C’erano una volta, in Italia, la grazia e l’amnistia di Franco Corleone L’Unità, 14 gennaio 2026 È finito l’anno che avrebbe dovuto festeggiare i 50 anni dell’Ordinamento penitenziario e i 25 anni del Regolamento di esecuzione con provvedimenti diversi dalla introduzione di nuovi reati, dall’aggravamento delle pene e dal nuovo reato di resistenza passiva e di criminalizzazione di atti di protesta nonviolenta. Si sono archiviati 80 suicidi e 161 morti per cause da accertare in carcere e si è chiuso il giubileo dei detenuti senza un segno di accoglimento dell’appello di Papa Francesco e di Papa Leone. In tempi di rabbia e di odio, di crisi dello stato di diritto e del nuovo ordine mondiale fondato sulla forza non stupisce che la clemenza sia bandita e cancellato il senso di umanità. Si è ormai consolidato un fatto crudele. È stata abolita di fatto l’amnistia e non si concedono più grazie. Il Parlamento è condizionato da un quorum impossibile e il Presidente della repubblica, nonostante la sentenza 200 del 2006 della Corte costituzionale che gli conferisce il potere autonomo di decidere provvedimenti di grazia o di commutazione delle pene, ha ridotto tali atti a numeri risibili. Vediamo infatti il numero di grazie concesse dai diversi Presidenti della Repubblica: Einaudi, 15.578; Gronchi, 7.423; Segni/ Merzagora, 926; Saragat, 2.925; Leone, 7.498; Pertini, 6.095; Cossiga, 1.395; Scalfaro, 339; Ciampi, 114; Napolitano, 23; Mattarella, 62. Insomma il paradosso è clamoroso. Fino al 1990 si approvano amnistie e indulti quasi ogni due anni e si concedevano tante grazie, in totale 42.397 (solo 85 dopo la decisione del superamento del “potere duale” tra Presidente e ministro della giustizia). Dopo la bulimia è subentrata una drastica anoressia. Che fare dunque? Il 12 gennaio 2018 la Società della Ragione organizzò un seminario al Senato con il titolo “Per un rinnovato statuto di amnistia e indulto” sotto la sagace regia del prof. Andrea Pugiotto e alla conclusione di una ricca e impegnata discussione fu messa a punto una proposta di legge per correggere la modifica dell’articolo 79 della Costituzione che è agli atti della Camera dei deputati grazie all’iniziativa di Riccardo Magi con il n. 156. La documentazione del senso dell’iniziativa è raccolta nel volume “Costituzione e clemenza” edito da Ediesse. È augurabile che il film di Sorrentino “La Grazia” con Toni Servillo nella parte del Presidente della Repubblica smuova i cuori e spinga il Presidente Mattarella a proclamare il 2026 anno di grazia (ottanta anni dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno), per rispondere a straordinarie esigenze umanitarie. Di fronte all’aumento dei detenuti che ormai hanno raggiunto la quota vertiginosa di 64.000 presenze, occorre rilanciare quella proposta. Il 6 febbraio si svolgerà a Roma in una sala dell’Università Roma Tre, una assemblea aperta per la riforma del carcere convocata da un ampio cartello delle associazioni impegnate da tempo su quello che è ormai un discrimine di civiltà. Sarà presentato un quadro coerente e complessivo per affrontare tutti i nodi irrisolti. Occorre una risposta intelligente alla provocazione del Governo che sceglie la via della repressione, della violazione dei diritti e inventando l’utilizzo dello spray al peperoncino per esasperare il conflitto nelle carceri che finora non si è tradotto in rivolte drammatiche. Dieci anni fa, la Cedu aveva dichiarato che il sovraffollamento detentivo in Italia rappresentava un problema strutturale e che la pena consisteva in trattamenti inumani e degradanti e in violazione dell’art. 3 della Convenzione dei diritti umani. Siamo tornati ad un sovraffollamento inaccettabile e non è una questione di aritmetica o contabilità, è questione di dignità, di dover condividere un solo cesso con molte persone che non si conoscono, di dover mangiare seduti sul letto perché non c’è posto per le sedie attorno al tavolo, mentre il Regolamento per altro prevede l’istituzione nel carcere della mensa, ma si tratta di una norma non realizzata, come tante altre tra cui la presenza di uno spaccio per l’acquisto dei prodotti del sopravvitto. Queste sono le condizioni materiali di una detenzione illegale, in cui è violato ogni diritto delle persone recluse e le sentenze della Corte costituzionale, penso alla sentenza 99/2019 sull’incompatibilità della detenzione per gravi problemi di salute mentale per evitare l’insorgere di una deplorevole nostalgia del manicomio, alla più recente sentenza 10/2024 sull’affettività, restano lettera morta. I reati gravi fortunatamente decrescono - siamo passati da 1.916 omicidi nel 1991 a 319 del 2023- ma la popolazione detenuta è più che raddoppiata da allora (nel 1991 i detenuti a giugno erano 31.053) e quella in esecuzione penale esterna ha ormai ampiamente superato le 100.000 persone. E non va tralasciata la bomba a orologeria rappresentata dai novantamila “liberi sospesi”, in attesa dopo anni di una decisione della magistratura di sorveglianza. Il panpenalismo e il populismo penale avanzano, i reati si moltiplicano per punire ed escludere, con maggiore vigore, ogni forma di povertà e marginalità sociale. Questo aspetto non rappresenta sicuramente una novità recente o un segno politico sconosciuto: la produzione incessante di ulteriori nuovi reati ha caratterizzato gli ultimi trent’anni di storia di questo paese e le politiche repressive sulle droghe (il Dpr 309/90 porta il nome del ministro della Giustizia Vassalli) e quelle in materia di migrazioni rappresentano, forse, la più vistosa ed evidente manifestazione di questo indirizzo politico. Nonostante questo orientamento non sia nuovo, le politiche del Governo Meloni presentano caratteristiche di allarmante innovazione. In primo luogo, hanno impresso un’inedita accelerazione: oltre 60 nuovi reati in tre anni, di cui 14 introdotti con il solo decreto sicurezza. Inoltre, come ha sostenuto Stefano Anastasia nel corso del convegno Cinquant’anni di ordinamento penitenziario. Riforma e crisi del carcere che si è tenuto a Firenze il 2 luglio dell’anno scorso, con il decreto sicurezza abbiamo potuto osservare un nuovo orientamento delle politiche securitarie che si rivelano “prevalentemente ed esplicitamente orientate alla tutela, non genericamente dei cittadini o di alcuni suoi gruppi sociali, ma esplicitamente delle forze di polizia”. All’inizio del 2025, Grazia Zuffa descriveva così questo indirizzo: “una grande spregiudicatezza nell’inventare norme. Un’inventiva che sconfina direttamente nell’illegalità”. Nel 2015, Grazia Zuffa aveva pubblicato su Questione Giustizia un articolo sulla riforma del carcere intitolato Ripensare il carcere, dall’ottica della differenza femminile. In conclusione Zuffa scrive una frase che possiamo considerare un vero e proprio manifesto, di grande attualità: “Dall’ottica della differenza femminile - afferma Zuffa - si può intravedere una via di riforma: restituire alle autrici (e agli autori) di reato la piena responsabilità, nella prospettiva del reinserimento sociale; togliere gli strumenti di socializzazione dalla sfera della discrezionalità e declinarli più come diritti che come concessioni”. Abbiamo bisogno di un programma, di un’agenda, di obiettivi chiari con un riferimento ai principi della Costituzione sul diritto alla salute, il divieto della tortura, l’aspettativa del reinserimento sociale, l’affermazione del criterio della responsabilità e la speranza di riconciliazione. Come ha detto il maestro alla conclusione di un concerto nel carcere di Bollate, bisogna tentare la strada della bellezza Il primo punto è la riduzione drastica della detenzione sociale, che possiamo attuare attraverso una serie di politiche, tra cui: l’approvazione della proposta di legge sull’introduzione delle case di reinserimento sociale, che favorirebbe la fuoriuscita dal carcere di molte persone con residui pena brevi; l’introduzione in carcere del numero chiuso, essenziale per far funzionare qualunque politica deflattiva; infine, la riforma delle leggi sulle droghe che causa l’intollerabile sovraffollamento. Il secondo pilastro è quello della dimostrazione che ci possiamo liberare dalla necessità del carcere, partendo da alcuni esempi di archeologia criminale del sistema penitenziario. In questo senso, si potrebbe finalmente approvare l’abolizione dell’istituto fascista delle case di lavoro, misura illiberale a cui sono destinati pochi sfortunati ed esiste già un disegno di legge, depositato alla Camera dall’on. Riccardo Magi e sostenuto dall’arcivescovo di Chieti-Vasto, il prestigioso teologo Bruno Forte. Nel giorno di Sant’Ambrogio l’arcivescovo Mario Delpini ha rivolto alla città di Milano un discorso memorabile in cui ha denunciato l’intollerabile situazione delle carceri e ha fatto risuonare la voce dimenticata di Cesare Beccaria: La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni. L’appello finale chiede di non essere complici e va raccolto con intransigenza. Carceri: una strategia della tensione di Sergio Segio Il Manifesto, 14 gennaio 2026 Il 2025 si è chiuso con una vistosa crescita del malessere nei penitenziari, come certificato anche dal nuovo picco di 80 detenuti suicidi. Un malessere che ha due facce: la disperazione, con il suo portato di autolesionismo, e l’esasperazione, che si traduce in microconflittualità. Tra principali cause vi sono i numerosi provvedimenti legislativi in tema di sicurezza varati dall’attuale governo che hanno prodotto maggiori incarcerazioni e pene più lunghe. Con la conseguenza di ulteriore sovraffollamento delle celle e, dunque - checché ne dica il Guardasigilli - di drastico peggioramento delle condizioni di reclusione. Si tratta di effetti prevedibili, programmaticamente perseguiti da un Governo risultato impermeabile pure di fronte alla modesta proposta di clemenza natalizia avanzata da un collega di fede e di partito come Ignazio Larussa e da un ministro sordo alle denunce quotidiane delle associazioni e anche di un detenuto come Gianni Alemanno, già sindaco di Roma e ministro di Alleanza Nazionale. Questo è lo stato delle carceri: un quadro che depone per prospettive persino più drammatiche nel 2026. Il buon senso, oltre che la responsabilità di governo, imporrebbero quanto meno misure di raffreddamento della tensione e di lenimento del malessere. Ma il “regalo di Natale” arrivato ai detenuti ha imboccato decisamente la direzione opposta. A seguito della legge sulla sicurezza del giugno scorso, che sanziona anche la resistenza passiva alla stregua della rivolta violenta, qualche mente acuta avrà forse ipotizzato una probabile recrudescenza di queste ultime e avrà considerato insufficienti scudi, idranti e manganelli. Fatto sta che un decreto del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, datato 22 dicembre, ha autorizzato in via sperimentale gli agenti di custodia all’uso di spray urticante al peperoncino, sia nelle parti comuni del carcere sia nel chiuso delle celle e nelle traduzioni. La novità, naturalmente, è stata salutata positivamente dai potenti sindacati autonomi della polizia penitenziaria. Che, del resto, sono i principali artefici della narrazione che descrive le carceri come ingovernabili e teatro di costanti violenze da parte dei reclusi; un racconto acriticamente raccolto e rilanciato quotidianamente da gran parte dei media, che hanno ormai assunto i comunicati stampa di tali sindacati come fonte esaustiva se non esclusiva. Così che ogni diverbio si trasforma in “disordini”, ogni rivendicazione o protesta in “rivolta”, ogni suicidio spiegabile con “carenze di organico”. Mai contenti, alcuni rappresentanti della polizia penitenziaria hanno perciò colto l’occasione per rilanciare proponendo l’introduzione anche di strumenti come la “Flash-Ball”, ovvero un’arma che spara proiettili di gomma da 44 mm, e il “BolaWrap”, un dispositivo di contenimento “da remoto” consistente in un laccio di kevlar con quattro uncini. A supporto, viene ricordato che la flash-ball è usata da tempo dalla polizia francese. Viene, invece, tralasciato il fatto come proprio Oltralpe, in particolare nella feroce repressione del movimento dei Gilet Jaunes, si sia evidenziata la pericolosità di queste armi antisommossa, ingannevolmente definite non letali pur essendovi stati casi comprovati di decessi, oltre ai 51 feriti gravi e ai 31 mutilati, 24 con la perdita di un occhio, nel corso di manifestazioni e documentati da associazioni e attivisti (violencespolicieres.fr). Lo stesso produttore specifica che quell’arma, classificata come “a letalità attenuata”, “possiede la potenza di una 38 Special” (eclats-antivols.fr). È facile immaginare cosa di ancor peggio potrebbe succedere usando queste armi negli spazi chiusi e compressi del carcere. Ma, evidentemente, i dati e i rischi non interessano. Si preferisce alzare la fiamma del gas sulla traboccante pentola umana in ebollizione. Gianni Alemanno: “Sempre più insofferente al teatrino della politica” di Laura Defendi La Prealpina, 14 gennaio 2026 Gianni Alemanno, ci spiega com’è cambiato il suo sguardo sulla politica e sulla giustizia, quando da primo cittadino di Roma è diventato cittadino” di Rebibbia? “La prima risposta più banale, ma necessaria perché ci sono molti maldicenti, è che il mio sguardo sulla Giustizia non è molto cambiato entrando in carcere. Ho sempre pensato che la Giustizia italiana abbia molti problemi e che quando il sovraffollamento carcerario supera certi livelli non bisogna “vergognarsi” - come oggi fa Giorgia Meloni - di emanare dei provvedimenti di clemenza che riducano il numero dei detenuti. Ci tengo a ribadire di essere stato uno dei tre parlamentari di destra che, in dissenso dal proprio gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale, votarono a favore dell’indulto del 2006, l’ultimo che è fatto in Italia. La seconda risposta, più complessa, è la seguente: sono diventato molto più insofferente rispetto all’ipocrisia di chi detiene il potere. Per carità. anch’io a mio tempo avrò fatto questo errore, ma - soprattutto sull’emergenza carceraria - oggi si sta superando ogni limite e mi pare veramente di assistere al “teatrino della politica”, dove è più importante fare marketing elettorale che capire veramente i problemi della gente e i drammi sociali”. Nella sua lunga carriera è stato anche ministro delle Politiche agricole e forestali: se oggi fosse al posto del ministro Lollobrigida su quali priorità si focalizzerebbe? “Non ho grandi critiche o proposte da fare a Lollobrigida, anche perché mi pare che la sua politica sia molto ispirata dalla Coldiretti, che rappresenta la più importante e seria organizzazione professionale agricola del nostro paese. Magari sarei più duro e radicale nelle trattative a Bruxelles, ma questo non dipende da Lollobrigida: dipende da tutto il governo Meloni che in Unione Europea, al di là delle dichiarazioni roboanti, è troppo timido e subalterno”. Come hanno reagito i suoi sostenitori alle vicende giudiziarie? “Con grande indignazione perché ritengono che mi sia stata inflitta un’ingiustizia. È dal 2014 che va avanti questa vicenda giudiziaria: sono stato accusato prima di far parte di un’associazione mafiosa, accusa archiviata quasi subito dagli stessi pm, poi di essere un corrotto, accusa da cui sono stato definitivamente assolto in Cassazione. Adesso, quando tutto sembrava finito, sono stato sbattuto in carcere con delle motivazioni sostanzialmente banali e che troverò il modo di smontare. Insomma, la mia gente è stanca e indignata dall’atteggiamento che la Giustizia tiene nei miei confronti, atteggiamento che somiglia molto ad una persecuzione”. Le manca la politica? “Non mi manca, perché non ho mai smesso di fare politica. Anche lottare per fronteggiare l’emergenza carcere è fare politica. Non a caso, nell’ultimo congresso di “Nessuno Tocchi Caino” sono stato inserito nel Consiglio Direttivo di questa associazione, non partitica ma trasversalmente politica. Infine, vorrei ricordarvi che il partito di cui sono segretario nazionale, il Movimento Indipendenza, continua a operare, nonostante la mia attuale situazione”. Insieme a Fabio Falbo ha scritto “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane”: come è nata la collaborazione con Falbo? “Attraverso il contatto con l’associazione Gruppo Idee e con la Rete associativa ASI, con cui facevamo volontariato tutti e due, lui dentro e io fuori. Ci siamo incontrati e ci siamo capiti subito. Io, in particolare, gli riconosco una grande esperienza e una straordinaria generosità umana. Falbo è una persona che sta in carcere da più di 16 anni e, siccome si dichiara innocente, non ha mai ot-tenuto nessun beneficio dall’amministrazione penitenziaria, nonostante si sia laureato in Giurisprudenza in carcere e, anche in base a questa sua esperienza legale, aiuti giorno e notte tutte le persone detenute del nostro braccio. Non a caso è stato soprannominato “Lo scrivano di Rebibbia”. Insieme abbiamo fatto una bella squadra: io ci ho messo la mia esperienza politica, lui la sua esperienza carceraria. Ma soprattutto ci siamo trovati quasi subito d’accordo sul fatto che c’è un limite a tutto e che le ingiustizie che vengono perpetrate nei confronti della popolazione carceraria hanno superato questo limite”. Qual è la realtà condizione carceraria che ha testato con mano? “È quella sintetizzata nel titolo del libro che ho scritto insieme a Fabio Falbo: le carceri italiane sono al collasso e questa emergenza sociale viene negata o ignorata da parte della politica e dei media. Cosa vuol dire? Vuol dire che nelle carceri italiane c’è un tale sovraffollamento che è stata superata la soglia prevista dall’art. 3 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che recita “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Non stiamo esagerando: ormai quasi tutti i giudici di sorveglianza riconoscono alle persone detenute di subire trattamenti inumani per il sovraffollamento nei reparti e la carenza di spazio vitale nelle celle. In queste condizioni è impossibile garantire alle persone detenute percorsi di rieducazione e riabilitazione, previsti dalla nostra Costituzione, e quindi l’applicazione dei benefici che permettono di uscire dal carcere. Gran parte della popolazione carceraria oggi è abbandonata a se stessa in condizioni di degrado e di indifferenza”. La destra ha fatto della “certezza della pena” una bandiera: qual è la sua opinione in merito? È cambiata dopo la sua esperienza a Rebibbia? “La “certezza della pena” va bene se viene intesa come “certezza dell’efficacia della pena”, cioè se la pena aiuta a evitare che i detenuti tornino a delinquere una volta usciti, abbattendo così la recidiva al crimine. Altrimenti le carceri si trasformano in una “università del crimine” dove i reclusi, soprattutto quelli più giovani, imparano solo a essere più cattivi e più esperti nel delinquere di nuovo quando usciranno. E quello che accade oggi, dove carceri sovraffollate e degradate vanno benissimo per chi vuole comportarsi male (perché è più difficile controllarli, come dimostra l’altissima diffusione della tossicodipendenza dentro gli istituti di pena), ma creano ostacoli insormontabili per chi vuole cambiare vita e costruirsi una prospettiva nuova di formazione e lavoro”. Si parla della costruzione di nuove carceri, ma non si menziona il fatto che i concorsi per arruolare personale disposto a lavorare all’interno degli istituti abbiano registrato un’adesione non congrua alle necessità. Qual è, secondo lei, la direzione concreta in cui la politica dovrebbe guardare? “Non è solo questo, anche perché nel 2026 ci saranno molti concorsi di Polizia penitenziaria, che pure non riusciranno a coprire gli enormi vuoti d’organico oggi esistenti. Il problema principale è che con il piano carceri non si riuscirà mai a risolvere il problema del sovraffollamento (come è già accaduto in passato), perché procedono troppo lentamente e perché dovrebbero servire innanzitutto a sostituire le carceri troppo obsolete che oggi stanno crollando (come Regina Coeli a Roma). Insomma, Io ripeto ancora una volta: per fronteggiare l’emergenza carceri bisogna emanare dei provvedimenti urgenti che riducano subito la popolazione carceraria - indulto, liberazione anticipata speciale per chi ha mantenuto una buona condotta, o arresti domiciliari automatici per tutti i detenuti non pericolosi che stanno arrivando alla fine della pena. Poi quando l’emergenza è stata almeno dirotta, si devono fare delle riforme strutturali per ridurre il ricorso al carcere con pene alternative e per facilitare l’uscita dal carcere alle persone detenute che hanno dimostrato di essersi realmente riabilitate, come avviene in tutti i principali Paesi europei”. Nel suo “Diario di Cella” racconta la storia di un uomo malato oncologico che non può accedere alle cure perché “mancano le scorte per accompagnarlo”. Riesce a spiegare a chi pensa che siate “in un hotel a cinque stelle” qual è la condizione sanitaria (e psichiatrica) all’interno delle carceri? “Il diritto alla salute non viene garantito nelle carceri italiane, dove si può essere malati anche grave-mente senza ricevere cure adeguate. Questo avviene perché i presidi sanitari interni sono inadeguati e perché, come detto, mancano le scorte per accompagnare i detenuti malati negli ospedali esterni al carcere per cure e esami medici. In queste condizioni le persone ma-late dovrebbero essere mandate agli arresti domiciliari per potersi curare con mezzi propri, ma anche questo avviene raramente. Infatti il numero di persone che muore in carcere è statisticamente molto elevato”. Il diritto all’affettività dei detenuti è costantemente ignorato. Giungono voci di ulteriori restrizioni dopo le evasioni che abbiamo letto in cronaca. Lei come ha vissuto il distacco forzato dagli affetti... “I limiti all’affettività, nonostante la sentenza della Corte costituzionale che ha sancito questo diritto per le persone detenute, sono altissimi, basti pensare che solo 32 istituti su 189 hanno “stanze dell’affettività” che possono garantire incontri intimi con i partner. Il problema non è tanto mio, che dovrò rimanere qui solo pochi altri mesi, ma pensiamo alle persone che rimangono in carcere per decine di anni”. Nella sua lettera al Papa, ha scritto che “Le carceri italiane diventano ogni giorno sempre più fatiscenti e degradate, mentre cresce un sovraffollamento che sta superando ogni limite di guardia, giungendo al 138,39%, con 63.831 persone detenute su 46.124 posti disponibili. Il Papa ha risposto nella sua omelia, che effetto le hanno fatte le sue parole? “Le parole di Papa Leone XIV all’omelia del Giubileo dei detenuti hanno ripreso quanto aveva già affermato Papa Francesco, che, ricordiamoci, qui a Rebibbia ha aperto personalmente una Porta Santa. E ci hanno aperto il cuore. Purtroppo non sono stati ascoltati da un Governo che non si è degnato neppure di mandare un suo rappresentante a San Pietro per presenziare al Giubileo dei Detenuti”. Dopo questa esperienza, quale Gianni Alemanno uscirà da quel portone dopo tutto ciò che ha vissuto? “Più sereno e più combattivo. Non è una contraddizione di termini: sarò più sereno perché sono più consapevole della condizione umana e della forza della spiritualità, più combattivo perché non sono più disponibile a sopportare ingiustizia e indifferenza”. Il vero valore del referendum di Michele Ainis La Repubblica, 14 gennaio 2026 Se nel frattempo il mondo non sarà esploso del tutto, fra un paio di mesi ci attende un referendum. Quello sulla giustizia, che per i suoi oppositori introduce viceversa un’ingiustizia. Come voteremo? Dipende dal merito di questa riforma, però anche dal metodo con cui è stata generata. Dipende dai quesiti, ma in realtà dalla percezione dei quesiti, dalla loro “narrazione”, come si dice adesso. Dipende dal testo, ma in misura anche maggiore dal contesto, dalle condizioni esterne in cui cadrà la consultazione. Difatti ogni referendum esprime una valenza che supera lo specifico oggetto dei quesiti. Nel 1991 il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni aprì la stagione della Seconda repubblica. Incideva su un dettaglio della legge elettorale (abolendo la possibilità d’indicare tre preferenze sulla scheda), tuttavia incrociò il malcontento popolare, e accese la miccia che ha bruciato tutti i partiti della Prima repubblica. Nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale firmata da Renzi fu in effetti un voto pro o contro il suo governo, nonché la sua persona. L’ha riconosciuto più volte, del resto, lo stesso interessato. Il primo fattore, dunque, sarà questo: il sentimento prevalente nei confronti di Giorgia Meloni, e in generale della sua esperienza di governo, dopo tre anni d’avventure. E se per lei va male saranno dolori. Hai voglia, infatti, a dichiarare che il tuo esecutivo non se ne lascerà scalfire, che la giustizia è tutt’altra questione, quando si tratta dell’unica riforma che sei riuscita a licenziare, dopo lo stallo del premierato e dell’autonomia differenziata. E quando tutti i tuoi alleati di governo sono schierati per il “sì”, tutta l’opposizione per il “no”. È uno scontro politico, quello che si delinea all’orizzonte. C’è in ballo il primato fra i consensi popolari. Nuovi equilibri, forse. Sarà per questo che la maggioranza ha accelerato il voto, sarà perché avverte la bassa marea, ne ha avuto sentore alle regionali di novembre. E teme che s’allarghi, che cresca giorno dopo giorno. In secondo luogo, giocherà il favore verso i magistrati. È la loro casa che la riforma vuol mettere a soqquadro. Ed è questo scompiglio la sua specifica ragione: una resa dei conti fra politica e magistratura. L’hanno ammesso, a mezza bocca, vari esponenti di governo, e a bocca piena anche il ministro Nordio. Sicché l’altro quesito sottotraccia è questo: parteggi per i politici oppure per i giudici? Tuttavia, se la fortuna dei primi precipita a ogni elezione, se resta sommersa dall’onda del non voto, la popolarità dei secondi vola rasoterra: ha fiducia nel potere giudiziario soltanto il 39 per cento degli italiani, dichiara un sondaggio Tecnè diffuso l’anno scorso. Sarà una gara al ribasso: non vince chi è più simpatico, ma chi risulta un po’ meno antipatico. In terzo luogo c’è di mezzo il metodo col quale è stata timbrata la riforma. Con le maniere spicce, manu militari. Il Parlamento l’ha votata quattro volte senza correggere una virgola del testo scritto dal governo - un episodio senza precedenti nella storia delle revisioni costituzionali. La riforma della giustizia intende separare le carriere fra chi giudica e chi indaga, ma intanto (l’ha osservato Ferruccio de Bortoli) ha separato di netto l’esecutivo dal legislativo. Tutti respinti i 1300 emendamenti depositati dalle opposizioni. Silenziato il parere di dissenso del Csm. Ignorato lo sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati. E allora l’altra domanda che ci interroga suona così: apprezzi il decisionismo del governo? A tuo giudizio la società italiana ha bisogno d’una cura autoritaria o di maggiori garanzie? In quarto luogo conterà il racconto, conteranno anche le favole inventate per sedurre gli elettori. Questo non è un referendum sul divorzio o sull’aborto: la materia è troppo tecnica per essere compresa a fondo da chi non ha la doppia laurea. Sicché si tira fuori il delitto di Garlasco, anche se nessun sistema può proteggerci dagli errori giudiziari. Si chiama in causa la persecuzione verso Berlusconi, che però fu assolto varie volte da giudici non ancora separati dai pm. Mentre un po’ tutti i partiti dicono il contrario di ciò che sostenevano in passato. Fabula docet, insegnavano i latini. Ma in questa circostanza sarà meglio tapparsi le orecchie. Referendum sulla Giustizia, un calendario che promette un’escalation delle tensioni di Massimo Franco Corriere della Sera, 14 gennaio 2026 Inizia la corsa contro il tempo dei sostenitori del No, che vogliono raccogliere mezzo milione di firme entro fine gennaio per fare ricorso e cercare così di far slittare la consultazione. Il referendum sulla giustizia è confermato per il 22 e 23 marzo prossimi. La decisione del governo, scontata, è arrivata lunedì pomeriggio. Ma adesso comincia la corsa contro il tempo dei sostenitori del No, che vogliono raccogliere mezzo milione di firme entro fine gennaio per fare ricorso e cercare così di far slittare la consultazione: toccherebbe alla Corte costituzionale rivedere la data. Già la tempistica contrastata, tuttavia, lascia capire quali e quante tensioni si addensino sulle prossime settimane di campagna referendaria. Il fronte a favore sia della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sia di un Csm eletto per sorteggio, appare più compatto. E non a caso viene dato in netto vantaggio rispetto allo schieramento del No. Tra l’altro, a sinistra, in particolare nel Pd, non esiste uno schieramento granitico, né finora un ordine di scuderia che obblighi in teoria tutti a esprimersi contro la riforma. È significativo il convegno di lunedì a Firenze nel quale esponenti prestigiosi del centrosinistra come l’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, hanno confermato il Sì. Soprattutto, i promotori hanno teso a smantellare la narrativa secondo la quale il governo di Giorgia Meloni punterebbe a mettere sotto tutela la magistratura: nonostante l’insistenza con la quale soprattutto FI parla di una riforma che dovrebbe vendicare i processi “politici” contro Silvio Berlusconi. Il tentativo della maggioranza è di togliere il più possibile la patina politica e governativa al referendum. Non a caso, la premier ha già fatto sapere che, se sconfitta, non si dimetterebbe. È un modo per smarcarsi dalla “sindrome Matteo Renzi”: il premier che gettò la spugna dopo il referendum sull’abolizione del Senato, perso nel 2016. Ma la politicizzazione sarà difficilmente evitabile. Nel grosso del Pd, in sintonia con l’Anm, il No è una bandiera obbligata: anche per non essere scavalcato dalla virulenza con la quale viene brandita dal M5S, e per gli attacchi della coalizione di governo all’ordine giudiziario. Non a caso, si accredita la volontà di Palazzo Chigi di vincere per poi andare al voto anticipato. Prevedere che i toni si alzeranno non è azzardato, dunque, anche perché la consultazione incrocerà le tensioni sulla nuova legge elettorale. La data del 22 e 23 marzo verrà usata dal No per sostenere che il governo ha fretta, preoccupato da una virtuale rimonta avversaria. In realtà, non essendo necessario il quorum del 50% più uno dei votanti, prevarrà chi mobiliterà al meglio la propria minoranza. C’è da chiedersi se modificare la Costituzione con una partecipazione minoritaria, chiunque prevalga, sia giusto. Ma questo è un altro discorso. La rissa sulla Giustizia non giova a nessuno di Salvo Andò La Sicilia, 14 gennaio 2026 La rissa sulla riforma della giustizia sta assumendo le caratteristiche di un confronto sempre più duro tra toghe e governo che si disputa nel primato in materia di gestione delle riforme istituzionali. Di questo si tratta, più che di promuovere riforme destinate a mettere ordine nella giurisdizione rendendola più efficace e garantista. È, questo, un conflitto che sconcerta l’opinione pubblica, la quale rivendica la giustizia giusta anziché quella infeudata a questo o a quel potere. Non pare dubbio che l’equilibrio tra i poteri non possa essere unilateralmente modificato. Insomma, eventuali conflitti verrebbero in ogni caso a trovare un punto di mediazione anche attraverso il coinvolgimento del Capo dello Stato. E, invece, le riforme sulle quali disputano toghe e politica stanno dando luogo ad aggressive campagne propagandistiche che partiti politici e partiti dei giudici promuovono senza esclusione di colpi di fronte ad un’opinione pubblica sbigottita. Da questo punto di vista, è emblematica l’iniziativa assunta dal fronte del No quando chiede all’opinione pubblica se è disposta ad accettare che, con la riforma Nordio, i giudici debbano dipendere dalla politica. Si tratta di una forma di “pubblicità ingannevole” che non fa certo onore alla corporazione giudiziaria. Per intenderci, cosa accadrebbe se il fronte del Sì chiedesse agli elettori se è preferibile un giudice indipendente a uno che opera al guinzaglio delle correnti che fanno il bello e il cattivo tempo in materia di carriera, come spiegava un “correntocrate” come Palamara? La verità è che lo scontro sulla riforma della giustizia pare destinato a promuovere egemonie politiche che possono incidere sul futuro del Paese. Stanno scendendo in campo leader e organizzazioni politiche che da tempo non si occupavano più di giustizia e adesso ritengono di poter riguadagnare una udienza pubblica che potrebbe riassegnare ad alcuni di essi ruoli politici rilevanti. Leader politici che sembravano ormai da tempo fuori dalla mischia paiono ora decisi a trovare nella battaglia referendaria un’occasione imprevista per rilanciarsi. Tenuto conto di ciò, sarebbe bene che il confronto sulle riforme della giustizia si tenesse con il senso di responsabilità che una posta in gioco così importante per il buon funzionamento delle istituzioni comporta e non attraverso contumelie e imposture, bensì un confronto volto a garantire i diritti, attraverso il quale politica e magistratura dovrebbero dialogare per garantire la giustizia giusta. Un appuntamento spesso sollecitato ma sistematicamente eluso. Pare opportuno che all’interno del dibattito si cui si discorre si dia la giusta rilevanza al tema dell’indipendenza del giudice, ma sul concetto di indipendenza bisogna fare chiarezza. Spesso si confonde l’indipendenza con un traffico correntizio che non ha nulla a che fare con il pluralismo culturale che dovrebbe caratterizzare l’associazionismo giudiziario. Le correnti hanno assunto nel tempo un enorme potere, addirittura minacciando la stessa indipendenza della magistratura. Si tratta di gruppi organizzati all’interno della magistratura che esercitano un forte potere su nomine e carriere. Le correnti, di fatto, gestiscono l’autogoverno della magistratura, procedendo spesso con grande disinvoltura ad operazioni di scambio che non possono non incidere negativamente sulla stessa indipendenza dei giudici. Di queste operazioni di scambio spesso pagano il prezzo i magistrati senza collare correntizio. Da questo punto di vista, è emblematica la vicenda del giudice Falcone. che ogni volta che si candidava per acquisire posizioni apicali all’interno della magistratura veniva sistematicamente bocciato. La campagna per il referendum sulla giustizia è fatta soprattutto di mistificazioni di Luca Sofri ilpost.it, 14 gennaio 2026 Sia da parte dei sostenitori sia da parte degli oppositori: e mancano ancora quasi 70 giorni al voto. Il Consiglio dei ministri ha stabilito la data del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia: si voterà domenica 22 e lunedì 23 marzo. Mancano dunque 67 giorni alla consultazione, e sarà un tempo in cui i sostenitori e i detrattori della riforma potranno spiegare le loro ragioni. La campagna referendaria però è già iniziata da tempo, almeno dalla fine di ottobre, quando il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge. E finora, da un lato e dall’altro, il dibattito è stato caratterizzato da semplificazioni e mistificazioni notevoli, più che da un confronto ragionato sul merito della riforma. Le premesse, del resto, non erano state incoraggianti. Il primo novembre, all’indomani del quarto e decisivo passaggio parlamentare della riforma, sul Fatto Quotidiano venne pubblicato un articolo in cui si spiegava come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, i due magistrati palermitani assassinati da Cosa Nostra nell’estate del 1992, fossero entrambi contrari all’ipotesi della separazione delle carriere - quelle dei magistrati requirenti e dei magistrati giudicanti, cioè i pubblici ministeri da un lato e i giudici dall’altro - che è uno degli elementi principali della riforma promossa dal governo di Giorgia Meloni. Lo si faceva citando un supposto intervento di Borsellino a Samarcanda, un talk show condotto da Michele Santoro su Rai 3 tra il 1987 e il 1992, del 23 maggio 1991; e riportando dichiarazioni attribuite a Falcone e tratte da una sua presunta intervista a Repubblica del gennaio del 1992. Solo che Borsellino non era mai stato ospite di Samarcanda, e non aveva mai detto le cose che gli erano state attribuite. Quanto all’intervista di Falcone a Repubblica, semplicemente non esisteva. Si trattava di due notizie false, che circolavano in rete da un po’ di tempo e che erano state evidentemente prese per vere. Non solo dal Fatto Quotidiano - il cui direttore Marco Travaglio poi si scusò per l’errore pur rivendicando la bontà dell’operato del suo giornale - ma anche da vari attivisti o utenti semplici dei social network, che le rilanciarono. Una settimana dopo anche il magistrato calabrese Nicola Gratteri, capo della procura di Napoli e una delle figure più esposte in sostegno del “No”, cioè in opposizione alla riforma, lesse nuovamente le parole di Falcone durante un’intervista a DiMartedì, su La7, citando la fantomatica intervista a Repubblica. Dovette poi scusarsi pure lui. Più di recente, invece, il tentativo di utilizzare strumentalmente personaggi illustri a sostegno della propria propaganda ha indotto in errore un esponente del fronte del “Sì”. Andrea Cangini, giornalista di grande esperienza ed ex senatore di Forza Italia, segretario generale della fondazione Luigi Einaudi che è tra le principali animatrici del comitato SìSepara, l’11 gennaio ha scritto sull’HuffPost un articolo in cui ha preteso di intuire che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella voterà a favore della riforma. Cangini ha recuperato una vecchia seduta dell’ottobre del 1997 della cosiddetta Bicamerale - una commissione parlamentare presieduta da Massimo D’Alema nata con l’ambizione, poi rivelatasi vana, di promuovere riforme costituzionali col sostegno trasversale dei partiti - nella quale Mattarella, allora deputato del Partito popolare italiano, votò a favore dell’istituzione di un doppio Consiglio superiore della magistratura (CSM), misura presente anche nella riforma voluta dal governo Meloni. Sulla base di questo elemento, e tenendo in considerazione i ripetuti appelli fatti dal capo dello Stato in questi ultimi anni contro le degenerazioni correntizie della magistratura, le stesse che la riforma attuale si propone di arginare attraverso l’elezione per sorteggio dei membri dei due CSM, Cangini è arrivato a questa conclusione: “Ce n’è abbastanza, crediamo, per ipotizzare che al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati Sergio Mattarella voterà Sì”. Poche ore dopo la presidenza della Repubblica ha inviato allo stesso giornale una nota per smentire il tutto, e per suggerire a entrambi gli schieramenti di tenere fuori Mattarella e le sue presunte volontà dal dibattito sul referendum. “Naturalmente nessun desiderio di impedire libere interpretazioni né ricostruzioni, anche proiettate ad alcuni decenni addietro, ma è fortemente auspicabile che ci si astenga dal tentativo, comunque vano e improduttivo, di cercare di arruolare il Presidente della Repubblica in uno schieramento o semplicemente in una posizione politica”, sta scritto nella nota. Nei primi giorni dell’anno hanno suscitato grande clamore i cartelloni esposti in varie stazioni ferroviarie italiane per volere di Giusto Dire No, il comitato contrario alla riforma promosso in primo luogo dall’Associazione nazionale magistrati (ANM), cioè il sindacato dei magistrati. “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum, vota NO”, era lo slogan. L’iniziativa ha suscitato grande indignazione tra i favorevoli alla riforma e in generale tra osservatori e commentatori di vario orientamento, per via dell’evidente mistificazione contenuta nel messaggio. La separazione delle carriere viene da tempo considerata, da parte di chi la contesta, come un passaggio preliminare alla decisione di sottomettere il pubblico ministero al ministero della Giustizia, come in effetti avviene nella maggior parte dei paesi europei dove vige la separazione delle carriere, cioè in quasi tutti. Questo ulteriore passaggio, però, non è presente nel testo della riforma: e da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del presidente del Senato Ignazio La Russa e di altri importanti esponenti della maggioranza, pur a dispetto di loro vecchie dichiarazioni, è stato ribadito che non c’è l’intenzione di subordinare i magistrati inquirenti al governo, e che d’altronde per fare questo andrebbe nuovamente cambiata la Costituzione, in particolare l’articolo 104 in base al quale “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Anche Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha criticato duramente questa iniziativa, dicendo che “la campagna che è stata fatta dall’ANM nelle stazioni” in realtà “delegittima i magistrati”. Nella stessa conferenza stampa Meloni ha poi - più o meno esplicitamente ma sempre in modo molto chiaro - attribuito alle inefficienze della magistratura una serie di problemi che vengono imputati al suo governo, anzitutto quello sulla sicurezza urbana, sostenendo che il permissivismo o il lassismo dei giudici vanificherebbe il lavoro svolto dalla politica e dalle Forze dell’ordine per contrastare l’illegalità. Subito dopo alcuni dirigenti del suo partito ne hanno approfittato per rilanciare in modo più veemente le accuse ai magistrati e completando il ragionamento in modo piuttosto curioso: dicendo che se vincerà il Sì, e la riforma diventerà legge, si eviterà che questi presunti casi di “buonismo” da parte dei giudici si ripetano, e si avranno dunque meno reati e una maggiore certezza della pena. Il più determinato è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami. “Solo con la riforma della giustizia avremo città più sicure. Basta buonismo e scarcerazioni facili: chi sbaglia deve pagare”, ha scritto. Ha citato poi una serie di casi di cronaca in cui, a suo avviso, proprio gli errori o le trascuratezze dei giudici sarebbero stati alla base di violenze e assassinii. La veridicità di questo assunto è quanto meno discutibile, cioè che davvero una gran parte dei reati urbani sia attribuibile alla benevolenza che i magistrati riservano a chi viene arrestato o segnalato. Ma il punto è che non si capisce affatto in che modo una riforma che introduce la separazione delle carriere e l’elezione sorteggiata dei membri di due CSM possa ridurre questo presunto problema, rispetto al quale nel testo del disegno di legge approvato dal parlamento non c’è assolutamente nulla che possa influire né in modo diretto né in modo indiretto. Giustizia e referendum: un allarme che non c’è di Antonio Polito Corriere della Sera, 14 gennaio 2026 La democrazia è in pericolo? No, la Costituzione non vieta la separazione delle carriere. Lo dice anche la Consulta. Se si mobilitano anche Maurizio Landini e Sigfrido Ranucci, allora si può star sicuri che “la democrazia è in pericolo”: non può che trattarsi di un “attentato alla Costituzione”. E infatti, la campagna referendaria dei sostenitori del No alla separazione delle carriere dei magistrati è partita proprio così. Non è, a dire il vero, la prima volta che si grida “al lupo, al lupo” (l’ultima fu appena sei mesi fa, per abrogare il Jobs Act); e speriamo che non dovremo mai pentirci della facilità con cui in Italia si lancia l’”allarme democratico”, il giorno in cui ci dovesse servire davvero. In ogni caso, l’accusa rivolta alla riforma Nordio di essere “contro la Costituzione” appare letteralmente infondata, e tenteremo di spiegare perché. Intendiamoci: non stiamo dicendo (non in questa sede almeno) che è una buona legge, o che andrebbe approvata. Ognuno è libero di deciderlo da sé, per questo si fa il referendum. I fautori del No possono insomma sostenere ragionevolmente - come del resto fanno - che la riforma sia inutile perché non accorcia la durata dei processi, che non sia la priorità perché i problemi degli italiani sono altri, o che è fatta in dispetto ai magistrati. Tutte affermazioni opinabili, ma pienamente legittime. Quello che invece non si può proprio dire è che avviare la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e requirenti, cioè tra pm e giudici, equivalga a toccare un principio della nostra Carta fondamentale. Nella quale, infatti, l’unicità delle carriere non è contenuta né esplicitamente né implicitamente, e dunque davvero non può essere presentata come un principio supremo; di quelli, per intenderci, contro i quali non si potrebbe intervenire neanche con una revisione costituzionale. Non lo dico io; l’ha detto in due occasioni, con una sentenza del 2000 e una del 2022, la Corte costituzionale. La quale era chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di referendum abrogativi dell’unicità delle carriere, che infatti ammise. Tra le altre, con questa motivazione: “La Costituzione, pur considerando la magistratura come un unico “ordine”, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio superiore, non contiene alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di una carriera unica o di carriere separate fra i magistrati addetti rispettivamente alle funzioni giudicanti e a quelle inquirenti e che impedisca di delimitare o di condizionare più o meno severamente il passaggio dello stesso magistrato nel corso della sua carriera dalle une alle altre funzioni”. Più chiari di così: è materia che potrebbe persino essere cambiata con una legge ordinaria. Presidente della Consulta, quando fu emessa la sentenza del 2000, era non a caso Giuliano Vassalli, il giurista socialista ed ex partigiano che nel 1988 aveva smantellato il codice di procedura penale d’impronta autoritaria e introdotto il sistema accusatorio (detto anche “processo alla Perry Mason”, dal titolo di una fortunata serie tv americana). Nella Costituzione c’è invece un articolo che già contiene logicamente la separazione delle carriere. Ed è il 111, riformato nel 1999 con un’ampia maggioranza parlamentare, dunque anche con il voto delle sinistre di allora. In quell’articolo sul “giusto processo”, infatti, si scrive testualmente che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Ora, se il giudice deve essere terzo, non può essere evidentemente né primo né secondo tra le parti che si fronteggiano. Non può giocare né di qua né di là. Non può essere parte. Mentre invece questo è, e non da oggi, il pm. Se visitate la Casa museo di Giacomo Matteotti, che oltre a essere stato un grande antifascista era anche un notevole giurista, vi troverete tra i documenti l’estratto di un articolo da lui pubblicato nel 1919 sulla Rivista penale, dal titolo: “Il pubblico ministero è parte”. Nel quale criticava il nuovo codice di procedura perché, pretendendo di “tenere ben distinto il pm dalle parti, non vi riusciva che in apparenza”: una “parte imparziale” è evidentemente un ossimoro. E chi sostiene che la separazione delle carriere è sinonimo di sottomissione del pm al potere esecutivo, e dunque inizio della fine dell’indipendenza della magistratura (tutte cose che, a dire il vero nel testo della riforma odierna non ci sono), dovrebbe perlomeno ricordare che durante il fascismo la carriera era unica, ma questo non mise certo la pubblica accusa al riparo dalla subordinazione al potere politico. L’indipendenza della magistratura fu lungamente dibattuta nell’Assemblea costituente; affinché, pur essendo considerato un principio cardine dello Stato di diritto, non si tramutasse nell’alibi per la costruzione di una casta a sé, indifferente alla sovranità popolare (per questo nel Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati, fu previsto anche l’inserimento di figure elette dal parlamento). Ottant’anni fa era la sinistra comunista, che allora si fidava più del popolo che dei magistrati, ad avvertire questo rischio, al punto che si batté perché i giudici fossero elettivi. Leggete questa frase: “Quando si fa dell’ordine giudiziario una specie di ordine chiuso, una casta separata; quando si lascia la regolamentazione di tutta la vita interna del potere giudiziario ai giudici stessi, può ancora sorgere una questione di indipendenza, perché la carriera, le nomine, i trasferimenti saranno tutti affidati allo stesso corpo… Oltre a una questione di indipendenza dall’esterno, ce n’è una di indipendenza all’interno”. Vi sembra scritta da Carlo Nordio? Errore: si tratta di Renzo Laconi, uno dei costituenti comunisti che più attivamente collaborò all’elaborazione della Carta costituzionale. “No al salva-casta”: l’appello dei 5 Stelle contro la riforma Nordio di Dario Conti La Notizia, 14 gennaio 2026 Il Movimento 5 Stelle dice no al referendum sulla giustizia attraverso cinque punti con i quali critica la riforma del governo. Per il Movimento 5 Stelle, quello sulla giustizia è già diventato il referendum “salva casta”. Proprio da qui parte lo slogan della campagna promossa dal M5s in vista dell’appuntamento elettorale del 22 e 23 marzo, quando i cittadini saranno chiamati a votare per confermare o meno la riforma costituzionale della magistratura. “No al Referendum salva casta”, è lo slogan dei pentastellati. Ieri, in una riunione, il presidente Giuseppe Conte ha fatto il punto con il direttivo di Camera e Senato e con i parlamentari delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali più coinvolti sul tema. La campagna ‘capillare’ prevede azioni ed eventi su tutto il territorio nazionale con il contributo anche dello stesso Conte, di Giuseppe Antoci, Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho, e con attività sui profili social del Movimento. I cinque punti dei 5 Stelle contro il referendum sulla giustizia - “Al referendum non voteremo su una ‘riforma della giustizia’, ma sullo stravolgimento della magistratura voluto dal governo Meloni. Questa legge non risolverà nessuno dei problemi reali della giustizia, come la lentezza, l’inefficienza e la mancanza di certezza della pena. Non aiuterà a recuperare più velocemente un credito né a dirimere prima una lite condominiale. Lo ha ammesso anche il ministro Nordio, che ha dichiarato come questa riforma non incida sull’efficienza della giustizia”, si legge su un post pubblicato sul sito M5s. “Si tratta di una riforma contro i cittadini e contro la giustizia. È uno stravolgimento della Costituzione che punta a indebolire giudici e Pubblici ministeri di fronte alla politica e a pochi potenti. Questa verità se l’è fatta scappare anche lo stesso Nordio, mentre la presidente Meloni ha rincarato la dose”, prosegue la nota. “Nordio ha affermato che la riforma serve a ridare alla politica il suo ‘primato’ e la ‘libertà di azione’, aggiungendo che converrebbe a qualunque partito vada al governo. Meloni ha dichiarato che la riforma, insieme a quella sulla Corte dei Conti, rappresenta la ‘risposta più adeguata a una intollerabile invadenza’”, sottolinea il Movimento. “Vogliono le mani libere dal controllo di legalità. Vogliono che politici e altri potenti siano intoccabili e impuniti. I cittadini senza santi in paradiso, invece, avrebbero meno diritti e meno garanzie di oggi, perché correrebbero il rischio di avere a che fare con futuri pubblici ministeri lontani dalla cultura dell’imparzialità e della verità, trasformati in super-poliziotti e accaniti accusatori”, conclude il post con allegato il volantino con i 5 motivi per dire ‘No’. Secondo il M5s “la riforma scardina un pilastro della Costituzione: la legge è uguale per tutti; questa non è la riforma della giustizia ma della magistratura; vogliono indebolire il potere giudiziario e creare una casta di politici e potenti intoccabili; pm non più imparziali ma super-accusatori verso i cittadini comuni; oltre 70 milioni l’anno sprecati in un secondo Csm: con quei soldi ogni anno potremmo pagare 600 magistrati in più”. Caso Hannoun, i legali contro i materiali di intelligence di Valentina Stella Il Dubbio, 14 gennaio 2026 I materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali: è quanto dichiarano in una nota i difensori (Nicola Canestrini, Fausto Gianelli, Elisa Marino, Gilberto Pagani, Pier Poli, Marina Prosperi, Nabil Ryah, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Giuseppe Sambataro, Fabio Sommovigo, Emanuele Tambuscio, Gianluca Vitale, Samuele Zucchini) dei 33 indagati (di cui sei agli arresti e due latitanti), tra cui il leader dell’associazione palestinesi d’Italia, Mohammad Hannoun, nel procedimento per asserito finanziamento dell’organizzazione terroristica di Hamas, condotta dalla Dda di Genova. Tale eccezione sarà sollevata durante l’udienza al Tribunale del riesame di Genova per la scarcerazione che si terrà venerdì. Ma vediamo nel dettaglio. La difesa denuncia “una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale”, eccependo tecnicamente l’inutilizzabilità ex art. 191 c.p.p. dei materiali informativi israeliani (c.d. “Avi”) posti a fondamento della misura cautelare, “in quanto affetti da un cumulo insanabile di deficit che ne precludono qualsiasi valenza probatoria”, trattandosi, appunto, di materiale di intelligence, non validato, né sottoposto a controllo giurisdizionale, acquisito in assenza di contraddittorio, quindi pure in violazione dell’articolo 111 della Costituzione. “Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica”, scrivono gli avvocati. Molte le domande in sospeso: chi ha materialmente acquisito tali informazioni? Come sono state acquisite? Qual è stata la catena di custodia? Sono state ottenute anche tramite interrogatori coercitivi? E quali sono stati i passaggi di analisi, selezione, declassificazione e trasmissione? Si tratta, in particolare, di documenti prelevati, soprattutto a Gaza City, probabilmente da hard drive, trovati in ospedali o campi profughi, o appartenenti al Comitato esecutivo e alla Sicurezza interna sequestrati ad Hamas da apparati militari e di intelligence (Idf, Isa/Shin Bet, Nbctf) nel corso di operazioni militari: “Defensive Shields” (Operazione scudo difensivo) realizzata all’inizio degli anni 2000, dopo una serie di attacchi armati operati da gruppi palestinesi contro Israele, durante la Seconda Intifada, e “Sword of Iron” dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Questi sono poi stati trasmessi dalle autorità israeliane alla Digos e al Gico italiani mediante “spontaneous information exchange ex art. 11 del Secondo protocollo Ceag, meccanismo che - per sua stessa architettura - bypassa i controlli dell’assistenza giudiziaria tradizionale, eliminando ogni filtro sui presupposti di legittimità e sul rispetto dei diritti fondamentali” sottolineano gli avvocati nella loro memoria. Sul piano tecnico, si tratta di “battlefield evidence priva di catena di custodia documentata secondo gli standard delle Un Military evidence guidelines (2019), di Eurojust e del Consiglio d’Europa: mancano l’identificazione dei soggetti che hanno materialmente raccolto i dati, le modalità di acquisizione, i metadati verificabili e qualsiasi possibilità di controllo indipendente”. Inoltre, i file sono stati modificati, come da stessa ammissione del mittente israeliano, per questioni di sicurezza nazionale. Eppure costituiscono gran parte del materiale probatorio contestato agli indagati anche se la Corte di Cassazione, rilevano i legali, “ha più volte pronunciato che l’acquisizione di materiale di provenienza estera non può avvenire in violazione dei principi fondamentali dell’ordinamento processuale italiano, e che tali principi operano come limite invalicabile anche rispetto alle esigenze di cooperazione internazionale”. “È un dato incontestabile - si legge ancora nel comunicato degli avvocati - che lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso. Per questo e molti altri motivi giuridici, contenuti in una lunghissima memoria, i difensori chiederanno la inutilizzabilità del materiale probatorio. La circostanza è stata già affrontata due volte dal tribunale del capoluogo ligure (nel 2006 e nel 2010) e in entrambi i casi le inchieste - che, come quest’ultima, avevamo alla base materiale indiziario simile - sono finite in un nulla di fatto: prima per volere di un giudice e poi su richiesta della stessa procuratrice Francesca Nanni, che, come ha spiegato in una intervista al Domani, non ritenne di acquisire come prova dichiarazioni di soggetti rese dinanzi alle autorità israeliane, senza la presenza di avvocati, insieme a fotografie di autore ignoto. “Riproporre oggi - scrivono ancora i legali - le stesse ipotesi significa perseverare in una logica investigativa che ignora deliberatamente i precedenti giudiziari e svuota di senso il principio di legalità”. È “particolarmente grave”, inoltre, “che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo”. Viola il divieto del ne bis in idem il processo per lesioni dopo la condanna per maltrattamenti di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2026 L’identità del fatto per cui viene promossa una seconda azione penale fa scattare la causa di improcedibilità prevista dall’articolo 649 del Codice di procedura penale. Il condannato in via definitiva per maltrattamenti in famiglia asseritamente realizzati con violenza sulla persona non può essere nuovamente o separatamente processato per i medesimi comportamenti a titolo di lesioni. Così la Corte di cassazione - con la sentenza n. 1341/2026 - ha annullato senza rinvio la sentenza di appello e quella di primo grado che condannavano il ricorrente per lesioni aggravate contro la moglie. Rileva, infatti, ai fini del divieto di un secondo giudizio la presenza di un medesimo del fatto storico, derivante dall’identità della condotta, del nesso causale e dell’evento lesivo. comprese le stesse circostanze di tempo, di luogo e di persona. E a nulla rilevando un’asserita differenza tra i due reati in ordine all’elemento soggettivo previsto dalla fattispecie penale e la nuova contestazione di un’aggravante prima non considerata nel processo da cui è derivata la condanna. In sostanza la nozione di condotta, ai fini dell’operatività del divieto di ne bis in idem, non è comprensiva anche dell’elemento psicologico del reato, afferendo la nozione di condotta alla materialità del delitto e non al coefficiente soggettivo attinente alla colpevolezza. La Cassazione in base alla giurisprudenza costituzionale e al suo adeguamento a quella convenzionale Cedu, con la sentenza in esame di fatto offre una esplicativa interpretazione dell’articolo 649 del codice di procedura penale ribadendo che il confronto, per espressa volontà del Legislatore del Cpp, deve essere condotto al netto della contestazione di nuove circostanze del reato o della diversa valutazione dell’elemento soggettivo. La Cassazione, infatti afferma che “se si ammettesse che la modificazione formale di tali elementi nella descrizione del capo di imputazione possa condurre a concludere per la diversità del fatto, rimarrebbe del tutto frustrata l’esigenza di tutela della persona dall’esercizio arbitrario di reiterate azioni penali”. Altrimenti si giungerebbe ad affermare che il pubblico ministero possa sostenere la “diversità del fatto” mediante la contestazione di un elemento che, seppure descritto nel capo di imputazione come attinente anche al piano della materialità della condotta, del nesso causale o dell’evento, in realtà rientri sostanzialmente tra gli elementi del reato qualificati come irrilevanti dall’articolo 649 del Cpp. Il caso concreto - Nel caso risolto, tra l’altro, la prima sentenza risultava essere divenuta irrevocabile ciò che comporta come la causa di improcedibilità fosse rilevabile anche d’ufficio, non essendo decisiva la circostanza che la deduzione fosse stata mossa solo con i motivi di appello. Infatti, in base all’articolo 649 l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale, divenuti irrevocabili, non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze. I rilievi della Consulta - Con la sentenza n. 200 del 2016 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 649 del Cpp dove escludeva che il fatto sia il medesimo per la sola circostanza della sussistenza di un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e il reato per cui è iniziato il nuovo procedimento penale. Quindi operando il divieto si può constatare che se venga di fatto iniziato un nuovo procedimento penale, il giudice in ogni stato e grado del processo pronuncia sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, enunciandone la causa nel dispositivo. Rilevando quindi nell’individuazione del medesimo fatto storico la dimensione empirica e materiale, la Corte costituzionale esclude che il concorso formale fra i due reati, quello già giudicato e quello oggetto della nuova iniziativa del pubblico ministero, possa eludere il principio del ne bis in idem. La critica è rivolta all’orientamento giurisprudenziale che considerava consentito il secondo esercizio dell’azione penale anche quando il fatto è il medesimo sul piano empirico, ma forma oggetto di una convergenza reale tra distinte norme incriminatrici, tale da generare una pluralità di illeciti penali. In sostanza, l’esistenza o meno di un concorso formale tra i reati oggetto della res iudicata e della res iudicanda è un fattore ininfluente. In conclusione, nel caso in esame effettivamente l’allegazione della sentenza di primo grado e di quella di appello avvenne, nel corso dell’udienza dinanzi alla Corte territoriale, ma al solo fine di vedere riconosciuto il vincolo della continuazione. Tale circostanza spiega la ragione per la quale la Corte territoriale non abbia valutato la censura di violazione dell’art. 649 cod. pen., mai dedotta in quella sede. Non di meno, però, pur in difetto di una eccezione in appello sul punto, spettava alla Corte territoriale la valutazione ex officio della violazione del divieto di un secondo giudizio. Trattenimento nei Cpr: escluso il ricorso straordinario per errore di fatto di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2026 La Cassazione, sentenza n. 1049 depositata oggi, chiarisce che il rimedio è previsto solo per i “condannati” e non anche in caso di “misure amministrative”. In un procedimento contro la proroga del “trattenimento” nel Cpr, lo straniero, non rivestendo la qualifica di condannato, non è neppure legittimato a proporre il ricorso straordinario per errore materiale o di fatto (ex art. 625-bis Cpp) contro la sentenza della Cassazione che ha dichiarato inammissibile o rigettato il suo precedente ricorso. Lo ha stabilito la Quinta sezione penale, sentenza n. 1049 depositata oggi, dichiarando inammissibile il ricorso di un cittadino marocchino trattenuto in un Centro di permanenza per i rimpatri. Il Giudice di pace di Oristano aveva disposto la terza proroga del trattenimento presso Macomer. La Prima sezione penale della Cassazione aveva ritenuto legittima la proroga, valorizzando: la mancata collaborazione dello straniero (21 alias, assenza di documenti); la diligenza della P.A., che aveva attivato e sollecitato il Consolato marocchino. Contro questa decisione lo straniero ha proposto ricorso straordinario per errore di fatto, richiamando un precedente della Prima sezione civile (ordinanza 23 luglio 2025), che - a suo dire - la Suprema corte avrebbe erroneamente ignorato, negandone l’esistenza. Il Collegio afferma che il ricorso straordinario per errore materiale o di fatto contro i provvedimenti della Corte di cassazione è uno strumento, di carattere eccezionale, messo a disposizione soltanto del “condannato”. Mentre, nel caso concreto, il procedimento, “pur avendo ad oggetto l’accertamento della legittimità della privazione della libertà personale, non è diretto ad accertare una sua penale responsabilità”. Anche la Corte costituzionale (n. 39/2025) ha ricordato che col trattenimento viene in rilievo una misura amministrativa “di per sé estranea al fatto reato, anche se idonea ad incidere negativamente sulla libertà personale dello straniero”. “Ne consegue - si legge nella sentenza - che lo straniero, non rivestendo la posizione di “condannato” nel senso sopra specificato, non è legittimato a proporre ricorso straordinario ex art. 625-bis cod. proc. pen. avverso la sentenza della Corte di cassazione che dichiari inammissibile o rigetti il suo ricorso”. E ciò - prosegue la Corte - “sebbene, a seguito delle modifiche apportate all’art. 14, comma 6, t.u.imm. ad opera dell’art. 18-bis d.l. 11 ottobre 2024, n. 145, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 dicembre 2024, n. 187, i provvedimenti in materia di trattenimento dello straniero presso i Centri di permanenza temporanea e assistenza siano ricorribili per cassazione ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. a), b) e c), cod. proc. pen.”. Del resto, osserva la decisione, il ricorso è inammissibile anche perché, “sebbene il ricorrente abbia affermato nella sua impugnazione straordinaria che la decisione costituisce il frutto di un errore di fatto, in realtà egli prospetta in concreto un errore di interpretazione”. Poiché, infatti, “l’errore riguarda l’esistenza di un precedente giurisprudenziale e incide sulla conoscenza, da parte del Collegio che ha deciso sul ricorso, del principio di diritto in esso affermato, esso - ove sussistente - deve qualificarsi come errore di giudizio e non di fatto”. Sardegna. L’emergenza dei diritti negati nelle carceri e il problema dei trasferimenti dei detenuti 41-bis di Graziano Pintori Il Manifesto Sardo, 14 gennaio 2026 In Italia è in atto un ulteriore aggravamento generale delle condizioni detentive, si tratta del programma di concentrare i 750 detenuti sottoposti al 41 bis in poche carceri, già selezionate dal ministero della giustizia. Il programma securitario, esposto dal sottosegretario Delmastro nella conferenza Stato Regioni, prevede che le regioni dove si trasferiranno i 41 bis saranno ridotte da dodici a cinque. In Sardegna tre saranno le carceri incluse nel programma: Badu e Carros, Bancali e Uta, destinate a ospitare 240 detenuti. Le prime due dovrebbero ospitare esclusivamente detenuti sottoposti al carcere duro, un’evenienza che potrebbe portare questa tipologia di carcerati a 500 presenze. I dati riportati sono stati resi noti dalla Presidente della RAS Alessandra Todde, intervenuta durante il consiglio comunale straordinario di Nuoro, convocato per discutere l’ordine del giorno sulla tutela del territorio da infiltrazioni e contaminazioni causate dall’eventuale massiccia presenza, nel carcere barbaricino, dei boss della malavita organizzata. Dopo questa premessa vorrei ricordare che il 26 dicembre 2024 Papa Francesco con un coraggioso gesto, quasi a voler sfidare la malvagità dell’uomo sull’uomo, aprì una porta santa nel carcere romano di Rebibbia: un gesto che ricordava ai detentori del potere che a tutti gli uomini, soprattutto quelli che sbagliano, deve essere garantita la dignità. Oggi, rivolgendomi anche a chi va in giro con il messale in tasca, ricordo che il 14 dicembre scorso si è svolto il giubileo dei detenuti, e in Italia l’evento non è stato considerato, anzi, nei fatti, il papa è stato ignorato, visti i provvedimenti del governo nettamente contrari alle sue prediche. I fatti esposti poc’anzi confermano che quando gli esponenti del Governo Meloni e della destra in generale evocano la cristianità, la chiesa, e l’obsoleto “Dio, Patria e Famiglia” evidenziano l’ossimoro delle loro idee con i valori del rispetto della dignità insiti negli elementi religiosi citati. Gli effetti collaterali causati da questi trasferimenti forzati non richiedono particolari approfondimenti per capire i danni che i reclusi comuni subiscono per l’improvvisa sospensione delle attività in cui erano coinvolti: l’impegno della cooperazione con l’esterno, con la giustizia ripartiva, la mediazione penale, le attività scolastiche comprese quelle universitarie. A tutto questo si aggiungano nuovi e costosi sacrifici cui andranno incontro le loro famiglie. Nuoro su questo fronte è un esempio rappresentativo, poiché oggi il carcere di Badu e Carros è semivuoto perché sono in corso i lavori di adeguamento della struttura destinata ai nuovi arrivi del 41 bis. Tutto scompare nel vortice oscuro della sicurezza, che, come uno schiacciasassi, vanifica tutte le fatiche e le spese investite per le attività mirate al recupero delle persone recluse. Nonostante tutto il governo della destra meloniana fila dritto con la deportazione in massa dei detenuti direttamente sottoposti, o meno, al 41 bis come se fossero dei pacchi o merce di scarto. Le conseguenze di questo sommovimento ricadono soprattutto sui reclusi più deboli, come i tossicodipendenti perennemente in crisi di astinenza, i sofferenti mentali, gli emigrati esclusi dalle nostre società e ristretti soprattutto per reati di strada. Prendiamo atto che la maggioranza delle affermazioni provenienti dal mondo civile e umanitario sardo si oppone al provvedimento e mettono in risalto il pericolo di contaminazione mafiosa della nostra regione, anche se, a mio parere, la presenza mafiosa da noi è già una realtà attiva, soprattutto nel traffico della droga e negli investimenti edilizi legati principalmente alle attività turistiche. Sicuramente non si può negare che l’ondata del 41 bis in Sardegna contribuirà a radicare ancora di più il malaffare mafioso, però sono convinto che il nocciolo del problema carcerario non possa essere ridotto alla sola presenza massiccia dei mafiosi. Credo che il problema generale che assilla il sistema carcere sia la sovrabbondanza numerica dei reclusi: “Tanto da far mancare l’aria nel chiuso delle pareti”, come auspicato dal sottosegretario alla giustizia Delmastro. Non a caso al sovraffollamento si attribuisce l’aumento dei suicidi dei carcerati, l’aggravamento delle malattie mentali, delle tossicodipendenze, degli autolesionismi ecc. che vanno di pari passo con la forte carenza di personale di polizia, personale educativo, medico e formativo. Inoltre, non trascuriamo l’accantonamento dei provvedimenti mirati all’alleggerimento della presenza dei reclusi, quali i progetti alternativi alla detenzione connessi alla giustizia riparativa, misure per la liberazione anticipata, comprese le donne detenute con bambini al seguito, minori detenuti negli IPM e via discorrendo: tutte misure utili per rendere le carceri più consone alla Carta costituzionale. L’altro giorno il nuovo papa chiudeva la porta santa del giubileo dopo aver accolto 33 milioni di credenti provenienti da tutto il mondo, mentre le porte delle carceri italiane sono rimaste blindate davanti alle attese di percepire qualche spiraglio di cambiamento umano e civile. Insomma, il carcere continua ad apparire come un inferno che brucia perennemente senza vie d’uscita, ciò dovrebbe indurre tutti noi a esercitare riflessioni più approfondite. Voglio dire che siamo in tanti a essere contrari a questo tipo di gestione delle carceri, perché urtano i principi costituzionali, democratici e di convivenza civile, però dovremmo riflettere, di pari passo, sulla reale utilità dell’applicazione del 41 bis: un provvedimento che Amnesty International ha definito trattamento crudele inumano e degradante. Mentre un giudice statunitense ha negato l’estradizione di un boss mafioso perché ha definito il 41 bis assimilabile alla tortura: reato che si vorrebbe cancellare dalla giurisdizione italiana. Per quanto mi riguarda sono convinto che, fra i tanti interventi necessari, per salvare il sistema carcerario italiano sia necessario applicare fino in fondo gli articoli 3 e 27 della Costituzione, compresa l’abolizione del 41 bis con l’ergastolo ostativo. Sardegna. “Il problema non è il 41-bis ma la gestione complessiva del sistema penitenziario” di Lisa Ferreli italiachecambia.org, 14 gennaio 2026 “Se l’arrivo di detenuti al 41-bis fa paura, il problema non è il carcere ma l’istituzione”. Il dibattito sul trasferimento di detenuti al 41-bis in Sardegna mette in luce soprattutto le lacune istituzionali. Ne parliamo con l’assistente sociale Claudia Camarda, esponente del Partito sardo d’azione. Quello tracciato dall’associazione Socialismo Diritti e Riforme attraverso il resoconto annuale sull’andamento della situazione detentiva in Sardegna, è un quadro che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. “Il 2025 è un anno da dimenticare per le carceri dell’isola” ha dichiarato la presidente, Maria Grazia Caligaris. Sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà a effettuare colloqui e una sanità penitenziaria “che fatica a dare risposte adeguate”. Ma non solo. Al centro del resoconto c’è anche una questione ormai da tempo ancorata sia alle cronache che ai dibattiti - istituzionali e non - attorno al tema carcere in Sardegna, quella relativa ovvero all’arrivo dal continente di persone detenute sottoposte al regime speciale 41-bis. Punto nodale è l’informativa del Ministero della Giustizia sulla riorganizzazione degli spazi detentivi destinati al regime speciale 41 bis, la quale vedrebbe la Sardegna esposta al rischio di diventare la prima regione italiana per concentrazione di detenuti al 41-bis, con le strutture penitenziarie sarde - soprattutto, sembrerebbe, quella di Nuoro - al centro della riorganizzazione del sistema penitenziario italiano. Una scelta che, nel corso della Conferenza Unificata Stato-Regioni, l’assessora regionale Rosanna Laconi ha definito di portata nazionale, con ricadute profonde sui territori, e assunta - ha sottolineato - in assenza di un reale coinvolgimento istituzionale della Regione. Fra le possibili ricadute più dibattute, quella legata alle presunte infiltrazioni mafiose conseguenti lo spostamento delle persone detenute, assume sicuramente una posizione privilegiata. Ribadita a più voci e a più riprese, anche la stessa presidente Todde si è detta “spaventata” per le possibili infiltrazioni della mafia in Sardegna: “L’arrivo dei detenuti 41-bis lo pagheranno tutti i sardi. Graveranno sulla sanità regionale, sul tessuto economico con le infiltrazioni nelle nostre comunità e sulla sicurezza. I detenuti non arriveranno soli, verranno anche familiari, parenti e amici”. Ma nella giungla di un tema in cui le preoccupazioni (concrete) prevalgono sulle certezze (un atto ufficiale che certifichi numeri e tempi della riorganizzazione, al momento non c’è) la questione infiltrazioni mafiose rischia di passare come una conseguenza che aprioristicamente etichetta il futuro dell’Isola e il presente delle persone interessate: i detenuti. Per Claudia Camarda però, nuorese, assistente sociale e parte del Partito sardo d’azione, il binomio quasi dato per perfetto tra detenuti al 41-bis e minaccia per la sicurezza, è sintomatico di “un’incapacità amministrativa”. E in questo quadro, la disumanizzazione delle persone detenute è un effetto collaterale che rischia di passare non tanto come inosservato, quanto come automatico. In una recente lettera pubblicata su L’Ortobene lei scrive che “nel rappresentare la presenza di detenuti al 41-bis come una minaccia […] la classe dirigente che oggi governa la Regione Sardegna finisce per trasmettere, implicitamente ma chiaramente, un messaggio di incapacità”. Partiamo da qui: perché parla di incapacità? Mi sembra che il dibattito stia scivolando su un piano emotivo e simbolico, dominato dalla paura. Il 41-bis per come è stato concepito è uno strumento eccezionale, nel senso che lo Stato ha ritenuto di avere la forza e la capacità di governarlo ovunque si è applicato. Se oggi si sostiene che la sua applicazione mette a rischio un territorio o ne compromette l’equilibrio sociale, allora la domanda da porsi non è dove collocare i detenuti ma che senso ha utilizzare uno strumento come questo se le istituzioni stesse dichiarano implicitamente di non saperlo governare. Credo sia sbagliato costruire una narrazione di paura e impotenza anche perché le infiltrazioni mafiose presuppongono che ci sia una connivenza con il territorio ospitante. Si sta implicitamente dicendo che il nostro territorio è predisposto ad accoglierle? La domanda quindi emerge spontanea: se spostare le persone al 41-bis in un territorio comporta il timore di eventuali infiltrazioni mafiose nel luogo, il regime del 41-bis - che ricordiamo, realtà come Amnesty International hanno in più occasioni definito come inumano e degradante - nella sua finalità di rescissione dei collegamenti della persona detenuta con la criminalità organizzata, serve? Già. Siamo ipocriti se non ammettiamo che la criminalità organizzata non si infiltra nei territori attraverso i detenuti che sono sottoposti a regime di isolamento. Si infiltra attraverso l’economia, le relazioni opache, le collusioni. Pensare che il pericolo derivi dalla presenza di detenuti al 41-bis significa semplificare e spostare l’attenzione da quelli che sono i veri nodi della criminalità organizzata. Se un’istituzione ritiene di non riuscire a governare un carcere in questo caso dedicato al 41-bis, allora il problema non è il carcere ma è l’istituzione. Vogliamo dire che in Sardegna non ci sia ad esempio un problema di speculazione energetica dove gli interessi delle mafie possono mettere occhio? Stiamo spostando l’attenzione dal nodo reale. Come sottolinea l’associazione Antigone, l’applicazione del 41-bis non si fonda solamente sul titolo di reato, ma sulla valutazione dell’effettivo pericolo di permanenza dei collegamenti con l’organizzazione criminale di appartenenza. Il dibattito pubblico però tende spesso a spostare l’attenzione dalle finalità della misura, alle persone sottoposte a questo regime. Una logica che rischia di cristallizzare ad personam una pena che, va ricordato, è prevista come temporanea…. Esatto, tant’è che l’ordinamento prevede continue valutazioni affinché sussistano ancora i presupposti del regime detentivo. Il punto è che la dignità delle persone detenute non è un premio morale che lo Stato e la società devono dare, è un principio giuridico. Stiamo parlando del 41-bis come fosse un’entità astratta dimenticando il fatto che dietro questa misura ci sono persone che avrebbero sì commesso reati gravi, ma comunque persone. Perché nessuno si sta soffermando ad esempio sulla questione della prossimità territoriale? Si tratta di un principio fondamentale per la funzione rieducativa della pena stessa che non riguarda solo i detenuti ma anche le loro famiglie, che in qualche maniera subirebbero una pena indiretta; la distanza rende delle volte impossibili i colloqui. Anche la non vicinanza ai legali può diventare un problema. Di nuovo: il problema non è il 41-bis ma la gestione complessiva del sistema penitenziario. Per non parlare della questione sanitaria, aspetto che si sta ignorando. Sarà molto complicato gestire la salute dei detenuti in un sistema sanitario sardo che è già fragile e opaco; sarà l’ennesimo problema a una lacuna già enorme. Dalla politica mi aspetto non allarmismo fine a se stesso ma una riflessione anche su questo. Quanto questa vicenda richiama una visione dello Stato italiano che considera la Sardegna come uno spazio periferico e disponibile? Il tema esiste ma la questione centrale qua è anche la nostra mentalità da colonizzati. La Sardegna viene penalizzata anche quando viene descritta come fragile, incapace di reggere responsabilità complesse. Un’autonomia credibile non può convivere con questa retorica dell’impotenza. Sembra che qualunque cosa arrivi, noi non siamo in grado di governarla. Il sentimento autonomista dov’è? A partire dalle istituzioni, si continua troppo spesso a sottolineare che siamo incapaci di governare noi stessi. Come trovare allora una chiusa senza cadere nella disumanizzazione delle persone detenute o nell’uso della Sardegna come valvola di sfogo per problemi italiani? Non ho una soluzione a un problema così complesso, ma penso la chiave sia l’autonomia. Ed è un qualcosa che parte prima di tutto dalla coscienza e consapevolezza del popolo sardo. Ci vuole una sveglia collettiva rispetto a questo, per diventare davvero padroni della nostra Isola. È l’unica soluzione. Roma. Salis e Cucchi in ispezione al carcere di Regina Coeli: “Condizioni preoccupanti” di Edoardo Iacolucci La Capitale, 14 gennaio 2026 “Dopo il 2023 e il 2024, anche il 2025 si conferma un anno nero per le carceri italiane”. Ispezione a Regina Coeli con l’europarlamentare Ilaria Salis e la senatrice Ilaria Cucchi: sovraffollamento, disagio psichico e diritti negati. Il 2025 è stato un anno nero per le carceri italiane. Così era stato il 2024 e prima ancora il 2023. I cosiddetti “decreti sicurezza” varati negli ultimi anni non hanno risolto le criticità strutturali del sistema penitenziario e, secondo chi visita gli istituti, continuano a lasciare sullo sfondo la dignità delle persone detenute. Anche il 2026, avvertono parlamentari e attivisti, rischia di aprirsi senza un cambio di rotta sui diritti fondamentali. L’ispezione a Regina Coeli - Ieri pomeriggio un’ispezione a sorpresa si è svolta nel carcere di Regina Coeli, a Roma, uno degli istituti più antichi e simbolici della Capitale e del Paese. A partecipare sono state Ilaria Salis, europarlamentare ed attivista per i diritti civili, e Ilaria Cucchi, senatrice della Repubblica da anni impegnata sul tema del carcere e della giustizia. Una visita che ha restituito l’immagine di una struttura “piena di persone e vuota di risorse”. “Le persone qua dentro stanno male” - “Abbiamo appena svolto un’ispezione a sorpresa all’interno del carcere di Regina Coeli a Roma - ha commentato al termine dell’ispezione, Ilaria Salis - e abbiamo trovato all’interno di questa struttura delle condizioni che sono preoccupanti sotto parecchi punti di vista. Le persone qua dentro stanno male. Questo - sottolinea - non è un problema solo di Regina Coeli, ma che riguarda molte carceri”. Secondo l’europarlamentare, le strutture penitenziarie finiscono per accogliere persone che avrebbero bisogno di tutt’altro tipo di assistenza: “Trovano a dover ospitare persone - continua - che soffrono di disturbi psichiatrici o persone che soffrono di disturbi di tossicodipendenza e che di fatto dovrebbero essere ospitate in luoghi dove si potrebbero curare, cosa che evidentemente non è possibile all’interno di un carcere”. Meno detenuti solo perché mancano le risorse - Ilaria Cucchi ha evidenziato in seguito una contraddizione apparente: “Sembrerebbe una buona notizia rispetto a un anno fa il numero di detenuti nel carcere di Regina Coeli di Roma è diminuito, ma - osserva Cucchi - c’è da dire che è diminuito per il fatto che a causa della mancanza di manutenzione ci sono ben tre sezioni chiuse”. Una riduzione che non nasce da politiche efficaci, ma dal degrado degli spazi. Celle degradate e sovraffollamento mascherato - “Mancano i soldi, mancano le risorse, i detenuti soffrono, il personale soffre”, ha aggiunto la senatrice, spiegando che “un buon 50% dei detenuti è affetto da disturbi etico-psichico” e che “il 35% dei detenuti è tossicodipendente”. Numeri che, secondo Cucchi, rendono evidente come “il problema del sovraffollamento già si risolverebbe mettendo questi detenuti in luoghi diversi dal carcere”. Durante la visita sono emerse condizioni materiali critiche: “In alcune celle manca la luce elettrica”, in altre “non c’è un tavolino dove potersi appoggiare a mangiare” e “ci sono ancora le brande a tre piani”, con il terzo letto “a un’altezza notevole e molto pericoloso”. Salute, burocrazia e umanità - Particolarmente delicata la situazione dei detenuti in osservazione psichiatrica: “Non vengono fornite lenzuola per motivi di sicurezza, ma non vengono nemmeno fornite lenzuola usa e getta, con il risultato che queste persone si trovano a dormire sul materasso di spugna”. Cucchi ha parlato anche di “casi di scabbia” e di diritti negati per ragioni organizzative: “Più di un detenuto deve rinunciare al proprio diritto alla salute perché quel giorno manca la scorta”. Tra gli episodi raccontati, anche quello di un detenuto a cui “non è stato dato modo di partecipare al funerale della propria madre”. Eppure, conclude la senatrice, “alla fine i detenuti, l’umanità, se la trovano da sé”, come dimostra il presepe realizzato da un recluso del cosiddetto “repartino”: un motivo di festa, anche qui dentro. Firenze. Cambiare le cose perché la città non si vergogni del proprio carcere di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 14 gennaio 2026 Per Sollicciano, che in questo periodo è un Regno dei Ghiacci tanto da far concorrenza alla contesa Groenlandia, più che un tavolo servirebbe una stufa. Ma per il momento si è scelto di privilegiare un diverso elemento di arredo, completo di sedie ciascuna delle quali riservata a chi istituzionalmente ha competenze più prossime sull’istituto. Ma fuori da ogni ironia va detto che lo strumento di cui ha voluto dotarsi l’amministrazione comunale potrà avere - se lo si vorrà - un ruolo positivo nel medio periodo. I temi dell’alloggio per chi ha finito la pena, dei permessi di soggiorno per coloro che magari hanno costruito nel periodo di detenzione un nuovo presente di integrazione e di lavoro, un’attenzione più marcata per le persone con problemi sanitari e in particolare di tipo psichiatrico non a caso sono stati al centro del primo incontro. Nel percorso di reinserimento di chi è stato condannato, il dopo è importante quanto il durante: perché è un dopo fatto di vuoto e solitudine, in cui non c’è neanche quella che sarebbe ridicolo chiamare la comfort-zone del sapere che, almeno, hai qualcuno a cui fare “domandina”, cioè rivolgere una formale richiesta di aiuto che in carcere ha questo paradossale e grottesco diminutivo. Quando finalmente varchi il cancello di via Minervini per uscire auspicabilmente in maniera definitiva, di fronte hai soltanto un semaforo per attraversare la strada. Da solo. E da solo devi cercare una casa e un lavoro. Quindi ben vengano i tavoli di tutte le dimensioni, foggia e stile. Ma per la prospettiva. Difficilmente potrà essere un tavolo con queste caratteristiche a risolvere una immediata drammaticità della vita dentro Sollicciano, per chi è recluso e per chi ci lavora. E che non può essere ricondotta a un malessere solo stagionale, per cui d’inverno si battono i denti con due gradi in alcune celle, come ha scritto Jacopo Storni qualche giorno fa su questo giornale, e d’estate si soffoca dal caldo. È vero che, per usare una tipica frase da ascensore, non-ci-sono-più-le-mezze-stagioni. Ma in questo caso, dalle infiltrazioni alle tubature inadeguate, da insetti e altri esseri viventi indesiderati in cella al sovraffollamento, dalle aree sgomberate per allagamento a una situazione igienica difficile per usare un eufemismo, c’è qualcosa di più, c’è un’emergenza continua. Ovvero un ossimoro, poiché quando l’emergenza è continua cambia nome e si chiama criticità permanente. E di fronte a questo non si possono che immaginare provvedimenti straordinari, anche per la loro immediatezza, a cominciare dalla salute. I posti più importanti del tavolo sono occupati da autorità in materia, la Società della salute, la Asl ed il Comune, laddove il sindaco - giova ricordarlo - è la principale autorità sanitaria. Si può cominciare da qui? E si può pensare di lanciare l’intera città in un’operazione che cominci, ma adesso, a cambiare le cose perché Firenze non si vergogni del proprio carcere? Inutile cullarsi tra le promesse di fondi ministeriali che, al di là dell’altisonanza delle cifre annunciate, rischiano di essere quasi sempre gli stessi, riproposti più volte. Ancora più inutile cercare la responsabilità nella direzione attuale - ma anche in gran parte di quelle precedenti - che non è dotata di bacchetta magica per risolvere da sola questa situazione. Le parole dell’ex cappellano Vincenzo Russo e di quello attuale Stefano Casamassima, dei sindacalisti della polizia penitenziaria, delle associazioni che si occupano di carcere e conoscono bene lo stato della struttura non fanno che confermare un’urgenza che ha bisogno anche di gesti importanti e coraggiosi che costringano tutti a guardare in faccia la realtà. Anche pensando al dopo, ma facendo qualcosa adesso. Possibilmente prima che il disgelo lasci il posto al gran caldo. Piacenza. Carcere al collasso, sovraffollamento al 131% della capienza di Bruno Carrà* piacenzasera.it, 14 gennaio 2026 Sovraffollamento, strutture fatiscenti, indifferenza e silenzi politici. Così si fotografa il bilancio di un sistema penitenziario allo stremo, fuori controllo e lontano da diritti e reinserimento. Alla fine di novembre 2025 le carceri italiane contavano 63mila e 868 persone detenute, quasi duemila in più rispetto a dodici mesi prima, a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti (700 in meno di quelli che si conteggiavano all’inizio del 2025): il tasso di sovraffollamento medio ha così raggiunto il 138,5 per cento. Le pene non possono mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, così sancisce il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione italiana. Le condizioni del sistema penitenziario italiano inducono a richiamare una questione ineludibile di civiltà. Nel carcere di Piacenza, per venire nel nostro territorio, i detenuti presenti sono 543 per una capienza di 414 posti, il 131,1%. Degrado dietro le sbarre - I numeri raccontano situazioni di detenzione critiche e condizioni materiali sempre più degradate. Nel 42,9 per cento delle carceri dove si è fatto un sopralluogo non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona e mancano condizioni igieniche adeguate. A tutto questo si aggiungono carenze strutturali negli spazi per la socialità, la scuola, la formazione e il lavoro, elementi che la Costituzione indica come centrali nel percorso di rieducazione e reinserimento. Non ci sono diritti che dovrebbero esserci, anche per coloro che hanno sbagliato e stanno pagando il loro debito con la giustizia e la società. Ma la condizione di vita in carcere oggi non dà concrete possibilità di rieducazione e recupero sociale, essendo il sistema carcerario nazionale alle prese con criticità insostenibili. Il dato più drammatico resta quello delle morti. Nel 2025 in Italia sono decedute in carcere 238 persone, di cui 79 per suicidio. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione. Il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni, con tensioni crescenti e un silenzio assordante delle istituzioni. Secondo il Rapporto sulla situazione delle carceri “Antigone”, Associazione nata per i diritti e le garanzie del sistema penale e fondata nel 1991, l’aumento dei detenuti non è legato a una crescita della criminalità. Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono diminuiti del 4,8 per cento rispetto all’anno precedente. A crescere è l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità. Intanto il piano carceri annunciato dal governo Meloni è un fallimento ed ha prodotto l’effetto opposto a quello promesso, con una perdita netta di posti e un sovraffollamento strutturale che sfiora le 18mila unità mancanti, causando spazi fatiscenti ed invivibili. Un rapporto impietoso dove si rende manifesto senza sconti le inadempienze del Governo che non fa nulla per porre rimedio al sovraffollamento degli istituti penitenziari. Grave quindi anche la situazione del personale. In molti istituti mancano direttori a tempo pieno e i rapporti tra detenuti, agenti ed educatori diventano insostenibili. E’ un duro lavoro quello dietro le sbarre, e i lavoratori e le lavoratrici all’interno dei penitenziari sono lasciati soli, con un carico di lavoro molto pesante. Si assommano turni di lavoro, si saltano turni di riposo e ferie. In questo contesto aumentano autolesionismo, tentativi di suicidio e isolamento disciplinare, mentre il disagio psichico viene spesso gestito con un uso massiccio di psicofarmaci. E’ del tutto evidente ed incontestabile che il quadro e il degrado esistente disegna una precarietà gravissima della vita di chi vive il carcere, siano essi detenuti o coloro che lavorano in quelle specifiche strutture. Non si prova ad intervenire cercando una soluzione vera e strutturale al problema del sovraffollamento degli istituti di detenzione perché se la tendenza è quella di aumentare i reati penali e le aggravanti, è certo che non vi è nessun interesse a fronteggiare concretamente la questione del sovraffollamento, e questo appare francamente inaccettabile. Eppure una via d’uscita esiste. Il 38 per cento delle persone detenute ha una pena residua da scontare non superiore ai due anni e mezzo e potrebbe accedere a misure alternative. Non sono una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata, capace di ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva. Ignorare questa realtà significa accettare lo status quo. Molti detenuti poi sono tossicodipendenti e ci sono rinchiusi anche persone con sofferenze mentali, quindi soggetti incompatibili con le restrizioni di un carcere (in altri luoghi dovrebbero vivere questi individui), senza contare l’annosa questioni delle madri di bambini e bambine di piccolissima età. Queste madri dovrebbero stare fuori dallo stigma del carcere con la loro prole. Se non si porranno soluzioni a queste situazioni il carcere resta un luogo di sofferenza inutile, lontano dalla legge fondamentale del Paese. Per queste ragioni l’emergenza carcere, ancorché in crescita, va affrontata e risolta, non minimizzata come fa incredibilmente il Ministro della Giustizia Carlo Nordio. *Responsabile Ufficio Anti discriminazioni della Cgil di Piacenza Modena. “No” del Dap al Consiglio comunale in carcere. “Grave sgarbo istituzionale e politico” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 14 gennaio 2026 Autorizzazione negata. Doccia fredda per l’amministrazione modenese. La seduta del Consiglio comunale di Modena di domani, inizialmente prevista presso la Casa circondariale di Sant’Anna, si terrà come sempre in Municipio. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) ha infatti stoppato il Comune. “Con rammarico, prendo atto che la seduta alla Casa circondariale di Sant’Anna non potrà avere luogo perché l’ufficio competente Dap ha ritenuto di negare la relativa autorizzazione necessaria alla Direzione del penitenziario modenese - spiega il presidente del Consiglio comunale Antonio Carpentieri. Sono molto dispiaciuto, in quanto voleva essere un’occasione per mettere al centro dell’agenda politica e dei riflettori la struttura, i detenuti e tutti coloro che, a diverso titolo, la vivono. Se ciò non potrà essere fatto direttamente nel penitenziario, stante la mancata autorizzazione, cionondimeno, l’interesse e l’attenzione rimangono ed è mia intenzione tenere ugualmente la seduta presso il Municipio sempre nella giornata di giovedì”, conclude Carpentieri. Molto più dura la reazione del Pd, che apre un caso diplomatico. “Il divieto di svolgere la prossima seduta del Consiglio comunale presso il carcere Sant’Anna di Modena, non accompagnato da alcuna motivazione, disposto dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia - ha dichiarato il segretario cittadino e capogruppo del Partito Democratico Diego Lenzini - è per noi un grave sgarbo istituzionale alla nostra città. Riteniamo tale decisione anche uno schiaffo alla proficua collaborazione da sempre presente sul territorio per supportare il carcere sia a livello istituzionale - prosegue - che di rete di associazioni e volontari che operano in quest’ambito. Non consentire lo svolgimento del massimo consesso democratico e rappresentativo dei cittadini modenesi - sottolinea Lenzini - non è solo una grave interferenza da parte di un organismo alle dirette dipendenze del governo, ma è anche un goffo tentativo di impedire che vengano accesi i riflettori su una serie di problematiche ormai ampiamente documentate, sia dai sindacati di polizia penitenziaria che dal garante dei detenuti”. “Questa scelta risulta oltremodo incomprensibile se si considera che pochi mesi fa una simile iniziativa era stata svolta a Roma e a Reggio Emilia - attacca Lenzini -. Riteniamo totalmente inaccettabile tale atteggiamento che vuole impedire all’istituzione locale di occuparsi seriamente delle gravi condizioni di sovraffollamento, carenza e precarie condizioni di lavoro del personale - ricorda l’esponente dem - nonché degrado strutturale in cui versa il carcere, le quali hanno avuto gravi conseguenza come diversi atti suicidi e di autolesionismo. Come Pd cittadino chiederemo ai nostri parlamentari di riferimento di depositare un’interrogazione urgente a riguardo - conclude Lenzini - e dagli esponenti locali di Fratelli d’Italia, sempre solerti a puntare il dito su sicurezza e trasparenza istituzionale, ci aspettiamo una ferma e netta presa di posizione”. Padova. Sovraffollamento record nella Casa circondariale: 269 detenuti per 188 posti disponibili di Stefano Gabbiano lapiazzaweb.it, 14 gennaio 2026 Il Garante dei detenuti denuncia la situazione critica nella Casa Circondariale del Due Palazzi. La Casa Circondariale di Padova, una delle strutture penitenziarie più rilevanti della città, sta vivendo un sovraffollamento senza precedenti. Secondo la segnalazione fatta ieri dal direttore della struttura, Luigi Morante, al Garante dei detenuti di Padova, Antonio Bincoletto, il numero di persone detenute nella sola ala di custodia cautelare ha raggiunto i 269 detenuti, ben al di sopra della capacità regolamentare di 188. Questo dato segna un livello di sovraffollamento “mai raggiunto prima”. L’ala in questione ospita i detenuti in custodia cautelare o con pene inferiori ai cinque anni, ed è una delle aree della struttura che già l’anno scorso aveva registrato un tasso di sovraffollamento del 121%, con 229 detenuti al 31 dicembre 2024. La situazione era già critica rispetto ai dati del 2023, quando erano 173 i detenuti in un’area pensata per 188 persone. Il Garante dei detenuti, Antonio Bincoletto, ha reso pubblico il rapporto, sottolineando come il fenomeno del sovraffollamento nelle carceri padovane continui a rappresentare un grave problema, non solo per la qualità della vita dei detenuti, ma anche per la sicurezza e il benessere del personale penitenziario. Lecce. La Garante dei detenuti: “Criticità nella struttura, biblioteca e cucina ancora non attivi” lecceprima.it, 14 gennaio 2026 Maria Mancarella si è recata in visita all’Istituto penitenziario minorile, inaugurato lo scorso 20 novembre dopo circa venti anni di inattività, evidenziando anomalie e disservizi. La Garante leccese dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale si è recata in visita all’Istituto penitenziario minorile, inaugurato lo scorso 20 novembre, dopo circa venti anni di inattività. La capienza massima è di 27 ragazzi, al momento ve ne sono soltanto quattro, tutti italiani, provenienti dall’istituto di Airola interessato da lavori di ristrutturazione. “I ragazzi, le cui famiglie vivono in Campania e nel nord della Puglia, sono arrivati durante il periodo delle vacanze di Natale, in un contesto di grande difficoltà per la carenza di personale e l’assenza dei volontari, accolti in struttura non ancora completamente agibile, con spazi esterni bui, aree non attrezzate”, denuncia la garante, la cui segnalazione giunge poco dopo quella della Cgil Lecce. La visita, fa sapere Maria Mancarella, avrebbe confermato la presenza di molte delle criticità già denunciate dai sindacati, da Antigone e dal deputato Leonardo Donno. Gli spazi esterni sarebbero ancora in attesa di sistemazione. Né sarebbero previsti, sempre stando al racconto della garante, spazi per l’attività sportiva. “Il cortile dedicato ai “passeggi” è insufficiente come metratura, privo di copertura, di arredi di qualunque tipo, compresa una panchina per potersi sedere, e recintato con rete metallica non adatta a garantire la sicurezza dei ragazzi. Gli spazi interni del primo piano, adeguatamente ristrutturati, contengono le camere, tutte singole, tutte provviste di luce diretta e bagno interno con doccia”, aggiunge in una nota Mancarella. Le criticità nella struttura - Tra le criticità segnalate, inoltre, vi sarebbero gli arredi delle aree comuni: “poche sedie nella saletta della socialità, la scuola non è ancora partita, la sala biblioteca non funziona, la cucina, pur arredata e completa, non è ancora in attività”. La garante non ha risparmiato altre anomalie nel servizio della struttura, come quelle riscontrate nell’erogazione dell’acqua calda: “A causa della eccessiva distanza tra la caldaia e le stanze di pernottamento, è necessario attendere un lasso di tempo molto lungo prima che l’acqua calda arrivi ai rubinetti e soprattutto alla doccia”. Il personale - Nell’Ipm leccese sono già in servizio, oltre alla direttrice, al comandante e alla capo area trattamentale, quattro funzionari giuridico pedagogici, più una unità distaccata dall’Usm di Bari per un anno, tutte donne. “Importante offrire modelli maschili positivi, per creare relazioni fondate su autorevolezza, contenimento e senso della responsabilità. L’organico della polizia penitenziaria, composto, dal comandante, affiancato da due ispettori, un sovrintendente e sette agenti, è insufficiente se rapportato al momento in cui l’istituto andrà a pieno regime”, prosegue Maria Mancarella. Le attività - Sarebbero quasi completamente assenti le attività trattamentali, sia di tipo laboratoriale che sportive e ricreative. È questa l’altra dura denuncia scaturita al termine della visita nell’Ipm del capoluogo salentino. “Dei tanti progetti per tempo inviati all’approvazione del ministero dalla Direzione non ne è stato approvato alcuno. Qualcosa è stato possibile avviare, grazie alla disponibilità di volontari, ma si tratta a volte di proposte che non incontrano il favore e la condivisione dei ragazzi che finiscono per disertarle. Da pochissimo è stato avviato un corso per elettricisti, curato in forma volontaria da una ditta edile. Sta per partire un laboratorio teatrale curato dal gruppo Koreya”, conclude. Livorno. La denuncia del Garante: “C’è chi vorrebbe tenere aperte le vecchie sezioni detentive” novaradio.info, 14 gennaio 2026 In dirittura d’arrivo, seppur fra mille difficoltà, i lavori di ristrutturazione al carcere livornese delle Sughere: dopo un iter ultradecennale, entro 3-4 mesi dovrebbe essere pronto uno dei due nuovi padiglioni, mentre per il secondo invece si parla di ancor mesi, se non di anni. Il nuovo padiglione conterà 120 posti, destinati ad accogliere i detenuti di media sicurezza che si trovano attualmente nella ex sezione transito. A riferirlo è il Garante dei detenuti livornesi, Marco Solimano che, pur esprimendo soddisfazione al tempo stesso lancia un allarme: “Abbiamo denunciato in maniera innumerevole negli anni le condizioni di degrado e di destrutturazione delle celle di media sicurezza, e sostenuto l’apertura dei nuovi padiglioni avrebbe dovuto coincidere con la chiusura definitiva di una zona detentiva assolutamente inadeguata a eh riconoscere i diritti e la dignità delle persone e dunque eravamo tranquilli e soddisfatti”. Ma il rischio è che potrebbe non essere così. “La cronica mancanza di posti e il sovraffollamento sembra abbia motivato proprio il loro dipartimento a tenere aperta una parte della sezione che naturalmente dovrebbe essere chiusa. Di fronte ad arrivi determinati dalla volontà del provveditore e del dipartimento ho il timore che quella sezione possa in breve tempo nuovamente essere riempita” denuncia Solimano, che parla di “voci” che arrivano da fonti interne “autorevoli”: “Addirittura - aggiunge - esiste un piano di cui non non abbiamo ancora contezza di ‘posizionamento’ rispetto al nuovo padiglione e al vecchio padiglione che andrebbe chiuso”. “La città di Livorno in questi anni si è espressa in maniera chiara rispetto alla chiusura del padiglione transito, continuiamo a salutare l’apertura del padiglione come l’apertura di una nuova fase della casa circondariale di Livorno” e l’eliminazione di “queste brutture, queste strutture che piegano sostanzialmente anche la volontà dei detenuti a partecipare a percorsi trattamentali. Se così dovesse essere come città che agiremo, abbiamo argomenti e abbiamo voce anche importante per chiedere un’interlocuzione con l’amministrazione della giustizia”. La situazione delle Sughere, uno delle carceri più grandi d’Italia, ricorda Solimano, è tale che impone provvedimenti urgenti per restituire dignità alla condizione di detenzione dei suoi ospiti: “Si vive molto male: abbiamo un tasso di sovraffollamento del 134%. In questa famigerata sezione transito sono ospitati tre detenuti per cella per un metraggio di 12 mq, e le condizioni delle delle delle celle dell’intero palazzone sono fatiscenti; è impossibile e inutile metterci coppe, è una sezione da chiudere senza se e senza ma. Ovviamente questa situazione crea tensioni, crea malumore perché la qualità dell’accoglienza nei confronti delle persone che poi dovrebbero incominciare percorsi diversi per rileggere anche le scelte negative del passato, sicuramente non aiuta”. Verona. Torture in questura, i pm chiedono pene dure: “Parlano le immagini” di Branca Corriere di Verona, 14 gennaio 2026 Nell’udienza di ieri i pubblici ministeri Carlo Boranga e Chiara Bisso hanno chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi e a 3 anni e 10 mesi per l’ex poliziotto A.M. e il suo ex collega L.C.. I due sono accusati di “aver torturato” alcune persone in stato di fermo o arresto, perlopiù tossicodipendenti o stranieri senza fissa dimora, e vi aver falsificato dei verbali. Lo schiaffo a Mattia Tacchi e l’aggressione a Nicolae Daju con lo spray al peperoncino dopo averlo trascinato a terra. Quelle azioni sono state cristallizzate tra il 2022 e il 2023 dalle telecamere dell’Acquario, la stanza fermati in via Lungadige Galtarossa. E sono proprio quelle immagini a rappresentare per i pubblici ministeri Carlo Boranga e Chiara Bisso, titolari della maxi inchiesta sulle violenze in questura, la prova regina del processo a carico delgli ex poliziotti, accusati di tortura su alcune persone in stato di fermo o arresto, perlopiù tossicodipendenti o stranieri senza fissa dimora, e di aver falsificato, in alcune circostanze, dei verbali. Il procedimento è ormai agli sgoccioli e ieri i due pm, dopo quasi tre ore di discussione, hanno depositato una lunga memoria di 180 pagine e chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi per M., accusato anche di rifiuto e omissione di atti d’ufficio, e 3 anni e 10 mesi a C., a cui sono state contestate anche le lesioni su uno dei fermati con l’aggravante della discriminazione o dell’odio raziale. “I filmati nella sala Acquario parlano chiaro - ha detto ieri in udienza Bisso - e le prove raccolte dai sistemi di videosorveglianza non sono ancora mai state messe in discussione dalla Cassazione”. A prendere la parola è poi toccato alla parte civile, in particolare alle avvocate Alice Chiementin e Rania Maadani che fin dall’inizio del processo rappresentano i fermati Nicolae Daju, preso di mira da Migliore, e Adil Tantoui, colpito con un calcio da C. che gli avrebbe anche detto “marocchino di m..., sei un bas...”. “Il mio assistito ha subito una doppia ingiustizia ha spiegato l’avvocata Maadani. Aveva chiamato la polizia perché era stato ferito alla testa e si è ritrovato ad essere arrestato e portato in questura, ma non si è mai capito perché. È stato lo stesso M. a riferire che C. riteneva Adil una persona fastidiosa e voleva portarlo in direttissima, accusandolo di resistenza a pubblico ufficiale. Tantoui non solo ha subito violenza fisica, ma è anche stato insultato”. Un trattamento che ha spinto l’avvocata a chiedere un risarcimento per “danni alla salute, alla reputazione, alla dignità e per discriminazione”. Infine è stato l’avvocato Dario Lunardon per il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale a definire l’atteggiamento degli imputati M. e C. “un sistema di abuso e prevaricazione sulla parte più debole della società”. La prossima udienza sarà a febbraio sempre davanti al giudice Raffaele Ferraro e toccherà alle difese di A.M. e L. C. rappresentati dagli avvocati Marco Pezzotti, Giuseppe Rossi Divita, Filippo Vicentini e Stella Romano - discutere le contestazioni formulate dall’accusa. Nel frattempo, sempre in febbraio, si chiuderà, davanti alla giudice Arianna Busato, l’udienza preliminare di un procedimento parallelo e che riguarda 16 poliziotti, ex colleghi di C. e M.. I reati contestati sono tortura, lesioni, peculato, omessa denuncia di reato e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Roma. A Villa Maraini confronto con detenuti in percorsi alternativi Il Dubbio, 14 gennaio 2026 Nel corso della conferenza stampa di inizio anno, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la realizzazione di 11mila nuovi posti nelle strutture carcerarie entro la fine del 2027, insieme al rafforzamento delle misure alternative al carcere per le persone con dipendenza patologica da sostanze. Proprio a partire da questo nodo, Fondazione Villa Maraini (Agenzia della Croce Rossa Italiana per le dipendenze patologiche) e Istituto Luca Coscioni hanno organizzato a Roma, per oggi alla Fondazione Villa Maraini dalle ore 15:45, il convegno “I luoghi della privazione della libertà personale: detenzione, suicidi e percorsi alternativi”. Novità dell’iniziativa sarà la partecipazione anche di utenti attualmente in cura presso Villa Maraini nell’ambito di percorsi alternativi alla detenzione, che porteranno la loro esperienza diretta di presa in carico, trattamento e reinserimento, offrendo uno sguardo concreto sulle possibilità di prevenzione e cambiamento fuori dal carcere. Infatti il primo suicidio del 2026 è avvenuto il 6 gennaio: un detenuto italiano di 53 anni si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella, all’interno della Casa Circondariale di Cremona. Nello stesso carcere, Ca del Ferro, a fine novembre scorso si è suicidato un educatore, anch’egli impiccandosi nel bagno del suo studio: un segnale drammatico di un sistema, quello carcerario, che accumula carichi di lavoro, responsabilità e solitudine. La tutela della salute della comunità penitenziaria non riguarda solo le persone detenute, ma anche chi è chiamato a garantire diritti, cura e rieducazione in condizioni spesso critiche. Torna così di stringente attualità la proposta avanzata da Piero Calamandrei, subito dopo la fine della guerra, di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui suicidi in ambito carcerario. Parteciperanno all’incontro il cardinale Matteo Maria Zuppi; Walter Veltroni, scrittore e giornalista; Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini; Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Luca Coscioni. L’incontro sarà moderato da Valter Vecellio, direttore della rivista Proposta Radicale. Previsti i saluti di benvenuto di Gabriele Mori, presidente della Fondazione Villa Maraini. All’evento è stato invitato il Presidente del Senato della Repubblica, Ignazio La Russa. Roma. “Ero in carcere… e siete venuti”. Un convegno sulla dignità nel contesto carcerario chiesavaldese.org, 14 gennaio 2026 Giovedì 22 gennaio 2026, a Roma, la Diaconia Valdese promuove il VII Convegno Nazionale “Ero in carcere… e siete venuti - Oltre le mura: dignità nel contesto carcerario”, una giornata di confronto dedicata alle condizioni della detenzione in Italia, alle prospettive di riforma, alle misure alternative e ai percorsi di reinserimento che si svolgerà presso l’Aula Magna della Facoltà Valdese di Teologia dalle 9,30. Il convegno si inserisce in un contesto particolarmente significativo: il 2025 ha segnato il cinquantesimo anniversario della riforma dell’ordinamento penitenziario italiano, un traguardo che, tuttavia, non coincide con un miglioramento sostanziale delle condizioni carcerarie. In questi cinque decenni la popolazione detenuta ha continuato ad aumentare, fino a rendere strutturale il sovraffollamento delle carceri, mentre le risorse a disposizione dell’apparato giudiziario e penitenziario restano limitate. A dicembre 2025, il numero di persone che si sono tolte la vita in contesti di privazione della libertà personale ha superato le settanta unità, a cui si aggiungono coloro che sono deceduti dopo il ricovero ospedaliero. Cinquant’anni di riforme non sembrano essere riusciti a scardinare del tutto una concezione della pena ancora fortemente legata all’idea di punizione, se non di vendetta. Fatica ad affermarsi una visione che riconosca le alternative alla detenzione come strumenti di riparazione dello “strappo” prodotto dal reato. In questo quadro si colloca anche l’approvazione del Decreto Sicurezza 2025, che introduce, tra le altre disposizioni, sanzioni per la resistenza passiva in carcere e abolisce l’obbligo per il giudice di disporre il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte e le madri con figli di età inferiore a un anno. Appare dunque evidente come non sia sufficiente intervenire con nuove norme: è necessario maturare un dibattito culturale ampio e condiviso. Già nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti in ambito penitenziario. A quella pronuncia fece seguito la sentenza Torregiani e il cosiddetto “Svuotacarceri”, cui si aggiunsero, negli anni successivi, i provvedimenti adottati durante la pandemia, che portarono a una temporanea riduzione della popolazione detenuta. Un calo che non ha avuto continuità: negli anni successivi il numero delle persone recluse è tornato a crescere, nonostante gli strumenti introdotti per favorire l’accesso alle misure alternative. Per chi vive lunghi periodi di detenzione in celle sovraffollate, resta inoltre la sfida del “dopo”: l’uscita dal sistema penale, che rappresenta una nuova messa alla prova sia per la persona che cerca riabilitazione, sia per la società chiamata a renderla possibile. Il convegno vedrà la partecipazione di rappresentanti del mondo accademico, istituzionale, professionale e sociale, tra cui Alessandra Trotta, Moderatora della Tavola Valdese, il senatore Andrea Giorgis e l’onorevole Raffaele Bruno, insieme ad associazioni e servizi diaconali impegnati nel settore penitenziario e dell’inclusione sociale. Siena. “Vite Libera”, un percorso di formazione enologica per i detenuti intoscana.it, 14 gennaio 2026 Il progetto, promosso da AIS Toscana, AIS Italia e Casa Circondariale Santo Spirito, si pone l’obiettivo di rendere il mondo del vino sempre più inclusivo e volto al sociale. È stato presentato a Palazzo Berlinghieri a Siena “Vite Libera”, il primo percorso di formazione enologica rivolto ai detenuti della Casa Circondariale Santo Spirito. Il progetto nasce grazie alla collaborazione tra AIS Toscana, AIS Italia e l’amministrazione penitenziaria, con l’obiettivo di promuovere la cultura del vino come strumento di crescita personale e di reinserimento sociale. All’incontro di presentazione hanno preso parte Nicoletta Fabio, sindaca di Siena; Maria Josè Massafra e Marco Innocenti, in rappresentanza di Graziano Pujia, direttore della Casa Circondariale; Sandro Camilli, presidente di AIS Italia; Cristiano Cini, presidente di AIS Toscana; e Marcello Vagini, vicepresidente di AIS Toscana e delegato AIS Siena. Un percorso di formazione - Il corso, strutturato nei tre livelli previsti dall’Associazione Italiana Sommelier, offrirà una preparazione professionale completa ai partecipanti, selezionati insieme al personale educativo dell’istituto. Il percorso inizierà il 19 gennaio 2026 e si concluderà il 24 giugno, con la consegna degli attestati e del Diploma di Sommelier AIS, riconosciuto a livello nazionale. Durante le 25 lezioni i detenuti affronteranno temi che spaziano dalla viticoltura alla degustazione tecnica, dal servizio del vino all’abbinamento cibo-vino, con prove pratiche e momenti di approfondimento culturale. “Il progetto Vite Libera rappresenta un esempio concreto di come la formazione e la cultura possano diventare strumenti autentici di inclusione e riscatto sociale - ha dichiarato la sindaca Nicoletta Fabio -. Il carcere non deve essere soltanto un luogo di detenzione, ma anche uno spazio in cui costruire nuove opportunità e restituire dignità e futuro alle persone. Come Amministrazione comunale sosteniamo con convinzione iniziative che favoriscono il reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, perché una comunità è più forte quando non lascia indietro nessuno”. La diffusione della cultura del vino - Il corso sarà riservato a un gruppo selezionato di detenuti motivati, individuati insieme all’amministrazione penitenziaria e al personale educativo dell’Istituto Santo Spirito, rappresentato da Maria Josè Massafra e Marco Innocenti, a cui è stato affidato il messaggio del direttore Graziano Pujia: “L’incontro con Marcello Vagini è avvenuto durante una degustazione, in quella occasione ci siamo confrontati sui nostri percorsi e abbiamo scoperto di condividere maestri e passioni comuni oltre all’attestato di sommelier che ho conquistato nel 2000. Da quel dialogo è nata l’idea di una collaborazione tra l’AIS e l’istituzione che rappresento, con l’obiettivo di avviare un corso di formazione per detenuti, successivamente adattato al contesto penitenziario. Oggi - continua il direttore Pujia - presentiamo con orgoglio un progetto che completa, a livello regionale, l’esperienza avviata oltre quindici anni fa sull’isola di Gorgona, dove il lavoro dei detenuti ha dato vita a un vino unico. Al Santo Spirito, il percorso formativo permetterà ai detenuti di conseguire l’attestato professionale di sommelier, offrendo loro nuove opportunità lavorative e contribuendo alla diffusione della cultura del vino”. Vino sempre più inclusivo - Il programma prevede lo sviluppo intenso dei tre livelli del corso secondo le linee guida AIS, con eventuali adattamenti al contesto carcerario. “Il progetto Vite Libera ha l’obiettivo di promuovere la cultura del vino come certificata e riconosciuta con un percorso educativo che stimoli senso di responsabilità, rispetto, precisione e lavoro di squadra - ha affermato Sandro Camilli, presidente nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier -. Vogliamo rendere il mondo del vino sempre più inclusivo e volto al sociale e questo progetto sarà uno strumento di crescita personale e di consapevolezza con il chiaro obiettivo di favorire il reinserimento sociale attraverso una formazione”. “Vite Libera è un progetto che coniuga formazione professionale, cultura, dignità e possibilità di riscatto. Siamo orgogliosi di essere la prima regione a organizzare per la prima volta questo progetto. Offrire a un detenuto la possibilità di diventare sommelier non è solo un atto formativo: è un atto di fiducia nella possibilità di rinascita, nel potere educativo del sapere, e nel valore sociale del vino come cultura e mestiere. Questa esperienza arricchirà la nostra associazione e offrirà ai detenuti una formazione professionale con lo scopo di acquisire competenze professionali spendibili nel mondo del lavoro”, ha aggiunto Cristiano Cini, presidente di AIS Toscana. “Siamo pronti - ha concluso Cini - a collaborare con enoteche regionali e consorzi di tutela, con fondazioni e sponsor del settore vitivinicolo, enti pubblici e con il Ministero della Giustizia per eventuali estensioni del progetto, certi che questo progetto per i detenuti racchiude in sé la speranza di un futuro migliore”. Asti. Presentazione del libro: “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere” Gazzetta d’Asti, 14 gennaio 2026 Sabato 24 gennaio alle 10.30 alla Biblioteca Astense si terrà la presentazione del libro “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere” a cura di Brunella Lottero e Cinzia Morone (Paolo Sorba ed., 2025). L’incontro, promosso dalle Acli Regionali del Piemonte APS e dal Coordinamento donne Acli Piemonte in collaborazione con la rete Welcoming Asti, ha lo scopo di far conoscere il libro, nato da una serie di laboratori all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino e con l’intento di portare i risultati di questi laboratori, il sentire e l’umanità delle detenute che vi hanno partecipato, al “mondo di fuori”. Saranno presenti la curatrice del libro dott.ssa Cinzia Morone, direttrice della Biblioteca civica “A.Passerin d’Entréves” di Torino, la giornalista Laura Mazzoli, che presenterà brevemente partecipanti e progetto, e il Garante dei diritti delle persone private della libertà per il Comune di Asti, Domenico Massano che converserà con la curatrice. Una parte dell’incontro sarà dedicata alla lettura delle testimonianze delle detenute, contenute nel libro, a cura delle/i ragazzi in Servizio civile presso le Acli di Asti. Il ricavato dalla vendita delle copie firmate dalla curatrice, sarà devoluto a progetti presso la sezione femminile della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. Ingresso libero. Potenza. Teatro in carcere, al via la call per i formatori regione.basilicata.it, 14 gennaio 2026 Compagnia Teatrale Petra lancia Formazione per operatori sociali nell’ambito di “In_Out. Libertà Aumentata”, progetto dedicato alla promozione del teatro in carcere. L’iniziativa propone un percorso formativo che integra linguaggi artistici e pratiche performative con l’utilizzo di strumenti digitali e momenti di confronto con la società civile. Il progetto intende contribuire a una nuova visione del carcere, promuovendone il riconoscimento come luogo di cultura, innovazione sociale e partecipazione civile, superando una narrazione fondata esclusivamente sulla marginalità e sulla stigmatizzazione. Il programma prevede 5 incontri, di cui 3 online e 2 in presenza, pensati per introdurre i partecipanti al mondo del teatro-carcere e alle sue potenzialità, con testimonianze dirette, casi studio e approfondimenti sulla transizione digitale applicata ai contesti detentivi. Si tratta di un’opportunità per comprendere e sperimentare come il teatro possa diventare un ponte tra l’interno e l’esterno del carcere, non solo in senso fisico ma anche simbolico, culturale e umano. Gli incontri online saranno condotti da Antonella Iallorenzi (Compagnia Teatrale Petra) e dagli operatori della Casa Circondariale di Potenza, con interventi, approfondimenti e testimonianze a cura dei referenti delle compagnie individuate nel programma nazionale del teatro in carcere, Cada Die Teatro e Puteca Celidonia, attive in Sardegna e Campania. Al termine del percorso è prevista la selezione di una/un partecipante, tramite tirocinio extracurriculare. La persona individuata dovrà risultare disoccupata al momento della selezione e affiancherà la compagnia nella rassegna di promozione del teatro in carcere. Parteciperà alle attività laboratoriali con i detenuti, ai workshop e alla realizzazione dell’esito finale del percorso, previsto per dicembre 2026. La call è aperta a persone che operano o desiderano operare in ambito sociale, culturale e artistico, con particolare attenzione a chi proviene da percorsi di studio o professionali nelle discipline artistiche, teatrali, sociali, psicologiche e umanistiche. Per gli assistenti sociali, aderenti all’Ordine Regionale degli Assistenti Sociali della Basilicata è prevista l’acquisizione di crediti formativi, in virtù del Protocollo d’Intesa Triennale tra l’Ordine e la Compagnia. La scadenza per la presentazione delle candidature è fissata al 9 febbraio 2026. Tutte le informazioni dettagliate sul programma, le modalità di partecipazione e i requisiti sono disponibili sul sito ufficiale della Compagnia Teatrale Petra: www.compagniateatralepetra.com/inout Bologna. La Dozza spalanca i cancelli all’arte contemporanea di Manuela Valentini Il Resto del Carlino, 14 gennaio 2026 Dal 6 febbraio le opere di Anila Rubiku saranno esposte per raccontare l’esclusione e la libertà. Per la prima volta a Bologna il carcere apre le proprie porte all’arte contemporanea, trasformando un luogo normalmente inaccessibile in uno spazio di incontro con il pubblico. Dal 6 all’8 febbraio, in concomitanza con Arte Fiera e Art City, la Casa Circondariale Rocco D’Amato (via del Gomito 2) ospita ‘L’arte messa alla prova: Anila Rubiku. I’m still standing’, a cura di Elisa Fulco e promosso da Associazione Acrobazie. La mostra dell’artista italo-albanese riunisce quattro nuclei di opere allestiti negli spazi dei colloqui. “Abbiamo scelto Rubiku perché la sua ricerca artistica da sempre affronta il tema dell’ingiustizia sociale dando una forma estetica a contenuti divisivi. Era importante inaugurare questo percorso con un’artista che ha già esperienza in contesti detentivi le cui opere possono creare un dialogo nuovo tra interno ed esterno”, spiega la curatrice. A questa linea si collega la direttrice della Dozza, Rosa Alba Casella, che sottolinea: “Art City in carcere è un altro tassello del processo di integrazione tra carcere e città che da alcuni anni si sta portando avanti in collaborazione con gli enti del territorio. Nel processo di integrazione, questa mostra si pone come una sfida alle convenzioni e ai pregiudizi per la costruzione di una società inclusiva e solidale”. Il percorso espositivo si apre con ‘Hope is the thing with feathers’ (2022), una serie di oltre cento disegni e collage dedicati agli uccelli come metafora di libertà. L’artista ha raccolto per anni carte Pantone, in attesa del progetto ‘giusto’. “Per me la speranza è piena di colori, gli stessi che ritroviamo nelle piume degli uccelli, veri tesori di bellezza”, spiega Rubiku. Il secondo nucleo, ‘I’m still standing’ (2019), da cui la mostra prende il titolo, presenta una serie di acquerelli dedicati alle protesi improvvisate dei veterani di guerra: oggetti nati dalla necessità, capaci di trasformarsi in simboli di resistenza. “Non volevo parlare della guerra in sé, ma della sopravvivenza a qualunque tipo di conflitto, anche quello interno”, afferma l’artista. Con ‘The Inner Doors’ (2025), Rubiku guarda alle porte nascoste dei palazzi milanesi, trasformandole in arazzi ricamati con perline secondo una tecnica appresa da comunità indigene canadesi. A chiudere la mostra ‘Defiant’s Portrait’ (2014), una serie nata dai laboratori eseguiti dall’artista nel carcere femminile di Tirana. Le finestre sbarrate ricamate a mano, con sbarre piegate o spezzate, diventano ritratti interiori delle donne incontrate e del loro desiderio di uscire da un sistema che spesso non concede attenuanti né ascolto. Per visitare la mostra è sufficiente presentarsi al carcere con un documento di identità venerdì 6 febbraio dalle 15 alle 19, sabato 7 e domenica 8 febbraio dalle 9 alle 19. Diritti in calo e migranti sotto attacco: il monito all’Italia del Consiglio d’Europa di Enrico Pascarella eunews.it, 14 gennaio 2026 Il commissario per i diritti umani in visita a Roma striglia l’esecutivo. “L’Italia nell’indice dello Stato di diritto del World Justice Project del 2025 ha un punteggio di 6,6 su dieci” ed è in prima linea nella riduzione dei diritti dei migranti. Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, in visita in Italia, ha tenuto un discorso all’Università Roma Tre, dove denuncia la diminuzione dello stato di diritto in Italia. O’Flaherty non ha dimenticato, infatti, di sottolineare come l’arretramento dei diritti dei migranti in Europa sia frutto dell’impegno italiano (e danese). Per poi rincarare la dose dicendo che “l’Italia nell’indice dello Stato di diritto del World Justice Project del 2025 ha un punteggio di 6,6 su dieci”. Il commissario è stato in vista anche al Senato e alla Camera per dialogare con le commissioni Affari costituzionali. O’Flaherty, però, già nel discorso all’università romana ha fatto trapelare una certa insofferenza nei confronti dell’indirizzo del governo Meloni. Non sono mancati affondi su tematiche strettamente legate alla politica interna. “Durante la mia visita in Italia - ha dichiarato il commissario - presterò particolare attenzione allo stato della magistratura e dei media indipendenti”. La riduzione dei diritti dei migranti - Il tema ricorrente del commissario per i diritti umani è però quello dei migranti, facenti parete del suo mandato istituzionale. O’Flaherty ricorda agli studenti dell’università come il governo di Roma sia in prima linea nel voler ridurre i diritti dei richiedenti asilo. Il 10 dicembre, infatti, 27 Stati membri (su 46) del Consiglio d’Europa hanno siglato una dichiarazione che stimola a modificare l’approccio della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) in materia di migrazione. “L’iniziativa della dichiarazione è stata guidata dai governi di Danimarca e Italia” ricorda il commissario. La sua paura, inoltre, è quella della strumentalizzazione del fenomeno: “La migrazione irregolare verso l’UE è diminuita del 25 per cento nei primi 11 mesi del 2025 e, in ogni caso, non siamo affatto vicini alla situazione che abbiamo visto nel 2015. In altre parole, non sembra che la migrazione rappresenti una sfida nella misura suggerita”. Questa concentrazione, immotivata, sul fenomeno nasconde qualcosa di più per O’Flaherty: “Se le autorità arrivano a designare ampi gruppi di persone che non gradiscono e la cui protezione dovrebbe essere indebolita, ci avventuriamo su un terreno pericoloso e scivoloso”, spingendosi fino a domandare: “Chi sarà il prossimo?”. Migranti. Il dramma dei “minori non accompagnati”: emergenza senza fine di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 gennaio 2026 A inizio del nuovo anno, i Comuni hanno ricevuto i rimborsi per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Non tutti, non in modo uniforme, e non senza danni collaterali ai bilanci locali. È una notizia rilevante: evita il tracollo immediato di molte amministrazioni. Ma la sostanza resta. Il sistema è rotto in più punti e la politica non ha ancora messo mano alle cause profonde. La vicenda è esplosa la scorsa estate, quando una circolare del ministero dell’Interno ha cambiato retroattivamente le regole del Fondo nazionale Msna, lasciando aperta la prospettiva che lo Stato coprisse solo il 35 per cento delle spese già sostenute. A lanciare l’allarme sono stati gli assessori ai servizi sociali dei capoluoghi lombardi: Bergamo capofila, poi Brescia, Milano, Monza, Varese, Pavia, Lecco, Cremona, Mantova e Lodi. Brescia ha dichiarato rendiconti per 15 milioni, con un credito residuo di 7,3; a Bergamo spettavano 8,3 milioni, liquidati solo di recente. La promessa arrivata a ottobre al Tavolo del Viminale è stata mantenuta, ma non ha sanato tutte le fratture aperte. I rimborsi non bastano: le falle strutturali - Il punto è questo: i rimborsi contabili non trasformano automaticamente una fragilità strutturale in un progetto di buon governo. Lo dicono le organizzazioni che seguono il tema e lo certifica la denuncia presentata dall’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), che ha lanciato un atto d’accusa durissimo contro l’attuale gestione governativa. Un’analisi dettagliata delle falle del sistema, delle omissioni di politica pubblica e delle pratiche amministrative che aggravano la vulnerabilità dei ragazzi. L’Asgi ricorda che l’articolo 31 della Costituzione impone allo Stato la tutela di maternità, infanzia e gioventù, e denuncia come la retorica sulla natalità abbia soppiantato l’attenzione per i minori che già esistono. Il primo nodo aperto riguarda i neomaggiorenni. Il cosiddetto “prosieguo amministrativo”, disposto dai Tribunali per i minorenni per accompagnare il giovane fino a tre anni dopo il compimento dei 18 anni, resta privo di copertura statale. Il risultato è che i Comuni devono farsi carico di percorsi educativi, abitativi e di inserimento lavorativo per giovani ancora fragili. Una spesa crescente, non programmata, che grava su capitoli già sotto pressione. Altro problema: i parametri ministeriali di costo per il sistema Sai Msna sono fermi al 2019. Personale, affitti e servizi sono aumentati; i contributi riconosciuti no. Così i Comuni integrano con risorse proprie, sacrificando altre voci sociali o sforando i vincoli di bilancio. La denuncia dell’Anci - che nel comunicato dell’8 agosto 2025 ricordava come, su 16.497 minori presenti sul territorio nazionale, siano disponibili poco più di 6.000 posti SAI e circa 1.500 posti nei CAS per minori - resta illuminante: servono risorse e posti, non slogan. Norme, prassi e repressione: un sistema che espone - A peggiorare il quadro intervengono scelte legislative e amministrative che comprimono le possibilità di una buona accoglienza. Dal decreto legge 133/2023 è ammessa l’allocazione di minori nei Centri di Accoglienza Straordinaria per adulti: una deroga che espone i ragazzi a contesti inadatti. In Friuli Venezia Giulia, la legge regionale 21 marzo 2025, n. 5, e la deliberazione di Giunta n. 403 del 28 marzo 2025 hanno introdotto criteri tali da impedire, di fatto, la nascita di nuove comunità di accoglienza nei capoluoghi, relegando eventuali aperture in comuni isolati. La denuncia dell’Asgi sottolinea come questa nozione di “fabbisogno regionale” rischi di travalicare competenze statali e creare barriere all’integrazione territoriale. Le prassi delle Questure aggravano ulteriormente la situazione. Sempre più spesso il permesso di soggiorno per minorenni viene subordinato a richieste non previste dalla legge, come l’esibizione del passaporto; altre volte il rigetto delle conversioni del permesso alla maggiore età viene imputato a inadempimenti di Consolati o uffici pubblici, non ai ragazzi. Anche il prosieguo amministrativo, che potrebbe sostenere i più fragili, resta spesso solo sulla carta per carenza di risorse e di competenze nei servizi territoriali. A questo si sommano i vuoti nel sistema sanitario e nei servizi di neuropsichiatria infantile. Il rapporto del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Città di Torino, citato nel documento dell’Asgi, evidenzia incrementi impressionanti di diagnosi psichiatriche tra i giovani. Anche per i minori stranieri non accompagnati il quadro è pesante: traumi, sindromi abbandoniche e dipendenze emergono precocemente, mentre mediatori culturali ed équipe etnopsichiatriche restano insufficienti. Senza assistenza specializzata, i percorsi di cura e integrazione si interrompono. Il peso della repressione nel sistema penale minorile è un’altra ferita aperta. Il D.L. 123/2023, noto come “Decreto Caivano”, ha facilitato i trasferimenti dei ragazzi diventati maggiorenni verso le carceri ordinarie. I passaggi tra istituti, spesso da Nord a Sud, interrompono relazioni e percorsi di reinserimento. I numeri parlano chiaro: nel 2024 si sono registrate 28 rivolte negli Istituti Penali per Minorenni. Le risposte messe in campo consistono spesso in sedativi. Secondo Altr?conomia, la spesa per antipsicotici è aumentata in modo significativo in diversi istituti tra il 2022 e il 2024. Anche i casi giudiziari raccontano l’emergenza: all’Istituto “Beccaria” di Milano si contano decine di indagati per maltrattamenti e gravi reati commessi ai danni di giovani detenuti. E il suicidio di Danialo Riahi, minorenne non accompagnato, resta una ferita che interroga responsabilità, protocolli e controlli. Infine, le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo e la procedura di supervisione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ricordano che l’Italia è sotto osservazione per l’inadeguatezza dell’accoglienza. Le sentenze non hanno trovato piena esecuzione. Non basta ribadire l’obbligo costituzionale: servono misure concrete e tempi certi. Che fare, allora? L’Asgi chiede una politica netta: invertire la narrazione, riconoscere i minori come risorsa e non come problema, rafforzare strutture e personale, aggiornare i parametri di costo, finanziare il prosieguo amministrativo e tutelare chi è più esposto. Proposte che non chiedono gesti eroici, ma scelte di buon governo: programmare posti SAI, potenziare i servizi specialistici, formare operatori, garantire mediatori culturali stabili, aggiornare i criteri di finanziamento. I rimborsi arrivati ora danno respiro. Ma se non si passa da una toppa emergenziale a una riforma organica, la prossima crisi non sarà questione di mesi. Sarà il sistema a presentare il conto: ragazzi lasciati ai margini, città costrette a tamponare con sacrifici civili, famiglie sfiorate dall’incapacità pubblica di prendersi cura. Lo Stato può scegliere di fare il suo mestiere: finanziare, programmare, distribuire responsabilità. Oppure continuare a trasferire il problema sui Comuni. A pagare, alla fine, non sono i numeri. Sono vite. I minori non accompagnati non sono un problema da contenere con la forza o con i tagli, ma persone da accompagnare. L’alternativa all’investimento è già sotto gli occhi di tutti: marginalità, devianza, fallimento pubblico. Migranti. Le vittime di Cutro “abbandonate” dal Governo di Silvio Messinetti Il Manifesto, 14 gennaio 2026 È tutto pronto nell’aula 1 delle udienze penali del tribunale di Crotone per il processo per i presunti mancati soccorsi alla Summer Love, il caicco che la notte del 26 febbraio 2023 si schiantò contro una secca al largo di Steccato di Cutro, provocando 94 morti, 35 dei quali minorenni. Ma sarà un’udienza tecnica. Niente istruttoria e subito un rinvio per problemi sulla composizione del collegio giudicante. Dunque nuova data da fissare per il dibattimento. Sul banco degli imputati quattro ufficiali della Guardia di finanza e due della Guardia costiera. La procura contesta i reati di naufragio e omicidio colposo plurimi, evidenziando gravi negligenze, sottovalutazioni e ritardi nella catena decisionale che avrebbe potuto cambiare il destino dei migranti a bordo dell’imbarcazione partita dalla Turchia, con particolare riguardo alla mancata attivazione del Sar, il Piano per la ricerca ed il salvataggio in mare. Il Fondo di garanzia per le vittime della strada, istituito presso la concessionaria di servizi assicurativi pubblici Consap, e i ministeri di Finanze e Infrastrutture sono indicati quali responsabili civili. L’inaspettato rinvio della prima udienza dibattimentale accresce, però, i malumori dei movimenti, dalle cui denunce è scaturita l’indagine, e soprattutto dei familiari delle vittime. Il timore è che tutto finisca in prescrizione. E alla vigilia dell’apertura del processo, e a poche settimane dal terzo anniversario della strage, arriva una lettera-denuncia dei superstiti e dei congiunti delle vittime. È indirizzata al governo e alle istituzioni. “È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari che sono arrivati morti sulle vostre coste”, è l’incipit della missiva resa nota dal collettivo Carovane Migranti. Gli estensori puntano il dito sul mancato rispetto degli impegni presi dalla premier Meloni soprattutto sul fronte dei ricongiungimenti. “Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Alle promesse del vostro primo ministro non sono seguiti fatti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta”. I superstiti annunciano nuove mobilitazioni. “Torneremo nel vostro Paese per guardarvi negli occhi e chiedervi: perché vi siete dimenticati di noi?”. L’obiettivo è il prossimo anniversario della strage: “Vogliamo tornare il prossimo mese e non sentirci soli nella notte di Steccato di Cutro, in balia di un mare di promesse e lacrime che, ormai per il terzo anno consecutivo, non porteranno a nulla”. Israele. “Pena di morte per impiccagione”, il primo sì della Knesset al disegno di legge di Giulia Rocchetti Il Manifesto, 14 gennaio 2026 Si applicherà ai palestinesi ritenuti responsabili di omicidi di israeliani il 7 ottobre 2023, ma potranno seguire altri casi. Il condannato non potrà incontrare la famiglia e resterà in isolamento. Per legali e ong viola ogni legge. La Knesset israeliana ha approvato in prima lettura (con 19 voti a favore e nessun contrario) un disegno di legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di aver ucciso cittadini israeliani il 7 ottobre 2023, ma che potrebbe allargarsi anche ad altri casi futuri. Secondo la proposta, l’esecuzione avverrà per impiccagione di fronte al direttore del carcere, un rappresentante giudiziario e un membro della famiglia del detenuto, ma lo Stato si riserva di agire anche in loro assenza per evitare eventuali ritardi. Agenti e Stato godrebbero di piena immunità civile e penale e l’identità degli esecutori resterebbe segreta. il disegno di legge vieta qualsiasi commutazione della pena una volta definitiva. I condannati a morte sarebbero detenuti in isolamento totale, con visite limitate e colloqui legali consentiti solo in videoconferenza. La condanna potrebbe essere inflitta senza richiesta dell’accusa e richiederebbe solo una maggioranza dei giudici militare, anziché l’unanimità: i processi si svolgeranno nelle corti militari. Il provvedimento aveva iniziato il suo iter legislativo a novembre, con 39 voti favorevoli e 16 contrari. Il ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir aveva celebrato il voto distribuendo dolci e indossando una spilla a forma di cappio, affermando che l’impiccagione è “solo una delle opzioni”, insieme a sedia elettrica e iniezione letale. In Israele la prima e ultima sentenza di pena di morte - eseguita nel 1962 - fu quella del nazista Adolf Eichman. Secondo i consulenti legali della Knesset, la legge solleverebbe gravi problemi costituzionali, rendendo la pena di morte obbligatoria e riducendo la discrezionalità dei giudici. Il provvedimento finirebbe per essere applicato solo ai palestinesi giudicati secondo il diritto militare nei Territori palestinesi occupati, creando un regime giuridico separato e in conflitto con il diritto internazionale. Il dibattito si inserisce in un contesto di detenzione di massa dei palestinesi. Secondo l’ong Addameer, al 16 dicembre 2025 9.300 prigionieri politici palestinesi si trovano nelle carceri israeliane: oltre 4.570 sono detenuti senza accusa né processo, 51 sono donne e circa 350 sono bambini. Dal 7 ottobre 2023 sono oltre 20mila i palestinesi arrestati da Israele in Cisgiordania, migliaia a Gaza (non esistono stime precise). Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno condannato il disegno di legge, definendolo un passo verso un sistema legale ancora più discriminatorio e denunciando il rischio irreversibile di errori giudiziari. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha scritto che “darebbe allo Stato l’autorità di imporre la forma di punizione più dura e brutale che esista: la privazione intenzionale della vita umana”. Venezuela. Ci sono piccoli segnali di Perestrojka del dopo-Maduro di Estefano Tamburrini Avvenire, 14 gennaio 2026 Per sopravvivere alla nascente egemonia americana, il Paese sudamericano e quel che resta del chavismo hanno bisogno di riforme. Così la presidente ad interim Delcy Rodriguez e il fratello Jorge, a capo dell’Assemblea nazionale, promettono di partire dai nuovi codici civile e penale per riorganizzare l’ordinamento giuridico dello Stato. L’apertura delle celle per Alberto Trentini e Mario Burlò, rilasciati dal governo Rodríguez insieme ad oltre 110 detenuti, segna uno spartiacque nei rapporti tra Caracas e i Paesi occidentali, Roma inclusa. Dopo la loro scarcerazione l’incaricato di Affari a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, è stato finalmente elevato ad ambasciatore e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ringraziato la sua omologa Rodríguez esprimendo “gioia e soddisfazione” per la liberazione dei connazionali. La Farnesina parla di “cambio di passo” mentre gli Stati Uniti si preparano a ricevere la prima visita della presidente ad interim Rodríguez. Parole come “riconciliazione”, “cambio di indirizzo”, “nuova stagione politica” entrano a pieno titolo nel governo in carica, che vuole mantenere gli ideali del chavismo, rompendo però con gli errori del passato. Perciò si sceglie di ridurre il numero dei prigionieri politici e di porre fine alla diplomazia degli ostaggi, che ha portato più imbarazzo che risultati all’ex-presidente Maduro. Sono più di 130 gli stranieri detenuti pretestuosamente da Caracas per costringere i loro governi a trattare su questioni politiche e non solo. I negoziati subivano interferenze da parte di oligarchi e faccendieri, compromettendo ulteriormente l’immagine che il regime proiettava nel mondo. A livello interno le scarcerazioni vanno a rilento per le precarie condizioni psichiche di molti detenuti. Non sembra essere il caso di Trentini, le cui prime immagini hanno portato sollievo all’opinione pubblica. Tuttavia molti prigionieri accusano malattie croniche, traumi, segni di torture sul corpo. Di qui la riluttanza di agenti e vertici militari, che ora temono di finire dinanzi alla Corte penale internazionale, dove c’è già un ampio fascicolo sul regime di Caracas. Con il boicottaggio dei militari sono tornate anche le preoccupazioni degli Stati Uniti e dell’opinione pubblica interna. I Rodríguez non comandano da soli e il Chavismo non è unito affatto. E le alte gerarchie militari temono di essere lasciate indietro. Cresce nel frattempo la pressione delle famiglie, che chiedono il rilascio delle migliaia di detenuti ancora in cella. Delcy però non si tira indietro e insieme a suo fratello e presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge, lancia un pacchetto di riforme giuridiche che prevede la rielaborazione di “otto grandi codici”, tra cui quello civile e penale, per “riorganizzare l’ordinamento giuridico” del Paese. È previsto anche un codice di democrazia diretta e consolidamento del potere popolare su cui Rodríguez non ha fornito dei dettagli. Non più quindi l’Assemblea costituente sognata da Maduro ma un ripensamento delle strutture, una sorta di Perestrojka, che preoccupa il bureau politico del Partito socialista unito. “Il Codice di commercio è così datato che non permette l’utilizzo di macchine da scrivere portatili né elettriche”, dice Rodríguez, il fratello, che promette “un nuovo modello economico popolare”. Senza elezioni all’orizzonte il chavismo cerca di sopravvivere, cambiando tutto per restare sé stesso. Venezuela. Il sit-in delle mamme al confine: “Adesso liberate anche i nostri figli” di Lucia Capuzzi Avvenire, 14 gennaio 2026 Le chiamano le “donne della frontiera”: madri, sorelle, fidanzate delle decine di colombiani in cella dall’altra parte del confine con l’accusa di essere spie. Con le foto dei familiari si riuniscono all’imboccatura del ponte di Cúcuta: “Mio figlio Brandon Josué ha scontato la pena a giugno. Ma non lo lasciano andare”. “Credo che la presidente Delcy Rodríguez possa capirmi. Come lei domanda agli Usa la restituzione di Nicolás Maduro, anche io sono qui per chiedere di riavere mio figlio. Ha in mano un ordine di scarcerazione del 29 giugno scorso ma non lo lasciano andare. Per favore, scriva il nome, il mondo deve sapere, non mi sembra vero che qualcuno ci ascolti finalmente… Si chiama Brandon Josué Castaño Ocampo, guardi…”. Appesa al collo, Sandra mostra l’immagine serena del giovane, capelli cortissimi, occhi neri, camicia azzurra. “Chissà come sarà ora”. La madre non lo vede da sei anni e sette mesi. Da quando cioè, il 19 giugno 2019, Brandon Josué ha oltrepassato la frontiera tra Colombia e Venezuela e si è recato nel Táchira a trovare alcuni parenti. “Ne abbiamo tanti oltreconfine. Sono cresciuta là, all’epoca a Bogotà c’era la guerra e i miei genitori si sono trasferiti dall’altra parte. Siamo rimasti fino al 2015: poi è arrivata la crisi e siamo tornati indietro, a Cúcuta - aggiunge -. Abbiamo continuato ad andare e venire fin quando la situazione venezuelana non si è complicata”. Con il crollo dell’economia e l’incremento del malcontento popolare, la paura di infiltrazioni esterne dal Paese vicino - storico alleato degli Stati Uniti - è diventata un’ossessione per il regime di Caracas. I colombiani, come Brandon Josué, hanno cominciato ad essere guardati con sospetto. Al posto di blocco della guardia nazionale bolivariana, dunque, è stato fermato per “accertamenti”. Ed è finito al Rodeo II, una delle carceri simbolo della capitale con una condanna a sei anni per spionaggio. Là è rimasto anche se ha già scontato la pena. Sandra non può fargli visita ma lo sente una volta al mese. L’ultima il 6 gennaio, quando ha compiuto 28 anni. “Non sta bene, ha la tubercolosi… Quanto ancora dovrò aspettare per rivederlo? Per le sue figlie, di 7 e 9 anni, il padre è una voce e una fotografia”. O, meglio, la fotografia: quella con cui Sandra si presenta più volte alla settimana all’imboccatura del ponte Simón Bolívar di Cúcuta, principale punto di passaggio per il Venezuela, distante appena 315 metri. I familiari delle decine di colombiani prigionieri delle carceri di Caracas ci vanno dal 4 ottobre quando è circolata la voce di una mediazione del governo di Gustavo Petro per la loro liberazione. Venti giorni dopo, in 17 sono stati rilasciati. Fra loro David José Mise Durán, 31 anni di cui oltre uno trascorso dietro le sbarre di Boleita e Rodeo I, fratello di Nubia, la promotrice del gruppo delle “Donne della frontiera”, come tanti le chiamano. Mamme, sorelle, fidanzate che, senza una cadenza regolare, si radunano sul ponte da tutta la Colombia con le immagini dei propri cari, reclusi. Dalla cattura di Maduro, i sit-in si sono intensificati: se ne contano già sette. L’ultimo nella notte tra lunedì e martedì quando sono rimaste fino all’alba in veglia. Nubia, come ogni volta, era là. “L’ho detto dal principio. Non importa che mio fratello sia libero. Non mi arrenderò fino a quando anche loro non torneranno”, racconta la venditrice di 31 anni che porta con sé le foto di nove giovani. “I parenti abitano lontano, non possono venire sempre. Li rappresento: erano con David José al Rodeo I - spiega -. E quando pure loro usciranno, continuerò a venire. Fino a quando non saranno a casa tutti”. “Tutti”. Difficile, però, sapere la cifra esatta. Le stime variano da venti a cinquanta poiché di tanti non si sa più niente. In gran parte giovani della regione che per sopravvivere fanno piccoli lavoretti - dal taxista all’ambulante - a cavallo dei 2.200 chilometri di frontiera, attraversata da quasi un secolo da multipli esosi. Quello dei colombiani in fuga del conflitto prima, quello dei venezuelani e dei rifugiati ridotti alla fame dal chavismo, poi. Guzmán Humberto Ramírez Angarita, 37 anni, è uno degli scomparsi. L’11 ottobre 2015 è stato arrestato dalle autorità venezuelane mentre trasportava un passeggero a bordo della sua moto da Cúcuta a Ureña. Da allora non si hanno notizie. “Faceva regolarmente quella tratta. Non aveva mai avuto problemi. Poi…”. Alla madre, Miriam Angarita, 68 anni, si strozza la voce. “Non è morto, lo so”, ripete. La donna - a cui le difficoltà motorie impediscono di lavorare e va avanti grazie alla solidarietà - si aggrappa tenacemente alla testimonianza di uno dei 17 liberati di due mesi fa. “Mi ha raccontato di avere sentito di un Guzmán Humberto al Rodeo II. Deve essere lui…”. Il cambio al vertice di Caracas le ha dato poi nuove speranze. “Donald Trump ha detto che avrebbe fatto uscire tutti i prigionieri. Se è riuscito a prendere Maduro può fare anche questo, no?”. Esattamente una settimana fa, il governo venezuelano ha annunciato il rilascio di un numero considerevole di detenuti. Da allora, sostiene di averne liberato 116, Foro Penal, la principale Ong impegnata nel settore, parla di meno della metà. I familiari attendono, fuori dalle carceri del Paese e sul ponte Simón Bolívar. “Torneremo e torneremo - conclude Nubia -. Arrendersi non è un’opzione”. Iran. Trump rilancia e parla alle piazze: “L’aiuto degli Usa sta per arrivare” di Emilio Minervini Il Dubbio, 14 gennaio 2026 Strage di manifestanti, secondo le stime dall’emittente Iran International con sede a Londra sono 12mila le vittime della repressione. Dopo aver introdotto lunedì un dazio del 25% per chiunque commerci con l’Iran, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, va all in nel supporto alle proteste che stanno scuotendo la Repubblica islamica. “Patrioti iraniani, continuate a protestare” ha scritto Trump su Truth, esortando i manifestanti iraniani a non mollare. “Prendetevi le vostre istituzioni - prosegue il post - Annotatevi i nomi degli assassini e di chi si macchia di abusi. Pagheranno un prezzo elevato”. “Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà”, prosegue. Lunedì Trump aveva aperto alla possibilità di un incontro con funzionari del governo iraniano, specificando però che “potremmo dover agire prima”. Eventualità che sembra essersi concretizzata tanto che Trump chiude il suo post annunciando agli iraniani che “L’aiuto sta arrivando”. Nel frattempo il numero delle vittime causate dal massacro fratricida che si sta consumando nelle piazze delle città iraniane continua ad aumentare. “Il popolo iraniano oggi è indifeso e, nonostante tutto, è in piazza” ha detto ai microfoni di France Inter il regista iraniano vincitore della Palma d’Oro a Cannes e del Leone d’Oro e Venezia, Jafar Panahi. Ogni notte folle di manifestanti inondano le strade a gridare le proprie richieste, trovando come risposta il fuoco e il piombo delle forze del regime. Nonostante la violenza della repressione però ogni sera, quando cala il sole, migliaia di persone escono a manifestare. Secondo quanto confidato alla Reuters da un funzionario del governo iraniano, che ha parlato a condizione dell’anonimato, sarebbero 2mila i morti dal giorno d’inizio delle proteste, il 28 dicembre. Tra questi sarebbero contati anche i membri delle forze di sicurezza. In base alla stima redatta dall’emittente iraniana con sede a Londra Iran International, invece i morti sarebbero i 12mila. Numero frutto di un’analisi basata sull’utilizzo di diverse fonti tra cui due nell’ufficio presidenziale e una vicina al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, oltre a resoconti provenienti dall’interno del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (pasdaran), da testimonianze oculari di familiari e amici delle vittime e da resoconti medici. La maggior parte delle morti sarebbe stata causata nella notte tra l’8 e il 9 gennaio da membri delle Guardie della rivoluzione e delle milizie Basij. L’ordine di uccidere indiscriminatamente i manifestanti sarebbe arrivato direttamente dalla guida suprema del Paese, l’Ayatollah Ali Khamenei, con la conoscenza e l’approvazione dei vertici governativi. L’agenzia per i diritti umani Hrana segnala inoltre il raggiungimento di quota 10.721 arresti, anche se il numero potrebbe essere solo parziale. Tra questi c’è Erfan Soltani, 26 anni, arrestato nella città di Fardis lo scorso 8 gennaio nel corso delle proteste, oggi potrebbe essere impiccato. “Alla sua famiglia è stata comunicata la sua condanna a morte e che la sentenza sarà eseguita il 14 gennaio” ha dichiarato una fonte vicina alla famiglia citata da Iran Human Rights che “esprime profonda preoccupazione per l’escalation e la prosecuzione delle uccisioni di manifestanti e per il rischio di esecuzioni di massa, e chiede una risposta immediata da parte della comunità internazionale”. Il regime ha ormai impostato la sua narrazione: coloro che scendono in strada a protestare non sono cittadini iraniani, non sono studenti o lavoratori, sono terroristi, agenti stranieri pagati per rovesciare la repubblica islamica. La tv di stato iraniana ha mandato in onda un servizio girato all’interno di uno degli obitori improvvisati per accogliere le salme dei manifestanti uccisi dalle forze del regime. Il conduttore mostra i corpi e spiega come secondo diverse analisi balistiche le persone siano state uccise da terroristi nascosti tra i palazzi per gettare discredito contro i Basij o le Guardie della rivoluzione. Anche l’Alto Commissario dell’Onu, Volker Turk, è intervenuto su quanto sta accadendo nella Repubblica islamica, parlando di “orrore” per la violenza delle forze di sicurezza verso le persone che protestano. Turk ha esortato le autorità a “fermare immediatamente ogni forma di violenza e repressione” e a ripristinare “un accesso totale a internet e ai servizi di comunicazione”. “L’omicidio dei manifestanti pacifici deve terminare e non è accettabile definire “terrorista” chi protesta, per giustificare le violenze”, ha detto Turk, ricordando le proteste del 2022 in cui i civili hanno chiesto “cambiamenti fondamentali per il Paese”. “Ancora una volta, la reazione delle autorità è di infliggere una risposta brutale per legittimare richieste di cambiamenti”, ha affermato. Il ciclo di violenza, ha proseguito Turk, “non può continuare: le richieste degli iraniani di giustizia e uguaglianza devono essere ascoltate”. Turk infine ha ricordato che gli iraniani “hanno il diritto di protestare pacificamente. Le loro richieste devono essere ascoltate e non strumentalizzate”. Iran. L’Italia si muova per la liberazione di Djalali di Emanuele Azzità Corriere di Torino, 14 gennaio 2026 Nel bagno di sangue della repressione della rivolta iraniana, non possiamo dimenticarci del dottor Ahmadreza Djalali, lo scienziato esperto di medicina delle catastrofi. Djalali (di doppia cittadinanza iraniana e svedese) dal 2012 al 2015, ha lavorato all’università del Piemonte Orientale, nel Centro di ricerca Crimedim di Novara. Nel 2016 fu arrestato all’arrivo dell’aeroporto di Teheran dove era giunto su invito (trappola) della locale università. Accusato di spionaggio per Israele, cosa da lui sempre decisamente negata, era stato condannato all’impiccagione dopo un processo farsa. Chiuso nel carcere di Devin, dopo i bombardamenti israeliani del giugno scorso era stato trasferito per poi essere riportato il 24 settembre, secondo la moglie svedese Vida Mehrannia, nel famigerato carcere. A nulla sono valse diverse iniziative per la sua liberazione. Nell’ultima assemblea dell’Onu c’è stata nuovamente la richiesta di Maria Malmer Stenergard, ministro degli esteri svedese, al suo omologo iraniano Abbas Araghchi. Nessuna risposta. La liberazione di Trentini e Burlò dal carcere venezuelano deve spingere a muoversi per avere la liberazione del dottor Djalali che dal 2019 il Consiglio Comunale di Novara ha nominato cittadino onorario. In queste ore con i 12 mila morti tra i giovani che chiedono la libertà, è giunta anche la notizia di un’iniziativa iraniana per riprendere le trattative sul nucleare. Certo, non si potranno fermare le violenze, ma per uno scienziato che ormai tutti sentiamo italiano si può ancora fare qualcosa. Il mondo e l’Italia ha bisogno dello scienziato Ahmadreza Djalali, la diplomazia italiana faccia del tutto per liberarlo.