Nelle carceri minorili appena inaugurate celle senza sistema antincendio e buchi nel soffitto di Danilo Lupo Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026 A L’Aquila, Lecce e Rovigo tre inaugurazioni in pompa magna: ma sono strutture aperte senza agibilità e manca il personale adatto. Tre inaugurazioni in cinque mesi, il 5 agosto a L’Aquila, il 20 novembre a Lecce, l’8 gennaio a Rovigo. Il taglio del nastro delle carceri minorili sembra diventato lo sport preferito del sottosegretario alla Giustizia, il leghista Andrea Ostellari. A parole, una risposta del ministro Nordio al sovraffollamento dovuto al decreto Caivano, che ha quasi raddoppiato i ragazzini in carcere: i dati elaborati da Antigone parlano di 611 detenuti nel 2025, quasi il doppio dei 381 alla fine del 2022. Nei fatti però la risposta resta sulla carta, visto che gli istituti aperti da Ostellari presentano enormi falle. Il minorile di Lecce sarebbe stato aperto senza agibilità e senza collaudo antincendio per renderlo operativo entro l’ultimo giorno dell’anno, forse per conteggiarlo nelle statistiche 2025. “Il 20 novembre inaugurazione in pompa magna con il sottosegretario e le autorità. Il 21 erano già ripresi i lavori”, spiega un dipendente, costretto all’anonimato, mentre i dirigenti dell’amministrazione non rilasciano dichiarazioni. L’apertura in realtà era programmata per metà dicembre, senonché il deputato Pd Claudio Stefanazzi ha depositato un’interrogazione e un altro deputato, il 5S Leonardo Donno, si è presentato ai cancelli riscontrando “aree che sulla carta risultano già consegnate ma che di fatto sono ancora cantieri aperti”. Risultato: apertura rinviata a dopo Natale. “Siamo preoccupati - spiega ancora il dipendente. Oggi ci sono 14enni reclusi in un istituto senza collaudo dell’impianto antincendio. Se dovesse accadere una disgrazia, di chi sarà la responsabilità?”. Preoccupazioni riprese in una nota stampa della Cgil leccese. Le carenze infatti non sarebbero solo burocratiche: una stanza destinata ai sanitari Asl avrebbe un buco nel soffitto. “La pioggia entra a secchiate - spiega un agente penitenziario. Non ci sono spazi all’aperto tranne una gabbia di 14 metri per 12. Non sono stati attivati percorsi scolastici. Ancora non funziona la mensa, quindi il cibo arriva tiepido e pieno di condensa”. È il motivo per cui il 30 dicembre è scattata una specie di rivolta: quattro adolescenti hanno lanciato il cibo contro il muro e hanno fatto a pezzi un tavolo del refettorio; con le gambe di ferro hanno divelto diverse piastrelle dell’area mensa, danneggiando mobili e attrezzature. “Siamo stati costretti a denunciarli, ma avevano le loro ragioni - prosegue l’agente. Oggi sono quattro e abbiamo potuto sedare la protesta, ma cosa succederà quando l’istituto sarà al completo con 27 detenuti? Non abbiamo né gli scudi né le bodycam, che sono presìdi obbligatori”. Sulle 42 unità previste nell’Ipm salentino, gli agenti penitenziari in servizio sono 25. Una situazione esplosiva, confermata dalla Garante dei detenuti di Lecce, Maria Mancarella, che il 13 gennaio ha visitato l’Ipm sottolineando anche l’assenza di percorsi scolastici e trattamentali. Non va molto meglio a L’Aquila, la prima delle inaugurazioni del governo Meloni: il 5 agosto a tagliare il nastro i sottosegretari erano addirittura due, il leghista Andrea Ostellari e Andrea Del Mastro di FdI. Eppure a distanza di sei mesi non sono ancora pronti palestra, sala colloqui, campo sportivo e mensa. “Su 38 agenti previsti ce ne sono solo 29 - spiegano dal sindacato Fsa Cnpp Spp - la politica fa le passerelle, le conseguenze ricadono su chi lavora”. Il riferimento è a due aggressioni a tre agenti, uno dei quali è finito in ospedale. Per questo l’ex sindaca di L’Aquila Stefania Pezzopane ha presentato un ordine del giorno in Comune. “In questo scenario, aprire o gestire un istituto senza adeguate risorse umane e strutturali è irresponsabile”. Eppure le inaugurazioni continuano a favore di telecamera. L’8 gennaio è stata la volta di Rovigo: a tagliare il nastro anche l’ex governatore del Veneto Luca Zaia e il suo successore Alberto Stefani. “È un risultato che misura la presenza dello Stato” sono state le entusiastiche parole del sottosegretario Ostellari (che però non ha voluto rispondere a nessuna domanda). Anche per l’Ipm di Rovigo la data reale di apertura è ancora incerta: le previsioni la rimandano genericamente “alla primavera”. In quali condizioni sarà tutto da vedere. Accoltellamento a scuola a La Spezia, la Lega spinge sul pacchetto sicurezza di Simona Musco Il Dubbio, 18 gennaio 2026 Dopo l’omicidio del giovane studente, la Lega invoca nuove strette penali mentre Fratelli d’Italia frena sugli allarmismi. Il pacchetto sicurezza di Piantedosi diventa terreno di scontro politico e rischio per diritti e garanzie. Poche idee, ma confuse. Il tema della sicurezza, nel governo, sembra spaccare le posizioni di Fratelli d’Italia e Lega. Col partito della premier per nulla propenso a parlare di un’emergenza sicurezza e il Carroccio pronto a rilasciare alle agenzie dichiarazioni allarmistiche, di fatto giustificando la bontà delle nuove proposte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Proposte che riducono le garanzie dello Stato di diritto, puntando tutto sulla repressione, soprattutto dei soggetti più deboli della società: minori e migranti. Sul fronte Fratelli d’Italia è Alberto Balboni, responsabile sicurezza del partito, a smorzare i toni: “La sicurezza per noi, come ha detto Piantedosi, resta sempre una priorità assoluta e tuttavia la situazione negli ultimi tempi non è peggiorata, è, seppur faticosamente, migliorata: i reati sono diminuiti nel 2025, 3,5% in meno. Rispetto a 10 anni fa, anche gli omicidi, ma anche tutti gli altri reati, sono diminuiti. Ci sono certamente delle criticità, ma bisogna lavorare seriamente senza farsi trascinare da allarmismi, perché gli allarmismi non aiutano a risolvere i problemi. Su questo lo condivido perfettamente”. L’emergenza, aggiunge però Balboni, c’è “soprattutto per quanto riguarda le bande giovanili”. E come risolverla? Abbassando a 12 anni “le misure di prevenzione”. Per la Lega, invece, “l’ennesimo gravissimo episodio di violenza in una scuola, con uno studente di 19 anni, Youssef Abanoub, accoltellato e ucciso a La Spezia da un minorenne, dimostra ancora una volta l’urgenza di approvare immediatamente il nuovo decreto sicurezza voluto dalla Lega”, ha dichiarato la senatrice ligure Stefania Pucciarelli, segretario provinciale Lega La Spezia. Matteo Salvini ha annunciato che “siamo già al lavoro per misure ancora più restrittive per chi porta e usa armi, tolleranza sottozero con i violenti di ogni razza (sic) e colore”. Insomma, va approvato subito il nuovo decreto sicurezza, dice la Lega, che prevede misure contro il porto di coltelli e una stretta sulla violenza minorile. “È molto cinico, come fa La Lega, strumentalizzare un gravissimo fatto di cronaca come l’accoltellamento del giovane studente di La Spezia per giustificare l’arrivo di nuove norme restrittive. Se c’è una lezione che la destra dovrebbe imparare è che la repressione non garantisce sicurezza, per la quale occorrono azioni complesse e politiche sociali lontane dalle intenzioni di Meloni e Piantedosi”, ha replicato il capogruppo di Avs nella commissione Affari costituzionali della Camera, Filiberto Zaratti. Per Riccardo Magi, deputato di +Europa, regna la confusione: “Il fatto stesso che serva un altro decreto Sicurezza certifica il fallimento delle politiche del governo, che creano solo propaganda. I reati sono aumentati e sono quasi quattro anni che questo governo è in carica”. Il pacchetto sicurezza si propone di aggravare alcune disposizioni già previste dal decreto Caivano, che ha largamente contribuito, secondo gli esperti del settore, a riempire gli istituti penali minorili. Non prevenzione, dunque, ma repressione. Un’azione che mira, soprattutto, a creare una cornice normativa capace di “mettere a tacere”, appunto, la cronaca. Non si tratta solo dello scudo penale per le forze dell’ordine: ci sono controlli più rigidi sulle piazze, norme che colpiscono i giovani e i gruppi più vulnerabili, procedure di estradizione e rimpatrio che ignorano rischi concreti per le persone e persino definizioni di “Paese terzo sicuro” che sembrano pensate per sanare fallimenti passati. La sensazione è quella di una legge fatta per reagire agli eventi, e non per prevenirli, come se ogni caso di cronaca dovesse trovare un rimedio legislativo a sé stante. Insomma, il classico metodo della legislazione del nemico, diventato ormai segno distintivo di questo governo. Tra le proposte c’è quella di limitare l’azione del pubblico ministero nei casi di presunta legittima difesa o posticipare l’iscrizione di un agente sul registro degli indagati - in barba alla riforma Cartabia - per fornire di fatto uno scudo alle forze di polizia. Una “tutela” che rischia di generare vuoti normativi e conflitti con altre regole, mettendo in dubbio il principio di proporzionalità e la stessa obbligatorietà dell’azione penale. Sotto il profilo dei diritti umani e costituzionali, il quadro non è meno preoccupante. Le misure sui centri di permanenza per migranti e sul rimpatrio, così come il controllo estensivo sui minorenni, mostrano un approccio puramente repressivo: i ragazzi vengono trattati come potenziali delinquenti, i migranti come problemi da gestire, e la magistratura viene progressivamente marginalizzata. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sintetizza il problema con chiarezza: “Questo pacchetto sicurezza non aumenta la sicurezza dei cittadini - afferma - ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali. È una visione della sicurezza fondata sulla repressione, non sulla legalità costituzionale…”. Antigone chiede dunque al Parlamento di bloccare tali proposte e di aprire un confronto pubblico sul punto. La politica sembra, in definitiva, più interessata a costruire una narrazione di sicurezza che a gestire la realtà. Con la conseguenza di ridurre libertà fondamentali, complicare l’azione della magistratura e criminalizzare chi è già vulnerabile. La sfida resta affrontare i fenomeni complessi con strumenti adeguati e proporzionati, non inseguire ogni titolo di cronaca con un decreto legge. I capri espiatori nel circolo vizioso della violenza di Vincenzo Scalia Il Manifesto, 18 gennaio 2026 L’omicidio di La Spezia, con la tragica morte dello studente Youssef Zaki, accoltellato da un coetaneo compagno di classe, si connota come una profezia che si auto-adempie, dove le conseguenze giustificano i presupposti. L’omicidio di La Spezia, con la tragica morte dello studente Youssef Zaki, accoltellato da un coetaneo compagno di classe, si connota come una profezia che si auto-adempie, dove le conseguenze giustificano i presupposti. Un lustro passato a criminalizzare i minori e i giovani, a produrre e mettere in circolazione allarme sociale, a promulgare leggi repressive, l’ultima delle quali, il cosiddetto decreto anti-maranza, sembra ricevere conferma dalla tragedia avvenuta l’altro ieri nella città ligure. Subito rilanciata e strumentalizzata da chi ritiene che, malgrado tutti i provvedimenti in materia di sicurezza emessi in questi anni, la questione criminale non è risolta a causa del buonismo italico duro a morire. In particolare, si sottovaluterebbe la minaccia rappresentata dai giovani, con specifico riferimento, come ha fatto il sindaco di La Spezia, ai migranti. Nella cui “cultura” allignerebbe la propensione ad utilizzare le armi bianche per regolare i conflitti. Da qui la legittimità del nuovo decreto. Siamo di fronte all’ennesima deformazione strumentale della realtà, dalla quale urge prendere le distanze. Innanzitutto, perché non si registra, contrariamente a quello che si vorrebbe far credere, un aumento significativo della criminalità giovanile. Le aggressioni con l’arma bianca sembrano registrare un’escalation, ma, fino a prova contraria, si tratta di un fenomeno attenzionato solo in anni recenti, e trattato con criteri indistinti, che non differenziano la criminalità comune, quella organizzata e casi come quelli di La Spezia. Il fenomeno che preoccupa maggiormente, tuttavia, è quello della tendenza a circoscrivere i fenomeni criminali a specifiche categorie sociali o a gruppi etnici. È molto facile rispondere al sindaco di La Spezia attingendo alla cronaca: il giovane di Lonate Pozzolo che ha accoltellato mortalmente un rapinatore disarmato, non è maghrebino, sinti o centrafricano. È un italiano del cosiddetto cuore produttivo del Paese. Soprattutto, non è un maranza. Si tratta di un aspetto da mettere in risalto. Prima del caso di La Spezia, c’è stato quello di Lonate. E abbiamo assistito ad ex assessori che sparano a sangue freddo in piazza o a imprenditrici che infieriscono sui cadaveri delle persone investite di proposito. La violenza è diffusa in tutto il corpo sociale. Sta assurgendo a principio regolatore delle relazioni interindividuali, con le domande di ampliare il diritto di legittima difesa e di costruire le proprie ronde. Con l’aumento, nelle palestre italiane, di corsi di autodifesa col coltello. La legittimità del ricorso alla violenza e della legge del più forte vengono riprodotti in questi giorni a livello internazionale. Da Gaza a Teheran, da Caracas a Kiev, assistiamo al montare di una triste stagione di legittimazione della violenza. E non da parte di giovani migranti maranza, bensì da capi di Stato europei e americani. E la corsa al riarmo fa presagire tinte ancora più fosche. Buttare tutto il peso del deteriorarsi della convivenza civile su di un settore della società rappresenta una scappatoia sterile e meschina. Che fa il paio con le grida manzoniane del nuovo decreto sicurezza. Per cui, se i figli vengono sorpresi con un’arma illegale addosso, la colpa è dei genitori, che, evidentemente, oltre a non essere dotati di una razionalità sinottica, hanno la colpa di non avere insegnato ai figli a non commettere atti violenti. Magari perché sarebbe il contesto familiare ad essere intriso di una cultura della violenza. Lo stesso contesto, paradossalmente, che secondo un’altra trovata geniale del governo può decidere di escludere i figli dall’educazione sessuale e affettiva. Il possesso e l’uso dei coltelli da parte dei giovani, costituisce di sicuro un problema da affrontare. Ma partendo dal presupposto che trent’anni di securitarismo sono falliti, e hanno innescato un circolo vizioso in cui violenza, criminalità e marginalità ne creano altre. Ci sarebbero il territorio e la scuola. Ma, se la spesa pubblica viene costantemente tagliata, se il ministro commissaria le regioni che si oppongono alla logica degli accorpamenti delle scuole, viste più come un’area di parcheggio e di contenimento che come luoghi di educazione e formazione all’interno di una società inclusiva, possiamo soltanto aspettarci che il quadro peggiori. Perché voterò no alla riforma della Giustizia, anche se sono favorevole alla separazione delle carriere di Marco Boato L’Unità, 18 gennaio 2026 Nella prossima primavera del 2026, forse il 22-23 marzo, come finora deciso, o forse oltre (essendo state raggiunte le 500.000 firme anche per la richiesta di iniziativa popolare) si celebrerà il referendum sulla riforma costituzionale introdotta con la legge intitolata “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Come prevede l’art.138 della Costituzione, la legge costituzionale ha dovuto essere approvata in duplice lettura dalla Camera e dal Senato, ottenendo obbligatoriamente la maggioranza assoluta dei componenti (non dei soli votanti) nella seconda votazione di ciascun ramo del Parlamento. Questo è avvenuto il 18 settembre 2025 alla Camera e poi il 30 ottobre 2025 al Senato. Il ricorso al referendum, oppositivo o confermativo - Non essendo stata raggiunta tuttavia la maggioranza dei due terzi dei componenti (nel qual caso il ricorso al referendum sarebbe stato precluso), l’art.138 prevede la possibilità di referendum, a seconda delle intenzioni dei promotori, “oppositivo” oppure “confermativo”. Ed è in effetti quanto hanno subito richiesto, ovviamente con intenzioni opposte, sia i parlamentari del centro-sinistra sia quelli del centro-destra (almeno un quinto dei membri di una Camera), dovendosi tuttavia attendere la scadenza dei tre mesi dalla pubblicazione della legge nella “Gazzetta Ufficiale”, quindi fino al 30 gennaio 2026, perché possono chiedere il referendum costituzionale anche cinquecentomila elettori/elettrici o cinque consigli regionali (cosa che sta avvenendo per quanto riguarda la richiesta di iniziativa popolare). Un referendum costituzionale senza quorum di validità - Con alcune significative eccezioni personali, che pure sono state annunciate a favore del “Sì” in una iniziativa pubblica di “Libertà Eguale” il 12 gennaio a Firenze, tra le forze del centro-sinistra prevale largamente un orientamento a favore del “No” nel prossimo pronunciamento popolare nel referendum, per il quale - a differenza dei referendum abrogativi previsti dall’art.75 della Costituzione, per la cui validità è necessaria la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto, pena la non validità del referendum - non è previsto invece alcun “quorum” di validità: prevale chi ha ottenuto un maggior numero di “Sì” ovvero di “No”, qualunque sia la partecipazione popolare. Nei quattro referendum costituzionali precedenti, in due casi sono prevalsi i “Sì” (riforma del Titolo Quinto della Costituzione in materia di competenze regionali e riduzione del numero dei parlamentari) e in altri due casi sono prevalsi i “No” (riforme della Seconda Parte della Costituzione, promosse rispettivamente prima dal Governo Berlusconi e poi dal Governo Renzi). Nella prossima primavera del 2026, forse il 22-23 marzo, come finora deciso, o forse oltre (essendo state raggiunte le 500.000 firme anche per la richiesta di iniziativa popolare) si celebrerà il referendum sulla riforma costituzionale introdotta con la legge intitolata “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Come prevede l’art.138 della Costituzione, la legge costituzionale ha dovuto essere approvata in duplice lettura dalla Camera e dal Senato, ottenendo obbligatoriamente la maggioranza assoluta dei componenti (non dei soli votanti) nella seconda votazione di ciascun ramo del Parlamento. Questo è avvenuto il 18 settembre 2025 alla Camera e poi il 30 ottobre 2025 al Senato. Il ricorso al referendum, oppositivo o confermativo - Non essendo stata raggiunta tuttavia la maggioranza dei due terzi dei componenti (nel qual caso il ricorso al referendum sarebbe stato precluso), l’art.138 prevede la possibilità di referendum, a seconda delle intenzioni dei promotori, “oppositivo” oppure “confermativo”. Ed è in effetti quanto hanno subito richiesto, ovviamente con intenzioni opposte, sia i parlamentari del centro-sinistra sia quelli del centro-destra (almeno un quinto dei membri di una Camera), dovendosi tuttavia attendere la scadenza dei tre mesi dalla pubblicazione della legge nella “Gazzetta Ufficiale”, quindi fino al 30 gennaio 2026, perché possono chiedere il referendum costituzionale anche cinquecentomila elettori/elettrici o cinque consigli regionali (cosa che sta avvenendo per quanto riguarda la richiesta di iniziativa popolare). Un referendum costituzionale senza quorum di validità - Con alcune significative eccezioni personali, che pure sono state annunciate a favore del “Sì” in una iniziativa pubblica di “Libertà Eguale” il 12 gennaio a Firenze, tra le forze del centro-sinistra prevale largamente un orientamento a favore del “No” nel prossimo pronunciamento popolare nel referendum, per il quale - a differenza dei referendum abrogativi previsti dall’art.75 della Costituzione, per la cui validità è necessaria la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto, pena la non validità del referendum - non è previsto invece alcun “quorum” di validità: prevale chi ha ottenuto un maggior numero di “Sì” ovvero di “No”, qualunque sia la partecipazione popolare. Nei quattro referendum costituzionali precedenti, in due casi sono prevalsi i “Sì” (riforma del Titolo Quinto della Costituzione in materia di competenze regionali e riduzione del numero dei parlamentari) e in altri due casi sono prevalsi i “No” (riforme della Seconda Parte della Costituzione, promosse rispettivamente prima dal Governo Berlusconi e poi dal Governo Renzi). Cosa si intende per “separazione delle carriere” - Personalmente sono favorevole a sostenere il “No”, nonostante io sia sempre stato, nell’arco ormai di decenni, favorevole in linea di principio alla separazione delle carriere, ma essendo invece contrario al merito e al metodo con cui è stata approvata la riforma costituzionale sottoposta ora a referendum. Per i non addetti ai lavori, va spiegato che per “separazione delle carriere” si intende la netta separazione tra i magistrati giudicanti (questi soltanto hanno il titolo di “giudici”, anche se troppo spesso, sbagliando, si parla di “giudici” anche in riferimento ai pubblici ministeri) e i magistrati inquirenti (appunto i pubblici ministeri, che non hanno titolo per “giudicare”, ma nel processo penale rappresentano l’accusa). Come i più anziani tra i lettori/lettrici forse ricordano, all’epoca della “Bicamerale D’Alema” del 1997-98, io ero stato nominato relatore sul complesso tema del “sistema delle garanzie”, che riguardava la riforma dell’insieme di tutti gli istituti costituzionali di garanzia: Magistratura, Corte Costituzionale, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Autorità indipendenti. Nella mia proposta di riforma, approvata dalla Commissione bicamerale quasi all’unanimità (contraria all’epoca solo Rifondazione comunista), non erano previsti due distinti Consigli superiori della magistratura (CSM) per giudici e pubblici ministeri, ma due distinte sezioni di un unico CSM, con la previsione anche di una Corte di Giustizia in materia disciplinare. La necessità di confronto e collaborazione in materia di riforme costituzionali - Molti sanno che la “Bicamerale D’Alema”, nella primavera 1998, interruppe traumaticamente i propri lavori quando il centro-destra si sottrasse, per il pronunciamento del loro leader Silvio Berlusconi, al proseguimento del processo di riforma. Ma, in precedenza, il mio sforzo in qualità di relatore fu sempre quello di cercare il confronto e la positiva collaborazione, sul terreno della riforma costituzionale, tra l’allora maggioranza di centro-sinistra/l’Ulivo e il centro-destra, che all’epoca era all’opposizione. Questo era il significato delle numerose “bozze Boato” che si susseguirono (spesso richiamate in Parlamento anche nel dibattito recente), proprio per cercare la più ampia convergenza tra gli opposti schieramenti, ritenendo che in materia costituzionale non dovesse mai prevalere in modo unilaterale la posizione della maggioranza “pro tempore”, certamente legittimata a governare, ma non a imporre cambiamenti costituzionali in modo divisivo e unilaterale. La riforma condivisa dell’art.111 della Costituzione sul “giusto processo” - Va d’altra parte ricordato che, dopo la conclusione forzata della “Bicamerale D’Alema”, ricorrendo alle procedure ordinarie previste dall’art. 138, sul piano parlamentare venne rapidamente approvata, a larghissima maggioranza (ben oltre i due terzi dei componenti delle Camere), la riforma dell’art. 111, introducendo la costituzionalizzazione dei “princìpi del giusto processo”, riprendendo esplicitamente, ed anche implementando (in materia di formazione della prova solo nel contradditorio, superando posizioni precedenti negative della Corte costituzionale), le proposte che avevo elaborato in precedenza come relatore e che erano state largamente condivise. Il secondo comma del nuovo art. 111, attualmente in vigore fin dal 1999, infatti recita: “Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Questo è il principale fondamento costituzionale della possibile separazione delle carriere tra “giudice terzo e imparziale” e il pubblico ministero, che rappresenta l’accusa “in condizione di parità” rispetto alla difesa. Criticità: due CSM separati e la scelta per “sorteggio” dei componenti - Tuttavia la riforma costituzionale, che sarà ora sottoposta a referendum, prevede alcune forti criticità sia per quanto riguarda i due separati CSM, sia soprattutto per l’introduzione del “sorteggio” come metodo di individuazione dei relativi componenti, tanto per i magistrati quanto per la componente “laica” (oltre a tutto, in forma diversa). Inoltre rispetto alla importante riforma dell’art. 111, introdotta con larghissima convergenza nel 1999, va ricordato che, di fatto, una sostanziale anche se non esclusiva “separazione delle carriere” è stata poi realizzata con la più recente “riforma Cartabia” del 2022, che ha previsto la possibilità di un solo passaggio da una funzione all’altra, solo entro i primi dieci anni e in regioni diverse. Obbiettivamente, non si tratta di una vera e propria separazione costituzionale delle carriere, ma comunque di un fortissimo disincentivo al passaggio da giudice a pubblico ministero, o viceversa, riducendo questi possibili passaggi al minimo storico. Altri due aspetti, dal mio punto di vista, fortemente discutibili, oltre al sorteggio in sé, riguardano il fatto che per la Corte disciplinare questo sorteggio possa avvenire solo fra i magistrati della Corte di Cassazione, escludendo tutti gli altri magistrati (che sono la grandissima maggioranza). E che a giudicare dei ricorsi avverso i provvedimenti disciplinari, nel grado di appello, sia nuovamente la stessa Corte disciplinare (sia pure in diversa composizione) e non più la Corte di Cassazione a sezioni civili unite. Personalmente, invece, ritengo infondata l’accusa che la “separazione delle carriere” potrebbe preludere alla sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo, come alcuni sostenitori del No (soprattutto l’ANM) paventano, a mio parere in modo infondato rispetto al testo costituzionale in discussione. Conosco questa accusa, di cui anch’io fui purtroppo vittima come relatore all’epoca della “Bicamerale D’Alema”; ma era una accusa pretestuosa allora e tale rimane anche oggi. Non c’è bisogno di ricorrere a questo pretesto per motivare in modo equilibrato e fondato le ragioni del No. Inaccettabile la riforma imposta con un metodo unilaterale privo di confronto - Dal mio punto di vista, la principale criticità, oltre che in alcuni essenziali aspetti di merito che ho sinteticamente ricordato, consiste proprio nel metodo totalmente unilaterale in base al quale è stata “imposta” la riforma costituzionale. In primo luogo, non si è trattato di una iniziativa parlamentare, ma di un disegno di legge di esclusiva iniziativa governativa (Meloni-Nordio), il che non è vietato, ma è assai discutibile in materia di riforma costituzionale. In secondo luogo, nell’esame parlamentare è mancato totalmente un reale confronto tra maggioranza di governo e forze parlamentari dell’opposizione, non essendo stato modificato assolutamente nulla (neppure una virgola, letteralmente) rispetto al progetto governativo originario, rifiutando anche emendamenti ragionevoli che non avrebbero comunque pregiudicato la finalità della “separazione delle carriere”. E questo è l’opposto di quanto si dovrebbe fare appunto in materia di riforma costituzionale, tema che non dovrebbe mai essere “proprietà” esclusiva del solo Governo e della sua maggioranza, ma che avrebbe dovuto invece realizzarsi con un ampio e positivo confronto e con la ricerca di una possibile convergenza tra maggioranza e opposizione, come si era cercato di fare all’epoca della “Bicamerale D’Alema” e come in effetti si è poi fatto nel 1999 per la costituzionalizzazione dei “princìpi del giusto processo” con la fondamentale riforma dell’art. 111 della Costituzione. Queste sono le principali ragioni per cui, pur condividendo, come già detto, in linea di principio la “separazione delle carriere”, ritengo che, così come è stata configurata nel merito e imposta in modo unilaterale nel metodo, la riforma approvata nell’autunno 2025 vada rigettata dal voto popolare, in modo razionalmente motivato ed evitando tuttavia, da entrambe le parti, i toni “da crociata” su un tema delicato e molto complesso. Perché voterò Sì. Il Csm non è il Parlamento: sorteggiare i magistrati non è scandaloso di Salvatore Curreri L’Unità, 18 gennaio 2026 Per i contrari alla riforma il Csm è e deve rimanere un organo in cui i magistrati eletti devono rappresentare le “correnti” ideologiche e culturali di fatto presenti nell’Anm e che hanno trasformato tale associazione - un unicum nel panorama comparato - “da movimento a carattere prevalentemente sindacale in movimento anche politico” (Pizzorusso). Per Costituzione (artt. 105.1 e 107.1), il Csm non è un organo di rappresentanza politica dei magistrati ma di “alta amministrazione” perché chiamato ad esercitare autonomamente specifiche funzioni che, memori della esperienza fascista, si sono volute sottrarre alla competenza del ministro della Giustizia affinché tramite esse i giudici non fossero condizionati nell’esercizio delle loro funzioni. Che il Csm rappresenti l’ordine giudiziario è stato peraltro escluso dalla Consulta dal 1973 (sentenza n. 142). Il Csm non è il Parlamento: il sorteggio, pur non essendo la soluzione ottimale, sana un’anomalia. “Che ne direste se, tanto per fare un esempio, il Consiglio comunale fosse nominato per sorteggio?”. Così l’ex magistrato Gianrico Carofiglio. Dietro questo semplice interrogativo - dalla risposta apparentemente evidente - sta la ben più complessa questione della natura giuridica del Consiglio superiore della magistratura. Una questione fondamentale ai fini del voto sul prossimo referendum costituzionale. Per i contrari alla riforma, infatti, il Csm è e deve rimanere un organo in cui i magistrati eletti devono rappresentare le “correnti” ideologiche e culturali di fatto presenti nell’Associazione nazionale magistrati e che hanno trasformato tale associazione - un unicum nel panorama comparato! - “da movimento a carattere prevalentemente sindacale in movimento anche politico” (Pizzorusso). Solo così, infatti, nel Csm possono essere rappresentate le diverse posizioni circa il ruolo del magistrato nel sistema politico-costituzionale, l’esercizio della giurisdizione e i suoi limiti, specie in riferimento alla sua attività interpretativa e, più in generale, la politica giudiziaria Da qui, ovviamente, la contrarietà alla nomina per sorteggio dei magistrati. Essa, infatti, indebolirebbe la componente “togata” del Csm, rispetto a quella “laica” scelta della politica, perché la priverebbe “della sua rappresentanza” (così Enrico Grosso, presidente onorario del Comitato per il No). Non essendo più eletti dalle correnti ma sorteggiati, per di più integralmente, i magistrati finirebbero per rappresentare solo loro stessi. Ma davvero il Csm può paragonarsi ad un’assemblea politica elettiva? Oppure parlare di rappresentanza del Csm significa applicare categorie politiche a un organo che politico per sua natura non deve essere? E quali sarebbero gli “interessi” che si vorrebbero tutelare e, soprattutto, come si conciliano con le funzioni che per Costituzione il Csm deve esercitare? Per Costituzione (artt. 105.1 e 107.1), il Csm non è un organo di rappresentanza politica dei magistrati ma, come si suol dire, di “alta amministrazione” perché chiamato ad esercitare autonomamente specifiche funzioni che, memori della esperienza fascista, si sono volute sottrarre alla competenza del ministro della Giustizia affinché tramite esse i giudici non fossero condizionati nell’esercizio delle loro funzioni: “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Funzioni che la riforma costituzionale modifica sostituendo alle promozioni “le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni” e attribuendo, com’è noto, la giurisdizione disciplinare dei magistrati, giudicanti e requirenti, alla neoistituita Alta Corte disciplinare. Alta Corte in cui i magistrati continuerebbero ad essere in maggioranza, passando dagli attuali 2/3 della sezione disciplinare (4 togati contro due laici) ai 3/5 (9 togati contro 6 laici). Nelle intenzioni dei costituenti, dunque, il Csm non doveva essere un organo rappresentativo “politico” della magistratura, come tale capace di interloquire alla pari con il Parlamento, espressione della sovranità popolare, ma un organo composto da personalità che, in forza del loro prestigio e delle loro capacità professionali, offrissero le migliori garanzie per la gestione imparziale delle carriere dei magistrati. Che il Csm rappresenti l’ordine giudiziario è stato peraltro escluso dalla Corte costituzionale fin dal 1973 (sentenza n. 142), la quale si è spinta ad affermare che la stessa usuale espressione del Csm come organo di autogoverno della magistratura, debba “accogliersi piuttosto in senso figurato che in una rigorosa accezione giuridica”. Del resto - continua la Corte - alla raffigurazione del Csm come organo che agisce per conto ed in nome dell’ordine giudiziario si oppone sia la sua composizione mista, giacché “solo in parte - anche se prevalente - formato mediante elezione da parte dei magistrati, e per altra parte, invece, da membri eletti dal Parlamento (tra i quali dev’essere scelto il Vicepresidente)”, sia il fatto di essere composto da membri di diritto, tra cui (oltre il Primo presidente e il Procuratore generale della Corte di cassazione) il Presidente della Repubblica che lo presiede. La presenza di tali membri di diritto, in parte (comunque minoritaria) d’estrazione politica, non vale certo a connotare politicamente l’intero organo ma - come sempre ricordato dalla Corte nella stessa sentenza - risponde “all’esigenza (che fu avvertita dai costituenti) di evitare che l’ordine giudiziario [avesse] a porsi come un corpo separato”. Insomma, il Csm non è il Parlamento dei magistrati per cui assimilarlo ad organo di rappresentanza - se non addirittura di indirizzo - politico, costituisce il presupposto ideologico perché da organo di autonomia si sia trasformato in luogo di potere, per riprendere il sottotitolo del bel volumetto della collega Biondi dedicato al Csm edito da Il Mulino. Occorrerebbe allora chiedersi, con onestà intellettuale, se le logiche spartitorie e corporative che hanno toccato l’apice con lo scandalo Palamara non siano imputabili in ultima analisi alla persistente concezione del Csm come organo cui le correnti in cui i magistrati sono divisi sono strutturalmente messi in condizione di farsi portatori di interessi di parte, talora inconfessabili. Se un tempo la divisione in correnti dei magistrati rifletteva diverse concezioni del ruolo del giudice, oggi è netta la sgradevole sensazione che siano diventati gruppi di pressione e di potere. In tale prospettiva, il sorteggio integrale previsto dalla riforma costituzionale - pur non essendo certo la migliore delle soluzioni possibili (meglio sarebbe stato il collegio uninominale, sdegnosamente rifiutato dall’Anm) - non costituisce altro che l’estremo tentativo, a suo modo razionale, per destrutturare e indebolire le “cordate” delle correnti politicizzate della magistratura, dopo che le plurime revisioni della legge elettorale del Csm hanno fallito tale obiettivo. Diversamente il Csm, nato per garantire l’indipendenza della magistratura dal potere politico, paradossalmente potrebbe continuare ad essere strumento per la sua politicizzazione. Minniti: “La riforma della giustizia rende l’Italia più moderna e rompe il potere delle correnti” di Ruggiero Montenegro Il Foglio, 18 gennaio 2026 L’ex ministro Pd spiega le ragioni della sua scelta: “Nessuno vuole sottomettere i magistrati. Con la riforma aumenta la certezza della pena, il paese sarà più sicuro. Il sorteggio del Csm? Aiuterà a rompere il correntismo”. L’appello a destra e sinistra: “Si discuta aspramente, ma non si arrivi alla rottura totale”. “Ritengo che questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura. Permetterà di rompere il potere del correntismo. Per questo voterò sì al referendum sulla giustizia”. Il presidente di Med Or Italian Foundation Marco Minniti spiega al Foglio le regioni della sua scelta, muovendosi tra considerazioni storiche, tecniche e politiche. A partire dalla riforma Vassalli del 1989. “Con il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Fu il crollo di un piccolo muro di Berlino italiano. Ma quel codice alludeva anche ad altri cambiamenti, tra cui la separazione delle carriere, troppe volte rimandata perché interessi politici soggettivi hanno prevalso”. Questa volta, spera, potrebbe essere quella buona. “Meglio tardi che mai”. Uno alla volta l’ex ministro dell’Interno, storico esponente della sinistra - dal Pci al Pd - affronta i punti principali della Legge Nordio. Per i critici si tratta di un tentativo di mettere i giudici sotto il controllo del governo. Minniti non la pensa così e invita a sgombrare il campo dalle partigianerie. “Non solo non vedo la separazione delle carriere come una minaccia, ma al contrario penso sia un passaggio importante per rendere il sistema giudiziario più efficiente”, dice l’ex ministro che individua nella riforma anche “una spinta europeista”. Minniti, che intende? “La riforma avvicina la nostra giustizia ai valori e ai princìpi di fondo dell’Europa, alle garanzie di tutela dell’individuo. In un contesto internazionale come quello attuale avere un riferimento comunitario è un elemento di forza, non di debolezza”. In questo colloquio l’ex ministro richiama spesso concetti quali garantismo e sicurezza. Temi che in altri tempi sono stati fondanti per la sinistra ma che negli ultimi tempi non sembrano più così centrali nell’immaginario progressista. Dice Minniti: “Bisogna sempre tenere a mente che tra sistema giudiziario e politiche di sicurezza c’è un rapporto molto stretto. Una moderna idea di sicurezza si fonda su due pilastri”. Quali? “Il primo è la certezza della pena, l’altro è il controllo del territorio”. Il presidente di Med’Or italian foundation - nata su impulso di Leonardo - fa un esempio: “Per controllare una piazza avere una pattuglia è un presupposto necessario, ma non basta. Servono anche altri strumenti, a partire dall’illuminazione. E occorre avere una visione d’insieme. La riforma, che rende più veloce ed efficiente la giustizia, risponde a questa prospettiva. Sarà più facile punire i colpevoli. Non dimentichiamoci che senza sicurezza non esiste la democrazia, contrapporre questi due aspetti è un drammatico errore”. C’è poi, secondo Minniti, un tema di terzietà legato direttamente alla riforma: “Separare le carriere di pm e giudici consente di dare ai cittadini il senso di un percorso giudiziario che diventa il più imparziale possibile, ricordando che in questi anni proprio l’imparzialità della magistratura è stata fortemente messa in discussione”. Tra le altre obiezioni alla riforma c’è il nuovo sistema di selezione del Csm. I componenti saranno individuati tramite sorteggio. È un modo per indebolire il Consiglio? “Naturalmente si potevano trovare altre forme”, premette l’ex ministro secondo cui non è tuttavia questo il punto centrale della questione. È più profondo: “È fondamentale che si agisca per rompere il meccanismo delle correnti. È normale che i giudici possano avere visioni e sensibilità diverse, nell’idea di paese e a livello di culture giuridiche”. Ma? “Non c’è alcun dubbio che le correnti siano diventate un’altra cosa, non più luogo di dibattito ma macchine di potere. Rompere questa dinamica può avere un effetto liberatorio, a vantaggio prima di tutto degli stessi magistrati, che potranno finalmente essere premiati per il loro lavoro e non per logiche di appartenenza”. Con una ricaduta esterna e non meno importante: “Si potrà così ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e giudici, fondamentale nell’esercizio della giustizia”. Questa combinazione, è certo Minniti, “costituirà alla fine un rafforzamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, che la riforma non mette in discussione. Queste prerogative non solo continuano a essere garantite dalla Costituzione ma rappresentano anche un sentimento molto diffuso nel paese. Non c’è, a mio avviso, nessun progetto che punta a delegittimare i magistrati, né a sottometterli a un potere. In ogni caso gli italiani non lo accetterebbero”. Non è quello che sostiene larga parte dell’opposizione, ma anche dell’Associazione nazionale magistrati. Mentre i toni diventano sempre più aspri, a destra e sinistra, tra sostenitori del sì e del no. “Come tutte le riforme di sistema è normale che ci siano reazioni forti, anche scontri durissimi, è giusto che sia così”, dice l’ex ministro rivolgendo un appello a entrambi gli schieramenti: “Non portare la discussione all’incomunicabilità, alla rottura totale. Per una ragione semplicissima: viviamo in tempi complicati ed è un rischio che non possiamo permetterci”. Minniti, che è stato anche il primo ex comunista ad avere la delega ai servizi (era il 1999), riavvolge il nastro. E ci consegna un’ultima riflessione: “L’Italia negli anni passati ha affrontato due minacce esistenziali. Abbiamo prima sconfitto il terrorismo interno, senza ricorrere a leggi eccezionali. Il presidente Pertini amava ricordare che l’Italia ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia. Poi, con questa visione, è stata affrontata la minaccia del terrorismo internazionale, senza che il paese venisse colpito”. A differenza di altri stati europei. “Non è stato merito dello stellone italiano, ma il frutto di una straordinaria cooperazione tra magistratura, intelligence e forze di polizia. L’espressione più profonda dell’interesse nazionale”. E allora conclude Minniti: “Non mi spaventa l’asprezza del dibattito, ma stiamo attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca. Per l’Italia sarebbe il più grave dei danni”. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Tragedia nel carcere: detenuto si toglie la vita di Biagio Salvati Il Mattino, 18 gennaio 2026 Avrebbe compiuto 25 anni proprio giovedì prossimo. Tragedia nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove un detenuto di origine marocchina, E.H., si è tolto la vita. Il giovane, accusato di furto e in attesa di giudizio, avrebbe compiuto 25 anni proprio giovedì prossimo. Si trovava in regime di isolamento nel reparto Danubio quando si è impiccato con alcune lenzuola arrotolate. Immediato l’intervento dei soccorsi, ma per il detenuto non c’è stato nulla da fare. La salma è stata trasferita all’ospedale di Caserta per gli accertamenti medico-legali di rito ed ora si trova nell’obitorio. Si tratta del primo suicidio in Campania ed il secondo nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno, un dato che riaccende l’allarme sulle condizioni di detenzione e sul disagio psichico all’interno degli istituti penitenziari. A darne notizia sono stati i garanti dei detenuti, Samuele Ciambriello, garante campano, e don Salvatore Saggiomo, garante della provincia di Caserta, che in una nota congiunta hanno espresso forte preoccupazione. “Suicidi e morti di carcere e in carcere: si danno i numeri. Ma oltre l’anonimato dei numeri, ci sono le persone”. E continuano: “Che cosa si è fatto negli ultimi dieci anni? Questo non è che la punta di un iceberg di una condizione di disagio e sofferenza presente in tutti gli istituti di pena italiani, che da Nord a Sud scoppiano, con buona pace della politica populista”. I garanti auspicano un intervento diretto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché vengano affrontati in modo strutturale “i problemi reali del pianeta carcere”. Secondo quanto ricostruito, E.H., irregolare sul territorio, era stato arrestato nel maggio 2025 con l’accusa di furto. Armato di coltello, era entrato nell’abitazione di una donna a Valle di Maddaloni: la padrona di casa, rientrando, lo aveva visto ma l’uomo aveva già preso alcuni oggetti ed era fuggito. Dopo alcune ore era stato rintracciato dai carabinieri sui binari della stazione di Dugenta (Benevento) dove avrebbe cercato di fuggire. Una volta fermato, era stato inizialmente trasferito nel carcere di Bellizzi Irpino, in provincia di Avellino, per poi giungere a Santa Maria Capua Vetere, dove era ristretto al momento del suicidio. La vicenda riporta al centro del dibattito pubblico il tema della tutela della salute mentale dei detenuti, della gestione dell’isolamento e delle condizioni di vita all’interno delle strutture penitenziarie, in un sistema che, come denunciano da tempo garanti e associazioni, appare sempre più sotto pressione. Viterbo. “Il sovraffollamento resta una priorità da affrontare” viterbotoday.it, 18 gennaio 2026 Visita nel penitenziario Nicandro Izzo a Mammagialla della Camera penale di Viterbo e dell’associazione Nessuno tocchi Caino, accompagnati da una delegazione di giovani avvocati dell’Aiga. “Abbiamo constatato, ancora una volta, la crisi profonda del sistema penitenziario italiano”, riporta Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino. A pieno regime Mammagialla dispone di 440 posti regolamentari ma 35 sono attualmente non disponibili, a fronte di 705 detenuti reclusi. Per Zamparutti si tratta di “un sovraffollamento grave, strutturale, che incide direttamente sulla dignità delle persone detenute e sulle condizioni di lavoro di chi opera nell’istituto”. Il personale penitenziario, infatti, è ben al di sotto degli organici previsti. “A fronte di 350 unità previste, la forza operativa di reparto è di 258 agenti - afferma Zamparutti. Sono di tutta evidenza numeri insufficienti per garantire sia la sicurezza che i diritti, come anche lo svolgimento delle attività trattamentali”. In Italia il carcere di Viterbo, purtroppo, non è un’eccezione. “Ma la regola - conclude Zamparutti - è di un’istituzione immersa in una crisi che non si può far finta non esista. Servono scelte politiche immediate per ridurre intanto il sovraffollamento carcerario”. Per Nessuno tocchi Caino erano presenti, oltre a Zamparutti, la presidente Rita Bernardini e gli attivisti Sergio D’Elia, Emanuele Magalotti, Francesca Stricker e l’architetto Cesare Burdese, esperto di edilizia carceraria. Presente anche Maria Brucale, referente per il Lazio dell’Osservatorio carceri dell’Unione camere penali italiane. A guidare la Camera penale di Viterbo il presidente Remigio Sicilia, che sottolinea come il carcere sia “l’elemento patologico della condanna, anche se strumento di tutela della collettività”. La “fotografia” degli avvocati - Sicilia fotografa poi il Mammagialla: “Le stanze sono più piccole di quanto la gente immagini. Nove metri quadri per minimo due detenuti, più gli arredi, ma rispettose dei criteri di legge. È uno dei pochi penitenziari in Italia senza censure da parte dei tribunali di sorveglianza”. Durante la visita è emersa, in particolare, la necessità di rafforzare la presenza sanitaria esterna. “Sarebbe utile - dice Sicilia - che l’azienda sanitaria garantisse più specialisti, ad esempio oculisti. Tuttavia, nonostante la concomitanza con gli stati generali della Asl, il lavoro in carcere procedeva a pieno regime”. Sicilia ricorda il suicidio di un detenuto avvenuto tra l’11 e il 12 dicembre, unico caso registrato nel 2025: “L’incremento degli assistenti, in particolare delle donne, è stato positivo, perché la componente femminile è fondamentale nel contesto carcerario. Servirebbe però anche un maggior numero di graduati”. Durante la visita gli avvocati hanno avuto anche l’opportunità di confrontarsi con i detenuti, visitando i vari reparti: definitivi, cautelari e con problemi sanitari. “È stato un vero e proprio incontro trasversale, anche con diversi nostri assistiti - chiosa Sicilia -. Nonostante le criticità, il Nicandro Izzo è già a livelli ottimali rispetto ad altri istituti penitenziari, ma sono encomiabili gli sforzi del direttore per raggiungere livelli ancora migliori. La visita ha voluto essere un contributo concreto e ha trovato da parte di tutti grande apertura”. Torino. Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi di Ludovica Lopetti Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026 Ma il Tar sospende il provvedimento. Punito per aver denunciato sovraffollamento e carenza di personale al TG5, un poliziotto penitenziario ottiene dal Tar la sospensione della sanzione: per i giudici potrebbe trattarsi di whistleblowing. Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”. La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5 un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo identificato. Come? “L’Amministrazione - si legge nel provvedimento - è stata messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il volto”. Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa “esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato. Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica, in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti feriti a seguito di aggressioni o disordini. Roma. Come vivono i detenuti a Rebibbia? “Qui combatti contro il tuo carattere” Il Messaggero, 18 gennaio 2026 “Devi combattere con il tuo carattere”. “Sento gli autobus sulla via Tiburtina, ma non vedo quasi nulla”. La vita in carcere è fatta di attese, di silenzi, di immaginare il mondo fuori e un futuro che sembra lontano. A raccontarla, in prima persona, sono le voci dei detenuti raccolte da Hyperlocal, magazine che racconta luoghi e quartieri unici nel mondo globalizzato e che ha dedicato un numero al penitenziario di Rebibbia, a Roma, una delle carceri con più capienza in Italia oltre che il penitenziario femminile più grande d’Europa. I giornalisti sono stati per due mesi a contatto con i detenuti, le foto e i testi realizzati sono stati esposti in una mostra con 20 manifesti fuori dalla fermata metro di Rebibbia e poi all’interno dello stesso penitenziario, nel cortile che viene usato per l’ora d’aria. Le storie dei detenuti - A Rebibbia il dentro e il fuori sono due mondi complementari, che non si toccano ma si chiamano costantemente: “Vedi il sopra degli autobus che passano, vedo il semaforo all’entrata del carcere ma non vedi nulla” racconta uno degli intervistati nel cortometraggio realizzato nel progetto. “Da dove mi trovo io a volte si sente la musica, perché fanno le feste” a parlare è un ragazzo giovane, meno di 30 anni. In questo presente sospeso si crea inevitabilmente una comunità, fatta di regole, amicizie e rivalità perché, come diceva Gagliarda Sapienza a Rebibbia “si impara cosa è la famiglia”. Oguno porta dentro la sua storia. C’è Antonio che fuori ha un’autofficina, dalla sua cella sente le macchine e le moto sulla Tiburtina e prova a indovinare la cilindrata, nel resto del tempo disegna, fa teatro e ha cantato anche per Papa Francesco nel coro che ha accompagnato l’apertura della porta Santa, lo scorso anno. C’è Tiziana, che racconta il suo matrimonio avvenuto ormai più di 20 anni fa tra le mura del carcere, con il compagno Franco (anche lui detenuto), senza fiori né torta nuziale, solo un lungo abbraccio con il marito. E c’è Alessandro che è stato il primo detenuto in Italia a conseguire un dottorato. A 46 anni, dopo 23 di detenzione, ha ottenuto il Phd in Sociologia e Scienze Applicate presso l’Università di Roma La Sapienza. Hyperlocal Rebibbia - Hyperlocal è una piattaforma editoriale curata da Edizioni Zero che dal 2020 racconta le comunità e le scene culturali e artistiche di rilievo storico, contemporaneo e internazionale localizzate nei quartieri di diverse città del mondo. Hanno partecipato alla realizzazione del magazine con i loro testi Isabella De Silvestro, Federica Delogu, Christian Raimo, Nicolò Porcelluzzi, Alice Sagrati, Elisa Cuter, Graziano Graziani, Emilia Agnesa, Silvia Basile, le fotografie sono di Stefano Lemon, Lavinia Parlamenti, Guido Gazzilli, Benedetta Ristori. A loro si aggiungono il regista Alain Parroni, che ha firmato il video di presentazione dell’intero progetto, indagando il rapporto tra detenuti e il quartiere di Rebibbia; l’illustratrice Oscar Frosi @matrioscar. Bologna. All’Ipm criticità strutturali e carenze di organico mettono a rischio detenuti e agenti di Stefania Ascari* e Lorenzo Casadei** sulpanaro.net, 18 gennaio 2026 Abbiamo effettuato una visita ispettiva all’Istituto Penitenziario Minorile di Bologna, incontrando il direttore Lorenzo Roccaro e visitando i due piani dell’istituto, dove sono presenti oltre 40 giovani detenuti. Abbiamo ritenuto indispensabile verificare con urgenza condizioni, procedure e presidi di sicurezza, anche alla luce del grave episodio riportato dagli organi di stampa, dove una agente di Polizia Penitenziaria sarebbe stata oggetto di molestie e violenza sessuale durante dei colloqui a distanza in una sala particolarmente isolata che rende complesso l’immediato intervento dei colleghi. A ciò si aggiunge un problema diffuso in tutto l’istituto, con molte telecamere di sorveglianza posizionate ad altezza uomo, quindi facilmente copribili o eludibili, con un evidente indebolimento delle misure di prevenzione e tutela. Quanto riscontrato conferma un quadro che denunciamo da anni. L’Ipm opera con personale sottodimensionato e in una struttura inadeguata, con conseguenze dirette non solo sull’incolumità dei giovani detenuti, ma anche sulla sicurezza delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria, costretti a lavorare in condizioni spesso esasperanti. La struttura dell’Ipm di Bologna, ricavato da un ex convento, non è mai stato adeguato in modo risolutivo agli standard necessari, con una configurazione che ruota su una scala unica, una compartimentazione insufficiente, e con un rischio di evasione che nel tempo si è già concretizzato e che è noto anche ai detenuti presenti, oltre a punti ciechi e una sorveglianza visiva e uditiva inadeguata. Di fronte a questo quadro, non è più tollerabile l’immobilità del Governo. Le criticità sono note da tempo e continuano a produrre rischi concreti. Servono interventi immediati, dal potenziamento urgente dell’organico della Polizia Penitenziaria agli interventi strutturali per ridurre i rischi all’incolumità dei presenti e ripristinare standard minimi di sicurezza e gestione delle emergenze. Per la tutela dei diritti dei giovani detenuti e la sicurezza del personale servono risposte operative immediate, per questo presenteremo interrogazioni in Parlamento e in Regione per fare emergere tutte le responsabilità politiche di un Governo che continua a togliere risorse per la Polizia Penitenziaria, la sicurezza degli istituti e per la dignità dei giovani detenuti. *Deputata M5S **Consigliere regionale M5S Emilia Romagna Piazza Armerina (En). “RipartiAmo”, lavoro e dignità oltre le sbarre del carcere La Sicilia, 18 gennaio 2026 Per la prima volta nella storia del carcere di via De Andrè, 5 detenuti hanno lasciato la Casa circondariale per svolgere attività lavorative all’esterno. Un passaggio storico per il penitenziario piazzese e il risultato più significativo del progetto “RipartiAmo”, realizzato in circa 6 mesi con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale e lavorativo. Il progetto è stato promosso dal Consorzio di Umana Solidarietà, con l’associazione Seconda Chance e il Centro Studi Cesta, con il supporto della Caritas e la collaborazione di aziende del territorio. Grazie ai tirocini attivati, cinque persone detenute hanno potuto lavorare fuori dal carcere, dimostrando impegno e senso di responsabilità. Nel dettaglio, M. ed E. sono stati impegnati nei lavori di ristrutturazione del palasport cittadino per conto della ditta edile Cosenza; A. ha svolto attività nel laboratorio del Panificio delle Meraviglie di Giuseppe Nativo; S. ha lavorato come aiuto cuoco per la Cooperativa Sud Servizi; mentre M. è stato impiegato come tuttofare all’Hotel Villa Romana, ricevendo apprezzamenti per la sua versatilità. Per uno dei partecipanti, conclusa la pena, l’esperienza lavorativa è proseguita anche successivamente. “RipartiAmo non è stato soltanto il nome di un progetto, ma un modo concreto per aiutare chi è privo della libertà a costruirsi un futuro di legalità” - spiegano le realtà promotrici. Il lavoro rappresenta il primo vero ponte tra il carcere e la comunità esterna”. L’iniziativa ha rappresentato un’esperienza nuova anche per la casa circondariale diretta da Donata Posante, con la capo area Marianna Cacciato, che auspicano la prosecuzione del percorso attraverso nuovi finanziamenti e ulteriori tirocini. E nell’ambito del progetto nel secondo semestre del 2025 è stato attivato uno sportello di assistenza psicologica e psichiatrica che ha dato un supporto importante, anche attraverso terapie di gruppo, alle oltre settanta persone presenti nella struttura. Un servizio essenziale perché lo stato non riesce a garantire un supporto sanitario continuo ed efficace all’interno delle carceri. Frosinone. Detenuti sul palco, studenti in platea: il teatro ponte per la rinascita di Francesco Fabbri ansa.it, 18 gennaio 2026 L’Eroica in scena nel carcere di Frosinone, sogni e speranze guardando al futuro. Insieme, e con la capacità di cambiare, si vincono le avversità e i rovesci della vita. Un messaggio particolarmente incisivo se a trasmetterlo sono dei detenuti che stanno scontando la pena e si preparano alla vita che li attende fuori dal carcere. A dar corpo all’intenzione è lo spettacolo teatrale ‘L’Eroica’ messo in scena all’interno della casa circondariale di Frosinone. Sul palco attori veri, ancorché detenuti, che - complice una storia dal forte impatto emotivo - svelano in forma quasi onirica i pensieri, le aspirazioni, le speranze una volta lasciata alle spalle l’esperienza carceraria. In platea un pubblico di scolaresche e associazioni. Cosa accade quando si entra a far parte di un gruppo indissolubile, senza via di ritorno? Quali sono le dinamiche interne? Uscirne cosa comporta? E come reagisce ciascun componente all’insorgere di fratture interne e di capovolgimenti, davanti a un futuro incerto? Sono questi i temi de L’Eroica, spettacolo che si inserisce nel progetto Ossigeno, laboratorio permanente di recitazione, scenografia e sartoria, attivo dal 2019 nella casa circondariale di Frosinone, a cura di Branchie Teatro, scritto e diretto da Sofia Tremontini e Laura Mariottini. “Gli argomenti affrontati rappresentano questioni urgenti e irrinunciabili proprie del gruppo - spiega Tremontini - ma assumono caratteristica di universalità. Un ponte tra società esterna e carcere in una prospettiva di dialogo tra dentro e fuori. È bello osservare - prosegue - come ciascuno, attore o spettatore, dia allo spettacolo il senso che più sente proprio, che veda nella rappresentazione lo specchio delle proprie sensibilità”. L’Eroica rappresenta anche una ‘prima volta’ per il progetto Ossigeno, con l’apertura agli studenti di alcune scuole di Roma e di Fiuggi. Una novantina i giovani spettatori che hanno assistito all’ultima replica. Dietro a ogni sipario che si apre, c’è un lavoro lungo un anno: una cinquantina le persone che hanno attraversato il laboratorio, ma alla fine del percorso il gruppo si assottiglia a circa a un terzo tra attori, sarti e scenografi. La messa in gioco di sé è forse l’ostacolo emotivo maggiore, ma anche il trampolino verso il futuro. L’obiettivo dichiarato è realizzare uno spettacolo artistico ed estetico, che dia valore e dignità al lavoro degli attori che si sono impegnati lungo tutto il percorso. Il risultato è negli occhi degli spettatori, l’emozione è la vera ricompensa. E la continuità, che è spesso l’elemento debole nella realizzazione del progetto, viene ‘allenata’ durante tutto il percorso. Una caratteristica utile non soltanto sul palco, ma anche nella vita. “Tutto il lavoro fatto durante l’anno - spiega ancora Tremontini - si concentra nella fase antecedente alla messa in scena, quando tutti gli attori, indistintamente, avvertono vicino il momento della verità. Quando impegno e serietà si mostrano al mondo esterno”. Il progetto punta anche a consolidare il senso di appartenenza al gruppo, a condividere il sentimento di orgoglio, oltre che ad alleggerire la quotidianità della vita detentiva. E quando le luci si spengono, rimangono in ciascuno le riflessioni più intime e il seme della consapevolezza che un’altra vita è possibile. Genova. Teatro Necessario compie 20 anni liguriaday.it, 18 gennaio 2026 “Siamo all’edizione numero 20 e già avere raggiunto questa meta è motivo di orgoglio. Era il 5 maggio 2006, sul palcoscenico del Teatro Gustavo Modena di Genova, quando debuttava il primo spettacolo intitolato “Scatenati”, spettacolo che diede poi il nome alla compagnia teatrale. Oltre cinquecento sono stati i detenuti coinvolti in qualità? di attori e di tecnici, circa novantamila gli spettatori che hanno assistito alle rappresentazioni, decine gli studenti universitari che hanno effettuato tirocini e incentrato le loro tesi di laurea sul nostro lavoro e decine le scuole, di ogni ordine e grado, coinvolte anche in percorsi di alternanza scuola”. Così Mirella Cannata, direttrice artistica di Teatro Necessario, racconta quello che un unicum a livello nazionale. Oggi gli spettacoli vanno in scena nel famoso Teatro dell’Arca, all’interno del carcere di Genova Marassi. L’associazione Teatro Necessario, costituita su iniziativa di artisti, operatori culturali e insegnanti con lo scopo di utilizzare il teatro come strumento di integrazione e di riabilitazione socio-lavorativa rivolta ai detenuti, e? attiva dal 2005 all’interno della Casa Circondariale di Genova-Marassi dove promuove, ogni anno, corsi di formazione nei mestieri dello spettacolo per persone detenute mediante la collaborazione con professionisti esterni. “Con la rassegna Voci dall’Arca 2026 abbiamo costruito una programmazione coerente e necessaria, intrecciando teatro di narrazione, musica dal vivo, testimonianze reali e dimensioni poetiche. Al centro abbiamo messo ciò che riguarda tutti: l’identità che si trasforma, la memoria che resiste, la giustizia che interroga, la fragilità come possibilità, la resilienza come atto collettivo. Lo facciamo attraverso linguaggi scenici contemporanei e artisti capaci di abitare la scena con verità” - aggiunge Cannata. In occasione della celebrazione di vent’anni di attività dell’associazione “Teatro Necessario” e dei primi dieci anni di apertura del teatro dell’Arca, è stato istituito il premio teatrale “Sandro Baldacci”, cofondatore, regista e direttore artistico dell’associazione, prematuramente scomparso, che in oltre vent’anni del suo lavoro, attraverso la forza emotiva trasmessa dai suoi spettacoli, ha dato voce al mondo sommerso e periferico del carcere. Il premio teatrale “Sandro Baldacci” intende valorizzare il teatro in carcere, a livello nazionale, offrendo la possibilità al vincitore di inaugurare la stagione 2026/2027 al Teatro dell’Arca Sandro Baldacci. Ad aprire Dora Pro Nobis il 24 gennaio 2026 della compagnia Teatro di Dioniso, tratto dal libro ‘Malamore’ di Concita De Gregorio. In scena un intenso dialogo in forma di contrappunto tra la voce di Federica Fracassi e il violoncello di Lamberto Curtoni: lei evoca Dora Maar, lui richiama la presenza di Pablo Picasso. Segue “Monkey’s Kabarett - La via per la libertà” il 7 febbraio 2026, liberamente ispirato a Kafka. Il monologo musicale di Andrea Nicolini, accompagnato dall’Ensemble Phonodrama, racconta la metamorfosi di Rotpeter, scimmia diventata uomo per necessità di sopravvivenza. Il calendario prosegue il 20 febbraio 2026 la rassegna cambia registro senza perdere profondità con “Musical: dal Teatro al Cinema, andata e ritorno”, regia di Umberto Scida. Non un semplice concerto, ma un racconto scenico che attraversa Broadway, West End e Hollywood. Il 6 marzo 2026 arriva “Cantanti”, ideato e diretto da Carlo Geltrude, testo di Mario Gelardi. Ispirato alla vicenda dei fratelli Brusca, lo spettacolo affronta il tema delicatissimo della collaborazione con la giustizia e della Legge n. 82 del 1991. Il 13 marzo 2026 arriva Marco Baliani attore narrante, regia di Maria Maglietta. Dal racconto di Kleist, prende forma una riflessione senza tempo sul confine tra giustizia e vendetta. Il 28 marzo 2026 la musica diventa gesto politico e poetico con “Orchestra del Mare”. L’Orchestra Paganini suona strumenti costruiti nella liuteria del carcere di Opera con il legno dei barconi dei migranti, mentre i testi letti e scritti dai detenuti di Marassi accompagnano il concerto. L’11 aprile 2026 “(S)legati” di e con Jacopo Bicocchi e Mattia Fabbris. La vera storia degli alpinisti Joe Simpson e Simon Yates diventa metafora estrema delle relazioni umane. Si chiude la rassegna “La voce di Antigone” il 13 maggio al teatro Ivo Chiesa e dal 19 al 22 maggio al teatro dell’Arca Sandro Bladacci. È il lavoro di Eva Cambiale e Carlo Orlando con gli attori detenuti della Casa Circondariale di Genova Marassi, produzione Teatro Necessario. Antigone non è qui un archetipo da museo, ma una presenza viva, insolente e gioiosa, una forza scenica che canta e danza la libertà. Per assistere agli spettacoli programmati al Teatro dell’Arca è obbligatoria la prenotazione online da effettuare entro tre giorni dall’evento sul sito: www.teatronecessariogenova.org. Milano. Teatro Puntozero Beccaria, se il carcere diventa luogo di cultura di Sabrina Rappoli tg24.sky.it, 18 gennaio 2026 Le ragazze e i ragazzi di Teatro Puntozero Beccaria in scena con “L’Antigone” di Sofocle. I ragazzi detenuti nell’istituto per minori di Milano hanno l’opportunità di confrontarsi col palcoscenico grazie a un progetto che va avanti da circa 30 anni. Dell’importanza dell’arte nei processi di educazione, riabilitazione e reinserimento nella società abbiamo parlato con chi ci lavora. Accade che le serie tv raccontino la dura realtà delle periferie, la crescita in contesti difficili, la criminalità che si affaccia nella vita dei giovanissimi, contaminando il loro presente; in molti casi tutto ciò conduce al carcere e da lì, auspicabilmente, a un percorso di riabilitazione. Vicende analoghe sono raccontate in “Gomorra - Le origini”, la nuova serie Sky Original che, partendo dalla Napoli degli anni 70, segue le vicende di Pietro Savastano, che di lì a pochi anni sarà capo clan. Il Teatro Puntozero Beccaria, adiacente all’omonimo carcere minorile di Milano, è stata l’ambientazione del vodcast Pulp, dove gli host Fedez e Marra hanno intervistato gli ospiti Don Claudio Burgio, della comunità Kayros e due ragazzi della stessa comunità, che hanno raccontato il proprio vissuto, il passato e il percorso di reinserimento seguito all’uscita dal carcere. Il Teatro Puntozero Beccaria è tassello fondamentale della riabilitazione e del reinserimento nella Società dei giovani reclusi, ne abbiamo parlato con chi ci lavora, con Don Burgio e con Davide Marra. Lisa Mazoni - Cofondatrice Associazione Puntozero Come è nato il Teatro Puntozero Beccaria? Più o meno 30 anni fa ci siamo messi in testa di costruire questo teatro, quindi, lo abbiamo fatto; tutto quello che vedete qua dentro è stato costruito con i ragazzi e la porta da cui si entra - che si rivolge alla città - è una porta che prima non c’era. È stato un grande successo che ha consentito di far sì che questo teatro, nato in un carcere, diventasse un locale di pubblico spettacolo, aperto alla città 365 giorni l’anno. Questo significa che noi possiamo organizzare una vera e propria stagione teatrale. Quest’anno ne abbiamo presentata una dal titolo “Persona” e questa è la proposta che noi facciamo al sistema penitenziario, perché i ragazzi possano trascorrere il loro periodo di detenzione in un conteso culturale dove possono incontrare altri coetanei, completamente estranei al circuito penale e possano incontrare l’arte, la cultura, formarsi, imparare un mestiere e - soprattutto - imparare a vivere in una compagnia. Che cosa ha imparato da questo luogo? Si impara tanto. Si impara che bisogna dare sempre una seconda occasione. Questa domanda è difficilissima. Innanzi tutto, il piacere dell’arte, del teatro, di quella magia che scaturisce dall’arte del teatro. Cosa crede, d’altro canto, che i ragazzi del Beccaria abbiano imparato dall’esperienza del teatro? Ormai sono quasi 25 anni che lavoro in Puntozero, all’interno del carcere minorile. Per me e Giuseppe Scutellà è proprio la passione, è il lavoro, è la vita. Non riesco a mettere nel punto centrale i ragazzi, ma il sistema penale, cioè, mi domando da cittadina che tipo di carcere, che tipo di sistema penale, che tipo di educazione, di rieducazione voglio insegnare a mio figlio. Come, da cittadina, intendo che sia la detenzione: questo è il mio obiettivo. Non riesco mai a pensare al ragazzo come punto di lavoro, penso sempre a come debba essere il carcere, che tipo di proposta si debba fare, quali condizioni necessarie ci debbano essere affinché si possa rimettere insieme, recuperare quel patto sociale che si è rotto. Quello che vedo negli occhi dei ragazzi è la magia dello stare insieme, la magia del gioco, la magia del teatro, la scoperta del teatro. Adesso stiamo lavorando su “Alice nel paese delle meraviglie” e potersi permettere di abbandonare tutti i ruoli sociali, di giocare a fare una tartaruga, il grifone, il Brucaliffo, tutto questa è la magia proprio del gioco; si restituisce ai ragazzi la possibilità di giocare e di creare delle relazioni. Ce n’è abbastanza di così, in Italia, ce ne vorrebbero di più? No. Bisogna fare molto, molto di più nella quotidianità dei ragazzi. Questo teatro è il teatro costruito dall’Associazione Puntozero - chiaramente, costruito con il grande sostegno del Ministero, del Dipartimento, del Comune di Milano - ma noi siamo una realtà che vive con gli spettacoli che riusciamo a produrre, con i biglietti che riusciamo a vendere. Questa è la grande occasione per comunicare che siamo in scena con “Alice nel paese delle meraviglie”, dall’1 al 22 febbraio, perché poi gli introiti, gli incassi, ci permettono di fare formazione ai ragazzi, di assumerli, di fare altre produzioni, di rilanciare. Che tipo di pubblico frequenta il vostro teatro e quanto è conosciuto dai milanesi? Secondo me ci conoscono ancora pochissimo. Il Teatro Puntozero Beccaria non è ancora così conosciuto. Noi siamo una piccola associazione, per cui non abbiamo anche la forza della distribuzione. Sicuramente ci conoscono le scuole, dalle medie alle superiori e ci conoscono per passaparola. Chi viene qui si innamora degli spettacoli, si innamora del posto e coinvolge altre persone. Quindi, direi cittadini dai 40 ai 50 anni, ma anche giovanissimi, studenti universitari. Direi che, assolutamente, è un pubblico eterogeneo e cittadino, sì, di Milano. Quando inizia e quando ha termine, la vostra stagione teatrale? La stagione ‘25-’26 vede “Errare Humanum Est” in scena tutto l’anno, per le scuole su prenotazione tramite il sito puntozero. “Alice nel paese delle meraviglie” è in scena dal 1° al 22 febbraio, mentre l’”Antigone” di Sofocle è in scena dal 25 aprile al 10 maggio. Questa è la stagione che proponiamo, abbiamo anche delle ospitalità e l’anno prossimo vogliamo rilanciare e magari poter girare un po’ l’Italia. Quindi, portate in scena anche classici? Giuseppe Scutellà che è il nostro regista e direttore artistico, trova nei classici una casa sicura ed è meraviglioso perché, ad esempio, l’Antigone di Sofocle è uno spettacolo che viene messo inscena integralmente. Io ho un ricordo bellissimo di un ragazzo siriano, che non parlava neanche bene l’italiano, che l’ha imparato grazie alla traduzione di Maria Grazia Cini, che disse Antigone è lo spettacolo più bello del mondo, uno spettacolo indimenticabile”; oppure, un altro ragazzino che si tatuò Antigone sulla gamba. Quindi, è interessante, fa riflettere, perché un’opera così lontana nel tempo, così anche tragica, seria, come possa incidere così tanto in ragazzi giovanissimi: stiamo parlando di ragazzi che hanno dai 14 ai 25 anni e l’età media dei ragazzi che noi incontriamo, diciamo che è 16-19. Parlava di una tournée vera e propria, prima, quando accennava al fatto di poter girare un po’ l’Italia, per portare fuori da qui quello che accade qui? Sì, siamo stati un po’ in giro per l’Italia, siamo stati a Caltanissetta e sì, è possibile concretizzare l’idea di portare in giro la compagnia, è una prospettiva del 2026-2027. Qual è l’augurio che si fa per questo posto? L’augurio - e può sembrare un po’ venale - ma è di avere tanti, tanti spettatori, perché tutto questo è possibile con la partecipazione di tutti. Il carcere può essere migliorato se la cittadinanza se ne occupa; si immagina un carcere che possa restituire veramente alla società giovani e anche non giovani, che abbiano le possibilità, gli strumenti, per recuperare quella rottura di patto sociale e per poter essere reinseriti. Quindi, mi auguro di vedere tanti spettatori e serate sold out dall’1 al 22 febbraio. Giuseppe Scutellà, regista e direttore artistico Teatro Puntozero Beccaria Come sceglie gli attori? In realtà è una non scelta. Chiunque qua dentro può decidere di fare teatro. Il teatro è un percorso di vita, è un percorso dentro sé stessi, accompagnato dagli altri, mi vien da dire. Quindi, chiunque esprime il desiderio di venire qua a teatro lo può fare e lo fa, recuperando quella dimensione di gioco che è giusta per la loro età. Tieni conto che nel Beccaria ci sono ragazzi che hanno dai 14 ai 25 anni, quindi sono nel pieno dell’età del gioco, dello scoprire sé stessi, dello scoprire le relazioni e la comunicazione. È un lavoro a tempo pieno, perché questo teatro è una vera e propria comunità teatrale all’interno del carcere. Il ragazzo esce la mattina alle 9 dalla cella e rientra la sera e quello che si vede - al di là delle poltrone, di tutto questo lustro che c’è, intorno a noi, in realtà è una vera e propria casa. Qui dentro cuciniamo, mangiamo, la gestione della sala è fatta insieme ai ragazzi e poi si va in scena. Si va in scena con degli spettacoli che in realtà non scegliamo noi ma ci scelgono. Di volta in volta, in base al gruppo che abbiamo, si parla, si discute, ci domandiamo di che cosa abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di fare un ragionamento sulla Legge, l’”Antigone”? E allora si sceglie quel testo. Oppure, semplicemente, abbiamo voglia di sognare, immaginare, perché ciò che è importante è immaginarsi in un futuro, proiettati in un futuro e si sceglie “Alice”. In questo momento siamo in scena con “Alice” e credo che questo sia assolutamente un testo di riferimento, non solamente per poter immaginare, ma per poter veramente pensarsi come in sogno e modificarlo, questo sogno. Tra i ragazzi con i quali lavora, ci sono dei talenti veri? Tutti hanno un talento. Io intendo il lavoro dell’attore come qualcosa che toglie, non che aggiunge. Noi nasciamo già attori, poi, si sa, dobbiamo vivere, la società ci dà tante botte e, quindi, alla fin fine, ci chiudiamo. Si tratta di togliere quegli scudi, quelle resistenze che tutti noi abbiamo. Chiunque può fare l’attore, lo credo davvero. Sono fermamente convinto che il mio lavoro, al di là della bellezza estetica dello spettacolo, sia quello anche di andare a lavorare su quelle che sono le problematiche dei ragazzi. Ad esempio, se un giovane non parla bene la lingua, facciamo tutto un lavoro di insegnamento delle parole, dell’italiano. Talenti ne sono venuti fuori tanti, ce ne sono tanti e la gioia di questo lavoro è che questi ragazzi qua, anche quando hanno finito con noi, hanno scelto percorsi artistici. In questo momento abbiamo ragazzi che lavorano come fotografi professionisti, lavorano nei teatri stabili e questa è una gioia. Di tanto in tanto ci sentiamo, ci teniamo in contatto e la cosa bella del nostro lavoro è di far scoprire loro qual è veramente la loro passione e magari, perché no, che possano vivere di arte, perché di arte si vive e produce anche PIL In Lombardia ne produce tanto, ecco. Ritiene che, in qualche modo, lavorare qui dentro l’abbia fatta crescere, l’ha cambiata? Sì, ovviamente, così come ti cambia qualsiasi tipo di lavoro fatto con passione. Le storie che ho incontrato qui dentro si sono incise dentro di me, tantissimo. Il carcere è un luogo dove ci sono tristezza e storie assurde, è un contenitore di vite ed è un continuo mettere in discussione quello che tu pensi. Io sono entrato a lavorare qui dentro pensando che i ragazzi che erano in carcere, evidentemente, c’erano perché avevano fatto qualcosa per esserci. Quello che mi ha insegnato lavorare qui è che sono stato fortunato, perché ognuno di noi potrebbe, nella sua vita, attraversare un percorso di detenzione. Certo, con tutti i distinguo, pensando anche al fatto che conta molto da dove arrivi. In carcere non ho mai visto qualcuno che arrivi da mega, buone famiglie ricchissime. Qui ci sono sempre storie molto tristi, di povertà, di famiglie non certo centrate. Quindi, se ho imparato qualcosa nella vita è mettermi in ascolto, per quanto i ragazzi non bisogna solamente saperli ascoltare, bisogna dare loro anche le parole e le possibilità per nominare i loro malesseri. Questo vale nella vita per i ragazzi ma anche per me stesso: cercare sempre di fare autoanalisi per trovare una soluzione che ci permetta di andare avanti. Gli spettatori che decidono di venire qui arrivano da fuori, evidentemente. Il teatro unisce il mondo di fuori e quello di dentro, in qualche modo e, dunque, può essere il teatro un luogo di incontro e di pacificazione? Credo proprio di sì. Ci lamentiamo tantissimo di questa società digitalizzata, dei social, del fatto che non comunichiamo più tra di noi. Ebbene, non comunichiamo più tra di noi perché non abbiamo uno strumento che ci permette di farlo ed è ovvio che la cosa più facile è andare sui social. Io dico sempre che il teatro, se ha un’utilità per i ragazzi e anche per noi, è quella di modificare i nostri agiti. È come se ci mettessimo sotto la lente di ingrandimento e iniziassimo a dire “forse, questa cosa, questo fatto, questo agito, vanno corretti in questa maniera”. Non vedo il teatro come un luogo che modifichi il carcere, ma come un luogo che modifichi la società. Innanzitutto, il carcere è l’avamposto dei problemi della società e il teatro di questi si fa carico con le storie dei ragazzi che lo attraversano. È assolutamente, il teatro del carcere, un luogo di mezzo, un luogo di incontro. Quale augurio fa a questo posto e a se stesso? A questa realtà auguro una lunga vita, anche senza il Giuseppe Scutellà di turno e che possa essere un pensiero che si diffonda in tutta Italia; dove iniziamo a pensare che i luoghi di detenzione siano dei luoghi di possibilità, opportunità, formazione e lavoro. Questo perché, ci tengo a dirlo, qui i ragazzi vengono pagati, pagati con stipendio fisso, dà lavoro a tempo indeterminato, con contratti. Non perché lo fa Puntozero, perché prima di Puntozero c’è sempre stato qualcun altro, ma secondo me questa potrebbe essere la chiave risolutiva, realmente, dei luoghi di detenzione. Pensarli in linea con l’articolo 27 della nostra Costituzione, che dice che il carcere deve essere rieducativo e, forse, per il minorile, anche educativo, perché - molto probabilmente - un’educazione non l’hanno ancora avuta, questi ragazzi. Questo è il mio augurio: che il carcere da domani si chiami “I teatri”. Don Claudio Burgio, cappellano del Carcere Beccaria e responsabile della Comunità Kayros Cosa le ha insegnato il rapporto con i ragazzi del Beccaria e, nello specifico, con quanti lavorano qui in teatro? Innanzitutto, mi ha insegnato che bisogna andare oltre le etichette, gli slogan, bisogna guardare in faccia questi ragazzi e scoprire i loro volti, i loro nomi, sono nomi propri, non sono etichette. Quindi, quanto ti immergi nell’ascolto di questi ragazzi scopri tanta umanità, tante storie di sofferenza, tante situazioni che ti portano a interrogarti, come adulto, come cittadino. Quanto il teatro, o forme analoghe di socializzazione, possono aiutare i ragazzi a ritrovarsi? Il teatro è fondamentale, perché ogni attività artistica, aiuta a rielaborare tanti traumi, tante ferite aperte; soprattutto, insegna loro a verbalizzare, cioè, a esprimere le loro emozioni che spesso sono represse e i ragazzi diventano violenti perché non sanno parlare. Il teatro, allora, come tutta l’arte in generale, come la musica, del resto, è capace di dotare questi ragazzi di capacità espressiva, comunicativa, che permette loro anche di evolvere. Don Burgio, lei è riuscito a comprendere se questi ragazzi hanno una visione della loro vita futura, se credono nella parola riscatto? Sono ragazzi molto confusi, disorientati e, forse, credono poco al futuro, è una parola che non si può neanche pronunciare. Vivono nell’immediato presente perché ritengono di non aver sogni, quindi diventano un modo per interpellare l’adulto, per aiutare l’adulto a capire che questi ragazzi non vanno semplicemente repressi, contenuti; non vanno soltanto annichiliti dietro alle mode, ma hanno bisogno di trovare anche adulti che sappiano restituire loro questo senso di riscatto, questa voglia di desiderare cose grandi. Questa è un’opportunità per desiderare cose grandi? Il teatro sicuramente, ma ogni attività umana, il lavoro, la scuola, ogni espressione è in grado di aiutare i ragazzi a riprendere il sogno in mano. Davide Marra, podcaster Quanto l’arte e in particolare il teatro, possono aiutare i ragazzi a ritrovarsi? Stiamo cercando di raccontare, con il nostro podcast, questo tipo di percorso che ci appassiona molto, dalla musica al cinema al teatro. Sono mezzi che possono permettere ai ragazzi di esplorare anche più parti all’interno di loro stessi, proprio perché c’è questo processo di elaborazione che nel tempo ha dato dei risultati eccezionali in termini di vissuto di queste persone, che riescono a raccontarsi con un modo molto genuino, molto spontaneo. È la prima volta che si trova a relazionarsi con questo tipo di realtà? È la prima volta in questo luogo specifico, ma abbiamo già avuto a che fare con Don Claudio e con i ragazzi che lui ha seguito nel corso del tempo. Quindi, alcune storie le abbiamo raccontate e abbiamo seguito alcune persone che hanno utilizzato non soltanto la musica, ma anche la recitazione teatrale o cinematografica per raccontarsi. Quindi, non la prima volta ma la prima volta in loco. Questi ragazzi, attraverso l’esperienza del teatro, crede abbiano la possibilità di credere che le cose per loro possano cambiare? Assolutamente sì e penso che la speranza sia un tema fondamentale che, come società, dobbiamo portare in essere costantemente, perché - molto spesso - ci viene raccontato che non c’è una speranza per persone che partono da alcuni contesti, ma seppur difficoltoso il percorso esiste. Quanto fa diventare rabbiosi, i ragazzi, il fatto di non riuscire a vedere un futuro? Moltissimo, però, è un veicolante che può essere anche utilizzato in modo virtuoso. Ne ho parlato proprio recentemente con Marco D’Amore, regista, attore e sceneggiatore, che ha trovato proprio la rabbia come tema portante all’interno di alcuni suoi racconti anche cinematografici; parlando con dei ragazzi in quel caso di Napoli, però sempre con storie complicate. Comunque sì, è effettivamente un tema ricorrente la rabbia, ed è importante capire come non farsi divorare dalla stessa. Il male di vivere adolescenziale di Walter Veltroni Corriere della Sera, 18 gennaio 2026 Giovani e violenza: il disagio dei ragazzi è un problema sociale e bisogna capire che non si risolve inasprendo le pene. I numeri parlano. Nel 1971 in Italia nascevano 906.182 bambini e morivano 522.654 persone. Nel 2024 è accaduto il contrario, i nuovi nati sono stati 369.944 e i decessi 651.000. L’inverno demografico, mai così severo, ha inevitabilmente capovolto il rapporto tra speranza e paura, come sentimento collettivo. I giovani sono pochi e appaiono, lo segnalavamo fin dai tempi del Covid, smarriti, colmi di ansia, di timori, di disagio. I dati delle forme suicidarie, delle pratiche di autolesionismo, dei disturbi dell’alimentazione dovrebbero essere in bella evidenza sui tavoli dei decisori politici. Sono numeri, non opinioni. Più volte, su queste colonne, abbiamo invitato a considerare le problematiche dei ragazzi come una emergenza nazionale. Basterebbe parlare con i genitori, con gli insegnanti, con gli psicologi dell’età evolutiva. Anzi, basterebbe ascoltarli. Ma gli adolescenti non votano e, dunque, non contano. Sarebbe bello se, su questo tema, forse il più drammatico della condizione umana moderna, le forze politiche deponessero le armi di cartone con le quali si azzuffano ogni giorno e ragionassero insieme per cercare soluzioni vere. Stiamo parlando del dolore e della solitudine di migliaia e migliaia di ragazzi italiani, un problema sociale ed educativo, prima che di ordine pubblico. I ragazzi sanno che non si va a scuola con i coltelli, sanno che non ci si picchia per strada, sanno che non si devono fare le liste delle donne da stuprare. Lo sanno, ma una parte, ricordiamoci sempre di non fare di tutte le erbe un fascio, se ne infischia, perché il dolore che vive è più forte del rischio di infrangere regole. Per questo un puro approccio securitario è inutile e persino dannoso. Davvero qualcuno pensa che attraverso il meccanismo di inasprimento delle pene, buttare via la chiave della cella, si possa risolvere il male di vivere degli adolescenti? Il carcere in Italia è tra le poche cose che sono rimaste come nell’Ottocento. La popolazione è spaventosamente superiore ai livelli minimi di vivibilità, si ripetono suicidi di detenuti e di operatori. La galera è il luogo della vendetta dello Stato, non del recupero di chi ha sbagliato. Davvero si crede che riempire le carceri minorili aiuti ragazzi violenti ad esserlo di meno? So bene che non è con la sociologia che si affrontano i problemi vitali della sicurezza delle persone e so che chi sbaglia deve sempre pagare. Ma quei problemi non li si risolve neanche con la demagogia, con i muscoli esibiti che sostituiscono la grazia risolutrice del cervello. Il disagio dei ragazzi è un tema sociale, bisognerebbe avere l’umiltà di capirlo. Sono costretti da subito ad avere una dimensione sociale di ogni loro comportamento, si sentono costantemente osservati, giudicati, misurano, attraverso il numero dei followers, il grado della loro autostima. Diventano grandi troppo presto, correndo appresso a tecnologie che usano gli adolescenti come puri consumatori e applicano, all’argilla della formazione delle loro prime esperienze umane, la cruda ruvidezza degli algoritmi. Il sesso, le relazioni sentimentali, l’amicizia, la considerazione dell’altro da sé, il rapporto con professori e genitori sono oggi filtrati da un prisma che rimanda sempre la stessa immagine, la propria dimensione pubblica. Prima o poi bisognerà fare i conti, piaccia o no a Elon Musk, con il tema della relazione tra adolescenza e social, così come si dovrà fare delle scuole dei laboratori permanenti di socialità, dei luoghi di formazione e di educazione al sapere e alla vita. Luoghi di incontro di corpi sottratti alla solitudine di stanze piene solo di un cellulare. Bisogna integrare i ragazzi che provengono da condizioni sociali disagiate, che convivono con alfabeti di violenza fin da piccoli, che si sentono ai margini perché diversi per il colore della pelle, la religione, gli orientamenti sessuali. Solo così si garantirà la sicurezza di tutti. Con più determinazione nell’assicurare alla giustizia o allontanare chi delinque, come quell’uomo che ha ucciso il capotreno a Bologna. Ma con i ragazzi, se non vogliamo allevare una generazione solitaria e violenta, bisogna non buttare la chiave, ma farli sentire parte di una comunità. Fatta di persone, non di like. Coltelli e violenza, gli strumenti per educare alle relazioni a scuola di Michele Arena Il Domani, 18 gennaio 2026 La violenza che attraversa le scuole e non solo ha quasi sempre corpi maschili. E ha quasi sempre a che fare con l’incapacità di tollerare che l’altro non sia disponibile. Chi lavora con adolescenti maschi che stanno facendo il loro percorso di abbandono della propria vulnerabilità in cambio dei privilegi del patriarcato sa bene che è una fragilità che cerca di trasformarsi in dominio. La mancanza di educazione sessuo-affettiva a scuola è una responsabilità politica. Chi insegna o lavora a scuola come educatore, soprattutto nei professionali, probabilmente venerdì ha visto diventare realtà uno dei suoi peggiori incubi: un ragazzo di 18 anni è morto dopo essere stato accoltellato all’interno dell’istituto professionale Chiodo-Einaudi di La Spezia. Chi lo ha ucciso è un compagno di scuola poco più grande di lui. Di queste storie, di ragazzi che intorno al momento di diventare formalmente adulti finiscono per fare qualcosa che peserà per sempre sulle loro vite, sono piene le relazioni che scriviamo per i servizi sociali, i racconti che facciamo quando cerchiamo di decomprimere il senso di inutilità del nostro lavoro a partner o amici, le nostre paure quando non riusciamo a modificare traiettorie di vita che sembrano già scritte, o quando torniamo a casa dopo aver diviso due ragazzi che sono arrivati a picchiarsi per qualcosa di apparentemente stupido come un like sulla foto di una ragazza. Così come sembra già scritta la reazione del giorno dopo: un sindaco che sa con sicurezza quali solo le etnie che usano i coltelli, a cui verrebbe da chiedere se può dirci anche quali sono le etnie invece che usano fare liste di compagne di scuola da stuprare; politici che invocano leggi repressive e divieti dimenticandosi che qualcuno di loro è in qualche modo responsabile del clima e del benessere che c’è nei corridoi e nelle aule delle nostre scuole; titoli di giornali che ci ricordano che c’è chi è “italiano italiano” e italiano di altre origini. Queste storie però non riguardano certe etnie, ma un genere ben preciso. Non dovrebbe essere una novità dirlo o quella che qualcuno chiamerebbe una provocazione ideologica: è semplicemente un dato quotidiano che conosciamo bene. La violenza che attraversa, non solo le scuole, soprattutto quando diventa fisica o esplode in modo incontrollabile, ha quasi sempre corpi maschili. E ha quasi sempre a che fare con il controllo e con il possesso. Con l’incapacità di tollerare che l’altro - ma quasi sempre un’altra - non sia disponibile. Chi lavora con adolescenti maschi che stanno facendo il loro percorso di abbandono della propria vulnerabilità in cambio dei privilegi del patriarcato, un percorso fatto anche di umiliazioni subite e fatte subire, sa bene che è una fragilità che cerca di trasformarsi in dominio. Per chi non ci lavora potrebbe sembrare anche una coincidenza che tutto questo accada a poca distanza da una prima approvazione del disegno di legge (ddl) Valditara, decreto che non si preoccupa di quali corsi debbano essere tenuti in materia di educazione affettiva e nemmeno la rende obbligatoria, ma lascia piena libertà agli istituti di decidere se farla o no. Ma lo è solo per una questione di tempi. Perché la mancanza di educazione sessuo-affettiva a scuola non è una dimenticanza, è una responsabilità politica. Ci sono è vero progetti sporadici, affidati alla buona volontà di singoli docenti o a interventi esterni occasionali. Ma mancano spazi in cui affrontare le proprie biografie, i conflitti che si vivono, dove dare nome alle cose che si hanno nella testa, ai rifiuti, alla fine delle relazioni. Qualcuno dirà che non c’è spazio per queste cose nella scuola, che la vita privata deve stare fuori dalle aule e non intralciare la didattica, ma l’omicidio di La Spezia ci ricorda che la vita, e purtroppo anche la morte, non vengono lasciate in cortile alle 8 per essere riprese alle 14. Entrano in classe, ogni giorno, con tutta la loro forza e il loro bisogno di spazio. E se si possono vietare i coltelli, come scrive Matteo Salvini, diventa difficile vietare le emozioni, le pulsioni, la rabbia, i sentimenti. E questi spazi sono ancora più necessari negli istituti professionali dove questa mancanza pesa di più. Non perché i ragazzi siano “più violenti”, sarebbe facile ridursi a questa lettura. Chi ci lavora sa bene che nei professionali si concentrano fragilità sociali, scolastiche ed emotive che nelle altre scuole in qualche modo vengono respinte. Ai professionali e alle persone che ci lavorano viene affidata la gestione quotidiana di ciò che il sistema educativo espelle o non riesce a sostenere, perché non ha risorse e strumenti per farlo: povertà, periferie, insuccessi e fallimenti certificati, famiglie sovraccariche di problemi. È in questi contesti che l’educazione può diventare lavoro di cura e mediazione, trovare una intenzionalità politica. Se l’omicidio di La Spezia oltre ad essere una tragedia di un dolore assurdo che riguarda due adolescenti e le loro famiglie, è contemporaneamente anche un incubo per chi lavora nella scuola, è perché parla del bisogno che vediamo ogni giorno, ma a cui non riusciamo a rispondere. E non per l’assenza dell’impegno individuale di docenti o educatori, quello che manca è un progetto collettivo che prenda sul serio l’educazione affettiva come parte centrale della formazione. Possiamo anche continuare a invocare repressione, divieti o a scrivere titoli di giornale in cui si suggeriscono correlazioni tra cognomi e azioni. Ma, a costo di sembrare retorici, servirebbe invece accettare che educare alle relazioni è una responsabilità di tutti, dare questi strumenti alla scuola per farlo è una responsabilità politica non più rimandabile. I ragazzi timidi e tracotanti e quegli insegnanti lasciati soli di Eraldo Affinati La Stampa, 18 gennaio 2026 Ogni quindicenne rifà la storia dell’umanità, provando sia il bene che il male. Conosco tanti ragazzi come Youssef, ucciso da Atif all’interno dell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, ecco perché ogni volta che la violenza giovanile divampa non riesco a staccarmi dagli occhi i loro volti al tempo stesso smarriti e canaglieschi, deboli e forti, timidi e tracotanti. Essi non meriterebbero le speculazioni strumentali di molta classe politica che, di fronte a questa ennesima tragedia, ultima di una lunga serie destinata purtroppo a continuare, non esita a parlare di inasprimento delle norme di sicurezza, militarizzazione delle zone a rischio, sterzata nei permessi di soggiorno. Episodi simili accadono in qualsiasi ambiente, non c’è differenza sostanziale tra famiglie benestanti e povere, centro e periferia, men che mai fra le cosiddette etnie, citate invariabilmente a sproposito: la mera interpretazione sociologica, oltre ad essere errata, si rivela sempre pretestuosa. Sappiamo invece che la fiamma dell’adolescenza è intrinsecamente pericolosa, in quanto legata al processo evolutivo della personalità in formazione: ogni quindicenne rifà, nel suo piccolo, la storia dell’umanità, chiamato a provare su se stesso il bene e il male, nel tentativo di governare la potenza del desiderio incombente, per comprendere il valore della libertà che non si ottiene superando i limiti, bensì accettandoli. Se, durante questa delicata fase di esperienze in maschera, non si hanno di fronte adulti stabili ed equilibrati, pronti a recitare il ruolo del nemico, stabilendo il necessario circuito dialettico, il giovane più vulnerabile (non dovremmo mai dimenticare di ricordarlo: ci stiamo riferendo a una piccola minoranza, quella che tuttavia fa più danni e scalpore), resta da solo a fronteggiare il tumulto emotivo che lo scuote spingendolo verso il delirio, sia autodistruttivo, sia rivolto contro l’esterno. Dove sono oggi queste figure di maestri capaci di intercettare l’energia tagliente (interiore ed esteriore) dei giovani più inquieti e ribelli? Io in giro non ne vedo tanti. La rivoluzione digitale sembra aver azzerato l’influenza dei pochi rimasti, enfatizzando semmai le scene che vedono al centro i piccoli malfattori protagonisti delle serie televisive più famose, nei confronti dei quali è da tempo in corso una celebrazione subliminale tesa a ritrarli come affascinanti angeli del male: rispetto ai nuovi eroi criminali non c’è Carlo Acutis che tenga, la grande maggioranza dei ragazzi si sentirà sempre attratta più dai primi che dal secondo. L’insegnante così resta da solo di fronte al groviglio spinoso incarnato dall’adolescente in crisi, specie quello di prima generazione, come i due ragazzi spezzini, venuti da bambini in Italia assieme ai loro genitori, quindi cresciuti nel contrasto lancinante fra l’educazione del mondo arcaico che avevano dietro, fatta di consuetudini millenarie basate ad esempio sulla rigidità dei ruoli maschili e femminili e gli incredibili stimoli della nuova civiltà tecnologica tesa a far deflagrare il desiderio di noi tutti. Spesso mi sono chiesto come facciano i minorenni non accompagnati ai quali insegno l’italiano a conciliare la loro tradizione islamica, dove soltanto vedere una caviglia nuda di donna può essere conturbante, con la società in cui vivono: paradossalmente credo siano più avvantaggiati loro, privi dei genitori, rispetto ai coetanei che invece crescono in famiglia, dal momento che padri e madri tendono a rallentare l’inserimento sociale dei figli. E poi c’è la grande questione relativa al fondamento delle parole presenti in Rete: tutti i linguaggi non legittimati dall’esperienza possono diventare velenosi perché creano la percezione che noi possiamo dire e scrivere ciò che vogliamo, anche offendendo le persone, tanto non ci succederà mai niente dal momento che non dovremo pagare il risarcimento per i danni causati. Dal punto di vista educativo questo è deleterio, in quanto lascia passare l’idea che anche le nostre azioni siano gratuite, prive di responsabilità. Per farlo capire a un ragazzo, non solo quelli che commettono i reati, non basta aprire uno sportello di ascolto psicologico. Poca sicurezza, troppi coltelli. Piantedosi costretto in difesa di Giulia Merlo Il Domani, 18 gennaio 2026 Renzi chiama a raccolta il centrosinistra: “Basta timidezze, la destra deve spiegare”. Pd e Conte attaccano la soluzione dei nuovi reati. E anche Parolin: “Serve l’educazione”. La sicurezza è sempre più terreno di scontro tra maggioranza e opposizione, rilanciata dalla bozza del nuovo decreto Sicurezza che il ministro Matteo Piantedosi porterà “in consiglio dei ministri entro fine mese per essere approvato”, ma amplificata da due drammatici casi di cronaca che non possono essere ridotti a statistica. Il 16 gennaio, infatti, un ragazzo di 18 anni è morto in seguito a una coltellata infertagli da un compagno in una scuola superiore di La Spezia; ieri invece uno studente è stato ferito da un altro con un coltello, per fortuna in modo lieve, davanti al liceo di Sora, in provincia di Frosinone. “Ci dobbiamo interrogare come sia possibile”, ha detto il ministro dell’Interno al Tg5 commentando la cronaca, “ci deve essere qualcosa che vada oltre i sistemi di sicurezza, i sistemi di prevenzione tradizionali, qualche cosa che riguardi anche la cultura, l’educazione di questi ragazzi. E anche un po’ la sollecitazione del senso di responsabilità. Con il provvedimento che abbiamo messo in campo qualche cosa di questo c’è”, ha rivendicato. Per il centrodestra, tuttavia, i fatti di questi giorni sono stati l’occasione per ribadire la necessità di nuove norme “a tolleranza zero” - come le ha definite il viceministro Matteo Salvini - e anzi la Lega vorrebbe spingere anche per un anticipo dell’entrata in vigore del nuovo pacchetto con un decreto legge. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ha invece guidato il contrattacco delle opposizioni lanciando però una provocazione rivolta a Pd, Avs e Movimento 5 Stelle: “Centrosinistra, sulla sicurezza non è il momento di essere timidi, adesso la destra ci spieghi perché dopo quattro anni ci sono i coltelli a scuola”, ha detto dal palco dell’assemblea nazionale del partito a Milano, dove ha lanciato la Margherita 4.0 con i delusi del Pd, “sfidiamo il governo di Giorgia Meloni che sulla sicurezza è un governo di sciacalli, che ha preso tutti i casi di cronaca per aumentare i reati e tiene 500 poliziotti in Albania quando sa che non servono a niente”. Su questo, tuttavia, una convergenza del centrosinistra è stata trovata: con il capogruppo in Senato del Pd Francesco Boccia che ha detto “il governo Meloni non è il governo della sicurezza. Non è facendo decreti o mostrando la faccia feroce o repressiva che si affronta un problema difficilissimo. Servono politiche di prevenzione e deterrenza” e anche il leader Cinque stelle Giuseppe Conte ha parlato di “un governo legge e ordine, hanno fatto un decreto Sicurezza per prenderci tutti in giro. Ora faranno un decretino sulle armi da taglio, ma sono stati bravissimi ad alimentare le paure e non hanno nessuna risposta”. Del resto, il nuovo pacchetto Sicurezza effettivamente interviene soprattutto su questo: nuovi reati, nuovi aumenti di pene e nuove aggravanti, pur accanto ad una serie di norme amministrative. Il ddl infatti introduce il “divieto assoluto” di porto di coltelli di lunghezza superiore ai 5 centimetri, che da che era una semplice contravvenzione diventa reato, punito con la reclusione da uno a tre anni e che può essere seguito da sanzioni amministrative accessorie come la sospensione della patente, del passaporto o del permesso di soggiorno. Non solo: la pena può aumentare da un terzo alla metà se il reato è commesso nei pressi di scuole, giardini pubblici o stazioni. Nel caso in cui a commettere il reato siano i minorenni - ai quali è stato introdotto il divieto di vendere armi improprie e in particolare “strumenti da punta e taglio” - è stata prevista una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro a carico del “soggetto tenuto alla sorveglianza del minore”, ovvero i genitori. Proprio nei confronti dei minorenni viene introdotta la norma più severa: se vengono fermati e trovati con un coltello le forze dell’ordine potranno decidere per “l’arresto facoltativo in flagranza”, inoltre c’è l’ampliamento dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di ragazzi di età compresa tra 12 e 14 anni: vengono inserite anche le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia qualora commessi con l’uso di armi. Infine, viene previsto un registro elettronico in cui i venditori hanno l’obbligo di “inserire giornalmente le singole operazioni di vendita” e, in caso di inottemperanza, prevede la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.000 a 10.000. Che non bastino i nuovi reati, però, è stato ripetuto anche dal segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, che ha risposto a chi gli chiedeva cosa serve per intervenire sull’emergenza: “Più valori, più educazione”, poi ha aggiunto che “ci vogliono evidentemente anche delle misure di sicurezza, ma non sono sufficienti”. Più educazione meno repressione, dunque, è il monito che arriva anche dalla Santa Sede. L’interrogativo, però, è anche chi farà rispettare queste nuove regole: Piantedosi durante un question time ha annunciato “30mila ingressi programmati entro il 2027” e sostenuto che nell’ultimo triennio sono entrati in servizio il 50 per cento in più di nuovi agenti rispetto al passato. Il punto, però, è il saldo reale tra ingressi e uscite, e in molti territori i pensionamenti superano le nuove immissioni. “Sbagliato spiegare tutto con i disturbi mentali. La cultura della violenza non va tollerata” di Laura Cuppini Corriere della Sera, 18 gennaio 2026 “Non basta fare appello a un generico disagio dei giovani per spiegare vicende come quelle di La Spezia”. Stefano Vicari, direttore della Neuropsichiatria infantile all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo dice senza mezzi termini: “È sbagliato medicalizzare tutto, quasi a voler giustificare qualcosa che invece non deve essere tollerato”. Perché un 18enne può arrivare a distruggere la vita di un coetaneo e, così facendo, anche la propria? “Sono tanti i fattori in gioco. In primo luogo c’è il temperamento: una persona può essere, di natura, molto impulsiva e non sopportare le frustrazioni. Ma il carattere di un bambino si forma anche con l’esperienza. Lo stile educativo che i genitori scelgono di adottare fa la differenza. Pensiamo a una malattia, per esempio un tumore: si può nascere con una predisposizione familiare, ma lo stile di vita incide enormemente sulla possibilità di ammalarsi”. Cosa può scattare nel cervello di un ragazzo? “Gli adolescenti, rispetto agli adulti, hanno meno fattori inibitori. Le regioni frontali del cervello, che ci fanno contare fino a dieci prima di agire, maturano a 25-30 anni. Ma questo non significa che un ragazzino debba necessariamente mettersi in pericolo o compiere azioni estreme. Come dicevo, le azioni dipendono anche dal temperamento e dall’educazione ricevuta in famiglia”. Come si sviluppa un comportamento violento? “Può esserci alla base un disagio sociale ed economico, ma non è detto. E, soprattutto, un conto è il disturbo mentale e un altro la delinquenza. Non sempre le due cose sono connesse. Esiste invece un legame molto chiaro tra l’uso di sostanze psicoattive, sempre più diffuse tra i giovanissimi (in particolare alcol e droghe, ma anche psicofarmaci), e i comportamenti disregolati”. Il livello di aggressività sta peggiorando, in generale? “C’è una “cultura” della violenza che regola i rapporti, come stile di risoluzione dei conflitti. Sopraffazione, desiderio di possesso, non rispetto dell’altro: sono dinamiche ben visibili nella società, anche tra gli adulti, e soprattutto veicolate da contenuti che girano in Rete. I rapporti di coppia tra giovanissimi sono spesso improntati a una sorta di dominazione: è considerato normale controllare il cellulare del partner o dire alla ragazza come si deve vestire in determinate situazioni, chi può frequentare”. Cosa possono fare gli adulti? “Hanno un ruolo importantissimo nel costruire comportamenti corretti. Capita invece che la fatica educativa venga delegata ai dispositivi digitali. Se diamo lo smartphone a un bambino frustrato, arrabbiato, triste, solo per non dovercene occupare, questo lo porterà ad essere incapace di leggere e riconoscere le emozioni, proprie e altrui. Secondo alcuni studi, gli stalker non sono in grado di decifrare la paura o il disagio provati dalle loro vittime”. E la scuola? “È il luogo dove i ragazzi imparano le relazioni tra pari. La scuola deve educare, non solo portare a termine dei programmi. Mi sembra che nelle aule, oggi, manchi un po’ la cultura del confronto di idee in cui le diverse opinioni hanno pari valore. Si dà molta importanza alle prestazioni. Pensiamo per esempio all’educazione affettiva e sessuale, di cui si è discusso parecchio. Moltissimi adolescenti maschi sopra i 14 anni frequentano regolarmente siti porno. C’è un abuso di Viagra e simili nei giovani. Tutto si riduce a prestazione, esibizione. Dobbiamo chiederci: stiamo educando i nostri figli all’affettività responsabile?”. Come parlare ai bambini dell’episodio di La Spezia? “Raccontiamo la verità, sottolineando che il mondo è un luogo bello in cui abitare, in cui però esistono anche dei mostri da cui bisogna imparare a difendersi. Insegniamo che nelle situazioni di pericolo si deve scappare, chiedere aiuto, mettere in sicurezza sé stessi e se possibile anche altri, senza dover dimostrare niente a nessuno”. Valditara e i metal detector: “Consentire ai presidi l’uso nelle scuole a rischio” Corriere della Sera, 18 gennaio 2026 Il ministro: bisogna impedire radicalmente che i giovani usino le armi. “Quello che noi possiamo e dobbiamo fare, a mio avviso, in quelle scuole, diciamo, di maggior rischio, dove vi sono delle problematiche, è consentire al preside di installare, magari d’intesa con il prefetto, dei metal detector”: a dirlo è il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara in una intervista a 4 di Sera Weekend, parlando dell’accoltellamento a La Spezia di Abanoub Youssef da parte di un compagno di scuola, Atif Zouhair. “Noi vogliamo introdurre delle norme che colpiscono chi usa la violenza, che difendono i cittadini dalle aggressioni dei violenti e che ristabiliscono dei principi basilari in una società. Inviterei la sinistra ad abbandonare questi 50 anni di vecchi pregiudizi per cui è tutto repressione. Quindi il divieto è repressione, la sanzione è repressione. Abbiamo sentito dire per tanti anni “vietato vietare”. Il no era demonizzato, i doveri venivano marginalizzati. Una società che ci ha abituato a coltivare soltanto diritti”, ha commentato il ministro parlando del decreto Sicurezza. Come si può arginare il fenomeno della violenza nelle scuole? “Innanzitutto, impedire radicalmente che i giovani usino le armi - sostiene Valditara. Poi, insistere molto sulla responsabilità, sulla maturità, su una scuola che ti aiuti ad affrontare i problemi, una scuola che ripristini il senso dell’autorità, il rispetto verso l’autorità, un altro dei valori che sono stati devastati negli ultimi 50 anni. Se noi non facciamo una vera e propria rivoluzione culturale rischiamo che il coltello non si porti più a scuola, ma comunque si porti altrove”. Il Villaggio modello dei Rom che Milano vuole cancellare di Vincenzo Romania e Tommaso Bertazzo Il Manifesto, 18 gennaio 2026 La storia di riscatto che l’amministrazione non ascolta: una proposta di cooperativa a proprietà indivisa per poter restare e riqualificare l’area. Baracche, degrado, criminalità. Nulla di questo sopravvive al primo sguardo al Villaggio delle Rose, alle porte sud di Milano. Qui, da oltre venticinque anni, cinquanta famiglie rom harvati vivono in case autocostruite, stabili e curate. Non si tratta di irregolari né di migranti economici, ma di cittadini italiani, discendenti di popolazioni deportate negli anni Trenta in seguito alla forzata italianizzazione dell’Istria. All’ingresso del Villaggio, visibili da via della Chiesa Rossa, alcuni striscioni raccontano la loro battaglia: “Il Villaggio delle Rose non è abusivo”, “La casa datela a chi ne ha più bisogno”, “I nostri bambini hanno bisogno di stabilità”. Gli abitanti non chiedono nuove abitazioni, ma il diritto di restare in quelle che già chiamano “casa”. Lo fanno con una proposta inedita: costituirsi in cooperativa a proprietà indivisa per riqualificare l’area e trasformarla in un’area residenziale comunitaria. Qualcosa di unico e in totale controtendenza rispetto a un contesto nazionale, tristemente noto come il Paese dei Campi. Eppure, dall’agosto scorso sugli abitanti del Villaggio incombe un’ordinanza di sgombero firmata da Giuseppe Sala, frutto di rigidità burocratiche, opportunismo politico e di una sensibilità condivisa che evidentemente manca. Questa storia comincia alla fine degli anni Novanta, quando la giunta Albertini realizza il campo nomadi “Villaggio Lambro Meridionale”, trasferendovi circa 200 rom sgomberati da un’area poi destinata a un ipermercato. La municipalità concede un insediamento definito “permanente”: le famiglie possono costruire abitazioni a proprie spese, purché senza fondamenta. Ognuna riceve una piazzola, nient’altro. Nel tempo gli abitanti trasformano e fanno proprio quello spazio, ciascuno secondo le proprie possibilità. “Questa casa era un semilavorato abbandonato in una ditta. Su queste quattro mura ci ho investito tutti i miei risparmi, oggi è una bomboniera”, conferma uno di loro. Nei primi anni duemila nasce la cooperativa Nevi Bait (Fortuna Nuova), che gestisce servizi di mediazione culturale, progetti di inclusione scolastica e lavorativa. Tutto cambia a partire dalla giunta Moratti: i finanziamenti vengono tagliati, i servizi ridotti, lo scuolabus eliminato. La scuola più vicina dista oltre due chilometri e mezzo e i trasporti pubblici sono insufficienti. L’abbandono istituzionale genera dispersione scolastica, precarietà, marginalità. È la produzione istituzionale dell’esclusione, che culmina nel 2008 con lo stato di emergenza sui “campi nomadi”. Intanto emergono gravi carenze infrastrutturali: impianti elettrici e fognari inadeguati, assenza di riscaldamento. Le famiglie chiedono interventi, senza risposta. Le stufette elettriche sovraccaricano la rete, iniziano gli allacci abusivi. “Se hai bambini o anziani, ti arrangi”, dice un residente. Di nuovo, la devianza non nasce spontaneamente: è il prodotto di una gestione che precarizza e stigmatizza. Nel dicembre 2024 arriva la svolta. Con la delibera 1571/2024, il Comune avvia il “superamento” dell’area, giudicata insicura, degradata e abusiva. A metà mese giunge la comunicazione di sgombero. “In quel momento abbiamo capito che avremmo perso tutto”, racconta uno di loro. L’angoscia è quotidiana. Il Comune apre un tavolo tecnico. Con il supporto delle associazioni Khetane e Upre Roma, il 28 gennaio 2025 gli abitanti presentano una proposta di cooperativa a proprietà indivisa per restare e riqualificare l’area. Gli assessorati alla casa, welfare e sicurezza si dicono interessati, ma sollevano dubbi: compatibilità urbana, sicurezza, irregolarità edilizie. E soprattutto, come emerge dai verbali, il peso delle “implicazioni politiche” in vista delle elezioni del 2027. Il 28 maggio arriva un progetto dettagliato, supportato da due grandi architetti di fama nazionale: La Varra e Rabaiotti. Il Villaggio viene ripensato come spazio di coabitazione solidale, alternativo alla segregazione e all’individualismo urbano. Il piano prevede abitazioni sostenibili, costi contenuti, fasi di bonifica e riqualificazione, secondo il modello di “costruzione aperta” di Alejandro Aravena. Al Villaggio delle Rose, inoltre, sorge il primo monumento italiano dedicato al porrajmos, lo sterminio di rom e sinti. Ancora una volta, il progetto viene giudicato di qualità, ma respinto: troppi vincoli, troppi rischi. I carotaggi, disposti dal Comune, certificano l’inquinamento del terreno. È la pietra tombale al riscatto. Arriva l’ordinanza di sgombero. Alle famiglie più fragili vengono offerte sistemazioni temporanee o l’accesso alle graduatorie Sap. Per gli altri, l’alternativa è l’accoglienza emergenziale nei centri migranti. “Io sono un cittadino italiano - dice un anziano residente -. Questa casa l’ho costruita io. Capisci in che situazione ci hanno messo?”. Le famiglie presentano istanza di sospensione. L’attenzione politica cala, complice l’inchiesta urbanistica che investe Palazzo Marino. Molti restano ancora nell’area, in attesa di una decisione. L’inquinamento è reale. Ma ciò che colpisce è che per 25 anni nessuno se ne sia accorto. “La terra di riporto l’ha portata il Comune - ricorda un residente - Dentro c’era di tutto”. Oggi, quando una comunità chiede di assumersi la responsabilità di superare il campo dal basso, quella stessa area diventa improvvisamente inabitabile. Le istituzioni invocano il superamento dei campi, ma quando questo prende forma concreta, autonoma, comunitaria, diventa inaccettabile. Il Villaggio delle Rose smaschera il flat-bias delle politiche abitative: l’idea che l’unico modo legittimo di abitare sia l’appartamento standard, individuale, atomizzato. Non è un caso che questa storia si consumi a Milano, capitale della speculazione immobiliare. Né che siano proprio i rom, il gruppo più stigmatizzato d’Europa, a indicare una via alternativa. “Siamo l’ultimo popolo ribelle”, dice Toni. Gli ultimi fra gli ultimi, che rischiano di perdere tutto: la casa, la dignità, la libertà. Paura e speranza: la diaspora iraniana scende in piazza a Roma di Emilio Minervini Il Dubbio, 18 gennaio 2026 Manifestazione del Partito radicale a sostegno del popolo iraniano, tra simboli monarchici, volti coperti per timore di ritorsioni e richieste di aiuto alla comunità internazionale. In testa al corteo Carlo Calenda: “Oggi onoriamo chi combatte per la libertà”. Il tricolore con il leone e il sole nascente sventola sotto lo sguardo del monumento a Giuseppe Mazzini in piazzale Ugo La Malfa. Dalla folla che pian piano comincia ad assieparsi nel piazzale per la manifestazione organizzata dal partito radicale a sostegno del popolo iraniano, svettano i cartelli con i volti e i nomi dei ragazzi trucidati dalla repressione del regime. Un ragazzo tiene un cartello che ricorda le 176 vittime del volo 752 della Ukrainan International Airlines, abbattuto poco dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran dalla Guardie della rivoluzione l’8 gennaio 2020 come rappresaglia per l’uccisione, da parte degli Stati Uniti, del generale Qasem Soleimani, avvenuta solo poche ore prima. Slogan, Scià e divisioni dell’opposizione iraniana - Il corteo parte e dal carro che lo guida vengono scanditi slogan come “Irgc terrorist” e Javid Shah, “viva lo Scià”, ripetuti a piena voce dalle persone in marcia. Molte le effigi del figlio dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi, che pur non rappresentando l’intera opposizione iraniana è molto popolare tra i membri della diaspora, che in lui vedono una figura sotto la quale il popolo possa iniziare il processo di liberazione e democratizzazione della Persia. Si sono registrati anche brevi momenti di tensione tra sostenitori dello Scià e del movimento Donna, vita, libertà. Specchio di un’opposizione divisa perfino nelle piazze che fuori dall’Iran esprimono vicinanza e solidarietà al popolo iraniano. Anche l’opposizione italiana, però, fatica a trovare una voce comune di condanna su quanto sta accadendo in Iran. Quella di oggi è infatti la seconda manifestazione a sostegno del popolo iraniano in due giorni. Venerdì le principali forze d’opposizione si sono riunite in Campidoglio con l’effetto di indebolire, almeno numericamente, entrambe le iniziative. Un elemento che non passa inosservato è il gran numero di manifestanti a volto coperto per il timore di ripercussioni sulle famiglie che si trovano in Iran. “Abbiamo paura - spiega una manifestante - è rischioso per la nostra famiglia in Iran farci vedere a volto scoperto”. Due ragazzi - uno porta uno scaldacollo tirato fino agli occhi, l’altro con solo un paio d’occhiali scuri a nascondere lo sguardo - con educazione evitano le domande: “Preferiamo non parlare, scusa”. “Internet è chiuso, non sappiamo come stanno” - Un gruppo di ragazze tra i 20 e i 30 anni tentenna, ma poi si lascia andare: “Vogliamo far sentire la voce delle migliaia di iraniani uccisi e massacrati nel giro di pochi giorni - dice una ragazza che porta un cappello a tesa larga e il cui volto è nascosto da una mascherina bianca - sono più di 8 giorni che non c’è internet. Non sappiamo come stanno i nostri parenti e amici”. “Da qualche giorno possiamo fare brevi chiamate di massimo 1 o 2 minuti - racconta un’altra - ma non possiamo parlare apertamente o chiedere come sia la situazione perché le linee sono controllate. Stanno continuando a massacrare, arrestare, torturare, non è ancora finita”. “Non possono raccontare nulla, c’è il pericolo che per una parola di troppo i nostri parenti si trovino i guardiani della rivoluzione sulla porta di casa”, le fa eco un’altra. “Chiediamo aiuto alla comunità internazionale perché gli iraniani possano avere di nuovo il diritto a poter vivere”. E sul possibile intervento militare degli Stati Uniti, “è forse la nostra ultima chance per liberarci, questi sono dittatori, non ci puoi ragionare”. Sulle quattro ragazze del gruppetto solo una è riuscita a mettersi in contatto con la famiglia, le altre non hanno notizie dall’8 gennaio. Calenda in testa al corteo: “Non restare inerti” - Alla testa del corteo c’è Carlo Calenda, segretario di Azione. “Oggi onoriamo chi combatte per la libertà in Iran - ha dichiarato - che non combatte solo per la sua, ma combatte per l’idea di libertà e quindi combatte per tutti coloro che vogliono vivere in uno Stato libero. Non possiamo rimanere inerti a vedere gli iraniani ammazzati dal regime senza che si muova nulla. Io credo che la solidarietà che viene da questa manifestazione, da quelle che sono state fatte nei giorni scorsi, da quelle che si faranno, è un fatto fondamentale. Il futuro dell’Iran - prosegue Calenda - lo deve scegliere il popolo iraniano, colto, millenario e perfettamente in grado di ridarsi un futuro democratico. Nessuno glielo deve imporre. Sarebbe un gravissimo errore da parte dell’Occidente”. Bisogna, piuttosto, “usare tutti i nostri mezzi di guerra elettronica per bloccare i sistemi attraverso cui il regime teocratico ammazza, controlla, detiene gli iraniani. E la presenza sul campo dei servizi segreti è un fatto utile e importante per diminuire l’operatività della repressione iraniana. Questa è una cosa che si può fare. Così come si possono incoraggiare i giovani a scendere in piazza per dire siamo qui, siamo qui per voi, siamo pronti ad aiutarvi”.