Carceri, la politica intervenga. Ora di Samuele Ciambriello* L’Unità, 15 gennaio 2026 “Non nuove carceri ma carceri nuove”. I dati oggi disponibili restituiscono un quadro allarmante sulle carceri: il progressivo aumento della popolazione detenuta, il ritorno a percentuali di sovraffollamento prossime a quelle che nel 2013 determinarono la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, il numero crescente dei suicidi e il diffuso disagio del personale penitenziario. In questo contesto, la realizzazione di nuovi istituti caratterizzata da tempi lunghi e costi elevati, non può essere considerata una risposta adeguata né sufficiente, poiché rischia di riprodurre modelli detentivi inefficaci e disumanizzanti. Carceri nuove non significa semplicemente carceri più moderne ma istituti ripensati nella loro funzione e nella loro finalità. Significa strutture conformi ai parametri costituzionali e convenzionali, capaci di garantire condizioni di vita dignitose, spazi adeguati, tutela della salute e accesso effettivo ai diritti fondamentali. Significa luoghi orientati al trattamento, al lavoro, alla formazione, nei quali la pena possa realmente tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale, come prescritto dall’articolo 27 della Costituzione. In questa prospettiva, la riduzione della popolazione carceraria rappresenta una condizione imprescindibile. Il ricorso sistematico e rafforzato alle misure alternative alla detenzione, insieme a interventi normativi di carattere deflattivo, costituisce uno strumento essenziale per restituire legalità e umanità al sistema. Va aumentato il numero di magistrati e del personale nei loro uffici così come vanno assunti nuovi agenti di Polizia Penitenziaria, educatori e psicologi perché tali figure presenti nelle carceri sono relative alla presenza del numero di posti disponibili e non tiene conto da vent’anni di sovraffollamento carcerario. Per noi la liberazione anticipata riveste un ruolo centrale. L’esperienza successiva alla sentenza “Torreggiani” ha dimostrato come una liberazione anticipata speciale, con un incremento dei giorni di riduzione della pena e con procedure più rapide, possa produrre effetti concreti sul sovraffollamento, senza compromettere la sicurezza collettiva. La liberazione anticipata non deve essere letta come un atto di indulgenza, ma come uno strumento ordinario di esecuzione penale costituzionalmente orientata, capace di valorizzare i percorsi di responsabilizzazione e di buona condotta intrapresi dalle persone detenute. Crediamo che ci sia bisogno anche di una legge ordinaria per superare nell’immediato il sovraffollamento, per mettere in campo risposte concrete per coloro che devono scontare meno di due anni, o, addirittura, meno di un anno (e sono ottomila), così come è stato fatto dal Governo Berlusconi nel 2003 o sempre dal Governo Berlusconi nel 2010 (Ministro della Giustizia Angelino Alfano). L’espressione “non un nuovo carcere ma carceri nuove” sintetizza in modo efficace una posizione istituzionale che nasce dall’osservazione diretta delle condizioni del sistema penitenziario e dalle criticità puntualmente evidenziate nei documenti della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Essa richiama la necessità di superare un approcci esclusivamente emergenziale che individua nella costruzione di nuovi istituti la risposta principale al sovraffollamento. “Non un nuovo carcere ma carceri nuove” significa, dunque, affermare una visione della pena fondata sulla legalità istituzionale, sul rispetto della dignità umana e sulla responsabilità istituzionale, nella consapevolezza che solo un sistema penitenziario più umano ed efficace può garantire nel tempo maggiore sicurezza e coesione sociale. Bisogna che la Politica intervenga ORA! *Portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali La violenza in carcere e quella giovanile: è lo spirito dei tempi di Davide Ferrario Corriere della Sera, 15 gennaio 2026 La baby gang di periferia che ruba il giubbotto al coetaneo è la copia patetica del presidente Usa che si prende quello che vuole perché “gli serve”. Le notizie sugli agenti della Penitenziaria feriti al Gleno in seguito a tafferugli con i detenuti mi hanno fatto pensare alle parole della direttrice del carcere, Antonina D’Onofrio, pronunciate durante un incontro pubblico a cui ero stato invitato per via dei miei dieci anni di volontariato, dal 2000 al 2010. Rispetto a quell’epoca, diceva D’Onofrio, è cambiato tutto. Oggi in galera non finiscono malviventi “strutturati”, ma principalmente soggetti con problemi di adattamento sociale; e per di più quasi tutti con dipendenze da psicofarmaci (cosa diversa dalla tossicodipendenza classica). Il che trasforma la gestione delle prigioni in quella “trincea” di cui parlano i sindacati degli agenti: non si tratta solo di un problema quantitativo (l’insopportabile quanto “normale” sovraffollamento), ma qualitativo. Il comportamento di chi sta dentro è imprevedibile, e varia dall’autolesionismo all’aggressività. Insomma, è come se la perdita dei valori della società di “fuori” (che aveva un suo balordo corrispondente nel codice della mala) si sia trasferito dentro, con gli stessi effetti. Basta un po’ di logica per collegare questo fenomeno a ciò che succede con la devianza giovanile di cui pure si occupano le cronache. I ragazzi girano col coltello in tasca, si dice. Però devo essere onesto: alla loro età, per andare al Sarpi, io nello zainetto mi tenevo un martello. Mai usato: e mi chiedo se lo avrei mai fatto. Erano gli anni di piombo, un periodo di violenza molto peggiore di quella di oggi. Allora la violenza accadeva in nome di ideali; oggi per fregare un telefonino o anche meno. Non sto dicendo che c’è una scala morale. Sto dicendo che la violenza giovanile esprime lo spirito dei tempi. Infatti quella degli anni Settanta finì con il declino della rivolta. Per quella di oggi, meno traumatica in termini di morti ma più inquietante come pervasività sociale, non si vede invece una fine, perché i ragazzi non fanno che replicare i modelli con cui vengono “educati”. La baby gang di periferia che ruba il giubbotto al coetaneo è la copia patetica del presidente Usa che si prende quello che vuole perché “gli serve”. In questo senso bisogna essere davvero preoccupati: perché non si tratta di combattere un male che viene da fuori, ma che si genera all’interno stesso del corpo sociale. Un conflitto a bassa intensità ma potenzialmente infinito che non si risolve trasferendolo da “fuori” a “dentro”: dalla strada alla galera, dove il cerchio si chiude. Pacchetto sicurezza, dai rimpatri alle norme “anti maranza” di Simone Canettieri Corriere della Sera, 15 gennaio 2026 Novità e strette in un decreto e un ddl. I provvedimenti, che saranno varati nei prossimi Consigli dei ministri, intervengono su sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia con nuove assunzioni. È in arrivo una stretta sulla sicurezza. Gli uffici legislativi del ministero dell’Interno hanno trasmesso un decreto legge e un disegno di legge (il primo composto da 25 articoli, il secondo da 40). I provvedimenti saranno varati nei prossimi Consigli dei ministri per prendere poi iter diversi. Sono norme che intervengono su sicurezza pubblica, immigrazione internazionale e funzionalità delle forze di polizia con nuove assunzioni. Il pacchetto prevede, tra l’altro, la creazione di zone rosse nelle città, il potenziamento dei daspo e delle misure di prevenzione, più fondi per la sicurezza urbana per i sindaci, contrasto all’immigrazione illegale, velocizzazione e maggior efficacia delle espulsioni e dei rimpatri. Nel ddl c’è anche lo “scudo legale” per le forze dell’ordine. Cioè la tutela processuale per le forze di polizia con l’estensione della legittima difesa per evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati. Come annunciato dalla premier Giorgia Meloni sono in arrivo anche misure che prevedono il divieto di porto di coltelli e di vendita di armi da taglio ai minori con sanzioni pecuniarie certe e accessorie come la sospensione della patente e del passaporto e del permesso di soggiorno. Multe anche ai genitori di minorenni che non vigilano. Si tratta, in questo caso, delle “norme anti maranza”, come le chiamano dalla Lega. Il partito di Matteo Salvini rivendica la stretta studiata dai tecnici del Viminale, guidati dal ministro Matteo Piantedosi. Nel ddl c’è spazio anche per gli interventi della polizia durante le manifestazioni in caso di sospetti su facinorosi. Anche il Pd ripresenterà un ddl per bloccare la vendita di armi di taglio ai minori. “Vogliamo lavorare sulla prevenzione e sulla formazione: la destra sulla sicurezza ha fallito”, dicono dal Pd. Pene più dure per i furti e non serve più la querela - Viene reintrodotta la procedibilità d’ufficio per il reato di furto aggravato ad esempio quello commesso nelle stazioni ferroviarie. Il furto commesso con destrezza torna a essere procedibile d’ufficio, modificando quanto previsto dalla riforma Cartabia. Previsto anche l’aumento delle pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo. Il ddl punta a passare dagli attuali “da quattro a sette anni” di reclusione a “da sei a otto anni”, per il reato base. E contestualmente si punta all’attuale reclusione “da cinque a dieci anni” alla reclusione “da sei a dieci anni” per l’ipotesi aggravata. Per quanto riguarda i daspo c’è l’estensione del divieto di accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane anche nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva nel corso dei 5 anni precedenti, per reati commessi durante le manifestazioni. Per le quali è prevista la perquisizione sul posto in caso “di eccezionale gravità” e il fermo di prevenzione di 12 ore per accertamenti nei confronti di persone sospettate. Contro la violenza minorile misure a partire da 12 anni - Per prevenire la violenza giovanile è previsto l’ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni. Inserendo anche le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia qualora commessi con l’uso di armi o di strumenti atti ad offendere dei quali è vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato motivo. Viene introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro nei confronti dei genitori dei minori che non hanno dimostrato di non aver potuto impedire il fatto. La medesima sanzione amministrativa pecuniaria, irrogata dal prefetto, è prevista anche per i casi di ammonimento del questore nei confronti di minorenni che hanno commesso atti persecutori o di cyberbullismo. Stop alla vendita a minorenni - anche su web o piattaforme elettroniche - di “armi improprie”, in particolare di strumenti da punta e taglio. La violazione del divieto è punita una la sanzione fino di 12.000 euro e con la revoca della licenza. Uno stop a coltelli e lame. Giovani, multa ai genitori - Divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza superiore a 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento punito con la reclusione da 1 a 3 anni. E divieto di porto, se non per giustificato motivo, di altri coltelli e strumenti dotati di lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. È prevista un’aggravante specifica, con aumento di pena da un terzo alla metà, qualora il reato sia commesso da persone travisate nelle immediate vicinanze di istituti di credito, parchi, stazioni ferroviarie e della metropolitana. Inoltre il prefetto potrà applicare anche sanzioni amministrative accessorie come la sospensione della patente di guida, del passaporto e del permesso di soggiorno. Se i fatti sono commessi da un minore - si tratta dei provvedimenti che già qualcuno tra i salviniani ha ribattezzato come “anti maranza” - è prevista sempre una multa di mille euro nei confronti dei genitori. C’è inoltre la facoltà di arresto facoltativo in flagranza per gli under 18 per porto illecito di coltelli. Perquisizioni sul posto e daspo post cortei - Estensione del Daspo, cioè il divieto di accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane anche nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati per reati commessi in occasione di manifestazioni. Nel ddl viene anche introdotta l’ipotesi di arresto in flagranza differita nei confronti di chi ha commesso il reato di danneggiamento in occasione di manifestazioni pubbliche. A tutela della sicurezza scatta la possibilità di perquisizioni sul posto durante le manifestazioni. Tra le novità c’è anche il fermo di prevenzione: la possibilità di accompagnare e trattenere persone sospettate negli uffici di polizia fino a dodici ore. Sempre a proposito di manifestazioni: per il mancato preavviso e per chi non rispetta le prescrizioni della questura saranno contemplate sanzioni amministrative pecuniarie da un minimo di 3.500 euro a un massimo di 20.000. In caso di mancato rispetto delle limitazioni poste alla circolazione o dell’itinerario previsto, si applicherà una sanzione amministrativa da 10.000 a 20.000 euro. Vengono depenalizzate e “monetizzate” anche le grida e le manifestazioni sediziose. Reati con la giustificazione. Lo scudo penale agli agenti - È una sorta di “scudo penale” per le forze dell’ordine. Nel ddl è previsto che il pubblico ministero non provveda all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità). Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro. Sempre su input del Viminale si parla dell’estensione dell’applicabilità “degli istituti volti alla tutela legale del personale delle forze di polizia, del corpo nazionale dei vigili del fuoco e delle Forze armate”. Per quanto riguarda le carriere: ci sarà l’ampliamento dei titoli di studio per l’accesso ai ruoli di funzionari, l’ingresso diretto con inquadramento dirigenziale degli appartenenti alla carriera dei medici, viene abbassato il limite massimo per la partecipazione ai concorsi per l’ammissione all’Accademia militare dell’Arma dei carabinieri. Nel disegno di legge si va a intervenire anche nei meccanismi concorsuali della Guardia di finanza e della Polizia penitenziaria. Più centri per i migranti ed espulsioni facilitate - Sono diverse le norme sui migranti contenute nel pacchetto sicurezza. A partire dal potenziamento della rete delle strutture destinate all’accoglienza e al trattenimento dei cittadini stranieri. Il ministero dell’Interno fino al 31 dicembre 2028 avrà ampie facoltà di deroga della normativa vigente, anche avvalendosi dell’Anac. Le espulsioni inoltre saranno più facili dopo il secondo ordine di allontanamento del questore. Tra le altre cose è prevista l’abrogazione della disposizione che impone, senza alcuna verifica reddituale, il gratuito patrocinio nella fase giurisdizionale contro il provvedimento di espulsione del cittadino extra Ue. Nel testo c’è anche l’autorizzazione di una spesa complessiva di 8 milioni di euro per dare esecuzione ai rimpatri e far fronte all’attuazione del Patto europeo della migrazione e asilo. È chiamata “stretta anti ong” la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Infine, il concetto di “Paese sicuro” entra nel diritto interno e nel decreto si prevede che il trattenimento dei migranti sarà disciplinato con norme di rango primario. Le regole nelle città per le “zone rosse” - Nel decreto legge invece è prevista l’istituzione da parte dei prefetti delle zone rosse nelle aree caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità, possibilità oggi prevista solo in casi eccezionali ed urgenti. Nelle zone a vigilanza rafforzata sarà vietata la permanenza e disposto l’allontanamento di persone - già segnalate dall’autorità giudiziaria per reati contro la persona, il patrimonio o per stupefacenti o per il porto di armi o oggetti atti ad offendere o per il porto di armi per cui non è ammessa licenza - che terranno nelle aree in questione comportamenti violenti, minacciosi o molesti, mettendo in pericolo la sicurezza e impedendo la libera fruibilità di quelle aree. Un esempio: le stazioni ferroviarie delle grandi città metropolitane. L’individuazione delle zone rosse dovrà comunque portarsi dietro la specifica indicazione dei luoghi interessati e del termine di durata. Saranno precedute da analisi e valutazioni aggiornate della Prefettura sulla base degli elementi disponibili. Alla base dell’intervento ci dovrà un chiaro allarme sicurezza. Riconoscimento dei volti per le violazioni dei tifosi - Per garantire una maggiore sicurezza all’interno degli impianti sportivi, a partire dagli stadi di calcio, in conformità con la normativa sulla protezione dei dati personali e con la più recente e avanzata regolamentazione dell’Ue sull’intelligenza artificiale, si prevedono “sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori”. Come funzioneranno? Sono meccanismi dotati di una funzione di riconoscimento facciale integrata con componenti di intelligenza artificiale. Per l’Italia si tratta una novità non da poco. Il riconoscimento facciale degli spettatori opera a posteriori in quanto lo stesso si attiva solo dopo aver commesso un reato nel corso della manifestazione sportiva, supportando le forze di polizia nella identificazione del presunto autore anche ai fini dell’adozione di misure come il Daspo e l’arresto in flagranza differita. In vista della stagione estiva, inoltre, polizia e carabinieri potranno utilizzare anche “natanti”, affiancando o sostituendo così le moto d’acqua oggi in dotazione, per i servizi di vigilanza dei litorali, e superando in questo modo l’attuale limitazione. La nuova stretta del Governo su dissenso e immigrazione di Giansandro Merli Il Dubbio, 15 gennaio 2026 Il Viminale invia a Palazzo Chigi un dl e un ddl sicurezza: un manuale di autoritarismo. Punizioni per minori, pugno duro con le piazze, giro di vite su migranti e ong. Fermi di 12 ore contro chi sia sospettato di mettere a rischio l’ordine pubblico. La nuova stretta sulla sicurezza era nell’aria, ma le bozze circolate ieri fanno impallidire quanto disposto finora dal governo Meloni e perfino la contestatissima legge dello scorso anno. Quel ddl 1660 che inaspriva le pene per reati di piazza, occupazioni e resistenza (anche passiva) poi trasformato in decreto e convertito dal parlamento. Sul tavolo di palazzo Chigi è atterrato un pacchetto di 65 misure messe a punto dai tecnici del Viminale. La presidenza del Consiglio deciderà cosa tenere o scartare e che forma dare alle proposte. Nei giorni scorsi la Lega si era spesa per agitare il tema e intestarsi le novità in arrivo. Ieri il partito di via Bellerio si è detto soddisfatto: “Le nostre richieste sono state sostanzialmente accolte”, ha dichiarato Matteo Salvini. Il vicepremier, però, ha citato anche misure su sgomberi e cittadinanza che nelle bozze non ci sono. Le bozze, dunque. Al momento prevedono una mossa in due tempi: decreto legge e disegno di legge. Entrambi dovrebbero essere discussi già nei prossimi Cdm. Il primo è più insidioso per la maggiore rapidità e i ridotti margini di modifica. Il secondo più utile all’esecutivo per usare la discussione parlamentare come arena in cui attaccare le opposizioni e alimentare tensioni nel centro-sinistra, che sulla questione vorrebbe incalzare la maggioranza. Proprio ieri il Pd ha organizzato in Senato la conferenza stampa “Sicurezza nelle città”. I principali assi di intervento dell’esecutivo sono quattro: punizioni più severe per i minori che compiono reati violenti, pugno duro sul dissenso, nuovo giro di vite su migranti e ong, tutele e agevolazioni per gli agenti. Le misure sono divise, con alcune sovrapposizioni, tra i due strumenti legislativi. Il decreto, per la prima volta dopo quasi 30 anni dall’istituzione dei Cpr, disciplinerà la modalità di detenzione amministrativa dei cittadini stranieri “irregolari”: una recente sentenza della Consulta aveva individuato un vulnus sul punto. I migranti non potranno più contare automaticamente sul gratuito patrocinio per opporsi all’espulsione. Se violeranno due ordini di lasciare l’Italia saranno rimpatriati senza l’emissione di un nuovo atto. Per realizzare nuove strutture di accoglienza o detenzione il Viminale conterà su “ampie facoltà di deroga della normativa vigente”. Per tutto ciò che riguarda gli stranieri, insomma, si delinea sempre di più un diritto speciale. Altre misure riguardano la sicurezza urbana, con la normalizzazione delle zone rosse, il rafforzamento dei presidi di polizia e nuovi investimenti su telecamere in stadi e strade. Nelle carceri aumentano i poteri della penitenziaria, soprattutto rispetto a operazioni sotto copertura. Un lungo pacchetto di norme prevede agevolazioni per le forze di polizia, nella progressione di carriera e nel superamento dei concorsi interni. Le misure anti-coltelli e contro la violenza giovanile finiscono invece nel ddl, diversamente da quanto si era ipotizzato. Impongono divieti di vendita e porto di strumenti atti ad offendere, con pene più severe e una serie di sanzioni amministrative accessorie - sospensione di patente, passaporto e permesso di soggiorno - che dovrebbero scoraggiare con maggiore incisività la diffusione di armi bianche tra i più giovani. Chi le ha in tasca viene arrestato in flagranza. E aumentano anche i reati per cui il questore può ammonire i ragazzi tra 12 e 14 anni: lesioni, rissa, violenza privata e minaccia se commessi con l’uso di armi. Un’estensione del decreto Caivano. Attenzione anche agli stupefacenti: potranno essere confiscati veicoli che “abbiano agevolato il reato di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti”. Con qualche canna in tasca si rischia l’addio definitivo all’auto. Ma è su dissenso e immigrazione che si concentrano le misure più autoritarie. Divieto di accesso ai centri urbani per chi ha solo una denuncia per reati di piazza. Liberalizzazione di controlli e perquisizioni nelle manifestazioni. Persino il “fermo di prevenzione” fino a 12 ore disposto dalle autorità di polizia contro chiunque sia soltanto sospettato di poter pregiudicare lo svolgimento dei cortei. E poi una serie di pesanti sanzioni amministrative, dunque prive delle garanzie del diritto penale, per chi convoca manifestazioni non autorizzate, devia dal percorso, disobbedisce all’ordine di sciogliere un concentramento. Veri e propri salassi fino a 20mila euro. Tutt’altra musica per le forze di polizia: aumentano le tutele e arriva lo scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati se si ipotizzano cause di giustificazione (legittima difesa, adempimento del dovere, stato di necessità). Gli agenti non saranno sospesi automaticamente dal servizio. All’orizzonte si vedono poi ulteriori blocchi delle navi ong, la strategia del fu ministro dell’Interno Salvini, con interdizioni all’ingresso nelle acque territoriali. Le espulsioni dei soggetti “pericolosi” sono accelerate. I migranti nei Cpr avranno l’obbligo di cooperare alla loro identificazione. I ragazzi stranieri che diventano maggiorenni in accoglienza potranno restarci solo fino ai 19 anni di età: la legge Zampa prevedeva 21 anni con il via libera del tribunale. I ricongiungimenti familiari diventano più facili per i lavoratori migranti qualificati, sono compressi per tutti gli altri. il ddl vorrebbe anche anticipare le norme europee non ancora in vigore sul paese terzo sicuro e l’inammissibilità delle domande d’asilo. Oltre a ridurre “i confini del sindacato del giudice sulla convalida del trattenimento”. Per capire di che si tratta servirà il testo definitivo, ma il segnale è chiarissimo: ora è l’esecutivo che limita il potere giudiziario e i diritti fondamentali. Non viceversa. Due pacchetti sicurezza in arrivo. Le norme più dure di Giansandro Merli Il Manifesto, 15 gennaio 2026 In città zone rosse più facili e rafforzate - I prefetti potranno “individuare delle zone caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità, in relazione alle quali è vietata la permanenza ed è disposto l’allontanamento di soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati”. Non serviranno più motivazioni legate a casi eccezionali e urgenti, sarà sufficiente un’analisi delle autorità di polizia che indichi i luoghi interessati e la durata temporale per stabilire le zone rosse. Che potranno durare sempre di più, senza particolari giustificazioni. Il decreto legge prevede anche più soldi per riempire le città di telecamere e gli stadi di apparati per l’identificazione biometrica delle persone che compiono reati. Aumenta la vigilanza su rete ferroviaria e litorali, dove saranno dispiegati anche nuovi “natanti” di polizia. Le prime regole sulla detenzione amministrativa - I modi del trattenimento dei migranti “irregolari” saranno disciplinati per la prima volta. Lo farà una norma di rango primario diventata necessaria dopo la recente sentenza della Corte costituzionale che individuava sul tema un vuoto legislativo. Le bozze del decreto legge non entrano nel merito delle misure allo studio di Palazzo Chigi, ma sarà comunque una novità assoluta per i centri detentivi istituiti per la prima volta nel 1998 dalla Turco-Napolitano. Strutture che hanno cambiato nome più volte, ora sono Cpr, in cui sono rinchiusi cittadini stranieri che non hanno commesso reati ma si trovano solo in una situazione di irregolarità amministrativa. Luoghi finiti spesso al centro di inchieste giornalistiche e giudiziarie per le terribili condizioni di reclusione che l’Italia ha subappaltato alla gestione privata. Pioggia di norme sui reati minorili, sanzioni ai tutor - Verrà ampliato il catalogo dei reati per i quali sarà possibile applicare l’ammonimento del questore per i minori tra i 12 e i 14 anni. Dai 14 anni in su introdotta una sanzione tra 200 e mille a carico del tutore. Una serie di misure saranno dedicate alla stretta sulla vendita e il porto di coltelli: un divieto di porto di strumenti con lama dai 5 centimetri in su, punibile con la reclusione fino a 3 anni, con aggravante di un terzo nel caso di più persone riunite. Anche in questo caso sono previste sanzioni ai tutori nel caso di minori e sarà prevista la possibilità di revocare (o non erogare) patente, passaporto e permesso di soggiorno. Sarà introdotto il divieto di vendita di coltelli ai minori, anche sul web. Per questi nuovi reati sarà disposta la facoltà di arresto in flagranza e l’adozione di misure cautelari anche per i minori. Divieti e multe verso chi vuole protestare - Il pugno di ferro del disegno di legge contro il diritto al dissenso si concentra in nove articoli che hanno l’obiettivo di scoraggiare, impedire e sanzionare le proteste. In occasione dei cortei la polizia potrà mettere in stato di fermo preventivo fino a 12 ore chiunque ritenga pericoloso. Senza ulteriori motivazioni. Non ne serviranno neanche per perquisizioni e controlli durante manifestazioni in luogo pubblico, ovviamente “a tutela della sicurezza pubblica”. Basterà una condanna anche non definitiva o persino una denuncia per reati di piazza per trovarsi di fronte a un divieto di “accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane”. Prima serviva una sentenza inappellabile. Previste una raffica di multe, da 500 a 20mila euro, per manifestazioni non autorizzate, cortei deviati, concentramenti che continuano dopo l’ordine di scioglimento Per gli agenti maggiori tutele e scudo legale - “Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero non provvede all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”. Lo dice il ddl sul tavolo di palazzo Chigi all’articolo 11, che introduce lo scudo legale per gli agenti di polizia necessario a evitare la sospensione dal servizio in caso di indagini. Sarà sufficiente la presenza di una causa di giustificazione come legittima difesa, adempimento di dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità. Una causa stabilita in via presuntiva dal momento che non potrà esserci un precedente accertamento della verità giudiziaria in un processo. Per le forze di polizia restano le garanzie difensive e aumentano le tutele. Blocchi delle navi, rimpatri più facili e monito ai giudici - Si torna ai decreti sicurezza salviniani sui blocchi alle navi ong: non sono menzionate esplicitamente ma è a loro che si riferisce la possibilità, contenuta nel ddl, di interdizione temporanea dell’ingresso nelle acque territoriali. Lo deciderà Chigi su proposta del Viminale in caso di pericoli per la sicurezza nazionale. Tra questi una “pressione migratoria eccezionale”, sospetti di infiltrazioni terroristiche, emergenze sanitarie. I migranti che riescono ad arrivare avranno l’obbligo di collaborare alla loro identificazione se rinchiusi nei Cpr (ma non è chiara la sanzione se disobbediranno) e rischiano di vedersi dichiarata inammissibile la domanda d’asilo in base alle norme Ue sui paesi terzi sicuri non ancora in vigore. Tradotto: rimpatri e deportazioni più facili. Monito anche ai giudici: non convalidare i trattenimenti sarà più difficile Qualcosa da separare c’è: pubblici ministeri e agenti di Riccardo De Vito Il Manifesto, 15 gennaio 2026 Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: tra questi il blocco stradale e ferroviario con il proprio corpo. La più classica delle proteste nonviolente. Questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile. Colpendo con imputazioni o avvisi di indagini tantissimi giovani che, a settembre e ottobre, hanno deciso di scendere in piazza contro il genocidio perpetrato a Gaza; trascinandoli, dunque, dentro procedimenti che, per quanto è dato sapere dalla stampa, hanno poco a che fare con la tutela dell’ordine pubblico e molto con la repressione di una posizione politica. Non è una novità, ma la frequenza e sistematicità con cui è accaduto in questi giorni segnalano, a distanza di tempo dalle manifestazioni, che il sistema ha introiettato un salto di qualità: il dissenso, anche pacifico, si punisce. Punto. In questo contesto, è logico che i settori dell’opinione pubblica più esposti alla repressione percepiscano una catena unica: forze di polizia - pubblico ministero - giudice. Una catena che funziona come un blocco solo, senza attriti, senza frizioni, come se la fisiologica distinzione dei ruoli fosse diventata una formalità. Da questa percezione, a sua volta, nasce una sensazione diffusa, comprensibile, ma pericolosa: la magistratura fa parte del potere repressivo, dunque il referendum della giustizia diventa un tema indifferente. Perché votare No? Perché difendere un ordine che sembra già schierato, già interno al dispositivo di repressione? Ecco, è proprio qui che l’equazione che non regge. Se al referendum dovessero vincere i Sì, il pubblico ministero, del tutto separato dai giudici, sarà ancora più legato alla polizia giudiziaria, alle sue logiche, alle matrici culturali di agenzie che, per natura, agiscono in base a obiettivi posti dal governo. Neppure ci sarà più il bilanciamento effettivo di un giudice davvero libero. Nei Consigli superiori, separati e indeboliti, i rappresentanti dei magistrati saranno sorteggiati, scelti a caso. Facilmente controllabili, dunque, dai componenti politici, che potranno persino essere scelti dalla stessa maggioranza politica di turno. Non nascerà una giustizia più neutrale, né le cose rimarrano come prima. Si delinea all’orizzonte un potere giudiziario più omogeneo, disciplinato. Addirittura “collaborativo con l’esecutivo”, come hanno spiegato alcuni sponsor politici della riforma. Scordiamoci, allora, anche nelle indagini sui manifestanti annunciate in questi giorni, che ci saranno magistrati (pm o giudici) disposti a guardare caso per caso, a sollevare questioni di costituzionalità. Scordiamoci che ci saranno ancora magistrati che, come nei casi Lucano, No Tav, Albania, navi Ong (per citare i più celebri) hanno fatto del garantismo e della Costituzione la loro unica bussola, senza timori di entrare in dissidio con le maggioranze di centrosinistra o centrodestra. Scordiamoci, o almeno prepariamo a viverli come eccezioni, i magistrati che incrinano la catena: non perché sono eroi, ma perché esercitano un mestiere che prevede autonomia al massimo grado, distinzione di ruoli, responsabilità personale. Votare No al referendum significa difendere lo spazio dell’autonomia e del conflitto interpretativo interno al potere giudiziario, difendere la circostanza (o la possibilità) che i giudici continuino a non funzionare come ingranaggio di un potere uniformato, unico, collaterale. Vincesse il Sì, faremo un balzo indietro che ci farebbe tornare ai magistrati cantati da Fabrizio De André e Roberto Vecchioni: macchiette ossequiose del potere. Signor giudice, cantava Roberto Vecchioni, curando di aggiungere tra parentesi: un signore così così. Ecco, votare No significa non ripiombare in scenari di giustizia così così. Sarebbe imperdonabile per la democrazia. Referendum, il “sì” in vantaggio, ma c’è l’incognita di chi davvero andrà a votare di Niccolò Carratelli La Stampa, 15 gennaio 2026 Le previsioni di cinque sondaggisti a poco più di due mesi dalla consultazione. “A destra scarsa mobilitazione, a sinistra scarsa fedeltà”. Il “sì” parte in vantaggio, ma è presto per un vero pronostico. Pesa l’incognita di chi andrà effettivamente a votare al referendum del 22 e 23 marzo. I sondaggisti sfornano nuovi dati, ora che la campagna pro o contro la riforma costituzionale della giustizia entra nel vivo. Secondo le ultime rilevazioni Ipsos il distacco è di 8 punti, 54% contro 46. Mentre i numeri forniti da Only Numbers registrano un divario più ampio: i “sì” al 50% i “no” al 35%. “Ma qualcosa di un po’ attendibile lo avremo solo a ridosso della consultazione - spiega Renato Mannheimer (Ispo) - ad oggi il 70% degli italiani non sa nulla di questo referendum”. Alessandra Ghisleri (Only Numbers) conferma: “L’interesse è basso, le persone non percepiscono questo voto come importante per le proprie condizioni di vita”. Da questo punto di vista, “chi è contro ha uno stimolo in più, perché dà un valore politico al referendum - sottolinea - questo potrebbe spingere un po’ il “no”. Sulla strategia di politicizzare l’appuntamento di marzo è scettico Antonio Noto (Noto Sondaggi), perché “le estremizzazioni non aiutano mai la partecipazione e caricarlo di un valore politico può essere un boomerang, se poi si perde”. Si prende come termine di paragone il referendum costituzionale del 2016, all’epoca del governo Renzi. “Lì la valenza politica era molto più forte, enfatizzata dallo stesso premier - ricorda Roberto Weber (Istituto Ixè) - e la partecipazione era stata molto più ampia, quasi al 70%, rispetto a quella che avremo stavolta”. L’affluenza ai seggi è, a detta di tutti, il fattore decisivo. Dal fronte del “no” ci si fa coraggio guardando agli oltre 13 milioni di voti favorevoli all’abrogazione del Jobs Act registrati al referendum dello scorso giugno, promosso dalla Cgil e fallito per mancanza di quorum. L’idea è che quella quota sia replicabile (anche se il tema è completamente diverso) e che per Meloni non sarà semplice portare alle urne 14 o 15 milioni di persone per far prevalere il “sì”. Il quadro osservato dagli analisti è un po’ diverso. “Intanto, senza il quorum chi è contrario ha un’arma in meno, puntare sulla disinformazione non funziona - avverte Lorenzo Pregliasco (Youtrend) - sarà invece fondamentale che ognuno porti a votare i suoi”. In questo senso, è vero che il fronte del “sì” potrebbe avere più difficoltà, perché “a destra il voto è meno militante, sui referendum c’è una scarsa mobilitazione - spiega Pregliasco - e, da questo punto di vista, la scelta di Meloni di non politicizzare, pur comprensibile, non aiuta. A sinistra, di solito, partecipano di più, però hanno un altro problema: la fedeltà dei propri elettori”. Un pezzo di opposizione, infatti, voterà “sì” o si asterrà, perché fondamentalmente condivide la separazione delle carriere e la riforma del Csm. Non solo Azione, Italia Viva e Più Europa: “Stimiamo che un 25% di elettori del Pd possa votare sì” o, comunque, non votare “no” - dice Noto - ma è un tema che riguarda anche una fetta di elettorato 5 stelle”. In sintesi, se il centrodestra riesce a portare i propri sostenitori ai seggi, avrebbe ottime possibilità di vittoria, anche grazie alle divisioni nel centrosinistra. “Forse andrà come nel 2016, quando fin dall’inizio il “no” era dato in vantaggio e poi, effettivamente, prevalse in modo netto”, dice Mannheimer. Chi fa sondaggi è restio a scommettere su un risultato, soprattutto a due mesi di distanza dal voto. “A novembre avevamo registrato circa 10 punti di vantaggio per il sì, ora sono anche di più, la tendenza è quella”, si limita a dire Ghisleri. Mentre per Noto, “il “sì” sulla carta è favorito, ma potrebbe essere più penalizzato dalla scarsa partecipazione”. Pregliasco conferma che quelli del “no” devono inseguire e “devono sperare che molti elettori di centrodestra restino a casa e che una parte dei loro, pur non ostile alla riforma, decida di astenersi”. L’istituto di Weber ha stimato un’affluenza al 42%, “ma onestamente mi sembra troppo, me l’aspetto più bassa - ragiona lui - dovendo scommettere, punterei pochi soldi sulla vittoria del “sì”. Referendum sulla giustizia. Dal Tar nessuna sospensiva. E Nordio attacca il Csm di Simone Arminio La Nazione, 15 gennaio 2026 Il Guardasigilli: il sistema correntizio vieta di destituire i pm che sbagliano. La decisione sulla data del voto il 22 e 23 marzo è attesa per il 27 gennaio. Qualcuno ci scherza: “Da quel posto lì, evidentemente, si prevede il futuro”. Il posto in questione è il tavolo dei relatori dell’aula dei gruppi della Camera, in via di Campo Marzio. Da lì già il 9 gennaio Giorgia Meloni aveva predetto la data del referendum “probabilmente per il 22 e 23 marzo”, pur notando “un intento dilatorio nelle polemiche”. Quattro giorni dopo, stessa aula e stesso scranno, ecco un altro vaticinio: “Non temo i ricorsi sul referendum. Forse verranno presentati, ma non credo proprio che vengano accolti”. A parlare è un emozionato ministro della Giustizia Carlo Nordio, camicia bianca e cravatta grigia, impegnato a presentare, davanti a una platea d’eccezione (presidenti di Camera e Senato, dozzine di ministri, giornalisti tv, direttori di giornali, sua moglie Maria Pia), il libro con cui spiega le ragioni della riforma che porta il suo nome: ‘Per una nuova giustizia’, Guerini e associati editore. E più che sulla separazione delle carriere, l’attenzione si sposta sul Csm, che oggi, attacca il ministro, non interviene destituendo i magistrali di fronte a “errori non scusabili, come quando il magistrato non conosce le carte e quando non conosce la legge”. I motivi? “C’è una giustizia domestica e correntizia”, accusa Nordio. La sua predizione sul ricorso, in ogni caso, sarà confermata poche ore dopo: il Tar del Lazio ha detto no alla richiesta di sospensiva urgente presentata dai 15 giuristi promotori di una raccolta firme. Partono immediate le girandole bipartisan: entusiasmo e segni di vittoria da un lato, polemiche e intenti battaglieri dall’altro, entrambi frettolosi, perché si capirà nei minuti successivi che il Tar in realtà non ha respinto il ricorso: ha rigettato l’urgenza di una sospensiva, chiarendo c’è tempo per decidere se la consultazione si può tenere il 22 e 23 marzo come deciso dal Consiglio dei Ministri e vidimato dal Quirinale, oppure se la raccolta firme, che ha già superato quota 400mila, non meriti di giungere a termine prima di decidere come procedere. Svuotatasi in fretta l’aula dei gruppi in un corteo di auto blu, i riflettori si sono dunque trasferiti da Montecitorio a via Flaminia, dove ha sede il tribunale amministrativo regionale del Lazio. Va detto che il tempo c’è: per una decisione si dovrà aspettare il 27 gennaio. “Sono caduti tutti in una falsa notizia, peccato non ci abbiano chiamato prima - ironizza Carlo Guglielmi, portavoce del comitato che ha promosso la raccolta firme -. Gli avremmo spiegato che il Tar ha semplicemente detto che vuole leggere le difese dello Stato e farci discutere prima di decidere”. Al Tar hanno bussato poche ore dopo gli avvocati del Comitato ‘Si alla riforma’, preannunciando che si opporranno al ricorso introduttivo, “aderendo integralmente e supportando le difese della Presidenza del Consiglio”. Insomma, si balla. Così che il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, in serata avvertirà che “il governo andrà avanti per la sua strada, indipendentemente dall’esito del referendum”. Replica la responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani: “Tutta questa fretta di farci votare sulla giustizia”, mentre “oltre 400 mila cittadine e cittadini hanno già firmato per il referendum costituzionale”, scelta che per la dem “rischia” di bloccare il dibattito pubblico. A sinistra, va detto, c’è un certo ottimismo, rinvigorito dal fatto che gli ultimi sondaggi danno in crescita il no, un fronte considerato più motivato ad andare a votare, mentre l’astensionismo inciderebbe di più sul sì. Riccardo Magi, +Europa, torna a chiedere il voto ai fuorisede. Infine a mescolare ulteriormente le posizioni ci sono i tanti nomi dell’opposizione apertamente schierati per il Sì. Ma “quella è solo caciara buona per i titoli di giornali”, la bolla un onorevole Pd di lungo corso. E su una cosa almeno tutti sono d’accordo: siamo in ballo, sì, adesso è ufficiale. Referendum sulla separazione delle carriere, così il Governo calpesta i diritti dei cittadini di Salvatore Curreri L’Unità, 15 gennaio 2026 Fissare il referendum a marzo bypassando la raccolta fi rme contro la separazione delle carriere è anomali: i governi precedenti hanno sempre rispettato i tempi previsti dalla Carta. La decisione del Governo di fissare per domenica 22 e lunedì 23 marzo la data del referendum sulla c.d. separazione delle carriere è legittima ma inopportuna. Spiego meglio. Legittima perché per legge (art. 15 l. 352/1970) il Consiglio dei ministri ha sessanta giorni di tempo per fissare la data del referendum costituzionale. Tale termine decorre dalla data di comunicazione dell’ordinanza con cui l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione ne ha ammesso la richiesta. Nel nostro caso le quattro richieste referendarie - depositate rispettivamente da deputati e senatori sia di maggioranza che d’opposizione tra il 4 e il 7 novembre - sono state ammesse il 18 novembre 2025 per cui il Governo poteva fissare la data del referendum entro sabato 17 gennaio, 60° giorno utile. Poiché tale data deve coincidere con una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione del Presidente della Repubblica - supponendo che questo verrà emanato a breve - si sarebbe potuto votare l’8, il 15 o il 22 marzo. La scelta del 22-23 marzo (lunedì aggiunto dal decreto legge n. 196/2025) rispetta dunque la tempistica stabilita dalla legge. Allora perché è una decisione inopportuna? Perché dallo scorso 22 dicembre è in corso la raccolta di firme popolari per chiedere il referendum sullo stesso testo di riforma costituzionale (il quesito è solo leggermente diverso perché esplicita gli articoli della Costituzione oggetto di revisione). Un’iniziativa non necessaria, con tutta evidenza tesa strumentalmente a postergare la data di indizione del referendum nella convinzione (meglio: speranza) che una campagna referendaria di maggiore durata aumenti i NO alla riforma. Difatti, secondo l’art. 138 Cost., quando una riforma costituzionale viene approvata da entrambe le Camere a maggioranza assoluta anziché dei due terzi dei componenti, entro tre mesi dalla deliberazione possono chiedere che essa sia soggetta a referendum non solo un quinto dei parlamentari di ciascuna Camera (come per l’appunto fatto) ma anche cinque Consigli regionali e cinquecentomila elettori. Poiché il testo della riforma è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre, il termine ultimo per il deposito delle firme scade il prossimo 30 gennaio. Prima di tale data, dunque, il Governo non avrebbe potuto fissare il referendum. Da qui le proteste e le iniziative legali - ricorso al giudice amministrativo e/o conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte costituzionale - minacciate e intraprese ieri dal Comitato promotore per il NO, secondo cui il Governo avrebbe dovuto fissare la data del referendum solo dal 31 gennaio in poi. Il problema, dunque, è il seguente: i sessanta giorni entro cui si deve indire il referendum costituzionale decorrono dalla data dell’ordinanza con cui l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione ne ha ammesso la richiesta (17 novembre) oppure dalla scadenza dei tre mesi successivi alla pubblicazione del testo della riforma costituzionale sulla Gazzetta Ufficiale (30 gennaio)? Questo problema si pose a proposito della riforma costituzionale del Titolo V approvata nel 2001. In quell’occasione il Governo Amato, nella seduta del Consiglio dei ministri del 24 aprile 2001, optò per la seconda soluzione. Anziché fissare il referendum entro il 21 maggio 2001 (entro i 60 giorni dall’ordinanza della Cassazione del 22 marzo) decise di consentire alla Lega Nord la raccolta (avviata il giorno prima) delle 500 mila firme previste (poi di fatto non raggiunte) entro il 12 giugno (tre mesi dopo la pubblicazione in Gazzetta del testo). Il risultato fu che il referendum costituzionale si svolse non a giugno-luglio ma il 7 ottobre 2001. Un’interpretazione, come si suol dire, “costituzionalmente orientata” perché favorisce la partecipazione dei cittadini, quanto mai necessaria quando si tratta di modificare la Costituzione. Come ebbe a dire lo stesso presidente Amato in quell’occasione: “non abbiamo un precedente di richiesta di referendum da parte dei parlamentari e da parte dei cittadini, ma sarebbe comunque un’interferenza del Governo indire il referendum bloccando così la raccolta delle firme promossa dalla Casa delle Libertà. Si tratta di rispettare anche la loro volontà”. Questa è stata anche l’interpretazione seguita in occasione dei referendum costituzionali del 2016 sulla “riforma Renzi” e del 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari. Ciò spiega l’inopportunità della decisione del Governo. Esso, infatti, avrebbe potuto ugualmente aspettare il 30 gennaio - termine ultimo per il deposito delle firme - per procedere il giorno dopo - 31 gennaio - a fissare la data del referendum sempre per il 22-23 marzo, data che sarebbe comunque sempre rientrata nel range dei 50-70 giorni previsti per legge. Né il fatto che il referendum sia stato già chiesto dai parlamentari pare escludere la raccolta delle firme popolari: si tratta, infatti, d’iniziative da intendere non come alternative ma concorrenti per dar modo a tutti i soggetti che per Costituzione ne hanno titolo di partecipare al procedimento di revisione costituzionale. Non è una corsa per cui vince chi deposita la richiesta di referendum per primo, anche perché in tal caso prevarrebbero sempre i parlamentari. In conclusione, il Governo avrebbe potuto comunque attendere il 31 gennaio per fissare pur sempre il referendum per il 22-23 marzo, disinnescando così in partenza eventuali ricorsi. Date, peraltro, che paiono ultimative, considerando che le due domeniche successive - quella delle Palme e di Pasqua - potrebbero non favorire, per “distrazione festiva”, una consapevole partecipazione referendaria. Che è, e deve rimanere sempre l’obiettivo ultimo e da tutti condiviso quando si tratti di modificare la Costituzione. Zaccaro: “La politica vuole le mani libere, lo dice pure Nordio” di Conchita Sannino La Repubblica, 15 gennaio 2026 Il giudice segretario di Area: “Il ministro lo scrive a pagina 122 del suo libro. E le mazzette modestissime sono sempre corruzione”. Giovanni Zaccaro, giudice a Roma e segretario di Area, corrente progressista. Ve l’aspettavate la denuncia contro l’Anm? “I politici che denunciano penalmente i magistrati che esprimono le loro ragioni… Mah. Mi sembrano quasi le prove generali della riforma Nordio. Meno male che i cittadini la bocceranno”. Quando l’Anm, con quei manifesti, segnala il pericolo di una politica che vuole controllare le toghe non dà “notizie false e tendenziose”? “Guardi che non è che se lo inventino l’Anm o il comitato per il no. Lo stesso ministro lo ha confermato nel suo libro quando rivendica la necessità di aumentare la “libertà d’azione della politica”, ossia di liberarsi dal controllo della giustizia sul proprio operato. Il virgolettato non è mio, ma è proprio di Nordio, pagina 122 del suo libro”. Ieri il Guardasigilli boccia l’idea di impiegare il trojan anche per una “modestissima mazzetta”. Fine delle captazioni per corruzione? “Non sapevo esistessero “mazzette modestissime”. La corruzione è corruzione. Ed è sempre un danno nei confronti delle persone oneste. A questo punto Nordio ci dica direttamente sotto quale soglia la corruzione per lui è legittima”. Fa sarcasmo? “Mi pongo domande. Chi si fa corrompere, qualsiasi sia l’importo, vende la propria funzione pubblica con un do ut des. La Costituzione prevede lo svolgimento delle funzioni pubbliche con disciplina ed onore: e tutti abbiamo giurato sulla Costituzione. Peraltro, sul suo libro, qualche vera domanda resta”. In che senso? “Lo ha presentato in una sede istituzionale. Ma il ministero serve i cittadini italiani a prescindere dalle loro idee. Il ministro Nordio è colto, scrive libri, è libero di presentare la sua ultima opera, ma non in luoghi che per definizione sono abitati solo temporaneamente da politici”. Il ministro dice anche che il Csm é incapace di mandare via magistrati inadeguati. Ha torto anche qui? “Le sanzioni disciplinari erogate dal Csm italiano sono di quattro volte superiori alla media europea. Lo dice la Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa. Continueranno a inventarsi alibi per settimane ma l’obiettivo è chiaro: “aumentare la “libertà d’azione della politica”. È una forzatura anche fissare la data del referendum prima della scadenza del 30 gennaio? “Bastava rispettare le norme e fissare il referendum due o tre settimane più tardi. Ma hanno fretta, per timore che vinca il no”. Costa: “Riforma utile contro gli arresti ingiusti: centomila dal 1992” di Conchita Sannino La Repubblica, 15 gennaio 2026 Il deputato di Forza Italia: “Tra 2017 e 2024 risarcite 5.933 ingiuste detenzioni con 254 milioni di euro. E solo nove magistrati sono stati puniti”. Enrico Costa, deputato di FI, il disegno che riforma la giustizia è anche un suo cavallo di battaglia. Ma denunciare l’Anm per quei manifesti non è un autogol? “Noi, in particolare, non siamo interessati alla via giudiziaria, dove peraltro se la canterebbero e se la suonerebbero tra magistrati. La nostra denuncia è tutta politica: si tratta di truffa comunicativa”. Intanto uno dei comitati del sì ha presentato un ricorso ai pm... “Quegli slogan dicono che il giudice, con la riforma, dipenderà dalla politica: bugia gigantesca, perché la legge garantisce autonomia e indipendenza. Ci sono magistrati così in malafede da inventare slogan tanto falsi?”. Nordio ribadisce che eliminerà il trojan che oggi è in uso per “modeste mazzette”. State per normalizzare la magistratura? “Nessuna normalizzazione. Ma occorre bilanciare i due interessi protetti dalla Costituzione: libertà e segretezza delle comunicazioni, ma anche repressione dei reati. Il trojan è uno strumento iper-invasivo, va regolamentato”. Davvero nega la foga ideologica che accompagna la riforma? “Ma il dibattito su separazione, sul Csm, dura da decenni. I temi sono tutti sul tavolo: la parità tra accusa e difesa, il giudice terzo e imparziale, l’esigenza che i magistrati facciano carriera perché sono bravi e non perché legati alle varie correnti”. Lei ha svolto un lavoro minuzioso di raccolta su casi dì malagiustizia: è carburante nella lotta del sì... “Intanto, riflettiamo su questi numeri, i cittadini devono sapere: dal 1992 ad oggi in Italia ci sono state almeno 100mila persone arrestate ingiustamente e ben 32.262 sono state risarcite dallo Stato che ha pagato oltre 900 milioni di euro. Numeri clamorosi dovuti anche all’appiattimento dei gip sulle richieste dei pm”. Cifre pesanti, storie dolorose. Ma con questa riforma si aboliscono per editto le ingiuste detenzioni? “Separare le carriere renderà il giudice più autonomo e in condizione di resistere allo strapotere mediatico delle Procure”. E basterà? Lo stesso Nordio ricorda che l’errore è connaturato al difficile mestiere del giudice... “Servirà molto anche l’Alta Corte sganciata dalle correnti: sanzionerà gli errori senza farsi condizionare. Oggi paga solo lo Stato: nel periodo 2017-2024 abbiamo avuto 5.933 ingiuste detenzioni risarcite, con 254 milioni di euro. E solo 9 magistrati hanno avuto sanzioni per queste vite rovinate. Le pare normale?”. “Alle 4 del mattino”, il report di Costa sugli arresti nelle case in stile “cileno” di Giovanni Maria Jacobazzi Il Dubbio, 15 gennaio 2026 Cento casi di ingiusta detenzione, a Montecitorio l’iniziativa con i Comitati per il sì al referendum sulla giustizia. Alle quattro del mattino si entra nelle case, non nei tribunali. È l’ora in cui il sonno è più profondo e la difesa più fragile. È anche l’ora che ricorre, con impressionante regolarità, nelle storie di chi è stato arrestato da innocente. Da qui il titolo della rassegna stampa presentata alla Camera “Alle 4 del mattino, storie di vite stravolte, una raccolta di cento casi di ingiusta detenzione”, curata dal deputato di Forza Italia Enrico Costa. L’iniziativa si è svolta alla presenza di esponenti politici, dell’avvocatura e dei Comitati per il sì al referendum sulla giustizia. Accanto a Costa erano presenti Giandomenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa, Francesca Scopelliti, presidente del Comitato Cittadini per il Sì, Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e Pierantonio Zanettin, capogruppo di FI in Commissione giustizia a Palazzo Madama. “Le quattro del mattino tornano nella stragrande maggioranza dei casi”, ha spiegato Costa: “Ti piombano in casa a quell’ora e la vita è stravolta”. Dietro quelle porte forzate ci sono errori “giganteschi”: omonimie, scambi di persona, intercettazioni male trascritte, testimonianze rivelatesi false. Non eccezioni, ma un fenomeno strutturale. Secondo i calcoli del deputato azzurro, dal 1992 ad oggi gli innocenti arrestati e poi assolti sarebbero stati almeno centomila. Una cifra che nasce dai dati ufficiali e dalle loro omissioni. Dal ‘92 ad oggi sono 32.262 le persone che hanno ottenuto dallo Stato la riparazione per ingiusta detenzione. Ma a queste vanno aggiunti, sottolinea Costa, gli innocenti cui il risarcimento è stato negato “per una giurisprudenza vergognosa che rigetta oltre il 50 per cento delle domande”, e coloro che, pur avendo subito una misura cautelare ingiusta, non hanno mai presentato istanza di indennizzo. “E soprattutto”, insiste Costa, “chi sbaglia non paga mai. Neppure viene chiamato a rispondere”. “Una tragica antologia giudiziaria”, ha commentato Petrelli. Il cuore dell’iniziativa è tutto qui: le ingiuste detenzioni vengono considerate conseguenze fisiologiche delle indagini. A chi le subisce resta il risarcimento - quando arriva - come se fosse già una concessione. Riavvolgere il nastro per capire perché si è sbagliato, individuare responsabilità, prevedere sanzioni, non è contemplato. “Tutti i magistrati interessati hanno proseguito serenamente la loro carriera”, accusa Costa, “forti di valutazioni di professionalità positive al 99 per cento dispensate dal Csm delle correnti”. A dare un volto concreto ai numeri sono state le testimonianze di Antonio Lattanzi e Angelo Massaro. Lattanzi, ex assessore di un piccolo comune, ha raccontato di essere stato arrestato quattro volte da innocente. “Quando succede”, ha detto, “il dolore è troppo forte. Allora è meglio che i giudici abbiano qualcosa alle loro spalle che indichi la strada. La responsabilità civile dovrà esserci prima o poi, altrimenti continueranno impunemente a fare quello che hanno fatto”. Ancora più drammatica la vicenda di Massaro, che ha trascorso 21 anni in carcere da innocente. “La nostra è una giustizia malata: nel mio caso il giudice ha commesso nove errori e non ha mai subito una sanzione”, ha affermato. Entrambi fanno parte del Comitato Cittadini per il Sì, presieduto da Francesca Scopelliti, che ha richiamato la vicenda di Enzo Tortora come monito ancora attuale: “La giustizia non deve essere affidata alla fortuna. Deve essere il sistema a garantire il giusto processo”. Lo Stato ha pagato circa 250 milioni di euro in risarcimenti. I magistrati sanzionati disciplinarmente sono stati solo nove. “È una sorta di immunità”, ha denunciato Costa. “E quando c’è immunità si può sbagliare tranquillamente: fare copia e incolla, aderire acriticamente alle richieste del pubblico ministero, tanto non succede nulla”. Inevitabile collegamento con il referendum sulla giustizia. Per Giandomenico Caiazza, “un giudice più forte e indipendente internamente è garanzia di una giustizia più equa”. Giuseppe Benedetto ha usato toni più duri: “Errare è umano, perseverare è diabolico. Al terzo errore di valutazione forse un magistrato dovrebbe fare altro”. In platea era presente anche il consigliere del Csm Andrea Mirenda, che ha scelto di non intervenire. All’uscita, Lattanzi gli ha detto: “Ecco un giudice dalla parte del sì”. “Più come cittadino che come giudice”, ha replicato Mirenda. Resta l’immagine iniziale: le quattro del mattino. Un’ora che per migliaia di persone ha segnato l’inizio di una lunga notte, spesso senza colpe e senza responsabili. Una ferita che, come ricorda la rassegna, non si rimargina con un assegno. E che interroga il sistema nel suo complesso. La Cedu condanna l’Italia per la morte del fiorentino Riccardo Magherini ansa.it, 15 gennaio 2026 Il decesso nel 2014 mentre era immobilizzato a terra dai Carabinieri. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014, mentre l’uomo giaceva a terra immobilizzato dai Carabinieri. Nella sentenza i giudici affermano che lo Stato italiano è responsabile del decesso perché non c’era “l’assoluta necessità” di mantenere Riccardo Magherini immobilizzato a terra. Nella sentenza la Corte non è entrata nel merito né della responsabilità dei Carabinieri né della loro assoluzione al termine del procedimento che si è avuto in Italia. Le “linee guida in vigore all’epoca non contenevano istruzioni chiare e adeguate sul posizionamento delle persone in posizione prona al fine di ridurre al minimo i rischi per la salute e la vita”, e “mancava la formazione degli agenti delle forze dell’ordine per garantire che possedessero il livello di competenza necessario nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potrebbero mettere a rischio la vita”, spiega la Corte di Strasburgo. La Cedu ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare ai familiari 140mila euro per danni morali. Magherini - ex calciatore allora 39enne - è morto nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014 a seguito di un arresto cardiaco mentre, a seguito di un fermo, i Carabinieri lo tenevano immobilizzato a terra. Stando alle indagini quella notte Magherini era in preda ad una crisi di panico, dovuta anche all’assunzione di sostanze stupefacenti. prima di essere fermato aveva litigato con un tassista e con dei residenti e aveva rotto la porta a vetri di un locale. A quel punto erano sopraggiunti i Carabinieri. La Cassazione ha assolto i tre militari non ritenendoli responsabili della morte di Magherini No alla richiesta della parte civile di “correggere” l’assoluzione in declaratoria di prescrizione di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2026 La vicenda riguardava un caso di colpa medica che impone un giudizio non solo statistico sull’efficacia di cure ma anche la valutazione del fatto storico composto da tutti gli elementi di fatto verificatisi nel caso concreto. Si tratta quindi non di correzione, ma di rivalutazione del ragionamento seguito dai giudici che hanno assolto i due medici. In presenza della parte civile il giudice che assolve il condannato invece di arrestarsi alla declaratoria dell’intervenuta prescrizione adotta una decisione non affetta da vizio di legittimità. Anzi, come afferma la Cassazione penale con la sentenza n. 1444/2026, l’insegnamento delle sezioni Unite “Capitano” impone la prevalenza dell’assoluzione sostenuta con adeguata motivazione proprio a tutela della posizione processuale della parte civile costituita. Pertanto è inammissibile la richiesta allo stesso giudice di appello di provvedere alla correzione della sentenza per modificare l’assoluzione adottata per impossibilità di una condanna nel merito oltre ogni ragionevole dubbio in declaratoria di prescrizione del reato. Anche perché - a fronte di una tale pretesa impugnatoria - funzionalmente la competenza è del giudice dell’impugnazione. Inoltre non si può parlare di correzione di errore materiale privo di incidenza sul merito della sentenza se si attacca nella sostanza il ragionamento probatorio espresso dalla sentenza. Il secondo comma dell’articolo 130 del Codice di procedura penale prevede comunque che se il provvedimento del giudice è oggetto di impugnazione e questa non è dichiarata inammissibile la correzione è disposta dal giudice competente a conoscere dell’impugnazione. Quindi la domanda di natura impugnatoria finalizzata all’asserita correzione della sentenza andava posta dagli attuali ricorrenti direttamente alla Corte di cassazione. Con l’attuale ricorso contro la declaratoria di inammissibilità della domanda ex articolo 130 del Cpp le parti civili sostenevano il vizio della decisione impugnata per essere stata adottata de plano. Ciò che è invece legittimo anche alla luce dell’espresso rinvio all’articolo 127 del Cpp sui procedimenti in camera di consiglio operato dallo stesso articolo 130 del codice di rito posto a base della domanda di correzione di errore materiale. Il caso concreto in materia di colpa medica - Tra l’altro, come conferma ora la Suprema Corte, non si può nel caso in esame parlare di mero errore materiale in quanto la decisione assolutoria veniva attaccata dalle parti civili anche e precipuamente sotto il profilo dell’incompletezza della prova perché il giudice riteneva non raggiunta la dimostrazione (sussisteva quindi il dubbio) della capacità salvifica delle terapie omesse a fronte di un quadro clinico della persona poi deceduta. Il caso riguardava infatti un caso di colpa medica che come chiarisce la Corte impone un giudizio non solo statistico sull’efficacia di cure a disposizione dei sanitari e non somministrate, ma anche la valutazione del fatto storico in sé composto da tutti gli elementi di fatto verificatisi nel caso concreto. Compreso il quadro clinico personale di chi affronta una specifica malattia e necessita di cure adeguate. Si tratta quindi non di correzione, ma di rivalutazione del ragionamento seguito dai giudici che hanno assolto i due medici imputati non ritenendoli colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio da cui veniva escluso il nesso causale tra omissione medica e decesso del paziente. E l’asserita prevalenza all’intervenuta prescrizione sulla pronuncia di merito assolutoria non è in sé errore materiale vista la critica dei ricorrenti al mancato superamento del dubbio come difetto delle prove assunte e data l’impugnazione la richiesta di correzione andava comunque posta al giudice dell’impugnazione. Avellino. Faide tra le sbarre: il caso Paolo Piccolo assassinato in cella di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 15 gennaio 2026 La fine tragica di un detenuto ad Avellino figlia di sovraffollamento e condizioni al limite: sette le custodie cautelari. Sette detenuti sono finiti in carcere con l’accusa di omicidio aggravato per la morte di Paolo Piccolo, il giovane napoletano pestato a sangue durante una rivolta nel penitenziario di Avellino. L’ordinanza, emessa dal Gip del Tribunale irpino su richiesta della Procura, è stata eseguita dalla Polizia di Stato e dalla Polizia Penitenziaria, chiudendo un’indagine che ha svelato una faida violenta tra gruppi criminali all’interno delle celle. Tutto è iniziato la sera del 22 ottobre 2024, nella Casa circondariale “A. Graziano” di Bellizzi Irpino. Quella notte, una lite tra fazioni rivali è degenerata nel caos. Due agenti della Penitenziaria sono stati sequestrati e picchiati, mentre Paolo Piccolo, 26 anni, originario del quartiere Barra di Napoli, è stato aggredito con ferocia inaudita. Gli hanno reciso il lobo dell’orecchio, inflitto ferite profonde alla testa con bastoni e oggetti taglienti, rotto un braccio e colpito con almeno 26 coltellate, sfondandogli il cranio. Trasportato d’urgenza all’ospedale Moscati di Avellino, è entrato in coma, in prognosi riservata. Paolo era in prigione dal 2019 per reati legati alla detenzione e allo spaccio di droga. La famiglia, supportata dal garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha lottato per mesi chiedendo un trasferimento in una struttura adatta alla riabilitazione, ma senza successo. Dopo quasi un anno di agonia, il 18 ottobre 2025, Paolo è morto al Moscati, senza mai riprendersi dallo stato vegetativo. Ora i parenti chiedono giustizia piena. L’inchiesta, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Avellino e dal Nucleo investigativo regionale della Polizia Penitenziaria per la Campania, ha ricostruito la dinamica. La violenza è nata da uno scontro tra due bande che si contendevano il dominio sui traffici illeciti nel carcere. Nei giorni successivi alla rivolta, le perquisizioni hanno portato al trasferimento di alcuni detenuti pericolosi in altre strutture. Inizialmente, il 7 marzo 2025, il Gip ha disposto la custodia cautelare per undici indagati, accusati di violenza, minacce e sequestro nei confronti degli agenti, oltre al tentato omicidio aggravato per l’aggressione a Paolo. Tra loro, due erano originari della provincia di Salerno. Quattro hanno scelto il rito abbreviato. Per gli altri sette, dopo la morte della vittima, il Tribunale collegiale di Avellino, il 14 novembre 2025, ha restituito gli atti al pm, rilevando la differenza rispetto al tentato omicidio. Il pubblico ministero ha quindi riformulato l’accusa in omicidio aggravato, depositando una nuova richiesta di rinvio a giudizio e di misura cautelare. L’ordinanza è arrivata di recente, portando all’arresto di questi sette, che ora affronteranno il processo per un delitto che ha scosso il mondo carcerario irpino. Una storia di rivalità dietro le sbarre, che solleva domande su come prevenire queste esplosioni di violenza nei penitenziari. Il carcere di Bellizzi Irpino non è nuovo a problemi del genere. Con oltre 630 detenuti stipati in spazi pensati per 500 persone, il sovraffollamento crea tensioni continue. Solo negli ultimi mesi ci sono state aggressioni agli agenti, come quella a un’ispettrice colpita alla schiena da un recluso trasferito proprio per comportamenti violenti, con 20 giorni di prognosi. E non è un caso isolato: risse, raid in infermeria e condizioni di lavoro estreme per infermieri e guardie rendono l’ambiente una polveriera. Samuele Ciambriello, il garante regionale, ha denunciato più volte questi nodi. Per Paolo ha lanciato appelli disperati già nell’agosto 2025, chiedendo un posto in una struttura sanitaria adatta alla riabilitazione, bloccato da ritardi burocratici che negano il diritto alla salute. “Paolo merita giustizia e speranza”, ripeteva, ma le risposte non arrivavano, lasciando il ragazzo in un limbo all’ospedale Moscati. E il problema va oltre Avellino. In Italia, le carceri scoppiano di violenza. A Trapani, indagini recenti hanno svelato torture e abusi su detenuti fragili, con agenti sospesi per pestaggi e vessazioni. A Prato, stupri e torture tra reclusi, con video che girano persino su TikTok, mostrando un controllo perso. Nel minorile Beccaria di Milano, agenti accusati di pestaggi sistematici. Sono storie che si ripetono, legate a faide per droga, cellulari e potere, come quella che ha ucciso Paolo. Associazioni come Antigone puntano il dito sul sovraffollamento e sulla mancanza di programmi per la riabilitazione, che trasformano le prigioni in luoghi di sopravvivenza brutale. Paolo Piccolo era solo un ragazzo finito in un giro sbagliato. La sua famiglia ha combattuto per dargli una possibilità, ma il sistema non ha risposto. Ora, con questi arresti, forse arriva un po’ di luce. Ma quante altre storie come questa devono succedere prima che si cambi qualcosa? Le sbarre dovrebbero riabilitare, non distruggere. La sanità nelle carceri è un altro buco nero che grida vendetta. In Campania, a Poggioreale e Secondigliano, i medici sono ridotti all’osso: un solo dottore per padiglioni interi, con specialisti come cardiologi o ortopedici che mancano all’appello. Ciambriello lo ripete da mesi: “Mancano psicologi nei weekend, proprio quando i nuovi arrivi sono più a rischio suicidio”. Nel 2025, in Italia, 79 detenuti si sono tolti la vita e 238 sono morti in cella, tra malattie e disperazione. Autolesionismi a raffica, 16,7 ogni 100 reclusi, aggressioni in crescita. A fine anno, 63.868 persone ammassate in 46.124 posti, con un tasso del 138,5%. Luoghi come Lucca al 247%, San Vittore al 231%, dove la gente dorme su brande improvvisate e l’aria è irrespirabile. Antigone, nel suo rapporto del 2025, dipinge un quadro nero: celle senza doccia nel 50% dei casi, acqua calda che va e viene, spazi per scuola o lavoro che latitano. Il governo promette nuovi posti, ma ne ha persi 700 in un anno. E le rivolte continuano: a Udine e Biella, proprio a inizio 2026, incendi e danni per protestare contro il caos. In Campania, Ciambriello denuncia anche la fuga di medici, trasferiti altrove, lasciando i malati psichici invisibili, senza cure. “La Costituzione è ingabbiata in quelle celle”, dice, chiedendo misure alternative per chi non è pericoloso. Quasi il 38% dei detenuti potrebbe uscire con pene diverse, ma resta dentro, alimentando il ciclo di violenza. Questi numeri non sono astratti: sono vite spezzate, come quella di Paolo o di Luca La Penna, morto a Secondigliano per cure negate. Serve un cambio vero, con più personale, sanità decente e programmi che guardino al futuro. Altrimenti le faide continueranno e le sbarre diventeranno tombe. La famiglia di Paolo lo sa bene: la loro lotta non finisce con gli arresti, è per un sistema che non uccida più. E mentre entriamo nel 2026, le ombre si allungano ancora. Già nei primi giorni dell’anno, tre morti: uno da accertare, uno per malattia e un suicidio a Cremona. Sono tragedie che non si fermano, con 80 suicidi nel 2025 e 238 morti totali, come racconta il dossier di Ristretti Orizzonti. Ma nessuna riforma o legge deflattiva è all’orizzonte. Il presidente Mattarella lo ha chiamato “una ferita alla dignità”, Papa Leone chiede umanità. Paolo Piccolo è solo una faccia di questa strage silenziosa. Cambiare si può, con più cure, meno celle, percorsi veri. Altrimenti, quante altre famiglie dovranno piangere prima che le sbarre smettano di essere tombe? Asti. “Troppi punti oscuri sul suicidio in carcere di Christian Guercio” di Valentina Moro La Stampa, 15 gennaio 2026 La denuncia di Ilaria Cucchi. Interrogazione parlamentare sul caso firmata dal capogruppo di Avs alla Camera, Marco Grimaldi. Il suicidio avvenuto nel carcere di Quarto ad Asti arriva in Parlamento e sul caso interviene Ilaria Cucchi. La vicenda di Christian Guercio, astigiano di 38 anni con problemi di tossicodipendenza e di depressione, che si è tolto la vita nell’istituto penitenziario di Asti il 29 dicembre finisce al centro di un’interrogazione parlamentare firmata da Marco Grimaldi, capogruppo di Alleanza-Verdi e Sinistra alla Camera. All’uomo, conosciuto in città come dj, era stato diagnosticato un disturbo oppositivo provocatorio ed era seguito dal Serd. Il giorno di Santo Stefano si era presentato dai genitori in uno stato di crisi, provocato dall’assunzione di droghe e alcol. La famiglia aveva allora chiamato il 118, ma oltre a due ambulanze sono intervenuti i carabinieri e un agente è rimasto ferito al dito. L’uomo è stato portato in Pronto soccorso e, dopo cinque ore, in carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Tre giorni dopo, dopo la convalida dell’arresto avvenuta da remoto, la sera si è ucciso. Le domande senza risposta - “Perché il Pronto Soccorso lo ha dimesso senza una visita psichiatrica, benché si trattasse di un soggetto noto ad Asl e Serd? - chiedono la senatrice di Avs Ilaria Cucchi e Grimaldi - Perché, alle dimissioni, invece di essere sottoposto a un trattamento sanitario in psichiatria, Guercio è stato portato in caserma e poi tradotto al carcere di alta sicurezza di Quarto D’Asti, per presunta resistenza a pubblico ufficiale (un graffio sul dito di un agente durante il fermo)? Perché quel fermo è stato poi convalidato dal Gip, senza prendere in considerazione misure alternative? Perché la famiglia non è stata coinvolta durante queste operazioni e anzi a lungo tenuta all’oscuro di ciò che accadeva? Queste domande ci hanno indotto a depositare un’interrogazione su una vicenda che appare terribile e molto opaca. Al fianco della famiglia di Christian chiediamo verità e giustizia”. Si muove la politica - Sulla vicenda sono state depositate anche un’interrogazione all’assessorato alla Sanità regionale firmata da Alice Ravinale e una in Consiglio comunale di Asti depositata da Vittoria Briccarello e Mauro Bosia di Uniti si può, Mario Malandrone di Ambiente Asti e Michele Miravalle del Partito Democratico. “Siamo di fronte a un intervento sanitario che si è trasformato in un’operazione di polizia - denuncia Alice Ravinale, capogruppo di Avs a palazzo Lascaris - nei nostri accessi alle carceri incontriamo costantemente “nuovi giunti” con gravi problemi di tossicodipendenza e salute mentale. È il sistema sanitario a doversene fare carico, non il carcere”. La questione arriverà anche in Consiglio comunale. “Perché non c’è alternativa alle celle per gli arresti temporanei se non quelle in un carcere di media alta sicurezza? - domandano i consiglieri - Perché l’Asl non ha approfondito i pregressi sanitari di Christian? Bisogna affrontare la questioni, in modo che i cittadini e le cittadine con parenti fragili, non debbano aver paura di contattare l’ambulanza in caso di difficoltà”. Asti. “Vicenda terribile e opaca”, i dubbi di Ilaria Cucchi sul dj suicida in carcere di Lorenzo Germano La Repubblica, 15 gennaio 2026 Tre interpellanze a Nordio sul 38enne che si è tolto la vita in cella ad Asti: era stato arrestato per aver graffiato il dito di un carabiniere. C’è una domanda che da due settimane scuote le coscienze, attraversa la politica e ora arriva fino al ministro Nordio. Poteva essere evitato il suicidio di Christian Guercio, il detenuto di 38 anni che lo scorso 29 dicembre si è tolto la vita nel carcere di Quarto d’Asti? Lo sta verificando l’avvocato Maurizio La Matina che ha chiesto copia dei verbali per ricostruire ciò che è successo la notte di Santo Stefano. In parallelo, sono state presentate tre interpellanze: quella dei parlamentari Avs Marco Grimaldi e Ilaria Cucchi, quella, regionale, di Alice Ravinale e quella dei consiglieri comunali del centrosinistra di Asti Vittoria Briccarello. Mauro Bosia, Mario Malandrone e Michele Miravalle. Christian Guercio era un dj astigiano. Fin da bambino gli era stato diagnosticato un “disturbo oppositivo provocatorio” e negli ultimi mesi soffriva di depressione e tossicodipendenza: una situazione nota all’Asl e al Serd, così come i suoi tentativi di suicidio. Il 26 dicembre era a casa dei genitori. Verso le 4 e mezza di mattina, in stato di alterazione, aveva perso conoscenza: i familiari avevano chiamato l’ambulanza. Insieme ai soccorritori era arrivata una pattuglia dei carabinieri, secondo una prassi spesso adottata. Qui il cortocircuito: alla vista delle divise, Christian si era alterato, i militari avevano chiamato rinforzi mentre i vicini, sentendo il frastuono, avevano allertato il 112. Nel tentativo di contenerlo, un carabiniere era stato graffiato a un dito. Il dj era stato ammanettato alle caviglie e ai polsi, e portato al pronto soccorso, senza maglietta e senza familiari. Non risulta che sia stato sottoposto a una visita psichiatrica. Poco dopo le 10 era stato dimesso, ancora in “stato confusionale e di agitazione”. Invece di ricevere un trattamento sanitario, era stato portato in caserma e poi in carcere, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale per quel graffio al carabiniere (a cui erano stati diagnosticati zero giorni di prognosi). Il 29 il fermo era stato convalidato, senza misure alternative. L’ultimo a vederlo era stato il suo avvocato. Poco dopo le 19, era stato trovato morto: si era tolto la vita. “Stiamo ricostruendo la catena degli eventi - spiega l’avvocato La Matina. Non credo andasse dimesso in quelle condizioni né portato in carcere. Sarebbe stato sufficiente che le forze dell’ordine si rendessero conto di avere a che fare con un ragazzo intossicato in modo acuto”. La tragedia deve avere un esito costruttivo: “Il disagio psichico e la tossicodipendenza non vanno curati attraverso la detenzione. Da tempo si chiede che ad Asti torni un carcere per detenuti comuni”. Si unisce la battaglia politica: “Siamo di fronte a un intervento sanitario che si è trasformato in un’operazione di polizia. È necessario che l’Asl chiarisca se sono state rispettate tutte le cautele per un paziente con note fragilità” dice Ravinale. “Questa vicenda appare terribile e molto opaca. Al fianco della famiglia di Christian, chiediamo verità e giustizia”, ha aggiunto la senatrice Cucchi. Bari. Detenuto per l’omicidio della moglie morì in carcere: non fu suicidio, un arresto tgcom24.mediaset.it, 15 gennaio 2026 Giuseppe Lacarpia fu trovato morto la notte tra il 22 e il 23 ottobre del 2024 nella sua cella. Su richiesta della Procura, sono stati eseguiti dalla polizia di Bari gli arresti di due uomini ritenuti entrambi responsabili di tentato omicidio, mentre uno è accusato anche di omicidio. I reati contestati sono stati commessi all’interno del carcere di Bari a ottobre del 2024. Vittima dell’omicidio il 65enne Giuseppe Lacarpia, arrestato per aver ucciso nel 2024 la moglie Maria Arcangela Turturo. Il detenuto, si è scoperto ora, non si suicidò, ma fu ucciso. La notizia è emersa dopo i due arresti. Il 65enne di Gravina di Puglia finì in carcere il 6 ottobre del 2024 con l’accusa di omicidio premeditato, aggravato dalla crudeltà: prima avrebbe tentato di dare fuoco alla moglie mentre la donna si trovava in macchina, poi l’avrebbe uccisa a mani nude. Fu trovato morto la notte tra il 22 e il 23 ottobre del 2024 nella sua cella del carcere di Bari e l’ipotesi iniziale fu quella del suicidio. Alla notizia della morte del padre, la figlia commentò con emoticon festanti, sui social. Roma. Denunciò le botte in cella: “Ora vivo nella paura, colpisce il silenzio delle istituzioni” di Sara Di Sciullo adnkronos.com, 15 gennaio 2026 L’ex detenuto: “Se chi denuncia resta solo passa un messaggio devastante”. Il difensore, avvocato Verni: “Chi è in custodia Stato va tutelato, inaccettabili droga o cellulari nei penitenziari”. Sono passati circa sei mesi da quanto denunciò di essere stato picchiato, legato al letto con le lenzuola e tenuto per due giorni e mezzo sotto scacco da altri detenuti del carcere di Regina Coeli dopo essersi rifiutato di nascondere un cellulare e dopo una richiesta di denaro, fallita, nei confronti di sua madre: “Da allora, la mia vita è cambiata. Vivo in uno stato costante di allerta e di paura per possibili ritorsioni legate a quanto ho denunciato. Dormire serenamente è diventato difficile. Eppure, nonostante ciò, non ho ritrattato, non ho taciuto, non ho fatto un passo indietro” afferma l’ex detenuto in una lettera aperta, affidata all’Adnkronos, dalla quale traspare tutta la sua amarezza per il “silenzio istituzionale” calato sulla vicenda. E’ luglio scorso quando l’uomo - che preferisce rimanere anonimo - si trova nel penitenziario perché sottoposto a una misura cautelare; racconta alla polizia penitenziaria di essersi rifiutato di nascondere un telefonino, di essere stato preso a botte e di essere rimasto per due giorni in balia di altri detenuti fino al momento in cui, buttandosi dal letto a castello della cella, riesce a chiedere aiuto. Dopo la sua denuncia parte un’indagine della procura di Roma che accende un faro sul fenomeno dei telefonini e della droga all’interno delle carceri capitoline. Una problematica spesso salita alla ribalta delle cronache. “Da mesi l’opinione pubblica legge di violenze, traffici illeciti, uso di telefoni cellulari e armi all’interno delle carceri italiane. A volte se ne parla come di episodi isolati, altre come di emergenze croniche. Raramente, però, si ascolta la voce di chi queste realtà le ha subite mentre era affidato, senza difese, alla custodia dello Stato - osserva nella lettera aperta l’uomo che è assistito nell’ambito di questa vicenda dall’avvocato Marco Valerio Verni - Nel luglio scorso, mentre mi trovavo in custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli, ho vissuto in prima persona fatti gravi che ho ritenuto mio dovere denunciare all’autorità giudiziaria. Da quella denuncia è nato un procedimento penale tuttora in fase di indagine. Da allora, la mia vita è cambiata. Vivo in uno stato costante di allerta e di paura per possibili ritorsioni legate a quanto ho denunciato. Dormire serenamente è diventato difficile. Eppure, nonostante ciò, non ho ritrattato, non ho taciuto, non ho fatto un passo indietro”. “Grazie al sostegno del mio avvocato, qualcosa si è mosso. Un parlamentare ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, che ha risposto in termini generali, prendendo atto delle criticità del sistema penitenziario. Una risposta istituzionale, certo, ma che non ha prodotto - almeno finora - effetti concreti percepibili”, sottolinea ancora nella lettera aperta. “Ciò che più colpisce, tuttavia, è il silenzio - riferisce - Nessuno dei garanti competenti ha mai ritenuto di contattarmi per ascoltare direttamente quanto accaduto, per verificare le mie condizioni, o per offrire un supporto - anche solo umano o psicologico - a me o alla mia famiglia. Eppure, parliamo di fatti avvenuti mentre ero sotto la custodia dello Stato”. “Non scrivo per cercare visibilità, né per alimentare polemiche. Scrivo perché il silenzio istituzionale, dopo una denuncia così grave, non è neutro: è una scelta. E perché uno Stato credibile non può chiedere fiducia se non è disposto ad assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che accade nei luoghi dove la libertà è già stata sottratta - conclude l’ex detenuto - La mia determinazione non si è indebolita. Anzi. Ma se chi denuncia resta solo, il messaggio che passa è devastante: tacere conviene più che parlare. Ed è un messaggio che una democrazia non può permettersi di trasmettere. Confido che dare spazio a queste parole significhi contribuire a rompere quel silenzio”. L’avvocato Marco Valerio Verni spiega all’Adnkronos che “per quanto concerne lo stato del procedimento, siamo ancora in attesa dell’esito delle indagini. Il nostro impegno è affinché vengano individuate le responsabilità di tutti, nessuno escluso. Quanto denunciato dal mio assistito - osserva - è davvero grave e reclama una indagine approfondita e l’interessamento tanto politico quanto degli organi istituzionali competenti, da quelli di garanzia a quelli, appunto, giudiziari. Ma quel che costui ha denunciato non pare certo un caso isolato, anzi: ed è per questo che chi di dovere deve agire, ora ed in maniera decisa”. “Chi finisce in carcere, o perché in misura cautelare o perché a seguito di condanna, viene comunque posto sotto la custodia statale ed è doveroso dunque che esso venga tutelato nella sua incolumità, tanto fisica quanto psichica”, sottolinea il legale aggiungendo anche che “chi finisce in carcere non può e non deve comunicare clandestinamente all’esterno, potendo così, in ipotesi, continuare a delinquere. Né può farlo nel carcere stesso, trafficando droga o altro. Non è accettabile. I cittadini pagano le tasse e lo Stato deve fornire servizi efficienti - conclude l’avvocato Verni - Anche le motivazioni più valide per giustificare le inefficienze rischiano di trasformarsi in vuote scuse se, ad esse, ora per un motivo ora per un altro, non vi si pone effettivo ed efficace rimedio o lo si fa con enormi ritardi”. Roma. “A Rebibbia celle senza vetri alle finestre, con questo freddo situazione drammatica” di Maria Vera Genchi romatoday.it, 15 gennaio 2026 Il Garante per i diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, durante la visita alla mostra “Hyperlocal Rebibbia”, ha spiegato a RomaToday le criticità del carcere romano, tra sovraffollamento e mancata manutenzione. Qui in molte celle mancano le sedie e i detenuti mangiano in piedi. “Nelle stanze progettate per quattro ci sono quattro sgabelli anche se i detenuti sono sei. Ciò significa che i sei detenuti non possono sedersi tutti insieme per pranzare o per cenare dentro la loro cella”. A parlare è Stefano Anastasìa, dal 2016 garante per i diritti dei detenuti del Lazio. L’abbiamo incontrato durante la visita a “Hyperlocal Rebibbia”, un progetto editoriale e artistico che racconta le storie e la quotidianità dei detenuti, diventato anche una mostra di circa cinquanta pannelli visitabile all’interno dell’istituto penitenziario. Al margine della visita, Anastasìa si è soffermato su quello che, a detta dello stesso, è la “causa di tutti i mali”, ovvero il sovraffollamento. “Nel carcere di Rebibbia - ha spiegato - siamo arrivati a 1670 detenuti per circa 1000 posti detentivi - spiega - Abbiamo 600 detenuti in più di quanti possano effettivamente starci”. “Giusto la corsa settimana con la collega comunale, abbiamo visitato tutte le sezioni dell’istituto - continua - abbiamo fatto addirittura il censimento di quanti sgabelli mancano perché dentro la gran parte delle stanze non ci sono sgabelli sufficienti per mangiare e cenare seduti”. Nel quadro delineato dal garante anche i problemi di manutenzione delle strutture: “Molti infissi sono rimasti quelli degli anni 70, con tutte le precarietà del caso. In alcuni casi mancano proprio i vetri nelle finestre, i detenuti mettono qualsiasi cosa pur di proteggersi dal freddo, asciugamani, coperte. Ma resta il fatto che in inverno non si può stare così. La situazione è drammatica”. Ma il sovraffollamento non porta solo alla diminuzione degli spazi: “Porta anche a una carenza di personale - continua il garante - perché il personale che c’è è tutto personale che è stato programmato su una capienza ottimale che è di 600 persone in meno di quanto sono ora. Se ci sono 600 detenuti in più, significa che i medici, i sanitari, gli educatori debbono seguire e assistere 600 persone in più”. Modena. Consiglio comunale in carcere, sit-in al Sant’Anna della maggioranza. Il caso in Parlamento di Gianpaolo Annese Il Resto del Carlino, 15 gennaio 2026 È bufera dopo il permesso negato alla seduta da parte del Dap. Disguido tra Comune, casa circondariale e nuovi vertici del Dipartimento. I parlamentari Dem: “Si vuole silenziare la piaga del sovraffollamento”. Sullo stop alla seduta del Consiglio comunale in carcere prevista per oggi volano gli stracci. Il niet del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) fa litigare destra e sinistra. Da quanto si è apprende nella triangolazione tra Consiglio comunale, direzione del carcere e nuova direzione del Dap qualcosa è andato storto. Fatto sta che la maggioranza di centrosinistra è su tutte le furie e oggi pomeriggio per le 14, prima della seduta che si svolgerà in municipio, i consiglieri di Pd, Avs, M5s, Spazio democratico e Pri hanno organizzato un presidio davanti al carcere di Sant’Anna per protesta. Nel frattempo scendono in campo i parlamentari Dem che depositano un’interrogazione al ministero della Giustizia “per conoscere le iniziative che il ministro Nordio intende adottare per consentire che l’assemblea richiesta possa svolgersi come accaduto in altre città”. “Una decisione grave - attaccano i deputati Stefano Vaccari, Maria Cecilia Guerra e Debora Serracchiani - che rappresenta non solo uno sgarbo istituzionale verso la città di Modena, ma anche il tentativo di impedire da parte di un organismo alle dirette dipendenze del governo che vengano accesi i riflettori su una serie di criticità e interrogativi sul sovraffollamento, sull’assistenza sanitaria, sulle condizioni di lavoro del personale, sulle carenze e di progetti e di reinserimento all’interno di quella struttura carceraria”. Non si spiega perché, insistono i parlamentari del Pd, “Consigli comunali straordinari siano stati autorizzati e poi tenuti nelle strutture carcerarie di Milano e di Roma e a Modena venga negata questa possibilità”. Sul tema interviene anche la senatrice del Pd Enza Rando, responsabile Legalità della segreteria nazionale del Pd: “Un’occasione importante di sensibilizzazione sul ruolo rieducativo della pena, mettendo il carcere dentro la comunità e non ai suoi margini. Aprire le istituzioni locali al confronto diretto sui temi del sovraffollamento, dell’assistenza sanitaria, delle condizioni di lavoro del personale penitenziario e dei percorsi di reinserimento significa dare concreta attuazione all’articolo 27 della Costituzione. Impedire questo confronto rischia invece di alimentare opacità e distanza. “Il carcere non può essere un luogo invisibile, ma parte integrante della comunità civile”. Ricostruzione respinta dal senatore Michele Barcaiuolo, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia. “Prima di annunciare ai cittadini un Consiglio comunale in carcere ci si sarebbe dovuti quantomeno preoccupare - in fase organizzativa - di acquisire il parere e la posizione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. I precedenti non costituiscono alcun automatismo, soprattutto in un periodo storico in cui l’attenzione su ciò che accade nelle case circondariali è massima e richiede responsabilità, non improvvisazione. Comprendiamo che Lenzini tenesse alla sua passerella, in pieno stile Partito democratico, ma la realtà è un’altra: per occuparsi delle condizioni dei detenuti non è necessario organizzare eventi simbolici privi di copertura istituzionale”. Il parlamentare ribadisce che “Fratelli d’Italia non ha mai espresso contrarietà allo svolgimento della seduta al Sant’Anna e ha mantenuto un atteggiamento pienamente collaborativo. Tuttavia, rispettiamo senza esitazioni la decisione del Dap, che è l’unico soggetto titolato a valutare se sussistano le condizioni per accedere, sostare all’interno dell’istituto o avere contatti con i detenuti”. La verità è una sola - aggiunge Il capogruppo Luca Negrini: “Si è proceduto a organizzare un’iniziativa senza la certezza delle dovute autorizzazioni, salvo poi tentare di trasformare un evidente errore organizzativo in una polemica politica”. Bergamo. Carcere, la Sindaca: “Situazione insostenibile, serve un intervento urgente” L’Eco di Bergamo, 15 gennaio 2026 In una nota scritta Elena Carnevali prende posizione sulla situazione critica del carcere di Bergamo. “La situazione che vive il carcere della nostra città è da tempo insostenibile”. È un appello netto quello lanciato dalla sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, che interviene con parole dure sulle condizioni della casa circondariale, tra sovraffollamento, carenza di personale e crescenti difficoltà nella gestione dei detenuti. I numeri parlano chiaro: a fronte di 319 posti regolamentari, la popolazione detenuta arriva a sfiorare il doppio. “Il forte sottodimensionamento degli agenti di Polizia penitenziaria e del personale educativo e amministrativo - sottolinea Carnevali - ci dice con chiarezza che non c’è più tempo da perdere”. Disagio psichico e dipendenze tra i detenuti - Alla carenza strutturale si sommano problemi sempre più complessi: “Il peso del disagio psichico e delle dipendenze interessa una parte consistente della popolazione detenuta, con una crescente presenza di giovani”, evidenzia la sindaca, richiamando la necessità di “un sostegno specifico e continuativo” e di strutture adeguate ad affrontare queste fragilità. La funzione rieducativa della pena - Secondo Carnevali, in questo contesto diventa difficile garantire la funzione costituzionale del carcere. “L’articolo 27 della Costituzione ci ricorda che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non può restare solo un principio scritto”, afferma, chiamando in causa Stato e istituzioni locali. Comune e Consiglio comunale: impegno condiviso - Lo scorso ottobre il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità due ordini del giorno per sollecitare Governo e ministero della Giustizia a colmare le carenze di organico e rafforzare i progetti di reinserimento sociale. “Il carcere è parte della città, non un luogo separato o dimenticato”, ribadisce la sindaca. “La sicurezza passa dal reinserimento” - “La sicurezza si costruisce già durante il periodo detentivo”, conclude Carnevali, ricordando le esperienze positive con il Terzo settore: “Offrire una reale possibilità di reinserimento significa prevenire la recidiva e rendere la comunità più sicura”. Un appello finale al Governo perché intervenga “con urgenza”, perché - citando Norberto Bobbio - “il grado di civiltà di una comunità si misura anche dal modo in cui si tratta chi ha sbagliato”. Porto Azzuro (Li). Detenuti assunti in un call center, progetto unico in Toscana elbapress.it, 15 gennaio 2026 Alcuni reclusi lavoreranno grazie a un’iniziativa dell’associazione Seconda Chance. Un progetto innovativo di inclusione lavorativa prende forma all’Isola d’Elba e segna un primato a livello regionale. Per la prima volta in Toscana, un’azienda ha deciso di assumere alcuni detenuti del carcere di Porto Azzurro, coinvolgendoli in attività di call center svolte all’interno dell’istituto penitenziario. L’iniziativa nasce grazie all’impegno dell’associazione no profit Seconda Chance, da anni attiva sul fronte del reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute. L’obiettivo è offrire un’opportunità concreta di lavoro regolare, formazione professionale e dignità, elementi fondamentali per costruire un percorso di reintegrazione una volta scontata la pena. I detenuti selezionati potranno così maturare competenze spendibili anche all’esterno, sperimentando una realtà lavorativa strutturata e retribuita, in linea con quanto previsto dall’ordinamento penitenziario. Soddisfazione viene espressa anche dalla direzione della casa di reclusione di Porto Azzurro attraverso il TG regionale di Rai 3. “Il nostro auspicio - spiega la direttrice del penitenziario - è che questo progetto possa estendersi e diventare un modello replicabile, capace di coinvolgere altre aziende e altri istituti”. Un segnale importante che arriva dall’Elba e che dimostra come il lavoro possa essere uno strumento centrale di rieducazione e di reale seconda possibilità, non solo per i detenuti, ma per l’intera comunità. Catania. Carceri e lavoro, dall’Università una spinta per la seconda chance ivespri.it, 15 gennaio 2026 Uno spiraglio di luce sul mondo carcerario. Arriva da Catania e dall’attenzione dell’Università di Catania per il sociale. Nell’ambito del progetto internazionale Grins - un acronimo che tradotto diventa “Per una crescita resiliente, inclusiva e sostenibile” - l’ateneo etneo ha affidato una ricerca specifica all’associazione del terzo settore Seconda chance, nata oltre tre anni fa proprio per costruire un ponte fra aziende e realtà carceraria e creare opportunità di lavoro. Il progetto PriTJP - Prison Training for Job Placement, ovvero Formazione carceraria per l’inserimento lavorativo - ha concluso il suo percorso alla fine di quest’anno e i risultati portano ad aprire nuovi scenari su formazione e lavoro per le persone prive di libertà. Una ricerca, quella voluta dal dipartimento di Economia di UniCt, per certi versi unica in Italia e che apre nuove prospettive e ulteriori campi di ricerca in un settore dimenticato della nostra società. Lo spunto lo dà anche un nuovo strumento phygital come spiega il professor Marco Romano, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, e fra i responsabili del progetto Grins: “Con la piattaforma Amelia creiamo un’infrastruttura digitale di ultima generazione concepita per raccogliere, integrare, elaborare e condividere grandi volumi di dati, spesso eterogenei e frammentati. Sviluppata dalla rete di università, enti pubblici e privati che compone Grins, offre soluzioni nuove rispetto ai processi decisionali tradizionali che risultano frequentemente ostacolati da dati parziali, obsoleti o difficilmente accessibili. Colma il divario mediante un ecosistema digitale dinamico e integrato, aperto anche ad associazioni, come Seconda Chance, che ci consente di avere un legame diretto e una lettura scientifica di una realtà complessa come quella delle carceri”. A proposito di dati da analizzare e approfondire attraverso Amelia, il gruppo di lavoro di Seconda chance ha raccolto oltre trecento questionari somministrati nelle carceri di Sicilia e Calabria, un lavoro statistico svolto in profondità. Una ricerca quantitativa e qualitativa ha permesso di ricostruire un quadro articolato: la popolazione detenuta indagata presenta una forte motivazione al cambiamento, aspirazioni professionali concrete e un interesse elevato per percorsi formativi e imprenditoriali; allo stesso tempo emergono bassi livelli medi di istruzione, scarsità di risorse economiche, fragilità psico-fisiche e reti sociali deboli, soprattutto nei contesti territoriali più deprivati del Mezzogiorno. Conoscere da vicino i vissuti personali delle persone detenute ha consentito di comprendere meglio le aspettative rispetto alla vita “fuori” e di individuare come il tessuto imprenditoriale potrebbe contribuire al reinserimento, se adeguatamente sostenuto, informato e coinvolto. Risulta quindi centrale un’analisi sociologica dell’importanza della formazione in carcere: è questo lo strumento capace di incidere sulle dinamiche di marginalizzazione, ridurre le disuguaglianze e aprire reali possibilità di reinserimento sociale e lavorativo. Sottolinea Pierdonato Zito, sociologo ed ergastolano, componente del gruppo di ricerca: “Formare significa includere, costruire una società più solidale e meno ostile, contrastare lo stigma e offrire percorsi mirati attraverso i quali la persona detenuta può riattivare processi di socializzazione, rafforzare l’autostima, sviluppare competenze professionali e immaginare un futuro diverso dal passato deviante. In questo senso, la formazione non ha solo implicazioni pratiche (accesso a un lavoro), ma incide sulle dimensioni motivazionali, psicologiche e identitarie. Occorre superare una visione del carcere come semplice luogo in cui ‘scontare una colpa’, per trasformarlo in un ambiente capace di utilizzare il tempo di detenzione come occasione di rieducazione, formazione e ricostruzione di legami sociali positivi”. La ricerca di Seconda chance propone un modello che fa dialogare formazione professionale, educazione civica, educazione finanziaria, accompagnamento all’autoimpiego e sostegno psicologico. La formazione non può limitarsi al “trovare un posto di lavoro fuori”, ma deve puntare a una vera educazione all’imprenditorialità, intesa come capacità di progettare, prendere decisioni, assumere responsabilità, leggere le opportunità e i vincoli del mercato in modo legale e sostenibile. Il plauso all’iniziativa di Unict e Seconda Chance è arrivato anche dall’Arcivescovo Metropolita di Catania, Monsignor Luigi Renna: “Il problema non è solo essere liberi dalle carceri, queste persone che abbiamo incontrato non sono sempre state libere di lavorare per tanti condizionamenti, a volte sono state assoldate dalla criminalità organizzata. Altri hanno concepito il lavoro come qualcosa che badasse al profitto. Il vero lavoro libera l’uomo e gli dà l’opportunità di crescere e guardare al futuro con grande speranza”. In seno a Seconda chance, il responsabile regionale Maurizio Nicita guarda avanti: “La nostra ricerca è un punto di partenza, deve diventare uno stimolo per tutti. Perché la realtà dimostra che c’è tantissimo da lavorare. Ringraziamo l’Università di Catania per l’opportunità. E le conoscenze acquisite ci portano a dire che c’è ulteriore necessità di sensibilizzare il mondo della ricerca a progettare indagini e interventi che non si fermino alla raccolta dati, ma costruiscano modelli formativi replicabili, efficaci e valutabili nel tempo. Ciò implica anche lo sviluppo di una “pedagogia per i detenuti” capace di superare la semplice replica di modelli scolastici tradizionali, valorizzando metodologie attive, personalizzazione dei percorsi, uso mirato del tempo detentivo come risorsa e non come puro contenitore. La formazione che educa e l’educazione che forma: un nuovo paradigma che vede l’intreccio sistematico della necessità di formare mentre si rieduca la persona detenuta. Inoltre, occorre maggiore apertura mentale da parte delle aziende e delle loro associazioni. Oggi assumere una persona priva di libertà non è un atto di coraggio, ma semplicemente una operazione conveniente per tutti. Perché le imprese godono di sgravi fiscali e le statistiche ci dicono che il lavoro abbatte sensibilmente la recidiva sui reati. Se vogliamo una società migliore, bisogna ripartire anche da qui”. Roma. La vita dei detenuti di Rebibbia in mostra (dentro al carcere romano) di Nicolò Zambelli Il Foglio, 15 gennaio 2026 Nel Nuovo complesso penitenziario è da oggi in mostra “Un mondo alla rovescia”, un progetto realizzato da Hyperlocal che racconta le storie e la quotidianità di una ventina di detenuti. Il carcere, le sue regole, le sue persone e le loro storie, in mostra. In carcere. Ieri, 14 gennaio 2026, si è tenuta la presentazione della mostra “Un mondo alla rovescia”, un lavoro realizzato dal progetto editoriale Hyperlocal e che ha portato il Nuovo complesso del penitenziario di Rebibbia, a Roma, a ospitare una vera e propria mostra fotografica al suo interno. All’interno del carcere, un gruppo di giornalisti, tra cui il Foglio, ha potuto visitare la mostra adibita nell’area verde, di fianco alla chiesa del Padre Nostro, dove Papa Francesco l’anno scorso ha aperto una delle porte sante del Giubileo appena concluso. Qui, sulle pareti del cortile esterno dedicato alle visite dei parenti dei detenuti, diversi pannelli mostrano le foto dei carcerati e raccontano le loro storie. Lasciati fuori qualsiasi telefono e dispositivo di comunicazione, i responsabili della redazione di Hyperlocal hanno accolto la stampa e hanno spigato come è stato possibile realizzare il progetto. “Lavoriamo al tutto da un anno, proprio da quando Francesco ha deciso di aprire qui una delle porte sante del Giubileo”, spiega Nicola Gerundino. La realtà di Hyperlocal esiste dal 2020 e si occupa di raccontare i quartieri di Italia e di altri paesi. “Abbiamo voluto raccontare il carcere, sia per chi ci vive sia per chi ce l’ha come vicino di casa”, spiega al Foglio. La mostra si chiama “Un mondo alla rovescia” e racconta le storie di una ventina di detenuti. “Il titolo è esplicativo di cosa significa vivere in carcere. Qui abbiamo visto come molte cose sono rivalutate, non sono più date per scontate. Un esempio parte proprio dal cellulare, dal farsi i capelli, dal lavoro, dalla lettura. Una diversità nella somiglianza che genera continui cortocircuiti e impone riflessioni e domande”. Alessandro, il sociologo dottorando, Mohamed il calciatore, Antonio il meccanico. Una ventina di uomini, di detenuti, che attraverso due mesi di incontri con la redazione di Hyperlocal hanno raccontato il loro “dentro”, la loro vita a Rebibbia, al fuori, al quartiere di Rebibbia. Le fotografie sono state realizzate da Stefano Lemon, Lavinia Parlamenti, Guido Gazzilli e Benedetta Ristori. I diversi pannelli ora affissi nell’area adiacente alla chiesa sono stati per tutta la seconda parte di dicembre all’esterno del carcere. “In questo modo i cittadini hanno potuto leggere le storie dei detenuti”, spiega sempre Gerundino. Nel corso della presentazione della mostra abbiamo potuto vedere una piccola parte del carcere, che è uno dei più grandi d’Europa. E dopo un giro tra i pannelli e le fotografie, i realizzatori ci hanno portato nel piccolo teatro del complesso, dove insieme ai detenuti protagonisti del racconto è stato mostrato un breve filmato della vita nel carcere, nello specifico nel complesso G8. “Rebibbia è una città nella città”, dicono i detenuti nel video. Una città “con le sue regole”, con la sua vita. “Qui il tempo si ferma” per questo l’importante “è tenersi occupati. Si arriva a combattere contro il tuo stesso carattere”, affermano. Un filmato che racconta, sembra, un po’ il “bello” di ciò che col tempo si è riusciti a costruire, ma, come dicono anche gli organizzatori del progetto, non tutto è rose e fiori: “La mostra è un primo passo, è difficile anche solo accedere qui e per noi questo è già un grande risultato”. Nella realizzazione del progetto, Hyperlocal si è interfacciato con la sezione educativa del carcere. Questa, come per ogni proposta di collaborazione, ha selezionato e fatto da tramite per realizzare sia le interviste che le fotografie. “C’è stato molto interesse tra i detenuti, tant’è che durante la creazione abbiamo ampliato la platea di carcerati, da dieci siamo arrivati a diciassette”, spiega ancora Gerundino. I detenuti si sono presentati e hanno partecipato alla parte finale della mostra. E insieme a loro ha assistito alla presentazione anche il garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasia. “L’importanza di un progetto come questo è la restituzione di ciò che c’è dentro al mondo”, ha detto nel suo breve intervento. “Prima o poi per fortuna le pene finiranno, tutti usciranno. E là fuori ci sarà un mondo che, si spera anche grazie a lavori del genere, non giudichi e dia opportunità a tutti”. Primi passi, per la vera rieducazione. Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Così, insieme a studenti e detenuti, disegno il murale più grande del mondo” di Manuela Galletta La Stampa, 15 gennaio 2026 L’artista e architetto Alessandro Ciambrone racconta come abbia creato l’opera da Guinness sul perimetro del carcere di Santa Maria Capua Vetere: “La nuova fase? La partecipazione dei cittadini”. Un muro che diventa ponte. E che, attraverso i mille colori stesi sul cemento, porta il mondo più vicino a un non luogo per eccellenza, come se l’arte potesse allungare le mani oltre le sbarre e accorciare le distanze. Sul perimetro del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, prende forma un murale da Guinness dei primati che oggi si prepara a superare sé stesso: dopo aver conquistato il record mondiale per aver dipinto in solitaria oltre 5.500 metri quadrati di superficie, l’artista e architetto Alessandro Ciambrone apre l’opera alla partecipazione di studenti, professionisti, avvocati e detenuti, in un progetto reso possibile anche dal sostegno della direttrice dell’istituto penitenziario, Donatella Rotundo. Così il Muro della libertà - che racconta 160 luoghi simbolo del pianeta e riporta parole di scrittori, Premi Nobel e artisti su pace, dignità e diritti umani - raggiunge il suo senso più alto: il muro non respinge più, ma avvicina. E restituisce, a chi l’ha perduta, l’idea che la libertà non sia soltanto uno spazio fisico, ma una possibilità da coltivare. Ciambrone, il Muro della libertà nasce come un’impresa solitaria e oggi diventa un progetto collettivo. Come prende forma l’idea del murale e perché la scelta è ricaduta proprio sul carcere di Santa Maria Capua Vetere? “Il mio obiettivo iniziale era superare il precedente primato certificato di 3.595 metri quadrati, realizzato a Bilbao. In seguito la direttrice del carcere di Santa Maria Capua Vetere mi ha contattato per coinvolgermi in un progetto e io ho rilanciato, proponendole di dipingere almeno 4.000 degli oltre 8.000 metri quadrati del perimetro del carcere, nel rispetto di tutti i requisiti richiesti dal Guinness World Record. Da lì sono nati il murale e, insieme ad esso, una serie di iniziative che si inseriscono nel solco del percorso di rieducazione del detenuto che la direttrice sta portando avanti”. È stata anche un’impresa “estrema” dal punto di vista umano: per due mesi ha vissuto all’interno del carcere... “Questo progetto è stato possibile grazie alla visione della direttrice, che ha saputo cogliere l’universalità del messaggio e mi ha dato piena fiducia. La commissione del Guinness aveva approvato inizialmente un murale di 4.000 metri quadrati e, per rispettare i tempi, ho chiesto di essere ospitato in carcere per due mesi. Le mi ha assegnato uno degli alloggi della Polizia penitenziaria all’interno dell’istituto. Lavoravo dalle sei del mattino alle nove di sera, ogni giorno, sedici ore di murale. Mangiavo in mensa, vivevo lì. Sole, pioggia, qualsiasi condizione: non mi sono mai fermato”. Anche dal punto di vista tecnico è stata un’impresa impegnativa... “Ho lavorato completamente da solo con una piattaforma aerea, salendo dai due metri fino a sette metri e mezzo di altezza, a pochi centimetri dal muro. Dovevo guidare la piattaforma, salire, scendere, avanzare. Era fondamentale dimostrare che l’opera fosse stata realizzata interamente in solitaria, come richiesto dal Guinness World Record”. Il murale si intitola Muro della libertà. Che cosa rappresenta per lei la libertà? “La libertà ha scandito tutta la mia vita e le mie scelte. È prima di tutto una condizione mentale. E l’arte, più di ogni altra cosa, rende liberi”. Oggi il Muro della libertà si apre alla partecipazione di studenti, ordini professionali, cittadini. Perché questo passaggio? “Ciò che caratterizza la mia arte è il processo partecipativo. Io cerco di rigenerare luoghi e quartieri attraverso l’arte. Far entrare studenti, docenti, architetti, avvocati, cittadini e detenuti nel carcere a dipingere insieme significa diffondere un principio: l’arte è comunicazione. Non importa se viene perfetto o no. Importa partecipare”. Cosa significa per i detenuti partecipare a questo progetto? “Anche stando in carcere ci si può sentire liberi. La pittura libera la mente. Dal 2021 ho lavorato in dieci carceri e ho visto cosa succede quando i detenuti dipingono. Durante questo progetto abbiamo realizzato un documentario che si chiama Libero dentro. Ho visto detenuti piangere dalla felicità. Quando, finito il record, abbiamo dipinto insieme alcune aree interne del carcere, uno di loro ha detto: “Vorrei che i miei compagni là dentro provassero quello che ho provato io oggi qua fuori”. Lo ha detto in lacrime. Dentro e fuori il carcere il vento è diverso, e loro lo sentono”. Nella nuova fase del progetto in che modo saranno coinvolti i detenuti? “Da lunedì abbiamo iniziato a coinvolgere pezzi di società civile come studenti, professionisti e avvocati per il completamento del muro. Poi entreremo all’interno del carcere per dipingere le facciate degli edifici dove si affacciano le celle: a questa fase parteciperanno i detenuti, loro lavoreranno con me. I detenuti vedranno così le loro celle tutte colorate. Il carcere diventerà uno dei più colorati del mondo, fuori e dentro”. Lei parla spesso della “poeticità” dell’arte, anche in contesti complicati… “Sì, perché l’arte riesce ad elevare chiunque. Ho visto persone condannate per reati gravissimi arrivare a una profondità di pensiero incredibile attraverso il colore. L’arte rende felici. Lo vedo con i detenuti, con i bambini oncologici, con i bambini autistici o paraplegici: quando dipingono, ridono. E quella felicità è reale”. Il colore ha quindi anche un valore terapeutico? “Assolutamente sì. Dai colore dove il colore serve davvero. Nei reparti oncologici, negli ospedali, nelle carceri. Ricevo continuamente messaggi da malati e familiari che mi ringraziano perché quei colori, anche solo per un momento, alleviano il dolore. Il colore ha un senso profondo, umano”. Cosa spera che resti a chi partecipa a questa esperienza? “Le emozioni. Vedo un entusiasmo incredibile: nessuno vuole smettere di dipingere. Chi partecipa si porta dentro qualcosa di positivo. Il segno sul muro resta, ma soprattutto resta il pensiero di aver fatto qualcosa per gli altri. Io non voglio risolvere i problemi del carcere, voglio accendere una miccia di entusiasmo. Le persone si salvano con l’amore, con la fiducia, con le emozioni. Nessuno si salva da solo”. Verona. Il progetto Fieracavalli-Corte Molon per il reinserimento dei detenuti compie 10 anni corrierenazionale.net, 15 gennaio 2026 Dall’avvio dell’iniziativa, nel 2016, i corsi di formazione con gli ospiti della casa circondariale di Montorio hanno coinvolto 172 persone, con la consegna di 53 diplomi di tecnico di scuderia. In dieci anni sono più di 172 le persone detenute nella casa circondariale di Montorio che hanno partecipato ai corsi di formazione professionale per tecnico di scuderia. Quinquatrie in tutto i diplomi consegnati alla fine del percorso di studio. Sono i numeri del progetto nato nel 2016 dalla collaborazione tra Fieracavalli, Horse Valley ASD- Corte Molon e il carcere di Montorio, con l’obiettivo di rendere il rapporto uomo-cavallo un aiuto concreto per il reinserimento sociale attraverso l’apprendimento di nuove competenze lavorative spendibili nel settore equestre. Un’iniziativa che ha subito riscosso molto successo tra gli ospiti della struttura di Montorio, tanto da allestire nel carcere una vera e propria piccola scuderia con tre box, per consentire ai detenuti di svolgere sul posto le attività pratiche con i cavalli. Le lezioni, svolte con animali ritirati dalla carriera agonistica, alternano teoria e pratica: gestione della scuderia, etologia del cavallo, alimentazione, tecnica equestre, con contributi portati da figure specializzate quali veterinari, maniscalchi e addestratori. Lunedì alla cerimonia di consegna degli ultimi 6 diplomi rilasciati per l’anno 2024/2025 hanno partecipato per Veronafiere il presidente Federico Bricolo e il responsabile di Fieracavalli Armando Di Ruzza. Con loro Maria Grazia Bregoli, direttrice del carcere di Montorio, il comandante della Polizia penitenziaria Mario Piramide, Linda Fabrello, presidente di Horse Valley. Presenti anche gli insegnanti di Kundalini Yoga che hanno a loro volta rilasciato attestati ai partecipanti del corso dedicato alla gestione delle emozioni e della respirazione, utile per approcciarsi ai cavalli con uno stato d’animo più sereno. “Da dieci anni questo progetto dimostra che Fieracavalli non è solo un evento, ma una comunità che si prende cura del territorio - ha spiegato il presidente Federico Bricolo -. Offrire a persone detenute una formazione qualificante e un mestiere concreto significa restituire dignità, fiducia e una seconda possibilità di costruire un percorso reale di vita che guarda al futuro”. “Per i detenuti si tratta di un’occasione vera e propria di trovare un’occupazione una volta usciti dal carcere - ha sottolineato la direttrice Maria Grazia Bregoli -. Molti di loro, infatti, hanno trovato lavoro in diversi centri ippici del territorio”. “Il corso non è solo un momento di formazione professionale, ma è anche un grande occasione di condivisione, di relazione con il cavallo come mediatore, anche culturale - ha concluso Linda Fabrello -. Molti dei ragazzi detenuti, infatti, hanno ricordi legati al cavallo nella loro vita, nella loro terra di origine: si crea così un luogo comune di relazione basato su memorie positive dell’infanzia e della famiglia”. Oltre alle lezioni e al lavoro con i cavalli all’interno della casa circondariale, i detenuti autorizzati a operare all’esterno del penitenziario grazie ai permessi dell’Articolo 21, svolgono a Corte Molon volontariato nelle scuderie, affiancando lo staff del maneggio nella gestione quotidiana dei cavalli. Ragazzi in carcere, dalle sbarre a Spotify. Il ruolo della musica rap di Livia Zancaner Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2026 Una canzone nata dietro le sbarre. Due gemelli di 20 anni che usano la musica per curare la loro rabbia. Così nasce “Petite”, primo singolo dei 2SHOT, fratelli originari di Salerno e detenuti nell’istituto penale per i minorenni di Airola, dove nel 2023 incontrano il rapper Luca Caiazzo, in arte Lucariello, che diventa la loro guida artistica. Lucariello, insieme ad altri artisti, si occupa dei laboratori rap nelle carceri minorili, nell’ambito del progetto dell’associazione Crisi come opportunità, presente al momento in sette istituti penali per minorenni (Treviso, Casal del Marmo, Cagliari, Airola, Nisida, Catanzaro, Acireale) su 17. Per i ragazzi chiusi tra le mura di un carcere, spesso con un passato difficile alle spalle e vite caratterizzate dall’assenza di punti di riferimenti positivi, la musica diventa il modo per manifestare le proprie emozioni. Così è stato per Baby Gang - con un passato al carcere minorile Beccaria di Milano - ma non solo. Sono tanti i giovani in carcere, in comunità o fuori, che scelgono la musica per raccontare chi sono e dove vogliono andare. Per sostenere questi ragazzi sono nati vari progetti, come Cco produzioni, nata a inizio 2026 all’interno dell’associazione Crisi come opportunità, Kayros Music, etichetta musicale della comunità Kayros e l’Associazione 232. I gemelli di Airola e Cco - I 2SHOT nascono a Salerno, nel 2005, da genitori italocubani e vengono cresciuti fra teatro e musica, appassionandosi al rap, in particolare ascoltando Clementino. Poi la loro vita cambia, compiono scelte sbagliate e la rabbia esplode, fino all’ingresso nel carcere minorile di Airola, dove oggi sono tuttora detenuti. Ed è proprio lì, in istituto, che arriva la svolta. Conoscono Lucariello, iniziano a fare musica e incidono “Petite”, produzione musicale realizzata da Lucariello, Oyoshe e Shada San. “Sono rimasto solo in questo buco nero…Sai che non vedo l’ora di dire ce l’ho fatta, asciugherò le lacrime sul viso di mia mamma…Sarò felice di toccare un giorno quella stella”, recitano alcuni versi della canzone, in cui si alternano versi in dialetto e italiano, cantati insieme a Lucariello. Con “Petite”, uscita l’8 gennaio 2026, all’interno di Crisi come opportunità (Cco) nasce Cco produzioni, per offrire un trattamento professionale alle creazioni musicali, generate all’interno dei laboratori di musica rap negli istituti penali per minorenni, gli ipm. Gli artisti sono così iscritti alla Siae, con un sistema di retribuzione e riconoscimento economico. Tra i rapper che collaborano con Cco e tengono laboratori rap negli ipm, oltre a Lucariello, ci sono Federico Di Napoli, Oyoshe, Shada San in Campania; Kento e 1989 a Roma; Dinastia e Zu Luciano in Sicilia; Nemesi in Calabria; Mauro Mou e Valanga in Sardegna, Diego Bonesso a Treviso. Il rap come valvola di sfogo - “È chiaro che il rap è una grossa valvola di sfogo: è un luogo dove canalizzare la rabbia e osservarla da un punto di vista diverso, rispetto a quando ce l’hai dentro”, ci spiega Lucariello, che abbiamo incontrato nel carcere minorile di Nisida, a Napoli, all’interno del viaggio di Radio24 negli istituti per i minorenni italiani*. Lucariello, insieme a Federico Di Napoli, insegna ai detenuti a rappare. “Entrare in carcere è sempre doloroso: siamo in un luogo dove ci sono ragazzi adolescenti, chiusi tra quattro mura. Sulla pelle si sente subito una sensazione di dolore e impotenza. Quello che ci fa stare meglio è che, mentre lavoriamo ai pezzi, ci dimentichiamo dove siamo. Sembra di essere fuori, in un normale studio di registrazione”. “Capita che durante la scrittura dei pezzi i ragazzi si confidino con noi, perché riversano le loro emozioni e le loro storie nelle canzoni”, sottolinea Di Napoli. A Nisida è stata scritta “Arapete Fenesta”, la canzone per Martina Carbonaro, la giovane di 14 anni uccisa dall’ex fidanzato il 26 maggio 2025 ad Afragola. I ragazzi hanno mostrato il video della canzone al capo dello stato, Sergio Mattarella e a Jovanotti durante la loro visita nell’ipm a settembre 2025. “Riceviamo molte richieste da ragazzi che vogliono fare rap. In questo momento abbiamo 5 ragazzi della comunità e 5 ragazzi esterni che hanno firmato un contratto di lavoro con Kayros Music”. A parlare è Anas Moukhafi, direttore di Kayros Music, etichetta musicale nata ad aprile 2024 all’interno della comunità Kayros di Vimodrone, luogo che accoglie ragazzi con procedimenti penali in corso o con situazioni di particolare fragilità. Ma a Kayros, fondata nel 2000 da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria e da Giuseppina Re, la musica esiste da molto più tempo. La comunità ha accolto, ad esempio, rapper e trapper conosciuti come Baby Gang, Sacky, Simba La Rue. Poi, grazie a una donazione di Sugar, è stato creato uno studio di registrazione, dove i ragazzi passano le loro giornate. Kayros Music riunisce “giovani che hanno bisogno di un futuro e si mettono in gioco, ragazzi spesso con disagi familiari alle spalle o che non riescono a pagarsi gli studi, ma con una grande voglia di emergere”, sottolinea Anas. Tra gli artisti di Kayros Music ci sono Fandy, Rnawa, Clemi, Aske, Kriim, Andrew, Latif Monet, Okeychico (tutti nomi d’arte). Ad affiancare i ragazzi diversi professionisti, come Dimax (Davide Dimasi), Charlie (Carlo Caire), Ddit (Dario Firmano), Dr Cream, Tommy Lean. Molti gli artisti al fianco della comunità, tra cui Achille Lauro, Salmo e Gemitaiz, che hanno girato a Kayros, insieme ai ragazzi, il video di “Banda Kawasaki”. La storia di Fandy - Fandy ha 20 anni, è cresciuto a Milano, nel quartiere del Giambellino. E’ entrato a Kayros poco dopo aver compiuto 18 anni, tappa “essenziale per crescere - ci racconta - oggi non sarei la stessa persona”. Fandy ha iniziato a fare musica fin da piccolo. “Scrivevo in spagnolo, col tempo mi sono appassionato e la musica per me è diventata tutto. Perché anche quando ti senti solo, ascolti la musica e non lo sei più. Con le mie canzoni voglio far capire agli altri la stessa cosa, per vivere, non solo per sopravvivere”, aggiunge Fandy, che di recente ha collaborato con Lucariello. “Abbiamo scritto un pezzo bellissimo, che racconta storie di vita vera. Racconta che la vita è un flusso e non si può mai rimanere uguali. La vita va avanti e si continua a cambiare”. Ora Fandy è uscito dalla comunità, ha scontato la sua pena e sta lavorando. “Sono nato con Kayros Music, ero con loro quando non c’era neanche lo studio di registrazione. Adesso è il momento di mettere benzina sul fuoco”, conclude. L’Associazione 232 - L’Associazione 232 dal 2019 si occupa di organizzare laboratori rap all’interno degli istituti penitenziari, in particolare al Beccaria, a Monza e a breve anche a Bergamo e segue progetti che coinvolgono giovani con procedimenti penali in corso o politiche giovanili in generale. “Crediamo nei percorsi educativi che utilizzano il rap come elaborazione del vissuto, capacità di empatia e sviluppo del pensiero critico”, ci spiega la presidente Ludovica Pirillo, che è anche responsabile progettazione della fondazione Don Gino Rigoldi. Don Gino è stato per anni cappellano del carcere minorile di Milano e ha dedicato la sua vita ai ragazzi. Pirillo racconta che dal 2023 è stata avviata una sperimentazione, attraverso cui i ragazzi vengono portati anche fuori dal carcere, nella sede dell’associazione, dove c’è un piccolo studio di registrazione. Si tratta di detenuti che usufruiscono dell’articolo 21 (che regolamenta il lavoro esterno all’istituto penitenziario) o di permessi vari. L’associazione 232 prende il nome dal numero della sala di musica interna al carcere Beccaria e a dicembre 2025 ha ricevuto l’Ambrogino d’oro dal comune di Milano. Vice presidente è Fabrizio Bruno, pedagogista e rapper. A ciascuno la sua opportunità - A Kayròs - che in greco significa momento opportuno - i ragazzi non fanno solo musica ma hanno molte opportunità, tra attività, scuola, laboratori, sport, in particolare calcio. All’ingresso della comunità vi è un cancello sempre aperto con la scritta: “Non esistono ragazzi cattivi”. Ma esistono ragazzi fragili, che sbagliano, cadono, si risollevano. Don Claudio Burgio, Giusy, le educatrici e gli educatori - alcuni sono ex utenti della comunità - li accompagnano e sostengono nel loro reinserimento in società, anche attraverso eventi a teatro, nelle scuole, negli oratori. Eventi nei quali sono gli stessi ragazzi a salire sul palco e a raccontare la loro storia, tra musica e commozione. A Kayros sarà dedicata la serata che si terrà sabato 17 gennaio, alle 21, al Teatro Ideal di Varedo, un tributo a Claudio Baglioni, Fabrizio De André e Francesco De Gregori. L’incasso sarà devoluto a Kayros. Protagonista Eugenio De Francesco, autore, compositore, musicista. Sul palco anche don Claudio Burgio e i ragazzi. Il fenomeno “Gomorra” e l’antica fascinazione del male di Emilia Costantini Corriere della Sera, 15 gennaio 2026 Perché il male continua ad affascinarci, in letteratura come al cinema? È il vecchio mistero della drammaturgia che nessuna sociologia saprà mai spiegare Un giorno il fenomeno “Gomorra” verrà studiato non più come una rappresentazione della depravazione espressa dalla criminalità organizzata, come ebbe a dire in un’omelia Don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe, assassinato nel 1994 dal clan dei Casalesi per il suo impegno antimafia: “Non rendiamo questa terra la Gomorra del Paese”. No, verrà anche studiato come una grande costellazione mediale di successo, un marchio composto da articoli di giornale, romanzi, reportage, film, serie televisive, spettacoli teatrali, podcast. Per non buttare via nulla siamo ora al prequel, a “Gomorra - Le origini” (Sky e in streaming su Now). La serie racconta la giovinezza di Pietro Savastano negli anni 70 a Napoli, mostrando le sue umili origini, la crescita nella criminalità organizzata e l’ascesa nel contrabbando di sigarette, attraverso la sceneggiatura di Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli e la regia di Marco D’Amore. Napoli 1977: si parte dall’adolescenza di Pietro, cresciuto in una famiglia povera di Secondigliano, il quale sogna come uscire dalla miseria e come affermarsi nel campo della criminalità. La sua vita prende una svolta decisiva dopo l’incontro con Angelo ‘a Sirena, che lo introduce al mondo della camorra, tra violenza, alleanze e tradimenti: un “romanzo di formazione” criminale. All’interno di un’accurata ambientazione, a volte il racconto sembra privilegiare lo sguardo sociale tale da sembrare quasi un documentario sulla Napoli delle case in rovina e sovraffollate, sui bambini che muoiono troppo giovani, per malattia e malnutrizione, sulla fascinazione del male per uscire da quell’inferno. Si esce dalle fiamme della realtà per imboccare la discesa negli inferi della camorra, come se l’inevitabile assumesse quasi toni fiabeschi. Pietro e la giovane Imma vedono nell’efferatezza l’unica forma di ascensore sociale e nel tradimento la religione della malavita. Perché il male continua ad affascinarci, in letteratura come al cinema? Com’è possibile che, soprattutto nella finzione, ci sentiamo più attratti dai criminali che dalle brave persone? È il vecchio mistero della drammaturgia che nessuna sociologia saprà mai spiegare. Ci può essere una piazza per l’Iran? Ecco cosa dice la società civile di Diego Motta Avvenire, 15 gennaio 2026 Mondo cattolico in prima linea: basta massacri, si coinvolga la comunità internazionale. Le Acli: sostenere il principio di autodeterminazione dei popoli. L’Ac: c’è bisogno di più Europa. Il Mean: diamo asilo a chi combatte per la propria libertà. La Cisl organizza una fiaccolata il 23 gennaio davanti all’ambasciata di Teheran in Italia. Manifestare per la caduta del regime a Teheran? Scendere in piazza a favore dell’opposizione in Venezuela dopo la deposizione di Maduro? In quindici giorni due grandi questioni internazionali hanno tenuto banco nell’opinione pubblica occidentale e hanno risvegliato l’eterno dibattito: come esprimere solidarietà ai popoli che chiedono libertà e democrazia, incalzando i propri governi a prendere posizione. È in particolare sulla rivolta oscurata nella Repubblica islamica che si concentra oggi l’attenzione di tanti cittadini e delle organizzazioni sociali. “Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e per la democrazia” ha sottolineato ieri la Rete italiana pace e disarmo, già protagonista di diverse iniziative dal Medio Oriente all’Ucraina. “Il futuro dell’Iran appartiene al suo popolo. Scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici”. Molto netta è anche la posizione delle Acli. “Non è possibile assistere ad un simile massacro a cielo aperto senza chiedersi concretamente che cosa possa fare la comunità internazionale per porvi fine” sottolinea l’associazione”. Nel frattempo, la Cisl ha organizzato per il 23 gennaio una fiaccolata con presidio davanti all’ambasciata dell’Iran in Italia. “Bisogna sostenere la lotta di chi, al costo della propria vita, invoca la svolta democratica” ha spiegato la segretaria generale del sindacato, Daniela Fumarola. L’azione non può non accompagnarsi alla riflessione, su quanto sta accadendo, e questo per il mondo cattolico in particolare vuol dire cogliere l’occasione per ridare centralità all’Europa, oggi vilipesa e derisa, come possibile casa futura dei i popoli oppressi. Lo dice bene Angelo Moretti, portavoce del Mean, il Movimento europeo di azione non violenta. “Paradossalmente, il momento può essere adesso. Tra un’America il cui presidente si erge in modo arrogante a garante di un’unica moralità, la sua, e una Cina dove la repressione dei diritti prosegue, il Vecchio continente ha l’opportunità di mostrarsi con la schiena dritta, non più esitante o balbettante”. Moretti ha in mente le missioni di pace che hanno portato amministratori, politici e volontari in Ucraina in questi quattro anni di guerra. “Chi subisce una qualsiasi forma di esilio, in patria e fuori, deve trovare asilo e ospitalità nei nostri Stati, che considerano la democrazia e la libertà valori indiscutibili”. “È evidente che in questo momento c’è bisogno di più Europa - gli fa eco il vicepresidente nazionale di Azione Cattolica, Paolo Seghedoni -. La piazza in questo senso è uno strumento importante, perché senza di essa tante istanze resterebbero sulla carta. Chi ci va, poi, deve aprirsi in un dialogo ostinato con chi non la pensa come lui, anche per evitare il rischio di strumentalizzazioni”. A pochi mesi dai cortei per Gaza, che hanno fortemente coinvolto cittadini e mondo politico, il tema dunque si ripropone, anche se la “febbre emotiva” non è paragonabile: a settembre, l’emergenza umanitaria nella Striscia era all’apice e le iniziative di solidarietà (si pensi al caso della Flotilla) si moltiplicavano, in un cortocircuito che teneva insieme dal basso l’indignazione popolare e dall’alto le richieste di riconoscimento della Palestina. Oggi il clima è diverso: i cortei non mancano, soprattutto da parte delle comunità di cittadini iraniani e venezuelani all’estero che solidarizzano con i connazionali oppressi, mentre i partiti al momento discutono e polemizzano tra loro. “Esistono due tipi di piazze: una piazza per l’azione e una piazza per la solidarietà - riflette Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli -. In entrambi i casi, va sostenuto il principio di autodeterminazione dei popoli insieme al rispetto, da tempo tradito, del diritto e delle istituzioni internazionali. Contro il neo-imperialismo, in particolare, servirebbero piazze credibili e plurali, in cui idee diverse riescono a convivere in nome della pace e della democrazia”. Oltre ad andare nelle strade contro l’oppressione, la società civile avverte anche il bisogno di muoversi per costruire qualcosa di nuovo. “Reagire contro i torti ci porta più facilmente ad indignarci e a partecipare - riprende Moretti - ma la vera mobilitazione per noi è sempre quella della non violenza attiva. Noi l’abbiamo sperimentato a Kiev. In questo senso, la lotta a tutti gli autoritarismi può essere un buon comune denominatore per dire basta a quanto sta accadendo anche in Iran”.