Formazione e lavoro, un altro carcere è possibile di Ilaria Dioguardi vita.it, 21 gennaio 2026 Sono stati 14.188 i destinatari, tra persone ristrette e loro familiari, dell’iniziativa “Giustizia con Misericordia”, nell’ambito del progetto “Aiutare chi aiuta” promosso da Caritas Italiana e Intesa Sanpaolo. Al via “Jobel”, un nuovo progetto nazionale per i minori in area penale, “nella convinzione che investire sui giovani possa creare opportunità concrete di inserimento e di riscatto” ha detto Paolo Bonassi, chief Social impact officer della banca. Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana: “Nonostante le difficoltà strutturali del sistema penale italiano, queste esperienze ci mostrano che esiste una speranza concreta di cambiamento”. Centotrentasette persone sottoposte a misure penali alternative accolte in comunità grazie alla disponibilità di strutture dedicate, 6.423 detenuti ascoltati direttamente in carcere durante il progetto, 737 beneficiari di permessi premio che hanno potuto trascorrere periodi con i propri cari, grazie alla presenza di strutture di accoglienza esterna al carcere. Sono alcuni dei numeri del progetto “Aiutare chi Aiuta: un sostegno alle nuove fragilità”, frutto della collaborazione tra Caritas Italiana e Intesa Sanpaolo. I risultati dell’iniziativa, avviata nel 2020 per sostenere con interventi concreti chi opera a favore delle persone più vulnerabili, sono stati presentati nell’incontro “Aiutare chi Aiuta - edizione 2025-2026”, presso la Cittadella della Carità di Caritas Roma. Ai nastri di partenza “Jobel”, un nuovo progetto nazionale per gli istituti penali minorili. 54 progetti in 16 regioni - Durante l’incontro sono stati illustrati i risultati di “Giustizia con Misericordia”, attuato negli ultimi due anni attraverso 54 progetti promossi dalle Caritas diocesane in 16 regioni italiane, che ha prodotto risultati significativi nel sostegno alle persone detenute e alle loro famiglie, raggiungendo complessivamente 14.188 beneficiari. In questi anni, sono stati 202 i bambini, figli di persone detenute, che hanno potuto riabbracciare il genitore durante i permessi premio, grazie all’ospitalità offerta all’intera famiglia nelle strutture Caritas. Sono state 6.423 le persone ascoltate in carcere, 1432 le persone accolte in misura di comunità. Il programma promuove il reinserimento sociale dei detenuti anche attraverso percorsi di formazione e opportunità lavorative, con l’obiettivo di restituire dignità, autonomia e un futuro migliore a chi vive la realtà carceraria, coinvolgendo famiglie, comunità e istituzioni in un cambiamento culturale concreto. Un modello virtuoso di intervento - La collaborazione tra Caritas Italiana e Intesa Sanpaolo si conferma come un modello virtuoso di intervento congiunto sul territorio. L’alleanza tra gruppo bancario e la rete Caritas ha permesso di unire risorse e competenze complementari, generando risultati tangibili nel supporto alle comunità locali e nelle sperimentazioni di nuovi percorsi di inclusione. I risultati presentati, dalle migliaia di detenuti raggiunti e assistiti, fino ai progetti nei confronti dei minori in area penale, testimoniano il valore di questa strategia condivisa. Opportunità concrete di riscatto e reinserimento - “Aiutare chi Aiuta” “nasce dalla condivisione di valori e dalla volontà di lavorare insieme per offrire opportunità concrete di riscatto e reinserimento alle persone più fragili, in particolare nel circuito penale”, ha detto Paolo Bonassi, chief social impact officer di Intesa Sanpaolo. “Nel 2023 è nato Intesa Sanpaolo per il sociale, ma questa evoluzione organizzativa da sola non basta. Quello che fa la differenza è l’approccio che punta a creare reti virtuose ed alleanze”. Lavoro in rete tra privati, Terzo settore e istituzioni - Negli anni, “Aiutare chi aiuta” “ha permesso di offrire aiuti materiali, sostenere nella ricerca del lavoro, avvicinare anziani soli ad interventi di prossimità, aiutare i giovani in un percorso per un mondo migliore. La collaborazione tra Intesa Sanpaolo e Caritas Italiana dimostra quanto il lavoro in rete, fondato sulla fiducia e sul dialogo tra soggetti privati, Terzo settore e istituzioni sia decisivo per intervenire in modo incisivo a contrasto delle diseguaglianze e rafforzare le comunità”, ha proseguito Bonassi. La prossima edizione 20025-26 sarà dedicata al sistema penale minorile, “nella convinzione che investire sui giovani possa creare opportunità concrete di inserimento e di riscatto”. “Jobel”, il nuovo progetto per gli istituti penali minorili - Durante l’incontro è stato presentato “Jobel”, il nuovo progetto nazionale promosso da Caritas Italiana con il sostegno di Intesa Sanpaolo e rivolto specificamente al sistema penale minorile. “Jobel” sarà operativo nel biennio 2025-2026 e coinvolgerà 16 territori in cui sono presenti istituti penali minorili - ipm, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale, educativo e lavorativo di minori e giovani attualmente sottoposti a provvedimenti penali. Il progetto nasce dalla sinergia tra Caritas Italiana, le Caritas diocesane locali e i cappellani degli ipm. Prevede percorsi strutturati di formazione professionale, sostegno allo studio, orientamento al lavoro e altre iniziative di inclusione. Grazie a “Jobel”, la rete Caritas potrà offrire ai giovani coinvolti nuove opportunità di crescita e riscatto, nella prospettiva di una piena reintegrazione nella comunità una volta concluso il periodo detentivo. Un lavoro che chiama in causa anche scuole, parrocchie e territori, attraverso azioni di sensibilizzazione e animazione comunitaria, per costruire risposte preventive e inclusive. “Jobel” prevede attività sia all’interno sia all’esterno degli ipm. Percorsi di reinserimento efficaci e dignitosi - “Nonostante le difficoltà strutturali del sistema penale italiano, queste esperienze ci mostrano che esiste una speranza concreta di cambiamento, che è possibile immaginare e percorrere sentieri ancora inesplorati di accompagnamento delle persone detenute che producono risultati concreti”, ha affermato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. “La nostra e quella di Intesa Sanpaolo sono due mondi apparentemente diversi, ma ci siamo ritrovati a co-progettare insieme. Ciò si riesce a fare se l’obiettivo è costruire il bene comune e dimostrare ai destinatari che ci sta a cuore un problema”, ha continuato Pagniello. “Nel sociale la cosa più difficile oggi è dare continuità, con Intesa Sanpaolo lo possiamo fare”, ha proseguito Pagniello. “Lavorando insieme, istituzioni e società civile possono offrire percorsi di reinserimento efficaci e dignitosi a chi ha sbagliato, dimostrando che la giustizia può davvero camminare di pari passo con la misericordia. Grazie a interventi come quelli realizzati con Intesa Sanpaolo stiamo vedendo risultati reali”. Progetti di vita oltre le sbarre: Intesa Sanpaolo e Caritas indicano la strada di Giuseppe Muolo Avvenire, 21 gennaio 2026 Grazie a un piano condiviso denominato “Jobel”, sono state raggiunte in tre anni 14.188 persone in 16 regioni. È la dimostrazione che i percorsi di reinserimento dopo il carcere sono possibili. E ora il focus sarà anche sugli Istituti penali minorili. C’è chi ha trovato un lavoro a tempo indeterminato in una cooperativa sociale. Chi ha portato sul palcoscenico la propria vita. Chi è stato accompagnato in un percorso sanitario dignitoso. Tutto merito di “Giustizia con Misericordia”, il progetto per i detenuti e per le loro famiglie promosso dalla collaborazione tra Caritas italiana e Intesa Sanpaolo nell’ambito dell’iniziativa “Aiutare chi Aiuta: un sostegno alle nuove fragilità”, avviata nel 2020. Dal 2023 al 2025, sono state raggiunte 14.188 persone attraverso 54 progetti promossi dalle Caritas diocesane in 16 regioni italiane. Numeri che sono destinati ad aumentare. Non solo perché l’iniziativa continuerà nei prossimi anni. Ma perché amplierà il suo raggio d’azione, raggiungendo anche gli istituti penali per i minorenni. Grazie a “Jobel”, il nuovo progetto nazionale promosso da Caritas italiana con il sostegno di Intesa Sanpaolo che quest’anno coinvolgerà 16 territori in cui sono presenti Ipm, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale, educativo e lavorativo di minori e giovani detenuti. È stato presentato ieri, a Roma, alla Cittadella della Carità della Caritas diocesana. Che ha ospitato l’evento “Aiutare chi Aiuta - edizione 2025-2026”, in cui sono stati messi in luce i frutti della collaborazione tra l’organismo pastorale della Cei e il gruppo bancario. Attraverso “Giustizia con Misericordia”, che ha visto la partecipazione di 1.580 volontari (296 per la prima volta), sono stati ascoltati 6.423 detenuti in carcere; 137 persone sottoposte a misure penali alternative sono state accolte in comunità grazie alla disponibilità di strutture dedicate; 737 detenuti beneficiari di permessi premio hanno potuto trascorrere periodi con i propri cari, grazie alla presenza di strutture di accoglienza esterna al carcere. E 202 bambini, figli di persone detenute, hanno potuto riabbracciare il proprio genitore durante i permessi premio, grazie all’ospitalità offerta all’intera famiglia nelle strutture Caritas. Ma non è finita qui: altri 332 detenuti hanno potuto beneficiare di percorsi formativi e in 1.577 hanno partecipato a 107 laboratori di vario genere (teatrali, pasticceria, ceramica). Risultati anche sul fronte dell’occupazione. Sono stati promossi infatti 135 tirocini, 44 borse lavoro, 75 contratti a tempo determinato e 7 a tempo indeterminato. Senza dimenticare l’attenzione alla salute: 71 persone sono state accompagnate in 269 percorsi sanitari e altre 107 in 242 percorsi relativi alla salute mentale. “Il mondo del carcere è un ambito complesso, molto spesso invisibile, ma assolutamente centrale se vogliamo costruire una società più equa, sostenibile e responsabile - ha sottolineato Paolo Bonassi, Chief social impact officer di Intesa Sanpaolo -. La collaborazione con Caritas italiana dimostra quanto il lavoro in rete, fondato sulla fiducia e sul dialogo tra soggetti privati, Terzo settore e istituzioni sia decisivo per intervenire in modo incisivo a contrasto delle diseguaglianze e rafforzare le comunità”. Gli ha fatto eco don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana. “Nonostante le difficoltà strutturali del sistema penale italiano - ha detto il sacerdote -, queste esperienze ci mostrano che è possibile immaginare e percorrere sentieri ancora inesplorati di accompagnamento delle persone detenute, confermando che la giustizia può davvero camminare di pari passo con la misericordia”. Al termine della presentazione, che è stata moderata da Paolo Valente, vicedirettore di Caritas italiana, don Pagniello ha posto l’accento anche sul nuovo progetto dedicato agli Ipm. “L’approccio securitario non può essere l’unico da perseguire” ha detto, sottolineando l’importanza di un “villaggio educante” ed esortando a “superare una certa comunicazione che parla solo alla pancia”. Lavorare per i minori, ha concluso, “significa lavorare per il futuro”. Con questa vocazione, si muoverà il progetto “Jobel”, grazie alla sinergia tra le Caritas diocesane e i cappellani degli istituti. A Roma, come ha spiegato il direttore della Caritas diocesana Giustino Trincia, l’obiettivo è coinvolgere 75 minori e giovani adulti dell’istituto penale di Casal del Marmo grazie anche alla collaborazione di undici comunità parrocchiali e di circa 2mila studenti di diverse scuole superiori. Il Governo e la fabbrica dei reati di Alessandro De Angelis La Stampa, 21 gennaio 2026 In principio furono i rave party, dopo un’adunata nelle campagne di Modena, punibili (ma solo sopra i cinquanta partecipanti) con una pena da 3 a 6 anni. Da allora, una raffica di nuovi reati e aggravamenti di pena, per condotte già punite prima o punibili senza ingolfare i tribunali. Peraltro, con scarsi risultati, a partire dai rave che si continuano a fare. L’unico reato soppresso, in tre anni di governo: l’abuso d’ufficio. Perfetto per i colletti bianchi e pure per aprire un contenzioso con l’Europa. Eccola, la fabbrica dei reati. Dopo che due ragazzi furono travolti e annegarono sul lago di Garda, istituito l’”omicidio nautico”. Dopo l’uccisione dell’orsa Amarena nel Parco nazionale del Gran Sasso, rischia chi cattura gli orsi marsicani: solo quelli però, non i trentini. Per chi uccide un cerbiatto, stesso codice di prima. Dopo la strage di migranti a Cutro, nel primo “decreto sicurezza” un nuovo reato per gli scafisti. In nessuna parte dell’orbe terraqueo però si sono spaventati del codice penale (e neppure dei centri in Albania). Secondo i giudici il nuovo reato è inapplicabile. E allora, se l’immigrazione non è politicamente governata, “colpa dei giudici”, altro elemento del racconto populista. E, pure loro, si beccano una riforma della giustizia presentata come una spedizione punitiva. Proseguiamo. Dopo il terribile stupro di gruppo a Caivano, introdotto il reato di pubblica intimidazione con uso di armi e di inosservanza dell’obbligo di istruzione. Effetto: aumentati i detenuti minorenni nelle carceri, senza alcun progetto educativo e possibilità di reintegrazione sociale. L’elenco non è finito. Violenza contro il personale sanitario e scolastico (dopo dei casi di aggressione in qualche Pronto Soccorso, come se prima non fossero sanzionabili, ma così “fa titolo”). Reato “universale” di gestazione per altri: era già vietata in Italia, non in altri paesi, che ovviamente continuano ad applicare le proprie legislazioni. Poi il festival del secondo “decreto sicurezza”: occupazione abusiva di immobili (tranne CasaPound mai soggetta agli sgomberi) già sanzionata dal codice penale; aggravanti per chi commette reati nelle stazioni ferroviarie o metropolitane; rivolta, anche pacifica, nelle carceri o nei Cpr; blocco stradale o ferroviario col corpo e con gli striscioni (la cosiddetta norma “anti-Gandhi”); inasprimenti di pene per chi imbratta i muri; carcere per donne incinte. E ora l’ennesimo pacchetto sicurezza in discussione, dopo gli accoltellamenti nelle scuole. Era già vietato portare le lame, ora multe ai genitori e divieto di comprarle sul web, norma impossibile da attuare. E poi nuova stretta sull’accoglienza che, di fatto, già non c’è più e allargamento delle maglie della legittima difesa. Lo ha fortemente voluto Matteo Salvini che, dopo l’assoluzione su Open Arms, si è ringalluzzito e pare un ministro dell’Interno aggiunto. Per carità di patria lasciamo invece perdere il guardasigilli Carlo Nordio che, da ministro, firma tutto l’apparato “panpenalista” che criticava quando faceva il Cesare Beccaria della Laguna. Insomma, il meccanismo è sempre lo stesso: c’è il caso di cronaca, via con la legislazione mediatica tra le fanfare, la curva gradisce la musica cattivista, non serve a nulla, ma va bene così. Perché per il populismo, che fattura consensi sulle paure di fondo, è importante il racconto (repressivo) non la risoluzione del problema. E proprio l’insicurezza irrisolta alimenta nuove misure, sempre all’insegna del baratto: ti do l’illusione della sicurezza in cambio di un po’ di libertà. L’illusione, appunto. Omicidi in netto calo. Dunque è emergenza di Piero Sansonetti L’Unità, 21 gennaio 2026 Se giornali e Tv sostengono che la violenza è in aumento e che la nuova generazione è violenta e tende all’omicidio, è bene correre ai ripari se non altro per dare soddisfazione ai giornali e alle Tv. L’abitudine a preparare un nuovo provvedimento repressivo, in forma di decreto, per ogni fatto di cronaca, è ben radicata nella nostra classe politica. La violenza è in aumento e dunque occorrono provvedimenti di emergenza per frenare questo aumento. Mi correggo: la violenza è in netta diminuzione nel nostro paese e nelle nostre città. Però sono in aumento gli omicidi. No, mi correggo di nuovo: gli omicidi in Italia sono in drastica diminuzione. Meno 16 per cento rispetto all’anno precedente. Non succedeva da molti anni che ci fosse una così brusca riduzione del numero degli omicidi. Tuttavia, questo almeno pare assodato perché lo dice anche il Cnr, sono in aumento gli omicidi commessi coi coltelli. Ecco, deve essere per questo che il governo sta studiando dei decreti-sicurezza. Cioè delle norme per aumentare il livello della repressione. Eh, no: devo correggermi di nuovo. Da dieci anni il numero dei delitti commessi coi coltelli è in forte diminuzione. Dal 2014 gli omicidi all’arma bianca sono crollati del 30 per cento. Cosa resta? Resta la percezione, della quale è giusto tener conto ci dicono sempre i giornali e i politici di destra. Se giornali e Tv sostengono che la violenza è in aumento e che la nuova generazione è violenta e tende all’omicidio, è bene correre ai ripari se non altro per dare soddisfazione ai giornali e alle Tv. L’abitudine a preparare un nuovo provvedimento repressivo, in forma di decreto, per ogni fatto di cronaca, è ben radicata nella nostra classe politica. E così era impossibile non prevedere un decreto sicurezza dopo la coltellata di La Spezia. Anche se finora, diciamo in questo secolo, risulta l’unico caso di omicidio a coltello dentro una scuola Non siamo in America dove una piccola strage a scuola avviene quasi tutti i mesi. Siccome però, alla fine, il governo non sa bene cosa si possa fare per ridurre l’uso di coltelli, salvo la messa in scena dei metal detector a scuola (con una consistente sostituzione del personale insegnante con esponenti della sicurezza) allora per fare un decreto ci si getta sul tema dei migranti. E si studiano nuove misure per imprigionarli senza troppe scadenze di tempo in violazione evidente dell’articolo 13 della Costituzione (e anche dell’articolo 10). In attesa del decreto-sicurezza il governo ha mandato una circolare ai prefetti raccomandando loro di sbattere nei Cpr più profughi possibile. Aumenterà. così la sicurezza? Probabilmente no. Forse aumenteranno un po’ i voti alla Lega E giornali e Tv saranno contenti. Dopo ogni fatto tragico, un annuncio: ma più repressione verso i minori non funzionerà di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2026 Oggi il Governo grida all’esplosione della criminalità minorile e alla necessità di arginare le baby gang. Se così fosse, significherebbe che l’approccio repressivo non ha funzionato. Giusto? Accade un fatto tragico come quello dello studente ucciso a La Spezia da un compagno di scuola e subito si annunciano misure generali contro la criminalità giovanile, aumenti di pena, pugno di ferro. Come quando, quasi due anni e mezzo fa, la violenza sessuale ripetuta compiuta da minorenni ai danni di due bambine a Caivano, nella periferia di Napoli, costituì il motivo dichiarato per l’emanazione dell’omonimo decreto. Io non so come sia stato possibile che si siano verificati eventi così drammatici e credo che come società abbiamo il dovere di interrogarci a fondo. Ma non è su questo piano di riflessione che si deve collocare la discussione attorno all’ennesimo pacchetto sicurezza annunciato dal governo. Non ha alcun senso - e lo capisce chiunque - utilizzare ogni volta il singolo fatto di cronaca per affermare che ci vuole più repressione verso i minorenni (e ancora di più se sono stranieri), che è con il carcere che si risolvono questi problemi, che se ci fossero state pene più lunghe e più aggravanti allora Abu non sarebbe morto. Queste sono bugie sostenute da chi, consapevole della menzogna, vuole vendere all’opinione pubblica il solo atto politico che - pur inutile - si compie rapidamente: l’introduzione di nuove norme penali, meglio ancora se per decreto. Tutto il resto costa tempo, soldi e fatica: il sostegno alle periferie degradate, l’educazione all’affettività nelle scuole, l’educazione all’uso dei social network, le strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, la costruzione di spazi di socialità. Durante una visita a un carcere minorile un ragazzino mi disse: “Se nel mio quartiere ci fosse stato un campo da calcetto adesso non sarei qui”. E, invece, è proprio lì che questo governo vuole continuare a mandarli. E allora si annunciano nuove misure repressive, ben sapendo che non saranno certo loro a impedire il prossimo doloroso fatto di cronaca, né a far diminuire la criminalità minorile. E infatti dopo il decreto Caivano non è diminuita. Numeri alla mano, gli accadimenti sono stati i seguenti. Digitate su Google “ministero interno criminalità minorile” e vi uscirà l’ultimo report disponibile sul tema. Non lo ha scritto Antigone ma il Ministero dell’Interno. Si intitola “Criminalità minorile e gang giovanili” ed è datato 10 maggio 2024. Dopo di allora il governo non ha pubblicato altro. I dati del report coprono l’arco di tempo 2010-2023. Alla slide numero 7 della presentazione si legge: “le gang giovanili non appaiono in aumento”. Alla slide numero 9, che riporta le conclusioni, si legge: “Il fenomeno appare sostanzialmente stabile o in lieve diminuzione”. Nel 2023, infatti, le segnalazioni a carico di minori erano scese del 4,16% rispetto all’anno precedente. Nonostante questo il governo aveva ormai deciso di dichiarare la guerra ai giovani (fin dal proprio insediamento, quando come suo primo atto in assoluto ritenne necessario introdurre il reato di rave party, come fosse un’emergenza del nostro paese). Nel settembre 2023 arrivò il decreto Caivano, il più grande giro di vite rivolto ai minorenni in ambito penale mai registrato negli ultimi 35 anni. Ovvero da quando, con il codice di procedura penale approvato nel 1988, l’Italia si è dotata di un processo penale minorile considerato tra i più avanzati al mondo e fondato sul recupero e l’educazione del giovane piuttosto che sulla sua mera punizione. Quindi, dicevamo: nel 2023 i reati commessi da minori sono in calo, il Ministero dell’Interno lo scrive nero su bianco, nonostante questo nel settembre di quell’anno sceglie la mano dura ed emana il decreto Caivano. Oggi il governo grida all’esplosione della criminalità minorile e alla necessità di arginare le baby gang. Se così fosse, se la criminalità minorile fosse esplosa, significherebbe dunque che l’approccio repressivo non ha funzionato. Giusto? “Scusate, abbiamo sbagliato”, direbbe a questo punto qualsiasi persona di buona fede ed intellettualmente onesta. L’approccio educativo sperimentato in Italia per oltre tre decenni e guardato come un modello dall’intera Europa stava funzionando. Si è voluto gridare alla tolleranza zero, sostituirlo con un approccio puramente repressivo e adesso ci troviamo più criminalità. Invece Giorgia Meloni fa sapere da Seul di star lavorando a un nuovo, ennesimo provvedimento sulla sicurezza, “con alcune priorità come la stretta sulle baby gang”. Non vi pare che qualcosa non torni? *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Nordio oggi in Aula, la maggioranza all’assalto della risoluzione di Giovanni Lamberti Il Foglio, 21 gennaio 2026 In occasione delle comunicazioni del ministro della Giustizia i partiti della coalizione puntano a piantare le proprie bandierine sulla sicurezza. Ma, dice un big di FdI, “se cominciamo a metterci tutte le riforme necessarie non la finiamo più”. L’assalto alle norme sulla sicurezza non viene portato avanti solo attraverso il pacchetto ad hoc che arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri. In occasione delle comunicazioni del ministro Carlo Nordio sull’amministrazione della giustizia che si terranno questa mattina a Montecitorio i partiti della coalizione puntano a piantare le proprie bandierine. La risoluzione ieri sera era ancora da limare ma è stato intanto trovato un punto comune sulla necessità di imporre una stretta sui reati: la maggioranza impegna “il governo a proseguire nell’adattamento del contesto normativo alle esigenze della società, attraverso l’osservazione consapevole dei fenomeni criminali che evolvono e mutano velocemente all’evolvere e mutare dei mezzi a disposizione, anche attraverso il costante ascolto delle associazioni di categoria”. Il Guardasigilli parlerà anche delle nuove norme allo studio, accennerà alla necessità di mettere un freno alla “moda” dei coltelli delle baby gang. Ma la Lega spinge per inserire altri riferimenti sulla sicurezza, Forza Italia propone di rilanciare la pdl Zanettin sul sequestro degli smartphone ferma da tempo alla Camera. Ed insiste sulla riforma della prescrizione, altra battaglia stoppata da FdI. Che infatti frena. “Se cominciamo a metterci tutte le riforme necessarie non la finiamo più”, dice un big del partito. Il faro di Fratelli d’Italia è soprattutto sul piano carceri e sulla creazione di 3.716 nuovi posti, “mentre ristrutturazioni e manutenzioni consentiranno il recupero complessivo di ulteriori 5.980 posti, per un totale al termine del triennio di 9.696 posti aggiuntivi”. “È previsto un totale di 60 interventi strutturali, dei quali 3 sono già conclusi, 27 sono in corso e 30 sono prossimi all’avvio”, si legge nella risoluzione. L’altra intesa è sul referendum sulla separazione delle carriere. Oggi Nordio tornerà a spingere per il sì alla riforma costituzionale. “Si tratta - si sottolinea nel documento del centrodestra - di una riforma che rafforza la magistratura e la sostiene per assicurare autonomia e indipendenza dei magistrati, terzietà del giudice ed equilibrio delle parti nel processo. La separazione degli organi di autogoverno per la magistratura giudicante e inquirente e il sorteggio dei relativi membri saranno garanzia di effettiva attuazione dell’art. 104 della Costituzione e di liberazione della magistratura dalla politica. A ulteriore presidio di garanzia si pone l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, attraverso cui il giudizio sui procedimenti disciplinari sarà realmente autonomo e indipendente”. La maggioranza impegna l’esecutivo a spingere sui decreti attuativi della riforma, adottando “le norme relative all’istituzione, alla composizione mediante sorteggio dei rispettivi membri e al funzionamento dei due Consigli Superiori previsti; a disciplinare l’istituzione, la costituzione, le competenze e il funzionamento dell’Alta Corte disciplinare”. Per FI la consultazione referendaria è - come hanno spiegato i big intervenuti alle assemblee dei deputati e dei senatori - “l’appuntamento con la storia”. Pacchetto sicurezza, non ci sono solo i minori stranieri soli: ecco gli altri nodi di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 21 gennaio 2026 A Palazzo Chigi vertice di Governo per esaminare i testi (un ddl e un decreto legge). Condivisione sull’impianto, ma restano da definire diverse misure. Il Consiglio dei ministri potrebbe occuparsene non prima di fine gennaio. Il labor limae sui contenuti delle singole norme proseguirà almeno fino alla prossima settimana, quando l’annunciato nuovo “pacchetto sicurezza” potrebbe andare al vaglio del Consiglio dei ministri. Intanto, ieri, fra i leader di maggioranza c’è stata una prima condivisione dei profili giuridici del duplice provvedimento disegnato dal Viminale (sotto forma di un disegno di legge di 40 articoli e di un decreto di altri 25, almeno stando alle ultime bozze circolate), che contiene giri di vite su furti e scippi, armi da taglio, immigrazione, ordine pubblico, oltre a ulteriori tutele per le forze di polizia. Al vertice, convocato a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni e durato un paio d’ore, hanno preso parte i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, i ministri di Interno, Giustizia e Difesa, Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e Guido Crosetto e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Prima della riunione, proprio Salvini aveva detto ai cronisti: “Il decreto sicurezza è in arrivo. Oggi non è all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri, ma penso che lo sarà la settimana prossima”. Più facile, tuttavia, visti i nodi ancora da sciogliere, che l’orizzonte possa spostarsi più in là o comunque sovrapporsi a quello ipotizzato dal ministro Piantedosi, convinto che il pacchetto possa avere luce verde entro fine mese. Obiettivi “condivisi”, ma ritocchi ancora possibili - Al termine dell’incontro, fonti di maggioranza riferiscono di un clima pacato e aperto alla discussione, con la piena condivisione della necessità delle nuove norme. La riflessione si starebbe concentrando sulla possibilità di spostare alcune norme dal disegno di legge al decreto legge (in particolare il divieto di porto di coltelli con lame superiori a 5 centimetri e il divieto di venderli a minorenni, pensati per contenere la diffusione di armi da taglio fra i giovanissimi). Previste misure anti baby gang: “Per i reati connessi alla droga, si può sequestrare veicoli, smartphone, monopattini, patente per rendere più difficile il balordo mestiere dello spacciatore”, argomenta Salvini. Mentre a sera, sul social X, Piantedosi cita un sondaggio dell’Istituto Noto secondo cui “7 italiani su 10 sono favorevoli alle nuove norme”. Il “clima costruttivo” e l’insistenza del Carroccio - Se la riunione ha confermato l’impianto generale del pacchetto, non è detto, tuttavia, che le posizioni dei partiti siano totalmente concordi. La Lega continua a sollecitare misure in linea con la propria visione della sicurezza. Ad esempio, sgomberi più rapidi per gli immobili occupati e “la possibilità di istituire zone rosse a vigilanza rafforzata in modo più rapido” e “intervenire nei luoghi di degrado e spaccio”. Ciò, secondo il Carroccio, potrebbe “favorire l’allontanamento di soggetti molesti, aggressivi e con precedenti in due modi: con ordine di allontanamento o di divieto di stazionamento”. Minori non accompagnati, il nodo della stretta - Uno dei punti critici del pacchetto (oltre alle misure su manifestazioni, perquisizioni e fermi di polizia per 12 ore) riguarda una ventilata stretta sui minori stranieri non accompagnati, che la Lega caldeggia. “Oggi rimangono fino a 21 anni - incalza Salvini - e spesso hanno 21 anni come li ho io. Prevedere che chi commette un reato smetta di essere assistito a carico degli italiani, è una norma di buon senso”. A chi gli chiede se sui contenuti possano giungere perplessità del Quirinale, il vicepremier ribatte: “I testi non ci sono ancora, come si fa a storcere il naso? Non riesco a prevederlo”. Non è prevista alcuna super polizia dell’immigrazione come l’americana “Ice”, aggiunge. Mentre sui metal detector nelle scuole, annunciati dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, concorda: “Non servono in tutte le scuole ma in quelle a rischio”. Le opposizioni bollano le misure come “un intervento ideologico e di pura propaganda che non produce maggiore sicurezza”, per dirla col deputato dem Matteo Mauri, convinto che invece servano “risorse concrete per gli organici delle forze di polizia, progressivamente ridottisi, e il sostegno ai Comuni per politiche di prevenzione”. Rimpatri dei minori stranieri, Meloni frena Salvini. Giro di vite sui coltelli di Federico Capurso La Stampa, 21 gennaio 2026 Il governo punta a inserire nel decreto anche le norme sui migranti. Al termine del vertice convocato da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi per parlare del pacchetto di norme sulla sicurezza, la speranza di tutti è di riuscire a portare la prossima settimana in Consiglio dei ministri entrambi i provvedimenti, decreto e disegno di legge. Sempre che dal Quirinale - a cui non sono ancora stati trasmessi i testi definitivi - non vengano mossi rilievi importanti, tali da rendere necessario risedersi al tavolo. Per evitare di indispettire il Colle e di tornare all’incubo dello scorso anno, quando il muro contro muro tra la Lega e la Presidenza della Repubblica ritardò di oltre sei mesi l’approvazione di uno dei tanti decreti sicurezza. Meloni e Piantedosi vogliono mantenere il più omogenei possibili i due testi e sono state quindi chiuse le porte a nuove misure da inserire last minute, compresa quella della Lega di ottenere rimpatri più veloci per quei minori stranieri non accompagnati che dovessero commettere un reato in Italia. Proposta che i leghisti contano di poter comunque ripresentare più avanti, con un emendamento al disegno di legge, una volta che sarà iniziato il percorso parlamentare. E Salvini, infatti, continua a premere, invoca “più severità” e rilancia: “I minori non accompagnati che oggi sono ospiti a carico degli italiani se commettono un reato smettono di essere ospiti a carico degli italiani”. Stessa sorte potrebbe toccare alla proposta del ministro Valditara sui metal detector da usare all’ingresso delle scuole, in modo da intercettare chi porta con sé delle armi. Ci sarà tempo per discuterne in Parlamento. La questione più urgente da risolvere per il governo riguarda invece le norme che finiranno nel secondo testo, il decreto, che ha un’applicazione più rapida e meno problematica e, di conseguenza, scatena gli appetiti dei partiti. Nelle prossime ore si svolgeranno infatti nuove riunioni tecniche per valutare il trasferimento dal disegno di legge al decreto di alcuni articoli che riguardano l’uso dei coltelli e la gestione dei migranti. In particolare, si vuole dare una risposta immediata a quella che per il centrodestra è una vera e propria “emergenza lame”, soprattutto tra i giovanissimi. La stretta prevede il divieto di porto di coltelli a scatto o a farfalla di più di 5cm e di qualunque altro tipo di coltello con una lama superiore agli 8cm, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Specificare le misure è fondamentale - e trova il plauso di forze dell’ordine e magistrati - perché finora le armi bianche vivevano in una zona grigia tale da produrre effetti pericolosi: chi ad esempio veniva arrestato mentre girava sul treno con un machete, si trovava subito libero perché il giudice non poteva convalidare il fermo. Ora invece, oltre a introdurre la possibilità di arrestare in flagranza e di disporre misure cautelari anche nei confronti dei minori, si aggiungono anche pene accessorie come la sospensione della patente di guida, della licenza di porto d’armi, del passaporto e del permesso di soggiorno. Oltre ai coltelli, la Lega punta a portare all’interno del decreto anche l’ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del Questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni, inserendo le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia con strumenti atti a offendere. Si sta valutando, poi, la possibilità di far confluire nel testo del decreto alcuni degli articoli in materia di immigrazione. Si ragiona soprattutto su quelle norme che riguardano espulsioni, rimpatri e trattenimento dei migranti, tese a superare gli ostacoli rappresentati dalle sentenze dei giudici. Terreno particolarmente scivoloso, sia perché quelle sentenze poggiano sul diritto europeo, sia perché resta una forte perplessità sull’urgenza di approvare queste misure, tale da aver bisogno del “percorso accelerato” di un decreto. È soprattutto qui che si concentrano i timori di Meloni e dei suoi alleati sui possibili rilievi del Colle. Nell’attesa, il centrodestra vuole dare un segnale di attenzione alle forze dell’ordine. Non c’è solo la norma per evitargli di essere iscritti automaticamente nel registro degli indagati se usano un’arma per difendersi, ma anche il rinnovo dei contratti in largo anticipo rispetto alla chiusura del triennio 2025-2027. “È importante aver già avviato la trattativa”, dice il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che punta a chiudere i negoziati entro la fine dell’anno. Giustizia temeraria: sei processi su dieci tenuti in vita dai gip, fino all’assoluzione di Giovanni M. Jacobazzi Il Dubbio, 21 gennaio 2026 Una pioggia di processi “temerari” si abbatte ogni anno sulla giustizia italiana. Procedimenti “nati morti”, il cui esito assolutorio è spesso prevedibile fin dall’inizio, ma che comunque vengono avviati, celebrati e trascinati per anni. Lo ha scritto ieri in un post su X il deputato di Forza Italia Errico Costa, componente della Commissione giustizia di Montecitorio. La conseguenza di questa bulimia processuale senza fondamento è una “lunga sospensione della vita per centinaia di migliaia di persone palesemente innocenti, costrette a subire il peso di un processo che, anche quando si conclude con un proscioglimento, ha già prodotto danni irreversibili”. I numeri raccontano una realtà difficilmente contestabile. Negli ultimi due anni, 226.823 processi di primo grado si sono conclusi con un proscioglimento. Nel solo 2024, il 59,1 percento dei giudizi ordinari di primo grado si è chiuso con un’assoluzione; nel 2025 la percentuale resta altissima, oltre il 53 percento. Dati che indicano non semplici fisiologiche sconfitte dell’accusa, ma l’esistenza di una quota enorme di procedimenti che non avrebbero mai dovuto superare la fase delle indagini preliminari. Dietro queste cifre si nasconde un problema strutturale: l’assenza di un filtro effettivo. I giudici chiamati a valutare la fondatezza delle richieste delle procure - gip e gup - troppo spesso non riescono, o non vogliono, esercitare fino in fondo il loro ruolo di garanzia. “Il risultato è un appiattimento sistematico sulle tesi dell’accusa, talvolta favorito dallo strapotere mediatico delle procure e dalla difficoltà, anche culturale, di opporsi a indagini già ampiamente esposte all’opinione pubblica”, sottolinea Costa. Il processo “temerario” nasce generalmente in due modi. Il primo è quello dell’accanimento investigativo: l’accusa viene enfatizzata a tal punto che, anche di fronte all’evidenza della sua inconsistenza, la procura preferisce non fare marcia indietro. Ammettere l’errore significherebbe smentire mesi o anni di indagini, titoli di giornale, conferenze stampa. Così il processo diventa uno strumento dilatorio: si chiede il rinvio a giudizio pur sapendo che l’esito sarà l’assoluzione, con l’unico obiettivo di prendere tempo. E quando l’assoluzione arriva, se possibile viene impugnata, prolungando ulteriormente l’agonia giudiziaria. Il secondo meccanismo è più silenzioso, ma non meno grave: la scelta burocratica di “scaricare” sul tribunale la sorte dell’indagato. Invece di assumersi la responsabilità di archiviare, si rinvia la decisione al giudice del dibattimento. Da qui derivano udienze preliminari inutili, proroghe di indagini concesse quasi automaticamente, intercettazioni autorizzate senza un vaglio rigoroso, misure cautelari emesse con motivazioni stereotipate. Quando finalmente giunge l’assoluzione definitiva, il tempo ha già fatto il suo lavoro. L’indagine flop è un ricordo lontano. Chi l’ha promossa spesso non è più al suo posto: qualcuno è stato promosso, qualcun altro trasferito, altri sono andati in pensione. Mediaticamente, l’assoluzione non fa notizia. I riflettori si sono spenti, le accuse - pur infondate - si sono sedimentate nell’opinione pubblica. E per chi ha subito il processo non esiste sentenza capace di restituire una reputazione, un lavoro, relazioni spezzate. È un dramma silenzioso che interroga la credibilità stessa del sistema: una giustizia che assolve troppo tardi non è una giustizia giusta. E, soprattutto, il fallimento del processo accusatorio, trasformato soprattutto nella fase delle indagini preliminari in un gigantesco “copia ed incolla” di quanto scrive la polizia giudiziaria. “Per un innocente, subire un processo che dura anni è già una pena. Una pena inflitta senza condanna, senza risarcimento, senza responsabilità. Eppure, ogni anno, centinaia di migliaia di cittadini finiscono in questo limbo giudiziario”, conclude quindi Costa. Il metodo Report: la libertà di stampa diventa un’arma di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 21 gennaio 2026 L’articolo 21 scatta solo per loro. Se si osa decostruire il servizio pubblico con documenti e fatti, scatta l’inchiesta ritorsiva. La lettera pubblicata da Ginevra Cerrina Feroni, vicepresidente del Garante della Privacy, su Il Giornale dovrebbe farci riflettere. Non solo su quello che è successo a lei, ma su un metodo che ormai da anni si sta diffondendo nel giornalismo d’inchiesta condotto da Report in prima serata Rai. Un metodo che rischia di trasformare il servizio pubblico in uno strumento di ritorsione. Cerrina Feroni scrive: “Tali diritti fondamentali sono stati, in questa vicenda, calpestati come raramente è avvenuto in passato. Qui si è di fronte a una turbativa molto seria degli equilibri istituzionali: un soggetto sanzionato ha scatenato la sua straordinaria forza mediatica, usando un servizio pubblico, per colpire il soggetto sanzionatore che, come suo dovere, ha applicato la legge per un comportamento illecito”. Sono parole pesanti. Pesanti perché descrivono qualcosa che chi ha cercato di decostruire le inchieste di Report conosce bene. C’è un paradosso che ormai è evidente a chiunque abbia occhi per vedere: la libertà di stampa sembra valere solo per loro. Se osi criticare un servizio di Report, se provi a mettere in discussione le loro ricostruzioni con documenti e fatti, se hai il coraggio di fare quello che dovrebbe fare ogni giornalista serio - verificare, controllare, chiedere conto - allora diventi automaticamente un bersaglio. Prendiamo il caso del Gambero Rosso. Stiamo parlando di uno dei punti di riferimento più importanti dell’enogastronomia italiana, una guida che da anni lavora con serietà e professionalità. Quando hanno osato criticare in maniera documentata e trasparente alcuni servizi di Report sul vino, cosa è successo? La redazione di Ranucci ha messo in piedi un’inchiesta contro di loro. Non una risposta nel merito, non un confronto tra giornalisti. No, la solita inchiesta, stesso stile: telecamere nascoste, testimoni anonimi e la solita messa in scena da thriller. Ma cosa è accaduto? Dopo le critiche del Gambero Rosso ai servizi sul vino - in cui Report sosteneva che le grandi etichette toscane fossero sostanzialmente delle truffe - ecco che arriva una nuova puntata. Questa volta l’obiettivo è la guida stessa, i suoi metodi di valutazione, il suo modello di business. Coincidenze? Forse. Ma il messaggio è chiaro: chi critica Report deve aspettarsi una controinchiesta. Lo sappiamo bene, avendo vissuto questo metodo. Il Dubbio, e in particolare il sottoscritto, ha avuto la colpa imperdonabile di decostruire in maniera trasparente e documentale le inchieste di Report sulla pista nera delle stragi. Abbiamo fatto quello che dovrebbe fare ogni giornalista: verificare le fonti, controllare i fatti, chiedere se quello che viene raccontato in prima serata corrisponde alla realtà dei fatti. Risultato? Sono stato tirato in mezzo dalla trasmissione con un servizio che il Comitato di Redazione del Dubbio ha definito “sibillino e privo di fondamento”, un pezzo che senza mai formulare accuse esplicite lasciava intendere chissà cosa. La mia colpa? Essere stato chiamato dal generale Mario Mori, il quale era sotto intercettazione, per propormi di fare il consulente in commissione antimafia. Ho rifiutato ed espresso opinioni che sono tra l’altro pubbliche. Sarebbe interessante, un giorno, rendere pubblica l’intera telefonata e si scoprirà la voglia personale di approfondire, di far tirare fuori documenti nascosti, la verità dei fatti. E da giornalista non avrei accettato a prescindere, visto che il nostro compito è tirare fuori i fatti e non mantenere il segreto se si lavora dentro una commissione. Eppure, per la terza volta, Report ripropone quella telefonata. Mai visto che un giornale, o una trasmissione, riproponga per tre volte la stessa identica “non notizia”. La stessa cosa era successa qualche anno fa quando Report sposava il teorema della Trattativa Stato-Mafia. Chi provava a far notare che forse le cose erano più complesse, che c’erano elementi di dubbio, veniva guardato con sospetto. E anche lì, chi osava criticare rischiava di diventare oggetto di attenzione. Qui c’è una differenza fondamentale con i tempi di Milena Gabanelli. Quando conduceva lei Report, non si è mai visto niente del genere. La Gabanelli faceva inchieste, anche durissime, ma non c’era questa logica della vendetta. Se qualcuno criticava un suo servizio, non partiva automaticamente un’inchiesta contro il critico. C’era un’idea di giornalismo diversa, forse più antica, sicuramente più nobile. Oggi invece Report sembra avere assunto un potere che sta a metà tra il giudiziario e il poliziesco. Con la scusa della libertà di stampa - ma solo per loro, ovviamente - possono creare inchieste che hanno tutto il sapore della ritorsione. Poco importa se poi, il più delle volte, queste inchieste si rivelano bolle di sapone. Il danno è fatto. La persona o l’ente presi di mira sono stati esposti al pubblico ludibrio in prima serata su una rete pubblica. L’altro ieri, alla trasmissione Quarta Repubblica condotta da Nicola Porro su Mediaset, ha testimoniato Pietro Tatarella, vicenda raccontata su Il Dubbio, giovane consigliere comunale di Forza Italia, indagato, arrestato e poi assolto. E lui stesso, rivolgendosi a Ranucci e ai colleghi di Report, ha detto: “Mi avete dedicato un servizio intero su Report quando le indagini non erano nemmeno chiuse, senza pensare che fuori c’era una famiglia e un bambino che il giorno dopo doveva andare a scuola con il peso di un papà dipinto come corrotto e amico dei mafiosi. Non è giornalismo d’inchiesta, ma avanspettacolo”. Ma ritornando alle ritorsioni, Cerrina Feroni lo dice in modo ancora più chiaro: “Siamo di fronte a una aggressione che è avvenuta in modo virulento, senza nessuna garanzia di contraddittorio e di difesa, come invece avviene in un’aula di Tribunale, aggiungendo manipolazione mediatica a manipolazione mediatica. Questo è un mondo parallelo a quello della giustizia, e di impatto terribilmente più forte, immediato, travolgente”. È esattamente questo il punto. Report non ha nulla a che fare con il giornalismo anglosassone. E la libertà di stampa? Quella vera, quella che dovrebbe essere uguale per tutti? Quella che dovrebbe permettere a un giornalista di criticare un collega quando ritiene che abbia sbagliato, di decostruire un’inchiesta quando i fatti raccontano un’altra storia? Quella libertà sembra non valere quando si tratta di Report. Siamo di fronte a quello che Cerrina Feroni definisce “un mondo barbaro, regressivo, in cui ciascuno di noi può diventare il destinatario di tali violenze a piacimento di chi ne ha l’incontrastato potere e si assume intoccabile”. Un mondo dove la verità non viene cercata attraverso il confronto tra fonti diverse, la verifica incrociata dei dati, il rispetto delle regole. Un mondo dove la verità è quella che decide chi ha in mano il microfono in prima serata. Quello che sta accadendo con il “metodo Report” è che il confine tra giornalismo d’inchiesta e giornalismo manganellatore si sta facendo sempre più sottile. E forse è già stato superato. Rapina sul mezzo pubblico, la “lieve entità” non bilancia mai l’aggravante di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2026 Lo ha stabilito la Consulta con la sentenza n. 3/2026 dichiarando non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 628, quinto comma, del Cp. Con la sentenza numero 3, depositata ieri, la Corte costituzionale ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale riguardanti il divieto per il giudice di neutralizzare, mediante la circostanza attenuante della lieve entità del fatto, gli effetti relativi alla pena dell’aggravante, consistente nell’essersi consumata la rapina all’interno di un mezzo di trasporto pubblico. La Corte ha infatti affermato che la cosiddetta “blindatura totale” di una aggravante, sia, di per sé, compatibile con i principi costituzionali di volta in volta evocati in quanto il giudice può comunque applicare la diminuzione di pena connessa al riconoscimento delle attenuanti, sia pure sulla pena già aumentata per effetto dell’aggravante stessa. Si è infatti osservato che “deroghe al generale principio del bilanciamento fra circostanze sono possibili e rientrano nell’ambito delle scelte del legislatore” quando ricorrono particolari esigenze di protezione di beni costituzionalmente tutelati quale, ad esempio, il diritto fondamentale e personalissimo alla vita e all’integrità fisica. A tal proposito, lo scopo perseguito con la norma censurata è quello di assicurare a talune ipotesi di rapina aggravata (come nel giudizio a quo quella avvenuta a bordo di un treno) - ritenute dal legislatore produttive di particolare allarme sociale - una pena più severa di quella cui potrebbe condurre l’applicazione dell’ordinario meccanismo di bilanciamento tra circostanze del reato previsto dall’articolo 69 del codice penale. Ha evidenziato la Corte che una rapina compiuta a bordo di un mezzo di trasporto pubblico è un reato che contribuisce al disfacimento del tessuto sociale e alla diffusione di un sentimento di insicurezza collettiva e che il trovarsi a bordo di un mezzo pubblico finisce con il limitare la possibilità di reazione della vittima che non può sottrarsi alla minaccia o alla violenza del rapinatore. La Corte costituzionale ha ritenuto che l’aggravante in questione contribuisca a tutelare non solo il patrimonio della vittima ma anche beni della persona costituzionalmente rilevanti quali la libertà e l’integrità fisica e morale della persona e la libertà di movimento e di circolazione e, pertanto, il meccanismo stabilito dal legislatore non è irragionevole. Espressioni sconvenienti negli scritti difensivi, avvocato condannato al risarcimento di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2026 Lo ha deciso la Cassazione con l’ordinanza n. 1184 depositata ieri confermando la condanna di un legale a pagare 5mila euro. La continenza espressiva è un requisito necessario degli scritti difensivi. Per l’avvocato che utilizza nei confronti della controparte espressioni offensive, del tutto ingiustificate e prive di nesso con le esigenze difensive, oltre alla cancellazione scatta anche la condanna al risarcimento del danno. La Corte di cassazione, ordinanza n. 1184 depositata oggi, ha così respinto il ricorso di un legale condannato a versare 5mila euro a un Fallimento per espressioni ritenute “sconvenienti”. Il legale aveva chiesto di essere ammesso alla procedura fallimentare per quasi 170mila euro per compensi professionali non pagati. Il tribunale invece aveva ammesso l’avvocato per soli 40mila euro e punito (ex articolo 89 del Cpc) l’utilizzo di parole offensive “ed avulse da qualsivoglia esigenza difensiva”, con la condanna a risarcire i Curatori. Proposto ricorso, per quanto riguarda gli emolumenti richiesti, la Prima sezione civile ha affermato che le censure miravano a una inammissibile rivalutazione del merito. Mentre non vi era stata alcuna omissione da parte del Tribunale che aveva puntualmente motivato sulla quantificazione dei compensi, l’assenza di prove documentali riguardo ad asseriti incarichi stragiudiziali, e l’inopponibilità di altri documenti presentati. Sotto il secondo profilo, il ricorrente lamenta che la condanna risarcitoria sarebbe “illegittima” in quanto scaturita da espressioni che “pur sconvenienti, non esulavano e non potevano certamente ritenersi esulanti dalle sue esigenze difensive”. Per la Suprema corte però in tal modo “ancora una volta” viene denunciato un “presunto cattivo esercizio, da parte del giudice del merito, del proprio potere di valutazione del compendio istruttorio in ordine alla ricorrenza dei presupposti di cui all’art. 89, comma 2°, c.p.c. per disporre la sua condanna al risarcimento del danno in favore dei curatori del fallimento”. Si tratta, conclude la Corte, di apprezzamenti di merito che non possono essere sindacati in sede di legittimità, tanto meno come violazione e falsa applicazione di legge. Lombardia. Carcere: è stato gettato un seme dei Cappellani delle carceri lombarde chiesadimilano.it, 21 gennaio 2026 È terminato l’Anno Santo della Speranza. Ultima celebrazione ufficiale, il 14 dicembre, è stata quella del Giubileo dei detenuti. Erano presenti a Roma migliaia di persone, provenienti da diverse parti del mondo, legate alla realtà del carcere: qualche detenuto (per forza maggiore pochi), parenti, appartenenti all’amministrazione carceraria e alla polizia penitenziaria, cappellani e volontari. Un anno che, nei limiti del possibile, ha visto diverse iniziative. Un anno di grazia accompagnati dalla speranza che i cristiani, insieme a ogni uomo e donna, si impegnino per costruire un mondo migliore e superare le divisioni attraverso il dialogo e il rispetto di tutti. Cosa rimarrà di questo Giubileo, in che misura ha cambiato qualcosa nella vita di ciascuno di noi e delle nostre comunità, lasciamo che sia il tempo a dirlo. Per molti detenuti, che avevano una aspettativa ben precisa, è stata una delusione. Aver associato il Giubileo a un gesto di clemenza, sicuri che la parola del Papa avesse il potere di convincere i governanti, accorgendosi però che ogni strada era irrimediabilmente chiusa, li ha esposti all’amarezza e allo sconforto. Motivi per sperare ne avevano, in tanti hanno chiesto una qualche forma di clemenza, anche un piccolo segno ma che esprimesse un po’ di attenzione e di misericordia verso di loro. Papa Francesco, lo abbiamo già ricordato, nel documento di indizione dell’Anno Santo lo chiese con forza e chiarezza. Appello ripreso dai vescovi lombardi nello scorso mese di dicembre: “Continuiamo a chiedere un gesto di clemenza da parte dello Stato, per sfoltire le carceri dall’eccessivo numero di persone detenute e permettere di ripartire con nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane”. Le parole di Papa Francesco erano rivolte ai governanti di tutto il mondo: in Italia non sono state ascoltate. Non saprei dire se in altre Nazioni del mondo lo sono state e in che misura. Da noi in molti pensano che la clemenza sia un fallimento, provvedimento che esprime la resa dello Stato, l’incapacità di garantire la giustizia, uno Stato che deve invece salvaguardare a tutti i costi la sicurezza del cittadino, la certezza della pena, la determinazione nel punire chi ha sbagliato. Tutte cose giuste, ci mancherebbe. Ci si può chiedere però quale sia il modo migliore per garantire tutto questo, se non ci siano altre strade migliori per raggiungerlo, nel rispetto e nella promozione della dignità di ogni uomo, anche di chi ha sbagliato. Il vescovo di Milano, Mario Delpini, così scrisse nel messaggio ai partecipanti al Convegno sui temi della giustizia che si tenne a Bergamo nel mese di ottobre dello scorso anno: “A me sembra che il sistema carcerario sia un contenitore di un enorme dolore, di una straziante situazione, di un contesto di violenza, di storie insopportabili… Mi sembra che l’esortazione a procedere a ritocchi del regolamento carcerario, alla costruzione di nuove strutture carcerarie sia un modo di eludere il problema”. Non so se sia l’incapacità a immaginare nuovi percorsi, o una questione di mancanza di coraggio, paura di perdere buona parte dell’elettorato, oppure semplicemente si ritiene che tutto sommato il modello attuale, nonostante i fallimenti, sia quello giusto. Contenitore di un enorme dolore - La semplice privazione della libertà è sofferenza, vuol dire togliere una delle alte e irrinunciabili aspettative dell’uomo. Ma le carceri non sono solo il luogo dove chi ha sbagliato viene privato della libertà, arrestato e chiuso in una cella. Ha meritato quel modo di espiare la pena, non l’ha meritato: difficile dirlo. Non sarà solo lui a soffrire però: moglie, figli, parenti coinvolti nel dolore, nel senso di vergogna, dovranno sperimentare la solitudine, la fatica di procurarsi il necessario per vivere. Pagano anche loro un prezzo molto alto eppure non hanno sbagliato. Il carcere aggiunge tante altre sofferenze che non dovrebbero esserci: se abbiamo 17.500 detenuti in più, con Istituti che hanno più del doppio di presenze rispetto ai posti disponibili, la qualità della vita peggiora. Il sovraffollamento e le conseguenti condizioni degradanti in cui sono sottoposti i detenuti ha portato l’Italia a una condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, nel 2013 (divieto di tortura e di trattamento inumano o degradante). Gli spazi non sono sufficienti, essere troppi in cella genera tensione e litigi, diventa ancora più difficile partecipare alle varie iniziative che il carcere propone; gli educatori che hanno un ruolo fondamentale ma che sono pochi, si ritrovano un carico di lavoro sempre più pesante. La piaga dei suicidi, 91 nel 2024 e 80 lo scorso anno. Sentiamo spesso dire che le carceri sono ormai diventate una “discarica dell’umanità”, per l’alto numero di persone fragili rinchiuse: dipendenti da droga, alcol e gioco d’azzardo, malati psichiatrici, persone colpite da gravi disagi che hanno favorito l’esecuzione dei reati. Non è bella l’espressione discarica dell’umanità: mi sembra di mancare di rispetto a questi fratelli, un’ulteriore violenza compiuta su di loro. Rimane però il fatto che queste persone dovrebbero ricevere ben altro dalla società e che il carcere non è il luogo dove dovrebbero stare. Nel discorso alla città, in occasione della festa di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano pronunciò queste parole: “Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che ad assumere la responsabilità di essere cittadini onesti”. Se proprio il carcere è oggi il luogo principale per scontare la pena, ma potrebbe non esserlo, che sia almeno un luogo dignitoso, dove non ci sia trattamento inumano e degradante, dove sono troppe le privazioni e le sofferenze che, con un pizzico di buona volontà, potrebbero essere risparmiate. Nonostante questa difficile situazione delle carceri l’anno appena trascorso, l’Anno Santo, ha saputo risvegliare le coscienze e offrire un po’ di speranza a chi è rinchiuso. È come aver gettato un seme, piccolo e all’apparenza insignificante, ma se coltivato con pazienza e tenacia può portare frutti buoni. I detenuti si sono sentiti meno soli. Dopo una situazione di troppo silenzio, ora si parla, si scrive sui giornali, non mancano servizi televisivi, il mondo del carcere non è del tutto dimenticato, si fa strada una conoscenza sempre più diffusa, anche se è vero che occorra compiere ancora tanta strada. Si è rafforzato il rapporto tra la società civile e il mondo del carcere, la consapevolezza che non sia un corpo estraneo, che la situazione delle carceri rifletta il grado di civiltà di una nazione, e che pensare di lasciare sostanzialmente le cose come stanno, con aggiustamenti di poco conto, voglia dire rimanere ancorati a un passato senza un indispensabile sguardo al futuro e senza idee capaci di un vero cambiamento positivo. I vescovi lombardi hanno espresso la disponibilità a nome delle comunità cristiane a fare la loro parte per cammini di rinascita e per offrire nuove opportunità di vita: “Ci impegniamo attraverso i nostri canali e le nostre comunità a diffondere una cultura della legalità, dove ognuno sia chiamato a prendersi le proprie responsabilità e a intraprendere percorsi di riparazione per i propri sbagli e dove il carcere sia soltanto il punto di arrivo estremo di politiche di educazione e di prevenzione”. Infine ricordiamo la ricchezza di contenuti dell’omelia di papa Leone in occasione del Giubileo delle carceri. Scegliamo solo un passaggio che esprime bene però la speranza capace di sostenere chi è nella prova, l’auspicio per un cambio culturale, per un modo di pensare, anche dei cristiani, più umano, compassionevole, privo di pregiudizi e condanne, un modo evangelico di accostarci al fratello detenuto: “Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione. Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità”. L’anno santo non ha visto la concessione di gesti clemenza, ma tanti altri semi di speranza, di giustizia e di conoscenza sono stati gettati: ora vanno coltivati da parte di tutti, anche dei detenuti, affinché possa sbocciare e realizzarsi nella concretezza un modo nuovo, umano e compassionevole, sempre nel rispetto della giustizia, di pensare a un modello di sistema penitenziario. Milano. Nel carcere di Bollate Confimprese cerca nuove risorse umane di Enrico Netti Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2026 Una decina di associati ha visitato l’Istituto per valutare la formazione e assunzione di detenuti. a richiesta più ricorrente è “avere una seconda opportunità”. Per riprendere una vita sui binari di una voglia di normalità, mettendo in campo semplicemente la volontà, la voglia di lavorare. Questa è la frase che alcuni detenuti hanno ripetuto a una dozzina di imprenditori e manager di aziende associate a Confimprese, nel commercio mancano circa 10mila addetti, durante un incontro organizzato per iniziare ad approfondire le opportunità che queste persone possono offrire. Per le aziende un serbatoio di lavoratori anche per un passo avanti nella sostenibilità sociale, per i detenuti una opportunità di reinserimento del valore inestimabile. Perché una volta scontata la pena si è già nel mondo del lavoro. Il carcere di Bollate ospita 1.648 detenuti di cui circa 200 donne, mentre gli ergastolani sono 83 con 58 ultrasettantenni. Una popolazione quanto mai eterogenea e multirazziale con un’età media di circa 40 anni e molti giovanissimi under 25. Sono 208 i detenuti ammessi all’articolo 21 che nell’ordinamento penitenziario permette di uscire dal carcere per lavorare, studiare o fare volontariato. Un importante punto di partenza. Altri 46 usufruiscono del regime di semilibertà. Molti altri, 175 per la precisione, sono impiegati all’interno dell’istituto in altre attività organizzate da una decina tra cooperative e società. Le attività? Si spazia dalla piccola carpenteria metallica alla vetreria industriale, al publishing a un laboratorio di sartoria ma c’è chi lavora nel ristorazione “In galera” e non manca l’hi-tech grazie alla presenza di un laboratorio che fa parte del Cisco Networking Academy. Per questi lavoratori è normale avere un contratto a tempo determinato o indeterminato sia che lavorino all’interno che all’esterno e a tutti i detenuti viene offerta la possibilità di studiare in sezioni di scuola media, superiore oltre ai corsi universitari con il supporto di una equipe di educatori che sviluppa percorsi di istruzione, formazione e reinserimento. Un percorso che poi trova il suo naturale sbocco nel lavoro con l’articolo 21. “Il valore di dare la possibilità - dice Maila Conti, ex vigilessa -. Ho sempre lavorato, la mia vita era fondata sul lavoro, poi è arrivata la tragedia. La cosa che qui mi ha distrutto era non avere un lavoro. Noi abbiamo bisogno di fare, di aziende che ci danno fiducia, il lavoro dà dignità”. Maila Conti lavora all’interno per una cooperativa ed è iscritta all’università. “Uscirò dottoressa e avrò nuove competenze lavorative. Siamo persone che vi daranno tanto. Noi abbiamo bisogno di voi” dice rivolta alla platea con i soci Confimprese. Elena invece dice di non avere mai lavorato e di venire da una famiglia criminale. La sua via di fuga è il teatro, la recitazione. “Sono uscita in affidamento per recitare. Non perdiamo la voglia e la speranza che ci sia una seconda chance - rimarca -. In carcere è fatto di persone ed è sulle persone che si deve puntare”. Recitazione ma anche tanto studio per Elena con una laurea in giurisprudenza, poi un master seguito dall’iscrizione ad Economia e Commercio “da privatista, studio con i tutor”. Alessio, oggi giovane trentenne appena scarcerato, è il testimone di come questo lavoro di squadra, unito alla capacità e volontà, può portare al successo. “Oggi (ieri per chi legge ndr) sono entrato come visitatore e non come ospite - dice -. Ci ho pensato per tutto il viaggio”. Ha varcato la soglia della “casa” dodici anni fa dopo avere commesso “un reato molto grave a 18 anni e dopo avere toccato il fondo ho impiegato anni a costruire il mio futuro, investito per darmi un futuro”. Nel periodo di detenzione ha letto libri, studiato Economia e Commercio, lavorato per meritarsi, conquistare l’articolo 21 prima a tempo determinato poi l’indeterminato. Una volta sul posto di lavoro “ho voluto portare valore aggiunto e dare il 100% del mio valore”. C’è sempre un ma. “Il titolare dell’azienda ha pensato “abbiamo fatto un passo più lungo della gamba” quando è arrivato il momento di presentarmi ai nuovi colleghi. In una riunione sono partito dalla fine facendo vedere su Google quello che poi avrebbero fatto tutti dopo. “Questo è Alessio”. Così ho rotto le barriere e i miei colleghi sono diventati come una seconda famiglia”. Alessio ha scontato la pena e oggi è un consulente nel settore HR. Un successo frutto del lavoro di squadra che coinvolge Giorgio Leggieri, direttore del carcere di Milano Bollate, Roberto Bezzi, responsabile della formazione, i suoi collaboratori oltre ai volontari e il personale della polizia penitenziaria. Il percorso di chi usufruisce dell’articolo 21 non è facile perché scandito da obblighi perché nel caso di un errore o un imprevisto legato, per esempio, quello che può essere un banale ritardo dei mezzi pubblici può portare nei casi più gravi alla perdita dei benefici. “Chi assume un detenuto ha un tasso di assenteismo molto basso mentre tra gli altri colleghi c’è chi si lamenta che i nostri lavorano troppo - segnala Roberto Bezzi -. Offrendogli un lavoro si contribuisce ad abbassare il livello di pericolo sociale”. Il direttore Leggieri ricorda che una serie di aziende esplorano e vagliano le opportunità dell’articolo 21 ma “poche sono del mondo del retail”. Le proposte che possono arrivare dalle aziende associate a Confimprese comprendono sempre una parte legata al training e la formazione a cui segue l’impegno sul campo. La catena di negozi di ottica Nau!, per esempio, ha già una certa esperienza nel reinserimento dei detenuti “avendo alle spalle un progetto che ha coinvolto due persone” segnala Monica Salvestrin, cofondatrice dell’azienda. L’insegna ha una scuola di ottica che un domani potrà formare altri optometristi. Anche Enel, in questo caso la direzione della Lombardia, ha già avviato un piccolo test con una cooperativa e il giudizio è di una esperienza positiva. Un paio di opportunità potrebbero arrivare da La casa de la Carcacas, catena che vende cover personalizzate per i cellulari. Roberto Bonati, presidente di Celio Italia (abbigliamento) ha già fatto un inserimento a Torino con una persona de Le Vallette e segnala: “è stata una esperienza positiva ma la gestione dei tempi può essere un problema”. Una situazione risolvibile perché l’amministrazione e la magistratura considerano i turni di lavoro, il percorso e il tempo necessario per raggiungere con i mezzi pubblico il luogo di lavoro e in rientro. La Piadineria vuole bissare l’esperienza “con due lavoratori di cui uno ancora in organico” segnala Viola Di Claudio, Hr director dell’insegna. Stessa situazione per L’Erbolario che nel recente passato ha iniziato a collaborare con la casa circondariale di Lodi. “Ora stiamo esplorando altre possibilità di collaborazione” dice Giulia Bergamaschi, seconda generazione dell’azienda di famiglia. Milano. Il direttore di Bollate: “Un’occupazione oltre le sbarre? Per molti è già un’abitudine” di Roberta Rampini Il Giorno, 21 gennaio 2026 “Vedere il carcere non come fardello ma come una potenzialità”. È il messaggio lanciato da Giorgio Leggieri, direttore del carcere di Bollate, durante l’incontro tra detenuti e i rappresentanti delle dieci aziende di Confimprese che ieri hanno visitato la struttura. “C’è un settore di imprese che non è ancora stato esplorato, quello del retail. Questo incontro vuole contribuire a fare in modo che pur con tutte le difficoltà, ci possano essere momenti di riscatto. È un vantaggio anche per il sistema impresa”. Dentro e fuori dalle mura del carcere per la casa di reclusione di Bollate il lavoro è un’abitudine quotidiana per molti. Ai 208 detenuti che escono per lavorare con l’articolo 21 e ai 46 da semiliberi, se ne aggiungono altri che lavorano nell’area industriale del carcere. È Roberto Bezzi, responsabile dei percorsi di inserimento lavorativo, a presentare i numeri: sono attive 7 cooperative, 2 Srl e una Spa nelle quali lavorano 175 detenuti assunti dalle aziende che hanno scelto di portare una parte del lavoro nell’area industriale del carcere oppure dalle imprese sociali, come “Bee 4 altre menti”, “Abc La sapienza in tavola” o “Alice”, che gestisce il laboratorio di sartoria e ultimamente è in forte espansione grazie a collaborazioni con importanti brand della moda. Altri 350 detenuti sono impegnati a turno alle dipendenze dell’amministrazione carceraria. Numeri alla mano, l’esperienza del carcere di Bollate conferma che il lavoro resta lo strumento più prezioso per il reinserimento sociale e la recidiva si abbassa: complessivamente a Bollate il 17% contro il 70% della media italiana. Si arriva a meno del 5% poi per chi ha un’occupazione all’esterno. Lavoro, ma non solo, “all’interno del carcere abbiamo anche molti detenuti che seguono percorsi di formazione, 150 sono iscritti a corsi di alfabetizzazione, corsi di inglese e informatica, 47 alla sezione carceraria dell’Itc Primo Levi di Bollate e 68 alla sezione carceraria all’istituto alberghiero Frisi di Milano Infine 110 iscritti all’università grazie a Convenzioni che abbiamo con le università di Milano”, conclude Bezzi. Rovigo. Carcere, l’allarme della deputata dem “Manca un terzo delle guardie” Corriere del Veneto, 21 gennaio 2026 In carcere a Rovigo mancano 60 agenti rispetto alla dotazione prevista di 175, un terzo. La denuncia dalla deputata del Pd Nadia Romeo che, di recente, ha visitato il penitenziario (dove di recente un detenuto ha fatto scoppiare un incendio che ha provocato diversi danni, costringendo a un’evacuazione poi rientrata) accompagnata dal direttore dell’istituto Mattia Arba. Intanto subbuglio anche sul nuovo carcere minorile, che dovrebbe aprire a marzo nell’ex Casa circondariale di via Verdi. I 36 agenti impiegati al Minorile di Treviso, che sta chiudendo, hanno vinto il ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar) ot- tenendo la sospensione del provvedimento del direttore generale del ministero della Giustizia che li assegnava o al nuovo istituto di Rovigo o al Centro di prima accoglienza di Mestre. Le contestazioni degli agenti riguardavano la mancata considerazione di opportunità lavorative diverse, ad esempio in istituti penali non minorili. Intanto la deputata Romeo evidenzia come sia “automatico immaginare le conseguenze che questa pesante carenza di organico può avere, in termini di stress e disagio lavorativo”. La deputata dem poi sottolinea come “la garanzia degli standard previsti di personale è condizione necessaria per realizzare e completare i progetti di formazione e reinserimento sociale voluti dal direttore della struttura di Rovigo. Qui è attiva una sezione dove i detenuti lavorano realizzando cerotti medicali e si spera di far partire a breve una panetteria”. Mantova. Giustizia di comunità: lavori in parrocchia al posto del carcere La Voce di Mantova, 21 gennaio 2026 Giustizia di comunità: da Tribunale, Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) e Diocesi nuove convenzioni per l’inclusione sociale delle persone sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, con relativo ampliamento della rete dei percorsi alternativi al carcere e dei lavori di pubblica utilità - messa alla prova. La presentazione dell’accordo, siglato tra agosto e settembre scorsi, si è tenuta ieri nella sede Uepe di Mantova. Ad oggi gli accordi firmati nell’ambito della giustizia di comunità tra enti pubblici, associazioni, terzo settore e realtà ecclesiali sono complessivamente 333. Un approccio in piena armonia con l’ideale rieducativo della Costituzione contenuto nell’articolo 27. Il senso profondo della giustizia di comunità è infatti promuovere il reinserimento sociale delle persone che hanno commesso reati di lieve entità le cui pene detentive e pecuniarie possono essere trasformate in servizi per la comunità, promuovendo così il loro reinserimento attraverso il coinvolgimento attivo della società civile e la ricostruzione dei legami sociali. “L’incremento dell’efficacia di un sistema penale - ha affermato il vescovo Marco Busca - non è legato all’inasprimento delle pene ma piuttosto alla capacità di costruire un’alternativa. I percorsi di giustizia di comunità sono una preziosa occasione per le nostre parrocchie per promuovere un cambiamento culturale riguardo la giustizia e l’esecuzione della pena”. La convenzione con la Diocesi consentirà quindi ora a 50 persone, che hanno commesso reati di lieve entità, di svolgere attività non retribuite nelle parrocchie della provincia: manutenzione, pulizia, giardinaggio, riordino di strutture e supporto ai volontari nelle attività solidali. Trapani. “La libertà è un libro”, un laboratorio per raccontare vite (recluse) di Jana Cardinale balarm.it, 21 gennaio 2026 Entrare in carcere da volontari è come attraversare una soglia invisibile: fuori il mondo corre, dentro il tempo si siede e ti guarda negli occhi. Dove i corridoi sanno di attesa, di parole che spesso cercano una seconda possibilità, i detenuti non sono numeri, cartelle ed errori, ma storie che camminano piano, con le spalle un po’ curve e lo sguardo che chiede ascolto più che giudizio. E il volontariato non è eroismo, ma presenza. È leggere una poesia ad alta voce, insegnare a scrivere una lettera, scoprire che la libertà non è solo una porta che si apre, ma una parola gentile che arriva quando meno te lo aspetti. Per imparare che nessuno è solo il peggio che ha fatto, ma che c’è sempre un resto di luce, anche se è nascosto sotto strati di rabbia, paura e silenzi. Alla Casa Circondariale di Trapani Ornella Fulco, che nella vita è giornalista, e Fabrizia Sala, psicologa e psicoterapeuta, hanno ripreso da poco per l’ennesimo anno il loro progetto di lettura che svolgono in un laboratorio chiamato “La libertà è un libro”. “Tra quelle mura dove il tempo è sospeso, la lettura e la scrittura diventano strumenti potenti: aprono finestre su mondi possibili, permettono di raccontare e raccontarsi, di immaginare futuri diversi. Ogni parola scritta è un atto di libertà, ogni storia letta è un viaggio oltre le sbarre”. Con queste parole Ornella sintetizza il senso del loro lavoro di pace portato avanti da circa 15 anni, nel corso dei quali le persone detenute le hanno insegnato qualcosa di prezioso: che la cultura non è un privilegio, ma un diritto; che dietro ogni errore c’è sempre una persona intera, complessa, capace di cambiamento; che la dignità non si perde mai davvero se qualcuno è disposto a riconoscerla e difenderla. “La libertà è un libro - aggiunge - non è solo il nome del nostro laboratorio. È una promessa, una piccola ma concreta possibilità di riscatto attraverso le parole. Perché se è vero che le sbarre limitano i corpi, nessun muro potrà mai imprigionare l’immaginazione e il pensiero”. E un ringraziamento lo rivolgono al direttore incaricato, Renato Persico, e alla responsabile dell’Area educativa Lilli Castiglione, la cui collaborazione è fondamentale per il prosieguo del progetto. Tante le esperienze vissute in questa struttura che contiene dolore e che spesso è l’emblema di quello inflitto ad innocenti che non si sono potuti difendere. Un ricordo particolare, per Ornella e Fabrizia, è legato a tal proposito alla visita dentro al carcere di Maria Gambina Via nel 2018, ossia la mamma di Nino Via - giovane trapanese ucciso nel 2007, all’età di 22 anni mentre difendeva un collega da alcuni rapinatori e il cui gesto gli è valso la medaglia d’oro al Valor Civile, e il ricordo annuale nella sua città - che accettò di incontrare un gruppo di detenuti nel corso di uno di questi momenti, rivelatosi particolarmente intenso, di commozione e comprensione reciproca. I detenuti, che avevano ricevuto poco tempo prima delle bibbie dal Vescovo di Trapani, ne vollero consegnare una con dedica alla signora Maria, che da tanti anni porta nel cuore una pena insanabile. Lei raccontò loro la storia del figlio, e i detenuti l’hanno ascoltata toccando con mano la sofferenza di chi ha perso tutto, e mostrandosi “nudi” per la condizione di chi vive il carcere, pur “meritandolo”. Nel laboratorio di lettura di quest’anno i partecipanti sono dodici, la cui età varia dai 20 ai 60 anni, sia italiani che stranieri. Diversi di loro hanno fatto volontariato nella loro vita. “Uno di loro ha voluto motivare questa scelta - dice Ornella - raccontando che quando lui ha avuto bisogno non ha trovato nessuno, e pertanto, per non commettere lo stesso errore, si è messo a disposizione degli altri”. “Noi non vogliamo solo raccontare quello che non va, e in carcere di problemi ce ne sono tanti a partire dagli spazi - dice Fabrizia Sala - ma dare voce a una visione diversa del mondo e della società alla quale crediamo, una visione sana della democrazia, per la salvaguardia dei diritti umani. In carcere un testo diventa un veicolo di riflessione terzo, e nel tempo che abbiamo a disposizione vogliamo che emerga il senso di umanità che deve sempre prevalere. Sono appuntamenti di due ore, dalle 15.00 alle 17.00, in cui proponiamo delle letture che vanno dai romanzi ai racconti, ai brani di saggistica, alla poesia e alla filosofia; materiale che portiamo dall’esterno e che scegliamo puntando molto sui sentimenti e sui valori. Chiunque voglia aderire è ben accolto”. La “selezione” ufficiale dei partecipanti è stata svolta dall’Area educativa tramite un avviso aperto agli interessati, anche in base alla predisposizione e alla preferenza delle materie letterarie e dei temi trattati. L’obiettivo è il passaggio delle emozioni, e di esempi in tal senso ce ne sono diversi. “Ricordo - dice Fabrizia Sala - quando in prossimità del Natale parlavamo di realizzare un presepe ma non avevamo mezzi per farlo, e allora un detenuto che doveva interpretare un ruolo ci disse, stupendoci, che lui voleva rappresentare il cielo stellato”. Sia Ornella che Fabrizia hanno una missione comune: far conoscere la condizione dei detenuti all’esterno e in particolari ai giovani delle scuole, dove in passato hanno svolto degli incontri di sensibilizzazione per portare avanti un’attività congiunta che interessi il mondo della detenzione ma anche l’esterno. “Tempo fa all’Istituto superiore ‘Rosina Salvo’ di Trapani - dicono - abbiamo portato anche un ragazzo del gruppo che era passato dal carcere alla comunità e che senza preavviso per gli studenti ha parlato dopo di noi portando la sua testimonianza. Fu un momento di verità così intenso che i ragazzi chiesero il permesso all’insegnante dell’ora successiva di poter continuare. Giovani che si sono appassionati e che hanno potuto conoscere argomenti che spesso i pregiudizi impediscono di apprendere; alcuni di loro hanno scelto di proseguire gli studi alla facoltà di Giurisprudenza”. Fabrizia Sala ha dato vita negli anni a un’associazione di volontariato che si chiama ‘Donne che amano scrivere’, che hanno tenuto delle regolari corrispondenze epistolari con i detenuti da cui sono scaturite altre esperienze significative. “Quello che ci portiamo dietro è ambivalente, e mentre la mia parte razionale si vorrebbe far carico delle loro difficoltà - dice Ornella Fulco - la parte emotiva arriva alla sostanza dell’umanità e si appropria di una libertà che nella mia vita professionale e privata non ho mai conosciuto, e che mi dà forza”. Un tema caro a Fabrizia è l’accoglienza delle famiglie, che pagano un costo alto, che riguarda anche i bambini, che restano penalizzate e che spesso non hanno la possibilità di attendere i colloqui in luoghi dignitosi, a volte anche esposte al freddo e al caldo intenso. “Ci interessa anche l’attenzione ai familiari, a come avvengono le relazioni e i rapporti tra di loro”, dice Fabrizia, autrice, tra l’altro, di un libro dal titolo non casuale ‘Storie recluse’, presentato in giro per la provincia di Trapani e in cui si analizza la doppia reclusione che si sviluppa sulla scorta dei pregiudizi della società. Il laboratorio si protrae da adesso fino a maggio o giugno, per essere sospeso in estate e riprendere più o meno con l’inizio dell’anno scolastico. Nel corso delle attività negli anni alcuni aneddoti hanno assunto anche il carattere dell’ilarità e della leggerezza, nonostante tutto. “Ricordo il racconto di un rapinatore seriale palermitano che ci illustrò il suo escamotage per scampare all’arresto al termine di una rapina all’ufficio postale fingendosi portatore di handicap di fronte a una volante sopraggiunta. Fu un momento di rara comicità”. Tra i progetti portati avanti da Fabrizia ce n’è anche uno di volontariato territoriale familiare. “Mi sento molto vicina a una donna straniera che non ha legami e che sta scontando una pena per omicidio. Era detenuta a Trapani ed è stata trasferita prima a Messina e poi al Pagliarelli di Palermo. Ci siamo scambiate lettere e ho provato a darle sostegno emotivo, e anche speranza. Collaboro con il suo avvocato e le visite al carcere sono state costanti. Mi sono attivata con l’associazione Nessuno Tocchi Caino e anche con il cappellano, e mi sto proponendo assieme a mio marito per offrirle ospitalità nel suo primo permesso dopo 12 anni”. Il volontariato spesso è questo: una chiave invisibile, che non apre le celle, ma le persone. Reggio Emilia. Giustizia riparativa, Culicchia incontra Bazzega di Matteo Barca Il Resto del Carlino, 21 gennaio 2026 Il cugino di un brigatista omicida e il figlio di un poliziotto ammazzato dialogano insieme, in un incontro pubblico, per riparare una ferita aperta da più di 50 anni. Venerdì, alle 21, la sala Bruno Casini del Polo Made di Scandiano ospiterà l’iniziativa “L’incontro scandaloso” promossa dal tavolo della pace di Scandiano. Protagonisti della serata (prenotazioni su Eventbrite) saranno Giuseppe Culicchia (scrittore e cugino di Walter Alasia) e Giorgio Bazzega, mediatore penale ed esperto in giustizia riparativa. I due sono legati da una vicenda drammatica che affonda le radici negli anni della violenza politica: fu proprio Walter Alasia, militante delle Brigate Rosse, a uccidere nel 1976 il maresciallo dei servizi di sicurezza antiterrorismo Sergio Bazzega, padre di Giorgio. L’incontro “mette a confronto - dicono dal Comune - due percorsi umani e civili segnati da quella storia, affrontando il nodo complesso della responsabilità, memoria e delle conseguenze che la violenza lascia nel tempo sulle vite delle persone e delle comunità. Il titolo L’incontro scandaloso richiama il carattere dirompente di un confronto che rompe schemi consolidati e narrazioni contrapposte, invitando a interrogarsi sul senso della giustizia, sul ruolo della parola e necessità di guardare alla storia con strumenti capaci di tenere insieme verità, responsabilità e umanità”. L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio che il Comune sta sviluppando sul tema della giustizia riparativa in particolare in ambito educativo. Pescara. Mostra dipinti dei detenuti nel carcere: “L’arte come spazio di libertà” ilpescara.it, 21 gennaio 2026 L’esposizione è visitabile fino ai primi di febbraio, il martedì e il giovedì pomeriggio, nella sala consiliare del comune di Pescara. Lo scorso 17 gennaio è stata presentata la mostra “L’arte come spazio di libertà” realizzata con i dipinti realizzati dai detenuti del carcere di Pescara. La mostra è basata sul progetto di arteterapia svolto dalla dottoressa Arianna Salviani, psicologa e operatrice Cuav nella casa circondariale di Pescara. “Io mi occupo da sempre della lotta per contrastare la violenza, in particolare sono responsabile presso l’associazione Cuav Cambiamenti, guidata con cura e dedizione da Luca Battaglia. La mostra si protrarrà per alcune settimane presso la sala consiliare del comune, con tante opere profondamente significative, per colore, forme e parole riportate sulle tele. Grazie all’assessore Valeria Toppetti per aver sostenuto l’iniziativa e al sindaco Masci per essere intervenuto. Auspico sempre maggiori progetti con i detenuti, perché se coloro che hanno sbagliato non possono muoversi nella comunità, certamente la comunità può entrare in contatto con loro attraverso iniziative ben strutturate perché, ricordiamolo, i detenuti sono titolari degli stessi diritti umani di tutti.” “Se fioriscono le spine”: due vite sospese tra pena e riscatto di Angela Stella L’Unità, 21 gennaio 2026 Glauco Giostra stavolta mette da parte la scrittura teorica e si cimenta con il romanzo. Al centro però c’è sempre il carcere. E l’incontro tra due uomini. Glauco Giostra è professore ordinario di diritto processuale penale presso l’Università La Sapienza di Roma ed è stato coordinatore del Comitato scientifico per gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, ma nel suo ultimo libro - “Se fioriscono le spine” (Edizioni Menabò, pagg. 164, Euro 18,00) - abbandona la scrittura teorica e analitica per cimentarsi con il romanzo, utilizzando un mix, molto ben riuscito, di riflessione critica e finzione letteraria per affrontare, sotto diversi punti di vista, temi complessi e di grande attualità. Il romanzo segue le riflessioni e le esperienze di Antonio e Angelo, due uomini che si ritrovano a dover affrontare una serie di complicate sfide personali. Tutto ha inizio quando Antonio uccide il padre con una coltellata dopo averlo sorpreso mentre tentava di violentare sua sorella. Antonio viene dunque arrestato e fa il suo primo ingresso in carcere. Lì conosce Angelo (detto Il Muto). Da quel momento tra i due nasce e si consolida una bellissima amicizia. Angelo aiuta Antonio a superare le difficoltà e le insidie della vita carceraria e, una volta usciti dal penitenziario, entrambi si vedono costretti a confrontarsi con le proprie fragilità interiori che portano alla luce timori e dubbi per troppo tempo rimossi. La condizione di ex detenuto, si sa, solleva paure e pregiudizi nelle persone, sicché Antonio inizialmente non riesce a trovare lavoro e a guadagnarsi da vivere onestamente, il che lo porta a mettere a frutto le abilità criminali apprese durante la sua esperienza carceraria. Antonio si unisce pertanto alla banda di Angelo con la quale organizza e porta a termine numerose rapine, e durante una di queste scorribande notturne, accortosi che uno dei suoi complici stava cercando di violentare la proprietaria dell’appartamento, interviene con forza e, anche grazie all’aiuto di Angelo, riesce a impedire che la violenza si consumi. Il nobile gesto però fa sì che i due vengano arrestati sul posto e condotti nuovamente in carcere. Da questo momento in poi Antonio e Angelo saranno costretti a vivere momenti di profonda crisi che li porta a fare i conti con i fantasmi del proprio passato (soprattutto Angelo), ma riusciranno - grazie all’aiuto di Aurora, la donna che sono riusciti a salvare quella notte, e che per questo rimarrà sempre al loro fianco, a dispetto di tutte le ritrosie e i pregiudizi dell’ambiente sociale da cui proviene - a dare un nuovo senso alla loro vita, coltivando, contro tutto e tutti, la speranza di un nuovo inizio. Al centro del romanzo c’è dunque la ricostruzione di due esistenze che hanno subìto l’onta della colpa, della pena e del carcere, affrontando temi come il senso di colpa, l’espiazione dei peccati, il riscatto, la riabilitazione, l’amore, la resilienza e la ricerca di un nuovo equilibrio. La scrittura intimista e introspettiva di Glauco Giostra, fatta di emozioni, ricordi e considerazioni a cui si lasciano andare i protagonisti, permette al lettore di immergersi nel mondo interiore dei personaggi principali, condividendo le loro paure, le loro speranze e l’inseguimento di un futuro migliore. L’autore esplora, con grande umanità e poesia, i diversi aspetti della vita carceraria, le relazioni umane fra i detenuti, gli ostacoli che incontrano le vite spese ai margini e la rabbia che le consuma, le tante difficoltà che le persone condannate sono costrette ad affrontare per avere una seconda possibilità. Ma questo bel romanzo è anche una riflessione sui motivi che spingono una persona a delinquere e su quanto sia importante, da questo punto di vista, il contesto in cui si è cresciuti e in cui si è costretti a vivere. “Come sempre, quando gli animi sono comprensibilmente allarmati, le teste si rimpiccioliscono e i più stupidi guidano”, scrive Glauco Giostra. Ed è proprio quello che succede nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui slogan come “buttare via la chiave” diventano sempre più popolari, in cui ognuno di noi si sente autorizzato ad andarsene in giro con le sue belle liste di italiani dei quali farebbe volentieri a meno, in cui parole quali riabilitazione e riscatto sembrano venire da un passato remoto e non più attuale. Al contrario, le storie di libertà negate e di riscatto sociale e umano che vengono raccontate in “Se fioriscono le spine” dimostrano in modo molto vivido ed efficace quanto invece sia utile e importante dare una seconda possibilità agli altri e quanto, al contrario, sia ingiusto e crudele giudicare una persona solo in base agli errori commessi nel passato. Francesca Ghezzani, testimonianze dal carcere di Davide Madeddu Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2026 A metà strada tra il saggio e la narrativa d’inchiesta, “Il silenzio dentro”, Swanbook Edizioni, è esempio di “giornalismo costruttivo”. I sorrisi timidi di chi cerca un contatto per raccontarsi, i lineamenti spigolosi di chi, invece, vuole evitare ogni connessione con chi arriva da fuori, abbassando gli occhi. Eppoi quel mondo e la malinconia di chi, la sera resta chiuso nelle celle tra sbarre e portoni di ferro, e deve fare i conti con il mondo di dentro. Quello del carcere, fatto di riti, silenzi e urla, speranze e sogni infranti. Cadute ma anche riprese e riscatto tra solidarietà e voglia di vivere una nuova vita. Un mondo complesso, dentro e fuori, che Francesca Ghezzani racconta nel suo libro “Il silenzio dentro - Quando raccontare diventa un atto di giustizia”, Swanbook Edizioni, 286 pagine 16 euro. Un viaggio in un mondo complesso e quasi inaspettato che inizia con una perquisizione, gli oggetti lasciati all’ingresso e in cui si ha la sensazione di essere stati spogliati per andare a vedere e raccontare cosa succede dietro i muraglioni, oltre le sbarre. “L’idea di questo libro è nata tempo fa, ma ha trovato piena conferma dopo la mia visita, nel 2023, a una Casa di Reclusione nelle vesti di giornalista - racconta l’autrice -. Da allora mi sono chiesta, senza cedere alla retorica del buonismo e consapevole che non tutti sono pronti o disposti a cambiare, cosa serva davvero perché la giustizia compia il suo percorso e chi ha commesso un reato, ma desidera ricominciare, possa contare su un reale reinserimento che lo tenga lontano dalla recidiva”. E poi i quesiti che Francesca Ghezzani si pone: “Come fare in modo che la libertà ritrovata non faccia più paura della prigione stessa? E che la detenzione, se vissuta come un autentico processo di rieducazione, diventi un investimento per chi la attraversa e una garanzia per l’intera società e la sua sicurezza?”. Le interviste ai carcerati - Nel suo viaggio Francesca Ghezzani mette assieme le voci che popolano questo piccolo universo: ci sono le interviste dei carcerati, i racconti degli ex detenuti che oggi vivono liberi dopo un lungo reinserimento. Ma ci sono anche quelle degli esperti, dai sacerdoti ai medici, continuando con gli imprenditori e gli operatori della comunicazione che gravitano attorno a questo sistema. “So bene che dar voce a categorie sì socialmente svantaggiate ma pur sempre ree di aver commesso uno o più reati possa essere considerato un terreno scivoloso agli occhi dell’opinione pubblica - scrive l’autrice nella presentazione -, anche perché il rischio di cadere nella retorica del buonismo o in polemiche a sfondo politico spesso sterili è dietro l’angolo”. In questo viaggio non ci si perde tra tecnicismi o articoli di legge, ma si raccontano le storie delle persone in un libro a metà strada tra il saggio e la narrativa d’inchiesta, attraverso la formula del “giornalismo costruttivo”. “Ho avvertito l’esigenza di mettere in luce esempi più o meno virtuosi e coinvolgere, tra gli altri, nomi autorevoli del panorama istituzionale e associazionistico, esperti di criminologia e psichiatria forense, giornalisti e addetti alla comunicazione, esponenti del clero, sociologi per uno sguardo il più possibile a tutto tondo - conclude l’autrice -. Al loro fianco, le testimonianze di ex detenuti che hanno avuto la forza di ricostruirsi una vita lontana dalla delinquenza, perché nessuno meglio di chi ce l’ha fatta può essere l’esempio giusto che riaccende la speranza e fornisce possibili soluzioni”. “Il silenzio dentro - Quando raccontare diventa un atto di giustizia”, Swanbook Edizioni, 286 pagine, 16 euro. I giovani e il confine invisibile della violenza di Elisa Giordano La Stampa, 21 gennaio 2026 Non c’è un momento preciso in cui la violenza entra in scena. È già presente, prima ancora che ce ne accorgiamo: in una canzone che accompagna distrattamente una giornata qualunque, in una serie televisiva consumata senza particolare attenzione, in parole pronunciate con leggerezza e subito dimenticate. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente trasgressivo. Eppure, nella somma di questi dettagli minimi, prende forma un paesaggio culturale in cui il limite si dissolve lentamente. È in questo spazio che la violenza esercita oggi il suo fascino più persistente, come linguaggio semplificato capace di ridurre la complessità del reale a rapporti di forza immediati. In un mondo competitivo, promette chiarezza, identità, rapidità, riconoscimento. Offre risposte veloci là dove il percorso appare lungo, incerto, frustrante o precluso. Appare come una scorciatoia simbolica e non come un’anomalia. Gran parte dell’immaginario contemporaneo conferma questo richiamo. Già più di vent’anni fa il rapper Frankie hi-nrg mc condensava il problema in una formula rimasta attuale: “Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”. Quando l’orizzonte del successo appare chiuso, quando le distanze sembrano incolmabili, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione perde il carattere di eccezione e diventa, per alcuni, un’opzione plausibile che non è necessariamente violenta nei fatti, ma spesso è aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle relazioni e nelle rappresentazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e della buona educazione così come vera e propria funzione culturale del limite: quel confine interiore che distingue tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito, tra rappresentazione e realtà, tra desiderio e responsabilità. Una parte della produzione musicale e audiovisiva contemporanea contribuisce a rendere questo confine meno riconoscibile, normalizzando estetiche dell’eccesso, della sopraffazione e della volgarità. Questo non significa che possa produrre automaticamente comportamenti conseguenti, ma potrebbe contribuire a costruire cornici di senso entro cui certe possibilità diventano più familiari. Salvatore Quasimodo scriveva in Uomo del mio tempo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Uomo capace di costruire e distruggere, chiamato a riconoscere il male senza confonderlo con inevitabilità o normalità, natura umana che, nonostante millenni di evoluzione sia in parte rimasta primitiva. Il richiamo della poesia è semplice e potente: riconoscere la violenza significa comprenderla, delimitarla, non alimentarla e trasformare l’esperienza in responsabilità consapevole. Riconoscere il limite e restituirgli centralità è la condizione per la vera libertà. È ciò che impedisce al desiderio di trasformarsi in distruzione e alla forza di diventare l’unico criterio di valore. Una società che fatica a rendere i suoi traguardi accessibili dovrebbe interrogarsi sulle forme simboliche con cui racconta il successo, il fallimento e il potere. La vera sfida del nostro tempo è imparare a riconoscere la violenza e a misurarne i confini e la libertà autentica è la capacità di muoversi con consapevolezza dentro questi confini e di restare umani quando tutto sembra invitare al contrario. Se a scuola si va con il taser di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 È successo in un grande istituto alla periferia di Milano. Cosa è necessario fare per aumentare la sicurezza? Dirigenti scolastici e docenti sono caricati di responsabilità che comunità e famiglie faticano a reggere. L’eco di quello che è accaduto a La Spezia, e non solo, continua a scuotere la vita quotidiana degli istituti scolastici. Molti gli interrogativi su che cosa sia necessario fare per aumentare la sicurezza, che è il principale bene pubblico, a maggior ragione per chi studia. Il governo sta per varare, non senza polemiche, i provvedimenti attesi. Infinite le discussioni negli intervalli tra una lezione e l’altra. Scambi di idee (e preoccupazioni) perennemente in bilico fra maggiore severità e necessità di comprendere meglio i disagi personali e collettivi. Bisogna curare le nuove patologie personali e sociali, scorgere per tempo solitudini e deviazioni. Punibilità e dialogo, come ha scritto sul Corriere Antonio Polito, non sono in antitesi. Ma è come scalare una montagna impervia e apparentemente inaccessibile. Tutta la nostra comprensione va a dirigenti scolastici e insegnanti caricati, ancora una volta, di nuove responsabilità che famiglie e comunità faticano a reggere. Mi è capitato di tenere una conferenza in un grande istituto scolastico, una secondaria di secondo grado, della periferia milanese. La dirigente scolastica che mi ha accolto, della quale non farò il nome perché ha già tanti problemi, mi ha confidato la sorpresa, l’amarezza e la complessità nella gestione di un caso probabilmente non così raro. Uno studente si è presentato in classe con un taser, ovvero con quell’arma che dovrebbe essere solo in dotazione alle forze dell’ordine, ma è anche vero che alcuni tipi “dissuasori elettrici” sono in vendita anche in rete e non costano nemmeno molto. La dirigente ha spiegato tutte le difficoltà per promuovere la procedura disciplinare ed espresso tutte le sue perplessità sul fatto che si possano fare i controlli all’ingresso. Quel complesso scolastico ha 3 mila 500 studenti. Immaginate se si mettessero dei metal detector. A parte il costo, quanti collaboratori sarebbero necessari? Ma, soprattutto, quale sarebbe l’immagine di un luogo di studio - e dell’intera società aggiungiamo noi - trasmessa a tutti gli studenti? Di fronte a queste domande non ho saputo rispondere. Metal detector a scuola, chi è la preside che li ha chiesti per prima di Valentina Santarpia Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 “Non sono l’unica misura, ma funzionano come deterrente”. La dirigente dell’istituto Marie Curie di Ponticelli, 53 anni di cui 30 nella scuola, ha chiesto al prefetto un piano di controlli a scuola: “Il coltellino nello zaino? Molto più diffuso di quello che pensiamo”. Non fu facile per lei. Era l’inizio dell’anno scolastico di tre anni fa, era appena arrivata come dirigente scolastica all’istituto Marie Curie di Ponticelli, e nel giro di pochi giorni si trovò immischiata in un caso piuttosto complicato. Un gruppetto di ragazzi, all’uscita dalla palestra, coinvolto in un episodio con coltellino. “Non potevo semplicemente sanzionare e punire. Dovevo capire - racconta Valeria Pirone, 53 anni, la preside coraggio che per prima chiese l’uso dei metal detector a scuola per scoraggiare l’ingresso delle armi, una misura auspicata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara - Organizzammo incontri con i ragazzi, con i docenti, con le famiglie: e venne fuori che questo fenomeno ha dei contorni molto preoccupanti e diversi da quello che immaginavamo. Molti studenti ci hanno riferito che ce l’avevano in tanti, il coltellino, hanno raccontato una realtà che non conoscevamo, nella quale indistintamente, studenti del centro, della periferia, di famiglie bene, disagiate, lo portavano. È una moda, acquistare e portare con sé un coltellino, a volte per status, a volte per minacciare, a volte per non sentirsi minacciati, a volte per difendersi, a volte perché lo si considera un codice, oppure perché il contesto lo ritiene uno strumento indispensabile. E c’è anche chi invece sente di doverlo portare per difendersi, perché magari ha paura, e c’è ancora chi invece lo porta per nessuno di questi movi, deve esibirlo, è di moda. Una volta ho saputo che un ragazzo portava sempre un coltellino nello zaino, ho insistito perché lo ammettesse, alla fine si è arreso e me l’ha mostrato, l’ho sanzionato, ma dopo qualche giorno la mamma ha chiesto il nullaosta. Questo significa che il fenomeno è così complesso, e ha delle motivazioni così diverse che nulla si deve lascire intentato, bisogna parlare, agire, considerare tutti gli aspetti. Dopo aver acquisito questa realtà devastante, ho cominciato a pensare che quello che la scuola mette in campo sulla rieducazione, sulla sensibilizzazione, evidentemente non era sufficiente”. Ed ecco che, insieme a tutti gli strumenti educativi Pironi, trent’anni a scuola di cui venti come insegnante di matematica e fisica, contatta la Prefettura, e chiede chiaramente che i ragazzi possano essere controllati: “Era necessario fare qualcosa di più, portare i controlli all’ingresso della scuola. Il prefetto ha capito la mia richiesta di aiuto, mi ha ricevuta più volte, e insieme abbiamo preso accordi per questi controlli. Non c’è un metal detector fisso a scuola, sarebbe impossibile, ma sappiamo che regolarmente dall’anno scorso a sorpresa possono arrivare le forze dell’ordine e controllare i ragazzi con il metal detector portatile”. Com’è andata? “Ormai è il secondo anno che sperimentiamo i controlli: la prima volta c’è stato il panico, i ragazzi erano spaventati. Poi abbiamo parlato a lungo con loro, abbiamo fornito spiegazioni, c’è stato un lungo confronto. E adesso credo che siano tutti più tranquilli. Non si tratta di controlli serrati, nemmeno una volta al mese, quest’anno ci sono stati solo due volte, l’ultima prima delle vacanze natalizie, e ho visto i ragazzi molto tranquilli. Si sono abituati a questa possibilità, e soprattutto non c’è stato alcun rilievo da parte delle forze dell’ordine, nessuno aveva un’arma con sé”. Un deterrente che ha tranquillizzato anche i ragazzini più deboli, a volte vittime di bulli: “Dopo le prime volte, sono venuti a trovarmi dei ragazzini e mi hanno ringraziato, perché non hanno più paura perché si sentivano minacciati”. Una precisazione però ci tiene a fare la preside: “Non è l’unica misura, bisogna sempre mettere in campo tutte le possibili soluzioni, ma io la sostengo come deterrente: seppure la paura di essere scoperti ha scoraggiato un unico alunno dal portare il coltellino, ne è valsa la pena. Infatti il prefetto ha cominciato con noi, ma quando ha capito quale era la portata del fenomeno, mi ha annunciato che avrebbe esteso al territorio”. Oggi sono decine le scuole nel napoletano che adottano lo stesso sistema, e forse oguno di quei controlli ha salvato una vita. “Ne sarei contenta- conclude la dirigente - io sono ancora una che si emoziona al suono della campanella: per me questo lavoro è tutto”. I maranza capro espiatorio che nasconde il fallimento dell’integrazione in Italia di Riccardo Piroddi Il Dubbio, 21 gennaio 2026 Negli ultimi anni, il termine maranza è entrato stabilmente nel lessico pubblico italiano. Nato come etichetta gergale, legata a contesti locali e a dinamiche giovanili specifiche, è stato progressivamente caricato di significati sociali e politici, fino a trasformarsi in una scorciatoia linguistica utile a indicare un presunto problema di ordine pubblico. In questo passaggio, tutt’altro che neutro, una parola informale è diventata una categoria interpretativa, capace di orientare il dibattito pubblico e di influenzare le risposte istituzionali. Con maranza si finisce, così, per descrivere gruppi di giovani, spesso provenienti da contesti migratori o da famiglie di seconda generazione, associandoli in modo quasi automatico a comportamenti ritenuti aggressivi, incivili o criminali. Al di là delle singole condotte, che esistono e che vanno affrontate con gli strumenti adeguati, il punto centrale è che maranza non descrive un fenomeno oggettivo ma costruisce un’immagine collettiva negativa che semplifica, generalizza e finisce per distorcere la realtà. Questa narrazione non è innocua. Ha avuto un effetto preciso e misurabile: spostare l’attenzione dalle responsabilità sistemiche dello Stato e delle istituzioni verso la colpevolizzazione di una categoria sociale indistinta. Invece di interrogarsi sulle condizioni materiali, educative e giuridiche in cui crescono migliaia di giovani, il discorso pubblico preferisce concentrarsi su una figura simbolica, facilmente riconoscibile e altrettanto facilmente stigmatizzabile. I cosiddetti maranza diventano, pertanto, il volto visibile di un disagio che in realtà nasce altrove, molto prima dello specifico episodio di cronaca o del singolo comportamento deviante. Nasce in un fallimento profondo e prolungato delle politiche di integrazione, che in Italia non sono mai state davvero pensate come politiche strutturali di lungo periodo. L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, ha storicamente trattato l’integrazione come un fatto spontaneo, quasi automatico. Si è dato per scontato che la presenza prolungata sul territorio, la frequentazione della scuola dell’obbligo e il rispetto formale delle regole fossero condizioni sufficienti a produrre inclusione. I fatti, però, dimostrano il contrario. Senza politiche attive, senza investimenti mirati e senza un riconoscimento pieno sul piano dei diritti, il semplice “stare insieme” non produce integrazione ma convivenze fragili, segnate da disuguaglianze persistenti. Molti giovani cresciuti in Italia da famiglie migranti vivono, in realtà, una condizione di sospensione permanente. Sono italiani nei fatti, ma non sempre nel riconoscimento sociale e giuridico. Parlano italiano come prima lingua, frequentano scuole italiane, condividono immaginari, linguaggi e consumi culturali con i loro coetanei, eppure, allo stesso tempo, percepiscono un confine costante tra sé e la società maggioritaria. Questo confine non è astratto: è sociale, economico e simbolico. È fatto di quartieri periferici lasciati a se stessi, di scuole con meno risorse e maggiori difficoltà, di aspettative più basse da parte delle istituzioni e degli adulti di riferimento. È fatto di un mercato del lavoro che discrimina, che offre meno opportunità e che spesso trasmette il messaggio implicito che l’ascesa sociale non sia davvero possibile. In questo contesto, l’identità di gruppo, l’ostentazione, la provocazione e, talvolta, anche il conflitto diventano forme di risposta. Quando mancano reali prospettive di mobilità sociale e di riconoscimento, l’appartenenza a un gruppo e la visibilità, anche negativa, possono trasformarsi in strumenti per affermare la propria esistenza nello spazio pubblico. È qui che il fenomeno etichettato come maranza trova il suo terreno di crescita: non come causa del disagio ma come uno dei suoi effetti più evidenti. Parlare di devianza giovanile senza interrogarsi sulle condizioni che la producono non è mera semplificazione ma una scelta politica precisa. È più semplice invocare ordine, decoro e repressione che riconoscere apertamente che l’integrazione, così come è stata concepita e praticata, ha fallito. Ha fallito perché non ha investito con continuità nella scuola come spazio di inclusione reale e non solo formale. Ha fallito perché ha tollerato la segregazione territoriale e l’abbandono urbano, accettando che intere aree diventassero luoghi di marginalità cronica. Ha fallito, infine, perché ha separato rigidamente integrazione culturale e riconoscimento giuridico, come se si potesse chiedere appartenenza senza garantire pieni diritti. Dal punto di vista giuridico, questa ambiguità produce conseguenze rilevanti e durature. Il diritto, che dovrebbe fungere da strumento di inclusione e di riequilibrio delle disuguaglianze, viene sempre più spesso utilizzato come meccanismo di selezione e di esclusione. Le recenti proposte politiche che mirano a irrigidire l’accesso alla cittadinanza, introducendo criteri vaghi legati al comportamento o a una presunta “integrazione culturale”, si inseriscono pienamente in questa logica. Si tratta di un approccio che sposta il problema sul piano morale e individuale, attribuendo ai singoli la responsabilità di un’integrazione che, in realtà, dipende in larga misura dalle strutture sociali e istituzionali. Questo orientamento apre la strada a un uso sempre più discrezionale del potere amministrativo. Concetti indeterminati e valutazioni soggettive rischiano di tradursi in decisioni arbitrarie, diseguali e potenzialmente discriminatorie. Il principio di uguaglianza sostanziale, sancito dalla Costituzione, impone allo Stato non solo di trattare tutti allo stesso modo ma anche di rimuovere gli ostacoli che limitano la partecipazione piena alla vita sociale. Quando, invece, si costruiscono categorie implicitamente sospette, come quella dei “giovani non integrati”, si produce l’effetto opposto: si rafforza l’idea di una cittadinanza condizionata, sempre precaria, sempre da dimostrare. Tutto ciò contrasta tanto con i princìpi costituzionali quanto con gli obblighi internazionali in materia di non discriminazione e di tutela dei diritti fondamentali. Soprattutto, contribuisce a consolidare proprio quella marginalità che si dichiara di voler combattere. Il fenomeno dei maranza, dunque, non è il segno di un’integrazione troppo permissiva ma il risultato evidente di un’integrazione fallita. È il prodotto di politiche deboli e spesso difensive, che hanno preferito provare a gestire la presenza piuttosto che costruire appartenenza. Finché il dibattito pubblico continuerà a concentrarsi sui comportamenti di alcuni giovani invece che sulle condizioni che li producono, il problema verrà semplicemente rinviato. L’etichetta potrà cambiare, così come cambieranno i bersagli simbolici, ma il conflitto resterà. Senza un ripensamento profondo delle politiche educative, sociali e giuridiche, l’integrazione continuerà a essere evocata come parola d’ordine, senza mai poter diventare una realtà concreta. Migranti. Nuova circolare del Viminale: più stranieri nei Cpr e meno garanzie sanitarie Il Manifesto, 21 gennaio 2026 In attesa dei dl e ddl sicurezza, dal Viminale parte un’altra stretta sui migranti irregolari. Con una circolare inviata ieri a questure e prefetture, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invitato le forze di polizia a porre massima attenzione sui rimpatri dei cittadini stranieri ritenuti pericolosi disponendone “senza indugio” il trattenimento nei Cpr. Vanno dunque destinate tutte le risorse necessarie sia al trasferimento in queste strutture, a qualsiasi distanza si trovino, sia alla loro manutenzione, in modo da contare sul maggior numero di posti possibile. In caso di danneggiamenti gli stranieri non andranno liberati, ma rinchiusi altrove (spesso in carcere, come del resto già avviene). Per ultimo la visita medica per l’accertamento dell’idoneità alla vita in comunità ristretta, richiesta dal regolamento dell’ex ministra Luciana Lamorgese, non sarà più un prerequisito per la detenzione: basterà realizzarla entro 24 ore. Mentre la tossicodipendenza non dovrà essere una causa per escludere l’idoneità, per questo gli organi di polizia dovranno stipulare delle convenzioni con i SerD. La direttiva, scrive Piantedosi, ha “rilevanza strategica nell’ambito della complessiva azione di contrasto all’immigrazione irregolare”. La circolare arriva mentre il governo è al lavoro per una norma di rango primario che regoli, dopo 30 anni, i modi della detenzione amministrativa. Lo ha richiesto la Consulta. Migranti. Quand’eravamo noi l’“etnia” dei coltelli di Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 Negli Stati Uniti, agli inizi del secolo scorso, quelli che giravano con gli stiletti in tasca erano gli immigrati italiani. Uno stereotipo. Non commettiamo lo stesso errore. “Il coltello con cui taglia il pane lo usa indifferentemente per tagliare l’orecchio o il dito a un altro dago. La vista del sangue gli è tanto comune come la vista del cibo che mangia”. Il sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini, che a “Otto e mezzo” ha buttato lì l’infelice accusa dopo l’orrendo omicidio di Aba Youssef da parte di Zouhair Atif (“Siamo una città con 20 mila stranieri su quasi 100 mila abitanti. Tutti lavorano, anche se vengono da mondi diversi. Ma è chiaro che l’uso dei coltelli arriva solo in certe etnie”) non ha letto “Strangers in the Land: Patterns of American Nativism” di John Higham. Lo storico, scrivendo di stereotipi sull’uso del coltello tra gli immigrati in America, parlava dei nostri nonni. Erano loro, per i razzisti Wasp (White Anglo-Saxon Protestants), i “dagoes”. Plurale di “dago”, il più diffuso e insultante dei nomignoli appiccicati ai latini ma soprattutto agli italiani. Un nomignolo dalla l’etimologia incerta. C’è chi dice venisse “until the day goes” (fin che il giorno se ne va) nel senso di “lavoratore a giornata”. Chi da “diego”, uno dei nomi più comuni tra i messicani. Ma i più pensano venisse da una storpiatura “latinizzata” di dagger: pugnale, stiletto, arma da taglio. Dicono tutto due vignette pubblicate a cavallo del massacro di New Orleans del 14 marzo 1891 quando 11 siciliani non ancora scarcerati dopo essere stati assolti (“La loro principale colpa era di non sapere l’inglese”, scrisse il New York Times) al processo per l’omicidio del poliziotto David Hennessy, furono linciati da una folla assatanata. La prima, sulla rivista The Mascot edita nella metropoli della Louisiana, col titolo “Regarding the italian population” (a proposito della popolazione italiana) mostrava una rissa tra italiani a coltellate: “Piacevole passatempo pomeridiano”. La seconda, edita dal Philadelphia Inquirer dopo la scelta italiana di rompere per protesta i rapporti diplomatici con Washington mostrava Re Umberto e Antonio Starabba” di Rudinì (vestito da brigante, con lo schioppo posato a terra) che affilavano un pugnale su una mola da arrotino. Titolo: “Il sangue italiano che ribolle. Didascalia: “Il re e il suo primo ministro si ritengono insultati e affilano i loro stiletti in vista di un conflitto con Zio Sam”. Prima di usare certi stereotipi, è meglio contare settanta volte sette. Antisemitismo, la destra accelera: oggi il Senato vota sul ddl della Lega di Andrea Carugati Il Manifesto, 21 gennaio 2026 La proposta del capogruppo Romeo sarà adottata come testo base. Contrari Pd, M5s e Avs. A favore Iv e Azione. Tra i dem ancora tensione con Delrio. Domani la riunione dei senatori. Mentre il Pd cerca una faticosa mediazione sul disegno di legge contro l’antisemitismo (prevista per domani la riunione del gruppo in Senato), la destra accelera. E già oggi è intenzionata ad adottare in commissione Affari costituzionali il ddl della Lega, a prima firma del capogruppo Romeo, come testo base. Un disegno di legge che adotta la linee guida dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), che prevedono di sanzionare chi critica duramente il governo di Israele o paragona ile azioni di Netanyahu a quelle dei nazisti. I paletti fissati dall’IHRA sono presenti anche negli altri ddl già presentati: quello di Scalfarotto di Iv (molto simile a quello della Lega) e quello del dem Graziano Delrio, contestato dai vertici del suo partito e anche da una vasta schiera di intellettuali, che vedono il rischio di una censura per le posizioni propal. La destra ieri in commissione ha deciso di dire no alla proposta di Avs di nuove audizioni, e di adottare oggi il testo base. Domani il Pd discuterà tra i senatori la proposta di legge da portare in commissione, che dovrebbe riferirsi, oltre che all’antisemitismo, anche ad altre forme di razzismo e discriminazione. Ma, a questo punto, si trasformerà in emendamenti, perché -una volta adottato il testo base- si potrà procedere solo con richieste di modifica. Il ddl di Romeo non prevede reati penali (come fa invece la proposta di Gasparri di Fi) ma di estendere il “diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica per ragioni di moralità” anche ai casi di “valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”. Insomma: se la legge passasse, il governo avrebbe mano libera per vietare (o quantomeno provare a limitare) le manifestazioni pro Palestina. Ed è questo, a conti fatti, il reale motivo per cui la destra vuole approvare questa legge, visto che la legge Mancino già punisce penalmente qualsiasi forma di razzismo o incitamento alla violenza. Le opposizioni di centrosinistra si preparano a votare no all’adozione del testo base. E chiederanno l’istituzione di un comitato ristretto, “che è quello che si fa quando c’è la volontà politica di arrivare a un testo comune”, ricorda il capogruppo Pd Andrea Giorgis. “Considero sbagliato strumentalizzare un tema così seri come sta facendo la destra”, dice Peppe De Cristofaro di Avs. “Il loro disegno è chiaro: far passare quelli come noi che considerano inadeguata e pericolosa la definizione dell’IHRA come poco attenti ai rigurgiti di antisemitismo. Che vanno contrastati, ma non in questo modo sbagliato. Io non ho mai paragonato Netanyahu ai nazisti, ma considero grave e pericoloso che una legge stabilisca che chi fa questo paragone è antisemita. È indubbio che una legge del genere finirà per rendere più difficili le critiche al governo di Israele, e credo che questa norma finirà per alimentare i fenomeni di antisemitismo invece che farli diminuire”. Nel Pd la discussione non è ancora decollata: resta una divisione tra i firmatari del ddl Delrio (una decina di senatori che considera legittima la definizione IHRA) e il resto del gruppo, che vorrebbe superarla, perché convinta che possa essere usata come strumento di censura verso i propal, come ha spiegato anche su queste pagine la storica Anna Foa. Le interlocuzioni tra Delrio e Giorgis (ieri un lungo colloquio in Senato) finora non hanno prodotto risultati. “Abbiamo deciso di non procedere ad ulteriori audizioni - ha spiegato il presidente della commissione Alberto Balboni di Fdi - ma di chiedere contributi scritti, due per ogni gruppo”. Quanto alla decisione su come procedere, Balboni ha osservato: “A me non dispiace l’idea del comitato ristretto ma se ci sono testi molto diversi tra loro è destinato a fallire, perché in quella sede la decisione deve essere presa all’unanimità”. Il lavoro in commissione dovrebbe terminare entro metà febbraio: poi il testo passerà all’aula del Sena Venezuela. Guerra alla droga e neocolonialismo di Susanna Ronconi Il Manifesto, 21 gennaio 2026 “Il linguaggio della guerra sostituisce la deliberazione democratica con una logica di eccezione e normalizza pratiche incompatibili con gli standard internazionali sui diritti umani. Quando la guerra diventa normalizzata, le violazioni dei diritti diventano invisibili”. La società civile, latinoamericana e mondiale, con una dichiarazione sottoscritta da decine di reti e associazioni, si oppone alla politica neocoloniale di Trump condotta in nome della war on drugs. Lo fa portando diverse ragioni, tra cui la violazione dei diritti umani che, già storicamente minati dalla guerra alla droga, trova nella guerra di aggressione agli stati la sua aggravante. Più in generale, l’attacco armato degli Stati uniti contro il Venezuela non fa che enfatizzare i processi della war on drugs, destinando il paese a una escalation in termini di “militarizzazione, violenza, criminalizzazione delle popolazioni emarginate (…) L’America latina è ben consapevole di queste conseguenze e rifiuta il rilancio di questo paradigma per legittimare nuove forme di intervento”. Inoltre, si osserva come Il “narcoterrorismo” in nome del quale è stata scatenata l’offensiva Usa sia una nozione giuridica che non esiste nel diritto internazionale, un concetto indefinito, buono per ogni stagione, “utilizzato storicamente per giustificare esecuzioni extragiudiziali, operazioni militari segrete e l’espansione della giurisdizione penale statunitense oltre i suoi confini”. E in effetti, pur se l’aggressione al Venezuela avviene oggi con la massima arroganza e violenza e il disprezzo di ogni norma internazionale, non è certo un inedito: da decenni la war on drugs è servita, soprattutto agli Usa, per violare confini, appropriarsi di risorse, attuare o favorire golpe e rovesciare governi, inserirsi negli apparati militari e di sicurezza degli stati. E Maduro è solo uno dei tanti leader latinoamericani ad essere stati accusati di essere leader del narcotraffico. Nel 1990 è accaduto a Manuel Noriega, Panama, e nel 2022 al presidente honduregno Juan Orlando Hernández, estradato negli Usa, condannato per traffico di droga, e poi graziato, dopo aver concesso ciò che si voleva da lui in termini di obiettivi geopolitici. Nel 1996 e 1997 e poi nel 1999 con il Plan Colombia, gli Usa ampliano la loro influenza politico militare e economica sulla Colombia, proprio in nome della lotta al narcotraffico, nel 2007 è la volta del Messico con il piano Merida, con ingenti investimenti militari americani, nel 2015 gli Usa lanciano una serie di operazioni mirate a detronizzare il presidente boliviano Evo Morales, che nel frattempo conduceva una politica di legalizzazione della foglia di coca. Una lunga storia destinata a continuare, a sentire le dichiarazioni di Trump su Colombia e Messico come prossimi target. Il conflitto con il Messico è noto, a partire dal ruolo che la lotta all’immigrazione svolge nella politica trumpiana, e disegnare il Messico come narco-stato da porre sotto controllo militare è quanto mai funzionale. Quanto alla Colombia, la strada intrapresa dal presidente Petro, di sperimentare - dopo i danni immensi provocati da decenni di guerra alla droga - l’alternativa di un sistema di gestione legale dei mercati, è una sfida anche maggiore, perché l’abbandono del paradigma proibizionista toglie terra da sotto i piedi alla guerra alla droga e, dunque, anche alla guerra di aggressione tout court. E qui sta anche un punto enfatizzato dal movimento mondiale antiproibizionista: nell’opporsi all’aggressione al Venezuela e, in prospettiva, al continente latinoamericano, non è sufficiente appellarsi a un ritorno alla legalità internazionale, è necessario andare alle radici, lavorare per porre fine alla war on drugs per togliere l’acqua al mulino della guerra neocoloniale. Nasrin Sotoudeh: “Qui in Iran la vita è crollata davanti ai nostri occhi” di Simona Musco Il Dubbio, 21 gennaio 2026 Parla l’avvocata e attivista per i diritti umani che dopo giorni di blackout digitale racconta la situazione del suo Paese dopo lo scoppio della rivoluzione. “La vita è crollata davanti ai nostri occhi, siamo una nazione sotto sequestro”. L’account di Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana e storica attivista per i diritti umani, torna attivo dopo giorni di silenzio. E la sua non è una voce qualunque. Il regime le ha dichiarato guerra per aver difeso le ragazze di via della Rivoluzione che nel 2017 sfidarono pubblicamente l’obbligo del velo e per aver denunciato, anche in solitudine, la pena di morte davanti ai tribunali. Un corpo esile che negli anni ha rappresentato milioni di persone, pagando più volte con il carcere il prezzo della propria battaglia. Oggi, come in passato, quel corpo è di nuovo in piazza. Ma non è solo. È uno dei tanti che protestano contro un potere che, secondo Sotoudeh, ha trasformato l’Iran in un Paese privato delle sue libertà fondamentali. Le sue parole restituiscono tutta la gravità del momento: preoccupazione, rabbia, ma anche la consapevolezza di trovarsi di fronte a una svolta storica. Quella in corso, spiega, non è un’esplosione improvvisa, ma il risultato di anni di vessazioni e resistenza. Le persone scese in strada a Teheran portano con sé un accumulo di rabbia e frustrazione. Per “la violazione sistematica dei diritti delle donne e le restrizioni imposte loro, in particolare attraverso l’hijab obbligatorio. Per le frodi elettorali del 2009 e le manifestazioni studentesche di 27 anni fa, nel 1999, all’Università di Teheran. È l’esito di tutti i piccoli e grandi movimenti di protesta che hanno coinvolto diversi strati della società nel corso di questi 47 anni. Tutto questo si è infine manifestato nel movimento di gennaio, cioè proprio quello che stiamo vivendo oggi”. Le violazioni dei diritti umani - dalla negazione dei diritti delle donne e delle minoranze, alle libertà personali e ai diritti economici, fino all’uso delle risorse pubbliche per alimentare conflitti esterni e retorica bellica - “sono tutte le ragioni per cui la gente protesta”. Sotoudeh spiega che il regime ha costruito, nel corso degli anni, una struttura di potere che ha progressivamente eroso la capacità di resistenza della popolazione. Questo ha generato una frustrazione quotidiana, un senso di impotenza che avvolge il Paese. In questo contesto, il blackout di Internet non è stata solo una misura tecnica, ma un vero e proprio strumento politico per interrompere le relazioni sociali, familiari ed economiche. Così come già avvenuto nel 2019, questa misura ha isolato intere città, ha impedito alle persone di comunicare tra loro e di ricevere informazioni, creando un vuoto informativo totale. “La società iraniana convive quotidianamente con questa situazione: ogni giorno, attraverso i media e i social network, le persone vengono a conoscenza delle violazioni dei diritti, soprattutto di quelli delle donne, mentre le condizioni economiche peggiorano costantemente - spiega. Il valore della moneta nazionale e i risparmi della popolazione si sciolgono come ghiaccio tra le mani, provocando umiliazioni e continue offese alla dignità delle persone. Tutto questo costituisce la base del sistema della Repubblica Islamica”. Il blocco di Internet ha un obiettivo preciso: gettare l’intero Paese nell’oscurità, nascondere ogni violazione dei diritti umani in un abisso senza fine. E ha avuto conseguenze immediate per i manifestanti: impossibilità di contattare parenti, di ricevere notizie dall’esterno e di organizzare in sicurezza le proteste. Anche oggi, con una connessione parzialmente ristabilita, non è possibile conoscere con certezza il numero delle vittime o degli arresti e la popolazione resta sospesa tra angoscia e attesa. Nel commentare il ruolo dell’intervento internazionale, Sotoudeh richiama l’attenzione sui meccanismi legali esistenti e mette in guardia contro soluzioni militari unilaterali, considerate “un pericolo potenziale” con scarse possibilità di portare vera democrazia. “In situazioni in cui i diritti fondamentali vengono violati in modo sistematico e su larga scala, esistono meccanismi previsti dalla comunità internazionale - come quelli delineati nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite - per la tutela della pace e della sicurezza”. Tuttavia, avverte, nessuna norma legittima interventi militari unilaterali: “L’esperienza dimostra che simili azioni difficilmente portano democrazia e libertà e rischiano anzi di produrre nuove forme di violenza”. Ogni intervento esterno, avvisa dunque Sotoudeh, deve rispettare la complessità e la pluralità della società iraniana, senza semplificare conflitti e opposizioni diverse in un’unica narrativa. Anche lei è scesa in piazza, anche se non ha assistito personalmente a scene di violenza diretta. La repressione, però, ha colpito tutti: amici arrestati, famiglie in lutto, funerali di giovani uccisi durante le manifestazioni. Uno dei suoi clienti, già sopravvissuto a una condanna a morte, ha recentemente perso un giovane parente; altri amici, marito e moglie, sono stati incarcerati e lei ha dovuto affidarne la difesa ad altri avvocati. In questo quadro, suo marito, Reza Khandan, è ancora detenuto nel carcere di Evin. Il “reato” che gli viene contestato è quello di aver prodotto delle spille con la scritta: “Mi oppongo al velo obbligatorio”. Un gesto di resistenza pacifica, che per le autorità iraniane è valso una condanna a tre anni e mezzo di carcere. La pena, inizialmente sospesa, è stata riattivata a dicembre 2024, proprio nei giorni in cui il Parlamento iraniano si preparava a votare una legge sul velo e la castità che prevedeva pene severissime - fino alla pena di morte - per le donne non conformi all’obbligo del velo. Sotoudeh, insieme ad altre attiviste, si era opposta pubblicamente a quella norma, annunciando proteste nel caso in cui fosse stata approvata. La mobilitazione fu tale che il Parlamento fece marcia indietro. Ma proprio il giorno in cui quella legge sarebbe dovuta entrare in vigore, la polizia ha fatto irruzione nella casa dei due attivisti e ha portato via Reza, riesumando la vecchia condanna già archiviata. Un pretesto, secondo la sua famiglia, per colpire indirettamente Nasrin. Da mesi Khandan porta avanti un’ulteriore protesta pacifica contro il divieto di visite, imposto perché la moglie rifiuta di indossare l’hijab. Le sue condizioni, per ora, spiega Sotoudeh, non sono cambiate. Non solo la repressione fisica, ma anche quella psicologica sta lacerando il popolo iraniano. Sotoudeh racconta: “Siamo vivi, sì, ma il nostro spirito è ferito. Ogni giorno perdiamo giovani, e con loro una parte di noi. Viviamo in un eterno stato di lutto e confusione”. La domanda che resta sospesa, aggiunge, è se davvero questo movimento porterà a un cambiamento di potere e come verrebbero soddisfatte le richieste per cui gli iraniani lottano da decenni: elezioni libere, abolizione della pena di morte, diritti delle donne e dei bambini, giusto processo. Un altro elemento centrale che Sotoudeh evidenzia è la pluralità dell’opposizione. La brutalità della repressione, secondo Sotoudeh, rende impossibile per il regime attuale pensare di sopravvivere come se nulla fosse. Il vero banco di prova, avverte Sotoudeh, sarà la capacità di qualunque alternativa di abbracciare la pluralità e la complessità della società iraniana, senza annientare le vittime e le loro storie, le famiglie colpite e le speranze che, per decenni, hanno alimentato la resistenza civile. Solo così, forse, l’Iran potrà rinascere.