Carceri, suicidi e alternative. L’appello di Villa Maraini: “Non solo pena, serve speranza” di Andrea Ossino La Repubblica, 17 gennaio 2026 Il fondatore, Massimo Barra: “Un terzo della popolazione carceraria è detenuta per reati legati alla droga. Se una persona è malata, non può stare in carcere”. La certezza della pena, ma anche della speranza. È il filo conduttore che ha attraversato il convegno “I luoghi della privazione della libertà personale: detenzione e suicidi”, organizzato nella sede di Villa Maraini - Croce Rossa Italiana, insieme all’Istituto Luca Coscioni. Una sala gremita, ieri sera, tra operatori sociali, rappresentanti delle istituzioni e forze dell’ordine, per discutere di carcere, sovraffollamento e salute mentale. Ad aprire i lavori è stato il direttore di Proposta Radicale, Valter Vecellio, con la lettura del messaggio del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un testo che mette al centro il nodo strutturale del sistema penitenziario: “Il sovraffollamento genera malessere e amplifica la percezione del carcere come luogo di emarginazione e degrado”, scrive La Russa, collegando l’aumento dei suicidi - tra detenuti e personale - all’urgenza di un cambio di paradigma fondato sulla tutela dei diritti umani. Il presidente di Villa Maraini Gabriele Mori ha ricordato come la Fondazione lavori dal 2001 su percorsi alternativi al carcere, in particolare per le persone detenute con problemi di dipendenza. Un’esperienza che, secondo Mori, dimostra come la detenzione non sia l’unica risposta possibile. Il momento più atteso è stato l’intervento del cardinale Matteo Maria Zuppi. “Villa Maraini è un ponte tra carcere e società”, ha detto, richiamando anche le parole di papa Francesco sul Giubileo appena concluso: speranza e carcere come due parole chiave da tenere insieme. “La certezza della pena è fondamentale - ha spiegato - ma lo è altrettanto la certezza della speranza, la possibilità concreta di recupero attraverso le alternative alla detenzione”. Duro anche l’intervento di Walter Veltroni: “Il sovraffollamento non consente condizioni minime di umanità. Oggi il carcere è vissuto come vendetta, non come recupero”. Per l’ex sindaco di Roma, costruire nuove carceri non basta: “Servono misure alternative, soprattutto per chi non ha commesso reati contro la persona. La politica dovrebbe superare le divisioni ideologiche e trovare soluzioni condivise”. Particolarmente toccante la testimonianza di una persona in cura in alternativa al carcere. Nel testo letto in sala, il racconto di una sofferenza che si consuma lentamente: “In carcere ci sono momenti in cui ti senti morire, anche se sei ancora vivo”. Parole che evocano suicidi, autolesionismo, silenzi e dolore: “La pena non dovrebbe essere vendicativa, né una pena di morte lenta”. A riportare il dibattito su un piano operativo è stato Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini. “Un terzo della popolazione carceraria è detenuta per reati legati alla droga. Se una persona è malata, non può stare in carcere”. Barra ha lanciato un appello alle istituzioni: creare luoghi di ricovero temporaneo per chi è dipendente da sostanze come cocaina e crack, oggi dominanti rispetto all’eroina, per offrire una prima risposta sanitaria e una scelta consapevole di cura. A chiudere i lavori Maria Antonietta Farina Coscioni, che ha denunciato la mancanza di monitoraggio costante nei luoghi di privazione della libertà. “Nel carcere di Cremona si sono tolti la vita prima un educatore, poi un detenuto. Del detenuto sappiamo tutto, dell’educatore quasi nulla. Anche nel suicidio esistono approcci ideologici”. I numeri, del resto, parlano chiaro. Secondo i dati dell’associazione Antigone, il 2025 si è chiuso con 80 suicidi tra i detenuti, cui si aggiungono due internati nelle Rems e quattro operatori penitenziari. Il disagio psichico è una vera emergenza: quasi il 9% delle persone recluse ha diagnosi psichiatriche gravi, mentre l’uso massiccio di psicofarmaci supplisce spesso all’assenza di reali percorsi terapeutici. Una lettura del sistema penitenziario italiano e campano al termine del 2025 di Salvatore Saggiomo* rivistatela.it, 17 gennaio 2026 Il 2025 si chiude con una fotografia del sistema carcerario italiano ancora profondamente critica. Sebbene negli ultimi anni siano stati posti all’attenzione pubblica i temi della rieducazione, della salute e della dignità delle persone private della libertà personale, la realtà che quotidianamente incontro nei penitenziari purtroppo conferma che siamo ancora ben lontani da condizioni accettabili. I dati più recenti mostrano che il fenomeno del sovraffollamento non è un problema episodico ma strutturale. Alla fine del 2025, secondo l’ultima analisi dell’Associazione Antigone, le persone detenute nelle carceri italiane sono oltre 63.800, a fronte di una capienza effettiva di circa 46.000 posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento medio nazionale che supera il 138%. In 72 istituti la presenza supera il 150% rispetto alla capienza regolamentare e in numerose strutture si registrano punte ben oltre il 200%. Questi numeri non sono semplici statistiche: significano spazi vitali insufficienti, un numero di persone troppo alto per poter garantire sicurezza, assistenza e condizioni di vita dignitose. Secondo i rapporti di monitoraggio, nel 42,9% delle carceri visitate non è garantito il requisito minimo dei 3 metri quadrati di spazio calpestabile per detenuto. In molte strutture mancano spazi adeguati per dormire, lavarsi, lavorare o svolgere attività educative e sociali. Questa condizione non solo viola indicatori minimi di rispetto umano, ma è in contrasto anche con gli standard europei sui diritti delle persone private della libertà (che includono lo spazio individuale minimo necessario per la salute fisica e mentale). Inadeguata copertura sanitaria continua: in molte strutture manca la presenza giornaliera di medici e infermieri, con ricadute negative nella gestione di malattie croniche o condizioni acute. Report indipendenti segnalano che non è garantita assistenza sanitaria quotidiana in molte carceri. Problemi legati alle condizioni ambientali: durante i mesi estivi, temperature estreme e insufficiente ventilazione aumentano i rischi di colpi di calore e malesseri acuti per persone detenute e personale. Dati ricavati dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani: “La Salute mentale e rischio suicidio: l’isolamento prolungato, la mancanza di attività significative e la costante tensione collegata al sovraffollamento sono fattori che incidono sulla salute psichica. I dati più aggiornati indicano un numero altissimo di suicidi nel 2025: almeno 79 secondo alcune fonti, con oltre 230 decessi complessivi in carcere nell’arco dell’anno”. Queste morti non sono numeri astratti: rappresentano persone, storie e fallimenti sistemici nel garantire supporto psicologico e percorsi di reintegrazione sociale dignitosi. Per comprendere questa situazione è necessario guardare oltre i singoli istituti. Le cause principali sono: Capacità infrastrutturale insufficiente: nonostante alcuni piani di ristrutturazione siano stati avviati, l’incremento dei posti disponibili non compensa la crescita della popolazione detenuta. Lentezza del processo penale: una quota significativa di persone è trattenuta in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva, contribuendo all’aumento dei numeri totali. Limitato uso delle misure alternative alla detenzione: benché crescano, non sono ancora pienamente utilizzate tutte le possibilità previste per legge, come affidamento in prova o pena domiciliare, specie per reati minori o per persone con pene residue brevi. Come Garante dei detenuti della provincia di Caserta, ribadisco che la pena deve essere espiata con rispetto della dignità umana e in condizioni che favoriscano la salute, la riabilitazione e il reinserimento sociale. Le carceri non possono diventare luoghi di mera detenzione affollata, ma devono porsi come realtà in cui la pena assume anche il significato costituzionale di rieducazione. Il sistema penitenziario italiano nel 2025 è ancora in una situazione di emergenza strutturale. Serve un cambio di passo nella politica penitenziaria nazionale e locale, con investimenti mirati su: capacità ricettiva e strutture adeguate; assistenza sanitaria integrata e continua; potenziamento di percorsi alternativi alla detenzione; programmi di sostegno psicologico e sociale. Solo con interventi sistemici - e non frammentari - potremo garantire alla persona detenuta diritti fondamentali, salute e prospettive di futuro reale Italia: alla fine del 2025 i dati riportano circa 63.868 detenuti in totale, con capacità regolamentare di circa 46.124 posti: questo produce un tasso medio di oltre 138% di sovraffollamento. (Dati del Centro di Ateneo per i Diritti Umani) Campania (che include Caserta): la regione registra 7.494 detenuti rispetto a 5.584 posti regolamentari, con un tasso di sovraffollamento molto elevato ~134%. Santa Maria Capua Vetere (Caserta): nelle mie visite ho rilevato celle progettate per 4 persone occupate da fino a 6 detenuti, segno di condizioni che superano il 150% di sovraffollamento in alcune sezioni Dati sul sovraffollamento carcerario nazionale aggiornati al 2025: ~62.728 detenuti in circa 46.717 posti, tasso di sovraffollamento nazionale 134-138%. Situazione della regione Campania: ~7.494 detenuti su ~5.584 posti con sovraffollamento ~134%. (Dati del ristretti.org) *Garante dei diritti dei detenuti di Caserta Non importa se eri innocente. Il carcere è un marchio di Marco Sorbara L’Unità, 17 gennaio 2026 Faccio parte della grande famiglia di Nessuno tocchi Caino da un po’ di anni. L’incontro, in un momento particolare della mia vita, è stato per me qualcosa di speciale. Ho trovato persone che mi hanno teso la mano, mi hanno accompagnato, mi hanno sostenuto quando ne avevo più bisogno. Penso che il dolore più grande per una persona sia trovarsi, a un certo punto della vita, abbandonato da tutti. Io ho avuto la fortuna che la mia famiglia, i miei ex compagni di squadra e il mio parroco - con cui sono cresciuto - non mi hanno mai lasciato solo. Tutto nasce il 23 gennaio 2019: allora ero consigliere regionale e quella mattina i carabinieri mi portarono in carcere con un’accusa terribile: concorso esterno in associazione mafiosa, la ‘ndrangheta. Io, figlio di un calabrese partito da San Giorgio Morgeto, un uomo che ha avuto il coraggio di arrivare in Valle d’Aosta e crescere la sua famiglia con valori e principi forti. Proprio per questo quell’accusa pesava doppiamente sulle mie spalle. Ho passato 45 giorni in isolamento, di cui 33 senza vedere la mia famiglia. Una cella di pochi metri, senza televisore, senza radio, senza acqua calda. Ricordo bene quel letto in ferro cementato per terra. Dopo 33 giorni ho rivisto per la prima volta mia madre e mio fratello. Dopo 45 giorni pensavo di uscire, invece mi hanno messo con i detenuti comuni. Il carcere di Biella è un regime dove le celle restano aperte dalle 8 del mattino alle 20, poi si chiudono fino alle 8 del giorno dopo. Il mio primo compagno di cella era Giuseppe, un ragazzo che da sette anni faceva uso di droga e non aveva più nulla. Potete immaginare le notti. All’inizio non furono certo tranquille. In carcere avevo addosso tanti pregiudizi: ero un politico, secondo loro un “bell’uomo”, uno che “se la tirava”. Ma io non parlavo per la paura. Non mangiavo. Mi prendevano per ricco perché avevo un fratello avvocato che veniva a trovarmi due o tre volte a settimana - e loro non sapevano fosse mio fratello. Tutto questo mi rese la vita impossibile. In primo grado vengo condannato a dieci anni. Poi finalmente la Corte d’Appello di Torino mi assolve completamente, e la Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi della Procura. Tutto finisce dopo 909 giorni quando la Corte dice: “Il fatto non sussiste. Sei innocente. Puoi uscire e rifarti una vita.” Nonostante venissi dallo sport, dove impari a cadere e rialzarti, in carcere la lotta è diversa. In carcere impari a essere bullo e bullizzato, a seconda dei momenti. All’inizio è durissima, poi a volte nascono persino legami: il ragazzo che all’inizio mi aveva riempito di botte è lo stesso che, il giorno in cui sono uscito, mi ha preso per un braccio e mi ha detto: “Marco, ricordati: quando esci, non usare i coltelli. Sangue chiama sangue, odio chiama odio.” All’inizio non capii, poi, fuori, quelle parole mi tornarono addosso come un pugno. Sono uscito con 24 chili in meno: da 82 a 58. Ero pieno di rabbia, di rancore. Avevo una bestia dentro. Perché entrare in carcere da innocente brucia più di tutto. Ma poi capisci che, agli occhi della società, non importa se eri innocente: hai fatto il carcere, e tanto basta. Ti rimane addosso un marchio, un pregiudizio. Ancora oggi, se mi fermano a un posto di blocco, sento quella stretta allo stomaco. Ci sono odori e sapori che non riesco più a sopportare: il cibo del carcere, il “puzzolente” di certe celle... ti resta dentro. Finalmente, dopo anni, mi hanno fissato l’incontro con lo psicologo per l’ingiusta detenzione, ma sapete cosa succederà? Lo psicologo mi ha detto: “Marco, c’è un rischio che il tuo risarcimento venga ridotto, perché sembra che tu ti sia rifatto una vita.” L’ho guardato e sono uscito dalla stanza. Perché sì, è vero, oggi ho giacca e cravatta, sono stato rieletto consigliere regionale, ma ho perso tutto. Le banche ci hanno chiuso i conti, abbiamo dovuto vendere la vigna e le case di famiglia. Ho dovuto cambiare città. Perché, anche da assolto, resti “quello lì”, il politico corrotto. Nonostante tutto, credo nella giustizia. Perché il terzo grado ha scritto nero su bianco che sono una brava persona, un bravo politico che viveva in mezzo alla gente. E forse sono l’unico politico in Italia con una sentenza che lo dice chiaramente. Da due anni vado nelle scuole, nelle carceri e negli oratori. Racconto la mia storia. Ai ragazzi piace, perché non parlo da professore, ma da persona qualunque. Un ex sportivo, un ex politico “asfaltato” che, grazie alla famiglia, allo sport e alla fede, ha avuto il coraggio di ricominciare. Porto con me una cella - sì, una cella vera, che monto nei miei incontri - perché non tutti hanno la fortuna di conoscere il carcere. Quando i ragazzi ci entrano dentro, capiscono subito cos’è la libertà. È come quando vai sott’acqua e ti manca l’ossigeno. Quella è la libertà. Molti dei miei compagni di viaggio oggi non ci sono più. Si sono buttati da un ponte, si sono impiccati. Io ci ho pensato due volte, ma ho resistito. Ora sono qui, assaporo la pioggia, la libertà, la vita. Per me, e per quelli che non ce l’hanno fatta. Immaginate un mondo di solo ferro e cemento, con scampoli di cielo di Cesare Burdese* L’Unità, 17 gennaio 2026 Lo stigma che accomuna le carceri del nostro Paese, ancora una volta si è manifestato nelle sezioni di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione Opera di Milano, a seguito della visita di Nessuno tocchi Caino, lo scorso 22 dicembre. Le condizioni materiali di detenzione riscontrate delineano un quadro di isolamento e disumanizzazione incostituzionale, in violazione dei diritti fondamentali degli ergastolani reclusi. Immaginate un mondo di solo ferro e cemento, con frammenti di cielo. Il ferro è quello delle sbarre alle finestre e delle protezioni dei ristretti cortili per l’ora d’aria: gabbie per animali esotici. Il cemento è quello di edifici assolutamente insensibili, progettati per accogliere esseri umani, ma che sembrano destinati a contenere solo oggetti inanimati. Il cielo è quello sopra il bordo degli alti muri (verde pisello) dei sacrificati “passeggi”, o quello a piccole losanghe oltre le fitte reti sovrapposte a ogni finestra. Quelle reti minano la vista e fanno soffrire la mente: il mondo libero sembra distante, sfocato, irrimediabilmente perduto. In tale ambiente malsano e soffocante, privo di elementi naturali, una pianta di arancio cresce miracolosamente in una chiostrina, segnando il passare delle stagioni con i suoi frutti. Il movimento quotidiano dei detenuti - quelli privilegiati ai quali è concesso di uscire dalla sezione - è segnato da corridoi interminabili, con pareti adornate da immagini stereotipate e retoriche che rinforzano il senso di prigionia; gli altri rimangono chiusi in cella per 22 ore. Cancelli compartimentano rigidamente gli spazi interni ed esterni e come i blindi delle celle sono apribili solo dai custodi. Le stesse modalità sono realizzate per l’accensione dei neon che illuminano indistintamente tutti gli ambienti, anche di giorno. Le piccole celle sovraffollate sono ingombre delle masserizie e degli effetti personali dei suoi occupanti che ne limitano ulteriormente i movimenti. Il cibo è conservato e cucinato nel servizio igienico della cella, nonostante le rigide disposizioni del carcere lo vietino; la norma non scritta è dare per poter togliere quando necessario. I materassi sono umidi per la condensa che gronda dalle pareti e le celle, non oscurabili di giorno, costringono i detenuti a sopportare la luce del sole durante il riposo e i suoi raggi feroci nella stagione estiva. Gli spazi per la socializzazione nelle sezioni sono inadeguati per la mancanza di arredi, luce naturale, ventilazione, privacy e confidenzialità. Tutto è risolto con dozzinali sedie e tavoli di plastica accatastati o casualmente disposti e una TV su di una parete. I familiari dei detenuti, che si recano nella sala colloqui, sono costretti a passare accanto a relitti dei barconi dei migranti, simboli di tragedie umane che sembrano fuori posto in un contesto carcerario. Quelle sale sono sovraffollate e caotiche, l’intimità è preclusa. Le restrizioni si estendono anche alle attività lavorative e culturali, che non solo limitano i detenuti nel dimostrare collaborazione nel percorso di risocializzazione, ma impediscono loro di supportare economicamente la famiglia. In questo modo la genitorialità di un padre detenuto diviene un atto puramente simbolico, ridotto alla semplice apposizione di “cuoricini” sulla corrispondenza inviata ai propri figli. Le carenze nella offerta trattamentale primaria - lavoro, corsi scolastici e di formazione professionale - e di altre attività culturali, ricreative, sportive, obbligano i detenuti a rimanere in ozio nelle loro sezioni o, peggio, dopo la circolare del 2022 sulla media sicurezza, chiusi nelle loro celle. La situazione si fa ancora più drammatica quando si considera la condizione degli ergastolani anziani e malati, i quali non ricevono le cure mediche adeguate, condannati così a morte lenta. Alla luce di quanto emerso, sorge spontaneo rivolgere un accorato appello al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di avviare azioni per migliorare le condizioni carcerarie, tutelando maggiormente i diritti dei detenuti e dei detenenti, estendendo le opportunità lavorative, ripensando la progettazione degli istituti penitenziaria con al centro della scena architettonica i bisogni materiali e immateriali dell’utenza e risolvendo il sovraffollamento con la liberazione anticipata per buona condotta, come Nessuno tocchi Caino da tempo ha proposto, per una giustizia più umana e concreta e non certamente come “resa dello Stato”. *Architetto “Militari nelle carceri”: la proposta della Polizia penitenziaria L’Opinione, 17 gennaio 2026 “Almeno 1.000 militari a presidio delle carceri italiane con servizi mirati di controllo, pattugliamento e sorveglianza”: è la proposta avanzata da Aldo Di Giacomo, segretario del Fsa-Cnpp-Spp (Sindacato polizia penitenziaria), con l’obiettivo dichiarato di “ristabilire legalità nei penitenziari e tutelare il personale”. Secondo il sindacato, le prime due settimane del nuovo anno hanno già confermato un quadro allarmante, in linea con il “copione” del 2025 e anzi ulteriormente aggravato. I tentativi, riusciti o sventati, di introdurre dall’esterno droga, telefoni cellulari e persino armi rudimentali si susseguono con preoccupante regolarità. L’ultimo episodio segnalato riguarda un lancio di pacco all’Itm di Roma, ma i casi più frequenti restano quelli legati all’uso dei droni, ormai impiegati per trasportare di tutto all’interno degli istituti. Una situazione che, sottolinea Di Giacomo, si innesta su una cronica carenza di organico. Il personale, nonostante gli annunci di nuove assunzioni - che richiedono tempi lunghi e sono programmate fino al 2028 - risulta fortemente sottodimensionato e non è nelle condizioni di garantire un controllo efficace né all’interno né all’esterno delle strutture. A ciò si aggiunge la mancanza di strumenti adeguati e il ripetersi, già in questo primo scorcio d’anno, di turni di lavoro estenuanti, con servizi che arrivano anche a 10-12 ore consecutive. Da qui l’appello ad “allentare la pressione anche psicologica degli agenti” e a rafforzare le misure di prevenzione contro evasioni, rivolte e violenze che hanno segnato il 2025, anno in cui si sono registrate 2.400 aggressioni a danno di poliziotti penitenziari, molti dei quali costretti a ricorrere alle cure sanitarie. In questo contesto, l’impiego di militari all’esterno degli istituti viene indicato come “uno strumento necessario”. Una proposta che, secondo il segretario del Fsa-Cnpp-Spp, potrebbe trovare immediata applicazione anche alla luce dell’operazione “Strade sicure”, che già impegna 6.800 militari nelle principali città italiane e che potrebbe essere estesa al controllo e al pattugliamento delle aree e dei quartieri in cui sorgono le carceri. Di Giacomo prende le distanze dalle polemiche politiche di questi giorni sul numero di militari da impiegare: “Non ci interessa la polemica scatenata in questi giorni tra Ministro alla Difesa e Lega sul numero di militari da impiegare e se sono pochi e occorrono altri, a noi - afferma - stanno a cuore le condizioni di lavoro dei poliziotti e mettere fine ai mercati di droga e telefonini con tutto ciò che comporta in termini di minacce per la comunità fuori dal carcere”. Il sindacato chiede interventi immediati e concreti: “Oggi e non domani c’è bisogno di uomini e donne e di strumenti adeguati (altro che spray al peperoncino) per la difesa del personale”. Sul piano strutturale, la richiesta è netta: servono almeno 7.000 nuove unità per compensare pensionamenti, prepensionamenti e dimissioni, se si vuole ripristinare il controllo dello Stato all’interno dei penitenziari e stroncare definitivamente i traffici di droga e telefoni cellulari. Pacchetto Sicurezza. Rincorrere la cronaca per istituzionalizzare la repressione di Simona Musco Il Dubbio, 17 gennaio 2026 Poche idee, ma confuse. Il tema della sicurezza, nel governo, sembra spaccare le posizioni di Fratelli d’Italia e Lega. Col partito della premier per nulla propenso a parlare di un’emergenza sicurezza e il Carroccio pronto a rilasciare alle agenzie dichiarazioni allarmistiche, di fatto giustificando la bontà delle nuove proposte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Proposte che riducono le garanzie dello Stato di diritto, puntando tutto sulla repressione, soprattutto dei soggetti più deboli della società: minori e migranti. Sul fronte Fratelli d’Italia è Alberto Balboni, responsabile sicurezza del partito, a smorzare i toni: “La sicurezza per noi, come ha detto Piantedosi, resta sempre una priorità assoluta e tuttavia la situazione negli ultimi tempi non è peggiorata, è, seppur faticosamente, migliorata: i reati sono diminuiti nel 2025, 3,5% in meno. Rispetto a 10 anni fa, anche gli omicidi, ma anche tutti gli altri reati, sono diminuiti. Ci sono certamente delle criticità, ma bisogna lavorare seriamente senza farsi trascinare da allarmismi, perché gli allarmismi non aiutano a risolvere i problemi. Su questo lo condivido perfettamente”. L’emergenza, aggiunge però Balboni, c’è “soprattutto per quanto riguarda le bande giovanili”. E come risolverla? Abbassando a 12 anni “le misure di prevenzione”. Per la Lega, invece, “l’ennesimo gravissimo episodio di violenza in una scuola, con uno studente di 18 anni accoltellato a La Spezia da un minorenne, dimostra ancora una volta l’urgenza di approvare immediatamente il nuovo decreto sicurezza voluto dalla Lega”, ha dichiarato la senatrice ligure Stefania Pucciarelli, segretario provinciale Lega La Spezia. Per Riccardo Magi, deputato di +Europa, regna la confusione: “Il fatto stesso che serva un altro decreto Sicurezza certifica il fallimento delle politiche del governo, che creano solo propaganda. I reati sono aumentati e sono quasi quattro anni che questo governo è in carica”. Certo è che lo stesso pacchetto sicurezza si propone di aggravare alcune disposizioni già previste dal decreto Caivano, che ha largamente contribuito, secondo gli esperti del settore, a riempire gli istituti penali minorili. Non prevenzione, dunque, ma repressione. Un’azione che mira, soprattutto, a creare una cornice normativa capace di “mettere a tacere” la cronaca. Non si tratta solo dello scudo penale per le forze dell’ordine: ci sono controlli più rigidi sulle piazze, norme che colpiscono i giovani e i gruppi più vulnerabili, procedure di estradizione e rimpatrio che ignorano rischi concreti per le persone e persino definizioni di “Paese terzo sicuro” che sembrano pensate per sanare fallimenti passati. La sensazione è quella di una legge fatta per reagire agli eventi, e non per prevenirli, come se ogni caso di cronaca dovesse trovare un rimedio legislativo a sé stante. Insomma, il classico metodo della legislazione del nemico, diventato ormai segno distintivo di questo governo. Tra le proposte c’è quella di limitare l’azione del pubblico ministero nei casi di presunta legittima difesa o posticipare l’iscrizione di un agente sul registro degli indagati - in barba alla riforma Cartabia - per fornire di fatto uno scudo alle forze di polizia. Una “tutela” che rischia di generare vuoti normativi e conflitti con altre regole, mettendo in dubbio il principio di proporzionalità e la stessa obbligatorietà dell’azione penale. Sotto il profilo dei diritti umani e costituzionali, il quadro non è meno preoccupante. Le misure sui centri di permanenza per migranti e sul rimpatrio, così come il controllo estensivo sui minorenni, mostrano un approccio puramente repressivo: i ragazzi vengono trattati come potenziali delinquenti, i migranti come problemi da gestire, e la magistratura viene progressivamente marginalizzata. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sintetizza il problema con chiarezza: “Questo pacchetto sicurezza non aumenta la sicurezza dei cittadini - afferma - ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali. È una visione della sicurezza fondata sulla repressione, non sulla legalità costituzionale. Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo con forza, la sicurezza non si crea rispondendo con il diritto penale a fenomeni sociali complessi, occorre invece che la politica affronti la complessità dei fenomeni offrendo risposte alle domande che emergono. Negli ultimi 18 anni - prosegue Gonnella - abbiamo visto approvati almeno sei pacchetti sicurezza eppure sembra che questa continui ad essere un problema. Evidentemente c’è qualcosa che, in questo approccio, non funziona”. La politica sembra, in definitiva, più interessata a costruire una narrazione di sicurezza che a gestire la realtà. Con la conseguenza di ridurre libertà fondamentali, complicare l’azione della magistratura e criminalizzare chi è già vulnerabile. Pacchetto Sicurezza. Mano libera ai poliziotti e diritti rispettati solo se non sei straniero di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2026 Se passerà il nuovo pacchetto Sicurezza, il poliziotto non sarà indagato quando un fatto potenzialmente criminoso è compiuto nell’adempimento di un dovere. Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione. Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni. Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile - dopo che un ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento - sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale. Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui - in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale - si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere. Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento. Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati. È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare. L’Italia - uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie - è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Pacchetto Sicurezza. Per gli immigrati c’è il rischio che si configuri un diritto a parte? di Maurizio Ambrosini Avvenire, 17 gennaio 2026 Pressoché inevitabilmente, buona parte del nuovo pacchetto-sicurezza in gestazione riguarda l’immigrazione. La visione dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza è un mantra ripetuto insistentemente dai megafoni del sovranismo. Si declina in vario modo, a seconda delle vere o presunte emergenze: pericolo per la sicurezza nazionale, in tempi di attacchi terroristici, criminalità urbana, quando sono le cronache a dettare l’agenda, attacco all’identità culturale, quando il dibattito si sposta sui simboli religiosi e i luoghi di culto. Già il fatto di rappresentare l’immigrazione come un problema di sicurezza, oggetto ripetutamente di norme specifiche di contrasto, si traduce in un messaggio: invita l’opinione pubblica a diffidare degli stranieri (poveri), chi li incontra in vari contesti a stare in guardia, le forze dell’ordine ad alzare la soglia di allerta. Mentre in altri paesi le norme anti-discriminatorie vietano la profilazione etnica, ossia l’intensificazione dei controlli su chi non corrisponde al tipo estetico “nazionale”, in Italia il messaggio va nella direzione opposta: occorre controllare di più, arrestare e punire chi sembra appartenere alla popolazione immigrata, compresi figli e discendenti ormai dotati di cittadinanza italiana. Per gli immigrati si sta configurando un diritto a parte, con una serie di norme mirate e ampie facoltà concesse alle autorità: limitazione del gratuito patrocinio in sede di opposizione all’espulsione, rimpatrio (teorico) senza bisogno di altri provvedimenti in caso di violazione per due volte dell’obbligo di lasciare il territorio nazionale, anche in mancanza dei mezzi per il viaggio, maggiori poteri al Viminale per realizzare nuove strutture detentive, con facoltà di deroga alle normative vigenti, obbligo per gli immigrati detenuti nei Cpr di collaborare alla propria identificazione per essere espulsi. Nello stesso tempo si fa in modo di limitare e aggirare il potere di controllo della magistratura. Ancora una volta vengono poi introdotte norme volte a limitare ulteriormente le attività di soccorso in mare da parte delle Ong, da anni ormai bersaglio del sovranismo, con il divieto d’ingresso nelle acque territoriali fino a sei mesi in una serie di casi: allarmi terroristici, pressione migratoria “eccezionale”, emergenze sanitarie, eventi di politica internazionale. È lecito paventare che un’interpretazione estensiva di queste disposizioni renda ancora più difficili i soccorsi nel Mediterraneo. Tra le disposizioni relative alla sicurezza urbana, già colpisce la sbrigativa interpretazione mediatica di norme “anti-maranza”. Giusto vietare i coltelli, ma in un quadro di norme che complessivamente aggravano le sanzioni a carico dei giovanissimi, estendendo il discutibile “modello Caivano”, è lecito domandarsi se abbia senso limitare a un solo anno, fino a 19 anni, l’accoglienza dei minori non accompagnati che raggiungono la maggiore età, rispetto ai 21 anni attuali (legge Zampa): si produrrà maggiore sicurezza, o piuttosto maggiore marginalità e maggiori rischi, per loro e per la società? Particolarmente grave poi l’aver inserito in un pacchetto sicurezza una norma che, mentre facilita i ricongiungimenti familiari per i lavoratori qualificati, li restringe per gli altri, dopo che già il governo attuale aveva allungato da uno a due anni la moratoria per poterli richiedere. Vivere in famiglia dà serenità e favorisce una vita regolare e ordinata. Impedirne o ritardarne il diritto, oltre a provocare infelicità, non promuove la sicurezza, ma rischia di comprometterla. Cosa prevede il nuovo Decreto Sicurezza sui coltelli? di Giulia Merlo Il Domani, 17 gennaio 2026 Il dl prevede il divieto assoluto di portare armi da taglio di dimensioni superiori ai 5 centimetri, trasformandolo da contravvenzione a reato. Orlando (Pd): “Oltre al tema della sicurezza, c’è quello di come si evita di perdere una o più generazioni spaesate”. Il nuovo Decreto Sicurezza che il Viminale porterà a fine mese in Consiglio dei ministri contiene una serie di norme che riguardano il porto di armi da taglio ed è stato subito rivendicato dal vicepremier Matteo Salvini come necessario: “Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero”. Il dl prevede misure molto severe contro i minorenni: se vengono fermati e trovati con un coltello le forze dell’ordine potranno decidere per “l’arresto facoltativo in flagranza”. Inoltre viene introdotto il “divieto assoluto” di porto di coltelli di lunghezza superiore ai 5 centimetri, che da che era una semplice contravvenzione diventa reato, punito con la reclusione da 1 a 3 anni e che può essere seguito da sanzioni amministrative accessorie come la sospensione della patente, del passaporto o del permesso di soggiorno. Nel caso in cui a commettere il reato siano i minorenni, è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro a carico del “soggetto tenuto alla sorveglianza del minore”, ovvero i genitori. Inoltre, viene introdotto il divieto di vendita ai minorenni - anche su web o piattaforme elettroniche, con compiti di vigilanza e sanzionatori affidati all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - “di talune armi cd. “improprie”, in particolare di strumenti da punta e taglio che, pur non nascendo con la precipua destinazione dell’offesa alla persona, possono occasionalmente servire a tale finalità”. Per chi le vende è prevista la sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 3000 euro, aumentata fino a un massimo di 12.000 euro in caso di reiterazione, e con la revoca della licenza all’esercizio dell’attività. Inoltre, viene previsto un registro elettronico in cui i venditori hanno l’obbligo di “inserire giornalmente le singole operazioni di vendita” e, in caso di inottemperanza, prevede la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.000 a 10.000. “Al di là delle facili ricette, degli slogan ad effetto, al di là anche delle strumentalizzazioni: questa vicenda rischia di essere utilizzata anche in una discussione all’interno della maggioranza di governo sulle norme più utili per il contrasto al crimine”, ha detto in un video l’ex ministro della Giustizia ed esponente Pd, Andrea Orlando. “Quello che c’è da chiedersi è come sia possibile che all’interno di una scuola e sempre più spesso nelle vie, nelle strade ci siano atti di violenza tra i giovani. È successo qualcosa, soprattutto dopo il periodo del Covid, che ha visto una crescita nella nostra città e in tutto il Paese di atti di violenza, di aumento delle dipendenze tra i giovani. Oltre naturalmente al tema della sicurezza, che dobbiamo tutti insieme affrontare senza demagogia, c’è anche un altro tema che è quello di come si evita di perdere una o più generazioni spaesate, spaventate, in alcuni casi violente, e come possiamo non scaricare tutto questo sulle spalle della scuola e neppure delle forze dell’ordine”. Dopo Magherini alla Cedu un’altra morte simile di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 17 gennaio 2026 La condanna dell’Italia per la morte di Riccardo Magherini potrebbe non restare un caso isolato. La Corte europea dei diritti dell’uomo sta esaminando un altro ricorso molto simile: quello della famiglia di Vincenzo Sapia, morto a 29 anni il 24 maggio 2014 a Mirto Crosia, in provincia di Cosenza, dopo essere stato immobilizzato a terra dai carabinieri. La storia di Vincenzo ricorda da vicino quella di Riccardo. Anche lui soffriva di disturbi schizo-affettivi ed era seguito dal Centro di Igiene mentale di Rossano Calabro. Anche la sua morte avvenne nello stesso 2014. E soprattutto, anche nel suo caso sono finite sotto accusa le tecniche di immobilizzazione usate dalle forze dell’ordine e la qualità delle indagini che ne seguirono. Quel sabato di fine maggio Vincenzo esce di casa dicendo alla madre che cerca un cagnolino. Si dirige verso un palazzo poco distante, suona a un citofono ma nessuno risponde. Si innervosisce e comincia a dare calci al portone. Gli abitanti chiamano i carabinieri. Quando i militari arrivano, Sapia si agita. A un certo punto si spoglia, un gesto che testimoni e familiari descriveranno come un tentativo disperato di mostrarsi inerme, senza armi. Nasce una colluttazione. Secondo le ricostruzioni processuali, Sapia avrebbe aggredito uno dei carabinieri. Gli agenti lo placcano a terra per ammanettarlo. Ma il ragazzo si dimena e oppone resistenza. A un certo punto smette di muoversi. Arrivano la madre e il 118. Isabella trova il figlio ancora vivo, respira debolmente. I soccorritori tentano la rianimazione ma è troppo tardi. Vincenzo muore lì, sull’asfalto. La prima autopsia attribuisce il decesso a cause naturali: un arresto cardiaco in un soggetto già compromesso da problemi cardiaci e dall’uso di psicofarmaci. La procura di Castrovillari chiede l’archiviazione per i tre carabinieri indagati. La famiglia si oppone. Il caso viene riaperto, i carabinieri vengono rinviati a giudizio. Ma nel 2021, dopo nove anni di battaglie, un giudice accoglie la richiesta di archiviazione. Per i familiari quella sentenza è inaccettabile. Si rivolgono all’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso legale che ha portato il caso Magherini fino a Strasburgo. Nel 2021 presentano ricorso alla Corte europea. La Cedu accetta di esaminare il caso e invia al governo italiano nove quesiti. Domande pesanti, che ricalcano quelle sollevate nel caso Magherini: l’uso della forza era assolutamente necessario? Lo Stato ha protetto la vita di una persona vulnerabile? Le autorità avevano predisposto linee guida adeguate? Gli agenti erano stati formati? E soprattutto: l’indagine è stata condotta in modo imparziale e approfondito? Sono le stesse questioni emerse nella sentenza su Magherini. Entrambi i casi riguardano persone in stato di agitazione, entrambi si verificarono nel 2014 quando le linee guida dei carabinieri sull’immobilizzazione erano ancora lacunose. La circolare che per la prima volta menzionava i rischi della posizione prona venne emessa il 30 gennaio 2014 ma entrò in vigore solo il 13 marzo: troppo tardi per Magherini, morto il 3 marzo. La sorella di Vincenzo, Caterina, porta avanti da anni una battaglia per la verità. “Tutti in paese sapevano che era malato mio fratello”, dice il padre Luigi. “Che bisogno c’era di fargli del male?”. È la stessa domanda che si pongono i familiari di Magherini e di tanti altri. La sentenza sul caso Sapia è attesa nei prossimi mesi. Se la Corte europea dovesse condannare l’Italia anche in questo caso, si rafforzerebbe ulteriormente il messaggio: il problema non sono i singoli agenti, ma un sistema che per troppo tempo ha lasciato le forze dell’ordine senza una preparazione adeguata su come gestire persone fragili, in crisi, vulnerabili. Persone che in quel momento avrebbero avuto bisogno di aiuto, non di finire immobilizzate a terra fino a morire. Prescrizione e risarcimento, la Consulta: nessuna violazione della presunzione di innocenza Il Dubbio, 17 gennaio 2026 La Corte costituzionale chiarisce che il giudice penale può decidere sugli effetti civili anche quando il reato è estinto per prescrizione, senza rinvio al giudice civile. Non viola la presunzione di innocenza il comma 1 dell’articolo 578 del codice di procedura penale, nella parte in cui stabilisce che, quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, il giudice penale di appello, nel dichiarare estinto il reato per prescrizione, decide sull’impugnazione ai soli effetti civili, e non prevede, invece, che esso, analogamente a quanto previsto dal comma 1-bis dello stesso articolo 578, rinvii per le questioni civili al giudice civile di pari grado. Lo ha deciso la Corte costituzionale, con la sentenza numero 2, depositata ieri, pronunciandosi sulle questioni sollevate dalla Corte di appello di Lecce, con due ordinanze di analogo tenore. Non è, in primo luogo, ravvisabile una irrazionalità sopravvenuta del comma 1 dell’articolo 578 del codice di procedura penale, in comparazione con il comma 1-bis, introdotto dalla legge numero 134 del 2021 e sostituito dal decreto legislativo numero 150 del 2022, trattandosi di situazioni eterogenee, l’una relativa alla prescrizione del reato, istituto di natura sostanziale, e l’altra all’improcedibilità dell’azione penale per superamento dei termini di durata del giudizio di gravame. In linea con la propria sentenza numero 182 del 2021, la Corte costituzionale ha poi sottolineato che, alla luce dell’articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la presunzione di innocenza è violata, nel c.d. secondo aspetto, quando il giudizio risarcitorio conduca all’attribuzione di una responsabilità penale al soggetto già assolto, ovvero a manifestare l’opinione che costui è colpevole del reato; il che non si verifica nel caso previsto dalla norma censurata, nel quale il giudice penale dell’impugnazione, nel confermare o riformare i capi civili della sentenza gravata, non deve più statuire sulla responsabilità penale, né rivalutare il fatto di reato, ma solo decidere sull’eventuale pregiudizio risarcibile, in base ai principi della responsabilità civile. Sardegna. Super carceri per i detenuti in 41 bis, scontro tra Delmastro e la Regione di Eleonora Martini Il Manifesto, 17 gennaio 2026 Il progetto del governo “Carceri esclusivamente dedicate alla reclusione dei detenuti in 41 bis e gestite unicamente dai reparti specializzati del Gom (Gruppo operativo mobile)”. “Carceri esclusivamente dedicate alla reclusione dei detenuti in 41 bis e gestite unicamente dai reparti specializzati del Gom (Gruppo operativo mobile)”. È il progetto del governo - già in via di realizzazione - ideato e voluto in particolare dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove con l’obiettivo di rivoluzionare il sistema penitenziario di massima sicurezza “per rispondere a nuove esigenze di ordine pubblico e obblighi costituzionali”. Questa, almeno, è la motivazione con la quale il numero due di Via Arenula ha illustrato alla Conferenza Stato-Regioni, il 18 dicembre scorso, il suo programma di trasferire e concentrare in sole 7 carceri, tre delle quali si trovano in Sardegna, le oltre 750 persone attualmente detenute in 41-bis nei padiglioni a loro dedicati di 12 penitenziari dislocati in tutto il Paese. Ma la seconda isola italiana non ci sta a diventare una sorta di Alcatraz nostrano: la tensione delle scorse settimane si è dunque trasformata in un acceso confronto, durante la seduta del 18 dicembre (il verbale è stato diffuso solo ieri), tra la Regione Sardegna e il sottosegretario Delmastro. Da tempo infatti il ministero della Giustizia sta provvedendo ad una riorganizzazione logistica e strutturale dei tre poli di Sassari Bancali (dove attualmente sono già recluse 94 persone sottoposte al regime di carcere duro, in un’ala che la Garante dei detenuti regionale Irene Testa colloca “sottoterra”), Nuoro e Cagliari Uta. In quest’ultimo carcere, dove sono reclusi 750 detenuti comuni, si sono appena conclusi i lavori di ristrutturazione di un padiglione nel quale sono attese a breve le prime 42 persone in 41bis. Per la giunta Todde, che lamenta di non essere stata coinvolta nella fase decisionale e teme che l’isola si trasformi nella colonia penale d’Italia, ci sono troppi rischi in questa operazione, a cominciare dall’aggravio sulla sanità regionale e dalle possibili infiltrazioni criminali. E invece, ribatte Delmastro, la presenza dei Gom è una garanzia che, al contrario, aumenterà perfino la sicurezza dei cittadini sardi. “Il sottosegretario parla di carceri esclusive per i detenuti in 41bis ma poi inserisce nel progetto Cagliari Uta che da solo potrebbe contenere tutti i 41 bis d’Italia. C’è molta confusione, ma in ogni caso è un’ipotesi non accettabile”, afferma la radicale Irene Testa che nei giorni scorsi ha chiesto una convocazione straordinaria della Camera sul tema. Occasione utile anche per “affrontare il collasso delle carceri italiane nella sua complessità e dare risposte concrete”. Il progetto governativo è l’unico mezzo, prova ad argomentare Delmastro, per rispettare la sentenza 30 del 2025 della Corte Costituzionale che impone al Dap di garantire almeno quattro ore d’aria ai detenuti. È un diritto, ma per l’ultra destra diventa un altro modo per “non far respirare” i detenuti (cit. Delmastro), una sorta di pena accessoria. Oltre alla Sardegna, sarebbero poi le case circondariali di Alessandria, L’Aquila, Parma e Vigevano gli altri quattro istituti da trasformare in prigioni di “super-massima sicurezza”, un po’ sul modello statunitense. Sardegna. L’Assessore Rosanna Laconi: “Vogliono trasformarci nella Cayenna d’Italia” L’Unione Sarda, 17 gennaio 2026 Fuori il verbale della conferenza Stato-Regioni, le perplessità dell’assessora Laconi: “L’Isola, finora mai coinvolta, non può sopportare un carico simile”. Le perplessità dell’assessora alla Protezione civile Rosanna Laconi, in rappresentanza della Regione, e la replica del sottosegretario Andrea Delmastro. Fuori il verbale della seduta del 18 dicembre della conferenza Stato-Regioni sull’ipotesi dei detenuti al 41 bis in Sardegna: “Capisco la necessità di garantire ai 41 bis quelle che sono le condizioni, naturalmente, necessarie per un’accoglienza adeguata, come tutti gli altri carcerati all’interno delle varie carceri italiane - è l’intervento di Laconi -. Quello che non riusciamo a capire, e noi siamo come Regione Sardegna estremamente preoccupati, è prima di tutto il problema per cui non siamo stati assolutamente coinvolti. È vero che questa è una informativa, ma le Regioni non sono state coinvolte. In particolare, la Regione Sardegna, pur avendo fatto più richieste - la Presidente mi risulta che ha fatto più richieste di incontro - non è mai stata sentita in merito”. “Come Regione Sardegna - dice Laconi - stiamo uscendo da una logica di una Isola vista come l’isola carcere” e oggi “non condividiamo, assolutamente, il fatto che l’insularità debba essere vista come una condanna”. “In Sardegna ci sono già i 41 bis, perché noi ne ospitiamo, c’è già una sofferenza della popolazione carceraria presente” ma “non abbiamo strutture sanitarie che siano in grado, assolutamente, di rispondere a questo incremento della popolazione carceraria”. Da medico, continua Laconi, “ho vissuto che cosa vuol dire quando un 41 bis entra in un ospedale, entra in un Pronto Soccorso, si blocca tutto. La Regione Sardegna non è in condizioni di accettare, di sopportare, un carico di questo tipo”. Segue la risposta del sottosegretario Andrea Delmastro: “lo comprendo le perplessità” ma “vi sono anche ragioni di sicurezza nazionale per cui evidentemente un progetto sul 41 bis ha avuto un inizio connotato da segretezza. Ovviamente, da adesso in avanti avremo modo di interloquire a lungo con la Regione Sardegna”. “Attualmente - tiene però a sottolineare Delmastro - in Sardegna ci sono già i 41 bis in tre Istituti con la differenza che, in questo momento, questi 41 bis sono in circuiti promiscui con rischi, non solo per la sicurezza nazionale, ma in verità per tutto il sistema perché l’esfiltrazione è più facile. Laddove vi siano istituti dedicati con la presenza dei soli Gruppi Operativi Mobile GOM, cioè un reparto specializzato e formato specificatamente per osservare e trattare i 41 bis, credo che, in verità, aggiungiamo sicurezza”. “Noi diciamo la verità e come diceva il filosofo Galimberti la verità sta diventando sovversiva”, commenta Alessandra Todde a margine della presentazione delle regate preliminari dell’America’s cup a Cagliari, parlando del verbale che “ricorda l’unico contesto istituzionale in cui io mi posso confrontare con il governo e che conferma quanto è stato detto: tre carceri, Uta, Bancali e Badu ‘e Carros, completamente dedicati al 41 bis, con numeri e prospettive che sono terrificanti per la Sardegna. Quindi quello che bisogna fare adesso è una presa di responsabilità di tutte le parti politiche, abbandonare i colori e cominciare a difendere la propria terra”. “Io credo che quello che debba passare sia un messaggio di unità dei sardi, un messaggio chiaro che dice che la Sardegna è terra di sviluppo - ha aggiunto - Lo stiamo vedendo oggi con questo evento e con quello che stiamo riuscendo a fare anche a livello di investimenti economici e di prospettive e non ci meritiamo di essere considerati come la Cayenna d’Italia”. Todde ha annunciato di avere chiesto al presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini, di poter fare un’informativa urgente all’assemblea sarda. “È ora di chiedere conto di quello che dice a chi, invece, aveva parlato di allarmismi e che aveva parlato di posizioni diverse da parte del Governo centrale. Perché il Governo centrale è stato assolutamente coerente: quello che ha detto sta facendo - ha concluso - Altri sembra che vivano in un altro contesto, in un altro pianeta, magari su Marte: che atterrino in Sardegna”. Calabria. “Dignità, sicurezza, diritti: il carcere come specchio della democrazia” di Elisa Barresi ilreggino.it, 17 gennaio 2026 Con Giovanna Francesca Russo, Garante regionale della Calabria e neo Coordinatrice nazionale dei Garanti regionali passando dalla tutela dei diritti alla sicurezza collettiva, passando per sanità penitenziaria, standard minimi e buone pratiche. La nomina di Giovanna Francesca Russo a Coordinatrice nazionale del forum dei Garanti regionali segna un passaggio significativo nel sistema delle garanzie per le persone private della libertà. Avvocato, Garante regionale della Calabria, Russo porta al livello nazionale un metodo basato su ascolto, misurazione e responsabilità istituzionale. In questa intervista affronta i nodi centrali del sistema penitenziario: il rapporto tra diritti e sicurezza, la sanità, la riorganizzazione e il valore delle buone pratiche come leva di cambiamento. Avvocato, Lei è anche Coordinatrice nazionale del forum dei Garanti regionali: cosa cambia, concretamente, con questo ruolo? “Il Garante è un presidio di legalità e umanità: vigila sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale, visita gli istituti, raccoglie segnalazioni, dialoga con amministrazioni e sanità, propone soluzioni operative e segnala criticità alle autorità competenti. Il lavoro quotidiano è fatto di ascolto, verifiche, mediazione istituzionale e soprattutto di metodo: trasformare problemi complessi in interventi concreti, misurabili e compatibili con la sicurezza. Con il ruolo e la fiducia accordatami dai colleghi delle altre regioni cambia la scala e la responsabilità. Coordinare significa armonizzare buone prassi tra Regioni, costruire standard minimi comuni, rafforzare il dialogo con il Garante nazionale, il DAP, il Ministero della Giustizia e le Regioni sulla sanità penitenziaria. In pratica: far sì che i diritti non dipendano dal CAP o dalla geografia. E che ciò che funziona in un territorio diventi modello replicabile altrove.” Quando si parla di carcere, spesso si contrappongono diritti e sicurezza. È davvero così? “No: è un falso dilemma. Il rispetto dei diritti è un moltiplicatore di sicurezza. Un carcere con cure adeguate, attività trattamentali, personale supportato e percorsi di reinserimento riduce tensioni, violenze, autolesionismi e recidiva. La sicurezza non è solo mura e cancelli: è anche clima, regole chiare, dignità e responsabilità. È protezione anche dagli abusi criminali e dalla sopraffazione verso il detenuto più fragile.” Qual è oggi la priorità numero uno nelle carceri calabresi? “Due priorità, strettamente connesse: salute e riorganizzazione. La salute, perché senza una sanità penitenziaria realmente integrata nel SSR i diritti restano teorici, e non possiamo e non vogliamo permettercelo. Il Presidente e Commissario ad Acta Roberto Occhiuto ha più volte ribadito che una sanità efficiente è garanzia di legalità nei nostri territori, carcere incluso. La riorganizzazione è necessaria perché un sistema sotto pressione, o che non abbia scelto per tempo, produce ritardi e incidenti: in Calabria il tempo è spesso vantaggio per la criminalità organizzata, che sul carcere ha troppi interessi. Abbiamo eccellenze e criticità: il punto è trasformare le prime in rete e le seconde in piani correttivi, con tempi e responsabilità definite.” Un tema delicatissimo: la sanità. Cosa serve davvero? “Serve un approccio integrato, non emergenziale: valutazione del rischio, presa in carico sanitaria e psicologica, continuità terapeutica, formazione del personale, potenziamento della salute mentale, protocolli chiari per i momenti di crisi. E serve una cosa che spesso manca: la tempestività. Ogni ora conta. Stiamo lavorando da mesi a documenti tecnici su salute, formazione e lavoro, legalità e reinserimento: un metodo per riorganizzazione, implementazione delle risorse e cultura della prevenzione. Insisto su telemedicina, PDTA prioritari e una governance chiara. Dove la rete funziona si riducono traduzioni e piantonamenti, con benefici per sicurezza, costi e riduzione dei rischi per tutti.” Lei parla spesso di “standard minimi”. Cosa significa in parole semplici? “Significa che alcuni livelli essenziali non possono dipendere dalle contingenze: tempi massimi per visite urgenti e differibili, accesso alle terapie, gestione delle cronicità, tutela della salute mentale, presa in carico delle dipendenze, continuità assistenziale in ingresso e in dimissione. Gli standard minimi non sono burocrazia, ma un indice di dignità verificabile. La qualità si misura con indicatori semplici e trasparenti: tempi di accesso alle cure, traduzioni evitabili grazie alla telemedicina, episodi critici, continuità terapeutica, ore di attività trattamentali, reinserimento. Senza misurazione restiamo nell’astratto; con la misurazione si governa. È qui che l’efficientamento del sistema diventa centrale per la garanzia dei diritti civili”. In Calabria si può parlare anche di buone pratiche? “Sì, e va detto con onestà. Ci sono professionalità eccellenti nelle Direzioni, nella polizia penitenziaria, nella sanità e nel terzo settore; istituti dove il dialogo istituzionale funziona ai massimi livelli e dove l’innovazione, anche digitale, ha prodotto risultati importanti. Il mio compito è valorizzare ciò che va e non minimizzare ciò che non va. Non cerchiamo colpevoli, non è il nostro ruolo; lavoriamo sulle disfunzioni. Sono fiduciosa perché le risposte su idee che valgono davvero arrivano”. Qual è il messaggio ai cittadini che pensano: “chi è in carcere non merita nulla”? “Che lo Stato è più forte quando non perde la misura del proprio potere: rigore e rispetto delle leggi. La pena è privazione della libertà, non della dignità. Il carcere riguarda tutti: se si esce peggio di come si entra, cresce la recidiva e peggiora la sicurezza collettiva. Non è buonismo: è realismo democratico”. C’è un progetto “bandiera” che sente suo, come Garante e Coordinatrice nazionale? “Rendere strutturale una rete nazionale di buone pratiche, armonizzare leggi e regolamenti, rafforzare i rapporti con gli organi di governo e la credibilità di proposte sempre più tecniche e condivise. Dobbiamo costruire continuità e responsabilità: i ruoli passano, la credibilità delle istituzioni resta. E poi i grandi obiettivi: donne private della libertà, giovani autori di reato, lavoro e sanità penitenziaria”. Alessandria. La trasformazione del “San Michele” in attesa dei detenuti in regime di 41 bis di Paola Ferrari* Il Piccolo, 17 gennaio 2026 Le recenti decisioni che riguardano il sistema carcerario alessandrino sollevano interrogativi profondi che non possono essere ridotti a una questione tecnica o di mera sicurezza. In particolare, la trasformazione del carcere di San Michele in istituto destinato ad accogliere detenuti sottoposti al regime di 41 bis. Sono scelte che toccano il rapporto tra Stato e territorio, tra legalità e coesione sociale, tra il dovere di reprimere il crimine e quello, altrettanto costituzionale, di tutelare la dignità della persona. Un equilibrio delicato, che richiede visione e responsabilità condivisa. La sicurezza viene riconosciuta come un bene comune indispensabile. Ma non può essere costruita attraverso decisioni calate dall’alto, prive di un confronto reale con le istituzioni locali. Ovvero con la Prefettura, il Comune, i servizi sanitari e sociali e la rete di associazioni che da anni opera dentro e fuori le carceri. L’arrivo di decine di detenuti sottoposti al 41 bis non è un fatto neutro. Cambia l’equilibrio di un territorio, impone misure straordinarie, richiede investimenti adeguati e soprattutto una strategia chiara e condivisa. Senza questi presupposti, il rischio è quello di lasciare sole le comunità chiamate a sostenere un peso così rilevante. Preoccupa in modo particolare la possibilità che questa scelta cancelli il lavoro paziente e spesso invisibile che a San Michele ha consentito negli anni percorsi di formazione, rieducazione e reinserimento. Esperienze che non rappresentano un elemento accessorio, ma il cuore della funzione costituzionale della pena. Smantellare questi percorsi senza spiegazioni e senza un progetto alternativo significa indebolire il carcere. E, con esso, l’intera comunità che lo circonda, privandola di uno strumento fondamentale di coesione e responsabilità sociale. Ancora più grave appare il silenzio che accompagna la situazione del carcere Don Soria. Struttura storica ma ormai inadeguata, segnata da carenze strutturali e da un crescente disagio umano”. Qui, come in molte carceri italiane, la sofferenza si traduce troppo spesso in gesti estremi. I suicidi che hanno colpito Asti e Alessandria tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono episodi isolati, ma l’ennesimo segnale di un sistema al collasso. I numeri sono inequivocabili. Ogni anno decine di persone si tolgono la vita in carcere, con un tasso di suicidi enormemente superiore a quello della popolazione libera. Un dramma che non riguarda solo i detenuti, ma anche gli operatori penitenziari, tra i quali il disagio psicologico è sempre più diffuso. Di fronte a questa realtà, il pericolo maggiore è l’assuefazione. Non si può accettare che la morte in custodia dello Stato diventi una statistica, né che il carcere venga percepito come uno spazio separato, estraneo alla coscienza collettiva. Serve - conclude la nota - un cambio di paradigma. Meno annunci e più responsabilità, meno decisioni unilaterali e più coinvolgimento dei territori, meno logica emergenziale e più cura delle persone. ‘Spes contra spem’ non è uno slogan, ma un impegno concreto. Essere, come cittadini e come forze politiche, costruttori di speranza anche nei luoghi dove sembra impossibile immaginarla. *DemoS Piemonte Civitavecchia (Rm). La visita del Garante: “I detenuti sono 609, su 347 posti disponibili” di Edoardo Iacolucci lacapitale.it, 17 gennaio 2026 Il Garante delle persone private della libertà del Lazio, Stefano Anastasia, in visita alla Casa circondariale di Civitavecchia. Sovraffollamento al 175% Criticità su sovraffollamento e carenze di personale. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasia, ha svolto il 15 gennaio una visita di monitoraggio alla Casa circondariale di Civitavecchia. Con lui anche Corrado Lancia, Garante comunale di Civitavecchia, primo nominato dall’amministrazione cittadina dopo l’istituzione recente di questa figura di garanzia a livello locale. La delegazione è stata accompagnata dalla direttrice dell’istituto Anna Angeletti, responsabile della gestione del carcere, insieme ai funzionari dell’area sicurezza e di quella educativa. Durante la visita, i Garanti hanno potuto osservare direttamente le condizioni di vita all’interno della struttura. Sovraffollamento e parametri di dignità - Nel corso del sopralluogo sono stati apprezzati gli sforzi della direzione e del personale, ma allo stesso tempo sono emerse criticità rilevanti legate al sovraffollamento, che in alcuni casi comporta una violazione dei parametri di dignità fissati dalla Corte europea dei diritti umani e dalla Cassazione. I detenuti presenti sono 609, di cui 42 donne, a fronte di 347 posti effettivamente disponibili, mentre i posti regolamentari sono 358. Il tasso di affollamento raggiunge così il 175 per cento. Le carenze di personale e l’area sanitaria - Un’altra area critica riguarda il personale. Gli effettivi della Polizia penitenziaria sono 253, rispetto a una previsione di 261 unità. Particolare attenzione è stata riservata all’area pedagogica, dove si registrano carenze significative, e all’area sanitaria, il cui responsabile ha segnalato la mancata stabilizzazione del personale medico e l’imminente ricambio dell’intero comparto infermieristico. I prossimi passi dei Garanti - I Garanti hanno annunciato che mercoledì prossimo effettueranno una nuova visita nella sede distaccata della casa di reclusione di via Tarquinia. Nelle settimane successive, le osservazioni raccolte confluiranno in un documento formale indirizzato alla direzione dell’istituto, contenente raccomandazioni sulle criticità rilevate. La visita rientra nell’attività di monitoraggio istituzionale del Garante regionale delle persone private della libertà. Modena. Il Dap chiude le porte al Consiglio comunale in carcere di Luca Barbari* Il Dubbio, 17 gennaio 2026 Il Consiglio comunale di Modena aveva deciso: la seduta del 15 gennaio si sarebbe tenuta nella Casa Circondariale S. Anna, per ascoltare la Relazione annuale della Garante dei detenuti, professoressa Giovanna Laura De Fazio. Da mesi era arrivata l’autorizzazione della Direzione dell’istituto di pena. Ma nella giornata del 13 gennaio, appena 36 ore prima, il Dap ha comunicato il suo diniego, senza spiegarne i motivi. È una decisione grave e un segnale chiarissimo: si vuole che il carcere rimanga un luogo chiuso, impermeabile. La città non deve avervi accesso. Solo pochi giorni fa, durante la Commissione Servizi del Consiglio comunale, abbiamo ascoltato la Garante dei detenuti, il presidente delle Camere penali, associazioni, istituzioni penitenziarie e sanitarie, sindacati. Il Sant’Anna è stato definito un “piccolo inferno”, una situazione “abominevole”. Sovraffollamento, carenze strutturali, organici insufficienti, morti. Oggi ci sono circa 203 agenti, 50 in meno rispetto alla previsione della pianta organica (253), turni insostenibili, tensione nelle sezioni, attività trattamentali ridotte ai minimi termini, difficoltà anche nell’accompagnare le persone alle cure esterne, suicidi. La popolazione carceraria è quasi doppia rispetto ai numeri regolamentari, e una sezione è inagibile per problemi strutturali e di sicurezza. Non sappiamo se qualcuno ha riferito a Roma le risultanze catastrofiche emerse durante la commissione consiliare, incidendo sulla scelta del Dap. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e chi ha le deleghe politiche sul Dap, hanno avuto paura che il Consiglio entrasse in carcere per ascoltare la relazione della Garante, perché ascoltarla seduti sulle poltrone del municipio è cosa ben diversa dall’ascoltarla dopo aver passato il muro di cinta del penitenziario, aver sentito il freddo di quei muri grigi e la sofferenza che vi si respira? È in ogni caso una vicenda istituzionale incresciosa, figlia di una linea politica del sottosegretario meloniano Delmastro, che ha la delega sul sistema penitenziario, linea politica garantista per sé e forcaiola per gli altri. Negli ultimi mesi - e chi frequenta il carcere lo sa benissimo - una serie di circolari del Dap hanno ancor più irrigidito e centralizzato autorizzazioni per attività culturali, educative, ricreative e volontariato. Burocrazia aggiunta a burocrazia per ostacolare progettualità e reinserimento. E a Modena lo abbiamo visto: quante volte i volontari sono arrivati ai cancelli e non sono stati fatti entrare? Quante attività programmate e autorizzate sono poi saltate senza motivo? Penso ai cineforum organizzati dalla Caritas. Il carcere è lo specchio dello Stato. Anche a Modena quello specchio restituisce un’immagine cupa. In Commissione è emerso anche che il carcere usato è come contenimento della marginalità sociale. Povertà, dipendenze, fragilità psichiatriche, stranieri finiscono dietro il muro del carcere, lontano dalla vista della città. Così la risposta penale smette di essere extrema ratio. Ma non è nemmeno una scorciatoia, perché un detenuto costa circa 350 euro al giorno, a fronte di tassi di recidiva che arrivano al 65%. Un modello che dissipa risorse, lede diritti, mette in difficoltà chi lavora negli istituti, non produce sicurezza e non produce reinserimento. Molte realtà del Terzo settore suppliscono con risorse proprie e progetti efficaci, dimostrando che un’alternativa esiste, ma vengono ostacolate dalla “gabbia d’acciaio” della burocrazia del Dap. Anche il consiglio comunale è stato ingabbiato dalla immotivata decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: si ha paura della democrazia? Si pensa che i consiglieri democraticamente eletti siano una minaccia per la sicurezza del carcere? Non si sa, non ci è stato spiegato. Questo è inaccettabile. Il motto della Polizia Penitenziaria richiama la speranza: garantire la speranza. E invece il Dap da mesi chiude, centralizza, taglia i legami con la città, riduce gli spazi di relazione e di umanità. Quella seduta in carcere sarebbe servita a testimoniare a chi è ristretto e a chi lavora dentro la Casa Circondariale Sant’Anna che la città è presente e si interessa alle loro sorti. Non ci è stato consentito. Un ringraziamento a chi nonostante tutto questo resiste e con generosità porta speranza e luce con il proprio lavoro e con il proprio servizio, nonostante ci sia chi preferirebbe che dentro il carcere calasse definitivamente il buio. Coraggio e avanti! *Avvocato, Consigliere comunale di Modena Palermo. Dove si riannodano i fili delle esistenze di Claudio Bottan L’Osservatore Romano, 17 gennaio 2026 La sartoria della Cooperativa sociale Al Revés di Palermo, un progetto di inclusione “trasversale”. “Il bene comune siamo noi”. È il mantra di Rosalba Romano, che di mestiere farebbe l’assistente Sociale Specialista presso il Dipartimento Giustizia Minorile di Palermo, ma per passione dedica ogni minuto del suo tempo libero ad un progetto di inclusione “trasversale”. Le sue esternazioni le ritroviamo spesso stampate su t-shirt e borse che fanno l’occhiolino dalle vetrine di Sartoria Sociale. “Siamo tutti ex di qualcosa” e “No War” sono il biglietto da visita del laboratorio sorto in un bene confiscato alla mafia, non a caso a pochi passi dal carcere minorile Malaspina. “Non si è trattato di una sfida - dice Rosalba - bensì di consapevolezza. Nessuno si salva da solo, per questo abbiamo cercato di creare, proprio qui, un ambiente in cui ognuno, con i propri limiti, potesse esprimere paure, debolezze e persino la rabbia per i sogni infranti, ma soprattutto le aspirazioni”. Al civico 22 di via Alfredo Casella, periferia in fermento di Palermo, si riannodano i fili di esistenze sfilacciate. I tessuti donati, le macchine da cucire e l’allegro vociare delle donne che vi partecipano, fanno da sfondo ad una storia di coraggio e coerenza che ha dell’incredibile: dal palazzo di fronte, gli ex proprietari del bene confiscato, se si affacciano possono assistere in diretta all’evoluzione del termine “riciclaggio” che questa volta riguarda le esistenze umane. La presidente della cooperativa sociale è la nigeriana Roseline Eguabor. La sua è una storia emblematica di inclusione sociale. “Io sono la dimostrazione che, incontrando le persone giuste, puoi trovare la tua strada. Vengo dalla Nigeria - racconta - e sono a Palermo da oltre vent’anni. Sono arrivata perché, facendo parte di una famiglia numerosa, avevo solo due opzioni: sposarmi molto giovane o andare via. Quando, però, sono arrivata in Italia, ho capito che dovevo ricominciare dall’inizio”. Roseline oggi è mediatrice culturale e ha scelto di mettere a disposizione la sua storia di rinascita per tutte quelle donne che, come lei, affrontano il viaggio della speranza inconsapevoli di ciò che le aspetta. Nel laboratorio voluto dalla cooperativa sociale Al Revés funziona davvero tutto al contrario riguardo alla narrazione alla quale ci siamo ormai abituati: sono loro, le donne coraggiose, a tracciare il solco dell’inclusione. Rosalba, Roseline, Roberta, Rossella, Silvia, e tutte le altre volontarie che donano il proprio tempo anche alle donne recluse alla sezione femminile del carcere Pagliarelli ci raccontano una realtà sconosciuta, che però ci riguarda, seppure talvolta preferiamo non sapere. Trame di vita sfilacciate, storie, colori e scampoli di tessuti. Attorno ai tavoli del cucito si parla di speranza, ci si racconta di adozioni e di cadute rovinose con la certezza di non venire giudicati. Ne sa qualcosa Giusi, diffidente per natura e provocatrice per cultura, che del laboratorio è la mascotte, e lo sa Giuseppe, che qui ha trovato dimensione e stabilità. Qui si riciclano materiali, si recuperano stoffe, si sperimentano tecniche artigianali, si formano competenze e si sviluppano percorsi di autoimprenditorialità e autonomia, creando capi e accessori che esprimono un’idea di moda responsabile, attenta sia all’ambiente sia alle persone. In Sartoria Sociale si ricompongono esistenze. Ogni tanto arrivano scolaresche in visita e la baraonda aumenta. Salvo, il compagno di Rosalba, si è arreso all’evidenza: “Non c’è alternativa alla solidarietà contagiosa. Per questo mi sono attrezzato e accompagno l’avventura di Sartoria Sociale con Ape & Filo”, il mezzo della cooperativa Al Revés che è una estensione delle iniziative e sfila per i quartieri popolari della città per costruire e raccontare una Palermo più inclusiva, sostenibile ed etica. Un laboratorio tessile su strada con tanto di grucce, cassetti portaoggetti, appendiabiti, una macchina da cucire estraibile per sistemare gli abiti degli avventori ed un camerino per provarli. Una semplice macchina da cucire che si è inceppata proprio quando Fatoumata, una delle allieve più promettenti, aveva espresso il desiderio di poterla utilizzare per ricucire il suo passato. Ma poi ne è arrivata una nuova, grazie alla solidarietà. È questo il miracolo dell’inclusione. Catania. Progetto “Senza Catene” per il reinserimento, raccolti 50mila euro dall’Arcidiocesi cataniatoday.it, 17 gennaio 2026 È tempo di tracciare bilanci, valutare le ricadute concrete sul territorio e fornire prospettive per il progetto “Senza Catene”, un’opera segno del Giubileo 2025 dell’Arcidiocesi di Catania interamente dedicata al recupero e al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con la Caritas e il Servizio di Pastorale Carceraria dell’Arcidiocesi, si è concentrata sull’attivazione di una rete capillare di sostegno e sull’avvio di percorsi lavorativi concreti per le persone detenute ed ex detenute, offrendo loro una reale opportunità di riscatto e di ritorno dignitoso nella società. “Senza Catene” ha beneficiato di una raccolta di fondi destinata a intervenire su esigenze concrete come lavoro e studio: oltre 50mila euro da parrocchie, scuole, associazioni confederali, aziende, confraternite, associazioni agatine, club service, privati cittadini e organismi diocesani. Un impegno condiviso e diffuso che ha determinato risultati e altri ne farà emergere nell’anno in corso. Nel corso del 2025, grazie ai fondi raccolti attraverso il progetto “Senza Catene”, sono stati attivati tirocini di inclusione per tre adulti precedentemente detenuti presso il carcere di Piazza Lanza, con una spesa complessiva di circa 10mila euro. Questi percorsi formativi costituiscono un’opportunità fondamentale per acquisire competenze professionali spendibili sul mercato del lavoro e per ricostruire un’identità sociale positiva dopo l’esperienza della detenzione. Parallelamente, è stato attivato un servizio di transfer finalizzato allo studio e al lavoro per alcuni minori detenuti presso l’istituto penale per minorenni (Ipm) di Bicocca, per un importo complessivo di circa 11 mila euro. Questi giovani stanno seguendo importanti percorsi che spaziano dalla frequenza universitaria ai corsi di formazione professionale e scolastica, oltre a essere impegnati in attività lavorative che consentono loro di sviluppare competenze pratiche e di mantenere un contatto costruttivo con la realtà esterna al carcere. Di particolare rilievo, inoltre, l’acquisto di materiale destinato a rispondere alle esigenze più immediate e urgenti dei detenuti: oltre un centinaio di coperte ignifughe sono state donate alla Casa Circondariale di Bicocca. Il progetto “Senza Catene” proseguirà anche nel corso del 2026, consolidando e ampliando le iniziative già avviate. Le progettualità future, compatibilmente con i soggetti interessati e le aziende ospitanti, prevedono l’attivazione di nuove borse lavoro, l’avvio di ulteriori tirocini formativi presso realtà produttive del territorio disponibili ad accogliere queste persone, il supporto continuativo alla formazione scolastica e professionale, e l’individuazione di possibili modalità di impiego presso organismi diocesani e strutture ecclesiali. Roma. Dal muro al Pastificio Futuro: reinserimento per i detenuti del carcere minorile di Annalisa Picardi unitedworldproject.org, 17 gennaio 2026 Nel carcere di Casal del Marmo (Roma), Pastificio Futuro è un progetto di produzione di pasta che offre formazione tecnica e impiego reale ai giovani detenuti. Un’iniziativa di economia sociale che vede nella gastronomia artigianale un percorso di reinserimento. Un muro può dividere, proteggere, nascondere. Ma può anche diventare una soglia. Casal del Marmo, carcere minorile. Dal novembre 2025 il muro di cinta dell’istituto penitenziario minorile racconta una storia diversa. Lì dove per anni il grigio del cemento segnava un confine netto, ora si apre un lungo murale fatto di colore, simboli e futuro. È il murale del Pastificio Futuro, un progetto che intreccia lavoro, arte e accompagnamento umano per offrire una seconda possibilità a giovani che hanno conosciuto il carcere. La storia del Pastificio Futuro nasce da un incontro reale e simbolico insieme: l’abbraccio tra papa Francesco e padre Gaetano Greco, cappellano storico del carcere minorile di Casal del Marmo. Da quell’incontro è nata una domanda semplice e radicale: che cosa serve davvero a questi ragazzi per non farsi rubare la speranza? La risposta non è stata un’idea astratta, ma qualcosa di concreto: un lavoro vero. Un luogo dove imparare un mestiere, assumersi responsabilità, sperimentare relazioni sane e costruire giorno dopo giorno un futuro possibile. Così è nato il Pastificio Futuro: un laboratorio di pasta secca artigianale, realizzato in una palazzina adiacente al carcere, dove giovani provenienti dal circuito penale minorile - detenuti in uscita o in area penale esterna - possono lavorare con un contratto regolare, imparando non solo a fare la pasta, ma a lavorare insieme. La scelta della pasta non è casuale. È un alimento semplice, quotidiano, capace di unire culture e famiglie diverse attorno a una tavola. Ma è anche una metafora potente: la pasta ha bisogno di tempo, di pazienza, di cura. Esattamente come i percorsi di cambiamento umano. Nel Pastificio Futuro, il lavoro non è solo produzione. È formazione, relazione, responsabilità condivisa. Educatori, operatori e ragazzi lavorano fianco a fianco, in uno stile che rifiuta le etichette e privilegia l’incontro. Qui nessuno è ridotto al proprio errore: ciascuno è riconosciuto per quello che può diventare. Il murale: una finestra sul possibile - Il murale inaugurato nel novembre del 2025 sul muro di cinta del carcere racconta visivamente questa storia. Realizzato con il contributo diretto dei ragazzi, rappresenta una lunga finestra aperta su un paesaggio altro: spighe di grano, uccelli in volo, mani che si tendono, un abbraccio che genera futuro. Non cancella il muro, ma lo trasforma. Non nega il limite, ma lo attraversa simbolicamente. Anche le imperfezioni del murale - gli errori, le sbavature - sono diventate parte del processo creativo. Un messaggio chiaro: ogni errore può essere riparato, ogni ferita può diventare un punto di partenza. Durante la cerimonia di inaugurazione è emersa una suggestione forte: ci sono ferite che non si possono cancellare, “buchi neri” che restano nella storia di una persona. Ma attorno a quei vuoti è possibile costruire, come l’erba che ricresce sul bordo di un cratere o i fiori che adornano un pozzo. Così anche ciò che ha fatto soffrire può essere circondato da segni di vita nuova, senza lasciare che divori la speranza di un futuro ancora da costruire. Il Pastificio Futuro non vuole essere un approdo definitivo, ma un luogo di passaggio. Uno spazio in cui imparare, rimettersi in piedi, acquisire strumenti per poi spiccare il volo verso altre opportunità lavorative e di vita. È questo l’orizzonte che emerge con forza dalle voci del reel: la speranza non come illusione, ma come possibilità concreta, costruita giorno dopo giorno attraverso relazioni affidabili, lavoro dignitoso e fiducia reciproca. Il Pastificio Futuro è oggi anche aperto al pubblico. La pasta prodotta può essere acquistata online e direttamente in sede, permettendo a chiunque di sostenere il progetto in modo semplice e concreto. Scegliere questa pasta significa partecipare a una storia di riscatto che non cancella il passato, ma non ne rimane prigioniera. Una storia che dimostra come il bene, quando si organizza e si fa comunità, possa davvero generare futuro. Lecce. Cultura, formazione e lavoro sono diritti dei detenuti csvbrindisilecce.it, 17 gennaio 2026 A San Michele Salentino due giorni di confronto con garanti, istituzioni e associazioni del Terzo Settore per rafforzare il sistema di tutela dei detenuti e valorizzare percorsi di reinserimento sociale e professionale. Nel cuore di San Michele Salentino, negli spazi del Salone Lerna - la100lab, si terrà, il 19 e 20 gennaio, una significativa tavola rotonda dedicata ai diritti dei detenuti. Un incontro che vedrà la presenza congiunta di garanti territoriali, rappresentanti del sistema penitenziario, cooperative, associazioni e realtà del terzo settore impegnate nel reinserimento dei detenuti nella società. La giornata inaugurale sarà il 19 gennaio alle ore 17:00 nella quale interverranno figure istituzionali come Piero Rossi, Luigi Pannarale, Maria Mancarella, Valentina Farina, Pierpaolo D’Andria, Carlo Martello, Carmelo Rollo e Leonardo Palmisano. A seguire, la maratona testimoniale delle 18:00 darà voce a cooperative e realtà che ogni giorno operano all’interno e all’esterno degli istituti di pena: Rosa Ferro (Coop Soc il nuovo fantastico), Ilaria De Vanna, Icilio Martire, Antonietta Rosato (Fermenti Lattici APS), Elvira Zaccagnino (Edizioni la meridiana), Annamaria Ricciotti, Ilaria Palma, Salvatore Contaldi (Made in Carcere) ed Erminia Rizzi. Il secondo giorno vedrà un ulteriore momento di confronto, alle ore 17:00, con esponenti di associazioni impegnate in progetti innovativi: Vito Alfarano (AlphaZTL), Don Francesco Mitidieri (Noi e Voi), Umberto Di Gioia (Lavori in corso), Don Raffaele Sarno (Terre Solidali), Elsheikh Elrashid Ibrahim (Progetto Un’Altra Terra) e Irene D’Alò (Cittè Cittè odv-ETS). Promuovere percorsi educativi e professionali non rappresenta solo una garanzia di dignità per i detenuti, ma anche uno strumento efficace per la sicurezza collettiva e per la costruzione di una società più equa. Contatti: la100labsms@gmail.com. Il conflitto distruttivo dei ragazzi di oggi di Matteo Lancini* La Stampa, 17 gennaio 2026 Questo non è un conflitto generazionale: l’aggressività è contro se stessi o contro i propri coetanei. La violenza giovanile odierna non è quasi mai l’espressione di un conflitto generazionale. Nonostante l’evidente disinteresse adulto nei riguardi del presente e del futuro dei più giovani, il gesto violento è sempre più spesso rivolto contro se stessi o contro i coetanei. Anche la consapevolezza delle ineguaglianze sociali di chi cresce ai margini e nelle periferie non si traduce frequentemente in impegno politico, in richiesta di maggiore eguaglianza, in movimento collettivo che lotta per il riconoscimento dei propri diritti. Il conflitto generazionale è ai minimi termini. Se la trasgressione e l’opposizione non sono più la cifra distintiva dell’adolescenza odierna, allora sarà un problema educativo. Ecco allora diffondersi una visione semplicistica e terribilmente tranquillizzante. Le nuove generazioni sono state troppo coccolate, amate e protette. Sono mancati i limiti e le regole, la cui assenza, insieme all’utilizzo precocemente smodato di internet, ha spinto i ragazzi a comportarsi in modo arrogante e violento. Pensano di poter fare quello che vogliono e vivono in un’alterazione della realtà causata dai social e dai videogiochi. Per questo è necessario limitare l’utilizzo dello smartphone e introdurre provvedimenti restrittivi a scuola, anche in materia di comportamento. Così il cinque in condotta dovrebbe rappresentare un deterrente alla spinta ad aggredire un compagno a scuola e una multa di un migliaio di euro ai genitori una garanzia rispetto al fatto che loro figlio non esca da casa con un coltello da cucina e commetta un reato. Se neanche le segnalazioni di un aumento del disagio psichico giovanile, provenienti da moltissime organizzazioni nazionali e internazionali riescono a far comprendere che si tratta di un fenomeno complesso, che riguarda l’intera società, tutte le istituzioni e non solo la famiglia. Se neanche il malessere di molti adolescenti, segnalato da chiunque li frequenti quotidianamente, riesce ad essere interpretato come espressione di una sofferenza psicologica che rischia di evolvere in disperazione e dunque in violenza agita, continueremo ad assistere a iniziative mirate al raggiungimento del consenso emotivo e popolare degli adulti. Non si diffonderanno esperienze e proposte relazionali adulte capaci di prevenire il disagio psicologico giovanile e di trasformare i conflitti e le emozioni più disturbanti in parola. Mi auguro davvero che non si arrivi a multare i genitori dei giovani che compiono gesti autolesivi o che tentano il suicidio. Mentre la giustizia farà il suo corso, il nostro compito è quello di provare a fare in modo che la morte di un ragazzo a scuola per mano di un suo compagno si trasformi in un’occasione di sviluppo della consapevolezza e della responsabilità adulta. L’unica possibilità che ci resta per provare a dare senso a un evento così angosciante, terrificante. Dare senso alla vita mentre domina la morte. Provare a interrogarsi su cosa stiamo facendo per i nostri figli e studenti, quali relazioni e quali modelli di identificazione proponiamo. Le politiche individualiste, aggressive, intimidatorie e violente proprie di questa epoca è altamente probabile contino qualcosa. Viviamo nel regno del Sé, dell’affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale fino alla negazione del valore del pensiero, e del diritto a esistere, dell’altro. I modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti contano qualcosa. Così come conta l’impossibilità generazionale di esprimere sentimenti spiacevoli per gli adulti. Queste sono generazioni ascoltate a modo nostro. Un ascolto selettivo che non consente l’espressione di emozioni disturbanti come la rabbia, la tristezza e la paura. Non servono multe e repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione. L’umanità ha bisogno di un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, di una nuova democrazia degli affetti. Non di nuove forme di prevaricazione adulta, spacciate per interventi educativi e normativi che ridurranno la disperata violenza giovanile. *Psicologo e psicoterapeuta, docente all’Università Milano-Bicocca e alla Cattolica di Milano, autore di: “Chiamami adulto” (Raffello Cortina ed.), fra i massimi esperti di disagio giovanile. “Altro che carcere, i minori hanno bisogno di fiducia” di Marica Fantauzzi Il Dubbio, 17 gennaio 2026 La stretta repressiva in atto sta cancellando un modello che aveva messo al centro i ragazzi. Parla Francesca Mosiello, psicologa e mediatrice penale. Francesca Mosiello ha 23 anni quando per la prima volta varca la soglia dell’Istituto penale per minorenni di Casal Marmo. Era il 2003 e lei era una tirocinante in psicologia. È una delle prime cose che racconta, anche oggi, quando entra in Istituto. Tra i fatti che incuriosiscono di più i giovani detenuti che la ascoltano ce n’è uno, che oggi appare inverosimile: all’epoca, le ragazze e i ragazzi condividevano gli spazi detentivi comuni e la divisione tra i sessi nelle attività, ora considerata un paradigma della detenzione (anche) minorile, non era prevista. In quegli anni, in Italia, il sistema penale minorile custodiva ancora con cura i frutti di una stagione precedente, quella a cavallo tra gli anni 80 e 90, che contribuì a costruire una cultura della giustizia minorile definita all’avanguardia per tutti gli anni successivi, almeno fino a oggi. Il lavoro che portò all’approvazione del Codice del processo penale minorile, promulgato nel 1988, fu l’esito di raccomandazioni internazionali e di contributi scientifici e costruito attraverso le riflessioni condivise di magistrati, assistenti sociali, psicologi, educatori che si incontravano ciclicamente per costruire, racconta Mosiello, un sistema basato sui principi della minima offensività e della deistituzionalizzazione. “Perché gli adolescenti dovevano transitare il meno possibile all’interno delle strutture detentive a vantaggio di un’area penale esterna, educativa e responsabilizzante”. La giovane età dell’imputato non era negoziabile, ma imponeva l’attivazione di una rete comunitaria che considerava il carcere come residuale e non perno attorno a cui far ruotare tutto il sistema delle pene. Con grande efficacia sulla riduzione della recidiva. Tra coloro che contribuirono a costruire l’impianto della giustizia minorile c’era Gaetano De Leo, fondatore della cattedra di Psicologia giuridica dell’Università La Sapienza di Roma. E tra i primi a sperimentare la mediazione penale minorile in Italia. Per Mosiello, oggi psicologa e mediatrice penale esperta di giustizia riparativa, l’incontro con De Leo e con quel movimento culturale fu essenziale. “Nella giustizia riparativa, il reato non è solo la violazione di una legge ma un danno inferto a qualcuno con conseguenze anche gravi, che mantengono aperto un conflitto tra il reo, la vittima e la società. La risposta tradizionale è centrata sul colpevole, che merita la punizione, secondo una logica binaria che separa buoni e cattivi. In realtà, per chi fa mediazione penale, si può lavorare sulle conseguenze di quel conflitto-reato mettendo al centro la relazione tra le persone coinvolte, che si guardano negli occhi piuttosto che essere divise nei rispettivi ruoli e sono esse stesse ad indicare i bisogni di cui occorre occuparsi. Attraverso l’incontro e il dialogo, tra rei, vittime e società civile, si passa dalla pena alla riparazione di quel legame sociale infranto”. Negli anni il suo lavoro si è concentrato tanto sugli adulti quanto sui minori autori di reato e oggi cura percorsi di questo tipo anche al di fuori del perimetro penale, tramite la mediazione dei conflitti nelle scuole. L’attivazione della mediazione penale prescinde dalla gravità del fatto considerato reato e anzi, storicamente, più il reato è grave più la mediazione è efficace come pratica riparativa. “Scegliere di affrontare il dolore che si è provocato negli altri, anche guardandoli negli occhi, implica una presa di responsabilità enorme, in grado di avere effetti ben più trasformativi di quelli improbabili con la sola detenzione”. Distruttivo è un conflitto che non viene trattato, di cui non si parla più, su cui viene imposto un silenzio e una rimozione. Un fatto determina effetti solo distruttivi quando la relazione è lacerata e la fiducia interrotta non viene recuperata. E per farlo, per ritrovare quella fiducia, è necessario un incontro riparativo: per la vittima del reato, affinché possa comunicare la rabbia, la paura e la sofferenza che quel danno ha provocato, nel confronto con il reo, per chiedere, ascoltare, conoscere i rispettivi vissuti e trovare un senso a quanto accaduto. Insieme a una stretta collaborazione con gli Uffici di servizio sociale per minorenni (Ussm) e il Centro di giustizia minorile del Lazio, riuscirono a creare il primo centro a Roma di giustizia riparativa e mediazione penale per minorenni che ha lavorato in maniera ininterrotta dal 2013 al 2022. Oggi, però, è tutto fermo in attesa dell’applicazione della riforma Cartabia. “Lavorammo molto e bene, in dieci anni vennero seguite circa 600 situazioni”, ricorda Mosiello. In questi ultimi due anni gli osservatori principali, tra cui Antigone, hanno denunciato il sovraffollamento degli Istituti penali minorili, anche e soprattutto a seguito della stretta imposta da norme di stampo repressivo come il Decreto Caivano. “Decreti come questo vanno in una direzione completamente opposta a quella che si è percorsa per decenni: oggi si riduce lo spazio per la complessità e per l’educazione, a favore di una carcerazione trasversale, anche in giovanissima età e per reati trattati con efficacia nell’area penale esterna”. L’antico proverbio del saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dito secondo Mosiello andrebbe ribaltato, pensando ai minori che compiono reati. Gli adulti guardano la luna, ovvero l’aspetto fenomenologico del reato che abbaglia e crea allarme sociale. Mentre dovrebbero guardare il dito: ovvero il movimento che ha portato al reato, la soggettività del minore. Quali sono le ragioni? Quali i bisogni inespressi e i diritti violati di quel ragazzo? Il reato commesso in giovane età è una forma di comunicazione che va ascoltata e tradotta in pensiero, al riparo sia da emergenze politiche e propagandistiche, sia dalle fragilità di adulti che vogliono soprattutto evitare di comprenderlo con tutta l’angoscia e il dolore che trasmette. “De Leo scriveva che la responsabilità non è un fattore interno alla persona, ma una qualità della relazione: è solo dentro un rapporto con adulti capaci di assumersi la responsabilità di esserci, che i ragazzi possono sviluppare la loro responsabilità”. Nel 2017 Mosiello racconta di aver portato cinque ragazzi detenuti in carcere minorile in gita fuori, al lago, in fattoria, a teatro. “Li accompagnavamo solo io e il cappellano, una cosa impensabile oggi. La sicurezza? Era garantita dalla relazione che avevamo costruito con loro. Questo è il circolo della responsabilità. E della fiducia”. Eppure, oggi le istituzioni non sembrano interessate a far circolare fiducia e quindi speranza. “Gli incendi, le proteste, gli atti di autolesionismo a cui assistiamo negli Ipm d’Italia in questi mesi cosa sono se non azioni comunicative di qualcosa che non sta più funzionando in un sistema nato per essere residuale e che sta perdendo le sue funzioni pedagogiche?”. E a chi sostiene che i ragazzi autori di reato sono cambiati rispetto al passato, che i cosiddetti “maranza” o i minori stranieri non accompagnati non riescono a essere seguiti, Mosiello risponde che l’errore degli adulti è sempre quello di guardare la luna. L’abbaglio è credere che per alcune persone, per via di una supposta identità culturale o di classe, non ci sia via d’uscita dalla violenza. “Incontro ragazzi in carcere entrati in Italia a 12 anni, da soli, partiti dalla Libia o dalla Tunisia, sopravvivendo a un viaggio infernale obbligati a diventare grandi prima del tempo. Arrivano in un paese straniero, abbandonando precocemente la loro infanzia, e la loro famiglia. C’è uno psicoanalista francese, Maurice Corcos, che ha affrontato il concetto della disaffiliazione per parlare della distruttività dei giovani nelle banlieues francesi che credo si presti bene al nostro discorso. Lui sostiene che non abbiamo trattato quei ragazzi come nostri figli e loro, di conseguenza, non trovano uno spazio esistenziale nel Paese ospitante. Disadattati perché non adottati”. È la risposta sociale che riserviamo loro a produrre azioni violente. Ed è da quella risposta che dovremmo ripartire, con pensiero e competenza. “Questa è la funzione adulta, che non si spaventa ad incontrare il disordine che i giovani producono”. “Sai qual è l’episodio che scatenò il divieto di condividere gli spazi tra maschi e femmine in Ipm? Una banale rissa per una ragazza. Guai a lasciare che gli adolescenti si innamorino!”. Accoltellato in classe a La Spezia, Abu muore a 19 anni di Alfio Sciacca e Andrea Barsanti Corriere della Sera, 17 gennaio 2026 L’inseguimento in classe e anche fuori, poi la coltellata che ha trafitto la milza. Un professore: “Ma non siamo il Bronx”. La vittima studiava e lavorava in pizzeria per aiutare la famiglia. Il killer aveva già portato armi a scuola. La speranza di familiari e amici che per tutto il pomeriggio hanno imprecato e pregato davanti al Pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea di La Spezia si è dissolta alle 8 di sera. Abanoub Youssef, che tutti chiamavano “Abu”, egiziano, non ce l’ha fatta a superare le conseguenze della devastante coltellata al torace. Al suo arrivo in ospedale è andato in arresto cardiaco ed è stato rianimato per 90 minuti. I medici sono riusciti comunque a far ripartire il battito. Poi in sala operatoria per tre ore. Ma poco dopo il trasferimento in Rianimazione è deceduto. Aveva appena 19 anni e frequentava l’istituto professionale Einaudi-Chiodo a La Spezia. Ad ucciderlo la coltella sferrata da un compagno della stessa scuola, Atif Zouhair, di un anno più piccolo, marocchino. Pizzetto, capelli ricci “aveva sempre l’aria dello spaccone”, così lo descrivono i compagni di scuola. Tutto è avvenuto intorno alle 11, al secondo piano dell’istituto professionale a quell’ora affollato di insegnanti e alunni che sono stati testimoni, pietrificati, di una tragedia che forse era prevedibile e magari si poteva evitare. Non era infatti la prima volta che l’assassino andava a scuola armato di coltello e in tanti sapevano, ma non si è riusciti ad intervenire in tempo. Quanto al movente sarebbe stato lo stesso Zouhair a confermarlo mentre veniva arrestato. “Volevo ucciderlo - ha detto -. Lui non doveva permettersi di mettere sui social una sua foto assieme alla mia ragazza”. Ci sarebbe dunque una presunta contesa per questioni sentimentali dietro al delitto. Anche se amici e familiari giurano che questa spiegazione non sta in piedi, in quanto Abu non stava nemmeno sui social e quella foto di cui parla l’assassino forse sarebbe una vecchissima immagine di anni fa. Comunque tanto è bastato a indurre Atif ad armarsi di un grosso coltello da cucina e portarselo nello zaino, in mezzo ai libri di scuola. Tutto sarebbe cominciato in bagno, durante un cambio di orario. Ci sarebbe stato uno scambio di accuse, la lite, poi Atif tira fuori il coltello. Abu coglie subito il pericolo e cerca di scappare in direzione della sua classe. Viene raggiunto e colpito proprio davanti alla porta. Un solo fendente, micidiale, sotto il costato che gli lacera il fegato provocando una copiosa emorragia. Abu cade a terra. È vigile ma continua a perdere sangue. Un’insegnante cerca di tamponare come può la ferita. Per i familiari l’ambulanza impiega mezz’ora prima di arrivare. Le condizioni di Abu sono disperate. Per l’assassino oltre all’accusa di omicidio potrebbe scattare anche quella della premeditazione. Al vaglio ci sono appunto le testimonianze dei compagni secondo i quali, appunto, dicono che non era la prima volta che veniva a scuola armato di coltello. In passato pare avesse minacciato altri studenti. Lo ripetono anche quelli che si sono radunati davanti al Pronto soccorso del Sant’Andrea. “Lo sapevano tutti che era pericoloso - raccontano- il coltello lo aveva portato a scuola altre volte”. Tra i ragazzi a questa età si finisce sempre a tirare dentro la vita parallele sui social. “Quello li era un tipo dal coltello facile, aveva questa fissazione”, aggiungono i ragazzi del gruppo di amici che con Abu si vedeva al centro commerciale Le Terrazze. “In passato aveva pubblicato anche dello storie mostrando coltelli e anche mentre si procurava delle ferite”. Oltre alla passione per i coltelli viene descritto anche come un soggetto un po’ instabile, irascibile e pronto ad attaccare briga per una banalità. In ospedale assieme ai tanti ragazzi c’è anche un insegnante di sostegno dell’istituto. Proprio il prof che per primo ha tentato di dare aiuto a Abu: “Quando sono arrivato al secondo piano era già a terra in una pozza di sangue. Ho cercato di tamponare la feria ma si vedeva che era molto grave. Ha perso tantissimo sangue”. Il prof accetta di parlare per tentare di “proteggere” il resto dei ragazzini che “sono troppo scossi e traumatizzati”. “Conoscevo sia l’aggressore sia Abu - racconta- anche se non sono miei alunni. Non riesco neanche io a spiegarmi come sia potuta succedere una cosa del genere”. In ogni caso ci tiene a dire che l’Einaudi-Chiuodo “non è una terra di nessuno”. “Non siamo certo il Bronx. Tutt’altro. La nostra è sicuramente una scuola multietnica, ma da noi i ragazzi sono tutti perfettamente integrati. Appena qualche settimana fa abbiamo fatto una festa multietnica e tutti sono venuti, alcuni anche con i vestiti tradizionali, ma c’è sempre un grande rispetto reciproco”. In effetti Abu era un perfetto esempio di buona integrazione. I suoi genitori sono arrivati in Italia dall’Egitto oltre venti anni fa. Il padre fa il capocantiere ed è molto apprezzato sul lavoro. Anche Abu è nato in Egitto ed era arrivato in Italia a cinque anni. Era l’unico maschio con tre sorelle femmine. Oltre alla a scuola, per arrotondare e dare una mano alla famiglia alcune sere durante la settimana andava a fare il cameriere in un ristorante di La Spezia. “Aveva scelto il professionale per apprendere un mestiere e poter contribuire al bilancio familiare”, dicono i parenti. Si sa meno della storia persona dell’assassino. Anche lui figlio di genitori arrivati dal Marocco, anche se non si sa se sia nato in Italia. La presidente del Tribunale per i minori: “Reati triplicati, ragazzi devastati dalle droghe” di Giuliana Ubbiali Corriere della Sera, 17 gennaio 2026 Sempre più diffuso l’uso di coltelli: “Dicono di averli come tutti, minimizzano fatti gravi”. “Il termine maranza? È sicuramente gergale, noi giudici non lo usiamo, salvo per volerci riferire al nuovo fenomeno di gruppi di ragazzini, spesso minorenni o neomaggiorenni, che stazionano nelle nostre città e commettono reati, a volte senza rendersene conto. L’etichetta però è una semplificazione, perché quando si esaminano i singoli comportamenti ci si accorge che ogni caso è a sé e il fenomeno è estremamente complesso”. Droga, psicofarmaci, problemi psichiatrici, coltelli, social, adulti smarriti di fronte a cambiamenti veloci: ecco la complessità. La conosce bene Laura D’Urbino, neopresidente del Tribunale dei minori di Brescia, giudice minorile dal 1999. Ogni ragazzo ha una storia personale, ma i minori che arrivano davanti al giudice in fondo hanno qualcosa in comune? “Sono ragazzi estremamente fragili, portatori di bisogni non risolti. Spesso hanno utilizzato e utilizzano in età estremamente precoce sostanze stupefacenti o psicofarmaci, anche associati tra loro o all’alcol, e sono già portatori di problematiche psichiatriche”. Si parla di psicofarmaci non prescritti... “Sì, esiste un mercato nero. Le sostanze più diffuse sono Rivotril e Lyrica, che hanno effetti devastanti e a volte paradossi: il Rivotril era usato come antiepilettico, dovrebbe calmare, ma assunto in forti dosi e associato spesso all’alcol mette i ragazzi in stato di agitazione e di totale incapacità. Commettono rapine in strada in rapida successione, ma poi al giudice dicono: “Può darsi, ma non mi ricordo”. Con un uso continuativo, in poco tempo, sviluppano problematiche psichiatriche”. Quali strumenti avete? “In certi casi disponiamo perizie psichiatriche, spesso il consulente conclude per una incapacità di intendere e volere, ma anche per la pericolosità sociale. Il giudice si trova nella condizione di applicare una misura di sicurezza, senza però la disponibilità di comunità terapeutiche adeguate alla complessità della problematica del minore”. In che senso? “Questi ragazzi avrebbero bisogno di comunità a doppia diagnosi, dove essere da un lato contenuti e dall’altro curati. Ma le pochissime comunità a livello nazionale sono piene e hanno lunghe liste d’attesa. Ci si trova così a lasciare i ragazzi, in estrema ratio, in carcere, inadeguato però a rispondere ai loro complessi bisogni; oppure, peggio, sul territorio, come del resto succede per gli adulti. C’è una cronica e allarmante mancanza di risorse”. Le misure di sicurezza richiedono anche un monitoraggio, ulteriore lavoro... “È poco risaputo, ma all’interno del Tribunale dei minori abbiamo anche il Tribunale di Sorveglianza dei minori. Siamo sei magistrati più il presidente, con un’attenzione assente nei nostri confronti a livello di risorse. Questo per quanto riguarda i magistrati, che svolgono funzioni sia penali che civili - con oltre 2.500 sopravvenienze annue -, e per quanto riguarda il personale amministrativo, con carenze del 40%. Eppure abbiamo avuto un’esplosione dei reati commessi da minorenni. L’impressione è di lavorare per forza sull’emergenza, meno sulla prevenzione”. In che misura sono aumentati i reati? “I reati contro il patrimonio, per intendersi i furti, sono passati da 294 nell’anno (giudiziario, ndr) 2022-2023, a 654 nel successivo, a 742 nell’ultimo”. Si parla di distretto, la proporzione può valere anche per Bergamo? “Sì. Le rapine sono aumentate da 84 nel 2023-2024 a 287 nel 2024-2025. Le estorsioni da 25 a 67. Lo spaccio di droga da 53 a 143 nuovi fascicoli. Le violenze sessuali da 27 nel 2022-23 a 35 e 90 nei successivi. Un altro fenomeno in aumento e particolarmente angosciante è quello dei maltrattamenti in famiglia, quasi sempre commessi da minori assuntori di sostanze psicotrope. Sono aumentate anche le richieste di misure cautelari: 104 rispetto alle 82 dell’anno precedente”. A proposito di misure cautelari: il carcere è veramente l’estrema ratio? “È la misura massima e residuale. Il collocamento in comunità consente, invece, di svolgere dei percorsi rieducativi con la messa alla prova, soprattutto se il ragazzo aderisce. Sono esperienze spesso positive, perché i minori, se non sono del tutto compromessi, comprendono il percorso. Nell’ultimo anno abbiamo disposto 37 misure cautelari in comunità e 57 in carcere, queste in aumento rispetto alle 42 dell’anno prima. Molti dei ragazzi in carcere sono minori stranieri non accompagnati che scappano dalle comunità e si danno alla vita di strada. Facciamo fatica a contenerli se non con la misura cautelare massima perché sono compromessi, spesso anche a livello psichiatrico e per l’abuso di sostanze”. Il carcere serve o rovina? “Ho sperimentato che una breve esperienza in carcere, quando viene poi sostituita con il collocamento in comunità, motiva il ragazzo ad aderire al percorso successivo. Questo, però, se il minore ha delle risorse residue su cui lavorare. Purtroppo nell’ultimo periodo abbiamo notato un aggravamento delle problematiche di tipo sanitario, per cui in carcere finiscono quasi solo i ragazzi rispetto ai quali è difficile pensare a percorsi alternativi”. E una volta diventati maggiorenni? “Per via del sovraffollamento anche delle carceri minorili, al compimento del 18° anno vengono trasferiti nelle carceri per adulti, anziché restare per completare il percorso educativo avviato come dovrebbe essere”. Capita che le famiglie non abbiano avvisaglie e restino sbalordite dai guai dei figli? “Sì, famiglie normali, almeno apparentemente. Ricordo il caso di un sedicenne che ha ucciso una prostituta. Non era noto ai servizi sociali, frequentava con profitto la scuola, svolgeva piccoli lavoretti per aiutare la famiglia”. Ma di fronte a un caso del genere che spiegazione ci si può dare? “La mancanza di una motivazione comprensibile dall’adulto, forse anche dall’autore del reato, ex post, è una costante. Come nel caso dell’uso del coltello. I ragazzi dicono: “L’ho usato perché ho avuto l’impressione che mi guardasse male”. Non sono motivi futili, sono motivi inesistenti”. I ragazzini citano mai i trapper come riferimenti? “Non mi è capitato. Ma forse anche l’accesso precoce ai social di ragazzi così immaturi normalizza la violenza trasmessa via social, perché i minori non distinguono che cosa è reale da che cosa non lo è”. L’uso del coltello è dunque emerso come fenomeno… “Sì, è molto diffuso. Spesso i minori si giustificano con il fatto che lo portano tutti, quindi anche loro, per difendersi. Anche questo viene normalizzato”. Minimizzano? Per la serie: “Gli ho solo preso le cuffiette”. “Non sono consapevoli di commettere reati anche gravi. Prendere le cuffiette a un coetaneo ma in gruppo, usando violenza o minaccia, magari mostrando il coltello, è una rapina aggravata. Lo raccontano come se fosse il passatempo del pomeriggio. Così come dicono che cedere droga senza farsi pagare non sia spaccio, invece lo è”. Un tempo si parlava delle cattive compagnie. “Il tema del gruppo c’è. I ragazzi non hanno la capacità di dissociarsi, non si rendono conto che stare nel gruppo mentre qualcuno commette il reato significa partecipare. Dicono: “Ma io non ho fatto nulla”. Ma se sono presenti e non interrompono, per esempio la rapina, hanno rafforzato l’intento criminoso dell’amico”. Da una ricerca dell’Università per il Comune emerge che il luogo più frequentato dai ragazzi è la strada. “L’ho letta e mi ha ricordato un tema molto caro a don Fausto Resmini, cioè che l’educatore deve stare in strada, andare nel luogo dei ragazzi per raggiungerli. Loro hanno bisogno, da un lato, di presenza e autorevolezza, e dall’altro di affetto”. Rigore e affetto: mancano da parte delle famiglie? “È emersa un’altra problematica enorme. Quella dei figli di seconda generazione con famiglie straniere integrate ma portatrici della cultura del genitore che interviene e sanziona, anche in maniera forte. È capitato che per un cellulare ritirato una ragazzina si gettasse dalla finestra. In altri casi, i figli denunciano i genitori di maltrattamenti, anche se non sono veri, perché sono arrabbiati con loro. Questi sono genitori in difficoltà e smarriti di fronte a comportamenti nuovi. Bisogna anche mettersi nei loro panni”. Molteni (Lega): “Anticipare l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, anche per decreto” di Fabrizio Caccia Corriere della Sera, 17 gennaio 2026 “Un decreto anti lame”, la maggioranza vuole accelerare dopo l’assassinio di La Spezia. Il Pd: “Solo slogan”. Il ministro dell’Interno Piantedosi spinge sul pacchetto sicurezza. Valditara: “Una tragedia per l’intero Paese”. La Lega ha fretta. La morte a La Spezia del giovane Youssef Abanoub, accoltellato a scuola da un suo compagno di classe, potrebbe accelerare ulteriormente la stretta decisa solo tre giorni fa dal governo Meloni per punire i reati legati alle lame, secondo l’Istat in crescita allarmante. “Sconvolgente, doloroso, assurdo - scrive su X il vicepremier Matteo Salvini. Troppa violenza, troppi coltelli anche tra i giovanissimi”. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, vorrebbe perfezionare la bozza del nuovo pacchetto sicurezza (che contiene norme anche sulle manifestazioni pubbliche e il contrasto all’immigrazione) entro questo mese in Consiglio dei ministri e trasmetterlo poi in Parlamento per l’approvazione finale. Ma dopo lo choc per la morte di Abu, ecco che il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (Lega) rilancia: “Va fatta una riflessione sulla possibilità di un decreto, affinché se ne anticipi l’entrata in vigore”. “Un ragazzo per bene non va in giro col coltello in tasca”, attacca Salvini sui fatti di La Spezia. “Tra i banchi si portano libri, non coltelli nello zaino - aggiunge il leader della Lega -. Per questo siamo al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza sottozero con i violenti di ogni razza e colore. Ci sarà una stretta su baby gang, maranza, portatori di coltelli, ma oltre alla legge servono prevenzione ed educazione”. La morte del diciannovenne spinge il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, a parlare di “dolore enorme e di una tragedia per l’intero Paese”. Secondo l’Istat dal 2024 c’è stato un aumento significativo dei reati commessi con coltelli tra i giovani, con un incremento delle denunce per porto abusivo di lame, specie a Milano, dove si registrano oltre 1.400 segnalazioni all’anno. Ma il fenomeno continua a dilagare: dalle risse legate alla movida milanese, passando per i guanti anti taglio dati in dotazione alle forze dell’ordine a Roma, fino ai metal detector fuori dalle scuole nel napoletano. Così il Viminale è corso ai ripari, pensando a nuove norme, a cominciare dall’introduzione del divieto di porto di particolari strumenti atti a offendere, quelli “con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza superiore a 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo”. La pena prevista per chi va in giro con coltelli di questo genere è da 1 a 3 anni di carcere. Ricordiamo che il fatto in sé, cioè andare in giro con un coltello, è vietato già oggi. Ma diventerà vietatissimo con le nuove norme. Per gli altri coltelli o strumenti taglienti sopra gli 8 centimetri - salvo sempre che ci sia un giustificato motivo (lavoro, professione, attività sportiva) - la reclusione andrà da 6 mesi a 3 anni, con sanzioni accessorie che vanno dalla sospensione della patente, del passaporto, del permesso di soggiorno. È poi prevista un’ulteriore aggravante (aumento di pena da un terzo alla metà) se il reato avviene a volto coperto, in gruppo o in luoghi sensibili come banche, parchi, stazioni e, appunto, scuole. Il nuovo pacchetto introduce sul tema anche sanzioni fino a 1.000 euro per chi non sorveglia un minore che porti con sé una lama. E la vendita di coltelli ai minorenni sarà vietata anche online. Ma l’opposizione attacca: “È molto cinico, come fa la Lega, strumentalizzare la morte del giovane studente di La Spezia - dice il capogruppo di Avs nella commissione Affari costituzionali della Camera, Filiberto Zaratti -. Se c’è una lezione che la destra dovrebbe imparare è che la repressione non garantisce sicurezza, per la quale occorrono azioni complesse e politiche sociali lontane dalle intenzioni di Meloni e Piantedosi”. Netta anche la presa di posizione dell’ex ministro della Giustizia ed esponente del Pd, Andrea Orlando: “Al di là degli slogan a effetto, quello che c’è da chiedersi è come sia possibile che all’interno di una scuola e sempre più spesso nelle strade ci siano atti di violenza tra i giovani. Credo che sia una domanda da farsi con grande serietà e sulla quale la politica non si dovrebbe dividere. È successo qualcosa, soprattutto dopo il periodo del Covid, che ha visto una crescita in tutto il Paese di atti di violenza”. Nella morsa di una duplice crisi di Sabino Cassese Corriere della Sera, 17 gennaio 2026 Il mondo è stretto tra le difficoltà della democrazia e la fine dell’ordine internazionale. Da quando, 80 anni fa, la Carta delle Nazioni Unite ha proibito il ricorso alle guerre, vi sono stati nel mondo circa 200 conflitti bellici. Da quando, 20 anni fa, è stato avviato il programma delle Nazioni Unite per promuovere la democrazia, in circa 50 Paesi la democrazia è arretrata. Ma mai era accaduto quello che ora succede, e cioè che le due crisi, quella del diritto internazionale e quella della democrazia, si intrecciassero. Questa è la peculiarità della situazione odierna nel mondo. Il presidente americano ha dichiarato di poter fare a meno del diritto internazionale. Ha ritirato gli Stati Uniti da circa 70 organismi e programmi internazionali, e ha annunciato altri ritiri. Si è impossessato di navi straniere in acque internazionali, facendo ricorso alle forze armate. Ha dichiarato di non volere la Russia e la Cina come vicini e di voler acquisire la sovranità o il controllo su territori finitimi (Groenlandia, Cuba, Colombia). Ha catturato con la forza militare il capo di uno Stato straniero, eseguendo la decisione giudiziaria di uno Stato diverso da quello di appartenenza, e congelato le risorse di quello Stato che sono al momento negli Stati Uniti. Ma non è il solo a compiere operazioni di polizia con mezzi bellici. Si aggiunge l’”operazione militare speciale” del presidente russo contro la dirigenza ucraina, accusata di essere nazista. Nonché la lotta del premier israeliano ad Hamas, ritenuto colpevole di terrorismo, nella striscia di Gaza. Queste sono altrettante iniziative che mescolano operazioni di polizia, attività belliche e pretese territoriali, mettendo a repentaglio la vita di milioni di persone innocenti. La durata di queste iniziative belliche, che violano l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, è diversa (il conflitto in Ucraina è al suo quarto anno; quello nella striscia di Gaza al suo terzo anno; la cattura del presidente venezuelano si è svolta in una notte); ma la natura ambigua o mista di queste iniziative consente di capire quanto è cambiato in questi ultimi anni il concetto stesso di guerra. Una seconda lezione che si trae da queste nuove realtà riguarda la debolezza dell’assetto prescelto al termine della Seconda guerra mondiale. Si creò un organismo internazionale incaricato di mantenere la pace, ma questo compito non fu affidato alla Assemblea delle Nazioni Unite, ma al suo Consiglio di sicurezza, nel quale le grandi potenze hanno diritto di veto. Così si riaprì la strada a chi detiene la forza, a danno del diritto. Tanto più che, poi, Nazioni Unite e gradi potenze hanno rivelato la loro incapacità di gestire il processo di “nation building” (così in Iraq, Afghanistan, Siria e Libia). Le cose non vanno meglio sul fronte interno. L’America è la più antica democrazia moderna. Ha fatto da esempio ai processi di democratizzazione nel mondo. Ma le sue istituzioni stanno mostrando la corda. Era nata con un vertice dell’esecutivo debole, a poco a poco la presidenza è divenuta imperiale. Era pluralista, ma il governo federale sta prendendo decisioni che spettano agli Stati. Si vantava di avere un governo limitato da “checks and balances”, ma ha ora messo troppi poteri nelle mani del presidente. Era liberale, ora si rivela autoritaria nei confronti di cittadini e dipendenti licenziati senza motivo e autorità indipendenti sottoposte a rigidi controlli. Si vantava di essere un regime capace di autocorreggersi, ora non riesce a frenarsi e sembra governata dall’arbitrio. Si vantava di poter evitare l’eccessiva durata nelle cariche, ma ha accettato che i giudici federali rimanessero in carica a vita (uno di essi, che sarà chiamato a giudicare Maduro, ha 92 anni). In assenza di freni esterni, quelli del diritto internazionale, e di limiti interni, quelli della democrazia, il mondo si trova in una situazione inedita. Aveva superato la fase degli imperi e del colonialismo, governati dalla forza, con l’affermazione degli Stati nazionali, governati dal diritto; sembra ora regredire, ritornando alla divisione tra imperi, governati dalla forza. Da questa vicenda stiamo imparando due lezioni. La prima è che anche le più antiche e consolidate democrazie hanno nel loro interno istituti non democratici, che hanno acquistato forza con il tempo. La seconda è che anche gli accordi internazionali dei quali si è sempre vantata la lungimiranza avevano difetti che la storia ha messo in evidenza. Infine, in questo orizzonte buio, c’è una luce, e non proviene dall’esterno, ma proprio dall’interno del Paese che sta maggiormente scuotendo le basi dell’edificio seguito alla Seconda guerra mondiale. Negli Stati Uniti, in una bolla di immunità, si sono andate sviluppando le imprese che vengono denominate Big Tech. Sono poteri privati universali. Hanno bisogno che il loro campo di gioco - la Terra - venga livellato. Non sopportano e non accettano barriere nazionali o regionali. È da loro che può venire una spinta a riaprire il dialogo tra gli Stati, ad evitare le guerre, a raggiungere accordi, a riscoprire il multilateralismo. L’Unione europea, gigante regolatorio e nano politico e finanziario, ha un’arma potente per fare la prima mossa. Venezuela. “Detenuti politici scarcerati, ma non liberi” agensir.it, 17 gennaio 2026 La Commissione internazionale dei giuristi (Icj l’acronimo in inglese dell’ong, con sede a Ginevra), nel suo rapporto, presentato ieri, intitolato “Scarcerati ma non liberi”, analizza l’abuso delle detenzioni arbitrarie e delle misure cautelari per perseguitare il dissenso in Venezuela attraverso un documento organizzato in sette sezioni. Nel caso delle recenti scarcerazioni, si sottolinea che, perlopiù, “i processi penali seguono regolarmente il loro corso. Le organizzazioni della società civile che hanno accompagnato i detenuti hanno riferito che le persone sono state rilasciate, con l’imposizione di misure alternative che non implicano il carcere, ma che includono l’obbligo di presentarsi davanti ai tribunali, la proibizione di lasciare il Paese e il divieto di rilasciare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione. L’obbligo di firma influisce negativamente soprattutto su chi vive lontano dalla capitale, poiché i tribunali antiterrorismo utilizzati per questi procedimenti hanno sede solo a Caracas, richiedendo viaggi costosi”. Il rapporto segnala che “molte delle persone consultate hanno indicato che spesso gli scarcerati non annunciano la propria liberazione e, insieme alle loro famiglie, preferiscono non parlare per timore che il rilascio possa essere revocato. Nonostante siano tecnicamente liberi, restano soggetti al processo penale senza la possibilità di esercitare il diritto alla difesa nominando un avvocato di fiducia”. Sebbene la sostituzione della detenzione preventiva con altre misure rappresenti un miglioramento delle condizioni per le vittime, “i processi e le limitazioni restano in vigore oltre ogni periodo ragionevole, trasformandosi in una forma di castigo sproporzionato. Le persone liberate non ottengono mai vera giustizia, compreso l’accesso a rimedi efficaci e riparazioni per le torture o i trattamenti crudeli, inumani e degradanti subiti durante la detenzione o la sparizione forzata. Le vittime continuano a correre il rischio di essere nuovamente incarcerate, generando un effetto intimidatorio sull’esercizio dei loro diritti umani, inclusi il diritto alla partecipazione politica, alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di espressione”.