Lo spray al peperoncino nelle carceri italiane di Luigi Manconi e Federica Delogu La Repubblica, 11 gennaio 2026 La Polizia penitenziaria avvierà una sperimentazione di sei mesi. Antigone: “Miopia che trasforma i penitenziari in luoghi violenti”. L’anno è iniziato da poco più di una settimana e il numero dei suicidi in carcere conta già il primo caso. Gli istituti scoppiano, la tensione aumenta, le feste appena trascorse hanno reso le giornate ancora più vuote e il tempo ancora più senza fine. La circolare è di prima di Natale, ma la notizia è arrivata solo nei giorni scorsi: la polizia penitenziaria avvierà una sperimentazione per l’utilizzo nelle carceri dello spray urticante, comunemente chiamato spray al peperoncino, per fronteggiare situazioni di pericolo, come aggressioni al personale. Lo si legge sui siti della Polizia penitenziaria e nelle dichiarazioni di Donato Capece, segretario del Sappe, sindacato autonomo degli agenti. Una sperimentazione di sei mesi, al termine della quale una commissione valuterà effetti ed efficacia dello spray, la cui vendita è liberalizzata da una quindicina d’anni anche per i privati cittadini. La sperimentazione per gli agenti in Italia era iniziata nel 2014 e aveva interessato polizia di Stato e carabinieri a Roma, Milano e Napoli, per poi estendersi, dal 2016 al 2020, alla Polizia locale di numerose altre città. L’autorizzazione per la Polizia penitenziaria arriva con la circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) del 22 dicembre scorso, sulla base dello stesso decreto ministeriale 103 del 2011 che ne ha liberalizzato vendita e dotazione alle forze di polizia e in cui il ministero dell’Interno, di concerto con il ministero della Salute, ne chiarisce caratteristiche tecniche e modalità di utilizzo. Secondo i due ministeri non si tratta di un’arma, ma di uno strumento di difesa in grado di provocare un intenso bruciore nella zona colpita, lacrimazione, difficoltà respiratorie e temporanea cecità, oltre a un generale disorientamento che consente la fuga della persona aggredita o la neutralizzazione dell’aggressore. Si tratta di una soluzione a base naturale, composta da Oleoresium Capsicum, una sostanza particolarmente irritante. Gli effetti, immediati e particolarmente forti, spariscono nell’arco di 30/45 minuti. In carcere è prevista inoltre la gestione post-intervento, ossia la fase di “decontaminazione e soccorso”, con spray a base di soluzione fisiologica che servono a ridurre gli effetti della sostanza irritante una volta adoperata. Lo spray, la cui vendita è vietata ai minori di sedici anni, per essere a norma deve contenere un massimo di 20 ml di miscela, essere privo di sostanze infiammabili, corrosive, tossiche o cancerogene, non avere una gittata superiore ai 3 metri (proprio perché da utilizzarsi come strumento di difesa quando fosse impossibile la fuga) e deve essere dotato di un sistema di sicurezza che ne esclude l’attivazione accidentale. Il provvedimento del Capo Dipartimento specifica che la sperimentazione avviene una volta constatato “il significativo incremento degli eventi critici e delle aggressioni nei confronti del personale”, e considerata la necessità di introdurre strumenti di difesa “idonei, proporzionati e non letali” in un “bilanciamento tra esigenze di sicurezza, tutela dell’incolumità del personale e salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone detenute”. Allo stesso tempo però la sperimentazione non può che sollevare diversi dubbi a proposito dell’utilizzo in contesto carcerario. Innanzitutto, si legge nello stesso protocollo che “se ne sconsiglia l’uso in ambienti chiusi” e “in tali contesti, è necessaria un’attenta valutazione dei rischi di contaminazione di terze persone e auto-contaminazione”. E quale ambiente è più chiuso di un carcere? Anche andando a vedere la scheda sinottica pubblicata sulla stessa pagina dalla Polizia penitenziaria si evidenziano i luoghi in cui lo spray potrà essere utilizzato: camere di pernottamento (leggi: celle) e aree detentive, corridoi e spazi interni ai reparti, aree di permanenza all’aria aperta, spazi per attività lavorative e trattamentali e durante il trasporto dei detenuti. Come purtroppo hanno reso evidente tragici fatti di cronaca, l’utilizzo in luoghi particolarmente affollati dello spray ha in alcuni casi provocato situazioni di panico e di fuga precipitosa. Reazioni che, in un luogo come il carcere, per definizione privo di vie di fuga, e che non rende possibile il solo affacciarsi alle finestre o far areare adeguatamente gli spazi, potrebbe generare situazioni di particolare stress o tensione. Secondo il Sappe, il sindacato di polizia, si tratta di una buona notizia (“questa sperimentazione va nella giusta direzione” scrive nel suo comunicato) ma non basta: “Piuttosto che niente, piuttosto” è il commento. A questo punto il sempiterno segretario generale del Sappe non si trattiene più e, incapace di contenersi, snocciola: si potrebbe ricorrere a “strumenti come il Flash Ball o il Bola Wrap. Il Flash Ball, usato dalla polizia francese, spara proiettili di gomma morbida da 44 mm a bassa energia per ridurre il rischio di lesioni gravi ed esercita una forza simile a un pugno medio. Il Bola Wrap lancia un laccio in Kevlar lungo 2,5 metri con ancore che si avvolgono rapidamente attorno al soggetto, limitandone i movimenti. In alcune città italiane è già in dotazione alla polizia locale con risultati positivi”. Tutti strumenti “non violenti” secondo il segretario del Sappe, ma che, a nostro avviso, rischiano in realtà di acuire una tensione già altissima all’interno degli istituti di pena, stipati di reclusi spesso costretti ad attendere settimane o mesi anche solo per accedere alle visite mediche esterne, che vivono in condizioni precarie e si sentono dimenticati. Lo ribadisce anche Patrizio Gonnella, segretario di Antigone, secondo cui “trasformare il carcere in un luogo di conflitto è un enorme errore politico, sociale, culturale. È miopia che produrrà solo guai. In carcere non devono girare armi o strumenti potenzialmente pericolosi. Non lo si è fatto neanche nei cosiddetti anni di piombo”. La giustizia raccontata per slogan di Giovanni Verde La Repubblica, 11 gennaio 2026 Scontiamo un’educazione scolastica che non educa al ragionamento, che non invita alla lettura e alla riflessione. Se il pubblico non è in grado di assorbire ragionamenti complessi, è inevitabile che il discorso dei politici si risolva in enunciati assertivi, nella ricerca dello slogan efficace. In un giornale, che in nome del liberalismo democratico, è impegnato in una campagna in favore del sì referendario, spesso compaiono contributi di magistrati o di ex magistrati che si esprimono a favore della riforma. Di recente su questo giornale un “già magistrato ordinario e presidente di una sezione di giustizia tributaria” giustamente critica la tendenza alla semplificazione dei messaggi, ma cade nella tentazione di dare per vero ciò che è altamente opinabile. Seguiamo i vari passaggi argomentativi. A) È fuorviante sostenere che la riforma non serve a velocizzare i processi, perché lo scopo della riforma non è velocizzare i processi. D’accordo. Ma posto che si era fatta passare la riforma come uno strumento per migliorare il servizio giustizia, non è male che chi vota sappia che la lunghezza dei processi resterà tale (e forse peggiorerà). B) La riforma, si aggiunge, serve a rafforzare l’autonomia interna ed esterna della magistratura, preservandola dalle ingerenze della politica e dal sistema di potere delle correnti. Viene così contrabbandata come verità un’affermazione del tutto opinabile. È, infatti, da dimostrare che la separazione delle carriere rafforzi l’autonomia “esterna” della magistratura, posto che essa sembra pensata per indebolire quella dei pubblici ministeri e che, se non fosse in grado di raggiungere tale obiettivo, potrebbe trasformarsi in un loro potere di indagine accresciuto e incontrollabile. Ed è egualmente da dimostrare che un rafforzamento dell’autonomia “interna” migliori il servizio, atteso che la Costituzione affida alla magistratura, quindi a giudici e pm, il compito di contrastare la criminalità (e non di risolvere duelli giudiziari tra contendenti portatori di tesi contrapposte), avendo stabilito l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale. C) È falso e mistificatorio che la riforma costi troppo e non serva ai cittadini, in quanto serve ai cittadini perché garantirà maggiormente i diritti di difesa e l’efficienza dell’accusa. Se il riferimento è al processo penale, l’affermazione è falsa. Nel processo il dibattito si svolge nel pieno rispetto della parità delle armi. Se il riferimento è alla fase preprocessuale che va dalle indagini e si conclude con il rinvio a giudizio, è la Costituzione ad avere stabilito la necessaria collaborazione tra pm e giudice, che controlla la correttezza delle indagini; i provvedimenti che incidono sulla libertà; la fondatezza “prima facie” dell’ipotesi accusatoria. Ci piacerebbe un sistema in cui il giudice non controlla le indagini, non può intervenire sui provvedimenti restrittivi della libertà (se non monetizzando la libertà su cauzione; l’altra alternativa essendo soltanto il dibattimento immediato), né sulle scelte del pm di esercitare l’azione? E quanto ai costi, si calcola che i due nuovi organismi costino un centinaio di milioni l’anno. Non spenderemmo meglio questi soldi, rinnovando le nostre carceri (vergognose) o potenziando gli uffici dei giudici onorari (che operano in condizioni vergognose)? D) Gli uffici giudiziari saranno più efficienti perché retti da magistrati non più raccomandati dalle correnti. Anche questo è falso. In primo luogo non è dimostrabile che i magistrati scelti da un Csm di sorteggiati possano assicurare maggiore efficienza. In secondo luogo, il problema della “scelta” si pone perché la carriera dei magistrati è una non-carriera, priva di strumenti attendibilmente selettivi, così che l’individuazione del preposto all’ufficio finisce con l’essere legata a criteri soggettivi. Per eliminarli il Csm elabora di continuo circolari, nelle quali -se si vuole evitare il sorteggio - l’unico criterio certo è l’anzianità. E poi, siamo sicuri che ai cittadini tutto ciò importi qualcosa, posto che devono accettare il sistema per cui un giudice vale l’altro? E) È falso che la riforma renderà i giudici dipendenti dalla politica, posto che il primo comma dell’art. 104 non è toccato. Si dimentica, però, che le norme, anche quelle costituzionali vivono di vita propria, possono essere dilatate o sottoposte a subdola erosione. La riforma si pone su questa traiettoria, perché, come hanno detto la nostra Primo ministro e il suo sottosegretario, mira a evitare “invasioni di campo” e a mettere in riga i “magistrati non ligi”. Parole dette a vanvera? Si possono avere sul problema idee diverse ed è giusto non ridurre la discussione a slogan. Non si possono, però, bollare le ragioni del “no” come “fake news”, ossia ricorrendo a uno slogan (oltre tutto non veritiero). Referendum giustizia, sulla riforma è battaglia in piazza: “La sfida dei gazebo” di Luigi Nicolosi Il Mattino, 11 gennaio 2026 Si moltiplicano i comitati pro e contro la nuova legge voluta dal governo: “Non solo giuristi entrano nel dibattito”. Due date cerchiate in rosso, 22 e 23 marzo 2026. Un doppio appuntamento con il referendum confermativo per determinare le sorti della riforma costituzionale della giustizia firmata dal guardasigilli Carlo Nordio. Dopo mesi di duelli a distanza, per operatori e tecnici del diritto scatta l’ora “x”: uscire dalle aule e dagli uffici giudiziari per riversarsi nelle piazze e nelle strade di Napoli. Con un solo obiettivo: stabilire un contatto con i cittadini e portare fuori dalla bolla degli addetti ai lavori le ragioni del Sì e quelle del No. Sul tavolo temi tanto scottanti quanto delicati: dalla separazione delle carriere di giudici e pm allo sdoppiamento del Csm, passando per l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari. A metà dicembre a rompere gli indugi è stato il comitato “È giusto dire no”, coordinato dall’ex presidente del tribunale di Napoli Ettore Ferrara e promosso dall’ex procuratore generale Luigi Riello, con la presentazione alla Domus Ars di Santa Chiara. Questa mattina, alle 10, scenderà invece in campo la camera penale di Napoli con l’iniziativa “129 piazze per il sì”. L’appuntamento è nel cuore del Vomero, in via Scarlatti, con un gazebo e centinaia di volantini da distribuire: “La nostra - spiega Marco Muscariello, presidente della camera penale di Napoli - è una battaglia che non ha colore politico, tant’è che proprio l’avvocatura non ha esitato a schierarsi, con uno sciopero, contro il decreto Sicurezza”. Nel merito della riforma, secondo Muscariello il testo non cela alcun tentativo di attaccare la magistratura: “Non è prevista alcuna azione punitiva nei confronti di pm e giudici, anzi viene rafforzato il principio di autonomia con uno sbarramento anche per il futuro. Viene però finalmente stabilita una regola che limita l’influenza delle correnti”. Il riferimento è all’introduzione del sorteggio per la componente togata del Csm, che “avverrà sempre tra figure qualificate e con oltre vent’anni di esperienza. Il magistrato che ha i titoli non ha bisogno delle correnti per fare carriera. Con questa riforma ci allineiamo ai Paesi europei più moderni”. Di tutt’altro avviso il gip Leda Rossetti, neo presidente della giunta distrettuale di Napoli dell’Associazione nazionale magistrati, chiamata, insieme alla pm Ivana Fulco, eletta segretario, a guidare l’Anm nella fase più rovente della campagna referendaria: “Dalle istituzioni ai circoli e alle associazioni, il nostro obiettivo è quello di far conoscere i pericoli che si annidano in questa riforma. Su tutti, quello di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Il rischio sarebbe quello di ricondurre l’operato di pm e giudici sotto il controllo dell’Esecutivo: “Il vero fine di questa riforma - spiega la presidente Rossetti - è quello di minare l’indipendenza dei magistrati. Il Csm ne uscirà indebolito e i membri togati saranno più esposti alle pressioni interne ed esterne. Mentre i laici, che verranno eletti con un sorteggio “camuffato”, saranno espressione della maggioranza governativa che indirizzerà le nomine più delicate, come quelle delle Procure più importanti d’Italia. Il giudice sarà poi intimorito da una minaccia disciplinare, il cui esercizio viene affidato all’Alta corte che non garantisce imparzialità nella composizione e le cui decisioni non sono impugnabili in Cassazione. Una riforma punitiva per la magistratura e pericolosa per i cittadini”. Per l’avvocato Bruno Larosa, presidente del comitato “Mario Pagano per il sì”, “paventare un attentato all’autonomia è una mistificazione. Noi avvocati saremmo i primi a impedire una riforma che mini l’indipendenza della magistratura, ma allo stato non c’è nessun pericolo di questo tipo”. Sulla stessa lunghezza d’onda il professore Vincenzo Maiello, ordinario di Diritto penale: “La riforma completa il disegno costituzionale del giusto processo, potenziando l’indipendenza del giudice e favorendo la percezione di trasparenza delle sue decisioni”. Il fronte del no da qui ai prossimi due mesi sarà impegnato in un fitto calendario di appuntamenti pubblici. Tre, invece, le occasioni di confronto con i sostenitori del sì: il 19 gennaio al dipartimento di Giurisprudenza della Federico II, il 26 gennaio all’Accademia di Belle Arti di via Costantinopoli e il 3 febbraio al liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Aversa. Altri interventi, ma senza “contraddittorio”, il 31 gennaio al Circolo della Stampa di Avellino e il 5 e il 14 febbraio, rispettivamente all’Istituto italiano per gli Studi Filosofici e all’Asd Kodokan di piazza Carlo III. Sul fronte del sì è ancora in fase di definizione il calendario di eventi, soprattutto in centro città, successivi a quello di oggi al Vomero. Le toghe napoletane lanciano il guanto della sfida, l’avvocatura pure. Tra poco più di due mesi l’ultima parola alla cittadinanza. Referendum sulla giustizia, ecco la risposta a Meloni del Comitato del No di Arturo Celletti Avvenire, 11 gennaio 2026 Landini: non c’è quorum, per vincere serve mobilitazione capillare. Schlein: questa riforma serve a chi sta al potere per sfuggire ogni controllo. Nicola Fratoianni torna alla conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni e va subito all’attacco. “C’è poco da girarci intorno... È stata un lungo attacco nei confronti della magistratura, un lungo lavoro di delegittimazione della magistratura... I giudici sono l’ossessione di questa destra da 30 anni e ora vogliono portarne a casa lo scalpo”. Un’analisi cruda. Un atto d’accusa. Il leader Avs arriva all’iniziativa del Comitato del No in scena a Roma e attacca ancora: “È una controriforma che non migliora in nessun modo i problemi della giustizia italiana, non interviene sulla legittimità del processo, sulla carenza degli organici, sulla digitalizzazione. Ha un unico obiettivo: quello di demolire la separazione dei poteri, di colpire l’autonomia della magistratura, di controllarla”. La sfida del referendum si prepara a entrare nel vivo. La data è fissata 22 e 23 marzo. “Avremmo voluto tempi più lunghi che rispettassero anche la raccolta delle firme che è ancora in corso - ragiona Fratoianni -. Ma in ogni caso se il governo decide, con quella data bisogna fare i conti. I comitati per il no, le forze politiche, ciascuno e ciascuno di noi farà tutto quello che può per arrivare pronti a quella data, per vincere il referendum, per difendere l’autonomia della magistratura, ma soprattutto l’assetto della Repubblica che è fondato sulla divisione dei poteri”. Due Italia si fronteggiano. Nella sede del comitato “Società civile per il no” al referendum sulla giustizia, guidato da Giovanni Bachelet, arriva il segretario della Cgil Maurizio Landini e anche lui riflette sulla sfida del 22 marzo: “Abbiamo davanti un compito non facile, non siamo qui per partecipare, siamo qui perché vogliamo vincere questo referendum e dobbiamo convincere tante persone ad andare a votare. Siamo in un momento di crisi della democrazia, la maggior parte dei cittadini non va a votare ma ricordiamoci che questo referendum non ha bisogno di un quorum, quindi vince chi prende un voto in più degli altri. Questa è una campagna che la vincerà chi riesce a parlare alle persone e riesce a convincerle a votare”. E ancora. “In Italia ci sono 8000 comuni, se vogliamo davvero affrontare il tema del referendum, in ogni comune ci devono essere comitati in ogni seggio ci devono essere rappresentanti, insomma serve fare un lavoro organizzativo e capillare. Cominciamo a camminare comune per comune, quartiere per quartiere e territorio per territorio. Parlando con le persone e rendendo evidente quella che è la posta in gioco che abbiamo di fronte e la posta in gioco è il futuro della nostra democrazia” C’è la politica e c’è la società civile. “Dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi del governo”, dice, in un collegamento video, il premio Nobel Giorgio Parisi che allarga il bersaglio e attacca la classe politica: “... Con una riforma così potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile, al di sopra di ogni sospetto e in nessun modo attaccabile”. Sostegno al Comitato arriva anche dallo scrittore Maurizio De Giovanni, anche lui in collegamento video: “Da cittadino avrei paura di un pm che non ha una formazione da magistrato, che non sarà più un giudice, ho paura di un magistrato giudicante che si rifaccia a una giurisprudenza consolidata e che non corre rischi; ho paura di una giustizia divisa, ho paura di un superpoliziotto”. L’opposizione c’è. Angelo Bonelli riapre le ostilità: fissare il referendum tra il 22 e il 23 marzo senza attendere l’esito della raccolta firme - che ha già superato le 300 mila sottoscrizioni - rappresenta una “grave forzatura” che nasconde una “verità: hanno paura di perdere”. Parla anche Giovanni Bachelet. “Teniamoci stretta l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, al referendum votiamo no”. Dopo l’intervento, la platea si alza in piedi per l’Inno nazionale. All’iniziativa ci sono tante realtà associative (Cgil, Anpi, Acli, Arci, Auser, Libera, Libertà e Giustizia, Legambiente) e c’é l’opposizione politica. A cominciare dalla segretaria del Pd, Elly Schlein che avverte: “Questa non è una riforma della giustizia perché non migliora il sistema giustizia, non incide sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri dove è record di suicidi. Non è una riforma che incide sulla separazione delle carriere: i passaggi sono stati già limitati dalla riforma Cartabia e riguardano quaranta persone al massimo. Per queste persone si cambia la Costituzione? E allora, se non serve al funzionamento della giustizia né alla separazione delle carriere, a cosa serve questa riforma e a chi serve? Serve a chi sta già potere e vuole sfuggire a ogni controllo. Serve a dire che la legge non è uguale per tutti”. Si attende anche il capo dei % stelle Giuseppe Conte. Ma tocca ancora a Elly Schlein sfidare il governo rivolgendosi direttamente al ministro della Giustizia Nordio: “Noi vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare noi la magistratura ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia” Riforma della giustizia, lo stato delle cose non è accettabile. Perché da decenni non cambia nulla di Paolo Crucianelli Il Riformista, 11 gennaio 2026 Il referendum sulla giustizia viene raccontato, da chi invita a votare no, come un azzardo: una riforma pericolosa, un salto nel buio, una forzatura che metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura. È una narrazione rassicurante per chi la propone, ma profondamente fuorviante. Perché rovescia il problema. La vera domanda non è se il referendum introduca un elemento di instabilità, ma se sia ancora accettabile lo stato attuale delle cose. Il punto centrale, troppo spesso eluso, è questo: la magistratura italiana è oggi l’unico grande potere pubblico che non risponde mai di sé stesso. Non risponde politicamente, non risponde disciplinarmente in modo efficace, non risponde sul piano organizzativo. È un potere che si autogoverna, si autovaluta e si autoriproduce. Il referendum non nasce per “migliorare” questo sistema, ma per certificare che quel modello di autoregolazione ha fallito. Non si tratta di una valutazione morale sui magistrati, né di una polemica ideologica. È un dato strutturale. Da decenni si promettono riforme interne, correttivi, autocritiche. Da decenni nulla cambia davvero. Le correnti restano centrali, il CSM continua a funzionare come una camera di compensazione politica interna, gli errori giudiziari non producono conseguenze reali. In qualunque altro ambito dello Stato, una simile assenza di accountability sarebbe considerata inaccettabile. Perché da decenni non cambia nulla - Due esempi tra i più emblematici: i magistrati che si occuparono del caso Enzo Tortora e di Rignano Flaminio, due tra i più clamorosi e nefasti errori giudiziari della storia recente, hanno proseguito la loro carriera senza alcuna conseguenza disciplinare, arrivando in alcuni casi a ricoprire anche incarichi apicali. Nessuna responsabilità interna, nessuna sanzione, nessuna interruzione di carriera, anzi… Le uniche conseguenze concrete sono rimaste interamente a carico delle vittime: la morte di Enzo Tortora e un peso devastante sulle persone ingiustamente coinvolte nel caso di Rignano Flaminio. Qui si innesta un equivoco voluto: chi vota sì non chiede una giustizia “più forte” o “più debole”, ma una giustizia finalmente responsabile. Responsabile non nel senso della colpa individuale, ma della responsabilità istituzionale. Chi esercita un potere che incide sulla libertà, sulla reputazione e sulla vita delle persone deve essere inserito in un sistema di contrappesi reali, non solo proclamati. Questo non è un salto nel buio. È, al contrario, l’allineamento dell’Italia a ciò che in gran parte d’Europa è già realtà da tempo. In Francia, in Germania, in Spagna, nei Paesi Bassi, in Svizzera, il pubblico ministero non appartiene alla stessa carriera del giudice. Le funzioni sono distinte, i percorsi separati, gli organi di governo differenti. Nessuno considera questi sistemi meno democratici o meno garantisti del nostro. Anzi, proprio quella separazione è ritenuta una garanzia minima di imparzialità. In quei Paesi non si teme che la distinzione tra chi accusa e chi giudica produca derive autoritarie. Si teme l’opposto: che la loro confusione le favorisca. Ed è esattamente ciò che accade in Italia, dove l’equilibrio tra le parti resta formalmente sancito ma sostanzialmente fragile, quasi evanescente e dove il cittadino percepisce - spesso a ragione - che l’accusa gode di una posizione di vantaggio. A cosa servirà il referendum - Il referendum serve allora a riequilibrare i poteri, non a indebolirli. Serve a ricordare che l’indipendenza non è irresponsabilità, e che l’autonomia non può trasformarsi in autoreferenzialità. Serve, soprattutto, a tutelare il cittadino normale: non l’imputato eccellente, non il politico famoso, ma chi viene trascinato in un procedimento per automatismi, per errori, per denunce fragili, e scopre troppo tardi che uscire indenni dal processo non significa uscire indenni dalla vita. Il fronte del no non offre alternative credibili. Non propone riforme diverse, non indica correttivi concreti, non spiega come si dovrebbe risolvere lo squilibrio attuale. Si limita a difendere lo status quo in nome di un pericolo astratto. Ma il vero rischio è continuare a considerare intoccabile un sistema che ha dimostrato, nei fatti, di non sapersi correggere. Cosa significa votare sì - Votare sì non significa avere fiducia cieca nella riforma. Significa prendere atto che la fiducia nel sistema attuale non è più giustificata. È un voto di maturità democratica, non di appartenenza politica. Questa riforma non introduce di per sé una responsabilità sanzionatoria dei magistrati. Ma smonta il sistema che oggi la rende impossibile, separando ruoli, carriere e organi di autogoverno. Senza questo passaggio, ogni discorso sulla responsabilità resta pura retorica. Sardegna. “Un tavolo di confronto tra Ministero, Regione ed enti locali sui detenuti al 41 bis” di Francesco Zizi L’Unione Sarda, 11 gennaio 2026 La richiesta da Nuoro, nel consiglio straordinario sui trasferimenti dei reclusi in massima sicurezza. Il sindaco Fenu: “Doveroso un dibattito serio”. Todde: “Una battaglia di tutti i sardi”. “La scelta di destinare il carcere di Badu e Carros in via esclusiva ai detenuti sottoposti al regime del 41-bis è una scelta che rientra nelle competenze del Ministero della Giustizia ed è finalizzata, così come dichiarato dallo stesso Governo, a riallineare la situazione reale a quanto previsto dalla normativa introdotta nel 2009”. Lo ha dichiarato il sindaco di Nuoro, Emiliano Fenu, intervenendo nella seduta del Consiglio comunale straordinario aperto dedicato al futuro del carcere nuorese, annunciando inoltre che il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, sarà a fine mese a Nuoro. “Credo sia doveroso aprire un confronto serio sugli effetti che una simile scelta avrebbe - ha aggiunto Fenu - non solo sul territorio ma anche sui detenuti comuni, sulle famiglie e su quella rete di volontariato che in questi anni ha costruito a Nuoro un patrimonio umano e sociale fondamentale per i percorsi di reinserimento, in piena coerenza con l’articolo 27 della Costituzione. Su questi temi credo sia sbagliato e pericoloso trasformare il dibattito in una polemica politica. Per questo ho apprezzato il metodo indicato dal presidente del Consiglio comunale che a nome dell’intera assemblea chiede l’istituzione di un tavolo di confronto tra Ministero, Regione ed enti locali”. Il sindaco ha poi reso noto di aver già attivato un canale diretto con il Governo. “Due giorni fa ho avuto un colloquio diretto con il Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, al quale ho rappresentato con chiarezza le preoccupazioni della comunità nuorese e del territorio. Il Sottosegretario mi ha garantito che sarà a Nuoro tra la fine di gennaio e i primissimi giorni di febbraio per visitare il carcere di Badu e Carros e ascoltare le istanze delle istituzioni locali e della comunità di persona. La mia richiesta si aggiunge a quella formulata dalla presidente della Regione che ha già investito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro di Grazia e Giustizia, Carlo Nordio, dell’esigenza di attivare un tavolo con Governo e Ministero”. All’assemblea è intervenuta anche la governatrice Alessandra Todde: “Nella Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre il Governo, attraverso il Sottosegretario Delmastro Delle Vedove ha presentato un’informativa sulla riorganizzazione del regime del 41 bis. Dai documenti emerge una scelta precisa. La concentrazione dei detenuti in istituti dedicati, riducendo le regioni coinvolte a cinque. Tra queste c’è la Sardegna. Dalla bozza di verbale che diventerà definitiva il 15 gennaio - ha rimarcato la presidente della Regione - risulta che in Sardegna il 41 bis verrebbe concentrato in tre istituti dedicati. Nuoro, Uta e Bancali. Non uno. Tre. Nel corso della stessa informativa sono stati forniti numeri ufficiali. In Sardegna sono previsti 192 posti di 41 bis, destinati ad aumentare di almeno il 20%, fino a circa 240. Numeri dichiarati in una sede istituzionale, non ipotesi giornalistiche”. Ancora, ha ricordato Todde, “a settembre avevo chiesto chiarimenti direttamente al ministro Nordio sul futuro di Uta e avevo ricevuto rassicurazioni che andavano in tutt’altra direzione. Oggi ci troviamo davanti ad atti che raccontano altro”. “La Regione Sardegna, per voce dell’assessora Laconi, ha espresso formalmente la propria contrarietà e ha chiesto che questa scelta venga modificata. Non condividiamo l’idea che l’insularità sia una condanna o una scorciatoia logistica. La Sardegna non può essere trattata come un contenitore”, ha proseguito la governatrice, sottolineando anche che l’Isola “ospita dieci istituti penitenziari e il 75 per cento delle colonie penali, accogliendo una popolazione detenuta in gran parte non sarda. “Abbiamo sempre fatto la nostra parte, - la chiosa - ma non accettiamo di essere trattati come una soluzione logistica per decisioni assunte senza un reale confronto”. Todde ha infine lanciato un appello all’unità delle istituzioni e delle forze politiche: “Su questo tema non ci sono divisioni, non ci sono colori e non ci sono partiti: c’è solo una voce forte da far sentire da far sentire qui, da far sentire in Consiglio Regionale, da far sentire in Parlamento, da far sentire di fronte alla Presidenza del Consiglio, da far sentire ovunque ci sia la possibilità la necessità di farla sentire. Ma deve essere una voce di tutti i sardi, non di una parte non dall’altra, non di colori diversi. Non ci devono essere distinguo: ci deve essere una voce dei sardi. Questa - ha concluso la governatrice - non è una battaglia di Nuoro, di Uta o di Bancali. È una battaglia di tutta la Sardegna”. Sardegna. Detenuti al 41 bis, l’appello della Garante: “Urge convocazione della Camera” L’Unione Sarda, 11 gennaio 2026 Irene Testa: “Fare dibattere il Parlamento e dare risposte sul tema va nell’interesse di tutti e di un sistema in ginocchio che merita di essere affrontato nella sua interezza e complessità”. Una convocazione “straordinaria” della Camera dei Deputati “che la Costituzione indica all’articolo 62”, per discutere dell’arrivo dei detenuti di massima sicurezza, 41bis, nelle carceri della Sardegna. Lo chiede Irene Testa, garante regionale delle persone private della libertà personale. “Da qualche settimana stiamo assistendo a una serie di botta e risposta tra chi sostiene che tre istituti della Sardegna saranno convertiti in istituti esclusivi per il 41 bis e chi sostiene che non esiste nessun documento ufficiale che lo attesti - osserva - Da entrambi i lati si è comunque d’accordo che questa ipotesi non sia accettabile. In questa terribile confusione che crea smarrimento nella popolazione e tra gli operatori non si può tuttavia non riconoscere che grazie al tema del 41bis è oggi merito della politica sarda quello di aver acceso un faro importante sulla condizione delle carceri nell’Isola”. “Le carceri - prosegue poi Testa - sono in ginocchio sia a livello nazionale che regionale. Si fa strage quotidiana del diritto. Si fa perdere la dignità a chi lavora e a chi sconta una pena. Le sezioni degli istituti sembrano gironi infernali. Solo chi le vive può comprenderne davvero il senso. Dichiarazioni a mezzo stampa, denunce, segnalazioni, ispezioni sembrano ormai armi spuntate. E allora mi chiedo perché non si coglie l’occasione, proprio partendo dal caso Sardegna, per obbligare il parlamento a dibattere e a dare risposte? Credo che tutti siamo consapevoli del fatto che pur apprezzando le intenzioni, non siano sufficienti gli interventi di fine seduta, le interrogazioni o il deposito di disegni di legge che non saranno mai presi in considerazione. Vero è che sono strumenti a disposizione dei parlamentari ma chi ha un minimo di dimestichezza con i regolamenti parlamentari sa che non porteranno a nulla”. Testa ricorda che, per la convocazione straordinaria della Camera, “è sufficiente 1/3 dei parlamentari. Questo è ciò che mi sento di consigliare ai parlamentari sardi. Nell’interesse dell’isola e del continente. Nell’interesse di un sistema in ginocchio che al di là del grave problema del 41 bis merita di essere affrontato nella sua interezza e complessità”. Proprio con riferimento al tema dei detenuti al 41 bis nelle carceri dell’Isola, il sindaco di Nuoro Emiliano Fenu intervenendo nella seduta del Consiglio comunale straordinario aperto dedicato al futuro del carcere locale ha annunciato nelle ultime ore che il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, sarà a fine mese a Nuoro. Sardegna. Da Riina a Vallanzasca, Cutolo e Calò: tutti i detenuti “illustri” passati per le carceri di Francesco Zizi L’Unione Sarda, 11 gennaio 2026 Il piano del Governo di concentrare centinaia di detenuti al 41-bis nell’isola riapre una ferita mai chiusa. In Sardegna il carcere duro è una storia che affonda le radici nel Novecento e che oggi, con il piano del governo Meloni di concentrare centinaia di detenuti al 41-bis nell’Isola, torna a riaffacciarsi. Prima l’Asinara, poi Badu e Carros, oggi Bancali e Uta: la Sardegna è stata più volte chiamata a farsi carico dei nemici pubblici numero uno dello Stato. Mafiosi stragisti, terroristi internazionali, capi della criminalità organizzata. Figure che hanno segnato pagine nere della storia italiana e che ora riaprono una ferita mai chiusa. Il carcere dell’Asinara è stato il laboratorio dell’emergenza penitenziaria. Negli anni Settanta e Ottanta l’isola-prigione accolse i principali protagonisti del terrorismo politico. Tra i detenuti delle Brigate Rosse ci furono Alberto Franceschini, fondatore dell’organizzazione, Mario Moretti, arrestato nel 1981 e considerato il regista del sequestro Moro, Prospero Gallinari, Lauro Azzolini e Valerio Morucci. Negli anni Novanta l’Asinara cambiò volto e divenne il carcere simbolo della lotta alla mafia. Nel 1992 vi fu rinchiuso Totò Riina, capo assoluto di Cosa Nostra. Con lui arrivarono Pippo Calò, Giuseppe Madonia, Nitto Santapaola, Michele Greco e altri boss coinvolti nelle stragi e nel maxiprocesso di Palermo. Anche Raffaele Cutolo, leader della Nuova Camorra Organizzata, vi trascorse periodi di detenzione. La chiusura del carcere nel 1998 sembrò sancire la fine di quella stagione. Ma il modello Asinara continua a pesare come un precedente. Inaugurato nel 1974, Badu e Carros nasce per raccogliere ciò che il resto del sistema carcerario non riesce a gestire. Negli anni Settanta e Ottanta vi vengono trasferiti terroristi delle Brigate Rosse, militanti di Prima Linea e appartenenti all’area dell’eversione di sinistra. In quegli anni Nuoro diventa sinonimo di isolamento totale. Sul fronte mafioso, il carcere ospita Luciano Liggio, padrino dei Corleonesi, trasferito alla fine degli anni Settanta e morto lì nel 1993. Negli anni Ottanta arrivano Renato Vallanzasca, Francis Turatello, Angelo Epaminonda e altri nomi della criminalità organizzata del Nord legata a Cosa Nostra. Nel 2006 Badu e Carros ospita Mullah Krekar, fondatore del gruppo jihadista Ansar al-Islam. Per la prima volta la Sardegna entra a pieno titolo nel circuito del terrorismo internazionale. Oggi, secondo i piani del governo, il carcere nuorese è destinato a diventare un perno strutturale del 41-bis. Il 24 febbraio 2023 l’evasione del boss foggiano Marco Raduano. Il carcere di Sassari-Bancali rappresenta il presente e il futuro della strategia del Ministero della Giustizia. A partire dal 2018, l’istituto ha accolto un numero crescente di detenuti al 41-bis: boss di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, molti dei quali condannati all’ergastolo per stragi, traffico internazionale di stupefacenti e omicidi eccellenti. Tra i profili transitati o detenuti in strutture analoghe in Sardegna figurano esponenti legati ai clan Casamonica, Bagarella, Bellocco, Pesce, Iovine, Schiavone e Zagaria. Ma anche Salvatore Messina Denario, fratello di Matteo. Nomi che pesano come macigni e che spiegano perché Bancali sia oggi considerato uno dei punti più delicati del sistema penitenziario nazionale. Una concentrazione che cresce mentre sindacati e magistrati denunciano carenze di organico e un carico di rischio sempre più elevato. Firenze. Freddo a Sollicciano, chiuse aule e biblioteca del carcere firenzedintorni.it, 11 gennaio 2026 Decine di detenuti restano senza lezioni e senza accesso ai libri, temperature fino a due gradi. Il freddo intenso a Sollicciano ha costretto alla chiusura di tutte le aule e della biblioteca del carcere, lasciando decine di detenuti senza lezioni né accesso ai libri. Le aule ospitano corsi di istruzione di base, alfabetizzazione e lezioni di italiano, strumenti fondamentali per favorire l’integrazione dei reclusi stranieri e promuovere il percorso di rieducazione e reinserimento nella società. Secondo quanto riportato dal Corriere Fiorentino, Antonio Mautone della Uil Pa segnala che nei reparti le temperature scendono anche a due gradi, mettendo a rischio la salute di detenuti e personale. La biblioteca, con centinaia di volumi, resta inutilizzabile a causa del gelo e dei problemi logistici, come ascensori guasti e scale bagnate. Condizioni che si ripetono ciclicamente e per le quali, nonostante le promesse di interventi infrastrutturali da parte del sottosegretario alla Giustizia, non è ancora arrivata risposta. Firenze. “Il tavolo, buone intenzioni. Invece dovrebbero firmare un’ordinanza di sgombero” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 11 gennaio 2026 L’ex cappellano critico. Le associazioni: situazione disumana, Gelato d’inverno, bollente d’estate: è la situazione del carcere di Sollicciano. Da anni viene denunciato lo stato disumano dell’istituto penitenziario fiorentino e senza alcun risultato. “Un carcere con celle a due gradi non è umano. Asl e Comune intervengano dichiarando inagibile Sollicciano”. Lo chiedono a gran voce vari attori del mondo carcere all’indomani delle notizie, pubblicate sul Corriere Fiorentino, delle condizioni drammatiche in cui versa il penitenziario fiorentino in questi giorni di gelo. “In alcune celle ci sono due gradi”, aveva denunciato nei giorni scorsi il sindacato Uil Pa degli agenti penitenziari. Eppure, dentro Sollicciano si continua a vivere. È pur vero che il carcere è responsabilità amministrativa del ministero della giustizia, “ma gli enti locali potrebbero svolgere un ruolo determinante”. E qualche dubbio arriva anche sull’efficacia del tavolo istituzionale che si è riunito per la prima volta venerdì in Palazzo Vecchio: “Ne abbiamo visti tanti finora - dice l’ex cappellano di Sollicciano e attuale responsabile area carcere della diocesi, don Vincenzo Russo - ma non hanno mai risolto i problemi più urgenti di Sollicciano, che in queste condizioni non può avere una funzione rieducativa. Il carcere fiorentino ha problemi adesso, e vanno risolti con interventi più incisivi piuttosto che con tavoli che sembrano dichiarazioni d’intenti”. Russo si dice perplesso anche sul ruolo del garante comunale: “Troppo timide le sue parole nei confronti del ministero, dovrebbe intervenire sulla Procura perché le condizioni di tortura a cui sono esposti i reclusi non sono previste dalla Costituzione. Mi sembra stia prevalendo la rassegnazione sulla denuncia”. Parole simili arrivano da Emilio Santoro dell’associazione Altrodiritto: “I pochissimi gradi in carcere sono una condizione di evidente invivibilità per cui si dovrebbe procedere subito allo svuotamento di Sollicciano, nessuno può vivere a quelle temperature. La situazione impone alla Asl e alla sindaca di intervenire con una ordinanza di sgombero”. Ma non c’è soltanto il problema del freddo: “La settima sezione del carcere è senza luce e senza corrente elettrica da marzo”. E quello che è sconfortante, “è che ormai tra i reclusi non c’è più fiducia, perché sanno che ormai nessuno interverrà in tempi certi, sembrano ormai disposti ad accettare qualsiasi cosa”. “Il tavolo - aggiunge - purtroppo influisce poco o niente sulla situazione attuale perché quella dipende dal Dap e dal sottosegretario Delmastro, nei confronti dei quali il tavolo non avrà nessuna voce in capitolo visto che loro non sono presenti. Certo, bene che ci sia questo confronto, ma non risolve certo i drammatici e atavici problemi”. Anche Alessio Scandurra dell’associazione Antigone avanza richieste simili: “È ora che la sindaca di Firenze proponga l’emissione di un’ordinanza di sgombero visti i gravi rischi per la salute pubblica. La situazione del carcere di Sollicciano è nota da tempo, eppure tutti i soggetti responsabili continuano, contro ogni evidenza, a ritenere questa struttura adeguata a svolgere la sua funzione. È un carcere in cui le persone sono detenute in condizioni inumane e degradanti, cosa accertata in più occasioni anche dalla magistratura di sorveglianza, in cui anche le condizioni di lavoro del personale sono inaccettabili”. Un appello alla sindaca arriva anche da Massimo Lensi dell’associazione Progetto Firenze e dal consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi: “Non pensiamo che la sindaca possa effettivamente chiudere Sollicciano, per i poteri che ha. Ma ha la possibilità di andare in quella direzione, verificando rapidamente - anche con le autorità sanitarie preposte - le condizioni all’interno della casa circondariale, procedendo a dichiarare l’inagibilità delle parti più esposte al freddo e a condizioni inumane. In Consiglio comunale avevamo già chiesto se c’era l’intenzione di seguire questa via, ma non è mai arrivata risposta”. Napoli. Ciambriello: “La Costituzione ingabbiata nelle celle, servono cure adeguate” napolitan.it, 11 gennaio 2026 La vicenda di Luca La Penna, morto il 7 gennaio 2025 nel carcere di Secondigliano, probabilmente per non aver ricevuto cure mediche tempestive e adeguate, rappresenta uno dei casi più emblematici delle criticità del sistema sanitario penitenziario. Il 42enne, detenuto dal 2022, è deceduto dopo un progressivo aggravamento delle sue condizioni di salute. L’autopsia disposta dalla Procura ha accertato che La Penna era affetto da una polmonite accelerata, una patologia curabile se affrontata con tempestività. Secondo gli inquirenti, però, le cure sarebbero arrivate tardi e in modo inadeguato: per questo due dottoresse sono state rinviate a giudizio con l’accusa di responsabilità medica. I familiari avevano denunciato fin da subito gravi negligenze, parlando di richieste di aiuto rimaste inascoltate, descrivendo il 42enne come un detenuto che, nei giorni precedenti al decesso, manifestava segnali evidenti di sofferenza fisica e cognitiva. I soccorsi furono attivati solo all’alba del 7 gennaio: La Penna morì in ambulanza per arresto cardiaco, arrivando in ospedale quando ormai non c’era più nulla da fare. Sul caso è intervenuto anche Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale, che ha inquadrato la morte di La Penna in un contesto più ampio e strutturale. “Il confine tra malattie indotte dalla mala sanità e suicidi indotti o annunciati per mancanza di cure è sempre labile”, ha dichiarato, sottolineando come il sovraffollamento carcerario incida direttamente sulla tutela dei diritti fondamentali. In Italia, ha ricordato, 63.868 persone sono detenute a fronte di circa 45.000 posti reali disponibili: “La Costituzione è ingabbiata nelle celle”. Secondo Ciambriello, “il rischio è che una persona entra in carcere perché ha commesso un reato ed esce dal carcere dopo che ha subito dallo Stato un reato di malagiustizia o mala sanità”. Per questo il garante ribadisce che il diritto alla salute e alla dignità non sono negoziabili. Servono più specialisti, attrezzature adeguate, Tac funzionanti e un potenziamento dei nuclei di traduzione per accompagnare i detenuti alle visite esterne: “Tra Poggioreale e Secondigliano - denuncia - ogni settimana una cinquantina di traduzioni per visite specialistiche saltano”. Il caso La Penna, ora al vaglio della magistratura, non è solo una vicenda giudiziaria, ma rappresenta anche un drammatico simbolo delle lacune di un sistema che, secondo garanti e famiglie, continua troppo spesso a negare cure adeguate a chi è affidato alla custodia dello Stato. Viterbo. Schiaffeggiato prima di impiccarsi in cella, testimonia il Garante dei detenuti di Silvana Cortignani tusciaweb.eu, 11 gennaio 2026 Morte di Hassan Sharaf. Stefano Anastasia sentito al processo per abuso dei mezzi di correzione a due penitenziari: ripreso giovedì davanti al giudice Giovanna Camillo il processo a due poliziotti penitenziari del carcere Nicandro Izzo di Viterbo imputati di abuso dei mezzi di correzione in concorso. La vittima sarebbe uscita il successivo 7 settembre, dopo poco più di un mese. Quando si è impiccato, nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018, Hassan Sharaf si trovava da poche ore in cella d’isolamento, in seguito a una sanzione irrogata con provvedimento del consiglio di disciplina in data 9 aprile 2018 ed eseguita in epoca in cui il detenuto si trovava in espiazione di pena inflitta con sentenza di condanna, relativa a un reato commesso da minorenne. Tra i testimoni il garante per i detenuti del Lazio Stefano Anastasia e per le parti civili la psicologa Flaminia Bolzan Mariotti Posetto secondo cui Sharaf era un “soggetto fragile”. La tragedia risale al primo pomeriggio del 23 luglio 2018 mentre il 21enne è morto il 30 luglio 2018 nel reparto di rianimazione dell’ospedale Santa Rosa dove era giunto in coma la settimana precedente. Non si sa se Sharaf si sia impiccato con un lenzuolo o con l’asciugamano. Nessun sequestro da parte della polizia penitenziaria, l’unica forza dell’ordine che abbia effettuato un sopralluogo nella cella. Non è stato sequestrato nemmeno il secchio rosso, tirato fuori dalla stanza da uno dei due agenti difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati. Subito dopo, oltre a levare dalla cella il secchio, un cui frammento potrebbe essere stato usato dal 21enne per autolesionarsi, l’agente che lo aveva schiaffeggiato si sarebbe limitato ad assicurarsi che la porta blindata fosse ben chiusa, così come lo scuretto esterno dello spioncino a grata. Nel corso del processo le parti hanno convenuto nella rinuncia a proiettare in aula le immagini riprese tra le 13,25 e le 15,32 dalle telecamere interne del carcere che hanno cristallizzato le ultime due ore del 21enne, dal suo ingresso in cella d’isolamento a quando ne è uscito in fin di vita su una barella. Parti civili con l’avvocato Marco Andreano, la madre e la sorella. È invece assistito da Giacomo Barelli il cugino che vive a Roma, con cui Sharaf, ancora minorenne, era venuto in Italia in cerca di fortuna a bordo di un barcone. Ad aprile sarà la volta dei testi della difesa. Prato. Violenze sessuali al suo compagno di cella: detenuto indagato per tortura di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 11 gennaio 2026 Per quattro mesi avrebbe trasformato la cella del carcere di Prato in un luogo di sopraffazione e paura, sottoponendo l’uomo che condivideva lo spazio con lui a violenze, umiliazioni e minacce. Per quattro mesi avrebbe trasformato la cella in un luogo di sopraffazione e paura, sottoponendo l’uomo che condivideva lo spazio con lui a violenze, umiliazioni e minacce. Un detenuto marocchino di 39 anni è ora indagato dalla procura di Prato per violenza sessuale e tortura nei confronti di un italiano di 46 anni, dopo la denuncia che ha fatto emergere una vicenda definita dagli inquirenti di estrema gravità. A darne notizia è stato il procuratore Luca Tescaroli, spiegando che le indagini della polizia penitenziaria hanno confermato molti dei terribili elementi raccontati dalla vittima. Secondo l’accusa, l’uomo sarebbe stato costretto a restare sveglio di notte e sottoposto a ripetuti abusi, tra cui violenze sessuali. L’aggressione non si sarebbe limitata alla dimensione fisica: il 39enne avrebbe anche distrutto le fotografie dei familiari del compagno di cella, insultandolo e colpendolo nella sua sfera più intima. Tra le frasi riferite agli investigatori, anche offese legate all’orientamento sessuale della vittima e minacce rivolte ai suoi affetti. In più occasioni, l’uomo sarebbe stato costretto a comprare cibo e oggetti per il suo aguzzino - dalle scarpe a un orologio - facendoseli portare in carcere dai genitori. Ogni tentativo di ribellione o di denuncia, sempre secondo quanto emerso, sarebbe stato soffocato con la paura di ritorsioni. La svolta è arrivata solo nei giorni scorsi, quando il detenuto ha trovato il coraggio di parlare. A quel punto l’amministrazione penitenziaria è intervenuta separandolo dal presunto responsabile, ponendo fine a un incubo durato mesi. Intanto resta alta l’attenzione sulla sicurezza interna del carcere della Dogaia. Proprio venerdì 9 gennaio gli agenti hanno rinvenuto vicino al muro perimetrale un pacco contenente un microtelefono e un involucro con hashish e cocaina, probabilmente destinati a essere recuperati dai detenuti. Un episodio che riaccende l’allarme sui lanci dall’esterno e sull’uso dei droni. Per questo il procuratore Tescaroli ha rinnovato l’appello alla direzione della struttura affinché vengano installate reti anti-lancio e sistemi per impedire il sorvolo dei droni, oltre a una sorveglianza più efficace nelle sezioni, soprattutto durante la notte. Un fronte necessario per evitare che dietro le sbarre si consumino altre storie di violenza e illegalità. Bologna. La situazione del carcere minorile di Antonio Iannello* Ristretti Orizzonti, 11 gennaio 2026 Nell’attuale contesto il carcere minorile di Bologna si trova a dover fronteggiare una transitoria quanto delicata carenza di organico in quanto sarebbero allo stato almeno venti gli operatori penitenziari addetti alla sicurezza assenti per motivi di malattia. Per questo sono stati anche di recente applicati a Bologna operatori di altre sedi penitenziarie minorili. Dalla odierna interlocuzione avuta con referenti qualificati del carcere minorile di Bologna è emerso che pare essere confermato nella sua gravità l’episodio che ha visto come vittima un’operatrice penitenziaria, alla quale va il sentimento della più stretta vicinanza. Il ragazzo coinvolto - non più presente in istituto - aveva fatto tappa a Bologna, proveniente da altro istituto penitenziario, per dover poi raggiungere un’altra città per motivi di giustizia legati a procedimento penale in corso. In questa contingenza complessa - sono 43 i ragazzi a oggi presenti - va preservato e rinsaldato ogni sforzo possibile per garantire progetti di intervento educativo rivolti ai ragazzi che sappiano coinvolgerli in modo appropriato e che possano stimolare nella forma più piena il loro senso di responsabilità. Alcuni dei ragazzi al momento presenti hanno profili di accentuata fragilità per i quali il momento detentivo si configura come fase di transizione nell’attesa che possa essere strutturato un adeguato percorso di cura all’esterno del carcere a opera dei servizi competenti. Dalla chiusura della sezione giovani adulti presso la Casa Circondariale di Bologna - come noto il 30 settembre u.s. - il personale educativo che era stato impegnato in quella esperienza è tornato presso il carcere del Pratello, arricchendo così lo staff dedicato, e andandosi a configurare le condizioni di una positiva ripartenza per tutto l’istituto (permane anche l’apporto degli interventi di operatori educativi e della mediazione socio-culturale finanziato da Comune/Asp). Da quella data sono anche gradualmente riprese tutte le attività, anche con riferimento a quelle espletate da storiche associazioni di volontariato durante i fine settimana che, come noto, per lunghi mesi avevano subito interruzione. Inoltre, con riferimento agli interventi del territorio, sul finire dell’anno è stato effettuato il primo laboratorio legato all’importante percorso di programmazione del Quartiere Porto-Saragozza che va nel senso di perseguire con fiducia il continuo rafforzamento del legame tra l’istituto penitenziario minorile ed il territorio affinchè possano generarsi progettualità e opportunità per i ragazzi, sia in relazione alla loro permanenza in carcere sia in riferimento ai percorsi per il loro responsabile reinserimento sociale. *Garante per i diritti delle persone private della libertà personale di Bologna Catania. Accordo per attività di volontariato e percorsi di reinserimento lavorativo di Melania Tanteri livesicilia.it, 11 gennaio 2026 Una seconda possibilità. Un’occasione per riscattarsi, nella sostanza oltre che nella forma, mettendosi al servizio della comunità. L’Arcidiocesi di Catania e l’Ufficio Distrettuale Esecuzione Penale Esterna (Udepe) del capoluogo etneo hanno firmato l’”Accordo di collaborazione per attività di volontariato a valenza riparativa e percorsi di reinserimento lavorativo”. Un’altra opportunità per gli autori di reato maggiorenni in attesa di giudizio o condannati. Che desiderano riconnettersi alla vita sociale e comunitaria attraverso percorsi di volontariato finalizzati ad attivare pratiche riparatorie rispetto ai danni causati alla collettività. Un accordo - ha spiegato l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna - per seguire una delle strade migliori, forse la più efficace, per far sì che non ci siano recidivi. Dare questa opportunità, che è una goccia nel mare, significa mettere in atto la vera idea di giustizia che rispecchia la Costituzione, perché la pena deve essere rieducativa. È un’idea di pena che trova nella visione cristiana naturalmente le sue profonde ragioni”. A presentare il documento, oltre all’arcivescovo, la direttrice dell’Udepe, dott.ssa Maria Pia Fontana, che ha parlato di “una grande opportunità di riscatto. Per rieducare chi ha commesso un reato, porre limiti e divieti non basta - ha sottolineato. È necessario far sperimentare identità e comportamenti alternativi e solidali per riscattare i danni provocati (a sé e agli altri) attraverso azioni riparatorie e occorre favorire i processi di inclusione”. Fontana ha puntato poi i riflettori sulla criminalità nostrana che, in prevalenza, “affonda le radici in una marginalità sociale - ha aggiunto. Investire in inclusione è una scelta strategica”. Pisa. “Solidali tra le sbarre. L’esperienza di Controluce nella realtà pisana”, il libro di Giovanna Baldini Ristretti Orizzonti, 11 gennaio 2026 Né piccole né poche le urgenze che assillano la società italiana e contribuiscono a inquietare la pubblica opinione. Tra queste, una delle più acute, è rappresentata dal “problema carcere”, non a caso autorevolmente richiamato più volte sia dal Presidente della Repubblica, sia dalle più alte autorità religiose del mondo cattolico in occasione del recente Anno Giubilare della Speranza. Le cronache quotidiane sono fitte di notizie relative alle manifestazioni di sofferenza che provengono dall’universo carcerario: sovraffollamento, il clima di violenza che si respira in questa istituzione, l’aumento del numero dei suicidi sia tra i reclusi, sia tra il personale di custodia, la mutazione antropologica della popolazione detenuta. Questioni serie che Giovanna Baldini, autrice del libro “Solidali tra le sbarre”, conosce dall’interno e dal basso per la sua quasi quotidiana pratica di volontariato carcerario condotta per circa quindici anni presso il Don Bosco, l’istituto carcerario della città della Torre. Di tale esperienza Giovanna Baldini dà conto nelle sue pagine, ancora fresche di stampa per la casa editrice pisana ETS, raccontandone, con semplicità e senza specialismi, le zone d’ombra - tante - le rare luci, le grandi potenzialità di recupero sociale di frequente disattese, le difficoltà di un’emancipazione troppo spesso contraddetta dall’isolamento materiale e morale, dall’emarginazione, dal disinteresse collettivo. Tratta del Don Bosco di Pisa l’autrice, ma le sue parole potrebbero riferirsi a un qualsiasi altro carcere toscano: il San Giorgio di Lucca, le Sughere di Livorno, Sollicciano a Firenze. Il libro si può trovare presso la libreria Erasmus, piazza Cavallotti 9 Pisa 56126, tel. 050 554059. Oppure si può richiedere all’associazione Controluce, tel. 371124440; mail: asscontroluce@gmail.com; associazionecontroluce@googlegroups.com; Giovanna Baldini, “Solidali tra le sbarre. L’esperienza di Controluce nella realtà pisana”, Edizioni ETS, Pisa 2025, pp. 115, Euro 12,00. Giovanna Baldini vive e lavora a Pisa. Sulla istituzione carceraria ha pubblicato, “Ricette al fresco. Gli 85 modi di cucinare nel carcere di Pisa”, ETS 2015 Potenza. “Altrimenti il carcere resta carcere”: il teatro come resistenza di Alessia de Antoniis globalist.it, 11 gennaio 2026 La Compagnia Teatrale Petra porta danza e performance nella Casa Circondariale di Potenza. Un volume Bulzoni documenta un percorso decennale di lavoro oltre i limiti. “Per due ore non riuscivo a fare nulla. Rientrato all’alloggio, mi sedevo sul letto e contemplavo il vuoto”. Manfredi Perego, coreografo milanese, descrive così il dopo-laboratorio, quelle serate infinite successive ai tre giorni trascorsi nella Casa Circondariale di Potenza nell’ottobre 2022. “Mi sono sentito come da tempo non mi accadeva. Energia. Pura energia”. Cosa poteva aver generato un tale cortocircuito emotivo? Perego aveva condotto un workshop di danza contemporanea con un gruppo misto: detenuti della sezione maschile e studentesse del Liceo Coreutico “Pitagora” di Montalbano Jonico. Ma questo non è un episodio “straordinario” messo in vetrina, una parentesi edificante buona per le foto: è un tassello di Teatro Oltre i Limiti (ToiL), progetto attivo dal 2016 nella Casa Circondariale “A. Santoro” di Potenza, realizzato dalla Compagnia Teatrale Petra, nata nel 2011 a Satriano di Lucania. Un’esperienza che il volume Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i Limiti Compagnia teatrale Petra (Bulzoni, 2024) a cura di Ornella Rosato e Alessandro Toppi, non si limita a raccontare: la mette sotto analisi, alternando teoria, materiali e voci. Lo fa dando seguito alla domanda, che non è se il teatro “faccia bene” ai detenuti, ma che cosa diventa il teatro quando entra in un’istituzione costruita per riprodurre controllo, ruoli e stigma. Lo fa narrando un cortocircuito che non è casuale, né puramente emotivo. Antonella Iallorenzi, direttrice artistica della Compagnia Teatrale Petra, lo descrive come l’effetto più concreto dei laboratori “misti”, avviati a partire dal 2019. “L’incontro tra detenuti, studenti e performer avviene attraverso il corpo, il movimento, il fare insieme”, spiega. Non sul piano del racconto o della parola, ma in una pratica condivisa che costringe corpi provenienti da esperienze opposte a ricalibrarsi: da un lato corpi “controllati, irrigiditi, contratti” dall’istituzione carceraria; dall’altro corpi abituati all’esplorazione, alla ricerca, all’allenamento. È qui che l’idea di “costruire ponti tra mondi separati” perde ogni retorica. “È un incontro alla pari, perché sul piano fisico nessuno parte davvero avvantaggiato: tutti devono esporsi, ascoltare, affidarsi agli altri”. Quando questi mondi si incontrano, aggiunge Iallorenzi, “succede qualcosa di semplice e rivoluzionario: cadono le etichette”. Il detenuto non è più solo detenuto, lo studente non è più esterno, l’artista diventa un compagno di ricerca. “Si crea una micro-comunità temporanea, fondata sulla fiducia, sull’ascolto e sulla collaborazione”. In quel tempo sospeso, reso possibile dalla pratica artistica condivisa, “il confine tra dentro e fuori diventa poroso” e il carcere smette, almeno provvisoriamente, di essere un luogo separato. “È lì che il ponte prende forma”: non come metafora consolatoria, ma come esperienza concreta che incrina, anche solo per qualche ora, la logica dell’istituzione totale. Dare un nome a ciò che accade in quelle ore significa anche spostare lo sguardo: dal caso singolo al dispositivo. “Dire del carcere significa dire di noi”, scrive Ornella Rosato, studiosa di teatro e pratiche performative: l’istituzione penitenziaria non è un altrove, ma “il confine interno della società”, l’indice di come una democrazia tratta ciò che decide di rimuovere. Ecco perché Altrimenti il carcere resta carcere non è un libro “sul teatro in carcere” in senso consolatorio: è un libro che chiede al teatro di non essere alibi e alla società civile di smettere di guardare “attraverso”, senza mai guardare “dentro”. La sua scelta più radicale è anche la più concreta: spostare il baricentro dal testo al corpo, dalla recita alla presenza. In un luogo dove il corpo è continuamente sorvegliato, contratto, ricondotto a procedura, Petra lavora su un’altra grammatica: quella di un’attenzione millimetrica, di un ritmo comune, di una disciplina che non coincide con la disciplina carceraria. Non è “ginnastica”, non è intrattenimento: è un contro-addestramento, un modo di rimettere in circolo percezione e relazione; e dunque possibilità. Lo dice, senza retorica, una delle voci detenute quando racconta la vergogna e lo stupore: “Uno come me a fare una cosa del genere?”. È anche qui che il volume mostra la sua intelligenza: non trasforma l’arte in premio né in ricetta. Nella prefazione, Guido Di Palma, Professore Ordinario di Discipline dello Spettacolo presso l’Università di Roma La Sapienza, taglia la testa al toro sull’efficacia trattamentale, riportando i dati sulla recidiva: 70% in media, 19% per chi lavora, 6% per chi partecipa a laboratori teatrali. In un reportage del 7 gennaio 2025, il Guardian raccontava la riconversione di alcune ex carceri-panopticon olandesi in hub culturali e spazi creativi: non una favola edificante, ma l’effetto visibile di scelte politiche precise. A renderla praticabile è anche un dato strutturale: nei Paesi Bassi la popolazione detenuta è diminuita di oltre il 40% in circa vent’anni, grazie anche a politiche penali che hanno smesso di usare il carcere come risposta automatica. Nel nostro Paese il quadro è drammaticamente opposto: sovraffollamento record (oltre 63.000 detenuti per una capienza di 51.000 posti), condizioni di detenzione spesso indegne, un bilancio di decine di suicidi ogni anno. Questo contrasto - carceri che si svuotano altrove mentre qui i muri si stringono - illumina la posta in gioco anche per progetti come Teatro Oltre i Limiti: non basta “umanizzare” la pena se il sistema che la produce resta intatto. Il punto, quindi, non è vendere il teatro come terapia. Il punto è la forma di umanità che si riesce a sottrarre, anche temporaneamente, alla macchina dell’etichetta e dello stigma; e la qualità professionale del lavoro, che impedisce di archiviare tutto come “buona azione”. Per questo la scena che resta non è un proclama, ma un gesto minimo. Antonella Iallorenzi racconta Alessandro che “retrocede, si volta, allunga la mano verso la parete, la tocca con l’indice e vi disegna una finestra”. È un’immagine che contiene il libro intero: non l’evasione, non la redenzione, ma una fenditura. Il teatro come possibilità di metamorfosi. Non perché cancelli il reato o la pena, ma perché impedisce che la pena coincida con l’annientamento della vita interiore. Alessandro disegna una finestra sul muro. Non la apre, non ci passa attraverso: la disegna. E in un luogo costruito per cancellare ogni altrove, questo è già resistenza. Ravenna. Lo sport entra in carcere con il progetto “Il mio campo libero” settesere.it, 11 gennaio 2026 In un incontro tenutosi all’interno della casa circondariale di Ravenna è stato stilato il bilancio della prima fase del progetto “Il mio campo libero”, iniziato a maggio 2025 nel carcere di via Port’Aurea promosso da “Sport e Salute”, società dello Stato che si occupa dello sviluppo dell’attività motoria in Italia e che contribuisce alla copertura economica di tutti i costi dopo aver stanziato una rilevante somma per tutte le case circondariali. Attraverso un apposito bando uscito nel 2024, il progetto era rivolto alle case circondariali italiane per mantenere il benessere fisico anche di chi vive recluso. A Ravenna il progetto ha coinvolto tre realtà, tra enti di promozione e associazioni: il comitato territoriale CSI è il soggetto capofila del progetto, redatto da Marco Tosi Brandi che con il CSI sta collaborando anche per l’attività di rilancio della pallamano. E proprio quest’ultima è l’attività proposta all’interno del progetto grazie alla Gym Academy, società affiliata. Collaborano all’iniziativa il comitato Uisp Ravenna-Lugo che ha promosso il rapatennis, disciplina sportiva che unisce racchettoni, padel e tennis facile da giocare e adatta a tutti, e la polisportiva Compagnia dell’Albero, che ha proposto il calcio. All’incontro di presentazione del bilancio dei primi 6 mesi di attività hanno partecipato il direttore del carcere di Ravenna, Stefano Di Lena, il sindaco Alessandro Barattoni, con il suo capo di gabinetto Federica Del Conte, il presidente del CSI Ravenna Alessandro Bondi, il responsabile dei bandi e dei progetti di UISP Ravenna e Lugo Gabriele Tagliati e i referenti della Compagnia dell’Alberto, Cristiano Minguzzi e Alessandro Zauli. Ha partecipato anche Enrico Paci, vicepresidente e fondatore di Rigenera, l’associazione bolognese no profit che raccoglie materiale sportivo, scarpe, zaini, vestiario in buone condizioni ma non più usato da scuole, centri sportivi, palestre e li rinnova e rigenera appunto mettendoli poi a disposizione di enti e associazioni attivi nel sociale e in attività di inclusione e delle carceri. “Non avrei mai immaginato che un girono il CSI Ravenna sarebbe entrato con un progetto e una serie di attività articolate all’interno del carcere - ha sottolineato Alessandro Bondi -: avrei detto del pazzo a chiunque me l’avesse detto. Abbiamo vinto, invece, il bando promosso dal Ministero dello sport e ci siamo messi al lavoro trovando l’entusiastico sostegno di Uisp e Compagnia dell’Albero. E non era così scontato. Grazie al grande lavoro di Tosi Brandi siamo partiti e dopo i primi sei mesi abbiamo ricevuto un feedback talmente positivo da renderci orgogliosi di avere avviato questo progetto, a mia memoria il primo di questo tipo nella nostra città. Speriamo sia un volano per altre progettualità”. Le prime lezioni sono, infatti, partite a maggio 2025 e ogni settimana le tre istituzioni sportive che compartecipano hanno svolto le loro lezioni teoriche e pratiche al mattino. La direzione della casa circondariale in accordo con le tre istituzioni sportive e con partecipanti al progetto, ha creato condizioni e situazioni tali che l’offerta formativa riservata alle persone della casa circondariale sia di assoluta qualità. Il progetto ha una durata di 18 mesi e le attività sono riprese dopo la pausa per le festività natalizie. “Questa iniziativa si inserisce nell’alveo delle numerose attività trattamentali offerte ai detenuti di questo carcere - ha evidenziato il direttore Di Lena - oltre a quelle lavorative e finalizzate al loro reinserimento sociale. Ho visto nelle persone che hanno partecipato e stanno partecipando grande entusiasmo e forti motivazioni. Riporto, dunque, un bilancio positivo di questi primi sei mesi”. Il progetto è stato presentato e illustrato al sindaco, il quale ha messo in evidenza “come lo sport, con la sua valenza e la sua forza, arrivi ovunque, aiuti a diventare cittadini migliori e a imparare il rispetto, l’educazione e i valori. Questa iniziativa rafforza l’integrazione tra la comunità cittadina e quella penitenziaria”. (Marianna Carnoli) La cura come base imprescindibile della giustizia di Vittorio Pelligra Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2026 L’etica della cura non propone una morale più gentile, ma una teoria della giustizia più realistica. La teoria della giustizia moderna nasce sotto il segno dell’autonomia. L’individuo giusto è colui che sceglie liberamente, che stipula contratti, che rivendica diritti in condizioni di eguaglianza formale. Si tratta di soggetti razionali, liberi, “membri pienamente cooperativi della società per la loro intera vita” come scrive Rawls in Una Teoria della Giustizia. La vulnerabilità e la dipendenza, quando compaiono, sono trattate come eccezioni: fasi transitorie della vita o una deviazione dalla norma. L’etica della cura rovescia questa prospettiva. Non perché neghi il valore dell’autonomia, ma perché mostra che l’autonomia stessa è un prodotto sociale fragile, costoso e politicamente determinato. Il soggetto considerato “capace da un lato di perseguire i suoi interessi e dall’altro di controllare le sue passioni ai fini di una convivenza pacifica e della realizzazione dell’interesse comune, è ormai niente più che un mito residuale dell’ideologia liberale” scrive Elena Pulcini nel suo La Cura del Mondo (Bollati Boringieri, 2009, p. 32). È questo il punto di partenza del lavoro della politologa Joan Tronto, che più di ogni altro studioso ha trasformato l’etica della cura da una intuizione morale a una vera e propria categoria politica. “Di solito pensiamo che il mondo della cura e quello della politica siano molto distanti tra loro - scrive in Who Cares? (…) Ma c’è un altro modo di concepire il legame tra cura e politica. Questi due mondi sono profondamente intrecciati, e lo sono ancora di più in una democrazia” (2015, p. 1). Separare cura e politica non è una questione neutrale. È una scelta normativa che produce diseguaglianze sistematiche. La cura come attività fondamentale - Il contributo forse più noto di Tronto è la definizione ampia e radicale di cura, elaborata con Berenice Fisher e poi sviluppata nelle opere successive secondo cui “La cura è quell’attività propria della specie umana che comprende tutto ciò che facciamo per mantenere, preservare e riparare il nostro mondo affinché possiamo viverci nel miglior modo possibile” (2015, p. 3). Questa definizione ha un carattere deliberatamente destabilizzante. Se quasi tutto ciò che facciamo per rendere il mondo abitabile è cura, allora la cura non può essere relegata alla sfera privata né ridotta a un sentimento o a una disposizione morale individuale. È una pratica sociale centrale, che attraversa mercati e istituzioni e riguarda sia il mondo fisico che quello delle relazioni. A questo riguardo, per esempio, Luigina Mortari parla di una “primarietà ontologica” della cura (La pratica dell’aver cura. Bruno Mondadori, 2006). Da questa constatazione si determina una prima frattura rispetto alle teorie della giustizia di impianto liberale. La giustizia non può essere pensata, infatti, solamente come equa distribuzione di diritti tra individui astrattamente uguali, ma deve interrogarsi sulle condizioni materiali e relazionali che rendono tali diritti effettivamente esercitabili. Le fasi della cura come architettura normativa - Per evitare che la cura venga intesa come un concetto vago o meramente retorico, Tronto compie un’operazione teorica decisiva: scomporla in fasi distinte, ciascuna associata a una specifica virtù morale e a un possibile fallimento politico. Le fasi della cura non costituiscono una semplice tipologia descrittiva, ma una vera e propria grammatica normativa della giustizia. La prima fase è il caring about. “La cura inizia con l’attenzione, il riconoscimento che c’è un bisogno” (p. 5). Qui emerge immediatamente la dimensione politica della cura. I bisogni non sono mai neutrali: alcuni diventano oggetto di attenzione pubblica, altri restano invisibili. Tronto parla esplicitamente di politics of needs interpretation per indicare il conflitto su chi abbia il potere di definire quali bisogni contano e quali no. In termini di giustizia, l’invisibilità è già una forma di esclusione. La seconda fase è il caring for, cioè l’assunzione di responsabilità. Riconoscere un bisogno non implica automaticamente farsene carico. Mentre il “Caring for implica assumersi la responsabilità rispetto al bisogno identificato” (p. 6). In questa fase emergono con particolare chiarezza le asimmetrie sociali: la responsabilità della cura viene spesso assegnata per default a determinati soggetti - famiglie, donne, lavoratori migranti - senza che ciò sia il risultato di una deliberazione collettiva. La giustizia, per Tronto, richiede che la responsabilità della cura sia politicamente esplicitata e condivisa, non naturalizzata. La terza fase è il care giving: la relazione concreta di cura. Qui entra in gioco la competenza. “Una cura adeguata richiede competenza; una cura non competente non può essere una buona cura” (p. 6). Questo passaggio è cruciale perché impedisce di romanticizzare la cura. Senza risorse, formazione e tempo, anche le migliori intenzioni producono cattiva cura. Non basta l’empatia senza le competenze necessaria a fornire una cura adeguata. Il fallimento, in questo caso, non è individuale ma istituzionale: una società che sottopaga, precarizza o marginalizza il lavoro di cura sceglie consapevolmente di produrre ingiustizia. La quarta fase è quella del care receiving, cioé “la risposta di chi riceve cura rispetto alla cura stessa” (p. 7). Qui viene introdotto un elemento spesso assente nelle politiche pubbliche: il punto di vista dei soggetti vulnerabili. Senza ascolto e senza meccanismi di feedback e di reciprocità, la cura rischia di trasformarsi in controllo o paternalismo. In questa prospettiva, la giustizia implica istituzioni capaci di apprendere, correggere e adattare le proprie pratiche. Di co-progettazione e personalizzazione. Infine, Tronto introduce una quinta fase, quella del caring with. Qui la cura diventa esplicitamente pratica democratica. “Il caring with richiede che i valori democratici di giustizia, uguaglianza e libertà guidino le pratiche di assistenza” (p. 9). La cura non è più soltanto risposta a bisogni individuali, ma criterio di organizzazione della vita collettiva. I costi e i benefici della cura devono essere distribuiti equamente e le decisioni che la riguardano devono essere oggetto di deliberazione pubblica. Dalla critica alla teoria della giustizia - Se il lavoro di Joan Tronto ha il merito di smascherare i presupposti nascosti delle teorie della giustizia fondate sull’autonomia e di mostrare la dimensione intrinsecamente politica della cura, il filosofo politico Daniel Engster compie un passo ulteriore e più ambizioso: trasformare l’etica della cura in una teoria della giustizia in senso proprio, capace di competere, sullo stesso terreno, con il liberalismo rawlsiano e le altre grandi famiglie della filosofia politica contemporanea. Il punto di partenza di Engster è volutamente elementare, quasi disarmante nella sua semplicità: “L’attività di cura risiede al cuore stesso dell’esistenza umana” (The Heart of Justice: Care Ethics and Political Theory. Oxford University Press, 2007, p. 1). Una riaffermazione della “primarietà ontologica”. La cura non è un valore aggiuntivo né una virtù opzionale, ma la condizione di possibilità stessa della vita umana e della cooperazione sociale. Senza cura, non solo l’autonomia, ma la sopravvivenza biologica, lo sviluppo delle capacità e la continuità intergenerazionale sarebbero impossibili. È l’aver cura che crea, direbbe Heidegger, le possibilità stesse dell’”esserci”. A differenza di molta etica della cura, Engster non si accontenta di descrivere l’importanza morale della cura. Il suo obiettivo dichiarato è colmare uno dei punti deboli storici della care ethics: l’assenza di una teoria dell’obbligazione morale. Non basta dire che la cura è importante; occorre spiegare perché siamo moralmente tenuti a prenderci cura degli altri, anche quando non esistono legami affettivi, prossimità o reciprocità immediata. La risposta di Engster è netta: l’obbligazione nasce dalla condizione universale di dipendenza. Tutti, senza eccezione, siamo stati dipendenti dalla cura altrui e continuiamo a esserlo, in forme diverse, lungo l’intero arco della vita. Da qui deriva un principio di giustizia minimale ma vincolante: chi è in grado di farlo ha il dovere di contribuire a garantire che i bisogni fondamentali di cura degli altri siano soddisfatti. Questa mossa è teoricamente cruciale perché consente a Engster di sganciare la cura dal sentimentalismo. La cura non è richiesta perché “ci sentiamo compassionevoli”, ma perché beneficiamo strutturalmente di un sistema di cura che rende possibile la nostra stessa esistenza come soggetti morali e politici. Il filosofo definisce esplicitamente la sua come una teoria minimale della giustizia. Non perché sia debole, ma perché intende individuare un nucleo di obblighi morali che ogni società giusta deve soddisfare, indipendentemente da come declina altri valori come il bene, la libertà o la virtù civica. In questo senso, la cura precede logicamente la giustizia distributiva tradizionale. Diritti, libertà, opportunità e persino “capacità”, nel senso di Sen e Nussbaum, restano concetti vuoti se non sono sostenuti da pratiche e istituzioni di cura adeguate. Come scrive Engster, una società giusta è tale solo se “organizza le proprie istituzioni politiche ed economiche in modo da assicurare a tutti una cura sufficiente” lungo l’intero ciclo di vita (2007, p. 28). Qui si coglie una differenza importante rispetto a Joan Tronto. Se Tronto insiste sulla dimensione democratica e relazionale della cura, Engster opera una diversa formalizzazione normativa: la cura diventa un criterio di giustizia, non solo una pratica da valorizzare. Questo impianto teorico trova il suo pieno sviluppo in Justice, Care, and the Welfare State (Oxford University Press, 2015), dove Engster compie un’operazione che lo distingue nettamente da gran parte della filosofia politica contemporanea: l’adozione esplicita di una non-ideal theory of justice. Tale mossa prende avvio dalla critica aperta verso quelle teorie della giustizia che, seguendo Rawls, assumono l’esistenza di individui idealtipici: razionali, autonomi, in buona salute, pienamente cooperativi. Queste teorie possono essere eleganti sul piano normativo, ma risultano cieche rispetto ai fatti sociali fondamentali. Tra questi fatti, il più rilevante è proprio la dipendenza strutturale dalla cura di bambini, anziani, persone malate o con disabilità. La scelta della non-ideal theory consente a Engster di integrare filosofia normativa ed evidenza empirica e di trarne conseguenze operative molto concrete per l’architettura del welfare state. Ciò significa, anzitutto, abbandonare l’idea di un cittadino “standard” - adulto, sano, pienamente occupabile - e progettare le istituzioni a partire da un dato empirico elementare: la dipendenza non è un’eccezione, ma una condizione strutturale della vita umana. In questa prospettiva, il welfare non può più limitarsi a proteggere dai rischi, ma deve garantire continuità della cura lungo l’intero ciclo di vita. Servizi per l’infanzia, sanità e assistenza alla non autosufficienza non sono interventi residuali, ma componenti centrali della giustizia sociale. Diritti e opportunità restano infatti puramente formali se non sono sostenuti da istituzioni capaci di assicurare a tutti livelli sufficienti di cura. Un secondo snodo cruciale riguarda il tempo. La non-ideal theory mostra che la cura non richiede soltanto risorse monetarie, ma soprattutto tempo disponibile. Ne discende una concezione del welfare come politica del tempo sociale: orari di lavoro compatibili con la cura, congedi adeguati, flessibilità non penalizzante. Un sistema che redistribuisce reddito ma comprime sistematicamente il tempo di cura produce una forma meno visibile, ma non meno profonda, di ingiustizia. Infine, la cura emerge come infrastruttura sociale trasversale, non come semplice settore di spesa. Una riforma del lavoro o una politica di crescita possono risultare efficienti sul piano macroeconomico e tuttavia ingiuste se scaricano i costi della cura su famiglie e soggetti vulnerabili. La non-ideal theory rifiuta l’illusione della neutralità istituzionale e assume che, in assenza di intervento pubblico, la cura venga sempre redistribuita in modo regressivo. In sintesi, il welfare orientato alla cura non mira a massimizzare il benessere, ma a garantire standard sufficienti e universalmente esigibili di cura, giudicando le politiche non solo da quanto producono, ma da quanto consentono alle persone di prendersi cura e di essere curate. È in questo senso che, per Engster, la cura non esaurisce la giustizia, ma ne costituisce il nucleo minimo e imprescindibile. Nel panorama della teoria della giustizia, Engster si è ricavato una posizione peculiare. Da un lato, condivide con Tronto la critica radicale all’autonomia astratta; dall’altro, dialoga apertamente con Rawls e Sen, accettando la sfida della giustificazione pubblica e della generalità normativa. Il risultato è una teoria che non sostituisce le altre concezioni della giustizia, ma le ricolloca gerarchicamente: la cura non esaurisce la giustizia, ma ne costituisce il fondamento minimo e non negoziabile. In questo senso, come scrive Engster, la cura definisce the heart of justice: ciò senza cui nessun altro principio può funzionare. L’etica della cura non propone una morale più gentile, ma una teoria della giustizia più realistica. Non chiede di abbandonare l’autonomia, ma di smettere di assumerla come punto di partenza. La giustizia non nasce dall’indipendenza, ma dalla gestione equa della dipendenza. In un’epoca segnata da crisi demografiche, sanitarie e ambientali, la domanda decisiva non è soltanto come distribuire risorse o diritti, ma chi si prende cura di chi, come e a quali condizioni. È una domanda politica, prima ancora che morale. E forse è proprio da qui che il nostro “sperare la giustizia”, oggi, dovrebbe ripartire. Parlano i genitori di Giulio Regeni: “Ci promettono e consolano, ma i suoi assassini sono liberi” di Carlo Verdelli Corriere della Sera, 11 gennaio 2026 Avevano ancora un piccolo sogno, piccolo fino a un certo punto. Ogni anno, i signori Regeni, Paola e Claudio, insieme al Comune di Fiumicello organizzano un evento per ricordare cosa ha subito loro figlio, fare il punto della situazione, incontrare e ringraziare tutte le persone che sostengono la ricerca di verità e giustizia. Speravano che questo 25 gennaio 2026, dieci anni esatti da quando Giulio sparì, avrebbe portato la conclusione del processo. Sogno rimandato. Sarà comunque l’occasione di radunare il “popolo giallo”, giallo come il braccialetto di gomma con il suo nome, giallo come i manifesti con il suo viso, giallo come un girasole che non appassisce: un popolo che dall’inizio di quel brutale 2016 è diventato la scorta affettiva, civile, solidale, di due genitori che non si sono mai arresi di fronte alla mostruosità del torto con cui sono stati costretti a convivere. Si attende comunque presto la parola fine alla causa intentata contro i quattro aguzzini che per giorni hanno massacrato fino a morte il ricercatore italiano Giulio Regeni. “Tutto fermo da metà settembre, per una questione di traduzione dei testi impugnata dalla difesa. Quindi, per adesso, niente sentenza. Ma non perdiamo la speranza. Hanno provato in ogni modo a demotivarci, con trucchetti e depistaggi. Anche stavolta faremo un gran respiro e andremo avanti”“ Parlano in due, Paola e Claudio, ma è come se fossero una voce sola. Vanno avanti, in tribunale, dal 2021, quando sono stati finalmente rinviati a giudizio dalla Procura di Roma quattro ufficiali della National Security Agency, il servizio segreto interno egiziano: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi e il maggiore Magdi Sharif. Crimini contestati: sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime (calci, pugni, colpi di bastone e mazze), omicidio ma non tortura perché il reato è stato introdotto nel nostro codice penale solo nel 2017 e Giulio è stato straziato l’anno prima. I quattro ufficiali indagati risultano irreperibili perché la magistratura egiziana non ha fornito gli indirizzi di residenza né ha concesso ai magistrati italiani di essere presenti quando sono stati interrogati al Cairo, dove hanno negato anche l’innegabile. L’Italia ha fatto abbastanza per abbattere questo muro di omertà? Ha mai anteposto il dovere di giustizia per Giulio alla convenienza di continuare a fare affari con l’Egitto di al Sisi? La voce dei Regeni è pacata, non rassegnata: “Da chi governava allora, esecutivo Renzi, fino a oggi, tante belle promesse ma vere pressioni zero. Proprio Renzi richiama nel 2016 l’ambasciatore ma nel 2017 Gentiloni ce lo rimanda. Ogni anno in quel Paese c’è un’importante fiera mondiale per il commercio d’armi, e noi siamo sempre presenti con Leonardo e Fincantieri. E come si possono disturbare gli affari dell’Eni in zona? C’è sempre un’ottima ragione pratica per rimandare la richiesta di verità e giustizia. Vale per Giulio, come per la liberazione di Alberto Trentini dal carcere di Caracas. Quello che abbiamo provato a fare è stato creare un percorso parallelo alla geopolitica. Ma non è una strada facile né breve”. Perché proprio Giulio, signori Regeni? “Ce lo chiediamo ogni giorno e non abbiamo ancora trovato una risposta. Siamo davanti a una dittatura paranoica, inutile perdersi in troppe congetture. La domanda che più angoscia è se poteva essere salvato”. L’ultimo messaggio è delle 19.41 di lunedì 25 gennaio a Gennaro Gervasio, docente di Scienze Politiche che viveva al Cairo: “Sto arrivando”. Giulio era in Egitto dall’8 settembre. Vi risulta che stesse bene? “L’avevamo sentito via Skype il giorno prima. A casa nostra c’era un vecchio amico pittore, Ivan Bidoli, a cui Giulio era molto legato. Voleva organizzare una mostra su di lui a Londra, ci teneva a intervistarlo e così ha fatto quella domenica. Normalissimo, senza un filo di preoccupazione. Certo che ci chiamava quando era via, anche durante questo che sarà il suo ultimo viaggio”. Mamma Paola ricorda una telefonata per sapere la ricetta del risotto con i funghi, “e tieni conto che qui non ho funghi, quindi per favore inventati qualcosa”. Papà Claudio veniva magari interpellato all’improvviso per una conversione monetaria, in cui Giulio si era incartato. Ricordano tutto, ricordano bene. “Ci siamo scritti anche la mattina di quel lunedì. Poi il silenzio, il vuoto, la tragedia. Nello spazio di tempo tra la scomparsa di Giulio e il ritrovamento di quel che resta di Giulio passano nove giorni. Palazzo Chigi è stato avvisato della sparizione? E dopo quanto? E attraverso quali uffici? Quello che risulta evidente è una lentezza ingiustificabile, una catena di palleggiamenti. Mentre era chiarissimo da subito quello che bisognava fare: arrivare ai massimi livelli delle istituzioni egiziane per avere notizie certe e immediate su dove era finito un ricercatore italiano scomparso in quella capitale. Non succederà. L’unica cosa sicura è che proprio il 3 febbraio l’allora ministro per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, incontra al-Sisi per intavolare trattative commerciali, e durante il colloquio fa presente anche il caso di Giulio, di cui non si sa più nulla da più di una settimana. La risposta del presidente è una generica promessa: certo, mi interesserò… Poche ore dopo compare il corpo di nostro figlio, sul bordo di una strada tra il Cairo e Alessandria. La sera stessa era in programma una cena tra manager italiani e egiziani: comprensibilmente viene sospesa, ma con grande meraviglia degli ospitanti. Why? Cosa c’entra con i nostri affari? Pare che comunque la cena ci sia stata ugualmente: se non proprio il 3, il giorno dopo. Pare anche che, in tempi rapidi, diverse nostre aziende siano andate singolarmente in Egitto. E tutto questo aiuta a capire perché, alla domanda se nostro figlio poteva essere salvato, non siamo ancora riusciti a dare una risposta”. Giulio martire lo immaginiamo con barba e baffi sottili da ragazzo, e quel sorriso disarmato e disarmante che ti guarda da manifesti, striscioni, cartelloni. Un viso che è entrato nel panorama italiano, come una ferita irreparabile e insieme come una specie di miracolo vivente. Giulio Regeni, 28 anni per sempre, era uno che si rasava con regolarità. Si era lasciato crescere un po’ di lanetta sulle guance soltanto prima di partire per l’Egitto, chissà perché. La fine è nota, ed è la ferita che non rimargina. Il miracolo è che, a dieci anni dallo strazio che è stato fatto di lui, Giulio continua a esistere e a fare cose, come titola il libro che hanno scritto per Feltrinelli i suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme ad Alessandra Ballerini, molto di più di un avvocato appassionato e infaticabile. “Senza di lei”, dicono loro, “non so dove saremmo andati”. Quello che sappiamo è che Paola e Claudio sono precipitati all’inferno, lo hanno attraversato per quanto lungo fosse e sia, hanno poco alla volta sovrapposto i resti sfigurati del loro figlio al tanto di bene che lui ha rappresentato, e hanno trasformato la disperazione in una lotta senza tregua e senza fine per ottenere l’unica consolazione possibile: verità su chi l’ha massacrato e giustizia per gli assassini che hanno infierito per giorni sul corpo magro e l’anima bella di un ricercatore che era andato al Cairo per completare una tesi di dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge. Non un’esperienza per lui particolarmente avventurosa o insolita. È da quando aveva 17 anni e mezzo che Giulio lasciava Fiumicello, bassa pianura del Friuli Venezia Giulia, 40 chilometri da Udine, e la casa dove abitava con i genitori e la sorella, per andare in giro a studiare: Stati Uniti, Leeds, Vienna, Cambridge. Vince anche il premio “Europa e giovani” per le sue ricerche sul Medioriente. Diventa prima assessore e poi sindaco del Governo dei Giovani di Fiumicello, una giunta parallela dove il primo cittadino giura sulla Costituzione e gestisce dei fondi per sviluppare politiche che favoriscano i ragazzi. Le sue radici sono sempre restate lì, come la stanza che abitava, all’indirizzo dove continuano ad arrivare doni, foto, disegni, oggetti inviati dal “popolo giallo”, che diventeranno una mostra dal 18 gennaio fino al 3 febbraio, una data di chiusura scelta non a caso. “Quando hai un lutto, in tanti ti consolano, poi il tempo passa, la vita continua. A noi stanno consolando da dieci anni, ed è una solidarietà che unisce ricordo e vicinanza alla richiesta ineludibile di giustizia per Giulio”. Pria di andare in pensione, Paola era insegnante, Claudio rappresentava un’azienda di automazione industriale. La loro casa è piena di foto di famiglia, e quindi di ricordi. “Abbiamo fatto tanti viaggi con i nostri figli, felici di andare a conoscere nuovi posti, altre realtà. Sin da piccolo Giulio era molto interessato alla storia. Per esempio, chiedeva cosa succedeva in Cina ai tempi dei cavalieri in Europa. E leggeva parecchio, anche Topolino. Era curioso di tutto, delle diversità, del mondo, di come funziona, ci come si poteva cambiarlo in meglio. Ecco, il ricercatore serio, impegnato, coerente che è poi diventato, un esempio per tanti che ha aiutato a crescere, non era per niente un tipo noioso. Giulio era molto spiritoso, teneva sempre un profilo basso, diceva che era contento quando stava a Vienna perché con qualche ora di macchina poteva tornare a casa a mangiarsi del buon pesce. E quando arrivava a Fiumicello, metteva giù la valigia e andava a chiacchierare con le due persone a cui era più legato: il pittore di 90 anni, che adesso non c’è più, e l’ex parroco, e siamo sugli 80. Gli piaceva la loro saggezza antica, capire com’erano i tempi di una volta, confrontarsi, lui cittadino di questo mondo, con chi aveva conosciuto quello di prima”. Giulio Regeni non si stancava mai di cercare di capire, che poi per paradosso è la stessa cosa che da dieci anni stanno cercando di fare i suoi genitori: capire perché un ragazzo così è finito così male e così ingiustamente, assurdamente, crudelmente. Forse Paola e Claudio riusciranno ad avere giustizia per tutto questo. Forse, prima o poi, con l’aiuto dell’avvocato Ballerini, otterranno la simbolica condanna degli esecutori, che chissà dove stanno. Ma la cosa più difficile per loro sarà trovare un po’ di pace dando una risposta alla domanda che contiene sia l’incubo sia il miracolo: perché Giulio, perché strappare così un girasole. Ps. Il patrono di Fiumicello è San Valentino, un martire cristiano diventato protettore degli innamorati. Giulio Regeni lo era, un innamorato: della vita, degli altri, della conoscenza che diventa coscienza civile. È una specie di amore che non muore, un seme che riempie di germogli il cammino di chi non si arrende al buio del male. (In questi ultimi anni, Fiumicello si è unito con il paese vicino e oggi si chiama Fiumicello Villa Vicentina). Venezuela. Speranza per Trentini, c’è anche il suo nome nella lista dei detenuti da scarcerare La Stampa, 11 gennaio 2026 Ieri i primi liberi dalla prigione El Rodeo, in cui è rinchiuso il cooperante. La Farnesina ribadisce: “Stiamo lavorando, ogni giorno può essere quello buono”. Nella lista dei prigionieri che il governo venezuelano è pronto scarcerare c’è anche Alberto Trentini. Diplomazia e intelligence sono al lavoro senza sosta, su più tavoli, per riportare a casa il cooperante veneziano detenuto in Venezuela da oltre quattrocento giorni, e gli altri prigionieri italiani. Dopo la scarcerazione dei primi due - Biagio Pilieri e Luigi Gasperin - cresce la speranza che possa essere vicina la svolta anche per il 46enne arrestato il 15 novembre 2024 e rinchiuso nel carcere El Rodeo I alle porte di Caracas. Anche se i tempi non saranno brevissimi, come dimostrano le scarcerazioni al contagocce da parte delle autorità venezuelane. Non si sa con certezza il momento del rilascio, però, per la prima volta in questi 13 mesi, si percepisce un concreto ottimismo. “Siamo moderatamente ottimisti: siamo al lavoro, ogni giorno è buono”, dice il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli, che da settimane è in contatto con Caracas. Secondo l’ong Foro Penal sono infatti solo 12 i detenuti liberati al momento, con tre nuove scarcerazioni nelle ultime ore. E tra questi ci sarebbe l’talo-venezuelano Antonio Gerardo Buzzetta Pacheco, meglio conosciuto come ‘Nino’, arrestato il 30 settembre del 2024. Per Trentini potrebbe essere ancora questione di qualche giorno dal momento che il suo nome appare in un secondo elenco, sul quale si stanno concentrando ora le trattative diplomatiche. La decisione di procedere alle scarcerazioni è stata annunciata giovedì dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez, con l’obiettivo dichiarato di aprire “una nuova stagione politica” e favorire la pacificazione del Paese. Caracas ha rivendicato il carattere “unilaterale” dell’iniziativa, ma il contesto internazionale pesa. In particolare gli Stati Uniti, che stanno svolgendo un ruolo chiave in questa fase, anche come garanti del processo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha consegnato al segretario di Stato Marco Rubio l’elenco dei detenuti italiani ancora in carcere, tra cui Trentini, chiedendo un impegno diretto per arrivare a una soluzione. Washington avrebbe inoltre inviato una propria delegazione per monitorare l’esito delle liberazioni, un passaggio che ha generato frizioni interne al governo venezuelano. In particolare il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, insieme al controspionaggio militare e ai servizi di intelligence, avrebbe tentato di rallentare il meccanismo. A questo si sommano problemi tecnico-burocratici non secondari: molti detenuti, Trentini compreso, si trovano in cella senza una condanna e senza accuse formalizzate. Da qui l’ipotesi, ancora sul tavolo, di un’amnistia generale come “schermo” giuridico per le liberazioni. Ora l’Italia sta cercando di mantenere un atteggiamento coerente e stabile nei confronti di Caracas. Durante la fase finale del governo Maduro, il dossier Trentini è passato di mano troppe volte, cambiando interlocutori e livelli di responsabilità. Prima il sottosegretario Edmondo Cirielli, poi Giorgio Silli: un avvicendamento che, secondo più fonti, non ha aiutato a costruire un canale continuo e riconoscibile. “I rilasci proseguiranno nei prossimi giorni. È importante che tutti vengano liberati, ma ci sono aspetti procedurali che non vanno trascurati: documenti, trasporto, visite mediche”, spiegano gli attivisti per i diritti umani che seguono da vicino la situazione. Tra le condizioni poste c’è anche il silenzio stampa per i detenuti liberati. La famiglia di Trentini resta in attesa, mantenendo un profilo di massimo riserbo. Non sono soli. Fuori dal carcere di El Rodeo I continuano intanto le veglie dei familiari degli altri detenuti. La richiesta è “que sean todos”. Che siano liberati tutti. Iran, le milizie negli ospedali. “Pile di corpi nei sacchi neri” di Greta Privitera Corriere della Sera, 11 gennaio 2026 La strage e i morti nei video rubati. Il procuratore: pena capitale per i manifestanti. Chi filma la scena lo fa di nascosto, perché le guardie rivoluzionarie sorvegliano ogni mossa. Sono frame rubati, girati nel centro di medicina legale Kahrizak, a Teheran. E raccontano una strage. Si vedono decine di corpi sigillati in sacchi neri, allineati su barelle nude, senza materasso. Altre decine accatastate a terra. Intorno, madri e padri che vagano tra i cadaveri dei manifestanti e urlano disperati i nomi dei figli. Si tratta di uno dei rari video che sfondano il muro del blackout ordinato da Ali Khamenei, eretto da tre giorni. Si tratta della conferma che nel buio, le Guardie della rivoluzione operano indisturbate e uccidono chi dissente. La risposta della Repubblica islamica alle proteste partite dai bazar si fa sempre più dura. Ma non ferma il fiume dell’insurrezione che torna a scorrere imponente per le strade di Teheran - enorme nei quartieri di Punak e Shabadab - Mashhad, Isfahan, Shiraz, Karaj, Zahedan, Qom. Sono oltre 100 le città in fiamme. Le notizie arrivano da chi riesce a collegarsi a Starlink, il servizio satellitare di Musk. “Sparano dritti ai volti, agli occhi”, scrivono. Ci sono cecchini sui tetti, droni che spiano. Ad Abdanan e in altre città, le milizie si spingono fin dentro gli ospedali, a stanare i feriti tra letti e barelle. Chi può, evita il pronto soccorso e si fa curare in case private, lontano dalle guardie. Gholamhossin Mohseni Ejei, capo della magistratura, dà l’ordine: “Per processare i rivoltosi in fretta apriremo rami speciali della giustizia”. Per tribunali express e verdetti lampo. Il procuratore generale Mohammad Azad avverte che tutti i manifestanti potranno essere perseguiti come “nemici di Dio”, un’accusa che in Iran è punibile con la pena di morte. All’inizio delle proteste, il presidente “riformista” Masoud Pezeshkian aveva provato ad andarci piano. Ma il tono cauto è evaporato non appena l’insurrezione ha preso corpo, segno che la teocrazia è in difficoltà. Tanto che la Guida suprema avrebbe messo i suoi Guardiani in uno stato d’allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovavano durante la guerra con Israele. Il nemico giurato Donald Trump torna a parlare su Truth: “Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare i manifestanti che lottano per la libertà”. E i funzionari della Repubblica islamica smentiscono voci di piani di fuga dell’ayatollah: “Non lascerà Teheran nemmeno con i B-52 sopra la città”. Reza Pahlavi, figlio dello scià esiliato a Washington, fa un appello al giorno e cerca di guidare da lontano la protesta senza leader. Ieri ha chiesto di continuare la lotta nelle strade e paralizzare l’economia. Suggerisce di scioperare a chi lavora nei “trasporti, con il petrolio e l’energia”: l’obiettivo è “prepararsi a conquistare e difendere i centri urbani”. A due settimane dall’inizio delle proteste, è impossibile stabilire il bilancio reale delle vittime. L’ong Human Rights Activists porta il totale dei morti a 71, ma è un calcolo prudente, limitata agli identificati: le stime toccano cifre a doppio zero. Un medico sentito da Time parla già di 217 vittime solo a Teheran e di obitori stracolmi. Bbc Persian scrive che nell’ospedale di Rasht non si è trovato lo spazio per 70 corpi. Riusciamo a metterci in contatto con un altro medico, che scrive grazie a Starlink: “Manca sangue, manca personale. Arrivano feriti con pallottole al volto e al cuore. Qui è una guerra”.