Carcere, il bilancio nero del 2025 di Ilaria Dioguardi retisolidali.it, 1 gennaio 2026 Con il garante delle persone private della libertà personale del Lazio Stefano Anastasia e il presidente dell’associazione Conosci, Sandro Libianchi, una fotografia del sistema penitenziario italiano nell’anno che volge al termine e delle priorità da affrontare per il 2026. Il garante: “Si chiude un anno di morte e disperazione”. I tassi effettivi di affollamento degli istituti di pena hanno raggiunto il 139% nell’intero Paese e il 149% nel Lazio. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - Dap e riferiti a fine novembre, i detenuti in tutta Italia erano 63.868 mentre nel Lazio 6.702. “Considerando una capienza effettiva pari a 46mila posti in Italia e 4.485 nel Lazio, i tassi effettivi di affollamento hanno raggiunto il 139% nell’intero Paese e il 149% in regione”, dice Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà personale del Lazio. “Rispetto all’inizio del 2025 la popolazione detenuta è cresciuta di circa duemila unità in tutto il Paese, un più 3,1%. In regione, invece, i numeri di fine novembre sono sostanzialmente simili a quelli di inizio anno, ma bisogna considerare che nel mese di ottobre si è reso necessario trasferire fuori regione un numero consistente di detenuti sfollati dal carcere di Regina Coeli dopo il crollo di una parte del tetto della seconda rotonda”. Il Lazio risulta tra i territori con i più alti tassi di affollamento accanto ad altre cinque regioni (Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia-Giulia Puglia e Basilicata) nelle quali si registrano indici superiori al 150%. “Parallelamente e in combinazione agli incrementi della popolazione detenuta va registrato anche l’aumento delle persone sottoposte a misure penali alternative al carcere che, a metà del mese di novembre, ha superato la soglia delle 100milaunità attestandosi al 100.699 in tutta Italia: circa 7mila in più da inizio anno. Nel Lazio le persone che si trovano in queste condizioni sono 7.535; a fine dicembre dello scorso anno erano 6.325. Incrementi - del 7,7% nel Paese e ben del 19% in regione - che risultano piuttosto anomali alla luce dei dati del Ministero dell’Interno, elaborati dal Censis e presentati a inizio dicembre nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese, dai quali emerge che nel primo semestre del 2025 si è registrata una diminuzione complessiva del 5% dei reati denunciati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un anno di morte e disperazione - Le notizie di questo periodo sono tragiche. “A metà dicembre è morto un detenuto al Policlinico di Tor Vergata, che è stato ricoverato prima all’Umberto I e poi in riabilitazione per un’aggressione subita in carcere alcuni mesi fa. E ancora, si è suicidato un uomo a Viterbo ed è morta una donna a Rebibbia femminile”. La causa di questo decesso sembrerebbe essere un’overdose. Dopo quest’intervista, un altro suicidio di un detenuto a Lecce ha fatto aumentare il numero dei suicidi del 2025 a 80 (dati del dossier Morire di carcere di Ristretti orizzonti. “Si sta chiudendo ancora un anno di morte e disperazione, nelle carceri italiane e nelle carceri del Lazio, che hanno un tasso di affollamento superiore alla media nazionale, dove le condizioni di disagio si avvertono più forte che altrove”, continua Anastasia. “In questa situazione, non solo non c’è un’iniziativa adeguata da parte del Governo, ma l’amministrazione penitenziaria sembra tutta chiusa in se stessa a porre norme che rendono più difficile il lavoro degli operatori, dei volontari e anche la vita dei detenuti. In questo momento, con questo sovraffollamento, bisognerebbe sospendere la circolare Renoldi che prevede che i detenuti, nei momenti di socialità, non possano stare fuori dalla cella”, continua Anastasia. “Le stanze di socialità oramai vengono utilizzate, spesso, per ospitare detenuti che non hanno letti, non c’è più posto. Almeno si dovrebbe consentire ai detenuti che stanno in 6-8 in una cella di uscire e stare in corridoio. Il ministero di Giustizia è stato sanzionato quasi 6mila volte, da parte dei magistrati di sorveglianza solo per le istanze accolte di risarcimento per le condizioni disumane”. “Sono stato di recente nelle carceri di Cassino e Latina, quest’ultimo è l’istituto di pena laziale che ha il più alto tasso di affollamento”. Sono 146 i detenuti presenti al 13 dicembre 2025, a fronte di 77 posti disponibili (dati del ministero della Giustizia). “È un piccolo carcere in cui ci sono tante persone che vengono arrestate quotidianamente, c’è un’attività abbastanza intensa da parte delle forze dell’ordine e il risultato è che le camere detentive sono tutte in violazione delle norme stabilite dalla Cassazione della Corte europea dei diritti umani. A Latina ho trovato detenuti che stanno sulla terza branda dei letti a castello”, continua il garante. “Un detenuto che aveva esperienza professionale in materia, ha detto che per salire sulla terza branda, secondo le norme sulla sicurezza sul lavoro, dovrebbe usare il caschetto, bisognerebbe essere attrezzati. È una situazione ingovernabile. A Cassino mi è stato detto che, essendo in sei in ogni stanza e in violazione dei limiti di presenza stabiliti dalla Cassazione della Corte europea dei diritti umani, nelle quattro ore pomeridiane di socialità, in cui dovrebbero poter stare fuori dalle stanze, l’unica possibilità che hanno è quella di andare in un’altra camera detentiva. Ma, essendo anche lì in sei, posso farlo solo con uno scambio di camera. La socialità è diventata un ballo della quadriglia, per poter uscire dalla propria camera per alcune ore al giorno”. La priorità del 2026 da cercare di risolvere? “Sicuramente ridurre i numeri. Abbiamo oggi gli stessi detenuti che avevamo quando siamo stati condannati, nel 2013, dalla Corte europea dei diritti umani, la differenza è che allora la popolazione detenuta era già in diminuzione, invece ora è in crescita. La situazione non può che peggiorare”. Aumento degli eventi traumatici da caduta - “Nonostante una situazione immutata per commissione di reati e incarcerazioni, ormai da diversi anni il numero delle persone in carcere, tra gli adulti e tra i minori, ha sempre più una tendenza ad aumentare, mentre il numero dei posti disponibili diminuisce”, dice Sandro Libianchi, presidente dell’associazione CONOSCI, il Coordinamento nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane. Libianchi ha lavorato più di 30 anni a Rebibbia, come dirigente medico. “La mia è stata in tutti questi anni una sfida e io di fronte alle sfide mi ci butto a capofitto”. Conosci tutela i sistemi di assistenza della salute negli ambienti di riduzione delle libertà personali, per le persone detenute, per gli operatori, per la Polizia penitenziaria, per gli operatori della sanità e per gli amministrativi. Nelle carceri italiane, sono 63.868 le presenze, ma sono 51.275 i posti disponibili, senza tenere in conto i circa 4.500 posti inagibili costanti nel tempo (dati del ministero della Giustizia, al 30 novembre 2025). “Siamo ritornati alla situazione di parecchi anni fa, si utilizza il terzo piano dei letti a castello. E guarda caso, negli istituti di pena sono aumentati gli eventi traumatici da caduta dal letto. Consideriamo che le persone detenute, che hanno il posto letto al terzo piano, possono essere in astinenza, in terapia psichiatrica. Cadendo da lassù, si fanno veramente male”. La carenza di scorte - “Quest’anno non abbiamo visto provvedimenti in questo settore, solo promesse e diminuzione dei posti disponibili là dove le pene brevi potrebbero essere convertite in pene domiciliari. C’è una volontà politica molto specifica di non essere clementi in nessun modo”, continua Libianchi. “L’assetto organizzativo delle Asl e delle regioni fa sì che ci siano aree problematiche, non remunerative, non gradite e il settore penitenziario è una di queste. È uno degli effetti del trend privatistico che c’è nella sanità. E si innescano carenze nella giustizia, molte visite specialistiche saltano per problemi di disponibilità dei nuclei di scorte e traduzioni, che di fatto decidono sulle carenze in un tale giorno, spesso gli agenti devono accompagnare le persone detenute in tribunale anziché in ospedale. Viene chiesto ai medici quali sono le visite irrinunciabili, ovviamente questi rispondono che sono tutte importanti. Il più delle volte gli agenti devono decidere in proprio, la scelta cade spesso sui tribunali”, prosegue. “Tra un’udienza e una visita specialistica, quest’ultima viene messa in second’ordine. Lo stesso accade per i ricoveri programmati in chirurgia, ortopedia, Ginecologia, medicina. Un piantonamento in ospedale, mediamente, impegna circa due persone a turno per tre turni, per 24 ore, sono sei persone per giorno e notte finché la persona è in regime di ricovero. Le sollecitazioni che vengono esercitate sui medici per dimettere le persone sono sempre presenti, come se il tempo delle dimissioni fosse opinabile”. Ritardi nelle visite, negli esami, nelle operazioni - “Quando i ricoveri e le visite specialistiche non vengono effettuati, ci sono situazioni anche gravi. Tutti gli anni circa 90-100 persone muoiono in detenzione. Non si tratta di suicidi, ma di morti per altre cause legate alla salute. Morti in stato di detenzione, quindi il dato che abbiamo di morti in carcere è molto sottostimato: appena varchi la soglia del carcere la morte non è considerata nell’istituto penitenziario, anche se il malore o il tentato suicidio sono avvenuti in carcere”, continua Libianchi. “Ma non ha senso, se si muore immediatamente o dopo tre ore di ricovero è comunque una morte in stato di detenzione. Una delle proposte che stiamo avanzando da tempo è che, sulle cartelle cliniche ospedaliere, venga inserito lo stato giuridico del momento, una casella “detenuto” in cui mettere una crocetta. Se potessimo contare su questo dato, potremmo vedere quanto realmente incide il fenomeno della mortalità nel settore penitenziario, ma anche quanti sono i ricoveri e le diagnosi di ricovero. Andrebbe però modificato tutto il sistema software degli ospedali italiani”, prosegue Libianchi. Un altro problema è la rilevazione dello stato di salute delle persone. “L’unica rilevazione seria, affidabile ed estesa su circa 15mila persone detenute è stata fatta con l’Osservatorio regionale della Sanità della regione Toscana, 10 anni fa. Ancora oggi usiamo quei dati perché furono raccolti in maniera molto precisa. In teoria, le Regioni dovrebbero raccogliere questi dati, ma non lo fa quasi nessuno o lo si fa in modi diversi, con software che non dialogano tra loro. Non c’è invece un software unico, che permetta anche di programmare gli investimenti. Così si procede “alla cieca” con progettazioni e organizzazione locali”. Quelle raccolte di dati che non ci sono - D’estate le carceri sono bollenti, per il caldo asfissiante, d’inverno spesso ci sono problemi per il non funzionamento dei termosifoni. “Registriamo lamentele sporadiche, ma non sappiamo nel complesso qual è la situazione. Anche qui: i dati danno molto fastidio e non si raccolgono in maniera analitica”, continua Libianchi. Un altro problema importante è legato ai progetti: “Registriamo in Italia una certa quantità non trascurabile di progetti portati avanti in carcere e che riguardano aree multiple, come aspetti educativi, formativi, lavorativi, di prevenzione. Il punto chiave è che è più importante fare il progetto che non vedere cosa ha prodotto o l’esito. Nelle carceri italiane c’è poi, un po’ il “vizio” di inaugurare: c’è un istituto di pena italiano il cui settore sanitario è stato inaugurato cinque volte”, dice Libianchi. “Un esito positivo di un progetto è importante perché, sulla base delle osservazioni che si fanno a fine progetto, sarebbe possibile metterlo a regime, continuare ad acquisirlo nella struttura e anche replicarlo, diventerebbe esportabile in altre strutture penitenziarie”. Una delle priorità: un intervento di polizia giudiziaria - Nelle carceri italiane, qual è la priorità assoluta nel 2026, secondo Libianchi? “Sarebbe un intervento sistematico - secondo la legge 354/75 e il regolamento penitenziario - da parte dei dipartimenti di prevenzione delle Asl che intervengano su quella struttura penitenziaria secondo un criterio di “igiene pubblica”. Dovrebbero dare prescrizioni effettive sulle carenze riscontrate: ad esempio che entro 30 giorni bisogna riparare o provvedere, altrimenti si può arrivare a sospendere le attività dell’istituto. Questi provvedimenti sono rarissimi e mi pare che, quando accaddero, non fu chiuso un carcere ma ci furono provvedimenti durissimi che “casualmente” precedettero il mancato rinnovo del contratto dei due medici che avevano preso questo provvedimento”, prosegue Libianchi. “Se i dipartimenti di prevenzione funzionassero veramente, dovrebbero andare a vedere le condizioni igieniche delle persone. Se fosse un albergo, forse lo si chiuderebbe immediatamente. Per le condizioni delle nostre carceri, l’Europa ci fa le multe, il Comitato per la tortura ci sanziona, e noi cosa facciamo in casa nostra?”. Come associazione, seguiamo con interesse gli sforzi messi in atto dal Garante Nazionale delle persone con privazione delle libertà per superare questi ostacoli pur rendendoci conto delle grandi resistenze del “sistema”. A tale proposito abbiamo deciso di mettere a sua disposizione le nostre esperienze e conoscenze”. Infatti, lo scorso novembre è stato firmato un protocollo d’intesa tra il presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Riccardo Turrini Vita, e il presidente di Conosci Sandro Libianchi: hanno sottoscritto un Accordo di programma volto a rafforzare la tutela dei diritti fondamentali e del benessere delle persone private della libertà personale. Carcere: il bilancio del 2025 è drammatico di Andrea Oleandri* lavialibera.it, 1 gennaio 2026 Il piano del governo Meloni è fallito: mancano gli spazi per i detenuti, le condizioni degli istituti sono pessime e morti e suicidi hanno raggiunto numeri senza precedenti. Si chiude il 2025 e guardando al sistema penitenziario quello che quest’ultimo anno lascia in eredità è una situazione drammatica: è cresciuto il numero delle persone detenute e con esse il sovraffollamento; sono diminuiti i posti disponibili, al netto di un piano di edilizia penitenziaria che - come accaduto in passato - non sta producendo alcun effetto; il numero delle persone morte e dei suicidi si è mantenuto al livello drammatico a cui gli ultimi quattro anni ci hanno abituati; ogni ipotesi di riforma è stata respinta al mittente, nonostante l’anno si fosse aperto con l’appello alla clemenza di Papa Francesco, nel Giubileo dei detenuti. Carcere: il piano fallito - “Abbiamo varato un piano straordinario di interventi che ci farà avere, con opere in cantiere già oggi e con il termine dei lavori al 2027, circa 10mila nuovi posti detentivi, con un investimento complessivo di oltre 750 milioni di euro. E stiamo lavorando per aggiungere altri 5mila posti in modo da colmare l’intero divario che c’è fra presenze e posti disponibili”. Così diceva la premier Giorgia Meloni presentando il piano di edilizia penitenziaria voluto dal suo governo. “Abbiamo portato in consiglio dei ministri una serie di provvedimenti volti ad affrontare il problema del sovraffollamento carcerario, la cui soluzione per noi è una priorità”, le faceva eco il ministro della Giustizia Carlo Nordio. I diritti dei detenuti sono stati violati più di 30mila volte in sette anni - Era il 22 luglio quando il governo presentava quello che è stato definito, anche ufficialmente, il “piano carceri”, un pacchetto di misure pensato per affrontare la storica crisi del sistema penitenziario italiano. Un piano che doveva segnare una svolta strutturale: nuovi posti di detenzione, più spazio, meno sovraffollamento, meno tensioni, meno emergenza. Se si guarda alle cifre reali, l’impressione è che quel piano sia rimasto soprattutto sulla carta, mentre nell’esperienza quotidiana di chi vive e lavora in carcere, il sistema continua a restringersi su se stesso. Degli oltre 10mila posti detentivi promessi, già poco meno di 900 erano previsti entro quest’anno. Invece quelli realmente disponibili sono addirittura calati di 700 unità. Da quasi 47mila di inizio anno a poco più di 46mila, con un dato registrato a inizio dicembre, quando ancora non si era verificato l’incendio nel carcere milanese di San Vittore, con 250 posti andati persi, vedremo per quanto tempo. Carcere: trattamenti inumani - Restano inascoltati gli appelli per un atto di clemenza. “È un bel gesto quello di aprire le porte che significa cuori aperti. Questo fa la fratellanza. I cuori chiusi non aiutano a vivere. La grazia di un Giubileo è spalancare, aprire. Soprattutto i cuori alla speranza”, aveva detto il 26 dicembre di un anno fa Papa Francesco, aprendo una delle Porte Sante del Giubileo nel carcere di Rebibbia. In quell’occasione sollecitò - in linea con l’anno Santo - un provvedimento di clemenza che potesse promuovere una giustizia penale aperta alla speranza e al reinserimento sociale. Nel tempo poi si sono succeduti altri appelli e richieste. Dalla società civile, dai parlamentari, dalle persone detenute. Qualche timida apertura l’aveva manifestata il presidente del senato Ignazio La Russa, prontamente bocciata dalla maggioranza di governo. E così, mese dopo mese, il 2025 ha visto aggravarsi le condizioni del sovraffollamento. A fine novembre nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, a fronte delle 61.861 che si registravano alla fine del 2024. Un aumento costante, pari a oltre 180 persone in più ogni mese. Al momento dell’entrata in carica del governo Meloni, le persone in carcere erano 56.225. Questo significa che in tre anni le persone recluse sono cresciute di 7.613 unità, con un tasso di affollamento passato da circa il 120 per cento dell’ottobre 2022 a circa il 139 per cento attuale, con 72 istituti dove il tasso è superiore al 150 per cento. Un ritmo che sta riportando l’Italia ai livelli della condanna della Corte europea dei Diritti dell’uomo per i trattamenti inumani o degradanti generalizzati nelle carceri del paese. Trattamenti che gli stessi tribunali di sorveglianza italiani non possono far altro che riconoscere. Solo nel 2024 i ricorsi accolti, con tanto di risarcimento economico a favore dei detenuti, sono stati circa 5.800. All’epoca della condanna europea la Corte aveva ricevuto circa 4mila ricorsi. Vedremo quali saranno i numeri nel 2025, con Antigone che segnala come nel 42,9 per cento degli istituti visitati nell’ultimo anno sono state trovate celle in cui non erano garantiti i 3 mq di spazio calpestabile per ogni persona. L’anno scorso questo dato si fermava al 32,3 per cento. La crescita della popolazione detenuta, poi, non si può giustificare con l’aumento dei tassi di criminalità nel paese: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8 per cento. A crescere non è dunque la criminalità, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva e del sistema penale come veicolo di propaganda. Carcere: un sistema in affanno - Nell’ultimo anno l’osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione, attivo fin dal 1998, ha visitato circa 120 istituti. Le 71 schede elaborate di altrettanti istituti offrono uno spaccato delle questioni più urgenti che il sistema penitenziario soffre. Ad esempio, il 10 per cento degli istituti non ha il riscaldamento sempre funzionante, mentre nel 45,1 per cento vi sono problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3 per cento) ha le celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Piano carceri di Nordio, operazione ideologica senza strategia - Le carenze strutturali riguardano anche gli spazi di vita e trattamento: nell’8,5 per cento degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6 per cento mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31 per cento non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. E ancora, nel 23 per cento delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. Una situazione aggravata dal sovraffollamento, che ha portato alcune carceri a trasformare spazi di socialità o per attività in celle di pernotto. E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 per cento ha un impiego con datori di lavoro esterni. Il dl Sicurezza “chiude” il carcere, ma i giudici aprono al diritto all’affettività - Frequenta la scuola il 30,4 per cento dei presenti, ma solo il 10,4 per cento è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni. La vita quotidiana, partendo da queste condizioni, aggravate dalla crescita del sovraffollamento, diventa sempre più difficile. Lo dimostra il numero degli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. A proposito dei suicidi, quest’anno sono già 79, il terzo dato più alto di sempre (i due “record” precedenti risalgono al 2024 e al 2022), mentre le morti totali hanno raggiunto quota 238. Anche in questo caso il terzo dato più alto mai registrato, dopo quelli del 2022 e del 2024. Numeri sui quali incide anche la crescente fragilità delle persone che finiscono in carcere, spesso con diagnosi psichiatriche, di dipendenza o doppie diagnosi. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano. Dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. Tuttavia gli psicofarmaci, come dimostrano i dati, in carcere non sono soltanto una necessità terapeutica o di supporto, ma continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale. Un quadro dove a faticare sono anche gli operatori. Pochi, affaticati, spesso senza un reale riconoscimento sociale ed economico. Sempre dai dati elaborati dopo le visite di Antigone, si evidenzia come solo il 77,5 per cento degli istituti ha un direttore con incarico esclusivo; negli altri casi la direzione è condivisa tra più carceri, con evidenti ricadute sulla qualità della gestione. In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili: a Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e addirittura 180 per educatore. Nelle carceri, anche i medici sono abbandonati - Si fa un’enorme fatica a seguire le scadenze interne, a dare tempestive risposte alle persone detenute in attesa di una valutazione per ottenere un’alternativa alla detenzione. È altrettanto faticoso organizzare i servizi di scorta per accompagnare le persone detenute che necessitano di visite specialistiche negli ospedali. La notte pochi agenti, spesso senza supporto medico, sono lasciati a gestire possibili emergenze, con responsabilità che vanno ben oltre quelle che dovrebbero avere. Il carcere italiano è in emergenza e servono riforme, subito. Altrimenti ci ritroveremo alla fine del 2026 a elencare i numeri di un disastro. Non annunciato, ma già in corso. “La stretta securitaria rende le carceri meno sicure, nel 2025 aumentano suicidi e aggressioni” di Maria Neve Iervolino fanpage.it, 1 gennaio 2026 Intervista a Alessio Scandurra, coordinatore nazionale Osservatorio Antigone. Sovraffollamento e sofferenza psichica stanno trasformando le carceri italiane in bombe pronte a implodere. In Italia, alla fine di novembre 2025, erano detenute oltre 63 mila persone, quasi 2 mila in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con punte superiori al 200%. Dati che si riflettono direttamente sul benessere di tutte le persone coinvolte nel sistema carcere: detenuti, operatori, e forze di Polizia. Sono i numeri del bilancio di fine anno dell’associazione Antigone. “Ci troviamo davanti a una situazione grave e pesante che dura da un po’ di tempo, ma nel 2025 il logoramento delle carceri si sta riflettendo anche sulle persone. È il risultato della stretta securitaria del Governo che ha reso le carceri meno sicure per tutti”, lo spiega a Fanpage.it Alessio Scandurra, coordinatore nazionale dell’area adulti dell’Osservatorio Antigone. Nel 2025 si contano 238 decessi in carcere, di cui ben 79 suicidi. Cosa ci dicono questi dati? Il suicidio è sempre un gesto individuale, l’esito di una situazione di sofferenza personale su cui è difficile fare statistiche. Per noi, si tratta della punta di un iceberg molto più grande, basti pensare che gli autolesionismi sono cresciuti tanto - in media 16,7 atti ogni 100 detenuti - così come le aggressioni tra detenuti e anche nei confronti del personale. Sono tutti indicatori di una tensione in aumento. A cosa si deve questo peggioramento? I problemi sul tavolo sono sempre gli stessi ormai da un po’ di tempo, però oggi rispetto a prima cresce il sovraffollamento. Di fatto, la capienza negli istituti è in calo, e questo comporta un iperconsumo delle strutture, con tutti i problemi che ne conseguono: per fare le ristrutturazioni bisognerebbe spostare i detenuti da un’altra parte, ma in una stagione di sovraffollamento questo non è possibile, quindi questa cosa non si fa. La cella, e a volte l’intera sezione, diventa invivibile e alla fine si chiude comunque Da qui la nascita delle tensioni, perché non sono solo gli edifici a logorarsi, ma anche le persone. Stiamo perdendo posti detentivi, mentre il Governo sbandiera numeri fantasmagorici di crescita. Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni con 864 nuovi posti. Nel vostro bilancio però si segnala una perdita effettiva di 700. Chi ha ragione? Il sovraffollamento delle carceri è strutturale, è un dato di fatto. Lo stesso vale per i grandi piani di edilizia penitenziaria: non hanno mai prodotto nulla di utile. L’esperienza ci insegna che lo stanziamento di questi fondi è il modo più semplice di fare promesse. Nella migliore delle ipotesi ne beneficeranno i detenuti del 2035, ma noi abbiamo l’urgenza oggi, nel 2025 e 2026, e non si fa nulla. Anzi, la situazione peggiora a causa della stretta securitaria voluta sempre da questo Governo. Però il problema carceri esiste da tempo in Italia, a prescindere dal colore del Governo... Sì, ma questo Governo ha deciso di interpretare questa situazione come un’emergenza di sicurezza. Quindi, negli ultimi due anni il carcere si è chiuso sempre di più. Ci sono tante nuove regole e nuove circolari, tutte orientate a una maggiore rigidità del sistema. Noi conduciamo regolari ispezioni negli istituti, io stesso li frequento a questo scopo, e osserviamo che da quando è iniziata questa tendenza i numeri degli incidenti di ogni tipo sono aumentati. Il carcere è diventato meno sicuro perché iper-securizzato. L’impressione è che questa strategia stia facendo aumentare le tensioni, e siccome il carcere è un contenitore ermetico dove tutto si deve consumare all’interno, quelle tensioni non possono che esplodere. Le vittime diventano gli altri detenuti e il personale. Questa strategia di chiusura e di irrigidimento sta facendo più danni che altro, e dopo due anni i numeri lo dicono chiaramente: aumentano gli autolesionismi e le aggressioni, quindi evidentemente non è questo il modo di affrontare questa stagione di crisi, e il Governo dovrebbe prenderne atto. Anche per quanto riguarda la giustizia minorile c’è stata una stretta dopo il Decreto Caivano. Cosa è cambiato per i minori detenuti? Si continuano a tagliare i fondi per la giustizia minorile, uno dei settori più in crisi del sistema giustizia italiano. I giovani nelle carceri minorili sono pochi al momento, ma il loro numero sta aumentando, proprio per effetto del Decreto Caivano, e il sistema non era materialmente pronto. In un caso abbiamo trovato un materasso per terra. Quindi stupisce che questa Manovra per il secondo anno di fila tagli i fondi proprio alla giustizia minorile. Destinare risorse alle carceri significa però distoglierle da altri obiettivi... Sì, e dobbiamo farlo per due ragioni. Una di natura etica, e l’altra pragmatica. Parlando in termini pratici, la stragrande maggioranza delle persone detenute prima o poi esce. Ad oggi, il nostro sistema penitenziario registra un tasso di recidiva tra il 60 e il 70%, vuol dire che le persone in carcere ritornano più volte, e questo non è nell’interesse di nessuno. Non è nel loro interesse, e neanche dei cittadini che poi diventano le vittime dei loro reati. In più, tutti paghiamo questo sistema molto costoso. Sarebbe nell’interesse collettivo che il carcere facesse quello che prevede la legge: costruire percorsi di reinserimento. Le risorse però sono immensamente inadeguate sia nel carcere che fuori, perché non esiste un vero sistema con le aziende e le cooperative. Tutto è lasciato alla buona volontà individuale. E qual è il motivo etico? I diritti fondamentali su cui è costruita la nostra convivenza civile, la nostra carta costituzionale, valgono per tutti. I diritti umani non sono un privilegio: o appartengono a tutti, oppure sono un’altra cosa. Si tratta di una questione di principio importante soprattutto oggi, nei paesi democratici. Questa è una battaglia da combattere, non è una realtà da accettare. “Modello Giubileo anche sui detenuti. Per l’indulto un patto Stato-aziende” di Francesco Malfetano Il Messaggero, 1 gennaio 2026 “Per le carceri italiane serve un grande patto nazionale. Bisogna applicare quel “modello Giubileo” invocato da Pier Ferdinando Casini e intervenire subito. Lo ha detto il Papa nel suo appello in occasione della visita a Rebibbia per l’Anno Santo e ce lo dice soprattutto la Costituzione: non si può più aspettare. È il momento del qui e ora”. Parlamentare dem di lungo corso, Walter Verini è oggi senatore, segretario della commissione Giustizia e capogruppo in commissione Antimafia. Quella delle carceri italiane è una situazione che conosce perfettamente (“Ci sono circa 15mila detenuti in più rispetto alla capienza dei nostri istituti, siamo oltre il 32%. A oggi se ne sono suicidati 80, più 7 agenti di polizia penitenziaria”) e che è convinto bisognerebbe affrontare uniti: “Serve coraggio da parte di tutti”. Senatore Verini, l’appello di Papa Francesco per “forme di amnistia” ha riaperto il dibattito sulla possibilità che vi sia un qualche condono della pena per alcuni detenuti. Il ministro Nordio però frena e ieri sul Messaggero Luca Ricolfi ha rilanciato il “dilemma” che lega un’iniziativa che sarebbe “etica” alle sue pratiche conseguenze per la società. Lei cosa propone? “Le carceri non possono essere luogo di abbandono e vendetta. Di fronte ai numeri che conosciamo, l’immobilismo non è più un’opzione, né lo sono gli appelli fine a se stessi. Ora servono iniziative pragmatiche che possano avere un impatto a strettissimo giro. Ed è per questo che credo serva un grande patto nazionale. Propongo al ministro Nordio, a cui sono certo andrebbe il sostegno di tutto il Parlamento, di convocare le associazioni imprenditoriali di tutti i settori - dal turismo, all’edilizia fino all’agricoltura, al commercio o all’artigianato - insieme all’Anci e ai singoli Comuni per strutturare con loro un piano straordinario. Dirgli cioè: voi avete bisogno di manodopera, sviluppiamo un protocollo per cui nei prossimi tre-quattro mesi l’Anci individui un domicilio per chi non ce l’ha e non ha possibilità di accoglienza, e lo Stato fa dei corsi per formare quei detenuti che potrebbero usufruire di una qualche forma di clemenza nei mesi successivi. Che si tratti di un indulto, un mini-indulto o riguardi solo la liberazione anticipata non importa. Ciò che conta è che, mentre il Parlamento in 6 mesi definisce chi potrà beneficiarne, si strutturi un sistema che consenta ai detenuti interessati di andare a lavorare non appena escono dal carcere”. Però per il ministro Nordio un indulto sarebbe un segnale di “impunità”. Per Ricolfi, invece, troppo spesso si sottovaluta che l’amnistia riguarda anche le “future vittime”... “Non sono d’accordo. In particolare perché quello delle future vittime è un tema che si può ridimensionare. Ad essere interessati dal provvedimento di clemenza sarebbero quasi 15mila detenuti scelti solo tra coloro che vanno verso la fine della pena o comunque che hanno commesso reati che non hanno grave allarme sociale. Né omicidi né mafiosi, per capirci”. L’urgenza è evidente e molte forze stanno convergendo sulla necessità di un intervento anche parziale (dal vicepresidente del Csm Fabio Pinelli all’Associazione Antigone), il governo però sta intervenendo con un piano per l’edilizia carceraria per cui ha stanziato 255 milioni di euro. Non basta? “Non credo sia utile fare polemiche ora: ben venga ogni iniziativa ma quelle con un raggio d’azione medio o lungo non bastano più. Noi come Pd abbiamo ripresentato come emendamenti le proposte lanciate nei giorni scorsi da Renato Brunetta per indulto parziale e continueremo a lavorare per tutti gli aspetti critici: dalle strutture fatiscenti, alle iniziative legate all’affettività fino al problema delle madri detenute e tanti altri. Ma ora dobbiamo ragionare in termini di emergenza. Serve un intervento immediato, un patto come quello per il Giubileo. Mi aggancio alla proposta del collega Filippo Sensi, sarebbe bello se a giugno potessimo invitare il Papa in Parlamento per dimostrargli che abbiamo accolto il suo appello. Ma mi lasci precisare una cosa”. Prego... “Non è tanto il pontefice a chiederlo, quanto la Costituzione, all’articolo 27. Quello che spiega come le pene non possano consistere “in trattamenti contrari al senso di umanità” e debbano “tendere alla rieducazione del condannato”. Al ministro Nordio quindi chiedo coraggio. Lei c’era all’apertura della Porta Santa a Rebibbia, lo ha accolto, ora si distacchi dagli estremismi vendicativi del sottosegretario Delmastro”. Lo strumento del carcere e il ruolo nella società di Lucrezia Agliani ultimavoce.it, 1 gennaio 2026 Poche sono le ore trascorse in seguito alla rivolta delle persone detenute nel carcere della Dozza, a Bologna, dove una quarantina di persone hanno trascorso l’intera notte in corridoio, rifiutandosi di rientrare nelle proprie celle. In seguito, un copione di atti, parole e manovre senza fine, che ribadiscano come il carcere e le istituzioni in Italia si siano sempre poste nei confronti dei detenuti. Prima l’incendio appiccato ai materassi, in seguito l’interventi degli agenti della penitenziaria, che però a poco è servito, data la scarsa agibilità delle celle a causa del fumo e la mancanza di posti liberi nelle altre carceri della Regione. La rivolta nel carcere di Dozza sarebbe partita in seguito al rifiuto di un ricovero di uno dei detenuti. L’uomo aveva chiesto di essere portato in ospedale dopo aver ingoiato uno stuzzicadenti. “È preoccupante la frequenza di questi eventi critici nelle carceri, eventi che si caratterizzano per la perdita del controllo degli spazi detentivi da parte della sicurezza”, ha commentato il Garante Regionale dell’Emilia-Romagna per i detenuti Roberto Cavalieri. Il giro di boa: l’anno 2025 - Alla fine dell’anno sono ormai consuetudinarie le considerazioni sulle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, ma la drammaticità dei numeri ad oggi parla da sola ed è difficile pensare che si tratti, ancora, di eventi sporadici, casi isolati, episodi che non hanno un rapporto di causalità. Davanti a una capienza effettiva di 46.124 posti, Antigone ha contato 63.868 persone detenute: in percentuale, il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%. Il 2025 conta 241 decessi, di cui 90 suicidi. Nel 2022, tre anni fa, se ne contavano 84; nel 2023, invece, 69. Il 2024 invece porta con sé il record di suicidi in carcere: 91. Un record, un numero. Ma alla fine, quando si fa la conta del nuovo record raggiunto, non c’è nessun premio, nessuna vincita: c’è solo morte, indifferenza, cancellazione dell’ennesima vita umana dimenticata dallo Stato. Quella stessa indifferenza che scorre tra le dita di chi legge 91 solamente come un numero, senza avere la minima consapevolezza che quelle 91 vite spezzate fanno parte di un paradigma sociale, politico e culturale che riconoscono il carcere come la soluzione reale ed efficace ad ogni problema. Antigone pone il focus anche sulle condizioni di vita - se così vogliamo chiamarla - nelle carceri: nel 10% degli istituti che sono stati visitati, il riscaldamento non era correttamente e costantemente funzionante, mentre nel 45% degli istituti c’erano difficoltà nel garantire l’acqua calda. Il 56,3% delle carceri non ha celle con le docce e in molte strutture non ci sono spazi dedicati alla socialità delle persone detenute, come sale comuni, laboratori, o ambienti dedicati esclusivamente ad attività formative. Nel 23% delle carceri visitate, non ci sono neanche le aree verdi, importanti per i colloqui all’aperto con le famiglie. Perché il carcere è importante per conoscere la società - In Italia, in tutte le grandi e più piccole città, ci sono delle carceri. Nelle grandi città anche più di uno e a volte è possibile trovarli anche al centro, come a Roma. Fanno da sfondo alle passeggiate romantiche, ai paesaggi primaverili, ai festeggiamenti per una vittoria sportiva o, come il giorno in cui scriviamo, ai festeggiamenti dell’anno che verrà. Alle volte, o meglio, il più delle volte, le carceri si trovano nelle periferie delle metropoli, come se l’allontanamento dal centro storico e nevralgico della vita umana aiutasse a cancellare che esistono persone detenute. L’allontanamento fisico è un po’ come se aiutasse a normalizzare l’esistenza del carcere, a cancellare alcune vite, alcuni luoghi, proprio come quello. E questa stessa convinzione porta poi al turbine di rimozione e indifferenza, come se le persone che sono recluse in quel mostro architettonico non meritassero una vita bella. Il carcere dunque è il simbolo di una società che decide di non investire sulle persone detenute: o meglio, investire a stento, garantendo così una cella - anche se non singola - ma non acqua calda. È la materializzazione di una logica dominante, quella che adotta lo Stato, di marginalizzare chi non si inserisce nel contesto economico della società civile odierna: chi non fa profitto, chi non guadagna, chi non è e non fa abbastanza perché non ha i documenti. Il carcere è contenitore di tutto ciò che lo Stato non sa e non vuole gestire, semplicemente perché non è una priorità e perché la vita di chi vive dentro non è meritevole. Si costruisce così un luogo che, anche architettonicamente, mostra la fragilità e l’estrema contraddizione della sicurezza, dove punizione e sorveglianza sono parole d’ordine insieme alla discriminazione razziale. Migrazioni, movimenti sociali, guerra: la stessa faccia della medaglia - Lo strumento del carcere è sempre stato al centro del dibattito della rieducazione. Ri-Educazione, proprio a stabilire il fatto che chi non rientra in quel paradigma si trova davanti a un aut-aut: o cambia, oppure sarà per sempre buttato nell’oblio. Con il Decreto Caivano del settembre 2023, c’è stato un evidente cambio di rotta dell’uso degli strumenti carcerari e, più in generale, del sistema penale italiano. Con questo, le politiche dell’immigrazione e quelle abitative, la gestione delle periferie, lo sfruttamento lavorativo. Nel 2024 invece, si è passati al DDL 1660, anche noto come Decreto Sicurezza, presentato in maniera congiunta dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Difesa e volto ad abbattere e colpevolizzare tutti quei movimenti che, ancora oggi, mantengono vivi i conflitti sociali. I movimenti per il diritto all’abitare, per la giustizia ambientale, quelli contro lo sfruttamento del lavoro, oppure quelli contro le grandi opere. Oltre al danno, anche la beffa: oltre all’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene, anche una logica feroce di criminalizzazione, alimentata dai discorsi dei leader politici e dalle parole taglienti della stampa. La criminalizzazione del dissenso e l’individuazione del nuovo nemico interno ha fatto sì che si coniassero nuovi termini, come l’”ecoterrorista”, usato nei vari talk show per descrivere attivisti dei movimenti climatici. La guerra e il genocidio in corso ha Gaza sta determinando a grandi linee come gli strumenti del carcere vengono messi in atto: è in questa situazione che si ritrova quella stessa sicurezza che viene ogni giorno invocata. Un nuovo target, molte volte straniero, viene individuato: una persona di origine araba, migrante, che frequenta determinati spazi sociali e prende parola sulla Palestina. Un soggetto perfetto da annientare, da ricattare, mettendo in gioco la sua protezione internazionale, i suoi documenti, la permanenza fisica in Italia. È stato il caso di Mohamed Shanin, imam della moschea di Torino, recluso in un CPR in seguito ad una presa di posizione politica. A chi è privato della propria libertà - Non servirà di certo scomodare Voltaire per comprendere le logiche che si nascondono, perfide e insidiose, dietro al carcere. “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione” diceva il filosofo parigino, citato successivamente anche da Fëdor Dostoevskij, in “Memorie da una casa di morti”, che in galera c’è stato per alcuni anni. Non servirà neanche scomodare qualche accademico dell’oggi, se Voltaire ci annoia, quando possiamo leggere le parole, sentire le testimonianze di chi il carcere lo ha vissuto e lo vive ancora sulla propria pelle. È ormai difficile stabilire qual è il momento più complicato dell’anno per le persone detenute: l’estate per il caldo, l’inverno per il freddo, a Natale per la solitudine. E dunque, laddove muoiono le relazioni, l’amore, la bellezza e la curiosità per la vita, laddove c’è deserto e abbrutimento dell’essere, bisogna ricordare che la vita esiste eccome, esiste ancora: per chi è libero e per chi ora non riesce semplicemente a crederci. Pdl “Zuncheddu”, superate le 50mila firme per la legge su risarcimento a vittime giustizia ansa.it, 1 gennaio 2026 Ora la palla passa alla Camera per l’iter della proposta. Sono state superate le 50mila firme che servono per chiedere al Parlamento di discutere la proposta di legge Zuncheddu e altri sul risarcimento vittime di giustizia. Si tratta di una proposta di iniziativa popolare per garantire una provvisionale economica a chi alla fine di un processo è stato assolto e nei casi di ingiusta detenzione e che poi deve attendere anche 10 anni per vedersi riconosciuto il danno in forma economica. La legge, se approvata, prevede un anticipo per permettere a chi, come Zuncheddu, non è in grado di mantenersi, di poter ricevere un anticipo per sostenersi. La raccolta firme era stata promossa dal Partito Radicale e dalla famiglia di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo che ha trascorso 33 anni in carcere per l’accusa di un triplice omicidio nel 1991 e poi è stato assolto nel gennaio 2024 dopo un processo di revisione. Inizialmente le sottoscrizioni erano state raccolte on line sul sito del ministero della Giustizia poi manualmente con banchetti in diverse parti della Sardegna. “Dovrei ringraziarvi uno a uno. Tanta è stata la bellezza e la solidarietà che ho incontrato in questi mesi. Abbiamo riso e pianto insieme. Ho conosciuto persone bellissime - scrive sui social la Garante dei detenuti della Regione Sardegna, Irene Testa annunciando il superamento della soglia prevista - A partire dai tantissimi volontari che hanno raccolto senza mai fermarsi; gli avvocati autenticatori che ci hanno accompagnato passo passo; i tanti Comuni che hanno fatto l’impossibile per certificare le firme, alcuni anche facendo gli straordinari. Naturalmente al Partito Radicale che ha promosso questa proposta di legge di civiltà. Dedichiamo questo risultato a Beniamino e altri affinché la sua vicenda possa rappresentare un monito presente e futuro ad una politica spesso sorda e indifferente. Ora però la battaglia continua, si sposta dalle piazze in Parlamento”. Ora la Camera ha tre mesi di tempo per incardinare la proposta di legge nella commissione competente dove potrebbe essere unificata con altre proposte di legge presentate da singoli parlamentari o partiti. “Non staremo a guardare ma faremo il giusto pressing perché questa legge veda la luce al più presto”, dice all’Ansa Testa. La riforma della magistratura non è un golpe: le mistiche bugie degli oppositori di Francesco Gandolfi Il Riformista, 1 gennaio 2026 La riforma della magistratura non è un golpe, ma un ddl votato ex articolo 138 della Costituzione: chiamarlo “attentato”, o definirlo “sovversione”, è un abuso semantico prima ancora che giuridico. L’idea che il governo non possa proporre riforme costituzionali ignora l’articolo 71 della Costituzione e dimentica che ogni iniziativa passa dal vaglio del Capo dello Stato (art. 87 Cost.): chi attacca l’uno, colpisce l’altro. L’obiezione utilitaristica (“non serve ai cittadini”) riduce un sistema articolato ad un esercizio cronometrico. La giustizia non è solo velocità: è contraddittorio, riservatezza, prova formata nel dibattimento (art. 111 Cost.). Si dice essere riforma “inutile o dannosa”, ma si tratta di un pigro “aut aut”: se il corpo soffre di comorbidità, e il soggetto è morente, l’inerzia è la terapia peggiore. Separazione delle carriere - Si vocifera che la separazione delle carriere salvi potenti: dove esiste, costoro finiscono sotto processo. Da noi, il bilancio è pietoso. Sostenere poi che la separazione “di fatto già c’è” è un sofisma: il Csm “unitario” attuale governa le carriere, gestisce le assunzioni e i trasferimenti, irroga le sanzioni. Ma l’indipendenza strutturale delle funzioni non è affatto garantita, per via della commistione in un unico collegio di Giudici e Pubblici ministeri. Il numero delle assoluzioni non dimostra nulla: è mala statistica scambiare effetto e causa; un gioco di prestidigitazione. Il sorteggio nel Csm non è follia - Quanto alla creazione del supposto “superpoliziotto” in luogo dell’odierno Pm, è necessario considerare il magistrato requirente non un giudice mancato, bensì un professionista legale dotato di elevata specializzazione e differenziazione. Il sorteggio nel Csm non è follia: il diritto italiano usa il “caso” nei giudizi più delicati e solenni; non riguarda i cosiddetti membri laici perché questi non sono politici, bensì professionisti, che il costituente volle ammettere al fine di evitare l’autogoverno corporativo della magistratura. Scegliere la ragionevolezza - L’Alta Corte disciplinare non è un mostro giuridico: è un antidoto al conflitto di interesse. Il referendum non è un’arena per gladiatori superstiziosi e manichei: è un esame di realtà o, se si vuole, un test cognitivo per l’elettorato. Chi vuole capire, diffidi degli incantatori e scelga la ragionevolezza. “Csm demolito, riforma non condivisa. Perché si deve votare no al referendum” di Angelo Picariello Avvenire, 1 gennaio 2026 Il professor Bachelet, figlio di Vittorio, ex presidente di Ac assassinato dalle Br, guida il comitato che chiede di bocciare la riforma del governo. “La cosa che più mi preoccupa di questa riforma è la demolizione del Consiglio superiore della magistratura, dell’equilibrio usato dai nostri Padri costituenti”. Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società civile per il No al referendum costituzionale”, è il figlio di Vittorio Bachelet, ex presidente di Azione Cattolica, assassinato dalle Brigate rosse proprio da vicepresidente del Csm. Ex deputato del Pd, richiamato in servizio quasi “a sua insaputa”, ha accettato volentieri: “Le riforme andrebbero fatte insieme”, dice. E ora - dopo il vertice con i leader delle opposizioni di lunedì - si dice convinto che l’obiettivo delle 500mila firme da raccogliere in poco tempo sarà raggiunto. Perché ha accettato di guidare un Comitato contro la riforma costituzionale del Governo? C’entra, in questa scelta, il cognome impegnativo che porta? Il lancio involontario della mia candidatura (e del mio cognome) alla guida del No alla riforma dell’ordinamento giudiziario l’ha fatto il direttore del Foglio, quando in un editoriale della scorsa estate mi ha erroneamente, in quanto moderato, arruolato fra i fautori del Sì alla separazione delle carriere, insieme a Vassalli, Pisapia e Falcone. Ho mandato una cortese rettifica: non solo non mi ero mai pronunciato a favore della separazione delle carriere, ma l’unica volta che ero stato deputato (2008-2013), mi ero rallegrato che l’analoga proposta di Berlusconi non fosse andata in porto. Proprio perché moderato, le riforme costituzionali governative a colpi di maggioranza non mi sembrano prudenti; mi appartengono semmai le riforme (costituzionali e non) della giustizia sul “giusto processo” e sulla separazione delle funzioni, tutte nate da una condivisione parlamentare fra maggioranza e opposizione e passate con amplissima maggioranza (ultima la legge Cartabia). Così, 20 anni dopo l’arruolamento di Oscar Luigi Scalfaro come tesoriere del suo Comitato del No alla riforma costituzionale di Berlusconi, Fini, Bossi e Casini (vincemmo alla grande), sono stato… richiamato in campo da molti amici e ho accettato, con piena convinzione. Nell’immaginario di tanti, di lei si ricorda ancora la preghiera dei fedeli alla morte di suo padre. Conteneva, oltre allo spiazzante perdono degli assassini, un appello alla concordia per le istituzioni sotto attacco. Invece andiamo incontro all’ennesima battaglia lacerante... Non confondiamo una serena e civile battaglia politica, assolutamente doverosa di fronte a cambiamenti della Costituzione non condivisi in Parlamento e combattuta a colpi di scheda elettorale, con i colpi di mitraglietta che in quegli anni quasi quotidianamente abbattevano poliziotti, carabinieri, sindacalisti, giornalisti, manager e molti magistrati che hanno dato la vita per la democrazia. Come ricordava la prima parte di quella mia preghiera. È con il sangue che negli ultimi 80 anni è stato conquistato e conservato il diritto a discutere e votare in pace e in libertà. Non definirei “lacerazione” la legittima differenza di opinioni, l’esercizio civile della democrazia. Per parte mia intendo anche stavolta contribuire ad una seria e pacifica discussione sul merito e ad un largo coinvolgimento degli elettori in una svolta così importante per il Paese. Che cosa vede di davvero preoccupante in questa riforma? Mi preoccupa, molto, la demolizione del Csm, organo di rilevanza costituzionale che amministra la giurisdizione e garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura penale e civile. Quando studiavo Fisica e mio padre fu eletto suo vicepresidente, mi spiegò bene il mirabile equilibrio e la grande autorevolezza pensata dai Padri costituenti per il Csm. Mi preoccupa, al di là e al di fuori della separazione delle carriere (in buona parte già realizzata dalla legge Cartabia), lo “spezzatino” in tre diversi organi che non hanno più gli stessi poteri, e, ancora peggio, la privazione del diritto di rappresentanza ai magistrati, che trasforma i membri togati Csm nei vincitori di una lotteria. Il fatto che il Governo accompagni questa riforma con continui attacchi alla presunta invadenza della magistratura spiega meglio di ogni altra cosa che essa serve solo a ridurre controlli e contrappesi scomodi: non avrà alcun effetto positivo sui processi e tanto meno sugli errori giudiziari che con il Csm non c’entrano nulla. Contrariamente a quanto annunciato, il Governo non ha ancora indicato la data. Un segnale distensivo? Un segnale di incertezza. Come procede la mobilitazione? Ce la farete a raccogliere le firme? La raccolta di firme digitali con lo Spid è un’iniziativa spontanea di 15 cittadini che ha felicemente sorpreso noi del comitato e anche i partiti del No; tutti l’abbiamo interpretata come un forte segnale di partecipazione e tutti ci siamo mobilitati per assecondarla, con risultati al di là di ogni aspettativa: nella prima settimana, quella di Natale, sono state superate le 150mila firme. A questo ritmo credo che le 500mila saranno presto raggiunte. Piemonte. Minori e giustizia riparativa, rinnovato il Protocollo d’intesa lospiffero.com, 1 gennaio 2026 “Apprendo con soddisfazione che la Giunta regionale ha deciso di continuare a investire sulla giustizia riparativa, nel solco della Riforma Cartabia, che si è proposta di disciplinare i percorsi e l’incontro tra autori di reato, persone offese e società civile”. Lo dichiara il Garante regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza Giovanni Ravalli in merito all’approvazione della delibera che proroga il Protocollo d’intesa tra la Regione, il Garante, il Centro Giustizia minorile, la Procura presso il Tribunale per i minorenni di Torino, il Tribunale per i minorenni di Torino e i Comuni di Torino e di Novara per gli interventi di giustizia riparativa e di comunità volti all’inserimento di minori sottoposti a provvedimenti penali. “La collaborazione interistituzionale rappresentata dai numerosi enti coinvolti nel protocollo - aggiunge - ha portato e continuerà a portare ottimi frutti a favore di molti minori, coinvolgendo vittime e autori di reati in percorsi di riconciliazione e riparazione del danno. Sono convinto che la giustizia riparativa sia un valido percorso, dal momento che aiuta il minore a prendere maggiore consapevolezza delle proprie azioni illegali, della sofferenza provocata alle vittime e alla comunità. A questo proposito, desidero estendere idealmente un’esortazione a tutti i minori della nostra regione sottoposti a provvedimenti penali: ‘Sii consapevole che tu non sei il tuo errore, sei molto di più. Ora è il momento di rialzarti: se vuoi, puoi ricominciare’“. Asti. Tutti i dubbi sul suicidio di Christian in carcere di Daniela Peira lanuovaprovincia.it, 1 gennaio 2026 Michele Miravalle, coordinatore nazionale Osservatorio sulle condizioni detentive, Associazione Antigone mette in fila tutte le domande e i possibili errori nella gestione della crisi dell’elettricista arrestato e incarcerato. Non si placa lo sgomento del suicidio al carcere di Asti di Christian Guercio, 38 anni, avvenuto nella serata di lunedì. Per tanti motivi. Il primo riguarda proprio lui, un uomo molto conosciuto in città, pieno di amici, presente in molte attività cittadine, grande appassionato di musica con una importante competenza da dj, con un lavoro di elettricista che svolgeva con perizia. Tantissimi, in questi giorni, i messaggi di cordoglio alla famiglia travolta da questo lutto. E tutti, pur conoscendo le fragilità di Christian, fanno emergere le qualità che aveva oltre ai suoi problemi di dipendenza. Un detenuto atipico, se così si può definire, finito in carcere per un reato strettamente legato al momento di crisi e di totale assenza di controllo delle sue azioni a seguito di assunzione di sostanze. Christian, raccontano i suoi amici, aveva sì un passato di dipendenza alle spalle, ma aveva saputo ricostruire una vita lavorativa, una rete di amicizie, di interessi, di impegni a favore della collettività. E nessuno si capacita di come una ricaduta abbia potuto portare ad un esito così drammatico. Fra gli interventi di questi giorni, quello di Michele Miravalle in veste di coordinatore nazionale Osservatorio sulle condizioni detentive, Associazione Antigone che sottolinea come quello di Christian sia il primo suicidio avvenuto nel carcere di Asti ma allo stesso tempo chiuda un anno terribile, il 2025, in cui si sono contati, con il suo, 80 detenuti che hanno scelto di porre fine alla loro vita in cella. “È una vicenda molto rappresentativa delle disfunzionalità del sistema e, come Antigone, ci auguriamo che vengano al più presto chiariti i punti oscuri con una inchiesta seria e con i doverosi approfondimenti delle varie amministrazioni coinvolte. Christian, 38 anni, astigiano, con una storia di tossicodipendenza alle spalle, ma con molti amici, una famiglia e una grande passione per la musica, arriva a casa sotto l’effetto di sostanze e dà in escandescenze (in gergo tecnico “grave agitazione psicomotoria”). I genitori chiamano l’ambulanza e intervengono anche polizia e carabinieri effettuando un arresto “difficile”, durante il quale un operatore rimane ferito ad una mano. Christian viene portato quindi in pronto soccorso, ma nel giro di poco tempo, trasferito in carcere”. Tutti i dubbi sulla “catena di decisioni” - “È qui che emergono le prime domande: come stava Christian quando è stato portato in carcere? Le sue condizioni di salute erano compatibili con una detenzione? Sono stati valutati i presupposti per un trattamento sanitario obbligatorio, gli è stato proposto un ricovero volontario o è stata cercata una struttura sanitaria disponibile ad accoglierlo? Christian era conosciuto dal sistema sanitario, seguito dal Ser.D.: i suoi curanti sono stati avvisati e vi è stato un confronto sulla scelta migliore da fare? In quei momenti Christian prima ancora che una persona accusata di un reato era una persona “vulnerabile” che necessitava di cure. Invece finisce in cella, da solo, mentre il mondo fuori è distratto dal Natale. La convalida dell’arresto avviene con udienza da remoto, via webcam, viene disposta la custodia cautelare in carcere e, nel pomeriggio, si impicca con il lenzuolo e muore. Qualcuno in carcere lo incontra? Valuta il suo stato di salute? Si “prende cura” di lui?”. Quel rischio sempre presente e conosciuto - “Tutti gli operatori sanno infatti che le prime ore di detenzione sono le più critiche e il rischio suicidario è più elevato. Ancora una volta, il carcere è stato ritenuto impropriamente un luogo di cura, una “discarica sociale” dove scaricare persone persone in precarie condizioni di salute. Non si cerchino “capri espiatori”, nè facili scuse: la morte di Christian lascia il gusto amaro del fallimento di un sistema che non dovrebbe smettere di chiedersi il perché di una morte evitabile. È, purtroppo, il triste epilogo di un 2025 complicato per le carceri italiane”. Venerdì l’autopsia - Le domande poste da Michele Miravalle sono le stesse che si sono posti, per primi, i genitori e la famiglia. E l’avvocato Lamatina, che sta seguendo la vicenda dal punto di vista giudiziario. Non anticipa ancora nulla di ufficiale, ma fa intendere che la morte di Christian non sarà “archiviata” fino a quando non saranno chiarite le eventuali responsabilità di tutti gli “anelli” d quella catena di persone che hanno preso in custodia l’uomo dall’uscita di casa fino alla sua morte in cella. Intanto è stata decisa l’autopsia sulla sua salma. Si terrà venerdì. Asti. Detenuto si toglie la vita nel carcere, il commento della Camera penale di Manuela Zoccola gazzettadalba.it, 1 gennaio 2026 “Mancano investimenti in educatori e sanitari in grado di garantire l’incolumità psico-fisica degli individui affidati allo Stato”. Christian Guercio, 38 anni, si è tolto la vita nel carcere di Asti la sera del 29 dicembre. L’uomo era un elettricista, grande appassionato di musica, che aveva da anni una dipendenza dalla droga, per cui aveva avuto qualche problema con la giustizia. Proprio per questa dipendenza era finito nel carcere di Asti. Secondo le prime notizie giornalistiche, dopo una crisi fortissima causata dall’assunzione di droghe pesanti, per cui era diventato ingestibile, risultando pericoloso per sé e per gli altri, era stato chiamato il 118 dalla famiglia. Gli operatori sanitari, viste le condizioni dell’uomo, avevano chiesto l’intervento delle Forze dell’ordine. In preda a un fortissimo stato di agitazione, l’uomo si era ribellato a chiunque gli si avvicinasse, finendo per essere arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Profondamente scossa dalla notizia della morte del detenuto, la Camera penale di Asti è intervenuta divulgando un comunicato stampa. “Il Consiglio direttivo prende drammaticamente atto di un nome, Christian Guercio, che diventa un numero, primo in assoluto per la Casa di reclusione astigiana e ottantesimo nella desolante lista delle persone suicide in carcere nel 2025. L’illusoria confortante assenza della realtà astigiana dai tragici annali dei suicidi in carcere da almeno un decennio appariva inesorabilmente destinata a finire”. Il Consiglio direttivo prosegue: “All’indomani della riforma della geografia giudiziaria che nel settembre del 2013 ebbe a realizzare l’accorpamento del Tribunale di Alba a quello di Asti, la correlata trasformazione della Casa circondariale di Alba in Casa di lavoro e della Casa circondariale di Asti in Casa di reclusione (come tale destinata a soli detenuti di media e alta sicurezza, essendovi riservate e collocate in settore isolato pochissime camere di detenzione per i detenuti comuni, in attesa di essere trasferiti in altre strutture detentive) faceva sconsolatamente presagire l’aumento delle criticità che rendono disumana la detenzione, in quanto all’importante sovraffollamento si andava ad aggiungere la contrazione del personale degli educatori, profondi conoscitori delle opportunità per il reinserimento sociale dei detenuti”. “Il primo suicidio avvenuto nel carcere di Asti è ancora l’ennesima cronaca di una morte annunciata da riforme che, pur nel legittimo obiettivo di garantire la sicurezza della collettività, sono esclusivamente volte a detenere persone, giudicate colpevoli o gravemente indiziate di reati, senza alcun investimento in personale, quali educatori e sanitari, adeguato a garantire l’incolumità psico-fisica degli individui affidati allo Stato, ancor più se soggetti fragili, registrandosi il clamoroso fallimento della finalità rieducativa della pena, voluta dalla nostra Costituzione, la quale impone in primis il rispetto della dignità umana”, ha sottolineato il direttivo, concludendo: “La Camera penale ha concluso: “L’unico mesto auspicio che vogliamo propagare è che il primo suicidio avvenuto nel carcere astigiano possa essere l’ultimo del tristissimo elenco nazionale, quantomeno nell’anno che volge al termine”. Bologna. I detenuti passano la notte nei corridoi. Il Garante Cavalieri: “Serve l’indulto” di Adriano Arati Corriere di Bologna, 1 gennaio 2026 Si cercherà di trovare una sistemazione provvisoria. I detenuti verranno smistati tra gli altri reparti della Dozza; impossibile pensare a trasferimenti, al momento non ci sono posti liberi in altri istituti penitenziari. Oltre una quarantina di detenuti del carcere di Bologna ha dormito nei corridoi del reparto dove poche ora prima si era accesa una rivolta. Nel pomeriggio di martedì 30 dicembre nel reparto 2B del penitenziario della Dozza è partita una violenta protesta da parte di decine di detenuti, quasi tutti di origine straniera, generata dal rifiuto del medico di turno di ricoverare in ospedale un prigioniero che aveva ingoiato uno stuzzicadenti. La rivolta e l’incendio - I carcerati coinvolti hanno dato fuoco a materassi e coperte, riempiendo l’area di fumo e delle prime fiamme, e hanno sfondato il cancello di sbarramento della sezione, per poi scontrarsi con le guardie di sicurezza. La direzione ha richiamato in servizio addetti non in servizio e alla Dozza sono arrivati operatori del carcere di Modena oltre a agenti alla Polizia, ai vigili del fuoco e alle ambulanze del 118. Dieci agenti feriti e 6 intossicati - Secondo il vicesegretario regionale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) Francesco Borrelli, una decina di agenti è stata ferita e portata nei vari ospedali cittadini per le cure. E aggiunge Domenico Maldarizzi, segretario nazionale della Uil Pa Polizia Penitenziaria: “Sei agenti sono stati accompagnati all’ospedale per accertamenti, dopo avere inalato il fumo” sprigionato dagli incendi appiccati da alcuni detenuti. Per loro la prognosi è di tre giorni. È stato “grazie all’impegno degli operatori, a loro rischio e pericolo - prosegue Maldarizzi - che è stata gestita la situazione, ma senza interventi risolutivi non andrà sempre così”. Il sindacato informa anche che, in tarda notte, lo stesso detenuto che aveva asserito di stare male, dando origine a quanto è accaduto, “è stato inviato in pronto soccorso, dove è stato accertato che nessun corpo estraneo era stato ingerito. Al termine della visita, è stato trasferito in un altro istituto”. La notte nei corridoi - Nella tarda serata, dopo ore di colluttazioni e poi di trattative, è tornato un minimo di calma, la situazione è ancora lontana dalla normalità e almeno una quarantina di prigionieri in precedenza protagonisti della sommossa ha passato la notte tre il 30 e il 31 dicembre nei corridoi del reparto 2B. Le loro celle, come gran parte del resto degli spazi della sezione del carcere, non erano ancora agibili a causa degli incendi appiccati nel pomeriggio precedente. Ora si cercherà di trovare una sistemazione provvisoria. I detenuti verranno smistati tra gli altri reparti della Dozza; impossibile pensare a trasferimenti, visto che al momento non vi sono posti liberi in altri istituti penitenziari. Il garante dei detenuti: “Serve l’indulto” - La rivolta di Bologna è la seconda di questo fine 2025, ricorda il garante regionale per i detenuti Roberto Cavalieri, che chiede interventi su ampia scala per ridurre il numero dei detenuti, a partire dall’indulto. “Nelle scorse ore c’era stata una rivolta a Siracusa, questo è un altro evento preoccupante che conferma i nostri allarmi per la situazione dei detenuti. È preoccupante la frequenza di questi eventi critici nelle carceri, eventi che si caratterizzano per la perdita del controllo degli spazi detentivi da parte della sicurezza”, fa notare Cavalieri. E conclude: “Difficile trovare un rimedio nella sola applicazione di sanzioni disciplinari, anche con provvedimenti penali. Ormai è sempre più necessaria l’adozione di strumenti più incisivi come l’indulto, per alleggerire la pressione interna nelle carceri”. L’accusa del Sappe - Toni per diversi per il Sappe regionale e nazionale: “Il carcere di Bologna sta diventando ingestibile per l’arroganza e la violenza di detenuti che non hanno più alcun rispetto delle regole, dello Stato e di chi lo rappresenta. Sarebbe opportuno che i detenuti stranieri andassero a scontare la pena nei loro paesi d’origine, almeno coloro la cui nazionalità lo consente”. Cagliari. Avvocati in visita al carcere di Uta: “Dentro 725 detenuti su 561 posti” L’Unione Sarda, 1 gennaio 2026 Una delegazione della Camera Penale di Cagliari, insieme a “Nessuno tocchi Caino”, ha visitato il carcere di Uta per portare un segno di vicinanza concreta alle persone detenute durante le festività. “Un gesto semplice ma necessario, in un momento particolarmente difficile per l’istituto, segnato da gravi condizioni di sovraffollamento e da una carenza strutturale dei servizi offerti, soprattutto in ambito sanitario. Criticità che incidono quotidianamente sulla dignità delle persone ristrette e sul lavoro di chi opera all’interno”, si legge in una nota. La situazione maggiormente critica riguarda la gestione sanitaria dell’istituto, “con particolare riferimento all’assistenza prestata alle persone detenute affette da sofferenza mentale e a quelle che versano in stato di tossicodipendenza. Si tratta di un ambito nel quale le carenze appaiono strutturali e di estrema gravità”. Le criticità, secondo i legali, derivano innanzitutto da una cronica insufficienza di personale sanitario, ulteriormente aggravata dalle condizioni di sovraffollamento della struttura, che attualmente ospita 725 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 561 posti, spiegano i penalisti. “Il divario tra il numero delle presenze e le risorse disponibili rende di fatto impossibile garantire livelli adeguati di cura e di presa in carico, soprattutto per le situazioni più fragili e complesse”. A titolo meramente esemplificativo “la dotazione organica di psichiatri prevista è pari a 4 unità, ma risulta di fatto ridotta a sole 2, delle quali una soltanto operativa a tempo pieno. Nonostante gli sforzi profusi dall’attuale direzione sanitaria, non è stato ad oggi possibile ottenere l’attivazione del Servizio per le Dipendenze all’interno dell’istituto, lasciando senza risposte adeguate un numero significativo di detenuti con problemi di tossicodipendenza”, osservano ancora. La drammaticità della situazione emerge in modo emblematico dal caso di un giovane detenuto che si sta lasciando morire di inedia e che non può essere sottoposto ad alimentazione forzata a causa della mancata convalida del trattamento sanitario obbligatorio (Tso). “A ciò”, si legge ancora, “si aggiunge l’assenza di un’adeguata assistenza psicologica e la mancanza di un’ambulanza stabilmente presente in loco, elementi che contribuiscono a delineare un quadro di grave compromissione del diritto alla salute all’interno della struttura”. C’è poi l’imminente arrivo di 92 detenuti al 41 Bis: trasferimento “che sta suscitando forti polemiche e preoccupazioni nel dibattito politico locale”, concludono, “il carcere resta parte dello Stato di diritto. Anche, e soprattutto, nei momenti di maggiore difficoltà, la tutela dei diritti, della salute e della dignità delle persone detenute non può essere messa in secondo piano”. Sciacca (Ag). Carcere senza medico di notte, il sindacato: “A rischio salute detenuti e sicurezza” agrigentonotizie.it, 1 gennaio 2026 Preoccupazione a Sciacca per la possibile revoca del servizio sanitario serale e notturno all’interno della casa circondariale. A lanciare l’allarme è il Sinappe, Sindacato nazionale autonomo di Polizia penitenziaria, che parla di una misura che, se confermata, rischierebbe di mettere in crisi l’assistenza sanitaria ai detenuti e, allo stesso tempo, incidere sulla sicurezza complessiva del territorio. Secondo quanto riportato dal sindacato, a partire da gennaio 2026 la presenza dei medici sarebbe garantita soltanto nelle ore diurne. Una prospettiva definita “gravissima” dal segretario nazionale Rosario Mario Di Prima, che sottolinea come la struttura carceraria necessiti di un presidio sanitario H24 per la tipologia di utenza e per le emergenze che possono verificarsi all’interno dell’istituto. Il timore è che, in caso di urgenze sanitarie, senza la presenza immediata dei medici ogni intervento possa diventare più complesso e rischioso. Il sindacato richiama inoltre una serie di situazioni gestite negli ultimi mesi, sottolineando come l’assenza del presidio nelle ore notturne potrebbe creare criticità nella gestione di eventi improvvisi, dalle emergenze cardiache alle crisi epilettiche, fino a traumi e ustioni. Viene anche evidenziato come, trattandosi di una struttura penitenziaria, l’accesso dall’esterno del personale sanitario nelle ore notturne non sia semplice e possa rallentare ulteriormente i tempi di intervento. Il Sinappe chiede quindi un intervento immediato al direttore generale dell’Asp di Agrigento e al dirigente del dipartimento Cure primarie affinché venga garantita la continuità del servizio sanitario anche nelle ore notturne. Il sindacato parla di “silenzio preoccupante” da parte degli organismi sanitari e avverte che eventuali conseguenze sulla salute dei detenuti o sulla sicurezza pubblica saranno ritenute responsabilità di chi ha disposto la soppressione del servizio. Mattarella, la cultura repubblicana come antidoto all’odio di Alessandro De Angelis La Stampa, 1 gennaio 2026 Il Presidente non bacchetta e non striglia: ma rappresenta un’idea di democrazia alternativa a quella che ci è propalata quotidianamente dalle classi dominanti. Nel 2015, quando il mondo, diciamo così, era ancora intero, Sergio Mattarella, al suo primo discorso da capo dello Stato, dedicò al Settantesimo anniversario della Repubblica più o meno tre righe alla fine. In questo suo undicesimo discorso, l’Ottantesimo anniversario è invece il cuore del messaggio. In mezzo c’è, appunto, il mondo che è andato a pezzi, questo nuovo evo, medievale e tecnologico che moltiplica le aggressioni fuori e dentro le democrazie. Da un lato le guerre, dall’altro un conflitto politico fondato sulla sopraffazione e sulla cultura dell’odio. Ricordare in questo contesto la Repubblica - le sue radici e l’attualità dei suoi valori di fondo - significa coltivare gli anticorpi a questo andazzo dei tempi. E rinnovare cioè, non solo declamare, le ragioni democrazia nell’era della sua crisi e della politica nell’era nel suo rifiuto. È questo il senso dell’”album” di questi ottant’anni che Mattarella sfoglia con i cittadini dopo un anno terribile e trumpiano che, se possibile, il caos lo ha moltiplicato e l’odio ha istituzionalizzato. È l’album di una democrazia che si compie anche col voto delle donne. È l’album di una conquista di diritti sociali e civili. È l’album di un’identità nazionale che si cementa anche con l’arte, con la ricchezza di pensiero e di cultura e - a qualcuno saranno fischiate le orecchie - col pluralismo dell’informazione. È l’album di una politica capace nel dopoguerra, pur all’interno di un conflitto di visioni radicalmente alternative, di trovare nella Costituzione un terreno comune e di costruire un futuro di benessere. È l’album di un paese diventato grande sul terreno internazionale, di cui fa parte la scelta europea. È l’album di un paese diventato grande perseguendo, con le riforme e con i diritti, innanzitutto dei lavoratori, quel sistema inclusivo di welfare che della Repubblica è stato l’architrave sociale. È l’album di un paese che, proprio riconoscendosi in valori comuni, è stato in grado di sconfiggere il terrorismo, come ebbe a dire un altro gran presidente (Sandro Pertini) con la democrazia e senza leggi speciali. Va bene, Mattarella non bacchetta, non striglia, non fa moniti rivolti a questo o quel partito. Però, diciamocelo, questo grande futuro che abbiamo alle spalle rappresenta un’idea di democrazia alternativa a quella che ci è propalata quotidianamente dalle classi dominanti. Lo è sull’odio, perché il conflitto con l’altro su grandi opzioni è il cuore della democrazia, l’odio, dell’altro e della democrazia, ne è la negazione. Lo è sul modo stesso con cui ci si rapporta al popolo, perché l’idea di emancipazione popolare è l’opposto della regressione proposta da chi parla alle curve, mentre le tribune si svuotano. Lo è sulla consapevolezza che un paese, patria, o nazione comunque la si voglia chiamare è un plebiscito che si rinnova tutti i giorni, non quello di una parte sull’altra. Lo è perché l’orgoglio nazionale che unisce, di cui è permeato tutto il discorso, è l’opposto del nazionalismo che divide. Lo è sulla stessa cultura di governo e sulle riforme. Va molto di moda oggi declamare più che fare, come se fossimo in un anno zero della storia, ma nessuno, negli ultimi tempi, ha messo in campo progetti riformatori paragonabili al piano casa o allo statuto dei lavoratori o al servizio sanitario nazionale. Ecco, forse coltivare questa storia di successo è anche, per chi ha la responsabilità di guidare, un esercizio di misura rispetto a una farlocca grandeur propagandata e un principio di realtà sui problemi veri e sulle immani sfide che abbiamo di fronte. La democrazia fragile e la forza dei giornali di Massimiliano Panarari La Stampa, 1 gennaio 2026 Cosa resterà di quella “Galassia Gutenberg” - come l’aveva chiamata McLuhan - che ha animato la storia della modernità? Di quella “civiltà alfabetica” che ha rappresentato la documentazione scritta dell’intreccio indissolubile, con tutte le sue varie declinazioni ed evoluzioni, di Illuminismo, ceti borghesi, economia di mercato e, appunto, giornalismo? Nonché quel costituzionalismo liberale da cui è scaturita la nozione moderna del regime democratico e rappresentativo, quello che John Locke denominava “governo dell’opinione”. La categoria di opinione pubblica proviene, per direttissima, da questa traiettoria politica e intellettuale; ed è bene rammentarlo nell’odierna età delle piattaforme, dove è stata sostituita, sotto vari profili, dall’emozione pubblica, mentre dilaga l’”opinionismo” e l’editoria vive una grave crisi del suo business model tradizionale insieme a una difficoltà profonda nel rilanciare il proprio ruolo, che rimane nondimeno imprescindibile per la sopravvivenza di una società democratica. E che va rideclinato, modificandone le forme ma ribadendone la sostanza, dal momento che la funzione (anche) pedagogica che la stampa ha svolto dalle sue origini sino a gran parte del Novecento fatica enormemente a trovare un posto all’interno del sistema mediale ibrido della fase avanzata - e avariata... - della postmodernità in cui ci ritroviamo sprofondati. Dove i social network propongono senza sosta racconti “alternativi”, giustificando “la qualunque” sul terreno delle convinzioni e dei giudizi, e alimentando così la polarizzazione e la radicalizzazione. Le dinamiche comunicative della piattaformizzazione e la competizione sul terreno dell’economia dell’attenzione hanno spostato la verità - intesa quale corrispondenza (o, quanto meno, congruenza) tra il dato di realtà e le narrazioni condivise e come “separazione dei fatti dalle opinioni” - fuori dal centro del discorso pubblico. E hanno finito per rimpiazzarle, da un lato, con la visibilità a tutti i costi e, dall’altro, con l’”affidabilità relazionale” (dietro a cui si annida non di rado la polarizzazione affettiva) quale suprema autorità argomentativa. Col risultato che la post-sfera pubblica risulta intrisa di sfiducia, retoriche antisistema, relativismo assoluto, sovraccarico informativo, tossicità, hate speech, inseguimento ossessivo e parossistico dell’intrattenimento - e, in tal modo, anche le parole perdono sempre più di significato e riconoscimento comune. E, dunque, in quale direzione può provare a guardare il “giornalismo istituzionale”, stretto (e soffocato) fra influencer e celebrities? Ieri, su queste colonne, Gianni Oliva ha giustamente scritto che la stampa custodisce una preziosa “identità morale”. E, aggiungiamo, un principio ordinativo della marea di informazioni che ci arrivano ogni istante, ovvero la facoltà di dare delle priorità, di approfondire, di porsi come guida, secondo una modalità che dovrebbe apparire sotto la forma dei suggerimenti del consigliere (e dell’amico) autorevole e di esperienza, dal momento che nell’epoca della disintermediazione imperante la competenza viene continuamente rimessa in discussione in tutti gli ambiti. Nello scenario della “post-affidabilità” (come l’ha definita il sociologo Giovanni Boccia Artieri), la credibilità entra in una dimensione di negoziazione permanente. E passa, quindi, per una rinnovata capacità di raccontare il mondo, accogliendo una pluralità di punti di vista che si fondino sui fatti e, al contempo, siano disponibili al dialogo tra i diversi - ed è quello che, giustappunto, avviene giorno dopo giorno sulle pagine delle testate serie. Facendo alfabetizzazione mediale e portando i lettori a sviluppare in “autonomia assistita” le loro conoscenze per navigare nell’universo comunicativo senza naufragare o farsi ingannare dalle finte “isole del tesoro”. Con buona pace di Trump, dei sultani del silicio e delle armate neopopuliste, un giornale - corpo intermedio fin nel midollo - costituisce una trasposizione esatta dei meccanismi di funzionamento della democrazia, attualmente sempre più fragile perché occupata da gruppi in contrapposizione frontale. E, pertanto, l’informazione documentata e scrupolosa è una forma di ecologia democratica della comunicazione, e un farmaco per le nostre società diventate troppo frammentate e conflittuali. Il mondo nelle mani di piccoli Cesari che smantellano il diritto internazionale di Antonella Rampino Il Dubbio, 1 gennaio 2026 Gli esperti dicono che siamo all’era di Tucidide, nel distico che recitava “i forti fanno tutto ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono”, frase del resto pure ben trasposta in musica dagli Abba (“The winner takes it all, the loser standing small”). Fuor d’ironia, in questo secolo la novella ideologia della forza (quella frase di Tucidide è una rilettura ad opera di Nietzsche) può al massimo fotografare l’esistente: con buona pace dell’ottimismo positivista che pervade chi intravede per il 2026 il sorgere - finalmente - di un nuovo ordine mondiale, non se ne vede alcun accenno. La storia notoriamente non si ripete, tutt’al più ricorre, nemmeno sempre in forma di farsa. E tantomeno si ferma, come predisse, sbagliando, Francis Fukuyama. Quel che è squadernato davanti a noi è il labirinto globale in cui siamo immersi. Il mondo non è nuovo allo sconvolgimento delle relazioni internazionali. Ma in tutte le precedenti violente crisi di questo tipo nell’era moderna -Prima Guerra mondiale, Seconda Guerra mondiale, caduta del Muro di Berlino- si era reagito avanzando ogni volta, strutturando organismi che favorissero il ritorno del buon governo mondiale, dalla nascita delle organizzazioni multilaterali, ivi compresa la Nato che è alleanza difensiva, fino agli istituti giuridici a difesa dei diritti umani e del diritto internazionale. Persino le guerre, pur travestite da “peace making” e “peace enforcing”, dai Balcani fino alla Libia, e perfino per l’Iraq, sono avvenute previa autorizzazione del consesso delle Nazioni. Oggi, il mondo è notoriamente in balia di leader cesaristi che misurano la propria azione politica in termini di affermazione di un proprio (presunto) iperpotere. Il mondo sembra pilotato da una striminzita internazionale di nuovi nazionalisti che, come nel caso di Trump, Putin, Netanyhau (e sono solo i principali esempi), costituiscono il principale potere revisionista proprio di quel consolidato ordinamento Occidentale. Per questo, morto e sepolto ormai il vecchio mondo, non è possibile percepire i segni del sorgere del nuovo. E soprattutto per questo è riapparso nel nostro paesaggio il vecchio fantasma della guerra. Guerra che, in Ucraina come in Palestina, non accenna a fermarsi, mentre da mesi i leader dei nuovi nazionalismi affettano trattative di pace, disquisendo di cessate il fuoco e cessione di territori nel tempo che rimane tra un party, una partita a golf, e un trionfale “statement”, “Siamo a un passo dalla pace!”. In questa situazione, determinante sarà l’andamento dell’economia. Perché da essa dipendono le sorti del modello democratico liberale, e di conseguenza il possibile riaffermarsi di un ordine mondiale, sia pure in una nuova geometria. Il primo nesso è con le guerre. Storicamente, la guerra genera inflazione: accade dall’era delle guerre successive alla Rivoluzione francese, e che passarono poi con la denominazione di “napoleoniche”, con l’Inghilterra costretta nel 1797 a sospendere la convertibilità della sterlina in oro. Accadde in America con l’inflazione da guerra civile. E accadde soprattutto con le due Guerre Mondiali: tra il 1914 e il 1920 in Italia i prezzi aumentarono di 6 volte, spianando la strada al fascismo, così come l’iperinflazione di Weimar -i prezzi di alcuni beni aumentavano fino a 100 volte al giorno- aprì le porte al nazismo. Donald Trump, per tornare all’oggi, non ha battuto l’inflazione. Anzi: tende non solo a sottovalutarla, ma ad alimentarla -e non si sa neppure quanto consapevolmente- cercando di ottenere dalla banca centrale americana, la Federal Reserve, ulteriori abbassamenti dei tassi di interesse (e per ottenerli, a breve giro sostituirá il presidente di quell’organismo). Nelle urne - e le elezioni di mid term sono alle viste - se ne paga sempre pegno: l’alta inflazione è uno degli elementi che è costato a Joe Biden la Casa Bianca. E la politica dei dazi aiuta solo all’apparenza l’economia americana, rischiando di sortire effetti avversi nel medio e lungo periodo. Ma se la leadership di Trump nel partito repubblicano sembra aver già individuata la sostituzione in David J. Vance -l’attuale vicepresidente sostenuto dalle Big Tech e dal suo mentore Peter Thiel, uno dei teorici della fine della democrazia in favore di leadership non politiche ma industriali- qualcosa può far saltar tutto : lo scoppio della bolla che sostiene fortemente in borsa i titoli delle aziende big tech legate allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, e che traina attualmente al rialzo tutti i corsi borsistici, facendo preconizzare ad alcuni economisti (per l’Italia il bocconiano Guido Tabellini) una (moderata) crescita futura per l’economia americana. I rischi legati all’AI, di qui a medio termine, non riguardano però solo il possibile scoppio della bolla -la cui portata sarebbe comunque tale da generare una crisi economica globale- ma anche gli effetti sull’economia reale, in termini anzitutto di occupazione. Quel che sarà dell’economia americana non è facile da intravedere, anche considerando che i fondamentali di partenza non sono positivi. È notorio poi che le guerre, nella visione che ne aveva John Maynard Keynes, sono un motore dell’economia, perché portano (tendenzialmente) alla piena occupazione (oggi, con l’uso di droni e altre tecnologie, non è più così), poiché lo sforzo bellico costringeva il governo ad investimenti su larga scala (un po’ come succede oggi nella UE con l’Ucraina). Meccanismi di spesa pubblica che possono poi essere orientati alle spese civili. Ma il solo Paese che trasse beneficio economico da una guerra, la Seconda mondiale, furono gli Stati Uniti di Roosevelt, che ne ebbero l’effetto di una forte crescita, e proprio perché avevano problemi di alta disoccupazione. Oggi, quel che si chiama comunemente “keynesisimo militare” non ha più molto fondamento: nessun Paese sviluppato vuol mandare, e per ragioni di pubblica opinione, i “boots on ground”, come si chiama in gergo l’invio di militari sui teatri di guerra. Ma sarà determinante per il resto del mondo. Perché in questo squarcio di XXI secolo il disordine mondiale è agitato da una superpotenza che non è più tale, e non si rassegna ad esserlo. E l’Italia?, si dirà. I destini dell’Italia dipendono dall’Europa, che l’attuale governo tra l’altro teme moltissimo, al punto da sacrificare una possibile crescita sull’altare delle procedure d’infrazione. Per il resto, Roma non è più nemmeno in politica internazionale una potenza di medio calibro. L’Europa potrebbe invece sedersi a un tavolo, quando si tratterà di ridisegnare l’ordine mondiale e promuovere crescita e benessere dei suoi cittadini, come recitano i Trattati. Se solo avesse leadership adeguate.