Emergenza carceri. Anche il 2026 passerà senza che si faccia qualcosa? di Marcello Buttazzo Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2026 Le condizioni di vita nelle carceri italiane peggiorano continuamente. Le celle sono sempre più sovraffollate. Fino al 31 dicembre 2025, i detenuti presenti fra le sbarre di dura ferraglia erano 63.499. I posti regolarmente previsti sono 51.277. Il tasso di sovraffollamento complessivo è del 137,8%. In alcune prigioni (Lucca, Vigevano, Milano San Vittore, Foggia, Brescia Canton Mombello) il sovraffollamento supera ampiamente il 200%. Si ricomincia, purtroppo, a sgranare il triste rosario dei suicidi. Il 6 gennaio, nella Casa circondariale di Cremona, un recluso di 53 anni s’è impiccato nella sua cella. Anche nelle carceri minorili la situazione peggiora sensibilmente. Il decreto Caivano, voluto fortemente dal governo Meloni nel 2025, abbassando la soglia di pena ed estendendo il fermo anche per reati non molto gravi, non ha fatto altro che portare al sovraffollamento critico delle carceri, popolando di under 18 e di giovani adulti le prigioni (Ipm) e le comunità residenziali. In carcere sono frequenti i casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Mancano negli organici 2.000 agenti di polizia penitenziaria. Inoltre diversi agenti si dimettono o si pensionano, senza essere sostituiti. Il sistema carcerario è al collasso, da tempo. Sconforta il fatto che la maggioranza di centrodestra, in questi ultimi tre anni, non abbia saputo adottare alcun provvedimento razionale quantomeno per tamponare una pericolosa degenerazione. Le misure prospettate vagamente dal ministro della Giustizia Nordio (tipo la costruzione di nuovi moduli cementiferi o la ristrutturazione di vecchie caserme dismesse per ospitare i detenuti) sono davvero aleatorie, propagandistiche. Ci vorrebbe da parte delle istituzioni un esame profondo e una assunzione di consapevolezza. I politici dovrebbero saper ascoltare le doglianze di chi quotidianamente vive il disagio e respira l’emergenza. Secondo Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, “le carceri italiane sono diventate discariche umane dove buttare pazzi e tossicodipendenti”. Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), migliaia e migliaia di detenuti con disturbi psichici o dipendenze finiscono in carcere, senza un’assistenza specialistica adeguata. Nelle Case di reclusione, fra le altre cose, c’ è scarsezza assoluta di psichiatri, psicologi, di personale medico e infermieristico. “Carceri affollate e fatiscenti”, bilancio di fine anno di Antigone 9colonne.it, 12 gennaio 2026 Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno). Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È quanto emerge dal bilancio di fine anno di Antigone. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate - e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati - non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3%); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1% mancano acqua calda o si registrano condizioni igieniche adeguate. Gravissime anche le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. Sempre più critici i dati sulle morti: 238 persone sono decedute in carcere nel 2025, di cui 79 si sono suicidate, come riporta il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. “Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi - denuncia Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”. “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma - prosegue Gonnella - il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo”. Come detto, alla fine di novembre 2025, le persone detenute nelle 189 carceri italiane per adulti erano 63.868, a fronte delle 61.861 registrate alla fine del 2024. Un aumento costante, pari a oltre 180 persone in più ogni mese. Eppure, questo incremento non può essere spiegato con un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%. “A crescere non è dunque la criminalità, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità” denuncia l’associazione. Nel frattempo la capienza del sistema penitenziario è ulteriormente diminuita. “Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nell’anno che si sta per concludere, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa - prosegue la nota. Il risultato è un sovraffollamento strutturale che ha ormai raggiunto livelli intollerabili: mancano all’appello quasi 18.000 posti rispetto alle presenze effettive, con un tasso nazionale di affollamento pari al 138,5%. In alcune carceri si toccano livelli che ricordano le condizioni che portarono l’Italia alla condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: a Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Mombello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%. Ancora più preoccupante è la situazione negli istituti penali per minorenni. “Il cosiddetto Decreto Caivano ha determinato un aumento dei giovani detenuti, facendoli diventare il 150% di quello che erano e svuotando progressivamente il circuito della giustizia minorile della sua funzione educativa. Sempre più spesso, ragazzi che potrebbero proseguire il loro percorso fino ai 25 anni nei servizi minorili vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento della maggiore età, interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento. Una dinamica che se così non fosse avrebbe peraltro provocato un tasso di affollamento ben superiore negli Ipm. Se si guarda alle condizioni materiali degli istituti - come Antigone fa attraverso il suo monitoraggio indipendente che conduce con continuità dal 1998 - “si capisce quanto il momento sia complicato - si legge nel report -. Nel 10% degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Le carenze strutturali riguardano anche gli spazi di vita e trattamento: nell’8,5% degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6% mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31% non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. Una situazione aggravata dal sovraffollamento che ha portato alcune carceri a trasformare spazi di socialità o per attività in celle di pernotto. La situazione del personale non è meno critica. Sempre dai dati delle visite di Antigone si evidenzia come solo il 77,5% degli istituti ha un direttore con incarico esclusivo; negli altri casi la direzione è condivisa tra più carceri, con evidenti ricadute sulla qualità della gestione. In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili: a Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e addirittura 180 per educatore. Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano”. Dalle oltre 100 visite effettuate nel 2025 da Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20% assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4% faceva uso di sedativi o ipnotici. Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto. “E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali” denuncia Antigone. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30% delle persone detenute, mentre solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4% dei presenti, ma solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni. Tutto questo avviene nonostante il 38% delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva. “Il dato più drammatico resta però quello delle morti in carcere. A poche ore dalla fine del 2025 si contano 238 decessi, di cui 79 suicidi - conclude la nota -. Il carcere italiano è oggi lo specchio di scelte politiche precise. Continuare a ignorare questi dati significa accettare che la pena perda ogni funzione costituzionalmente orientata e che la violazione sistematica dei diritti fondamentali diventi la normalità”. Per questo Antigone ha lanciato la campagna “Inumane e degradanti. Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale”, partendo dai quasi 6.000 ricorsi che i Tribunali di sorveglianza hanno accolto solo nel 2024, di altrettante persone detenute, sottoposte proprio a trattamenti inumani o degradanti, riconoscendo alle stesse un indennizzo economico. Insieme alla campagna è stata promossa una petizione sottoscritta al momento da circa 1.500 persone, per chiedere urgenti e non più prorogabili riforme. Nella “fabbrica delle leggi” è protagonista (quasi) solo il Governo di Stefano De Martis Avvenire, 12 gennaio 2026 Su 94 norme approvate dal Parlamento nel 2025, 69 sono state prodotte dall’esecutivo. E una sola è frutto di iniziativa popolare. Un’esuberanza che trova manifestazione peculiare anche nel ricorso massiccio alla fiducia. E che fa riflettere. Su 94 leggi approvate dal Parlamento nel 2025, ben 69 sono di iniziativa del Governo. Una soltanto - ma è già rilevante che la casella non sia rimasta vuota, visti i precedenti - è frutto di iniziativa popolare: si tratta della legge sulla partecipazione dei lavoratori, promossa dalla Cisl. I dati sulla produzione legislativa sono gli ultimi disponibili per l’anno appena concluso. A breve il Servizio studi della Camera fornirà con la consueta precisione il quadro finale, ma è del tutto improbabile che le proporzioni subiscano mutamenti significativi perché il problema sul tappeto si è sostanzialmente cronicizzato: a dare le carte nella “fabbrica delle leggi” è sempre più l’esecutivo. Il fenomeno purtroppo è noto, ma quando dai discorsi di principio si passa ai numeri concreti l’effetto è ogni volta straniante: nell’insieme dell’attuale legislatura, la XIX, iniziata il 13 ottobre 2022, solo il 24% delle leggi è nato dal Parlamento. Su 269 leggi approvate ben 200 sono state promosse dal Governo e per di più quasi la metà di esse è frutto della conversione di decreti-legge emanati dall’esecutivo. Decreti che dovrebbero costituire un’eccezione motivata da “necessità e urgenza” e che invece assorbono una parte cospicua dell’attività delle Camere. Peraltro anche nelle legislature passate il problema si era presentato in termini crescenti, tanto che se nella XVII le leggi di conversione dei decreti rappresentavano il 22% del totale, nella XVIII erano già salite al 33%. L’esuberanza dell’esecutivo - se la si vuole chiamare così - trova una sua manifestazione peculiare nell’uso massiccio della questione di fiducia, che neanche l’esistenza di un Governo dalla stabilità a livelli record è riuscito a limitare. Si è fatto ricorso a questo strumento nell’iter di 54 dei 98 decreti convertiti e per le leggi di bilancio relative al 2023, 2024, 2025 e 2026. In tre anni su quattro la questione di fiducia è stata posta sulla legge di bilancio in entrambi i rami del Parlamento. Anche il cosiddetto monocameralismo “di fatto” o “alternato” - di cui altre volte ci siamo occupati in questa rubrica - rientra in questo filone. Ben 96 su 102 leggi d’iniziativa governativa approvate hanno registrato il contributo di una sola Camera e così pure 97 su 98 decreti convertiti in legge. Viene da domandarsi che senso abbia continuare a definire “di fatto” una procedura largamente maggioritaria nella pratica parlamentare. E un analogo ragionamento andrebbe affrontato più in generale per il ruolo abnorme - stante l’attuale assetto formale del procedimento legislativo - assunto dal Governo rispetto alle Camere. I fenomeni distorsivi si sono ormai così profondamente stratificati che l’efficacia dei pur necessari e preziosi interventi degli organi di garanzia risulta limitata. Le correzioni in corsa o ex post su singoli provvedimenti non sono più sufficienti. Ci sarebbe bisogno di riforme, a cominciare dal nodo irrisolto del bicameralismo paritario. Ma chi se ne dovrebbe far carico? Altri, in tutta evidenza, sono gli interessi in campo e in questo come in altri ambiti manca quella lungimiranza costituente che fece grande la nostra Repubblica ottant’anni fa. Referendum, la scelta sulla data. E la raccolta dei fondi agita i partiti di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 12 gennaio 2026 Oggi il Governo decide sul 22-23 marzo. I malumori di FdI per i mancati versamenti di FI. Oggi il Consiglio dei ministri deciderà la data del referendum sulla riforma della giustizia. La premier Giorgia Meloni ha confermato che si terrà il 22-23 marzo. Ma il Comitato cittadini per il No chiede di attendere la fine della raccolta firme, ieri arrivate a oltre 340 mila: il 68% delle 500 mila da raggiungere. Il centrosinistra appoggia l’iniziativa. E il leader M5S Giuseppe Conte attacca il governo: “I cittadini attendono da mesi interventi sulle bollette. Su una cosa sola hanno fretta: difendere la casta”. Intanto i comitati si organizzano per la raccolta fondi: GiustodireNo, sostenuto dall’Anm, ieri ha dato il via alla raccolta di donazioni private online, attivando un sito internet. Si moltiplicano piattaforme di crowdfunding. Mentre i partiti scaldano i motori: scatta la fase due. Finora la prima linea della battaglia sono stati i comitati, a cui i partiti hanno fornito sostegno accademico. Ma se il voto sarà il 22 marzo bisognerà correre. La legge prevede che 45 giorni prima, giovedì 5 febbraio, scatti la par condicio. Ma la commissione di Vigilanza Rai è bloccata da oltre un anno. Se ne discuterà in settimana negli uffici di presidenza di Camera e Senato. Intanto ciascuna forza politica avvia la propria campagna. Questione spinosa restano i fondi. C’è malumore in FdI, dove ciascun parlamentare ha aderito alla proposta del Comitato Sì Riforma di contribuire alla campagna. L’hanno fatto anche in Noi moderati- Maie. Ma in Forza Italia no. E così, nel partito di Meloni, c’è chi si sorprende: “La separazione delle carriere non è sempre stata la loro battaglia?”. Il capogruppo Paolo Barelli minimizza: “Siamo tutti concentrati nella campagna. Non c’è nessuna iniziativa formale. È positiva la nascita spontanea di tanti comitati. Vediamo”. Ma è fuori dal Parlamento che infuriano le polemiche più aspre sui finanziamenti. I fautori del Si puntano l’indice contro l’Anmche ha finanziato la campagna del Comitato GiustodireNo nelle grandi Stazioni, sotto Natale. “Sarà costata almeno 700 mila euro, noi non possiamo permettercela”, ripetono. Dall’Anm smentiscono costi così alti. E assicurano che al comitato sono stati trasferiti 200 mila euro, non ancora spesi del tutto. A settembre, la delibera del comitato direttivo centrale ne aveva autorizzati 500 mila. La giunta, mercoledì scorso, ha disposto di disinvestire gli altri 300 mila. Altri stanziamenti, per ora, non sono stati autorizzati. Se necessari, saranno valutati nelle prossime riunioni. Si attende l’esito delle donazioni sul sito. Per ora qualche decina di migliaia di euro. Alle accuse di finanziare la campagna con i fondi di tutti i magistrati soci, magari con opinioni diverse sulla riforma, dall’Anm replicano: la delibera è passata alla quasi unanimità, chi non era d’accordo poteva impugnarla. Al momento non è stato fatto. Dai comitati per il No invece si invita a guardare ai “lauti finanziamenti pubblici della fondazione Einaudi che ha dato vita al comitato SiSepara”. Giuseppe Benedetto presidente della Fondazione si indigna: “Questo comitato ha quattro spicci. I finanziamenti della Fondazione vengono da bandi pubblici. Non ci possono finanziare la campagna per il referendum, sarebbe distrazione di fondi pubblici. Ma, come dice il proverbio, “Il gatto della credenza, quello che fa pensa”. Referendum giustizia, quali sono le ragioni del sì e del no di Beatrice Calò policymakermag.it, 12 gennaio 2026 La riforma della giustizia voluta dal ministro Nordio entra nella fase decisiva. Ecco cosa cambia e le ragioni del sì e del no. Il referendum sulla giustizia si avvicina. Sul sito del ministero della giustizia ha già totalizzato 300.000 firme su 500.000. Proprio per questo, alla conferenza di fine anno di venerdì scorso, la premier Giorgia meloni ha confermato che molto probabilmente si andrà alle urne il 22 e 23 marzo 2026 se si raggiunge il quorum entro il 30 gennaio. La riforma prevede la modifica degli articoli 87, 102, 104, 105, 106 e 107 della Costituzione. Attualmente magistrati e pubblici ministeri fanno parte di un unico CSM che include entrambe le carriere e gestisce incarichi e provvedimenti disciplinari con un direttorio interno eletto tra gli iscritti all’ordine. L’esame per diventare pm o magistrato è unico. La “fluidità”, ovvero il passaggio da una carriera all’altra, è concesso una sola volta nella vita e riguarda circa 50 persone l’anno. Con la riforma chi nasce giudice non può morire pm e viceversa. Attualmente l’elezione dei membri del Csm avviene integralmente per opera dei membri del consiglio stesso. Con la riforma, invece, la scelta avverrebbe in parte per elezione a sorteggio. Inoltre, vengono creati due CSM distinti, uno per i magistrati e uno per i pm. Sopra di loro viene istituito un nuovo organo, la Corte Disciplinare, che si occupa dei procedimenti disciplinari che riguardano sia i giudici che i pubblici ministeri. A capo di questi organi ci sarebbe il presidente della repubblica (da qui l’ammenda all’articolo 87). Il fronte del “sì” è trainato principalmente dal governo e dai partiti di centro-destra che lo sostengono ma è trasversale. Il PD ufficialmente è contrario, ma nella sinistra esiste un dibattito interno, con qualche voce che riconosce che la separazione delle carriere era un principio caro anche a esponenti progressisti in passato. Italia Viva si è astenuta su alcuni voti parlamentari ma è favorevole in linea di principio alla separazione delle carriere tra giudici e pm. L’obiettivo dichiarato della riforma è rafforzare imparzialità, neutralità e trasparenza dell’ordinamento giudiziario. I fautori del sì sostengono che la separazione delle carriere tra PM e giudice possa aumentare la neutralità della Giustizia e ridurre i conflitti d’interesse. Inoltre, l’introduzione del sorteggio per parte dei membri nei Consigli Superiori della Magistratura limiterebbe le dinamiche di potere interne legate alle correnti e la politicizzazione della magistratura, secondo i fautori della modifica costituzionale. I sostenitori del no alla riforma della giustizia spaziano dall’Anm ai giuristi cattolici a gruppi di civili, passando per Marco Travaglio fino al Nobel per la fisica Giorgio Parisi. Il fronte del no sostiene che la riforma sarà inutile e dispendiosa, poiché non porterebbe alcun miglioramento in termini di accelerazione di processi e non risolverebbe i problemi del sovraffollamento delle carceri della divisione delle carriere e della vetustà della macchina giudiziaria. Inoltre, secondo gli oppositori, la modifica costituzionale interesserebbe una manciata di persone protagoniste del cambio di carriera e non escluderebbe il rischio di conflitto d’interesse. Al contrario, i fautori del no sottolineano il timore che la divisione del Csm in due organi risponda a una sorta di strategia “dividi et impera” volta ad indebolire in particolar modo i pubblici ministeri e renderli soggetti a pressioni politiche, asservendo la magistratura alla politica. Infatti, il sistema attuale è volto a bilanciare i poteri e a tenere la giustizia spuria da ingerenze del governo. Giustizialisti o garantisti, l’eterno dilemma a sinistra di Mario Ajello Il Messaggero, 12 gennaio 2026 Oggi a Firenze l’iniziativa dei favorevoli alla separazione delle carriere vicini al mondo dem: da Barbera (ex presidente della Consulta) a Petruccioli e Salvi. Serviva il referendum sulla legge Nordio per portare clamorosamente in scena una questione - chiamiamolo pure un derby non concluso - che anima e dilania la sinistra italiana soprattutto dai primi anni 90 del secolo scorso con la vicenda di Mani Pulite: avere un’identità giustizialista, o almeno di fiancheggiamento o addirittura di compenetrazione con il potere togato, oppure dispiegare sull’onda di padri nobili del socialismo come Giuliano Vassalli, per non dire di Gerardo Chiaromonte e di altri riformisti, una cultura delle regole e delle garanzie che nasce dall’idea che lo Stato vada limitato quando punisce? In maniera semplificata, la kermesse della sinistra del No dell’altroieri a Roma e la kermesse della sinistra del Sì oggi a Firenze sono la semplificazione, perfino ruvida, di questa storia. Nella Palazzina Reale di Santa Maria Novella, la sfida del Sì nient’affatto di destra, e in fase di crescita tanto che sta preoccupando certo mondo Pd, personaggi in gran parte riferibili al mondo democrat - ci sarà anche Pina Picierno in collegamento dalla Lituania dove è in viaggio come vicepresidente del Parlamento europeo - e figure influenti come Augusto Barbera, presidente emerito della Corte Costituzionale ma anche esponente del Pds e dei suoi derivati fino al 2015, i giuristi Stefano Ceccanti e Carlo Fusaro, Enrico Morando (che è stato viceministro dell’economia nei governo Renzi e Gentiloni), Michele Salvati, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Claudia Mancina, Tommaso Nannicini, Paola Concia, Enzo Bianco ex ministro dell’Interno per la Margherita, la renziana Raffaella Paita (Renzi? Dirà solo sette giorni prima del voto se è con il Sì o con il No, ma i suoi sono Sì). E ancora: Stefano Esposito, ex senatore Pd e vittima innocente di un calvario giudiziario così come Mario Oliverio, ex presidente della Calabria e una vita nel Pci e nei suoi derivati. Il populismo - Da qui alla vigilia della consultazione referendaria, insomma, la doppia identità della sinistra italiana si metterà in scena, e l’epicentro di questa dicotomia è la tradizione che viene dal Pci, per poi farsi Pds - il partito che cavalcò l’azione del pool di Milano e tra i lanciatori delle monetine anti-craxiane dell’Hotel Rafael non c’erano solo passanti inferociti e gente di destra ma anche militanti di sinistra pionieri del populismo anti-casta che sarebbe diventato grillino - e Ds e infine Pd. Si scatenò l’inferno quando poi la Bicamerale nel ‘97 presieduta da D’Alema, uno dei primi a cogliere il rischio di una giurisdizione che sconfina nella politica (dure le sue parole contro il “soviet di Milano”), e animata da figure come Salvi e Boato, non di sinistra ma di più, elaborò la bozza sulla separazione delle carriere dei magistrati e dei giudici, sulla riforma del Csm e perfino sulla revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale. “La Bicamerale è figlia del ricatto”, disse il giudice Gherardo Colombo, oggi naturalmente uno degli idoli politicamente correttissimi del fronte del No. A lungo le catene del giustizialismo di sinistra hanno bloccato i tentativi di emancipazione (tra cui il famoso Patto del Nazareno) in quella parte politico-culturale. La quale avrebbe il garantismo nel proprio Dna perché è nata a sinistra l’idea che lo Stato vada limitato quando punisce. Ma specialmente al tempo di Berlusconi, gli avversari hanno abbandonato questo principio in nome della convenienza elettorale e di un moralismo - Benedetto Croce docet - che andrebbe espunto, al contrario del senso dell’etica, dal gioco della politica. Il No di sinistra considera ai limiti o anche oltre i limiti del piduismo la legge sulla giustizia - occhio a Landini che dice Sì a Maduro perché “il Venezuela era uno stato democratico” e no a Nordio perché considera il suo provvedimento un “pericolo per la democrazia” - mentre il Sì di sinistra vede la norma sulla separazione delle carriere non un attacco alla democrazia ma il completamento della riforma Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, del 1989 che trasformò il processo penale caratterizzandolo come ambito regolato da limiti stringenti, da presunzione di innocenza, da equilibrio tra poteri. C’è da chiedersi a questo punto quale delle due sinistre vincerà nelle urne referendarie, ma per la risposta c’è da aspettare la fine di marzo. Se questa è Giustizia. Il formidabile j’accuse di un ex magistrato di Claudio Cerasa Il Foglio, 12 gennaio 2026 Guido Salvini è un vecchio e rispettato magistrato italiano. Ha lavorato una vita al tribunale di Milano e qualche giorno fa ha dato alle stampe un libro clamoroso in cui, con uno stile pacato, severo e duro, ha messo insieme un poderoso atto d’accusa contro la stessa magistratura di cui ha fatto parte per una vita. Guido Salvini (“Il tiro al piccione”, casa editrice Pendragon) definisce il correntismo una patologia strutturale del mondo della magistratura. Accusa alcune procure e anche il Csm di aver costruito un sistema di potere difensivo a uso politico. Attacca a testa bassa il giornalismo giudiziario al servizio dei magistrati. Definisce il giustizialismo una degenerazione democratica di uno stato di diritto e difende senza timore il sorteggio dei magistrati, al Csm, e la separazione delle carriere, definendoli unici rimedi realistici in grado di dare al mondo della magistratura la possibilità di scrollarsi di dosso uno status quo tossico, pericoloso e a volte persino eversivo. Guido Salvini, che durante la sua carriera non ha mai fatto parte di nessuna corrente della magistratura, cosa che sostiene di aver pagato a caro prezzo, dice che le correnti sono la principale causa della perdita di credibilità della magistratura: si presentano come portatrici di interessi generali, dice Salvini, ma alla fine difendono spesso solo interessi di gruppo, soffocando l’autonomia del singolo magistrato e creando un sistema all’interno del quale le capacità individuali “non contano nulla” se non sono sponsorizzate. E’ per questo che Salvini ricorda come già oggi i giudici vengano sorteggiati per il Tribunale dei ministri, e se giudici sorteggiati possono giudicare i ministri non si capisce perché non possano sedere al Csm: “Chi si oppone a un sorteggio, anche temperato, intende semplicemente assicurare il mantenimento delle linee di politica giudiziaria più ortodosse”. E anche la proposta di istituire un’Alta corte competente per i giudizi disciplinari, sganciata dal Csm, non presenta vere obiezioni, dice Salvini, “se non quella, non esplicitabile, di voler tenere stretto il proprio potere”. Salvini dice esplicitamente che l’Anm agisce come “partito politico”, accusa i suoi colleghi di dedicare troppo tempo a manovre correntizie e autopromozionali invece che al lavoro quotidiano, ricorda che la tirannia delle correnti ha allontanato dall’obiettivo del magistrato la cura del lavoro ordinario e sostiene di aver visto in troppe occasioni, durante la sua carriera, una parte della procura di Milano usare il potere investigativo in modo opaco e difensivo verso sé stessa. Salvini ha il coraggio di non restare sulla superficie ma trova la forza di riconoscere quando la degenerazione della magistratura ha cominciato a prendere corpo: con Mani Pulite. “La corruzione c’era e in qualche modo andava fermata. Tuttavia l’azione di pulizia poteva contenersi, senza esondare, in modo da poter consentire una operazione di autoriforma dei partiti, anziché distruggerli dalle fondamenta”, e in modo da non aiutare la stessa sinistra a inseguire il suo sogno: imporre “un socialismo per via giudiziaria”. Dopo Mani Pulite, dice Salvini, la professione diventa corporazione, le correnti occupano di tutto, anche il più piccolo incarico, l’io personale dei magistrati si dilata, si riproduce un’oligarchia di poche centinaia di magistrati in preda spesso a una violenta hybris. La degenerazione del sistema correntizio ha portato anche a un abbassamento del livello della magistratura e a un innalzamento della presenza di magistrati ossessionati, desiderosi di trovare un modo in più per fare notizia che per fare giustizia. Salvini ricorda il caso del processo Eni, a Milano, quando un magistrato “ha portato a nascondere in un cassetto, anche in modo abbastanza maldestro, le prove a favore degli accusati e alla fine, temendo il peggio, a inviare a Brescia, per diffonderle, dichiarazioni false che servivano a calunniare il presidente del collegio giudicante”. Ricorda l’incredibile imbroglio della Trattativa stato-mafia, un processo che “si è disintegrato, anche se con quindici anni di ritardo e con incalcolabili danni pubblici e privati” e all’interno del quale “se qualcosa vi fu, si è trattato di minacce da parte dei boss della mafia contro lo stato e non collusioni da parte dello stato e questo è stato pienamente riconosciuto dalla sentenza della Cassazione”. Salvini, con un tono sconsolato, ma desideroso di far aprire gli occhi a chi è ancora in tempo per ribellarsi alla cappa generata dalla dittatura delle correnti, ricorda poi che quello che troppi magistrati fingono di non vedere è il rapporto malato che alcuni pubblici ministeri hanno con i giornalisti. Salvini considera l’esasperazione del processo mediatico come uno dei più grandi moltiplicatori della barbarie giudiziaria in cui spesso si trova l’Italia. Ricorda che “la cronaca giudiziaria non è la pagina di arredamento o di giardinaggio, perché sa uccidere e, anche se i caratteri non sono più di piombo ma digitali, quando vuole riesce a farlo”. In uno stato di diritto, dice Salvini, il male non è solo il cerchio disegnato con il gesso intorno ai proiettili sull’asfalto o, peggio, i pupazzi proiettati in aria da una bomba, ma “quello che sta in molte storie che ho raccontato”. Il male, a volte, in uno stato di diritto, può essere anche un articolo. Per separare le carriere tra giudici e pm, sembra voler dire Salvini, bisognerà aspettare il referendum. Per provare a separare le carriere tra magistrati e giornalisti, forse, servirebbe un po’ di buon senso. E leggere il libro di Salvini può dare un aiuto a trovarlo, anche a chi lo ha smarrito da tempo. Giustizia, la spinta del Pnrr non basta per accelerare i tempi: arrancano i tribunali di Silvia Madiotto Corriere del Veneto, 12 gennaio 2026 Nonostante le risorse straordinarie, restano lontani gli obiettivi fissati sulla riduzione dei tempi per i processi. Non bastano nemmeno gli addetti di supporto arrivati grazie al Pnrr per smaltire gli arretrati e accelerare i tempi della giustizia nei tribunali. Nonostante gli ingressi di quasi diecimila operatori, decine di persone nelle diverse sedi territoriali fra amministrativi all’ufficio del processo e magistrati aggiuntivi (anche da remoto), i procedimenti civili stanno iniziando ad arrancare e, nel settore penale, le criticità sono già emerse. La giustizia non riesce a colmare carenze datate di cancellieri e magistrati e così i paletti messi dal Pnrr per portare l’Italia al livello degli altri Paesi europei rischiano di non essere rispettati: è previsto che il tempo dei procedimenti venga ridotto del 40%, al momento è solo di circa il 20% (è il parametro del disposition time). I numeri - La fotografia è nei numeri ufficiali. Gli ultimi dati del ministero della Giustizia evidenziano che, in particolare, il tribunale di Venezia è in grande sofferenza: invece di diminuire, i procedimenti pendenti per esecuzioni e procedure concorsuali sono aumentati fra il 2022 e il 2025, il contenzioso ordinario è praticamente triplicato, e nel settore penale i pendenti sono aumentati di quasi settemila fra il 2021 e il 2025. Nelle altre province venete la situazione è più gestibile, in alcune sedi l’arretrato è stato in parte snellito, ma potrebbe non essere così ancora a lungo: gli operatori in più arrivati con il Pnrr il 30 giugno termineranno il loro servizio. E si tornerà allo stato precedente. Nel penale - Per quanto riguarda le procedure concorsuali, il tribunale di Vicenza non è riuscito a definire tutti i procedimenti avviati né l’anno scorso, né nei primi sei mesi del 2025. Per i contenziosi ordinari del civile, Padova e Verona sono stati in “rosso” nel 2024 (significa che rispetto alle procedure in entrata, ne vengono smaltite di meno e si va quindi in accumulo), Belluno e Vicenza sono registrati in “rosso” nel 2024 e a inizio 2025, Venezia per tre anni di seguito. Il settore che desta più preoccupazione è il penale: nel 2023 l’unico tribunale “carente” è stato Treviso, che poi però ha recuperato; nel 2024 i tribunali in sofferenza sono stati quattro, Padova, Venezia, Verona e Vicenza; nel primo semestre 2025 i nodi irrisolti sono cinque a Belluno, Padova, Rovigo, Venezia e Vicenza. I procedimenti penali, infatti, sono più lenti e non perfettamente scandagliati come quelli civili. Per esempio, tornando a Vicenza, i due maxi processi Miteni e Banca Popolare di Vicenza hanno aggravato la situazione già carente. E così anche il “semaforo verde” del civile, finita la sbornia da Pnrr con fondi e personale all’ufficio del processo, rischia di tornare in rosso accumulando ritardi e arretrati: così, sarà molto difficile mantenere le promesse fatte all’Europa. Per raggiungere gli obiettivi del Pnrr servono ancora sforzi. Riflette Alessandro Moscatelli, presidente dell’Ordine degli avvocati di Vicenza: “Gli addetti all’ufficio del processo hanno oggettivamente aiutato il regolare svolgimento dell’attività dei tribunali in questi ultimi anni. È necessario che rimangano all’interno dei tribunali, magari definendo meglio le loro funzioni. Le conseguenze di una mancata conferma a giugno per un ufficio come quello di Vicenza, che già versa in una situazione critica in ordine agli organici, sarebbero deleterie”. Le stabilizzazioni, pur necessarie, saranno un “pannicello caldo” secondo Tommaso Bortoluzzi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Venezia: “Non sono figure di cancelleria e non possono svolgere funzioni giudicanti. Per capire le sofferenze del tribunale di Venezia dobbiamo ricordare la competenza distrettuale per l’immigrazione e le cittadinanze che drenano forze e risorse. C’è il rischio che Venezia non rimanga nei parametri: bisogna coprire presto le piante organiche con personale esperto e formato. Per una riforma vera della giustizia occorre aprire il borsellino e mettere dei soldi sul comparto”. Commenta Caterina Santinello, presidente del tribunale di Padova: “Quando terminerà il servizio del personale arrivato con il Pnrr, aumenterà una sofferenza già presente. Sicuramente questi addetti sono stati essenziali fino ad ora, ma ancora non sappiamo niente delle stabilizzazioni che abbiamo richiesto. E ho già l’impressione che, chi verrà stabilizzato, non sarà a sostegno della magistratura, dove abbiamo bisogno, ma verrà incamerato nelle cancellerie per mansioni ordinarie e torneremo alla carenza di prima. A Padova ci sono quattro giudici in meno: è da questo che bisogna iniziare, dalle piante organiche ordinarie. Ma per rispettare i parametri dell’Europa abbiamo bisogno di organici pieni e proporzionati ai carichi”. In commissione giustizia - Della situazione si sta occupando in commissione giustizia anche Erika Stefani, senatrice leghista e avvocata vicentina: “Siamo partiti da una base molto importante di carenza di organici e, nonostante l’apporto del personale aggiuntivo del Pnrr ci sono alcuni organi, come le corti d’appello, con una sofferenza molto difficile. Entro i primi tre mesi del 2026 entreranno in servizio circa 2.500 assistenti giudiziari e 400 funzionari Unep, figure extra Pnrr, e cento dirigenti di seconda fascia entro metà 2026. Oltre a questo, verrà stabilizzato un numero di addetti dell’ufficio del processo fra le 3 mila e le 6 mila unità. Per gli organici della magistratura ci sono molti concorsi aperti. L’obiettivo del governo è affrontare una prima sistemazione degli organici ascoltando i territori”. Pd all’attacco sulla sicurezza: “Più risorse, no a nuovi reati” di Gabriella Cerami La Repubblica, 12 gennaio 2026 Nei giorni in cui la maggioranza studia un nuovo provvedimento sulla sicurezza e litiga su chi deve intestarselo, la doppia aggressione avvenuta alla stazione Termini mette in allarme le opposizioni che chiedono, ancora una volta, più fondi da destinare alle forze dell’ordine. Sotto accusa finiscono gli ultimi provvedimenti del governo, tra cui quello sui centri migranti in Albania. La segretaria del Pd Elly Schlein attacca: “Il governo cerca di scaricare le sue responsabilità su giudici e sindaci, ma la responsabilità sulla sicurezza è del governo, e quando chiediamo dove sono le risorse per assumere più forze di polizia rispondono che ci sono molti agenti impegnati a badare a delle prigioni vuote in Albania”. E la responsabile Giustizia del Nazareno Debora Serracchiani sottolinea che “non servono nuovi reati”, già inseriti nel primo decreto sicurezza, “o fare la voce grossa, servono più uomini e donne delle forze dell’ordine e risorse da dare ai Comuni”. Anche per Raffaella Paita, capogruppo di Iv al Senato, “la strategia del governo sulla sicurezza non funziona, l’Italia è un paese insicuro e le stazioni ferroviarie terra di nessuno”. Il presidente M5S Giuseppe Conte punta il dito contro gli impegni non mantenuti: “C’è chi attende che le promesse su maggiore sicurezza fatte per anni vengano attuate”. E il segretario di +Europa Riccardo Magi sostiene che “la destra ha fallito proprio su ciò che dovrebbe rappresentare il suo core business. Abbiamo invece finora assistito solo a misure spot come il decreto sicurezza, che ha persino introdotto l’aggravante per i reati commessi nelle stazioni. E ora si prepara a un decreto sicurezza bis, che esattamente come il primo sarà esclusivamente un insieme di misure per la propaganda meloniana”. E considerato che, secondo il partito di Matteo Salvini, Fratelli d’Italia starebbe provando a intestarsi la crociata securitaria, ecco che il leader leghista sui social rilancia e si prepara al vertice di mercoledì sulla sicurezza dei dipartimenti del Carroccio, guidati da Armando Siri e al quale dovrebbe partecipare lo stesso vicepremier che intanto elenca la sua agenda: “Mani libere alle forze dell’ordine. Remigrazione, pugno di ferro e tolleranza zero”. Ai partiti di opposizione risponde il deputato meloniano Federico Mollicone: “Il governo e Fratelli d’Italia hanno messo il ripristino della legalità al centro dell’agenda nazionale con provvedimenti concreti”. E il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, chiede di “incrementare le spese per la difesa interna” perché non serve invocare “più militari o più forze di polizia, ma dobbiamo avere più organici del popolo in divisa”. Tema che dovrebbe rientrare nel prossimo provvedimento sui cui però si registrano distanze. Il Sottosegretario Molteni: “Nelle città servono altri soldati, sì alla remigrazione” di Lorenzo De Cicco La Repubblica, 12 gennaio 2026 Il sottosegretario leghista al Viminale: “Tutela processuale per le forze dell’ordine e guardie giurate per gli sfratti. Allargare le maglie della legittima difesa, anche per i privati cittadini. Dare il cosiddetto scudo penale agli agenti. Aumentare i soldati di “Strade sicure”, nonostante la contrarietà di Guido Crosetto. E una proposta di legge sulla remigrazione. Il sottosegretario Nicola Molteni, braccio operativo di Matteo Salvini al Viminale, illustra il pacchetto sicurezza su cui il Carroccio venderà cara la pelle. “Si può fare di più”, dice a Repubblica. Sottosegretario, perché come Lega chiedete di alzare il livello? Cosa non ha funzionato fin qui? “Sicurezza è libertà, al contrario di quanto dice la sinistra. Questo governo ha fatto tanto e bene, le assunzioni sono il doppio del passato, 4mila case sgomberate in tre anni, +20% di rimpatri. Ma si può fare di più. Abbiamo sempre detto che il primo decreto sicurezza era un punto di partenza, non di arrivo. Ora serve un nuovo decreto o ddl, è la priorità. E bisogna aumentare le forze di polizia e militari nelle città e nelle stazioni”. Crosetto è contrario ad aumentare i soldati di “Strade sicure”, anzi vuole ridurli... “Questa è una misura voluta nel 2008 da Berlusconi, La Russa e Maroni. È un provvedimento di destra e va difeso: la Lega non accetterà mai un ridimensionamento, il nostro elettorato non lo capirebbe”. Parlando delle ultime aggressioni di Termini, Salvini dice: “Sono troppe”. Pensa che con il vostro leader al Viminale le cose sarebbero andate meglio? “Salvini al Viminale è stato il miglior ministro degli ultimi vent’anni. I dati dicono che i reati quest’anno sono diminuiti. Però gli ultimi fatti sono gravissimi, motivo per cui si deve alzare la soglia di attenzione”. Che significa dare “mani libere” alle forze dell’ordine, come dice il suo segretario? “Significa che nel nuovo decreto vogliamo la tutela processuale per gli agenti, vale a dire il superamento dell’iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto per chi usa la forza nell’esercizio delle sue funzioni. Questo automatismo deve saltare anche per il privato cittadino che agisce per legittima difesa”. Sulla remigrazione, proposta in Germania cara all’Afd, fate sul serio? O è solo uno slogan? “Una proposta ci sarà. Va fatto tutto quello che serve per allontanare chi è pericoloso e non ha titolo per stare qui. La remigrazione è una declinazione di questa strategia. I rimpatri, come dicevo, sono già aumentati e cresceranno ancora l’anno prossimo”. Il meloniano Malan vi punzecchia: non bisogna fare a gara per intestarsi le misure sulla sicurezza. Come rispondete? “Che la Lega rivendica le proposte che ha fatto. La norma sulla tutela legale l’abbiamo fatta noi, così come le modifiche alla Cartabia sui borseggi e tante altre. Noi diciamo semplicemente che sono proposte nostre e siamo felici di condividerle”. Che ci sarà nel decreto? E i tempi quali sono? “Brevi. Ho apprezzato quanto detto da Meloni in conferenza stampa. Bisogna affrontare le baby gang, vietare i coltelli per i minori, con sanzioni per i genitori che non vigilano e misure accessorie per i minorenni, come la revoca o lo stop alla richiesta di patente. Poi bisogna stringere le maglie sui ricongiungimenti familiari e anche sui minori non accompagnati, puntando sui rimpatri se i genitori sono all’estero in zone sicure”. I soldati non sono l’unica spina. FdI è gelida sulla vostra idea di spedire le guardie giurate ad eseguire gli sfratti... “Finirà tutto sul tavolo di trattativa. Noi nel primo decreto sicurezza abbiamo introdotto lo sgombero entro 24 ore per la prima casa. Oggi chiediamo che venga estesa a tutte le case. Non molliamo”. Umbria. “Chiederemo garanzie per il carcere”: denunce unanimi dalle forze politiche di Davide Pompei Corriere dell’Umbria, 12 gennaio 2026 “Abbiamo riscontrato una situazione purtroppo diffusa anche in Umbria: sovraffollamento con celle che non hanno i requisiti minimi per garantire spazio e vivibilità e mancanza di personale di polizia penitenziaria. Il sovraffollamento è al 130%, gli agenti che mancano sono quasi la metà. Occorre intervenire subito”. Così il senatore Walter Verini, in visita, ieri pomeriggio, alla casa di reclusione di via Roma, dopo i disordini dei giorni scorsi che hanno richiesto al personale di polizia penitenziaria ore di mediazione, contenimento e gestione dell’emergenza, con richiamo di unità libere dal servizio, prolungamento dei turni, ricorso allo straordinario e ripristino dell’ordine - ammonterebbero a non meno di 50 mila euro, secondo le stime, i danneggiamenti in infermeria - fino alle prime ore del giorno successivo. All’uscita dalla struttura di via Roma, Verini ha annunciato che chiederà al Dap, al Ministro di Giustizia e al nuovo Provveditorato di intervenire, garantire che coloro che stanno male, i tossicodipendenti, possano andare in comunità; garantire che, chi può, possa usufruire al più presto possibile di benefici per uscire; e garantire la dotazione di agenti di polizia penitenziaria. Infine vogliamo che vengano rafforzate anche le prestazioni sanitarie: alle 20 qui non c’è più né un medico né un infermiere. Non è possibile che si continui così. Per questo la nostra visita è un segnale di attenzione, ma da qui prenderemo delle iniziative concrete. Per il Pd erano presenti al sopralluogo anche la capogruppo Cristina Croce, il consigliere Federico Giovannini e il segretario Paolo Maurizio Talanti. Per Croce “con la presenza di Verini abbiamo potuto prendere in considerazione due livelli: uno riguarda appunto le criticità, l’altro, ricordare che il carcere di Orvieto è sempre stato un punto di riferimento per quanto riguarda l’inserimento dei detenuti nel contesto sociale. Un percorso che va proseguito”. La visita del Pd conferma un’attenzione politica davvero trasversale. Dopo Fratelli d’Italia, infatti, anche la Lega Orvieto ha espresso vicinanza agli uomini e alle donne in servizio che, nei due episodi denunciati dal Sappe, hanno dimostrato professionalità, equilibrio e senso del dovere operando in condizioni particolarmente complesse. “Il lavoro svolto quotidianamente dal personale penitenziario - afferma l’assessore Gianluca Luciani, in qualità di segretario della Lega Orvieto - rappresenta un presidio fondamentale di legalità e sicurezza dello Stato e merita rispetto, attenzione e sostegno istituzionale. Situazioni di emergenza come quelle verificatesi evidenziano quanto sia delicato e impegnativo il servizio svolto all’interno degli istituti di pena e quanto sia necessario continuare ad investire sul rafforzamento degli organici e sull’organizzazione del sistema penitenziario. Il Governo nazionale ha avviato un percorso di attenzione concreta verso il comparto della polizia penitenziaria, consapevole che le criticità attuali sono il risultato di problemi strutturali stratificatisi nel corso di molti anni. Un percorso che richiede tempo, ascolto e collaborazione tra tutti i livelli istituzionali”. “Come Lega Orvieto - aggiunge Luciani - intendiamo svolgere un ruolo attivo e costruttivo, portando la situazione del carcere di Orvieto all’attenzione del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria, che oggi può nuovamente contare su una sede in Umbria, proprio grazie all’impegno della Lega. Fondamentale aprire un confronto con l’obiettivo comune di migliorare le condizioni di lavoro degli operatori e garantire sicurezza ed efficienza all’interno degli istituti penitenziari”. “La situazione di quello di Orvieto - commenta, intanto, la direttrice Annunziata Passannante - effettivamente è critica. Una criticità dovuta anche alle malattie di lungo corso di una serie di unità di personale a disposizione degli organi competenti, nonché a malattie temporanee che hanno messo e mettono in ginocchio la struttura. Gli organi superiori sono stati investiti e vengono mensilmente informati della situazione così come della necessità della presenza costante del comandante di reparto”. “Quando la situazione di un istituto è così delicata - replica la segreteria generale del Sappe - non basta indicare le assenze del personale come concausa. Serve, soprattutto, un piano organizzativo credibile che garantisca la copertura dei turni, ridurre lo stress operativo e prevenire nuovi eventi critici. La discussione deve stare su organici, carichi di servizio, presenza della catena di comando, dotazioni e procedure. La continuità dell’azione dirigenziale in termini di presenza, coordinamento e vicinanza al personale assume un rilievo centrale ai fini della prevenzione e della gestione delle emergenze”. Umbria. “Manca lo Spazio Giallo, la visita di genitori detenuti è un trauma per i bambini” di Maurizio Troccoli umbria24.it, 12 gennaio 2026 Esiste invece in molte altre Regioni. Lo chiede il Terzo Settore. I controlli di sicurezza all’ingresso dei penitenziari sono identici per tutti, ma per i bambini che accompagnano un genitore detenuto rappresentano spesso il primo impatto con un ambiente percepito come rigido e poco accogliente. A livello nazionale, l’associazione Bambini senza sbarre ha evidenziato quanto questo momento possa essere delicato e come sia importante offrire spazi di supporto che accompagnino i minori prima e dopo l’incontro con il genitore ristretto. In varie regioni italiane sono stati allestiti luoghi come lo “Spazio Giallo”, pensati per accogliere i bambini e offrire un sostegno psicologico adeguato prima e dopo i colloqui. Ma qual è la situazione in Umbria? A livello nazionale, Bambini senza sbarre stima che siano circa 100 mila i minori che annualmente incontrano un genitore in carcere, corrispondenti a poco meno di 28 mila detenuti genitori su oltre 63 mila complessivi. Il peso di questa realtà è significativo: quasi la metà degli uomini detenuti ha almeno un figlio, mentre nelle donne la percentuale sale al 60?65 per cento, evidenziando come la genitorialità sia una dimensione strutturale dell’esperienza carceraria. In Umbria non esiste, al momento, uno ‘Spazio Giallo’ come quello di San Vittore o alla Casa Gialla di Milano. Il “Sistema Spazio Giallo” oggi è attivo in molte regioni italiane, tra cui Lombardia, Piemonte, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Tuttavia, alcune pratiche di accoglienza dei minori in visita presso gli istituti umbri sono già in atto grazie alla sinergia tra servizi penitenziari, servizi socio?educativi regionali e associazioni del territorio. Nei colloqui per le visite, in particolare nelle giornate dedicate alle famiglie, viene garantita la presenza di spazi riservati e percorsi differenziati che consentono di minimizzare l’esposizione dei bambini alle aree di transito e controllo più severe. Le direzioni dei penitenziari umbro?ternani hanno inoltre avviato, negli ultimi anni, una collaborazione con i servizi territoriali dei dipartimenti di salute mentale e le unità di neuropsichiatria infantile delle Asl per garantire una continuità di tutela ai minori che vivono percorsi di fronteggiamento di ansia, paura o traumi legati alla condizione del genitore ristretto. Queste iniziative, seppure non uniformi su tutto il territorio regionale, sono state riconosciute anche nelle relazioni periodiche dei garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza. Nel 2014 è stata sottoscritta la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti tra il ministero della Giustizia, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre. Questo documento sancisce il diritto dei minori a mantenere un legame affettivo stabile con il genitore ristretto e riconosce anche il diritto alla genitorialità delle persone detenute. Tra le misure concrete previste vi sono la formazione specifica per il personale penitenziario, l’istituzione di spazi dedicati ai colloqui e la promozione di modalità di incontro compatibili con le esigenze dei figli. L’ultima versione della Carta risale al dicembre 2021 e in Umbria è oggetto di monitoraggio da parte del Garante regionale dell’infanzia, che segnala la necessità di un rinnovo e una specifica declinazione regionale del documento. Le esperienze di altre regioni, come lo Spazio Giallo a Milano o a San Vittore, mostrano quanto possano essere efficaci interventi mirati di “accoglienza leggera” e supporto psicologico nella riduzione dell’ansia dei bambini e nella promozione della continuità affettiva. In Umbria, l’idea di istituire spazi analoghi nelle strutture di Perugia e Terni è stata più volte discussa da associazioni del terzo settore e dalle istituzioni regionali, ma finora non è stata ancora formalmente attuata. Una delle proposte in via di valutazione riguarda la creazione di un’area protetta per i colloqui famigliari, allestita con personale formato per accogliere minori e caregiver, in un ambiente separato dalle aree di controllo. Questo modello potrebbe potenzialmente ridurre lo stress legato ai controlli e favorire la serenità del colloquio tra genitore e figlio. Forlì. “Celle piccole e buie”. Detenuti, ok la formazione di Valentina Paiano Il Resto del Carlino, 12 gennaio 2026 Gli osservatori di Antigone hanno rilevato problemi strutturali in carcere (alcuni dovuti all’alluvione) e monitorato le condizioni dei 149 reclusi. Dietro le mura della Rocca di Ravaldino, il carcere cittadino continua a essere un osservatorio sensibile sulle condizioni della detenzione. È da qui che parte l’ultima fotografia tracciata dall’associazione Antigone, organizzazione non profit che esamina il sistema penitenziario italiano e garantisce la tutela dei diritti dei detenuti, al termine di una recente visita di monitoraggio, confluita nei consueti report annuali. “Al momento dell’ispezione - scrivono gli osservatori - erano presenti 149 persone detenute, di cui 20 donne. L’istituto è strutturato quasi interamente in sezioni di media sicurezza a trattamento intensificato, con la sola eccezione di una sezione maschile a regime ordinario. Accanto a questa operano una sezione riservata ai detenuti condannati per reati sessuali (chiamata Oasi), una dedicata ai semiliberi (definita Orizzonti) e il reparto femminile”. A causa dei danni provocati dall’alluvione del maggio 2023 un’area della casa circondariale è chiusa per lavori di ristrutturazione. La riapertura è prevista nel corso del 2026. Restano però irrisolte alcune criticità strutturali: “Celle di dimensioni ridotte e poco luminose, docce comuni in condizioni precarie per la presenza di muffe, assenza di spazi di socialità ai piani, barriere architettoniche e ballatoi che limitano i movimenti all’interno delle sezioni. Problemi riscontrati anche nella sezione femminile e in quella Oasi”, sottolineano gli ispettori di Antigone. Sul versante opposto, il carcere conferma una forte vocazione trattamentale. “Sono numerosi i percorsi di formazione, le attività ricreative e i laboratori attivi, sostenuti anche dal contributo del volontariato locale. Il clima generale è disteso e collaborativo. Sono positive le occasioni d’incontro e le attività condivise tra uomini e donne”, così come la presenza di un servizio di assistenza sanitaria garantito 24 ore su 24 che, secondo i rilievi dell’associazione, è un elemento che distingue l’istituto nel contesto degli altri carceri della Romagna. Buono, infine, il dato relativo all’inserimento lavorativo: “Al momento della visita erano 19 le persone detenute impiegate alle dipendenze di datori di lavoro esterni”. Cuneo. Cerialdo, torture sui detenuti: oggi attesa la sentenza dei riti abbreviati di Carlotta Braghin targatocn.it, 12 gennaio 2026 Ad aver scelto il rito alternativo sono stati un ispettore e due agenti penitenziari, oltre al medico del carcere. La Procura ha chiesto la condanna per tutti. È attesa per questa mattina (lunedì 12 gennaio) la sentenza relativa alla prima tranche della maxi inchiesta che ha coinvolto il carcere di Cuneo, dove la Procura sostiene sarebbero avvenute violenze sui detenuti. Il pubblico ministero Mario Pesucci, titolare del fascicolo, nell’udienza del 15 dicembre scorso ha chiesto la condanna di tutti e quattro gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato: l’ispettore, il medico e due assistenti capo. Per chi ha invece deciso l’iter “classico”, il processo prenderà avvio nel gennaio prossimo. Il legale Alessandro Ferrero difende l’ispettore penitenziario, accusato anche di tortura e il medico dell’istituto, sospettato di aver “coperto” quella “spedizione punitiva” avvenuta in una notte del giugno 2023 al Padiglione Gesso. Nel pool difensivo, anche l’avvocata Susanna Battaglia, difensore dei due assistenti capo che avrebbero redatto una relazione di servizio falsa per favorire alcuni colleghi. La legale discuterà la sua arringa domani. Nel processo si sono costituiti parti civili i detenuti e il garante regionale dei detenuti, in carica all’epoca dei fatti, Bruno Mellano. Per quest’ultimo i legali Roberto Capra e Alberto Gorga hanno chiesto un risarcimento simbolico e una provvisionale da devolvere all carcere del Cerialdo: 5 mila euro per i casi di tortura e 2.500 euro per gli altri reati. Costituiti parte civile sono anche i tre detenuti di origine pakistana che, assieme ad altri due, sarebbero stati le vittime delle presunte violenze avvenute nel carcere di via Roncata tra il 2021 e il 2022. Assieme a loro, ci sono un quarto detenuto e il garante nazionale delle persone private della libertà personale Felice Maurizio D’Ettore. Come detto, i fatti oggetto dell’abbreviato riguardano una presunta spedizione punitiva avvenuta al Padiglione Gesso tra il 20 e il 21 giugno 2023. Il più grave fra gli episodi, sembrerebbe. Quel giorno, cinque agenti liberi dal servizio (per loro il procedimento prenderà avvio a gennaio) si sarebbero introdotti nella cella numero 417 della quarta sezione del Padiglione Gesso. Ad averli chiamati battendo sui blindi per segnalare che il compagno della cella accanto, la numero 416, aveva male a una gamba e per questo necessitava di essere portato in infermeria, erano stati i quattro detenuti della cella stessa. Entrati, dopo aver chiuso la porta e il blindo della 415, sarebbero iniziate le violenze. A questo punto, i quattro detenuti sarebbero stati picchiati dagli agenti anche con calci alla bocca. Ad averglielo ordinato sarebbe stato l’ispettore, arrivato poco dopo. Tutti, poi, sarebbero stati condotti in infermeria venendo trascinati di peso giù per le scale. Le violenze, però, non si sarebbero fermate qui: i quattro detenuti lungo il tragitto sarebbero stati colpiti con calci al volto e alle tempie, e pugni. Uno di loro avrebbe anche battuto la testa contro un muro. In attesa della visita medica, che poi non si sarebbe svolta, i detenuti avrebbero aspettato in una stanza dove sarebbero stati nuovamente picchiati. Nel frattempo, il loro compagno della 416 veniva visitato dal medico. In quel momento nell’ambulatorio sarebbe entrato l’ispettore con tre agenti: “Vuoi anche tu qualcosa? - avrebbe detto al detenuto, prima di colpirlo - Così stanotte dormi bene… ti do qualcosa io”. E qui sarebbe stato colpito alla testa da un collega. E, di nuovo, dopo averlo condotto nella stanza assieme agli altri detenuti, le botte sarebbero continuate fino a quando l’ispettore non avrebbe ordinato ai colleghi di smettere. Tutti e cinque i detenuti pakistani, furono poi collocati in isolamento, sostiene la Procura, “in stanze prive di finestre, materassi per tutti, cuscini, lenzuola e acqua in bagno”. Dopo aver ordinato di smettere di picchiarli, l’ispettore avrebbe anche detto al medico che nessuno aveva bisogno delle visite. Sarebbe stato proprio il sanitario a coprire le violenze di quella notte. Nel nullaosta (atto obbligatorio a fronte di una visita medica quando un detenuto deve essere collocato in isolamento) avrebbe attestato che i detenuti, oltre ad essere stati visitati, avrebbero potuto sostenere il regime di isolamento, in quanto in condizioni psicofisiche idonee. Da qui, l’accusa al medico di omissione di referto e il favoreggiamento. Assieme a lui, per “i fatti del Padiglione Gesso”, ad essere indagati ci sono gli agenti che hanno scelto il rito “classico” e l’ispettore che, con due assistenti capo, è sospettato anche di aver redatto il falso nella relazione di servizio destinata al comandante. Questi ultimi hanno optato per l’abbreviato. L’ispettore è anche accusato di calunnia perché, in quella relazione che la Procura ritiene essere falsa, avrebbe scritto che i cinque detenuti avrebbero posto resistenza. Firenze. Sollicciano, al via tavolo sul carcere: oggi il primo incontro met.provincia.fi.it, 12 gennaio 2026 Una rete tra istituzioni e realtà che operano all’interno del penitenziario. Un tavolo istituzionale permanente sul carcere di Sollicciano. Era stato annunciato dalla sindaca Funaro durante la presentazione del bilancio di previsione in Consiglio comunale, era una proposta contenuta nella relazione finale elaborata dalla commissione Politiche sociali del Consiglio comunale su questo tema e oggi con un primo incontro svoltosi alla casa circondariale ha di fatto preso il via. Un lavoro congiunto che parte dall’amministrazione, con l’assessorato al Welfare in prima linea, la commissione, il garante comunale dei detenuti che vuole poi allargarsi ad associazioni e soggetti attivi nel penitenziario, mettendo in rete tutte le realtà che operano nell’istituto penitenziario. Una collaborazione strutturale che punta a raggiungere obiettivi concreti e operativi, dare alcune prime risposte in un contesto sempre più difficile come quello che si vive all’interno del carcere fiorentino e impostare una sinergia duratura tra amministrazione e realtà qui attive: il primo tema, di cui si è discusso questa mattina, è quello relativo all’accompagnamento del detenuto al momento dell’uscita dal carcere, il lavoro da fare perché poi all’uscita e al ritorno nella comunità ci possano essere con sempre più facilità risorse e percorsi strutturati e formalizzati nonché una continuità assistenziale e una presa in carico dei servizi laddove necessario. Sarà un tavolo ad “assetto variabile”, ovvero che vedrà discutere via via soggetti diversi a seconda del tema da affrontare. Prossimo incontro già calendarizzato alla fine di febbraio. Ne hanno parlato oggi in una conferenza stampa l’assessore al Welfare Nicola Paulesu, il garante comunale dei detenuti Giancarlo Parissi, il presidente della commissione Politiche sociali Edoardo Amato. “Quello di oggi è stato un primo incontro che raccoglie gli esiti del lavoro svolto nei mesi passati insieme al Consiglio comunale e alla commissione Politiche sociali e attua anche un auto emendamento al bilancio di previsione. - ha detto l’assessore Paulesu - È estremamente importante parlare di carcere non solo per denunciare, come facciamo e come faremo, le criticità enormi che riguardano il penitenziario, ma anche per creare le condizioni di ‘maggior benessere possibile’ delle varie componenti umane e professionali coinvolte, detenuti, il corpo di polizia penitenziaria, gli educatori, tutti i lavoratori, dal personale sanitario a quello amministrativo, operatori e insegnanti della scuola e gli operatori volontari e professionali del terzo settore, che sappiamo bene vivono in una situazione quotidiana di difficoltà. Oggi abbiamo dato il via a questo tavolo, un progetto costruito insieme alla direzione di Sollicciano, è stato un momento di confronto tra i responsabili dei servizi sociali e dei servizi interni al carcere. È l’avvio di un percorso formale che avrà continuità nel tempo, il prossimo incontro sarà alla fine di febbraio. Il primo aspetto su cui intendiamo agire è il percorso di emancipazione del detenuto, creare le condizioni per un percorso di accoglienza, inclusione e rispetto dei bisogni”. “Le condizioni di vita di Sollicciano non rispettano i principi di umanità e rieducazione. - ha concluso Paulesu - Per questo continuiamo a dire che dovrebbe essere abbattuto e ricostruito. Ed è un dato di fatto, la qualità dei percorsi e dei progetti dipende anche dalla qualità dell’ambiente dove questi nascono e si strutturano e all’interno di Sollicciano non ci sono più le condizioni, gli spazi, per realizzare alcuni percorsi progettuali. Questa non è ovviamente una competenza diretta dell’amministrazione, continueremo comunque a tenere alta l’attenzione sulle difficoltà che le condizioni strutturali del carcere impongono ai detenuti, a coloro che operano nella struttura”. “I soggetti presenti a questo primo incontro sono molto diversi, la condizione perché in tempi adeguati questo tavolo possa funzionare è che ognuno sappia mettere in gioco ciò che serve per migliorare la situazione del carcere. - ha spiegato il garante comunale dei detenuti Giancarlo Parissi - Le condizioni di vivibilità sono drammatiche e problematiche da anni, occorrerà però dividere i problemi della struttura da quelli che sono i problemi che è possibile affrontare, penso appunto al tema delle dimissioni dal carcere e della continuità assistenziale, che sono quelli che metteremo al centro di questo tavolo. La denuncia delle condizioni interne e strutturali va fatta e continueremo a farla ma con la chiara consapevolezza che queste non dipendono dalla direzione né dagli operatori del carcere né dalla polizia penitenziaria. Creare le condizioni per un maggiore dialogo tra i servizi sanitari interni al carcere ed i servizi sul territorio è un obiettivo da raggiungere, lavorare su un necessario mutuo aiuto e una forte collaborazione tra queste realtà”. La Commissione Politiche sociali e della Salute, Sanità e Servizi sociali presieduta da Edoardo Amato nella seduta del Consiglio comunale del 25 luglio 2025 ha presentato un’ampia relazione sulla situazione del carcere, risultato di un lavoro di mesi e di sopralluoghi, audizioni e incontri. “L’istituzione del tavolo e di un sistema di governance strutturata è stata una delle proposte concrete portate avanti dalla Commissione ed è parte integrante delle indicazioni allegate alla relazione conclusiva. - ha spiegato Amato - Questa proposta nasce dall’esigenza di mettere in relazione, in modo stabile e strutturato, i soggetti istituzionali coinvolti, con l’obiettivo di ridurre i tempi di attivazione dei diversi percorsi e aumentare l’efficacia dei diversi interventi, valorizzando un ruolo di coordinamento del Comune. Pur non avendo competenze dirette in molte delle materie che riguardano il carcere, il Comune ha deciso di interpretare questo ruolo in maniera estensiva, favorendo il raccordo tra istituzioni e contribuendo in modo significativo a ridurre la distanza percepita tra il carcere e la città. In una situazione così complessa e drammatica, un sistema di governance strutturato può rappresentare uno strumento concreto per costruire risposte più efficaci per le persone che vivono quotidianamente la realtà di Sollicciano, ma anche avere importanti effetti positivi sulla continuità trattamentale, mettendo in relazione la dimensione della detenzione con quella dell’uscita. Un passaggio cruciale per prevenire situazioni di recidiva, agendo su elementi fondamentali come il lavoro, la salute, le condizioni abitative e, più in generale, le opportunità di reinserimento Reggio Calabria. Resta difficile il reinserimento sociale delle persone detenute di Anna Foti Il Reggino, 12 gennaio 2026 Ora un Protocollo prova ad ovviare alla carenza di lavoro e formazione. Per rieducare concretamente e abbattere la recidiva occorre creare ponti con il mondo produttivo e imprenditoriale. In questa direzione sta operando la prefettura, avvicinando le carceri al territorio Sono sempre più concrete le prospettive di lavoro esterno e di tirocini formativi per le persone detenute nelle carceri di Reggio Calabria. Report di autorevoli osservatori e associazioni da anni impegnate in questo ambito hanno messo in luce quanto il lavoro esterno per le persone detenute sul nostro territorio sia un’emergenza. Abbiamo anche raccolto l’appello della magistratura di Sorveglianza di Reggio Calabria circa la necessità di un maggiore coinvolgimento della società civile, in particolare del settore produttivo in modo da innescare un meccanismo virtuoso che porti le persone detenute, con i dovuti requisiti, già fuori per lavorare durante la detenzione. Una sorta di graduale reinserimento sociale e di anticipazione della nuova vita che potrà pienamente riscattare le persone al momento del definitivo ritorno in libertà. Un percorso necessario, in assenza del quale la rieducazione resterà mancante, lacunosa, incompiuta. La creazione, dunque, di opportunità di lavoro esterno per le persone detenute costituisce una priorità ed è, per questo, l’obiettivo del protocollo, sottoscritto nei mesi scorsi in prefettura a Reggio Calabria e adesso in espansione. Un percorso scandito da riunioni periodiche presso la sede territoriale del Governo alle quali partecipano i garanti per le persone private della libertà personale e gli attori dei processi imprenditoriali e produttivi del territorio. “Questo protocollo - ha spiegato Giovanna Russo, garante regionale dei Diritti delle persone Detenute - costituisce un unicum. Possiamo iniziare a dare qualche dato: 39 profilazioni, 11 tirocini avviati 3 contratti di lavoro. Ecco questo è un segnale veramente importante perché lì dove vi erano anche delle resistenze da parte delle realtà imprenditoriali, per paure legate all’esperienza detentiva della persona da impiegare, questa cabina di regia con capofila la prefettura e le risorse finanziate dall’assessorato al Lavoro della regione Calabria, vuol dire che stiamo mettendo in campo una realtà e una progettualità che non si era appunto mai cristallizzata, prima”, ha spiegato ancora Giovanna Russo, garante regionale dei Diritti delle persone Detenute. Un percorso avviato inizialmente in ambito edilizio e poi esteso a diversi altri settori e che contempla anche attività di formazione professionale da svolgere all’esterno. “Mentre prosegue il lavoro delle profilazioni si sta lavorando ad una specifica relativa al tema della formazione, visto che il monte ore previsto deve contemplare la specificità della condizione detentiva. Sicuramente al prossimo incontro avremo maggiori notizie”, ha annunciato ancora Giovanna Russo, garante regionale dei Diritti delle persone Detenute. “Il percorso lavorativo - ha sottolineato Giuseppe Aloisio, garante comunale dei Diritti delle persone Detenute - è fondamentale e imprescindibile nell’ottica di una piena riabilitazione e di un abbattimento degli tassi di recidiva. Per fronteggiare tale emergenza la prefettura sta dando impulso a un tavolo dedicato. Si è partiti dall’edilizia con l’Ance. Successivamente, sua eccellenza il Prefetto ha inteso allargare il tavolo. Con il coordinamento del Centro per l’Impiego, all’ultima recente riunione hanno preso parte con Confindustria anche la Camera di Commercio, Confesercenti, Confcommercio. Dunque gli attori imprenditoriali attivi sul territorio e che possono dare quel contribuito essenziale per dare le risposte all’universo carcerario abitati dalle persone private della libertà”. Altra criticità sulla quale intervenire è l’ambito sanitario. “La carenza di personale sanitario pregiudica il diritto alla salute. Se non garantiamo alla persona ristretta le cure mediche - ha spiegato ancora Giuseppe Aloisio, garante comunale dei Diritti delle persone Detenute - non rispettiamo la loro dignità e non garantiamo una piena rieducazione. La problematica non è solo locale ma ciò non rende il pregiudizio meno grave. Occorre aumentare le risorse dal punto di vista numerico. Ma ciò richiede un deciso e risolutivo intervento della politica, ammesso che ci sia questa volontà politica. Per sollecitare questa attenzione verso questi problemi, aggravati dal sovraffollamento, ben vengano le manifestazioni e i convegni. Il coinvolgimento della società civile è necessario per avvicinare la politica all’universo carceri in modo concreto ed efficace. La società civile deve attenzionare l’universo carcerario perché è nel suo interesse capire cosa succede. L’ottica è quella del reinserimento di queste persone in libertà nella stessa società civile. Persone che potranno costituire nuove risorse per la collettività, e dare un contribuito di crescita e sviluppo, solo se adeguatamente reinserite”, ha concluso Giuseppe Aloisio, garante comunale dei Diritti delle persone Detenute. Milano. Musica, poesie e bellezza: il maestro Riccardo Muti tra i detenuti del carcere di Opera di Enrico Parola Corriere della Sera, 12 gennaio 2026 Grandi emozioni nel carcere di Opera, dove il maestro Riccardo Muti ha diretto l’orchestra giovanile Cherubini davanti ai detenuti, condividendo anche momenti conviviali. Alla fine della serata le parole di Muti: “Esco da questo luogo migliore di prima”. Riccardo Muti si siede al pianoforte e accompagna Mirto nell’Ave Maria di Gounod. È passata un’ora e mezza da quando il maestro ha dato il primo attacco alla sua Orchestra Cherubini, sabato sera nel teatro del carcere di Opera. La sala già vibra di un silenzio e una commozione che accomunano tutti i 400 presenti, da Giovanni Bazoli a don Antonio Mazzi, da Achille Lauro ai detenuti che occupano quasi interamente il lato sinistro della sala. Però la voce da sopranista - un uomo che canta nella tessitura del soprano - che si libra sulle note di Gounod scatena una standing ovation debordante, quasi catartica. A Opera, Muti e la Cherubini non hanno tenuto un concerto, hanno condiviso un’esperienza di bene e di bellezza che da anni coinvolge i detenuti. L’orchestra ha suonato grazie a loro: quindici violini, cinque viole, cinque violoncelli, un contrabbasso e il clavicembalo sono stati creati proprio a Opera, nel laboratorio di liuteria voluto dalla fondazione “Casa dello spirito e delle arti”; le strisce rosse, bianche, azzurre, sbiadite, confessano l’origine: il legno usato è quello dei barconi dei migranti. Dopo Vivaldi e Verdi, sono i carcerati a salire sul palco per leggere le poesie e le prose che hanno composto nei laboratori di scrittura. Inizia Alessandro, maglietta bianca e bomber. Aveva appena dato un mazzo di fiori al soprano solista, Rosa Feola. Recita “Poesia”, che termina con un invito: “Continuate a scommettere sul nostro cuore”. Ci sono tre parole che rintoccano con maggior frequenza nelle loro composizioni: “Bellezza”, “Fiducia” e “Io”. Arnoldo Mosca Mondadori, che ha creato la Fondazione nel 2012, ne chiama dieci, per nome. Vincenzo pensa al figlio che non vede da vent’anni: sta diventando un bravo pugile, mentre lui ha preso la vita a pugni e sta imparando a essere padre pur nel distacco. Così anche Vittoria: quasi ringrazia l’esperienza del carcere, dove ha iniziato a credere in sé stessa per un’esperienza di bellezza che è più grande delle telefonate che può fare con la figlia. Laura ha ripreso a suonare il pianoforte dopo otto anni: ha capito che ha bisogno di bellezza perché l’unica tastiera disponibile era in un armadio chiuso con un lucchetto di cui non c’era più la chiave: doveva avere quella tastiera, per esprimersi. Nicolae è uno dei liutai, l’artefice del violino che imbraccia la “spalla” dell’orchestra. La ragazza si commuove: un conto è sapere una storia, un altro è incontrare l’uomo che l’ha vissuta. Poi tocca a Mirto. Non canta da quattro anni, è ergastolano, ma ha talento e Muti chiede alla vicedirettrice del Conservatorio, dove studiava, di trovargli un insegnante, e promette che tornerà da lui. Poi all’orchestra si unisce il coro dei carcerati “La Nave” per il “Va’ pensiero”; quattro bassi si abbracciano ad altezza spalle, c’è qualcuno che tiene un foglietto per non sbagliare le parole. “Non mi fate far brutta figura”, scherza Muti, che alla fine, commosso, li ringrazia: “Esco migliore di come sono entrato”. “Il carcere è quello che c’è in testa, per questo la scuola e la cultura salvano i giovani” di Andrea Conti Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2026 Così Luisa Ranieri su “La Preside”. L’attrice con Francesco Zenga e Ludovica Nasti presenta la nuova serie, in onda da lunedì 12 gennaio in prima serata su Rai Uno per quattro appuntamenti. “Il carcere è quello che c’è nella testa”. È una delle frasi pronunciate la Luisa Ranieri nella nuova serie “La Preside”, prodotta da Bibi Film TV e Zocotoco, in collaborazione con Rai Fiction. In onda da lunedì 12 gennaio in prima serata su Rai Uno per quattro appuntamenti. È una storia liberamente ispirata alla figura di Eugenia Carfora, preside di Caivano divenuta simbolo di coraggio, determinazione e impegno civile, raccontando il percorso umano e professionale di una donna che sceglie di restare, di lottare e di credere nella scuola come presidio fondamentale di legalità e futuro. A interpretare la preside è Luisa Ranieri, che ha conosciuto personalmente Carfora dopo aver visto il documentario di Domenico Iannacone. “Incontrarla mi ha acceso una luce - ha spiegato - Nel buio di una periferia ho visto qualcosa di bellissimo: il singolo che fa il suo, senza chiedersi perché. Portare questa storia al grande pubblico significa ricordare che una persona sola può cambiare un destino”. Nel cast oltre ad Alessandro Tedeschi che interpreta un professore di Italiano del Nord, al fianco della protagonista, un cast di bravi attori giovani come Francesco Zenga, Ludovica Nasti, Pasquale Brunetti (che ha partecipato come ballerino di hip hop ad ‘Amici 22’) e Luigi D’Oriano per citarne alcuni. “Non c’è prospettiva senza la scuola, - ha raccontato Luisa Ranieri a FqMagazine - perché fuori dalla scuola non ci sono le possibilità di allenare il sogno e l’immaginazione, che è l’unica cosa che ti tira fuori anche dai contesti più difficili o dalle situazioni di grande degrado sociale, economico. Magari ci fosse un’altra Eugenia Carfora in giro per l’Italia, nelle zone difficili, perché sono personaggi che portano una grande energia e una grande voglia di fare. Laddove c’è bisogno ovviamente un’Eugenia Carfora serve”. E ancora un ricordo divertente sul set: “Tutti gli attori-alunni mi prendevano in giro perché troppo concentrata e preoccupata a fare tutti i movimenti di Eugenia, dire le parole e le cose che diceva lei. C’era Francesco Zenga che mi imitava alla perfezione perché il mio unico pensiero, anche quando non ero in scena, era non dimenticarmi le movenze di Eugenia”. “Sono stata una studentessa determinata come il mio personaggio Lucia- ha spiegato Ludovica Nasti -, molto rivolta al sapere, alla cultura che secondo me è importantissima. Credo che quello che abbiamo cercato di fare noi attori sia stato proprio guardare dentro i nostri personaggi e capire veramente i loro desideri e i sogni. Ho affrontato il mio percorso scolastico con leggerezza con gli amici, ma durante le lezioni cercato il rapporto umano, in primis, con gli insegnanti. Credo sia importante anche l’affettività, che credo manchi nelle scuole di oggi”. Francesco Zenga ha poi aggiunto: “È importante che ci sia la fiducia, nelle case, nelle scuole e anche verso i nostri mentori, che sono appunto gli insegnanti e i genitori. Bisogna inculcare il diritto a sognare. Mi auguro che nelle scuole di oggi svanisca il divario tra alunno-insegnante”. Carceri, il libro-testimonianza di Alemanno. “Discarica sociale dove si negano diritti umani” La Sicilia, 12 gennaio 2026 L’Intelligenza Artificiale supera anche le barriere del carcere. Gianni Alemanno, anzi l’avatar, si materializza sullo schermo della sala meeting dell’Airone Hotel City dove si è svolta la presentazione del libro “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane” che l’ex sindaco di Roma ha scritto con Fabio Falbo e altri detenuti del braccio G8 di Rebibbia. Quello stesso video è stato trasmesso in Parlamento quando non gli fu concesso dal Tribunale di poter partecipare all’incontro proprio sulla pubblicazione. Il male dei mali è il sovraffollamento che non permette di far diventare il luogo di “rinascita” e di “rieducazione” che dovrebbe essere secondo la Carta Costituzionale. L’avvocato Salvo Pace, responsabile “Indipendenza” della Sicilia Orientale ha aperto il dibattito. “Conosco Gianni Alemanno da quasi 40 anni ed ero sicuro che avrebbe vissuto il carcere come lo sta vivendo. Facendo una lotta politica e sociale. Affrontare la questione delle carceri - aggiunge Pace - è una questione di civiltà. Non sono d’accordo sul titolo che è stato scelto per questo libro. Perché il sovraffollamento nelle carceri è una piaga ormai da decenni. Il carcere è una discarica sociale. E questo tema - come scrive Alemanno nel libro - non può essere affrontato con la logica burocratica”, aggiunge. A prendere la parola è stato poi il presidente della Camera Penale di Catania “Serafino Famà”, Francesco Antille sollecitato dalle domande della giornalista de La Sicilia, Laura Distefano, che ha moderato l’incontro. “Abbiamo fallito”, è stata la sentenza dell’avvocato che si è soffermato sul “tempo sospeso” che vive il detenuto. Antille ha detto che dobbiamo finirla con lo slogan: “Tutti dentro”. “Una teoria creata ha detto - solo per creare consenso”. Slogan che innescano meccanismi pericolosi: dove la vendetta privata si sta sostituendo con la “vendetta sociale”. L’avvocato Maria Lucia D’Anna, vicepresidente Associazione Donne Giuriste Italia, ha portato casi concreti dove si evince l’ipocrisia del sistema penitenziario. Definendolo più volte “folle” per alcune decisioni. Severo il giudizio di Salvo Fleres, ex garante dei detenuti della Sicilia, che ha parlato di “evidenti aspetti di illegalità” in un sistema che vede “Uno Stato che bara con se stesso”. Sergio D’Elia, vicepresidente di Nessuno Tocchi Caino, che ha conosciuto Alemanno prima e dopo la carcerazione ha parlato di “visione”. Una visione che vede il mondo senza carcere e con un nuovo sistema di sicurezza e di protezione. Storie di donne “invisibili” e “colpevoli” di Pinella Leocata La Sicilia, 12 gennaio 2026 Nel libro “Sorellanza. La vita in un cento antiviolenza” (Villaggio Maori Editore) sette attiviste di Thamaia raccontano in prima persona il percorso che le ha portate ad assumere questo tipo di impegno e che cosa è cambiato quando sono entrate a far parte di questo centro antiviolenza che ha più di vent’anni di vita. C’è chi si presenta con il proprio nome e chi preferisce usare uno pseudonimo rivendicando per sé la stessa libertà che garantiscono alle donne vittime di violenza che si rivolgono a loro. Donne che, in quanto tali, sono costantemente esposte, sotto pressione, minacciate e che contano sul rispetto della privacy, sull’anonimato e sulla gratuità come presupposto perché scatti la fiducia e la possibilità di affidarsi. Come emerge dai racconti curati da Marica Longo, le storie delle operatrici sono diverse eppure accomunate dalla scoperta di essere femministe. Una scoperta fatta proprio attraverso la frequentazione del centro antiviolenza e nel rapporto con le altre donne, le colleghe e le utenti. Nell’ascoltare le storie di violenza subite da chi si rivolge al centro Thamaia le operatrici hanno preso consapevolezza della violenza simbolica cui, in quando donne, anche loro sono state esposte fin da bambine. Tutte hanno sperimentato i processi di “invisibilizzazione” e di colpevolizzazione di cui è intriso il patriarcato e, nel lavoro con le altre donne, hanno scoperto di essere eredi dei saperi e della pratica del femminismo, dall’autocoscienza al dal partire da sé, all’essere concrete. Di qui la centralità del concetto di “sorellanza” e la consapevolezza dell’intersezionalità dei problemi e delle lotte per cui se tutte le donne sono vittime di forme di violenza c’è però una specificità e una differenza tra quella che subiscono le donne bianche e quella cui sono esposte le donne migranti, spesso oggetto di infibulazione, di matrimoni forzati da bambine, di torture, di stupri. E analogo discorso vale per le donne con disabilità e per quelle oggetto di pregiudizi razziali. “Sorellanza” è capacità di ascolto, anche dell’altro, del maschio maltrattante. Un’operatrice, che lavora anche in carcere, spiega il corto circuito che ha vissuto nel raccogliere il racconto delle donne vittime di violenza e quello dei maschi detenuti perché abusanti. Anche loro, riflette, sono schiacciati dal ruolo virile imposto dalla cultura patriarcale. Per cui “bisogna comprendere che ogni abusante è anche un abusato, anche se questo non li giustifica, e fare appello agli uomini perché anche loro si mettano in cerchio per parlare di sé, come hanno fatto le prime femministe con l’autocoscienza”. Anche le operatrici di Thamaia, nel decidere di raccontarsi e di scrivere questo libro, hanno dovuto “riattraversarsi” e prendere posizione rivendicando la specificità della propria esperienza. “Noi non svolgiamo un servizio qualunque, ma siamo un centro antiviolenza femminista in cui ognuna di noi si rapporta all’altra innanzitutto come donna. Chi si rivolge al nostro centro non ha bisogno di dimostrare la propria credibilità, come avviene in altri contesti come le aule di tribunale. Noi ci possiamo comprendere perché siamo in una relazione paritaria”. Argomenti di cui, al circolo Olga Benario, introdotte da Pina La Villa, hanno discusso Valeria Sicurella e Marica Longo. Riscatto e libertà: il significato del cibo “sociale” di Francesca Gamberini Il Domani, 12 gennaio 2026 Da nord a sud, all’interno delle carceri sono nati orti, laboratori artigianali e pastifici nati dalla volontà di riscatto e sostenuto dal mondo della cooperazione con spirito mutualistico e inclusivo. Il cibo è una lente attraverso cui è possibile guardare il mondo. Un carrello della spesa può raccontarci molto delle condizioni sociali di chi acquista, delle condizioni di lavoro di chi ha raccolto o trasformato la materia prima o, ancora, del rispetto della stagionalità dei prodotti. Il cibo racconta chi siamo e chi vorremmo essere. Ecco perché è al centro di tanti progetti sociali che intervengono sulle disuguaglianze e sulle marginalità sociali. L’alta qualità come fattore principale - Da nord a sud, all’interno delle carceri sono nati orti, laboratori artigianali e pastifici nati dalla volontà di riscatto e sostenuto dal mondo della cooperazione con spirito mutualistico e inclusivo. Un dato interessante è che a caratterizzare le produzioni agroalimentari dell’economia carceraria è l’alta qualità: l’attenzione ai metodi di produzione delle materie prime, il rispetto dell’ambiente e del lavoro e l’alta formazione professionale. Le scelte di sostenibilità rafforzano l’idea di riscatto attraverso la cura e il rispetto non solo delle persone ma anche dell’ambiente e di chi coltiva la terra. A portare avanti i progetti di formazione e reinserimento attraverso il lavoro sono cooperative sociali che lavorano nel settore agroalimentare, persone che credevano fortemente nell’idea che il cibo sia un mezzo potente per riportare dignità e speranza, di emancipazione e libertà. La missione sociale e di comunità è un servizio fondamentale per la riduzione delle disuguaglianze e l’inclusione, sono infatti le reti solidali a sostenere maggiormente le produzioni di economia carceraria ea trasformare il cibo in strumento di connessione, scambio e attivazione. A Bologna, all’emporio Camilla, la prima food coop in Italia, un gruppo di soci ha lanciato l’iniziativa “Sprigioniamo le feste” per raccontare e promuovere i prodotti di cinque realtà di economia carceraria presenti sugli scaffali, dimostrando come il concetto di inclusione e comunità possa estendersi anche oltre le sbarre. I progetti distraggono durante le feste - Lo stato di detenzione, la separazione dal resto del mondo e dagli affetti possono diventare più pesanti durante le feste, è forse per questo che i progetti di produzione alimentare carceraria diventano ancora più importanti durante il periodo natalizio nel creare un ponte con l’esterno attraverso prodotti come il panettone Maskalzone, le Sbarrette di cioccolato oi biscotti Galeotti, naturalmente Cotti in fragranza. A Siracusa la cooperativa sociale l’Arcolaio Dolci Evasioni, oltre ad impiegare persone detenute nella produzione di dolci tradizionali, si rifornisce di materie prime locali, valorizzando la biodiversità e il lavoro agricolo biologico del territorio. L’orto della casa circondariale Sant’Anna di Modena fornisce di frutta e verdure biologiche la Franceschetta58, uno dei ristoranti del pluristellato chef Massimo Bottura. La Banda Biscotti - Da un paio di anni è stato avviato un progetto nei terreni intorno al carcere che permette a una parte dei detenuti di impegnarsi e apprendere tecniche a basso impatto ambientale e coltivare la dispensa di prodotti vegetali. La Banda Biscotti è un laboratorio artigianale nato nel 2006 in una cella del carcere di Verbania. Oggi si è allargata e distribuisce i suoi prodotti di alta qualità in tutta Italia attraverso la rete dei GAS, delle cooperative e del commercio equo. Piccole grandi iniziative, che mettono al centro il cibo come collante sociale. Un valore che, nel momento in cui i riflettori internazionali sono tutti puntati sulla cucina italiana, occorre recuperare il più presto possibile. Salute Mentale, 5 novità che cambiano la psichiatria pubblica panoramadellasanita.it, 12 gennaio 2026 Nel Pansm, programmazione unitaria, centralità dei Dipartimenti, integrazione ospedale-territorio, percorsi dedicati per i pazienti autori di reato e risorse economiche dedicate segnano una svolta per risolvere le emergenze di questi anni. Un disegno nazionale unitario, il rilancio del ruolo pubblico dei Dipartimenti di Salute Mentale, l’integrazione reale tra ospedale e territorio, percorsi strutturati per i pazienti autori di reato e, finalmente, risorse economiche dedicate: sono queste le cinque novità principali introdotte dal Piano d’Azione Nazionale per la Salute Mentale (Pansm), approvato dalla Conferenza Unificata Stato-Regioni a fine 2025. Un passaggio che segna un cambio di passo dopo oltre vent’anni di progressivo impoverimento dei servizi. È di questo che il Coordinamento Nazionale Spdc (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura) andrà a discutere e ad approfondire nel corso del proprio Congresso nazionale, “Progettare il futuro: Spdc aperti a una società in trasformazione”, con l’obiettivo di tradurre il Piano nella pratica clinica e organizzativa. L’appuntamento è dal 15 al 17 gennaio a Bergamo, con Alberto Siracusano, incaricato di coordinare il Tavolo tecnico ministeriale che ha prodotto il documento e da poco nominato presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Giuseppe Nicolò, coordinatore vicario del Tavolo tecnico, e il presidente della Società Italiana di Psichiatria, Guido Di Sciascio. “Negli ultimi anni si è parlato molto di salute mentale come di un’emergenza montante che ha colpito gruppi diversi di popolazione - spiega Emi Bondi, presidente Coordinamento Nazionale Spdc -. Tra questi, in particolare, adolescenti, in merito a un maggior bisogno di cure, al rischio suicidario e a una risposta da parte dei servizi spesso inadeguata; utilizzatori di nuove sostanze d’abuso, che rappresentano un fattore di incremento delle emergenze comportamentali, degli accessi in pronto soccorso e della psicopatologia; migranti, come area di soggetti esposta a specifici fattori di stress che richiedono assistenza dedicata nell’area della salute mentale; soggetti autori di reato nelle carceri e nei percorsi psichiatrico-forensi, con la necessità di garantire specifici percorsi di cura che assicurino salute e sicurezza; e anziani, con particolare riferimento a soggetti fragili, soli e non autosufficienti. Il Pansm - aggiunge l’altro presidente, Giancarlo Cerveri - affronta tutte queste emergenze e offre l’opportunità di soluzioni che vanno progettate e costruite giorno per giorno. Sono quelle che noi abbiamo definito ‘le cinque novità’ e che, come Coordinamento Nazionale SPDC, intendiamo sottolineare”: 1 - Un progetto nazionale con una volontà programmatoria unitaria, che si oppone alla frammentazione del Servizio sanitario. I servizi territoriali e ospedalieri per la salute mentale, a fronte di scelte competitive - con altre discipline, con il privato e con le Università - nelle singole realtà territoriali, hanno patito un profondo impoverimento nel corso degli ultimi venticinque anni. Una visione nazionale consente di esprimere con maggiore chiarezza un intento programmatorio univoco che spesso finisce per perdersi in visioni localistiche. 2 - La centralità dei Dipartimenti di Salute Mentale. Pur nella pluralità dei soggetti che si occupano delle persone sofferenti di patologie psichiche - enti privati, fondazioni, associazioni - il governo della domanda e la gestione complessiva della risposta di cura vengono riproposti come essenzialmente di matrice pubblica. Questo garantisce un sistema capace di declinare le risposte secondo i bisogni in modo equo e universalistico. 3 - Una risposta di cura fondata sulla presa in carico e sull’integrazione dei servizi, tra ospedale e territorio, ma anche tra i servizi che si occupano di psichiatria dell’adulto e del minore, di dipendenze e di disagio psicologico. Si propone un Dipartimento capace di garantire una risposta adeguata in funzione dei bisogni e di assicurare la prosecuzione delle cure. 4 - La definizione di percorsi di cura destinati ai soggetti autori di reato, con l’intento, non facile, di garantire assistenza e sicurezza, inclusa quella degli operatori. 5 - La previsione di un finanziamento economico triennale che, pur non essendo ancora pienamente soddisfacente a coprire tutte le carenze accumulate in oltre vent’anni in cui la politica si è “dimenticata” dei bisogni di salute mentale, ha il pregio di aver riportato il tema al centro del dibattito politico. “Gli Spdc - concludono i presidenti Bondi e Cerveri - rappresentano il punto di ingresso della patologia psichiatrica quando essa si manifesta nelle forme più acute e gravi; per questo saranno uno degli ambiti in cui lo sforzo innovativo contenuto nel Piano troverà una declinazione particolarmente intensa. L’obiettivo del congresso è offrire nuove prospettive di organizzazione dei percorsi trattamentali, al fine di proporre risposte di cura sempre più personalizzate ed efficaci”. “Oltre lo stigma, dentro la società” è il tema che il Coordinamento Nazionale Spdc intende sostenere in questo evento formativo aperto a medici, psicologi, infermieri, educatori, assistenti sociali e a tutti coloro che operano nei servizi di salute mentale. Ipocrisia e diritto dei forti di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 12 gennaio 2026 La storia mostra quanto spesso le norme internazionali cedano (purtroppo) davanti agli interessi degli Stati più potenti. Il lupo disse all’agnello “mi sporchi l’acqua”, preparandosi a sbranarlo. E qui, nella nostra favola ideale, entrerebbe in scena il diritto internazionale. Di fronte a pandette e codicilli la belva si ritrae intimidita e tutti vivono felici e contenti. Ma è mai andata così? Stephen Miller, il vicecapo dello staff di Donald Trump, sostiene che “viviamo in un mondo governato dal potere e dalla forza, è una ferrea legge fin dall’alba dei tempi”. Per lui, come ha spiegato Massimo Gaggi su queste colonne, i trattati che garantiscono la sovranità e l’indipendenza degli Stati diventano “sottigliezze buoniste”. Si sa, Miller è un cuore di pietra: nel 2017 arrivò a separare i bambini dai genitori migranti illegali ingabbiandoli al confine col Messico. E, anche per banali dinamiche di servilismo, l’aggressività degli uomini della Casa Bianca travalica non di rado quella del loro capo. Il quale si limita a spiegare di non avere “bisogno” di questo oggetto misterioso: il diritto internazionale. Una postura rozza, è vero: tanto più insopportabile alla luce delle rivendicazioni “imperiali” sulla Groenlandia. Ma è altrettanto vero che le democrazie liberali, o ciò che resta di loro, hanno intonato in questo tumultuoso inizio anno una litania alquanto ipocrita per il funerale della legalità globale: come se questa fosse davvero stata rispettata nella nostra storia anche recente prima che la Delta Force prelevasse Maduro. Tralasciando per un attimo l’invasione dell’Ucraina, dov’era la legalità internazionale quando Putin ha attaccato la Georgia nel 2008 e si è annesso la Crimea nel 2014? O quando gli americani, barando su una provetta d’antrace, hanno intrapreso contro l’Iraq la più sconclusionata delle guerre? Dov’era a Praga nel 1968 e a Budapest nel 1956? Dove, in un’occupazione della Cisgiordania che dura dal 1967? Come negare che la legge del più forte sia sempre stata la costante, solo qualche (rara) volta infilata in una rassicurante camicia di multilateralismo? Dunque, per brutale che sia, la narrazione della destra radicale americana ha il merito di un ceffone che può risvegliarci. Il golpe in Venezuela grida che il re è nudo. E il re in questo caso è il concerto delle nazioni come ce lo siamo raccontato finora, spesso barando. Qualcuno, va da sé, bara in modo più grottesco. È il caso di quelle dittature che fanno strame della legalità all’estero e a casa loro. La sortita del russo Sergej Lavrov, “indignato per la violazione del diritto internazionale”, non può che produrre triste ilarità a fronte del massacro perpetrato da Mosca contro Kiev ormai da quattro anni. Così come la reazione dei cinesi, “scioccati per l’uso della forza contro uno Stato sovrano” e al tempo stesso tanto impegnati a stringere d’assedio Taiwan e ad aggredire i vicini nel Mar Cinese Meridionale in barba a sentenze e ad arbitrati. Tutt’altra faccenda, s’intende, riguarda Antonio Guterres: il segretario delle Nazioni Unite fa il suo mestiere preoccupandosi per le norme violate nell’attacco a Caracas, ma tali giuste apprensioni sfumano un po’ al ricordo di certi suoi inchini davanti a Putin e al suo vassallo bielorusso Lukashenko. Capiamoci bene. Il diritto internazionale è, probabilmente, la disciplina più nobile che l’umanità abbia inventato, intagliandola dalla propria pelle e dai propri errori: e la nostra Europa tanto vilipesa ha il grande merito di esserne lo scrigno ideale, sin dallo sfortunato ma lungimirante “Patto di Parigi” Briand-Kellogg del 1928. Che gli Stati possano regolare le controversie non a cannonate ma seguendo un iter di norme e codici prefissati ne fa un corpus di regole auree. E tuttavia questo tesoro della nostra civiltà vive su due elementi: l’orrore della guerra e la cogenza. Quando il primo sfuma per il naturale passar del tempo, torna la voglia di menar le mani; e, in assenza di una costrizione ineludibile al loro rispetto, pure le norme più virtuose si riducono a un galateo planetario, al più a un testo di filosofia morale. Trump è il sintomo d’una modernità che ci sta ripiombando nel passato. Per lui si sprecano da mesi citazioni classiche di Tucidide come “i forti esigono, i deboli approvano”, che il mercante putiniano Kirill Dmitrev traduce addirittura sbeffeggiando noi europei: “È tempo di ripristinare le sfere d’influenza fra Usa, Russia e Cina mentre la Ue… segue attentamente la situazione”. Il presidente americano è portatore di una realpolitik che può nausearci. Ma che, a essere onesti, affonda nella nostra storia. David French sul New York Times scomoda San Tommaso e i suoi tre principi di “guerra giusta” (autorità legittima, giusta causa e retta intenzione), trovandone l’eco nella Carta delle Nazioni Unite, assai citata in questi giorni: nell’articolo 2, che bandisce le guerre d’aggressione; nel 51, che consente l’autodifesa; nel capitolo V, dedicato al Consiglio di sicurezza, deputato al mantenimento della pace anche con la forza. Ma è proprio il Consiglio di sicurezza, dove Washington, Mosca e Pechino siedono dal secondo dopoguerra come membri permanenti dotati di potere di veto (ovviamente esercitato da ciascuno per i propri interessi), ad avere portato alla paralisi. In realtà la Carta è più un’aspirazione che un codice operativo. Alla fine del Novecento, col crollo dell’Urss e l’ingresso cinese nel Wto, apparve la grande illusione: che il liberalismo trionfante si caricasse in spalla (spalle americane, s’intende) il diritto internazionale rendendolo effettivo. Il liberalismo non ha trionfato e le spalle americane sono adesso quelle di Trump. Un vecchio autocrate che, per catapultarsi nel Ventunesimo secolo, ci trascina con sé nel Diciannovesimo: verso von Clausewitz. Zagrebelsky: “Cedere al realismo è disarmo etico” di Andrea Malaguti La Stampa, 12 gennaio 2026 Il giurista: “C’è un sistema di interessi che si è fatto ideologia e che lo sostiene. Il colonialismo in nome della nostra civiltà ricorda i discorsi di Mussolini”. Johann Sebastian Bach, Partita numero 1. Le mani del professor Gustavo Zagrebelsky scivolano rapide sui tasti. Nessuna esitazione. Preludio, Allemanda, Sarabanda. Una suite di movimenti. La stanza si riempie di musica. Torino è un quadro elegante e gelido oltre la finestra. Le note scorrono fluide, precise, secche. Fa venire voglia di ballare, ad esserne capaci. Si può iniziare da una partitura in “si bemolle maggiore” per ragionare sul mondo? Il delirio di onnipotenza di Trump, l’agonia delle democrazie liberali che coincide con gli ottant’anni della Repubblica. E poi Maduro, Putin, la Groenlandia. La grande lavatrice della follia planetaria? Apparentemente, sì. “Lo sente?”. Cosa, professore? “Questo pianoforte non è accordato bene. Un tempo ne avevo uno verticale, francese, dell’Ottocento, tutto legno, che sistemavo a orecchio”. Magnifico. Non è banale accordare un pianoforte... “Infatti non ne sono capace”. Non capisco... “Il martelletto batte sulle corde. Tre corde per ogni nota. Ogni nota un tasto. I tasti sono 88. Quanto fa? Bisogna “accordare” tutto. È una questione di equilibrio. Se non sei sicuro di quello che fai finisci per esagerare, tirare più del dovuto, strafare. Una notte, dopo aver suonato per un bel po’, ho sentito un fragoroso crack. La tensione delle corde aveva fatto crollare il somiere. Le corde giacevano tutte aggrovigliate. Capisce, adesso?”. Non ancora... “Chi è insicuro va sempre più su, perde la misura, esagera”. Stiamo parlando di Trump? “Anche”. Io non penso che esageri. Penso che Trump sia un narcisista megalomane perfettamente calato nello spirito del tempo... “Vede, a dare retta a chi sostiene che l’Impero americano è in crisi, si potrebbe dedurre che Trump - narcisista e megalomane, come dice lei - tenda ad esagerare per nascondere le sue fragilità. Rilanciare continuamente. Succede spesso che chi è insicuro diventi aggressivo”. Le sembra insicuro un uomo che due sere fa ha detto testualmente: io rispondo solo a me stesso? “Sì. La megalomania è una debolezza. Il “sé”, da solo, è un sostegno troppo piccolo. Dietro, però c’è un sistema di interessi che si è fatto ideologia. Questo è il sostegno”. Ha esfiltrato Maduro dal Venezuela, appellandosi a regole tutte sue... “Calpestando ogni principio di diritto internazionale, a cominciare da quello di non ingerenza: l’inizio del caos. Potrà reggere?”. Eppure, in Venezuela sono in molti a festeggiare. Maduro era un dittatore... “In molti. Non pensa che dovrebbe essere il popolo venezuelano a prendere in mano il proprio destino senza lasciarlo agli americani?”. Lo penso. Ma qui siamo di fronte a un uomo che vuole anche invadere la Groenlandia. E Vance dice che va preso sul serio... “Invaderla se non riesce a comprarla. Ma come può fare? Mercanteggiare con la presidente danese? Però può acquistare il consenso dei groenlandesi a suon di dollari. Con lo stesso criterio con cui Musk offriva soldi in cambio di voti. E poi invocare il principio di autodeterminazione dei popoli. Così gli Stati diventano merci sul mercato. Fine della politica, trionfo degli affari”. È una profezia la sua? “No. Constato solo che, quando ragioniamo sull’espansionismo, rischiamo di essere schematici. Gli strumenti per introdursi in Paesi altrui sono molteplici, non solo la forza militare, anche quella economica”. Siamo spacciati? “È il suo modo per chiedermi che cosa succederà adesso?”. Che cosa succederà adesso? “Le rispondo, modestamente, che non lo so. E aggiungo che nessuno lo sa. Le variabili sono infinite. Disastri naturali, morte dei leader, umori delle popolazioni che mutano, ribellioni, crisi economiche. Fa sorridere sentire qualche “stratega” che definisce la politica, perfino la geopolitica, come una scienza esatta. Non lo è. La politica è il regno dell’imprevedibile”. Considerando le tenebre che ci avvolgono, la prendo per una professione di ottimismo... “Ci sono solo opinioni di opinionisti che regalano vacue sentenze. Neanche un algoritmo sarebbe in grado di padroneggiare le incalcolabili variabili”. La politica come dovrebbe reagire a questa nebbia della ragione? “Riflettendo con San Paolo che dice: qui sulla Terra vediamo ogni cosa per speculum et in aenigmate”. Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo? “Sì, come desideriamo. Consideriamo la prima parte di quella espressione: per speculum. Vediamo innanzitutto noi stessi davanti allo specchio. Perciò la visione è condizionata dagli impliciti che abbiamo in noi, dai giudizi e pregiudizi, dai desideri e dalle paure, dalla nostra storia e dalla nostra personalità”. Che cosa discende da tutto ciò? “Che quando parliamo, per esempio, delle crisi internazionali del nostro tempo usiamo lenti che incorporano credenze, illusioni, terrori, interessi”. Questo lo specchio. E l’enigma? “Ogni cosa è sottoposta a dubbio, perciò si dovrebbero evitare le conclusioni definitive che implicano scelte senza ritorno, come è la guerra”. Ma scegliere è inevitabile... “Sì, ma è meglio essere minimalisti. Credo che ognuno debba fare la sua parte, prendendosi le sue responsabilità per quello che gli compete”. Al momento il risultato finale non è bello... “Perché “finale”? Per costruire la casa serve che ognuno porti il suo mattone, non una visione millenaristica da Terzo Reich. Ragionare di massimi sistemi è sensato nei libri di filosofia, meno nella pratica”. Per ragionare con Trump, Putin e Xi un po’ di massimi sistemi sono utili, non crede? “Sì, ma serve capacità dialogica per affermare i nostri principi e valori. Non abbiamo la formula magica, l’abracadabra; tanto meno la possibilità di plasmare tutto il mondo come ci pare. Possiamo però fare uno sforzo collettivo per creare movimenti pro-pace, pro-giustizia, pro-libertà, pro-Europa. Difendere e creare spazi territoriali e spirituali e credere, come dicevano gli Antichi, che omne bonum diffusivum sui, ogni cosa buona tende a espandersi”. Bello. Non so quanto realistico... “Comunque, è ciò che spetta ad ognuno di noi. Il mero realismo è una tentazione luciferina se corrisponde a disarmo etico. Incominciamo a chiederci, per esempio, se stiamo costruendo una sensibilità pro-pace o pro-guerra”. Per fare quello che dice lei bisognerebbe ripartire da zero... “La tabula rasa non è mai esistita. Ma esiste l’autonomia degli esseri umani e dell’umanità. Per cui si può persino immaginare che ad un certo punto sorga una ribellione della terra”. Cioè? “Il pianeta terra, nel suo complesso, piante, animali, esseri viventi, forse si ribellerà alla stupidità e alla cupidigia che dominano in questo nostro tempo. Che certo non sarà eterno”. Professore, la Repubblica italiana sta per compiere 80 anni. Prepariamo una festa o un funerale? “È una domanda sinistra, per uno come me che di anni ne ha 82”. Parlavo di un ciclo ideale, non biologico... “Ricorda Leopardi? Tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”. La sera del dì di festa, credo... “Crede bene. Il punto è in quel “quasi”. Un’orma rimane sempre, nei figli, nei nipoti, di come siamo stati e delle cose che abbiamo fatto. Diversamente la vita sarebbe solo tragedia a scoppio ritardato”. Qual è l’orma della nostra democrazia? “Non è solo un’orma. Chi dice che la democrazia è morta sbaglia. È una categoria che esiste dalla notte dei tempi ed è un’aspirazione universale. Nella storia nulla finisce mai completamente. Comprese tirannie e oligarchie”. Perdoni se apro una parentesi. È favorevole alla riforma della giustizia e alla separazione delle carriere? “No”. Perché? “Sintetizzando, direi che è una riforma, se posso usare una parola di altri tempi, classista. Dividendo la magistratura, l’indebolisce e, indebolendola, l’espone all’influenza dei più forti. Il sommo principio: la legge è uguale per tutti, vuole che l’indipendenza del giudice sia difesa ad oltranza”. È una riforma che non piace ai magistrati, ma piace agli avvocati... “Non a tutti, però. Oggi, i pubblici ministeri si dicono parti imparziali del processo. Non sono lì per sconfiggere l’imputato, come su un ring. Operano per la giustizia, affinché il giudice abbia a disposizione un punto di vista da mettere a confronto con quello della difesa, e trarre poi le conclusioni. Se invece diventassero, per così dire, parti partigiane che hanno come scopo non la legge, ma la vittoria, siamo sicuri che agli avvocati piacerebbe?”. Immagino di no. E allora? “Qualcuno poi dirà: un organo di questo genere è pericoloso e dunque va controllato. Da chi? La politica e, per la politica la maggioranza e poi il governo, in nome della “governabilità”. Non vedo come altrimenti”. Torno alla geopolitica. Gli americani fanno ancora parte del mondo Occidentale? “Sì e no. L’Occidente è fatto di molte cose. Non tutte belle”. Che cos’è che non le piace? “L’imperialismo, il colonialismo in nome della nostra civiltà (ricorda ad esempio il discorso di Mussolini sull’Etiopia?), l’idea della superiorità del nostro modo di vivere, il suprematismo in ogni sua versione. Non mi piacciono le grandi disuguaglianze create dal capitalismo di rapina, il cinismo nei confronti di chi è più povero e debole. Una delle componenti chiave della cultura occidentale è il darwinismo sociale. Il più forte si impone sul più debole ed è giusto che sia così: se sei povero peggio per te. Gli investimenti sociali sono sprechi, sono risorse sottratte allo “sviluppo”. Speravo fossimo anche altro... “Lo siamo e dobbiamo rivendicarlo come bene conquistato spesso a carissimo prezzo. Ma parlare genericamente di Occidente non è buona cosa, anche perché in larga parte del mondo crea repulsione”. Dunque? “Facciamo emergere la parte migliore. La libertà di coscienza, l’uguaglianza, la tolleranza, la democrazia liberale, le libere elezioni, il ricambio pacifico dei governi e - se vuole - anche il relativismo, quell’idea per cui in politica non esiste una verità assoluta. Dobbiamo avere la forza di distinguere. Perché il tronco buono dei nostri valori è venuto incrostandosi”. In questa fase la Forza conta più del Diritto... “Parla di nuovo di Trump?”. In effetti sì... “Adesso il presidente americano ci sembra una novità, un fungo avvelenato, ma non è vero. Ha idea di quante volte è stato violato il principio di non intervento dal 1948 al 2026? Kosovo, Libano, Iraq, Libia, Corea, Vietnam, eccetera”. Abbiamo fatto molti errori ma c’è pur il diritto internazionale... “Solone, riportato da Plutarco, diceva: il diritto è come la tela del ragno stesa sui piccoli insetti. Le mosche si impigliano, ma i mosconi ci fanno un bucone. Non possiamo avere fiducia cieca nel diritto internazionale. Se non è sostenuto da un equilibrio tra le forze in campo, vale solo come richiamo ad una moralità disarmata. L’Europa, nel progetto originario, doveva contribuire a tale equilibrio, precondizione della pace”. Mi perdoni, professore, ma con il relativismo si può giustificare ogni cosa. E a me continuano a sembrare meglio le democrazie liberali, del putinismo o del trumpismo... “Ho detto il contrario? Mi limito a notare che per ottant’anni ci siamo detti mai più guerra. Adesso questa visione ingenua, per non dire infantile, è terremotata”. Perché ingenua? “Ci siamo mai chiesti davvero di che pace stavamo parlando? Ce ne sono tante”. A me piaceva la nostra... “Mi lasci finire”. Scusi... “La pax romana, la pax americana, la pace del terrore, eccetera. In questi casi si può parlare di pace o non, piuttosto, di guerre latenti solo sospese?”. L’equilibrio lo imponevano le legioni romane... “Non l’equilibrio, ma il dominio. I romani inventarono il motto “si vis pacem para bellum”. L’equilibrio nei rapporti internazionali, nei pochi momenti in cui c’è stato, fu sempre un fragile castello. Nessuno può prevedere fino in fondo le mosse degli altri. Per questo si punta sulla corsa agli armamenti”. Come si inverte il processo? “Abbiamo completamente dimenticato la via dell’accordo come quello stipulato nel 1968 inizialmente da Stati Uniti e Unione Sovietica per il controllo degli armamenti atomici, in vista di un progressivo disarmo. Era qualcosa di simile a ciò che chiedono, inascoltati, anche i papi Leone XIV e Francesco prima di lui”. Non mi pare che Trump ascolti il suo connazionale in Vaticano... “Eppure, qui siamo di fronte ad un’alternativa chiara. Da un lato la costruzione di “case di dinamite”, considerata come massima forma di deterrenza, dall’altro il dialogo per il disarmo. La prima strada ha come meta, anche se non desiderata, la guerra che travolge il mondo. Esattamente come successe all’inizio del Novecento. Nessuno voleva il conflitto, eppure esplose”. La seconda strada? “È una proposta di pace sostenuta dalla pressione delle libere opinioni pubbliche mondiali, partendo da un’idea di progressivo arretramento di tutte le parti nel rispetto della sicurezza”. Accordiamo il “cantino” allentando la corda... “Esatto. Successe nel 1968 con Regan e Gorbaciov. E il mondo, con il ricordo ancora caldo della crisi dei missili a Cuba (1962), tirò un momentaneo sospiro di sollievo. Si può tentare anche oggi”. Chi lo spiega a Palantir, la Big Tech che fornisce Big Data a esercito, intelligence, ICE e polizia americana? “Qual è il punto?”. Sono ascoltatissimi dalla Casa Bianca. Sostengono che solo un’America armata può mantenere il dominio su Russia e Cina... “Le pare pace o non piuttosto oppressione su scala mondiale? È ideologia bellica allo stato puro, solo abbellita anche dall’idea che l’industria bellica sia un volano per la produzione di ricchezza. Se gli stessi investimenti fossero concentrati in campo medico, o ecologico ed energetico, per esempio, o concentrati ad alleviare le sofferenze di tante popolazioni, le ricadute sarebbero meno importanti?”. Bisognerebbe che qualcuno lo sussurrasse all’orecchio dei potenti... “In effetti, “i potenti” dipendono da ciò che è detto e suggerito loro da soggetti totalmente irresponsabili, che non rispondono alle opinioni pubbliche e rappresentano interessi opachi. Ma possiamo appunto sperare nella rivolta della Terra. “Verrà il momento”, non crede?”. Oggi non tanto... “Oggi”. Venezuela. Alberto Trentini è libero. Con lui scarcerato anche l’imprenditore Mario Burlò di Giulio Isola Avvenire, 12 gennaio 2026 L’annuncio alle 5 del mattino da parte del ministro degli Esteri, Tajani. La gioia della famiglia del cooperante: è la notizia che aspettavamo da 423 giorni. Grazie a tutti. La premier Meloni: sentito ringraziamento alla presidente Rodriguez, un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa. Alberto Trentini è libero. Con lui è stato scarcerato anche Mario Burlò. La notizia è stata data dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, quando in Italia erano da poco passate le 5. “Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas” ha annunciato Tajani. Una fotografia all’ambasciata italiana di Caracas ritrae il cooperante italiano e l’imprenditore insieme, con il cooperante al telefono. “Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente ad interim Delcy Rodriguez che il governo italiano apprezza molto” ha sottolineato il ministro. “Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione dei connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò, che si trovano ora in sicurezza presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas. Ho parlato con loro, e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa” ha affermato in una nota la premier Giorgia Meloni. “Desidero esprimere, a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle Autorità di Caracas, a partire dal Presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato”. Grande gioia è stata espressa dai familiari di Trentini, per cui in particolare si era mobilitata l’opinione pubblica italiana nei mesi della prigionia. “Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione - ha detto la famiglia Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini -. Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!” Venezuela. La lunga attesa dei familiari: dall’arresto alle petizioni fino alla svolta finale di Pierfrancesco Carcassi Corriere della Sera, 12 gennaio 2026 È un uomo libero Alberto Trentini, scarcerato e trasferito all’ambasciata italiana di Caracas: l’annuncio alle 5 del mattino del 12 gennaio da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il cooperante originario del Lido di Venezia era stato fermato il 15 novembre del 2024 vicino a Guasdalito, in Venezuela, e ha sempre trascorso la detenzione nel penitenziario di massima sicurezza El Rodeo I, poco distante dalla capitale, Caracas. Era arrivato nel Paese un mese prima con una ong. Non sono mai state formalizzate le accuse a suo carico; trapelavano, non ufficialmente, quelle di terrorismo e cospirazione contro lo Stato. Durante la prigionia Trentini non ha mai potuto vedere un avvocato né, a quanto risulta, un medico che ne valutasse le condizioni di salute. Il primo contatto con la famiglia, una telefonata alla madre, è arrivato dopo sei mesi. L’attività diplomatica si è svolta nel silenzio, con piccoli e faticosi passi in avanti - le tre telefonate concesse a Trentini e le visite in carcere dell’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito - ma senza svolte eclatanti. Nel mezzo, il fallimento dell’inviato speciale della Farnesina, respinto dal regime di Maduro e rispedito a Roma. Negli oltre 400 giorni di detenzione non si sono mai fermati gli appelli da parte dei familiari per chiedere di riportare a casa il veneziano, con critiche anche aspre da parte della madre Armanda Colusso all’operato del governo. Il 5 gennaio il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha sottolineato la delicatezza della situazione: “Ogni parola in più può solo danneggiare la celere soluzione della vicenda”, ha detto a margine della conferenza stampa sul bilancio dell’anno giubilare. “Il governo ha lavorato fin dal primo giorno per la sua liberazione e continua a lavorare”. Anche se, nelle scorse settimane, la madre di Trentini, Armanda Colusso, aveva espresso forti dubbi sull’operato della Farnesina che nei primi mesi (da novembre del ‘24 ad agosto dello scorso anno) “non aveva avuto alcun contatto con il governo venezuelano”. Poi, lo scossone dell’attacco statunitense al Venezuela, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, e la cattura del presidente Maduro. Il caos nel Paese davanti a un cambio di regime, i giorni di apprensione, la speranza di nuove possibilità di liberarlo. Il 7 gennaio, un primo segnale: tra i diversi prigionieri politici rilasciati dal regime venezuelano, c’era l’imprenditore Luigi Gasperin, seguito qualche ora dopo dal politico di opposizione Biagio Pilieri. Nessuna notizia per gli altri 25 detenuti italiani, tra cui il cooperante Alberto Trentini e Mario Burlò. “Desidero ringraziare il Governo e la rete diplomatica italiana per l’azione costante e silenziosa che ha consentito di arrivare a questo risultato, che rappresenta per tutti un grande sollievo. Rivolgo un pensiero particolare ai genitori di Alberto, Armanda ed Ezio, che hanno vissuto mesi di grande apprensione. A loro va l’abbraccio dell’intera comunità veneta, che non ha mai smesso di sperare. Ora l’incubo è finito: attendiamo Alberto nella sua città” ha subito detto il presidente del Veneto, Alberto Stefani. “Finalmente dopo tanti mesi di detenzione in Venezuela, Alberto Trentini è libero e potrà finalmente tornare in Italia e riabbracciare i suoi genitori e i suoi cari. È un risultato importante, frutto di un lavoro diplomatico serio, costante e silenzioso, che ha visto impegnate con determinazione le istituzioni italiane ai massimi livelli” gli fa eco il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Gran Bretagna. La repressione crudele contro “Palestine action” di George Monbiot* Internazionale, 12 gennaio 2026 Rischiano concretamente di morire. Tre persone detenute in carcere nel Regno Unito con accuse legate alle attività del gruppo di protesta Palestine action sono in sciopero della fame da 49, 63 e 70 giorni. Una quarta prigioniera, Teuta Hoxha, ha interrotto il suo sciopero questa settimana, dopo 58 giorni. Potrebbe aver subito danni permanenti alla salute. Gli altri partecipanti allo sciopero della fame, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello, potrebbero morire da un momento all’altro. Nel 1981 dieci persone dei movimenti indipendentisti irlandesi Ira e Inla morirono per a uno sciopero della fame durato tra i 46 e i 73 giorni. Muraisi, quella che per prima ha smesso di mangiare, secondo i suoi sostenitori fa ormai fatica a respirare e soffre di spasmi muscolari incontrollabili, possibili sintomi di un danno neurologico. Eppure, il governo britannico si rifiuta di trattare. È stato proprio il governo a creare questa situazione. Il crown prosecution service (che svolge il ruolo di pubblico ministero) afferma che un detenuto può trascorrere un massimo di 182 giorni (sei mesi) in custodia cautelare. Eppure, Muraisi e Ahmed sono stati arrestati nel novembre 2024 e il loro processo è previsto non prima di giugno, il che significa che la loro carcerazione preventiva durerà venti mesi. Chiaramello, che è stato arrestato nel luglio 2025, ha un’udienza provvisoria fissata a gennaio del 2027, quindi passerà diciotto mesi in carcere senza processo. Il limbo della custodia cautelare è spesso devastante per il benessere dei detenuti. I dati del governo mostrano che il tasso di suicidi tra i carcerati in attesa di giudizio è più del doppio di quello tra i detenuti condannati. Periodi estremamente lunghi di custodia cautelare come questi sono un oltraggio alla giustizia. È un aspetto di quello che gli attivisti chiamano “processo come pena”, il metodo oggi più usato contro gruppi di protesta. Anche se non vieni mai condannato per un reato, la tua vita può diventare un inferno se osi manifestare pubblicamente il dissenso. I tre detenuti, e altri accusati degli stessi reati, sono sottoposti a un regime di carcere duro riservato ai terroristi. Quindi le visite e le comunicazioni consentite sono ridotte al minimo. Non possono lavorare in carcere per “motivi di sicurezza”, gli è vietato accedere a libri e giornali, alla biblioteca e alla palestra, e sono soggetti a “ordini di non associazione”. A ottobre Muraisi è stata improvvisamente trasferita dal carcere di Bronzefield, a 28 chilometri da Londra (dove vive la sua famiglia), al penitenziario di New Hall nello Yorkshire, troppo lontano per poter ricevere le visite della madre, che è malata. In seguito le è stato comunicato che il trasferimento era stato motivato dal rischio di associazione con un altro prigioniero presente nello stesso braccio a Bronzefield. Eppure, finora nessuno dei detenuti in sciopero della fame è stato incriminato né tanto meno condannato per reati di terrorismo. Sono accusati di reati comuni, come furto con scasso, danneggiamento e rivolta violenta. Muraisi e Ahmed sono accusati di aver fatto irruzione in una fabbrica gestita dalla Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, e di aver danneggiato dei macchinari, mentre Chiaramello è accusato di essere entrato nella base dell’aeronautica di Brize Norton durante una protesta in cui Palestine action ha imbrattato di vernice alcuni aerei da guerra. I fatti sono avvenuti prima che Palestine action fosse dichiarata un’organizzazione terroristica, una decisione molto contestata che è stata impugnata in tribunale: il verdetto è atteso a breve. Ma a chi importa della presunzione di innocenza, a chi importa che la legge non si applica in modo retroattivo: siccome il crown prosecution service dice che c’è una “connessione terroristica”, sono trattati come se fossero stati condannati per terrorismo. Il 26 dicembre un gruppo di relatori delle Nazioni Unite- qualcosa a cui un tempo i governi davano ascolto - ha espresso grave preoccupazione per il modo in cui sono trattati questi prigionieri, citando “ritardi nell’accesso alle cure mediche, uso di mezzi di contenzione eccessivi durante la degenza ospedaliera, negazione dei contatti con i familiari e del ricorso all’assistenza legale, e assenza di regolari controlli sanitari indipendenti, soprattutto per detenuti con gravi patologie”. I relatori hanno messo seriamente in dubbio che il governo britannico stia rispettando i diritti umani riconosciuti dalle norme internazionali, “tra cui l’obbligo di proteggere la vita e impedire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. A quanto pare, però, una volta che hai etichettato qualcuno come terrorista puoi fargli qualsiasi cosa, senza conseguenze. Il silenzio di quasi tutti i mezzi d’informazione su questa faccenda è impressionante. Il governo ha la responsabilità morale di questi prigionieri, ma non sembra avere alcuna intenzione di esercitarla. Avvocati, parlamentari e medici hanno ripetutamente implorato i ministri di occuparsi della questione. Loro rispondono con un rifiuto categorico, affermando che questo equivarrebbe a “creare perversi incentivi che incoraggerebbero altre persone a mettersi a rischio con lo sciopero della fame”. Non ci sono prove in questo senso e, considerata la natura estremamente insolita della protesta (si tratta dello sciopero della fame in carcere più lungo, vasto e coordinato dopo quello dell’Ira nel 1981), sembra altamente improbabile. Il governo ha cercato di alimentare l’idea che eventi di questo tipo siano comuni (“Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto una media di duecento episodi di sciopero della fame ogni anno”, ha detto il ministro per le prigioni James Timpson) e che quindi non sarebbe necessaria alcuna risposta straordinaria. Tuttavia, chi fa queste affermazioni sembra riferirsi a brevi digiuni di singoli detenuti, una situazione completamente diversa da un rischio imminente di morte per inedia. Il 27 novembre più di cento operatori sanitari hanno firmato una lettera indirizzata al segretario alla giustizia David Lammy avvertendo che i prigionieri si trovano in una situazione di “emergenza medica” che si sta “affrontando nel modo sbagliato”. Un’altra lettera del 17 dicembre è stata firmata da più di ottocento esperti di medicina, giuristi e altri. Il governo non ha ancora risposto a nessuna delle due. Anzi, sembra ridicolizzare la grave situazione dei detenuti in sciopero della fame. Quando il deputato Jeremy Corbyn ha chiesto al ministro della giustizia Jake Richards, in parlamento, se aveva intenzione d’incontrare i loro avvocati per provare a risolvere la situazione, Richards ha risposto con un secco “No”, suscitando risate in aula. A dicembre il presidente della camera dei comuni ha osservato che la mancata risposta di Lammy alle richieste dei deputati di incontrarlo per discutere la questione era “totalmente inaccettabile”. Eppure, questo rifiuto continua. Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame a me sembrano ragionevoli: il rilascio su cauzione; il diritto a un giusto processo (sostengono che il governo abbia nascosto alcuni documenti chiave); la revoca della messa al mando per Palestine action e la chiusura nel Regno Unito della Elbit Systems (che ha fornito armi a uno stato responsabile di genocidio). Ritengo che tutte queste cose dovrebbero avvenire comunque. Naturalmente, si tratta di posizioni negoziali. Fino a quando il governo non avvierà una trattativa non sapremo se per mettere fine allo sciopero della fame sarà necessario venire incontro a tutte le rivendicazioni. Il rifiuto di dialogare potrebbe condannare a morte i prigionieri in sciopero della fame. Non dovrebbe essere necessario rischiare la vita per chiedere un trattamento equo e decisioni giuste. Tuttavia, quando chi è al potere smette di ascoltare restano poche opzioni a disposizione. *The Guardian, traduzione di Francesco De Lellis Iran. La repressione di Teheran e i nostri silenzi di Antonio Polito Corriere della Sera, 12 gennaio 2026 In Iran si muore per avere le nostre conquiste: libertà, benessere, tolleranza. Proprio mentre lamentavamo la morte dell’Occidente, la crisi dei suoi valori, la fine della sua storia, ecco milioni di iraniani che darebbero la vita, anzi, stanno dando la vita per condividere le nostre conquiste: libertà, benessere, tolleranza. Il diritto delle donne di sciogliersi i capelli e accendersi una sigaretta in pubblico; dei giovani di baciarsi per strada e ascoltare la musica che gli pare; dei padri di famiglia di non morire di fame perché il governo spende le sue risorse in missili per alimentare una rivoluzione globale, e poi non riesce a difendere più nemmeno i propri cieli. La storia si è rimessa in moto. A Teheran, a Isfahan, a Mashhad, a Shiraz, a Qom, i tetri sgherri in grigio della teocrazia sparano sulle folle, inseguono i manifestanti fin negli ospedali, provano a spegnere l’incendio al solito modo, colpendo e terrorizzando il proprio stesso popolo. Ma il regime degli ayatollah è fallito da tempo. Fu il primo nell’Islam, in tempi moderni, a sollevarsi contro l’Occidente e il Satana americano: quando nel 1979, ormai quasi mezzo secolo fa, il popolo iraniano cacciò lo Scià, alle forze progressiste d’Europa parve una nuova “rivoluzione d’ottobre”. Oggi nelle piazze iraniane c’è anche chi inneggia invece alla monarchia e al ritorno del figlio del Pahlavi, esule negli States. Nel 1982 il “partito di Dio” degli Hezbollah, fondato sulla fede sciita e i soldi iraniani, fu il primo esercito islamico in grado di assestare un durissimo colpo a Israele nella guerra del Libano, con l’”invenzione” degli attentati-suicidi. Oggi il suo carismatico capo è stato ucciso e l’intera leadership del gruppo decimata dagli israeliani a Beirut. Sei mesi fa, prima l’aviazione di Gerusalemme e poi i micidiali B-2 di Trump con le loro bombe anti-bunker hanno colpito a piacimento i siti dove l’Iran arricchiva l’uranio necessario alla sua sfida, feticcio di un sogno di deterrenza nucleare. Ma mentre nelle nostre piazze si imprecava in quei giorni contro l’esibizione di forza militare di Stati Uniti e Israele, è probabile che invece molti iraniani abbiano tratto motivo di speranza dai rovesci del regime, e dalla debolezza che rivelavano. Le umiliazioni ricevute dal proprio Paese non devono essere state estranee a questa nuova sollevazione, nata dalla crisi economica e dalla povertà, ma come sempre intrisa di aspirazione alla libertà. Una mobilitazione stavolta non solo di giovani e donne, ma di popolo, e sostenuta dalle minoranze etniche e religiose. Il sostegno dichiarato di Trump, con annesse usuali minacce di azione militare, e persino l’operazione chirurgica di Caracas, che conferisce a quelle minacce una nuova credibilità, devono aver giocato un ruolo importante nel dare coraggio ai manifestanti. Ma se il regime è fallito, non lo è ancora l’apparato repressivo dello Stato iraniano, alimentato dal genuino fanatismo religioso delle sue milizie. E perciò non è affatto detto che non finisca di nuovo come tante altre volte: con omicidi, impiccagioni, retate, repressione, pugno di ferro. “Nemico di Dio”, questa è l’accusa che può costare la vita a un essere umano in Iran. Così l’Occidente si trova di fronte al dilemma: che fare quando a perseguitare e massacrare un popolo è il suo stesso governo? È anche la domanda dietro la quale si nasconde e cerca giustificazione il triste silenzio delle nostre piazze. Così ansiose di battersi contro l’imperialismo da ignorare il diritto alla libertà dei popoli se a calpestarlo non sono gli americani. In una città, Roma, dove il più forte sindacato nazionale ha appena organizzato una manifestazione in difesa non del regime “madurista”, che quello sta ancora al suo posto, ma di Maduro medesimo, finora neanche un liceo occupato per i coraggiosi ragazzi iraniani. Si vede che, se si uccide senza “violazione di sovranità”, tutto sommato non ci riguarda. Ma non è solo indifferenza. C’è qualcosa di più. E sta nel fatto che una parte consistente delle nostre opinioni pubbliche, quelle che di solito si mobilitano, ce l’hanno talmente tanto con l’Occidente in cui vivono e con i suoi valori, con le sue tradizioni e la sua storia, da accendersi subito quando offende la dignità di altri. Se però un popolo come quello iraniano ci chiede invece aiuto per condividere con noi quegli stessi ideali che le nostre piazze spesso disprezzano, allora resta solo. La Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, ha chiesto a Trump, insieme ad altri dissidenti iraniani, un’”assistenza internazionale per prevenire un disastro: avete promesso in tre occasioni che sareste intervenuti in aiuto del popolo iraniano, ora è il momento di agire”. Ci auguriamo tutti che questo aiuto non porti nuove guerre, in un mondo già così scosso dalla violenza. Ma se non saremo capaci di far sentire la nostra voce agli ayatollah, di mobilitare quella “superpotenza” dell’opinione pubblica occidentale che ha avuto un ruolo importante nel mettere fine al massacro di Gaza e ora invece tace, di usare tutta la forza della nostra diplomazia e della nostra economia, saremo comunque responsabili di aver lasciato la parola alle armi.