Salute dietro le sbarre: per una legge che faccia luce sulle condizioni dei reclusi di Marcello Pesarini anconarivistaacolori.it, 10 gennaio 2026 Marco Bondavalli è uscito dal carcere di Montacuto, Ancona, il 30 dicembre 2025. Una piccola grande battaglia di resistenza che ha visto lui con la sorella e la madre, e tutti noi di “Morire di carcere” ottenere un risultato ormai insperato. È uscito con la pressione a livelli abnormi, dumping dello stomaco, stepsi, il catetere cambiato ogni 12 ore dai dottori dell’ospedale di Torrette, perché era troppo scomodo per il carcere, l’ospedale e le 4 residenze adatte alla sua patologia. Al suo fianco c’è stata la parte sana del mondo politico, deputati, garante regionale, avvocati, medici esterni che avevano lavorato gratuitamente per rappresentare la giustizia. È uscito in un 2025 nel quale sono decedute 238 persone in carcere, di cui 79 per suicidio. Il confine fra morti per suicidio riconosciuto, malattie indotte dalla mala sanità e suicidi indotti o annunciati per mancanza di cure è sempre labile. Lo affermano non solo Antigone, Ristretti Orizzonti, Nessuno tocchi Caino; il 30 dicembre 2025 Il Garante campano Samuele Ciambriello, portavoce anche della conferenza nazionale dei garanti dei detenuti, ha tracciato attraverso i numeri di fine novembre un allarmante bilancio di fine anno, che mette in crisi il sistema penitenziario. “In Italia sono detenute 63.868 persone a fronte di 45.000 posti reali disponibili. La Costituzione è ingabbiata nelle celle”. L’aspetto di Marco è quello di molti detenuti, che o dimagriscono moltissimo, oppure sviluppano obesità senza energie, spesso assuefatti ai farmaci. Una semplice richiesta facciamo ai partiti politici, sindacati, associazioni, che non vogliono “buttare la chiave”. Elaborare, proporre e fare approvare una legge sull’informazione semestrale delle condizioni sanitarie di ogni istituto. Le ASL che ospitano gli istituti carcerari pubblicheranno rapporti semestrali coi numeri dei reclusi, patologie, cure, decorso delle stesse, personale medico e paramedico impiegato, in modo da permettere agli organi preposti di colmare le carenze. Un atto di informazione a disposizione di tutti. Nota a margine: Montacuto fornisce da anni una giuria di detenuti ai concorsi Storie da MAB (racconti e foto), Corto Dorico Film Festival e Musicultura, grazie all’iniziativa dei rispettivi organizzatori e al patrocinio di DAP e Garante dei detenuti. Sarebbe interessante rilevare il parere di una giuria dei detenuti sulla sanità penitenziaria. Meloni: sulla sicurezza risultati non sufficienti. Minori in carcere? No, vogliamo salvarli di Maurizio Carucci Avvenire, 10 gennaio 2026 “Noi abbiamo lavorato moltissimo sulla sicurezza, chiaramente gli anni di lassismo non sono facili da cancellare”. Detto ciò, “i risultati per me non sono sufficienti”, dunque “questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più”. “Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura, che è fondamentale in questo disegno”, ha detto la premier citando alcuni casi di cronaca degli ultimi giorni, sottolineando che “spesso le toghe rendono vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento”. Misure anti-maranza - I provvedimenti varati dal governo sulla violenza minorile “non bastano, il fenomeno delle gang giovanili e i cosiddetti maranza continuano a imperversare, perciò stiamo lavorando a un altro provvedimento specifico sul tema che verrà presentato nei prossimi Consigli dei ministri”. Così la premier. Meloni ha citato, come esempio, il decreto Caivano e ricordato: “Su quello abbiamo raccolto consigli che venivano dai magistrati che operano in quei territori e crediamo di aver contribuito a colmare alcune lacune nel nostro ordinamento, tra cui la possibilità di arrestare in flagranza un minore che sia in possesso di arma da fuoco. Lo dico per ricordare che allora il governo fu accusato di voler arrestare i minori, ricordo un titolo di giornale, “Il governo vuole arrestare i bimbi”, ma non era e non è il nostro intento che è diametralmente opposto, è quello di salvare i minori”. Contro la violenza giovanile “la legge penale non risolve tutto, c’è il tema dell’educazione, della responsabilità, della lotta al degrado e all’abbandono scolastico. Quando ci siamo insediati la dispersione scolastica era all’11,5% oggi è all’8,7%, il che significa che abbiamo recuperato 500mila minori dalla dispersione scolastica. Dovremmo essere fieri, come per la reintroduzione dell’educazione civica e del voto in condotta”. Migranti - “La linea dell’Europa sull’immigrazione è stata completamente ribaltata. Al mio primo Consiglio europeo di questo tema non si parlava. Oggi si parla di difesa dei confini, norme per i rimpatri, soluzioni innovative, non più il tema di distribuire i migranti, ma di fermare l’immigrazione illegale lavorando con i Paesi di transito e di origine dei migranti. L’Italia ha fatto su questo tema la differenza. L’Italia ha fatto su questo tema la differenza”, ha osservato la premier. Carceri - “Amnistia, indulto, uscita anticipata sono provvedimenti tampone, sperimentati molte volte in passato, che non hanno risolto nulla. Anzi, per paradosso, oltre a minare il principio della certezza della pena, hanno consentito alla politica di fare finta che il problema non esisteva più. Abbiamo il sovraffollamento carcerario perché la politica ha pensato che si faceva un provvedimento e si risolveva il problema del sovraffollamento”. “Io penso che uno Stato serio lo debba affrontare in modo strutturale. In Italia non ci sono abbastanza posti, il governo sta facendo un piano per coprire la carenza di posti che ci sono: 11 mila nuovi posti da qui alla fine del 2027 è il nostro obiettivo, questo è un modo serio per difendere la dignità dei detenuti senza compromettere la dignità dello Stato”, auspicando anche che “il Parlamento approvi velocemente il provvedimento di iniziativa governativa per il trasferimento dei detenuti tossicodipendenti nelle strutture di cura”. Lotta alla mafia e sicurezza, promesse e omissioni di Meloni di Nello Trocchia Il Domani, 10 gennaio 2026 “Se vogliamo garantire la sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione, governo, polizia, magistratura, che è fondamentale in questo disegno”, ha detto la presidente Meloni attaccando i giudici. Poi ha elencato successi, arresti e sequestri, sui quali il governo non ha alcun ruolo. “Lo stato non indietreggia”, dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Palazzi sgomberati, mafiosi arrestati, patrimoni sequestrati alle organizzazioni criminali e, perfino, la difesa strenua dei decreti sicurezza. Nell’annuale conferenza stampa, Meloni elenca successi e individua i soliti responsabili di quello che nelle politiche securitarie non funziona: i magistrati. “Se vogliamo garantire la sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione, governo, polizia, magistratura, che è fondamentale in questo disegno. Per non rendere vano il lavoro del Parlamento e delle forze dell’ordine faccio un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini. Le faccio due, tre casi escluso quello del capotreno. Ricordo il caso dell’imam di Torino, la polizia ne dimostra la pericolosità per i contatti con i terroristi, l’espulsione disposta dal ministro è stata bloccata. Lo scorso novembre la madre ha ucciso il figlio di nove anni, era stata denunciata più volte, ma l’autorità giudiziaria aveva ritenuto di lasciarla a piede libero. Ad Acerra un imprenditore è stato arrestato e poi è stato subito scarcerato. Così è vano il lavoro delle forze dell’ordine e del parlamento”. Uno schema rodato, già applicato anche sul fallimentare progetto albanese, con la costruzione di centri per i rimpatri in quel territorio, con spese folli di soldi pubblici ed efficacia zero. Anche in quel caso la colpa di quel clamoroso fallimento è dei giudici. Quello che non dice la presidente del Consiglio è che sono i magistrati ad arrestate i mafiosi, a sequestrare i patrimoni alla criminalità organizzata. Quei pubblici ministeri antimafia obiettivo di strali quando indagano sui politici e destinatari di encomi quando si occupano di mafiosi. Basti pensare a quanto accaduto ai magistrati di Palermo. Ai pm antimafia la maggioranza di destra e il governo vogliono sottrarre strumenti a partire dalle intercettazioni con la risibile motivazione dei costi sostenuti, si tratta di una cifra inferiore ai 200 milioni di euro all’anno, ampiamente recuperata con le confische. È stata già approvata una riforma che ha fissato un limite massimo di 45 giorni per la durata complessiva delle operazioni di intercettazione per i reati contro la pubblica amministrazione, una ghigliottina che taglia le gambe alle inchieste sulla corruzione, talvolta preludio di quelle antimafia. Senza dimenticare quanto la sua maggioranza stia contribuendo alla riscrittura delle stragi di mafia: con il tentativo di eliminare da quella storia le ombre nere esterne a Cosa nostra. Ma sono le aggravanti e nuovi reati introdotti, più di cinquanta, dai provvedimenti della maggioranza che hanno contribuito a ingolfare procure e tribunali, rendendo la giustizia una macchina ancora più elefantiaca. Il modello è l’impunità per i colletti bianchi, questo è il governo che ha cancellato l’abuso d’ufficio, e la repressione per chi vive nella marginalità sociale. La presidente del Consiglio ha rivendicato anche lo sgombero dei palazzi, c’è sempre un assente ingiustificato: lo stabile di Casapound. La legalità è un concetto elastico, si applica in modo stringente ai nemici e molto lasco per i vecchi amici. La crociata contro i giudici in nome dello Stato di polizia di Michele Gambirasi Il Manifesto, 10 gennaio 2026 I casi di cronaca trasformati in propaganda. Meloni: “Spesso i magistrati sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine. Posso citare decine di casi”. La replica dell’Anm: “La costante delegittimazione dei magistrati è pericolosa per la tenuta dello stato di diritto”. Non è una questione solo di campagna referendaria. Certo, quella è alle porte ed è sempre bene alimentarla, e l’argomento lo hanno offerto i cartelloni esposti dal comitato per il No, già bersagliati negli scorsi giorni. “Se chi ha nel suo dna la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna, questo delegittima. Così come le menzogne delegittimano la politica e i giornalisti” ha detto ieri la premier Meloni durante l’annuale conferenza stampa, in riferimento allo slogan “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”. Ma l’attacco più duro nei confronti della magistratura ieri Giorgia Meloni lo ha sferrato agganciandosi al tema delle inchieste, mettendone in discussione l’esito. “Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura, che è fondamentale in questo disegno” ha detto nel corso della conferenza stampa di inizio anno. Dunque ha citato alcuni casi di cronaca: su tutti quello di Mohamed Shahin, l’imam di Torino di cui il Viminale aveva decretato l’espulsione e poi è stato liberato dalla Corte d’appello di Torino che ne ha smentito la pericolosità. Decisione confermata ieri dalla Cassazione, che ha annullato con rinvio il provvedimento di espulsione dopo il ricorso del Viminale. “La polizia dimostra la sua pericolosità, il ministro ne dispone l’espulsione e l’espulsione viene bloccata. Posso citare decine di casi. Quando questo accade è vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione può fare la differenza” ha attaccato Meloni. Il “disegno”, per usare le parole della premier, sarebbe quindi una sostanziale revisione del meccanismo di funzionamento dello stato di diritto e della separazione dei poteri, in ragione di una necessaria continuità tra le decisioni prese dalla maggioranza e la loro applicazione nei tribunali. Il messaggio è tanto semplice quanto efficace, rivolto peraltro con una notevole sincerità nonostante punti direttamente alle istituzioni di garanzia, verso cui il fastidio non è stato mai celato. Da questo punto di vista le accuse da parte del governo si sono sommate da inizio legislatura: dai centri per le procedure accelerate di frontiera in Albania, i cui trattenimenti sono stati disapplicati dai giudici dell’immigrazione in forza delle normative Ue, di cui ieri Meloni ha rivendicato il cambio di direzione (“abbiamo ribaltato la linea Ue in tre anni”), al progetto salviniano del Ponte sullo stretto bocciato dalla Corte dei conti (ridimensionata con una riforma approvata a fine dicembre), passando per il caso Almasri, quando la premier descrisse l’indagine della procura di Roma come “un danno per la nazione”, accusando “un pezzetto di magistratura” di voler “governare”. Ma quelli di ieri non sono stati attacchi, giura la premier, solo accorati appelli al buon senso: “Ho fatto un elenco delle responsabilità dei magistrati sulle questioni di sicurezza. Chi ha ruoli di responsabilità è chiamato a quelle responsabilità. Il tema della delegittimazione non c’è”. “I Magistrati italiani svolgono il compito previsto dalla Costituzione, quello di applicare la legge e tutelare i diritti - ha risposto ieri l’Associazione nazionale magistrati -. Lo hanno fatto in maniera equilibrata nonostante i pesanti attacchi ricevuti da più parti. La costante delegittimazione dei magistrati, del loro lavoro e delle decisioni prese solo ed esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la stessa tenuta dello Stato di diritto”. “All’università si impara che la magistratura deve tutelare i diritti e le garanzie di tutti, a prescindere dagli orientamenti in materia di sicurezza delle maggioranze di turno. Chi è garantista sul serio lo sa bene” ha detto il segretario di Area, Giovanni Zaccaro. Galeazzo Bignami, capogruppo meloniano alla Camera, ha saldato il legame tra sicurezza e campagna referendaria: per rendere più sicure le città, ha detto, “è necessario una riforma della giustizia, come quella su cui voteremo in primavera, che liberi i magistrati dal peso delle correnti, che di fatto li porta ad un’applicazione ideologica delle leggi, consumata sulla pelle dei cittadini stessi”. Non solo votare contro i giudici, ma votare per la propria sicurezza. Ieri la premier ha confermato che la consultazione si terrà il 22 e il 23 marzo, e che la decisione verrà presa nel prossimo consiglio dei ministri prima del 17 gennaio. “La data ci sembra ragionevole” ha detto Meloni, che ha deciso di non attendere il termine del 30 gennaio per la raccolta delle firme, il cui comitato sta preparando il ricorso. Santalucia: “Attacco grave, tuteliamo i diritti senza guardare ai governi” di Conchita Sannino La Repubblica, 10 gennaio 2026 “Le parole della presidente Meloni? Le leggo adesso e mi pare rivelino un fraintendimento davvero pericoloso sul ruolo del potere giudiziario. E questo lo dico al di là di vicende specifiche e delle varie polemiche. Dalle quali, peraltro, ho sempre cercato di prendere ogni possibile distanza”. Giuseppe Santalucia è appena uscito dalla camera di consiglio, quando si accorge che la premier ha citato in conferenza stampa, a proposito dei casi di presunta malagiustizia, proprio quello che era sul suo tavolo. Presidente del collegio della Cassazione che ieri ha infatti emesso la sentenza sulla liberazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin - la suprema Corte ha deciso un annullamento con rinvio, e Shahin per ora non torna in Cpr - Santalucia è stato anche presidente dell’Anm fino a un anno fa. Oggi, da iscritto alla corrente progressista di Area, partecipa alla campagna per il no. Presidente Giuseppe Santalucia, la premier Meloni lamenta che le toghe “spesso rendono vano il lavoro di forze dell’ordine e parlamento”... “Si tratta, appunto, di un clamoroso equivoco. Va detto con la massima serenità: il compito dei giudici è la tutela dei diritti. Non altro. E quindi non ha senso leggerlo e interpretarlo in termini di collaborazione o contrapposizione con l’esecutivo. La giurisdizione è altro dai governi. Occorre prenderne atto e non continuare nel chiedere alla magistratura di tradire il senso della sua missione istituzionale”. Lei sta dicendo: chi ha responsabilità di governo fa un mestiere, le toghe ne fanno un altro. Vede opacità su questo? “Vedo che non se non si compie uno sforzo di comprensione dei rispettivi ruoli non si potrà porre fine alle polemiche che riaffiorano: a ogni sentenza che non è gradita, a ogni provvedimento giudiziario che si percepisce non in linea con le attese governative”. La presidente del Consiglio ha anche citato il caso dell’imam di Torino. Come spiegare ai non addetti ai lavori quanto é avvenuto? “Con un semplice concetto. La tutela della sicurezza, bene essenziale, va perseguita all’interno di un quadro di regole e di principi inderogabili. Non è possibile ricercare e assicurare sicurezza se non realizzando pienamente i diritti fondamentali. Questo è il principio guida di tutte le democrazie liberali”. Significa, come nel caso dell’imam, che si possono dire cose gravi, esprimere giudizi esecrabili ma non per questo si può essere privati della libertà? “La prego su questo di non pormi altre domande. Io non posso e non voglio parlare dei casi singoli...”. Tra una settimana peraltro si leggeranno le motivazioni della sentenza… “Certo, per le singole vicende devono parlare le sentenze e gli atti. Io mi limito a ribadire quale dev’essere la direttrice su cui devono orientarsi tutti gli organi dello Stato, giudici compresi”. Lei è impegnato nella campagna referendaria. Condivide la strategia comunicativa dell’Anm che dice: “Se non vuoi giudici che dipendono dalla politica, vota no”? “Credo sia una comunicazione sintetica ed efficace, che pone sul tavolo i rischi molto reali di una riforma che non pensa in alcun modo a migliorare la giustizia”. Ma quei manifesti, secondo la premier, dicono il falso: “Cose campate in aria”. “Osservo che il governo, lo stesso ministro Nordio, confermano i nostri timori, e cioè quanto l’Anm sostiene da tempo”. A cosa allude? “Il ministro Nordio ha detto che non comprende la contrarietà alla riforma della segretaria del Pd. In fondo, ragionava, la riforma converrà a tutti, sarà di vantaggio anche per il centrosinistra, quando dovesse andare al governo...”. E quindi? “Quindi anche per il ministro la riforma serva a rivedere i rapporti tra giudici e politica: a tutto vantaggio della politica. È quel che come magistrati, tra l’altro di vari orientamenti, cerchiamo da tempo di dire e di spiegare”. Sulla data del referendum: se il governo forzasse, fissandola prima della scadenza del 30 gennaio? “Guardo a questo sforzo e a questo impegno della raccolta delle firme con il massimo rispetto, e penso che anche il governo nel suo complesso terrà conto, nelle sue prossime determinazioni, dell’importanza democratica dell’iniziativa”. Lei sta incontrando cittadini, associazioni: siete sicuri che il no stia recuperando? È fiducioso? “Sono molto fiducioso, lo confesso. La nostra Costituzione è ancora viva, vitale. Specie in tempi come questi, ha molto da dare anche alle generazioni che verranno. E i cittadini questo lo sanno”. Referendum giustizia, Meloni conferma la data: 22 e 23 marzo di Enza Miriami Il Messaggero, 10 gennaio 2026 Per cosa si vota e come funziona. Cerchiate in rosso le date del 22 e 23 marzo 2026. In quei giorni gli italiani saranno chiamati a esprimersi sulla riforma della Giustizia approvata dal Parlamento attraverso un referendum confermativo, cioè senza quorum. È iniziato ufficialmente il conto alla rovescia per il referendum confermativo sulla separazione delle carriere. Con l’annuncio di Meloni delle date di apertura dei seggi, fissate per il 22 e 23 marzo, la consultazione entra nella sua fase decisiva. Gli italiani saranno chiamati a confermare o meno la riforma della Giustizia approvata dal Parlamento. Si tratta di una consultazione che, a differenza del referendum abrogativo, non richiede il raggiungimento del quorum per essere valida, sarà sufficiente la maggioranza relativa dei voti espressi. Superato il quarantacinquesimo minuto, la partita sulla separazione delle toghe entra nel secondo tempo. Una sfida che, indipendentemente dal risultato finale, è destinata a incidere sugli equilibri politici. Le squadre del sì e del no prendono forma, con frontwoman e frontman ormai schierati e pronti a guidare la corsa chi verso il sì e chi verso il no. Giorgia Meloni resta bordo campo rispetto all’esito della consultazione, chiarendo di non voler legare le sorti dell’esecutivo al risultato del referendum. Una posizione ribadita più volte ed espressa anche oggi durante la conferenza stampa di inizio anno: “Non intendo dimettermi nel caso in cui gli italiani dovessero dire bocciare la riforma”. La riforma, firmata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e approvata integralmente dal Parlamento, interviene sul Titolo IV della Costituzione. La misura introduce una distinzione tra magistratura giudicante e requirente, ovvero tra giudici e pubblici ministeri. Attualmente, pur svolgendo funzioni diverse, giudici e pm seguono lo stesso percorso formativo e possono passare, una sola volta nei primi dieci anni di carriera, da una funzione all’altra. Con la riforma, invece viene prevista a monte una netta distinzione, istituendo due percorsi professionali separati fin dall’ingresso in magistratura. Un secondo intervento della riforma costituzionale è l’introduzione di due Consigli Superiori della Magistratura: uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, superando l’attuale assetto unitario. Entrambi continueranno ad essere presieduti dal capo dello Stato e saranno composti per un terzo da membri laici e per due terzi da togati. I primi saranno estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento, mentre i secondi saranno sorteggiati tra i magistrati in possesso dei requisiti specifici che verranno poi stabiliti in seguito da una legge ordinaria. La durata dell’incarico sarà di quattro anni, senza possibilità di partecipare a un ulteriore sorteggio. Infine la riforma introduce anche l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare che si occuperà degli illeciti disciplinari dei magistrati, funzione che di fatto viene tolta dalle competenze dei Csm. L’Alta Corte sarà composta da quindici membri così composti: tre saranno nominati dal Presidente della Repubblica; tre saranno estratti a sorte da un elenco di giuristi redatto dal Parlamento; sei saranno estratti a sorte tra i magistrati giudicanti con vent’anni di attività ed esperienze in Cassazione. Gli ultimi tre, invece, saranno sorteggiati tra i magistrati requirenti con vent’anni di attività e anch’essi con esperienza in Cassazione. Giustizia, il referendum è trasversale di Giorgio Merlo huffingtonpost.it, 10 gennaio 2026 Non ci sono schieramenti politici precostituiti. Una prassi che ha quasi sempre caratterizzato l’istituto referendario nelle vicende politiche del nostro paese. Il referendum, di per sé, e anche quello costituzionale, è per sua natura politicamente trasversale. Ovvero, non ci sono schieramenti politici precostituiti. Una prassi che ha quasi sempre caratterizzato l’istituto referendario nelle vicende politiche del nostro paese. Basti pensare che anche per lo storico referendum del 1974 sul divorzio, nella stessa area cattolica italiana - ed eravamo nel ‘74 dove l’unità politica dei cattolici non era certamente un dogma ma, comunque sia, una prassi molto collaudata e praticata dai cittadini elettori di orientamento cattolico - c’era un pluralismo di opinioni e, di conseguenza, di scelte elettorali. Voglio dire, cioè, che anche nel ‘74 per non parlare dell’altro grande e storico referendum del 1981 sulla legalizzazione dell’aborto, il pluralismo nel mondo cattolico italiano era già un dato fortemente acquisito e sedimentato. E, del resto, si tratta di una costante che è durata nel tempo. Perché, semplicemente, è la storia dei referendum nel nostro paese. E anche dei referendum che hanno un timbro costituzionale come quello che andremo a votare nei prossimi mesi sulla giustizia. Basti pensare alle divisioni presenti nel campo dell’attuale sinistra italiana proprio sul tema della riforma della giustizia. Come, del resto, nel campo stesso degli operatori della giustizia: dai magistrati agli avvocati. Un pluralismo di opinioni che conferma come il referendum non si possa mai trasformare solo e soltanto in una battaglia politica frontale di un partito contro l’altro o, peggio ancora, di uno schieramento politico contro l’altro. E chi fa questo errore, di norma, ne esce sconfitto anche sotto il profilo politico. E la stessa riflessione riguarda anche l’altro grande campo della politica italiana, anche se oggi molto frantumato e diviso al suo interno. Parlo della cosiddetta area cattolica e centrista. Perché rientra nella vulgata progressista - soprattutto ad opera della stampa compiacente di sinistra e antigovernativa - sostenere che i cattolici, i Popolari o gli ex democristiani votano compattamente per il No. Come ovvio, si tratta di una palese, e pubblica, falsità e mistificazione. Certo, esiste una componente nell’area cattolica che voterà convintamente contro la riforma Nordio a conferma, appunto, del pluralismo che attraversa anche quel campo politico e culturale. E forse nello stesso centro destra - anche se apparentemente non è così - ci saranno settori e componenti più tiepidi nei confronti della riforma costituzionale sulla giustizia. Insomma, è inutile forzare una realtà che, prima o poi, si rivolta contro. Si tratta di un “metodo” da cui non si può e non si deve prescindere quando si parla di un confronto sul referendum. E anche questa volta, soprattutto in vista del prossimo referendum, si deve rispettare questa prassi che non solo risponde a un corretto criterio metodologico ma, soprattutto, rappresenta anche il vero “spirito” di una consultazione referendaria. Anche quando si tratta di un referendum delicato e articolato come quello sulla riforma costituzionale della giustizia. Ne va della credibilità della politica e, soprattutto, delle nostre istituzioni democratiche. Separazione delle carriere, le dichiarazioni difensive di Adriano Sofri sono ancora una lezione di Simona Bonfante Il Riformista, 10 gennaio 2026 Adriano Sofri interviene nell’udienza del 18 gennaio 2000 del processo di revisione celebrato presso la Corte d’Appello di Venezia. È l’ultima udienza dell’ultimo grado di giudizio, prima che un’ultima sentenza lo condanni definitivamente. Un inciso, nelle dichiarazioni difensive di Sofri, riporta alla perenne attualità della questione giustizia. Riguarda la separazione delle carriere, di cui anche al tempo si discuteva. Sofri si dice agnostico nel merito della separazione ma aggiunge un “ma”, enorme. “Quando il Presidente del dibattimento di primo grado, Manlio Minale, conduce il procedimento nei nostri confronti essendo già stato assegnato come Procuratore aggiunto alla Procura di Milano - dice Sofri - siamo in un caso in cui il Presidente, mentre sta ora giudicando noi, sta giudicando l’operato dei suoi colleghi in un processo in cui la Procura si è esposta moltissimo”. Il “ma” di Sofri indica l’abisso tra la giustizia ideale raccontata dai magistrati - che non esiste - e la giustizia reale, che deve far paura proprio a chi non ha nulla da cui doversi difendere. L’incubo di Sofri, Pietrostefani e Bompressi inizia a fine luglio 1988, sedici anni dopo l’assassinio del commissario Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972. I tre, che all’epoca del crimine erano massimi dirigenti di Lotta Continua, vengono accusati sedici anni dopo il fatto da un loro compagno, l’attivista Leonardo Marino, che si autodenuncia dell’omicidio e chiama i tre ex compagni in correità. La versione di Marino contraddice quella dei testimoni oculari del tempo, non trova riscontri nelle investigazioni, cambia via via che le “confessioni” vengono smentite dalle difese. Eppure Marino non smette di essere creduto. Dopo la condanna in primo grado come mandante dell’omicidio Calabresi, Adriano Sofri rinuncia all’appello. Era certo che l’assenza di prove e la natura calunniosa delle accuse di Marino fossero così manifeste che l’unica decisione possibile per la Corte d’Assise d’Appello di Milano fosse l’assoluzione piena. L’ex leader di Lotta Continua non si presenta al processo, rinuncia a difendersi in aula e in effetti l’assoluzione arriva. Sofri e i co-imputati, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, vengono assolti dalla condanna di omicidio per la quale avevano già scontato una parte, ancora minima, della condanna a 22 anni, 24 per Bompressi, il cosiddetto esecutore materiale. La Corte d’Assise aveva deciso in maggioranza per l’assoluzione degli imputati, ma il Presidente era per la condanna. Così, nel redigere le motivazioni, il giudice argomentò per centinaia di pagine le ragioni della colpevolezza degli imputati, relegando a quattro paginette finali i motivi dell’assoluzione. Una sentenza così contraddittoria e insostenibile sul piano logico da essere considerata un deliberato atto suicida. Il magistrato voleva che il giudizio fosse annullato dall’Alta Corte di Cassazione, come in effetti fu. Il processo durò undici anni. Si concluse definitivamente nel 2000, con il rigetto della richiesta di revisione proposta dalla difesa e ammessa dalla Corte di Cassazione. Sofri, Bompressi, Pietrostefani furono consegnati alla storia come colpevoli di omicidio con sentenza definitiva, sebbene l’intero processo abbia dimostrato solo la paradossale mendacia di un personaggio misero e truffaldino, un finto pentito che avrebbe dovuto essere processato per calunnia, non incensato delle stigmate del santo, come invece incredibilmente fu. “Se dovessi essere condannato, combatterò questa ingiustizia fino all’ultima stilla di vita”. Così Adriano Sofri, l’8 gennaio 2000, innanzi la Corte d’Appello di Venezia, prima dell’ultima ingiusta sentenza di condanna. La giustizia italiana non riesce a liberarsi della carta ilpost.it, 10 gennaio 2026 Per digitalizzare i processi ci stiamo mettendo più tempo del previsto, a causa di malfunzionamenti e qualche resistenza culturale. Le procure e i tribunali più grandi e importanti d’Italia - Roma, Milano, Napoli e Torino - hanno rimandato di altri sei mesi l’obbligo di depositare atti di inchiesta e processuali nel sistema informatico allestito dal ministero per digitalizzare la giustizia italiana. Non è la prima volta che succede. Già all’inizio dello scorso anno procuratori e presidenti di tribunali avevano prorogato le scadenze, via via rimandate nel corso dell’anno. La digitalizzazione di inchieste e processi è molto più lenta e complicata del previsto in parte per malfunzionamenti del sistema informatico, in parte per lo scarso adattamento e le resistenze culturali di molti magistrati, giudici e avvocati che non riescono a liberarsi dei faldoni di carta. Le regole e gli obblighi del processo penale telematico sono stati introdotti con la cosiddetta riforma Cartabia, approvata nel 2021, ma della necessità di digitalizzare inchieste e processi si discuteva da almeno due decenni. La digitalizzazione prevede che tutti gli atti - dalla denuncia alla sentenza definitiva - vengano prodotti, trasmessi e archiviati in formato informatico. Nel 2026 può sembrare una cosa dovuta e scontata, ma non lo è per un sistema complesso come quello giudiziario, da sempre un po’ refrattario all’innovazione. La prima fase spetta alla polizia giudiziaria, che non dovrebbe più trasmettere le notizie di reato con i faldoni cartacei, ma in un portale messo online dal ministero della Giustizia. Questo portale si chiama ?NdR (Portale Notizie di Reato), riceve i dati e li archivia nei sistemi della procura, dove possono essere consultati dai magistrati. Il sistema informatico della procura invece è stato chiamato APP (sta per Applicativo Processo Penale, ma molti addetti ai lavori pensano che sia erroneamente un’app). Verbali di sequestro, informazioni e atti di indagine dovrebbero essere creati fin da subito come documenti digitali e firmati elettronicamente da chi li carica. Gli obblighi valgono anche per gli avvocati. Anche loro devono caricare nomine, memorie, istanze e querele su un portale chiamato PDP (Deposito atti Penali), non più via posta elettronica o su carta. Dallo stesso portale gli avvocati possono tenere d’occhio la situazione dei loro assistiti aggiornata in tempo reale e scaricare i file - compresi audio e video - relativi alle indagini senza più dover andare in procura con hard disk o chiavette USB. Nella fase del processo, i giudici dovrebbero consultare tutti gli atti su un tablet o un monitor installato in aula, eliminando i carrelli pieni di faldoni di carta. Se va storto qualcosa in ognuno di questi passaggi c’è il rischio di bloccare o rallentare inchieste e processi, come d’altronde è successo molte volte nell’ultimo anno. Procuratori e giudici dicono che il sistema informatico APP si blocca spesso, impedendo il caricamento degli atti, in particolare di documenti pesanti come gli audio delle intercettazioni o i video. È anche difficile capire se un caricamento è andato a buon fine oppure no, perché spesso il sistema restituisce codici di errore difficili da interpretare. L’incertezza alimenta i timori di compromettere inchieste e processi, perché gli errori tecnici possono teoricamente rendere inammissibili gli atti, con conseguenze per l’accusa o per la difesa. Oltre ai malfunzionamenti ci sono anche altri problemi. In molti uffici giudiziari ci sono computer datati, che faticano a gestire i software del ministero o anche solo file di grandi dimensioni. Inoltre non sempre il personale amministrativo è stato formato in modo adeguato. Molti atti continuano a essere scritti in Microsoft Word, stampati, firmati a mano e poi scansionati rendendo i fascicoli di indagine pesanti e difficili da consultare. In una transizione così complessa hanno un ruolo anche le resistenze culturali. Durante momenti di confronto sul processo penale telematico organizzati nell’ultimo anno, diversi magistrati si sono lamentati del fatto che la digitalizzazione li costringa a fare una parte del lavoro prima riservato ai cancellieri, per esempio la gestione dei file. Alcuni sostengono inoltre che la lettura di un fascicolo di indagine su carta permetta di avere una migliore visione d’insieme dell’inchiesta perché sfogliando gli atti si ha una percezione diversa e migliore delle prove. È una convinzione simile a chi sostiene che leggere un ebook e un libro siano due cose completamente diverse. Il rischio di errori e di perdere atti ha costretto il ministero a prevedere una serie di regole per gestire i malfunzionamenti. Tra le altre cose è permesso tornare a mettere tutto su carta in caso di particolari esigenze processuali, come il rispetto della cosiddetta ragionevole durata del processo. Questa concessione è stata sfruttata da molte procure e tribunali per rimandare l’introduzione degli obblighi. Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, ha detto che il ministero ha rilasciato molte nuove versioni del sistema APP senza formare in modo adeguato il personale della giustizia e senza lasciare un tempo adeguato per sperimentare e adeguare l’organizzazione degli uffici giudiziari. Secondo Gratteri sarebbe stato necessario prevedere una doppia modalità, cartacea e digitale, perché le sperimentazioni sono incompatibili con la delicatezza degli atti, specialmente quelli relativi alle misure cautelari. Rispondendo alla procura di Napoli, il ministero della Giustizia ha scritto in un comunicato che la transizione digitale di un sistema complesso come il processo penale non può avvenire senza criticità, ma che allo stesso tempo l’innovazione è indispensabile, anche per rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea. Il ministero poi ha accusato la procura napoletana di aver iniziato ad adeguarsi molto in ritardo, anzi di essere addirittura stata l’ultima procura in Italia a farlo, con una lentezza che ora compromette il rispetto delle scadenze. Il procuratore capo di Torino Giovanni Bombardieri ha sospeso l’obbligo di caricare i documenti sul portale APP dopo un blocco di quattro giorni avvenuto a dicembre. Bombardieri l’ha definita una “completa paralisi” operativa che ha avuto conseguenze piuttosto gravi, perché per quasi una settimana non sono state iscritte nuove notizie di reato e non è stato possibile gestire le richieste di archiviazione. Sequestro dispositivi informatici, decreto valido anche se privo di un termine di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2026 Per la Cassazione, sentenza n. 543/2025, va preservato il principio di proporzionalità ma non vi è la necessità di indicare dal principio una data ultima per l’estrazione e l’analisi dei dati. È legittimo il decreto di sequestro probatorio di dispositivi informatici privo dell’indicazione del termine di durata, o dei tempi di estrazione dei contenuti, considerato che sovente il Pm non è in grado di conoscerli preventivamente. Va infatti preservata la possibilità di svolgere approfondite indagini anche considerato che l’eccessiva durata è contestabile con una istanza di restituzione. Lo ha stabilito la VI Sezione penale, sentenza n. 543/2025, accogliendo il ricorso del Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata contro l’ordinanza del Tribunale di Napoli che aveva annullato il sequestro probatorio dei dispositivi di due indagati per corruzione nell’ambito del cd. “sistema Sorrento”. Secondo il Tribunale, il Pm, nel prevedere che la ricerca di dati si estendesse per l’intero periodo del mandato del sindaco, non aveva adeguatamente motivato in ordine “alla delimitazione temporale dei dati da acquisire”, così violando il principio di proporzionalità. Il ricorrente in Cassazione ha invece dedotto che la legge non prevede la necessità di un indicare un termine, fra l’altro difficilmente determinabile a priori. La Suprema corte per prima cosa ricorda che “il sequestro a fini probatori non può assumere una valenza meramente esplorativa, in quanto non è, nel disegno del legislatore, un mezzo di ricerca delle notizie di reato, ma solo della sua conferma”; e dunque “il vincolo reale imposto dal provvedimento di sequestro su dispositivi elettronici e telematici per finalità investigative deve essere proporzionato sotto specifici profili di ordine quantitativo, qualitativo e temporale”. Il Collegio ha poi ricordato che il rispetto del “principio di proporzionalità non consente ‘zone franchè e, dunque, la proporzione temporale del vincolo reale deve essere, nei limiti di una ragionevole previsione, considerata già al momento dell’adozione della misura cautelare reale”. La Corte costituzionale, peraltro, nella sentenza n. 170 del 2023, ha sottolineato la necessità di una “rapida selezione dei dati, con celere restituzione della disponibilità di tutti gli altri dati al titolare”. “La necessità di garantire la proporzionalità del vincolo reale, già al momento della sua genesi - scrive la Corte -, non impone, tuttavia, la necessità di indicare un esatto termine di durata del vincolo reale già nel decreto o di prefissare in termini determinati e inderogabili la durata delle operazioni di estrapolazione e di analisi dei dati informatici, in quanto il pubblico ministero non sarebbe obiettivamente in grado di prevedere gli stessi all’atto dell’emissione del decreto di sequestro probatorio e vi sarebbe il rischio di penalizzare in modo eccessivo e ingiustificato le stesse legittime iniziative dell’autorità giudiziaria volte all’accertamento dei reati”. La giurisprudenza di legittimità, nelle pronunce sulla proporzionalità del sequestro probatorio, “non a caso, fa riferimento all’indicazione nel decreto di un termine “ragionevole” di durata delle operazioni, proprio per la consapevolezza della necessità per il Pubblico Ministero di fruire di un termine per estrapolare e analizzare i dati acquisiti tanto più ampio, quanto più esteso è il novero degli stessi”. E se “la protrazione del vincolo, nel rispetto dei principi di proporzionalità e di adeguatezza”, deve essere “limitata al tempo necessario all’espletamento delle operazioni tecniche”, si deve “tuttavia, rapportare la sua ragionevole durata alle difficoltà tecniche di apprensione dei dati”. Nel caso specifico il ricorrente segnalava la “molteplicità delle imputazioni provvisorie” e “l’elevato numero dei dispositivi in sequestro”. Inoltre, prosegue la decisione, “l’inosservanza o l’eccessiva durata del termine fissato potranno, peraltro, essere sindacate dal titolare dei beni sequestrati, proponendo una istanza di restituzione ai sensi dell’art. 262 cod. proc. pen. e, in caso di rigetto, ricorrendo al giudice per le indagini preliminari e al tribunale del riesame”. Tutto ciò considerato, secondo il Collegio nel decreto impugnato “la scansione temporale delle operazioni di estrapolazione e analisi dei dati informatici acquisiti” è stata delineata dal Pubblico Ministero in termini “non apparenti, ma effettivi e rispettosi del canone di proporzionalità temporale del vincolo”. Il Pubblico Ministero, infatti, pur senza fissare date specifiche, ha dettato “una stringente e specifica scansione della consecuzione delle fasi di estrapolazione e di analisi dei dati appresi sui dispositivi elettronici in sequestro”. Sardegna: Carceri, la Garante: “È un disastro, la situazione non è più sostenibile” di Luigi Alfonso vita.it, 10 gennaio 2026 Dopo la rivolta nel carcere di Massama (Oristano), parla la garante regionale della Sardegna per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. “Siamo ormai al collasso in tutta l’Isola, spiega Irene Testa. “Abbiamo 2.583 detenuti ma i posti disponibili sono 2.374 e gli agenti della polizia penitenziaria sono troppo pochi. Problemi anche per la salute di molti ristretti con patologie gravi”. I disordini registrati nei giorni scorsi nella Casa di reclusione “Salvatore Soro” di Massama (Oristano, nella foto d’apertura) hanno brutalmente riportato alla ribalta della cronaca la precaria situazione penitenziaria isolana. I sindacati Sinappe e Osapp non hanno utilizzato giri di parole e l’hanno definita un’autentica rivolta. Numerosi detenuti hanno commesso atti vandalici in diverse aree della struttura, distruggendo alcune cassette degli idranti e gli arredi di un intero reparto, spaccando una tubatura dell’acqua che ha allagato un corridoio, mandando in frantumi le plafoniere. Inoltre, è stato bloccato in tempo un principio d’incendio appiccato da un detenuto nella sua cella. “Da tempo denunciamo la grave carenza di personale che sta mettendo seriamente a rischio la sicurezza dell’istituto”, è il commento di Raffaele Murtas, segretario regionale del Sinappe. “Gli agenti in servizio sono stremati, oltre il limite delle loro forze, e costretti a sostenere turni di servizio che vanno oltre ogni immaginabile ragionevolezza operativa, con carichi di lavoro non più compatibili con gli standard minimi di sicurezza. Nonostante ciò, il personale di polizia penitenziaria ha dimostrato ancora una volta professionalità, sangue freddo e senso del dovere, riuscendo a riportare la situazione sotto controllo in condizioni operative estremamente difficili. Abbiamo chiesto con urgenza un intervento immediato dell’Amministrazione per ripristinare le condizioni minime di sicurezza e un rafforzamento dell’organico”. La garante - “Questo grave episodio è la diretta conseguenza di anni di progressiva trascuratezza dell’amministrazione penitenziaria nei confronti delle strutture, delle modalità di gestione dei detenuti e della carenza di personale”, sottolinea Irene Testa, garante regionale della Sardegna per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. “La situazione che si registra a Massama è soltanto la punta dell’iceberg. Perché lì si è arrivati a una forma di protesta così eclatante rispetto alle altre Case circondariali dell’Isola? Nei prossimi giorni visiterò nuovamente l’istituto e approfondirò la questione. Probabilmente hanno voluto richiamare l’attenzione generale rispetto a un problema che si sta aggravando di giorno in giorno, da anni. Ormai siamo al collasso”. I numeri - “In Sardegna sono disponibili 2.374 posti ma i detenuti sono 2.583, di cui circa 600 dell’alta sicurezza e oltre 700 extracomunitari”, spiega Testa. “I sardi sono 1.100, cioè meno della metà, e questo comporta una serie di problemi (di trasporto ed economici, per esempio) per i familiari che desiderano recarsi in visita ai loro cari. L’affollamento riguarda soprattutto la media e bassa sicurezza, in quanto le celle dell’alta sicurezza ospitano da uno a tre posti letto”. Nella Casa circondariale di Cagliari-Uta si contano 738 detenuti (di cui 32 donne) ma la struttura è stata progettata per 561 posti complessivi. A Sassari-Bancali, oltre ai 92 detenuti in regime di 41bis (un regime carcerario speciale, riservato solitamente a componenti di organizzazioni mafiose e terroristiche), ci sono 578 ristretti (23 donne) per 458 posti. A Tempio Pausania-Nuchis i detenuti sono 193 e i posti 163; a Massama-Oristano 296 per 264 posti, a Is Arenas-Arbus 138 per 126 posti, al “San Daniele” di Lanusei 39 per 33, a Isili 129 per 107, a Badu ‘e Carros-Nuoro 36 per 378 posti (in quanto buona parte della struttura è in fase di ristrutturazione: per questo motivo ci sono stati tantissimi trasferimenti), a Mamone 209 detenuti a fronte di 264 posti regolamentari ma 55 non disponibili, ad Alghero 165 per 156 posti. “La situazione è diventata incandescente, anche in un piccolo carcere com’è quello di Alghero, che in passato è sempre stato un gioiello di equilibrio tra numeri e qualità della vita, ma anche e soprattutto per il recupero”, sottolinea Irene Testa. “L’ambiente, nella struttura catalana, è sempre stato tranquillo. Eppure, di recente, gli agenti di polizia penitenziaria sono scesi in piazza per porre l’accento sulle disastrose condizioni di lavoro cui sono sottoposti da tempo. Tra l’altro, contrariamente a quanto accadeva in passato, hanno inserito alcuni detenuti con disagi psichiatrici che ora convivono con le persone che questi disagi non li hanno, perché lì ci sono i cameroni e non le celle per due persone. Gli stessi agenti non hanno fatto un percorso di formazione adeguato per poter gestire questi casi problematici, e ciò comporta enormi difficoltà di convivenza. Anni fa c’erano 80 detenuti, oggi sono più del doppio ma gli agenti sono ancora 70. È impensabile proseguire così”. L’esposto alla Procura della Repubblica - Non ci sono soltanto i numeri in disequilibrio a creare enormi difficoltà. “Di recente ho presentato un esposto alla Procura della Repubblica, segnalando le pessime condizioni in cui sono stati eseguiti i trasferimenti di numerosi detenuti dal carcere di Badu ‘e Carros (Nuoro) agli altri istituti di pena dell’Isola”, precisa la garante. “E questo, nonostante ci siano precise disposizione di legge in materia. Le linee guida riguardano sia i detenuti che arrivano in Sardegna dalla penisola ma anche quelli che vengono trasferiti nelle carceri dello stesso territorio regionale. Ebbene, raramente sono state rispettate: non sono stati avvertiti i parenti, non è stata data la possibilità ai detenuti di prepararsi e di comprendere l’impatto con il nuovo istituto, e via discorrendo. Ho avuto modo di intervistare tutti i ristretti arrivati dal carcere “Regina Coeli” di Roma: la maggior parte di loro aveva iniziato una serie di percorsi trattamentali, moltissimi stavano studiando mentre altri aspettavano da un momento all’altro l’avvio di attività di cui avrebbero beneficiato. Arrivati qui, tutto si è bloccato. Inoltre, il trasferimento dalla penisola alla Sardegna comporta comprensibili limiti per i loro familiari. Tutto questo ha creato un fortissimo malcontento all’interno delle strutture di detenzione perché, di fatto, si impedisce a queste persone di esercitare i loro diritti. Le proteste sono diffuse, solo che a Massama sono state più eclatanti: storicamente, a lunghi periodi di silenzio seguono incidenti che esplodono all’improvviso”. Testa poi precisa: “Ho trascorso le ultime settimane a girare da un carcere all’altro perché si è allargata la protesta dei detenuti sardi trasferiti da Badu e Carros agli altri istituti. Attraverso i loro avvocati o i familiari più stretti mi hanno comunicato in tanti che non stanno beneficiando dei colloqui, delle telefonate e di trattamenti sanitari importanti. Questo è attribuibile in particolar modo alla lentezza della burocrazia: il poco personale amministrativo non riesce a star dietro a tutti questi adempimenti. Ma per chi sta rinchiuso in carcere, i problemi vengono percepiti in maniera ancor più amplificata. Ricordo, per esempio, alcuni casi di persone che a Nuoro godevano di cure mediche appropriate alle loro condizioni mentre a Bancali non hanno farmaci e neppure un medico che li segua passo dopo passo. E sappiamo bene che per, prenotare una visita all’esterno, occorrono mesi e mesi. La situazione sta degenerando: se anche nelle carceri più piccole si registrano reazioni di una certa portata, significa che sono stati superati certi limiti. Fingere di non sentire e non vedere, non porterà a niente di buono: siamo in presenza di una polveriera che è pronta a esplodere. In Sardegna come in buona parte d’Italia”. Vasto (Ch). Disordini nel carcere dopo la morte di un detenuto chietitoday.it, 10 gennaio 2026 Si tratta del secondo decesso in meno di una settimana. Il sindacato Uil Pa segnala le proteste di un gruppo di internati e la presenza di contusi fra gli agenti di polizia penitenziaria. Gravi disordini segnalati nelle ultime ore all’interno della casa circondariale di Vasto dove un gruppo di detenuti starebbe protestando dopo il decesso, avvenuto la scorsa notte, di un detenuto - il secondo in meno di una settimana - e alcuni agenti di polizia penitenziaria, per mantenere l’ordine e la sicurezza, sarebbero rimasti feriti. A renderlo noto è il sindacato Uilpa. “Nella notte - riferisce Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria - un internato è morto nella sua branda della casa di lavoro di Vasto per apparenti cause naturali. Tuttavia, si tratta del secondo decesso, in meno di una settimana, il precedente sabato scorso, quando un ristretto è morto anch’egli, sembrerebbe, per cause naturali. Questo però avrebbe innescato le violenti proteste di un gruppo di internati, pare su due piani della struttura, con notevoli difficoltà per la polizia penitenziaria, fra cui si registrerebbero dei contusi, per mantenere l’ordine e la sicurezza. Agenti liberi dal servizio sono stati richiamati e altri rinforzi stanno accorrendo da altre sedi penitenziarie, mentre l’istituto è presidiato all’esterno anche dalle altre forze dell’ordine. Non c’è pace, non c’è sicurezza, ma non vi è neppure dignità detentiva per i reclusi e lavorativa per gli operatori nelle carceri, in emergenza sempre più profonda ed evidente”. Per il sindacato, sebbene a Vasto non si registri sulla carta sovraffollamento, l’organico è sotto del 53% (67 agenti assegnati quando ne necessiterebbero 143). “Nell’auspicio che i disordini a Vasto possano presto rientrare senza gravi conseguenze, noi lo ribadiamo, servono immediati e concreti provvedimenti per deflazionare la densità detentiva, potenziare gli organici della polizia penitenziaria e delle altre figure professionali, ammodernare le strutture, che in attesa dei fantomatici moduli prefabbricati continuano a sgretolarsi, implementare le tecnologie e gli equipaggiamenti, garantire l’assistenza sanitaria e avviare riforme complessive. In mancanza - conclude De Fazio - la crisi sarà sempre più profonda. Roma. Il Garante dei detenuti denuncia: sovraffollamento alla Casa circondariale di Rebibbia Avvenire, 10 gennaio 2026 Anche alcune stanze della socialità sono ormai occupate da brande. La Casa circondariale di Rebibbia registra un sovraffollamento del 156% dopo gli arrivi di detenuti trasferiti da Regina Coeli, a seguito del crollo della volta della seconda rotonda e la chiusura degli accessi in quell’istituto. La situazione è così critica che alcune stanze destinate alla socialità sono state trasformate in celle di detenzione, per 11 persone, con un solo servizio igienico e senza mobilio. A denunciare il sovraffollamento del carcere questa volta è il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, che con la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone, hanno effettuato una visita di monitoraggio alla Casa circondariale di Roma Rebibbia Nuovo complesso. I garanti parlano di “una vera e propria emergenza nella gestione complessiva della vita dell’istituto, con la conseguente trasformazione della casa circondariale di Rebibbia nella principale casa di arresto di Roma”. I garanti hanno avuto anche un incontro con la direttrice reggente, Maria Donata Iannantuono, i funzionari dell’area educativa e amministrative e i dirigenti della polizia penitenziaria. Durante il confronto hanno preso atto delle principali criticità determinate dal sovraffollamento e le necessità relative agli interventi strutturali che dovrebbero essere attuati. I detenuti presenti sono 1.671, a fronte di 1071 posti disponibili e i lavori per la realizzazione di un nuovo padiglione di 400 posti previsti nel piano carceri del 2010 sono attualmente fermi in attesa che l’Amministrazione proceda a una nuova gara per un nuovo affidamento dei lavori. Il contesto denunciato a Rebibbia si inserisce in un quadro più grande di sovraffollamento delle su tutto il territorio nazionale. Nei 189 istituti di pena italiani al 31 dicembre scorso i detenuti presenti risultavano in totale 63.499 (di cui 20.116 stranieri e 2.754 le donne), con un incremento pari a 1.600 unità rispetto alla stessa data del 2024. Firenze. Il tavolo sul carcere fa il primo passo. “Priorità reinserire chi esce di cella” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2026 Ma almeno 300 reclusi non hanno documenti. I percorsi di reinserimento dei detenuti che escono dal carcere dopo aver scontato la pena. È questo uno degli obiettivi definiti come prioritari dal tavolo istituzionale su Sollicciano, riunitosi per la prima volta ieri tra Comune di Firenze (promotore del progetto), direzione del carcere, Asl, Società della salute, garante dei detenuti. Un tavolo che si riunirà costantemente per non abbassare l’attenzione sulle tante criticità quotidiane del penitenziario fiorentino. Il tasso di recidiva tra i reclusi è altissima, motivo per cui è importante lavorare sul progetto di reinserimento sociale, sanitario, professionale. “Focalizzeremo l’attenzione su questo” ha detto l’assessore al welfare Nicola Paulesu, puntando l’accendo sulla “continuità assistenziale da un punto di vista terapeutico” dato che molti detenuti presentano problematiche sanitarie, spesso di tipo psichiatrico. Ecco perché, ha aggiunto l’assessore, “lavoreremo per garantire più fluidità nel trasferimento delle informazioni sui detenuti dall’amministrazione penitenziaria ai servizi territoriali”. Informazioni che talvolta sono frammentate e certamente non aiutano nell’obiettivo del reinserimento delle persone. Certo non sarà semplice favorire un percorso per tutti i detenuti in uscita, visto che a Sollicciano il 70% è straniero e la stragrande maggioranza di loro non ha il permesso di soggiorno, di fatto sono come fantasmi sul territorio. Sarebbero almeno 300 i reclusi sprovvisti dei documenti. Altro fattore, non secondario, è il fatto che a Sollicciano, come evidenziato da Paulesu, “la qualità dei percorsi e dei progetti dipende anche dalla qualità dell’ambiente e all’interno di Sollicciano non ci sono più le condizioni, gli spazi, per realizzare alcuni percorsi progettuali”. La responsabilità di questo è soprattutto nella mancanza di investimenti da parte del ministero, dice il garante Giancarlo Parissi: “Le condizioni di vivibilità sono drammatiche da anni, occorrerà però dividere i problemi della struttura da quelli che sono i problemi che è possibile affrontare, penso appunto al tema delle dimissioni dal carcere e della continuità assistenziale, che sono quelli che metteremo al centro di questo tavolo. La denuncia delle condizioni interne e strutturali va fatta e continueremo a farla ma con la chiara consapevolezza che queste dipendono dal ministero”. Per osservare più da vicino l’attuale situazione dei reparti detentivi, la commissione comunale del Pd ha avanzato, tre mesi fa, una richiesta al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Ma ancora non abbiamo ricevuto risposta” ha detto il presidente della commissione politiche sociali Edoardo Amato. Un plauso al nuovo tavolo arriva dall’associazione dei volontari Pantagruel: “È l’inizio di un percorso necessario, prima di tutto di conoscenza reciproca tra tutti i soggetti che operano all’interno e attorno al carcere” ha detto Stefano Cecconi, vicepresidente dell’associazione, che poi ha aggiunto: “Per arrivare in fondo servirà evitare ritiri e abbandoni, perché le criticità del carcere non si risolvono in poco tempo e non possono essere affrontate in modo intermittente”. Rieti. Stallo sul Garante comunale dei detenuti. “È l’anno l’unità di misura del tempo?” di Sabina Radicale sabiniatv.it, 10 gennaio 2026 Nel pomeriggio del 5 gennaio di due anni fa il 25enne reatino Matteo si toglieva la vita nel carcere di Ancona, quella stessa notte moriva il 65enne Stefano a Viterbo, dove era stato ricoverato d’urgenza a seguito di un lungo sciopero della fame condotto nel carcere di Rieti. Furono questi due vicini episodi che, così diversi ma a Rieti tragicamente connessi, immediatamente indussero l’amministrazione comunale ad accelerare nel proposito di recuperare, attualizzandola, la figura del Garante comunale per i diritti dei detenuti, già istituita dalla giunta Petrangeli undici anni prima ma mai concretizzatasi. Benché il regolamento del 2013 fosse immediatamente attuabile, si scelse di attualizzarlo contando sulla rapida approvazione di un nuovo regolamento che infatti trovò nei mesi successivi una sua ipotesi compiuta di definizione, anche grazie alle interlocuzioni dell’assessore Giovanna Palomba con il Garante Regionale. Sono però passati due anni e questo regolamento (e successivo bando e scelta del garante) si sono arenati. Non si sono però arenati per cambio di intenzione dell’amministrazione ed in particolare dell’assessore, ma per i trambusti a catena che hanno coinvolto il Palazzo Comunale a seguito del passaggio della presidente della commissione Statuto e Regolamento da un partito di maggioranza ad un altro; la successiva nomina di un diverso presidente non sembra aver risolto lo stallo, anzi lo ha forse aggravato, essendosi basata sulla spaccatura della maggioranza comunale di cui le cronache politiche ci riportano. Non abbiamo la pretesa di ritenere che questa figura, quando ci fosse, risolverebbe i problemi della detenzione e del nostro carcere. Di certo però il collegamento tra la città e la città penitenziaria (700 tra detenuti - 80% in più, ed operatori - 10% in meno) che era l’obiettivo del nuovo regolamento comunale, è ancora da tutti definito carente; queste le parole con cui l’Ufficio regionale del Garante descrive l’istituto: “il nuovo complesso di Rieti risulta essere isolato dal tessuto sociale quanto anche geografico: la posizione difficilmente raggiungibile, la contemporanea presenza di detenuti provenienti da aree diverse e la politica amministrativa particolarmente isolata dal territorio, caratterizzano un istituto dove la popolazione detenuta ha scarsissime possibilità di progettazione”. Contro questo isolamento qualcosa nella società civile si muove: a luglio la Confartigianato prendeva occasione da un fatto di cronaca per lamentare, all’interno del quadro generale, la stasi del protocollo di impiego dei detenuti nei cantieri sisma, chiedendo “il supporto attivo di tutte le componenti del territorio: imprese, enti locali ed istituzioni penitenziarie per passare dalle intenzioni ai risultati concreti”; il protocollo cui si faceva riferimento era quello di tre anni fa, firmato nel 2022 che, forse con qualche aggiustamento ma evidentemente ancora insufficiente, è stato rifirmato dagli stessi enti un anno fa nel 2024. Silenziosamente nel frattempo l’Associazione Seconda Chance con fatica e lentamente riesce a coinvolgere imprenditori (due anni fa al McDonald, un anno fa al Conad) che, attratti dai benefici della legge Smuraglia, hanno sperimentato poi il valore rieducativo del lavoro. Si usa dire che il mondo del carcere viva al suo interno in una sorta di sospensione del tempo, ma qui al suo esterno l’unità di misura di tutto ciò che lo riguarda sembra essere l’anno. Per questo Sabina Radicale rivolge un appello al Consiglio Comunale perché colga lo stimolo di questo anniversario per accantonare, almeno per il tempo necessario, divisioni che certo non riguardano l’esigenza o opportunità di questa “catena di congiunzione tra la dimensione della detenzione e la Città”. Teramo. Visita della Garante al carcere per la consegna di doni destinati ai figli dei detenuti di Roberta Maiolini infomedianews.com, 10 gennaio 2026 Ieri la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Monia Scalera, ha fatto visita alla Casa circondariale di Teramo per la consegna di doni destinati ai figli delle persone detenute, in un’iniziativa dal forte valore simbolico e sociale, volta a richiamare l’attenzione sui diritti dell’infanzia e sulla tutela dei legami affettivi. Un ringraziamento particolare va a “Dudù Giochi” di Pescara per la generosa donazione di giocattoli, giunti in una quantità davvero inaspettata. Grazie a questo gesto di solidarietà, i giochi saranno distribuiti non solo nel carcere di Teramo, ma anche nella Casa circondariale di Chieti e in un istituto della città di Chieti, ampliando l’impatto dell’iniziativa sul territorio. Fondamentale il contributo di Unicef Teramo, presente con il presidente, Giammaria De Paulis e le volontarie, Amelia Gattone Rubicini e Antonella Nardi, che hanno ribadito l’importanza di non lasciare invisibili i bambini che vivono condizioni di particolare fragilità. “Con questa iniziativa - ha dichiarato De Paulis - abbiamo voluto affermare che ogni bambino ha diritti, sogni e bisogno di affetto, indipendentemente dal contesto in cui vive, portando un messaggio concreto di attenzione e cura”. La Garante ha espresso un sentito ringraziamento alla Direttrice della Casa circondariale di Teramo, Maria Lucia Avantaggiato, per la sensibilità e la disponibilità che hanno reso possibile l’iniziativa, nonché alla Polizia Penitenziaria, sempre attenta e collaborativa nel favorire momenti di umanità e vicinanza all’interno dell’istituto. Presente anche la Vicesindaca di Teramo, Stefania Di Padova, a testimonianza della vicinanza delle istituzioni locali ai temi dei diritti dei minori e della responsabilità collettiva verso le fasce più fragili della comunità. Milano. L’Orchestra di Muti entra a Opera. Il legno dei barconi diventa musica di Roberta Rampini Il Giorno, 10 gennaio 2026 Il maestro dirige il concerto nel penitenziario: violini, viole e violoncelli sono realizzati dai detenuti “Tutto questo ci permetterà di ristrutturare gratuitamente il teatro. Spero possa avvenire anche altrove”. Dai barconi dei migranti al carcere di Opera a Milano, dove gli strumenti musicali sono stati realizzati dai detenuti. Dopo i concerti a Lampedusa e Ravenna nel 2024, il maestro Riccardo Muti e la sua Orchestra Giovanile Luigi Cherubini arrivano oggi nel carcere milanese grazie alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e al suo progetto “Metamorfosi”. Violini, viole e violoncelli sono stati realizzati dai detenuti nei laboratori di liuteria e falegnameria con i legni delle barche dei migranti nell’ambito di un percorso iniziato, all’interno del carcere, nel 2012. Oggi sono diventati un potente simbolo di speranza e rinascita e strumenti di un’orchestra. “Quando Francesco ha benedetto il primo violino, il 4 febbraio 2022, mentre cento barche dei migranti erano già state trasportate nel carcere di Opera da Lampedusa, mi venne in mente l’idea di creare l’Orchestra del mare. Per questo oggi sento che in questo progetto c’è il tocco spirituale di papa Francesco - racconta Mosca Mondadori, presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti -. Nel carcere di Opera nacque, nel 2021, quel primo “violino del mare” e oggi il grande Maestro Riccardo Muti dirigerà l’Orchestra Cherubini in cui saranno presenti anche 15 violini, 5 viole, 5 violoncelli, un contrabbasso e un clavicembalo, tutti realizzati con il legno delle barche dei migranti”. E come spesso accade, da un progetto virtuoso ne nasce subito un altro: “La cosa straordinaria - racconta ancora il presidente - è che grazie al concerto di Riccardo Muti, realizzato in collaborazione con il Ravenna Festival, abbiamo trovato delle aziende disposte a ristrutturare gratuitamente il teatro del carcere. Grazie alle persone di buona volontà, la bellezza può entrare nelle carceri: ora le persone detenute potranno utilizzare il teatro con un impianto di riscaldamento e di raffreddamento. Le nostre carceri hanno bisogno di manutenzione. Spero che quello che è accaduto ad Opera possa avvenire anche altrove”. La Fondazione Casa dello dello Spirito e delle Arti ha portato il progetto anche nel carcere di Secondigliano a Napoli, mentre nelle carceri di Monza e di Rebibbia con lo stesso legno dei barconi si realizzano croci e rosari. Tornando al concerto, oggi, per la prima volta, suonerà un nuovissimo clavicembalo appena realizzato, nel concerto in La maggiore per archi e cembalo. Il programma continua con Verdi, dalla “Sinfonia del Nabucco” all’”Ave Maria”, da “Otello” con il soprano Rosa Feola fino al “Và pensiero” a cui partecipa il coro de La Nave di San Vittore, composto da persone detenute e volontari dell’Associazione Amici della Nave, a cui si uniscono per l’occasione anche artisti lirici del gruppo Ex Scaligeri di buona volontà. Infine, nel corso dell’evento, alcuni detenuti di Opera, San Vittore e Bollate leggeranno accanto al Maestro Muti pensieri personali e poesie. Roma. “Naba”, dalle carceri alle strutture di accoglienza: l’arte come strumento d’inclusione askanews.it, 10 gennaio 2026 Progetto promosso dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Promuovere la pratica artistica in contesti segnati da fragilità o limitazioni della libertà personale con l’obiettivo di creare momenti di condivisione e inclusione attraverso la relazione e il dialogo. A portare l’arte e i laboratori all’interno di contesti protetti, incluso anche le carceri, sono stati le studentesse e gli studenti romani di Naba, Nuova Accademia di Belle Arti, che hanno partecipato a un progetto dell’artista Joana Vasconcelos, promosso dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Il progetto culminerà con l’inaugurazione della mostra dal titolo Venus che inaugurerà il 18 gennaio presso lo spazio PM23 di Piazza Mignanelli, a Roma. Il contributo di Naba si è sviluppato attraverso un articolato percorso laboratoriale, svolto con cadenza settimanale, finalizzato alla produzione dei materiali destinati alla realizzazione di un’opera installativa. All’interno del campus dell’Accademia, le studentesse e gli studenti hanno lavorato alla creazione di manufatti realizzati con materiali e cromie differenti, che saranno successivamente assemblati per dare forma all’opera che sarà esposta nello spazio della mostra. Accanto al lavoro svolto in Accademia, il progetto ha assunto una forte valenza sociale, estendendosi a diversi contesti esterni grazie al coinvolgimento di una rete di partner attivi nei settori dell’accoglienza, della cura e della protezione: l’Associazione Differenza Donna APS, Intersos - Organizzazione Umanitaria ETS, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e il Gemelli Medical Center. In questi ambiti, le attività si sono svolte all’interno di strutture di accoglienza, spazi protetti e contesti sanitari, inclusi gli hospice ospedalieri, coinvolgendo persone che vivono condizioni di vulnerabilità e svantaggio sociale. In tali contesti, il gruppo di cinquanta studentesse e studenti Naba coinvolti nel progetto hanno svolto un ruolo di tutoring, guidando gruppi di lavoro composti mediamente da una decina di partecipanti per ogni incontro. L’obiettivo del progetto non era esclusivamente la produzione dei manufatti, ma soprattutto la creazione di momenti di condivisione e inclusione, in cui la pratica artistica diventava strumento di relazione, partecipazione e dialogo, in contesti segnati da fragilità o limitazioni della libertà personale. Un ulteriore ambito di intervento del progetto è stato il carcere di Rebibbia, in un’area riservata alle donne detenute. Le attività, svolte con regolarità settimanale, sono state realizzate anche con il contributo della docente Lucrezia Moro, delle tutor messe a disposizione dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti e della Fondazione Severino, partner del progetto e realtà da anni impegnata nello sviluppo di percorsi di formazione, reinserimento sociale e iniziative culturali in ambito carcerario. In questo contesto, il lavoro laboratoriale ha coinvolto direttamente le detenute, valorizzando l’esperienza artistica come occasione di ascolto, relazione e inclusione. Quella mescolanza esplosiva di ipermoderni e regressivi di Roberto Ciccarelli Il Manifesto, 10 gennaio 2026 “Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare, pubblicato da Einaudi. Il modello sono gli Usa che si avviano a essere gestiti da un clan familiare di miliardari razzisti. La nuova destra al potere è l’esito di una contraddizione tra l’etnocrazia e la tecnocrazia che si articolano nello stesso processo e finiscono per proiettare la democrazia in una logica di guerra. Questa è la tesi di “Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare (Einaudi, pp. 146, euro 16). Il modello è Trump che intende istituire negli Stati Uniti una “democrazia immunitaria” gestita da un clan familiare di miliardari razzisti, più che da una tecnocrazia vera e propria. Questo regime prende il peggio del capitalismo innervato nella democrazia Usa, rinnova i deliri degli antichi padroni degli schiavi, scatena bande fasciste militarizzate contro i nemici interni: cittadini di origine non statunitense, neri, ispanici, femministe, antifa, transgender. Ai suprematisti bianchi Trump promette protezione, libertà, sicurezza mentre aumenta repressione e paura contro i non conformi alla norma eterosessuale, al regime coloniale, all’ordine del nazional-capitalismo a stelle e strisce. Questo è, in purezza, il delirio di un potere neo-autoritario che ha forme diverse in Europa, come in America Latina. Ci sono legami di servilismo e neocolonialismo economico con l’Argentina di Milei, oppure di subalternità che non può ancora esprimersi in un’aperta complicità nel caso di Meloni in Italia, stretta con le compatibilità con le indecenti élite europee. Di Cesare individua una contraddizione tra il principio etnocratico al quale tende il delirio suprematista di una destra attraversata da significanti fascisti (gerarchia, purezza etnica, differenzialismo culturale, repressione) e quelli capitalisti (la “Nazione” intesa come unità combattente nel mondo ostile delle guerre inter-imperialistiche). La contraddizione in questione si esprime in uno scontro tra i tratti “ipermoderni” e “regressivi” che stanno insieme in una mescolanza esplosiva. Il potere che riduce il demos all’ethnos - questo significa “etnocrazia” - può essere realizzato in maniera “tecnocratica”. Questo in fondo ha fatto a suo tempo il nazismo nella sua furia genocidaria, e altri esempi chiaramente diversi potrebbero essere fatti oggi in tutt’altro contesto. Tuttavia oggi la vita politica non è riducibile all’etnocrazia che “pensa di gestire popoli come iper-famiglie o comunità naturali chiuse basate su nascita e discendenza”. Questo perché il “neorazzismo” delle destre è, già da mezzo secolo, il risultato di un razzismo culturale e non biologico. Oggi tale razzismo non sfocia in una rivendicazione dell’ineguaglianza delle razze, e dunque in una teoria dello sterminio come quello nazista. Le nuove destre “naturalizzano le differenze culturali, di religione, di civiltà” e le traducono nel “nativismo”, nel razzismo anti-arabo e anti-musulmano, come in quello anti-blackness. Su queste basi proliferano le immaginazioni paranoiche di “invasioni” e “remigrazioni” che si sono saldate con il già strutturato “sciovinismo del benessere”. Un’espressione con la quale si intende l’atteggiamento nazionalistico per cui sanità, sussidi o istruzione dovrebbero essere riservati ai cittadini “nativi” o “autoctoni”, escludendo o limitando l’accesso ai migranti, richiedenti asilo o minoranze. Questi processi alimentano una deriva fobocratica di una democrazia intesa come “paura della mescolanza” e “ansia della perdita dell’identità” identificata con il possesso della terra. La “tecnocrazia” servirebbe a consolidare - si direbbe in maniera “scientifica”, con i suoi “esperti” - una certa idea proprietaria del Sé in nome della “nazione” identificata in maniera regressiva con il “popolo” e trasformata in un regime di polizia. Di Cesare lavora invece a un’etica responsabile centrata su una “veglia piena di attenzione per il dolore altrui”. Questa etica potrebbe interrompere “l’insonnia poliziesca” e il “catastrofico sonnambulismo” e non “abdica all’idea di una giustizia mondiale”. Ispirandosi al filosofo francese Emmanuel Levinas, la filosofa romana sostiene che non si è “liberi se non quando si è responsabili” e, dunque, “si risponde dell’altro” che “viene prima di me” e va oltre “il desolante sovranismo dell’Io, presunto autoctono che ha espulso l’altro”. La “libertà responsabile”, opposta a quella capitalista della “libera iniziativa” imprenditoriale, alimenta il desiderio dell’esodo, cioè la “liberazione” dallo spettacolo di morte al quale assistiamo. Bisogna creare “una nuova comunità basata sulla solidarietà”. Una simile “comunità”, pensata da Di Cesare sin dal suo bel libro “Stranieri residenti” (Bollati Boringhieri, 2017), è ispirata da una nuova idea dell’internazionalismo in cui ciascuno di noi è abitato da altri che chiedono di essere ricordati. Degli uni e degli altri siamo responsabili. In un miscuglio di incertezza, il desiderio dell’altro assomiglia alla morte e, nel suo rigenerarsi, assomiglia alla nascita. La spesa militare toglie risorse allo sviluppo e alla pace di Francesco Vignarca Avvenire, 10 gennaio 2026 Dovremmo finirla con questa storia della “guerra necessaria”. La corsa agli armamenti ha raggiunto livelli record, l’obiettivo dovrebbe essere quello di una pace positiva per la sicurezza umana. Proprio mentre rischiano di accendersi nuovi conflitti e la forza sembra schiacciare il diritto, è fondamentale ricordare che la Pace non è un’astrazione morale né un esercizio retorico di facciata, utile solo a scaricare le coscienze. Le omelie natalizie di papa Leone, il suo messaggio per la Giornata mondiale del 1° gennaio sulla “Pace disarmata e disarmante” (cifra del suo pontificato sin dalla prima apparizione sulla Loggia di San Pietro) e il documento della Conferenza Episcopale Italiana su Educare alla Pace tracciano con chiarezza una linea di lavoro che rifiuta un diffuso equivoco strumentale e manipolatorio. Quello che oppone una pace “bella ma irrealistica” a una guerra presentata come necessaria, inevitabile, persino risolutiva. Questa sì una narrazione retorica tossica che rovescia la realtà: la guerra non risolve problemi, ma li moltiplica. Non garantisce maggiore sicurezza, ma la erode con impatti tremendi. La guerra non produce stabilità, ma semina disuguaglianze, odio e violenza strutturale destinata a riprodursi nel tempo. Parlare (e progettare) invece una “Pace positiva” significa provare ad assumere fino in fondo la concretezza di scelte che costruiscono, al posto di distruggere, una prospettiva capace di portare lavoro, welfare, istruzione, sanità, diritti, cooperazione a tutti i popoli e a tutte le persone. Base delle Pace positiva deve essere la capacità di prevenire i conflitti affrontandone le cause profonde: povertà, esclusione, competizione predatoria per le risorse, crisi ambientale. Portando davvero sicurezza “umana”. È esattamente in questa prospettiva che la riflessione della Chiesa Cattolica converge con le analisi più rigorose della comunità internazionale. Il recente rapporto delle Nazioni Unite The Security We Need mostra quanto oggi le scelte politiche internazionali siano profondamente distanti dalle priorità collettive che, come umanità, dichiariamo di voler perseguire, e dai problemi che vorremo risolvere. Nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.700 miliardi di dollari, segnando il decimo anno consecutivo di crescita. Proprio mentre la corsa agli armamenti raggiunge livelli e accelerazioni storici il mondo è ben lontano dal raggiungere la maggior parte degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Al momento solo uno su cinque è sulla buona strada per essere realizzato entro il 2030 e la carenza di risorse finanziarie per l’implementazione dell’Agenda 2030 dedicata a tali obiettivi si aggira intorno a 4.000 miliardi di dollari all’anno, che potrebbero aumentare a 6.400 miliardi di dollari entro il 2030, se le attuali tendenze attuali non si modificheranno. Tutto questo mentre si ipotizza che, sotto la spinta delle richieste Nato di aumento, le spese militari potrebbero raggiungere nel prossimo decennio la cifra spropositata di 6.600 miliardi di dollari (cioè due volte e mezzo il livello attuale e ben 5 volte il totale di spesa militare alla fine della guerra fredda). Ma a parte l’enormità confondendo di questi numeri è cruciale capire cosa significhino queste cifre per la vita delle persone. Dietro miliardi di dollari destinati a eserciti e armamenti ci sono scuole senza insegnanti, ospedali privi di attrezzature essenziali, sistemi sanitari impreparati alle pandemie, infrastrutture mancanti nei quartieri più poveri. Il rapporto evidenzia che in molti Paesi a basso e medio reddito ogni aumento dell’1% della spesa militare corrisponde a una riduzione dell’1% dei servizi sanitari pubblici, con effetti diretti sulla mortalità infantile, sull’aspettativa di vita e sull’accesso all’istruzione. La spesa militare totale mondiale nell’ultimo decennio, stimata in 21.900 miliardi di dollari, avrebbe potuto avere un impatto trasformativo a livello globale se fosse stata destinata allo sviluppo. Con gli stessi soldi si sarebbe potuto: vaccinare tutti i bambini del mondo, finanziare 12 anni di istruzione di qualità per tutti i bambini dei Paesi a basso e medio-basso reddito, finanziare integralmente le esigenze di adattamento alla crisi climatica dei paesi in via di sviluppo, eliminare il divario di povertà estrema a livello globale, eliminare la malnutrizione infantile a livello globale, porre fine alla fame entro il 2030, fornire assistenza sanitaria di base a tutti nei paesi a basso e medio-basso reddito in 10 anni, fornire accesso universale all’acqua potabile e ai servizi igienici in paesi a basso e medio reddito, fornire accesso universale all’elettricità tramite energie rinnovabili. Lo ribadisce anche il Sipri di Stoccolma, nel suo recente studio Rebalancing Military Spending Towards Achieving Sustainable Development: la spesa militare pubblica ha un impatto negativo significativo sullo sviluppo sostenibile perché sottrae risorse alla spesa sociale, rallenta la crescita economica, aumenta le disuguaglianze e contribuendo al cambiamento climatico attraverso le emissioni di gas inquinanti. La proposta (da tempo anche al centro degli obiettivi dei movimenti pacifisti e Nonviolenti) è dunque quella di rivitalizzare i meccanismi internazionali di disarmo per discutere l’impatto della spesa militare sullo sviluppo e promuovere una sicurezza incentrata sull’uomo che dia priorità allo sviluppo sostenibile. La proposta di un nuovo disegno di “sicurezza umana” globale non è utopia, ma chiamata concreta a investire in prevenzione e sviluppo piuttosto che nel maggio della deterrenza e della reazione militare. È la visione di una pace positiva che non si limita a dire “no alla guerra”, ma spiega dove, come e perché un diverso uso delle risorse umane, materiali e finanziarie produce più sicurezza, più giustizia e più futuro. Educare alla pace oggi significa dunque anche smontare l’idealizzazione della guerra, denunciarne i costi umani, sociali ed economici, e mostrare che un’altra strada non solo è auspicabile, ma è necessaria e conveniente. Migranti. Dal Cpr di Milano all’Albania, rimbalzato in Italia e abbandonato di Mai più Lager - No ai Cpr L’Unita, 10 gennaio 2026 È stata qualcosa di increscioso la scena, al question time di giovedì, della replica del Ministro Piantedosi alle precise domande dell’on Cucchi riferite al caso di Assan, persona con problemi psichiatrici che, dopo aver trascorso nel totale abbandono sette mesi nel Cpr di Milano, è stata deportata in Albania appena se ne è parlato sui nostri social e su l’Unità, e quindi, risultata lì finalmente inidonea al trattenimento per problemi di vulnerabilità psichica, è stata riportata in Italia abbandonata sé stessa, senza che ad oggi, ormai da due mesi, ve ne siano più tracce. Le parole del Ministro sono state un saggio dell’antica arte del rigiro di frittata, impreziosito da una serie di contraddizioni inanellate con invidiabile disinvoltura. E infatti: se, diversamente da noi, il Ministro fa tanto affidamento sulla fedeltà della certificazione dei medici ASL che hanno attestato nel corso di una delle tipiche visite flash ad occhi chiusi - l’idoneità del ragazzo senegalese al momento dell’ingresso nel CPR di via Corelli, allora non si comprende come quest’ultimo sia poi uscito dalla detenzione in Albania con un attestato di inidoneità per vulnerabilità. Se infatti è entrato sano, allora questa è la riprova della patogenicità di questi luoghi. E, signor Ministro, il Suo “stranamente è stato riconosciuto inidoneo a Gjader” , non ci basta, no. Piantedosi non ha in ogni caso spiegato come sia stato possibile che una persona, poi riscontrata pacificamente affetta da problemi psichici, sia stata trattenuta per circa otto mesi in CPR, quando l’art. 3 del Regolamento Nazionale CPR, proprio stilato dal Viminale, chiaramente prevede invece che chi soffra di questi disturbi debba essere considerato inidoneo e non debba essere detenuto. Anzi, il raggelante riferimento del Ministro all’ “equipe medica del centro” che avrebbe seguito il ragazzo (ora rafforzata dalla connivente presenza degli psichiatri dell’ospedale Niguarda, ricordiamolo) non fa che confermare il suggello definitivo della deriva manicomiale di questi luoghi che, in piena violazione di quella disposizione, si stanno adattando alla nuova macabra funzione. Non si accorge inoltre, il Ministro, che affermando che in CPR a Milano il ragazzo, prima del trasferimento, sia stato dichiarato ancora idoneo e poi, a distanza di dieci giorni, in Albania sia stato considerato vulnerabile e rilasciato, con questo evidenzia la fallacità (quantomeno) del giudizio dei medici di Milano. E anche qui no, uno “stranamente”, da un Ministro della Repubblica, non ci basta. Non ha in ogni caso risposto. Piantedosi, alla domanda di base, e in primo luogo al quesito su dove sa finito Assan, e come è possibile che sia stato riportato in Italia e lasciato al suo destino anziché preso in carico: cosa significa “si è reso irreperibile”? Cosa ci si aspetta da una persona con problemi psichiatrici? Perché e in che modo avrebbe dovuto rendersi reperibile, peraltro, visto che era stato fatto destinatario di un ordine di allontanamento spontaneo dal suolo Italiano entro 7 giorni? E dov’è la risposta all’altra fondamentale domanda? Quella del PERCHÉ il ragazzo sia stato trasferito in Albania poche ore dopo che è stata denunciata la sua presenza nel CPR di Milano, anche da queste pagine? Infine, rileviamo che, con una espressione di estrema gravità, Piantedosi parla di “cavilli giudiziari”, verosimilmente alludendo (oltre che ai giudici “disturbatori” della Giustizia Meloniana), anche alla certificazione di inidoneità rilasciata a Gjader, per ributtare quindi la palla sul terreno a sé più congeniale, ovvero la caciara a tema “sicurezza”. E lo fa con gratuite generalizzazioni sulla pericolosità delle persone straniere e avanzando sgradevolissime illazioni pseudo ironiche sul fatto che il ragazzo, ora libero, possa commettere reati, strumentalizzando suoi precedenti penali del tutto coerenti con una situazione di marginalità e disturbo psichico. Precedenti che non spostano comunque di una virgola la questione di fondo: il ragazzo, come tutte le persone straniere, anche senza documenti, anche quando nascoste nelle prigioni di Stato, sono e devono essere riconosciute titolari di diritti, tanto più se vulnerabili. La conclusione è una, o anzi due: la prima, che Piantedosi, seppure maldestramente, difende una struttura torturante e annichilente, tritacarne di persone sane e anche malate, così deliberatamente voluta dallo Stato, e che anzi “rilancia” in vista dell’entrata in vigore del prossimo Patto UE Migrazione e Asilo che consacrerà il dilagare della detenzione amministrativa e la deportazione in paesi terzi come sistema di gestione dei flussi migratori. La seconda conclusione su questa vicenda è che lo Stato non ha la minima idea di dove Assan si trovi perché, dopo essere stato nascosto in Albania a seguito delle nostre denunce, è stato semplicemente scaricato come un rifiuto ingombrante, una volta riconosciuto come inidoneo, e ciò nonostante - appunto per tale inidoneità -fosse e sia totalmente incapace di provvedere a se stesso. Assan è solo uno dei tanti ragazzi vittime della deriva manicomiale dei CPR Italiani (Gjader compreso). Il pensiero va a lui, in un video della scorsa estate inviatoci da un altro detenuto, che lo ritrae in via Corelli, dove ha trascorso sette mesi nei quali non ha parlato con nessuno, ha riso e pianto e urlato da solo notte e giorno, e non ha mai voluto fare una doccia. Ora che, da qualche settimana, a Gradisca la questura ha disposto il ritiro degli smartphone dei detenuti facendo calare il buio più totale anche su quel CPR, Milano resta l’ultima finestra sull’abisso. Grazie a chi ci aiuta a tenerla aperta. Droghe. Cannabis shop, il giudice respinge il dissequestro di tre punti vendita di Lorenzo Nicolao Corriere dell’Alto Adige, 10 gennaio 2026 La replica: “Cbd legale”. Sono state respinte tre ricorsi per il dissequestro di altrettanti cosiddetti “Cannabis Shop” a Bolzano. Lo scorso 12 dicembre i rispettivi titolari erano stati costretti a sospendere l’attività, a seguito di un’operazione della questura, con relativa denuncia, per la vendita di infiorescenze e prodotti derivati a base di Cbd (una sostanza chimica presente nella pianta della Cannabis). Stessa decisione, nei giorni scorsi, per un altro punto vendita a Merano. Il sequestro rientra in una serie di controlli cheb ha interessato numerosi esercizi commerciali nel settore della cannabis light. Dai punti vendita era stato ritirato materiale che sarà ora sottoposto alle analisi di laboratorio. Uno dei titolari dei negozi interessati, quello in via Cappuccini, difeso dall’avvocato Luca Migliucci, respinge con decisione l’accusa di illegalità e rivendica la correttezza del proprio operato: “Con queste misure ci hanno creato dei problemi enormi - afferma ricordando gli investimenti fatti. Mi appello alla legge Europea. Saranno le analisi e, forse, i giudici a stabilire se i prodotti sequestrati rientrino o meno nell’ambito penale, mentre il dibattito sulla cannabis light continua a dividere istituzioni e opinione pubblica. Nell’ordinamento la prima legge che ne ha consentito la coltivazione, entro certi limiti e soprattutto per uso medico, era quella del 2016. Non menzionava però la vendita delle “infiorescenze”, creando un vuoto normativo che ha permesso la nascita dei Cbd shop. Nel 2025 arriva però una stretta con il Decreto Sicurezza: divieto di importazione, vendita e trasformazione delle infiorescenze di canapa, per una presunta equiparazione alle sostanze stupefacenti. Nel dicembre 2025 la situazione è però cambiata nuovamente, perché il Consiglio di Stato ha sospeso gli effetti dei decreti che limitavano il Cbd, in attesa di una decisione definitiva prevista per maggio 2026. La natura di queste sostanze è passabile tuttavia a diverse interpretazioni, che potranno incidere su un eventuale pronunciamento futuro della giustizia. Gli sforzi di 80 anni spazzati via da Trump di Gianni Oliva La Stampa, 10 gennaio 2026 Il “diritto” è una elaborazione teorica che non può prescindere dal suo strumento di applicazione, la “forza” con la quale lo si impone. La storia del mondo è attraversata da “diritti” fondati su sistemi valoriali diversi succedutesi gli uni agli altri con il cambiare dei rapporti di forza interni o internazionali: dallo “jus latino” affermatosi con lo strapotere delle legioni (e trasformato dalla storiografia in “pax romana”), al “diritto” medievale affidato alla discrezione dei “signori”, allo “stato moderno” inteso weberianamente come l’istituzione che afferma “il monopolio della forza” sul particolarismo feudale, le vicende umane hanno il denominatore comune nell’affermazione coatta di princìpi e regole volute dai vincitori. Alla fine della seconda guerra mondiale era tuttavia nata un’attitudine nuova, sollecitata da cinque anni di massacri e di vergogne: regolare la vita della comunità internazionale secondo norme accettate da tutti. Non si trattava dell’utopia della Società delle Nazioni (depotenziata sin dall’origine dalla mancata adesione degli stessi Stati Uniti che l’avevano proposta), ma di un sistema articolato di organismi internazionali che dovevano funzionare da ambiti di confronto e di decantazione delle crisi: l’Onu e i suoi organi ausiliari, le corti di giustizia, i trattati multilaterali, i periodici incontri dei G7 e dei G20 indicavano la ricerca di una dimensione collettiva che impedisse le derive del 1940-’45. Pur avendo la particolarità di non discendere da un’autorità centrale che emani la legge e ne assicuri il rispetto, il diritto internazionale si è giovato di un’autorevolezza morale che non è valsa ad impedire le conflittualità, ma che comunque ha rappresentato un riferimento e un richiamo al confronto, e che come tale ha resistito anche dopo il 1989 e la fine del bipolarismo. Trump ha spazzato via gli sforzi (e le illusioni) di ottant’anni. Nel giugno scorso, quando, dopo i bombardamenti sui siti nucleari iraniani, ha affermato che “i raid in Iran, come Hiroshima e Nagasaki, hanno chiuso la guerra”, ha dato la misura di che cosa significa “forza”: tra mille pagine di storia americana, ha citato come merito le più controverse, le più agghiaccianti, quelle che tutti i suoi predecessori, repubblicani o democratici, hanno taciuto per rispetto o per pudore. Tutto ciò che è capitato e sta capitando è l’esplicitazione dello stesso principio, il “diritto” fondato sulla prepotenza della forza: dall’avallo alla strategia di Netanyhau, alla solidarietà sostanziale con Putin, all’attacco al Venezuela, alle mire sulla Groenlandia, alle minacce di intervento in Iran, tutto prescinde da qualsiasi confronto. Non ne esce umiliato l’Onu: ne esce umiliato lo sforzo di tre generazioni per dare un senso etico alla convivenza internazionale. Nessuno si dispiace per le sconfitte di Hamas, di Maduro, degli ayatollah: ma le forme attraverso cui si sta operando contro i nuovi “imperi del male” stanno introducendo un male altrettanto profondo e insidioso, il principio che contano solo la forza militare e l’arbitrio di chi la possiede. Dopo il 1945 avevamo invece capito che deve contare la dimensione collettiva, all’interno della quale si prendono le decisioni. Non so se le scelte di Trump nascono da una strategia mirata al controllo di risorse e di rotte, oppure dall’intento di distrarre l’opinione pubblica interna dagli insuccessi in economia, oppure ancora dal bisogno di alimentare il suo elettorato con l’esibizione muscolare. So però che non possiamo solo domandarci “la prossima volta a chi tocca?”. Di fronte all’arsenale americano siamo tutti disarmati: ma davvero quell’opinione pubblica che il trumpismo deride non esiste più? Le parole di Leone XIV o di Mattarella a fine anno indicano una strada: la partecipazione. Spetta a chi governa, a chi ha responsabilità politiche, a chi ha visibilità mediatica sollecitarla. Il silenzio e gli equilibrismi funzionano nei tempi ordinari: ma questi sono tempi straordinari e chi oggi tace (o gira la testa dall’altra parte esultando perché sono stati abbassati i dazi sulla pasta), ha la responsabilità di che cosa avalla. Quando la forza non trova contrappesi, si sa da dove inizia, non dove approda. Se alla geopolitica serve l’antidoping di Gabriele Segre La Stampa, 10 gennaio 2026 A maggio di quest’anno, a Las Vegas, un atleta attraverserà il traguardo dei cento metri in un tempo che nessun essere umano ha mai segnato. Nei suoi muscoli scorreranno sostanze dopanti che per decenni ogni federazione sportiva del mondo ha considerato come il male assoluto. Qui, però, non saranno più una colpa da nascondere. Quando solleverà le braccia al cielo, non ci saranno né controlli né alcuna vergogna. Incasserà un assegno da un milione di dollari e il pubblico lo accoglierà come un eroe. Quello che a molti sembrerà un episodio di Black Mirror sarà probabilmente una delle immagini molto reali e altrettanto iconiche di questo nuovo anno: gli Enhanced Games, i giochi che celebrano il potenziale umano sotto “supervisione medica”. Quasi una dichiarazione programmatica dello spirito che attraversa il presente, in cui la forza in tutti i campi ha smesso di mascherarsi e si presenta cruda, senza giustificazioni, pronta a raccogliere applausi. Si vive e si compete oltre ogni limite. Vincere è l’unica cosa che conta, con qualunque mezzo, costi quel che costi. Che lo sport si faccia specchio del proprio tempo non è certo una novità. Dalle Olimpiadi di Atene, dove gli atleti gareggiavano nudi per dimostrare che non nascondevano armi, ai giochi gladiatori di Roma, dove il coraggio si misurava in vittoria o morte, lo sport ha sempre riflesso i valori, le ossessioni, le contraddizioni dell’epoca che lo ospita. È una lente che ingrandisce e scoperchia le trasformazioni che ci attraversano prima ancora che queste diventino evidenti altrove. Ciò che gli Enhanced Games portano alla luce è un messaggio preciso del nostro tempo, nello sport come nel mondo: le norme esistono e valgono per tutti… fintanto che qualcuno non ha la forza e l’audacia di violarle. L’esatto contrario dell’educazione civica che ci è stata trasmessa sui banchi di scuola e nei campetti sportivi: tutti secondo le stesse regole, nessuno al di sopra della legge, tanto meno i più forti. Era questo il patto implicito, nello sport come nella vita. Non è che il doping non esistesse, ma guai a essere beccati. Ben Johnson. Lance Armstrong. Marion Jones. Erano in cima al mondo, sono stati smascherati, hanno perso tutto. Medaglie, contratti, reputazione. Non importava quanto grandi fossero: una volta scoperti, le leggi valevano anche per loro. Con gli Enhanced Games, la violazione delle regole smette di essere un’aberrazione e si trasforma nel principio fondante della rivoluzione culturale dell’illimitato. A partire dal linguaggio. Enhanced è il termine tecnico del superamento: la soglia che va oltrepassata perché considerata obsoleta. Nessun “imbroglio”: “ottimizzazione”. Non “violazione”, ma “miglioramento”. Uno slittamento semantico in cui la violazione diventa merito e l’infrazione virtù. La domanda che ne deriva non potrebbe essere più chiara: se qualcosa è possibile e ti rende più forte, perché mai dovresti rinunciarvi? La risposta non si ferma alle piste d’atletica. Attraversa la politica, la società e tocca il fondamento stesso dell’etica pubblica: la forza per essere legittimata, doveva parlare la lingua delle regole - del diritto, delle istituzioni, dei principi condivisi. Era questo vincolo a definire lo spazio entro cui poteva pretendere obbedienza senza ridursi a pura imposizione. Che poi quel patto fosse rispettato davvero contava fino a un certo punto. La realtà del Novecento è stata spesso brutale e cinica, piena di eccezioni e violenze. Ma l’ipocrisia stessa era già una forma di riconoscimento: significava che anche chi trasgrediva sentiva il bisogno di giustificarsi, di pagare almeno un tributo simbolico all’idea che esistessero limiti validi per tutti. Era una finzione, certo, ma teneva aperta la possibilità di giudicare il potere, e quindi di contenerlo. Oggi, in politica come nello sport, appare sempre più evidente che quel pudore non regge più. Scivola su un piano inclinato che non ammette gradualità né gentilezze. La forza ha smesso di nascondersi, spinta da una logica di oltrepassamento permanente. Nessun tributo da pagare, nessun limite a cui sottostare. Vale solo la potenza capace di dispiegarsi senza freni. I vincoli morali, giuridici e istituzionali non sono più garanzie, ma ostacoli ingiustificati e chi dispone di potere si prende il diritto di spazzarli via. È il mondo della legittimità dell’onnipotenza, della leadership che non riconosce vincoli. E se non valgono più nemmeno quelli della natura, figurarsi quelli degli uomini. I Trump, i Putin, gli Xi ne sono l’incarnazione: “enhanced” anche loro, pronti a correre più veloci, volare più in alto, bombardare più forte, vivere più a lungo. Convinti che ogni confine sia fatto per essere oltrepassato. Chi si ferma davanti ai limiti è un illuso o un debole: conta solo spingersi oltre. Se non vogliamo che a noi comuni mortali resti solo il posto da spettatori sugli spalti, occorre trovare il modo di reagire in fretta, far valere di nuovo l’idea che esistano regole comuni e pretendere che tornino a contare anche per chi può violarle. Non ci sono altre scorciatoie e forse non ci riusciremo. Ma è l’unica gara che ci resta da correre. Libia. Per fermare i migranti l’Ue finanzia Bengasi di Matthias Monroy* Il Manifesto, 10 gennaio 2026 Seguendo l’esempio di Tripoli, anche la città separatista di Bengasi riceverà un centro di comando e attrezzature per la sua guardia costiera al fine di contrastare lo spostamento della rotta migratoria verso la Libia orientale. A seguito di una storica sentenza del 2012 della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), agli Stati Ue è vietato riportare in Libia chiunque venga soccorso a bordo di imbarcazioni nel Mediterraneo centrale mentre tenta di raggiungere l’Europa. Per aggirare l’ostacolo, l’Italia e la Commissione europea hanno creato una scappatoia legale: con finanziamenti di Bruxelles, il ministero dell’Interno ha istituito nel 2017 un Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) in Libia. Questo centro può essere contattato dalle guardie costiere dei paesi europei per riportare i migranti in Libia, una pratica che secondo l’interpretazione ufficiale non viola la sentenza della Cedu. L’agenzia di frontiera Ue Frontex conduce ricognizioni aeree, poiché la Libia stessa non dispone di aerei o elicotteri. I critici descrivono questa collaborazione come “pullback”: un gioco di parole con “pushback” (termine inglese per respingimenti, mentre il verbo to pull, significa tirare, riportare ndt) in cui le persone vengono respinte illegalmente in Libia da Frontex o dalle guardie costiere degli stati membri dell’Ue. Ora l’Ue vuole istituire lo stesso sistema nella Libia orientale, sebbene le due regioni, con i loro centri politici Tripoli e Bengasi, siano state travolte da una guerra civile dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, un conflitto che si riaccende continuamente. L’artefice di questo sistema speculare è la missione militare Irini, con la quale gli Stati membri operano al largo della costa orientale libica dal 2021. Tuttavia, come a Tripoli, l’Italia sarà responsabile della costruzione effettiva di un centro di comando marittimo a Bengasi, avendo presentato a Irini una richiesta per un Quick Impact Project (progetto di impatto rapido ndt). La possibilità di tali Qip è stata inclusa per la prima volta nel mandato di Irini, rinnovato quest’anno. Il vantaggio: decisioni e attuazione delle misure più rapide. Non è ancora chiaro quali autorità della Libia orientale responsabili della sorveglianza delle frontiere e del funzionamento dei centri di comando trarranno beneficio dal nuovo Qip. Presumibilmente, sarà gestito da strutture militari e milizie associate, come nel caso della Libia occidentale con il progetto Sibmmil finanziato dall’Ue. Ciò avvantaggerebbe anche la Brigata Tariq Ben Zeyad (Tbz) della Libia orientale, accusare dalle organizzazioni per i diritti umani di crimini di guerra, torture e violenze contro i migranti. Il Servizio europeo per l’azione esterna a Bruxelles concluderà un accordo con il ministero degli Esteri italiano per l’istituzione di un Centro di controspionaggio militare a Bengasi. Il finanziamento iniziale di tre milioni di euro potrà poi essere erogato dal Fondo europeo per la pace. La notizia è stata confermata da un funzionario dell’Ue in risposta all’inchiesta del quotidiano Nd. Questo fondo finanzia misure di politica militare e di Difesa nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune, come la condivisione dei costi delle operazioni militari dell’Ue o le forniture di armamenti e i programmi di addestramento per gli eserciti partner. Si prevede che l’Italia sosterrà la maggior parte dei costi, il cui ammontare esatto è attualmente sconosciuto, per la fase di implementazione di 18 mesi. Ciò include l’installazione di una torre dotata di radar e tecnologie di sorveglianza, da erigere a Tobruk, nella Libia orientale, un importante punto di partenza. Questa e altre attrezzature fornite saranno prese in carico dalle autorità libiche competenti al completamento del progetto. Anche le Forze Armate tedesche (Bundeswehr) partecipano all’Operazione Irini, attualmente con soldati presso il quartier generale di Roma e un aereo da ricognizione. In ogni caso, la Bundeswehr non intende condurre “addestramento in loco” o addestrare personale militare libico in Germania, tuttavia ciò non precluderebbe la partecipazione ai corsi a Taranto, in Italia. *Articolo tradotto dal quotidiano tedesco Nd. Ha collaborato Sabato Angieri Olanda. Le carceri si svuotano grazie alle pene alternative di Alessandro Fioroni Il Dubbio, 10 gennaio 2026 Nei Paesi Bassi a politica penale sembra percorrere una strada quasi opposta a quella di gran parte dell’Europa. Nonostante il governo sia oggi guidato da un esecutivo di centrodestra, con il primo ministro Dick Schoof in carica dal 2 luglio 2024, la tendenza a ridurre la popolazione carceraria non si è arrestata. Anzi, continua a rendere i Paesi Bassi un caso di studio internazionale: negli ultimi quindici anni circa 19 istituti di pena sono stati chiusi definitivamente, e le celle vuote sono diventate il simbolo di un esperimento sociale straordinario. In un momento in cui molte nazioni europee si confrontano con la piaga del sovraffollamento carcerario e con condizioni di detenzione degradanti, l’Olanda mostra che una società può, almeno in parte, immaginare un sistema di giustizia in cui la privazione della libertà non sia l’unica risposta alla criminalità. Il calo costante del numero dei detenuti, che ha reso superflue intere strutture, non è il risultato di un’utopia legalistica, ma di un approccio politico e culturale concreto e di lungo periodo. Al centro del modello olandese c’è una visione chiara: il sistema penale deve prevenire, reinserire e, solo quando necessario, infliggere la punizione. Sempre più spesso, pene alternative al carcere hanno sostituito la privazione della libertà per i reati minori: lavori socialmente utili, sanzioni pecuniarie, braccialetti elettronici. Il risultato è stato duplice: il flusso di ingressi nelle prigioni si è ridotto, e la giustizia ha potuto concentrare le risorse sui reati più gravi. Parallelamente le statistiche dicono che la criminalità è diminuita, in particolare quella violenta e contro il patrimonio, grazie a investimenti mirati nelle politiche sociali, nell’istruzione e nel sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione. Un sistema giudiziario efficiente ha poi contribuito a contenere la recidiva, creando un circolo virtuoso tra prevenzione e sicurezza reale. La chiusura delle carceri ha prodotto effetti concreti anche sul territorio. Alcuni edifici sono stati accorpati, altri dismessi e trasformati in centri culturali, spazi abitativi o strutture temporanee per rifugiati. La riconversione ha suscitato dibattiti, ma è stata spesso interpretata come un esempio di gestione pragmatica e sostenibile delle risorse pubbliche. Così, le celle vuote non sono soltanto un simbolo di risparmio economico, ma testimoniano un cambiamento di orizzonte culturale: la società non si affida più solo alla detenzione come strumento di controllo. Naturalmente, il modello olandese non è esente da critiche. Sindacati di categoria hanno denunciato la perdita di posti di lavoro, e parte dell’opinione pubblica teme che una giustizia troppo indulgente possa risultare inefficace nel lungo periodo. I dati però sembrano smentire queste preoccupazioni: la sicurezza complessiva non ne ha risentito, e la diminuzione della recidiva conferma che politiche integrate e alternative possono funzionare senza compromettere l’ordine pubblico. L’esperienza dei Paesi Bassi invita a riflettere su un tema centrale: può esistere una società senza carcere? Se oggi il dibattito pubblico è dominato dall’idea di Law and Order e dalla propaganda politica sulla cosiddetta insicurezza percepita, l’Olanda dimostra che la risposta non è necessariamente la repressione. La combinazione tra prevenzione, reinserimento e gestione intelligente delle risorse pubbliche offre una lezione chiara: sicurezza e giustizia non sono sinonimi di isolamento sociale. Anzi, la riduzione dei carceri e il reinserimento dei cittadini nella vita collettiva possono rafforzare la convivenza, senza creare mostri immaginari di violenza incontrollabile. Se il modello non è automaticamente replicabile altrove, resta però un esempio concreto di come le politiche penali possano essere ripensate, con coraggio e lungimiranza, in direzione di una società più equilibrata. In fondo, le celle vuote dei Paesi Bassi raccontano una storia di fiducia nella prevenzione, nella responsabilità civica e nella capacità dello Stato di costruire sicurezza senza affidarsi soltanto al castigo. Venezuela. Caracas apre le celle e fa liberare 800 prigionieri politici di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 10 gennaio 2026 I familiari degli oppositori politici venezuelani e dei detenuti usati come pedine di scambio da Caracas hanno vissuto l’intera giornata di ieri in una condizione di trepidazione e prudenza. Il giusto approccio per smorzare ogni facile entusiasmo ed evitare di trovarsi di fronte a cattive sorprese. Alcuni apparati del regime guidato dal deposto presidente Nicolás Maduro, che per anni ha calpestato la libertà e la democrazia, sono ancora in attività. Pertanto, è meglio non fidarsi troppo nonostante le dichiarazioni del presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodriguez, che ha annunciato la liberazione degli ostaggi - senza indicare il numero preciso -, definendola un “gesto di pace” per promuovere la convivenza nazionale. La notizia del rilascio di Alberto Trentini, nel momento in cui andiamo in stampa, non è stata ancora diffusa. Per molte ore davanti alle prigioni El Helicoide (sede del Sebin, il servizio di intelligence nazionale bolivariano) e Rodeo 1 (dove è rinchiuso Trentini da oltre 400 giorni) decine di familiari dei prigionieri politici hanno atteso che le porte si aprissero. Hanno potuto riabbracciare i propri cari alcuni dissidenti e oppositori. Tra questi gli italiani Biagio Pilieri e l’imprenditore Luigi Gasperin. Pilieri, giornalista di 60 anni, è stato rinchiuso nell’Helicoide il 28 agosto 2024 con l’accusa di terrorismo e tradimento della patria. Impegnato in politica, si è battuto negli ultimi anni per denunciare la censura applicata da Chavez e da Maduro con la chiusura degli organi di informazione indipendenti. Pilieri è stato il leader del partito “Convergenza”, fondato nel 1993. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto che la scarcerazione di Pilieri è “l’ennesima vittoria diplomatica dell’Italia”. “Un lavoro costante e silenzioso - ha scritto il responsabile della Farnesina in un post su X - sempre a tutela dei nostri concittadini. Oggi è un bel giorno per la famiglia e gli amici di Biagio. Un segnale positivo dalla presidente Delcy Rodrìguez. Continuiamo a lavorare per la liberazione di tutti gli altri prigionieri italiani”. I detenuti, nostri connazionali, dietro le sbarre in Venezuela sono 28. Ha lasciato l’Helicoide Enrique Márquez, ex candidato alla presidenza venezuelana. Il suo arresto risale al 7 gennaio di un annofa, quando l’esponente politico contestò la vittoria attribuita a Nicolás Maduro dal Consiglio elettorale nazionale (Cne), senza la pubblicazione dei risultati delle elezioni del 28 luglio 2024, così come previsto dalla legge. Una critica pagata cara con l’arresto. Dall’Helicoide è uscito giovedì notte l’avvocato ed ex giudice della Corte Suprema di giustizia, Alejandro Rebolledo, arrestato il 19 novembre 2024. Per circa dieci mesi i familiari non hanno avuto notizie sulla sorte del giurista. Del caso Robolledo si è occupato il Parlamento europeo con l’intervento della presidente Roberta Metsola. È finalmente libera pure l’avvocata con passaporto spagnolo Rocío San Miguel, da sempre impegnata nella difesa diritti umani. L’arresto di San Miguel risale al febbraio 2024; è stata rinchiusa nel carcere Rodeo 1. Le sue condizioni sono buone, come ha confermato l’avvocato Theresly Malave. “Rocío è ora libera, la sua salute è stabile e sta bene”, ha detto il legale all’Afp. Ieri San Miguel è rientrata in Spagna con altri quattro connazionali liberati giovedì. Il carcere di Caracas Helicoide è il simbolo di un sogno tradito e di un Paese caduto in disgrazia, che tenterà di risollevarsi. La mega struttura, situata nel centro della capitale venezuelana, concepita originariamente come centro commerciale negli anni Cinquanta del secolo scorso, è considerata un vero e proprio inferno sulla Terra. Dal 1984 è la sede dell’agenzia di intelligence venezuelana e il luogo in cui vengono rinchiusi e puniti gli oppositori e i dissidenti. Trump ha definito la struttura una “camera di tortura nel cuore di Caracas” e ha affermato che la sua chiusura fa parte degli sforzi per porre fine a decenni di abusi contro i prigionieri politici sotto il regime chavista. Tra gli ospiti dell’Helicoide anche l’avvocato Perkins Rocha (si veda Il Dubbio del 1 settembre 2024), consigliere giuridico della leader dell’opposizione e Premio Nobel per la Pace, Maria Corina Machado. Mentre scriviamo, la liberazione di Rocha non è stata ancora ufficializzata. L’avvocato di Caracas è stato incriminato per “tradimento della patria”, “terrorismo”, “associazione a delinquere”, “cospirazione” e “incitazione all’odio”. La lettura dei capi di imputazione, secondo quanto riferito dai media locali nell’estate del 2024, è avvenuta senza la possibilità di nominare un difensore di fiducia. La moglie di Rocha, Maria Costanza Cipriani, contattata dal Dubbio tre giorni fa non ha nascosto ottimismo sulla liberazione di un numero significativo di oppositori, compreso il marito. “La fiducia - ha detto Cipriani - è tanta e spero che Perkins possa abbracciare presto me e i nostri figli. Dopo la caduta di Maduro, la transizione sarà molto complessa. Occorre avere in questa fase tanta lucidità e, se necessario, ingoiare qualche rospo. Abbiamo aspettato più di venticinque anni per riassaporare la libertà. Possiamo essere ancora un po’ pazienti, prima di assistere alla definitiva affermazione dei valori di uguaglianza e democrazia che stanno a cuore della maggioranza dei venezuelani”. Sul processo a carico dell’ex presidente Nicolás Maduro, Cipriani ha fatto un parallelismo con la vicenda di Perkins Rocha: “Maduro si potrà difendere davanti alla Corte distrettuale di New York, a mio marito invece è stato completamente negato il diritto di difesa”. Iran. “Siamo già morti sotto questo regime, ora non abbiamo più paura” di Fabiana Magrì La Stampa, 10 gennaio 2026 Studentessa di giurisprudenza a Teheran, Noor, 30 anni, parla sfidando censure e intercettazioni: “Arresti, fame e repressione. Vogliamo la fine della dittatura. Anche se il prezzo è la vita”. Il regime in Iran reagisce alle nuove ondate di proteste contro la Repubblica Islamica. Iniziate il 28 dicembre 2025, si sono finora allargate a oltre cento città e comunità rurali in tutte le province iraniane. La Human Rights Activist News Agency (Hrana), dalla sua sede negli Stati Uniti, riferisce di oltre 40 persone uccise negli scontri tra manifestanti e forze di polizia e di 2.200 arresti. La rabbia dei commercianti dei bazar per la disastrosa crisi economica ha contagiato gli studenti universitari. Da Teheran alla provincia più profonda, le piccole e grandi folle che scendono in strada giorno e notte cantano slogan contro l’ayatollah Ali Khamenei ma, soprattutto - è questa la novità delle proteste di inizio 2026 - invocano il nome di Reza Pahlavi, l’erede in esilio dell’ultimo scià, che si prepara a incontrare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la prossima settimana. L’ayatollah Khamenei, nel suo discorso di oggi, ha avvertito che non “tollererà che i manifestanti servano interessi stranieri”. Dall’interno dell’Iran, parlare con il mondo esterno è già considerato un atto di resistenza. Noor (nome di fantasia, per motivi di sicurezza) ha 30 anni, studia giurisprudenza a Teheran, e ha superato censure, l’instabilità della connessione e la paura di essere intercettata per rispondere alle domande de La Stampa. Ogni giorno rischia la vita, ormai diventata “insostenibile” per potersi permettere un futuro. Noor, cosa significa oggi vivere a Teheran? “Non abbiamo libertà, sociali o politiche. L’economia ci spezza la schiena. Il costo degli affitti e del cibo sono fuori controllo. Molti hanno due lavori ma comunque non basta. Mancano acqua ed elettricità, l’aria è irrespirabile. Il regime incolpa il clima, gli Stati Uniti, Israele. Ma noi lo sappiamo che è solo colpa loro. Hanno distrutto il Paese, l’ambiente, le nostre vite. Vivo con la paura quotidiana di essere arrestata. Ma so che è nulla in confronto alle madri che piangono figli uccisi in strada o impiccati come “nemici di Dio”. Tu studi diritto in un Paese senza stato di diritto: che effetto fa? “Mi hanno raccontato, come in una favola, che una volta l’Iran aveva leggi laiche, che proteggevano gli individui. Il mio amato Iran ha introdotto i diritti delle donne prima della Svizzera. Io sono nata all’ombra della repressione, dell’odio e di una dittatura che non ha rispetto per la legge e la dignità umana. Studio i principi e il quadro del diritto perché spero, un giorno, di contribuire a costruire leggi che proteggano libertà, diritti e laicità. Ma se il regime non cade, la mia laurea in giurisprudenza è un pericolo per me e per la mia famiglia. Avvocati che hanno difeso prigionieri politici sono stati arrestati, picchiati, uccisi”. Puoi farci comprendere la gravità della crisi economica? “I fornai tagliano il pane in porzioni sempre più piccole perché le famiglie non possono permettersi una pagnotta intera. Un lavoro a tempo pieno copre a malapena l’affitto per una settimana. Non posso permettermi un’auto. E posso ancora considerarmi “fortunata” perché ho abbastanza per sopravvivere. Molti, giovani e anziani, rovistano nei bidoni dell’immondizia alla ricerca di avanzi di cibo. Sono scene sempre più frequenti, tanto che quasi non ci facciamo più caso. Intanto i figli delle famiglie vendute al regime vivono nel lusso, guidano auto sportive, hanno l’ultimo modello di iPhone”. Come vi organizzate nonostante repressione e blackout? “Viviamo in cerchie ristrette e fidate. E la fiducia va conquistata. Non c’è amico di un amico che possa unirsi alla tua rete. Siamo molto attenti a ciò che diciamo in pubblico e a dove ci incontriamo. Spie e informatori sono ovunque. Feste di compleanno e gruppi di studio sono parole in codice per darci appuntamento in luoghi concordati. Un bar vicino all’università può significare un parco da tutt’altra parte. È come vivere in un film di spionaggio, ma senza glamour: rischiamo davvero il carcere, la violenza sessuale e la morte. Ecco, benvenuti nel mio Iran”. Quando hai avuto più paura? “Nell’autunno del 2022 avevo le gambe che tremavano. Poi ho visto migliaia di persone in strada e ho capito che non ero sola. Siamo su una nave che affonda: se non facciamo qualcosa, anneghiamo tutti. La vita è una e voglio viverla da donna libera, non da schiava di islamisti estremisti che mi odiano. Se morirò per il mio Paese, così sia”. La tua famiglia ti sostiene? “Sono cresciuta dando la colpa ai miei nonni per quello che è accaduto all’Iran. Nel 1979 sono rimasti a guardare. Mia madre mi chiama ogni giorno, mi raccomanda di stare zitta, di studiare. “Il Paese si sistemerà da solo, non farti coinvolgere”, mi ripete. I miei genitori hanno paura di perdermi ma non capiscono che, sotto questo regime, sono già morta. No, non saremo la maggioranza silenziosa”. Cosa volete? “La mia famiglia e i miei amici vorrebbero riformare la repubblica. La maggioranza sogna il ritorno del re. Ma prima di tutto, vogliamo la fine della dittatura. Poi saranno gli iraniani a decidere, con un referendum libero. Reza Pahlavi oggi è visto da molti come la guida per arrivarci. Anche tanti giovani cresciuti sotto la Repubblica Islamica vogliono lui, per poi poter finalmente scegliere”. Che idea avevi da bambina della Repubblica Islamica? “A sei anni il velo obbligatorio mi sembrava normale: lo portavamo tutte e sembrava perfino divertente. Poi cresci, ti fai domande, capisci che certe cose ti vengono imposte anche se non le vuoi. Internet è stato di gran lunga l’errore di valutazione più grande dell’intelligence del regime. Abbiamo scoperto com’era l’Iran nel 1978, il nostro glorioso passato, le nostre invenzioni, i contributi alla medicina, alla tecnologia, all’astronomia, alla letteratura e all’arte. In ogni iraniano c’è una fenice ardente che il regime ha cercato di spegnere. Ma ha fallito”. Come vedete, dall’interno, un cambiamento favorito dall’esterno? Non temete che dopo possa andare peggio? “Il vero pericolo non è il dopo. È lasciare in vita questo regime. E senza aiuto rischiamo l’ennesimo stallo. Comprensibilmente, l’Occidente è titubante dopo essere intervenuto in Libia, Afghanistan e Iraq e aver visto come è andata a finire. Ma l’Iran è diverso. Vogliamo ricostruire un Paese tollerante che possa essere di nuovo accolto dalla comunità internazionale. Vogliamo pace e prosperità. Paradossalmente, chiediamo che siano imposte più sanzioni. È ironico: noi in Iran, in condizioni di estrema difficoltà, chiedendo più sanzioni mentre alcuni iraniani di sinistra, in esilio, fanno una campagna contro. Ma cosa ne capiscono del nostro dolore e della nostra sofferenza? È vero, siamo già poveri. Ma il governo usa le sue entrate per pagare le milizie nello Yemen e in Iraq o il lusso in cui vivono i figli del regime a Teheran, Vancouver o Londra. Il dentista di famiglia una volta mi ha detto che togliere un ascesso è doloroso ma necessario. E che una volta guarito, il dolore si dimentica. Ecco, la Repubblica Islamica è quell’ascesso”. Dagli iraniani all’estero che stanno combattendo la loro battaglia dalla diaspora, vi sentite più supportati o fraintesi? “È emozionante vedere i nostri connazionali manifestare in Occidente. Abbiamo bisogno che siano la nostra voce, visto che noi non possiamo urlare. E che piangano i nostri morti e mostrino il nostro dolore. Che vi mettano in guardia sul disastro imminente, se il regime non cade. Molti dei miei amici sentono che alcuni nella diaspora hanno perso il contatto con la nostra generazione. Abbiamo bisogno del loro aiuto e siamo fiduciosi di avere il loro pieno sostegno ma devono avere fiducia nel nostro processo decisionale”. Come vedi una possibile mossa di Trump, simile a quella in Venezuela? “Siamo disarmati. Le milizie sparano sulla folla e i nostri giovani cadono come le foglie d’autunno. Vogliamo che il presidente Trump e Netanyahu mantengano la loro promessa: o armano noi giovani o mandano i droni a distruggere la polizia del regime. Se colpiscono i loro centri di potere, il castello di carte può crollare in una notte. Questa volta hanno paura”. Come sogni il futuro, tuo e dell’Iran? “Pieno di vita. Ridere per strada, andare in bici in un parco, creare una famiglia. Il mio cordone ombelicale è legato a questo Paese. Se muore, muoio anch’io”.