivo di 19.391 detenuti e detenute in percorsi di istruzione. Il dato è rilevante non solo per la quantità di corsi attivati, ma per la platea raggiunta: in carcere l’istruzione non è un “optional” culturale. Può diventare un presidio quotidiano contro il vuoto, la marginalità e la perdita di prospettiva, elementi che spesso si sommano a disturbi preesistenti o a crisi personali legate a processi, condanne, rotture familiari. Sul fronte universitario, l’accesso allo studio superiore registra 1.837 detenuti iscritti, con 260 dipartimenti universitari coinvolti e 437 corsi di laurea attivi negli istituti penitenziari. È un’infrastruttura che, nei numeri, descrive una rete nazionale ampia. Resta però decisivo un punto: la differenza la fa la continuità reale dei percorsi (tempi, strumenti, tutoraggio, collegamenti con gli atenei), non l’esistenza formale dell’offerta. Ma il messaggio politico, oggi, è che lo studio viene indicato come una delle componenti della risposta complessiva alla fragilità detentiva. Nordio ha collegato il tema dei suicidi anche al rafforzamento della tutela della salute mentale, richiamando la collaborazione interistituzionale per potenziare i servizi psichiatrici e gestire le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Il quadro aggiornato indicato dal ministro fotografa la situazione al 7 novembre 2025: risultano ricoverate 675 persone nelle REMS, di cui 606 uomini e 69 donne. Il dato, letto nel contesto del dibattito penitenziario, evidenzia un punto delicato: la gestione del disagio psichico non può essere scaricata sul carcere, ma richiede canali dedicati, competenze cliniche e strutture adeguate. Le REMS, in questo senso, sono uno snodo essenziale, anche se storicamente gravato da criticità di capienza e tempi di attesa. L’elemento “salute mentale” è probabilmente quello più sensibile rispetto al tema suicidi: prevenire significa anche garantire diagnosi tempestive, presa in carico, continuità terapeutica e interventi nelle fasi acute. Se la rete descritta dal Ministero regge sul territorio e dentro gli istituti, è qui che dovrebbe produrre effetti misurabili. Giachetti: “I detenuti vivono nelle porcilaie” - “Ministro glieli do io i numeri del sovraffollamento delle carceri: a fine novembre 2025 è di 63.868 persone, +2.000 rispetto all’anno precedente, a fronte di una capienza di 46.124 posti -700 rispetto all’inizio dell’anno. Ma cosa vuole fare con questi numeri, in una situazione di dramma di questo tipo”. Lo ha detto il deputato di Iv Roberto Giachetti nell’Aula della Camera parlando al ministro Carlo Nordio. “Lei come fa ad escludere che gente che vive come nelle porcilaie non arrivi a suicidarsi per una cosa del genere?”, ha urlato Giachetti sempre rivolto al ministro. “Suicidi in calo, sovraffollamento colpa dei magistrati”: le carceri secondo Nordio di Eleonora Martini Il Manifesto, 22 gennaio 2026 Il resoconto del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla attuale condizione delle carceri e degli Istituti penali. Siamo stati bravi, siamo stati i primi, siamo i più garantisti (altro che panpenalisti), il futuro è roseo e tutto quello che non funziona non è colpa nostra, semmai della magistratura. Si potrebbe riassumere così il resoconto del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla attuale condizione delle carceri e degli Istituti penali per minorenni. Intervenendo in Aula alla Camera, durante le comunicazioni e le repliche alle opposizioni, il Guardasigilli ha dipinto un universo penitenziario in assoluta ripresa. Grazie, a suo dire, ad una serie di interventi effettuati durante il 2025 (“transizione tecnologica e digitale”, “potenziamento delle infrastrutture”, “efficientamento energetico” e, soprattutto, una straordinaria attenzione ai “principi costituzionali che governano l’esecuzione penale”), e agli interventi previsti nei piani governativi e nel “programma del Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, finalizzati all’ampliamento della capacità ricettiva di 21 istituti”. Dunque: i suicidi in carcere? Sono in diminuzione, afferma Nordio, “in calo del 10%” nel 2025 rispetto all’anno precedente: “Non stiamo facendo miracoli - ammette - ma nessuno dica che non stiamo facendo niente”. Secondo il Guardasigilli, infatti, la tutela della salute mentale è stata rafforzata, stanziando “14 milioni per l’assistenza psicologica”, introducendo il “monitoraggio proattivo nei reparti”, “potenziando i servizi psichiatrici e la gestione delle Rems”, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. E ancora: “il lavoro esterno è cresciuto del 15% passando da 1.860 a 2135 unità”, e “sono stati finanziati 43 progetti teatrali e 46 progetti sportivi”. E allora, vediamolo, questo “calo” nel numero dei suicidi di cui si fregia il ministro: nel 2025 sono state registrate 80 persone che si sono tolte la vita in carcere (erano 91 nel 2024) ma va chiarito che il metodo di conteggio è caotico e, come denunciato più volte dalle organizzazioni per i diritti dei reclusi, il Dap tende sempre più ad annoverare i detenuti che spirano in ambulanza o in ospedale, dopo il gesto suicidario, tra i “decessi per altre cause”. E infatti il totale dei morti in carcere è rimasto sostanzialmente invariato: 246 nel 2024, e 241 nel 2025. Come ha spesso richiesto l’associazione Ristretti orizzonti, l’unico modo per fornire dati certi e trasparenti sarebbe quello di pubblicare l’elenco preciso e completo dei detenuti morti. Il sovraffollamento carcerario? Nordio ribadisce il concetto, espresso in altre sedi, secondo il quale ammassare le persone dietro le sbarre non è tra le cause dirette dei suicidi. L’eccesso di detenuti in spazi angusti, aggiunge, non è neppure “determinato dall’introduzione di leggi ad opera di questo governo: faccio presente che il primo provvedimento importante è stato quello sui rave party, su cui neanche una persona è stata giudicata o condannata. Questa legge ha avuto un’efficacia preventiva e deflattiva sulla carcerazione”. In ogni caso, spiega, “abbiamo un gruppo di lavoro che verifica le misure alternative alla detenzione” e “stiamo provvedendo con nuove norme”. Tra “i condannati a una pena non superiore a 24 mesi - spiega - sono risultati suscettibili di accesso a tali misure 10.105 detenuti”. C’è poi “la percentuale di tossicodipendenti in carcere” che è “di circa il 31%: 10.234 detenuti potrebbero usufruire delle comunità terapeutiche e della detenzione domiciliare”. Rispetto alla “carcerazione preventiva, il vulnus più lacerante rispetto al dettato costituzionale che prevede la presunzione di innocenza”, Nordio si dice orgoglioso “di aver introdotto l’interrogatorio preventivo e la competenza collegiale”, che “non riguardano in alcun modo i reati gravi” ma “dovrebbero contribuire a ridurre la popolazione carceraria”. “Queste persone - è la stoccata del ministro - non sono sotto la nostra giurisdizione, ma sotto quella della magistratura di sorveglianza, cui spetta di deliberare la liberazione anticipata”, “non è il governo a decidere chi entra e chi esce del carcere”. Più o meno a questo punto dagli spalti si è levata la voce del deputato di Iv Roberto Giachetti, autore di una proposta per la liberazione anticipata speciale che ha anche ricevuto apprezzamenti bipartisan ma è rimasta inesorabilmente lettera morta. “Ministro glieli do io i numeri del sovraffollamento delle carceri - ha urlato Giachetti rivolgendosi a Nordio - a fine novembre 2025 è di 63.868 persone, 2000 in più rispetto all’anno precedente, a fronte di una capienza di 46.124 posti, 700 in meno rispetto all’inizio dell’anno. Lei come fa ad escludere che gente che vive come nelle porcilaie non arrivi a suicidarsi per una cosa del genere?”. Secondo Nordio nelle carceri è tutto ok (ma forse parlava della Norvegia) di Federica Olivo huffingtonpost.it, 22 gennaio 2026 Il ministro si rallegra perché i suicidi sono diminuiti del 10%. Ma rispetto all’anno scorso, che fu il peggiore di sempre, e i dati degli ultimi anni sono i più alti. Alti anche i morti complessivi, alto il sovraffollamento, cresciuto ma di pochissimo il numero dei detenuti che lavorano. Di che carceri parla? “Il 2025 ha segnato una profonda innovazione per l’amministrazione penitenziaria”. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, leggendo la sua relazione in Parlamento descrive le carceri italiane come fossero le migliori del mondo. Come se l’Italia fosse la Norvegia. Un Eldorado in cui l’anno scorso si è provveduto a oltre 4mila assunzioni di agenti penitenziari, sono state costruite nuove carceri e “sono stati completati i lavori di ampliamento e riqualificazione in numerosi istituti”. In carcere, dice il Guardasigilli, si studia e si lavora più di prima. E, miracolo, si muore di meno: “La notizia meno brutta è che il trend si è invertito. La percentuale dei suicidi è diminuita del 10%”. Davanti a un dramma che si riduce del 10% c’è da esultare? Dati alla mano, poco. Nel 2025 ci sono stati 79 suicidi in cella (dati dell’associazione Antigone). Sono certamente di meno rispetto ai 91 del 2024. Ma nel 2024 si era registrato un triste record: mai così tante persone si erano tolte la vita in carcere. Nel 2023 i suicidi erano stati invece 70. Nel 2022, 84. Negli ultimi anni il trend piuttosto che invertirsi in positivo, si è acutizzato: andando a ritroso fino al 1992, numeri simili si sono registrati solo nel 2001 e nel 2011 (quando ci sono stati 69 e 63 suicidi). Per il resto, i numeri sono stati sempre più bassi. Nel 2025 la drammatica curva è solo stata un po’ meno drammatica. “Nel 2025 c’è stato un calo, sarebbe stato molto grave che così non fosse, ma gli 80 suicidi registrati sono il terzo dato più alto di sempre”, dice a HuffPost Patrizio Gonnella di Antigone. Stesso discorso vale per il numero complessivo di morti in carcere, non solo per suicidio, ma anche per malattia, cause naturali, omicidi in cella. Secondo i dati dell’Amministrazione penitenziaria, combinati con quelli di Ristretti Orizzonti, i decessi nei penitenziari sono stati 245 nel 2025, 241 nel 2024, 212 nel 2023. Per avere un’idea dell’aumento, basti pensare che nel 2014 i morti erano stati 91, nel 2004, 156. Nordio sostiene che l’eccessivo numero di reclusi non incide sui suicidi: “Come può insistere sul fatto che il sovraffollamento, con tutti gli elementi di disagio che comporta, non abbia un ruolo?”, gli chiede Marco Grimaldi di Avs. “È importante - aggiunge Gonnella - prevedere piani di prevenzione, ma bisogna rendersi conto che laddove il sovraffollamento rende invisibili le persone ad operatori sempre più stremati, laddove l’apatia prende il sopravvento, cresce il rischio di episodi critici. Abbiamo bisogno di riforme che riducano la pressione sulle carceri”. I dati (del ministero) sul sovraffollamento sono allarmanti: il 2025 si è chiuso con 63.499 detenuti in cella, a fronte di una capienza di 51.277 posti. Il 2024 si era chiuso, invece, con 61.861, il 2023 con 60.166. Sono numeri che si avvicinano a quelli del 2013. Quando di detenuti in cella ce n’erano 68 mila e l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. “Il governo ripristini la legalità”, dice Riccardo Magi di +Europa. Quanto agli organici degli agenti i sindacati danno merito al governo per le assunzioni, ma fanno notare che non bastano. Sul lavoro in carcere i dati vanno contestualizzati: “Il lavoro all’esterno è cresciuto del 15%, passando da 1.860 a 2.135 unità”, dice Nordio. Non è difficile notare però che ad avere un lavoro fuori dal carcere è appena il 3,4% dei detenuti. Gli altri occupati, circa 20mila, lavorano alle dipendenze dell’amministrazione. Svolgendo mansioni all’interno del carcere che difficilmente garantiranno loro un futuro lavorativo a fine pena. Il ritratto di un mondo penitenziario in progressivo miglioramento non regge alla prova dei numeri. Referendum e carceri, scontro in Aula di Angela Stella L'Unità, 22 gennaio 2026 Il ministro attacca: “Petulante litania, nessun assoggettamento del pm all’esecutivo”. Bocciata risoluzione dem per assicurare una ampia campagna informativa sul voto. Scontro anche sulle carceri, Di Biase: “Ministro non cita mai l’articolo 27”. Respinta la richiesta di +Europa di misure urgenti contro il sovraffollamento. Le comunicazioni del Ministro Nordio sull’Amministrazione della Giustizia rese ieri in Parlamento si sono in parte trasformate in uno scontro dialettico sul referendum costituzionale sulla separazione delle carriere e sulle carceri. In secondo piano i numeri che però vi partecipiamo. Il Guardasigilli ha rivendicato che “al 31 dicembre 2025, su un totale di 2,7 miliardi di euro di risorse PNRR, sono stati rendicontati pagamenti per un totale di 1,98 miliardi, pari al 72,91 per cento. Quindi siamo perfettamente in linea”. Sulla riduzione dell’arretrato civile: “presso i tribunali ordinari, la riduzione dell’arretrato civile ha raggiunto il 95,8 per cento rispetto al 2019; presso le corti d’appello il 99,4 per cento”. Su questo ha aggiunto: “Alla fine del 2026 avremo colmato per la prima volta dalla costituzione della Repubblica l’organico della magistratura”. Non è mancato il capitolo sull’esecuzione penale. “Nel 2025 il fenomeno dei suicidi in carcere ha continuato a manifestarsi con numeri che, pur in calo del 10%, hanno imposto riflessione e determinata azione con uno specifico Piano di prevenzione e contrasto”. Per il Ministro resta “un fardello di dolore”, “un fallimento dello Stato” ma il calo è comunque una “notizia meno cattiva di quella che potevamo temere”. Per quanto concerne la giustizia minorile si registra “l’aumento delle presenze”, “quasi 600 presenze giornaliere”. In chiusura del suo intervento il Guardasigilli ha ovviamente fatto un passaggio sul referendum costituzionale sulla separazione delle carriere: “nessuna disposizione della riforma prevede, né nella lettera né nello spirito, l’assoggettamento del pubblico ministero all’Esecutivo” ha detto criticando quella da lui definita la “petulante litania” di chi sostiene il contrario, suscitando la reazione delle opposizioni che hanno interrotto il ministro mentre stava replicando a Goffredo Bettini che proprio due giorni da queste pagine ha annunciato di votare No: “Molti esponenti lontani dalla nostra area politica - ha commentato Nordio - si sono infatti schierati a favore del referendum. C’è stata anche una manifestazione di sincerità da parte di un membro dell’opposizione, che ha ammesso di essere favorevole nel merito ma di votare no perché si tratta di un voto politico”. Intervenuto a riportare l’ordine il presidente di turno Fabio Rampelli (FdI): “Vogliamo limitare il diritto di parola e di pensiero al Governo? Non esageriamo”. È seguito poi il dibattito. A replicare dal Pd ci ha pensato Federico Gianassi: “assicuro che saranno sempre di più quelli che a sinistra voteranno contro la riforma e ricordo che proprio Nordio ha cambiato idea sulla separazione” considerato che aveva firmato anni fa un documento delle procure contro la norma. Sempre la dem Michela Di Biase ha replicato sul carcere: “lei signor Ministro non cita mai l’art. 27 della Costituzione, disatteso negli istituti penitenziari. Il sovraffollamento ha raggiunto vette elevatissime, anche del 200 per cento”. La deputata ha poi criticato la “scia panpenalistica” del Governo: “50 nuovi reati e 400 anni in più di pena per le aggravanti”. Forza Italia, con Pietro Pittalis, ha invece ribadito soddisfazione per l’approvazione della riforma: “battaglia storica di Fi, una battaglia storica di Silvio Berlusconi”. Nelle sue repliche il Guardasigilli ha tra l’altro detto che “al momento ci sono 10 mila detenuti che potrebbero accedere alle misure alternative ma spetta alla magistratura di sorveglianza provvedere” ad emettere il provvedimento della liberazione anticipata. Sul panpenalismo “da quando è stata introdotta l’apposita legge del governo, nessuna persona è stata incarcerata per i rave party, quindi una volta tanto la norma da noi introdotta ha avuto una efficacia preventiva e deflattiva per quanto riguarda la carcerazione”. Si sono poi discusse le risoluzioni. Proprio i dem ne hanno presentata una per “assicurare la più ampia campagna informativa referendaria”, sulla riforma della giustizia, “ispirata a criteri di obiettività e trasparenza rispetto al quesito referendario, astenendosi da eventuali mistificazioni volte esclusivamente a delegittimare il ruolo della magistratura e a scalfire i principi costituzionali sanciti dall’articolo 104 della Carta Fondamentale”. Invece +Europa con Riccardo Magi e Benedetto della Vedova ha presentato una risoluzione per chiedere al Governo di impegnarsi “ad emanare un provvedimento urgente finalizzato a risolvere il drammatico sovraffollamento carcerario e ripristinare la legalità costituzionale, anche valutando di realizzare un automatismo, al momento della cognizione, per disporre le misure alternative più idonee nei casi di pene inferiori ai quattro anni”. Al contrario, con la propria risoluzione, il centrodestra ha chiesto all’Esecutivo di adoperarsi “per adottare i necessari atti legislativi per dare effettiva e concreta esecuzione alla riforma costituzionale nei tempi previsti dalla stessa. In particolare, ad adottare le norme relative all’istituzione, alla composizione mediante sorteggio dei rispettivi membri e al funzionamento dei due Consigli Superiori previsti; a disciplinare l’istituzione, la costituzione, le competenze e il funzionamento dell’Alta Corte disciplinare”. Il Ministro ha dato parere positivo a quella di maggioranza e negativo a quelle delle opposizioni. E l’aula della Camera ha approvato la prima e respinto le seconde. Repliche sono giunte anche fuori dall’aula. Nordio “ha raccontato un’Italia che non esiste” ha detto Giovanni Zaccaro, segretario di AreaDg. “La risposta al ministro su quanto lui sostiene abbia fatto il governo sulla Giustizia, la daremo il prossimo 15 marzo (una settimana prima del referendum sulla riforma - ndr) quando nel corso degli Stati generali sulla Giustizia che stiamo organizzando chiederemo conto al governo di quello che è stato fatto o meglio non è stato fatto” ha aggiunto il Segretario dell’Anm, Rocco Maruotti. Dello stesso parere Giuseppe Santalucia, già presidente dell’Anm e coordinatore del comitato del No nel Lazio: “ha raccontato un mondo che non vediamo negli uffici”. E sul referendum, di cui ha parlato nell’apertura dell’evento partecipato di ieri al Teatro Manzoni, dal titolo “La Costituzione è di tutti noi, difendiamola”: “il libello del Ministro traccia con chiarezza e inequivocità quale sia la finalità della riforma: liberare l’azione della politica dalla invadenza delle procure, che rappresenta invece un controllo necessario. Se questo è il modo in cui si intende la riforma sono molto preoccupato”. Per Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, i numeri di Nordio “sono freddi. Non dicono fino in fondo quanto si viva male nelle carceri, quanto manchi una progettualità degna di questo nome, quanto anche il personale tutto sia in sofferenza estrema. In ogni caso è un numero elevatissimo di suicidi, tra i peggiori di sempre. Insieme ai suicidi dovremmo usare quali indicatori anche la recidiva (che non è calcolata), lo stato di salute delle persone (in netto peggioramento), gli atti di autolesionismo, le condizioni materiali date dal sovraffollamento, la militarizzazione di un sistema che invece non dovrebbe essere governato con spray al peperoncino e gruppi speciali di intervento. In sintesi, più operatori di comunità, telefonate quotidiane alle persone care, affettività, iniziative socio-culturali e meno repressione: è questa la ricetta per fare stare meglio tutti, staff e detenuti”. Nordio promuove la sua giustizia. E poi minaccia il Pd di Mario Di Vito Il Manifesto, 22 gennaio 2026 Il tempo delle pene In parlamento il lungo racconto dei grandi successi del governo. L’ira contro Serracchiani per una domanda: “Non finisce qui”. La deputata dem cita un servizio di Report sui pc dei tribunali e il guardasigilli promette denuncia. “Forse inventeranno anche un reato con il mio nome”. Alla fine, davanti ai cronisti, è la stessa Debora Serracchiani a scherzarci su. Difficile del resto prendere sul serio l’irosa uscita del ministro della giustizia Carlo Nordio, che alla fine di una lunga ma innocua mattinata alla Camera sullo stato dell’amministrazione della giustizia - un classico del gennaio parlamentare - ha minacciato di denunciare (o chissà che altro) la deputata del Pd, colpevole di aver chiesto alla premier Meloni di venire in aula a spiegare se e quanto c’entra il governo con quello che sostiene la trasmissione di Raitre Report. Cioè che nei computer di tutti i giudici, i pubblici ministeri e i funzionari di tutti i tribunali di tutta la Repubblica ci sia un software che, di fatto, permette di spiarli a distanza. E che la questione, sollevata nel 2024 dalla procura di Torino, sia stata derubricata a bagatella priva di importanza dal ministero di via Arenula, pare, dietro richiesta di palazzo Chigi. La faccenda, a pensarci bene, non è poi così irrilevante, nel paese in cui gli spyware vengono usati molto più del dovuto. L’elenco dei casi è noto alle cronache: Paragon, Equalize, la squadra Fiore e tanti episodi più piccoli, ma ugualmente inquietanti, di dati personali estratti da database investigativi, bancari e fiscali per motivi non ancora del tutto chiari. Nonostante questo, e nonostante molti media di destra gridino ogni giorno all’allarme sugli spioni “di sinistra”, Nordio ha scelto di rispondere con l’intimidazione: “Trovo assolutamente improprio che il ministro della giustizia venga accusato di aver permesso di mettere sotto controllo i computer dei magistrati. Questa cosa non finirà qui”. Pausa. Breve istante di riflessione. E chiosa: “Non è una minaccia, figuriamoci”. E cosa sarà mai, allora? Un invito alla riflessione? Uno sfogo dettato dalla stanchezza per le ore passate a Montecitorio? Un attimo di gratuito nervosismo? In sé il dibattito sull’amministrazione della giustizia non è stato dei più duri, a volerla dire tutta. Le opposizioni si sono in effetti opposte, ma, ecco, non sono volate le sedie e tutti hanno avuto il tempo di prendersi un prosecco alla buvette tra un intervento e l’altro. Nordio, nel suo monologo d’apertura, ha dipinto un sistema giudiziario meraviglioso, dove il governo sta conseguendo uno dopo l’altro risultati eccezionali: dalla giustizia minorile che funziona come un orologio svizzero ai suicidi in carcere sensibilmente calati, dai target del Pnrr tutti centrati ai tempi dei processi abbattuti. E poi: organici rafforzati, nuove assunzioni in arrivo, digitalizzazione che spicca il volo, edilizia giudiziaria (cioè prigioni) in avanzata fase di sviluppo. Le prospettive sono rosee e i problemi, che pure esistono, sono tutti a un passo dall’essere risolti. Sarà un 2026 bellissimo nei tribunali e il quadro è talmente entusiasmante che verrebbe da chiedersi come mai allora non passa settimana senza che vengano istituiti nuovi reati e che vengano promesse riforme. L’apice è stato toccato quando il ministro ha rivendicato il famigerato “decreto rave”, il reato di festa che, ormai tre anni fa, fece da biglietto da visita alle politiche poliziesche del governo. “Sapete quante condanne ci sono state per questo reato?”, ha domandato Nordio. Quante, ministro? “Zero”. Alle ovvie risate scaturite da quella che malgrado le apparenze non era una battuta, il ministro ha poi opposto la sua ferma convinzione che questo numero sia da attribuire all’effetto deterrente del provvedimento. Dunque, secondo lui, dall’inverno del 2023 in Italia non ci sarebbe stato più nemmeno un rave. Resterebbe il merito di quello che ha detto Nordio sullo stato dell’amministrazione della giustizia. “Ha raccontato un’Italia che non esiste - dice a questo proposito Giovanni Zaccaro, segretario di Area democratica per la giustizia -. I sistemi informatici si impallano continuamente, bloccando l’attività giudiziaria. Ogni mese vanno in pensione cancellieri ed amministrativi che non sono sostituiti. Non ci sono nemmeno i braccialetti elettronici per eseguire le misure nei confronti di chi si è macchiato di violenze di genere. Le carceri sono strapiene”. Poco dopo gli fa eco la giunta dell’Anm: “Nessuna risposta sui problemi quotidiani nella giustizia. Nessun chiarimento sui tagli in legge di bilancio. Nessuna prospettiva per i precari del Pnrr. Nessun riferimento agli investimenti da fare su informatica ed edilizia giudiziaria. Siamo profondamente preoccupati. La giustizia ha bisogno di risorse, non di condizionamenti dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”. Il riferimento è alla riforma costituzionale che a breve sarà oggetto di referendum. Non c’entrerebbe nulla con l’amministrazione della giustizia, ma in fondo era stato lo stesso Nordio a inserire il tema nella sua relazione. Solito copione: è tutto bellissimo, perfetto, incontestabile. Le obiezioni sono “petulanti litanie”. E Alessandro Barbero, che di recente si è espresso per il No, è solo uno storico. Parola del ministro: “Gli storici danno spesso interpretazioni eccentriche degli eventi, da Erodoto ad Alan Taylor”. Nordio: “Con i minori serve equilibrio, non crudeltà. La riforma? Dalle opposizioni è una continua litania” di Irene Famà La Stampa, 22 gennaio 2026 Il Guardasigilli non ha dubbi: la giustizia dev’essere “equilibrata e proporzionata”. Riforma costituzionale della giustizia, impiego dei fondi Pnrr, situazione delle carceri. Il bilancio del Guardasigilli Carlo Nordio, questa mattina alla Camera, si alterna tra “risultati raggiunti” e obiettivi per il futuro”. Poi un accenno, inevitabile dopo i fatti di cronaca di questi giorni, ai provvedimenti per contrastare la criminalità minorile in aumento. Sul tema degli adolescenti violenti, che ammazzano, umiliano, seviziano, il ministro sceglie la via del “buon senso” e lancia un appello: evitare “l’estremizzazione enfatica” di chi da un lato” invoca la repressione crudele” e di chi dall’altro “svilisce il problema in termini di sociologica indulgenza”. Il Guardasigilli non ha dubbi: la giustizia dev’essere “equilibrata e proporzionata”. E per rafforzare il concetto si sofferma sull’immagine della Giustizia con in mano la bilancia e la spada. “Non ci dovranno essere sanzioni tiranniche, ma la certezza della pena è essenziale per la credibilità dello Stato e nell’interesse dei minori”. Poi aggiunge: “I provvedimenti che prenderemo - adesso non so quando né come, ma certamente li prenderemo - sarà ispirato a questi principi”. Tema centrale, nella relazione del ministro, è la riforma della giustizia. E Nordio abbandona la flemma: “Ci accusano, dicono che nella nostra riforma c’è un vulnus alla Costituzione, che vogliamo sottomettere il pubblico ministero all’esecutivo. È una petulante litania di fronte alla quale non c’è possibilità di replica”. L’aula rumoreggia. Il presidente di turno Fabio Rampelli interviene: “È la parola litania ad avervi disturbato? Allora poi andiamo a studiarla insieme. Quando sarà il vostro turno parlerete”. Il Guardasigilli riprende la parola: “Davvero non trovo quale altro aggettivo possa essere utilizzato. Non attribuiteci intenzioni eversive e magari nostalgiche che non abbiamo”. La relazione procede. Nordio spiega: “Non è solo un bilancio di quanto realizzato, ma soprattutto una dichiarazione di intenti per il futuro”. Si parte dall’attuazione del Pnrr: su un totale di circa 3 miliardi di risorse, “risultano già effettuati pagamenti per il 72,91%”. Il Guardasigilli si sofferma sulla riduzione dell’arretrato civile, sulla digitalizzazione del processo (che sta sollevando diverse polemiche per la difficoltà nell’utilizzo dell’applicazione promossa dal ministero), sugli investimenti in edilizia giudiziaria. Sulle assunzioni, il ministro assicura: “La procedura di stabilizzazione del personale Pnrr si sostanzierà in un ampio impegno aggiuntivo di almeno 225 milioni di euro di risorse nazionali per l’assunzione di almeno 6mila persona (5.200 di area funzionari e 800 di area assistenti)”. E ancora. “Con la legge di bilancio abbiamo previsto la possibilità di scorrere la graduatoria della stabilizzazione ulteriormente per tre anni”. Sul fronte carceri, il Guardasigilli difende l’operato del governo: “Abbiamo proseguito il piano di potenziamento infrastrutturale, sia attraverso la creazione di nuove strutture sia attraverso il recupero e la riattivazione di quelle esistenti, ma indisponibili: a ciò si aggiunge l'adeguamento degli istituti, rimodulando interventi per circa 166 milioni di euro”. Problema risolto? “Le problematiche da risolvere sono ancora tante”. Aspetti tecnici e aspetti umani, come le storie di fragilità dei detenuti che in cella si tolgono la vita. “I suicidi in carcere - dichiara il ministro - sono un fenomeno con cui ci siamo ripetutamente confrontati e che rappresenta un fallimento dello Stato: il trend si è invertito e quest'anno sono diminuiti del 10%, per quanto i numeri restino alti e intollerabili”. A tenere banco alla Camera è la discussione sulla riforma della giustizia. E il ministro torna a commentare le esternazioni dello storico Alessandro Barbero. Sui social, nei giorni scorsi, lo studioso aveva postato un video per spiegare le ragioni del suo “no” al referendum: il rischio, aveva detto, è di avere dei magistrati “che prendono ordini e che possono essere puniti dal governo”. La riflessione non era piaciuta al Guardasigilli che, arrivando a Montecitorio per partecipare a un convegno, l’aveva definita “eccentrica”. Oggi Nordio torna sull’argomento: “Di fronte alle osservazioni del professor Barbero mi sono limitato a dire una cosa: gli storici spesso danno interpretazioni eccentriche sugli eventi”. Il ministro ribadisce di non voler entrare in polemica, spiega che con lo storico non solo non c’è stato “nessun scontro” ma di non aver “mai avuto l’onore di conversare con il professore”, difende la sua “libertà di replicare a un intervento improprio”, sottolinea di essersi limitato alla scelta del termine “eccentriche. Erodoto credeva negli oracoli ed è stato Tucidite a portarlo sulla retta via e l'ultima interpretazione eccentrica l'ha data un grande storico inglese, Ian John Percivale Taylor, secondo il quale la seconda guerra mondiale non era stata voluta da Hitler ma era nata per l'aggressività delle potenze occidentali. Però da qui a dire che ho impostato una polemica…”. Nordio relaziona sulla giustizia e manda in tilt il Pd su Bettini e il referendum di Ermes Antonucci Il Foglio, 22 gennaio 2026 Alla Camera il ministro loda la “manifestazione di sincerità” espressa sul referendum da Bettini (che pur essendo favorevole alla riforma voterà No per andare contro il governo Meloni) creando imbarazzo tra i dem. Più che una seduta sull’amministrazione della giustizia, oggi alla Camera è andata in scena una seduta sullo stato confusionale della sinistra attorno al referendum sulla giustizia. A far scattare il dramma nel Pd è stato proprio il Guardasigilli Carlo Nordio, che presentando al Parlamento la relazione annuale sulla giustizia del 2025 ha parlato anche della riforma costituzionale e della “manifestazione di sincerità” espressa da un “membro dell’opposizione, che ha detto che sarebbe stato favorevole ma poiché questo è un voto estremamente politico che sarà pro o contro Meloni, lui voterà contro”. Il ministro è stato interrotto dalle proteste che si sono levate dai banchi dell’opposizione. “È stato l’onorevole Bettini, lo abbiamo letto sui giornali”, ha replicato Nordio allargando le braccia, generando silenzio e imbarazzo tra i deputati del Partito democratico. In effetti, sarà difficile per il Pd liberarsi dalle parole di sincerità espresse sul referendum da uno dei suoi principali fondatori. Così come sarà difficile liberarsi da quella “petulante litania”, come l’ha definita Nordio (attirandosi per la seconda volta le proteste dei deputati dem), secondo cui il governo con la riforma “vuole mettere il pubblico ministero sotto l’esecutivo”. “Oggi la Costituzione non riconosce al pm le stesse garanzie riconosciute al giudice. Con il nuovo articolo 104 della Costituzione, invece, eleviamo il pubblico ministero alla stessa dignità, autonomia e indipendenza del giudice”, ha sottolineato Nordio. Ma c’è da immaginarsi che litania proseguirà. Anche perché lo stato confusionale non sembra circoscritto al Pd, ma a tutta l’opposizione, che alla risoluzione unitaria della maggioranza a favore della relazione del ministro Nordio (poi approvata sia alla Camera sia al Senato) ha opposto ben sei risoluzioni alla Camera e altre cinque al Senato (tutte bocciate). La relazione del ministro Nordio si è concentrata soprattutto sull’impiego dei fondi del Pnrr, la cui attuazione “ha rappresentato il motore principale delle riforme e degli investimenti”. “Al 31 dicembre 2025 - ha riferito il ministro - su un totale di 2,7 miliardi di euro di risorse Pnrr assegnate al ministero della Giustizia, sono stati rendicontati pagamenti per un totale di 1,98 miliardi, pari al 72,91 per cento, quindi perfettamente in linea con i target”. Questi investimenti hanno portato il sistema a raggiungere quasi tutti gli obiettivi concordati con Bruxelles sulla riduzione dell’arretrato in materia civile e penale e dei tempi medi di conclusione dei procedimenti, nonché sulla digitalizzazione dei fascicoli giudiziari. Su un target, però, il Guardasigilli ha glissato: quello sulla riduzione del 40 per cento della durata media dei procedimenti civili (il cosiddetto “disposition time”) entro il 30 giugno 2026. L’obiettivo concordato con l’Ue appare infatti al momento un miraggio, se si considera che oggi la riduzione si attesta a -27,8 per cento. Altri punti interrogativi aleggiano sul tema del sovraffollamento carcerario, su cui - nonostante la nomina di un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria - non si registrano miglioramenti. Il ministro ha invece sottolineato la riduzione del 10 per cento dei suicidi in carcere: 79 contro i 91 del 2024. “Se non è l’inizio della fine diciamo che è la fine dell’inizio”, ha detto Nordio. E lo si spera. Sicurezza. “Unico problema gli irregolari”. Piantedosi accusa i migranti di Giuliano Santoro Il Manifesto, 22 gennaio 2026 Il ministro ribadisce: l'“allarme sicurezza” è solo un problema virtuale, di “percezione” ma poi cerca un capro espiatorio. Dal Colle intanto trapelano i primi dubbi sul nuovo decreto. Riguardano libertà di manifestare, sanzioni amministrative e rimpatri. Il nuovo decreto sicurezza incontra diversi ostacoli, dal punto di vista politico e da quello strettamente tecnico. Dopo la riunione di due giorni fa, con la maggioranza alla ricerca di una quadra sulle nuove norme, Matteo Piantedosi aveva già fatto intravedere un mutamento di toni attorno al tema delle emergenze. Parlando alla Scuola superiore di polizia è ancora più chiaro. Evoca il concetto di “insicurezza percepita” a proposito del fatto che i reati sono in calo ormai da anni ma gli allarmi restano alti. Dovrebbe sapere che ciò è dovuto anche alla politica e soprattutto alla destra e ai media a essa vicini che soffiano sul tema. In ogni caso il ministro dell’interno dice chiaro e tondo che “se i reati calano ma resta la discussione su una maggiore percezione di insicurezza, credo sia anche perché la popolazione nel nostro paese invecchia: si sente tendenzialmente più insicura e trova più difficoltà a confrontarsi con espressioni di effervescenza giovanile, siano esse legate o meno alla componente straniera”. La percezione di insicurezza, del resto, appare “abbastanza irragionevole e non confortata dai numeri” anche nel giudizio del procuratore generale di Cassazione Pietro Gaeta. Piantedosi deve specificare che questa assenza di emergenze concrete non impedisce che si intervenga dal punto di vista legislativo, per rispondere a casi di cronaca e incidere maggiormente. Eppure ammette che anche sulle armi da taglio, per le quali è prevista una stretta nel decreto, non si ravvedono segnali di particolare allerta. “Dal punto di vista della fattispecie delle morti conseguenti all’uso e alle violenze perpetrate con coltelli c’è una trend discendente - spiega - Eppure c’è questo allarme”. A questo punto ribadisce che il problema è rappresentato per lo più dai migranti, la cui tendenza alla criminalità sarebbe di tre volte maggiore rispetto a quella degli italiani. Dovrebbe sapere, il ministro, che i migrati con regolare permesso di soggiorno presentano un tasso di criminalità uguale a quello degli autoctoni. Tendono a trasgredire la legge quelli che non hanno le carte a posto. Ma siccome le leggi attualmente in vigore, a partire dalla Bossi-Fini, sembrano pensate per produrre clandestinità e rendono la vita difficile a chi voglia mettersi a posto con i documenti, allora il circuito perverso che spinge tanta gente nelle braccia dell’illegalità deriva direttamente dalle scelte della destra. Che sta provando da diverso tempo a scaricare questo problema sulle amministrazioni locali. Risponde il presidente dell’Emilia Romagna Michele De Pascale. “Il tema per noi non è trasformare chiunque voglia entrare in questo paese in un criminale - sottolinea Michele De Pascale - Se questa è la strategia è il contrario di quello che serve. Oggi la strategia è quella di generalizzare. Non è solo eticamente sbagliato: non funziona”. De Pascale contesta l’idea di “costruire sistemi simildetentivi per chi non ha commesso nessun reato”. Le espulsioni erano cinquemila all’anno. Col governo Meloni sono diventate seimila. Il solito Salvini, ne aveva promesse dieci volte tanto. Resta il tema del parere di Sergio Mattarella sulle nuove norme. Fermo il fatto che ancora ci sono soltanto bozze generiche e nessuno ha potuto leggere gli articolati, dal Colle trapelano tre ordini di preoccupazione. La prima riguarda il diritto a manifestare: l’idea di procedere a fermi preventivi anche senza motivi evidenti in occasione di pubblici eventi o di impedire di partecipare a cortei cittadini anche soltanto indagati non convince affatto il Quirinale, pronto a imbracciare l’articolo 21 della Costituzione. L’altro dubbio ha a che vedere con la pretesa di inappellabilità delle sanzioni amministrative comminate. Il terzo, infine, riguarda i rimpatri veloci promessi dalla destra. Su questo tema ci sarebbe anche una divisione tra le forze di maggioranza, con la Lega che spinge per i rimpatri anche per i minori non accompagnati che commettono reati (Salvini ieri ha assicurato che starà nel decreto) e gli altri partiti che hanno dubbi. Ma Mattarella avrebbe ricordato che il governo non può agire da adesso come se fosse già in vigore il nuovo regolamento Ue sui paesi sicuri, che facilita le deportazioni in Albania. “No al benaltrismo a sinistra sulla sicurezza”, dice la dem Madia di Marianna Rizzini Il Foglio, 22 gennaio 2026 Che fare intanto con i coltelli a scuola? “I primi a presentare una proposta di legge sulla limitazione del possesso delle armi da taglio per i minori sono stati i senatori dem Filippo Sensi e Valter Verini. Se il governo decide di fare qualcosa, io ci sono. Ma mi chiedo perché, dopo tre anni di governo Meloni, i ragazzi abbiano ancora i coltelli in tasca”. La sinistra ha lasciato il tema sicurezza alla destra, ha detto l’ex prefetto Franco Gabrielli su questo giornale, “Penso abbia ragione Gabrielli quando dice che non serve la sinistra del benaltrismo, quella per cui è sempre un’altra cosa quella che devi fare quando si parla di sicurezza”, dice l’ex ministro e deputata dem riformista Marianna Madia. Premessa: “Qualunque politica legata alla sicurezza deve partire dalle carceri: viviamo una condizione di sovraffollamento indegno di un paese democratico e civile. E trovo colpevole, tanto più nell’anno giubilare, non aver affrontato questo tema”. Madia aveva firmato la proposta di legge del deputato Roberto Giachetti e salutato l’apertura del presidente del Senato Ignazio La Russa, “ma al dunque”, dice, “la maggioranza si è rivelata garantista a corrente alternata: lo è sulla separazione delle carriere, ma poi riemerge l’anima del ‘buttiamo la chiave’”. Altro tema sottovalutato, dice Madia, quello dei disturbi psichiatrici. Che fare intanto con i coltelli a scuola? “I primi a presentare una proposta di legge sulla limitazione del possesso delle armi da taglio per i minori sono stati i senatori dem Filippo Sensi e Valter Verini. Se il governo decide di fare qualcosa, io ci sono. Ma mi chiedo perché, dopo tre anni di governo Meloni, i ragazzi abbiano ancora i coltelli in tasca”. E poi, dice Madia, ci sono “piccole cose di buonsenso che si possono fare riguardo ai reati che creano disagi allo svolgimento della vita quotidiana dei più deboli: borseggi sull’autobus, furti ai pendolari. In questi casi normalmente si procede a piede libero o senza poi irrogare le misure cautelari, e la persona di fatto rimane in libertà. Ecco, di fronte alla reiterazione, si può pensare di rendere obbligatoria la misura cautelare. Penso sia di buonsenso non allinearsi alla sinistra del benaltrismo, senza per questo scivolare nelle cosiddette salvinate”. Madia si è molto occupata dei social, a volte booster di violenza presso i giovanissimi. “Se si leggessero i resoconti delle audizioni della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza”, dice, “ci si renderebbe conto quanto stia diminuendo l’età media di chi delinque. Ed emerge quasi sempre una forte correlazione con i social”. La deputata lo scorso anno ha fatto proiettare alla Camera la miniserie Netflix “Adolescence”, nata da un fatto di cronaca legato al fenomeno degli incel, i giovani “celibi involontari”. “Una vera emergenza, non fantascienza”, dice: “E quando tutti i pediatri ti dicono che sotto una certa età è meglio non stare sulle piattaforme, penso le istituzioni abbiano la responsabilità di provare a fare qualcosa. Come fu con la legge Sirchia sul fumo”. Madia aveva presentato con Lavinia Mennuni di FdI una proposta di legge sulla maggiore età digitale, firmata da tutti i gruppi politici e approvata anche dalla Commissione Europea. Poi? “A un certo punto è uscita un’agenzia da cui si evinceva che la premier, durante un Consiglio dei ministri, aveva fatto capire che bisognava rallentare. Io avevo parlato con lei della proposta. E lei non aveva detto di essere contraria, ma di doverci mettere la testa. Delle due l’una: se questa è un’emergenza il metterci la testa non può durare mesi e mesi, magari fino alla fine della legislatura, altrimenti mi viene da pensare che qualcuno abbia attirato l’attenzione sull’eventuale danno economico alle piattaforme. Se invece Meloni è contraria, spieghi perché”. Le piattaforme stesse hanno cercato di darsi un limite (vedi Meta con i profili instagram per teenager): “Una cosa non esclude l’altra”. Come intervenire a monte, sul disagio? “Investendo insieme in sicurezza e cultura e recuperando la capillarità persa dai partiti, mettendosi in ascolto di chi ce l’ha ancora, per esempio le parrocchie”. Non si rischia così di incorrere in un altro anatema del prof Tomaso Montanari e di chi vorrebbe i riformisti dem fuori dal Pd, magari in Italia Viva con Matteo Renzi? “Non rispondo a Montanari”, dice Madia, “e penso il vero tema sia come arrivare alle Politiche con una coalizione forte e credibile, capace di battere Meloni. Cosa non scontata”. Qualche giorno fa la deputata ha cenato con la moglie del governatore democratico della California Gavin Newsom. Hanno parlato proprio, dice, “di salute fisica e mentale dei ragazzi, e di impatto delle nuove tecnologie”. Al fianco degli “orfani speciali” oltre il dolore di Pina Mazzaglia La Sicilia, 22 gennaio 2026 Il Progetto Respiro per dare sostegno ai figli delle vittime di femminicidio: “Ecco come interveniamo”. Li chiamano “orfani speciali” i bambini e i ragazzi vittime di femminicidio, la più grave del fenomeno della violenza sulle donne, bambini e ragazzi che non solo devono affrontare la morte della madre, ma che sono privati anche della figura del padre che finisce in carcere o, alcune volte, suicida. Sono orfani che vivono una condizione estremamente complessa: hanno assistito per anni a crimini domestici del padre nei confronti della madre, con conseguenze traumatiche profonde sul proprio sviluppo e che spesso durano anni se non vengono trattate. Il Progetto Respiro, progetto della rete Cismai, promuove un modello di intervento e di cura, percorsi di inclusione, resilienza e di presa in carico degli orfani speciali. Antonello Arculeo, psicologo e psicoterapeuta, è responsabile del Centro Famiglie per il Progetto Respiro della Sicilia. Come avviene l'individuazione? “Appena avuta notizia dei media, o in alcuni casi su mandato della Procura minorile, contattiamo i Servizi sociali territoriali rendendoci disponibili. Molto più complessa è invece la ricerca di quelli che chiamiamo i casi “storici”, avvenuti anni fa. Non avendo dati sul tema prima del Progetto Respiro, in nessuna regione italiana, le ricostruzioni sono avvenute in modi diverse e spesso con ricerche lunghe e complesse”. Quali sono i principali bisogni emotivi dei bambini che hanno perso la madre per femminicidio e quali approcci terapeutici risultano più efficaci in questi casi? “Gestire l’impatto del trauma nel modo più veloce e chiaro possibile è il principale obiettivo. Gli orfani speciali necessitano di supporto professionale e di percorsi di psicoterapia, per evitare che il dolore si cronicizzi e che le dinamiche relazionali disfunzionali vengano interiorizzate e replicate. Hanno bisogno di un ambiente stabile e sicuro, supporto psicologico, assistenza nel gestire il lutto complesso (spesso la perdita di entrambi i genitori) e programmi specifici per rompere la trasmissione transgenerazionale del trauma”. Quale sostegno viene fornito alle famiglie affidatarie e ai caregiver? “Nelle situazioni d’emergenza una presenza immediata e costante fin dai primi momenti che possa fornire un supporto immediato agli eventi. La figura centrale del progetto, il tutor di resilienza, che si relaziona costantemente con gli orfani e con i caregiver per progettare interventi di varia natura come piccoli aiuti di natura economica per supportare funzioni educative, appoggiare la rete territoriale presente attorno al nucleo e\o le attività che frequentava. Aiuti per l’inserimento alla formazione lavorativa, pieno supporto per l’ottenimento dei finanziamenti statali e regionali dedicati. Inoltre, sono stati avviati dei gruppi di auto mutuo aiuto guidati tra orfani e caregiver”. Quali risultati si sono raggiunti finora? “Nel meridione abbiamo individuato circa 280 orfani, di questi 24 solo individuati, 129 identificati, e ne abbiamo preso in carico circa 128. La Sicilia, con il “Centro Famiglie” e “Thamaia”, entrambe associazioni catanesi, ha contribuito più di qualsiasi altra regione italiana. Questo lavoro ha trovato anche riconoscimenti da parte di diverse Istituzioni anche se, come detto, molto ancora c’è da fare al riguardo. Il progetto è riuscito a modificare, a vantaggio degli orfani, delle leggi nazionali e l’ente finanziatore “Con i Bambini” ha riconosciuto valido il progetto come modello guida per la prosecuzione dello stesso in tutta Italia nell’arco 2026\29. Quali sono i limiti di questo sistema di tutela? “Purtroppo, con le Istituzioni non siamo riusciti a condividere accordi di programma a livello territoriale in maniera formale. Nella continuazione del Progetto Respiro, ci auspichiamo un cambio di passo. Lavorare con soggetti così tanto traumatizzati è molto complesso e anche gli operatori vanno incontro a implicazioni emotive importanti”. Il diritto del detenuto ai legami familiari non si annulla: la Cassazione sui doni ai minori juranet.it, 22 gennaio 2026 La sentenza n. 2192/2026 si colloca nel solco di un orientamento volto a riaffermare la centralità dei legami familiari nel trattamento penitenziario, anche nei regimi detentivi più rigorosi, ribadendo che la sicurezza collettiva non può tradursi in un sacrificio assoluto delle relazioni affettive, specie quando coinvolgono minori. L’art. 28 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Ordinamento penitenziario) attribuisce rilievo centrale al mantenimento, miglioramento e ristabilimento delle relazioni familiari del detenuto e dell’internato, al fine di evitare che l’esperienza carceraria produca un’emarginazione non necessaria e una sofferenza non funzionale alla finalità rieducativa della pena. Tale impostazione trova ulteriore conferma nell’art. 45 del medesimo testo normativo, che prevede specifiche azioni di assistenza alle famiglie dei detenuti, rafforzando la dimensione relazionale e sociale del trattamento penitenziario. Dal sistema normativo emerge, dunque, un diritto soggettivo del detenuto alla conservazione dei legami familiari, cui corrisponde un obbligo dell’amministrazione penitenziaria di predisporre strumenti e modalità idonee a renderne effettivo l’esercizio. Regimi detentivi speciali e bilanciamento degli interessi - Anche nei regimi detentivi di particolare rigore, come quello previsto dall’art. 41-bis O.P., i diritti al trattamento ordinario non possono essere soppressi, ma solo modulati nelle modalità di esercizio, al fine di tutelare le esigenze di sicurezza e di ordine pubblico. Il necessario bilanciamento tra affetti familiari e sicurezza collettiva - La Corte ribadisce che il diritto alla vita familiare del detenuto e la tutela della collettività devono essere oggetto di un costante bilanciamento, da operarsi in concreto e non in via astratta. Ne consegue che ogni restrizione deve risultare proporzionata, ragionevole e funzionale allo scopo di sicurezza perseguito, senza tradursi in un annullamento indiscriminato delle relazioni affettive. Doni e alimenti ai familiari infradodicenni: il valore relazionale del “dono” - In tale prospettiva si inserisce la questione relativa alla possibilità di consegnare ai familiari minori di 12 anni doni o alimenti acquistati in sopravvitto. La Cassazione valorizza il significato simbolico del dono, qualificandolo come una forma di manifestazione del pensiero e dell’affetto, idonea a testimoniare la persistenza e la stabilità del legame familiare anche in costanza di detenzione. Tale forma di espressione assume un rilievo ancora maggiore quando rivolta a minori in tenera età, per i quali il dono rappresenta uno strumento immediato e comprensibile di comunicazione affettiva, capace di preservare la relazione genitore-figlio. Il principio affermato dalla Cassazione - Secondo la Suprema Corte, il divieto generalizzato di consegna di beni o alimenti ai familiari infradodicenni non può ritenersi automaticamente giustificato. È, invece, necessario verificare se, nel caso concreto, la prevalenza dell’esigenza di sicurezza sia adeguatamente motivata e se il bilanciamento con il diritto alla conservazione dei rapporti familiari sia stato effettivamente garantito. La restrizione, pertanto, deve essere il risultato di una valutazione individualizzata, non potendo risolversi in una compressione sproporzionata di un diritto fondamentale del detenuto. Sardegna. Detenuti 41 bis, ora anche Forza Italia è contro il piano del governo Meloni di Marzia Piga cagliaritoday.it, 22 gennaio 2026 Il deputato e coordinatore regionale del partito in Sardegna Pietro Pittalis annuncia battaglia dopo la pubblicazione del verbale della Conferenza Stato-Regione: “Non si parla di poche decine di detenuti, come mi era stato riferito: lo contrasterò con tutte le forze”. M5S attacca: “Meglio tardi che mai”. Il trasferimento dei detenuti sottoposti al regime di 41 bis in Sardegna torna al centro dello scontro politico, dopo la pubblicazione integrale dei verbali della Conferenza Stato-Regioni, con il piano governativo illustrato dal sottosegretario meloniano Delmastro (ne abbiamo parlato per primi qui). Documenti che, secondo opposizioni e governo regionale, confermano un piano ben più ampio rispetto a quanto inizialmente rappresentato: non poche decine di detenuti, ma una quota consistente, fino a circa un terzo del totale nazionale, concentrata in tre strutture carcerarie dell’isola. Ora se ne è accorto anche il deputato sardo di Forza Italia, all’opposizione in Regione ma in maggioranza in Parlamento, e coordinatore regionale del partito Pietro Pittalis che in una nota annuncia battaglia contro quella che definisce una prospettiva inaccettabile: “La contrasterò con tutte le mie forze”, sottolinea. “Un plauso al governo per la crescente attenzione al sistema penitenziario - premette - ma c’è un aspetto che voglio rappresentare con forza: quello dei detenuti al 41 bis”. Pittalis spiega di aver maturato la propria contrarietà dopo aver esaminato i verbali ufficiali: “All’esito della loro pubblicazione integrale ho dovuto constatare che non si parla di poche decine di detenuti, come mi era stato riferito, ma addirittura di un terzo dei detenuti in regime di 41 bis”. Una scelta che, sottolinea, comporterebbe anche “la trasformazione del carcere di Badu e Carros in una struttura dedicata allo scopo”. Il deputato azzurro annuncia di voler portare la questione in Parlamento: “Voglio dare voce alla comunità sarda, alle istituzioni e alla Chiesa sarda che si sta mobilitando contro questo disegno”. E aggiunge: “Le risoluzioni presentate dalle opposizioni non sono state neanche lette, ma intendo contrastare questo progetto con tutte le mie forze”. Parole che non bastano però a smorzare le critiche del Movimento 5 Stelle. Il deputato sardo Mario Perantoni replica e parla di una presa di posizione tardiva: “Meglio tardi che mai. Prendiamo atto che anche l’onorevole Pittalis ha finalmente scoperto ciò che la presidente Todde, il governo regionale e il M5S denunciano da mesi”. Secondo Perantoni, il quadro è chiaro da tempo: “Il governo ha mentito alla Sardegna sul 41 bis e sta tentando di trasformare l’isola nella Cayenna d’Italia”. Il riferimento è ai verbali della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre scorso, che - sostiene - “ufficializzano nero su bianco un disegno già definito”. “Non si tratta assolutamente di poche decine di detenuti - ribadisce l’esponente M5S - ma di numeri ben più consistenti, senza alcun reale coinvolgimento della Regione e delle comunità locali”. Da qui l’affondo politico: “Ora che anche una parte del centrodestra ammette la gravità di quanto sta accadendo, ci aspettiamo delle scuse nei confronti della presidente Todde e maggiore coerenza”. Perantoni chiude con un appello diretto agli alleati di governo: “Meno applausi al ministro Nordio e più atti concreti per fermare una scelta che penalizza la Sardegna e umilia le sue istituzioni. Dopo Pittalis, aspettiamo che si svegli anche il resto del centrodestra sardo, in particolare Fratelli d’Italia”. E conclude: “La Sardegna non è una colonia penale e non può pagare il prezzo dei fallimenti del governo”. Asti. La storia dell’ennesimo suicidio in carcere di un uomo con gravi disturbi psichiatrici ilpost.it, 22 gennaio 2026 Christian Guercio era in cella da soli tre giorni: secondo il suo avvocato nel carcere di Asti nessuno sapeva che era malato. Il 29 dicembre erano passate da poco le 17 quando Christian Guercio si è ucciso nel carcere di Asti. Aveva 38 anni, faceva l’elettricista e il deejay. Era in cella da tre giorni, accusato di resistenza a pubblico ufficiale, ma secondo il suo avvocato non doveva stare lì perché era malato, depresso, e già in passato aveva tentato il suicidio. La procura di Asti ha aperto un’inchiesta. La famiglia di Guercio vuole ricostruire con precisione cosa è successo, ogni passaggio, ogni decisione presa in quei tre giorni: vuole sapere soprattutto perché un uomo in quelle condizioni era in cella da solo e senza controlli. Il suo avvocato Maurizio La Matina dice che fin da piccolo a Guercio era stato diagnosticato un disturbo oppositivo provocatorio, un disturbo del comportamento che si caratterizza per gravi momenti di collera ingiustificata. Negli ultimi anni era diventato dipendente dalle sostanze stupefacenti. Era seguito dal SerD, i servizi per le dipendenze, ma spesso non si presentava agli appuntamenti. Era in cura anche per una grave depressione, trattata con una terapia farmacologica e sedute di psicoterapia. Il 26 dicembre intorno alle 4 e mezza di mattina, mentre era a casa dei genitori, Guercio aveva avuto una crisi in stato di alterazione dopo aver assunto sostanze, prima di perdere conoscenza. Secondo il racconto dell’avvocato, i genitori avevano chiamato i soccorsi e insieme all’ambulanza si era presentata una pattuglia di carabinieri. Alla vista dei militari Guercio si era agitato, urlando. Sempre secondo quanto riferito dall’avvocato, i carabinieri avevano chiamato rinforzi e solo dopo diversi tentativi erano riusciti a bloccarlo, ammanettando le caviglie e i polsi per caricarlo sull’ambulanza e portarlo al pronto soccorso dell’ospedale di Asti. In quelle fasi concitate un carabiniere aveva rimediato un graffio a un dito. L’avvocato La Matina dice che dai documenti risulta una ferita molto lieve, con una prognosi di zero giorni ottenuta dal carabiniere dopo una visita in ospedale. L’avvocato dice anche che i carabinieri avevano suggerito ai genitori di Guercio di rimanere a casa in attesa di notizie dall’ospedale. Lo stesso avevano detto alla sorella del 38enne, che lavora come assistente sociale, e al cognato, operatore socio sanitario in un istituto psichiatrico. Secondo i documenti ottenuti dall’avvocato, al pronto soccorso Guercio non sarebbe stato sottoposto a una visita psichiatrica. Inoltre nessun medico o infermiere avrebbe controllato il suo fascicolo sanitario, un passaggio indispensabile per verificare lo stato di salute ed eventuali malattie. Con una rapida consultazione del suo fascicolo sanitario era possibile comprendere la sua condizione di paziente psichiatrico e la dipendenza da sostanze. Interpellato per verificare queste informazioni, l’ufficio stampa dell’azienda sanitaria di Asti ha scritto che nel rispetto della legge, a tutela dei dati sanitari e della dignità della persona, e richiamate le norme anche deontologiche a protezione delle persone fragili e vulnerabili, non è possibile fornire dettagli sui riscontri clinici e diagnostici effettuati, nonché sui percorsi di cura avviati dall’azienda sanitaria di Asti. Nella lettera di dimissione ospedaliera si legge che Guercio era stato dimesso poco dopo le 10 di mattina in “stato confusionale e di agitazione”, nonostante fosse stato sedato. Era stato portato prima in caserma e poi nel carcere di Asti, accusato di resistenza a pubblico ufficiale. Era stato portato in carcere perché aveva già un precedente simile risalente a qualche anno prima, quando dopo un caso quasi identico era stato condannato al termine di un processo per direttissima a una pena di otto mesi di reclusione, senza nessun tipo di misura cautelare diversa dal carcere. Guercio è rimasto in carcere per tre giorni in una cella singola nel carcere di Asti, che è destinato perlopiù all’alta sicurezza e quindi ospita soprattutto detenuti condannati per reati particolarmente gravi. La presenza di detenuti comuni è inusuale e solitamente temporanea. L’avvocato dice che nessun operatore del carcere era stato informato delle condizioni di salute di Guercio, messo in una cella da solo e senza controlli aggiuntivi come sarebbe stato opportuno per un uomo che aveva già tentato il suicidio. Su questo punto finora non è stato possibile avere informazioni dalla direzione del carcere di Asti. Nella mattinata del 29 dicembre un giudice per le indagini preliminari aveva convalidato il fermo senza concedere misure alternative, principalmente per via del precedente penale. L’udienza si era tenuta online. “Ho cercato di spiegare che una persona in quelle condizioni non poteva stare in carcere, ma che anzi andava curata al più presto”, dice La Matina. “In ogni caso con un’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale così lieve potevano essere scelte delle soluzioni alternative”. Poche ore dopo Guercio si è ucciso. La legge prevede che le persone con disturbi psichiatrici, se riconosciute incapaci di intendere e di volere, e accusate di reati o che commettono reati non possano essere detenute in carcere, ma debbano essere ospitate in una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), strutture che dal 2014 sono subentrate agli Ospedali psichiatrici giudiziari (OPG, che a loro volta sostituirono negli anni Settanta i vecchi manicomi criminali). La verifica dell’imputabilità, cioè della possibilità di processare una persona, è un istituto giuridico previsto dal codice di procedura penale: l’incapacità di intendere e di volere deve essere accertata da una visita psichiatrica di un perito e poi approvata da un giudice. Il problema è che in Italia ci sono solo una trentina di REMS con circa 600 posti disponibili, troppo pochi per accogliere tutte le persone incapaci di intendere e di volere. Le liste di attesa per accedere sono molto lunghe. Succede molto spesso che anche persone che dovrebbero essere accolte nelle REMS vengano detenute in carcere in attesa che si liberi un posto. L’attesa può durare anni. Negli ultimi anni nelle carceri italiane si sono suicidate diverse persone detenute che avrebbero dovuto essere assistite in una REMS. La famiglia di Guercio, dice l’avvocato La Matina, vuole capire cosa è successo non con un intento vendicativo, ma per evitare che in futuro si ripetano casi simili. I parlamentari di Alleanza Verdi Sinistra Ilaria Cucchi e Marco Grimaldi hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Orvieto (Pg). “Io non sono qui”, il carcere raccontato senza filtri di Angelo Palmieri orvietonews.it, 22 gennaio 2026 Che cos'è oggi il carcere in Italia? E, soprattutto, come può diventare un luogo di cambiamento, invece che un semplice spazio di contenimento? A queste domande prova a dare voce “Quando nessuno ti guarda”, l’incontro promosso da Radio Orvieto Web a partire dal podcast “Io non sono qui”, che racconta la realtà penitenziaria con uno sguardo diretto, rifuggendo facili semplificazioni. L’appuntamento è in programma venerdì 30 gennaio, alle 17.30, a “Lo Scalo” Community Hub. Sarà un incontro aperto di confronto, pensato per mettere in dialogo esperienze e competenze diverse: la narrazione, il lavoro educativo dentro l’istituto penitenziario, la lettura sociale e le storie concrete che attraversano il “dentro”. Interverranno Selia Castellani e Andrea Caponeri (autori del podcast), Paolo Maddonni (responsabile dell’Area Educativa del Carcere di Orvieto) e Roberto Marabitti (protagonista del podcast). È previsto un contributo video dello scrittore Sandro Bonvissuto. Parteciperanno, inoltre, figure di riferimento delle organizzazioni sociali e culturali che negli ultimi anni hanno promosso progetti artistici, educativi e formativi nella Casa di Reclusione di Orvieto. A moderare l’incontro sarà Giacomo M. Mencarelli, presidente di Radio Orvieto Web. In un tempo in cui il tema della detenzione rischia di restare fuori dall’attenzione collettiva, l’iniziativa intende riportare al centro una questione decisiva: che cosa rende una pena davvero rieducativa e quali pratiche concrete possono aprire percorsi credibili di responsabilità, crescita e reinserimento. Un invito ad ascoltare e discutere, con uno sguardo realistico, uno dei luoghi più rimossi e decisivi della nostra società. Milano. “Abbracci in Libertà”, il linguaggio della bellezza per difendere la genitorialità in carcere di Manuela Petrini interris.it, 22 gennaio 2026 “Abbracci in libertà” è il progetto della Fondazione Santo Versace nato con lo scopo di tutelare la genitorialità e garantire la continuità affettiva tra genitori detenuti e figli. Il 21 gennaio, Giornata Mondiale dell’Abbraccio, ci ricorda quanto un gesto semplice possa diventare rifugio, forza, casa. È proprio da questo significato profondo che nasce “Abbracci in libertà”, il primo progetto nazionale della Fondazione Santo Versace - fondata dai coniugi Santo Versace e Francesca De Stefano Versace - dedicato alla tutela della genitorialità in carcere, per custodire ciò che nemmeno una cella dovrebbe mai spezzare: il legame affettivo. Lo scorso 26 maggio, nel mese dedicato alla Festa della Mamma, il progetto, realizzato in collaborazione con la Banca del Fucino, ha preso forma concreta nel reparto femminile della Casa di Reclusione di Milano-Bollate, dove uno spazio non utilizzato è stato trasformato in un luogo accogliente, colorato e vivo. Qui i bambini possono giocare, ridere, sentirsi al sicuro e le madri possono tornare, anche solo per un momento, semplicemente mamme. Un luogo dove gli abbracci non sono più trattenuti, ma finalmente liberi. Qui gli incontri non sono più segnati dalla distanza o dalla rigidità, ma dalla tenerezza, dall’ascolto e dalla possibilità di stringersi in un abbraccio. Il 19 marzo 2026, giorno in cui si celebra la Festa del Papà, è prevista l’inaugurazione di un nuovo parco “Abbracci in libertà” nell’area esterna del reparto maschile del carcere di Rebibbia a Roma. Questo progetto permette di raccontare una nuova visione del carcere: più umana, più giusta, più capace di custodire la bellezza anche nei contesti più fragili. “Abbracci in libertà” non è solo uno spazio fisico. È un gesto d’amore. È la prova che, anche dietro le sbarre, l’infanzia ha diritto alla luce e ogni madre al calore di suo figlio. Dottoressa Pisani, con “Abbracci in libertà” la riqualificazione di un’area non utilizzata ha permesso di portare nel carcere di Bollate colori vivaci, murales, giochi per bambini, tavoli e sedie. In che modo il linguaggio della bellezza può incidere sul benessere emotivo di madri e bambini, anche in un contesto come il carcere? “‘Abbracci in Libertà’ ha allestito lo spazio ove le mamme detenute insieme ai loro bambini minori di 3 anni possono trascorrere del tempo insieme. Il progetto ha creato uno spazio gioco e di socializzazione allegro e accogliente. L’iniziativa ha consentito di sperimentare ancora una volta come la bellezza rappresenti una dimensione capace di promuovere atteggiamenti positivi e permetta di confrontarsi con le parti migliori di sé sulle quali è possibile per ciascuno iniziare a costruire il cambiamento”. Come si svolgevano gli incontri tra madri detenute e figli prima di questo progetto? “Vengono effettuati all’aperto, in un’area destinata ai colloqui familiari di tutta la popolazione detenuta: femminile e maschile. È uno spazio molto grande dove, contemporaneamente, si svolgono gli incontri di numerosi nuclei familiari. L’area allestita da ‘Abbracci in libertà’ invece è destinata alle mamme detenute che hanno con sé i bambini fino ai tre anni in un reparto chiamato ‘Nido’”. La bellezza di quanto realizzato grazie alla Fondazione Santo Versace consente ora di dedicare lo spazio anche ai colloqui mamma-figli monitorati dai Servizi di Tutela minori e agli incontri particolarmente delicati o problematici”. Cosa significa per una madre detenuta poter vivere momenti di relazione con il proprio figlio in uno spazio a misura di bambino? “Incontrare il proprio figlio in uno spazio come quello allestito da ‘Abbracci in libertà’ permette d’immergersi in una dimensione di normalità familiare, di gioco e di serenità che consente di recuperare la dimensione più intima del rapporto. Più di una mamma ha raccontato che, accedere allo spazio gioco, ha permesso sia a lei sia ai figli di ‘dimenticarsi di essere in carcere’”. Che cambiamento avete osservato nelle madri detenute dopo l’apertura di questo spazio? E nei bambini, che tipo di reazioni avete riscontrato? “Il cambiamento più evidente è la serenità, la spontaneità con la quale madre e figli si relazionano. Poter giocare insieme significa poter crescere insieme usando un linguaggio di divertimento e leggerezza”. Quali sono gli aspetti più difficili da gestire della relazione madre-figlio in carcere e quali invece è essenziale tutelare per assicurare serenità ai bambini e sostegno emotivo alle mamme? “La criticità più evidente nella gestione degli incontri mamma-figlio in carcere è rappresentata innanzitutto dalla fatica legata alla limitatezza del tempo e dello spazio in cui avviene l’incontro con il figlio che vive all’esterno: ha un inizio che fa già intravedere la fine dell’incontro ed è un momento nel quale condensare parole e gesti che nella loro spontaneità avrebbero bisogno di tempi e opportunità ben diverse. E’ difficile gestire un rapporto educativo quale quello genitoriale con l’orologio. E’ necessario garantire l’incontro in un ambiente accogliente che riesca a mettere a proprio agio il prima possibile sia le mamme sia, soprattutto, i minori e offra l’opportunità di momenti di affettuosa e autentica vicinanza”. Gli spazi riqualificati per il progetto “Abbracci in libertà”. Foto gentilmente concesse dalla Fondazione Santo Versace Sulla base della vostra esperienza, quali pratiche concrete si sono rivelate più efficaci nel promuovere una relazione il più possibile positiva all’interno del contesto carcerario? “Credo che la regolarità, la frequenza degli incontri e il contesto accogliente siano le prime condizioni per promuovere e sostenere il legame mamma figlio. Nella mia esperienza ho constatato come là dove si consentono e si favoriscono opportunità di gioco condiviso, la relazione si rafforza e si connota positivamente indipendentemente dalle mura che circondano”. Parole contro il carcere. Una raccolta di scritti delle detenute a Torino di Nicoletta Salvi Ouazzene napolimonitor.it, 22 gennaio 2026 Il volume “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere”, curato da Brunella Lottero e Cinzia Morone, è uscito a maggio del 2025 per Paolo Sorba Editore, ma è rimasto sconosciuto per molti mesi persino a chi, a Torino, si occupa o si interessa di carcere. Forse perché il suo contenuto spaventava, o perlomeno metteva in imbarazzo molte istituzioni, o forse, molto più semplicemente, perché viviamo tutti dentro a bolle comunicative e relazionali sempre più ristrette e sempre meno comunicanti. Poi è arrivato il premio Sarzana: a gennaio 2026 il libro vince il “XIII premio letterario Internazionale Poesia, Narrativa, Saggistica Sarzanae” e la notizia emerge e si diffonde suscitando finalmente l’interesse che merita. Il libro riprende vita e comincia a circolare, soprattutto tra chi di carcere si occupa e nelle lotte anti-carcerarie si impegna. Il testo nasce nelle sezioni femminili del carcere Lorusso e Cotugno di Torino dove due donne entrano il sabato mattina per nove mesi (sarà simbolico?) per condurre un laboratorio di scrittura creativa nella biblioteca del femminile, da sempre gestita dal comune di Torino, di cui Cinzia Morone è responsabile. È lei che da molti anni cura la biblioteca interna, la rifornisce di libri, propone letture condivise, laboratori o visioni di film. Questa volta organizza un laboratorio di scrittura creativa insieme a una vera scrittrice: Brunella Lottero. Nel laboratorio si propone la lettura di una grande scrittrice italiana, Elsa Morante. I brani tratti dai nove capitoli de La storia sono letti insieme, sono rielaborati e ispirano gli argomenti su cui redigere i propri testi. Alla fine del laboratorio ogni donna rientra nelle celle e si mette a scrivere dopo aver ritrovato nel racconto della Morante un tema generatore della propria condizione umana. La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la vergogna, il tempo, il futuro: sono tantissime le suggestioni proposte e sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese; centododici i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Le parole delle detenute non hanno filtri (segnaliamo peraltro che nessun testo è stato sottoposto alla censura da parte della direzione del carcere, fatto da non darsi per scontato) e tramite i loro occhi e le loro voci entriamo nell’inferno dell’universo carcerario italiano e del significato “rieducazione della pena”. “Il carcere è un’oscenità, un inferno. Trovo scarafaggi dappertutto. La testa ti fa riflettere in modo ossessivo”. “Tutto tace, ore 7,30 del mattino. Una voce improvvisa urla fortissimo: colazione!!! poi di nuovo il silenzio. Ore 8,45 si sente urlare di nuovo: terapia! Tutto prosegue, una giornata triste e desolata. Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là. La giornata prosegue con le urla delle assistenti che rompono il silenzio”. “Qui mi manca tutto e certe volte non manca niente perché mi sembra che sto vivendo di niente e per niente”. “In questo luogo le assistenti non ci assistono ma ci fanno la guardia, le urla sono quanto di più normale ci sia. Io mi chiedo: le assistenti sono autorizzate a urlare? Più urlano e più fanno carriera? La nostra dignità qui viene quotidianamente calpestata e l’urlo per me significa solo insulto”. Sanno, queste donne, che avrebbero bisogno di tutt’altro e che questo non luogo fa solo perdere tempo senza fornire nessuno strumento di uscita. “Qui non si preparano le detenute per il loro futuro: un lavoro, un mestiere, una possibilità di vita dignitosa ‘dopo’. Molte di noi che non hanno lavorato mai prima si trovano a oziare in cella, tutto il giorno. Sono annoiate e si riversano sui programmi demenziali della tivù. Preferiscono così terminare la pena in carcere, oziando. Per avere l’affidamento al lavoro e quindi scontare gli ultimi anni o mesi lavorando fuori, non ci sono aziende che collaborano con il carcere offrendo posti di lavoro. Non tengono in considerazione che più rimaniamo qui dentro, più abbiamo paura del fuori e del futuro. Ci serve un ponte tra il carcere e fuori”. Il futuro non è pieno di speranza perché il futuro significa tornare in quella società che in realtà ha prodotto il tuo “sbaglio”, quello che ti ha portato dentro. Quella società in cui vivevi con malessere e disagio rifugiandoti spesso nella droga: molte donne descrivono una vita difficile, di strada, a molte sono stati sottratti i figli. Sono poche quelle che raccontano di una famiglia che le sta aspettando e con cui riescono a fare progetti. Per la maggior parte di loro il futuro è nebuloso, o è la speranza di un uomo che le ami e le porti via, in un rifugio in montagna, lontano da tutto e da tutti. E come non tornare col pensiero a Graziana, una compagna di cella di queste donne, che nel giugno del 2023 si è tolta la vita dietro le sbarre perché in prossimità del fine pena che l’avrebbe riportata al suo orrore quotidiano fatto di violenza domestica? Tutto è grigio e desolante in questo carcere costruito solo quarant’anni fa, ma già desueto e fatiscente. Sarebbe da abbattere, come dicono in molti, e lo dice bene Nicoletta Dosio le cui parole risuonano tra le ultime pagine, un brano tratto dal suo libro Fogli dal carcere: “L’unico carcere accettabile è quello abolito”. Ma come si abolisce il carcere? Come aderenti al comitato delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso ce lo stiamo chiedendo da alcuni anni, da quando siamo state obbligate a occuparci di carcere in seguito alla detenzione di alcune attiviste NoTav e di giovani studenti. Tramite le loro parole e i loro racconti siamo entrate in carcere, ne abbiamo conosciuto l’orrore e l’insensatezza. Dalla solidarietà con le militanti è nata la solidarietà con tutte le donne del carcere femminile. Abbiamo continuato a sostenere le lotte delle “ragazze di Torino”, gli scioperi della fame o del carrello, sempre accompagnati dalle loro lettere di denuncia, gli appelli rivolti alle istituzioni, le rivendicazioni della dignità e dei diritti, che abbiamo contribuito a diffondere. Noi siamo, orgogliosamente, uno di quei ponti tra il dentro e il fuori a cui viene chiesto di portare fuori la loro voce. E le lettere delle “ragazze di Torino” sono diventate un punto di riferimento importante nello scenario carcerario e anti-carcerario italiano. Non è quindi un caso se in questo libro abbiamo ritrovato le stesse parole, le stesse denunce, la stessa richiesta di profonda dignità. Ci viene da pensare che quel laboratorio sia stato una delle rare e importantissime azioni di empowerment delle donne che ha promosso riflessione critica e scrittura, che ha dato voce alle inascoltate. Loro hanno ritrovato le parole, i solidali le hanno diffuse. “Le parole sono armi”, ci viene ricordato dal nome del laboratorio e la “narrazione critica e alternativa ha contribuito alle riforme carcerarie del Sessantotto”, ci ricorda Claudio Sarzotti nella prefazione. Abbiamo visto trasformare le loro parole in armi, rivolte a un mondo politico e istituzionale che sta deliberatamente lasciando marcire le galere. Le parole sono armi. Usiamole per abbattere queste maledette carceri. Il regista Luca Miniero: “Così la scuola di Caivano è passata da discarica a moderno istituto” di Renato Franco Corriere della Sera, 22 gennaio 2026 “La Preside”, serie televisiva liberamente ispirata alla vera storia di Eugenia Carfora, la dirigente scolastica diventata simbolo di coraggio e determinazione, con Luisa Ranieri protagonista, va in onda lunedì 19 gennaio alle 21.30, su Rai1. È possibile salvare i ragazzi da un destino di criminalità e analfabetismo attraverso la scuola? Anche quando non vogliono essere salvati? Eugenia crede di sì. Per questo, al suo primo incarico come preside, sceglie l’Istituto Anna Maria Ortese (a Napoli), ovvero l’inferno in terra. Posizionato al centro di una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, l’Ortese è tristemente famoso per l’assenteismo degli studenti e la totale mancanza di risorse. Ma quella che ad altri potrebbe sembrare una sfida impossibile, per Eugenia diventa una missione: “Quando le cose sono così brutte, è facile immaginarsele più belle”. Liberamente ispirata alla vera storia di Eugenia Carfora, la dirigente scolastica di Caivano divenuta simbolo di coraggio e determinazione nella lotta per il riscatto educativo e sociale, “La Preside” vede nei panni della protagonista Luisa Ranieri: “È un progetto a cui tengo tantissimo” spiega l’attrice, “è una storia che abbiamo scoperto con Luca (Zingaretti, il marito, qui anche in veste di produttore con Luca Barbagallo) e ci abbiamo messo molti anni per capire come svilupparla al meglio. Ci siamo ispirati alla figura di Eugenia Carfora per mostrare come la scuola in alcuni territori sia uno degli ultimi presidi civili rimasti e raccontarla significa raccontare il Paese e dare voce a chi fa la propria parte nella quotidianità educativa. Per me lei è un’eroina moderna che si alza la mattina e fa il suo lavoro bene, con amore. È un esempio di forza, dedizione e amore per la scuola”. La serie è un racconto corale in cui la protagonista si divide tra lavoro e vita privata, come sottolinea la scelta delle location: da un lato la famiglia a Portici, placida e con il suo sfogo sul mare; dall’altra Caivano, piena di ombre, misteriosa e a suo modo affascinante. “Sono proprio i ragazzi il carburante che alimenta la preside nonostante le numerosissime difficoltà” riflette il regista Luca Miniero. “I giovani sono il futuro e ogni minuto perso è un ragazzo in meno sui banchi di scuola. Se lo ripete come un mantra la protagonista, e la sua tenacia e frenesia si esprime attraverso l’ampio utilizzo della macchina a mano, che la segue senza sosta tra le mura di una scuola che con forza e coraggio rimette in sesto giorno dopo giorno, coinvolgendo inevitabilmente anche lo spettatore. Quando la macchina si ferma invece cogliamo le fragilità e le conseguenze emotive di un lavoro estenuante, con sfide che continuano anche tra le mura di casa. La scuola, il cuore pulsante della vicenda, è il segno tangibile e visibile che le cose si possono cambiare: un pezzo alla volta la vediamo trasformarsi da “discarica” a moderno istituto superiore, e così anche i suoi studenti, contagiati dalla voglia di migliorarsi”. Il diritto dei figli: 20 anni di affidamento condiviso tra luci e ombre di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 22 gennaio 2026 In Italia, la disciplina dell'affidamento dei figli in caso di separazione o divorzio è regolata principalmente dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54, che ha introdotto il principio della bigenitorialità. Tra le priorità individuate dalla legge il diritto riconosciuto al minore di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, anche dopo la rottura dell'unione. I vent'anni della legge 54 sono stati al centro di un incontro formativo in presenza e in modalità online (con oltre 1.200 partecipanti da remoto), organizzato dalla “Commissione diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni” del Consiglio nazionale forense. A vent'anni dall'introduzione della legge n. 54/2006 il bilancio tra l'intento del legislatore e la realtà applicativa nei tribunali rimane uno dei temi più dibattuti tra gli avvocati e gli esperti di diritto di famiglia. La domanda che ha costituito il sottotitolo dell'evento del Cnf - “Si scrive affidamento condiviso, si legge affidamento diviso?” - ha colto alla perfezione il paradosso di una riforma che voleva mettere al centro il minore, ma che spesso si è scontrata con prassi burocratiche e conflitti genitoriali irrisolti. La giornata di studio si è articolata in quattro sessioni con approfondimenti sull'evoluzione giurisprudenziale, senza tralasciare un richiamo all'esperienza di altri Paesi europei. Sono intervenuti Daniela Giraudo (coordinatrice della Commissione diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni Cnf, capodelegazione italiana presso il Ccbe-Consiglio degli Ordini forensi d'Europa), Filippo Romeo (Commissione diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni Cnf, ordinario di diritto privato Università “Kore” di Enna), Salvatore Patti (emerito di diritto privato, Università di Roma “Sapienza”), Rita Russo (Consigliera della Corte di Cassazione), Raffaele Sdino (presidente Prima Sezione civile del Tribunale di Napoli), Paola Donvito (Commissione diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni Cnf), Cecilia Ragaini (neuropsichiatra infantile, Università Cattolica, Milano), Gianni Ballarani (ordinario di diritto privato nella Pontificia Università Lateranense) e Davide Piazzoni (Commissione diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni Cnf). “L'incontro dedicato all'affidamento condiviso - ha detto in apertura dei lavori la consigliera Cnf Daniela Giraudo - intende non solo celebrare i vent'anni della legge n. 54, ma rappresenta anche l'occasione per fare un bilancio, per riflettere su quanto è stato fatto e su quanto non è stato fatto. Da qui l'interrogativo del sottotitolo dell'iniziativa”. Secondo il professor Filippo Romeo dell'Università “Kore” di Enna, la legge del 2006 ha segnato una “svolta” nel diritto di famiglia nel concepire i rapporti tra i coniugi. “Il nostro - ha commentato Romeo - non è un incontro celebrativo. L'idea del convegno del Consiglio nazionale forense serve a riflettere in maniera critica su una legge che ha lasciato aperte molte questioni. Il sottotitolo, presentandosi con una domanda, intende offrire un ulteriore spunto di riflessione. Viene richiamata una tensione che ha riguardato l'esperienza applicativa della legge e i suoi aspetti concreti nell'applicazione quotidiana. Un modello che richiede assetti sostenibili sulla qualità della relazione e sui bisogni del minore. L'idea del convegno è stata quella di confrontarsi tenendo conto di punti osservazione diversi, con contributi che possono essere utili per gli avvocati nel loro lavoro quotidiano”. Sono state tante le aspettative emerse vent'anni fa, in occasione dell'entrata in vigore della legge n. 54. Da questo tema si è articolato l'intervento di Salvatore Patti. “Lo scorso anno - ha osservato il professore emerito della “Sapienza” - abbiamo festeggiato i cinquant'anni della riforma del diritto di famiglia. Con la riforma del diritto di famiglia alcuni profili sono stati trascurati e si sono presentati con la legge del 2006. Esiste una continuità di riforme. Nel diritto di famiglia i problemi sono gli stessi che si affrontano nel corso degli anni. Spesso, riteniamo che l'Italia sia indietro, non è così. In materia di affidamento il nostro Paese è all'avanguardia con un ordinamento che pone sullo stesso piano i genitori”. Patti ha fatto pure un passaggio sul lavoro delicato degli avvocati, che devono puntare a soluzioni di buon senso. “Il modello più comune - ha aggiunto l'accademico - è quello dell'affidamento condiviso, ma se i bambini sono molto piccoli l'affidamento pone al centro dell'istituto la madre. È comunque importantissima la collaborazione dei genitori. Fino a quando ci sarà un conflitto, sarà difficile prendere in considerazione le vere esigenze del minore. Quest'ultimo va tutelato perché paga il prezzo più caro nel caso di litigiosità dei genitori. Ecco perché è importante il ruolo dell'avvocato, che deve avere un sguardo ampio, d'insieme, nell'affrontare la complessità dei casi che si affrontano”. Con il professor Patti ha dialogato la consigliera della Corte di Cassazione Rita Russo. La magistrata ha sottolineato l'evoluzione normativa a seguito dei cambiamenti sociali con un punto fermo: “Il figlio non è un clone né della madre né del padre; è un individuo con una propria identità”. L'avvocata Paola Donvito (Commissione diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni Cnf) ha ripercorso quanto è stato fatto alla luce di una serie di provvedimenti, dopo l'introduzione della legge n. 54. Donvito si è soffermata sull'importanza della “casa familiare”, intesa come centro degli affetti e delle consuetudini in cui si svolge la vita della famiglia, compresa quella con genitori non coniugati. Il magistrato Raffele Sdino (presidente della Prima Sezione civile del Tribunale di Napoli) ha parlato del suo lavoro sul campo, analizzando una serie di casi. L'incontro formativo si è concluso con gli interventi degli avvocati Daniela Giraudo e Davide Piazzoni. Entrambi hanno esaminato l'istituto dell'affidamento condiviso con alcuni riferimenti alle esperienze di altri Paesi europei e alle decisioni della Cedu. “Il focus sull'Europa - ha detto Giraudo - tiene conto della presenza e della partecipazione attiva del Cnf al Consiglio degli Ordini forensi europei. Un'occasione preziosa per confrontarci sulle altre esperienze e per portare all'attenzione dei colleghi di altri Stati il lavoro degli avvocati italiani. L'Italia, nel confronto con i colleghi stranieri, presenta una legislazione in grado di offrire soluzioni ad una casistica variegata. Un modello che tutela adeguatamente le persone, a partire dal minore”. Più insegnanti? Ma no, meglio un metal detector di Leonardo Tondelli Il Manifesto, 22 gennaio 2026 Tre giorni fa, dopo avere abbracciato i genitori di Abanoud Youssef che chiedevano un intervento immediato del governo, il ministro Valditara ha comunicato la sua soluzione: metal detector nelle scuole. In tutte? No, soltanto negli istituti a rischio. Chi dovrebbe individuare gli istituti a rischio? Ovviamente i dirigenti degli stessi istituti, mediante richiesta al prefetto. Questa è la pronta risposta del governo: si individua un problema che a causa di uno o più fatti di cronaca ha forato l’attenzione dei media (la violenza giovanile), si individua immediatamente lo strumento tecnico che può darci la sensazione di arginarlo (un metal detector), e nel medesimo momento si scarica la responsabilità sui dipendenti: al prossimo fatto di sangue, un preside dovrà rendere conto del fatto che non ha ritenuto necessario far passare qualche centinaia di studenti, tutte le mattine, sotto la stessa forca caudina che ci fa arrivare in aeroporto una o due ore prima del decollo. Il dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un’ora prima dell’inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell’estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del Pnrr, ma le guardie giurate chi le pagherà? Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un’occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all’ingresso un rilevatore di armi da fuoco e da taglio. C’è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti - che al di là dell’enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto - alla certezza di perdere iscritti. Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l’ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli. Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l’orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione - in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano - per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un’enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l’insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila. Ddl Antisemitismo, Sì al testo base di giacomo puletti Il Dubbio, 22 gennaio 2026 La commissione Affari costituzionali del Senato adotterà un testo base per avviare l'iter della legge per il contrasto dell'Antisemitismo il prossimo 27 gennaio, giorno della Memoria. E questo, viene spiegato, anche in attesa del ddl del Pd che dovrebbe arrivare nelle prossime ore, con l'assemblea dei senatori del Partito democratico convocata per questa mattina proprio per discutere della materia. Nella seduta di ieri della commissione, su proposta del presidente Alberto Balboni, si è votato sulle modalità con cui procedere ad affrontare il tema. Esclusa l'ipotesi di un comitato ristretto, che era quella di gran lunga preferita da Pd, M5S e Avs. Dopo l'adozione del testo base, sempre il 27 gennaio inizierà la discussione generale sul provvedimento che dovrebbe concludersi il 5 febbraio mentre il termine emendamenti dovrebbe essere il 10 dello stesso mese. Il testo sarà con ogni probabilità quello presentato dal leghista Massimiliano Romeo, che è sovrapponibile a quello di Ivan Scalfarotto di Iv. “Bene la decisione della Commissione Affari costituzionali di procedere con tempi certi e rapidi verso l'approvazione di una legge sull'antisemitismo che sia “alta” e condivisa - ha detto Scalfarotto - Non riusciremo ad arrivare in Aula, come Italia viva auspicava, per il 27 gennaio, Giorno della memoria, ma in quella data la commissione adotterà il testo base e aprirà la discussione generale”. Secondo l'esponente di Iv “si sarebbe certamente potuto fare anche prima, ma l'interesse ad avere una buona legge in tempi certi prevale certamente su ogni altra considerazione” perché “il crescente fenomeno dell'antisemitismo suscita gravissime preoccupazioni e il Parlamento in questa emergenza deve dimostrarsi all'altezza della situazione”. Maggioranza compatta sull'iter deciso dalla relatrice leghista Pirovano e dal presidente Balboni. “Siamo soddisfatti della decisione presa in Commissione di adottare un testo base in coincidenza del 27 gennaio, Giornata della Memoria - dichiara in una nota FdI, che ha presentato un proprio testo - È una scelta che Fratelli d'Italia e la maggioranza hanno sostenuto con convinzione, per garantire tempi rapidi e certi al percorso parlamentare”. Aggiungendo poi che “spiace registrare il voto contrario delle opposizioni, che ancora una volta scelgono la strada dell'ostruzionismo anche su temi che dovrebbero unire tutte le forze politiche”. La tempistica è ritenuta “accettabile” dal gruppo di Forza Italia, secondo il quale “è prevalsa la volontà di lavorare in Commissione senza ricorrere a un Comitato ristretto, che avrebbe soltanto effetti dilatori mentre i termini sono chiari e ciascuno li potrà esporre nei modi e nelle forme che i regolamenti consentono in maniera ampia”. Sì al testo base anche da Noi Moderati, che con Mariastella Gelmini spiega che “su un tema come questo servono unità e massima condivisione, bisogna essere celeri, quindi basta divisioni”. Dalle opposizioni no a un nuovo testo da parte di Avs che per bocca di Peppe De Cristofaro ritiene sufficienti le normi vigenti, mentre il Pd si appresa alla resa dei conti in mattinata. “L'adozione di un testo, qualunque sarà, è un aspetto positivo perché si da un segnale cioè il Parlamento assume la necessità di fare una legge e con tempi certi, per questo sono soddisfatto - ha detto Graziano Delrio, che ha presentato un suo testop a titolo personale, firmato da una manciata di senatori dem ma rinnegato dal partito - Io avrei preferito tempi più rapidi, ma intanto è stato fatto un passo avanti”. Il testo Delrio è stato al centro di polemiche perché si richiama alla definizione di antisemitismo approvata dall'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto. Secondo i detrattori, ciò rischia di equiparare qualsiasi critica politica a Israele a una forma di antisemitismo. “Io credo che il Parlamento non debba guardare alle procedure interne, ma a chi sta fuori dalle aule e soffre e subisce discriminazioni”, ha concluso l'esponente dem. Nel testo che presenterà il senatore dem Andrea Giorgis si adotterà una definizione diversa di antisemitismo che si ispira a quella fissata con la “Dichiarazione di Gerusalemme”, che appunto cerca di distinguere - con esempi concreti - espressioni di vero Antisemitismo dalle critiche, anche aspre, verso Israele. Inoltre, il testo del Pd estende le norme non solo agli atti antisemiti ma anche a tutta una serie di altre manifestazioni di razzismo o di odio. Ddl Antisemitismo, nervi tesi nel Pd di Luciana Cimino Il Manifesto, 22 gennaio 2026 Dibattito al via il 27 gennaio La maggioranza ha deciso: la discussione nel giorno della Memoria sul testo base Lega-Iv. Sì di Delrio. Accordo o meno, la maggioranza ha intenzione di mantenere la data simbolica del 27 gennaio (Giorno della memoria) per l’avvio del provvedimento sull’antisemitismo. I lavori sono in alto mare, tuttavia la commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso di avviare l’iter della legge attraverso un testo base che sarà comunicato proprio martedì prossimo, nella ricorrenza. La proposta è stata votata ieri a larga maggioranza ma con il voto contrario di Pd, Avs e M5S che, invece, avevano chiesto la formazione di un comitato ristretto per elaborare un testo unificato. L’unico dem a compiacersi della fretta è Graziano Delrio, autore del discusso testo (contestato da oltre 300 intellettuali di origine ebraica) che il partito ha relegato a “iniziativa personale”. “Bene che sia stato fissato il termine del 27 gennaio per l’adozione del testo base e la presentazione degli emendamenti il 10 febbraio - ha detto l’esponente riformista - tuttavia si sarebbe potuto completare il percorso in tempo per il Giorno della Memoria”. La presa di posizione del presidente della commissione, il meloniano Alberto Balboni, è più che altro una strategia per imbrigliare le opposizioni e spargere sale sulle ferite del Pd e la sua crisi interna innescata da Delrio. Teoricamente i testi depositati fra cui scegliere quello base sono otto: a quelli della Lega, di Fi, Iv e Delrio si sono aggiunti i provvedimenti di Fdi, del M5s e di Noi moderati. Solo Avs si è rifiutata di produrne uno perché, come ha spiegato il capogruppo a Palazzo madama, Peppe De Cristofaro, “riteniamo le leggi vigenti del tutto adeguate, a partire dalla legge Mancino”. Oggi, dopo l’assemblea dei senatori dem, sarà depositato anche quello a nome del Pd, redatto da Andrea Giorgis dopo un lavoro di sintesi. Stando alle bozze, dovrebbe basarsi su un contrasto generale a ogni discriminazione, con una accentuazione dell’antisemitismo secondo però la definizione contenuta nella Dichiarazione di Gerusalemme e non quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), rischiosa perché equipara le critiche alle politiche israeliane alle ingiurie all’ebraismo. Il testo che, però, con tutta probabilità sarà scelto per far partire la discussione sarà quello del senatore leghista Romeo perché è sovrapponibile a quello del renziano Ivan Scalfarotto e quindi offre alla maggioranza una presunta copertura con le opposizioni. Gli altri, come quello del meloniano Lucio Malan (che nel lungo excursus sulla storia dell’antisemitismo ha dimenticato di citare il fascismo ma legge “ogni accanimento a senso unico su qualunque atto dello Stato ebraico” come antisemitismo) saranno poi sviluppati negli emendamenti. Il risultato sarà in ogni caso quello sperato dal governo: una ulteriore norma che disciplina il dissenso, in particolare pro-pal, che si affianca ad altri dispositivi come i decreti sicurezza e li amplifica. Con il principale partito di opposizione che ne esce ancora una volta a pezzi. Il testo dem presentato questa mattina non riuscirà ad assorbire le tensioni interne. Le interlocuzioni costanti tra Delrio e Giorgis non sono andate a buon fine. Com’è evidente dalle dichiarazioni rilasciate da alcuni riformisti che ieri hanno prodotto ulteriore irritazione nel gruppo: “Nessuno ci ha consultato, abbiamo appreso dell’esistenza del testo Giorgis dalla convocazione dell’assemblea e dalle indiscrezioni di stampa”. Un’accusa presa dal resto del Pd come “malafede politica”. “È surreale - rispondono fonti del Nazareno -. Hanno letto la bozza e sono stati informati dei passaggi che erano chiari”. I dieci firmatari della proposta Delrio si sono visti ieri sera per fare il punto. Difficile fare pronostici anche se tra i dem c’è fiducia che qualcuno tra essi possa infine votare il testo concordato dal partito. Quanto al primo firmatario, “sta giocando la sua partita personale” spiegano fonti dem che ammettono che non si stupirebbero se, a breve, l’ex ministro uscisse dal Pd. Del resto anche le interviste ai giornali di destra che sta rilasciando l’europarlamentare ultra atlantista Pina Picierno sembrerebbero andare in questa direzione. E non è detto che, in attesa di una molto comoda “cacciata pubblica” dal consesso Pd, i cosiddetti riformisti non agiscano motu proprio. Dietro un casus belli come, appunto, può essere il pasticcio sul ddl antisemitismo. “È stato tutto folle - ragiona un esponente del Nazareno - alla fine sembrerà che abbiamo inseguito la destra nel suo intento di criminalizzare le proteste per la Palestina. Con quale fine?”. Guerra e diritti violati, allarme salute mentale: un Patto per i bambini di Lorenza Cerbini Corriere della Sera, 22 gennaio 2026 Un Protocollo d'intesa per sostenere i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie nei contesti bellici dove sono sempre più alti i rischi per la salute mentale. Telefono Azzurro, Fondazione Child Ets e Confederazione nazionale delle Misericordie d'Italia metteranno insieme le loro competenze per realizzare interventi di supporto continuativi e percorsi formativi sul campo. È allarme per la salute mentale infantile nei contesti di guerra. I traumi da perdite, sradicamento ed esposizione prolungata alla violenza rendono urgenti interventi internazionali. Per far fronte all’emergenza, il presidente di Sos Il Telefono Azzurro Ets e Fondazione Child Ets, Ernesto Caffo, e il presidente della Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia, Domenico Giani, hanno presentato un Protocollo d’intesa di durata biennale che rafforza la collaborazione e amplia gli interventi congiunti a tutela della salute e del benessere dei bambini e adolescenti che vivono in situazioni di conflitto, emergenza, grave disagio psicosociale e crisi umanitarie, in Italia e nei contesti internazionali maggiormente colpiti dalla violenza. Relazione madre-bambino - L’accordo tra Telefono Azzurro e Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia nasce dalla volontà condivisa di affrontare le sfide educative contemporanee, sostenendo il percorso di crescita e la tutela dei bambini e adolescenti in situazioni di vulnerabilità sul territorio nazionale, con particolare attenzione al rafforzamento della relazione madre-bambino. Linea d'ascolto - Telefono Azzurro Ets metterà a disposizione le competenze maturate quasi quarant’anni di attività a protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, valorizzando in particolare il proprio sistema integrato di linee di ascolto: la linea 114 Emergenza Infanzia, il servizio pubblico co-finanziato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, la linea 1.96.96, riservata a bambini e adolescenti, adulti e le loro famiglie in difficoltà, il numero europeo 116.000 dedicato ai bambini e adolescenti scomparsi. Disturbi post-traumatici - La Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia riunisce oltre 700 confraternite diffuse su tutto il territorio nazionale, con più di 670 mila iscritti, di cui circa 100 mila impegnati nelle opere di carità e nel supporto ai fragili. Accanto all’impegno sul territorio italiano, la Confederazione è presente anche in missioni di solidarietà e cooperazione sociale, in particolare in Ucraina e in Terra Santa. In accordo con Fondazione Child, in particolare queste competenze sul fronte internazionale consentiranno di avviare interventi continuativi nei contesti bellici. Fondazione Child Ets metterà a disposizione la propria esperienza maturata in ambito di ricerca scientifica, formazione e cooperazione internazionale, promuovendo interventi fondati su un approccio integrato tra psicologia, neuroscienze, pediatria, pedagogia e neuropsichiatria infantile per affrontare in modo innovativo e inclusivo le problematiche legate al disagio, ai disturbi post-traumatici e alla sofferenza psicosociale di bambini e adolescenti. La Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia opererà a supporto delle popolazioni civili, sempre con particolare attenzione ai bisogni dei più piccoli e delle loro famiglie. Mappa dei bisogni - Il Patto d’intesa prevede la realizzazione di interventi congiunti e mirati quali l’organizzazione di incontri, convegni e percorsi formativi per operatori, volontari, educatori e professionisti del settore; campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a istituzioni e società civile sull’importanza del supporto psicologico ai bambini e adolescenti e sugli obiettivi dell’intesa; la creazione di una mappatura dei bisogni e delle vulnerabilità nei territori di intervento. Fondamentale sarà la promozione della collaborazione con enti nazionali e internazionali per rafforzare le reti di sostegno e favorire iniziative coordinate, sviluppare progetti congiunti su scala nazionale e internazionale per la promozione di buone pratiche nel campo della tutela di bambini e adolescenti. Tra gli obiettivi del Protocollo anche la condivisione di momenti in comune tra i volontari per scambiarsi esperienze. Saranno inoltre sviluppati sistemi di monitoraggio a medio e lungo termine per valutare l’efficacia degli interventi di sostegno psicologico messi in campo. “Unire le competenze di Telefono Azzurro e Fondazione Child alla presenza sul territorio della Confederazione delle Misericordie significa costruire reti di protezione solide e qualificate capaci di rispondere ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie nelle situazioni di conflitto”, dichiara Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro e Fondazione Child. “La nostra storia ci insegna a stare accanto a chi soffre, soprattutto nei momenti in cui la vita diventa più dura e incerta”, aggiunge il presidente della Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia, Domenico Giani.