Invece dell’amnistia, lo spray al peperoncino di Maria Brucale* L’Unità, 13 gennaio 2026 Invece di varare misure deflattive per rendere più dignitosa la vita nei penitenziari, il Governo aggiunge nuove armi repressive contro i reclusi. Altro che amnistia e indulto. Nonostante il numero record di suicidi dell’anno scorso in carcere, il governo tira dritto e tira fuori dal cilindro un altro asso nella manica. Onde rendere più confortevole il soggiorno dei detenuti, la polizia penitenziaria sarà dotata anche di spray al peperoncino. Le carceri sovraffollate allo stremo, in gran parte vetuste e degradate, sono concepite per infliggere dolore; disegnate come luoghi di costrizione ed eliminazione, scatole per chiudere, per contenere, per escludere. Loculi in molti casi in cui ogni accesso ai propri diritti, al decoro del vivere, all’igiene, al rispetto di sé, allo studio, alla formazione, al reinserimento, a una attività lavorativa, alla relazione con i familiari, alla cura delle proprie malattie è contratto gravemente e, assai spesso, del tutto negato. I ristretti vivono una condizione costante di abbrutimento e di sofferenza. Non conoscono appieno quali siano i loro diritti né come esercitarli. Compilano domandine che consegnano senza che siano protocollate o diversamente catalogate e ne perdono le tracce. Aspettano tempi indefiniti per risposte che non arrivano mentre sentono il corpo e lo spirito annichilirsi nella privazione, nella negazione di sé stessi, nella sottrazione di ogni piccola cosa che prima della reclusione costituiva l’indispensabile, l’essenza stessa della propria dignità di persona. A fronte di questa situazione è ormai corale la convinzione che una sola sia la strada da percorrere con urgenza. Un indulto, che riduca il carico delle presenze, che alleggerisca la pressione emotiva nelle carceri, che mitighi la prostrazione e la sofferenza dei reclusi e determini condizioni di lavoro meno opprimenti per la polizia penitenziaria e per il personale tutto. Invece no. Si pensa a strumenti nuovi per offendere, per punire, per procurare dolore, per alzare la tensione. Così il dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dà il via alla sperimentazione in carcere dell’oleoresin capsicum meglio noto come spray al peperoncino, un infiammatorio che causa la dilatazione dei capillari. Al contatto, provoca una chiusura involontaria degli occhi, difficoltà respiratorie temporanee e un’intensa sensazione di bruciore sulla pelle e sulle mucose. Classificato come agente “non letale”, l’uso su individui con fragilità respiratorie o cardiache può comportare rischi significativi e, in rari casi, danni permanenti o fatali. Ciò che fa certamente, però, è palesare ancora e ancora una concezione del carcere come luogo di eliminazione che non aspira a recuperare ma a reprimere, che non tende a riabilitare ma a deprivare, che non nutre la speranza ma la spezza, che coltiva e incentiva l’aggressività per poi alzare le trame del conflitto, che genera violenza e con la violenza risponde. * Avvocato, Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino L’Italia verso un nuovo “arcipelago” del 41 bis? di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 13 gennaio 2026 L’allarme della Garante dei detenuti in Sardegna. Ma il contagio si allarga nel Paese. La Sardegna rischia di trasformarsi nuovamente in una gigantesca isola-carcere, una sorta di Cayenna del Mediterraneo dove la dignità umana finisce calpestata. Non è una suggestione, ma il timore concreto che Irene Testa, garante regionale dei detenuti, sta portando avanti con una battaglia solitaria e coraggiosa. Da settimane nell’isola si rincorrono voci, smentite e mezze verità: tre istituti sardi - Uta, Bancali e Nuoro - potrebbero essere convertiti in centri esclusivi per il regime del 41 bis. C’è chi dice che il piano sia già pronto, chi giura che non esista un solo documento ufficiale a confermarlo. Ma in questo polverone di incertezza, una cosa è chiara: un’ipotesi del genere rappresenta un ritorno al passato. E riguarda il Paese intero. Il caos di questi giorni getta nello sconforto chi il carcere lo vive ogni mattina, dagli agenti di polizia penitenziaria agli operatori sanitari. A Uta la situazione è già al collasso: 685 detenuti, 140 agenti stremati da turni massacranti, un solo psichiatra per tutto l’istituto. Durante un sopralluogo, la garante ha trovato una cella piena di sangue dopo il tentato suicidio di un detenuto. Alla richiesta di spiegazioni sulla mancata pulizia, gli agenti hanno risposto che non c’era personale disponibile: tutti impegnati nel padiglione destinato al 41 bis. Eppure, paradossalmente, questa paura ha avuto un merito: ha costretto la politica sarda a smettere di guardare dall’altra parte. Per una volta, i riflettori sono accesi sulle condizioni reali delle celle. Le carceri sarde sono allo stremo, sembrano ormai gironi infernali dove il diritto viene calpestato ogni ora. Chi non ha mai varcato quei cancelli non può capire cosa significhi perdere la dignità in un sistema che dovrebbe rieducare e che invece si limita a punire e degradare. Il contagio del “carcere duro” da Alessandria a Viterbo - Sarebbe un errore pensare che questa sia solo una faccenda sarda. Il rischio di creare carceri “speciali” dedicate al 41 bis si allunga su tutto il Paese. Prendiamo Alessandria: il sindaco Giorgio Abonante è sul piede di guerra perché al carcere di San Michele dovrebbero arrivare 150 detenuti in regime di carcere duro entro gennaio 2026, con altri cinquanta previsti per giugno. Una scelta che rischia di scardinare l’identità di un istituto sempre aperto al territorio. Le attività della scuola carceraria sono state sospese immediatamente, i percorsi del volontariato bloccati. Anni di lavoro virtuoso cancellati senza alcun confronto, senza nemmeno informare il sindaco. Lo stesso clima si respira a Viterbo, dove Mammagialla già ospita cinquanta detenuti al 41 bis ed è gravata da sovraffollamento cronico e carenza di organico. Questa tendenza a creare “isole nell’isola” o ghetti blindati ci riporta a un modello che l’Italia pensava di aver superato. Bisogna guardare agli anni Novanta, quando Asinara e Pianosa erano i simboli di una giustizia che isolava totalmente il detenuto, usando la geografia come barriera insormontabile. Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio del 1992, il governo riaprì d’urgenza le sezioni di massima sicurezza delle due isole. Nel giro di una notte, circa trecento detenuti furono trasferiti: i primi a cui veniva applicato il nuovo regime del carcere duro. L’Asinara e Pianosa divennero luoghi dove le condizioni di detenzione erano considerate disumane da numerose organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. Nel 1993 un rapporto di Amnesty International denunciò le brutalità subite dai reclusi. Si parlò di pestaggi quotidiani, detenuti lasciati al freddo, cibo “corretto” con sputi, urina, pezzi di vetro. Non mancavano le ordinanze dei magistrati di sorveglianza che denunciarono gli abusi e soprattutto l’utilizzo del 41 bis senza valutare caso per caso. Il caso fu investito dalla Consulta che dichiarò costituzionale il regime speciale, ma a una condizione: le proroghe non dovevano essere collettive. E infatti l’allora ministro Conso, dopo una valutazione individuale, non rinnovò il 41 bis per circa 300 persone. Quei luoghi furono chiusi nel 1998 non solo per restituire le isole al loro “ruolo ecologico e turistico”, ma perché incompatibili con uno Stato di diritto che voglia definirsi tale. Riaprire oggi quella strada, concentrando centinaia di esponenti della criminalità organizzata in pochi punti critici, è un salto nel buio che mette a rischio la sicurezza dei territori e la salute mentale di chi deve gestire quelle strutture. Il diritto calpestato e la punizione delle famiglie - C’è poi un punto fondamentale che spesso viene dimenticato: la territorialità della pena. L’articolo 14 dell’Ordinamento penitenziario parla chiaro: i detenuti hanno diritto di essere assegnati a un istituto quanto più vicino possibile alla famiglia o al proprio centro di riferimento sociale. Non è un privilegio, è un diritto finalizzato al reinserimento. Il decreto legislativo 124 del 2018 ha ribadito e rafforzato questo principio. Ma se trasformiamo la Sardegna nel polo del 41 bis, condanniamo migliaia di persone - mogli, figli, genitori che spesso non hanno alcuna colpa - a viaggi infiniti, costi insostenibili e fatiche burocratiche estenuanti. Si crea una sorta di “esilio” che aggiunge sofferenza inutile a una pena già durissima. Ma a questo si aggiungerebbe un altro problema. La presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, Maria Cristina Ornano, ha messo in guardia: “Stiamo parlando di detenuti ancora al vertice di organizzazioni criminali. Persone che si portano dietro familiari e sodali. C’è il rischio concreto di infiltrazioni mafiose e anche quello del riciclaggio di danaro sporco”. Allontanare comunque un uomo dai suoi affetti significa togliergli l’unico motivo per sperare in un futuro diverso, alimentando solo rabbia e isolamento. La Sardegna ha già un rapporto detenuti-popolazione tra i più alti d’Italia: un detenuto ogni 680 abitanti. Degli oltre duemila detenuti presenti negli istituti sardi, più di mille non sono sardi. E già oggi più della metà dei detenuti nelle carceri dell’isola è in regime di alta sorveglianza o uscita dal 41 bis. Il sistema nazionale è in apnea. Nel 2025 si sono contate 238 morti in carcere, di cui 79 suicidi. È il bilancio più cupo degli ultimi anni. I crimini denunciati all’autorità giudiziaria nel primo semestre del 2025 sono stati 1.140.825, rispetto ai 1.199.072 dello stesso periodo del 2024: una diminuzione del 4,8 per cento. L’aumento dei detenuti non può essere spiegato con un aumento della criminalità. In questo scenario, le denunce a mezzo stampa e le visite ispettive sono ormai “armi spuntate”. Irene Testa lo dice chiaramente: non bastano più le buone intenzioni o i disegni di legge che restano a prendere polvere nei cassetti delle commissioni. Chi conosce i regolamenti sa che quegli strumenti oggi sono inutili per cambiare davvero le cose. La sfida della Costituzione - La proposta della garante è tanto semplice quanto dirompente: usare la Costituzione. L’articolo 62 permette a un terzo dei parlamentari di convocare una seduta straordinaria delle Camere. È l’unica via per obbligare il Parlamento a discutere del carcere nella sua interezza e complessità, senza scorciatoie. “Credo che tutti siamo consapevoli del fatto che, pur apprezzando le intenzioni, non siano sufficienti gli interventi di fine seduta, le interrogazioni o il deposito di disegni di legge che non saranno mai presi in considerazione”, spiega Testa. “Vero è che sono strumenti a disposizione dei parlamentari ma chi ha un minimo di dimestichezza con i regolamenti parlamentari sa che non porteranno a nulla”. Serve una chiamata alla responsabilità che coinvolga tutti, nell’interesse dell’isola e del continente. La Sardegna ha già conosciuto nel suo passato il peso di una narrazione che la relegava a isola-carcere. È una stagione che appartiene alla storia e che non può essere riproposta, nemmeno indirettamente. Come ha affermato l’assessora regionale Desirè Manca al tavolo nazionale: “L’insularità non può essere assunta come criterio implicito di destinazione carceraria”. Carceri, monsignor Baturi: non sacrificare il rapporto con il territorio di Roberta Barbi vaticannews.va, 13 gennaio 2026 In un’ottica di razionalizzazione degli spazi, il governo ha proposto di ricollocare i circa 750 detenuti sottoposti al regime del 41 bis, il cosiddetto “carcere duro” in istituti appositi, riducendo alcune Regioni come la Sardegna a territori con il solo circuito dell’alta sicurezza. L’arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei: “Verrebbe meno la fondamentale attività di reinserimento che la Chiesa e gli altri operatori svolgono”. Era il 18 dicembre quando, in una seduta straordinaria della Conferenza Unificata, il governo ha illustrato il nuovo piano di ridefinizione degli spazi detentivi, palesando l’intenzione di destinare i detenuti al 41bis in strutture apposite e non più, come accade oggi, in sezioni separate di istituti di reclusione comuni, che prevedono anche altri circuiti detentivi. Questo comporterà inevitabilmente una maggiore concentrazione di questi in sole sette strutture individuate e in una porzione inferiore di territorio nazionale, riducendo le Regioni coinvolte da otto a cinque. “Questa decisione crea problemi già nell’immediato, con il trasferimento degli altri detenuti e la conseguente difficoltà a mantenere i rapporti familiari”, dichiara monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza Episcopale italiana. Tra le altre conseguenze problematiche di questa decisione, c’è il sovraffollamento che inevitabilmente si crea nel momento in cui vanno adeguati i nuovi spazi, e l’interruzione del rapporto con il territorio, fondamentale per un carcere che ottemperi il mandato costituzionale di essere un’esperienza riabilitativa e non punitiva: “Alterare la proporzione dei detenuti presenti significa alterare il lavoro che si fa da anni e toglie la speranza a chi è dentro”, prosegue il presule, che riguardo al regime del 41 bis - il cosiddetto carcere duro - afferma: “C’è un problema di valutazione di questo regime detentivo che dovrebbe essere graduato in base alle esigenze”. Che questo provvedimento rischi di rendere la Sardegna un territorio periferico e marginale in cui rinchiudere e dimenticare qualcuno come già fu per l’Asinara, è molto chiaro, tanto è vero che in merito è già intervenuto il vescovo di Nuoro, monsignor Antonello Mura che in un editoriale sulla rivista diocesana L’Ortobene aveva denunciato le proprie perplessità in merito a “un trattamento che sa più di annientamento della persona che di rieducazione”. “Le critiche del vescovo di Nuoro sono condivisibili e hanno trovato riscontro in buona parte della società civile”, afferma ancora l’arcivescovo di Cagliari, capoluogo sardo che sarebbe ugualmente messo a rischio da questo provvedimento. “Prima di prendere decisioni del genere dovrebbero essere consultate tutte le parti coinvolte e trovare insieme una soluzione - conclude mons. Baturi - il futuro del carcere esige una presa di responsabilità non solo della politica, ma anche della società civile”. Nel dibattito sul tema, una delle argomentazioni con le quali le autorità regionali della Sardegna si sono opposte al governo, è stata quella della sanità sarda che verserebbe in una situazione già piuttosto difficile, che potrebbe essere ulteriormente appesantita anche da un semplice accesso al pronto soccorso di un detenuto al 41bis: “Il tema fa capire che certe soluzioni vanno preparate all’interno di un dialogo con la comunità - interviene ancora l’arcivescovo di Cagliari - tutte le comunità devono assumersi obblighi di solidarietà rispetto al carcere”. Monsignor Baturi il 31 dicembre scorso ha chiuso l’Anno Santo dedicato alla speranza nel santuario di Nostra Signora di Bonaria alla presenza di una croce in legno di ginepro realizzata dai ristretti della casa circondariale di Uta, che durante il Giubileo ha compiuto un pellegrinaggio attraverso l’isola e che rappresenta “un legame tra coloro che soffrono e chiedono perdono con il resto della società”. Nella sua omelia, il presule ha evidenziato i due momenti fondamentali dell’inizio e della fine dell’Anno Santo, con Papa Francesco che ha aperto una Porta Santa nel carcere di Rebibbia e Papa Leone che ha ricevuto i detenuti di tutto il mondo nell’appuntamento giubilare loro dedicato: “Dobbiamo pregare affinché in futuro ci sia un atto di responsabilità che riconduca il carcere a un luogo in cui la privazione della libertà sia ragionevole e capace di creare percorsi di novità di vita e di riconciliazione”. “Ora la politica deve dare risposte su tanti temi che riguardano il carcere - prosegue il segretario generale dei vescovi - l’adeguatezza degli spazi, ma anche i percorsi di riabilitazione, la giustizia riparativa e, perché no, atti di clemenza”. Sugli appelli, finora inascoltati, in merito, di Papa Francesco prima e Papa Leone poi, monsignor Baturi ricorda la proposta di questi giorni, di “un indulto differito, cioè programmato e accompagnato”. L’appello, comunque, resta lo stesso: “Non restare inerti davanti al grido che viene dal carcere”, ha chiosato. I detenuti sprecano il loro tempo. Chi ha sbagliato riparta dalle misure alternative di Fabio Gianfilippi* Il Riformista, 13 gennaio 2026 La legge penitenziaria compie cinquanta anni. Il regolamento di esecuzione ne compie venticinque. Un percorso lungo, e non esente da contraddizioni, in cui di certo il mondo dell’esecuzione penale ha imparato a conoscere il prezioso contributo che alla risocializzazione degli autori di reato possono dare le misure alternative alla detenzione. Il tempo delle pene è importante, perché non è neutro l’effetto che si produce su chi vi è sottoposto. Il tempo trascorso in carcere, che resta comunque un luogo di sofferenza, assume un significato diverso a seconda di come è vissuto. Se è sprecato in un contesto degradato e povero di umanità e di opportunità di crescita, rischierà di tradursi in un orizzonte chiuso ad un futuro di cambiamento, e rinforzerà in chi lo vive un senso, magari già sperimentato, di isolamento, di rabbia e di rancore. Se costituisce l’occasione per una migliore comprensione di sé, per fare i conti con ciò che è andato per il verso sbagliato, con i drammi di cui si è stati responsabili, e per provare a cercare chiavi nuove per decodificare le proprie, per quanto esigue, opportunità di futuro, allora può contribuire seriamente all’evoluzione della persona condannata e a ridurre, sensibilmente, il pericolo per la sicurezza della collettività. L’importanza delle misure alternative - A quel punto possono utilmente innestarsi le misure alternative alla detenzione, quale forma efficace di “convalescenza sociale”, con le parole di Glauco Giostra, un accompagnamento della persona al rientro in comunità, mediante prescrizioni impeditive, ma soprattutto contatti significativi con i servizi sociali e con le altre agenzie territoriali in grado di indirizzare e sostenere lo sforzo di ritorno alla libertà di chi ha quote di pena che progressivamente si approssimano al suo termine. È il tempo per la costruzione di un “Fuori”, per utilizzare il suggestivo titolo del film di Martone sull’esperienza detentiva di Goliarda Sapienza, che non riproduca il peggio di quanto vissuto “dentro”, ma davvero si faccia esperienza in grado di rinforzare i propositi positivi di chi vuole riprendere in mano la propria vita. Come far funzionare le misure alternative - Perché simili strumenti funzionino davvero, occorre che le misure alternative alla detenzione, quando riferite a persone che hanno intrapreso l’esecuzione penale in carcere, siano concesse, in modo prudente e informato mediante una ampia istruttoria, all’esito di percorsi di osservazione seri, da parte della magistratura di sorveglianza. Suo è il compito, assegnatole dalla legge, di decidere avendo in mente la fotografia dei reati commessi dall’interessato, come punto di partenza della sua indagine, da mettere poi a confronto con l’evoluzione personale compiuta. La garanzia della revoca - Occorre essere aperti a stimolare, e poi cogliere, i segnali di cambiamento, a valorizzare i punti di forza, a puntellare le criticità con sostegni proporzionati. C’è un tempo giusto, anche se difficile da individuare, come ha ben saputo scrivere Elvio Fassone. E poi potrebbe essere tardi. A monte è quindi essenziale una osservazione individualizzata, che richiede risorse umane ed una quotidianità penitenziaria ricca di opportunità, e non invece sterilmente chiusa al perimetro asfittico delle camere detentive. A valle della concessione non deve venir meno l’attenzione alle difficoltà che possono emergere, e perciò ancora una volta serve lo sguardo degli Uffici esecuzione penale esterna, e delle forze dell’ordine, perché le misure alternative sono prove sul territorio, e quando emerge che non procedono nel rispetto degli obiettivi risocializzanti che ci si è prefissi, possono, e devono, essere revocate. Il sovraffollamento drammatico, che oggi affligge il mondo penitenziario, è un ostacolo gravoso alla costruzione di questi percorsi, prosciuga le risorse dell’amministrazione nella gestione dell’emergenza alloggiativa, favorisce un contesto intramurario fatto di tensioni, di spazi angusti e non opportunamente mantenuti, riduce i contatti delle persone detenute con gli operatori e le allontana, spesso, dai nuclei familiari e dai centri di interesse sociale, che costituiscono il volàno per immaginare un futuro di ritorno in società. Si creano “desertificazione affettiva”, degrado, violazioni di diritti, carenza di percorsi educativi e lavorativi, reati ulteriori, maturati in un contesto carcerario che si fa scenario di nuova criminalità, si genera una vera e propria dispnea… di futuro. Contrastare il sovraffollamento - Secondo le fonti sovranazionali, le misure alternative alla detenzione sono un valido strumento di contrasto al sovraffollamento carcerario, ed hanno soprattutto un risultato premiante, dal punto di vista statistico, rispetto al pericolo di recidiva nel reato, altrimenti estremamente probabile, in chi non ha avuto l’occasione di sperimentarle. Tuttavia, occorre essere consapevoli che il pur lodevole obiettivo di ridurre le presenze in carcere, non può costituire la sola ragione per concederne. La loro efficacia è direttamente proporzionata alla serietà con cui si è costruito il progetto di reinserimento su cui si basano, alla motivazione che la persona detenuta è pronta a metterci e alla fiducia che le istituzioni devono concedere a chi voglia intraprendere il cammino. Esiste il rischio che una misura non vada come sperato, anche quando, come doveroso, si è adoperata la massima attenzione nella valutazione degli elementi a disposizione. Occorre essere consapevoli che questa assunzione di rischio è una scelta dell’ordinamento, connaturata ai giudizi prognostici che sono necessari, e dettata da una precisa logica, lungimirante, che tiene conto della grande efficacia delle misure alternative nella stragrande maggioranza dei casi. *Magistrato di sorveglianza I magistrati fanno fatica a concedere misure alternative. Se al reo viene negata una seconda occasione in società di Gianpaolo Catanzariti* Il Riformista, 13 gennaio 2026 Tutte le volte che i giornali e le tv diffondono la notizia di un delitto commesso con violenza da un detenuto in misura alternativa al carcere, un vortice irrazionale travolge la nostra società. In realtà, proprio in queste drammatiche occasioni, con la forza della ragione, bisogna difendere, rivendicandone l’allargamento, le misure alternative e le opportunità di lavoro all’esterno. Senza aggiungere l’ennesimo “chiodo sulla bara” ad un sistema di per sé già sgangherato. Se vogliamo dare forma ai princìpi costituzionali sulle pene e sul carcere, rendendo, così, più sicura la società, dobbiamo pretendere condizioni detentive rispettose della dignità umana. Solo attraverso uno sviluppo personale e sociale del reo possiamo favorire il suo reinserimento, rafforzando, così, la sicurezza collettiva. Lo avevano chiaro i costituenti nel 1948. Sindrome da prisonizzazione - Lo aveva chiaro il legislatore del 1975, con la radicale sostituzione del regolamento fascista del 1931, disegnando apposite misure alternative alla detenzione nonché specifici obblighi di opportunità lavorative per i reclusi. Non si trattava di un mero sentimento di bontà, pur nella consapevolezza di dover ridurre il sovraccarico umano nelle celle. Era, piuttosto, una vera utilità sociale, dettata dalla esigenza di contrastare la c.d. sindrome da prisonizzazione, ovvero quel processo di immedesimazione disumanizzante nella vita in prigione, nonché la ghettizzazione nella società civile, fattori determinanti per la replica di condotte criminali una volta fuori dal carcere. Difficoltà della magistratura - Purtroppo, a distanza di 50 anni dalla loro introduzione, dobbiamo riconoscere come l’effetto deflattivo delle misure alternative sia stato del tutto annullato dalla fabbrica di nuovi reati delle diverse compagini alternatesi al governo, dall’inasprimento delle pene e dalla schizofrenica estensione delle ostatività, in ragione di contingenti pulsioni. Si riscontra, inoltre, una evidente difficoltà della magistratura nella concessione delle misure alternative, condizionata, oltre che da insufficienti risorse umane, dalla violenza della pubblica opinione appositamente orientata da una politica irresponsabile e dai media sempre più aggressivi. A fronte di circa 43.000 nuovi ingressi in carcere (04/24 - 04/25), i detenuti usciti nello stesso periodo in misura sono poco più di 19.000. Ancora oggi, in carcere vi sono 20.000 detenuti con pena residua fino a 3 anni, possibili fruitori, quindi, di percorsi di reinserimento sociale. Esiste un dato, però, che dovrebbe indurci a rivendicare l’incremento delle misure alternative al carcere e delle opportunità di lavoro, soprattutto all’esterno, difendendole da ogni attacco: la significativa riduzione della recidiva. I pochi studi effettuati in Italia ci dicono come la ricaduta nel reato di coloro che si trovano in carcere “sino all’ultimo giorno” sia pari al 70%. Le revoche delle misure alternative per la commissione di nuovi reati sono, in media, addirittura pari a 0,19%. Anche il cedimento alle lusinghe criminali, al termine della misura o di concrete opportunità lavorative all’esterno, si riduce drasticamente (una forbice che oscilla tra il 2% per gli occupati e il 19% tra gli affidati). Oggi, purtroppo, oltre alle drammatiche condizioni di sovraffollamento dei nostri istituti di pena, siamo costretti a registrare una palese carenza di opportunità lavorative, specie all’esterno, per i reclusi. Secondo l’ultima relazione ministeriale, solo il 32% dei detenuti lavora, per la quasi totalità all’interno delle carceri, in attività per nulla formative o poco professionalizzanti. Solo il 5% lavora all’esterno, alle dipendenze di cooperative (4%) e aziende private (1%). Anche sul piano economico-finanziario converrebbe l’ampliamento dei percorsi risocializzanti. Si calcola che la mancanza di opportunità lavorative per i detenuti priva lo Stato di un ritorno sul Pil fino a 480 milioni di euro l’anno. Il sistema che incide sul bilancio pubblico - Ancora, il sistema delle misure alternative alla detenzione incide, sul bilancio pubblico, meno di un decimo rispetto a quello carcerario. Siamo, però, prigionieri di un sistema gravato da una cronica inadeguatezza delle risorse destinate al trattamento, alla individuazione di percorsi individuali. Troppo orientato a scandagliare spericolate introspettive di colpa, piuttosto che a verificarne la tenuta comportamentale e relazionale. La responsabilità di vanificare l’effetto benefico - Ci assumiamo, così, la responsabilità di vanificare l’effetto benefico, già sperimentato in diverse nazioni, prodotto, sulla sicurezza dei cittadini, da una pena detentiva dal volto umano, avviata lungo concreti ed effettivi percorsi di risocializzazione. Eppure, se solo informassimo correttamente la pubblica opinione, con dati del tutto inoppugnabili, sulla utilità del reinserimento sociale, pur graduale, del reo, potremmo riscontrare un consenso diffuso tra la popolazione, come dimostrato in Francia, alcuni anni fa, dai sondaggi condotti nell’ambito di uno studio su “Les mesures alternatives” e la loro efficacia nel contrasto alla recidiva. *Avvocato penalista, Responsabile Osservatorio Carcere UCPI Il carcere è una fabbrica di delinquenti: le misure alternative dovrebbero sostituire la reclusione di Francesco d’Errico* Il Riformista, 13 gennaio 2026 I dati offrono uno scenario chiaro ed inequivocabile: da un lato chi esegue la pena esclusivamente in carcere torna a delinquere circa nel 70% dei casi, dall’altro chi accede alle misure alternative lo fa solo nel 17% delle volte. Più carcere non equivale a maggiore sicurezza. Anzi, statistiche alla mano, corrisponde al suo esatto contrario. Le misure alternative, speriamo presto principali, rappresentano uno strumento fondamentale sia per inverare un modello davvero garantista di pena, sia per assicurare alla comunità maggiore ordine. Lo scenario politico, non si può negare, indurrebbe a relegare questo programma a un futuro remoto. Tuttavia, anche per ottenere risultati positivi a breve termine, è necessario avere chiara la prospettiva di fondo a cui si vuole tendere. Per uscire dall’era della regressione illiberale, bisogna cominciare a illuminare il volto costituzionale della giustizia penale. Interno giorno. Federal Correctional Institution di Danbury. Connecticut, Stati Uniti. Due piccoli spacciatori di droga sono buttati in una cella di un penitenziario a bassa sicurezza. Sono privati della libertà personale: subiscono gli effetti di una detenzione passiva, perdono tempo, contano i giorni, le ore e i secondi che li separano dal fine pena. In assenza di concrete opportunità di risocializzazione, la loro permanenza nell’istituto si trasforma presto in un corso di perfezionamento per fuorilegge. I due, infatti, tra una chiacchiera e l’altra, consapevoli delle difficoltà che incontreranno una volta fuori, colpiti da uno stigma che non sparisce nemmeno dopo essersi lasciati la cattività alle spalle, iniziano a confrontarsi sulle proprie esperienze da narcotrafficanti. Così, nascono le basi per una missione futura: far volare chili e chili di polvere bianca dalla Colombia agli USA mettendo a frutto il rapporto nato dietro le sbarre. È quanto racconta il protagonista del film “Blow”, basato sulla vera storia di George Jung: “Danbury non era una prigione. Era una scuola del crimine. Entrai con un diploma in marijuana, ne uscii con un dottorato in cocaina”. Una vicenda specifica, certo, ma al tempo stesso portatrice di una verità universale, valida ad ogni latitudine, anche fuori dal grande schermo: il carcere, in quanto tale, se non accompagnato da seri percorsi trattamentali, altro non è se non quella “fabbrica di delinquenti” di cui parlava già Filippo Turati nel 1904. La vera funzione del carcere - Non è un caso, in effetti, che i padri costituenti, figli dell’ingiusta galera fascista, all’articolo 27, terzo comma della Costituzione, abbiano deciso di declinare “le pene” al plurale, non menzionando la prigione quale unica possibile via punitiva e concependo la reclusione come l’extrema ratio, cioè un dispositivo da attivare solo quando assolutamente inevitabile. In tal senso, nonostante il Paese sia infestato dagli spettri del populismo, dominato dalle paranoie securitarie e inquinato dalle radiazioni panpenaliste, sarebbe giunta l’ora di dare avvio ad una sfida epocale: la trasformazione delle misure alternative in pene principali. Non più la detenzione, dunque, quale approdo naturale da sostituire, solo in vista di date e stringenti condizioni, con la “punizione in libertà”, bensì la previsione di quest’ultima quale risposta repressiva di base del nostro ordinamento. Il tempo, unica risorsa oggettivamente e inesorabilmente uguale per tutti, resterebbe il faro per calibrare, proporzionalmente, la dosimetria del castigo; la pena agita in libertà, però, con i dovuti controlli dell’autorità, ne uscirebbe rivalutata e trasmutata in chiave principale, lasciandosi alle spalle il ruolo della mera alternativa alla detenzione. L’utilità delle misure alternative: più efficaci rispetto alla reclusione - Si tratterebbe, a ben vedere, di una proposta non solo più giusta, in quanto maggiormente aderente ai princìpi di umanità e del finalismo risocializzante, ma anche più utile ed efficace rispetto agli scopi di prevenzione dei delitti e di sicurezza pubblica. Sebbene, infatti, le misure alternative assurgano agli onori della cronaca soltanto quando non funzionano, a causa della distorsione mediatica permanente che affligge il tema della giustizia penale, i dati offrono uno scenario chiaro ed inequivocabile: da un lato chi esegue la pena esclusivamente in carcere torna a delinquere circa nel 70% dei casi, dall’altro chi accede alle misure alternative lo fa solo nel 17% delle volte. Come se non bastasse, soltanto poco più dell’1% delle misure alternative viene revocato per la commissione di nuovi reati durante lo svolgimento. E ancora: la percentuale di recidiva scende al di sotto del 5% in coloro che, nel corso dell’espiazione della pena, accedono a programmi formativi o lavorativi. *Presidente Associazione Extrema Ratio Referendum il 22 e 23 marzo. Il “No” presenta già ricorso di Andrea Colombo Il Manifesto, 13 gennaio 2026 Il referendum sulla riforma della giustizia si terrà il 22 e 23 marzo. Come annunciato dalla premier in conferenza stampa, il Cdm ha ufficializzato ieri la data. Nelle stesse giornate si svolgeranno le elezioni suppletive per i due seggi del Veneto vacanti dopo il passaggio al governo della Regione di Alberto Stefani e Massimo Bitonci. Perché il referendum sia ufficialmente promulgato manca solo la firma del capo dello Stato che è intenzionato a fare presto: entro il 17 gennaio, data in cui scadranno i 60 giorni dall’approvazione da parte della Cassazione delle quattro richieste di indire il referendum avanzate dai parlamentari sia della maggioranza che dell’opposizione. Dal Colle si segnala infatti che Mattarella ritiene non esistano problemi di costituzionalità. I 15 giuristi promotori della raccolta di firme per indire anche loro il referendum cercheranno di far slittare la data del voto presentando oggi stesso un ricorso al Tar del Lazio per chiedere la sospensiva. Trattandosi di un ricorso amministrativo, la richiesta non inficerà comunque la firma di Mattarella che il Comitato per il No informerà questa mattina, subito prima di depositare il ricorso. Per comprensibili motivi di opportunità istituzionale, il No preferisce non ricorrere contro un referendum già promulgato dal presidente della Repubblica. Di qui la decisione di anticiparlo, presentando immediatamente il ricorso. “Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione che concede tre mesi per la proposizione del referendum”, afferma il portavoce dei 15 giuristi Carlo Guglielmi. “Informeremo il presidente della Repubblica e i Comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede”, prosegue il portavoce. L’allusione a diverse sedi giudiziarie fa intendere che, anche qualora il Tar desse loro torto, i 15 giuristi non si arrenderebbero. Se arriveranno entro il 30 gennaio a 500mila firme, traguardo a portata di mano avendone già raggiunte 350mila in 20 giorni, il loro Comitato diventerà “potere dello Stato”. A quel punto sarà possibile sollevare il conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale. I motivi che spingono l’intero fronte del No a insistere per la raccolta di firme nonostante il referendum sia già stato deciso sono molteplici. Quello di gran lunga principale è la convinzione che il tempo lavori a loro favore. I sondaggi dicono che il No è effettivamente in rimonta, il Sì sarebbe ancora in vantaggio ma lo scarto si è molto assottigliato. Le poche settimane che il Comitato mira a guadagnare con i ricorsi potrebbero fare la differenza. C’è anche un questione economica: se avrà modo di presentare le 500mila firme valide necessarie, il Comitato riceverà un rimborso pari a un euro per firma raggiunta. Tra i 15 c’è chi vorrebbe rinunciare comunque al rimborso, per evitare possibili speculazioni demagogiche, e chi invece ritiene che sarebbe meglio devolverlo tutto ai comitati per il No sul territorio. Come potere dello Stato, il Comitato avrebbe maggior agio nel decidere a chi affidare i messaggi elettorali soprattutto in tv. Al momento infatti quegli spazi sarebbero riservati ai 15 promotori anche se un accordo in materia con la Cgil e i partiti del No è già stato raggiunto la settimana scorsa. Non sembra invece fondato il sospetto, del quale la premier aveva parlato rispondendo a precisa domanda anche nella conferenza stampa di inizio anno, di una manovra per garantire l’elezione del prossimo Csm prima che la riforma sia in vigore. Il Csm dovrà essere rinnovato nel gennaio del 2027. In caso di vittoria del Sì ci sarà comunque tutto il tempo per varare un decreto attuativo, anche in caso di slittamento del voto. A cercare di evitare che lo scontro si trasformi in un confronto fra destra e sinistra invece che sulla riforma hanno provato ieri alcuni esponenti del centrosinistra favorevoli alla riforma, nell’assemblea convocata da Libertà Eguale a Firenze: il costituzionalista Barbera, l’ex ministro Salvi, la renziana Paita. “Non possiamo lasciare alla destra la bandiera delle riforme!, dice Pina Picierno. “A sinistra sono in molto a voler votare Sì”, assicura l’ex parlamentare Paola Concia. “Siamo di centrosinistra e così voteremo alle politiche ma siamo per il Sì”, sottolinea il costituzionalista Ceccanti. Ma impedire che il referendum diventi un pronunciamento su Giorgia Meloni sarà difficile. Probabilmente impossibile. Rossanda, Pintor e la gloriosa storia garantista della “gauche” di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 13 gennaio 2026 È bello immaginare Rossana Rossanda con la sua fierezza battagliera, e Luigi Pintor e la sua distaccata ironia, seduti al fianco, o magari alla guida, della “sinistra che vota SÌ” sul referendum, riunita a Firenze. Gli eretici di un tempo, ben più trasgressivi di quelli di oggi, uniti ai fratelli minori proprio sul tema della giustizia. Quella che separò e portò su sponde opposte, negli anni in cui non c’era ancora neppure il processo accusatorio, i fondatori del “Manifesto”, quotidiano comunista, dall’ “Unità”, organo del Pci. Il partito da cui Rossanda e Pintor erano stati radiati per aver difeso i comunisti di Praga dai carri armati sovietici. Garantisti contro giustizialisti, eretici contro ortodossi. E i diritti dell’individuo, culturalmente breviario del mondo liberale, che entravano a testa alta anche in una parte di quello comunista. Tanto da portare Luigi Pintor, in occasione dell’inaugurazione di un anno giudiziario, a scrivere sul “Manifesto” un editoriale che diventerà famoso, e sarà poi illustrato in un libro di Tullio Pericoli, dal titolo “I Mostri”. I mostri erano, nella penna perfida di uno dei più brillanti giornalisti italiani, i vertici della magistratura. Coloro che arrestavano senza prova, coloro che non pagavano mai per i loro errori. Tre furono gli eventi che segnarono un crinale di lontananza, e di reciproche accuse di tradimento, nel mondo della sinistra di allora. Il primo fu il rapimento di Aldo Moro, il presidente della Dc che fu sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978. I 55 giorni che separarono il momento del sequestro da quello dell’assassinio furono tra i più tragici della storia politica italiana. Ma delinearono anche i confini di diversi orizzonti culturali che molto avevano a che fare con il diritto, i diritti e la giustizia. La nascita del “partito della fermezza”, composto da coloro, i partiti ma anche i giornali, che si mostrarono disposti al sacrificio umano di un grande leader pur di non accettare un accordo con il gruppo terroristico, divise il mondo cattolico ma anche e soprattutto quello della sinistra. Nel cui ambito solo i socialisti si impegnarono per accettare la trattativa con le Brigate Rosse. Uno Stato che si ritenne forte, mostrò la propria cinica debolezza mandando a morte insieme ai terroristi un personaggio di punta della propria storia. Il “Manifesto”, piccolo quotidiano (comunista) corsaro, esibì con coraggio il proprio SÌ a salvare la vita di un avversario politico. Fu questa la vera scommessa della nascita del garantismo. Non essere dalla parte del dirigente della Democrazia cristiana né di quella cultura politica, ma essere in prima fila per salvare la vita a un “nemico”. E al contempo - cosa che Rossanda fece in prima persona, non mancando a nessuna udienza del processo - sorvegliare perché a ogni imputato delle Brigate Rosse fossero assicurate le garanzie dello Stato di diritto. Quel che seguì all’anno del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, segnerà un altro momento di divaricazione sulla giustizia all’interno della sinistra. E sarà proprio il mondo dei comunisti ortodossi, con le sue propaggini giornalistiche e anche qualche collateralismo nell’ambito delle toghe, a costruire la prima grande bufala politico-giudiziaria della storia italiana. Siamo nel 1979, ben prima del caso Tortora, di tangentopoli e di tutto quello che arriverà dopo, fino all’imbroglio del processo Stato-mafia. Sarebbe utile, ogni volta che si sente parlare di giustizialismo e di circo mediatico-giudiziario, studiare la storia del processo “7 aprile”. Che nacque a Padova proprio in quel mondo della sinistra ortodossa che si nutriva di complicità culturali, politiche e giudiziarie e che si intrecciò, nella figura del professor Toni Negri, con la storia dell’uccisione di Aldo Moro. Il 7 aprile 1979 la retata promossa dal procuratore di Padova Pietro Calogero rase al suolo l’intera dirigenza di Autonomia Operaia, un movimento che teorizzava la sovversione sociale, ma che non aveva alcuna relazione, né culturale né operativa, con i gruppi armati come le Brigate Rosse e Prima Linea. Il giudice istruttore dell’inchiesta, che si svolgeva ancora con il rito inquisitorio, era Giovanni Palombarini, esponente di vertice di Magistratura democratica. Perché definiamo quell’inchiesta come “grande bufala”? Perché fondata su un teorema, che si rivelerà fallimentare, che indicava una sessantina di intellettuali come Toni Negri, Franco Piperno, Lanfranco Pace e Oreste Scalzone, come i veri vertici occulti delle Br. E il professore padovano, che il quotidiano “Repubblica” indicò addirittura come il capo del gruppo terroristico, fu accusato di aver rapito e ucciso Aldo Moro. Tutto ciò era falso e lontano dalla realtà, ma quegli imputati rimasero per cinque anni reclusi nelle carceri speciali con accuse che andavano dalla costituzione di banda armata fino all’insurrezione contro i poteri dello Stato. Quella sul processo “7 aprile” fu la grande battaglia garantistica del “Manifesto” e di Rossana Rossanda in particolare. Naturalmente poi le sentenze dimostrarono che l’Autonomia Operaia era altro rispetto alle Brigate Rosse e che non Toni Negri ma Mario Moretti e altri erano i responsabili dell’assassinio di Aldo Moro. E chissà come sarebbero andate le cose, a quel tempo, se ci fosse già stato il processo accusatorio e magari anche la separazione tra la carriera del magistrato requirente e quella del giudicante. Se qualcuno per caso a questo punto stesse pensando che era troppo comodo comunque, per un giornale comunista, difendere i “compagni”, è la storia successiva a smentire questo sospetto. Perché “Il Manifesto” di Rossanda e Pintor si buttò a mani nude anche nella difesa dei diritti di due ragazzi di opposta ideologia, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Due militanti di destra che avevano preso le armi e ucciso, ma che sono stati condannati per l’unico reato che non avevano commesso, la strage di Bologna. Forse proprio nel capoluogo emiliano avrebbero organizzato la manifestazione per il SÌ al referendum, Luigi Pintor e Rossana Rossanda. Per mostrare, proprio come hanno fatto a Firenze Stefano Ceccanti, Enrico Morando, Paola Concia, Augusto Barbera, Claudio Petruccioli e tutto il mondo riformatore, che esiste “la sinistra che vota SÌ”. SÌ al referendum SÌ allo Stato di diritto. Semplicemente. Il ritorno alla logica del delitto d’onore di Caterina Soffici La Stampa, 13 gennaio 2026 Voleva ammazzare la moglie a colpi di forbice e coltello, ma per un giudice di Imperia non è tentato femminicidio perché lei si prostituiva. Questa, riassunta in maniera brutale, la morale (come altro definirla?) di un’ordinanza che fa già discutere. La vicenda di cronaca appare abbastanza lineare: un uomo di 65 anni tenta di ammazzare la moglie brasiliana di 44 anni, che per sfuggire alla violenza si getta dal balcone. Accade a Ventimiglia l’8 gennaio. L’uomo è arrestato, ma l’accusa di tentato femminicidio contestata dal pubblico ministero (pena massima l’ergastolo) viene derubricata a tentato omicidio, perché secondo il gip non ci sono le condizioni del femminicidio. Scrive il gip di avere applicato la legge tanto discussa appena entrata in vigore (la 181 del 2 dicembre 2025). Che prevede l’aggravante del femminicidio quando il fatto è commesso come “atto di odio, o di discriminazione, o di prevaricazione”, o come “atto di controllo, o possesso o dominio in quanto donna”, o “in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”. Niente di tutto ciò, secondo il gip di Imperia, perché il fatto che l’uomo avesse scoperto - a quanto ha riferito alla polizia - che la moglie si prostituiva sposterebbe il fuoco della questione sull’attività della moglie più che sulle responsabilità degli atti del marito. Secondo il giudice quindi il marito non avrebbe agito per odio discriminatorio o per volontà di controllo, ma per aver scoperto che la moglie si prostituiva. Insomma, ha provato ad ammazzarla, ma qualche motivo ce l’aveva. A leggere l’ordinanza sembra di fare una capriola indietro nel tempo. Riporto testualmente: “Appare dubbio che l’esercizio della prostituzione da parte della vittima costituisca espressione di una libertà individuale, tenuto conto che, in costanza del rapporto matrimoniale, i coniugi sono tenuti ad obblighi di rispetto e fedeltà reciproci”. Eccoci qui, si torna a una forma blanda di delitto d’onore, se pur non codificato. Una piroetta indietro nel tempo, a quel famigerato 1981 - quarantacinque anni fa - quando fu abolito il delitto d’onore, che prevedeva una pena limitata (da tre a sette anni) se uno uccideva la moglie, la sorella o la figlia “nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo e della famiglia”. (Comunque se era la moglie ad uccidere il marito, era previsto l’ergastolo). E siamo ancora alla criminalizzazione della vittima, altra vituperata pratica che pensavamo di aver archiviato nei meandri più bui del patriarcato. O ancora allo stupro come “delitto contro la morale pubblica” e non contro la persona, l’abominevole articolo del Codice Rocco che fu abrogato nel 1996 e di cui tra un mese (era il 15 febbraio) si festeggia il trentennale. Sì, solo trent’anni fa. Morale, onore, ira provocata: le parole arrivano dal passato. Si potrebbe anche aggiungere: Beh, lei se l’è andata a cercare. Lui, poveraccio, qualche motivo ce l’aveva. Sono tutte suggestioni evocate da un’ordinanza che calibra le parole ma non la sostanza dell’atto. Provare a uccidere la moglie dovrebbe essere un atto così chiaro da non dover ricorrere a cavilli da Don Abbondio. Che la moglie si prostituisca o che non sia fedele, insomma, non dovrebbe entrarci niente. No al trattenimento nei Cpr in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2026 L’avvio della fase di esecuzione penale, in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza sul carcere o la misura alternativa, blocca l’espulsione. Stop all’espulsione, e dunque al trattenimento nel Cpr, per l’immigrato condannato a una pena detentiva, sotto i quattro anni, in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza sul carcere o una misura alternativa. La Cassazione (sentenza 1039/2026) prende le distanze dall’orientamento affermato con la sentenza 36545/2023 e nega la possibilità di dare il nulla osta per l’espulsione amministrativa nel caso dei liberi sospesi. È così accolto il ricorso di un immigrato, condannato a tre anni e undici mesi, contro la decisione della Corte d’Appello di convalidare il trattenimento in un Cpr. La Corte di merito, in linea con la sentenza 36545, sosteneva la legittimità dell’espulsione, pur in presenza di un ordine di esecuzione della pena, in considerazione anche della pericolosità sociale, del rischio di fuga e in assenza di condizioni di salute ostative al rimpatrio. Una decisione annullata senza rinvio. La Cassazione chiarisce che lo straniero irregolare ha diritto a un percorso rieducativo e che il nulla osta non è applicabile nella fase di esecuzione penale ma solo in quella di cognizione. In Italia i liberi sospesi, non solo stranieri ovviamente, sono circa 90mila e restano in attesa - per molto tempo a volte anni - del verdetto del Tribunale di sorveglianza sulla richiesta di una misura alternativa. La durata del sequestro dello smartphone non ha limiti prefissati di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2026 Il pm non è in grado di prevedere i tempi dell’operazione di estrapolazione e analisi dei dati informatici al momento della richiesta. Nessun necessario vincolo cronologico per le operazioni di sequestro di smartphone e device in generale. La Cassazione, Sesta sezione penale, sentenza 543, ha affermato che la necessità di garantire la proporzionalità del sequestro probatorio con oggetto dati contenuti in dispositivi informatici o telematici non impone che sia indicato, già nel decreto che lo dispone, il termine esatto della sua durata o che siano prefissati, in modo determinato e inderogabile, i tempi per il compimento delle operazioni di estrapolazione e di analisi dei dati informatici. Il pubblico ministero, infatti, non è in grado di prevederli sin dal momento della richiesta. Esiste infatti il rischio di penalizzare, in modo eccessivo, le iniziative finalizzate all’accertamento dei reati e comunque la durata eccessiva del vincolo sullo strumento è contestabile anche in seguito, attraverso richiesta di restituzione sulla base dell’articolo 262 del Codice di procedura penale. L’indicazione di un termine ragionevole di durata del provvedimento di sequestro (e di una scansione prevedibile delle operazioni) all’atto dell’adozione del decreto di sequestro lascia, in ogni caso, ferma la possibilità per il pubblico ministero di prorogare il termine originariamente indicato e di modularlo progressivamente in aderenza alle esigenze del caso concreto. In ogni caso, sottolinea la Cassazione, per consentire un’adeguata valutazione della proporzionalità della misura cautelare, sia all’inizio sia nella fase dell’esecuzione, è necessario che il pubblico ministero illustri nel decreto di sequestro probatorio: le ragioni per cui è necessario disporre un sequestro esteso onnicomprensivo o, in alternativa, le specifiche informazioni oggetto di ricerca; i criteri che devono presiedere alla selezione del materiale informatico archiviato nel dispositivo, giustificando l’eventuale indicazione temporale dei dati di interesse in termini sensibilmente diversi dal perimetro temporale dell’imputazione provvisoria; i tempi ragionevoli, ma “solo” ragionevoli e non inderogabili, entro cui verrà effettuata tale selezione con conseguente restituzione anche della copia informatica dei dati non rilevanti. Sardegna. “Isola-carcere”, tra spostamenti di detenuti e sfruttamento territoriale di Emma Panini scambieuropei.info, 13 gennaio 2026 È recente la notizia che annuncia lo spostamento di almeno un centinaio di detenuti in regime di massima sicurezza entro febbraio 2026 in diverse carceri della Sardegna. Il provvedimento interessa vari istituti di detenzione, tra i quali Badu e Carros a Nuoro e Uta a Cagliari. Secondo l’informativa del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove, l’intenzione è quella di trasformare i centri di Nuoro, Cagliari e Sassari in istituti interamente dedicati alla detenzione in regime speciale. Una decisione presa dall’alto - La notizia è arrivata improvvisamente non solo sulle pagine dei giornali, ma anche alla stessa Regione Sardegna. La Presidente Todde, infatti, durante il Consiglio comunale di Uta del primo dicembre 2025, ha affermato che in un incontro avvenuto a settembre con il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, era stato deciso che provvedimenti di questo tipo sarebbero stati preceduti da una consultazione con l’amministrazione regionale. Ora, invece, la notizia sembra giungere come una decisione già presa, calata dall’alto e senza possibilità di mediazione tra Stato e Regione. Sfruttamento territoriale - Tra le accuse più rilevanti rivolte al Governo centrale vi è quella di voler trasformare la Sardegna in un’isola-carcere, utilizzata per isolare letteralmente chi è incarcerato. L’arrivo di 92 detenuti in regime speciale in Sardegna renderebbe l’isola la regione italiana con il più alto numero di persone al 41-bis: 182 dei 782 presenti in tutto il sistema carcerario italiano si troverebbero sull’isola. Questo risulta essere per molti l’ennesimo tentativo di sfruttare il territorio sardo, senza, però, avviare un dialogo con le istituzioni locali. Pier Franco Devias, responsabile territoriale per la provincia di Nuoro della realtà Liberu (Liberos rispetados uguales) in un intervento alla testata La Nuova Sardegna afferma che ospitare detenuti in regime di massima sicurezza è un progetto coloniale italiano che imporrebbe decisioni sulla popolazione sarda, senza permettere a quest’ultima di decidere liberamente sui propri territori. Secondo Devias lo spostamento dei detenuti già presenti nel carcere di Nuoro per fare spazio a quelli provenienti dalla penisola violerebbe, inoltre, il principio della territorialità della pena. Si tratterebbe di un accordo derivante dal Protocollo d’Intesa del febbraio 2006 che prevede che i detenuti sardi possano scontare la pena nel carcere più vicino alla propria residenza. In questo caso, invece, le famiglie di chi verrà spostato in altre regioni saranno costrette a intraprendere viaggi più lunghi, più costosi e con minore frequenza per poter incontrare i propri familiari. Inoltre, questo si collega al grande problema del sovraffollamento carcerario: le carceri italiane, già al collasso, si ritroverebbero nuovamente di fronte alla necessità di ospitare detenuti in strutture già sature, senza poter così garantire le condizioni di vita dignitose, cui i detenuti hanno diritto. I cittadini e l’amministrazione temono anche le infiltrazioni criminali indirette sul territorio isolano. Quando spostati, i detenuti in regime di massima sicurezza spesso portano anche la propria famiglia al seguito, aumentando, così, il rischio di collusioni criminali in una regione non preparata ad arginarle. Strutture insufficienti - Oltre alle importanti conseguenze sociali e politiche, le carceri sarde non sono pronte a questo cambiamento. Molti istituti, infatti, mancano sia degli spazi necessari sia del personale sufficiente per garantire la sicurezza e una gestione corretta delle strutture. Gli uffici sono già sottodimensionati e l’arrivo di detenuti al 41-bis rischierebbe di prendere il sopravvento sul resto, facendo diventare complicato il trattamento di casi di minore urgenza e gravità. Il carcere di Nuoro è quello che più di tutti preoccupa: questo, infatti, dovrebbe essere adibito interamente a regime di massima sicurezza, in un territorio già fragile dal punto di vista sociale ed economico. Oltre a ciò, una delle preoccupazioni principali della Regione Sardegna è legata al sistema sanitario, che, già fortemente compromesso, dovrà farsi carico anche dell’adeguamento delle proprie strutture nel ricevere detenuti in regime di massima sicurezza qualora ve ne fosse bisogno. La dottoressa e assessora Rosanna Laconi ha espresso la preoccupazione riguardo a un sistema sanitario che presenta enormi problemi. L’accesso di un detenuto agli ospedali, infatti, necessita di un adeguamento delle strutture sanitarie, ma provoca anche dei “blocchi” di interi reparti che, prima ancora di riformarsi e aggiornarsi per permettere ai nuovi detenuti di accedervi, dovrebbero essere migliorati per quelli che già abitano l’isola e per i suoi cittadini. La Presidente della Regione Alessandra Todde si è espressa affermando che questo provvedimento è una scelta gravissima e inaccettabile per il territorio. Quello che si spera è che nelle prossime settimane si instauri un dialogo tra Stato e Regione per aiutare l’amministrazione locale a gestire il cambiamento. Cagliari. Carcere di Uta: consegnato il padiglione per quasi cento detenuti al 41-bis L’Unione Sarda, 13 gennaio 2026 “Con la consegna del padiglione, dal Ministero delle Infrastrutture a quello della Giustizia, è ufficialmente iniziata l’era del 41 bis nella casa circondariale di Cagliari-Uta”. Lo afferma la presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme, Maria Grazia Caligaris, sottolineando che “il passaggio tra i due Ministeri, avvenuto con qualche giorno di anticipo rispetto alla data del 15 gennaio, fa ritenere che il Dipartimento intende completare il trasferimento dei detenuti in tempi brevi, indifferente alle proteste e alle richieste di un’intera comunità”. “Per rendere pienamente operativo il Padiglione, destinato a ospitare 92 detenuti al regime di massima sicurezza, mancano soltanto - sottolinea Caligaris - gli arredi e le attrezzature dell’Infermeria interna a cui dovrà provvedere l’Asl 8 di Cagliari. L’altra questione che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria deve risolvere riguarda il numero e la dislocazione degli Agenti del Gruppo Operativo Mobile”. “Dopo il trasferimento dei detenuti dal carcere di viale Buoncammino - ricorda la presidente di SDR - la Casa Circondariale di Cagliari, ubicata nel territorio di Uta, al margine dell’area industriale a 23 chilometri dal capoluogo di regione, ha subito numerosi cambiamenti di cui il Padiglione del 41 bis è l’ultimo capitolo. Basti pensare che nel 2014 i detenuti erano 345 mentre oggi sono 745 (30 donne), per 500 posti, persone private della libertà destinate a diventare quasi 840. Il problema è che mentre i ristretti sono letteralmente raddoppiati in 11 anni, il personale è rimasto invariato, anzi in molti casi, come per gli Agenti, gli Amministrativi, gli Educatori, gli Infermieri e i Medici sono diminuiti o non sono comunque adeguati al numero di persone ristrette. Così come è in grande sofferenza - conclude Caligaris - è l’intero apparato della Sorveglianza”. Avellino. Morto dopo un pestaggio in carcere: in 7 accusati di omicidio Adnkronos, 13 gennaio 2026 La Polizia di Stato e la Polizia Penitenziaria di Avellino hanno dato esecuzione all’ordinanza applicativa di misura coercitiva della custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Avellino, su richiesta della Procura, nei confronti di 7 persone, ritenute gravemente indiziate di omicidio aggravato. I fatti risalgono alla sera del 22 ottobre 2024: presso la Casa Circondariale “A. Graziano’ di Avellino scoppiò una rivolta culminata con il ferimento di un detenuto, poi trasportato all’ospedale Moscati di Avellino in prognosi riservata. L’attività investigativa condotta dai poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Avellino e del Nic della Polizia Penitenziaria - Nucleo Investigativo Regionale per la Campania, ha consentito di identificare gli autori del pestaggio ai danni del detenuto e di ricostruire le fasi dell’escalation di violenza, conseguente alla contrapposizione tra due gruppi criminali impegnati a contendersi l’egemonia dei traffici delittuosi all’interno dell’istituto. Nei giorni successivi al grave episodio, sono state eseguite delle perquisizioni all’interno del carcere ad opera della Polizia Penitenziaria con il consecutivo trasferimento dei detenuti più pericolosi verso altre strutture penitenziarie. In seguito il Gip di Avellino, con ordinanza del 7 marzo 2025, ha disposto la misura coercitiva della custodia cautelare in carcere, nei confronti di 11 indagati, in ordine ai delitti di violenza, minaccia e sequestro di persona perpetrati nei confronti degli agenti della Polizia Penitenziaria nonché del delitto di tentato omicidio aggravato commesso nei confronti del detenuto. Quattro indagati hanno optato per il giudizio abbreviato. Per gli altri sette indagati, essendo sopravvenuta la morte del detenuto, il Tribunale collegiate di Avellino con ordinanza del 14 novembre scorso ha disposto la restituzione degli atti al pm per la diversità del fatto (rispetto all’originaria imputazione di tentato omicidio). Pertanto, il pm con la richiesta di rinvio a giudizio ha depositato la nuova richiesta di applicazione di misura cautelare in carcere, in ordine, questa volta, al delitto di omicidio aggravato, nei confronti degli indagati. Padova. I detenuti protestano per il freddo. Bincoletto: “Sovraffollamento peggiora la situazione” padovaoggi.it, 13 gennaio 2026 Antonio Bincoletto, Garante comunale di Padova dei detenuti: “Il crescente sovraffollamento presente anche nei due Istituti padovani stia portando inevitabilmente allo scadimento delle condizioni di vita interne sia per le persone detenute che per gli operatori”. “In data 9 gennaio, alle ore 15 mi sono recato con un volontario del mio ufficio nella Casa di reclusione per effettuare i numerosi colloqui richiestimi dalle persone detenute nell’Istituto. Sono passato al 3°, 4°, 5° blocco nei relativi piani, dove ho incontrato alcuni reclusi i quali mi hanno esposto le loro problematiche. Costante è stata la segnalazione del freddo che regna all’interno delle sezioni, sempre più accentuato salendo di piano”. Antonio Bincoletto, Garante comunale di Padova per le persone private di libertà, torna a occuparsi delle condizioni dei detenuti del Due Palazzi. “Ho verificato di persona nello spazio colloqui, dove ho dovuto indossare il cappotto; gli agenti con cui ho parlato mi hanno confermato che in sezione e nelle camere la temperatura, specie in alcune fasce orarie, è alquanto bassa. Credo che in questo periodo, visto il freddo superiore alla media, sarebbe il caso di mandare il riscaldamento in una fascia oraria più ampia, visto che attualmente i termosifoni si accendono dalle 00 alle 05, dalle 12 alle 14 e dalle 17 alle 24, per un totale di 14 ore al giorno (informazione trasmessa dal Comandante Testa). Quando poi, verso le 17,30, siamo scesi nella 1° sezione, l’abbiamo trovata in uno stato di agitazione generale che ci ha impedito di fare ulteriori colloqui con i ristretti”, racconta Bincoletto. “Dal lato B provenivano urla, rumori di oggetti scagliati e battitura delle sbarre, mentre gli agenti ci informavano animatamente che la situazione era difficile da gestire a causa della compresenza nello stesso blocco chiuso di diverse tipologie di persone poste in isolamento”, fa sapere il Garante. “In effetti nei giorni precedenti io stesso avevo avuto modo di constatare una tale commistione nel blocco 1B, incontrandovi sia detenuti in regime ex art. 32, sia ristretti in attesa di giudizio provenienti da Milano San Vittore e che da quasi un mese si trovano inspiegabilmente isolati e totalmente inattivi, sia persone con lunghe pene detentive, sia infine un giovane con problemi psichiatrici, da poco giunto da altro Istituto, che minacciava il suicidio. L’occupazione di tutti gli spazi disponibili in una sezione chiusa certo contribuisce a rendere sempre più problematica la gestione anche delle semplici visite mediche e dell’accesso alle docce, come riferitomi dagli agenti. A quanto ho capito l’agitazione e le proteste in atto in quel momento derivavano proprio da questo, e non era la prima volta che succedeva”, evidenzia Bincoletto. “Mi sono confrontato anche con gli ispettori sopraggiunti, i quali mi hanno rappresentato le difficili condizioni in cui da tempo la polizia penitenziaria si trova a operare. Ho visto gli oggetti distrutti nelle celle (sedie, elementi del bagno) e ho sentito alcuni agenti riferire di essere stati minacciati anche con l’olio bollente. In quel momento nella sezione erano stati introdotti scudi ed equipaggiamenti per interventi di emergenza”, fa notare il Garante. “In data odierna (12 gennaio 2026) perviene inoltre al mio Ufficio una PEC dalla Casa circondariale, con la quale il Direttore dott. Morante comunica essere stata raggiunta nell’Istituto una quota di sovraffollamento mai toccata in precedenza (269 presenze) e segnala il grave disagio che una tale situazione crea. Chiede perciò “l’immediato trasferimento ad altre sedi di un congruo numero di detenuti” e in ogni caso “urgenti determinazioni” da parte degli organi superiori”, evidenzia Bincoletto. “Come avevo già pubblicamente messo in evidenza a ottobre 2025, ritengo che il crescente sovraffollamento presente anche nei due Istituti padovani stia portando inevitabilmente allo scadimento delle condizioni di vita interne sia per le persone detenute che per gli operatori, e che sia necessario porre all’attenzione dei responsabili a tutti i livelli il fatto che un’ulteriore degenerazione andrebbe a discapito anzitutto della sicurezza, del rispetto dei diritti fondamentali degli individui, della vocazione trattamentale che da sempre caratterizza la realtà degli Istituti padovani”, fa sapere. “Raccomandiamo per questo alle autorità competenti d’intervenire affinché si mettano gli Istituti in condizione di espletare la propria missione in maniera adeguata, o quantomeno di evidenziare ai livelli superiori le carenze presenti, sollecitando congrue azioni volte a deflazionare le presenze, prevenendo in tal modo disordini e proteste e garantire condizioni di vita interna accettabili per detenuti e lavoratori, anche nel clima freddo di questi giorni. E’ fondamentale riportare alla normalità, in coerenza con il dettato costituzionale e la legislazione internazionale, il funzionamento dell’esecuzione penale e il lavoro quotidiano degli operatori”, conclude Bincoletto. Brescia. Sovraffollamento record nelle carceri bresciane di Manuel Colosio Corriere della Sera, 13 gennaio 2026 Canton Mombello sempre tra i peggiori, Verziano sopra la media nazionale. Resta drammatica la situazione nei due istituti di pena bresciani per i detenuti. Il rapporto di “Ristretti Orizzonti” denuncia anche la difficile la situazione per la Polizia penitenziaria. Un altro anno di sovraffollamento per i detenuti nelle carceri bresciane. Il 2025 si è chiuso come era iniziato, ovvero con le presenze nei due istituti di pena che superano di gran lunga i posti disponibili. La situazione peggiore, come sempre, si registra nella Casa circondariale di Canton Mombello dove allo scorso 31 dicembre erano presenti 386 detenuti a fronte di 182 posti regolamentari, pari ad un tasso di sovraffollamento del 212%, ovvero ben oltre il doppio della capienza. Peggio del carcere Nerio Fischione in Italia risultano soltanto gli istituti di Lucca, Vigevano e Foggia, come certificato dalla rivista “Ristretti Orizzonti” nello studio che fotografa una situazione critica a livello nazionale, dove però il tasso di sovraffollamento medio ha raggiunto il 137,56%, con 63.545 detenuti a fronte di 51.276 posti regolamentari. Anche nel carcere di Verziano, dove le condizioni sono meno drammatiche che nel carcere cittadino, la situazione va ben oltre la media nazionale: 130 i detenuti (49 donne, mentre a Canton Mombello sono tutti uomini), a fronte di una capienza teorica di soli 71 posti. Tradotto in percentuali di sovraffollamento significa un tasso del 183%. Oltre ai detenuti, soffre anche la polizia penitenziaria: sempre secondo lo studio di “Ristretti orizzonti” a Canton Mombello il rapporto tra polizia penitenziaria e detenuti è di soli 0,54 agenti per persona, mentre a Verziano va leggermente meglio, con gli effettivi della polizia penitenziaria presenti sono 75 (anche se il numero stabilito dovrebbe attestarsi a 95). Tornando al Nerio Fischione è presente una doccia ogni 4,27 detenuti (91 in totale) ed ogni bagno viene usato da 3,89 persone. Va meglio a Verziano, dove nelle 71 stanze di detenzione sono presenti altrettante docce, servizi igienici con porta e prese elettriche. Sul fronte dei servizi questo istituto può contare su un’area verde, una ludoteca, un campo sportivo, un laboratorio, una palestra, un’officina, una biblioteca, cinque aule e un locale di culto. A Canton Mombello invece sono quattro le sale colloqui, ma non è presente alcun spazio verde, ma si trovano una ludoteca, una biblioteca, un’officina, una palestra, un laboratorio e un teatro, oltre anche qui a cinque aule e un locale di culto. Infine un bilancio delle attività di formazione e lavoro: a Verziano si è tenuto un corso di calzolaio, mentre a Canton Mombello in ben 25 hanno partecipato al corso teatrale e allo spettacolo “terza branda”, ma il successo più grande qui lo ha ottenuto il torneo di calcetto promosso da Uisp, al quale hanno partecipato ben 64 persone. Numeri che evidenziano l’impegno per dare respiro ad una situazione di sovraffollamento che resta drammatica e tra le principali concause delle condizioni di vita degradanti all’interno degli istituti, spesso correlate anche all’ aumento dei suicidi. Orvieto (Pg). I tanti nodi del carcere di via Roma: “Preservare il reinserimento sociale” La Nazione, 13 gennaio 2026 Da carcere modello a polveriera. Dopo gli episodi di violenze e i disordini che ci sono verificati verso la fine dell’anno, la struttura penitenziaria di via Roma è finita al centro delle attenzioni grazie soprattutto al forte appello che è venuto dal sindacato di polizia Sappe. Una delegazione del Pd, composta dal senatore Walter Verini, dalla capogruppo in Consiglio Comunale Cristina Croce, dal consigliere comunale Federico Giovannini e dal segretario Paolo Maurizio Talanti, come già riportato ha visitato il carcere, constatando un sovraffollamento al 130% e una carenza di agenti che sfiora il 50% dell’organico necessario. Sul piano locale è intervenuta la capogruppo Croce, che ha sottolineato il duplice livello della questione. “Da un lato - ha detto - abbiamo criticità strutturali che dipendono dalle scelte nazionali e regionali, dall’altro c’è una storia, quella del carcere di Orvieto, che dimostra come l’inserimento sociale dei detenuti sia possibile. Dal 2014, grazie anche al regolamento regionale sull’amministrazione condivisa, abbiamo attivato progetti di lavori di pubblica utilità che hanno coinvolto i detenuti in modo concreto e dignitoso”. Sulla stessa linea il consigliere comunale Federico Giovannini: “Il carcere resta un punto di riferimento per i percorsi di reinserimento. È fondamentale che il Comune continui questa strada, creando le condizioni perché chi può intraprendere un percorso di rientro nella società lo faccia nel modo più serio e umano possibile”. Per Talanti “il Pd è storicamente impegnato nella difesa dei diritti dei detenuti e nella qualità del sistema penitenziario. La nostra visita non è stata simbolica: da qui partiranno iniziative concrete, a livello istituzionale e politico, perché la sicurezza, la dignità delle persone detenute e il lavoro degli agenti non sono obiettivi in contraddizione, ma parti della stessa responsabilità dello Stato”. Milano. Giustizia e reinserimento dei detenuti: il ruolo dei commercialisti skanews.it, 13 gennaio 2026 Si è svolto ieri il convegno “Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale”, promosso da Milano Percorsi alla sede di Confcommercio di Milano, ha coinvolto istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione, configurandosi come uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano. Al centro del dibattito vi è stata la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e la necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute. Il convegno ha posto particolare attenzione all’importanza del ruolo dei commercialisti, evidenziando come le competenze economico-giuridiche possano tradursi in strumenti concreti per facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro, promuovendo così percorsi di reinserimento sociale efficaci e sostenibili. Il sistema penitenziario italiano, caratterizzato da sovraffollamento cronico e gravi criticità strutturali, è al centro di una crisi profonda. Dati allarmanti relativi a suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo descrivono una realtà drammatica e inaccettabile, sottolineando l’urgenza di interventi da parte dello Stato, a tutela sia dei detenuti sia del personale penitenziario. In questo contesto, la comunicazione assume un ruolo fondamentale: non semplicemente come veicolo di informazioni, ma come strumento di relazione, ascolto, riconoscimento e presenza qualificata. La mancanza di dialogo e la carenza di figure professionalmente preparate contribuiscono significativamente al disagio psicologico dei detenuti, incrementando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione rispettosa della dignità umana e orientata alla costruzione di legami autentici rappresenta, infatti, una delle più efficaci forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena. Accanto alla comunicazione, il lavoro è stato presentato come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Esso restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e costituisce uno dei pilastri fondamentali per la riduzione della recidiva. In questa prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore diventa strategico nella progettazione e nell’implementazione di percorsi di formazione, accompagnamento e inserimento lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. Il confronto ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. La conferenza è stata aperta da Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl - Impresa Sociale, che ha illustrato gli obiettivi dell’iniziativa e l’importanza di promuovere un approccio integrato tra istituzioni, professionisti e società civile per sostenere il reinserimento delle persone detenute. I saluti istituzionali sono stati affidati a Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti, che ha sottolineato il contributo fondamentale dei commercialisti nel fornire strumenti concreti per l’inserimento nel mondo del lavoro, rafforzando così il percorso di autonomia e responsabilità delle persone detenute. Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, ha evidenziato il ruolo del giornalismo responsabile nella costruzione di una narrazione corretta e inclusiva sul sistema penitenziario, proponendo un protocollo d’intesa tra i due ordini professionali per rafforzare sinergie e iniziative comuni. Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, ha richiamato l’attenzione sull’importanza della formazione come leva strategica per l’innovazione sociale e il reinserimento. Massimo Molla, Presidente di Italia Professioni, ed Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDCm, hanno approfondito il ruolo delle professioni nel sostegno ai percorsi di rieducazione e integrazione sociale. I lavori sono proseguiti con approfondimenti mirati alla comunicazione e alla sicurezza penitenziaria. Biagio Maimone ha illustrato il ruolo dei comunicatori nel creare relazioni autentiche e supportare processi di ascolto, mentre Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, ha sottolineato le sfide operative quotidiane e l’importanza di affiancare alla funzione custodiale un progetto rieducativo efficace. Fusco ha evidenziato come la professionalità del personale penitenziario e l’adozione di procedure operative adeguate siano essenziali per garantire sicurezza, dignità e percorsi concreti di reinserimento sociale dei detenuti. Il mondo dell’informazione è stato riconosciuto come attore centrale per garantire trasparenza e consapevolezza. Marco Scotti, Direttore di Affaritaliani.it, ha posto l’accento sulla giustizia riabilitativa, sottolineando la necessità di affrontare temi delicati come i suicidi e il disagio psicologico all’interno delle carceri. Ha evidenziato come un’informazione responsabile e approfondita possa contribuire alla prevenzione, favorire la tutela della dignità dei detenuti e stimolare il dibattito pubblico su politiche efficaci di reinserimento sociale e lavorativo. Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, ha approfondito il ruolo delle agenzie nell’informazione penitenziaria, evidenziando come la diffusione tempestiva, accurata e bilanciata delle notizie possa contrastare stereotipi, ridurre l’invisibilità del carcere e promuovere una cultura della responsabilità sociale nei confronti dei detenuti e del personale penitenziario. Nicola Saldutti, Caporedattore Economia del Corriere della Sera, ha sottolineato come il lavoro rappresenti uno strumento concreto per ridurre la recidiva, restituire dignità e favorire l’autonomia delle persone detenute ed ex detenute. Ha inoltre evidenziato le implicazioni economiche e sociali per le imprese che assumono ex detenuti, indicando questo tema come una questione di responsabilità e impegno sociale: investire nel reinserimento lavorativo non è solo un atto etico, ma costituisce un contributo alla coesione sociale, alla riduzione dei costi legati alla recidiva e alla valorizzazione del capitale umano. Antonetta Carrabs, giornalista e direttore responsabile editoriale di Oltre i Confini Magazine, ha portato l’attenzione sui diritti dei detenuti e sull’importanza di una narrazione consapevole, mentre Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore, ha evidenziato il ruolo cruciale del giornalismo nella restituzione della voce ai detenuti. Fulvi ha sottolineato come Avvenire abbia sistematicamente dato spazio ai loro racconti, riconoscendo queste narrazioni come strumenti essenziali per promuovere consapevolezza, responsabilità sociale e comprensione critica del carcere. Attraverso le esperienze dirette dei detenuti, il giornalismo diventa veicolo di empatia e di restituzione della dignità, offrendo alla società chiavi di lettura per comprendere le complessità del percorso di reinserimento e stimolare riflessioni sulle responsabilità collettive verso il recupero umano e sociale. Ampio spazio è stato dedicato al lavoro e al reinserimento sociale. Gianmarco Invernizzi, commercialista, ha affrontato il tema a livello teorico, analizzando principi e strumenti per promuovere l’inserimento lavorativo e l’inclusione sociale delle persone detenute, evidenziando il ruolo strategico della professione nell’accompagnamento dei percorsi di autonomia. Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc., ha approfondito l’importanza della reputazione online nella costruzione di percorsi concreti di inclusione lavorativa e sociale. Sul versante dell’impegno sociale e imprenditoriale, Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, e Massimiliano Fantini, dell’Associazione Seconda Chance - Lombardia, hanno presentato esperienze concrete di collaborazione tra imprese, terzo settore e sistema penitenziario, dimostrando come l’inclusione lavorativa sia possibile quando istituzioni e società civile operano in sinergia. Al termine dei lavori, Milano PerCorsi ha predisposto un documento conclusivo di raccomandazioni operative da sottoporre alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e al terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. L’obiettivo complessivo è stato quello di contribuire alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento e senza comunicazione non può esserci umanità. Milano. Le note del Mare a Opera, la musica che cambia le vite di Lucia Bellaspiga Avvenire, 13 gennaio 2026 Sabato il concerto in carcere diretto da Riccardo Muti con gli strumenti realizzati con i “legni” di Lampedusa: tragedie che, insieme, diventano luce. Il pubblico che affolla il Teatro “Don Luigi Pedrollo” dentro al carcere di Opera in fondo riassume l’umanità di questo evento: detenuti e liberi, ergastolani e autorità, volti sereni o profondamente segnati (anche i più giovani), tutti insieme in platea ad attendere l’ingresso del Maestro Riccardo Muti. Sul palco la sua Orchestra Giovanile Cherubini ha già imbracciato gli “strumenti del mare”, costruiti nella liuteria del carcere con i legni ricavati dalle barche dei migranti giunte a Lampedusa, e per questo variopinti, crepati, sofferti. I musicisti accordano, il pubblico è vociante. Ma di colpo, come per un ordine che nessuno ha dato, come avviene con le cicale, piomba il silenzio, quello dei misteri, delle grandi attese. Entra Muti e il pubblico si alza di scatto. “Noi italiani - prende la parola e ci si aspetta un pensiero grave - abbiamo imparato dagli americani questa cosa che chiamano standing ovation”, scherza invece con forte accento campano, la bacchetta ancora nel taschino, “ma io non sono nessuno, sono solo uno che muove un braccio…”. È questa la prima magia che Muti sabato scorso ha saputo compiere in carcere, ammorbidire la tragedia con la commedia, mettere tutti a proprio agio, specie “le persone che momentaneamente sono qua dentro”, quei detenuti con i quali nSael pomeriggio ha fatto le prove, perché saranno loro il coro del Va’ Pensiero e l’ansia già li divora. Ancora battute, ancora risate, “sono felicissimo di essere qua, grazie a tutto il personale che ho trovato squisito… anche perché ci sono un sacco di meridionali!”. Ma poi va dritto al cuore di quello che chiama miracolo, “guardateli davvero questi strumenti dai colori insoliti”, chiede, sono la dedizione di persone che proprio in questo luogo hanno imparato l’arte somma di Stradivari. Per la prima volta c’è persino un clavicembalo, con la sua “chiglia” aperta sembra proprio un gozzo arenato, eppure suonerà Vivaldi… “Anch’esso era una barca, portava persone che cercavano di raggiungere la libertà, il benessere, la democrazia”. I volti segnati e quelli sereni ascoltano con la stessa emozione, ma Muti si rivolge ai primi, “voi da legno di morte lo avete trasformato in legno che vibra di vita, è un segnale immenso in un mondo che va a rotoli!”. La società, ricorda Muti ora rivolto a tutti, dovrebbe articolarsi come la musica, “dove le diverse melodie si snodano indipendenti l’una dall’altra, ma per completarsi, non per contraddirsi”. Poi siede nel pubblico e il podio passa ai carcerati, ai loro pensieri buttati giù su un foglio durante quello che Umberto chiama “il giorno lunare”, cioè la notte, il tempo delle angosce: “Seguo il laboratorio di scrittura e chi mi ha dato una penna alleggerisce la mia condanna”, legge. Poi c’è Vittoria, pare una ragazzina (cosa avrà mai commesso, ti chiedi nell’eterno gioco un po’ crudele che in carcere assottiglia sempre il confine tra un “loro” e un “noi”) e racconta “il rumore assillante delle chiavi, l’attesa di una lettera che non arriva mai, ma poi la salvezza nella musica”, dopo otto anni ha ripreso il pianoforte. Laura fa la dura, “è brutto vivere obbligatoriamente con altri in un luogo dove non vorresti essere, eppure è paradossale ma se non avessi attraversato il carcere non sarei qui a dire che ho ancora una speranza. Grazie anche al mio bambino, che con una chiamata mi fa essere mamma”. Sandro la moglie non l’ha più, scomparsa dopo 48 anni di matrimonio, e a lei dedica la poesia più struggente, “alla felicità che, nella cella cupa e spartana, solo il tuo anello ben saldo mi può dare”. Ivan dà coraggio ai suoi “compagni di sventura”, come fa tra malati dello stesso reparto chi è già in via di guarigione, “sono in articolo 21, posso uscire a lavorare, non è una scorciatoia, è un impegno”. Così pure Nicolai, autore del primo violino dell’orchestra “grazie alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e al liutaio Enrico Allorto, che in me oltre al detenuto hanno visto la persona”. Vincenzo invece scrive al figlio che non vede da 20 anni: “Ne avevi 9 l’ultima volta - legge tra le lacrime, le sue e degli orchestrali -, ho saputo che ora sei un campione di boxe, tu fai a pugni sul ring per la fama, io per non mollare. Vivo nell’attesa di rivederti, quel giorno faremo un combattimento di pianti e gioie, ci guarderemo negli occhi e io potrò dire: abbiamo vinto l’incontro della vita. Tuo papà”. Mirto studiava canto al Conservatorio, “poi è successo il fatto… e sei arrivato qui, da quattro anni non canti più - dice Muti portandoselo al pianoforte -. Ma il Padreterno ti ha dato uno strumento che sarebbe un delitto non coltivare, chiedo alle autorità che ne hanno il potere di darti degli insegnanti, verrò a trovarti per controllare”, gli sorride. Mirto, alle spalle un gravissimo fatto di cronaca, nel futuro un ergastolo, è un fascio di nervi, trema sopraffatto dalla mole di tanta umanità ma, con Muti al pianoforte, canta l’Ave Maria di Bach/Gounod: si inerpica sicuro sugli acuti, ha perfetta intonazione di sopranista, solo alla fine, durante gli applausi, irrompe in un pianto inarrestabile. “Noi non siamo qui per giudicare - aveva detto poco prima il Maestro ai giornalisti -, i magistrati assolvono o condannano, noi umanamente dobbiamo solo capire come in certe persone, che hanno commesso delitti a volte anche efferati, si nasconde sempre una parte dell’anima propensa ad abbracciare il bello”. E finalmente il Va’ Pensiero. I carcerati coristi si alzano nel pubblico e intonano l’inno di ogni popolo prigioniero, “O mia patria, ‘sì bella e perduta”, cantano forte… “È l’invocazione di un ritorno a casa, qui particolarmente significativo”, li ringrazia Muti alla fine, “il vostro modo di cantare mi ha arricchito, dimostra un animo che cerca l’armonia, al di là di quello che è stato il passato. Voi non avete la libertà, ma cantando con questo affetto la esprimete e un giorno la raggiungerete, vi auguro tutta la bellezza e la pace che meritate”. E ora la standing ovation la chiede lui. Tutta per loro. Libri. “La cura educativa in carcere”: un volume sul lavoro quotidiano di chi insegna in carcere di Martina Blasi indire.it, 13 gennaio 2026 È stato pubblicato pochi giorni fa il volume in formato digitale “La cura educativa in carcere. L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione, la nuova pubblicazione dei Quaderni della ricerca del Crrs&S Cpia Lombardia, a cura di Corrado Cosenza. L’opera è un lavoro “corale” che indaga a tutto tondo sul ruolo dell’istruzione carceraria come dispositivo costituzionale di umanizzazione nei contesti difficili della detenzione. Attraverso contributi teorici, analisi normative, riflessioni pedagogiche ed esperienze sul campo, il libro esplora la scuola in carcere come spazio di cura educativa, di riconoscimento della persona e di riapertura del futuro possibile. Nell’introduzione Lucia Pacini, direttrice del Crrs&S della Lombardia scrive: “In carcere la cura educativa assume un valore ancora più radicale. Là dove la vita è sospesa e il tempo è scandito dall’attesa, la scuola diventa spazio di rigenerazione. Un’aula che si apre tra le mura di una casa circondariale è molto più di un luogo fisico: è un laboratorio di fiducia. Lì l’apprendimento non serve soltanto a colmare lacune, ma a riannodare i fili spezzati della memoria, a restituire voce e pensiero”. I contributi raccolti affrontano nodi centrali dell’istruzione penitenziaria: il mestiere dell’insegnante in carcere e la sua esposizione umana e professionale; le didattiche attive come strumenti di riappropriazione di sé; il rapporto tra istruzione, formazione professionale e reinserimento; il dialogo - spesso faticoso ma necessario - tra scuola e trattamento penitenziario. Accanto alle analisi, trovano spazio voci ed esperienze che restituiscono la densità concreta dell’aula in carcere, luogo fragile e potente in cui l’apprendimento diventa, prima di tutto, riconoscimento della persona. L’opera è rivolta a tutti i soggetti coinvolti in questa complessa ma sfidante esperienza di formazione ed educazione. Webinar di presentazione del Quaderno di Ricerca - Martedì 10 febbraio 2026, alle ore 17.00, si terrà sulla piattaforma Google Meet l’evento online di presentazione del Quaderno della ricerca La cura educativa in carcere. L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione. L’incontro, rivolto a docenti, dirigenti scolastici ed educatori, sarà un’occasione di confronto e approfondimento sui temi affrontati nel volume, offrendo uno spazio di dialogo tra riflessione pedagogica, responsabilità istituzionale ed esperienza educativa sul campo. Non una semplice presentazione editoriale, ma un momento pubblico di restituzione e di discussione, pensato per interrogare il senso dell’educare nei contesti di maggiore complessità e per condividere pratiche, domande e prospettive che attraversano oggi la scuola in carcere e l’istruzione degli adulti. Per partecipare all’evento iscriversi compilando la scheda di registrazione: https://forms.gle/2Ciism6GWey1ij476 Libri. “Le mafie nell’era digitale. Focus TikTok” dirittodellinformazione.it, 13 gennaio 2026 Il rapporto “Le mafie nell’era digitale” della Fondazione Magna Grecia mette in luce con precisione come la criminalità organizzata abbia trovato nei social, e in particolare su TikTok, un nuovo terreno narrativo. All’interno di questo spazio digitale, la vita delle donne legate a detenuti mafiosi diventa racconto pubblico, performance e costruzione identitaria. Le loro storie fatte di gesti quotidiani, sentimenti e proclami, creano una rappresentazione che mischia realtà e post-verità, restituendo un’immagine epica e distorta del mondo dei clan. I video mostrano spesso scene domestiche o momenti legati alle visite in carcere: cibi preparati secondo le regole dell’amministrazione penitenziaria, valigie pronte e abbracci ai figli. Dietro questa estetica apparentemente innocua emerge però una narrazione mitizzata del compagno detenuto, celebrato attraverso emoji di leoni e catene, musiche neomelodiche, hashtag che evocano fedeltà, attesa e sacrificio. È un racconto che dà forma a un sistema di valori distorto, dove la quotidianità si trasforma in un atto rituale e dove le donne assumono il ruolo di custodi della cultura del clan, replicando online ciò che avviene tradizionalmente offline. Questo tipo di ambiente è stato definito “mafiosfera”, un ecosistema informazionale in cui interagiscono sia i mafiosi sia i “mafiofili”, cioè coloro che, pur non appartenendo ai clan, ne alimentano la mentalità. In questo spazio le donne continuano a essere promotrici dei codici mafiosi, trasmettendo valori come vendetta, lealtà e culto della famiglia. Sui social questo ruolo si amplifica e si fa performativo, perché la narrazione deve convincere e mobilitare consenso. Su TikTok si distinguono diversi filoni narrativi, ma quello dominante è quello “epico”: l’uomo incarcerato viene presentato come vittima di un torto, un eroe ingiustamente punito dalla società. La donna che parla a suo nome costruisce la “post-verità mafiosa”, che contrasta apertamente la verità giudiziaria e quella istituzionale. In questo linguaggio, moderato nelle parole ma fortissimo nei simboli, il leone diventa emblema di forza e comando e la catena lega emotivamente la coppia, ricordando allo stesso tempo però anche la prigionia. Questa infrastruttura simbolica permette di aggirare i filtri delle piattaforme e delle autorità, comunicando significati profondi senza rischiare la censura. La figura maschile è spesso rappresentata secondo la retorica del “malessere”, l’uomo geloso, possessivo, aggressivo, che attraversa il carcere come segno distintivo. Ciò che altrove verrebbe etichettato come relazione tossica, qui diventa modello ideale e parte integrante della cultura maschilista dei clan. Alcune donne incarnano invece lo stereotipo della “chanel”, donne che si presentano come capi, unite a un’estetica precisa fatta di tute di marca, capelli sempre curati e unghie perfette; una leadership femminile riconosciuta solo quando si conforma ai codici maschili del potere mafioso. Queste donne non si comportano come influencer in cerca di follower, ma come celebrità all’interno della propria comunità, rendendo spettacolo la loro vita. Il pubblico che segue questi profili è vasto e composito, costituito da semplici curiosi ma anche da molti “simili”, persone che condividono lo stesso ambiente e che rafforzano questa visione del mondo. In uno scenario come questo, TikTok si trasforma da piattaforma di intrattenimento a luogo simbolico in cui la mafia racconta sé stessa attraverso volti, gesti e storie delle sue donne. Scarica il Rapporto: https://fondazionemagnagrecia.it/wp-content/uploads/2025/11/Report_MED_TikTok_Sito.pdf Televisione. Savastano, il boss che si prese Gomorra di Chiara Nicoletti L’Unità, 13 gennaio 2026 Dal 9 gennaio in esclusiva su Sky e in streaming su Now, arriva un attesissimo prequel in sei episodi, prodotto da Sky Studios e da Cattleya, dell’epica saga crime Sky Original tratta dall’omonimo bestseller di Roberto Saviano: “Gomorra - Le Origini”. Perché attesissimo? Perché il fuoco di Gomorra - La serie non si è ancora spento e come in tutte le saghe epiche che si rispettino, una origin story è quasi d’obbligo, se si trova la chiave giusta. In questo caso, come confermano Nils Hartmann per Sky e il produttore storico per Cattleya, Riccardo Tozzi, il passo giusto è stato quello di mettere alla supervisione artistica ed alla regia del progetto colui che è al tempo stesso sia figlio di questa serie che padre: Marco D’Amore. Co-sceneggiatore del progetto insieme a Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, creatori insieme a Roberto Saviano, D’Amore, oltre a dirigere i primi 4 episodi dividendosi il compito con Francesco Ghiaccio, torna alla Napoli del 1977 che ha visto crescere il futuro boss Pietro Savastano, reso celebre in Gomorra-La serie da Fortunato Cerlino. Interpretato per “Gomorra-Le Origini” dal giovane Luca Lubrano, Pietro è un ragazzo di strada di Secondigliano che insieme al suo inseparabile gruppo di amici sogna una vita migliore, per loro e per le loro famiglie. “All’inizio ho detto di no al progetto”, confessa Marco D’Amore ad inizio conferenza tenutasi il 15 dicembre: “perché nutro un sentimento di profondissima riconoscenza e di devoto amore verso la serie e quindi, a bilancio di 10 anni di vita tra direzione, recitazione, la possibilità che mi è stata data di esordire alla regia con un progetto che è stato L’Immortale, sentivo di non avere forse la capacità di dare ancora qualcosa, nutrendo forse anche un pregiudizio rispetto al timore che sentivo di battere una strada che forse avevamo già percorso, ed era stata percorsa bene”. Ma poi aggiunge: “e invece sono stato smentito dalla capacità e dalla volontà di Sky e di Cattleya di non avere timore di sterzare, dal talento di Maddalena e di Leonardo. E visto che io sono un melologo, m’è venuto in mente De Gregori quando a un certo punto scrive: “tra il bufalo e la locomotiva la differenza salta agli occhi; la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. E ho sentito che tutti insieme volevamo accollarci la responsabilità di sterzare e di cadere perché era necessario, andare da un’altra parte, assumerci le responsabilità e rischiare di cadere. Stiamo in piedi”. “E sì, stiamo in piedi” concorda sollevato Nils Hartmann, Executive Vice President Sky Studios Italia che ricorda l’importanza della serie madre per Sky e per l’Italia audiovisiva nel mondo, dati i 190 territori “conquistati” in termini di critica e pubblico: “La domanda più frequente all’estero era: ‘Quand’è che torna Gomorra?’. È la serie più vista su Sky, superando titoli come Il Trono di Spade. Industrialmente sarebbe stato facile allungare semplicemente il brodo, ma abbiamo sterzato quando abbiamo trovato l’idea giusta. Siamo tornati al nostro DNA lanciando giovani talenti emergenti con Marco D’Amore al timone”. Nelle sue note di regia di Gomorra - Le Origini, Marco D’Amore ricorda che anno è stato geo-politicamente e socialmente quel 1977 per portarci a comprendere le differenze nella percezione di quello stesso anno a Napoli, a Secondigliano, nella vita dell’adolescente Pietro Savastano. D’Amore scrive: “Nel 1977, nel quartiere Ises di Secondigliano, un bambino su sette muore per denutrizione e per le precarie condizioni igieniche. Scugnizzi e guagliuni scalzi nel fango, il colera del ‘73, ‘o contrabbando de’ sigarette, le bische, le puttane e la malavita dei guappi. Il 21 gennaio del ‘77 Jimmy Carter diventa presidente degli Stati Uniti, in Italia hanno inizio le trasmissioni televisive a colori, a Buenos Aires cominciano le manifestazioni pacifiche delle Madri di Plaza de Mayo e qualcuno in Ohio riceve segnali dallo spazio che collega ad intelligenze extraterrestri”. Cosa ci mostra di ciò che siamo oggi ed anche dei giovani d’oggi e di ieri, questa indagine dentro l’educazione criminale del futuro boss? Marco D’Amore risponde alla domanda spiegando come Gomorra - Le origini catturi un’epoca che ha definito il volto della criminalità moderna: “In questa serie c’è un’indagine molto precisa della realtà, fatto salvo che esistono le licenze poetiche. Raccontiamo di una Secondigliano spaccata in due da questo Corso Umberto, per cui da una parte ci sono i commerci più fiorenti, una città anche operaia, operosa e dall’altra parte di questo corso c’era invece una zona completamente abbandonata. La serie comincia entrando in un piccolo bar e si sente un documentario del tempo che recita: “Nel 1977, nel quartiere Ises di Secondigliano, un bambino su 7 non raggiunge il primo anno di età”. Questa è Storia, che non giustifica, non solleva, ma che ti fa dire: questo è il tempo e questo è il contesto da cui si parte a raccontare. E quindi poi quei ragazzini li vedi alle prese con l’indigenza, con un risentimento che non è giustificabile ma che dovrebbe essere comprensibile nel momento in cui si capisce che questi ragazzi non desiderano per se stessi granché, non sognano i sogni che dovrebbero sognare i bambini”. “E questo secondo me risuona con il presente - prosegue D’Amore - perché mi chiedo: al netto di attitudini diverse, bambini che si guardano intorno e vedono le proprie città distrutte dalla guerra, che tipo di sentimenti possono nutrire per il futuro? Che tipo di sguardo possono avere sulla vita? E soprattutto, che tipo di uomini diventeranno quei bambini che oggi stanno subendo tutto ciò? È la stessa domanda che mi sono posto pensando al Pietro adulto, mi son detto: ma quell’uomo così violento che abbiamo visto in azione, che ragazzo era? Che vita ha vissuto per diventare quell’essere umano? Perché queste sono, vedete, non certezze ma domande che noi ci poniamo, che poi lasciamo allo spettatore che compie il percorso, lo conclude con la propria intelligenza, la propria sensibilità. Sono domande aperte: c’è un uomo che per essere così, che ragazzo è stato? Che cosa gli è stato tolto o privato? Cosa non ha avuto? Questo ci agita quando scriviamo, quando dirigiamo. Non abbiamo nessuna volontà di dire “è così”, nessuna volontà di insegnare niente a nessuno, nessuna volontà di educare: sono echi di domande che ci tormentano quando noi mettiamo le mani sulla vita altrui”. Nel periodo in cui Gomorra - Le Origini è stata presentata, era stato appena depositato da Fratelli d’Italia il disegno di legge che punirebbe chi racconta o rappresenta comportamenti mafiosi in libri, serie TV e social. Roberto Saviano l’ha rinominata Legge Omertà e Marco D’Amore, unendosi ai suoi colleghi e amici, all’indomani anche di 75.000 posti di lavoro a rischio nell’audiovisivo italiano, ha detto al riguardo: “Il nostro è un Paese che c’ha un debito pubblico importante e quindi, visto che le pene non sono solo pecuniarie ma anche detentive, dovranno allargare parecchio le patrie galere, che ci faremo arrestare in parecchi. I detenuti pesano sulla spesa pubblica, non gli conviene. Poi, io ho sempre pensato al mio mestiere come a un mestiere precario, che sostanzialmente poco interessa alla collettività. Poi però la vita mi ha fatto imbattere in esperienze molto umane e allora dico: Noi serviamo. Perché c’è un’intelligenza anche del cuore che è necessario alimentare e noi serviamo a questo. E allora nelle difficoltà forse è lì ancora che continueremo a produrre qualcosa di più interessante, di più acido, di più resistente a questa forza che ci viene contro e che ci dice di smettere. Invece noi, come Pinocchio nella guazza degli assassini, ripetiamo: voglio andare avanti, voglio andare avanti, voglio andare avanti”. C’è un gran bisogno di artigiani della democrazia di Giovanni Maria Flick Avvenire, 13 gennaio 2026 In questo clima caratterizzato da toni fortemente polemici, anche in vista del referendum sulla Giustizia, le parole di Mattarella e Papa Leone XIV sul valore della responsabilità umana e personale. Viviamo in un contesto nel quale è diffuso il desiderio di “cambiare il mondo” di fronte alle sue incongruenze e contraddizioni, anche se dimentichiamo che quel cambiamento dipende da ciascuno di noi per la sua parte. La battaglia delle idee in politica rischia di risolversi in una critica solo distruttiva, in una aspirazione rivoluzionaria, in una conservazione del passato o in un appello alla volontà popolare, nel dibattito politico e nella sua eco sui social, sempre più confusa e polemica. È difficile per il singolo, di fronte alla superficialità di un simile dibattito politico, conservare il senso di umanità nell’affrontare i problemi concreti della convivenza politica e sociale. In questo clima di contrasto, di pessimismo, di sfiducia, non è facile mantenere serenità ed equilibrio nel confronto tra spinta alla conservazione e a progresso e rispetto dei principi fondamentali di dialogo e di convivenza di fronte alle polemiche e alle strumentalizzazioni da parte di chi la pensa diversamente. Per questo mi sembra sia stato importante il messaggio del Presidente della Repubblica in occasione dell’ottantesimo compleanno della nostra Costituzione, nata dall’Assemblea Costituente dopo la fine della guerra il 1° gennaio 1946. In quel messaggio - con ottimismo e fiducia nel futuro - Mattarella ha proposto le linee di uno “spartiacque” di libertà e di pace del nostro paese dopo la fine di un ventennio di dittatura, di una guerra voluta e perduta colpevolmente, e di una Resistenza combattuta e sofferta per uscirne e rinnovare l’Italia. Le due linee di libertà e di pace - nel messaggio presidenziale di auguri al Paese per il nuovo anno - hanno ricordato la ricostruzione istituzionale, civile e sociale di esso; il rapporto fra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti e la sua evoluzione sino agli attriti e difficoltà attuali; il carattere centrale e fondamentale e la libertà del lavoro per la Repubblica e per la democrazia; il riconoscimento dei diritti inviolabili e dei doveri inderogabili; la sintesi fra essi nella pari dignità sociale e nell’eguaglianza di tutti; lo sviluppo sociale ed economico; il superamento del terrorismo senza dover ricorrere a leggi speciali; le riforme civili e sociali fondamentali come lo Statuto dei lavoratori e il diritto di famiglia. Le tappe percorse in questi ottanta anni sono state importanti per rafforzare la democrazia: nonostante le difficoltà; nonostante la crisi e il venir meno della coesione fra i partiti e il progressivo indebolimento della centralità del Parlamento a favore dell’esecutivo, attraverso gli strumenti dei decreti, dei maxiemendamenti e della fiducia; nonostante le modifiche radicali delle condizioni geopolitiche dei mercati e dell’equilibrio globale a cui stiamo assistendo. Il Presidente della Repubblica ha ricordato il metodo di lavoro dell’Assemblea Costituente, in un contesto di collaborazione condiviso sia per l’elaborazione dei tasselli della Carta costituzionale, sia per la contemporanea discussione anche accesa dei lavori per l’adozione delle misure di governo. Il messaggio propone dunque un accostamento evidente fra le due linee dello spartiacque di pace e libertà: il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie” (articolo 11 della Costituzione). Quel messaggio è reso concreto con il riferimento alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, entrambi vittime della violenza nel loro impegno per la giustizia ed esempio ideale per i giovani, cui il messaggio del Presidente è rivolto esplicitamente; e suggerisce anche un accostamento con la figura di “artigiano della pace” proposta dal Pontefice Leone XIV con riferimento alla responsabilità umana e personale. È un accostamento su cui è opportuno riflettere - fatte le debite proporzioni tra la prospettiva globale e quella nazionale - anche per ricordare altre vicende e polemiche attuali come quelle del prossimo referendum sulla separazione fra giudice e pubblico ministero che occupano gran parte delle discussioni nel panorama italiano di questi giorni. Nella mia plurima esperienza professionale di uomo di studio e di operatore nel campo della giustizia con diversi ruoli non intendo entrare e schierarmi in quelle polemiche, fin troppo sviluppate e dilaganti a diversi livelli. Mi sembra giusto soltanto sottolineare l’importanza del fattore umano, cioè il contributo personale - qualunque esso sia - richiesto a ciascuno di noi con l’esercizio del voto referendario nell’uno o nell’altro senso o con l’astensionismo. L’appello del Presidente della Repubblica all’impegno e alla responsabilità dei giovani, con il richiamo all’eroismo e al sacrificio di due figure di magistrati nell’esercizio del loro potere-dovere; e il richiamo del Pontefice a una responsabilità personale di ciascuno, mi sembrano entrambi due momenti per un’occasione inusuale e giustificata di riflessione in un contesto di polemica che si va facendo via via sempre più accesa e sgradevole, qualunque possa essere e sarà l’esito della contesa referendaria. Venezuela. La gioia per Alberto e Mario. E il pensiero ai 2 mila ancora in carceri straniere di Rossella Verga Corriere della Sera, 13 gennaio 2026 La scarcerazione di Trentini e Burlò in Venezuela non deve farci dimenticare gli altri italiani detenuti all’estero: attualmente oltre duemila secondo i dati del 2024. Lunedì è stato il giorno della grande gioia per la liberazione di Alberto Trentini, il cooperante della ong francese scarcerato in Venezuela dopo 423 giorni di prigionia. E giorno di grande gioia per Mario Burlò, liberato assieme a lui. Gioia che non deve farci dimenticare gli altri italiani detenuti all’estero: attualmente oltre duemila. Stando ai dati aggiornati al 2024, circa 1650 si trovano in prigioni europee, 244 sono nelle carceri di Paesi extra Ue, 166 nelle Americhe, 23 nei Paesi del Mediterraneo e Medio Oriente, 22 nell’Africa sub-sahariana e 77 in Asia e Oceania. “Di fatto si tratta di detenzioni di ostaggi. E chi tiene qualcuno in ostaggio - aveva commentato qualche settimana fa il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury - chiede qualcosa in cambio: in ballo può esserci una questione economica, uno scambio di prigionieri o la richiesta di determinate dichiarazioni”. “Credo che chiunque, a partire da Trentini - aveva proseguito Noury - dovrebbe essere scarcerato se non c’è alcun motivo che ne giustifichi la detenzione. Se, invece, si agisce accettando la logica che si tratta di vittime di una sorta di sequestro di persona, bisogna prendere atto che si entra in un campo che non ha più a che fare con i diritti umani, ma con la politica”. Dopo l’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro la situazione è in forte evoluzione, appunto la liberazione di Trentini non è stata l’unica. Ma lo scenario mondiale resta di grande preoccupazione. L’ultimo Rapporto 2024-2025 di Amnesty International, in attesa dei prossimi aggiornamenti, ha documentato nel resto nel mondo violente e diffuse repressioni del dissenso, catastrofiche escalation dei conflitti armati, azioni inadeguate per fronteggiare il collasso climatico e passi indietro globali nella difesa delle persone migranti e rifugiate, delle donne e delle ragazze e delle persone Lgbtqia+. “Assistiamo da anni - ha sottolineato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International - a una strisciante diffusione di pratiche autoritarie, alimentate da leader candidatisi o eletti con l’intenzione di essere agenti di distruzione. Ci hanno trascinato in una nuova era di agitazioni e crudeltà ma tutte le persone che credono nella libertà e nell’uguaglianza devono coalizzarsi per contrastare gli attacchi sempre più estremi al diritto internazionale e ai diritti umani universali”. La proliferazione di leggi, politiche e pratiche autoritarie contro la libertà d’espressione, di associazione e di riunione pacifica documentata da Amnesty International è stata secondo il Movimento un elemento centrale nell’assalto globale ai diritti umani. Certi governi hanno cercato di evitare i controlli, rafforzato i loro poteri e instillato paura prendendosela con gli organi di informazione, con le Ong, con i partiti politici imprigionando con accuse infondate di “terrorismo” o “estremismo” persone che li hanno criticati e criminalizzando chi ha difeso i diritti umani. La liberazione di tutti i prigionieri italiani, e non solo italiani, è un cammino difficile fatto di diplomazie, di mobilitazioni civili e di azioni per la riconquista dei diritti. Venezuela. Il regime frastornato, il carceriere imprigionato: la mia gioia per Alberto libero di Erri De Luca Avvenire, 13 gennaio 2026 Alberto Trentini trascorre più di un anno in una cella prossima all’Equatore. Niente processo, imputazioni, arrestato perché risulta incomprensibile a certi regimi una persona che dedica il suo tempo all’aiuto di chi ne ha bisogno. Certi regimi sospettano la generosità, sintomo evidente di loro paranoia, segno manifesto di loro tristezza. La generosità giustifica e rallegra. È un presidio sanitario. Niente smuove dall’Italia la sua prigionia, privata di contatti con l’esterno. Poi da qualche parte nel Mare dei Caraibi la Marina Militare degli Stati Uniti spara a casaccio su imbarcazioni sospette di trasporto stupefacenti. Non serve prova né conferma, basta a se stesso il gesto di pirateria. Poi la stessa Marina si dedica al più lucroso sequestro di petroliere nel Mare dei Caraibi. Niente di queste mosse arriva nella cella di Trentini. Il tempo scorre pigro nella geografia che non conosce stagioni. È il secondo Natale che non vede l’arrivo della stella cometa. Poi il rapimento del presidente e di sua moglie produce spiffero e stupore nelle celle. I rincalzi al potere, sgomenti, liberano qualche detenuto, sentendosi vulnerabili. L’integrità territoriale di un paese è un diritto sospeso a tempo indeterminato. C’è un po’ di far west in giro per il mondo nell’anno olimpico 2026. Intorno alla cella di Trentini c’è il subbuglio delle scarcerazioni. Senza certezza di partecipare dei rilasci e poi senza nessuna spiegazione Alberto Trentini è accompagnato all’uscita. Tornato in libertà perché frastornato è il regime che lo ha detenuto. Forse in un sogno in cella, oppure nella lettura del suo palmo di mano, una voce gli ha detto che sarà liberato quando il suo carceriere sarà imprigionato. La misteriosa legge del contrappasso, inaugurata nelle cantiche d’Inferno e Purgatorio, trova un’applicazione originale. Alberto Trentini esce in una Caracas più sbalordita di lui. Che l’ingiusto prelievo di oltre un anno di vita non gli tolga l’impulso che lo ha mosso a svolgere missioni umanitarie, anzi lo ribadisca. Iran. Non sarà Trump ad aiutare la liberazione di Alberto Negri Il Manifesto, 13 gennaio 2026 Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo. In Iran, scrisse nelle sue memorie sulla rivoluzione khomeinista del 1979 l’ambasciatore britannico Anthony Parson, non abbiamo fallito per mancanza di informazione ma di immaginazione. Ecco forse non bisogna ripetere lo stesso errore adesso che stiamo chiedendoci cosa accadrà e ci sembra di essere impotenti di fronte alle stragi nelle città iraniane. La domanda è se un intervento esterno possa aiutare l’opposizione ad abbattere un regime al potere da oltre 45 anni in un Paese di 90 milioni di abitanti, 1,6 milioni di chilometri quadrati con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che, messe a regime, potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea. Già in poche righe c’è tutto: attaccare l’Iran significa attaccare una potenza nel cuore pulsante del Medio oriente. L’unico stato della regione che occupa con il nome di Persia più o meno gli stessi confini da tremila anni e da sempre i nostri libri di storia greco-romana. Non c’è iraniano, pro o anti-regime, che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il mondo arabo e i vicini come ostili. Gli interventi esterni nell’ultimo mezzo secolo abbondante hanno avuto esiti tragici e contrari al loro obiettivo. Il colpo di stato anglo-americano del 1953 contro il leader laico e democratico Mossadeq (nazionalizzatore del petrolio) riportò lo Shah Pahlevi al potere dittatoriale della corona ma aprì la strada al processo rivoluzionario. Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran con il sostegno di tutti gli stati arabi (tranne la Siria), dell’Unione sovietica, degli Usa e gran parte dell’Europa. Tutti pensavano che Teheran, priva dell’esercito dello Shah e dell’aiuto americano, in pieno marasma rivoluzionario, sarebbe crollata in poche settimane. Il risultato fu una guerra di otto anni con un milione di morti che invece di indebolire rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna. Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo: il crollo dell’Iraq ha rappresentato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato una minaccia mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Baghdad dai pasdaran e dalle milizie del generale iraniano Qassem Soleimani, poi fatto fuori da un missile proprio da Trump. Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora estera, punta su un intervento esterno come ha evocato Trump perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime. Molti altri sono contrari perché c’è il rischio di alimentare la propaganda del regime sulla “mano straniera”, una carta che la Guida suprema Khamenei ha già giocato sin dai primi giorni delle proteste accusando Usa e Israele. Dopo quanto accaduto a Maduro in Venezuela, si affaccia l’ipotesi di un’operazione speciale per sequestrare anche lui. Potrebbe non bastare perché se è vero che la Guida ha l’ultima parola, l’Iran non è una dittatura ma un sistema autocratico e repressivo assai vasto, oliato da anni di guerre. Minato dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, Hezbollah e la caduta del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale (tranne che in Iraq e Yemen) ma l’apparato militare e poliziesco è ancora funzionante. Siamo sicuri che i vicini di Teheran vogliano davvero un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro della Nato, ha degli accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese storicamente concorrente e dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo poi sono tutte monarchie sunnite assolute e non si sa quanto guarderebbero con simpatia una democrazia ai loro confini. Ma soprattutto Trump è intenzionato a lanciare un’azione in larga scala contro l’Iran? Il presidente americano oggi esaminerà varie opzioni dai cyber attacchi a obiettivi militari e civili, a nuove sanzioni e anche bombardamenti (in coordinamento con Israele). Ma non pare che voglia rischiare di rimanere impantanato in qualche conflitto di lungo termine. Come dimostra il Venezuela, Trump punta a interventi mirati, spettacolari, che non è detto portino alla democrazia o a un cambio di regime. Al petrolio invece sì, tiene molto, quello conta tantissimo. Informando l’opinione pubblica che l’Iran potrebbe essere disposto a negoziare, Trump fa capire che i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. La Cina, maggiore acquirente del petrolio iraniano, ha dichiarato il suo appoggio al regime mentre Russia, Cina e Iran stanno tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica (Brics). In Iran e in Medio oriente come diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue. Ma allora come fermare la strage degli iraniani? Forse ci vuole appunto un po’ di immaginazione politica e di consapevolezza su come aiutarli, anche all’estero, a elaborare una piattaforma politica e una dirigenza che superi le loro divisioni. L’Iran democratico è ancora da immaginare e progettare. Ma un giorno potrebbe sorprendere gli ayatollah e magari pure Trump. Iran. Rivolte e repressione perché in 47 anni nessun movimento ha abbattuto il regime di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 13 gennaio 2026 La Repubblica islamica dell’Iran che nel 1979 rovescia la brutale monarchia dello Scià nasce da una delle più grandi rivoluzioni popolari del Novecento. Il potere che si consolida rapidamente attorno alla figura dell’ayatollah Ruhollah Khomeini non eredita però solo l’entusiasmo per la caduta di Mohammad Reza Pahlevi ma anche una società plurale, politicizzata, attraversata da forti componenti laiche e aspettative spesso incompatibili con un ordine teocratico. Da allora, la storia dell’Iran è ciclicamente scandita da rivolte, insurrezioni, proteste che a volte hanno scosso le fondamenta del regime senza mai però riuscire a creare un’alternativa politica credibile al potere del clero sciita. Un po’ per la natura frammentata delle opposizioni ma soprattutto per la spietata repressione che ogni volta si è abbattuta sui movimenti di protesta. Tra il 1979 e il 1981, l’Iran è attraversato da una vera e propria guerra civile a bassa intensità; le organizzazioni marxiste e laiche, in particolare i comunisti del Tudeh e i Mujaheddin del Popolo, entrano in rotta di collisione con i khomeinisti, che nel frattempo hanno consolidato il controllo delle istituzioni e delle forze armate. Parallelamente, nelle regioni periferiche del Paese esplodono rivolte armate di minoranze etniche: i curdi nel nord-ovest, i turkmeni nel nord, gli arabi nel Khuzestan, i baluci nel sud-est. Le rivendicazioni spaziano dall’autonomia politica al riconoscimento culturale, ma il regime risponde con ferocia. Lo scoppio della guerra contro l’Iraq nel settembre 1980 offre al potere un formidabile strumento di disciplinamento interno. In nome dell’emergenza nazionale, ogni forma di dissenso viene assimilata al tradimento. Gli anni Ottanta sono così segnati da un silenzio forzato, imposto attraverso arresti di massa, tribunali rivoluzionari e l’uso indiscriminato della pena di morte. Questo ciclo repressivo raggiunge il suo apice nel 1988, quando, al termine del conflitto, migliaia di prigionieri politici vengono giustiziati in poche settimane in seguito a una fatwa della Guida suprema. Con la morte di Khomeini nel 1989 il regime tenta una parziale normalizzazione. Ma la ricostruzione economica, segnata da forti diseguaglianze, riporta in superficie il malcontento sociale. Nei primi anni Novanta, rivolte spontanee legate al caro-vita esplodono in diverse città, da Mashhad a Islamshahr. Sono proteste prive di una piattaforma politica, che esprimono più il malessere sociale che un progetto di cambiamento, e vengono schiacciate con forza. La seconda metà degli anni Novanta vede emergere un nuovo attore: il movimento studentesco. Nel 1999, la chiusura del quotidiano riformista Salam scatena manifestazioni nelle università che si estendono rapidamente ad altri settori della società iraniana. La repressione anche stavolta è violenta, ma per la prima volta il dissenso si articola intorno a richieste di libertà civili, stato di diritto, limiti al potere del clero. È il preludio alla stagione riformista incarnata dalla presidenza di Mohammad Khatami, che alimenta aspettative di cambiamento dall’interno del sistema. Queste aspettative si infrangono definitivamente nel 2009. Le elezioni presidenziali che riconfermano Mahmoud Ahmadinejad in un clima di brogli percepiti come evidenti danno vita al “Movimento Verde”, la più grande mobilitazione di massa dalla nascita della Repubblica islamica. Milioni di iraniani scendono in piazza per settimane, inizialmente per chiedere trasparenza elettorale, poi per denunciare la natura autoritaria del sistema. La repressione è capillare: arresti, torture, processi-farsa, uccisioni. Con la neutralizzazione dei leader riformisti, il regime dimostra di non essere disposto a tollerare nemmeno una contestazione interna controllata. Il ciclo successivo di rivolte nel 2017; le manifestazioni non nascono nei quartieri benestanti di Teheran o nelle università, ma nelle periferie e nelle province. Sono i ceti popolari, colpiti dalla crisi economica, dalla disoccupazione e dalle sanzioni internazionali, a scendere in piazza. Gli slogan prendono di mira apertamente la Guida Suprema e l’intero sistema: è un segnale di rottura profonda, per la prima volta la Repubblica islamica perde consenso anche tra settori tradizionalmente conservatori. Il novembre 2019 segna uno dei momenti più drammatici di questa lunga sequenza di rivolte. L’aumento del prezzo della benzina scatena una sollevazione che coinvolge centinaia di città. Le forze di sicurezza aprono il fuoco sui manifestanti, causando centinaia di morti in pochi giorni. La morte della giovane Mahsa Amini per mano della polizia religiosa, apre nel 2022 il ciclo di protesta più radicale, le manifestazioni che durano per oltre un anno esplodono in tutto il Paese sotto lo slogan “Donna, vita, libertà”. A differenza delle mobilitazioni precedenti, quest’ultima attraversa generazioni e classi sociali, coinvolgendo anche adolescenti e minoranze etniche. Decine di migliaia le persone arrestate, centinaia le esecuzioni. Anche in quel caso la mano dura del regime soffoca le lotte, ma quel ciclo non si è mai spento del tutto come dimostrano le ciclopiche proteste degli ultimi giorni.