Tuteliamo i carcerati perché la pena li riabiliti sul serio di Padre Gabriele Iiriti* Avvenire, 20 gennaio 2026 La situazione della realtà? carceraria italiana riflette per tanti aspetti il vissuto della nostra societa? che in diversi ambiti fatica a trovare delle soluzioni che possano essere di supporto alle fasce piu? deboli e vulnerabili della popolazione. La povertà? sociale, la disoccupazione, le carenze a vari livelli generano un malessere che spinge chi e? più? fragile a delinquere e commettere dei reati che aprono le porte del carcere. Essere carcerato e? un’esperienza devastante. Essere privati della liberta?, allontanati dagli affetti familiari e sociali, costretti a vivere insieme a persone che non avresti mai scelto. Nel contesto carcerario la sofferenza maggiore e? la sensazione di perdere, insieme alla liberta?, la dignità? come persona. Il progressivo aumento dei detenuti in questi ultimi anni ha accentuato il problema del sovraffollamento delle carceri in tutta Italia. E? cresciuto il numero dei suicidi. Molti detenuti presentano problematiche di natura psichiatrica che richiedono un accompagnamento specifico che non rientra tra i compiti dell’istituzione carceraria. Inoltre questi soggetti più fragili devono vivere insieme agli altri e condividere gli stessi spazi, facendo nascere continue problematiche relazionali spesso violente. A tutto questo si unisce un diffuso disagio del personale penitenziario che deve far fronte alle tante anomalie di un sistema al collasso. Un carcere che sia veramente espressione di una società civile non può? non mettere al centro di ogni programma e progetto rieducativo la persona detenuta, con la sua dignità e unicità, con le sue doti e le capacita? da far emergere in un contesto di riabilitazione. Percorsi umani da realizzare in strutture capaci di garantire condizioni di vita dignitose, con spazi adeguati per i diversi percorsi formativi, dove viene garantita la tutela della salute e l’accesso effettivo ai diritti fondamentali. Il cammino da fare e? ancora tanto. Il passaggio da un carcere che non sia punitivo ma riabilitativo passa senz’altro per una mentalità che socialmente deve ancora formarsi. Papa Leone XIV in occasione del Giubileo del mondo carcerario, lo scorso 14 dicembre 2025, ha invitato a prendere coscienza che “tutti”, come persone, sono destinatari della salvezza: “Il compito che il Signore vi affida - a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario - non e? facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e di opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con se? stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare piu?. Il Signore, pero?, aldila di tutto, continua a ripeterci che una sola e? la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti “siano salvati (1Tm 2,4)”. *Direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale penitenziaria di Cagliari Istruzione carceraria tra pena e rieducazione: la scuola come cura di Carmelina Maurizio tecnicadellascuola.it, 20 gennaio 2026 È stato pubblicato in questi giorni il volume in formato digitale “La cura educativa in carcere. L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione, la nuova pubblicazione dei Quaderni della ricerca del CRRS&S (Centro Regionale Ricerca Sperimentazione e Sviluppo) e CPIA Lombardia, a cura di Corrado Cosenza, per anni docente nei percorsi di apprendimento degli adulti e dei detenuti. Portare la scuola in carcere, dichiarano i ricercatori nella prefazione al volume, significa affermare che la conoscenza è bene pubblico e che nessuna condizione umana è priva di futuro. Significa altresì credere che la cultura non serve solo a istruire, ma a trasformare: a riannodare fili spezzati, a riaccendere pensiero, a ridare senso al tempo. Un’aula che si apre tra le mura di una casa circondariale è molto più di un luogo fisico: è un laboratorio di fiducia. Lì l’apprendimento non serve soltanto a colmare lacune, ma a riannodare i fili spezzati della memoria, a restituire voce e pensiero. L’opera è un lavoro corale di circa 80 pagine, che indaga a tutto tondo sul ruolo dell’istruzione carceraria come dispositivo costituzionale di umanizzazione nei contesti difficili della detenzione. Attraverso contributi teorici, analisi normative, riflessioni pedagogiche ed esperienze sul campo, il libro esplora la scuola in carcere come spazio di cura educativa, di riconoscimento della persona e di riapertura del futuro possibile. L’istruzione carceraria, come emerge dal volume ricco e sfidante, è quella serie di prassi che si svolgono in un’aula dentro il carcere, una soglia, quel luogo in cui la memoria incontra la responsabilità e dove la conoscenza riapre possibilità che sembravano smarrite. I contenuti - Sei contributi affrontano i nodi centrali dell’istruzione penitenziaria: il mestiere dell’insegnante in carcere e la sua esposizione umana e professionale; le didattiche attive come strumenti di riappropriazione di sé; il rapporto tra istruzione, formazione professionale e reinserimento; il dialogo - spesso faticoso ma necessario - tra scuola e trattamento penitenziario. Accanto alle analisi, trovano spazio voci ed esperienze attraverso la narrazione di tre testimonianze, che restituiscono la densità concreta dell’aula in carcere, luogo fragile e potente in cui l’apprendimento diventa, prima di tutto, riconoscimento della persona. La cura educativa - Importante attraverso questo volume è comprendere il ruolo della cura educativa in carcere, non solo per chi è coinvolto ma anche per chi ne sa poco, si tratta infatti di una visione che attualizza lo spirito della Costituzione e la vita quotidiana delle scuole carcerarie. Il carcere non è un altrove separato, chiariscono i curatori del volume, ma lo specchio ampliato della società, un amplificatore delle sue fragilità e un banco di prova della sua maturità civile. La scuola che opera dentro le mura è “istituzione autonoma dentro un’altra istituzione”, sospesa tra antinomie profonde. In questo scenario, la cura educativa non è un’emozione ma un’opera quotidiana sulla parola: parole che non feriscono, che riconoscono, che restituiscono dignità a chi vive “nel tra” ciò che non più ciò che non è ancora. Per il lavoro in carcere ci vogliono idee: a Orvieto si impara l’arte orafa, a Siena si diventa sommelier di Maurizio Troccoli umbria24.it, 20 gennaio 2026 Potremmo evitare preamboli e limitarci a informare sul fatto che nelle carceri dell’Umbria, tra le attività comuni agli altri penitenziari, c’è chi si è inventato un corso di oreficeria. Mentre, alle porte dell’Umbria, a Siena, c’è chi ha messo a disposizione dei detenuti la possibilità di diventare sommelier. Tuttavia la grande questione della detenzione deve consentire alcune premesse. La prima tra tutte: occorrono idee. La seconda: coraggio. Se è vero, come lo è, che la detenzione, è prima di ogni cosa una possibilità di recupero, nell’ottica di un reinserimento nella società, per chi ha sbagliato. Se si provasse a misurare, nelle carceri, quanti vorrebbero potere accedere a una possibilità di lavoro, anche dentro le mura, o almeno di formazione a una professione, unitamente a quanti realmente sarebbero nella possibilità di farlo, rispetto a quanti ci riescono, otterremmo una sproporzione. La tecnologia, oggi, consente, molto più che in passato, monitoraggi puntuali che ampliano le possibilità di occupazione fuori dal penitenziario anche di un certo numero di detenuti che prima non potevano che rimanere all’interno. Strumenti come braccialetti elettronici e altri aggeggi che consentono un monitoraggio puntuale e in tempo reale, potrebbero realmente allargare la base di coloro che per alcune ore potrebbero lasciare la struttura. Si è, probabilmente, fin troppo disponibili a concepire un detenuto, in buona salute e in età lavorativa, in una condizione inoperosa. Fatta eccezione per quanti non possono che rimanere ristretti e magari isolati, per tutti gli altri, sono forse maturi i tempi per concepire la detenzione, in una formula completamente diversa. Come popolazione attiva quindi. Impegnata sul fronte del lavoro come della formazione. Restituendo, fin da subito, a se stessi e alla collettività parte di quanto è stato tolto. Ma questo necessita, di visione e di organizzazione. Coinvolgere i detenuti, non è semplice. Ma neppure impossibile. È larga ormai l’esperienza, dai laboratori teatrali a quelli professionali, dalle cucine, alle lavanderie, fino alle falegnamerie e alle aziende agricole, per intuire quali siano i punti di maggiore difficoltà e quali le soluzioni possibili. Ma è fondamentale che il detenuto guardi a questa possibilità con entusiasmo. Immaginare cioè di acquisire competenze che hanno un certo fascino persino fuori dal carcere, come ottenere certificazioni, attestati, diplomi, titoli fin qui impensabili, può essere la molla che innesca il protagonismo. Associazioni di categoria, insieme al terzo settore, sono lo strumento che trasforma le buone intenzioni in realtà. Attualmente a Perugia?Capanne si svolgono lavori di gestione quotidiana come cucina e lavanderia, affiancati da corsi scolastici di base. Ha preso forma negli anni passati una proficua attività economica legata all’agricoltura che ha riscosso successo non soltanto nella popolazione carceraria ma anche nella comunità cittadina. A Spoleto operano laboratori di falegnameria, officine e iniziative di cura sociale, tra cui la gestione di un rifugio per cani, oltre a percorsi formativi che coinvolgono centinaia di detenuti. Terni propone attività lavorative interne simili e un’offerta formativa con corsi scolastici e attività sportive, mentre Orvieto si distingue per i laboratori artigianali (falegnameria, sartoria, officina) e un corso professionale di oreficeria oltre all’istruzione di base, con l’obiettivo di fornire competenze spendibili anche fuori dal carcere. Il corso di orafo a Orvieto ha durata biennale ed è orientato alla produzione artigianale di oggetti culturali. Alle porte dell’Umbria nel carcere di Siena, una recente iniziativa ha attirato l’attenzione su come è possibile allargare le possibilità formative. Per la prima volta, sei detenuti potranno seguire il corso d’alta formazione da sommelier, fino al conseguimento del titolo professionale. Venticinque lezioni intensive, la prima prevista lunedì 19 gennaio, copriranno tutti e tre i livelli della didattica Ais; i partecipanti studieranno materie come viticoltura, enologia e tecniche di servizio, con il supporto di dispense e materiale audiovisivo così come di esercitazioni pratiche, come avviene per i frequentanti esterni, e il 24 giugno sosterranno la prova finale, scritta e orale, il cui superamento garantirà il rilascio del diploma di sommelier Ais. I tempi, la tecnologia, quanto già sperimentato in molti penitenziari, non soltanto in Italia, consentono oggi di interpretare la detenzione in maniera alternativa all’apatia e all’esclusione. Ma oltre al bisogno di buone idee c’è bisogno di buona organizzazione. E, soprattutto c’è bisogno che la politica riconosca persone dietro le sbarre. Come una priorità tra le cose da fare. Non soltanto quando un parlamentare fa visita a qualche vecchio amico. Laboratori tessili in carcere: il lavoro a maglia come pratica trattamentale di Elena Isoldi La Discussione, 20 gennaio 2026 Tra attesa, gesto e durata, il lavoro a maglia emerge come pratica capace di restituire continuità a un tempo frammentato. Nei penitenziari italiani il lavoro manuale apre uno spazio minimo ma significativo di autonomia, anche per gli uomini. Dietro le sbarre questi laboratori tessili non sono un passatempo ma una forma di resistenza silenziosa. Negli ultimi anni, in diversi istituti penitenziari italiani, attività come l’uncinetto e il lavoro a maglia sono state integrate nei percorsi trattamentali previsti dall’ordinamento, anche per gli uomini. Sebbene si tratti di numeri ancora contenuti rispetto alla massa detentiva, non si tratta solo di un’attività manuale, ma di un prisma attraverso cui osservare una trasformazione culturale profonda: la rinegoziazione del tempo e dello spazio in un regime di privazione della libertà. Un mercato del tempo: tra attesa e azione - La condizione detentiva ordinaria è segnata da una cronicità statica. Secondo i dati dell’Amministrazione penitenziaria, se circa il 68% dei detenuti accede ad attività trattamentali, solo poco più del 30% è inserito in un’attività lavorativa continuativa. La maggioranza sperimenta una detenzione fatta di interruzioni e giornate che si somigliano tutte. In questo spazio si collocano i laboratori artigianali. Non sono semplici passatempi, ma strutture che ridefiniscono il ritmo quotidiano. L’uncinetto non “riempie” il tempo: lo lega. Ogni punto richiede attenzione; ogni errore costringe a fermarsi, a tornare indietro, a rifare. È una pratica che rende visibile una relazione semplice e spesso assente in carcere, quella tra azione e conseguenza. Dal corpo osservato al gesto che resta - Il passaggio dalla passività della cella al fare manuale non è solo occupazionale, ma antropologico. Il corpo del detenuto maschio, storicamente sottoposto a codici di forza e iper-visibilità, viene reinterpretato attraverso un gesto lento e non competitivo. Una testimonianza diretta raccolta durante il progetto “Sferruzzando la libertà”, promosso nel carcere di Salerno, ne spiega tutta l’importanza: “In carcere il tempo è un peso che ti schiaccia, è tutto un’attesa di qualcosa che non arriva mai. Lavorare con le mani sposta il peso. Non sei più tu che aspetti il tempo, è il tempo che segue te, punto dopo punto. Ti dà la sensazione di riprenderti un pezzetto di vita che ti era stato tolto”. L’antropologo Tim Ingold ha mostrato come il fare manuale non consista nel raggiungere rapidamente un risultato, ma nel seguire una linea che prende forma mentre viene tracciata. Nelle sezioni maschili, spazi ad alta densità relazionale, questo gesto produce uno scarto: sposta l’attenzione dal confronto fisico alla precisione del movimento. Se il gesto si interrompe, il lavoro si ferma. Se continua, qualcosa avanza. Le radici della permanenza: abitare la quotidianità - Marcel Mauss, antropologo e sociologo francese, parlava di “tecniche del corpo” per indicare quei gesti appresi che strutturano il nostro abitare il mondo. In questo senso, l’uncinetto introduce una tecnica che non serve a dominare né a resistere, ma a restare. Mani occupate, attenzione distribuita, tempo che prende forma punto dopo punto. Esperienze come quelle del carcere di Milano-Bollate dimostrano che questi laboratori possono trasformarsi in produzione collettiva, capace di dialogare con l’esterno. Tuttavia, la loro forza non risiede nell’eccezione simbolica, ma nella loro ordinarietà. Fuori dalle mura gesti analoghi sono stati interpretati come pratiche di socialità. Si pensi, ad esempio, all’esperimento dell’uncinetto al cinema nato a Brescia. Dentro, però, lo stesso gesto cambia statuto: non è una scelta culturale, ma una delle poche forme di continuità possibile in un tempo frammentato. Questi laboratori raccontano come la società stia ridefinendo la frontiera tra autonomia e controllo. Non promettono una trasformazione magica, ma offrono una modalità diversa di attraversamento della pena. Non parlano solo di carceri, ma del bisogno umano di non perdere il proprio tempo, quanto piuttosto di abitarlo. Anche se solo per qualche ora. Carceri minorili inaugurati ma non pronti, Nordio conferma tutto di Danilo Lupo Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2026 “A Lecce infiltrazioni d’acqua, problemi all’impianto antincendio e penuria di agenti”. L’ammissione del ministro della Giustizia nella risposta all’interrogazione del deputato dem Stefanazzi: “Inconvenienti tecnici che ben possono verificarsi nell’ambito di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio”. Sei pagine fitte di falle tecniche, mancanze strutturali e problemi di organico: dalle infiltrazioni nel soffitto ai problemi all’impianto antincendio, dalla penuria di agenti penitenziari all’assenza di percorsi di rieducazione. A firmare la relazione sull’Istituto Penale per Minori di Lecce però non è qualche oppositore del governo Meloni ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che però minimizza. “Inconvenienti tecnici che ben possono verificarsi nell’ambito di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio” scrive il guardasigilli (nella sua risposta a una interrogazione del deputato Pd Claudio Stefanazzi) aggiungendo che “rendere operativo l’Ipm di Lecce è di vitale importanza per attenuare il sovraffollamento del comparto detentivo minorile”. E pazienza che il carcere minorile salentino fosse stato inaugurato in pompa magna il 20 novembre scorso dal sottosegretario Andrea Ostellari per poi rimandare l’apertura operativa di oltre un mese proprio a causa dei lavori non terminati. Il 2 dicembre Stefanazzi ha depositato l’interrogazione a Nordio nella quale elencava una serie di “gravi carenze nelle condizioni di sicurezza interna ed esterna” segnalate dagli operatori e dai loro sindacati. Dopo un mese e mezzo di silenzio (e all’indomani della pubblicazione di un’inchiesta sulle criticità degli Ipm appena inaugurati non solo a Lecce ma anche a L’Aquila e Rovigo) arriva la risposta del ministro Nordio, trasmessa dal capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Il carcere minorile di Lecce “è una struttura moderna, che dispone di stanze singole, colorate, tutte dotate di servizi igienici privati e di spazi ariosi e molto luminosi” è l’esordio della risposta di Nordio, che però prosegue ammettendo le criticità. La stanza dei sanitari chiusa perché ci piove dentro? “L’infiltrazione è circoscritta e non inficia la funzionalità della struttura, riguardando un’unica stanza, che non sarà utilizzata sino alla completa risoluzione dell’inconveniente”. L’impianto antincendio non funzionante? È stato “nominato un responsabile servizio di prevenzione e protezione che si è prontamente attivato per lo svolgimento di tutti gli adempimenti volti alla tutela della sicurezza sul lavoro”. L’organico sottodimensionato degli agenti di polizia penitenziaria? “A fronte di un organico teorico di 42 unità” scrive Nordio “sono attualmente effettive 25, in aggiunta alle quali è previsto il trasferimento di ulteriori 8 unità, che avverrà in corrispondenza all’incremento del numero di detenuti presenti”. Risposte simili per tutte le altre falle messe in luce finora: “Si sta provvedendo a ingrandire” l’area passeggi; è “in corso di realizzazione” il campo sportivo all’aperto; “sono in corso interventi migliorativi” sull’impianto elettrico e di videosorveglianza visto che l’esterno del carcere minorile non è illuminato né funzionano le telecamere; la realizzazione di un block-house, cioè di una sorta di guardiola d’ingresso dove controllare chi entra e chi esce, “sarà realizzata prima possibile”. Per chiudere con la mancanza più vistosa, cioè l’assenza delle attività risocializzanti, i progetti che dovrebbero rieducare i ragazzi reclusi e prevenire la recidiva, cioè che tornino a delinquere: i progetti sono 17 ma sono “in attesa di approvazione da parte dei competenti organi” scrive Nordio. A questo punto la domanda inevasa rimane una sola: perché aprire una struttura con falle così evidenti e note al governo? “Il ministro non si smentisce” è la risposta che si dà Stefanazzi, destinatario della risposta di Nordio. “La necessità di offrire all’opinione pubblica risposte alla domanda di sicurezza crescente spinge il ministero ad andare oltre il buon senso, aprendo strutture di detenzione senza avere la certezza di poterle gestire. Questa fretta nasconde in realtà il fallimento del governo e la follia del panpenalismo”. Nel frattempo i minori detenuti nell’Ipm di Lecce aumentano: il 27 dicembre, al momento dell’apertura, erano quattro, mentre ieri (stando alle fonti interne) erano sette, di età compresa tra i 14 e i 17 anni. Più sicuri a colpi di slogan? di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 20 gennaio 2026 I partiti e il problema che nessuno vuole affrontare. Fuori dai giochi di fazione è necessario recuperare il principio di realtà. A ogni stormir di cronaca, la questione della sicurezza riesplode nella politica italiana con le sue consuete modalità: confusione, strumentalizzazione, rimozione. Un dossier che dovrebbe risultare bipartisan per natura (la sicurezza non può essere di destra o di sinistra, essendo semplicemente una precondizione della vita democratica con la tutela dei più deboli) si trasforma come sempre in una sequela di slogan da brandire contro gli avversari, soprattutto in un anno come questo, che ci proietta dritti verso le elezioni politiche del 2027. Dunque, la perniciosa tendenza a mischiare casi e cose diventa irresistibile. I maranza di Milano e il ragazzo della Spezia, le lame e le piazze in tumulto, le stazioni ferroviarie pericolose e la legittima difesa. Un’insalata di questioni che la maggioranza di destra, preoccupata per le ricadute sulla propria constituency dopo tre anni di governo dai risultati non proprio esaltanti in materia, tende a riversare in provvedimenti omnibus, talvolta confusi: magari con alcune norme dal forte fumus incostituzionale come lo scudo penale agli agenti che sparano. E che la sinistra d’opposizione s’ostina a rigettare in toto senza produrre mai un progetto organico e alternativo, limitandosi a sbraitare sull’eterno ritorno del fascismo nascosto in ogni comma e ogni codicillo. In tanto caos sarebbe opportuno trovare un filo conduttore. E quel filo è, pur sempre, l’immigrazione. In qualche modo anche il folle delitto di Zouhair Atif ci riporta lì. Perché, per quanto stonata fosse la sortita del sindaco spezzino sull’uso dei coltelli “solo in certe etnie”, traspare da testimonianze di ex docenti il nocciolo della tragedia: il giovane assassino, primogenito d’una famiglia di onesti lavoratori marocchini che viveva in un basso di 35 metri quadrati da condividere in sei, era tentato dal radicalismo islamista. I demoni nella testa di Zouhair parrebbero, cioè, anche frutto di quella “rivolta generazionale” che Oliver Roy vede in Francia nei ragazzi di banlieue: veicoli di rabbia che vanificano gli sforzi di integrazione delle generazioni precedenti. Noi non abbiamo banlieue in senso tecnico. Ma la questione sociale, se trascurata, rischia di esploderci in faccia assieme alla frustrazione delle seconde generazioni di origine migratoria. E ha ragione il cardinale Parolin quando invoca “più educazione e meno repressione” a fronte di una sbornia securitaria che talvolta sembra confondere il dito con la luna: è certo bene vietare i coltelli (che, peraltro, sono già vietati) ma è davvero illusorio raccontare agli italiani che la sicurezza nelle nostre città si raggiunge inasprendo le pene per il porto di lame, finendo così per abusare a fini di propaganda anche di un dramma come quello della Spezia. La gente comune sembra annusare la verità prima dei propri rappresentanti politici. A Roma, proteste da anni concentrate sull’asse delle Torri (da Tor Sapienza a Torre Maura, storicamente affollate di ricoveri per migranti e campi rom abusivi) vanno spostandosi verso il centro, con la mobilitazione di sabato scorso dei comitati dell’Esquilino dopo le impennate di violenza attorno alla stazione Termini, frutto d’un degrado strutturale dell’intero quartiere. L’irregolarità è la malattia, prima ancora dell’integrazione difficile. Secondo l’Ismu, gli stranieri irregolari in Italia erano 321 mila al 1° gennaio del 2024, con una flessione significativa rispetto all’anno precedente (meno 137 mila) dovuta all’emersione del 2020, che ha regolarizzato molte posizioni, e a una contrazione dei flussi migratori clandestini. E, tuttavia, l’impatto sulle nostre periferie, le nostre stazioni, i nostri luoghi pubblici e sulle notti degli italiani non è cambiato di molto. Oltre un terzo delle persone arrestate o denunciate in Italia nel 2024 è straniero. Un dato che va letto in filigrana con altri due: gli stranieri in Italia sono solo il 9% e di questa frazione gli irregolari rappresentano appena il 5,6%; ma a essi va ascritto il picco dei crimini che più spaventano. Gli stranieri regolari, invece, “hanno una propensione al crimine in linea con quella degli italiani”, spiegano i ricercatori del centro studi Clean della Bocconi: non esiste, ovviamente, alcun fattore etnico o antropologico. E il problema delle migrazioni non è mai stato a mare, benché l’allarme sbarchi sia stato strumentalizzato negli anni nel modo più indecoroso. È sempre stato in terraferma. In un’accoglienza malata che ha sempre confuso categorie e disagi. Una politica razionale e dotata di senso della cosa pubblica dovrebbe infine convergere su una distinzione facile ma finora mai realizzata: quella tra i pochi rifugiati veri, da proteggere ai sensi dell’articolo 10 della Costituzione; i migranti di cui abbiamo bisogno, in ordine di 100 o 150 mila l’anno, per sostenere le nostre imprese e le nostre pensioni; e infine gli sbandati nelle strade, un segmento dall’impatto esponenziale. Per costoro è necessaria una rete di Centri per il rimpatrio (uno in ogni Regione) che li contenga fino all’effettiva espulsione (bloccando i visti in entrata per quei Paesi d’origine che rifiutino di riaccoglierli). I Cpr non devono essere punitivi ma sicuri, e dotati anche di una porta girevole: un percorso di recupero per chi è in grado di usufruirne. Accanto, va ripristinato il vecchio circuito degli Sprar che resta, per piccoli gruppi in piccole comunità, l’esperienza più virtuosa di accoglienza di secondo livello. In un bel libro di moda, Abundance, gli americani Ezra Klein e Derek Thompson ci mettono a parte di un mal comune: “Negli ultimi decenni la nostra capacità di evidenziare i problemi è aumentata mentre quella di risolverli è diminuita”. Loro auspicano una politica che crei “meraviglie reali in un mondo reale”. A noi basterebbe una politica che, fuori dai giochi di fazione, recuperi il principio di realtà. Criminalità e sicurezza: cos’è propaganda e cosa realtà? di Milena Gabanelli Corriere della Sera, 20 gennaio 2026 È il 6 novembre e Giorgia Meloni consegna ai social la sua irritazione per le critiche rivolte al governo che non avrebbe investito nulla sulla sicurezza: “Negli ultimi tre anni abbiamo già assunto circa 37.400 agenti nelle Forze di Polizia e prevediamo, da qui al 2027, altre 31.500 assunzioni. Abbiamo sbloccato investimenti fermi da tempo e potenziato mezzi, strutture e tecnologie, previsto strumenti più rapidi ed efficaci e introdotto pene più severe”. È vero, sono stati introdotti 15 nuovi reati, dai rave al blocco stradale da parte di manifestanti, all’occupazione abusiva, e aumentate le pene, per esempio fino a 5 anni di reclusione nei casi di accattonaggio con minori. Ma basta rispondere a ogni problema con nuove fattispecie di reato o inasprimenti di pena? Dopo tre anni si possono valutare i risultati andando a vedere le risorse stanziate e le forze in campo. Le Forze di Polizia - Il turn over dell’organico, bloccato nel 2010 dal governo Berlusconi poi confermato da Mario Monti, è stato sbloccato nel 2016 dal governo Renzi. Veniamo a oggi con i dati del ministero dell’Interno: a fine 2023 c’era un buco di organico nella Polizia di Stato di 10.271 unità. A fine 2024 era salito a 11.340. L’anno prossimo entreranno 4.500 nuovi agenti, ma in 6.000 andranno in pensione. La finanziaria prevede un taglio del 25% del turnover. Nel corso degli anni una decina di scuole di Polizia sono state chiuse, e questo si scontra con la necessità di reclutare rapidamente nuove forze: i corsi di formazione durano fra i 4 e 6 mesi invece di 12. E poi i giovani agenti (quelli che la patente ce l’hanno, perché il bando non ne prevede l’obbligo) vengono sbattuti sulle volanti: oggi 6.851 agenti hanno meno di 25 anni, mentre gli oltre 20mila che superano i 55 sono destinati principalmente al lavoro d’ufficio. Non va meglio con i Carabinieri, sottorganico di 12mila unità; alla Guardia di finanza mancano 5.905 uomini; infine, nella Polizia municipale, negli ultimi anni sono andati in pensione in 8.000, e rimpiazzati solo la metà (dati Anci). 2024: reati in aumento - La comparazione dei dati forniti dal Dipartimento di Polizia Criminale e del 2024 rispetto al 2023 (analizzati da Istat e dal Sole 24ore), confermano una tendenza in calo da tempo degli omicidi, ma in aumento i furti (3%), i reati legati agli stupefacenti (3,9%), le violenze sessuali (7,5%), le lesioni dolose (5,8%), le rapine (1,8%). Sono i reati che più influiscono sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Il primo e secondo posto per numero di crimini lo incassano Roma e Milano, ma la statistica si fa sul numero dei reati rapportati a quello dei residenti e le grandi città sono popolate da studenti, lavoratori pendolari, turisti, che ne raddoppiano la popolazione. Su Milano per esempio gravitano ogni giorno 3 milioni di persone a fronte di 1,4 milioni di residenti. Per questo motivo le altre città dove i reati di allarme sociale sono cresciuti di più sono: Firenze, Bologna, Torino. Sul primo semestre del 2025 a livello nazionale c’è invece una tendenza generale al calo (meno 4,9%), ad eccezione dei furti in esercizi commerciali. La situazione poi ovviamente cambia da provincia a provincia: a Bergamo sono in aumento le lesioni dolose, minacce e violenze sessuali; a Milano i furti con strappo; a Bologna i danneggiamenti; a Brescia i reati legati agli stupefacenti. Nelle province di Firenze, Aosta, Alessandria, Asti, Bolzano, Foggia, Gorizia, Lecco, Lodi, La Spezia, Massa Carrara, Pistoia, Monza e Brianza, Novara, Padova, Pordenone, Prato, Reggio Emilia, Sondrio, Trento, Varese, Vercelli, il numero totale dei reati negli ultimi sei mesi è salito. Per sapere se questa tendenza si conferma o meno bisognerà attendere l’anno prossimo, quando sarà disponibile il consolidato su tutto il 2025. Occorre poi precisare che si tratta sempre di numeri relativi ai reati rilevati, e non a quelli reali perché spesso le vittime non denunciano: c’è la convinzione di perdere tempo e non risolvere nulla. Pene più severe ma inapplicabili - Il decreto Sicurezza presentato come scudo a maggior protezione dei cittadini si scontra con un contesto dove non è cambiata una virgola. Aumentare le pene non serve a nulla se poi non si è in grado di applicarle. Per i piccoli reati in flagranza commessi da incensurati (spaccio, borseggio, furto, danneggiamenti) c’è l’arresto e l’immediata rimessa in libertà, con la conseguente reiterazione del reato. La norma prevede di destinarli a un periodo di lavori socialmente utili, ma mancano le strutture disponibili e gli uffici che se ne devono occupare. Le misure a seguito di indagini invece devono fare i conti con la riforma Nordio che impone la convocazione prima dell’arresto, e succede che l’indagato magari non si presenta al giudice: 22 borseggiatrici a Venezia sono scappate. Il sistema giudiziario, da tempo in grave affanno per carenza di organico, è rimasto tale; mentre quello penitenziario è al collasso: carceri sovraffollate, suicidi in costante aumento, percorsi di reinserimento e pene alternative praticamente paralizzati. Oggi oltre 100.000 persone, condannate in via definitiva a pene inferiori ai quattro anni, attendono ancora l’assegnazione di una misura alternativa, come i servizi di pubblica utilità. Con gravi ripercussioni anche sulla giustizia minorile, dove la situazione è ancor più grave e delicata. Fronte migranti - Il 34,7% dei reati è commesso da stranieri, di cui il 70% da irregolari e quasi sempre connessi ad una condizione di marginalità. Non ha aiutato lo smantellamento del sistema integrato di accoglienza per i richiedenti asilo gestito dagli enti locali insieme al ministero dell’Interno. E tantomeno l’azzeramento dei pochi centri di integrazione e l’eliminazione dell’insegnamento della lingua italiana nei Cas. Il “blocco navale” invocato a gran voce per fermare ogni approdo non c’è stato, anche perché di impossibile attuazione. L’operazione “Albania” si è rivelata un fallimento, tanto prevedibile quanto costoso. Al di là della retorica sulle procedure accelerate, il vero nodo resta quello dei rimpatri effettivi, che richiedono una forte e persistente collaborazione dei Paesi di origine. Dopo 3 anni di continuità di governo la realtà è lontana dalle aspettative. Nonostante gli sforzi rivendicati, i risultati restano modesti: le percentuali di incremento, per quanto sbandierate, sono inferiori a quelle degli anni passati. I rimpatri fra il 2017 e 2019 sono stati 19.400, quelli del governo Meloni al 31 luglio 2025 sono stati in tutto 13.600. La colpa è sempre dei sindaci - I minori stranieri non accompagnati sono in aumento: 16.500 al 30 giugno di quest’anno, la maggioranza sono maschi. E lo Stato li scarica sui Comuni. La spesa sostenuta per i servizi resi nel triennio 2023-2025 è pari a 200 milioni di euro, ma finora il ministero dell’Interno ha erogato solo il 35%. I comuni della Sicilia, Campania, Emilia Romagna, Lombardia (dove c’è la maggior concentrazione di minori) si trovano con buchi di bilancio e la gestione di un impegno delicato, con evidenti ricadute sulla coesione sociale, sicurezza e decoro urbano. La responsabilità dei sindaci è creare situazioni che fermino il degrado e di investire nei centri di aggregazione giovanile per frenare l’espansione delle baby gang. I reati commessi da minori non sono mai stati così drammaticamente alti. Ai Comuni sono stati tagliati 2 miliardi di euro di trasferimenti. Dal Fondo Nazionale Sicurezza sono stati distribuiti in tutto, su tutti i Comuni, 25 milioni di euro per l’installazione di telecamere, provvedere all’illuminazione delle zone buie, e rigenerare le aree problematiche. Per l’edilizia popolare nemmeno un euro. E mentre si diffonde la legge del più forte, la Polizia municipale è cronicamente sottorganico. E i cittadini se la prendono con i sindaci. Ma come funziona la macchina di sicurezza pubblica? Ognuno per conto proprio - Il Ministro dell’Interno è l’Autorità nazionale di ordine e sicurezza pubblica, e definisce le strategie da applicare sul territorio, che vanno di pari passo con l’autorità giudiziaria. Il suo braccio esecutivo è il Capo della Polizia: a lui fanno riferimento la polizia stradale, postale, ferroviaria, questure, commissariati, e le strutture interforze (Interpol, direzione antidroga, antimafia, cooperazione internazionale), a loro volta composte anche da carabinieri e finanzieri. Sul territorio, dove la percezione del cittadino sulla sicurezza è diretta, c’è il prefetto che recepisce le direttive del ministro e quelle operative del capo della Polizia. Per esempio: il ministro può spingere i provvedimenti di espulsione o alla cattura dei borseggiatori. L’operatività è affidata al questore, che per legge (n. 121 del 1981), deve coordinare poliziotti, carabinieri, Guardia di finanza, vigili urbani. In che modo? Il prefetto convoca il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica in cui siedono tutti, anche il sindaco del capoluogo, e si individuano le priorità. A questo punto immaginiamo che in una grande città, per esempio Milano, ci sia un’unica centrale operativa dove il questore, a cui tutti rispondono, indica le zone problematiche da coprire e quanti poliziotti, carabinieri, finanzieri e polizia municipale devono ruotare nel corso della giornata. Nella realtà, ci spiega l’ex direttore generale di Pubblica Sicurezza Franco Gabrielli, ricevuta la direttiva, la città viene divisa in zone, nell’ambito delle quali ognuno opera rispondendo al proprio capo: i carabinieri al Comando provinciale dei carabinieri (ministero Difesa), la Guardia di finanza al Comando provinciale della guardia di finanza (Mef), e la Polizia municipale al Sindaco. Oggi molto si regge su rapporti di forza e relazioni personali tra gli attori; quando gli ingranaggi scorrono, il sistema regge, ma in caso di attriti diventa ingestibile Le resistenze degli apparati - Concretamente: la chiamata al 112 per una rapina in corso Venezia viene smistata dall’operatore alla Polizia, perché in quel momento opera in quella zona. La volante arriva, i rapinatori scappano verso piazzale Loreto, che è sotto il controllo dei carabinieri. L’agente che si mette all’inseguimento, deve chiamare la sua centrale, che avvisa il comando dei carabinieri. Quindi succede che più macchine convogliano nella stessa zona, dove ognuno però risponde al proprio Comando, perché di fatto un coordinamento unico non c’è, a causa delle resistenze degli apparati. Le stesse resistenze che impediscono alla Polizia municipale di accedere alla banca dati interforze, nonostante sia prevista per legge dal 2017. Vuol dire che se la Municipale ferma un’auto per un controllo, deve chiedere alla propria centrale, che a sua volta chiede alla questura o al comando provinciale dei carabinieri di verificare al terminale la targa dell’auto e il nome del fermato. Una triangolazione che richiede un tempo sufficiente a mettere in pericolo gli ignari vigili perché magari si tratta di un pericoloso ricercato, o a consentirne la fuga. Inoltre viene ingolfata l’intera macchina operativa. L’esito di tutto questo è una dispersione di risorse e certamente non una maggior sicurezza, in un periodo in cui, purtroppo, nella società rischia di appalesarsi la legge del più forte. Una realtà che comporta un cambio di paradigma sul fronte dell’organizzazione delle forze di polizia e delle attività di prevenzione. Secondo gli operatori che stanno in prima linea, affrontare questo tema in modo propagandistico potrebbe portare a situazioni fuori controllo. Sicurezza, Salvini spinge sul “super decreto”. Ma l’emergenza è smentita dai dati di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 20 gennaio 2026 Riunione di maggioranza a Palazzo Chigi sulle nuove norme su armi da taglio e rimpatri degli stranieri. Ipotesi dl subito in Consiglio dei ministri. L’accelerazione è arrivata in pochi giorni, dalla capitale della Corea del Sud, Seoul, sospinta da una cronaca che ha fatto irruzione nel dibattito politico e ha trasformato un dossier già sensibile in una vera e propria competizione tra due partiti di maggioranza. Le nuove misure sulla sicurezza annunciate dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, finora incardinate su un percorso tecnico e istituzionale, sono trasformate nell’ennesimo episodio del feuilleton securitario che vede protagonisti Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con la tragedia dell’accoltellamento di La Spezia a fare da detonatore. Il leader leghista ha colto l’impennata dell’allarme sociale per imprimere una sterzata netta, archiviando ogni prudenza e rilanciando con la richiesta di un “super decreto sicurezza” che inglobi subito anche quelle norme che, nella mediazione faticosamente costruita al Viminale, erano destinate a un iter parlamentare ordinario sotto forma di ddl. Un cambio di passo che punta a spostare l’asse decisionale e, soprattutto, a intestarsi la paternità politica del giro di vite, in particolare sui minori e sull’uso delle armi da taglio. La pressione su Palazzo Chigi è diventata costante e sempre più scoperta. Salvini spinge perché nel decreto confluiscano il divieto generalizzato di possesso di coltelli e lame, l’inasprimento delle sanzioni, limiti più stringenti alla vendita e alla detenzione, oltre a misure più dure sui minori stranieri non accompagnati che commettono reati, fino alla cessazione dei percorsi di accoglienza. Sullo sfondo restano anche ipotesi di controlli rafforzati nelle scuole considerate più a rischio, affidati alle autorità territoriali su richiesta dei dirigenti scolastici. Una strategia che ha l’effetto di dettare l’agenda e di costringere la premier a muoversi sullo stesso terreno: la sicurezza è un tema identitario per Fratelli d’Italia e concedere spazio all’alleato significherebbe lasciare scoperto un fronte decisivo sul piano del consenso. Non è un caso che Meloni abbia reagito convocando una riunione di maggioranza per domani, alla quale parteciperanno i vicepremier, il sottosegretario Alfredo Mantovano, i ministri Piantedosi e Crosetto, con l’ipotesi di portare già il pacchetto all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri, convocato anch’esso per domani. Una mossa che serve a riprendere il controllo politico del dossier e a ricondurre la partita dentro un perimetro governativo, evitando che il decreto si trasformi in una bandiera di parte e che l’iniziativa venga percepita come una rincorsa interna alla coalizione. Sul tavolo restano però nodi delicati. Le misure sui minori, quelle che incidono sull’accoglienza e i profili legati ai controlli nelle scuole sollevano interrogativi giuridici e pongono il tema della decretazione d’urgenza. In particolare, l’estensione del decreto a materie eterogenee e di dubbia urgenza rischia di esporre il testo a rilievi sul rispetto dei requisiti aprendo un possibile fronte con il Quirinale. È il motivo per cui, finora, Palazzo Chigi e il Viminale avevano preferito separare il decreto dal disegno di legge, affidando a quest’ultimo gli interventi più controversi e strutturali, destinati a una discussione parlamentare più approfondita. In questo quadro, Piantedosi resta stretto tra la necessità di garantire copertura tecnica ai provvedimenti e una dinamica politica che tende a scavalcare il lavoro istruttorio del Viminale, con Mantovano chiamato a tenere insieme equilibrio istituzionale e tempistiche politiche. I dati del Viminale - Il tutto, paradossalmente, mentre lo stesso Viminale ha diffuso i dati sugli omicidi relativi all’anno 2025, che ha fatto registrare una diminuzione del 15% rispetto al 2024, e un -18% per ciò che riguarda in particolare i femminicidi. Il numero degli omicidi (286) è risultato il più basso degli ultimi dieci anni, cosa che confligge col sempre maggiore allarme sociale e con alcuni argomenti anche dell’opposizione, che da parte sua incalza il governo accusandolo di non fare abbastanza proprio sul fronte della sicurezza. Per Salvini, però, la posta è più ampia e va oltre il singolo decreto. L’obiettivo di medio periodo resta il ritorno al Viminale, dopo l’assoluzione definitiva per la vicenda Open Arms. Il caso di La Spezia diventa così il grimaldello per rilanciare un profilo da ministro dell’ordine pubblico, mostrando una sintonia con l’opinione pubblica più allarmata e costringendo gli alleati a inseguire. Fratelli d’Italia ha scelto di non defilarsi. Le prese di posizione degli ultimi giorni indicano la volontà di seguire la Lega sul terreno securitario, saldando il pacchetto sicurezza alla campagna referendaria sulla giustizia. La riforma Nordio viene sempre più raccontata come lo strumento per arginare una magistratura politicizzata che, nella narrazione del partito della premier, ostacolerebbe l’azione del governo su sicurezza e immigrazione. Una saldatura che trasforma il decreto in un tassello di una battaglia politica più ampia, destinata a proseguire nei prossimi mesi. Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del Governo di Valeria Verdolini dinamopress.it, 20 gennaio 2026 Le proposte in tema di “sicurezza” restringono le garanzie e i diritti dei nemici pubblici conclamati del Governo: le persone straniere, i “maranza”, le e i manifestanti. Dalla “sicurezza dei diritti” al “diritto alla sicurezza”, inteso come controllo e repressione del dissenso e del non conforme. Il governo italiano ha fatto circolare nei giorni scorsi due bozze che dovrebbero andare a delineare un nuovo decreto e un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza e delle forze dell’ordine. I due testi sono usciti in coincidenza del terribile fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove Atif Zouhair ha colpito con un coltello Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki a causa di una foto su Instagram della sua fidanzata, uccidendolo a scuola. I due interventi arrivano a pochi mesi dal Decreto Sicurezza, ora legge, dell’aprile 2025 e a due anni e mezzo dall’altrettanto nefasto Decreto Caivano che aveva promosso i primi interventi in tema di giustizia minorile e devianza degli under-diciottenni. Il pacchetto normativo composto dal disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia e dallo schema di decreto-legge per il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell’interno introduce un insieme organico di innovazioni a tutto tondo. Le norme (ancora in bozza) incidono in modo profondo sull’assetto dell’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sulla struttura stessa dell’apparato statale. I due testi risultano chiaramente complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una gestione anticipata del rischio sociale. Questo spostamento non è neutro: come mostrava Alessandro Baratta, la sicurezza non si può definire come un diritto primario autonomo, ma rappresenta un bisogno secondario che presuppone la garanzia dei diritti fondamentali. Quando la sicurezza viene sganciata dalla tutela dei diritti e assunta come fine in sé, si trasforma da “sicurezza dei diritti” in “diritto alla sicurezza”, legittimando interventi punitivi e anticipatori che non rispondono ai bisogni sociali ma alla loro gestione repressiva. Se il primo è un intervento di rafforzamento delle forze dell’ordine e di agevolazione delle carriere, il secondo è già stato descritto come il “decreto anti-maranza”, con il paradosso che proprio la criminalizzazione agita negli ultimi anni ha rafforzato l’immaginario e le forme di conflittualità. Se già i due precedenti interventi governativi avevano anticipato una serie di misure, agevolando la parte predittiva del lavoro delle forze dell’ordine, questi due nuovi testi ribaltano completamente la relazione tra azioni e controllo, stravolgendo il senso della parola prevenzione. Andando nel dettaglio, sul versante dell’ordine pubblico, le novità più rilevanti riguardano l’ampliamento dei poteri di prevenzione e controllo attribuiti alle autorità amministrative e di polizia. Viene rafforzata la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in determinate aree urbane attraverso l’estensione del divieto di accesso ai centri urbani e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata (le zone rosse) dalle quali possono essere allontanati soggetti già segnalati per specifiche tipologie di reato attraverso i ben noti Daspo “Willy” e Daspo prefettizio. Se il DASPO sportivo resta legato a eventi specifici e a una ratio circoscritta; il DASPO urbano estende la prevenzione allo spazio cittadino; il DASPO Willy sposta il baricentro sulla violenza da movida, rafforzando il ruolo del questore; le zone rosse e il DASPO prefettizio in bianco rappresentano invece il punto più critico, perché attraverso un atto amministrativo straordinario producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali, spesso giustificate più dalla gestione della percezione che da un reale pericolo per la sicurezza. Si tratta di strumenti che agiscono non più su fatti accertati, ma su presunzioni di pericolosità, comprimendo la libertà di circolazione attraverso atti amministrativi e abbassando drasticamente la soglia di intervento pubblico, in tensione diretta con i principi di legalità, proporzionalità e riserva di legge che presidiano i diritti fondamentali. Ampliare le zone rosse significa di fatto estendere in maniera discrezionale la possibilità di produrre restrizioni durature dei diritti fondamentali e significa che ci sarà uno spazio delle città segregato, in cui i soggetti marginali, i fragili, i migranti, potranno accedere solo pagando un prezzo altissimo. In questo modo lo spazio urbano viene riscritto come spazio condizionato, un territorio selettivo, in cui la presenza diventa legittima solo se conforme, se capace di consumare, di essere produttiva, o meglio ancora invisibile: basti pensare a come i rider possono attraversare legittimamente gli spazi delle città, perché portatori di una funzione, mentre quanto è difficile per le stesse persone stare nei medesimi spazi. La sicurezza si traduce così in una tecnica di segregazione amministrativa, mettendo in gioco il rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica in uno Stato di diritto. Si amplia inoltre il ricorso a perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate e si introduce il fermo di prevenzione, che consente il temporaneo trattenimento di persone ritenute potenzialmente pericolose per il pacifico svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Parallelamente, il controllo dello spazio urbano viene rafforzato attraverso il potenziamento della videosorveglianza, l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica a posteriori per fatti commessi in ambito sportivo e il rafforzamento dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta densità di frequentazione. Si tratta di interventi che rafforzano gli strumenti di controllo del dissenso, in linea con gli attuali procedimenti in corso ai danni dei manifestanti per la Palestina del 3 ottobre 2025. Non si tratta di una novità, ma si inserisce in una vera e propria linea di continuità e torsione poliziesca: l’uso del potere preventivo per neutralizzare conflitto e protesta è già stato sperimentato, normalizzato e reiterato in altri contesti, dalle ordinanze prefettizie sulle “zone rosse” fino alla stabilizzazione dell’emergenza in territori come la Val di Susa. In altre parole, si sigilla tramite i decreti il paradigma dei nemici attuali: siano i minori, siano gli stranieri, o ancora i manifestanti, o più in generale, i portatori di dissenso. La piazza, gli spazi pubblici, le stazioni diventano quindi i principali luoghi del controllo, non solo di tipo repressivo, ma addirittura preventivo. Il controllo non colpisce più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è, dove si sta, con chi si è: diventa un paradigma definitorio dell’identità, una determinante della condizione sociale. In alcuni casi basta la stessa presenza come indizio per l’attivazione della macchina preventiva. Sul piano del diritto penale, il pacchetto segna un netto irrigidimento del trattamento sanzionatorio. Tornano procedibili d’ufficio alcune ipotesi di furto aggravato, aumentano le pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo e viene esteso l’arresto in flagranza differita. Il porto di determinati strumenti atti a offendere (in particolare i coltelli) viene trasformato da illecito contravvenzionale a delitto, con conseguente introduzione di pene detentive e aggravanti, mentre viene istituito un nuovo illecito penale per la fuga all’alt delle forze di polizia, punito severamente e accompagnato da misure accessorie automatiche. Accanto a questi inasprimenti, alcune fattispecie tradizionalmente penali, in particolare quelle connesse alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono depenalizzate, ma sostituite da sanzioni amministrative di importo molto elevato, irrogate direttamente dall’autorità prefettizia. Ne deriva uno spostamento dell’afflittività dal penale al sanzionatorio amministrativo, che riduce il ricorso al giudice penale senza attenuare l’impatto repressivo complessivo. Accanto a queste misure sostanziali, il pacchetto interviene in modo significativo sull’organizzazione e sul funzionamento dell’apparato statale. Sono previste assunzioni straordinarie, semplificazioni delle procedure concorsuali, potenziamento dei ruoli tecnici e scientifici, interconnessione delle banche dati investigative e rafforzamento delle tutele legali per il personale delle forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente e reattiva l’azione dello Stato, in particolare in vista dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, riducendo i tempi e gli ostacoli amministrativi che rallentano l’esecuzione delle decisioni. Gran parte di queste norme rispondono in chiave punitiva agli eventi di cronaca recente: è facile ricollegare gli ultimi episodi di microcriminalità con l’uso dei coltelli al primo intervento legislativo, e ancora il mancato alt alla terribile vicenda (ancora in corso di accertamento) della morte di Ramy Elgaml. Un capitolo particolarmente significativo riguarda i minori e i giovani, destinatari di un’estensione delle logiche di controllo e responsabilizzazione, e già visti come potenziali recettori delle norme precedenti. In particolare, nei disegni di legge viene ampliato il ricorso all’ammonimento del Questore anche per reati diversi e si introducono sanzioni pecuniarie a carico dei genitori o dei soggetti tenuti alla sorveglianza, mentre per alcune condotte, come il porto illecito di armi improprie (di nuovo, i coltelli), si rende possibile l’arresto e l’adozione di misure cautelari anche nei confronti di minorenni. L’impianto complessivo appare orientato a una risposta prevalentemente repressiva, nella quale l’intervento educativo e sociale resta sullo sfondo. Nessuna misura a rafforzare le forme di prevenzione comunitaria, le attività di riduzione del danno, le forme di ascolto o i progetti educativi. Solo il controllo. È il rovesciamento completo del significato originario di securitas: non più assenza di preoccupazione garantita dalla cura dei diritti, ma assenza di cura verso le fragilità, trattate esclusivamente come rischio da neutralizzare, un principio valido in precedenza solo per gli adulti, ma ormai sdoganato soprattutto nei confronti dei minori, de-rubricati a maranza. In altre parole, solo la repressione è prevista come soluzione al disagio dei giovani, all’abbandono scolastico, alle difficoltà di gestione della dispersione scolastica, alla capacità di accoglienza e di presa in carico dei Minori stranieri non accompagnati sul territorio. In materia di immigrazione e protezione internazionale, le innovazioni incidono in modo strutturale sull’equilibrio tra controllo dei confini e tutela dei diritti. Si introduce la possibilità di interdire temporaneamente l’accesso alle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale o di pressione migratoria, si rafforza il sistema dei rimpatri e del trattenimento attraverso procedure accelerate e derogatorie e si restringe l’area della protezione complementare, con una lettura più limitata del diritto alla vita privata e familiare. Particolarmente rilevante è l’introduzione nel diritto interno del concetto di Paese terzo sicuro, che comporta l’inammissibilità della domanda di asilo e la limitazione degli effetti sospensivi del ricorso giurisdizionale. A ciò si accompagna una riduzione delle tutele procedurali, inclusa l’abrogazione del gratuito patrocinio automatico nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione, con un conseguente indebolimento dell’accesso effettivo alla giustizia. Di nuovo, una serie di norme che rispondono alle recenti polemiche sulle mancate ottemperanze di ordini di espulsione a carico di Emilio Gabriel Valdez Velazco, che ha ucciso la giovane Aurora Livoli e la mancata ottemperanza dell’ordine di allontanamento per il croato Marin Jelenic, che ha ucciso a Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Una decretazione che insegue la cronaca, senza mai interrogarsi sulle cause, ma rispondendo solamente con la punitività a tutti i costi: più strumenti alle forze dell’ordine, meno diritti ai cittadini. Se venissero approvati, questi interventi sbilancerebbero ulteriormente la relazione tra garanzie e legittimo uso della forza, tra repressione e libertà. Se non stupisce l’afflato sanzionatorio, colpisce la miopia istituzionale a fronte di un’esplosione delle strutture penitenziarie. Con oltre 63.500 detenuti nelle carceri per adulti e 572 minori oggi presenti, anche in termini utilitaristici un nuovo rincaro delle pratiche repressive potrebbe portare i sistemi al collasso. Nel loro insieme, le novità introdotte configurano un mutamento di paradigma che va oltre la risposta a singole emergenze. Ne emerge l’immagine di uno Stato più presente, più attrezzato e più rapido nell’azione, ma anche di uno Stato che ridefinisce il proprio rapporto con le libertà individuali e con il conflitto sociale, spostando l’equilibrio complessivo a favore del controllo e dell’anticipazione repressiva. Non è in discussione la necessità di prevenire la violenza, ma è assurdo pensare che la prevenzione coincida con l’anticipazione repressiva e con la compressione selettiva dei diritti, anziché con politiche capaci di intervenire sulle cause sociali del conflitto e del disagio. La sicurezza intesa come ordine pubblico, come controllo capillare, come spazio del conforme diventa il principio ordinatore dell’intervento pubblico e giustifica un ampliamento dei poteri preventivi, una riduzione delle soglie di intervento e una compressione selettiva delle garanzie, soprattutto nei confronti di soggetti considerati portatori di rischio, che, di questo passo, saremo presto tutte e tutti. Caso Pifferi. “Il diritto non può più ignorare la pena inflitta dai media” di Simona Musco Il Dubbio, 20 gennaio 2026 Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, la sentenza della Corte d’Assise d’appello di Milano sul caso Pifferi va ben oltre la vicenda in sé e rappresenta la prima pronuncia che riconosce esplicitamente le cosiddette “attenuanti mediatiche”, una categoria che lei aveva teorizzato quasi dieci anni fa. Che valore ha il riconoscimento, sul piano giuridico e culturale, del fatto che il diritto comincia a prendere sul serio l’influenza dei media sui processi? Un valore notevole, direi, al di là del doveroso riconoscimento della decurtazione della sofferenza patita per essere stata l’imputata sottoposta alla gogna dei media: una “pena della vergogna” presofferta, in forza di una “giustizia senza processo”, che giustamente i giudici - riconoscendo le attenuanti generiche - hanno ritenuto considerare nel computo delle circostanze, così escludendo l’unica aggravante e giungendo a sostituire l’ergastolo con la pena, ben diversa, di 24 anni di reclusione. In effetti, questa lucida sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano va molto oltre questo pur importante ed innovativo traguardo: perché non si limita ad analizzare criticamente quel “malvezzo contemporaneo” - come scrivono le giudici - che è il “processo mediatico”, dove si emettono - in una cornice tutta rivolta all’intrattenimento ed allo spettacolo - “inappellabili” condanne “corrispondenti al sentimento sociale e popolare”; ma appunto concretizza le critiche esaminando puntualmente molte delle ricadute distorsive che esso determina sul processo reale, sino a trarne le coerenti conseguenze sul piano giuridico: sulle testimonianze, sulla loro spontaneità ed affidabilità, sul paradigma di assunzione delle prove di carattere tecnico e scientifico, sul ruolo stesso della parte civile, che in questo caso - dice ancora la pronuncia - si è dovuta trasformare “obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia per non essere, a sua volta, investita dalla pubblica esecrazione”. Tutti problemi denunciati e sviscerati con argomentazioni molto acute, e molto coraggiose. Insomma, in questa decisione si registra un importante salto di qualità: si prende finalmente atto del fatto che il processo mediatico non è solo un fenomeno sociologico, che attiene alla sociologia dell’informazione, ma è un fenomeno che ha - e non può non avere - anche precipue ripercussioni sul piano giuridico. La Corte parla di “lapidazione verbale” e di un processo mediatico che entra nel processo penale, condizionandolo. Quali sono le distorsioni più gravi che questo cortocircuito produce sull’accertamento della verità e sulle dinamiche processuali? La prima distorsione è certamente quella che coinvolge e travolge la presunzione di innocenza, visto che questa garanzia primordiale e generativa di molte altre guarentigie processuali, di regola, rappresenta la prima “vittima” della narrazione mediatica, che in genere segue una intonazione pregiudizialmente colpevolista, antigarantista e iperpunitivista. Ma è tutto il complesso sistema di garanzie del giusto processo, in realtà, che viene travolto nella spettacolarizzazione massmediatica della singola vicenda processuale, che - sottolinea giustamente ancora la pronuncia - si traduce pressoché sempre, “senza rilevanti eccezioni”, in una conclamata violazione dell’art. 6 Cedu, e come tale “fa strame dei principi di civiltà giuridica”: anzitutto del principio basilare, in uno Stato di diritto, che affida alla giustizia istituzionale e non all’arena mediatica la celebrazione del processo. Colpisce il fatto che i giudici individuino effetti devastanti non solo sull’imputata, ma anche sui testimoni, sui consulenti tecnici e persino sulla parte civile. È corretto dire che il processo mediatico finisce per deformare tutte le parti del processo, e che questo fenomeno non è più solo un tema sociologico ma un problema giuridico reale? Assolutamente corretto e - a mio avviso - pienamente condivisibile. I testi, ad esempio, subiscono una - spesso subliminale - “subornazione mediatica”, e non sanno più riconoscere e distinguere ciò che hanno appreso per via diretta e ciò che invece hanno letto sui giornali o visto in qualche talk show: esposti alle folate di una mole massiva di informazioni e pseudo-verità, diventano testi inattendibili, con l’aggravante che neppure il controesame di un avvocato, pur valoroso, potrà mai smascherare questa inattendibilità, perché lo stesso teste non sa riconoscere il vero dal falso e quindi neppure la cross examination sarà utile a farlo entrare in contraddizione. Ma anche i consulenti tecnici, come accaduto nel caso Pifferi, possono patire “effetti perversi”, che qui si sono spinti persino a far degenerare le consulenze in una “diagnosi medica d’autore” profondamente condizionata dal “giudizio moralistico” sulla madre “empia e assassina”, “perfida”, “callida e pericolosa delinquente”, come ancora scrivono le giudici, stigmatizzando le varie aggettivazioni che hanno via via accompagnato l’imputata. Giudici alle quali va riconosciuto l’ulteriore merito di aver rimarcato come non possa certo credersi che tali distorsioni siano “sterilizzate” per il sol fatto che “gli ausiliari del giudice e delle parti sono comunque professionisti, capaci e di esperienza, dunque sol per questo immuni da tale effetto di manipolazione”, “giacché non lo sono affatto o potrebbero non esserlo”. Rilievo, quest’ultimo, importantissimo, che dovrebbe valere anche, logicamente, per il giudice, quando è travolto dal turbine del processo mediatico: non basta certo la toga - come vorrebbe una ostinata giurisprudenza della Cassazione - a immunizzarlo dalle possibili, subdole influenze dei media. La sentenza critica apertamente la “giustizia attesa” e il richiamo al comune sentire, difendendo invece il ruolo del giudice e dell’avvocato penalista. Che cosa ci dice questo caso sullo stato della cultura delle garanzie nel nostro Paese? Questo è un altro passaggio della sentenza che, francamente, ho molto apprezzato. Si evidenzia come la campagna mediatica crea un “orizzonte di attesa” - di regola di segno colpevolista e iperpunitivista, come accennato - rispetto al quale viene poi misurata la decisione finale del giudice: se questa coincide con le aspettative dell’opinione pubblica, e della eco mediatica, condannando l’imputato o magari riconoscendo una pena massimamente severa, allora viene accettata; se invece essa diverge rispetto a quella aspettativa, assolvendo o magari anche solo riconoscendo una circostanza attenuante (come la semi-imputabilità), o anche solo le “generiche”, quella sentenza viene aspramente criticata e rifiutata, etichettandola come un caso di “denegata giustizia”, persino opera di magistrati “deviati” o “corrotti”. E lo stesso, impietoso giudizio si rivolge, come ben sappiamo, all’avvocato che assiste l’imputato, quando questo è oggetto della pubblica esecrazione mediatica: giacché il difensore viene spesso degradato a sodale, o a connivente, dell’imputato, dimenticando che l’avvocato, prima di difendere il “gesto criminale”, difende la “persona”, e, prima e più in alto, difende il diritto. E questo la dice lunga sul clima culturale plumbeo che, attualmente, contraddistingue l’approccio ai problemi della giustizia penale, non solo nel nostro Paese: dove la giustizia sembra ormai primitivamente tornare “alla furia vendicatrice delle Erinni”. Il riconoscimento delle attenuanti legate al clamore mediatico può restare un caso isolato o può diventare un precedente capace di incidere stabilmente sul modo di amministrare la giustizia penale e raccontarla sui media, segnando un punto di svolta nel modo in cui la giurisprudenza affronta il processo mediatico? L’auspicio è che - vista anche la autorevolezza della Corte di Assise di Appello di Milano - diventi un “precedente”, e che anzi alimenti una discussione capace di generare proposte volte ad introdurre un più articolato sistema di misure rimediali per chi subisce e patisce la “pena mediatica”: ad esempio, una circostanza attenuante ad hoc, e non solo le “attenuanti generiche”, per il condannato, ad evitare il surplus di afflizione che gli è derivato dall’aver subito - oltre al processo ed alla sanzione concreta - il patimento del processo mediatico; e viceversa uno strumento indennitario per l’imputato che venga poi assolto, dopo esser stato rappresentato dai media come un “presunto colpevole”, o un “colpevole in attesa di giudizio”, e magari - per lunghi anni - ingiustamente “mostrificato” nella pubblica opinione. Si dirà che, comunque, sarebbe poco più che un palliativo: ma a noi pare comunque un messaggio culturale importante, e chiaro, sul valore della presunzione di innocenza e della dignità della persona. Hannoun resta in carcere, scontro sui report d’Israele. L’accusa: “Valide le carte” di Elisa Sola La Stampa, 20 gennaio 2026 Inchiesta su Hamas, il Riesame mette in libertà 3 indagati su 7. Un documento dei pm: “Utilizzabili gli atti di Servizi esteri e Fbi”. Sembra una sfida semplice. Ma è un risiko giuridico. Un braccio di ferro complesso che trova nuova linfa dopo che ieri il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei sette indagati per terrorismo accusati di avere finanziato Hamas con oltre sette milioni di euro. Sembra una vittoria solo per tre difensori su sette, l’avvocato Samuele Zucchini, che assiste Raed Al Salahat, Nicola Canestrini e Fausto Gianelli, che tutelano Abu Rawwa e Sandro Clementi, che difende Abu Dejah. Eppure la notizia è stata accolta come un punto a favore di tutte le difese. Dopo aver saputo che Mohammad Hannoun, il principale indagato, resta in carcere, l’avvocato Fabio Sommovigo si è lasciato scappare, riguardo ai tre liberati: “Sembra quasi che i giudici abbiano escluso dalla valutazione l’uso degli atti di Israele. Se così fosse, si aprono prospettive difensive molto ampie”. È presto per azzardare ipotesi sul ragionamento del collegio che ha annullato l’ordinanza del gip per tre presunti sodali del fondatore dell’Associazione benefica di solidarietà al popolo palestinese, confermando la misura di custodia cautelare, oltre che per Hannoun, anche per Mousa Husny Ra Ed Dawoud (detto Abu Falastine), Yaser Elasaly e Riyad Albustanji. Le motivazioni saranno depositate entro trenta giorni. Ma le difese ribadiscono il concetto già espresso appena scattarono le manette della Digos e della Guardia di finanza. L’inchiesta della procura di Genova si baserebbe su documenti mandati dai Servizi segreti israeliani. E questo fatto costituirebbe “una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale”. “L’iniziativa giudiziaria in atto - precisano i difensori - non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri. Non si tratta di prove giudiziarie. Ma di informazioni non validate”. Il procuratore Nicola Piacente non parla. Ma dall’ordinanza del gip trapela l’esistenza di un’altra mole di documenti nelle mani dell’accusa. Intercettazioni telefoniche e ambientali. “Dobbiamo fare la jihad”, “Noi ci sacrifichiamo con i soldi e il tempo e loro col sangue”, diceva Hannoun nel 2024. Poi ci sono le relazioni della Guardia di finanza sui movimenti bancari e le triangolazioni con la Turchia. E, dopo le perquisizioni, i riscontri trovati nei server dei pc degli indagati, sequestrati nelle sedi dell’associazione, trovati nei box o nascosti dentro ai muri. Le informazioni coinciderebbero almeno in parte con quanto avrebbero rilevato i Servizi israeliani. Ma anche se così non fosse, anche se il processo si giocasse tutto sull’attendibilità di quei famosi report spediti da Israele che diedero vita all’inchiesta, la procura ha una carta da giocare. Gli studi e le raccomandazioni sull’utilizzo della documentazione proveniente da contesti bellici provenienti da Eurojust e dal consiglio d’Europa. Il procuratore Piacente è stato presidente del comitato di esperti sul terrorismo presso il consiglio fino al 31 dicembre. Di fatto, ha contribuito a scrivere le regole del gioco. In particolare, c’è un paragrafo delle “Pratiche comparative sull’uso delle informazioni raccolte nelle zone di conflitto come prove nei procedimenti penali” che può rafforzare la tesi della procura nel duello ingaggiato con le difese. Si intitola “Contatti informali con le controparti straniere”. C’è scritto - e su questo si basa l’inchiesta genovese - che “gli Stati spesso condividono inizialmente e talvolta esclusivamente le informazioni relative alle indagini e ai procedimenti giudiziari in materia di terrorismo in un altro stato attraverso i canali di intelligence”. Non solo. Viene messo nero su bianco che nelle inchieste valgono anche “i contatti con le agenzie militari e di intelligence”. Che enti come Fbi possono “facilitare tale condivisione internazionale”. Che questo “approccio flessibile” sarebbe consentito. Viene citato anche un caso scuola. Il processo a carico di Mohammed Abdallah, 26 anni, condannato nel Regno Unito a dieci anni per terrorismo, accusato di essere un guerriero dell’Isis. La prova regina era un registro dei combattenti dell’Isis che un disertore del gruppo aveva passato in segreto a una televisione. La Cassazione dice “no” all’interrogatorio preventivo se c’è rischio di reiterazione del reato di Liana Milella Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2026 In manette direttamente chi può delinquere di nuovo e si rinviano gli altri accusati a un secondo momento: doppio lavoro per gli uffici del Gip. Solo due pagine. In arrivo dalle Sezioni unite della Cassazione, fissano per pm e gip l’indirizzo da seguire su una delle norme più contestate della prima legge di Carlo Nordio che impone l’interrogatorio preventivo prima dell’arresto. Gli ermellini non solo confermano il diritto di conoscere le accuse, ma costringono pm e gip a scindere il destino degli imputati tra chi viene arrestato subito perché potrebbe delinquere di nuovo, e non ha diritto a essere interrogato prima, e chi il diritto ce l’ha. Doppio lavoro per uffici gip già oggi al collasso. Resta intatta la dannosa discovery delle prove raccolte. Il Guardasigilli si autocompiace sempre del suo garantismo, ma da quel 25 agosto 2024, quando la legge che cancella l’abuso d’ufficio è entrata in vigore, pm e gip impazziscono su indagini con più imputati. Tant’è che più volte se n’è occupata la Suprema corte. Ora Piazza Cavour stabilisce un principio che toghe e giuristi già definiscono “più filo che anti-Nordio”. Sono una sorta di sudoku le due pagine firmate dal presidente aggiunto Stefano Mogini. Relatore ed estensore della sentenza sarà Aldo Aceto. In un’inchiesta con più imputati le richieste d’arresto del pm non hanno tutte il peso per far sì che il gip faccia l’interrogatorio preventivo. Su questo i giudici della Cassazione si sono già divisi, tanto da giungere alle Sezioni unite. La soluzione non sarà quella, pur ipotizzata, di eliminare per tutti l’interrogatorio, né quella di consentirlo, perché ciò rischierebbe di favorire, con la discovery, chi ha una situazione penale più pesante. Che s’inventano le Sezioni unite? Come la spiega al Fatto chi ha seguito il caso “per tutelare le esigenze cautelari le misure dovranno essere eseguite in tempi diversi, adattando la legge Nordio alle singole situazioni”. Poiché è già vietato l’interrogatorio preventivo per chi rischia di reiterare il reato, sarà quella la prima misura eseguita. In un secondo momento saranno fatte le altre. Ecco le parole della Corte. Il quesito giuridico e la risposta: “Se il gip, in un procedimento cautelare riguardante più indagati ai quali sono contestati reati connessi o probatoriamente collegati, quando ritenga sussistenti le condizioni per applicare, nei confronti di uno o più di essi, una misura personale in assenza di previo interrogatorio, possa effettuare l’interrogatorio successivo anche nei confronti dei coindagati destinatari di misura personale per i quali è previsto l’espletamento dell’interrogatorio preventivo”. La risposta è lapidaria, questa soluzione è “negativa”. Dunque no all’interrogatorio per tutti. Tra le soluzioni possibili che hanno diviso la Corte, dice un gip al Fatto, è stata scelta “quella più in linea con la legge Nordio”. Di mezzo un caso che arriva da Ascoli Piceno, dove due fratelli, M.V. e G.V., hanno imputazioni diverse, uno accusato di lesioni personali aggravate, tentata violenza privata e danneggiamento nei confronti di un altro ascolano, mentre il fratello risponde di stalking e tentata violenza privata. A luglio il tribunale emette un’ordinanza impugnata in Cassazione da G.V., il fratello con responsabilità minori. I fatti risalgono all’inizio del 2025 e G.V. chiede che sia rispettato il suo diritto all’interrogatorio, impossibile per il fratello. Il ricorso approda alle Sezioni unite perché i giudici sono divisi: chi sostiene che per reati gravi col rischio di recidive l’interrogatorio preventivo deve saltare per tutti. Nel caso di Ascoli per entrambi i fratelli. Dall’altra chi valuta la deroga eccessiva. Le Sezioni unite “decidono in linea con la legge Nordio”: si arresta senza interrogatorio preventivo chi può delinquere di nuovo, si rinviano gli altri indagati a un secondo momento. Un compromesso che mette in crisi gli uffici dei gip duplicando i fascicoli. Il risarcimento ex art. 35-ter, Ord. Pen. può essere oggetto di compensazione con le obbligazioni nei confronti dello Stato di Vincenzo Giglio terzultimafermata.blog, 20 gennaio 2026 Cassazione penale, Sez. 1^, sentenza n. 1449/2026, 7/14 gennaio 2026, ha affermato che l’obbligazione dello Stato al pagamento delle somme riconosciute ex art. 35-ter Ord. pen. sia suscettibile di essere compensata con l’obbligazione che grava sul detenuto, nei confronti dello Stato. Con la ordinanza indicata in epigrafe il Tribunale di sorveglianza respingeva il reclamo presentato dal Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria contro il provvedimento del magistrato di sorveglianza che aveva parzialmente accolto l’istanza del detenuto GU per la concessione dei rimedi risarcitori di cui all’art. 35-ter Ord. pen. liquidando, in suo favore, a titolo di risarcimento del danno la somma di euro 6.244,00. Per quanto di interesse in questa sede, il Tribunale aveva respinto il reclamo disattendendo, tra l’altro, l’eccezione di compensazione di tale credito con il credito vantato dal Ministero della Giustizia nei confronti del medesimo detenuto per il pagamento della multa di euro 119.645,59 non ancora riscossa, di cui al provvedimento di cumulo emesso dalla Procura generale presso la Corte di appello, sostenendo che l’ordinanza con la quale il magistrato di sorveglianza aveva riconosciuto il rimedio risarcitorio ha solo carattere dichiarativo con la conseguente inoperatività dell’art. 1246, cod. civ. Inoltre, secondo il Tribunale di sorveglianza, la nuova disciplina delle pene pecuniarie contenuta nel d.lgs. n. 150/2022 impedirebbe la invocata compensazione; ulteriore, elemento ostativo alla compensazione è stato individuato nella possibilità di conversione delle pene pecuniarie non riscosse e nel fatto che l’Amministrazione reclamante non aveva dimostrato di avere avviato la procedura esecutiva nei confronti del condannato. Ricorso per cassazione - Avverso la citata ordinanza il Ministero della Giustizia, per mezzo dell’Avvocatura distrettuale dello Stato, ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, di seguito riprodotto nei limiti di cui all’art.173 disp. att. cod. proc. pen., insistendo per il suo annullamento. Il Ministero ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., l’erronea applicazione degli artt. 35-bis e 35-ter Ord. pen. in combinato disposto con l’art. 1 R.d. 30 ottobre 1933, n. 1611, per avere escluso la compensazione nel caso in cui il rimedio risarcitorio sia stato riconosciuto dal magistrato di sorveglianza anziché dal giudice civile operando, in tal modo, una irragionevole ed infondata distinzione tra le due ipotesi. Decisione della Suprema Corte - Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito indicate. La giurisprudenza di legittimità ritiene, con orientamento ormai consolidato, che l’obbligazione dello Stato al pagamento delle somme riconosciute al detenuto ex art. 35-ter Ord. pen. sia suscettibile di essere compensata con l’obbligazione che grava sul detenuto, nei confronti dello Stato, per il pagamento della pena pecuniaria cui lo stesso sia stato eventualmente condannato (Sez. 1, n. 11108 del 23/11/2022, dep. 2023, Rv. 284432 (conformi Sez. 1, n. 7371 del 21/12/2022, dep. 2023, n.m.; Sez. 1, n. 13095 07/12/2023, dep. 2024, n.m.). Nel reclamo il Ministero della Giustizia aveva opposto, tra l’altro, l’esistenza, a carico di GU, di una obbligazione di questo tipo rimasta inevasa; il Tribunale di sorveglianza ha ritenuto di non potere accogliere tale eccezione sulla base delle ragioni sopra indicate, che però non possono essere condivise. Anzitutto, come chiarito dalla giurisprudenza delle Sezioni civili, l’art. 1243 cod. civ. stabilisce i presupposti sostanziali ed oggettivi del credito opposto in compensazione, ossia la liquidità, inclusiva del requisito della certezza, e l’esigibilità (Sez. U, n. 23225 del 15/11/2016, Rv. 641764 - 02). Il requisito della certezza di un credito “attiene all’ esistenza dell’obbligazione, e quindi al titolo costitutivo del credito” (ibidem, in motivazione). Nel caso di una pena pecuniaria, pertanto, il titolo costitutivo del credito è dato non dalla iscrizione a ruolo, né dalla emissione della cartella di pagamento, ma dalla sentenza di condanna divenuta irrevocabile. Il credito è poi liquido quando è “determinato nell’ammontare in base al titolo” (ibidem, sempre in motivazione). Una sentenza di condanna a pena pecuniaria contiene, pertanto, già un credito che, oltre ad essere certo, è anche liquido, perché, non essendo ammissibile la condanna a pena generica, ne deve indicare necessariamente anche l’ammontare. Il credito è poi esigibile quando non sono apposte condizioni al suo pagamento, come avviene per una condanna a pena pecuniaria cui non sia apposto il beneficio della pena sospesa. Pertanto, una condanna a pena pecuniaria, determinata nel suo ammontare, e non sottoposta a condizioni, è già di per sé un titolo che può essere speso dal Ministero della Giustizia in compensazione nella procedura di cui all’art. 35-ter Ord. pen. L’esistenza di una tale condanna può essere dimostrata nel procedimento ex art. 35-ter Ord. pen attraverso la produzione in giudizio dell’ordine di esecuzione emesso dal pubblico ministero, atteso che si tratta di un provvedimento con cui viene messa in esecuzione la condanna, e che dà conto anche delle sopravvenienze, quali eventuali ordinanze di riconoscimento della continuazione. L’ordine di esecuzione contiene, in definitiva, la posizione giuridica attuale del condannato, in conformità, d’altronde, alla giurisprudenza civile della Suprema Corte che ha già ritenuto, in una procedura proprio di cui all’art. 35-ter, che per provare il controcredito dello Stato sia sufficiente la “tempestiva produzione della posizione giuridica dell’intimato” (Sez. 3, n. 2350 del 29/01/2019, Rv. 652480). A differenza di quanto sostenuto nella ordinanza impugnata, pertanto, l’iscrizione a ruolo e la sentenza di pagamento non servono a provare l’esistenza di un credito certo, perché sono soltanto atti della procedura di esecuzione coattiva di tale credito, che è una procedura meramente eventuale, che presuppone l’inadempimento spontaneo dell’obbligo di pagamento e che comunque non incide sull’attuale esistenza del credito esigibile. Per le stesse ragioni deve pure escludersi che l’avvenuto riconoscimento dell’indennizzo da parte del magistrato di sorveglianza in favore del detenuto non costituisce un credito, poiché essendo certo il suo ammontare anche esso può essere oggetto di compensazione. Parimenti non può essere attribuita rilevanza decisiva all’ulteriore argomento utilizzato dal Tribunale di sorveglianza per escludere la compensazione, ovvero che la pena pecuniaria potrebbe essere convertita ai sensi dell’art. 660 cod. proc. pen., perché tale conversione non risulta essere stata disposta e non può essere introdotta in giudizio in modo meramente ipotetico e congetturale. Ne consegue che l’ordinanza impugnata non resiste alle censure che le sono state rivolte, e che il ricorso deve essere accolto con rinvio per nuovo giudizio, in cui il Tribunale di sorveglianza valuterà, in base ai principi di diritto enunciati, se esista nel caso in esame un controcredito attuale del Ministero della Giustizia al pagamento della pena pecuniaria inflitta a GU ed a quanto lo stesso esattamente ammonti. I provvedimenti del Magistrato di Sorveglianza sui permessi con scorta non sono impugnabili ordinamentopenale.it, 20 gennaio 2026 Cass. pen., sez. I, 16/12/2025 (ud. 16/12/2025, dep. 15/01/2026), n. 1748 (Pres. Santalucia, Rel. Calaselice). La questione giuridica, affrontata dalla Suprema Corte nel caso di specie, riguardava se i provvedimenti in materia di permessi con scorta del detenuto possano formare oggetto d’impugnazione. Ma, prima di vedere come il Supremo Consesso ha trattato siffatta questione, esaminiamo brevemente il procedimento in occasione del quale è stata emessa la sentenza qui in commento. Il Tribunale di sorveglianza di Sassari, in accoglimento di un reclamo proposto avverso un provvedimento del Magistrato di sorveglianza competente che aveva concesso un permesso ex art. 30, comma 2, ord. pen., e segnatamente concedendo al condannato il permesso di necessità per la durata di quattro giorni, in regime di detenzione domiciliare. Ciò posto, avverso questa decisione ricorreva per Cassazione il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, che deduceva vizio di motivazione sotto il profilo della mancanza e illogicità. Il Supremo Consesso riteneva il ricorso suesposto infondato - In particolare, tra le argomentazioni che inducevano la Suprema Corte ad addivenire a siffatto esito decisorio, era richiamato quell’orientamento nomofilattico secondo il quale i provvedimenti in materia di permessi con scorta del detenuto non possono formare oggetto d’impugnazione da parte dell’interessato, atteso che si tratta di decisioni rimesse alla valutazione discrezionale del magistrato di sorveglianza (così: Cass. pen., Sez. 1, n. 29372 del 27/06/2001). I risvolti applicativi - I provvedimenti degli organi di sorveglianza in materia di permessi con scorta non sono impugnabili dall’interessato, in quanto espressione di valutazioni discrezionali del magistrato di sorveglianza. Roma. Salvate Giuseppe Scuderi, la sua condanna a vita è una condanna a morte di Sergio D’Elia L’Unità, 20 gennaio 2026 59 anni, rinchiuso a Regina Coeli in espiazione di una pena che non dovrebbe finire mai. La qualità della sua vita è legata a una sedia a rotelle, appesa a un tubicino di un sacchetto di liquido nutriente. Da due anni non sente più i sapori e i profumi dei cibi siciliani dell’infanzia. Il suo esofago è sparito, distrutto da un sorso di sostanza caustica. Si chiama Giuseppe Scuderi, ha 59 anni ed è detenuto nel carcere di Regina Coeli, in espiazione di una pena che non dovrebbe finire mai, secondo una sentenza di condanna emessa al di qua di ogni ragionevole dubbio. Ma alla pena fino alla morte si è aggiunta ora la pena di vivere incatenato a una sedia, non autosufficiente, con una piaga da decubito al terzo stadio, il cuore sofferente, incapace di deglutire anche la sua saliva, con un buco nell’intestino da cui dipende interamente la sua nutrizione. Giuseppe era uno dei più assidui animatori del Laboratorio di Nessuno tocchi Caino Spes contra Spem nel carcere di Rebibbia. Del suo luogo di pena si prendeva cura anche se non meritava di starci. Con la sua divisa marrone da lavorante, la forbicione da giardiniere e il tosaerba curava il verde di Rebibbia. Temperava così il grigio scuro imperante del ferro e del cemento. Nella sua opera di misericordia, dava da bere ai prati assetati del carcere, anche fuori dalla sezione e, dopo un po’, per la fiducia conquistata, anche alle aiuole fuori dal muro di cinta. Grazie alla sua bravura e alla sua buona condotta si era meritato qualche permesso premio da condividere con la mamma e la moglie che ha la fortuna di avere, che lo hanno sempre amato e in sedici anni di carcere mai abbandonato. Un giorno di maggio di due anni fa, con un gesto disperato, ha perso in un colpo la possibilità di mangiare, di bere, di vivere. L’acido che ha bevuto gli ha provocato lesioni gravissime all’apparato digerente. È iniziato un calvario di continui ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici complessi per la rimozione di una parte dello stomaco, per il buco nel digiuno per l’alimentazione artificiale. Con Elisabetta Zamparutti e Rita Bernardini siamo stati in visita a Regina Coeli il giorno di Capodanno. Lo abbiamo trovato con qualche anno in più e molti chili in meno dall’ultima volta che lo avevamo visto. Era in una cella dell’infermeria condivisa con un altro detenuto. Così piccola e stretta che a malapena la sua sedia a rotelle passava tra il letto e il muro. Per venire a salutarci alle sbarre del cancello, avanzava trascinando i piedi e tirandosi dietro il trespolo della flebo. Il suo corpo va liberato il più presto possibile, in cella rischia di spegnersi, abbiamo pensato. La stessa documentazione sanitaria lo certifica: Giuseppe Scuderi sta dimagrendo fino a una soglia critica. All’uscita dall’Ospedale “Sandro Pertini”, il 3 dicembre 2024, pesava 62 chili. A febbraio 2025 era già sceso a 58 chili. A luglio 2025 è a 55 chili. Sette chili in meno in pochi mesi, su un organismo già devastato. I medici parlano di “stato di disidratazione e malnutrizione calorico-proteica” e di una progressiva perdita di massa, forza e funzione muscolare. Secondo medici e documenti ufficiali, il suo corpo non riesce più a mantenere le funzioni vitali in modo adeguato. La sua permanenza in carcere non è più solo incompatibile con il suo quadro clinico: è diventata un rischio concreto per la sua stessa sopravvivenza. Per questo, il suo difensore, l’Avvocato Fabio Federico del Foro di Roma, ha presentato al Tribunale di Sorveglianza di Roma una istanza urgente di differimento della pena per grave infermità fisica e, in subordine, di detenzione domiciliare in una struttura sanitaria specializzata. Una richiesta estrema, sorretta da cartelle cliniche, relazioni mediche, referti e una disponibilità di accoglienza già formalmente dichiarata da una struttura assistenziale in Sicilia. In via di estremo subordine, e con la massima urgenza, almeno un ricovero provvisorio in una struttura del Servizio Sanitario Nazionale, per scongiurare l’imminente pericolo di vita, in attesa della decisione definitiva. La Costituzione, all’articolo 27, impone che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, anche se detenuto. Il giudice di sorveglianza deve valutare non solo la gravità di ogni singola patologia - leggo dai referti: la cardiopatia ischemica cronica, trattata con angioplastica e stent, la stenosi esofagea severa, la piaga da decubito sacrale di III stadio, la perdita progressiva dell’autonomia motoria, fino alla sedia a rotelle, gli episodi di infezione intestinale, la febbre, i dolori addominali, la difficoltà a proseguire la nutrizione artificiale - ma la gravità dell’insieme delle sofferenze e la loro gestione concreta nel contesto carcerario. Un semplice passaggio nel corridoio dell’infermeria di Regina Coeli, il solo affacciarci al cancello della cella, una sola occhiata allo spazio e poi uno sguardo volto alla persona detenuta, costituirebbero perizia legale, testimonianza oculare, prova documentale. Sarebbero sufficienti per misurare e bilanciare la pericolosità sociale del condannato e la reale possibilità di cura nel luogo della pena. Per poi decidere se la malattia di Giuseppe Scuderi sia compatibile con il carcere, con tutte le carceri, non solo con quello di Regina Coeli. Se il suo stato di salute e di detenzione non determini un’esistenza al di sotto di una soglia minima di dignità. Il carcere, che dovrebbe garantire le cure, diventa così il luogo dove le sue condizioni rischiano di peggiorare in modo inarrestabile. Il buco chirurgico all’intestino, la digiunostomia, la corretta gestione di questo dispositivo da cui dipende la sopravvivenza di Scuderi, secondo un parere medico allegato all’istanza dell’Avvocato Federico, è netto: è “pratica pressoché impossibile in regime di detenzione in carcere”. Perché servono regole di igiene rigidissime, difficili da rispettare in un ambiente promiscuo, perché il rischio di contaminazione è elevatissimo, perché eventuali complicanze (dislocazione, ostruzione, infezione) richiedono interventi specialistici immediati, non garantibili in un istituto di pena. Servono strutture e standard che il carcere, per sua natura, non può offrire. A novembre 2025, Scuderi è stato ricoverato d’urgenza e si era reso necessario il posizionamento di una nuova digiunostomia. Non un controllo di routine, ma un intervento salvavita. Dopo il ricovero, l’uomo è stato riportato in carcere esattamente nelle stesse condizioni di estrema vulnerabilità, in un contesto che si era già dimostrato inadeguato a garantire la sua sopravvivenza. Il cuore giuridico della vicenda di Pippo Scuderi è tutto qui: può lo Stato continuare a far scontare la pena dell’ergastolo a una persona nelle sue condizioni, sapendo che la sua condanna a vita rischia di diventare una condanna a morte? È accettabile che lo Stato, pur consapevole del quadro clinico, mantenga in carcere una persona in condizioni tali da rendere probabile un esito fatale, anziché garantirle cure adeguate in un ambiente protetto? La risposta, ora, è nelle mani del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Ma riguarda tutti noi. Questo articolo è anche un appello per il diritto alla vita e alla salute di Giuseppe Scuderi. È anche una sorta di “amicus curiae”. Noi non siamo parte in causa, ma da “amici della corte”, anche come Nessuno tocchi Caino, interveniamo a beneficio di chi deve decidere. Noi testimoniamo che Giuseppe Scuderi è una persona buona, che non costituisce un pericolo per nessuno, che vale la pena salvare, e che la pena in carcere può costituire semmai un pericolo per lui. Noi sappiamo che il caso di Scuderi non riguarda solo un singolo detenuto. È diffuso nel nostro sistema penitenziario. Quanti altri casi simili esistono oggi nelle carceri italiane, tra persone malate gravi, non autosufficienti, con presìdi salvavita difficili da gestire in una cella sovraffollata? Annunciamo qui l’inoltro imminente di altre due istanze pubbliche, altri due “amicus curiae” di Nessuno tocchi Caino. Uno riguarda il caso di Danilo Coppola, detenuto nel carcere di San Vittore. L’altro il caso di Giosuè Chindamo, detenuto a Poggioreale. La loro vita è in pericolo e con la loro, a ben vedere, anche la vita del Diritto e della Costituzione nelle carceri del nostro Paese. Semmai è possibile che il Diritto e la Costituzione vivano in un carcere, nel “cimitero dei vivi”. Asti. Ilaria Cucchi: “Christian andava curato, non lasciato morire in cella” di Valentina Moro La Stampa, 20 gennaio 2026 La senatrice di Avs: “Servono psichiatri che intervengano in questi casi. La procura faccia chiarezza”. Il suicidio di Christian Guercio nella casa di reclusione di Asti il 29 dicembre è stato l’ottantesimo e l’ultimo nelle carceri italiane nel 2025. “C’è qualcosa che poteva andare diversamente?”, se lo chiedono la famiglia, gli amici e ora un’interrogazione parlamentare di Ilaria Cucchi e Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra. Sono passati 17 anni dall’omicidio di Stefano Cucchi, ma per la sorella Ilaria ora senatrice, troppo poco è cambiato. Guercio era stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale mentre aveva una crisi legata all’assunzione di droghe. Nei giorni in cui il ministero dell’Interno ha annunciato un nuovo pacchetto sicurezza il caso avvenuto ad Asti riporta l’attenzione sulla gestione delle problematiche psichiatriche in carcere. Guercio soffriva di problemi di tossicodipendenza e di un disturbo oppositivo provocatorio. Qualcosa non ha funzionato nel suo arresto? “Bisogna capire bene le dinamiche, ma i meccanismi sono sempre gli stessi. Il mio primo pensiero va alla famiglia che ha riposto la fiducia nelle istituzioni, chiamando l’ambulanza, ed è stata ripagata con il cadavere del figlio. C’è da chiedersi perché di fronte a una chiamata al Pronto soccorso si presentino anche le forze dell’ordine. E soprattutto perché nessuno si sia preoccupato di sapere quali fossero i motivi per cui era stato chiesto l’intervento dei medici e in che condizioni si trovasse. Ho vissuto sulla mia pelle la realtà degli abusi in divisa. Dopo essermi battuta tanto ero convinta che di passi avanti se ne fossero fatti, invece no”. Che risposta si aspetta dall’interrogazione parlamentare? “Ho dei forti dubbi, in questi casi di solito le risposte non arrivano o sono parziali. Mi auguro che la procura si attivi per arrivare alla verità e che i responsabili della morte di Christian rispondano di quello che hanno fatto”. Secondo i referti in Pronto soccorso Guercio non ha avuto un esame psichiatrico, lo stesso all’ingresso nella casa di reclusione... “Sarei rimasta stupita del contrario. Dovrebbe essere la prassi, ma molto spesso non è così. I detenuti con problemi psichiatrici, soprattutto tra i nuovi giunti, rappresentano un’alta percentuale - al Regina Coeli sono la metà - eppure non vengono curati, spesso sono solo imbottiti di farmaci. I carcerati tossicodipendenti sono gli ultimi tra gli ultimi”. Guercio in passato era già stato ricoverato per aver tentato il suicidio... “Christian non doveva essere in cella. Persone in situazioni del genere rappresentano un pericolo per sé e per gli altri. Dovrebbero essere spostati in strutture più adatte, ma spesso non c’è posto”. Gli istituti sono sotto organico... “Le carenze di personale sono enormi, sia nella polizia penitenziaria sia tra i sanitari, e gli operatori spesso non sono abbastanza formati per affrontare situazioni di emergenza”. Dopo l’arresto alla famiglia è stato ripetutamente chiesto se volessero denunciare. È un episodio isolato? “Abbiamo a che fare spesso con verbali falsi o forzati. Mio fratello è arrivato davanti al giudice e al pm con un verbale dove c’era scritto che era albanese senza fissa dimora, nessuno si è reso conto che era stato pestato poche ore prima”. Quali potrebbero essere gli effetti negli istituti del nuovo pacchetto sulla sicurezza annunciato dal Viminale? “Il governo al posto di creare nuovi reati, dovrebbe tentare di affrontare il problema delle carceri a partire dalla formazione degli agenti. Ma poi come potrebbero raccontare che i detenuti sono i peggiori nemici della società e che devono soffrire?”. Milano. Dopo le denunce nelle celle del carcere di Opera nulla è cambiato di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 20 gennaio 2026 Nessuna risposta dal ministero della Giustizia e, intanto, al carcere di Opera la situazione continuerebbe a peggiorare. L’associazione Yairaiha torna a farsi sentire perché, dopo l’interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti che abbiamo riportato su Il Dubbio e le denunce sulla gestione dell’istituto milanese, afferma che non è cambiato nulla. Anzi, le ultime segnalazioni parlano di un clima ancora più pesante, fatto di comunicazioni confuse e diritti calpestati ogni giorno. Il cuore della nuova protesta riguarda i contatti con le famiglie, che per un detenuto sono l’unico modo per non perdere il legame con il mondo esterno. Secondo l’associazione, all’interno delle sezioni è comparso un avviso che annunciava il taglio delle telefonate mensili. All’inizio la data di partenza doveva essere il 12 gennaio 2026, ma poi qualcuno ha cambiato quella data a mano, anticipandola al primo del mese. Il risultato? Molte persone, che avevano già usato i loro minuti pensando di averne altri a disposizione, si sono ritrovate isolate per tutto il resto di gennaio. Un cortocircuito che ha creato una pressione psicologica fortissima tra le celle. Ma a far male sono soprattutto le storie che riguardano i bambini. Lo scorso 17 gennaio si doveva tenere l’iniziativa “La Befana con papà”, un momento di festa organizzato da un’associazione esterna per permettere ai figli piccoli di abbracciare i genitori detenuti. Su 12 richieste, però, ne sono state accettate solo 7. In molti casi, i padri non hanno nemmeno potuto avvisare le famiglie del rifiuto perché avevano finito le telefonate o perché la notizia è arrivata solo all’ultimo momento. Così, diversi bambini sono rimasti ad aspettare un incontro che non è mai avvenuto. Tutto questo si inserisce in un quadro che avevamo già raccontato: dopo l’evasione di un detenuto avvenuta il 7 dicembre scorso, la vita a Opera è diventata un incubo. Come riportava l’interrogazione del deputato Giachetti, si parla di perquisizioni quotidiane con gli agenti che salgono sui letti con le scarpe sporche, di sezioni all’avanguardia chiuse senza spiegazioni e di familiari tenuti chiusi a chiave per ore in sala d’attesa, quasi fossero degli ostaggi. L’associazione Yairaiha si chiede ora come tutto questo possa aiutare il percorso di rieducazione previsto dalla Costituzione. Tagliare i ponti con i figli e le mogli in modo così caotico non serve a garantire la sicurezza, ma produce solo sofferenza e tensione. Per questo chiedono un intervento urgente: il detenuto non è un numero e il rispetto della dignità umana non dovrebbe mai essere un optional, nemmeno dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza. L’interrogazione del deputato di Italia Viva chiedeva al ministro della Giustizia di verificare i fatti, anche attraverso un’ispezione ministeriale. Voleva sapere se fosse vero che erano state date disposizioni che hanno ridotto drasticamente i contatti con gli affetti, se fosse vero che il progetto della sezione B - attivo da 15 anni con un regime “aperto” - era stato dismesso, se fosse vero che erano stati eliminati i colloqui con terze persone. A oggi non è arrivata alcuna risposta ufficiale. E intanto i fatti segnalati continuano ad accumularsi. L’associazione chiede che venga posta fine a pratiche che nulla hanno a che vedere con la funzione rieducativa della pena e che venga ristabilito un trattamento rispettoso della dignità umana, della trasparenza e dei diritti fondamentali. “Questo ennesimo grido di dolore che arriva dal carcere di Opera”, scrivono, “riguarda non solo chi è ristretto, ma anche le famiglie e i minori coinvolti”. Bambini che arrivano davanti al cancello e vengono rimandati indietro. Padri che non possono nemmeno telefonare per spiegare cosa è successo. Famiglie che aspettano una risposta che non arriva. La normalità, a Opera, sembra ancora molto lontana. Torino. Suicidio di Moussa al Cpr, le accuse dell’ex direttrice: “La Garante non si presentò” di Ludovica Lopetti Corriere di Torino, 20 gennaio 2026 “Eravamo donne immerse in un sistema istituzionale profondamente maschile, che non ha fatto altro che ricordarci costantemente che eravamo dei civili, che ci occupavamo dei servizi e che a quello avremmo dovuto limitarci. Peccato che questo principio fosse chiaro per noi, ma venisse richiamato dalle forze dell’ordine solo quando faceva loro comodo. In caso contrario ci veniva ricordato che eravamo direttrici e ci venivano attribuiti ruoli e responsabilità che non ci appartenevano”. È un duro j’accuse il testo letto in aula da Annalisa Spataro, ex direttrice del Cpr di corso Brunelleschi a processo per la morte di Moussa Balde, il 23enne originario della Guinea che nel maggio 2021 si tolse la vita in un modulo di isolamento dopo essere arrivato da Ventimiglia, dove aveva subito una violenta aggressione. La dipendente di Gepsa, società di facility management che fino al 2023 gestiva i servizi nel centro, risponde di omicidio colposo insieme al responsabile sanitario Fulvio Pitanti. Ieri, con l’istruttoria alle battute finali, ha reso dichiarazioni spontanee leggendo una lunga memoria davanti al giudice Claudio Canavero, in cui ha rievocato episodi inediti e non ha risparmiato pesanti critiche all’operato della Polizia e dei Garanti dei detenuti. “Dissi a Moussa che ero disponibile a chiedere a Gigante (funzionario di Polizia indagato e poi archiviato, ndr) di trasferirlo nell’area insieme agli altri - ha raccontato. Gli chiarii che non potevo garantirgli nulla e che la decisione non dipendeva da me, essendo lui trattenuto in ospedaletto per motivi di ordine pubblico. Lui si mostrò sorpreso. Mi disse: “Sto bene dove sto, ho la tv. Voglio restare qui. Sto solo aspettando perché ho chiesto di essere rimpatriato, non voglio più stare in Italia”. L’imputata ha anche descritto il suo rapporto di lavoro con Gepsa e con la forza pubblica presente nel Centro. “Dire che ero direttrice del Cpr è fuorviante - ha spiegato - Sarebbe stato più appropriato definirmi responsabile dei servizi alla persona all’interno del Cpr. Mi resi conto di quanto fosse difficile far comprendere che non avevo un ruolo direttivo assimilabile a quello di un carcere: non avevo alcun potere decisionale, giuridico, disciplinare, né di spesa. Ero inquadrata come impiegata di primo livello, una lavoratrice subordinata che doveva attenersi alle direttive ricevute all’interno di una struttura gerarchica”. Duro il suo giudizio sull’operato della ex garante comunale Monica Gallo, accusata di affidare anche le comunicazioni importanti a “messaggi su Whatsapp”. “La questura spostava i reclusi a suo piacimento nell’ospedaletto. Venne invitata la Garante a fare visita a Moussa, lei rispose: “Non prima della prossima settimana”. Ma lui commise il gesto estremo prima. Mi pare che in alcuni casi ci sia stato un interesse al silenzio”, ha dichiarato Spataro. “Nel nostro piccolo - ha concluso - abbiamo fatto tutto ciò che era possibile fare. In questi anni ci siamo sentite dire quanto fossimo inadeguate perché non prendevamo decisioni e soprattutto perché non prendevamo posizione. Ma chi lavora in un posto come il Cpr non è lì per essere d’accordo con ciò che accade: eravamo lì solo per lavorare”. Alessandria. Detenuti in regime di 41 bis a San Michele, continua il silenzio dal Ministero di Adelia Pantano La Stampa, 20 gennaio 2026 L’allarme lanciato dal deputato Federico Fornaro: “La mia interrogazione senza risposta”. È dal silenzio del ministero della Giustizia che prende le mosse l’allarme lanciato dal deputato Pd Federico Fornaro sul futuro del carcere di San Michele ad Alessandria. “Nello scorso ottobre avevo presentato un’interrogazione urgente al ministro - afferma - ma da allora nessuna risposta”. Secondo il parlamentare emergono indicazioni più chiare dal verbale della Conferenza permanente Stato-Regioni del 18 dicembre scorso. In quella sede, riferisce Fornaro, il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove ha illustrato il piano di riorganizzazione del circuito del 41-bis confermando voci che circolavano da mesi: “Le carceri dedicate al regime speciale passeranno da 12 a sette. In Piemonte si scenderà da tre istituti a uno solo, il San Michele ad Alessandria”. Una scelta che comporterebbe una concentrazione senza precedenti in città: circa 150 detenuti in 41-bis, pari al 20% del totale nazionale. Le perplessità in provincia - La decisione solleva forti perplessità anche nel Partito democratico della provincia che denuncia modalità ritenute arbitrarie e l’assenza di confronto con il territorio. “Caricare sul carcere di Alessandria un peso mai visto prima, senza un coinvolgimento delle amministrazioni locali, è una scelta che dovrebbe imporre maggiore responsabilità ed equilibrio”, sottolineano i Dem. A confermare i timori sono i dati del ministero della Giustizia che fotografano un drastico calo delle presenze complessive, accompagnato da lavori strutturali di adeguamento agli standard di massima sicurezza. Sul fronte sanitario Fornaro richiama la previsione di reparti ospedalieri dedicati ai detenuti in 41-bis in ogni capoluogo di provincia. “È un passaggio tutt’altro che marginale - avverte -, perché coinvolge direttamente gli ospedali e l’organizzazione dei servizi sanitari. Serve sapere se e come il territorio sarà messo nelle condizioni di reggere questo carico”. Preoccupazioni condivise anche dal Comune di Alessandria. L’assessora alle Politiche sociali Roberta Cazzulo parla di una scelta che “rischia di scardinare l’identità di un istituto storicamente aperto al territorio”, ricordando come una storia lunga decenni di scuola, lavoro, volontariato e percorsi di risocializzazione rischi di essere cancellata senza spiegazioni. “Gli oltre 400 mila cittadini della provincia meritano risposte chiare - conclude il Pd provinciale - e le meritano ora”. Trento: “I libri liberano”, la raccolta fondi per la biblioteca del carcere a quota 21 mila euro vitatrentina.it, 20 gennaio 2026 Ha superato quota 21 mila euro, più del doppio dei 10 mila euro attesi all’inizio, la campagna di crowdfunding “I libri liberano”, nata per rinnovare la biblioteca della Casa circondariale di Trento con l’acquisto di cinquecento nuovi libri e dvd. Grazie alla cifra raccolta, sono già stati acquistati 255 libri, tra cui dizionari in varie lingue e frasari, romanzi, saggi, fumetti, libri in lingua straniera, manuali per la patente e scolastici. I fondi serviranno inoltre per comprare dvd, ebook, audiolibri e lettori, ma anche giochi e materiali che stimolano creatività e socialità. Non solo, le donazioni permetteranno di organizzare iniziative culturali come presentazioni di libri e spettacoli teatrali, organizzati dentro e fuori dal carcere. L’iniziativa non si esaurisce con la campagna di crowdfunding. È infatti possibile dare il proprio contributo con un versamento sul conto corrente dell’Associazione provinciale aiuto sociale, indicando come causale “I libri liberano”. Per avere un’idea del proprio impatto, si può tenere conto che con 5 euro è possibile acquistare un fumetto, regalando leggerezza, immagini e parole che accendono la fantasia. Con 15 euro si dona un romanzo, che può cambiare lo sguardo sul mondo, e con 25 un saggio o un libro scolastico. Infine, con 50 euro si mette a disposizione un testo universitario per chi studia, sogna e costruisce il futuro, mentre con 100 euro un dizionario, chiave d’accesso alla lingua e alla cultura di un popolo. La campagna, promossa nell’ambito del progetto Liberi da dentro, è stata finanziata anche grazie al bando “Cultura e sport per il sociale 2025” della Fondazione Caritro con il sostegno di Sparkasse per il Crowdfunding e ha visto l’adesione di oltre sessanta biblioteche su tutto il territorio provinciale e venti librerie. Intanto, l’Amministrazione comunale di Trento ha rinnovato l’acquisto di quotidiani e riviste per le tre sezioni in cui è suddivisa la biblioteca della Casa Circondariale di Trento. Per il secondo anno, i detenuti e le detenute potranno così leggere le pagine dell’Adige, del T, del Corriere della Sera con l’edizione locale del Corriere del Trentino, ma anche della Gazzetta dello Sport, di Panorama e L’Espresso, oltre che di Vita Trentina, Trentino Mese e Questo Trentino. Gli abbonamenti sono stati concordati con la direttrice e la referente della Casa Circondariale, che hanno valutato le richieste e le esigenze della popolazione carceraria, grata di poter usufruire di questa opportunità. Negli ultimi due anni, la biblioteca ha inoltre donato alla Casa Circondariale quasi 800 pubblicazioni tra libri di narrativa, saggistica e fumetti appartenenti ai volumi eliminati definitivamente dalle raccolte secondo le procedure di scarto o ricevuti in dono dagli utenti. Nell’ultimo anno i testi sono stati selezionati con la collaborazione dei volontari che operano nel carcere. Attività di promozione e sensibilizzazione sul tema del carcere sono infine in programma nel corso del 2026: la biblioteca è al lavoro per organizzare incontri e testimonianze, che nei prossimi mesi permetteranno alla cittadinanza di vivere esperienze di conoscenza e approfondimento. “Trento è una città che tiene al suo carcere e lo fa cercando sempre nuovi punti di contatto - ha concluso l’assessora alle Politiche sociali Giulia Casonato. Lo desiderano i cittadini e le cittadine, ma anche l’Amministrazione con le attività di donazione dei libri e il rinnovo degli abbonamenti di riviste e quotidiani per i detenuti e le detenute”. Ragusa. “Colorare l’assenza”, laboratorio di mandala per figlie di detenuti di Rosa Cambara conmagazine.it, 20 gennaio 2026 Nel silenzio di una stanza luminosa, forme e colori iniziano a intrecciarsi. Non si tratta solo di disegno, ma di ascolto. Torna il laboratorio di mandala promosso dalla Cooperativa sociale Il Sorriso grazie al progetto “Sprigiona il tuo cuore”, selezionato da Con i bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, nelle sedi di Siracusa e Vittoria (provincia di Ragusa). Protagoniste sono le figlie di persone detenute o in misura alternativa alla detenzione, adolescenti che vivono quotidianamente l’assenza di un genitore, spesso accompagnata da un carico emotivo difficile da esprimere. A loro è stato dedicato uno spazio sicuro, creativo e libero, dove poter ritrovare un equilibrio interiore e un senso di appartenenza. Dopo un primo ciclo di incontri d’estate, il laboratorio è ripreso a ottobre per partecipanti dai 6 ai 12 anni e dai 13 ai 17 anni. Il mandala, antica forma d’arte meditativa basata sulla simmetria e sull’equilibrio, si è rivelato uno strumento potente per dare voce a emozioni spesso taciute, per riconoscersi senza dover spiegare troppo. Durante ogni incontro, guidato dalla psicologa Alessandra Faino, le ragazze hanno scelto i colori, condiviso riflessioni secondo i propri tempi, hanno riso, si sono ascoltate. Insieme hanno imparato a ricostruire legami, anche quando la vita familiare è segnata da fratture dolorose. “Sprigiona il tuo cuore” continua a generare spazi di possibilità, dove arte, cura e relazioni si intrecciano per offrire nuove prospettive a chi troppo spesso resta invisibile. Il progetto interviene nei territori di Ragusa, Siracusa e Augusta per innescare un cambiamento positivo nel legame tra genitori detenuti e figli, attraverso sostegno psicologico e laboratori ludico-creativi per offrire tempo di qualità e momenti di interazione arricchiti di nuovi significati. Venezia. Quando il carcere dà speranza di Elena Filini Confidenze, 20 gennaio 2026 Il penitenziario femminile della Giudecca, a Venezia, diventa luogo di riscatto: arte, lavoro e relazioni ricuciono il tempo dell’attesa e aprono strade concrete verso una seconda possibilità di futuro. Vite in attesa. Che imparano a dare valore al tempo per poter un giorno volare. Alla Giudecca, isola nell’isola, vivono le detenute del carcere femminile di Venezia in un contatto stretto e inclusivo con la città. Forse per questo nel 2024 Papa Francesco ha voluto aprire la casa di detenzione alla Biennale d’arte. Era la prima volta ed è stato un percorso emozionante: le opere di Claire Fontaine e Maurizio Cattelan che dialogavano con gli spazi della prigione, le detenute a fare da guide. È stata anche una grande occasione per la “factory veneziana” (così la chiamano in Laguna) di raccontare se stessa senza pregiudizi. Il panorama penitenziario italiano è in generale drammatico. Di solito se ne parla per segnalare le carenze e le difficoltà. La straordinarietà della Giudecca è data invece dall’osmosi tra il dentro e il fuori, dal rapporto tra le tantissime associazioni di volontari e il carcere. Il carcere resta carcere certo, non si tratta di una casa vacanza né di una spa, ma varcare quel cancello contraddice molti luoghi comuni. Da ex monastero ad attuale carcere, gli spazi della Casa di reclusione registrano le loro origini (probabilmente) nel XII secolo. Così, i 1.000 metri quadrati della struttura, che nel 1611 erano sotto la protezione del Senato Veneto, si portano dietro un titolo storico: “delle Convertite”. Con alterne vicende, il complesso ha mantenuto la sua funzione e oggi la Giudecca è un mondo di donne che hanno vite difficili, errori da scontare. Ma anche sogni, e tanta fame di futuro. Insieme al dolore, qui abita la speranza come racconta il docufilm “Le farfalle della Giudecca” (per la regia di Rosa Galantino con la voce di Ottavia Piccolo), presentato durante i giorni della Mostra del Cinema di Venezia a Isola Edipo, spazio inclusivo e solidale all’interno della Biennale cinema. Il carcere della Giudecca è un luogo dove l’attesa è la cifra delle ore, dove l’emotività è straripante, dove si sente la mancanza dei figli e dei familiari. Ma dove anche si distribuisce una seconda possibilità, nascono amicizie, inizia per molte un cambiamento concreto. “Abbiamo incontrato donne in qualche modo logorate, con vite difficili, ovviamente diffidenti. Non sono tutte uguali, c’è chi sceglie anche di non lottare. Ma chi lotta e ce la fa, ha davvero una luce speciale negli occhi” spiega la regista del docufilm. Una di quelle che ce l’hanno fatta è Antonella, che oggi ha scontato la sua pena ed è diventata una delle guide della Biennale nell’ex chiesa della Maddalena. È stata lei a immaginare le ragazze della Giudecca come bozzoli, da cui nasceranno farfalle che un giorno voleranno libere. “Stiamo cercando alternative reali, stiamo cercando di metterci fino in fondo nei loro panni” spiega la direttrice Mariagrazia Bregoli, “la prima regola qui è non giudicare. Trattenere la tentazione di formulare giudizi. Perché a volte, nella vita, ti trovi in mezzo ai guai e non sai neppure tu perché”. L’attesa, le ore che non passano mai, è l’emozione più dilaniante in carcere. Per questo alla Giudecca si punta moltissimo sulla regolarità dei ritmi, sulla scuola e sul lavoro. La casa circondariale ha corsi regolari di alfabetizzazione e di lingua italiana, ma propone anche percorsi di istruzione che arrivano fino al diploma di scuola superiore. E poi il lavoro, che significa dignità e sostegno indiretto ai figli. C’è l’Orto delle Meraviglie, un progetto della cooperativa Rio Terà dei Pensieri che coltiva circa 6.000 metri quadri di ortaggi, frutta, fiori ed erbe aromatiche. Le detenute coltivano l’orto e i prodotti vengono venduti al mercato settimanale in Fondamenta delle Convertite, dove le stesse detenute servono i clienti. Il carcere ha anche un attivissimo laboratorio di lavanderia e stireria che serve alcuni dei migliori hotel veneziani tra cui Molino Stucky. Ma il punto di forza e creatività è la sartoria nata 30 anni fa. “Le donne imparano, diventano brave” sottolinea Maria Grazia Cortesi, direttrice della Cooperativa il Cerchio, “al servizio di stireria abbiniamo anche la sartoria, con la creazione di modelli originali nel laboratorio in carcere e sull’isola di Sacca Fisola dove lavorano le detenute in regime di semilibertà. Al Lido ogni anno l’atelier ha un suo spazio e di tradizione la Madrina della Mostra del Cinema indossa un abito cucito dalle detenute”. In quei momenti viene messo da parte quello che la società costruisce intorno e si crea una sorellanza. È importante resistere all’alienazione del tempo che in carcere si dilata e ti schiaccia. Giulia, per esempio, una delle detenute, riconosce di aver imparato moltissimo su se stessa e di essere riuscita dentro al carcere ad allenare la sua anima insieme al corpo. “Io alleno la volontà come farei in palestra, un allenamento fisico e mentale, che mi aiuta a restare in equilibrio, controllare i pensieri, le emozioni, mi serve per dare respiro all’anima” spiega Giulia. “È molto importante, mi è servito per rimanere concentrata su di me e non farmi condizionare da quello che pensano gli altri”. E quando il fuoco della rabbia rischia di incendiare tutto Giulia ricorre al suo sport preferito, il kick boxing “perché quando sto così so che la cosa migliore è sfogare la rabbia tirando pugni alla parete foderata di panni spugna”. La fiducia tra detenute ma anche tra le signore e il personale è fondamentale. “Queste donne spesso chiedono solo di essere ascoltate” conferma Lara Boco, comandante della polizia penitenziaria “sul carcere esistono tanti stereotipi. La comunità che sta fuori non immagina nulla di quello che accade qui”. Paola ha 68 anni ed è la senatrice della casa circondariale, la più anziana. È tra le più attive nei progetti comunitari. “Abbiamo sbagliato, è vero, ma siamo persone. Qui ho creato alcuni veri legami di amicizia. E so che fuori, ad attendermi, c’è il mio compagno”. Foggia. “Ritagli di Libertà”, nel carcere un progetto che trasforma il cucito in racconto e cura manfredonianews.it, 20 gennaio 2026 Ideato e realizzato da Daniela d’Elia, con il sostegno di Inner Wheel, coinvolgerà un gruppo di donne ristrette. In programma una mostra-evento. Prenderà il via nei prossimi giorni, presso la sezione femminile del carcere di Foggia, il progetto “Ritagli di Libertà - Ricucire il Futuro con Creatività”, ideato da Daniela d’Elia e promosso con il sostegno di Inner Wheel, che ha fortemente voluto e sostenuto l’iniziativa sotto la guida della sua presidente, Silvana Carrozzino. Il progetto nasce dalla convinzione che anche il carcere possa diventare uno spazio di trasformazione, capace di generare senso, bellezza e nuove prospettive, se attraversato da percorsi che mettono al centro la persona. Attraverso il cucito creativo, le donne detenute saranno accompagnate in un cammino di espressione e rielaborazione della propria storia, in cui ago e filo diventeranno strumenti simbolici di ricostruzione, pazienza e rinascita. “Non si tratta semplicemente di imparare una tecnica manuale - spiega Daniela d’Elia - ma di dare forma a ciò che spesso resta invisibile. Ogni punto, ogni stoffa ricucita racconterà una ferita, una resistenza, una possibilità. L’obiettivo è trasformare il fare creativo in un atto di consapevolezza e dignità, capace di restituire voce e valore alle storie delle donne coinvolte”. Il laboratorio non punta tanto alla produzione di manufatti in senso tradizionale, quanto alla realizzazione di opere che rappresentino le storie, le condizioni e i vissuti delle detenute. Da questo percorso nascerà una mostra pubblica in città, concepita come uno spazio di incontro tra il “dentro” e il “fuori”, in cui le opere esposte saranno accompagnate da brevi testi esplicativi, in alcuni casi scritti dalle stesse autrici. Accanto alla mostra, è comunque prevista la realizzazione di alcuni oggetti destinati alla vendita solidale, con l’obiettivo di raccogliere fondi da destinare a iniziative di formazione e sostegno rivolte alle persone detenute. Un’attenzione particolare, nel progetto, è rivolta alla sostenibilità: i materiali utilizzati saranno infatti stoffe riciclate provenienti da donazioni di abiti usati, scampoli, tende e tovaglie, in un’ottica di riuso creativo che unisce rispetto per l’ambiente e valorizzazione dell’ingegno. Fondamentale per la realizzazione del progetto è stata la collaborazione e la disponibilità dell’Amministrazione Penitenziaria. “Un sentito ringraziamento - sottolineano le organizzatrici - va alla direzione del carcere, all’Area Educativa e al Corpo di Polizia Penitenziaria, il cui supporto quotidiano rende possibile l’attivazione di percorsi rieducativi”. La Spezia. Come coinvolgere la comunità esterna nel ruolo rieducativo che deve avere il carcere? Gazzetta della Spezia, 20 gennaio 2026 Un incontro per trovare risposte concrete. Giovedì 22 gennaio, alle ore 15.30, presso il Centro Civico Nord sito in Largo Vivaldi, quartiere di Fossitermi, si svolgerà un incontro sulla partecipazione della Comunità esterna all’opera rieducativa, come previsto dall’art. 17 della legge 354\75. “Sarà un utile momento di confronto - afferma Agostino Codispoti, Garante delle persone private della libertà del Comune della Spezia - - per analizzare i risultati ottenuti, le difficoltà incontrate e le proposte per un maggiore ed efficace coinvolgimento della cittadinanza. L’iniziativa è aperta, oltre ad operatori penitenziari ed a persone che a vario titolo già frequentano il carcere, a tutti coloro che vogliono conoscere questa realtà dimenticata e sono disponibili a portare un contributo. Il coinvolgimento di nuovi soggetti disponibili ad impegnarsi, a vario titolo, sulla questione carceraria è fondamentale per trovare più energie in quanto le condizioni della popolazione detenuta sono in un continuo degrado e bisogna assolutamente evitare che diventi inesorabile”. “Tale situazione - prosegue Agostino Codispoti - conseguentemente si ritorce anche sui familiari che, tranne rare eccezioni, vivono una condizione di disagio economico, ulteriormente aggravata per coloro che vivono in città distanti. Proprio per venire incontro a questi ultimi da più persone è stato indicato come obiettivo primario trovare una struttura che li ospiti nei giorni di colloquio, come ad esempio avviene a Genova per i parenti dei bambini ricoverati all’Ospedale Gaslini”. “A seguito di questo appuntamento, verranno raccolti gli spunti per organizzare un nuovo incontro con le Istituzioni, affinché si possano iniziare a costruire i percorsi necessari al raggiungimento degli obiettivi prefissati”, conclude. Roma. “Un mondo alla rovescia”, mostra dei detenuti nella Casa circondariale di Rebibbia garantedetenutilazio.it, 20 gennaio 2026 Le vite delle persone recluse raccontate attraverso foto, racconti e un documentario. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, mercoledì 14 gennaio è intervenuto alla presentazione della mostra “Un mondo alla rovescia”, progetto dedicato alla quotidianità ed alle storie vissute a Rebibbia nuovo complesso, a cura della piattaforma editoriale Hyperlocal. Avviata già a dicembre in occasione del Giubileo dei detenuti e sviluppata esternamente al carcere nel quartiere di Rebibbia, anche con talk e approfondimenti, i pannelli con foto e racconti sono stati adesso installati nel cortile principale del carcere, accanto alla chiesa. L’installazione interna al penitenziario è stata presentata insieme alla visione di un nuovo documentario di presentazione dell’intero progetto e dedicato alla percezione della vita ‘fuori’ da parte dei carcerati. Nel video, con la regia di Alain Parroni, i detenuti ascoltano soprattutto i rumori della città che li circonda - fatti di motori di macchine, moto, autobus, di musica di feste e fuochi di artificio - vivendo nelle celle, affacciandosi dalle finestre o camminando nei cortili e tali ‘suoni’ sono un forte legame con la vita esterna e di quella vissuta in precedenza. Alla proiezione del video nel teatro del carcere erano presenti anche i detenuti coinvolti nel progetto. La mostra ed il video sono a cura di Hyperlocal, piattaforma editoriale dedicata alle comunità e ai quartieri di diverse città del mondo che per l’occasione ha dedicato anche un numero speciale della sua rivista, Rebibbia Hyperlocal’ raccontando le infinite storie che attraversano la vita in carcere, con il contributo fotografico di Stefano Lemon, Lavinia Parlamenti, Guido Gazzilli e Benedetta Ristori. Nei testi del magazine i carcerati descrivono il sovraffollamento e le difficoltà vissute ma parlano anche di speranza. Il Garante Anastasìa ha ricordato a margine della presentazione le grandi criticità del penitenziario, già più volte denunciate, tra sovraffollamento e mancata manutenzione. Corte Costituzionale, sentenze e vincoli per il legislatore di Paolo Becchi Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2026 La sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2025 sulla legge della Regione Toscana, con la quale si disciplina il suicidio medicalmente assistito, è un vero capolavoro al contrario. Del resto, i “custodi della Costituzione” hanno ben poco da custodire su questi temi: cosa volete che i Padri costituenti potessero immaginarsi di tematiche attuali come la fecondazione medicalmente assistita o il suicidio medicalmente assistito? E allora ecco che i giudici delle leggi, hanno deciso loro di fare leggi o di smontare quelle esistenti, come nel caso della fecondazione assistita, dove il legislatore la legge l’aveva fatta e, sentenza dopo sentenza, i giudici ne hanno fatto un’altra. Nel caso del suicidio medicalmente assistito le cose sono andate un po’ diversamente. Come è noto, una legge sul fine vita il legislatore l’aveva fatta (la legge n. 219 del 2017), ma non aveva voluto superare una certa soglia (la sedazione terminale profonda e continua). Di fronte ad alcuni casi concreti sottoposti alla Corte costituzionale, i giudici hanno deciso che quella legge non bastava più. E, considerato, che il legislatore sembrava piuttosto riottoso a farne una nuova, la Corte ci ha pensato con due sentenze a fare la legge sul suicidio medicalmente assistito. Certo, esagero e sono consapevole di espormi alle critiche accademiche: è pur vero, infatti, che nella sentenza c’è scritto che la Corte non vuole sostituirsi al Parlamento, che la legge la deve fare il Parlamento, e, in effetti, a questo punto il Parlamento la legge la dovrà fare per forza. Ma che cosa potrà fare il Parlamento? Avrà il coraggio di fare una legge diversa dai criteri che già la Corte di fatto ha stabilito, e ora confermato con questa sentenza? Il legislatore sino ad oggi tentennava e non pareva disposto ad accettare in tutto per tutto l’idea che morire sia un diritto come quello di curarsi e che gli ospedali dovrebbero attrezzarsi anche a fornire questo servizio. Perché questo è il suicidio medicalmente assistito come lo vuole la Corte. Ci ha pensato la Regione Toscana a mettere in difficoltà il legislatore nazionale facendo la sua legge, estremizzando in certi casi quanto stabilito dalla Corte costituzionale, ma in larga misura rispettando i criteri stabiliti dalla Corte nelle due precedenti sentenze. Al governo non restava altro che impugnare questa legge di fronte alla Corte costituzionale, sperando che i nuovi quattro giudici eletti dalla maggioranza dimostrassero un po’ di coraggio e facessero saltare l’intera legge regionale, lasciando quindi al Parlamento la possibilità di intervenire direttamente. Le cose sono andate diversamente. Del resto, come poteva la Corte dar torto alla Regione Toscana che di fatto non faceva altro che riprendere i criteri stabiliti della stessa Corte? Ma non poteva neppure legittimare integralmente quella legge perché in questo sarebbe a tutti risultato chiaro che ormai sono i giudici che fanno le leggi e questo per decenza è meglio che non appaia così chiaro ai cittadini che ancora vanno a votare. Ed ecco il “miracolo” della sentenza attuale (forse è un po’ troppo parlare di miracoli perché la Corte non ha trasformato l’acqua in vino ma si è limitata a far rientrare dalla finestra quello che poco prima aveva fatto uscire dalla porta). Prima, infatti, ritiene incostituzionale l’articolo 2 fondamentale della legge, quello in cui sono esplicitamente richiamate le sentenze della Corte costituzionale (e questo perché in caso contrario le Regioni potrebbero appropriarsi di principi che incidono su profili riservati allo Stato), poi di fatto riconosce che la Regione possa legittimamente intervenire in quell’ambito di competenza concorrente che riguarda la tutela della salute e tutto sommato ammette che lo ha fatto correttamente, vale a dire in modo conforme alle decisioni della Corte. Dove la legge regionale si è spinta oltre viene ovviamente censurata. Si tratta di aspetti non marginali ma, ed è decisivo, l’impalcatura della legge regionale resta in piedi. Chi vuole potrà continuare ad essere assistito nel suicidio dai medici negli ospedali toscani e a questo punto non ci sarà più bisogno di andare a pagamento a Zurigo, basterà andare in qualche ospedale toscano, tutto ovviamente gratuito e a carico del servizio sanitario. A questo punto ad essere nelle canne è il legislatore. Ha infatti le mani legate. Fare una legge che non rispetti i criteri della Corte? Certo, potrebbe ancora farlo, è anzi “in astratto” libero di farlo (l’espressione “in astratto” si trova nella sentenza della Corte), ma dopo questa sentenza, che di fatto conferma l’impianto della legge regionale toscana, appare molto difficile per il legislatore proporre un modello alternativo di suicidio assistito che non passi, come ad esempio nel modello svizzero, dal servizio sanitario pubblico, perché probabilmente incorrerebbe nel giudizio negativo della Corte. Se la severità delle norme fosse la soluzione, il nostro sarebbe il Paese più sicuro del mondo di Danilo Paolini Avvenire, 20 gennaio 2026 Nel 2026 si muore tra i banchi di un liceo sotto colpi di lama sferrati da uno come te, un ragazzo di 19 anni. Si muore a scuola o nelle vie della movida, esattamente come due o tre secoli fa nelle bettole malfamate di Roma o nei campi della Sicilia rurale ai tempi della mafia delle origini. Ogni epoca ha la sua barbarie, la sua violenza insensata portata al massimo dell’intensità. Muoiono ragazzi ammazzati da altri ragazzi, come nel ‘77 e dintorni. Loro li ricordiamo ancora, vengono commemorati - in genere con la dovuta consapevolezza dei torti fatti e subiti - dai compagni e camerati che sopravvissero a quegli anni folli, pesanti come le spranghe e le chiavi inglesi che spaccavano teste e ossa. Vengono esaltati anche dalle braccia tese e dai pugni chiusi di chi allora non era nemmeno nato, non sa niente di quel sangue, di quel terrore, non può ricordare quelle madri piegate sotto il peso di un dolore invincibile. Eroi, li chiamano. Non lo erano. Erano ragazzi nel pieno della vita. Furono prede (e quanto era facile diventarlo) di ciechi estremismi. Furono vittime di cattivi maestri e di una violenza assurda e feroce. Diciamolo, con tutta la pietà umana e cristiana che si deve a quelle giovani vite spezzate: i veri eroi furono coloro che, pur su posizioni diverse e talvolta opposte, rifiutarono la violenza e diedero il loro contributo per mantenere l’Italia nel solco della democrazia. Allora la politica e la società (quei corpi intermedi oggi colpevolmente relegati ai margini e costretti a una sostanziale irrilevanza) seppero reagire, indicare l’alternativa ragionevole e pacifica. Nel tempo che viviamo, di fronte alla tragedia di La Spezia e a tanti analoghi fatti terribili, politici di prima e seconda fila, dal respiro corto e sempre uguali a se stessi, si accapigliano sul divieto di vendita dei coltelli e sulla lunghezza delle lame (ma il giovane omicida di Youssef Abanoub ha usato un coltello da cucina), sui metal detector ai cancelli delle scuole, sulle multe alle famiglie dei ragazzi violenti, sulle ennesime norme restrittive. Se la severità delle norme fosse l’unica soluzione, il nostro sarebbe il Paese più sicuro del mondo. Ma non funziona così. Evidentemente non c’è soltanto un problema di sicurezza urbana, che pure esiste e non può essere negato. Sembra manifestarsi brutalmente un male profondo, un vuoto di senso. Ieri si moriva per un’idea, per quanto distorta e portatrice di violenza. Oggi si muore per niente: per una foto pubblicata sui social, per un paio di scarpe di moda, per uno sguardo non gradito. Oggi i cattivi maestri sono stati sostituiti da algoritmi che fabbricano bisogni fasulli e distillano odio. Oggi il “sogno” di un diciannovenne può essere addirittura di vedere che cosa si prova a uccidere una persona. È un’enormità che si colloca più in basso perfino della barbarie e che perciò va oltre la barbarie: è nichilismo indotto. Ecco, allora, il compito gravoso e più autentico della politica, che non è quello di fabbricare regole, altrimenti basterebbe un consiglio d’amministrazione o, attenzione, un unico amministratore delegato (da se stesso) come già accade in troppe parti del mondo con esiti devastanti. In democrazia il dovere della politica, di chi governa e di chi sta all’opposizione, è innanzi tutto di dare ai cittadini il senso della comunità e della convivenza civile, di indicare la strada comune nel dialogo e nel rispetto. Rispetto di cui oggi si celebra la Giornata nazionale, indetta proprio in seguito a un tragico fatto di violenza giovanile: l’assassinio di Willy Monteiro. Ma quale rispetto può pensare di diffondere nella società e tra i giovani una politica ingessata dentro un bipolarismo sempre più sterile, che si esprime più sui social che nelle aule parlamentari, talvolta bullizzando l’avversario come fanno gli adolescenti problematici? Quale dialogo, se qualsiasi tentativo di convergenza o almeno di confronto non pregiudiziale sui grandi temi che riguardano il Paese viene stroncato sul nascere da accuse di “inciucio” lanciate da compagni di partito o da esponenti della parte avversa? Per dare senso, bisogna ritrovarlo. Pensare di fermare i coltelli solamente con il Codice penale e con i metal detector, così come limitarsi alle critiche e alle analisi, equivale a rassegnarsi alla violenza. Il limite ai ragazzi dobbiamo indicarlo noi di Fabrizia Giuliani La Stampa, 20 gennaio 2026 Se la repressione è sbagliata, e prima ancora inefficace, l’educazione e il suo linguaggio del limite sono invece indispensabili. I ragazzi lo cercano, a scuola in primo luogo: lì, infatti, rovesciano aspettative e rabbia. È lì che dovremmo guardare anche noi: capire che le sfide che ha oggi non sono paragonabili a quelle di ieri - dato il vuoto intorno - investire seriamente per metterla nelle condizioni di fare in fondo la sua parte. Che dolore, il sorriso di Abanoub. Aperto, un po’ sfrontato come deve essere alla sua età. Diciott’anni: il passaggio all’età adulta. Tutto è davanti, tutto è da fare. Tutto è possibile anche se è difficile, anche se devi farti accettare - non sei nato qui, ci sei arrivato - e non puoi limitarti a studiare, perché il bilancio familiare quadra anche grazie ai tuoi sforzi. Non sei il solo, va bene così. Nulla offusca lo sguardo del ragazzo che ride, pronto a prendersi la vita. E invece la vita te l’ha tolta il coltello di un altro ragazzo. Anche lui viene dall’altra parte del mare, anche lui lavora per poter studiare. Non voleva ucciderti, dice, ma “solo darti una lezione”. Che dolore, che sconfitta. Che rabbia. Rabbia e macerie. Ma come ci si cammina, tra le macerie? E soprattutto: come si ricostruisce? Piovono pietre quando si è travolti da tragedie di queste proporzioni. A volte hanno la forma di parole impegnate, ma rischiano di aggiungersi alle rovine. Annunci, promesse, dichiarazioni dettate dalla fretta e soprattutto dalla paura: fermezza, tolleranza zero. La fretta e la paura sono le peggiori maestre, e chi governa lo dimentica spesso. Per agire bisogna prima capire, ma oggi è più difficile. Il paesaggio è inedito: non basta ciò che sappiamo. Non serve l’ottimismo cieco com’è inutile il pessimismo catastrofista; non servono lezioni e nemmeno scontri. Dovremmo tutti deporre le armi e rimboccarci le maniche perché in mezzo, in pericolo, ci sono loro: i ragazzi. I soli verso cui abbiamo responsabilità da esercitare. Le lame non sono un’epidemia incurabile, non le hanno solo i ragazzi di seconda generazione. Feriscono a Spezia, Milano e Frosinone per mani italiane. Dietro c’è una cultura, un linguaggio. Si è affermato, è egemone - perdonate il novecentismo - ha vinto nella realtà (ne scriveva il Direttore domenica) e nella fiction, che ha fatto passare per racconto realista forme autenticamente celebrative. Ma questo codice primordiale, fatto di onore da affermare e vendicare, di guerre e di sangue, di uomini veri - più qualche donna - non lo hanno certo inventato i giovani. Loro ne apprendono velocemente la grammatica: capiscono che è il modo più efficace per dar voce alla rabbia, essere accettati e - quel che conta - temuti. Non sto gettando la croce sulle serie televisive, sto cercando di dire che i ragazzi (non tutti, ma chi cade) lo sanno riconoscere nonostante le nostre migliori intenzioni educative. Se la repressione è sbagliata, e prima ancora inefficace, l’educazione e il suo linguaggio del limite sono invece indispensabili. I ragazzi lo cercano, a scuola in primo luogo: lì, infatti, rovesciano aspettative e rabbia. È lì che dovremmo guardare anche noi: capire che le sfide che ha oggi non sono paragonabili a quelle di ieri - dato il vuoto intorno - investire seriamente per metterla nelle condizioni di fare in fondo la sua parte. Traduco: investimenti e riforme, possibilmente condivise. Basta considerarla come fossimo in un altro tempo, una voce di spesa: è il solo futuro possibile. Una postilla ancora: dire no ai social sui banchi - non nella vita - aiuta una cultura delle responsabilità. Imparare a capire l’impatto delle proprie azioni, il loro effetto sugli altri; imparare che l’esperienza deve legittimare il linguaggio. Paesi molto avanzati sul terreno educativo vanno su questa strada: non dovremmo avere una posizione liquidatoria, ma di ascolto. Se vogliamo che i ragazzi riconoscano il limite, dobbiamo cominciare a indicarlo noi. Metal detector a scuola: i rischi di seguire il modello americano di Nadia Urbinati Il Domani, 20 gennaio 2026 Negli Stati Uniti, dove a pesare è la forte diffusione delle armi da fuoco, sono presenti nel 10 per cento delle high schools e scende a circa il 7 per cento nelle middle schools. In Italia l’idea del ministro Valditara ha diviso i presidi, con molti dirigenti scolastici che la considerano una proposta “sbagliata e fallimentare”. Introdurre i metal detector davanti alle scuole per rafforzare la sicurezza negli istituti. La misura proposta dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara dopo l’accoltellamento del 18enne Abanoud Youssef, ferito a morte per mano di un compagno in una scuola di La Spezia, ha acceso la discussione sul modo in cui lo stato dovrebbe affrontare il problema della violenza giovanile. La misura, ha specificato Valditara, riguarderebbe solo le aree “disagiate e di maggior emarginazione” e non prevederebbe l’uso dei varchi a portale mobili (quelli da attraversare negli aeroporti), ma l’utilizzo delle “bacchette” portatili. In realtà l’impiego di questo tipo di strumenti è già stato sperimentato in alcuni istituti. A provarli finora sono state alcune scuole nel Napoletano, sempre con l’intervento delle forze dell’ordine. A fare da apripista è stato nel 2024 l’istituto superiore Marie Curie di Ponticelli, dopo il sequestro di un coltello a uno studente. La preside Valeria Pirone ne ha tracciato un bilancio positivo, pur sottolineando che l’arrivo di polizia e carabinieri con i metal detector rappresenta l’extrema ratio. Secondo Pirone, “bastano due o tre controlli ogni anno, ormai accettati di buon grado dagli studenti”. Ma l’idea di Valditara ha diviso i presidi, con molti dirigenti scolastici che la considerano una proposta “sbagliata e fallimentare”. Di misura repressiva se non accompagnata da altri progetti educativi ha parlato anche Mario Rusconi, presidente dei presidi del Lazio: “Serve una sempre maggiore influenza educativa da parte degli istituti, ad esempio facendo in modo che ci siano spazi pomeridiani con attività di musica, teatro o cinema”. Nettamente contraria è invece la posizione dell’Unione degli studenti: “La violenza non si combatte trasformando le scuole in caserme. La militarizzazione degli spazi educativi è una scelta pericolosa che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona”, ha detto Federica Corcione, dell’esecutivo nazionale dell’Uds. “Servono investimenti su educazione, ascolto, supporto psicologico, spazi di aggregazione e contrasto alle disuguaglianze sociali. Tutto ciò che il governo continua a ignorare”. Strumenti di questo tipo sono diffusi anche all’estero, ma solo in un numero limitato di paesi e nelle aree di maggior rischio. In alcune scuole americane sono presenti da anni varchi fissi e controlli regolari svolti dal personale di sicurezza dei campus: dati recenti indicano che la pratica è diffusa in circa il 10 per cento delle high schools e scende a circa il 7 per cento nelle middle schools, e si sta diffondendo ulteriormente. Dallo scorso anno scolastico, la Contea di Broward, in Florida, ha installato rilevatori a portale in tutte le scuole superiori, mentre a New York la misura riguarda circa 200 scuole, che stanno passando a scanner considerati “meno invasivi”. Si tratta in alcuni casi di sistemi basati sull’intelligenza artificiale, nettamente più veloci e che non richiedono agli studenti di svuotare gli zaini. Ma che presentano le classiche incognite dei sistemi di IA, in particolare sul trattamento dei dati e sul rispetto della privacy. L’intelligenza artificiale non risolve poi il problema dei costi elevati, con alcuni distretti scolastici che stimano costi annuali vicini al mezzo milione di dollari per soli quattro campus, a causa della necessità di dispiegare addetti alla sicurezza per verificare l’eventuale presenza di coltelli o pistole. A pesare, infatti, è la forte diffusione delle armi da fuoco (e le frequenti strage ad esse collegate), un problema del tutto estraneo al contesto italiano. I metal detector sono diffusi anche in alcune scuole del Regno Unito. A Londra è andato in questa direzione il piano promosso dal sindaco Sadiq Khan in risposta all’aumento di giovani uccisi con armi da taglio: in un anno una cinquantina di under 25 anni sono morti nella capitale britannica dopo essere stati accoltellati. Numeri che parlano di un’emergenza non paragonabile agli episodi che si verificano in Italia. Inoltre la mossa di Khan è stata accompagnata da un piano di intervento a tutto tondo, con lezioni, corsi di formazione e la riapertura di spazi di socializzazione che erano stati chiusi dai governi conservatori. La scuola di Valditara: metal detector fuori e forze armate dentro di Luciana Cimino Il Manifesto, 20 gennaio 2026 Le idee del ministro Valditara su “l’emergenza giovani”. Che i metal detector non siano la soluzione lo hanno ribadito per primi i compagni di scuola di Abanoub Youssef, il ragazzo morto in classe a causa delle coltellate inferte da un coetaneo. Ieri mattina si sono riuniti davanti all’Istituto Einaudi Chiodo di La Spezia per manifestare disperazione e rabbia. “La scuola è complice”, “Vogliamo giustizia per Aba”, c’era scritto sui cartelli. Per gli studenti ci sarebbe stata una sottovalutazione dei problemi dell’accoltellatore. Man mano sono arrivate le altre scuole della città e il presidio si è trasformato in un corteo spontaneo (al quale si è unito anche il padre di Abanoub), terminato poi sotto la sede del comune de La Spezia in dissenso verso il sindaco. Il primo cittadino spezzino, Pierluigi Peracchini, subito dopo il delitto, aveva dichiarato: “L’uso dei coltelli arriva solo da certe etnie”, rifiutandosi di proclamare il lutto cittadino, salvo ripensarci dopo il “suggerimento” del ministro dell’Istruzione (e merito), Giuseppe Valditara. Il titolare di viale Trastevere ha lanciato subito la sua idea di installare i metal detector nelle scuole, su richiesta dei dirigenti e in accordo con le prefetture, estendendo una sperimentazione già avviata in alcuni plessi campani. “È evidente che si debba intervenire con norme severe - ha ribadito anche ieri - ma chi parla di repressione è fuori dalla realtà”. La trovata del ministro è coerente con l’idea che il governo di destra ha della scuola: classista (con i metal detector a segnalare gli istituti dei quartieri difficili i cui iscritti sarebbero ancora più ghettizzati), autoritaria e funzionale non allo Stato ma alla patria, declinata in senso sovranista, in cui lo studente va rieducato e punito. Con i decreti sicurezza a disciplinare il dissenso fuori dalle mura scolastiche. “È insopportabile l’ipocrisia sistemica con cui il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi”, dicono dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (Ossmi). Anche le oltre 700 associazioni, realtà politiche e sindacali della rete No Riarmo e No Ddl Sicurezza hanno lanciato l’allarme: “Le aggressioni con i coltelli nelle scuole non possono essere il pretesto per comprimere ulteriormente il diritto al dissenso come prevede il prossimo ddl Sicurezza”. Per la Rete la reazione al caso di La Spezia “fa parte dello stesso disegno autoritario che ispira tutta l’azione del governo Meloni, dal decreto Caivano all’estensione delle zone rosse, dall’abuso dei decreti d’urgenza alla riforma della magistratura, dai ddl che equiparano antisionismo e antisemitismo agli arresti preventivi fino alla delegittimazione del movimento di solidarietà per la Palestina, dalla reintroduzione della leva militare al finanziamento del riarmo come modello economico”. “Il metal detector non può sopperire ai tagli all’istruzione e ai luoghi di ritrovo sociali - ha spiegato al manifesto Roberta Leoni, docente e presidente dell’Ossmi - serve solo alla costruzione del minore come pericolo pubblico che quindi deve essere punito con l’inasprimento delle norme sulla condotta, indotto all’obbedienza per essere poi eventualmente ricompensato, se povero, con un posto nell’esercito”. Se il metal detecor è all’ingresso, all’interno si è assistito al moltiplicarsi delle pratiche militari: dalla formazione scuola/lavoro nelle industrie belliche alle manifestazioni obbligate per il 4 novembre (Giornata delle Forze Armate) all’esternalizzazione dell’educazione civica non più in capo ai docenti ma appaltata ai carabinieri (educazione alla legalità), alla Guardia Forestale (ambientale), ai bersaglieri, alla Guardia di Finanza (educazione finanziaria) fino ai marines di Sigonella invitati a parlare di educazione alimentare. O all’incontro del Liceo Leopardi Majorana di Pordenone, mercoledì prossimo, con l’Aeronautica militare “per conoscere i contesti in cui opera”. “Tutti incontri finalizzati al reclutamento e senza contraddittorio”, ha ironizzato Leoni riferendosi alle circolari di Valditara che hanno imposto alle scuole “il pluralismo” negli eventi. La trasformazione delle scuole in caserme non preoccupa solo gli studenti. “Il continuo invio di ispettori negli istituti, il nuovo codice disciplinare per i docenti, le sospensioni dei professori dissidenti a mezzo stampa, c’è un clima di controllo e autoritarismo”, conclude Leoni. Due settimane fa dal Mim è stata diffusa una nota per richiamare i presidi “al rispetto e alla corretta esposizione del Tricolore negli edifici scolastici”. “Dobbiamo rispettare la bandiera per rispettare il nostro popolo”, ha scritto Valditara chiedendo alle scuole di trattare la bandiera come “una priorità educativa”. Migranti. Anm: il Patto europeo su migrazione e asilo a rischio crac di Giansandro Merli Il Manifesto, 20 gennaio 2026 Con la fine dei fondi del Pnrr la giustizia rischia un ritorno al passato. L’associazione nazionale dei magistrati chiede un’audizione alla Commissione Ue: il governo è inadempiente. La situazione peggiore nelle sezioni specializzate in immigrazione. Nella sua strategia anti-migranti il governo Meloni ha scommesso tutto sul Patto Ue migrazione e asilo, in vigore dal prossimo giugno. Dovrebbe aumentare il controllo sui richiedenti protezione, semplificare le deportazioni, sbloccare i centri in Albania. Oltre alla sua dubbia compatibilità con le norme sovraordinate che tutelano i diritti fondamentali, tutta da verificare, il Patto rischia di creare problemi anche rispetto all’ingolfamento del comparto giudiziario che si occupa di asilo. L’allarme è contenuto in una relazione dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Il documento è alla base di una richiesta di audizione inoltrata alla Commissione europea perché, dopo i buoni risultati ottenuti su riduzione dei procedimenti arretrati e durata dei processi, il sistema è a rischio collasso. L’accelerazione era stata ottenuta grazie ai fondi del Pnrr, che in materia di giustizia fissava questo obiettivo per aumentare la fiducia degli investitori. Con i soldi Ue è stato creato l’Ufficio per il processo che ha visto l’assunzione di 10mila funzionari per sostenere i giudici nelle attività preparatorie dei procedimenti. Così, si legge nella relazione, la giustizia italiana ha scalato le classifiche sul tasso di smaltimento dei processi civili e commerciali e ridotto del 25% la durata di quelli penali. Al 31 ottobre 2025, però, i funzionari dell’Upp erano scesi di oltre mille unità. E la tendenza è in aumento vista la situazione di precarietà. Tra sei mesi i fondi Ue finiranno e di stanziamenti nazionali per stabilizzazioni o nuove assunzioni non si ha notizia. Per l’Anm i tribunali potrebbero presto trovarsi “in una situazione deteriore rispetto all’inizio del Pnrr” e “dissipare i risultati raggiunti dal progetto”. L’allarme più forte suona per le sezioni specializzate in immigrazione. Anche queste hanno incrementato le loro capacità grazie all’Upp, ma negli ultimi tre anni sono state investite da un carico di lavoro senza precedenti. Nel 2024 le cause sono aumentate del 65% (+25mila) e ancora del 21% nel primo semestre 2025 (+6mila). Da un lato pesa il fiume di richieste di cittadinanza avanzate da discendenti sudamericani di avi italiani (che la recente riforma dovrebbe arginare). Dall’altro la crescita delle cause legate alla protezione internazionale. E qui non conta tanto l’altalenante andamento degli sbarchi, quanto le novità in sede di Commissioni territoriali, quelle che per prime esaminano la domanda di protezione. Il governo ci ha investito, così hanno potuto prendere 85mila decisioni nel 2024 contro le 25mila dell’anno precedente. Nello stesso biennio hanno fatto crollare i tassi di accoglimento dell’asilo al 19% dal 41%. Le norme non sono cambiate, ma evidentemente è cambiato l’indirizzo politico di organi che dipendono dal Viminale. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i cittadini migranti, che si vedono negato l’asilo e per far valere i propri diritti devono rivolgersi ai tribunali con una valanga di ricorsi. Su questa dinamica pesano anche le tempistiche delle procedure accelerate di frontiera: sette giorni per l’esame della commissione e 28 fino alla sospensiva del giudice. Se i termini non sono rispettati parte l’impugnazione che richiede varie scartoffie ma poi viene accolta automaticamente. Una sentenza delle Sezioni unite del 2024 stabilisce che se lo Stato tarda si deve tornare alla procedura ordinaria (che offre maggiori garanzie al richiedente). Cosa accadrà con il Patto Ue? Gli iter accelerati potranno durare fino a 180 giorni, ma il governo Meloni si è impegnato a realizzarne 8mila l’anno, il 26% del totale Ue. Cresceranno rapidamente ed è certo che complicheranno la vita a migliaia di persone. Come andranno gestiti dai giudici, invece, resta un mistero: l’Anm denuncia che il governo non ha ancora comunicato nulla. Rom e sinti, settemila minori nelle baraccopoli: l’infanzia negata nei campi di Tania Careddu La Repubblica, 20 gennaio 2026 Rom e sinti, settemila minori nelle baraccopoli: l’infanzia negata nei campi. Dice l’Associazione 21 luglio: “Serve un piano straordinario del Governo per il superamento definitivo degli insediamenti in cinque anni”. Quello in via Carrafiello, a Giugliano in Campania, è il più grande campo rom d’Italia: con 545 persone, di cui la metà minori, è anche “il peggior luogo dove far nascere un bambino”. Parola del presidente dell’Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla, che da decenni è impegnata in progetti strutturati per il superamento degli insediamenti che ospitano le comunità rom e sinti. La soluzione trovata negli anni 80. L’ultimo è stato istituito nel 2018, ad Afragola, e da sette anni è in corso il processo di chiusura dei ghetti abitativi monoetnici che, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, sono sorti in Italia come soluzione adottata dalla metà delle amministrazioni regionali per gestire l’arrivo di comunità in fuga dai paesi dell’Est Europa. Non è un posto per bambini. Dei 260 campi contati nel 2010, annus horribilis, oggi ne rimangono 98, di cui 18 verso la chiusura. Sono circa dodicimila gli abitanti rimasti nelle baraccopoli italiane, di cui settemila minorenni, Non è un posto per minori, il campo rom, in cui, spiega Stasolla, “si ferma al 20 per cento la percentuale di quelli che riescono ad arrivare alla terza media ed è altissimo il tasso delle possibilità di contrarre le ‘sindromi della povertà’, dal diabete alle dermatiti fino alle malattie cardiovascolari”. Si muore di più in età precoce negli insediamenti destinati ai nomadi. L’ultimo caso risale a una settimana fa, nel campo di Sandrigo in Veneto, dove il cuore di Ambra ha smesso di battere qualche giorno prima del suo quarto mese di vita. “Malgrado gli sforzi di accompagnamento allo studio messi in campo dalle amministrazioni locali, finché si vive nei campi rom non si può avere successo scolastico: il campo rom è un buco nero, ogni processo educativo è destinato al fallimento se il minore vive in una baracca”, racconta Carlo Stasolla. Verso il superamento. Uno spazio mentale, oltre che fisico, dal quale i giovani sono i primi a voler uscire. “Le nuove generazioni sono motivate a superare il perimetro dei campi, influenzate anche dai contenuti social e dai modelli positivi generati dai processi di superamento degli insediamenti”, aggiunge il presidente dell’associazione. Non solo. “Sono sempre più numerose le amministrazioni comunali favorevoli al superamento dei campi attrezzati: Roma, per esempio, prevede di eliminare tutti i cinque campi rimasti nel giro di tre anni”, dice Stasolla che, il 3 febbraio prossimo, sarà in Senato per un convegno sul tema. “Finora lasciato in mano alla volontà e alle forze delle amministrazioni locali, per superare definitivamente i campi rom è necessario un piano straordinario del Governo con il quale prevediamo di risolvere la questione entro cinque anni”, afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio. Terra di nessuno: tra degrado e criminalità. Tra gli ottanta villaggi formali difficili da chiudere, insistono quelli della Città metropolitana di Napoli: quattordici baraccopoli e tremila persone, oltre la metà bambini, tra scarsa igiene, precarietà di servizi e diritti infantili negati. “In quell’area, oltre che con le condizioni di estremo disagio, si devono fare i conti con la presenza della camorra che rema contro il superamento, per due motivi: le baraccopoli sono luoghi per reclutare forze da destinare alla microcriminalità e spazi dove scaricare rifiuti illeciti”, chiude Carlo Stasolla.