Senza via di uscita! di Cesare Burdese* Ristretti Orizzonti, 19 gennaio 2026 Il sistema carcerario italiano, attraverso la sua architettura e organizzazione spaziale, con l’aggiunta del sovraffollamento e la mancanza di luoghi di transizione verso l’esterno, rappresenta un ossimoro rispetto al dettato costituzionale. Le sue carceri sono spazi disumanizzanti che sospendono il futuro delle persone detenute, aggravano il conflitto sociale, non favoriscono la riabilitazione ma riproducono esclusione, immobilità e marginalità, negando la dignità della persona. La Casa Circondariale Nicandro Izzo, già Mammagialla, a Viterbo non fa differenza e finisce per funzionare sostanzialmente per quello che in effetti un carcere inesorabilmente è: soprattutto un deposito di rifiuto sociale, pur richiamandosi ai principi del diritto. Essa è al tempo stesso lo specchio, non eccezionale ma emblematico, di una generalizzata condizione carceraria priva di vie d’uscita, non solo perché non possiede efficaci alternative gestionali, ma anche perché è limitata da un fare progettuale povero di strumenti culturali e carente di mandato. Il carcere viterbese nasce nella stagione delle carceri di massima sicurezza degli anni di piombo e incarna un duplice fallimento, architettonico e costituzionale. Architettonico perché tradisce la missione fondamentale dell’Architettura: creare spazi capaci di rispondere ai bisogni dell’essere umano, costituzionale perché tradisce la promessa dell’impegno etico-giuridico verso la persona. Quando l’Architettura entra nel carcere viene piegata alla logica repressiva e smette di essere Architettura. Il rischio è quello di ridurla a strumento di mera cosmesi, anche se il rispetto umano che precede quello giuridico, impone l’immediato ripristino di condizioni di decenza e dignità negli istituti di detenzione. Il modello architettonico di edificio carcerario che nel nostro paese continua ad essere riprodotto sembra apparire come conseguenza di una generalizzata insipienza. Il vero nodo non è la mancanza di soluzioni, bensì la diffusa assenza di una decisione politica capace di mettere realmente in discussione la funzione stessa del carcere e, di conseguenza, quella del suo edificio. La detenzione persiste non perché funzioni, ma perché rassicura: separa dentro e fuori e trasforma i problemi della società in colpa individuale. Il carcere sopravvive al proprio fallimento perché la sua utilità, dai più, non viene messa in discussione. Da tempo l’idea di sicurezza si è imposta su quella di giustizia e oggi prevale quella che il carcere sia una soluzione inevitabile, se possibile da estendere, escludendo ogni altra possibile e ragionevole alternativa. Ne è un esempio il “Piano carcerari” in corso che, puntando esclusivamente a creare nuovi posti detentivi senza proporre soluzioni architettoniche innovative, lo certifica, dimostrando come la progettazione penitenziaria resti ancorata a un approccio quantitativo e custodialistico, incapace di affrontare in modo articolato le esigenze spaziali della pena contemporanea, ancorchè quelle esistenziali della persona. Mettere in discussione la necessità del carcere è impopolare e faticoso ma può trasformare ciò che appare inevitabile in una scelta… e farci sentire la responsabilità che ne deriva Migliorare il carcere, invece di interrogarsi sul senso stesso della giustizia, non fa che consolidare il sistema penitenziario attuale, destinato a sopravvivere nonostante i suoi fallimenti. Il predominio di una riflessione critica insufficiente ne permette la perpetuazione, riproducendo le stesse logiche di esclusione che dovrebbe superare, senza offrire alcuna reale via d’uscita. In conclusione, la visita all’edificio carcerario di Viterbo - così come quella di altre carceri - non fa che amplificare l’amara sensazione di tradimento politico e istituzionale, rafforzando la convinzione che solo un impegno visionario possa riscattarne le sorti. Senza di esso, questi luoghi resteranno condannati alla rassegnazione, senza alcuna via d’uscita. *Architetto. Su di un treno in viaggio da Viterbo a Torino, dopo la visita ispettiva alla Casa Circondariale di Viterbo, con una delegazione di Nessuno Tocchi Caino, della Camera Penale di Viterbo e dell’A.I.G.A. il 16 gennaio 2026 Sicurezza, Meloni pensa al decreto la Lega: stretta sui giovani stranieri di Alessandra Ziniti La Repubblica, 19 gennaio 2026 La premier: “Al mio rientro da Seul vertice di governo”. E valuta l’accelerazione delle norme. Il Carroccio rilancia sulla repressione: tra le misure del partito di Salvini l’espulsione dei minori non accompagnati, vietata dalla Ue. Deciderà domani Giorgia Meloni. Alla premier, che dall’Asia ha già convocato una riunione urgente con tutti i ministri interessati dalle misure, spetterà l’ultima parola su quando e soprattutto come arrivare all’approvazione del pacchetto-sicurezza già mandato a Palazzo Chigi dal Viminale una settimana fa: un decreto-legge con 25 articoli e un più articolato disegno di legge con altre quaranta norme tra cui quelle che nel centrodestra molti (la Lega su tutti) ritengono le più urgenti, quelle per prevenire la violenza giovanile “Non so se sarà pronto per il prossimo Consiglio dei ministri - ha detto Meloni ieri a Seul - ma sicuramente intendiamo lavorarci. Ho detto in conferenza stampa di inizio anno che la sicurezza sarebbe stata uno dei miei focus di questo anno. Già prima di Natale avevo concordato con Piantedosi di lavorare a un nuovo provvedimento, ampio, con alcune priorità come la stretta sulle baby gang”. La scelta di Giorgia Meloni - Nel frattempo, però, la terribile morte del diciottenne accoltellato a scuola a La Spezia da un coetaneo ha rialzato la tensione. E dunque domani, al suo rientro dal viaggio in Asia, Giorgia Meloni dovrà decidere se portare già nel pomeriggio l’intero pacchetto in consiglio dei ministri, se affinare le misure e magari integrarle con qualche proposta dell’ultima ora sulla violenza a scuola, o se invece recepire le istanze di chi chiede che almeno le norme che riguardano il possesso di coltelli confluiscano nel decreto-legge immediatamente esecutivo a differenza del disegno di legge che deve passare dal Parlamento. In questo caso, è necessaria un’interlocuzione preventiva con il Quirinale sempre molto cauto nell’utilizzo della decretazione d’urgenza. Le nuove proposte della Lega sui minori stranieri - La Lega però insiste. E ieri è tornata a chiedere non solo l’adozione del pacchetto - sicurezza con decretazione d’urgenza, ma anche l’integrazione con norme che incidano sulla criminalità minorile attribuibile a ragazzi stranieri. Tre le misure, in particolare, proposte dal partito di Salvini: l’ulteriore stretta ai ricongiungimenti familiari, l’uscita dal circuito dell’accoglienza per coloro che commettono reati e persino la possibilità di rimpatrio per i minori stranieri non accompagnati, oggi assolutamente vietata in tutta Europa. “Per la Lega sono proposte prioritarie. Non solo la norma anti-coltelli e l’introduzione del reato per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine: nel pacchetto sicurezza vogliamo inserire specifiche novità per i giovani stranieri che violano le leggi. Nello specifico: basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti”. Tasse di soggiorno e multe per finanziare la videosorveglianza - Misure al momento non previste tra i 65 articoli del pacchetto-sicurezza, il divieto sulla vendita e sul porto di coltelli per i minori così come le sanzioni amministrative a loro carico e le multe per i genitori sono nel disegno di legge e dovrebbero dunque passare per via parlamentare. Nel decreto-legge invece è previsto l’utilizzo più ampio delle cosiddette zone rosse (oggi previsto solo in casi eccezionali e urgenti), aree di città da cui allontanare soggetti pregiudicati o ritenuti pericolosi. E sempre nel decreto trova spazio una norma che prevede la possibilità per i Comuni di finanziare l’installazione di sistemi di videosorveglianza con i proventi che arrivano dalla tassa di soggiorno e dalle contravvenzioni stradali. Imminente poi - annuncia il ministro dell’Interno Piantedosi - l’arrivo nelle città a maggior rischio sicurezza di 3500 nuovi poliziotti appena assunti. Ridimensiona invece la sua proposta il ministro della Pubblica istruzione Valditara: “Il metal detector a scuola - precisa - non può essere un utilizzo generalizzato, ma solo dove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione”. Salvini: “Rimpatrio per i minori stranieri non accompagnati che commettono reati” di Simone Canettieri Corriere della Sera, 19 gennaio 2026 La cautela del Viminale e i dubbi giuridici sulla misura. “Questo entra e questo resta fuori”. Ci sarà da prendere una decisione. Compresa quella sui rimpatri più efficaci per i minori stranieri che commettono reati arrivati in Italia senza parenti. E cioè l’ultima richiesta della Lega, che al momento si porta dietro dubbi giuridici e silenzi politici nel resto del centrodestra. La riunione sul nuovo pacchetto Sicurezza, annunciata per domani dalla premier, dovrà stabilire innanzitutto quali norme faranno parte del nuovo decreto e quali invece resteranno nel disegno di legge che sarà discusso dal Parlamento (o saranno proposte in sede di conversione sotto forma di emendamento). Due veicoli opposti come velocità e impatto mediatico. E così già si intravede all’orizzonte lavoro straordinario per Alfredo Mantovano. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è il custode delle norme del governo, soprattutto nel “dialogo” preventivo con gli uffici del Quirinale affinché non ci siano sorprese dal Colle una volta che il testo è stato licenziato dal Consiglio dei ministri. Ci sono infatti da rispettare, come sempre, “i requisiti di casi straordinari di necessità e urgenza” alla base della decretazione. Allo stesso tempo la pressione è tale sull’esecutivo, dopo gli ultimi fatti di cronaca, da spingere Meloni a una risposta immediata sulle armi bianche che finiscono nelle mani dei minori. Così come è probabile che nel decreto entrino anche le multe ai genitori dei minori che commettono reati, le aggravanti per i furti in casa e per gli scippi, ma anche la confisca dei mezzi per gli spacciatori (tutte norme contenute nel ddl). Come si sa, nei giorni scorsi il Viminale ha trasmesso le bozze di due testi agli uffici del governo. In quella del decreto, per esempio, non ci sono provvedimenti che riguardano l’uso dei coltelli per i giovani. Nemmeno le aggravanti e le sanzioni accessorie, ma si parla invece dell’istituzione delle zone rosse, dell’identificazione biometrica a posteriori negli stadi e di posti di polizia distaccati e temporanei. Al contrario da giorni la Lega di Matteo Salvini, con l’attivismo del sottosegretario Nicola Molteni, reclama che gran parte dei 45 articoli depositati dal ministro Piantedosi a Palazzo Chigi, come proposta di ddl, facciano parte di in un unico “super decreto Sicurezza”. La cautela del Viminale nel dividere pani e pesci, decreto e disegno di legge, si fonda sull’esperienza giuridica di Piantedosi, già capo di gabinetto del ministero e responsabile dell’ufficio legislativo. E rimette tutto alla volontà politica della maggioranza. Lanciando anche il guanto del confronto nel campo delle opposizioni che denunciano da mesi “l’allarme sicurezza in Italia”. Tutto si muove intorno alla cronaca, certo. Ma in generale fa fede l’affermazione di Giorgia Meloni di dieci giorni fa in conferenza stampa: “Sulla sicurezza abbiamo lavorato tantissimo, ma i risultati per me sono insufficienti”. Un modo per spronare il Viminale, che infatti ha inviato subito un pacchetto di leggi a Palazzo Chigi. Un pertugio per i sogni di Matteo Salvini. Il vicepremier è tornato a battere sulla sicurezza, arrivando anche a un derby con Piantedosi - che tecnicamente sarebbe espressione del Carroccio - per intestarsi la nuova stretta. Dietro alla corsa leghista su coltelli e baby gang si cela il sogno del leader di via Bellerio: il ritorno al Viminale. Un progetto che Salvini, dopo l’assoluzione in Cassazione nel processo Open Arms, è tornato ad accarezzare, senza avere il timore di confessarlo pubblicamente. Quanti ricordi e soprattutto quanti consensi elettorali, penserà magari il vicepremier che da ministro dell’Interno alle Europee del 2019 arrivò al 34,3%. La possibilità di un cambio in corsa è data come “impossibile” da tutti i livelli istituzionali coinvolti. Nel 2027, in caso di vittoria, si vedrà. Forse. Ostellari: “Toglieremo ai loro genitori i bambini rom che rubano” di Federico Novella La Verità, 19 gennaio 2026 Il sottosegretario leghista: “Introdurremo nel pacchetto sicurezza il rimpatrio assistito per i minori stranieri che delinquono. È una novità che servirà anche ad arginare il fenomeno delle baby gang. E se nei campi rom i bambini vengono mandati a rubare, invece di essere mandati a scuola, va applicato il protocollo che abbiamo adottato come governo contro le mafie: quei figli devono essere tolti ai genitori e messi sotto tutela”. Andrea Ostellari, sottosegretario leghista alla Giustizia, elenca le proposte della Lega, studiate con Nicola Molteni e Matteo Salvini per affrontare il tema sicurezza, che si sta ripresentando con prepotenza dopo gli ultimi fatti di cronaca. “Sulla legittima difesa, bisogna ampliare le tutele per chi si difende in casa propria in continuità con quanto già fatto nella riforma voluta dalla Lega nel 2019: i procedimenti giudiziari non devono nemmeno partire. Non ci deve essere l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per chi si difende o per le forze dell’ordine che ci proteggono”. Critiche dall’opposizione “È incredibile come a sinistra, storicamente, faticano a digerire un principio elementare: la sicurezza è alla base del vivere civile. Difendere i cittadini significa tutelare le periferie e le fasce più deboli. Le nuove regole sulla sicurezza, volute dalla Lega, unite alla riforma della giustizia, miglioreranno la vita di tutti”. A La Spezia un diciannovenne egiziano è stato accoltellato a morte, al torace, da un compagno di scuola di origine marocchina. I docenti difendono la scuola: “Non è il Bronx”, ma le statistiche dicono che c’è stato un aumento significativo dei reati commessi con armi da taglio. Come pensa di correre ai ripari? Ci saranno regole più severe sulle armi da taglio? Un decreto “anti lame”? “Sì, a scuola si portano libri e non coltelli. Quella di avere lame in tasca è una moda preoccupante, che va stroncata. Ci saranno inasprimenti delle pene sia per il porto d’armi che per la vendita ai minori. Per questo stiamo spingendo affinché sia approvata quanto prima. Magari con un decreto urgente”. Bisogna intervenire sulle famiglie e sui genitori? Intravede un problema “educativo” dietro questi episodi? Matteo Salvini ha dichiarato che “oltre alla legge servono prevenzione ed educazione”... “La nuova norma sull’ammonimento fin dai 12 anni, introdotta dalla Lega, è un primo passo. Il questore, con la nuova nostra proposta, potrà convocare i ragazzi accompagnati dai genitori, che potranno essere puniti economicamente, fino alla perdita dei benefici genitoriali, anche per reati meno gravi ma che costituiscono una spia da non sottovalutare per evitare così che si sfoci in condotte ancora più violente”. Dalle baby gang all’”allarme maranza”, c’è un problema sulle nuove generazioni non perfettamente integrate? “Uno dei temi che va affrontato subito è quello dei minori non accompagnati che delinquono. Oggi per loro esiste un’ampia tutela addirittura fino ai 21 anni. Allo stato attuale questi giovani criminali non possono nemmeno essere collocati nei Cpr. Insomma, vengono protetti anche quando non lo meritano”. Quindi? “Introdurremo, nel decreto sicurezza oggi in discussione, il rimpatrio assistito per i minori non accompagnati che commettono reati, e dunque non dimostrano volontà di integrarsi”. Cosa intende? “Se si verifica un crimine, procederemo con il ricollocamento assistito nel loro Paese di origine, soprattutto quando si scopre che in quel Paese una famiglia ce l’hanno eccome. È una novità voluta dalla Lega che tutelerà in primis gli stranieri che in Italia arrivano per bisogno e necessità. Come è giusto che sia”. Da sinistra vi accusano di agire solo sul penale, quando la sicurezza è un problema più complesso. “La repressione non garantisce sicurezza, servono anche politiche sociali”, dice Filiberto Zaratti, capogruppo di Allenza Verdi e Sinistra in Commissione affari costituzionali alla Camera... “Di sicuro l’integrazione non si può raggiungere solo con le parole lanciate dai salotti chic. La sicurezza è un diritto civile, come la salute e l’istruzione. Garantire la sicurezza significa aiutare le periferie e tutelare le fasce più deboli. Ed A Lonate Pozzolo, vicino Varese, un uomo sorprende due rapinatori in casa e ferisce un nomade di 37 anni, che morirà in ospedale. Più di cento rom forzano la porta del pronto soccorso. E adesso si temono ritorsioni nei confronti del padrone di casa, che rischia anche l’apertura di un fascicolo per omicidio. Che idea si è fatto della storia di Jonathan Rivolta? “La difesa in casa propria, per quanto ci riguarda, è sempre legittima. La riforma della legge fatta da noi della Lega nel 2019 ha definito in maniera chiara la cornice della legittima difesa domiciliare. E la situazione è già cambiata rispetto a qualche anno fa”. Cambiata? “Ad esempio, abbiamo eliminato il risarcimento del danno nei confronti del delinquente. E abbiamo fatto in modo che lo Stato la legalità. Non possiamo far finta che in quei territori certe cose non succedano”. A cosa si riferisce? “Nei campi, i bambini vengono addestrati al crimine. Il governo con istituzioni e associazioni ha dato il via al “protocollo Liberi di scegliere”, per tutelare i figli di famiglie mafiose, consentendo anche l’allontanamento dei ragazzi dai contesti in cui regna la criminalità organizzata. Una scelta che funziona, e che va estesa anche con una legge ad hoc”. Qual è la sua idea? “Applicare le regole di questo protocollo a tutti i contesti in cui i bambini vengono sfruttati come ad esempio nei campi nomadi. Se un genitore non manda i bambini a scuola, ma li spedisce a rubare, quei figli vanno messi sotto tutela”. Pensa che la magistratura lo permetterà? “Credo molto nella stragrande maggioranza di magistrati che lavorano in silenzio. Ciò che è mancato a questi magistrati non è l’indipendenza dal potere politico, ma l’autonomia dallo strapotere delle correnti delle toghe”. Sta dicendo che i magistrati sono le prime vittime delle correnti? “Sì, le hanno sempre subite. È un sistema che danneggia non solo i cittadini ma la magistratura stessa. La riforma sottoposta a referendum, da questo punto di vista, può essere una vittoria per tutti”. In realtà vi accusano semplicemente di volere un pm sottomesso al governo... “Non si vuole separare la magistratura”, dice Nicola Gratteri, “ma solo controllarla”. “Per capire che non è vero, basterebbe leggere il testo della riforma. È scritto chiaro che i magistrati rimarranno indipendenti e autonomi da ogni potere, pm e giudici saranno tutelati. Una libertà che oggi non hanno, essendo succubi delle logiche correntizie”. Perché sostiene che la riforma della giustizia servirà anche all’economia e agli investimenti? Non è solo una questione di diritti, ma di crescita del Pil? “Perché una giustizia davvero libera e indipendente da ogni condizionamento è alla base di tutto. Chi crede nel nostro Paese e sta investendo non è incentivato da un sistema giudiziario farraginoso e complicato”. Basta questo? “No, e infatti vogliamo proseguire sulla stessa linea tracciata dal ministro Salvini quando era all’Interno. Nel pacchetto sicurezza introdurremo lo stop alle iscrizioni automatiche nel registro degli indagati. Un principio che deve valere non solo per le forze dell’ordine in servizio, ma anche per i comuni cittadini che si difendono in casa”. In pratica, come pensa di applicare una simile novità? “Prima di indagare chi si difende, il pm dovrà verificare la sussistenza di cause di giustificazione. E se queste cause esistono, il procedimento non deve nemmeno partire con l’iscrizione nel registro degli indagati”. Quindi? “Quindi procediamo su due binari: da un lato la riforma costituzionale, dall’altro la sburocratizzazione: velocizzare i processi, digitalizzarli, dotare i tribunali del personale necessario. Entro il 2026 prevediamo la copertura della pianta organica dei magistrati, con nuove assunzioni di personale, e questo è un risultato straordinario”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato che sulla responsabilità dei magistrati bisogna intervenire con caparbietà. Cito: “Il magistrato inetto e impreparato non va colpito nel portafoglio ma nella carriera, e semmai deve essere destituito”. È d’accordo? “Credo che l’inserimento nella riforma dell’Alta corte disciplinare proceda in questo senso. Stiamo ponendo le basi affinché il magistrato possa essere sanzionato o valorizzato quando è giusto farlo. È corretto prevedere sanzioni concrete, valorizzando, così, davvero il merito dei magistrati”. “Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2026 L’Associazione Nazionale Magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante”, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo”. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati. Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione - con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti - e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca dati”. Eppure, aggiunge il sindacato delle toghe, “la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 - prosegue l’Anm - il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”. Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”. Riduzione di pena per il percorso rieducativo studiocataldi.it, 19 gennaio 2026 Per la Consulta, il condannato ha diritto a sollecitare una decisione del giudice al termine di ogni semestre di pena scontata. È costituzionalmente illegittima, per violazione, tra gli altri, dei principi di ragionevolezza e di finalità rieducativa della pena, una norma del 2024 che ha modificato la disciplina della liberazione anticipata (articolo 69-bis della legge sull’Ordinamento penitenziario). Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 201/2025, con cui ha giudicato fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Napoli. La liberazione anticipata è un beneficio penitenziario che consiste in una detrazione di quarantacinque giorni di pena per ciascun semestre, riconosciuta al condannato che abbia dato prova di partecipare al percorso rieducativo. In tal modo, il detenuto può ottenere l’anticipazione non solo del fine pena, ma anche del momento in cui può accedere ad altri benefici penitenziari che presuppongono l’espiazione di una certa quota di pena. Fino al 2024, il condannato aveva il diritto di chiedere al magistrato di sorveglianza il riconoscimento della detrazione al termine di ogni semestre scontato. La riforma del 2024 ha previsto invece che l’accertamento dei requisiti per la concessione del beneficio rispetto a tutti i semestri già scontati sia effettuata d’ufficio dal magistrato di sorveglianza in prossimità del fine pena, ovvero in occasione della richiesta del condannato di accedere a un beneficio penitenziario. La Corte ha osservato che questo meccanismo ha fatto “venir meno il riscontro periodico sulla qualità del concreto percorso trattamentale individuale, che era stato sin qui assicurato dalla possibilità di una valutazione frazionata dei presupposti della liberazione anticipata, semestre per semestre, sollecitata da una istanza del detenuto. Tale riscontro, se positivo, assicurava immediatamente a quest’ultimo il diritto alla riduzione di pena: una riduzione, invero, di cui avrebbe usufruito soltanto in futuro, ma sulla quale sin da subito poteva fare affidamento” ragionevolmente certo. Il meccanismo di riscontro frazionato circa l’esito positivo delle istanze di liberazione anticipata - ha proseguito la Corte - “costituiva uno stimolo importante, per il condannato, a proseguire sul cammino di cambiamento intrapreso, attraverso la progressiva anticipazione, che in tal modo gli si prospettava, del fine pena e del termine per l’accesso ai benefici”. Allo stesso modo, “l’eventuale diniego della liberazione anticipata con riferimento a un singolo semestre non segnava un irreparabile fallimento del percorso trattamentale, ma costituiva esso stesso stimolo per il condannato a modificare al più presto il proprio comportamento, sì da ottenere la riduzione di pena alla successiva scadenza semestrale. Il tutto nell’ambito di un cammino in cui il condannato dovrebbe idealmente essere aiutato - attraverso un costante dialogo con il magistrato di sorveglianza e il personale dell’amministrazione penitenziaria, nonché con i volontari che quotidianamente dedicano il loro impegno alle carceri italiane - a ritrovare in se stesso le risorse personali indispensabili per realizzare quel processo di cambiamento cui mira, in definitiva, l’articolo 27, terzo comma, della Costituzione.”. La disciplina oggi vigente invece ha invece “cancellato tutti questi riscontri periodici, lasciando il condannato nell’incertezza circa la meritevolezza del percorso nel frattempo compiuto, o viceversa la sua inadeguatezza rispetto alle aspettative dell’ordinamento”. La norma è stata, pertanto, giudicata lesiva del principio della finalità rieducativa della pena, oltre che incoerente rispetto alla stessa funzione della liberazione anticipata, pensata dal legislatore dell’ordinamento penitenziario come strumento atto a favorire quella finalità costituzionale. Misura cautelare valida anche se il Gip solleva il conflitto di competenza di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2026 Lo hanno chiarito le Sezioni unite penali con una decisione per ora nota soltanto in via provvisoria. Non vi è un conflitto negativo di competenza quando il GIP, pur dichiarandosi territorialmente incompetente, rinnovi tempestivamente la misura cautelare e sollevi il conflitto. Lo hanno chiarito le Sezioni unite penali con una decisione per ora nota soltanto in via provvisoria. Il Giudice del Tribunale di Alessandria, pronunciandosi sulla richiesta del Pm di applicazione della custodia cautelare nei confronti di una serie di soggetti imputati per vari reati (in rinnovazione dell’ordinanza del Gip del tribunale di Verbania), ha disposto l’applicazione delle misure cautelari e contestualmente sollevato conflitto negativo di competenza ai sensi degli artt. 28 e seguenti cod. proc. pen.. Il giudice che ha sollevato il conflitto, dunque, ha, preliminarmente, disposto, in rinnovazione, un nuovo titolo cautelare. Secondo la giurisprudenza, infatti, la misura applicata da chi si dichiara incompetente perde efficacia. La Prima Sezione penale, investita della questione, con l’ordinanza n. 33971 del settembre scorso, dopo aver ravvisato orientamenti diversi, ha rimesso al “Massimo consesso” la seguente questione: “Se sussista conflitto negativo di competenza nel caso in cui il giudice per le indagini preliminari, dopo aver ricevuto una richiesta di rinnovazione di misura cautelare a seguito della declaratoria di incompetenza per territorio di altro giudice che l’abbia adottata in via provvisoria ritenendosi incompetente ai sensi dell’art. 27 cod. proc. pen., invece di limitarsi a ricusare la cognizione del procedimento ai sensi dell’art. 28 cod. proc. pen., rinnovi la misura cautelare e contemporaneamente sollevi il conflitto”. Ebbene per le Sezioni unite: “Il conflitto negativo di competenza non sussiste e la misura tempestivamente rinnovata ex art. 27 cod. proc. pen. mantiene la sua efficacia”. Prevale dunque la tesi, già maggioritaria, secondo la quale il giudice che si dichiara incompetente può e deve adottare o rinnovare la misura cautelare in via urgente ex art. 27 c.p.p., con una decisione che non implica l’affermazione di competenza, ma soltanto l’esercizio di un potere eccezionale e provvisorio. Non si realizza dunque alcuno “stallo processuale”, in quanto la misura tutela esigenze cautelari immediate e il procedimento prosegue davanti al giudice competente. Al contrario, la tesi minoritaria sosteneva che se il giudice, dopo essersi dichiarato incompetente, continua a intervenire (rinnovando la misura e sollevando conflitto), si produce una contraddizione logica con conseguente stasi processuale: il giudice “a quo” si spoglia del procedimento; quello “ad quem” non può intervenire finché pende il conflitto. I giudici di legittimità hanno però bocciato una simile ricostruzione privilegiando la continuità della tutela cautelare, senza sacrificare le regole sulla competenza. L’Egitto non è un Paese sicuro: applicata la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE di Francesco Tartini* meltingpot.org, 19 gennaio 2026 Tribunale di Venezia, decreto dell’8 gennaio 2026. Il Tribunale di Venezia - Sezione Specializzata - accerta l’effetto sospensivo automatico del ricorso presentato da un cittadino egiziano all’esito di decisione negativa adottata nei suoi confronti con procedura accelerata, in quanto proveniente a un paese inserito nella lista dei cd paesi di origine sicuri. Uniformandosi alla decisione 01.08.2025 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea - cause riunite nn. C-758/24 e C-759/24, il Tribunale di Venezia conferma che, a legislazione vigente, gli artt. 36, 37 e 46 paragrafo 3 della Direttiva 2013/32 non consentono la designazione di paese sicuro di uno stato terzo che non rispetti le condizioni sostanziali di sicurezza anche solo per determinate categorie di persone. Semplicemente impressionante è l’elenco delle categorie di persone che in Egitto, secondo il Tribunale di Venezia, e all’esito dell’esame di plurime fonti COI, sono invece vittime di persecuzione: attivisti e membri di partiti di opposizione o di movimenti politici contrari al governo; giornalisti; minoranze religiose come Baha’i, Testimoni di Geova e Cristiani Copti; appartenenti alla minoranza LQBTQI e finanche le donne nel loro insieme, in quanto vittime di discriminazione economica e sociale. Il Tribunale denuncia inoltre la pratica sistematica della tortura e di trattamenti inumani e degradanti come metodi di coercizione per ottenere informazioni, o anche solo per reprimere il dissenso politico; la pratica di arresti e detenzioni arbitrari, l’esistenza di tribunali speciali avanti ai quali i diritti difensivi degli indagati non sono garantiti, e poi ancora la sottoposizione dei detenuti ad abusi fisici, il sovraffollamento carcerario, il mancato rispetto di standard igienici minimi nei luoghi di detenzione, il rifiuto di cure mediche e la pratica della tortura sui detenuti. Da ultimo il Tribunale denunci anche la detenzione arbitraria ed il respingimento dei richiedenti asilo, in particolare di quelli di origine sudanese. Concludendo la sua disamina della situazione interna del paese il Tribunale afferma di ritenere che in Egitto siano tutt’ora presenti persecuzioni quali definite dall’art. 9 della Direttiva 2011/95/UE ovvero tortura e altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, secondo i criteri indicati nell’allegato 1 Dir. 2013/32/UE. Si tratta di una decisione che, quantomeno sino all’entrata in vigore del Nuovo patto Europeo sull’Immigrazione e l’Asilo, prevista per giugno 2026, consente di escludere la legittimità dell’applicazione delle procedure accelerate ai cittadini egiziani, e nel contempo conferma tutte le perplessità sui criteri per l’individuazione dei Paesi Sicuri adottati dal Consiglio Europeo lo scorso 8 dicembre, e che ribadiscono la presunzione di sicurezza del paese nordafricano. *Avvocato Alessandria. “Molti dubbi su carcere San Michele per detenuti 41 bis” radiogold.it, 19 gennaio 2026 Federico Fornaro, parlamentare del Partito Democratico, interviene nuovamente sulla trasformazione del carcere di San Michele, destinato ad accogliere detenuti in regime di 41 bis. Fornaro, dopo il silenzio riscontrato in seguito alla sua interrogazione urgente al Ministro della Giustizia per chiedere chiarimenti sul futuro del carcere di Alessandria, ha spiegato come il verbale della seduta del 18 dicembre relativo alla “Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano”, abbia chiarito gli “intendimenti dell’amministrazione penitenziaria sul carcere di San Michele ad Alessandria. “Tutte le voci e gli scenari più negativi vengono purtroppo confermati dalle parole del sottosegretario Del Mastro delle Vedove che in quella occasione ha relazionato sulla riorganizzazione e razionalizzazione e l’individuazione da destinate al regime speciale differenziato dal 41 bis. Attualmente i detenuti in regime di 41 bis nel nostro paese sono 750, distribuiti in 12 istituti di pena, 11 dei quali in promiscuità con detenuti comuni. Per volontà del Governo le carceri dedicate ai 41 bis saranno ridotti a 7, in cinque regioni. In Piemonte da 3 (Alessandria, Cuneo e Novara) a 1 (solo San Michele ad Alessandria)”. “Il silenzio del governo sul progetto - continua Fornaro - è stato motivato con esigenze di segretezza per cui a nessun livello né parlamentare né locale ci si è potuti confrontare nel merito della questione e della scelta compiuta. Il sottosegretario ha poi ricordato che ogni regione interessata dovrà assicurare in ciascun capoluogo di provincia, negli ospedali generali, reparti destinati ai detenuti sottoposti al regime del 41 bis. In sede di Conferenza unificata la regione Sardegna ha sollevato riserve e dubbi su queste decisioni governative, il Piemonte risulta silente. Immaginiamo che la Regione e l’Aso siano stati già adeguatamente informati dal ministero e si staranno prontamente attivando. Attendiamo conferme dagli enti interessati”. Fornaro avanza comunque “molti dubbi e riserve sulla scelta di concentrare in pochi istituti (per Alessandria si tratterebbe se confermati di 150 detenuti in 41 bis, pari al 20% del totale Italia) i rischi connessi a queste presenze e alla possibile infiltrazione dei territori limitrofi al carcere. Se si rivelerà una riorganizzazione sbagliata a pagare il conto sarà la comunità alessandrina e dell’intera provincia con buona pace dei periodici proclami sulla sicurezza da parte del governo Meloni. Operazioni di questa complessità che cancellano la stessa storia di gestione attiva dei detenuti nell’istituto di San Michele poteva e doveva essere gestita in altro modo dal ministero della Giustizia coinvolgendo in primo luogo il Comune di Alessandria, pur riconoscendo esigenze di massima riservatezza. Vigileremo sull’esecuzione di un piano di centralizzazione dei detenuti in regime 41 bis che presenta più di un elemento di criticità e di rischio per la comunità alessandrina. In Sardegna in presenza di problematiche analoghe la Regione si è mossa e anche esponenti della maggioranza di governo hanno sollevato dubbi con richieste di rivedere il piano. Qui da noi silenzio totale”. Trapani. “In carcere mancano 100 agenti e parte della struttura è vecchia” La Sicilia, 19 gennaio 2026 Visita ispettiva di una delegazione del Pd guidata dai deputati nazionale e regionale Giovanna Iacono e Dario Safina, nella casa circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani. “Una visita necessaria - dicono per toccare con mano la realtà dell’istituto”. È di pochi giorni la notizia di un episodio che ha visto un paio di agenti della polizia penitenziaria salvare un detenuto che aveva dapprima dato fuoco a un materasso della cella. I poliziotti sono rimasti intossicati dal fumo. Un episodio che è da collegare alla crisi di organico e agli spazi che mancano. Un intero reparto è chiuso da molto tempo. “Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni - commenta Iacono Ho trovato donne e uomini preparati, cortesi e disponibili, che lavorano ogni giorno con enorme professionalità e abnegazione. Ma non possiamo chiedere loro di fare miracoli”. “L’abnegazione del personale - aggiunge Safina - non può colmare all’infinito i vuoti strutturali e di organico”. Nonostante le recenti, ripetute, rassicurazioni del sottosegretario Delmastro Delle Vedove, la realtà resta complessa. “Dir complessa è poco, è critica - osservano Iacono e Safina che - mancano almeno 100 agenti di polizia penitenziaria e parte della struttura è vecchia. Se mancano gli agenti per la sorveglianza e le strutture sono fatiscenti, la rieducazione si ferma. Il carcere smette di riabilitare e diventa solo un luogo di attesa vuota. Servono assunzioni e investimenti sull’edilizia penitenziaria. Per la dignità di chi lavora e per il futuro di chi deve essere rieducato”. Siena. Nella casa circondariale si può diventare sommelier di Linda Mambelli linkiesta.it, 19 gennaio 2026 I dati dimostrano che la formazione professionale è la via per il reinserimento sociale e lavorativo di chi conclude un periodo di detenzione. Per questo l’Associazione Italiana Sommelier ha reso possibile la realizzazione del nuovo progetto “Vite Libera”. Una formazione specializzata e di alto livello è una dote preziosa per il mercato del lavoro. Vale soprattutto in una fase storica in cui i numeri sull’occupazione non sono del tutto incoraggianti, e ancora di più per le persone che hanno trascorso una parte della propria vita in carcere. Un passaggio non semplice da superare, che lascia tracce oltre che sulla fedina penale anche e soprattutto sulla capacità e possibilità, una volta concluso il periodo di detenzione, di recuperare una quotidianità fatta di casa, lavoro, socialità. Si parla spesso, ma evidentemente non abbastanza, di come le condizioni di detenzione nelle carceri del nostro Paese siano degradanti. Il tasso di affollamento è del 122 per cento secondo l’ultimo dato del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), 138,5 per cento a fine novembre 2025 secondo l’Associazione Antigone, mentre la media europea a fine 2024 era del 94,9 per cento. E secondo i dati del Cnel sei condannati su dieci sono già stati in carcere almeno una volta, ma sempre il Cnel stima che il tasso di recidiva possa calare fino al due per cento per i detenuti che hanno avuto la possibilità di una collocazione professionale. Dunque lavoro e formazione sono un potente strumento di reinserimento sociale e rendono la detenzione ciò che deve essere secondo l’articolo 27 della nostra Costituzione: un periodo di limitazione della libertà personale che non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che deve tendere alla rieducazione del condannato. Di nuovo però i numeri diffusi dal Cnel non sono incoraggianti: 7,2 per cento è la quota (comunque in crescita) di detenuti che nel 2024 ha preso parte a forme di formazione professionale (con “cucina e ristorazione” in testa tra le tipologie di corsi frequentati, 24,3 per cento degli iscritti sul totale) e solo il 34,3 per cento dei detenuti è stato impegnato in attività lavorative. Per questo meritano attenzione e sostegno tutti quei progetti, voluti sia dagli istituiti penitenziari che da associazioni e fondazioni esterne, che si occupano di realizzare possibilità concrete di studio, preparazione e pratica che un domani possano tradursi in un lavoro. Ne abbiamo descritti molti, su queste pagine (InGalera a Bollate, Idee in fuga e Pausa Café ad Alessandria, la Brigata del Pratello nel carcere minorile di Bologna, Giotto a Padova, 300Mila a Lecce), ovviamente tutti focalizzati sul mondo della ristorazione e della gastronomia, ma anche il settore enologico presenta opportunità e iniziative interessanti ed efficaci. Gorgona, come vi abbiamo raccontato in questo approfondimento, ospita ad esempio una colonia penale ma anche le vigne di Frescobaldi, che accolgono i detenuti e si lasciano curare e vendemmiare per produrre vini e possibilità lavorative che matureranno una volta lasciata l’isola toscana. Sempre in Toscana, ma ancora più professionalizzante, è il nuovo progetto “Vite Libera” realizzato dall’Associazione Italiana Sommelier (Ais) Toscana con il supporto di Ais Italia e dalla casa circondariale “Santo Spirito” di Siena, diretta da Graziano Pujia. Per la prima volta, sei detenuti potranno seguire il corso d’alta formazione da sommelier, fino al conseguimento del titolo professionale. Venticinque lezioni intensive, la prima prevista lunedì 19 gennaio, copriranno tutti e tre i livelli della didattica Ais; i partecipanti studieranno materie come viticoltura, enologia e tecniche di servizio, con il supporto di dispense e materiale audiovisivo così come di esercitazioni pratiche, come avviene per i frequentanti esterni, e il 24 giugno sosterranno la prova finale, scritta e orale, il cui superamento garantirà il rilascio del diploma di sommelier Ais. In occasione della presentazione ufficiale del progetto, tenuta il 13 gennaio al Palazzo Berlinghieri di Siena, il delegato Ais Siena Marcello Vagini, che ne è stato ideatore assieme al direttore di Santo Spirito Graziano Pujia, ha espresso grande soddisfazione: “Andremo a offrire un vero percorso educativo; oltre l’aspetto tecnico, subentrano valori come la dignità e la voglia di riscatto che arricchiranno tutta la nostra associazione”. Il presidente nazionale Ais Sandro Camilli ha a sua volta posto l’accento sulla capacità del percorso di stimolare anche il senso di responsabilità delle persone coinvolte e l’attenzione al rispetto e al lavoro di squadra: “Vogliamo rendere il mondo del vino sempre più inclusivo e volto al sociale e questo progetto sarà uno strumento di crescita personale e di consapevolezza”, mentre il presidente di Ais Toscana Cristiano Cini ha evidenziato l’orgoglio di essere la prima regione a organizzare un progetto di questo tipo: “Offrire a un detenuto la possibilità di diventare sommelier non è solo un atto formativo: è un atto di fiducia nella possibilità di rinascita, nel potere educativo del sapere, e nel valore sociale del vino come cultura e mestiere”. Cini ha infine dichiarato la disponibilità di Ais a collaborare con enoteche regionali, consorzi di tutela, fondazioni e sponsor del settore vitivinicolo, enti pubblici e con il ministero della Giustizia per eventuali estensioni di “Vite Libera”, “certi che questo progetto per i detenuti racchiude in sé la speranza di un futuro migliore”. Reggio Calabria. “Il reinserimento necessita di progettualità rivolte a chi sconta la pena fuori dal carcere” di Anna Foti ilreggino.it, 19 gennaio 2026 Marianna Passalacqua, direttrice dell’Ufficio distrettuale di Esecuzione Penale Esterna, si rivolge al Terzo settore e alle associazioni affinché, agli attori che già collaborano nei percorsi di rieducazione stimolando la partecipazione alla costruzione del Bene comune, se ne aggiungano altri. E poi anche l’appello per una sanità psichiatrica che con costanza assista chi, anche tra le persone seguite dall’Udepe, ne abbia bisogno. Fuori dal carcere e dentro la comunità di cui hanno violato il patto di convivenza civile, commettendo un reato e violando la legge. Questa la sfida di coloro che intraprendono il percorso di reinserimento sociale e rieducazione dopo essere stati ammessi alle misure alternative alla detenzione. Nel nostro ordinamento giuridico alla condanna per la commissione di un reato segue la detenzione in carcere, luogo di restrizione della libertà personale, in cui la pena ha una funzione rieducativa. Tuttavia, in costanza di determinati e stringenti requisiti di legge e non per tutti i reati, alla condanna può seguire invece l’esecuzione penale esterna, ossia fuori dal carcere. Ciò accade in caso di accesso alle misure alternative come l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Da qualche anno, in virtù dell’estensione dell’istituto della messa alla prova agli adulti prevista dalla riforma Cartabia, anche l’ammissione ai lavori socialmente utili. In questo caso non sono persone condannate, perchè il processo si sospende, e se il percorso ha esito positivo, si accorda il grande beneficio dell’estinzione del reato. Anche loro rientrano nell’ambito di attenzione dell’Udepe. Può accadere anche che persone finiscano di scontare la pena in esecuzione esterna, quando alla fine della detenzione manchino pochi anni, e sempre in costanza di altri requisiti di legge. L’accesso alle misure alternative per le persone detenute, per esempio, secondo le innumerevoli denunce dell’osservatorio sulle carceri dell’Unione delle camere penali e del suo presidente, l’avvocato reggino Gianpaolo Catanzariti, dovrebbe avvenire con maggiore frequenza, nel rispetto dei diritti delle persone detenute e come importante strumento di decongestione degli istituti penitenziari sovraffollati. Tornando a chi accede alle misure alternative al carcere, sconta il suo debito verso la comunità, di cui ha infranto le regole del patto di convivenza civile, nella comunità medesima. E allora per la piena riuscita del percorso di rieducazione e di reinserimento sociale, proprio quella comunità è chiamata a rivestire un ruolo attivo. Da qui l’appello accorato di Marianna Passalacqua, direttrice dell’Ufficio di esecuzione penale esterna nel distretto di Reggio Calabria. “In questo momento seguiamo circa 1800 persone sul territorio metropolitano. Sussiste una condanna, e con essa prescrizioni e restrizioni nella vita quotidiana, perchè la pena c’è e va scontata anche se fuori dal carcere. La rottura del patto sociale generata dal reato dev’essere risanata. L’ottica non deve essere quella della punizione ma quella della partecipazione, di un contributo concreto alla sua costruzione del bene comune”. L’obiettivo, dunque, è quello di ricomporre quella frattura ma per garantire frutti al percorso di rieducazione fuori dal carcere occorre il contributo collettivo, “occorre una comunità educante, fatta di istituzioni, associazioni, singoli presenti e attenti a questa fascia di popolazione. Condividiamo già questa necessità rieducativa e riparativa -prosegue la direttrice Marianna Passalacqua - con numerose associazioni dove i nostri assistiti svolgono attività di volontariato. Invito le associazioni sensibili e aperte a essere sempre più numerose. Imprescindibile è per le persone che vengono ammesse alle misure alternative entrare in contatto con realtà sane che pongono al centro della propria opera la comunità, capaci di trasmettere anche in maniera osmotica valori diversi rispetto quelli che evidentemente erano propri della persona che in passato ha commesso un reato. Da qui un altro appello, questa volta al Terzo settore, destinatario di fondi attraverso le istituzioni territoriali e i bandi per l’erogazione, in un’ottica europea di sussidiarietà e di compartecipazione del Welfare. Rivolgiamo un appello affinché ci considerino una platea alla quale rivolgersi con le loro progettualità, i loro servizi dedicati alle fragilità e alle persone vulnerabili. Occorre garantire cura e attenzione anche a chi sconta una pena alternativa al carcere nella società. Noi abbiamo bisogno che si sappia della nostra esistenza e che si indirizzino delle progettualità anche alle persone che noi assistiamo”. Ma la ricerca di alleanze e partnership attiene anche e soprattutto all’ambito sanitario. “Devo insistere anche sull’importanza delle istituzioni anche e soprattutto per l’aspetto sanitario, per noi fondamentale. Non parliamo di cittadini serie b. Le persone che assistiamo sono in particolare condizione di svantaggio. La commissione di un reato spesso è anche determinata da fattori di natura sanitaria come tossicodipendenza e problematiche psichiche. Il sistema sanitario deve essere in grado di dare risposte e di farlo in modo costante. Una sanità, soprattutto psichiatrica, con consultori e centri di salute mentale efficienti, è per la nostra attività essenziale per una reintegrazione nel tessuto sociale. Una sanità efficiente è partner per noi irrinunciabile. Il nostro compito è quello di intervenire sulla revisione critica del reato commesso, e per questo dobbiamo avvalerci delle collaborazioni con Terzo settore e associazioni, ma sul fronte sanitario dobbiamo essere assistiti”, ha ribadito Marianna Passalacqua, direttrice dell’Ufficio di esecuzione penale esterna nel distretto di Reggio Calabria. Fermo. Un concerto per la pace. Le poesie dal carcere diventano canzoni di Adolfo Leoni viverefermo.it, 19 gennaio 2026 La Sala di Lettura della Biblioteca Civica Romolo Spezioli di Fermo ieri pomeriggio palpitava per le parole profonde e toccanti, e per le invocazioni alla libertà echeggiate sotto le sue antiche volte. E palpitava anche il cuore dell’enorme pubblico - tanti i giovani - venuto ad ascoltare il concerto-recital Partitura di Stagioni di Serena Abrami e del suo gruppo. E, ancora, palpitavano - ne sono sicuro - anche i libri che se ne stavano composti alle pareti dell’austera Sala. Tra di essi ne mancava uno: Poesie dalla Prigione, fatto di rime scritte da Mavhash Sabet, poetessa prigioniera ad Evin in quell’Iran che, proprio in queste ore, si è infiammato di giovani che chiedono libertà e giustizia, come accadde 45 anni fa in Piazza Tien An Men, a Pechino; come era accaduto nel 1956, a Budapest, in Ungheria. Quel libro mancante iersera è stato però virtualmente presente. Altri libri di poeti palestinesi e afgani, come le liriche di Mahmoud Darwish e della Arzoo Rahemi, non presenti negli scaffali, hanno preso forma, iniziando ad essere sfogliati nelle canzoni e nei recitativi di Serena Abrami (voce e basso elettrico), Enrico Vitali (voce e chitarra elettrica) e Giuseppe Franchellucci (violoncello e live eletronics). È stato come un abbraccio al mondo intero, all’umanità che deve ritrovare se stessa. Una serie di domande sono piombate in sala, potenti: perché la guerra, perché le distruzioni, perché le bombe? “C’era una bambina - ha detto Serena - che abitava tra i Sibillini e il Mare Adriatico. Una bambina che ha chiesto al bidello della sua scuola se le bombe gettate sulla Jugoslavia in decomposizione, potessero arrivare sulla propria casa. Il bidello non ha risposto: ha sorriso...” come se, forse, quelle tragedie potessero accadere solo di là dal mare. Come se le tragedie dell’Iran, dell’Afghanistan, della Palestina, accadessero solo di là dal mare, e non ci riguardassero. E invece no. Partitura di Stagioni ha dato voce a tutte le esistenze minacciate da guerre e oppressioni, intrecciando lingue e linguaggi artistici. Un inno poetico e vocale alla pace. Ora quella bambina non abita più tra i Sibillini e il Mare Adriatico: abita il mondo, dove tutto le è caro. Il concerto-recital, che ha visto in conclusione anche l’intervento dell’assessore alla cultura di Fermo Micol Lanzidei, è stato proposto dalla Fondazione San Giacomo della Marca, nell’ambito del percorso “Costruire la Pace, Seminare la Speranza” iniziato ad ottobre scorso con incontri nelle diverse scuole superiori di Fermo. Tra gli intenti dell’evento - chiamato anche Tende di Natale - c’è stato quello di raccogliere fondi per l’AVSI, una ONG che lavora ed è presente in numerosi scenari di guerra. I promotori hanno sentitamente ringraziato il Comune di Fermo e il personale della Biblioteca (Leonori, Giagni, Sciortino) che si è reso disponibile per questa importante iniziativa. La violenza di Minneapolis e le lame a La Spezia di Andrea Malaguti La Stampa, 19 gennaio 2026 Metto assieme due episodi che sono apparentemente lontani ma che incarnano perfettamente lo Spirito del Tempo: la violenza di Minneapolis, che porta alla morte assurda di Renee Nicole Good, e l’omicidio del diciottenne Abanoub Youssef, detto Abu, accoltellato da un compagno di scuola all’istituto professionale Einaudi-Chiodo di La Spezia. Esiste un filo, per quanto lunghissimo e quasi invisibile, che lega la repressione pubblica ordinata dalla Casa Bianca in Minnesota e la barbarie privata di un criminale di periferia, anche lui, come la vittima, “italiano di seconda generazione”? Viviamo in tempi di paura, di discordia e di violenza. Il principio fondamentale è da uomini delle caverne. Se qualcuno ci dà fastidio va eliminato. L’altro è un peso, un ostacolo, un problema. Dunque, va rimosso. Come se ci fosse stata una svalutazione della vita umana come valore in sé. Abbiamo fatto un passo indietro nel cammino della civiltà. Che differenza c’è tra la mentalità di un manipolo aggressivo di potenti della terra e quella slabbrata, sempre meno marginale e spesso fuori controllo di baby gang che si muovono come in una malriuscita serie di Netflix? Non sono il riflesso della stessa sconfitta collettiva, il punto di arrivo di un processo degenerativo in cui i problemi si risolvono con l’abitudine a sradicare il prossimo? La superficialità stupida che si fa dominio. Non siamo più in grado di gestire i conflitti, a nessun livello. Eppure, proprio la sintesi tra frizioni, diversità e complessità, è la chiave della convivenza e, di fatto, della democrazia, da sempre fondata su un tabù, un limite invalicabile: la democrazia è l’altro. Quando decidi che la democrazia sei tu, hai superato il confine e non importa se abiti a Mar-a-Lago o a La Spezia. Fai parte di una logica distruttiva. Come si reagisce di fronte a questo scollamento letale? Intanto registrandolo. Ed è miserabile, per stare alla tragedia di La Spezia, una politica che si muove solo il giorno dopo, cavalcando l’onda emotiva, pretendendo di accumulare vantaggi sul delitto di un ragazzino. Con la destra che grida eccitata: “cacciate i migranti” e la sinistra che risponde pavlovianamente: “razzisti”. È tutto molto più difficile di così. E sarebbe magnifico se esistessero tavoli comuni di riflessione per un’emergenza di tutti e non i berci da stadio di hooligans da Palazzi romani. Chi guida il Paese da tre anni, ed è perciò obbligato alla responsabilità diretta, dovrebbe avere chiaro che le politiche securitarie - insistite, rivendicate, amplificate, ostentate con stile da piazzisti di elisir della lunga vita - non evitano i sommovimenti sociali, né in Liguria né in Minnesota. E chi sta all’opposizione dovrebbe smettere di avere gli occhi chiusi sull’elefante nella stanza del disagio e della vulnerabilità che precipita nella cattiveria gratuita, portando i suoi effetti malefici non solo nelle strade e nelle piazze, ma persino all’interno di una scuola piena di ragazzi sani e integrati, il luogo della sicurezza per eccellenza. Servono controllo sociale, fermezza, accoglienza e un deciso salto culturale. Vasto programma, certo. Ma, come ha scritto Matteo Lancini su questo giornale, una strada, per quanto stretta, esiste. “Un’attenzione selettiva non permette l’ascolto di emozioni disturbanti come la rabbia, la paura e la tristezza. Non servono multe e repressione, ma adulti autentici capaci di stare in relazione. L’umanità ha bisogno di un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, una nuova democrazia degli affetti”. La democrazia degli affetti, la relazione con l’altro, il contrario del mantra planetario del “è mio”, “sono io”, o, come dicono gli psichiatri anglosassoni, dell”I-ness” contrapposta alla “We-ness”. Cammino estenuante. Da salmoni che nuotano controcorrente, risalendo fiumi e torrenti per ritrovare il luogo in cui sono nati. Prospettiva acrobatica nell’era del padrone Donald Trump, il presidente che, come dice la Cnn, tiene psicologicamente sotto scacco un intero pianeta, costringendoci a pensare ogni cosa solo in funzione della sua maramalda personalità. Suo lo scettro, sua la legge, sua la narrazione dominante, incardinata, in fondo, su uno schema elementare. Banalmente perché l’Uomo, The Donald, è elementare: alzare la tensione, certi che solo con la tensione alle stelle si tengono in pugno le cose, si governano le contraddizioni. Un esecutivo autocratico “del peperoncino” - sostenuto dalla masnada che lo ha invocato nell’assalto al Campidoglio del 6 febbraio 2021 e poi lo ha portato in trionfo allo Studio Ovale - contrapposto alla debole, ma impagabile, democrazia europea “alla camomilla”. Una novità persino per gli Stati Uniti, dove già Theodore Roosevelt teorizzava un soft power dialettico da diffondere impugnando un bastone nodoso. Mai, però, fino ad oggi, peperoncino e bastone nodoso erano stati contemporaneamente parola e azione. Confesso di essere rimasto ipnotizzato per l’intera settimana dalla sconvolgente sequenza di video arrivati da Minneapolis. La vergogna, dell’Ice, un corpo di energumeni chiamati, in ipotesi, a debellare l’immigrazione clandestina, divenuti in pochi giorni dei veri e propri soldati dell’Apocalisse destinati a seminare il terrore. I tre colpi di pistola sparati senza pietà alla testa di Renee Good, uccisa a sangue freddo per follia e capriccio, per delirio di onnipotenza e disumanità, ma anche la disabile sradicata dalla macchina come se fosse Al Capone, o il ventunenne colpito da un proiettile in pieno volto e rimasto per sempre cieco da un occhio. Americani contro americani. Un esercito di lanzichenecchi al servizio del Presidente che opera come una crazy-gang dei sobborghi, però più armata, protetta, persino più cattiva. Nessuno è al sicuro in questa nuova America. I neri, da sempre meno tutelati, gli indiani delle tribù Oglala Sioux e Ojibwe, sotto tiro per il colore della pelle (“non esiste qualcuno più americano di noi”), e ora persino i “Wasp”, i white-anglo-saxon-protestant, le donne e gli uomini bianchi, architrave e punto di riferimento della radicale sensibilità Maga (Make America Great Again). Chi si ribella diventa automaticamente un “terrorista”, il racconto ufficiale del potere è manipolatorio, surreale, spietato, persino caricaturale, eppure accolto da larghe fasce della popolazione, a dimostrazione di quanto l’abbattimento sistematico, quotidiano e inarrestabile, di un’informazione terza e credibile, sia il seme della repressione autoritaria che rischia di scivolare in una dittatura vera e propria, prodromo di una guerra civile. Sin dal primo momento l’abuso della forza diventa minaccia, per poi trasformarsi in regola. Il governo del peperoncino sostituisce quello della camomilla, precipitando tutti noi nella stessa pentola di un mondo in ebollizione. La Seconda guerra mondiale, con i suoi orrori, ci aveva ricondotti sulla via della ragione. Tutto dimenticato. L’intermediazione, la cresciuta culturale, il rispetto dell’altro, sono armamentario per frustrati nostalgici fuori tempo. Dominare è l’unica cosa che conta. E noi non facciamo altro che raccontarcelo ogni istante, a Washington, a Pechino, a Budapest o a Mosca, per precipitare fino a Roma e a La Spezia. Come se fosse un destino ineluttabile, come se fosse “naturale”, per il mondo e per le guerre private di periferia. Invece bisogna avere la forza di ascoltare Bertolt Brecht: “E vi preghiamo: quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: “è naturale”, in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”. Metal detector nelle scuole, ecco il piano di Valditara: “Ma decideranno i presidi” di Federico Capurso La Stampa, 19 gennaio 2026 Il ministro prepara la stretta: “Coinvolgeremo dirigenti scolastici e prefetti”. ll pacchetto sicurezza arriverà in Cdm nei prossimi giorni, Lega in pressing. Oggi il ministro Valditara sarà a La Spezia, in visita al liceo Einaudi-Chiodo dove venerdì scorso un ragazzo di 19 anni, Zouhair Atif, ha accoltellato e ucciso il compagno di scuola Abanoud Youssef, di 18 anni. Incontrerà anche il prefetto per testimoniare la presenza dello Stato e, magari, per iniziare a mettere sul tavolo una prima risposta. “Stiamo ragionando se, su richiesta delle scuole e in accordo con i prefetti, sia il caso di predisporre controlli agli ingressi”, dice il ministro a chi lo ha sentito nelle ultime ore. “Non metal detector generalizzati ovunque, ma solo dove venga fatta espressa richiesta”. Questa misura dal forte sapore americano è già stata adottata, da quasi un anno, in alcune scuole nel territorio di Napoli, dove il problema era emerso in anticipo e con più forza rispetto ad altre città. In diverse zone della città, non solo nelle periferie, sono stati rafforzati i controlli agli ingressi delle scuole, con metal detector, unità cinofile e perquisizioni da parte delle forze dell’ordine, e con buoni risultati. Adesso, però, Valditara vuole renderla una misura applicabile su tutto il territorio nazionale, perché “i coltelli sono sempre più diffusi ovunque, sembra diventata una moda averli, vengono acquistati sempre più spesso online”, ragiona. Ma la richiesta di usare un metal detector all’entrata, dice ai suoi collaboratori, “deve partire dalla scuola e con il sì della prefettura”. Ci tiene a precisare, quindi, che “non ci sarà nessuna imposizione”. La possibilità dei metal detector si realizzerebbe, infatti, “solo nel caso in cui la soluzione venga considerata dalle scuole e in collaborazione con istituti e autorità di sicurezza”. Per il governo non ci si deve però fermare alle misure di prevenzione negli istituti. “Se non facciamo una rivoluzione culturale - dice Valditara -, rischiamo che il coltello non si porti più a scuola, ma comunque si porti altrove”. Per il ministro dell’Istruzione si deve “insistere molto sulla responsabilità, sulla maturità, su una scuola che ti aiuti ad affrontare i problemi”. E su questo tipo di approccio trova la sponda del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che chiede di allargare lo sguardo sul problema: “Ci deve essere qualcosa che vada oltre i sistemi di sicurezza, i sistemi di prevenzione tradizionali, qualche cosa che riguardi anche la cultura, l’educazione di questi ragazzi. E anche un po’ la sollecitazione del senso di responsabilità”, dice al Tg5. “Ci dobbiamo interrogare - prosegue - su come sia possibile che dei ragazzi a scuola regolino i propri conti attraverso l’utilizzo di coltelli portandoseli da casa”. Questa maggiore “responsabilizzazione” dei minori si intravede - sostiene Piantedosi - già nel pacchetto di misure sulla sicurezza che arriveranno in Consiglio dei ministri forse già la prossima settimana, ma sicuramente entro la fine del mese. Oltre a un decreto, dovrebbe esserci anche un disegno di legge che, sul tema, introduce da un lato una decisa stretta sul porto dei coltelli, dall’altro un’aggravante per i reati commessi in gruppo o nei pressi di scuole e giardini pubblici. La Lega spinge, però, per trasformare questo ddl in un decreto, almeno per quel che riguarda la sua parte sui minori, sull’uso dei coltelli e sulla sicurezza intorno alle scuole. Fa sentire il pressing Matteo Salvini, che torna di nuovo sui fatti di venerdì: “Troppa violenza, troppi coltelli anche tra i giovanissimi - scrive sui social -. Nel pacchetto sicurezza abbiamo già previsto una stretta contro le “lame”, ma oltre alla legge servono prevenzione e educazione”. Per il centrosinistra il continuo ricorrere a decreti su questi temi è un segno del fallimento del governo: “Dopo neanche sei mesi dal primo decreto Sicurezza, a Palazzo Chigi arriva un altro pacchetto di oltre 60 provvedimenti - dice la capogruppo alla Camera dei dem, Chiara Braga -. Siamo favorevoli ad agire anche con una certa urgenza lì dove ci sono lacune legislative, visti gli ultimi terribili episodi che coinvolgono giovanissimi, ma accanto alla repressione serve anche la prevenzione”. Interviene anche il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte per ricordare che al governo “stanno fallendo su due temi fondamentali: l’economia e la sicurezza”. Si dice contrario a una semplice stretta anche il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin: “Servono più valori, più educazione. Si deve aiutare questi ragazzi a riflettere, a vivere anche le cose positive, a non lasciarsi trascinare”. Certo, aggiunge, “ci vogliono evidentemente anche delle misure di sicurezza, non lo neghiamo, ma non sono sufficienti”. E alla domanda se si possa dire quindi “più educazione e meno repressione”, risponde: “Se vogliamo usare una formula usiamo questa, sì”. Metal detector a scuola, l’ok dei presidi: “Controlli estremi, non sono belli ma necessari” di Viviana Ponchia La Nazione, 19 gennaio 2026 “Vanno tranquillizzati studenti e genitori”. Intervista a Cristina Costarelli, dirigente e presidente dell’Anp Lazio: “Serve uno strumento che impedisca alle armi di entrare a scuola. Nessuno ha mai potuto perquisire gli studenti, chiedere di aprire uno zaino spetta alla polizia”. Quando anni fa comparvero i primi metal detector nelle scuole delle periferie americane lo abbiamo pensato tutti: da noi mai. In Italia c’è una bolla protettiva, la rigidità educativa previene e rassicura. E poi, dove si trovano le armi? Tuttavia i metal detector sono arrivati a Caivano, Ponticelli, Pollena Trocchia, Materdei. E adesso il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ammette l’emergenza nazionale: metal detector a scuola sì, non in tutte le scuole, sicuramente in quelle a rischio. Cristina Costarelli è preside dell’ITS Galilei di Roma e presidente dell’Anp Lazio. Professoressa, non la disturba la prassi degli aeroporti, dei tribunali e delle carceri applicata ai suoi ragazzi? “Si va per tentativi, nessuno ha la soluzione pronta. Cerchiamo di capire le cause, poi troviamo le risposte. Nel frattempo è doveroso tranquillizzare gli studenti e i loro genitori. A questo servono controlli così estremi”. Un’idea sulle cause di questa violenza lei se l’è fatta? “Sono infinite e tutte centrate sulla fragilità. La violenza è la risposta dell’inconsistenza del mondo interiore. Il ragazzo di La Spezia non ha saputo gestire una frustrazione, ha commesso un crimine e pagherà per questo. Ma ci tengo a precisare che la parola repressione resta fuori dalla scuola, mi pare di capire anche nelle intenzioni del ministro”. Il metal detector non le sembra una resa? “Immagini quanti padri e madri in questo momento sono in stato di allarme. A livello educativo abbiamo due strade e una è il contenimento: dobbiamo trovare, nell’immediato, uno strumento che impedisca alle armi di entrare a scuola. Vorrei però ricordare che nessuno ha mai potuto perquisire gli studenti, toccare o a chiedere di aprire uno zaino spetta alla polizia”. Tamponata l’emergenza con gli infrarossi, dovrebbe aprirsi l’altra strada... “Che stiamo percorrendo da anni. Tutte le scuole si spendono già sul fronte dell’educazione emotiva a partire dalla prima infanzia. Se certi fenomeni sono fuori controllo evidentemente non basta ancora ma non c’è tempo di aspettare che la formazione dia i suoi frutti”. Uno scanner però non sostituisce lo sguardo di chi li conosce, gli studenti. E sa riconoscere i violenti... “Non è semplice cogliere il disagio, intercettare il messaggio di un silenzio improvviso, di un incupimento. Tanti ragazzi entrano a scuola dopo aver respirato un’aggressività che ha radici altrove. Per strada dove si ammazza per un parcheggio, nei giochi on line e nei film inadeguati alla loro età. Tutto questo noi non lo possiamo gestire da soli, ci vuole una responsabilità diffusa. Il metal detector non sarà bello ma è necessario. Dove serve”. Non pensa che dividere le scuole in buone e cattive sia una forma di discriminazione? Le armi girano anche nei quartieri bene, Giulia Cecchettin è stata ammazzata dal coltello di un bravo ragazzo... “Mettere l’etichetta non funziona ma ci sono territori dove certe cose accadano con maggior frequenza. Partire dalle aree più a rischio è una misura di buon senso”. La protesta dei compagni di Aba: “Non entriamo a scuola, dovrebbero vergognarsi” di Giulia Ricci La Stampa, 19 gennaio 2026 I ragazzi: corteo per le strade della città. La dirigente: “Sono giorni di dolore, abbiamo bisogno di voi”. “Non entriamo, dovrebbero vergognarsi”. Sono in centinaia gli studenti davanti all’istituto Einaudi Chiodi a La Spezia, tutti stretti in un abbraccio ad Aba, nel primo giorno di scuola senza di Youssef Abanoud, accoltellato dal compagno di classe Atif Zouhair. Superate le otto, c’è anche un momento di tensione tra alcuni ragazzi, compagni e parenti del giovane assassinato e il personale scolastico: “Queste porte devono rimanere aperte, la scuola è un luogo pubblico”, intimano da dentro. “No, si deve chiudere, vorrei vedere se fosse stato un italiano”, le urla. I ragazzi non intendono entrare, pronti a un corteo per le strade della città, dirigente e insegnanti non si fanno vedere. “L’istituto - si legge in un messaggio inviato ieri a tutti gli studenti dalla preside Gessica Caniparoli - accoglierà tutti gli studenti ed inizierà il percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità scolastica. Saranno giorni di dolore condiviso. Saranno giorni in cui impegnarci per essere concretamente vicini alla famiglia Abanoub”. La preside lancia un appello ai ragazzi: “Voglio rassicurare le famiglie: grazie al costante supporto del ministro Valditara e di tutte le istituzioni deputate, le misure messe in atto garantiranno la sicurezza dei ragazzi. Agli studenti, chiedo di dare conforto ai loro professori e a tutto il personale scolastico, scossi come voi da questa terrible tragedia. Abbiamo bisogno di voi”. Un’amica e compagna di scuola sbotta: “Loro hanno bisogno di noi? E chi aiuta noi?”. Una ragazza urla “dovete chiudere, lo sapevate da un anno, ma stiamo scherzando?”. Scattano gli applausi e il coro: “Chiudete”. Momenti di tensione, i ragazzi cercano di entrare, un’altra giovane urla per calmare i compagni: “Basta ragazzi, siamo qua per Aba, è morto un ragazzo, basta”. Passano i minuti, poi i compagni accendono fumogeni blu e bianchi, “facciamo casino per Aba”, urlano. “Aba vive”, “giustizia”. Poi parte un coro contro la professoressa a cui l’assassino avrebbe detto “vorrei vedere cosa si prova ad uccidere”. L’appello del padre: “Giustizia per Aba, una legge prima che muoiano altri studenti” di Marco Lignana La Repubblica, 19 gennaio 2026 “La scuola non è un luogo di morte”. Cartelli gialli appaiono davanti all’obitorio, e poi in prefettura: “La scuola è complice”, “I professori sono complici”, “la classe deve essere un luogo sicuro, non di morte”. La mamma di Abanoub Youssef urla straziata, si batte le mani sul viso, quasi si strappa la pelle dal volto, non vuole l’ambulanza. Il papà è annientato, ripete litanie e stringe la foto del suo “Aba”. La agita avanti e indietro, avanti e indietro: al suo ragazzo, vestito elegante, hanno aggiunto ali d’angelo. A pochi passi il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara si siede al tavolo della riunione straordinaria del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica per capire da qui, a Spezia, come un ragazzo di 18 anni possa morire accoltellato fra una lezione e l’altra. La grande famiglia del giovane ucciso dal coetaneo Zouhair Atif, i tanti zii e cugini della vittima, la comunità egiziana tutta oltre ai cartelli ci mette voci alte ed esasperate: “Vogliamo una legge subito, prima che ci siano altri morti. Non domani, non dopo altre tre quattro vittime, la vogliamo subito. Già qui è morta tutta una famiglia, la mamma di Aba sta morendo di dolore”. Ripeteranno la stessa protesta oggi, davanti all’istituto professionale Einaudi-Chiodo, dalle 7 del mattino in poi, quando a scuola entreranno anche gli psicologi. Sarà il primo giorno dopo la mattanza. Ma in questa domenica i due appuntamenti così vicini eppure distanti, la protesta in lacrime e la riunione istituzionale hanno il loro epilogo nell’incontro fra i due mondi, lo stesso Valditara, il papà e lo zio di Abanoub, accompagnati dal questore Sebastiano Salvo: “Abbiamo chiesto giustizia, ci hanno detto che stanno lavorando e che ci sarà un intervento rapido del governo, adesso ma anche per evitare che ci siano altri episodi del genere”. Il presidio si scioglie, la tensione si allenta, le lacrime restano. Non è l’ordine pubblico, adesso, la prima preoccupazione in città, quando il giorno dei funerali (si pensa a metà settimana) il sindaco Pierluigi Peracchini proclamerà lutto cittadino. A impensierire le autorità è proprio questo sentimento di sfiducia assoluta, se non di vero e proprio odio, verso la scuola. Che agli occhi di adolescenti e genitori diventa essa stessa colpevole della tragedia: “Tutti conoscevano Atif, dirigenti, professori, tutti sapevano che aveva il coltello, che aveva minacciato Aba, nessuno ha fatto niente. Dove dobbiamo mandare i nostri figli per non essere ammazzati, se non la scuola?”. Ma l’onda di disprezzo si infrange proprio con l’assoluta mancanza di qualsivoglia segnale interno sulla condotta dell’assassino. E infatti la dirigente scolastica dell’Einaudi-Chiodo, dentro il Comitato, di fatto non può che ripetere come “Atif in questi anni non ha mai preso neanche una nota, anzi il suo rendimento era superiore alla media”. Lo confermano altri tre professori, in rappresentanza di un corpo docente stravolto da tutto quello che è successo. Sul conto del ragazzo arrestato dalla squadra mobile non ci sono neanche segnalazioni alle forze di polizia, che hanno riscontrato come il casellario giudiziale sia illibato. Eppure il 18enne nato in Marocco ha ucciso con quel coltello da oltre 20 centimetri immortalato dai ragazzi e finito in tutte le chat, immagine scioccante che ha gettato nello sconforto i genitori di Atif: “No, non accetteremo alcuna scusa da parte loro - dice lo zio di Aba - un ragazzo che a 18 anni è già diventato un assassino non ha ricevuto alcuna educazione. Non sono riusciti a educarlo quindi non credo che possiamo accettare le loro scuse”. Oggi, tre ore dopo la campanella di ingresso in una scuola ormai sotto ispezione ministeriale, in carcere Zouhair Atif comparirà di fronte al gip per l’interrogatorio di convalida dell’arresto. Accanto al legale Cesare Baldini, ripeterà che “non volevo ucciderlo, volevo solo dargli una lezione”. Solo perché Aba aveva chiesto e ottenuto da Anna (il nome è di fantasia), la ragazza di Atif, una foto di loro due insieme da bambini, per poi pubblicarla sui social, è scattata una reazione. Che nessuno riesce a comprendere. Anna Foa: “Non basta invocare la pace, serve il diritto internazionale” di Umberto De Giovannangeli L’Unità, 19 gennaio 2026 “È forse la maggiore conquista dal dopoguerra, non ci si rende conto dei disastri prodotti dalla sua demolizione che vede Israele e l’America di Trump in prima linea. Purtroppo la sinistra europea non l’ha difeso”. Un mondo in fiamme, dove la prepotenza armata sta cancellando il diritto internazionale e ogni barlume di umanità. L’Unità ne discute Anna Foa, una grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica. Si spiega così lo straordinario successo del suo ultimo libro “Il suicidio d’Israele” (Laterza). Membro della redazione della Rassegna mensile di Israel e del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, Anna Foa ha scritto saggi per la Storia d’Italia Einaudi e articoli per L’Osservatore Romano e Avvenire. È stata membro del comitato scientifico del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, ha fatto parte della redazione di Donne, Chiesa, Mondo (supplemento dell’Osservatore Romano), collabora al quotidiano dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche 24, al portale dell’ebraismo italiano www.moked.it, e a programmi culturali Rai, sia televisivi che radiofonici. Nel 2019 è stata insignita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella del grado onorifico di commendatore, assegnato ai cittadini che si sono distinti per il loro contributo nelle professioni, nella cultura e nella società. È stata professoressa associata (2000-2010) di Storia Moderna all’Università La Sapienza di Roma. “Il mondo in mano ai gangster. Khamenei, Trump, Netanyahu, Putin, i re della guerra”. Così titolava in prima pagina l’Unità. Professoressa Foa. È una fotografia aderente al mondo di oggi? Direi proprio di sì, e aggiungerei un doloroso purtroppo. Spero che ci sia altro, ma a livello di capi di Stato mi sembra che quelli che stiano facendo più chiasso e più danni siano loro. Putin con l’Ucraina e le minacce all’Europa. Israele lo sappiamo bene, quello che sta succedendo anche adesso che la guerra a Gaza si è più o meno fermata ma continua in Cisgiordania. Trump sta togliendo la democrazia negli Stati Uniti uccidendo i suoi stessi cittadini e minacciando interventi ovunque, dalla Groenlandia al Sudamerica, dove l’ha già realizzati, all’Iran dove speriamo che si riesca a liberare senza di lui, e poi ovviamente Khamenei con un regime assolutamente terribile che deve essere abbattuto e nonostante la durissima repressione in atto, spero con tutto il cuore che gli iraniani, con i giovani e le donne in prima fila, riescano stavolta a conquistare la libertà. Vedo qualche possibilità in più rispetto al passato, ora che anche il ceto dei commercianti, la borghesia del bazar, si è unito ad una protesta che ha anche radici economiche. La loro lotta è la nostra lotta. In tutto questo, che fine ha fatto il diritto internazionale? Il diritto internazionale è stata la prima vittima di questa situazione. Mi pare che non ci sia abbastanza resi conto nel mondo dei disastri suscitati dalla demolizione del diritto internazionale. E in questo Israele è stato in primo piano, insieme agli Stati Uniti di Trump. L’affermarsi del diritto internazionale è forse la maggiore conquista che si sia fatta nel secondo dopoguerra. Quella di immaginare un mondo con dei tribunali che giudicassero i criminali di guerra a livello internazionale. Il definirsi di organizzazioni internazionali che aiutassero, agissero, prestassero soccorso ai profughi in fuga da guerre, pulizie etniche, stupri di massa e via elencando indicibili orrori. Tutto questo è stato sistematicamente demolito. La demolizione etica e politica che ne ha fatto Israele con il peggiore governo della sua storia statuale, accusando di terrorismo le organizzazioni internazionali e di antisemitismo l’Onu, non può essere sottaciuta né giustificata tirando in ballo il diritto di difesa. Faccio queste considerazioni su una gloriosa, storica testata della sinistra. E questo mi porta ad una riflessione amara… Quale, professoressa Foa? Beh, è mancata da parte della sinistra europea una difesa del diritto internazionale. È stata troppo tiepida. Avrebbe dovuto essere la prima delle difese da compiere. Era la difesa di qualcosa che era stata una grandissima conquista del secondo dopoguerra, che difendeva la pace. Erano gli strumenti per la pace. E questo è stato mancato. Anche il pacifismo che si limita a dire pace senza comprendere appieno l’importanza del diritto internazionale nell’affermazione della pace ha le sue responsabilità nel fatto che nessuno ha pensato al diritto internazionale, come fossero delle briciole di un piatto mentre invece ne era la portata principale. Restando sulla sinistra e su quel grande movimento che si è manifestato su Gaza. C’è chi sostiene che la stessa empatia non sta scattando nei confronti del popolo iraniano in rivolta. È un’accusa strumentale? Certamente è anche questo. Va poi considerato che ci sono alcuni casi di violazione o di violenze o di dittature che hanno avuto maggior peso di altre nella storia, come lo hanno avuto le lotte di liberazione di alcuni popoli rispetto ad altri. Questa è una constatazione storia, non una giustificazione etica o altro. Pensiamo al Vietnam, che è stato assunto come un simbolo dalla sinistra, del pacifismo e della lotta contro la guerra. Cose di tantissimi anni fa, ma poi, a veder bene, la staffetta è stata ripresa dalla Palestina e dalla lotta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana. Tutto questo per dire che c’è sempre stato qualche caso assurto a simbolo, maggiormente sentito di altri. Poi probabilmente pesa anche il fatto che i nemici dei miei nemici sono miei amici…Un discorso folle, assurdo, che non dovrebbe esser mai considerato, perché ha bloccato la solidarietà in molti casi. L’ha bloccata nei confronti dell’Ucraina, la sta bloccando in parte, penso al Movimento 5Stelle, rispetto all’Iran, con un distinguo nel voto parlamentare che ritengo molto grave per non dire vergognoso. Senza considerare quelli che sono effettivamente gli eventi. Se si ragiona semplicemente sulla base degli schieramenti, allora si arriva ad appoggiare di fatto il regime teocratico-militare iraniano o a sostenere Putin. Se invece si ragiona sulla base di quelle che sono le situazioni concrete, le dittature, le violenze, la repressione, beh allora ogni situazione va analizzata per quel che è la resistenza in atto in Iran va sostenuta senza se e senza ma. Lo si può fare con manifestazioni, come quella che ci sarà oggi (ieri per chi legge, ndr) a Roma in piazza del Campidoglio, e lo si può anche con latri mezzi, sollecitando, ad esempio, il boicottaggio delle merci o rivedere i nostri accordi commerciali con il regime iraniano, cercando di colpire gli interessi economici degli Ayatollah e dei Guardiani della rivoluzione. Per fare un parallelismo sulla natura di regimi etnico-religiosi che si stanno imponendo nel mondo e in particolare nel Medio Oriente. C’è chi vede delle analogie tra il regime teocratico iraniano e quello che la destra messianica sta cercando di imporre in Israele. È un accostamento fondato, professoressa Foa? Guardi, in una delle manifestazioni prima del tragico 7 ottobre 2023, quelle contro il progetto portato avanti dal governo Netanyahu di demolizione della Corte Suprema e delle grandi manifestazioni di massa in Israele contro quello che veniva considerato un golpe giudiziario contro lo Stato di diritto, la parola d’ordine di una delle ultime manifestazioni pre-7 ottobre, era “l’Iran è qua”, che si riferiva all’estensione di questo mefitico clima messianico con un continuo richiamo ai testi sacri e alla volontà divina. In questi giorni, i dittatori dell’Iran hanno proclamato che chi manifesta è un nemico di Dio. Siamo nello stesso clima. Naturalmente ci sono delle differenze tra il regime degli ayatollah e quello che dicono fanno gli ebrei messianici nel governo israeliano, ma ci sono anche delle somiglianze come in tutte le forme oscurantiste e iper-religiose di immagine del mondo e di azione. Si è sempre parlato dell’Occidente come il luogo dei valori e dei principi democratici. Aldilà della retorica e delle forzature propagandistiche, di quell’Occidente cosa è rimasto oggi? Un po’ ne è rimasto ancora. Innanzitutto, è rimasta una forte spinta da una grossa parte dei cittadini di alcuni Stati, penso alla Spagna, ma anche all’Italia, alla Francia, a reagire in nome della democrazia, del rispetto dei diritti umani. E poi penso al fatto che, almeno teoricamente, non si siano ripudiati questi valori. Mi dirà che è qualche cosa che non serve a niente se poi non si osservano; tuttavia, ritengo che sia sempre meglio dare un avallo, sia pur teorico, a questi valori anche c’è chi, e il titolo appropriato de l’Unità ne cita alcuni dei più responsabili, quei valori li calpesta quotidianamente. Dico che vale comunque rivendicare e difendere quei valori perché sia chiaro sempre chi è dalla parte del giusto. Riaffermarlo è in un certo senso rassicurante. Penso che siamo di fronte ad un attacco molto ampio, molto convergente e anche molto veloce ai nostri valori, non soltanto ai valori democratici, ma anche ai valori dell’umanesimo, l’idea della pace, l’idea del valore dell’essere umano, l’idea dell’uguaglianza, tutta una serie di valori che certamente non sono stati soltanto dell’Europa, ma che nell’Europa, in alcuni momenti storici, hanno avuto la loro culla: penso, ad esempio, all’illuminismo e all’umanesimo. Penso alla risposta ai disastri della Seconda guerra mondiale. Abbiamo avuto una cultura che adesso è scomparsa in genere in Europa, anche rispetto alla grande cultura del periodo tra le due grandi guerre del ‘900. L’attuale è una cultura estremamente ridotta, estremamente impoverita. E questo è significativo. A proposito della Seconda guerra mondiale e di quello che determinò come sua conseguenza. Nel film Norimberga, c’è la frase di Collingwood, a conclusione del film: “L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto”. La memoria si è smarrita? La memoria se non smarrita si è certamente deformata. È andata dove si voleva che andasse. Chiunque la tira dalla sua parte come fosse un tessuto elastico. La memoria storica ha subito delle deformazioni spaventose. In nome della memoria si giustificano cose che con la memoria non hanno nulla a che fare, almeno con una memoria che serva a rendere migliore il mondo, come avrebbe dovuto essere la memoria successiva alla Seconda guerra mondiale. Dico questo anche in vicinanza della Giornata della Memoria. Credo che si possa ancora lavorare sulla memoria, cercando in qualche modo di correggere queste deformazioni. Ci si deve impegnare, tutte e tutti per quello che si può e dove si può, perché sono fermamente convinta che la memoria serva. Cancellare la memoria sarebbe un atto che ci aiuterebbe a precipitare ancora più velocemente verso un mondo privo di valori. La memoria a cui l’umanità dovrebbe aggrapparsi, non può essere una memoria selettiva. Non può, non deve essere una memoria selettiva. Ma non è una memoria selettiva ricordarsi di quello che è successo, per esempio, fra il ‘40 e il ‘45. Non è una memoria selettiva ricordarsi delle camere a gas. È una memoria che si basa su fatti e dati accertati e reali. La memoria non è soltanto qualcosa che serve a colmare il dolore del passato e di quelli che sono i discendenti di quelli che sono state vittime, a milioni, dell’orrore dei lager nazifascisti. La memoria è qualcosa che deve aiutarci a guardare avanti. Anche attraverso la memoria del passato si guarda avanti e si cerca di costruire un mondo che elimini quei crimini. Mai più. Per tutti... Per questo è stato creato il concetto di genocidio dal giurista polacco Raphael Lemkin nel 1944 guardando a quello che succedeva, riaffermando la necessità di una memoria che identificasse dei crimini e consentisse di evitarli o comunque combatterli con l’arma del diritto internazionale. La memoria a mio avviso si è senz’altro deformata, basta vedere l’uso che ne sta facendo in questo momento il governo israeliano, accusando tutti di antisemitismo e riallacciandosi ad una sorta di antisemitismo eterno di cui vede il culmine nella Shoah e poi addirittura nel 7 ottobre che con la Shoah non c’entra nulla. Come non c’entra nulla neanche Gaza, che è un’altra cosa, ma è qualcosa che ci deve anche aiutare a rifiutare quello di terribile è successo lì, come ci aiuta a rifiutare durante la Shoah, ricordando che i crimini commessi dai nazifascisti, come a Marzabotto, non furono rivolti soltanto contro gli ebrei. Gaza, Venezuela, Iran: non rassegniamoci al buio delle notizie di Anna Maria Brogi Avvenire, 19 gennaio 2026 La repressione non ama i giornalisti, ed è per questo che sono spesso tenuti lontani dai fronti di conflitto. Ma nel blackout informativo il rischio è l’indifferenza verso la sofferenza dei popoli. Ci chiamavano “gatekeeper”, guardiani del cancello. Quando spettava ai giornalisti filtrare i fatti e vagliare gli eventi per far depositare le notizie. Come cercatori nei fiumi auriferi del Klondike all’epoca della corsa all’oro. Oggi, in contesti tra i più critici dello scenario internazionale, ai cercatori è precluso l’ingresso. Il vaglio è arrugginito, il cancello blindato. E non in senso metaforico. La barriera metallica che sigilla la Striscia di Gaza non si è mai aperta alla stampa straniera in due anni di guerra. E resta chiusa a oltre tre mesi dal cessate il fuoco. Ai pochi reporter stranieri che, per qualche ora, l’hanno attraversata in tour organizzati dall’esercito israeliano è rimasto ben poco da filtrare. Tutto era stato già selezionato. Mossi dal desiderio di capire, ci siamo abbeverati alle fotografie che arrivavano sui nostri computer dai colleghi palestinesi, investiti loro malgrado del doppio ruolo di cercatori di notizie e testimoni oculari, nonché vittime e non di rado bersagli. Nell’impossibilità di varcare il cancello, quelle immagini sono state tra le fonti primarie per la copertura informativa della guerra e continuano a documentare vita e morte nella Striscia di Gaza. Un’altra barriera che la stampa internazionale non ha potuto varcare è la frontiera venezuelana. Dopo i raid americani e il blitz della cattura di Maduro, i giornalisti si sono dovuti fermare in Colombia. I pochi che hanno provato a salire su un volo per Caracas sono stati respinti. Ora che i riflettori si stanno spegnendo, ci si accorge che quella crisi è stata raccontata senza che un reporter straniero abbia messo piede in Venezuela. Fuori dai percorsi istituzionali, del chavismo al potere e dell’opposizione interna o in esilio, sono rare le voci che escono. Ma la crisi più “al buio” in assoluto è quella iraniana. Delle proteste esplose all’inizio dell’anno sono filtrati fotogrammi scarni. Spezzoni di video amatoriali sgusciati tra le maglie della censura ferrea che ha oscurato Internet e di un sistema repressivo che impedisce l’ingresso dei dispositivi di Starlink. L’agenzia ufficiale Irna, ripresa dai media israeliani, riferiva ieri della decisione del ministro delle Comunicazioni Issa Zarepour di prorogare “per ragioni di sicurezza” il blocco su tutto il territorio almeno fino a Nowruz, il capodanno persiano che cade a fine marzo. Il blackout dura dal 28 dicembre. In queste condizioni di fitta oscurità, fermo davanti al cancello chiuso, impossibilitato a partire per Teheran - dove l’8 gennaio di un anno fa la giornalista Cecilia Sala veniva rilasciata dal famigerato carcere di Evin dopo venti giorni di detenzione -, il guardiano si adopera a filtrare quel poco che gli arriva. Quanti sono realmente i manifestanti uccisi nelle proteste? Quanti gli arrestati? E che cosa pensano gli iraniani? In tanta opacità, in cui sguazzano interpretazioni e strumentalizzazioni, il rischio è quello dell’indifferenza. Indifferenza nei confronti della verità, perché al momento non è accertabile. Indifferenza nei confronti di una popolazione che - ancor più dei gazawi a cui talvolta le immagini hanno dato dignità con nome e volto - ci risulta anonima e lontana. Indifferenza nei confronti di una causa, quella della democrazia iraniana, che nel 1979 aveva visto le opinioni pubbliche occidentali mobilitarsi a favore della rivoluzione khomeinista contro lo scià e che ora sembra chiedere (una parte lo fa) il ritorno dell’erede Pahlavi. La domanda è: che senso ha mobilitarsi per gli iraniani? Per che cosa vale la pena indignarsi, in tanta penuria di informazioni? Le risposte sono almeno due. La prima: non arrendersi al blackout informativo. L’obiettivo del bavaglio iraniano all’informazione è quello di silenziare le pubbliche opinioni. Liberarsi dell’indifferenza significa denunciare l’inganno. L’altra risposta è quella universale, che può apparire banale nella sua semplicità: laddove c’è un essere umano che soffre, tutta l’umanità soffre in lei o in lui. Riconoscendomi nella stessa umanità, sto lì. Presenza che si interpone, anche a distanza. E si fa vicinanza. Non servono analisi geopolitiche, dibattiti storici o giuridici, per mettersi in ascolto della sofferenza. Per testimoniare che le vittime, chiunque esse siano, non sono sole. Le vittime delle guerre, dei regimi, delle repressioni. Non è militanza per una causa, che può risultare persino avvolta nell’oscurità. È la testimonianza di una casa: la casa comune della famiglia umana alla quale tutti apparteniamo. Stati Uniti. Il venticinquesimo anno di Guantánamo ilpost.it, 19 gennaio 2026 Dal 2002 nel famigerato carcere di massima sicurezza gestito dagli Stati Uniti sono passati quasi 800 detenuti: 15 sono ancora lì. Nel 2026 il carcere di Guantánamo entra nel suo venticinquesimo anno di attività: i primi prigionieri arrivarono l’11 gennaio del 2002, ammanettati e nelle tipiche uniformi arancioni. Erano passati solo quattro mesi dagli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti avevano invaso da poco l’Afghanistan ed era appena iniziata la cosiddetta guerra al terrore, che continuò per i successivi vent’anni. Dal carcere sono passati più di 780 detenuti, arrestati in vari paesi (soprattutto Pakistan e Afghanistan) perché sospettati di essere legati ad al Qaida, l’organizzazione terroristica che organizzò gli attentati del 2001 contro New York e Washington. Ora l’amministrazione Trump vorrebbe trasformare la base in cui si trova il carcere in un enorme centro di detenzione per migranti, un progetto con molti ostacoli sia pratici sia legali. Il carcere di massima sicurezza di Guantánamo è in una base militare statunitense nel sud di Cuba. Venne aperto nel 2002 dall’allora presidente George W. Bush (Repubblicano) con lo scopo di ospitare persone sospettate di terrorismo e “combattenti illegali”, una sorta di categoria ibrida che nel diritto internazionale gode di minori tutele. La maggior parte delle persone portate a Guantanamo è rimasta nel carcere per anni, alcuni per decenni, senza che venisse presentata alcuna accusa formale e quindi senza ricevere alcuna condanna. L’amministrazione Bush sosteneva che quei prigionieri non fossero pieni titolari dei diritti che normalmente spettano ai detenuti o ai prigionieri di guerra, e per questo potessero rimanere in carcere per più tempo, anche senza accuse. Questa tesi è stata contestata da molti esperti di diritto, compresa una commissione delle Nazioni Unite che nel 2023 si è espressa sul caso di Abu Zubaydah, un uomo palestinese arrestato in Pakistan nel 2002 e portato a Guantanamo nel 2006 perché sospettato di essere un membro di alto rango di al Qaida, cosa in seguito smentita. Vent’anni dopo Zubaydah è ancora a Guantanamo, e contro di lui non sono mai state presentate accuse formali: è uno di quelli che vengono definiti “prigionieri per sempre”. È anche uno dei primi ad aver denunciato le tecniche brutali che la CIA, la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero, usava per interrogare i detenuti. Nel 2009 fu la stessa amministrazione Bush a definire il carcere un “battle lab”, una sorta di laboratorio di sperimentazione per le tecniche dei cosiddetti “interrogatori potenziati”. Includevano l’annegamento simulato (waterboarding), la privazione del sonno, la somministrazione forzata di droghe e varie altre forme di abusi, inclusi sessuali e psicologici che sarebbero stati difficili da nascondere se avvenuti in un ordinario carcere statunitense (oltre che illegali). Nel 2023 Zubaydah realizzò una serie di disegni per raccontare quello che gli era accaduto. Pochi giorni fa ha ottenuto un risarcimento dal Regno Unito perché è riuscito a provare che i servizi segreti britannici aiutarono la CIA a torturarlo. Anche gli avvocati dei cinque uomini che furono accusati di aver pianificato e organizzato gli attacchi dell’11 settembre 2001, detenuti a Guantanamo, sostengono che le loro confessioni non siano giuridicamente valide in quanto estorte con la forza dopo anni di torture. Il processo contro di loro è tra i più lunghi e complicati della storia statunitense ed è ancora bloccato alla fase preliminare. Nel 2023 una corte militare stabilì che uno di loro, Ramzi bin al-Shibh, non poteva più essere processato perché le torture subite in carcere lo avevano reso mentalmente instabile. Quasi tre anni fa un rappresentante del Comitato della Croce Rossa Internazionale visitò Guantanamo insieme a una delegazione delle Nazioni Unite per la seconda volta in vent’anni: scrisse di aver trovato i detenuti con evidenti segni di “invecchiamento precoce” dovuto alle dure condizioni fisiche e psicologiche in cui vivevano. L’ispettrice dell’ONU che era con lui scrisse che i detenuti le avevano riferito di traumi cronici, stati di paura e ansia dovuta agli abusi. Nel 2009 il presidente statunitense Barack Obama ordinò per la prima volta la chiusura di Guantanamo. Metterla in pratica però era complicato, perché i detenuti del carcere non potevano essere trasferiti negli Stati Uniti (nel 2015 il Congresso votò per impedirlo) e per rimpatriarli o portarli in paesi terzi servono complicati accordi bilaterali che non hanno sempre funzionato. Nel tempo però la prigione è stata gradualmente svuotata, per decisione dei vari presidenti che sono succeduti a Bush: Obama, Joe Biden e Donald Trump. Oggi a Guantanamo ci sono 15 detenuti: hanno tra i 46 e i 64 anni, e in qualche caso sono lì dalla sua apertura. Due sono stati condannati da un tribunale militare, gli altri sono in attesa di processo o di trasferimento. Ci sono 800 dipendenti, e i costi di gestione per ciascun detenuto sono altissimi. Secondo una stima realizzata dal New York Times nel 2019 (quando i detenuti erano 40) ogni anno servivano 13 milioni di dollari a testa. Oggi i costi sono ancora più alti. Nel 2018, durante il suo primo mandato, Trump firmò un ordine esecutivo per mantenere il carcere aperto. A gennaio del 2025, dopo essersi insediato per la seconda volta, ha proposto di trasformarlo in un enorme centro detentivo per migranti. Nei suoi piani Guantanamo dovrebbe ospitare fino a 30mila persone espulse dagli Stati Uniti: non proprio dentro il carcere ma in una struttura all’interno della base militare, che aveva già uno spazio per ospitare i migranti soccorsi in mare. A febbraio sono stati mandati a Guantanamo i primi migranti, ma dopo poco sono stati ritrasferiti. A giugno Politico e il Washington Post scrissero di un piano ancora non ufficiale dell’amministrazione Trump per trasferire a Guantanamo 9mila migranti e immigrati irregolari, tra cui anche cittadini di paesi dell’Unione Europea, alcuni italiani. Gli stessi giornali hanno scritto poco dopo che il piano era stato sospeso, e poi non se n’è saputo più nulla. Il progetto ha vari problemi, prima di tutto legali. Tra le altre cose, la struttura di Guantanamo non è adatta a ospitare donne e bambini e a marzo l’ACLU, un’importante organizzazione per i diritti e le libertà individuali, ha fatto causa all’amministrazione perché sostiene che il trasferimento a Cuba sia ingiustificato e costituirebbe un costo enorme per le finanze pubbliche: secondo stime realizzate dall’opposizione, basate sulle poche informazioni condivise dall’amministrazione Trump, servirebbero circa 100mila dollari a persona. A ottobre un giudice federale ha stabilito che il governo aveva invece l’autorità per farlo, ma la causa è ancora in corso. Nell’ultimo anno sono passati da Guantanamo circa 770 migranti dei 30mila inizialmente previsti. Non è chiaro quanti siano al momento. Siria. La guerra e le bugie di Domenico Quirico La Stampa, 19 gennaio 2026 Sembrano vispi, più che mai scalpitanti e ne hanno ragione. Avanzano. Verso l’Eufrate, verso Raqqa, la città perduta del Grande Califfato certo non millenario. La grande diga sul fiume dove è nato il mondo è già nelle loro mani, i curdi mollano la presa villaggio dopo villaggio, hanno fatto saltare i ponti sul fiume per rallentarne l’avanzata… Inutilmente. Raqqa è caduta. In Siria la guerra non è mai finita, la guerra è la forma compiuta della modernità. Bisogna averli visti negli anni della guerra civile, negli anni feroci del jihad, questi combattenti duri, brutali, entusiasti, fuori di testa. I ragazzi di al-Nusra, di al-Sham, gli scampati dell’Isis con i loro spettacoli da beccheria: adesso sono l’esercito dell’Emirato siriano nuovo fiammante. Bisogna averli visti ammazzare con il coltello, all’arma bianca con quella aria di lieta ferocia che caratterizza gli assassini più incalliti. Sono loro, sempre gli stessi, non sono cambiati. Qui non vivacchiano miserabili ideologie, vincono solo implacabili teologie totalitarie. Ridono soddisfatti gli assassini di Allah sui carri armati, i pick-up, le moto dei commando, fanno cenni di vittoria ai passanti e ai vecchi contadini che su trattori paleolitici lavorano nei campi. Perché la guerra è sempre lì ma bisogna pur seminare e forse poi se dio vorrà raccogliere. Da dodici anni i curdi controllavano questa vasta zona della Siria che andava da Aleppo al confine con l’Iraq. Solo una parte è abitata da una maggioranza curda, con prudente pudore l’hanno battezzata “Amministrazione autonoma del Nord Est siriano’’. Ma se l’erano conquistata, quella sorta di Stato che non era uno Stato. Perché avevano riempito il vuoto lasciato dal regime di Bashar che con lo scoppio della rivoluzione nel 2011 aveva ritirato le sue forze per coprire Damasco. E poi l’avevano difesa sputando sangue contro le orde dello stato islamico che nessuno riusciva a fermare. Ah l’epopea curda, l’ennesima, le copertine di Time e di Paris mach, la indomita stalingrado di Kobane, soli ma in diretta tv con un mondo indifferente... e le soldatesse rossetto sulle labbra e kalashnikov in pugno... e il modello curdo, democrazia diretta partecipazione quasi il socialismo... Erano belli i curdi erano eroici i curdi gli unici che non fuggivano davanti ai ceffi kamikaze del Califfo. Bravi curdi, combattete, combattete per noi. Ora tutto sta crollando rapidamente. Il nostro alleato è diventato al-Shara, il jihadista che li bracca, il complice del Califfo: addio copertine di Time, al massimo il fatuo Macron e i Volenterosi (ma in che cosa? Per fare che?) arrischiano sfumati ammonimenti: “de-escalation’’, “moderazione’’... Ecco: moderazione è il nuovo sinonimo per la nostra vecchia viltà. Trump ha altro da fare. I quartieri curdi di Aleppo, intorno alla moschea di Saladino, sono stati espugnati dopo duri scontri, centinaia di ragazzi e uomini sono stati rastrellati dai miliziani del presidente, di molti non si ha più notizia. Temendo metodiche “le pulizie” in cui i nostri amici jihadisti sono maestri, i curdi che possono fuggono verso Est, verso i santuari del Rojava; che tra qualche giorno forse non esisteranno più. In curdo fiducia si dice “baweri”. È una parola maledetta, una parola che gronda tradimenti sconfitte disperazione. Perché i curdi hanno commesso innumerevoli volte l’errore di fidarsi. Hanno creduto alle promesse dei sultani, dei decadenti imperi europei, hanno creduto allo scià, a Saddam Hussein, hanno creduto agli Assad, hanno creduto agli americani per le loro guerre privatizzate, fatte da altri: sempre o vittime o carne da cannone da spendere senza rimorsi. Il sogno di uno Stato per le genti curde: ci ha rinunciato, esausto, persino Ocalan, il vecchio condottiero che è rimasto un terrorista al contrario di al-Shara il siriano. Si accontenterebbero ormai di meno: autonomia, garanzie di rispetto per la lingua e la cultura, una parte delle risorse, perché è nei loro territori, anche in Siria, che si estraggono, ma non per loro, petrolio e gas. L’ultimo a cui hanno dato fiducia si chiama Ahmed al-Shara. Invece di essere sul banco degli imputati per crimini contro gli esseri umani di cui vanta, senza rimorsi, un pauroso fardello di sporcizie, con fulminea metànoia, è ospite alla Casa Bianca e all’Eliseo. È uno dei pilastri del nuovo Vicino Oriente di pace e stabilità, dove il motto è “arricchiamoci!”. Inseriranno anche lui nel sinedrio o consiglio di amministrazione o direttorio coloniale che dovrà amministrare il business Gaza? Hanno creduto alla geniale bugia del massacratore in giacca e cravatta, ovvero il jihadismo inclusivo! A loro discolpa si può dire che non sono stati i soli nel farsi affatturare, a far la fila al Palazzo della sharia democratica si sono accalcati l’Occidente, Putin, l’Onu, i cristiani di Siria orfani del loro protettore Bashar: suvvia sì l’emiro è gentile, lascia che suonino le campane e anche la messa... sì ma con discrezione senza dare scandalo. Al-Shara aveva firmato un vasto accordo pieno di promesse con i curdi del Nord Est. È rimasto lettera morta, come spesso accade con questi sinistri personaggi la bugia non è un peccato, è una astuzia della fede. Mentre la sua teppaglia criminale e fanatica ripuliva Aleppo ha annunciato trionfalmente in un decreto il riconoscimento dei diritti nazionali dei curdi e che la loro lingua diventa ufficiale. Intanto la sua artiglieria martirizzava le posizioni delle Forze democratiche siriane. Ha al suo fianco il losco e tracotante Erdogan per un altro dei suoi colpi da mago: il baratto tra la marcia su Damasco e eliminare i “terroristi” curdi in quella che Ankara definisce la sua fascia di sicurezza oltre confine. Marciano verso Est anche gli sgherri della cosiddetta “Armata nazionale siriana”, mercenari al soldo di Erdogan per il lavoro sporco contro i curdi.