Se l’illegalità di Stato va a bilancio di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 16 gennaio 2026 Il daltonismo dell’informazione: quando i numeri delle ingiuste detenzioni e delle carceri sovraffollate vengono ignorati. In politica, nell’informazione, e a maggior ragione all’incrocio tra politica e informazione, comanda chi impone l’agenda. Dunque non deve sorprendere il daltonismo che impone la (giusta) considerazione di alcuni dati, ma che eclissa la considerazione altrettanto impellente di dati analoghi. Uno dei numeri che va per la maggiore in questo periodo, soprattutto da parte dei fautori del Sì al referendum che lo ritengono pertinente appunto alla modifica dello status del Csm e dell’assetto ordinamentale di pm e giudici, è ad esempio 32.263: il numero delle persone che in 33 anni, dal 1992 a oggi, con 253 euro per ogni giorno di carcere o 118 euro per ogni giorno di domiciliari sono state indennizzate dallo Stato a ristoro di una loro ingiusta detenzione. In numero quasi analogo, e non in 33 anni ma solo negli ultimi 7 anni dal 2018 a oggi, 28.971 persone sono state indennizzate dallo Stato (con 1 giorno di riduzione della pena ogni 10 giorni trascorsi in cella, o con 8 euro al giorno in caso di pena già espiata) a ristoro del fatto che lo Stato li abbia detenuti nelle carceri in “condizioni inumane o degradanti”, secondo i parametri della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che nel 2013 condannò l’Italia che non rispettava l’indispensabilità di almeno 3 metri quadrati a testa. Eppure questo numero di indennizzi, diversamente dall’altro così baldanzosamente impugnato dalla politica, sembra non esistere. Come se queste altre persone - i detenuti - non fossero anch’esse, e prima di tutto, appunto persone. O come se eclissare questo numero servisse a sorvolare su altre evidenze statistiche: a cominciare dal numero di interviste date, di piani carceri proclamati, e di leggi risolutive annunciate, largamente superiore in questa legislatura all’incremento nelle carceri di soli 375 posti regolamentari teorici in più (e addirittura al decremento di 700 posti realmente disponibili in meno) rispetto all’insediamento nel 2022 del governo Meloni-Nordio, a fronte però di un contemporaneo aumento di 9.000 detenuti. “Non nuove carceri ma carceri nuove”: l’appello dei Garanti territoriali garantedetenutilazio.it, 16 gennaio 2026 Il Portavoce Samuele Ciambriello e il Coordinamento della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale hanno redatto un documento per chiedere alla politica un provvedimento deflattivo, più interventi della magistratura di sorveglianza sulle misure alternative al carcere e la liberazione anticipata speciale da 45 a 70 giorni ogni semestre. Dal titolo “Non nuove carceri ma carceri nuove”, il documento lancia un appello alla politica e alle istituzioni affinché venga ripensato radicalmente il sistema penitenziario, superando una logica esclusivamente emergenziale fondata sulla costruzione di nuovi istituti. Il testo propone di porre al centro una vera e propria rivoluzione del sistema dell’esecuzione penale, orientata alla tutela della dignità delle persone detenute, alla garanzia effettiva dei diritti fondamentali e alla funzione rieducativa della pena, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. “Carceri nuove” significa infatti strutture e modelli organizzativi capaci di garantire condizioni di vita dignitose, tutela della salute, accesso al lavoro, alla formazione e a reali percorsi di reinserimento sociale. In questo quadro, la riduzione della popolazione detenuta viene indicata come condizione imprescindibile. Il Portavoce Samuele Ciambriello e il Coordinamento della Conferenza - composto da Giovanna Francesca Russo, Carmen D’Anzi, Valentina Calderone, Doriano Saracino, Giancarlo Giulianelli, Veronica Valenti e Diletta Berardinelli - individuano nella liberazione anticipata - sull’esempio delle misure adottate dopo la sentenza Torreggiani - uno strumento centrale e immediatamente efficace per contrastare il sovraffollamento, ridurre le sue gravi conseguenze sul piano della salute mentale, della prevenzione dei suicidi e delle condizioni di lavoro del personale, senza compromettere la sicurezza collettiva: “Per noi la liberazione anticipata riveste un ruolo centrale. L’esperienza successiva alla sentenza Torreggiani ha dimostrato come una liberazione anticipata speciale, con un incremento dei giorni di riduzione della pena e con procedure più rapide, possa produrre effetti concreti sul sovraffollamento, senza compromettere la sicurezza collettiva. La liberazione anticipata non deve essere letta come un atto di indulgenza, ma come uno strumento ordinario di esecuzione penale costituzionalmente orientata, capace di valorizzare i percorsi di responsabilizzazione e di buona condotta intrapresi dalle persone detenute”. Il Portavoce e il Coordinamento lanciano dunque un appello alla politica e alle istituzioni affinché si intraprendano con urgenza azioni concrete, in particolare: “Crediamo che ci sia bisogno anche di una legge ordinaria per superare nell’immediato il sovraffollamento, per mettere in campo risposte concrete per coloro che devono scontare meno di due anni, o, addirittura, meno di un anno (e sono ottomila), così come è stato fatto dal Governo Berlusconi nel 2003 o sempre dal Governo Berlusconi nel 2010 (Ministro della Giustizia Angelino Alfano) “. I dati oggi disponibili restituiscono un quadro allarmante sulle carceri: il progressivo aumento della popolazione detenuta, il ritorno a percentuali di sovraffollamento prossime a quelle che nel 2013 determinarono la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, il numero crescente dei suicidi e il diffuso disagio del personale penitenziario. Pacchetto sicurezza. Più poteri alla polizia e libertà sotto scacco di Simona Musco Il Dubbio, 16 gennaio 2026 La nuova stretta sulla sicurezza messa a punto dal Viminale e anticipata ieri dal Dubbio delinea un salto di qualità per la politica del governo: una torsione autoritaria che rischia di comprimere diritti fondamentali e alterare l’equilibrio tra sicurezza e libertà, soprattutto sul terreno del dissenso e dell’immigrazione. La scelta di procedere con un decreto legge (che entro la fine del mese dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri), affiancato da un ddl più ampio, non è neutra. Il primo consente all’esecutivo di intervenire rapidamente, riducendo lo spazio di discussione parlamentare su misure che incidono direttamente sulle libertà personali. Il secondo diventa invece un terreno politico, utile a radicalizzare il confronto e a intestarsi una linea di “pugno duro” che, come mostrano i precedenti, produce consenso più che risultati strutturali sul fronte della sicurezza. Il filo rosso che attraversa entrambi i testi è l’inasprimento delle risposte penali e amministrative a problemi complessi. Per i minori, ad esempio, si amplia l’area della repressione preventiva: ammonimenti più estesi, misure cautelari, sanzioni indirette a carico delle famiglie. Una logica che sposta il baricentro dalla prevenzione sociale al controllo poliziesco, senza affrontare le cause profonde del disagio giovanile. Ancora più evidente è la stretta sul dissenso, con il rischio di una criminalizzazione preventiva della protesta, in cui l’esercizio del diritto di manifestare diventa un fattore di pericolosità sociale. Sul fronte dell’immigrazione, il decreto segna un ulteriore passo verso la costruzione di un diritto speciale per gli stranieri. La disciplina del trattenimento nei Cpr viene ricondotta a norme di rango primario, ma insieme si limitano i poteri del giudice nella convalida, con l’obiettivo dichiarato di evitare “distorsioni interpretative”, tentando di sterilizzare il controllo giurisdizionale che ha finora posto argini alle pratiche più controverse, dai trattenimenti prolungati ai trasferimenti in Paesi terzi. Il blocco navale per generiche ragioni di sicurezza nazionale, l’obbligo di cooperazione dei migranti detenuti all’identificazione, la riduzione delle tutele per i minori non accompagnati e il restringimento dei ricongiungimenti familiari completano un quadro in cui l’efficienza amministrativa viene perseguita a scapito dei diritti fondamentali, mentre restano sullo sfondo le politiche di integrazione e accoglienza. In netto contrasto con questo irrigidimento, il pacchetto rafforza le tutele per le forze di polizia, introducendo uno scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati e ampliando le garanzie operative. Un intervento che, combinato con l’indebolimento delle garanzie per cittadini e migranti, rischia di accentuare uno squilibrio tra poteri dello Stato, riducendo gli spazi di controllo e responsabilità. “Premesso che attendiamo di esaminare nel dettaglio le norme quando il governo emanerà il decreto - commenta al Dubbio Valeria Valente, senatrice dem e componente della Commissione Affari costituzionali - se quanto sta emergendo fosse confermato ci troveremmo di fronte a un preoccupante giro di vite da parte del governo Meloni sui diritti e le libertà, soprattutto di manifestare. La sicurezza è un tema molto sentito dai cittadini e per questo è trasversale. Garantire la sicurezza nelle città - aggiunge - è però l’esito di politiche complesse economiche, sociali, ambientali. Preoccupa invece la pervicacia con cui, dopo avere per 4 anni agito solo sull’inasprimento delle sanzioni e sulla creazione di nuove fattispecie di reato, la destra di Giorgia Meloni continui a percorrere una strada che non ha dato frutti”. Nel nuovo pacchetto proposto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, continua Valente, “le uniche norme positive sembrano essere quelle contro la detenzione di coltelli e per rifinanziare il fondo degli enti locali per la sicurezza, ma non sappiamo con che cifre. Per il resto la destra sembra rafforzare il ricorso al “manganello” e alla repressione e mostra la sua faccia più retriva soprattutto contro i manifestanti, contro i quali anche se minorenni si dispone la possibilità di incorrere in un Daspo, di essere perquisiti senza autorizzazione dalle forze di polizia, di essere trattenuti anche per 12 ore per questioni di ordine pubblico, di rischiare il pagamento di sanzioni anche di 20mila euro. Si introduce addirittura anche il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti in luogo pubblico - conclude -. Anche le norme sui migranti sono particolarmente repressive anche sul fronte dei minori non accompagnati. Tutto questo non ha niente a che vedere con la sicurezza vera, come sottolineano i sindaci che lamentano di essere stati abbandonati dal governo che non garantisce loro le risorse necessarie per attuare le politiche complesse necessarie che riguardano la riqualificazione urbana, l’inclusione sociale e il sostegno alle fragilità, l’ampliamento dei servizi il rafforzamento del controllo del territorio. La destra di Meloni sceglie invece ancora una volta la repressione, l’inasprimento delle pene, la compressione delle libertà individuali”. Il nodo politico è questo: la sicurezza viene affrontata quasi esclusivamente come un problema di ordine pubblico e controllo, non come il risultato di politiche sociali, urbane ed economiche integrate. E il rischio è quello di consolidare un modello fondato sulla repressione preventiva, sull’indebolimento delle garanzie e sulla riduzione del ruolo di controllo della magistratura. Un cambio di paradigma che rischia di normalizzare strumenti emergenziali e di trasformare l’eccezione in regola. L’allarme dei giuristi sul pacchetto sicurezza: “È fuori dal solco tracciato dalla Carta” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 16 gennaio 2026 Dal divieto di ingresso nelle acque italiane per le navi con migranti alle espulsioni. I testi, garantiscono al Viminale, sono già all’attenzione di Palazzo Chigi e potrebbero essere inclusi nell’ordine del giorno di uno dei prossimi Consigli dei ministri. Come anticipato mercoledì sera da Avvenire, le bozze circolate finora compongono un “pacchetto” formato da due differenti provvedimenti: un disegno di legge, in tre capi e 40 articoli, e un decreto legge di altri 25. La maggioranza di centrodestra, pur con un’accesa dialettica interna, lo ritiene - per dirla col sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni - adeguato ad “alzare la qualità della sicurezza dei cittadini, del contrasto all’immigrazione irregolare e delle tutele e delle capacità operative delle forze di polizia”. Le opposizioni, invece, denunciano un pericoloso inasprimento delle norme in vari settori. Per capire, abbiamo chiesto le valutazioni di alcuni giuristi di vaglia. Il penalista: pene troppo severe per reati “minori” - Nel disegno di legge ci sono il divieto assoluto di porto di armi da taglio, di venderle a minori (col possibile arresto in flagranza del ragazzo che ne abbia una addosso) e l’ampliamento dei reati suscettibili di ammonimento del questore per 12-14enni, con sanzioni fino a mille euro per i genitori o chi deve sorvegliarli. E c’è un innalzamento di pene per furti e scippi: “Salgono già per la fattispecie base - considera Luca Masera, ordinario di Diritto penale all’università di Brescia -. E sotto l’aspetto della “dosimetria sanzionatoria” mi pare assurdo, visto che lo stesso minimo di 6 anni previsto per lesioni dolose e gravissime, varrebbe per un furto in abitazione. Così si scavalcano perfino i limiti contenuti nel Codice del 1930, che era già molto repressivo. E non vedo paragoni neppure con le legislazioni straniere di Paesi simili al nostro”. Il solco costituzionale della libertà di dissenso - C’è poi la vexata quaestio delle norme pensate per limitare gli atti violenti durante i cortei, obiettivo che il Governo continua a perseguire da inizio legislatura, assicurando tuttavia, col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che il diritto a manifestare “è ampiamente garantito”. Nel nuovo pacchetto chi non si ferma all’alt della Polizia rischia fino a 5 anni di carcere. E il divieto di accesso ai centri urbani (Dacur) viene esteso ai denunciati per taluni reati. Ancora, gli agenti potranno “in casi di eccezionale gravità” procedere “alla perquisizione sul posto”. E “accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenerle per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento” di un evento. I l professor Masera non nasconde l’inquietudine: “Mi pare che, in linea coi precedenti pacchetti sicurezza, si corrobori una visione del manifestante come soggetto “pericoloso” da sottoporre a un regime speciale, a fronte delle tutele accordate alle forze di polizia”. Il riferimento è allo “scudo” (per i cittadini, ma anche per gli agenti) che evita l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di una causa di giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità). Teme una “trumpizzazione” dell’Italia? “La direzione di criminalizzare le manifestazioni e il dissenso pare chiarissima - è la risposta -. In Ungheria ci sono norme di questo genere e si andrebbe su quella strada”. La pensa così pure Ines Ciolli, professoressa associata di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma: “Diverse previsioni mi paiono al di là delle garanzie del dettato costituzionale: dalle perquisizioni ipotizzate quasi come strumento di controllo all’ammenda fino a 20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Penso ai giovani con poca disponibilità economica, che vedrebbero indirettamente limitata la loro libertà di riunione. Ma il punto più “debole”, stando alle bozze che circolano, mi pare il divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico da parte di chi ha una condanna non definitiva per reati di violenza a persone o a cose durante riunioni o assembramenti”. Ciò perché, argomenta la docente, “com’è noto, la Carta prevede la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, mentre qui si adotta una presunzione di colpevolezza contra Constitutionem. Ancor più evidente, peraltro, se si compara con la disparità di trattamento nata dalla norma che consente di non iscrivere nel registro degli indagati gli agenti di polizia” in caso di possibili eccessi. Per Carla Bassu, ordinaria di Diritto pubblico comparato a Sassari, “si conferma l’orientamento del governo Meloni a una “penalizzazione” della sicurezza, con misure restrittive che insistono in particolare su immigrazione e manifestazioni di piazza. E con un ampliamento dei poteri di polizia che, se confermato, renderebbe il sistema italiano tra i più rigidi nel panorama delle democrazie europee”. In ogni caso, avverte Bassu, “le nuove misure dovranno essere lette alla luce del parametro costituzionale, che prevede limiti invalicabili nelle garanzie dei diritti delle persone”. I migranti, i “blocchi” e il diritto internazionale - In materia di immigrazione, il ddl introduce l’interdizione temporanea a entrare nelle acque territoriali per pressione migratoria o minacce per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale (misura che potrebbe colpire le navi delle Ong che soccorrono nel Mediterraneo). Inoltre delimita il sindacato del giudice nella convalida dei provvedimenti di accompagnamento alla frontiera e di trattenimento (forse per contenere gli stop dei tribunali, che frenano il piano Albania) e restringe le categorie di familiari per cui l’immigrato può chiedere il ricongiungimento. “Che senso ha farlo? - si chiede l’avvocato Dario Belluccio, membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione - E la chiusura delle acque territoriali? Richiama provvedimenti di natura militare nei confronti, presumibilmente, delle Ong che salvano vite in mare”. Scettica è pure la professoressa Ciolli: “Torna la saga della “deportazione” in Albania, insieme al divieto di ingresso nelle acque territoriali, senza valutare ad esempio se vi siano richiedenti asilo a bordo”. E ciò, conclude, “mi pare ai limiti delle garanzie costituzionali e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. Insomma, in attesa di conoscere l’effettivo dettato delle nuove norme, qualche perplessità c’è. Impunito e assolto, “trumpizzazione” dello sbirro di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 16 gennaio 2026 Se il presidente Usa è indifferente al diritto, da noi si vuole brutalizzare la legge in modo che si anestetizzi quella noiosa forma di limite che si chiama controllo giudiziario. Mentre a Strasburgo i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo condannano l’Italia per la morte violenta di Riccardo Magherini nelle mani della polizia, il governo prepara il secondo più grave attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana. Il primo è stato inferto lo scorso giugno, quando è stato definitivamente approvato il precedente pacchetto sicurezza. Il secondo si compone di due nuove testi preannunciati dal governo che confluiranno in un decreto legge e in un disegno di legge. Se dovessimo graduare l’intensità repressiva dei due provvedimenti potremmo dire che ciò che è palesemente illegittimo è destinato al disegno di legge e sarà strumento della prossima lunga campagna elettorale. L’insieme delle due proposte governative trumpizza la legislazione italiana. Se il presidente Usa è indifferente al diritto, da noi si vuole brutalizzare la legge in modo che si anestetizzi quella noiosa forma di limite che si chiama controllo giudiziario. È un insieme di disposizioni assurde, fobiche contro tutti quelli che “danno fastidio”: ladri, immigrati, minorenni e attivisti sociali, pericolosamente messi insieme. Contemporaneamente vi sono disposizioni dirette a trasformare il poliziotto, genericamente inteso, in una sorta di Napoleone immune e impunito. Provo a spiegare in poche parole quali sono le norme meno digeribili. Parto dal ladro: in base al disegno di legge, chi commette un furto in appartamento potrebbe subire una pena fino a dieci anni, ai livelli sanzionatori della violenza sessuale, della tortura o del disastro ambientale che mette a rischio l’intero ecosistema. Neanche il giurista fascista Alfredo Rocco aveva osato tanto. Il principio di proporzionalità è vergognosamente vilipeso. Come sempre gli immigrati sono la principale fonte di preoccupazione e interesse elettorale delle destre al governo. Lo sono al punto da prevedere il blocco navale temporaneo, deciso dall’esecutivo e senza controllo giurisdizionale. Già immagino un bel plastico a Porta a porta con tutte le barche di migranti potenzialmente respinte e affondate. Peccato che è una disposizione che, disprezzando il diritto internazionale del mare, è del tutto illegittima in base alla gerarchia delle fonti presenti in Costituzione. Tra le tante norme presenti nel decreto legge che prendono di mira i migranti, negando diritti e riducendoli a merce, vi è quella che prevede una delega al governo per regolamentare la vita nei Cpr, come richiesto dalla Corte costituzionale. Su questo va chiarito da subito che è ingiustificabile, e dunque illegittimo, ogni trattamento dello straniero internato deteriore rispetto al detenuto rinchiuso in una prigione. I minorenni sono trattati solo come un problema penale. Nel disegno di legge si dedica una norma alla prevenzione della violenza giovanile, ma solo attraverso misure di polizia rivolte finanche verso bambini di dodici anni. Un’idea di prevenzione medievale. Ovviamente un ampio spazio è dedicato a chi protesta, agli attivisti, a chi partecipa alle manifestazioni di piazza. Sono previste perquisizioni straordinarie e fermi di polizia fino a dodici lunghe ore, rigorosamente senza controllo giurisdizionale. Siamo ben oltre la legge Reale che negli Anni 70 volle normalizzare i movimenti di piazza con il pugno di ferro. Infine, si delinea la figura del super poliziotto. Categoria estranea alle democrazie liberali. C’è una norma che pare scritta direttamente dall’ex ministro dell’Interno Salvini. E che sarà oggetto della sua personale campagna elettorale. La norma prevede che il pubblico ministero non indaghi un cittadino o un poliziotto che uccidono, feriscono, sparano, qualora lo facciano per legittima difesa il primo e nell’adempimento del dovere il secondo. Propaganda incostituzionale, pericolosa, che suggella la degradazione del pm a poliziotto, così mandando definitivamente a benedire l’obbligatorietà dell’azione penale. Il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico d Marco Grimaldi* Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2026 Arrivano le “zone rosse” permanenti e il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per chi è condannato anche in via non definitiva. Si ampliano così i poteri repressivi dello Stato. In Italia sta prendendo forma un disegno preciso: trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico. Lo vediamo nelle multe e negli avvisi di garanzia contro chi ha riempito le piazze denunciando il genocidio a Gaza e l’economia di guerra. In questi giorni, da Torino a Bergamo, da Massa a Treviso centinaia di studenti, cittadini, sindacalisti, attivisti stanno ricevendo multe salate (da 300 fino a 5000 euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in difesa dei diritti del popolo palestinese, soprattutto in occasione degli scioperi generali per la Global Sumud Flotilla del 22 settembre e del 3 ottobre 2025. Eppure, durante quelle ore non si sono verificati scontri, né danni, né situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica. E allora perché accade tutto questo? Perché il Decreto Sicurezza, divenuto legge l’11 aprile 2025, ha trasformato il blocco stradale o ferroviario in reato penale, per esempio. Perché il governo, nella sua deriva autoritaria e securitaria, ha deciso di usare lo strumento penale come mezzo di controllo sociale, di dissuasione di ogni forma di dissenso. Ora, vediamo nuovamente tutto questo nero su bianco nel nuovo Pacchetto Sicurezza in arrivo alle Camere, che amplia ancora i poteri repressivi dello Stato e restringe gli spazi democratici. Lo fa con l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, aree urbane vietate ai soggetti ritenuti “pericolosi”, anche solo denunciati o condannati in via non definitiva per reati commessi durante manifestazioni. E con il divieto di partecipare a pubbliche riunioni o assembramenti per chi è condannato anche in via non definitiva per reati commessi durante riunioni o assembramenti pubblici. Lo fa rendendo Paese il laboratorio repressivo della Val Susa, autorizzando la polizia, nel corso di manifestazioni di piazza, a perquisire le persone sul posto e a trattenerle negli uffici fino a 12 ore, anche se solo sospettate di rappresentare “un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. E punendo con detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità”. Quest’ultimo possiamo chiamarlo invece “articolo Ramy”. Lo fa aumentando (fino a 20 mila euro) le sanzioni amministrative per mancato preavviso di un corteo o sit in, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, esattamente come le multe diramate in modo capillare agli attivisti pro Palestina. Lo fa accanendosi sui minori, ampliando l’elenco dei reati per cui si può applicare loro l’ammonimento del Questore e consentendone l’arresto in flagranza e l’imposizione di misure cautelari. E sulle loro famiglie, introducendo una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro per il soggetto tenuto alla sorveglianza del minore. Ecco qui le “norme anti-maranza”. E, naturalmente, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: ancora più impunità per le forze dell’ordine. Perché con queste misure gli agenti non saranno iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa. Infine, il provvedimento prepara l’ennesima stretta sui diritti delle persone migranti, con l’interdizione temporanea del limite delle acque territoriali per “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Significa che il ministro dell’Interno potrà vietare per 30 giorni (prorogabili fino a sei mesi) a delle navi di attraversare il limite delle acque territoriali e disporne il fermo, se riterrà che ci sia il rischio di terrorismo ma anche solo di una “pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”, o di “eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. In sostanza, sarà discrezione di Salvini decidere se la pressione migratoria è troppa o se un evento richiede misure straordinarie per imporre un vero e proprio blocco navale, ossia ciò che la Lega sogna da sempre. I migranti a bordo delle navi saranno rimpatriati o condotti in Paesi terzi (leggasi: nei CPR albanesi), senza quindi poter fare domanda di asilo. Ma non solo: si introduce il vero e proprio “esilio amministrativo” per gli indesiderati, ossia la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno. Questo lo possiamo battezzare l’”articolo Shahin”, una misura che renderebbe lecito l’inaccettabile, ossia che, se un residente straniero ha posizioni che non piacciono al Governo, viene deliberatamente cacciato dall’Italia, anche se nel suo Paese d’origine rischia la vita. Sappiamo che, quando uno Stato sceglie la repressione come risposta politica, la democrazia si assottiglia. Non è ordine né sicurezza, è paura. E non possiamo accettarlo. E sappiamo che il nostro non è un caso isolato, anzi, si ispira a qualcuno: negli Stati Uniti, a Minneapolis, dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, il governo ha mandato 2.000 agenti federali contro i manifestanti, come un esercito occupante. All’ondata di proteste in centinaia di città il regime di Trump risponde con una repressione sempre più brutale e scene da stato di polizia: porte sfondate, osservatori picchiati, persone sequestrate senza accuse né diritti. Per non dire della vera e propria scomparsa di stranieri, con prelievi, detenzioni indefinite in centri privati, deportazioni verso paesi terzi. Ma vediamo anche, in questo ciclone di violenza, crescere la resistenza civile e l’organizzazione collettiva. Anche in Italia, l’estrema destra ha deciso di colpire chi protesta, anziché chi viola i diritti. Per batterla serve più partecipazione, ma servono anche tutti gli strumenti democratici utili, tutte le armi costituzionali che ancora non ci sono state negate. Come i referendum che abbiamo alle porte contro la torsione autoritaria della nostra democrazia. *Attivista e Deputato, Alleanza Verdi Sinistra Referendum giustizia, raccolte le 500mila firme contro la riforma. Intanto è guerra di ricorsi di Giulia Merlo Il Domani, 16 gennaio 2026 Il Tar Lazio deve esaminare la domanda cautelare sospensiva presentata dai promotori contro la fissazione della data del voto il 22 e 23 marzo. Secondo loro, la data non tiene conto del tempo necessario alla Cassazione per esaminare il quesito. Le 500mila firme contro la riforma della magistratura sono state raggiunte con due settimane d’anticipo. Così il comitato dei Quindici oggi può festeggiare il traguardo e la raccolta rimarrà aperta ancora fino alla scadenza del termine, così da amplificare ancora di più il sostegno. L’effetto non è secondario: i promotori della raccolta, infatti, sono gli stessi che hanno depositato il ricorso al Tar Lazio con sospensiva contro la fissazione del referendum il 22-23 marzo da parte del consiglio dei ministri e poi con il decreto del Quirinale. I motivi del ricorso - La contestazione è che questa tempistica non rispetti il diritto dei cittadini che hanno firmato, perché non tiene in considerazione il tempo per la Cassazione di vagliare il quesito da loro sottoscritto, che è diverso rispetto a quello depositato dai parlamentari e accolto dalla Suprema corte, su cui attualmente si voterebbe. Dal 30 gennaio - data ultima di raccolta firme - è necessario far passare al massimo altri 30 giorni che sono il termine per la Cassazione per valutare il loro quesito. Le firme, infatti, sono state raccolte per un quesito che elenca gli articoli costituzionali modificati, mentre quello già approvato non lo fa. Quello approvato è: “Approvate il testo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione del tribunale disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. Quello della raccolta, firme, invece, è: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?”. Quindi - è il ragionamento dei firmatari - il referendum avrebbe dovuto contare la forbice costituzionale del cinquantesimo-settantesimo giorno per fissare la data non dal 30 gennaio come è stato fatto, ma dal 30 febbraio per dare il tempo alla Corte di valutare il quesito, arrivando quindi a metà aprile con la data del referendum. Inoltre, è la contestazione, la data si sarebbe dovuta fissare dopo che la raccolta firme era stata completata e non prima. La guerra al Tar - Il Tar del Lazio si è già parzialmente espresso e il 14 gennaio non ha accolto la richiesta di sospensione cautelare urgente della deliberazione del Cdm sulla data e del decreto presidenziale conseguente. La domanda cautelare sospensiva, invece, sarà esaminata nell’udienza collegiale fissata per il prossimo 27 gennaio. È stata infatti accolta - “sussistendo le ragioni di urgenza richieste” - l’istanza con cui i ricorrenti chiedevano “l’abbreviazione alla metà dei termini processuali riferibili alla celebrazione della camera di consiglio deputata alla trattazione collegiale della domanda cautelare”. Intanto, però, il comitato del Sì promosso dalla fondazione Einaudi si è mosso e ha deciso di costituirsi davanti al Tar per opporsi alla richiesta di sospensiva. Il referendum sulla giustizia rischia di slittare di Federico Gonzato pagellapolitica.it, 16 gennaio 2026 I promotori della richiesta popolare, che ha raggiunto le 500 mila firme, hanno avviato un contenzioso contro il governo per la decisione di fissare il voto il 22 e 23 marzo. Nella tarda mattinata di giovedì 15 gennaio la raccolta firme popolare per chiedere l’indizione di un referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha superato le 500 mila firme. La raccolta, avviata il 22 dicembre da un comitato di 15 cittadini e giuristi, ha raggiunto la soglia richiesta dalla Costituzione per essere valida. Come previsto dalla legge, il comitato promotore potrà ora depositare la richiesta di referendum alla Corte di cassazione, che avrà 30 giorni di tempo per esaminarla e, a seguire, entro cinque giorni dovrà notificare la decisione ai proponenti del referendum. In realtà, una data per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati c’è già. Il 12 gennaio il governo ha stabilito che il referendum si terrà il 22 e 23 marzo, sulla base delle richieste presentate dai parlamentari subito dopo il via libera della riforma, e approvate dalla Corte di cassazione a metà novembre. La decisione del governo di fissare la data del referendum senza attendere la conclusione della raccolta firme popolare è stata criticata da più parti. I promotori hanno contestato al governo di non aver rispettato il termine di tre mesi previsto dalla Costituzione per presentare tutte le richieste di referendum su una riforma costituzionale. Per la riforma sulla separazione delle carriere, approvata a fine ottobre, il termine scade il prossimo 30 gennaio. Per contro, il governo ha deciso di indire in anticipo il referendum sulla base della legge del 1970 che regola l’organizzazione di queste consultazioni. Questa legge stabilisce che il governo può fissare la data di un referendum costituzionale entro 60 giorni dalla decisione della Cassazione. Dunque, dato che la Corte di cassazione si era espressa sulle richieste dei parlamentari lo scorso 18 novembre, il governo poteva indire il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia entro il 17 gennaio, cosa poi effettivamente avvenuta. Entrambe le interpretazioni delle norme sui referendum sono legittime, sebbene nei precedenti quattro referendum costituzionali che si sono tenuti nella storia della repubblica i governi abbiano sempre atteso la scadenza dei tre mesi previsti dalla Costituzione. Il contenzioso giudiziario - In ogni caso, il comitato dei 15 promotori del referendum nei giorni scorsi ha presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Lazio (TAR) per annullare il decreto con cui il governo ha fissato la data al 22 e 23 marzo, chiedendo la sospensione del decreto fino al giorno della decisione del TAR stesso. Il 14 gennaio il TAR ha respinto la richiesta di sospendere il decreto, fissando per il 27 gennaio la data della decisione nel merito del ricorso. Ma che cosa succederà quindi? Secondo il costituzionalista Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre, si può aprire un complesso contenzioso giudiziario. “Il TAR potrebbe decidere di annullare il decreto del governo con cui ha fissato la data del referendum, in attesa che la Cassazione si esprima sulla nuova raccolta firme, e il governo dovrebbe dunque fissare una nuova data per il referendum”, ha spiegato Celotto. Tra le altre cose, la Cassazione dovrà valutare il testo del quesito presentato dai promotori, che è diverso rispetto a quello approvato a novembre dopo le richieste dei parlamentari. Il quesito contenuto nella raccolta firme popolare è più dettagliato rispetto a quello approvato dalla Cassazione a novembre, perché a differenza di quest’ultimo elenca nello specifico gli articoli della Costituzione che sono stati modificati dalla riforma della giustizia. Celotto ha spiegato che, se il TAR confermasse invece il decreto del governo, dopo la presentazione delle firme in Cassazione il comitato promotore del referendum popolare potrebbe fare comunque fare ricorso alla Corte Costituzionale, chiedendo a quest’ultima di esprimersi sul decreto che ha fissato il referendum. Insomma, non è chiaro al momento che cosa potrà succedere rispetto alla data del referendum stabilita dal governo. “Fino al giorno 27 gennaio noi siamo in fiduciosa attesa, poi vedremo”, ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio parlando con i giornalisti alla Camera. Il dibattito sul referendum non aiuta a capire cosa sia meglio tra Sì e No di Renato Balduzzi Avvenire, 16 gennaio 2026 Dovremmo riuscire a passare dalla Babele attuale, caratterizzata da confusione di lingue e approcci, a un’agorà, una piazza comunicativa dove ci si rispetti e si discuta sul nucleo delle questioni. Mentre la raccolta delle firme appoggiate dai Comitati per il No al referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma Nordio supera agevolmente, in poche settimane, la soglia delle 500.000 (attestando una volontà di partecipazione popolare che dovrebbe essere bene accolta un po’ da tutti, quale che sia l’orientamento nel merito), la discussione pubblica continua a essere assai accesa e sarebbe il momento adatto per aiutare l’intero corpo elettorale a farsi un’idea precisa della tematica in discussione, così da orientarsi in vista del voto del 22-23 marzo. Quanti elettori sanno distinguere tra magistrati giudicanti e requirenti, conoscono ruolo, funzioni e composizione del Consiglio superiore della magistratura, hanno chiaro il significato e i limiti del cosiddetto autogoverno della magistratura o sono consapevoli del senso e della delicatezza della responsabilità disciplinare del magistrato e della sua differenziazione da quella penale o civile? Bastano queste poche domande per comprendere la formidabile occasione che la discussione referendaria rappresenta, in un Paese dove alla qualità unanimemente apprezzata della Costituzione non si è mai accompagnata una corrispondente e capillare educazione costituzionale. Purtroppo, ancora una volta, rischiamo di partire con il piede sbagliato, trasformando un’importante occasione di crescita complessiva della cultura costituzionale del Paese in una confusa discussione nella quale ciò che conta è denigrare l’opposto orientamento e non invece permettere al lettore di apprezzare i motivi e i termini del quesito proposto agli elettori. Sotto quest’ultimo profilo, rilevo di passaggio che il testo del quesito, come suggerito dai Comitati per il No, appare maggiormente in grado, rispetto a quello proposto dai parlamentari di entrambi gli schieramenti, ammesso dalla Cassazione e incluso nel decreto presidenziale di indizione, di consentire all’elettore attento di cogliere la portata della revisione da approvare o da respingere e la sua incidenza sull’equilibrio costituzionale vigente. In questa falsa partenza, si sono distinti negli ultimi giorni alcuni fautori del Sì, commentatori anche solitamente attenti ed equilibrati i quali tuttavia, in tale circostanza, non mi pare stiano facendo un buon servizio ai loro lettori o ascoltatori. Che senso ha mescolare citazioni estrapolate frettolosamente e casualmente dagli Atti dell’Assemblea costituente con le opinioni dei promotori del nuovo processo penale della fine degli anni Ottanta, senza tenere conto del complessivo esito del lavoro che ha portato al modello costituzionale di magistratura e di Csm, o della diversissima attuazione ed applicazione che la riforma del processo ha conosciuto in questi quasi quattro decenni? Se si vuole controbattere alle preoccupazioni circa l’impatto della revisione sull’indipendenza della magistratura, dobbiamo partire dall’analisi delle motivazioni e del significato complessivo della revisione stessa, che sono, come si ricava dai documenti preparatori e dall’interpretazione “autentica” datane dai proponenti, quelli di “riequilibrare” i rapporti tra politica e magistratura a beneficio della prima, incidendo sul ruolo, la funzione e la fisionomia del Csm. Su tutto ciò, neanche una riga: da qui la confusione per gli elettori. Domanda forse retorica: siamo ancora in tempo a passare da Babele, cioè dalla confusione delle lingue e degli approcci, all’agorà, cioè a una piazza comunicativa dove non soltanto ci si rispetti, ma si discuta sul nucleo delle questioni? Magherini, la Cedu condanna l’Italia: “Morte evitabile” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 16 gennaio 2026 La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, l’uomo di 40 anni deceduto a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 dopo essere stato immobilizzato dai carabinieri in posizione prona per circa venti minuti. La sentenza individua due violazioni dell’articolo 2 della Convenzione europea: una relativa all’uso della forza da parte degli agenti (diritto alla vita), l’altra alle carenze nell’indagine e nell’addestramento delle forze dell’ordine. I giudici di Strasburgo non mettono in discussione le decisioni dei tribunali italiani, che nel 2018 avevano assolto definitivamente i quattro carabinieri coinvolti. Ma certificano che lo Stato italiano non ha fatto abbastanza per proteggere la vita di Magherini, né prima né dopo quella tragica notte fiorentina. Una notte di marzo a Firenze - Tutto inizia poco dopo l’una di notte. Diverse chiamate arrivano ai servizi di emergenza: un uomo corre per strada gridando disperatamente aiuto, sembra completamente fuori di sé. I primi carabinieri lo trovano inginocchiato sul marciapiede con le braccia tese. Riccardo Magherini è in uno stato di grave agitazione psicofisica, probabilmente a causa di un’intossicazione acuta da cocaina. I carabinieri provano ad avvicinarlo cercando il dialogo, ma lui continua a urlare, sembra delirante. Quando tentano di ammanettarlo, oppone resistenza e colpisce alla testa uno degli agenti. A quel punto, intorno all’1:23, i quattro carabinieri lo portano a terra in posizione prona e riescono ad ammanettarlo. Magherini continua a dibattersi, poi gradualmente le sue forze sembrano venir meno. Alle 1:29 smette di parlare. Ma resta a terra, immobilizzato in quella posizione, fino all’arrivo del medico alle 1:44. Quando il dottore arriva, capisce subito che Magherini è in arresto cardiaco. Tenta la rianimazione, ma è troppo tardi. Alle 3 del mattino viene dichiarato morto in ospedale. I medici legali nominati dalla procura arrivano a una conclusione che diventerà centrale: la morte di Magherini è stata causata da una combinazione di tre fattori. L’intossicazione acuta da cocaina, che aveva scatenato quello che nella letteratura medica viene definito “excited delirium syndrome”. Lo stress causato dall’immobilizzazione forzata. E la posizione prona prolungata, che ha ridotto la capacità respiratoria causando “asfissia posizionale”. I periti sottolineano che nella letteratura scientifica internazionale, già da anni si conoscevano i rischi di questa tecnica di contenimento, specialmente su persone in stato di agitazione per droga o alcol. Il processo - La procura di Firenze apre un’indagine e inizialmente contesta ai quattro carabinieri l’omicidio preterintenzionale. Poi l’accusa si ridimensiona: omicidio colposo. Nel luglio 2016 il tribunale di Firenze condanna tre dei quattro agenti. Le pene vanno dai sette agli otto mesi. I giudici riconoscono che l’immobilizzazione iniziale era legittima, anzi necessaria considerando lo stato di agitazione di Magherini. Ma ritengono che mantenere quella posizione anche dopo che l’uomo era diventato silenzioso e immobile costituisse una condotta colposa. L’appello conferma le condanne. Ma nel novembre 2018 arriva la Cassazione e ribalta tutto. I giudici assolvono definitivamente i tre carabinieri. Il ragionamento è questo: all’epoca dei fatti, le linee guida operative in vigore non contenevano alcuna indicazione specifica sui rischi della posizione prona. Una nuova circolare che menzionava questi rischi era stata emessa a gennaio 2014, poche settimane prima della morte di Magherini, ma non era ancora operativa. Non si poteva quindi chiedere agli agenti di conoscere rischi che non erano stati oggetto di formazione specifica. La sentenza di Strasburgo - Ed è proprio su questi punti che la Corte europea interviene con forza. I giudici di Strasburgo riconoscono che l’immobilizzazione iniziale di Magherini era “assolutamente necessaria”: l’uomo era in evidente stato di agitazione, aveva manifestato comportamenti violenti, aveva colpito un agente. Ma prolungare quella posizione per venti minuti, anche dopo che Magherini era diventato silenzioso e apparentemente privo di sensi, non era giustificato. Erano presenti quattro agenti, erano stati chiamati rinforzi: c’erano modi per controllarlo senza tenerlo immobilizzato a terra in quella posizione. La Corte è ancora più netta quando affronta il tema delle linee guida e dell’addestramento. I giudici rilevano che già nel 2003 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura aveva segnalato i rischi della posizione prona. Nel 2011, diversi paesi avevano già aggiornato le proprie direttive in materia. In Italia, la circolare del 2008 che regolava le tecniche di ammanettamento non conteneva alcun riferimento ai rischi della posizione prona. Anzi, prevedeva espressamente che l’agente potesse mettere il ginocchio sul collo del soggetto immobilizzato. Solo nel gennaio 2014 viene emessa una nuova circolare che finalmente menziona i rischi di asfissia posizionale. Ma quella circolare non era ancora in vigore quando Magherini morì. E c’è di più: nel 2016, mentre i processi erano ancora in corso, quella circolare viene abrogata e sostituita con una nuova che non fa più alcun riferimento ai rischi della posizione prona. Per la Corte europea questo è inaccettabile. Lo Stato aveva l’obbligo di fornire agli agenti linee guida chiare e adeguate su tecniche che potevano mettere a rischio la vita delle persone. Il fatto che una circolare del 2014 avesse finalmente riconosciuto il problema dimostra che le autorità italiane erano consapevoli delle carenze del sistema. Ma quella circolare arrivò troppo tardi per Magherini e poi venne cancellata. L’indagine sotto accusa - La seconda violazione riguarda l’indipendenza dell’indagine. Qui la Corte si concentra su quello che accadde nelle primissime ore dopo la morte di Magherini. Alle 3:05 della stessa notte, due dei carabinieri coinvolti nell’immobilizzazione vanno in pronto soccorso e raccolgono la testimonianza di una volontaria della Croce Rossa che era stata presente sulla scena. Un altro agente coinvolto raccoglie la deposizione di un testimone. Tutto questo prima che l’indagine venga formalmente assegnata a un’unità investigativa. I tribunali italiani avevano ritenuto legittimo questo comportamento: gli agenti dovevano raccogliere subito le testimonianze per evitare che le prove andassero perse. La Corte europea la vede diversamente. Il rischio, dice, è che un testimone possa sentirsi sotto pressione quando deve raccontare quello che ha visto a uno degli agenti coinvolti nell’incidente. La Corte riconosce che in certi casi può essere necessario che gli agenti presenti sulla scena compiano alcuni atti immediati per evitare la perdita di prove. Ma in questo caso non c’erano circostanze eccezionali che giustificassero il fatto che proprio gli agenti coinvolti raccogliessero testimonianze sull’accaduto. È importante sottolineare quello che la Corte europea non dice. Non mette in discussione le decisioni dei tribunali italiani sulla responsabilità penale dei singoli agenti. Non dice che quei carabinieri dovevano essere condannati. La Corte si limita a dire che lo Stato italiano non ha fatto abbastanza per proteggere la vita di Riccardo Magherini: non aveva predisposto linee guida adeguate, non aveva formato gli agenti sui rischi di tecniche potenzialmente letali, non ha garantito un’indagine pienamente indipendente. Sono carenze di sistema, non colpe individuali. Il governo italiano dovrà ora pagare ai familiari di Magherini 140.000 euro di risarcimento (oltre a 40.000 euro per le spese legali). Ma più dei soldi, conta il riconoscimento che qualcosa non ha funzionato, che si poteva e doveva fare di più. La circolare del 2014 che menzionava i rischi della posizione prona c’era, anche se non ancora in vigore. Dimostrava che le autorità avevano capito il problema. Ma dopo l’abrogazione del 2016, quel riconoscimento è sparito, lasciando aperta la domanda: l’Italia ha davvero imparato la lezione? Fabio Anselmo: “Sentenza storica su Magherini e case study per tutti i Paesi europei” di Eleonora Martini Il Manifesto, 16 gennaio 2026 Intervista all’avvocato, storico difensore dei familiari di Riccardo “Lo “scudo penale” che si tenta di inserire nel nuovo ddl Sicurezza non tutela affatto le forze di polizia. Anzi, toglie loro il diritto alla difesa. E rischia di anticipare la condanna”. Non solo Riccardo Magherini: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Vincenzo Sapia, Luca Ventre, Giuseppe Uva, Michele Ferulli, Dino Budroni, Aldo Bianzino, Davide Bifolco e molti altri. Ne ha seguiti, di casi, l’avvocato Fabio Anselmo, dovrebbe ormai averci “fatto il callo”. Eppure questa volta, davanti alla sentenza della Corte europea dei diritti umani che condanna l’Italia sul caso Magherini, dice: “Sono commosso, è una sentenza storica che restituisce un’idea di mondo diverso da quello che stiamo vivendo”. Non è la prima volta che Strasburgo condanna l’Italia per l’abuso della forza da parte di agenti o militari. Cos’ha di particolare questa sentenza? È un case study della Cedu, ossia ha valore vincolante per tutti gli Stati europei e stabilisce precedenti interpretativi. Quindi l’Italia, violando l’articolo 2 della Convenzione, ora ha il dovere di promulgare una legge ad hoc o promuovere un nuovo orientamento giurisprudenziale. In sostanza condanna lo Stato per aver affidato il monopolio della forza pubblica a personale non qualificato, non formato e non preparato. E per non aver imposto come limite alle forze dell’ordine la tutela dell’integrità fisica della persona e dei diritti umani. La Cedu ora rimette al centro la persona e i suoi diritti inviolabili. Anche quelli dei carabinieri, come in questo caso, o della polizia, di essere formati alle operazioni di strada. Nella sentenza si menziona la circolare del comando generale dei Carabinieri entrata in vigore il 13 marzo 2014, e il fatto che la sua abrogazione “non avrebbe potuto costituire motivo di ricorso in Cassazione”. Dunque c’è anche un problema giudiziale, è così? L’articolo 2 della Convenzione è stato violato anche in questo modo, perché le indagini devono essere ovviamente condotte da organi imparziali, mentre nel caso di Magherini sono state eseguite nell’immediatezza addirittura dagli stessi autori. La giurisprudenza consolidata della Cedu richiede inoltre che ad investigare siano organi indipendenti da quelli cui appartengono i soggetti coinvolti. Ma, come sappiamo tutti, è regola che viene sistematicamente disattesa. Quindi la violazione c’è stata sia dal punto di vista procedurale che nelle modalità con cui sono state fatte le indagini. Nel nuovo pacchetto sicurezza targato Lega si torna a proporre una forma di scudo penale per le forze di polizia, benché mascherato. Cosa ne pensa? Credo sinceramente che, semmai possa trovare attuazione, la norma contraddice la motivazione del governo secondo cui si vorrebbe tutelare gli operatori di polizia coinvolti in vicende giudiziarie. E invece per tutelarli bisogna fare quello che dice la Cedu: formarli e fare in modo che non cadano negli stessi errori in cui sono caduti tante volte, da Magherini ad Aldrovandi, da Rasman fino anche a Vincenzo Sapia, il trentenne con problemi psichiatrici morto nel 2014, il cui caso è ancora sub iudice della Cedu ma ha gli stessi presupposti di Magherini. Spero che la Corte si pronunci per lui allo stesso modo. Comunque, come ho detto al senatore Baldoni, presidente della commissione Affari costituzionali, se il pm non procede con l’immediata iscrizione di una persona sul registro delle notizie di reato, non si può procedere a tutta una serie di accertamenti irripetibili quali ad esempio l’autopsia. Perché sono atti che poi non potrebbero essere utilizzabili nei confronti di coloro che sono coinvolti nell’evento delittuoso. In sostanza, si toglie alle persone coinvolte nei fatti ma non iscritte nel registro degli indagati il loro diritto alla difesa. Quindi si tratta di una castroneria enorme. Secondo le prime bozze del provvedimento, per evitare scudi penali specifici incostituzionali si è pensato di estendere la norma a qualunque cittadino che abbia compiuto un fatto in presenza di una “causa di giustificazione”. Ha senso? Le cause di giustificazione sono già disciplinate dal nostro Codice penale. Per stabilire la proporzionalità della reazione di difesa ad una eventuale aggressione, devo prima stabilire la causa della morte. Ma se il pm deve valutare l’iscrizione solo se ci sono elementi concreti di reato, allora in questo modo si configura un’anticipazione di sentenza di condanna, un giudizio di disvalore molto grave. Ecco perché penso che questa sia solo propaganda. D’altronde, la strategia per il referendum sulla giustizia è quella di mettere le forze dell’ordine contro la magistratura. Quando si dice che si vuole evitare che gli sforzi delle forze dell’ordine siano vanificati da certa magistratura, non si fa altro che propagandare concetti eversivi. Non solo Magherini, c’è un altro caso italiano su cui si attende una sentenza della Cedu di Silvio Messinetti Il Manifesto, 16 gennaio 2026 La Corte di Strasburgo dovrebbe esprimersi a breve sulla vicenda di Vincenzo Sapia, morto in seguito a un controllo di polizia. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) ha condannato l’Italia a risarcire i familiari di Riccardo Magherini, che nel 2014 morì dopo essere stato immobilizzato da alcuni carabinieri. Ma il caso potrebbe non rimanere isolato. È infatti al vaglio della Cedu anche la vicenda di Vincenzo Sapia. Sapia era affetto da disturbi schizo-affettivi, soffriva di allucinazioni, manie di persecuzione e deliri. Il 24 maggio del 2014 stava cercando di forzare una porta nel centro di Mirto Crosia, sulla costa ionica cosentina, convinto che all’interno si trovasse il suo cane con cui andava sempre a spasso. Al momento dell’intervento dei carabinieri, con richiesta di esibire i documenti, Sapia prese a spogliarsi per dimostrare che ne fosse sprovvisto. Scoppiò un alterco. Pare che Sapia, preso dal panico, abbia messo a segno un paio di cazzotti per poi essere bloccato. Venne preso per il collo, avvinghiato da dietro. Anche il sindaco del paese, passato di lì, a un certo punto provò a calmarlo. Ma il ragazzo riuscì a scappare. Pochi metri e la sua corsa ebbe fine sull’asfalto per via dello sgambetto di un terzo militare. Fu trattenuto per il collo e per i capelli, bloccato dal torace e dalle gambe. Prima un ginocchio, poi un piede sulla schiena. Riuscirono anche ad ammanettarlo solo per una mano. A quel punto Sapia non faceva più resistenza. Venne allertato il 118. Tutto vano: alle 13.30 il decesso. I magistrati inquirenti, al termine delle indagini preliminari, metteranno nero su bianco che la morte sarebbe stata determinata “da alterazioni elettriche al cuore in un soggetto con il cuore messo male da coronosclerosi, coagulopatia, ipertrofia cardiaca, trombosi coronarica e minato dagli psicofarmaci”. Tutto ciò per escludere l’asfissia da manovre violente. Insomma, un infarto, una morte improvvisa con relativa richiesta di archiviazione. Una delle tante strane “morti accidentali” di cui è piena la cronaca poliziesca. Dopo un cursus giudiziario di ben 9 anni, il gip ritenne alla fine fondata la richiesta di archiviazione del pm in quanto non suffragata da sufficienti elementi probatori. Nell’ordinanza del 5 marzo 2021 si legge che nell’immobilizzazione i poliziotti avrebbero adottato manovre di contenimento tali da escludere “l’attribuzione del decesso ad un’asfissia posizionale”. La famiglia Sapia, con la battagliera sorella di Vincenzo, Caterina, si è affidata agli avvocati Fabio Anselmo e Alessandra Pisa, che hanno adito la Corte di Strasburgo. Come nel caso Magherini uno dei quesiti posti dalla Cedu al governo, e che il manifesto ha potuto visionare, riguarda le regole che gli agenti devono seguire quando trattengono qualcuno al suolo chiedendo se il decesso di Sapia sia derivato da un uso della forza “assolutamente necessario e strettamente proporzionato al raggiungimento degli scopi di cui ai capoversi del paragrafo 2 dell’articolo 2 della Convenzione”, “se le autorità nazionali abbiano rispettato il loro obbligo positivo di proteggere la vita del congiunto dei ricorrenti che era in uno stato di particolare vulnerabilità”; “se lo stato italiano fosse dotato delle necessarie misure legislative, amministrative e regolamentari che definiscono le circostanze limitate in cui le forze dell’ordine possono usare la forza” ; “se le autorità nazionali abbiano rispettato il loro obbligo positivo di formare gli agenti delle forze dell’ordine in modo tale da garantire loro un elevato livello di competenza riguardo alla loro condotta professionale in modo che nessuno sia sottoposto a un trattamento contrario alla Convenzione”. Riguardo al profilo procedurale la Corte ha chiesto altresì al governo italiano di chiarire se nel caso Sapia le conclusioni dell’indagine interna siano state basate su un’analisi approfondita, obiettiva e imparziale di tutti gli elementi rilevanti e se il processo investigativo sia stato condotto con ragionevole celerità, come richiesto dalla giurisprudenza della Corte. La sentenza è attesa a breve. Il sequestro probatorio del cellulare eseguito dalla polizia è legittimo se indica finalità di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2026 Il Tribunale del riesame può integrare la motivazione espressa nella convalida del Pm, ma se essa manca la misura ablativa è illegittima e il giudice non ha il potere di integrazione. Sì al sequestro probatorio operato dalla polizia giudiziaria del cellulare, in possesso della persona fermata per spaccio di sostanze stupefacenti, se il Pm convalida la misura ablativa indicandone la finalità di individuare la rete dei fornitori e le persone cui sia stata ceduta la droga. La Corte di cassazione con la sentenza n. 1648/2026 ha ritenuto infondato il ricorso della difesa che contestava la legittimità del sequestro in quanto ritenuta indeterminata e priva dell’indicazione delle finalità che il ricorrente sosteneva essere stata illegittimamente integrata nella parte motiva dal Tribunale del riesame. In effetti, il tribunale del riesame in caso di sequestro probatorio non ha lo stesso potere integrativo riconosciutogli in materia di sequestro preventivo. Ma non è illegittima l’integrazione della finalità che sia stata comunque già espressa dal Pm di accertare l’entità delle cessioni e le vie di rifornimento seguite dallo spacciatore. Nel caso concreto il Tribunale a fronte dell’espressa esigenza di individuare la rete di spaccio - come asserito dal decreto del Pm - ha provveduto solo a motivare la legittimità del sequestro del dispositivo in quanto strumento normalmente utilizzato nel compimento del reato contestato. Se, invece, la finalità del sequestro non fosse stata per nulla espressa dal magistrato inquirente, il Tribunale non avrebbe avuto il potere di integrare la motivazione posta a base della misura e di fatto aveva chiarito che nell’immediatezza le forze dell’ordine avevano raccolto la dichiarazione dell’acquirente, sorpreso con l’indagato, di aver contattato quest’ultimo tramite whatsapp. La difesa lamentava di fatto che fosse stato posto in atto un sequestro illegittimo perché fondato su mere finalità esplorative e senza indicazione specifica del tempo di durata della misura. Sul primo punto la Cassazione nega che manchi qualsiasi perimetrazione all’attività investigativa sottraendo illegittimamente il bene al possesso del legittimo proprietario. E come detto si rinviene invece sufficiente giustificazione alla misura nella ricerca dei contatti telefonici o di messaggistica con cui la persona sospettata di spaccio tipicamente pone in atto la condotta vietata. La dovuta indicazione dei criteri di accertamento e acquisizione dei dati dal telefono sequestrato risulta adempiuta - anche se non in maniera puntuale - dalla precisa finalità investigativa indicata dalla convalida. La Corte sul punto dissente che nell’immediatezza con cui agisce la polizia in fase di accertamento dei profili del reato si possa richiedere a base del sequestro l’indicazione di puntuali criteri di ricerca. O che il sequestro operato dalla polizia sia sempre definibile esplorativo (e quindi illegittimo) altrimenti essa dovrebbe operare sempre unitamente a un tecnico informatico per l’immediata acquisizione dei dati. Ciò che però non è richiesto dalla legge. Lo stesso discostamento dall’orientamento più rigido e ispirato alle garanzie della persona sottoposta a indagini viene operato dalla sentenza anche sul punto della tempistica delle operazioni che ovviamente l’autorità giudiziaria è tenuta a indicare o comunque a fare in modo che l’accertamento si svolga nel minor tempo possibile. Spiega infatti la Suprema Corte che il parametro temporale può ben essere definito entro il tempo massimo dei dieci giorni che decorrono dal sequestro per impugnare il provvedimento di convalida dello stesso. La difesa, infine, lamentava che avendo l’indagato fornito la chiave d’accesso al telefono alla polizia questa aveva acquisito illegittimamente i dati visionati. Ciò va escluso in quanto non vi è stata selezione degli stessi e non sono stati versati in un supporto informatico. Sul punto la norma che viene in rilievo è il secondo comma dell’articolo 524 del Codice di rito che letteralmente detta: “Quando al sequestro procede un ufficiale di polizia giudiziaria, questi deve consegnare all’autorità giudiziaria gli oggetti di corrispondenza sequestrati, senza aprirli o alterarli e senza prendere altrimenti conoscenza del loro contenuto”. Illegittimità che non si verifica nel caso concreto con la sola presa in visione di alcuni scambi della corrispondenza sequestrata. Per la prima volta la Cassazione sanziona il ricorso troppo lungo di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2026 Applicato il decreto 110/2023 che declina i limiti massimi degli atti giudiziari. Spese di giudizio aumentate sino al limite massimo previsto dai parametri. Spese aumentate per la violazione dei limiti di lunghezza del ricorso. Per la prima volta la Cassazione applica il decreto ministeriale 110 del 2023 e “sanziona”, con il valore massimo dello scaglio di riferimento, la parte che ha presentato un ricorso di 120 pagine e 200.000 caratteri, ben oltre quanto previsto dal decreto che ha dato attuazione al nuovo, perché modificato dalla riforma Cartabia, articolo 121 del Codice di procedura civile secondo il quale “tutti gli atti del processo sono redatti in modo chiaro e sintetico”. L’ordinanza 802 della Prima sezione civile ricorda che il decreto 110/23 declina la lunghezza massima dell’atto introduttivo del giudizio, compreso quello di Cassazione, prevedendo un format che non supera il limite di 80.000 caratteri, corrispondenti a circa 40 pagine nel formato predeterminato (caratteri di 12 punti, interlinea 1,5, margino orizzontali di 2,5 cm), spazi esclusi, escludendo dal calcolo le parti iniziali, compresa la sintesi dei motivi, le conclusioni e le parti dell’atto a queste successive. Possibile la deroga, ma il difensore ne deve spiegare le ragioni. Il decreto si occupa dei limiti degli atti giudiziari redatti dagli avvocati, ma, successivamente, con le misure correttive della riforma del Codice di procedura civile, la scansione è stata poi estesa anche ai magistrati. Almeno come principio, senza però arrivare a una puntuale declinazione, caso per caso, e non introducendo misure sanzionatorie in caso di mancato rispetto. La violazione dei limiti di dimensione si traduce in una trasgressione dei principi di chiarezza e sinteticità espositiva degli atti processuali, principio applicabile al ricorso in Cassazione, e che, in linea generale, ha come conseguenza l’inammissibilità del ricorso quando l’esito è un’esposizione oscura o carente dei fatti di causa o la non comprensibilità delle contestazioni mosse alla pronuncia oggetto dell’impugnazione. Tuttavia, chiarisce ancora l’ordinanza, la sola violazione dei limiti di dimensione ha come effetto l’aumento delle spese processuali. Il decreto del 2023 non indica però i parametri di liquidazione in questo caso e, osserva ancora la Cassazione, il riferimento deve essere alla disciplina dei parametri forensi (decreto ministeriale 55 del 2014, modificato da ultimo con il decreto 147 del 2022). L’ordinanza allora valorizza il mancato, e di molto, rispetto dei limiti complessivi (120 pagine), come pure di quelli (30 pagine) stabiliti per l’esposizione introduttiva, senza peraltro neppure indicare eventuali motivi alla base dello scostamento e a fronte di un ricorso comunque giudicato inammissibile: “per tali motivi, si reputa opportuno liquidare le spese ai valori massimi dei parametri in relazione al valore di causa dichiarato, attesa l’inutilità e prolissità delle difese del ricorrente, in violazione del principio di leale collaborazione processuale”. Baria. Giuseppe Lacarpia non si suicidò ma venne strangolato nella sua cella di Giuseppe Di Bisceglie Corriere del Mezzogiorno, 16 gennaio 2026 Il 65enne di Gravina arrestato nell’ottobre 2024 dopo aver ucciso la moglie, non si suicidò nel carcere di Bari ma venne strangolato nella sua cella. Non è stato il rimorso a stringere il cappio attorno al collo di Giuseppe Lacarpia, il sessantacinquenne di Gravina di Puglia morto nel carcere di Bari dove era detenuto per aver ammazzato la moglie, Maria Arcangela Turturo, nell’ottobre del 2024. Quella che per quindici mesi è stata archiviata come la resa definitiva di un uomo schiacciato dalla colpa, si è rivelata oggi un’esecuzione brutale, consumata nel silenzio della cella numero 2 bis del penitenziario barese. Un delitto maturato nel degrado, per motivi che gli inquirenti non esitano a definire di una “pochezza umana raccapricciante”. Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura di Bari, hanno portato all’arresto di due detenuti baresi, che con Lacarpia condividevano la cella: il quarantacinquenne Saverio Scarano e il ventiquattrenne Vincenzo Guglielmi. Sul primo pende l’accusa più grave, quella di omicidio volontario, mentre entrambi devono rispondere di un precedente tentato omicidio ai danni di un altro compagno di cella, un ventottenne salentino, avvenuto pochi giorni prima della morte di Lacarpia. La notte tra il 22 e il 23 ottobre 2024, Lacarpia fu trovato privo di vita, impiccato alle sbarre del letto. Sembrava il tragico epilogo di una vicenda nerissima: l’uomo era entrato in carcere solo due settimane prima, dopo aver dato fuoco alla moglie in auto e averla finita a mani nude mentre lei tentava disperatamente di salvarsi. La notizia della sua morte era stata accolta con ferocia dai social, dove persino una delle figlie, Antonella, aveva commentato con emoticon festanti. Ma dietro quel presunto gesto estremo si nascondeva un agguato. Secondo la Procura, Lacarpia sarebbe stato aggredito nel sonno. Scarano lo avrebbe sorpreso alle spalle, strangolandolo con un laccio e solo successivamente avrebbe allestito la scena del suicidio, legando il corpo alla testiera del letto. Il movente, emerso dalle testimonianze e dai rilievi tecnici, è agghiacciante: Lacarpia “dava fastidio, parlava da solo, anche di notte, pregava in continuazione, non eseguiva gli ordini di sedersi a mangiare, c’era cattivo odore nella cella”. Un “rumore di fondo” che Scarano avrebbe deciso di eliminare fisicamente, tra quelli che i testimoni descrivono come “risolini” di scherno. L’inchiesta ha svelato un clima di violenza sistematica all’interno della cella, occupata da otto persone detenute per reati sessuali o contro la persona. Solo tre giorni prima del delitto Lacarpia, il 19 ottobre, lo stesso duo avrebbe tentato di uccidere Mirko Gennaro, 28 anni. Il giovane era stato pestato e appeso alle sbarre con corde ricavate dalle lenzuola perché cercava di imporsi come “boss” del gruppo. Gennaro si salvò solo perché svenne, inducendo gli aggressori a credere che fosse già morto. Anche in quel caso, i due indagati chiamarono i soccorsi simulando un tentativo di autolesionismo per precostituirsi un alibi. “Mi avevano ordinato: oggi ti impicchi”, denunciò il sopravvissuto. “Il carcere è un mondo di sofferenza. Suicidi e omicidi sono all’ordine del giorno. Il sovraffollamento è un problema serio per la difesa dei diritti e certamente non è una condizione per prevenirli”, ha commentato con amarezza il procuratore capo di Bari, Roberto Rossi. Nel denunciare e la scarsa attenzione della società verso le strutture penitenziarie, Rossi ha ribadito un principio costituzionale cardine: “Qui le vittime sono in qualche modo anche loro carnefici, perché sono detenuti per reati gravi, ma per noi le persone sono tutte uguali. Il nostro ruolo è la difesa dei diritti di ciascuno, in qualsiasi luogo, razza, modo di vivere, perché sono i principi che la Costituzione ci ha posto come obbligo. Difendere la costituzione è il nostro lavoro quotidiano”. Sconcerto è stato espresso anche dai legali della famiglia Lacarpia. L’avvocato Gioacchino Carone ha ammesso la sorpresa per l’esito delle indagini: “Sospettavamo carenze nella vigilanza, ma non immaginavamo che Giuseppe Lacarpia fosse stato ucciso”. Bari. Il Garante regionale dei detenuti: “Con sovraffollamento avvilite iniziative di recupero” Adnkronos, 16 gennaio 2026 “Le regole di ingaggio negli istituti di pena, per ordinamento penitenziario e anche per prassi, sono quelle di creare comunque situazioni di protezione per i detenuti cosiddetti ‘precauzionali’, tra i quali ci sono anche le persone autrici di reati particolarmente odiosi come nei confronti dei bambini e delle donne. Il sovraffollamento è una condizione che avvilisce qualsiasi tipo di iniziativa”. Lo dice Piero Rossi, garante dei detenuti della Regione Puglia, a proposito dei due arresti effettuati questa mattina dalla Squadra Mobile della Questura di Bari in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal gip del tribunale del capoluogo pugliese, su richiesta della Procura della Repubblica, di due persone, di 24 e 45 anni, accusate entrambe di tentato omicidio e il secondo anche di omicidio, avvenuti nel carcere di Carrassi a ottobre del 2024 per impiccamento. All’inizio erano apparsi come suicidi, ma, specie sulla morte del 65enne, Giuseppe Lacarpia, arrestato 15 giorni prima per il femminicidio della moglie a Gravina in Puglia, erano sorti dei sospetti sulla dinamica dei fatti. “Prendiamo atto del fatto che il fenomeno del suicidio in carcere rimane comunque assolutamente un problema all’ordine del giorno”, premette Rossi. “In questa circostanza si tratta di stabilire le ragioni per cui queste persone sono state aggredite e una uccisa”. Sembrerebbe da escludere che c’entri in qualche modo la criminalità organizzata. È noto, invece, che in carcere vige “una sorta di codice d’onore per cui si tende a punire in un modo o nell’altro” chi si rende autore di reati particolarmente odiosi come “le violenze contro le donne e i bambini. Questa è la ragione per cui vengono ‘circuitati’ in condizioni di protezione”, spiega Rossi. “Altra cosa è poi la sorveglianza a vista o comunque più o meno intensa per le persone che sono state rilevate come a rischio di suicidio o che abbiano già messo in atto condotte suicidarie o autolesive. Che sia l’uno o l’altro, in questa situazione disperata e disastrosa - continua il garante - non è detto che ci siano gli spazi adeguati per dar seguito a questo tipo di manovre”. Non è detto che Lacarpia sia stato eliminato per un intento punitivo per quello che aveva fatto alla moglie. In ogni caso era stato collocato in una cella con diversi detenuti. La sua condizione psicologica era certamente precaria. “In effetti questa è un’altra di quelle circostanze nelle quali possiamo pensare che il sovraffollamento non ha a che fare solo con la confortevolezza residenziale”, sottolinea Rossi. “Anche con quella, indubbiamente, ma ha una serie di ricadute: meno accesso ai benefici per tutti, meno accesso al lavoro per tutti, meno accesso alla salute per tutti e meno pratiche di protezione per tutti. Quando non si può ragionare, perché asfissiati dal sovraffollamento - si chiede - cosa ti puoi inventare? Normalmente per questo tipo di reati e per i detenuti precauzionali e particolarmente esposti - specifica il garante - c’è un circuito di protezione a parte che è un gran calderone: delitti di particolare odiosità, collaboratori di giustizia, gli ex appartenenti alle forze dell’ordine. In certi casi possono anche non bastare le misure di protezione, tutte interne all’amministrazione penitenziaria, nella misura in cui il sovraffollamento riguarda anche loro; in altri casi, magari, ma non conosco il caso specifico, non si riesce neanche a circuitarli materialmente in quell’altro circuito perché il sovraffollamento è una condizione che avvilisce qualsiasi tipo di iniziativa. E torniamo sempre al punto di partenza”. Bari. Il procuratore Rossi: “Scarsa attenzione al carcere. Il sovraffollamento è un problema serio” di Davide Lattanzi Gazzetta del Mezzogiorno, 16 gennaio 2026 “Quello del carcere è un mondo di grande sofferenza, dove suicidi e, come in questo caso, omicidi e tentati omicidi, sono purtroppo all’ordine del giorno. È un elemento che preoccupa tutti, che deriva anche dalla scarsa attenzione che come società abbiamo verso il carcere, dove il sovraffollamento è un problema serio per la difesa dei diritti e certamente non è una condizione per prevenire suicidi e omicidio”. Lo ha detto il procuratore di Bari Roberto Rossi, durante la conferenza stampa sui due arresti eseguiti oggi dalla Squadra mobile per un tentato omicidio e un omicidio commessi nel carcere di Bari a ottobre 2024. “Proprio perché siamo in un Paese civile, - ha detto il procuratore - la tutela dei diritti riguarda tutti, non c’è persona a cui le procure non prestino attenzione. Qui le vittime sono in qualche modo anche loro carnefici, perché sono detenuti per reati gravi, ma per noi le persone sono tutte uguali. Il nostro ruolo è la difesa dei diritti di ciascuno, in qualsiasi luogo, razza, modo di vivere, perché sono i principi che la Costituzione ci ha posto come obbligo. Difendere la Costituzione è il nostro lavoro quotidiano, lo facciamo ogni giorno con il nostro lavoro e anche in questa battaglia referendaria”. Il procuratore Rossi ha inoltre fatto sapere che “da stamattina app non funziona”, la piattaforma digitale in uso agli uffici giudiziari, “e non riusciamo a inserire i dati, compresa l’esecuzione questa misura, all’interno dei registri. È veramente esasperante - ha concluso Rossi - ed è questo”, la risoluzione dei problemi, “che ci aspetteremmo dal Ministero” Modena. Sit-in politico al carcere: “Nessuno sa motivare quel no. Apertura alla città necessaria” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 16 gennaio 2026 Mobilitati i rappresentanti della maggioranza dopo il divieto di riunirsi all’interno della struttura “Noi comunque ci siamo. E continueremo a farci carico dei problemi del penitenziario”. “Non ci sono motivazioni ufficiali, è solo arrivato un ‘no’, ritenuto un vero e proprio sgarbo istituzionale. La volontà era quella di dimostrare la vicinanza che il Consiglio ha verso il carcere, i detenuti, i lavoratori e chi ogni giorno svolge opera di volontariato”. Dopo l’autorizzazione negata da parte del Dap allo svolgimento della seduta del Consiglio comunale in carcere, legata proprio ad un approfondimento della realtà carceraria modenese, ieri nel primo pomeriggio la maggioranza ha organizzato un sit-in davanti al penitenziario con lo striscione ‘Noi comunque ci siamo’. Al loro arrivo, i consiglieri di Pd, Avs, M5s, Spazio democratico e Pri sono stati comunque accolti all’interno dell’istituto penitenziario dal direttore del carcere Orazio Sorrentini, per un saluto istituzionale e, soprattutto, un ringraziamento legato al loro impegno. La stessa amministrazione carceraria pare non abbia ricevuto comunicazioni più specifiche per chiarire se quel ‘no’ dipende da questioni burocratiche, organizzative o di principio. “Riceverci è stato un gesto importante da parte del direttore, abbiamo fatto due chiacchiere e preso atto della decisione del Dap, dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria - ha sottolineato Giovanni Silingardi, M5s -. Sicuramente abbiamo dimostrato che non vi era alcun rischio, pericolo o problematica, ma i problemi in carcere, invece, ci sono e la politica se ne fa carico” ha sottolineato Silingardi. Il segretario cittadino del Pd Diego Lenzini ha rimarcato come il Dap non abbia fornito motivazioni al diniego. “Non siamo qui per protestare contro il ‘no’, seppur sia stato uno sgarbo istituzionale verso il Consiglio comunale, ma per dimostrare che siamo vicini a questa struttura e lo dimostreremo oggi come domani - ha fatto presente -. Il dibattito in Consiglio è importante: siamo di fronte a situazioni di sovraffollamento al limite dell’inverosimile: questa struttura ha quasi il doppio dei detenuti previsti. Inoltre la polizia penitenziaria è sotto organico, la struttura è obsoleta: è difficile riscaldarla in inverno e raffreddarla in estate - continua Lenzini. È un pezzo di città e chi vi lavora ed è detenuto è parte della nostra città e dobbiamo farcene carico”. “Noi eravamo pronti a rispondere ad una richiesta che proveniva proprio dal carcere - ha ribadito Martino Abrate, consigliere di Avs -. Se non c’è apertura verso la città, i processi che portano verso la riabilitazione di chi ha sbagliato una volta sono impossibili. I dati dicono che chi è carcerato nel 68 per cento ricade nell’illegalità, chi segue percorsi alternativi, invece, ricade nel 18/19 per cento. Questo dimostra che c’è necessità di un sistema di pena diverso rispetto a quello che viene dato dal Governo Meloni”. Modena. Sovraffollamento, la Garante: “Duecento detenuti in più e aggressioni triplicate” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 16 gennaio 2026 Quadro allarmante descritto dalla criminologa De Fazio, garante dei diritti incaricata dal Comune. Registrati 38 tentativi di suicidio e 308 episodi di autolesionismo. “Fragilità psichiche e sanitarie”. La situazione “esplosiva” al carcere Sant’Anna è stata descritta ieri in Consiglio comunale - che si è tenuto in municipio dopo il no del Dap a svolgerlo all’interno del carcere - con dati e riflessioni. Il sovraffollamento è impressionante: ci sono oltre duecento detenuti in più rispetto a quelli previsti. A luglio 2025, infatti, a fronte di una capienza pari a 372 posti, le presenze registrate ammontavano a 578 detenuti. I carcerati di origine straniera rappresentano circa il 60 per cento e in un solo anno si sono registrati 38 tentativi di suicidio. E’ questo l’allarmante quadro che emerge dalla relazione della criminologa Giovanna Laura De Fazio, a oltre due anni dalla sua nomina a garante per il Comune di Modena dei diritti delle persone private della libertà personale. Il documento è stato illustrato ieri nel corso della seduta dedicata al penitenziario modenese. De Fazio ha fatto presente come, al di là delle criticità riscontrate, l’attività del Sant’Anna sia stata anche caratterizzata da ascolto e attenzione per detenute e detenuti e la tutela dei loro diritti, con 66 colloqui individuali incentrati soprattutto su professionalizzazione, affettività e condizioni detentive. Nella relazione, però, che considera i primi sette mesi dello scorso anno, gli eventi critici emersi sono diversi: 126 casi di protesta individuale, 308 episodi di autolesionismo (270 l’anno precedente) e 42 aggressioni nei confronti del personale di Polizia penitenziaria (erano 15 l’anno precedente). “Oggi (ieri, ndr), in Consiglio comunale è stata esposta la relazione annuale del mio secondo anno di mandato come garante delle persone private della libertà personale. Si conferma per il carcere di Sant’Anna una situazione gravata da sovraffollamento, carenze strutturali e turnover dei detenuti che spesso sono soggetti a trasferimenti con conseguenze sui percorsi trattamenti e sui legami familiari - sottolinea De Fazio -. Restano elevati i tentativi di suicidio (38) e gli autolesionismi (308) e molte persone sono gravate da problematiche psichiche e sanitarie. Un problema particolare è la presenza di giovani adulti che necessiterebbero di percorsi idonei alla loro età difficili in istituti per adulti. La relazione riporta anche gli sforzi tesi alla costruzione di percorsi formativi e lavorativi e scolastici all’interno dell’istituto che ospita anche 7 studenti iscritti ad Unimore”. Nella relazione, infatti, vengono affrontate anche le tematiche relative a condizioni detentive, accesso ai servizi sanitari, maggiori opportunità di lavoro all’interno e all’esterno dell’istituto, il mantenimento dei rapporti familiari, la possibilità di intraprendere, proseguire e potenziare percorsi di studio, formazione, lavoro e il sostegno nella fase di reinserimento sociale. Presente, ieri in Consiglio, anche il direttore della struttura carceraria Orazio Sorrentini. “Il problema del sovraffollamento, così come quello della carenza di organico, affliggono le carceri da molto tempo”, ha spiegato ripercorrendo la storia delle carceri italiane dal punto di vista legislativo e aggiungendo che, questa situazione di carenza, comprende anche figure come gli educatori e i mediatori culturali, “fondamentali in un carcere come il nostro, che ospita oltre il 60% di persone straniere”. Sorrentini ha poi parlato dei problemi strutturali del Sant’Anna, ricordando come “carceri nuove o, quanto meno, ristrutturate in alcune parti, rispondono maggiormente a criteri più confacenti al rispetto della dignità e dei diritti umani”. Ha poi ribadito l’importanza di figure come il garante e i volontari: “La loro opera è estremamente preziosa”. Sul volontariato si è concentrato anche l’intervento di Beatrice Campari, che ha portato in Aula un contributo sul suo trascorso in carcere e sul percorso di reinserimento nella società che sta affrontando grazie alla misura alternativa: “I volontari dentro il carcere sono determinanti perché si rendono conto delle difficoltà di chi è recluso e cercano in tutti i modi di portare loro un aiuto - ha spiegato - Possono ovviare a mancanze che ti fanno sentire non umano”. Quanto al volontariato una volta fuori dal carcere, “è stato determinante per farmi capire che non ero una persona finita”, ha detto. Campari ha poi posto l’accento sull’importanza del lavoro in carcere: “Insegnare un lavoro a un detenuto significa offrirgli la possibilità di ricominciare a vivere. Il lavoro può fare davvero la differenza per chi esce, perché la recidiva nasce da lì: da uscire e non avere niente”, ha concluso. Vigevano. Celle vuote e lavori in corso, così il carcere attende il 41bis di Edoardo Varese araldolomellino.it, 16 gennaio 2026 Celle rimaste ormai vuote, con i detenuti trasferiti di volta in volta in altre strutture, tra cui Bollate, Busto Arsizio e Opera e un carcere ormai prossimo a un nuovo inizio. Nel futuro della casa di reclusione di Vigevano è praticamente certo l’arrivo del 41-bis, tanto che nella struttura dei Piccolini procedono i lavori di adeguamento per ospitare reclusi soggetti al “carcere duro”. Un periodo di transizione vissuto con incertezza da volontari e personale della polizia penitenziaria, che attendono sia la fine dei lavori sia di sapere quando effettivamente il 41-bis entrerà in vigore: “In questo momento è come se il carcere fosse chiuso - spiega Michele De Nunzio, segretario regionale dell’Uil Pa Penitenziari - proprio perché è in corso la ristrutturazione dei padiglioni. Non sappiamo ancora quando finiranno, probabilmente tra qualche mese ne sapremo sicuramente di più, anche perché dovremo inevitabilmente riorganizzare il nostro personale. Si dovrà tenere conto delle nostre esigenze, dato che in questi anni abbiamo spesso e volentieri lavorato sotto organico, sottoponendoci anche a turni straordinari. Con un’eventuale conversione della struttura a carcere duro dovremo inevitabilmente far fronte a isolamento, restrizioni dei reclusi ai contatti con l’esterno e difficoltà di gestione all’interno dell’istituto. Anche Cesare Vailati, volontario della Caritas di Vigevano è in attesa di “sapere quando termineranno gli interventi di riqualificazione. Di sicuro i lavori non finiranno a febbraio, penso che sarà necessario qualche mese in più, dato che ci troviamo davanti a qualcosa di importante per il futuro della struttura circondariale di Vigevano. Ora come ora è praticamente tutto vuoto. Di fatto non ci sono più detenuti e le uniche persone che si vedono sono gli operai che stanno svolgendo i lavori”. Gli interventi sono stati assegnati alla Tecnoedi Costruzioni s.r.l. di Cirié (Torino), che la scorsa estate si era aggiudicata l’appalto di 986.259 euro. Per quanto riguarda l’incarico di direzione, invece, la struttura dei Piccolini è ancora in attesa di una nomina. L’incarico, dopo il trasferimento di Rosalia Marino al carcere di Opera, è affidato pro tempore a Davide Pisapia, che dirige anche la Casa circondariale di Voghera. Il nuovo direttore ad ogni modo arriverà non appena finiranno gli interpelli, vale a dire quelle procedure che il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) usa per raccogliere le manifestazioni d’interesse da parte di dirigenti penitenziari. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Il Garante dei detenuti: “Criticità su salute e attività sociali” ecaserta.com, 16 gennaio 2026 Il Garante campano dei diritti dei detenuti, Samuele Ciambriello, ha effettuato una visita istituzionale al carcere di Santa Maria Capua Vetere. La visita è iniziata con un incontro con la direttrice del carcere Donatella Rotundo, il maestro Alessandro Ciambrone, che ha realizzato un murale sulla facciata della struttura, e un gruppo di giovani rotariani della provincia di Caserta, da tempo impegnati in un progetto artistico e simbolico all’interno dell’istituto. I giovani hanno proseguito il lavoro di pittura sul murale, chiamato Muro della Libertà, arricchendolo con frasi che identificano i rispettivi enti di appartenenza. Il muro richiama inni alla pace, ai diritti umani, alla solidarietà, alla valorizzazione delle identità culturali, all’inclusione e alla fraternità tra i popoli. Successivamente, il garante ha svolto colloqui con i detenuti di vari reparti, accogliendo segnalazioni, richieste e bisogni delle persone ristrette. “Dai colloqui - ha detto Ciambriello - sono emersi due temi centrali e particolarmente critici. Il primo riguarda il diritto alla salute. Quotidianamente la direzione sanitaria dell’istituto programma visite specialistiche esterne, comprese quelle previste per la giornata odierna; tuttavia, oltre la metà di tali visite non viene effettuata a causa della carenza di scorte della polizia penitenziaria, determinando una grave compressione di un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione. Il secondo tema concerne le attività sociali e rieducative, in particolare nell’area dell’alta sicurezza. I detenuti del reparto Tamigi, circa 180 persone, hanno segnalato la persistente assenza di attività culturali, integrative, sociali e lavorative, elementi essenziali per il trattamento rieducativo e per il mantenimento di un equilibrio umano e relazionale all’interno della detenzione” Velletri (Rm). Il ministro dell’Istruzione Valditara visita il carcere e consegna i diplomi ai detenuti di Luciano Sciurba Il Messaggero, 16 gennaio 2026 Velletri, il ministro dell’istruzione e del merito professor Giuseppe Valditara, ha fatto questa mattina una lunga visita alla Casa Circondariale di via Cisternense. Accolto dalla direttrice del Carcere Anna Rita Gentile, dal comandante della Polizia Penitenziaria Mauro Caputi, il vice comandante Egidio Cervini, dagli agenti di servizio, la responsabile del servizio giuridico pedagogico Sabrina Falcone, gli educatori della struttura detentiva. La cerimonia di accoglienza al ministro per fare il punto sui Corsi Scolastici che gli Istituti di Istruzione Superiore Agrario “Cesare Battisti” - Alberghiero “U. Tognazzi” di Velletri e il Cpa di Pomezia, tengono da molti anni nel Penitenziario, alla presenza dei detenuti che hanno conseguito i vari diplomi si è tenuta nel Teatro “Enzo Tortora”. Alla presenza di diverse autorità locali, il sindaco di Velletri Ascanio Cascella, i responsabili delle forze dell’ordine del territorio, Polizia di Stato (commissario capo Patrizio Cocco) Guardia di Finanza di Velletri e Gruppo Frascati (capitano Alessandro Bruno e maggiore Teresa Marchesano) dei Vigili Fuoco di Velletri ingegner Massimiliano Pugliese, funzionario presso il distaccamento 27 A. Presente anche nella sua prima uscita ufficiale (al suo primo giorno di comando) il nuovo comandante della Compagnia Carabinieri di Velletri capitano Giovanni Cappa, con il collega il maggiore Suriano comandante del nucleo investigativo del Gruppo Carabinieri Frascati e il colonnello Carlo Lecca, comandante della Scuola dell’Arma - Secondo Reggimento di Velletri. Per l’Amministrazione Penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise è intervenuto il dottor Giacinto Siciliano, tra i presenti anche il direttore generale del Miur (Ministero Istruzione Università Ricerca) del Lazio professoressa Anna Paola Sabatini, un rappresentante del Tribunale di Sorveglianza il giudice Miraglia. Dopo i vari interventi dal palco e la spiegazione, con inaugurazione del programma dell’ anno scolastico 2025 - 26, sono stati consegnati alcuni diplomi conseguiti lo scorso anno dai detenuti che studiano in Carcere, alla presenza del professor Antonino Marrari, coordinatore dei progetti scolastici della Casa Circondariale e delle dirigenti scolastiche rispettivamente professoresse Stefania Ciarla (C. Battisti) , Sandra Tetti (Alberghiero U. Tognazzi) e Rosa Preziosi (Centro Provinciale Istruzione Adulti - CPA Pomezia). La visita dell’onorevole Valditara, è iniziata con una visita guidata ai laboratori didattici, ai terreni e alle strutture dell’azienda agraria dove si producono vini, olio, miele, ortaggi e altri prodotti della terra che si possono acquistare all’esterno del Carcere nel piazzale interno in alcuni giorni della settimana. Infine dopo il saluto finale seguito al suo intervento, il ministro ha rivolto i suoi complimenti ai professori, alla direzione del Carcere, ai detenuti, educatori, polizia penitenziaria: “per l’ottimo lavoro che si svolge nella Casa Circondariale veliterna, con tante iniziative scolastiche, teatrali, culturali, di spettacolo, di recupero alla vita sociale e di produzione di prodotti della terra. Sottolineando l’importanza dello studio e della buona educazione civica all’interno anche dei penitenziari per la crescita personale di ogni persona ristretta in un penitenziario per vari motivi”. Alla fine della mattinata c’è stato un ricco buffet con degustazione dei prodotti tipici locali preparato dai ragazzi della scuola alberghiera “Ugo Tognazzi” di Velletri guidati dai loro professori, a cui il ministro ha fatto i suoi complimenti dopo aver assaggiato le loro pietanze. Sono stati presenti ed hanno portato i loro saluti anche l’avvocato Irma Conti del Collegio del Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute, l’onorevole Giovanna Miele, componente della Settima Commissione Cultura alla Camera dei Deputati, l’avvocato Anna Scifoni, garante comunale dei diritti dei detenuti. Il vicesindaco di Latina Massimiliano Carnevale e la consigliera comunale di Latina, attualmente in servizio presso il Ministero dell’Istruzione professoressa Pina Cochi. Al termine della partecipata ed emozionante giornata Il professor Marrari insieme alla direttrice del Carcere Anna Rita Gentile, hanno donato un cesto di prodotti tipici derivati dall’azienda agraria del penitenziario a tutti gli autorevoli ospiti intervenuti. Anche alcuni detenuti hanno preparato dei piatti e dei dolci per le autorità presenti e gli ospiti intervenuti, preparati nelle attrezzate cucine della struttura detentiva di Contrada Lazzaria, nelle campagne di Velletri. Bologna. L’arte contemporanea varca le soglie del carcere: il progetto di Anila Rubiku exibart.com, 16 gennaio 2026 In occasione di Art City Bologna 2026, l’arte contemporanea attraversa le mura Casa Circondariale Rocco D’Amato, con il progetto di Anila Rubiku dedicato a speranza, resistenza e giustizia sociale. Dal 6 all’8 febbraio 2026, nell’ambito di Art City Bologna e in concomitanza con Arte Fiera, l’arte contemporanea varcherà per la prima volta la soglia della Casa Circondariale Rocco D’Amato. È qui che prende forma “L’arte messa alla prova: Anila Rubiku. I’m Still Standing”, progetto dell’artista italo-albanese Anila Rubiku, a cura di Elisa Fulco, promosso dall’Associazione Acrobazie in collaborazione con la Direzione dell’istituto penitenziario bolognese. Per tre giorni, il carcere diventerà luogo di dialogo, confronto e partecipazione culturale, inserendosi nel circuito delle mostre cittadine che animano Bologna durante la Art Week, in un invito a interrogare il rapporto tra arte, giustizia e società, mettendo in relazione il “dentro” e il “fuori” in una dimensione di soglia. All’interno della Casa Circondariale, Anila Rubiku presenta quattro interventi distribuiti negli spazi destinati ai colloqui con familiari e legali delle persone detenute. Il titolo I’m Still Standing, mutuato dall’omonima canzone di Elton John del 1983, diventa la chiave concettuale di un progetto dedicato alla resilienza, alla speranza e alle seconde possibilità. Temi che attraversano in modo trasversale l’intera ricerca dell’artista e che, nel contesto carcerario, assumono una risonanza amplificata. Il percorso espositivo si apre con Hope is the thing with feathers (2022), una serie di disegni e collage di uccelli che utilizza l’immaginario del volo come metafora del riscatto del femminile. Gli uccelli di Rubiku emergono su sfondi che alludono a un background sociale e culturale capace tanto di liberare quanto di intrappolare il potenziale delle donne. La speranza, evocata nel celebre verso di Emily Dickinson, si fa qui elemento fragile e al tempo stesso resistente, carico di stratificazioni simboliche. Segue la serie I’m Still Standing (2019), composta da 15 acquerelli dedicati alle protesi improvvisate dei veterani di guerra. Oggetti nati dalla necessità, spesso assemblati in condizioni estreme, diventano immagini di una resistenza ostinata del corpo e della volontà. Con The Inner Doors (2025), presentato per la prima volta a Bologna, l’artista introdurrà un nuovo ciclo di arazzi ricamati, ispirati alle porte segrete dei palazzi milanesi e alle tecniche apprese dalle donne delle comunità indigene del Nord America. Le porte diventano simboli di accessi nascosti, di passaggi possibili, di futuri alternativi. Il lavoro manuale e il sapere artigianale si configurano come strumenti di emancipazione e di immaginazione di nuove economie, anche all’interno di contesti segnati dalla marginalità. Chiuderà il percorso Defiant’s Portrait (2014), una serie di ritratti astratti nati da laboratori condotti dall’artista con donne detenute in Albania. Le opere, sotto forma di finestre ricamate con sbarre più o meno serrate, raccontano storie di violenza domestica e di sistemi giudiziari incapaci di riconoscere le condizioni di vulnerabilità femminile. Il progetto bolognese rappresenta la seconda tappa di un percorso avviato a Palermo con Spazio Acrobazie. Laboratorio produttivo e di riqualificazione attraverso la mediazione artistica (2022-2025), esperienza che ha coinvolto diversi istituti penitenziari siciliani, come la Casa di Reclusione Calogero di Bona-Ucciardone e l’Istituto Penale Malaspina. In continuità con quella sperimentazione, L’arte messa alla prova propone l’arte come dispositivo di welfare culturale, per attivare collaborazioni intersettoriali tra cultura, giustizia, sanità ed educazione. Come sottolinea la direttrice della Casa Circondariale bolognese, Rosa Alba Casella, il progetto si inserisce in un processo più ampio di integrazione tra carcere e città, ribadendo l’idea che l’istituzione penitenziaria non sia uno spazio separato, ma una parte viva del tessuto urbano. Una posizione condivisa dalla curatrice Elisa Fulco, che evidenzia la necessità di adottare stabilmente nuovi modelli di pratica artistica all’interno delle strutture detentive, capaci di generare coinvolgimento, partecipazione e una rappresentazione più umana di temi spesso polarizzanti. In questo senso, il progetto bolognese si colloca all’interno di una più ampia costellazione di interventi recenti che portano l’arte contemporanea negli spazi della detenzione. A Roma, nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia Germana Stefanini, Eugenio Tibaldi ha recentemente realizzato Benu, installazione permanente site specific nata da laboratori partecipativi, promossa dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere, con la curatela di Marcello Smarrelli. Sempre a Roma, la piattaforma editoriale Hyperlocal ha aperto il carcere alla città con la mostra a cielo aperto Un mondo alla rovescia, allestita alla metropolitana di Rebibbia in occasione del Giubileo dei Detenuti, intrecciando archivi, cinema, fotografia e testimonianze dirette. “Liberi di scegliere” un futuro diverso. Il diritto negato ai figli dei mafiosi di Francesco Storace Il Tempo, 16 gennaio 2026 Presentata la proposta di legge di Chiara Colosimo (FdI) e Vincenza Rando (Pd). Le mafie prosperano quando in ballo ci sono ricchezza facile e potere arrogante. Vincono sui giovani che affascinano, le cosche. Ma non vinceranno loro la partita, perché lo Stato fa sul serio nel contrastare le loro azioni spietate. Sarebbe bastato affacciarsi ieri alla Sala della Regina, a Montecitorio, per capire che ci sono nuovi strumenti alle porte per battere con ancora più forza la malavita organizzata. C’è una proposta di legge bipartisan, presentata sia alla Camera dalla presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo di Fratelli d’Italia che al Senato dalla senatrice Vincenza Rando, esponente del Partito Democratico, in prima linea in questa battaglia al fianco di Libera, di cui è vicepresidente. “Liberi di scegliere”, è la sfida lanciata nel convegno di ieri. Le due parlamentari - e tutti quelli che dalla commissione antimafia hanno apposto le loro firme di adesione - hanno illustrato la loro iniziativa davanti a esperti di prim’ordine, come il procuratore generale della Cassazione, Gaeta, il presidente del tribunale dei minori di Catania, Di Bella, e a fare da padroni di casa i presidenti delle Camera La Russa e Fontana: sponsor di livello per un’idea legislativa di forte carattere innovativo (il copyright è proprio di La Russa) che ora dovrà muoversi con decisione in Parlamento. E soprattutto con l’assenso evidente di don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera. Tanti gli obiettivi, e uno soprattutto: dare ai giovani e alle loro famiglie la possibilità di scegliere, appunto, di rifiutare l’offerta criminale che viene imposta da congiunti criminali. Anche perché sarà lo Stato a rispondere all’antistato. Giuseppe Di Matteo non sarebbe stato ammazzato e sciolto orrendamente nell’acido in tenera età se Chiara Colosimo e Vincenza Rando e i loro colleghi fossero stati in Parlamento negli anni più bui della mafia, della ‘Ndrangheta, della camorra. I boss di Cosa Nostra lo presero e lo tennero prigioniero per poi ucciderlo proprio perché suo padre Santino aiutava gli inquirenti a ricostruire la dinamica della strage di Capaci per assassinare il giudice Falcone. Allora non c’era spazio per liberarsi dei vincoli. Quando sarà approvata la legge, ci saranno più opportunità per i familiari dei criminali che non vogliono seguire un percorso di morte. A guardare le prime due firmatarie delle proposte depositate nei due rami del Parlamento, c’è da riflettere su quanta pochezza di giudizi si esprime chi con presunzione guarda alla politica. C’è intuizione, capacità di ascolto, rapidità di iniziativa anche nei parlamentari più giovani di elezione. Guardateli e ascoltateli. L’esponente del Pd ha avuto coraggio, accettando di lavorare assieme alla Colosimo, fuori dai pregiudizi che animano la politica e incendiano il clima tra i partiti. Chiara Colosimo ha realizzato un capolavoro legislativo mettendo tutti attorno ad un tavolo per lavorare in maniera unitaria contro le mafie. Non accadeva da un po’. Entrambe rappresentano esempi da seguire con attenzione. La proposta di legge “Liberi di scegliere”, punta a trasformare in una norma strutturale dello Stato un protocollo sperimentale nato nel 2012 in Calabria che offre una via d’uscita ai figli dei boss e alle donne che vogliono recidere i legami con la criminalità organizzata. Tutto nasce dall’esperienza di Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria il quale si rese conto che processava i figli ei nipoti degli stessi boss che aveva condannato anni prima: la criminalità era un’eredità culturale e familiare forzata. Il progetto ha permesso finora a circa 150 minori ed una trentina di madri di essere allontanati dai contesti di ‘ndrangheta per essere inseriti in percorsi educativi e lavorativi in località protette, lontano dalle famiglie d’origine. Nessuno dei ragazzi che ha completato il percorso è tornato a delinquere nelle file delle mafie. “Arrivare prima delle cosche e non dopo”, afferma Vincenza Rando. E le fa eco la presidente Colosimo: “Nessun bambino e nessuna donna siano costretti ad essere mafiosi”. Una bella pagina di politica. Ora, come incita don Ciotti, “bisogna fare presto per approvare la legge”. Magari. Per gli immigrati c’è il rischio che si configuri un diritto a parte? di Maurizio Ambrosini Avvenire, 16 gennaio 2026 Buona parte del nuovo pacchetto-sicurezza riguarda l’immigrazione, con norme che limitano ulteriormente il soccorso in mare, accelerano teoricamente sui rimpatri, danno più potere al Viminale: le comunità di stranieri nel nostro Paese sono ormai vissute da chi governa come un problema da risolvere. Pressoché inevitabilmente, buona parte del nuovo pacchetto-sicurezza in gestazione riguarda l’immigrazione. La visione dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza è un mantra ripetuto insistentemente dai megafoni del sovranismo. Si declina in vario modo, a seconda delle vere o presunte emergenze: pericolo per la sicurezza nazionale, in tempi di attacchi terroristici, criminalità urbana, quando sono le cronache a dettare l’agenda, attacco all’identità culturale, quando il dibattito si sposta sui simboli religiosi e i luoghi di culto. Già il fatto di rappresentare l’immigrazione come un problema di sicurezza, oggetto ripetutamente di norme specifiche di contrasto, si traduce in un messaggio: invita l’opinione pubblica a diffidare degli stranieri (poveri), chi li incontra in vari contesti a stare in guardia, le forze dell’ordine ad alzare la soglia di allerta. Mentre in altri paesi le norme anti-discriminatorie vietano la profilazione etnica, ossia l’intensificazione dei controlli su chi non corrisponde al tipo estetico “nazionale”, in Italia il messaggio va nella direzione opposta: occorre controllare di più, arrestare e punire chi sembra appartenere alla popolazione immigrata, compresi figli e discendenti ormai dotati di cittadinanza italiana. Per gli immigrati si sta configurando un diritto a parte, con una serie di norme mirate e ampie facoltà concesse alle autorità: limitazione del gratuito patrocinio in sede di opposizione all’espulsione, rimpatrio (teorico) senza bisogno di altri provvedimenti in caso di violazione per due volte dell’obbligo di lasciare il territorio nazionale, anche in mancanza dei mezzi per il viaggio, maggiori poteri al Viminale per realizzare nuove strutture detentive, con facoltà di deroga alle normative vigenti, obbligo per gli immigrati detenuti nei Cpr di collaborare alla propria identificazione per essere espulsi. Nello stesso tempo si fa in modo di limitare e aggirare il potere di controllo della magistratura. Ancora una volta vengono poi introdotte norme volte a limitare ulteriormente le attività di soccorso in mare da parte delle Ong, da anni ormai bersaglio del sovranismo, con il divieto d’ingresso nelle acque territoriali fino a sei mesi in una serie di casi: allarmi terroristici, pressione migratoria “eccezionale”, emergenze sanitarie, eventi di politica internazionale. È lecito paventare che un’interpretazione estensiva di queste disposizioni renda ancora più difficili i soccorsi nel Mediterraneo. Tra le disposizioni relative alla sicurezza urbana, già colpisce la sbrigativa interpretazione mediatica di norme “anti-maranza”. Giusto vietare i coltelli, ma in un quadro di norme che complessivamente aggravano le sanzioni a carico dei giovanissimi, estendendo il discutibile “modello Caivano”, è lecito domandarsi se abbia senso limitare a un solo anno, fino a 19 anni, l’accoglienza dei minori non accompagnati che raggiungono la maggiore età, rispetto ai 21 anni attuali (legge Zampa): si produrrà maggiore sicurezza, o piuttosto maggiore marginalità e maggiori rischi, per loro e per la società? Particolarmente grave poi l’aver inserito in un pacchetto sicurezza una norma che, mentre facilita i ricongiungimenti familiari per i lavoratori qualificati, li restringe per gli altri, dopo che già il governo attuale aveva allungato da uno a due anni la moratoria per poterli richiedere. Vivere in famiglia dà serenità e favorisce una vita regolare e ordinata. Impedirne o ritardarne il diritto, oltre a provocare infelicità, non promuove la sicurezza, ma rischia di comprometterla. Il piano ci è chiaro, vogliono più cadaveri nel Mediterraneo di Oscar Camps Il Manifesto, 16 gennaio 2026 Il nuovo anno, purtroppo, non porta novità per il soccorso in mare. Ma le bozze di un nuovo pacchetto sicurezza che, in una disposizione, recupera in pieno l’ispirazione del 2019 (governo Conte-Salvini): trasformare il soccorso in mare in una minaccia all’ordine pubblico. L’Italia cioè non interviene per contrastare un reato, ma per colpire un obbligo giuridico internazionale inderogabile: salvare vite umane in mare. Chiamiamo le cose con il loro nome. L’articolo 15 letto nelle bozze del disegno di legge non è una norma di sicurezza, è uno strumento di espulsione morale. Usa il linguaggio del terrorismo e dell’ordine pubblico per nascondere una scomoda realtà: persone che annegano perché l’Europa ha scelto di guardare dall’altra parte. Paragonare il soccorso in mare a una minaccia alla sicurezza nazionale è una vergogna istituzionale. Cambiano le parole, ma l’obiettivo resta lo stesso: allontanare i testimoni scomodi. Si fa ricorso a concetti giuridici deliberatamente elastici. Espressioni come “pressione migratoria eccezionale”, “rischio per la sicurezza” o “emergenze sanitarie” sono contenitori indefiniti, talmente ampi da consentire decisioni discrezionali, non fondate su fatti verificabili ma su valutazioni di opportunità politica. Quando la legge diventa ambigua, il potere diventa arbitrario. Salvare vite umane in mare non è facoltativo. È un obbligo sancito dal diritto marittimo internazionale, dalla Convenzione Solas, dalla Convenzione Sar e dal diritto internazionale consuetudinario. Questo nuovo testo, invece, consentirà al governo di violare deliberatamente la legge quando rientra nei propri interessi politici. Questa non è sovranità: è un abuso di potere. Anche perché criminalizzare il soccorso non riduce la migrazione ma aumenta le morti. È un dato dimostrato, non un’opinione. Ogni volta che si restringe il soccorso civile e si chiudono i porti, aumentano i morti e i dispersi nel Mediterraneo. Le persone non smettono di fuggire, semplicemente muoiono più lontano e in silenzio. Se questa è “sicurezza”, è una sicurezza costruita sui cadaveri. Necropolitica. Chiamare “trasferimento” verso Paesi terzi quelle che di fatto sono deportazioni delle persone soccorse in mare è un insulto all’intelligenza. Significa esternalizzare la detenzione e la sofferenza verso Paesi più poveri, con meno garanzie, perché facciano il lavoro sporco. Questo viola frontalmente il principio di non respingimento e trasforma le persone soccorse in merce diplomatica. L’Europa paga, altri rinchiudono, e nessuno risponde di nulla. Non basta richiamare genericamente l’esistenza di centri o di organizzazioni internazionali. Occorre chiedersi quali sono le garanzie giuridiche reali per le persone trasferite, chi esercita l’effettiva supervisione e cosa accade quando quei Paesi non sono sicuri. Troppi accordi nascondono detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e sparizioni. L’Europa paga, distoglie lo sguardo e si lava le mani. Non esiste alcuna “pressione migratoria” emergenziale. L’Italia non è invasa, ma non riesce a formulare una risposta europea dignitosa. Quando non si sa come gestire, si criminalizza. Questa è la strategia dei governi deboli, il governo italiano è uno di questi. Il suo obiettivo reale è che non ci siano testimoni. Le Ong non sono il problema, sono lo specchio. Documentano, registrano, denunciano. Per questo danno fastidio, per questo vengono perseguitate. Dunque l’esito di questa nuova stretta è facilmente prevedibile: più morti. Non un effetto collaterale, ma l’effetto voluto. Perché il messaggio arrivi chiaro al di là del mare: deterrenza tramite annegamento. Ma quando il diritto si ritira dal mare, ciò che avanza è la barbarie. Open Arms non resterà in silenzio, perché il silenzio uccide. Le leggi contro l’antisemitismo e la lezione di Norimberga di Pasquale De Sena Avvenire, 16 gennaio 2026 Talvolta le norme, invece di combattere l’odio, rischiano di irrigidire i conflitti minando la libertà e la convivenza, favorendo le contrapposizioni. Quello che si volle evitare nel processo contro i nazisti. Hersch Lauterpacht, grande giurista ebreo, contribuì a evitare che nello Statuto del Tribunale di Norimberga venisse inserita la figura del genocidio, pur avendo assistito all’eliminazione di tutti i membri della sua famiglia d’origine, nel corso dell’occupazione nazista di Leopoli, nelle cui vicinanze era nato. Membro dello staff dell’accusa britannica a Norimberga, nel 1946, poi professore di Diritto internazionale a Cambridge e giudice della Corte internazionale di giustizia, Lauterpacht riteneva che, in caso contrario, si sarebbe rischiato di accentuare la contrapposizione tra gruppi, soggiacente alla Shoah, alimentandola, e senza ottenere risultati significativi, sul piano delle responsabilità individuali per i crimini commessi in quel contesto. Com’è noto, una grande convenzione multilaterale venne stipulata, solo due anni dopo, in materia di genocidio. Raphael Lemkin, insomma, perso un… round, vinse la battaglia, e da un simile esito sono poi largamente dipesi i comportamenti degli Stati (con l’ampia adozione di normative interne in materia), nonché la prassi internazionale successiva (si pensi all’inserimento del crimine di genocidio nello Statuto della Corte penale internazionale), e soprattutto, l’ampia giurisprudenza dei tribunali internazionali pronunciatisi al riguardo. Non è su questo, però, che intendo qui soffermarmi, né sulla probabile qualificabilità come genocidio del complesso dei gravissimi crimini israeliani a Gaza e negli altri territori palestinesi occupati. Vorrei invece sottolineare che considerazioni di politica del diritto, analoghe a quelle di Lauterpacht, sembrano del tutto estranee ai quattro disegni di legge per il contrasto all’antisemitismo, sinora presentati in Italia. Benché il contesto storico odierno sia, fortunatamente, ben diverso, da quello, catastrofico per gli ebrei, sperimentato da Lauterpacht, malgrado la durata, perlomeno sessantennale, della feroce contrapposizione fra palestinesi e israeliani, e nonostante i tremendi crimini, di cui la violazione continuata dell’autodeterminazione palestinese è costellata, l’idea che l’adozione di normative specifiche in tema di antisemitismo possa accentuare un simile stato di cose, non pare aver sfiorato i proponenti dei progetti in questione. Lo stesso, feroce attacco terroristico di Sidney alla comunità ebraica locale, ad opera, pare, di elementi delle Jihad islamica, invece di stimolare qualche riflessione in proposito, è servito a corroborare l’opzione regolativa. Ciò è tanto più vero, se si considera l’argomento di fondo, generalmente addotto a sostegno dei suddetti progetti, da ultimo per quello di Del Rio. L’esigenza di una normativa specifica deriverebbe, è stato detto, non solo dall’estensione del fenomeno, ma anche dalle sue particolarità, visto che l’antisemitismo costituisce una costante storica, caratterizzata dal ricorso periodico a svariati stereotipi (essenzialmente di tipo “cospirazionista”), utilizzati per fare degli ebrei un capro espiatorio per eccellenza. È fin troppo facile osservare, però, che sia la tendenza a costruire stereotipi su certi gruppi etnico-religiosi, che quella a farne, su tali basi, capri espiatori, rispetto a eventi storici tragici, è una costante che riguarda una molteplicità di situazioni discriminatore, anche recenti. Basti solo pensare alla possente ventata di razzismo, puntualmente segnalata dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali, nel post 7 ottobre, a carico dei musulmani, nel loro complesso. Anche in questo caso, esattamente come si verificò a seguito dell’11 settembre, e come tende a verificarsi per gli ebrei, rispetto ai crimini israeliani a Gaza… la parte è stata ampiamente presa per il tutto. E anche qui, in Europa, ciò è avvenuto sulla base di pregiudizi diversi fra di loro, in parte vecchi (ad es., un preteso, insopprimibile tasso di violenza e arretratezza, insito in tutta la tradizione religiosa islamica), in parte nuovi (ad es., l’esistenza di un progetto generale di sottomissione dell’intero occidente, da parte “islamica”). Ma andiamo oltre e pensiamo, per un attimo, agli effetti di due possibili “way out”, rispetto a una situazione del genere: per un verso, l’adozione di una normativa specifica, solo in tema di antisemitismo; per altro verso - come sembrerebbe, in apparenza, più giusto - l’adozione di tante specifiche normative, in ragione degli specifici pregiudizi, volta a volta caratterizzanti le diverse forme di discriminazione. Non vi è dubbio, nel primo caso, com’è stato già ampiamente posto in luce, che ciò si tradurrebbe in una discriminazione positiva, in favore del gruppo etnico-religioso protetto, col risultato di aggravare la diffidenza nei suoi confronti, e alimentare antiche tradizioni oppositive, da parte di gruppi analoghi, di ispirazione diversa. Effetti negativi si avrebbero, tuttavia, anche nella seconda ipotesi, giacché la scelta di adottare normative antidiscriminatorie dal marchio “identitario”, lungi dal contribuire ad attenuare le relative contrapposizioni, si muoverebbe, anch’essa, nella medesima logica, col rischio, oggettivo, di corroborarle. D’altra parte, ritornando a Lauterpacht: se è innegabile che il genocidio è divenuto un autonomo crimine internazionale (ed è un bene, se si pensa a quanto sia servito, in Bosnia e Ruanda), rimane, però, che il fenomeno della discriminazione razziale è oggetto di norme internazionali di portata generale, non destinate, cioè, a ipotesi specifiche. Eppoi non dobbiamo dimenticare che la definizione di antisemitismo elaborata dall’IHRA (pericolosamente vaga) non è dotata di effetti vincolanti nei confronti degli Stati dell’organizzazione; non lo è divenuta a seguito della sua incorporazione in una risoluzione del Parlamento europeo del 2017 (neanch’essa dotata di effetti vincolanti); e, soprattutto, non è stata condivisa da neppure un quarto degli Stati che compongono la comunità internazionale. Si tratta di circostanze su cui si sarebbe dovuto riflettere, prima di correre all’uso di rimedi normativi, soprattutto in un momento in cui serve tutt’altro che un incremento della contrapposizione fra gruppi. A proposito di una simile corsa, sono, del resto, condivisibili le considerazioni di uno storico come Marcello Flores, dal quale pure dissento riguardo a parecchi aspetti della vicenda di Gaza. Per combattere pregiudizi e, tanto più, giudizi affrettati, o erronei, di qualunque tipo, occorre la storia, non lo strumento “giuridico”, penalistico (Gasparri), o meno, esso sia. Figuriamoci in un contesto come quello universitario, nel quale il progetto Del Rio intende innestare un’ennesima figura di “verifica e monitoraggio” dei comportamenti degli attori del sistema, rispetto alle strategie contro l’antisemitismo (art. 4). Un’idea anch’essa idonea, in concreto, a stimolare un clima di sospetto e di conformismo opportunistico, gravante sulla libertà di ricerca e di insegnamento, non certo utile al superamento di pregiudizi, o giudizi, erronei. Stanno arrivando i “Killer Robots”: che cosa sono e perché preoccupano di Giuseppe Muolo Avvenire, 16 gennaio 2026 Presto potrebbero diventare operativi i sistemi d’arma autonomi. La Rete Italiana Pace e Disarmo e l’Iriad chiedono un Trattato di messa al bando o regolazione. Di primo acchito possono sembrare fantascienza, ma il rischio che diventino operativi a breve è dietro l’angolo. Più di quanto si potrebbe immaginare. Sono i cosiddetti “Killer Robots”, sistemi d’arma autonomi letali, capaci, anche grazie alla mediazione dell’Intelligenza artificiale, di selezionare e colpire obiettivi senza un controllo umano significativo. Una prospettiva che solleva interrogativi etici, giuridici e umanitari di estrema rilevanza e mette pericolosamente in discussione principi fondamentali del diritto internazionale e della tutela dei diritti umani. L’allarme è stato lanciato ieri, nella Sala Isma del Senato, durante l’incontro “Fermare la minaccia delle armi letali autonome: idee e prospettive per una regolamentazione internazionale”. Un confronto ospitato su iniziativa del senatore di Avs Tino Magni e promosso dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, con il supporto dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, nell’ambito della Campagna internazionale Stop Killer Robots. Unanime l’appello che è partito da tutti: l’urgenza di un Trattato di messa al bando o regolazione delle armi autonome. E la richiesta alla politica e alle istituzioni italiane di farsi carico concretamente della questione. Un impegno, ha assicurato Magni, di cui lui stesso si farà promotore. “Il nostro Paese - ha incalzato Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo - ha oggi l’opportunità di assumere un ruolo guida nei negoziati internazionali sulle armi autonome letali, sostenendo con chiarezza un Trattato che ne vieti o limiti in modo stringente l’uso”. Gli ha fatto eco Fabrizio Battistelli, presidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, secondo cui “è indispensabile un accordo internazionale nel quadro delle Nazioni Unite”. Dal momento che, ha sottolineato Vignarca, “alcuni sistemi d’arma sono molto vicini all’operatività”. Mentre l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale è stato già sdoganato in diversi conflitti. “Ad esempio, a Gaza - ha spiegato -, è certificato l’utilizzo dell’Ia da parte delle forze armate israeliane per selezionare obiettivi umani e strutturali, a cui segue una verifica velocissima e quindi poco accurata”. I relatori dell’incontro “Fermare la minaccia delle armi letali autonome: idee e prospettive per una regolamentazione internazionale” /Muolo I relatori dell’incontro “Fermare la minaccia delle armi letali autonome: idee e prospettive per una regolamentazione internazionale” /Muolo Una minaccia, quella delle “nuove tecnologie emergenti e convergenti”, evidenziata anche dall’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita. Che ha posto l’accento su “una perversa alleanza” tra questi sistemi e il nucleare, che è “pericolosissima per la vita umana e per il creato”. L’integrazione dell’Intelligenza artificiale nei sistemi militari, ha aggiunto, “è una delle sfide più critiche per la stabilità internazionale”. Da qui, la necessità di “un impegno politico deciso”, come ribadito da Nicole van Rooijen, direttrice esecutiva della Campagna internazionale Stop Killer Robots. Perché “le armi autonome - ha detto - delegano a macchine e algoritmi decisioni di vita o di morte che devono restare sotto responsabilità umana”. Sulla stessa scia, il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, che in video messaggio ha definito il problema “di estrema importanza e sottovalutato”. E Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che ha richiamato l’attenzione sulle gravi conseguenze per i diritti umani. “Senza regole chiare e vincolanti, il rischio è quello di un uso indiscriminato di queste tecnologie, anche nel controllo delle frontiere e dell’ordine pubblico, con effetti devastanti sui civili e sull’accesso alla giustizia per le vittime”, ha detto, evidenziando come la mancanza di responsabilità umana diretta renda complesso attribuire colpe su eventuali violazioni. Le conseguenze umanitarie sono state affrontate anche da Tommaso Natoli, responsabile dell’Unità Operativa di Diritto Internazionale Umanitario della Croce Rossa Italiana: “Il principio di distinzione e la protezione delle popolazioni civili - ha sottolineato - non possono essere garantiti se si affida a sistemi autonomi la scelta degli obiettivi”. Mentre Marco Carlizzi, presidente di Etica Sgr, ha collegato il tema alle responsabilità del mondo economico e finanziario, spiegando che “orientare investimenti e scelte finanziarie verso la pace e la sicurezza umana è parte integrante di una visione responsabile dello sviluppo”. Gran Bretagna. Lo sciopero della fame in carcere di Heba e Kamran è finito (ed è già nella storia) di Riccardo Michelucci Avvenire, 16 gennaio 2026 Si è concluso a un passo dall’esito irreversibile lo sciopero della fame di un gruppo di attivisti di Palestine Action rinchiusi da mesi nelle carceri britanniche. La decisione del governo di Londra di non assegnare un contratto da 2 miliardi di sterline alla filiale britannica della società israeliana di armamenti Elbit Systems ha portato alla sospensione della protesta, avvenuta quando due dei detenuti in sciopero stavano ormai morendo e il timore per le loro condizioni si era fatto sempre più pressante. La 31enne Heba Muraisi aveva raggiunto il 73° giorno consecutivo senza assumere cibo; Kamran Ahmed, 28 anni, era invece al 67° giorno di digiuno prolungato. Entrambi avevano dunque oltrepassato il limite simbolico e fisiologico che nel 1981 segnò la fine della vita di Bobby Sands, il militante repubblicano irlandese morto nel carcere di Belfast dopo 66 giorni di sciopero della fame. A quel punto, secondo ogni letteratura medica, il rischio di collasso degli organi vitali, danni neurologici permanenti e morte improvvisa è estremamente elevato. Il parallelo con lo sciopero della fame del 1981 non è solo storico ma anche clinico: la prima morte di allora avvenne dopo 46 giorni, e l’ultimo prigioniero, Kieran Doherty, resistette per 73 giorni. Lo stesso numero raggiunto da Muraisi. In quel lasso di tempo, il corpo entra in una fase di consumo irreversibile, in cui anche una ripresa dell’alimentazione comporta rischi elevati. È in questo contesto che il Ministero della Difesa di Londra ha comunicato la decisione di non concedere a Elbit Systems UK il contratto per l’addestramento di circa 60mila soldati britannici all’anno. Per gli scioperanti si tratta del soddisfacimento di una richiesta centrale della protesta. Dal 2012 la società aveva ottenuto infatti più di dieci contratti pubblici, rendendo la scelta attuale un segnale di discontinuità nelle politiche governative. Oltre a Muraisi e Ahmed, hanno interrotto lo sciopero Lewie Chiaramello, 22 anni, affetto da diabete di tipo 1, che aveva digiunato a giorni alterni arrivando al 46° giorno, e altri quattro detenuti - Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib - che si erano chiamati fuori dalla protesta dopo l’aggravamento delle loro condizioni di salute. Tutti hanno iniziato la fase di rialimentazione seguendo protocolli sanitari, una procedura che, dopo digiuni così prolungati, comporta rischi significativi se non è gestita con estrema cautela. Rimane invece in sciopero il 22enne Umar Khalid, che dopo una sospensione ha ripreso il digiuno e continua a rifiutare il cibo, mantenendo aperta una situazione di grave criticità. Tra le richieste accolte figura il trasferimento di Heba Muraisi dal carcere di New Hall, a Wakefield, a quello di Bronzefield, nel Surrey, più vicino alla sua famiglia. Il gruppo rivendica infine una serie di risultati politici: nelle ultime settimane, centinaia di persone avrebbero dichiarato l’intenzione di intraprendere azioni dirette contro quello che definiscono il “complesso militare-industriale”, superando il numero complessivo di attivisti coinvolti nei precedenti cinque anni di campagna. In questo arco di tempo, affermano, quattro fabbriche di armi israeliane hanno cessato l’attività nel Regno Unito.