La scuola nel carcere minorile: colmare la distanza tra diritti e realtà di Giovanni Ribuoli* Il Domani, 9 febbraio 2026 La reclusione minorile è tornato a essere un fatto socialmente accettato, incoraggiato con decisione anche dal legislatore a partire dal Decreto “Caivano” nel 2022. Mentre sono più numerosi gli ingressi negli Ipm, ci si domanda: quale educazione al chiuso? La detenzione: carcere o arresti domiciliari? Nessuno dei due, perché non permettono la frequenza a scuola e la continuità di un percorso educativo. Questa linea di difesa è stata presentata con successo da un avvocato in un caso recente, tornato sotto i riflettori per una critica di Maurizio Belpietro (La Verità, “Per favore questa volta non liberate i delinquenti”, 2 febbraio). Ma in carcere non si va a scuola lo stesso? Stiamo parlando di minori autori o indiziati di reati. Non interessa qui il dibattito che riguarda il potere giudiziario. Sì, a scuola si va anche “al fresco”. “La scuola è aperta a tutti” (articolo 34 della Costituzione) significa che dove non si possa uscire sta alla Repubblica aprirne una. E perciò grave stabilire che carcere o arresti domiciliari interrompano la frequenza scolastica e non contribuiscano a una progettazione educativa adeguata. Proprio perché si parla di minorenni, a volte in obbligo scolastico. in carcere, anche nel carcere minorile, la scuola esiste, tra molte difficoltà. Almeno ufficialmente non lo si chiama “carcere minorile”, perché la dicitura “Istituto penale per i minorenni” (Ipm) vuol ricordare che non è un carcere. L’amministrazione deve evitare le logiche che caratterizzano la reclusione degli adulti. Con quale risultato? “Completamente positivo” è una risposta falsa, che non darebbe sinceramente nessun operatore del settore - dai reparti della penitenziaria al personale medico, passando per educatori, funzionari e addetti dei servizi sociali o insegnanti. Le violenze ripetute nelle nuovissime sezioni minorili a L’Aquila e il proseguire dell’inchiesta a carico di alcuni operatori dell’Ipm di Milano hanno rinnovato una domanda su quale sia lo stato attuale della detenzione minorile firmata da Luca Rondi (Altreconomia 289, “Non è giusto”) propone uno sguardo a partire dal corpo della Polizia penitenziaria mentre si intitola “Senza respiro” il puntuale XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, che dedica alla detenzione minorile uno spazio a sé. Anche in questo dibattito che torna ad essere vivace, però, non si alzano più voci sullo scandalo della reclusione dei minori. È tornato a essere un fatto socialmente accettato, incoraggiato con decisione anche dal legislatore a partire dal Decreto “Caivano” nel 2022. Mentre sono più numerosi gli ingressi negli Ipm, ci si domanda quale educazione al chiuso? Quale scuola “al fresco”? “Al fresco” non è soltanto un’espressione metaforica perché di freddo anche negli Ipm se ne sente parecchio. Le strutture non sono in buone condizioni, gli spazi comuni (quando ci sono) sono raramente utilizzabili, o per carenza di personale o per carenza di manutenzione o ancora perché i numeri dei partecipanti sono troppo esigui. Le attese sono lunghe, poi, mentre il tempo non andrebbe perso. Com’è possibile tutto questo? Come risolvere la contraddizione tra principi costituzionali e realtà? La grande assente è la progettazione, to testimoniano le violenze negli istituti più grandi (Milano e Roma) e in quelli più piccoli (Torino, L’Aquila). Chi ci lavora sa bene che basta un breve periodo di assenza di progettualità a trasformare un 1pm in un carcere non in piena regola, ma con parecchie regole in meno. Mentre la legislazione ripropone la detenzione e l’inasprimento delle pene detentive anche per i minorenni, non si vede all’orizzonte una proposta di rieducazione (art. 27 Cost.) specialmente per il mutato contesto minorile. Nel frattempo, alla scuola “di fuori” si chiede tutto, sempre a saldi e organici invariati, supplente del mondo adulto assente giustificato, vicaria delle funzioni familiari, segnalatrice e scrutatrice delle situazioni marginali e, da ultimo, convocatrice di ispezioni prefettizie nelle aree a rischio. Il che dà da pensare, perché un addetto alla sicurezza riconoscerebbe presto negli edifici pericolanti o malsani e nelle classi troppo affollate i fattori di rischi più gravi. Gli Ipm, l’educazione e la scuola “al fresco”, però, non possono semplicemente frenare la rabbia che la detenzione moltiplica negli adulti come nei minorenni. Senza dialogo pedagogico, senza alternative alla ogni legislazione e zoppa. Allora Ipm diventa un nome di comodo per un carcere con sempre meno regole. Dietro l’angolo, dentro questo vuoto, c’è un rischio grave per la società intera. Trasformare l’esecuzione penale per i minorenni in una semplice attesa dei fine pena (sempre più lontani) significherebbe dar ragione a un giovane autore di reato, che a pochi giorni dal processo, appena conclusa una lezione, continuava a ripetere che non gli interessava quanto tempo avrebbe passato lì dentro, “in questo posto schifoso”. Ripeteva che fuori lo aspettava un posto altrettanto schifoso come per la scuola “di fuori”, non basta pio che in Ipm tante persone continuino a lavorare per “tendere alla rieducazione del condannato”. *Insegnante nell’Ipm di Casal del Marmo (Roma) Sicurezza e dubbi sulle norme di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 9 febbraio 2026 Scontri di piazza e arresti: se l’esecutivo tenta di orientare l’operato di pm e giudici viene meno la garanzia di indipendenza. La reazione che forse più di altre dovrebbe preoccupare il governo all’indomani del nuovo decreto sicurezza, è quella degli avvocati italiani. L’Unione delle Camere penali è schierata ventre a terra nella campagna referendaria in favore della riforma costituzionale della magistratura, ma l’altro giorno, proprio davanti alla platea dell’unione, le parole del ministro della Giustizia che provava a spiegare le ragioni dell’ultimo provvedimento sono state accolte da ostentati mugugni. “Se applicando la legge uno che ha preso a martellate un poliziotto rischiando di ammazzarlo va agli arresti domiciliari, vuol dire che va cambiata la legge”, ha detto Nordio suscitando rumorosi dissensi. Tanto che il ministro s’è affrettato a rassicurarli: “Non la cambieremo, ma di fronte alle esigenze di sicurezza dei cittadini e fenomeni così devastanti un silenzio dello Stato sarebbe stato impossibile”. Da tecnici del diritto, gli avvocati sanno bene che l’ordinanza con cui la giudice di Torino ha messo agli arresti domiciliari un indagato per concorso nell’aggressione a un agente durante i disordini del 31 gennaio, mentre i pubblici ministeri chiedevano la conferma della detenzione in carcere, sono ben motivati e dimostrano come la distinzione di ruolo tra chi accusa e chi giudica funzioni già. A prescindere dalla divisione delle carriere tra giudici e pm che resta una questione più di principio che di sostanza; una questione culturale prima che di concreta incidenza sulle singole decisioni. Dopodiché il ministro è passato a illustrare il fermo preventivo introdotto per impedire gli incidenti, ha precisato che senza i tumulti al corteo pro-Askatasuna le nuove norme forse non sarebbero nemmeno state fatte, e ha ribadito che comunque non si tratta di “limitazioni alla manifestazione del pensiero”; al che la reazione degli avvocati è stata quasi irridente: “Vabbe’, ma che deve di’…”. I penalisti per primi sono consapevoli delle criticità, delle difficoltà di applicazione e persino delle sospette incostituzionalità di un pacchetto di misure che è stato riscritto quattro volte per superare il primo vaglio di non manifesto contrasto con i principi fondamentali della Costituzione operato dal Quirinale. Ma al di là dei dissensi più o meno espliciti, difficilmente gli interventi del governo serviranno a evitare non solo scontri organizzati e pianificati come quelli di sabato scorso, ma anche il presunto doppiopesismo denunciato dal governo e dalla maggioranza nei provvedimenti che riguardano da un lato gli esponenti delle forze dell’ordine e dall’altro i manifestanti. La scarcerazione del giovane fermato e accusato di lesioni a pubblico ufficiale viene paragonata con l’indagine per omicidio volontario a carico del poliziotto che a Rogoredo ha sparato e ucciso uno spacciatore che gli aveva puntato contro una pistola (poi rivelatasi finta); ma si tratta di due situazioni molto differenti tra loro. A Rogoredo c’è stato un morto, e per svolgere gli accertamenti necessari con tutte le garanzie a sostegno dello sparatore e della sua versione, era difficile ipotizzare un reato diverso dall’omicidio (in astratto, poi gli esiti diranno il resto) a carico dell’inquisito. A Torino invece l’agente vittima aggredito anche a colpi di martello vibrati sulle gambe e sulla schiena, è stato ricoverato e dimesso il giorno dopo con una prognosi di venti giorni; un referto che impedisce di ipotizzare anche il reato di lesioni gravissime, tantomeno il subito invocato tentato omicidio. E dalle immagini che tutti hanno visto sembra abbastanza chiaro che il ragazzo fermato (l’unico a volto scoperto del gruppo di aggressori, vestito di rosso e riconoscibilissimo), non abbia partecipato materialmente al pestaggio; di qui gli arresti in casa, considerati dal giudice sufficienti a non reiterare lo stesso comportamento. Per il resto, non è detto che con la nuova norma che evita l’automatica iscrizione sul registrato degli indagati quando “appare evidente” che chi spara agisce in stato di necessità, si sarebbe potuta applicare al caso di Rogoredo. E in ogni caso, come ha spiegato a La Stampa l’avvocato Francesco Petrelli, presidente delle Camere penali, anche senza iscrizione “la persona viene di fatto indagata; stiamo giocando un po’ con le parole”. E in tempi di propaganda e di campagna elettorale le parole si sprecano, anche a sproposito. Con un’ulteriore conseguenza: un governo e una maggioranza che immaginano di poter stabilire preventivamente i reati da contestare e poi le misure da applicare agli indagati, rischiano di fornire ulteriori argomenti a chi sostiene che dietro la riforma ci siano altri obiettivi rispetto alle norme scritte. Come ripetono sempre Nordio e i sostenitori della riforma, il nuovo assetto costituzionale della magistratura garantisce l’indipendenza dei pm perché nella formulazione del nuovo articolo della Costituzione è scritto a chiare lettere. Ma se quella riforma è proposta e varata da un potere politico che ritiene di dover orientare l’operato degli stessi pm e dei giudici perché bisogna remare tutti nella stessa direzione, allora quella garanzia finisce per scricchiolare. L’errore di puntare solo sulla repressione di Anna Mastromarino La Stampa, 9 febbraio 2026 L’intervento del Presidente della Repubblica ha certamente consentito al nuovo pacchetto-sicurezza adottato dal governo di non cadere in una manifesta incostituzionalità che sarebbe stata inevitabile, per esempio, includendo improbabili scudi o provvedimenti preventivi di sapore repressivo di cui, pensando al passato, facciamo volentieri a meno. D’altra parte, il ruolo di mera garanzia del Presidente impone dei limiti al suo operato: non può e non deve entrare nelle valutazioni politiche di un organo che ritiene di dover agire con urgenza. Poco o nulla può, dunque, di fronte al significato che un decreto legge come quello di cui andiamo parlando riveste rispetto al sistema nel suo complesso e rispetto all’idea che i cittadini si possono fare dei loro spazi di libertà, delle prerogative di esercizio di quelle libertà, del senso che i diritti che la Costituzione riconosce possono avere nei processi di costruzione di dinamiche di potere equilibrate e contenute. La costituzionalità formale delle regole introdotte è solo uno degli spazi che deve interessare (o forse in alcuni casi preoccupare) una costituzionalista. Di questo aspetto si è occupato con fermezza Sergio Mattarella e ancora se ne occuperanno i giudici valutando i casi concreti con il fine di assicurare coerenza costituzionale al sistema. Non di meno, si diceva, restano praterie di riflessione lungo le quali dobbiamo avventurarci per non restare intrappolati nelle sabbie mobili delle emozioni del momento. Voglio dire che pur avendo ancora negli occhi le immagini degli scontri di Torino, non dobbiamo dimenticare che un intervento normativo che vuole, come nel caso di specie, tendere a un cambiamento sul lungo periodo non può mai essere dettato solo dall’urgenza e dall’emotività. Interrogarsi sulla sua proiezione nel tempo e sugli effetti di ampio respiro è doveroso. Non mi soffermerò, dunque, su un’analisi dei singoli articoli. Preferisco constatare che questo testo, al di là del piano formale, non coglie lo spirito della Costituzione. In un certo senso la travisa nella misura in cui ancora una volta punta sulla sicurezza intesa come limitazione della libertà personale, tralasciando completamente un ragionamento sul concetto di legalità, come presupposto di convivenza nello spazio pubblico. Non è la prima volta che si scrive sicurezza per dire repressione, diffidenza, paura, ignorando volutamente i valori su cui si fonda la Costituzione dove non si parla espressamente di sicurezza, ma dove si insiste sulla libertà dei singoli individui di costruire le loro personalità e quindi le loro vite attraverso reti di socialità, in una sorta di “costituzionalità in pubblico” che la logica dell’allarme su cui si fonda questo decreto prova ad annientare. La sicurezza è, prima di tutto ed essenzialmente, legalità intesa come consenso e come spazio di esercizio delle libertà nel rispetto della Costituzione. Agire nell’impeto delle emozioni può portarci a dimenticare un aspetto fondamentale: mentre la sicurezza come repressione si impone attraverso un sistema di sanzioni e di controllo che genera isolamento e paura, la sicurezza declinata in termini di legalità si costruisce attraverso l’educazione. C’è un tempo per reagire e un tempo per agire. La reazione può essere immediata, l’azione deve fondarsi sulla riflessione e l’analisi. C’è da augurarsi che nel dibattito in Parlamento per l’eventuale conversione del decreto in legge vi sia tempo e spazio per questa riflessione. Per interrogarsi, per esempio, sulla necessità di tornare a finanziare la cultura e l’educazione come presupposto di legalità. A investire nelle scuole, nelle università, negli spazi di socializzazione per tenere vivo lo spirito della Costituzione che resta lettera morta se non lo alimentiamo e sosteniamo con fondi e politiche. La risposta dei pubblici poteri alla violenza di alcuni non può essere lo stato di emergenza e repressione per tutti. La risposta a un problema strutturale non può essere contingente e senza una progettualità. Al di là delle singole disposizioni, sarebbe questo sguardo puntato a terra, anziché verso l’orizzonte a rendere questo decreto contrario allo spirito di una Costituzione che ripudia la violenza in ogni sua forma e come strumento di raggiungimento di qualunque fine, ma crede nel conflitto e nel dissenso come strumenti per sviluppare il pensiero critico democratico e come condizione della democrazia che non può fare a meno dell’altro anche quando l’altro la pensa diversamente. La paura paga nelle urne. Ecco dove nasce il mito insicurezza di Gianni Alati Il Dubbio, 9 febbraio 2026 C’è una curva che scende, lentamente ma senza interruzioni, da oltre trent’anni. È la curva degli omicidi in Italia. Dai primi anni Novanta, quando si sfioravano le duemila vittime l’anno, si è arrivati a poco più di trecento. Un crollo superiore all’80%. Un dato strutturale, quindi. Un fatto. Eppure, in questi anni, c’è stata una curva uguale e contraria quella della percezione dell’insicurezza che cresce quanto più decrescono reati e delitti. Mai come oggi la sicurezza è diventata argomento da campagna elettorale continua. Più i reati gravi diminuiscono, più il discorso pubblico si convince del contrario. I grafici lo mostrano senza ambiguità. Non solo in valori assoluti, ma anche nel confronto europeo: l’Italia è oggi tra i Paesi con il più basso tasso di omicidi in Europa occidentale, sotto Francia e Regno Unito, allineata o migliore della Germania, in una traiettoria simile a quella spagnola. E allora perché l’emergenza? La sicurezza è diventata una risorsa narrativa. Un campo simbolico da occupare. Funziona perché parla alla paura, e la paura non ha bisogno di verifiche. Funziona perché consente di semplificare: il mondo è pericoloso, qualcuno deve proteggerci, qualcuno deve comandare. Non è una dinamica di destra o di sinistra. È trasversale. Ogni colore politico, quando governa, tende a descrivere la sicurezza come problema irrisolto; quando è all’opposizione, come catastrofe imminente. Cambiano i bersagli, non lo schema. Immigrazione, degrado urbano, marginalità, devianza: il lessico si aggiorna, la struttura resta. Il paradosso è che questa narrazione cresce proprio mentre lo Stato funziona meglio sul piano repressivo e preventivo. Meno omicidi, meno violenza estrema, maggiore capacità di controllo. Ma il successo non fa notizia. L’allarme sì. C’è poi un effetto collaterale più sottile: l’emergenza permanente giustifica misure eccezionali, scorciatoie. Se tutto è emergenza, tutto può essere fatto in nome della sicurezza. Anche restringere diritti, anche confondere percezione e realtà, anche rinunciare a distinguere tra paura e pericolo. I grafici non negano l’esistenza di problemi reali: criminalità diffusa, micro-conflitti urbani, disagio sociale. Ma ricordano una cosa elementare che spesso scompare dal dibattito: la sicurezza non è in crisi, la sua rappresentazione sì. E forse il nodo è proprio questo. In un Paese più sicuro di ieri, la politica ha sempre più bisogno di raccontarlo come se fosse più insicuro. Non per governare meglio la realtà, ma per governare meglio le emozioni. Sinistra e sicurezza, il cortocircuito politico di Paolo Delgado Il Dubbio, 9 febbraio 2026 Per la sinistra italiana, anzi per il Pci, poi nell’ordine Pds-Ds-Pd, la sicurezza è sempre stata una croce. Legge e ordine è per definizione il cavallo di battaglia degli avversari, la parola d’ordine spesso vincente della destra in tutto il mondo. Ma il tentativo di contendere su quel terreno perdere la propria identità e soprattutto gli elettori meno inclini alle misure emergenziali si è rivelato sempre molto arduo e spesso impossibile. Se si dovesse indicare una data, anzi una legge, che segna la prima svolta a U della sinistra si dovrebbe risalire alla legge Reale, quella che al saldo è costata qualcosa come 625 morti in 15 anni. Al momento del suo varo, nel 1975, il Pci la osteggiò decisamente. Quando nel 1978, in piena emergenza terrorismo, fu sottoposta a referendum abrogativo, però, non solo il partito di Berlinguer diede indicazione di votare contro l’abrogazione ma definì “eversivi” i favorevoli al quesito. I comunisti avevano cambiato idea e sarebbero rimasti securitari, in nome dell’antiterrorismo, per tutti gli anni 80. Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci e primo del Pds, provò a invertire la marcia tornando al garantismo. Il suo partito votò convintamente contro le misure emergenziali antimafia varate subito dopo l’assassinio di Falcone anche a costo di scontare critiche durissime. Il problema si pose però in dimensioni ben maggiori quando lo stesso Pds si trovò al governo, tra il 1996 e il 2001, con tre premier diversi: Prodi, D’Alema e Amato. Nel 1998 il governo Prodi varò la prima legge severa di contrasto all’immigrazione, la Turco-Napolitano, quella che inaugurò i Centri di permanenza temporanei e le espulsioni degli irregolari alle frontiere. La successiva legge Bossi-Fini, varata dal governo Berlusconi nel 2002, seguiva in realtà abbastanza pedissequamente le norme inaugurate dal centrosinistra, irrigidendole. Il vero punto di svolta però fu il decreto microcriminalità, messo in cantiere dal governo D’Alema e approvato da quello Amato nel 2001. È il primo vero “pacchetto sicurezza” e, a differenza della legge Turco-Napolitano che interveniva comunque su un problema reale, rispondeva a un’esigenza essenzialmente mediatica. Tutti i dati indicavano un’Italia molto più sicura che in passato, il tasso di criminalità era in calo. La microcriminalità però destava allarme diffuso e D’Alema decise di intervenire con misure draconiane, in realtà mai davvero applicate. Proverbiale fu la risposta del premier D’Alema alla ministra degli Interni Rosa Russo Jervolino, che insisteva appunto sulla non necessità di misure emergenziali: “Non capisci che crea più allarme sociale uno scippo a Milano che un omicidio in Sicilia”. Anche la seconda ondata securitaria fu parto di un governo di centrosinistra, il secondo governo Prodi, nel 2007. A dettarla fu però un leder che del governo non faceva parte: Walter Veltroni, allora sindaco di Roma. Il 30 ottobre 2007 una donna di 47 anni, Giovanna Reggiani, fu aggredita, violentata e ucciso vicino alla stazione di Tor di Quinto da un immigrato rumeno, dunque un cittadino dell’Unione regolarmente entrato in Italia. Veltroni convocò sui due piedi una specie di conferenza stampa in un giardinetto vicino alla stessa stazione e reclamò misure urgentissime. Arrivarono nel giro di 48 ore e si trattò del primo intervento d’emergenza in materia di sicurezza urbana, destinato a essere seguito da parecchi altri. Ancora più del decreto microcriminalità quel decreto rappresentò un punto di svolta anche culturale: per il centrosinistra e il nascituro Pd la sicurezza urbana diventò tema centrale e dirimente. La destra, tornata al governo all’inizio del 2008 rincarò con un pacchetto sicurezza tanto corposo da essere diviso in due tranches, la prima nel 2008 e la seconda l’anno successivo. Con la prima ondata entrò in vigore il progetto Strade sicure, con il pattugliamento del territorio da parte dell’esercito. Con la seconda l’istituzionalizzazione, destinata peraltro a restare lettera morta, delle ronde urbane. Il ministro degli Interni che più di ogni altro ha cercato di legare il suo partito di allora a politiche rigide sulla sicurezza è Marco Minniti. È stato lui l’artefice dell’accordo con la Libia che di fatto incarica (e paga) i signori della guerra della Tripolitania perché si incarichino di fermare i barconi. Lontano dagli occhi e dalla buona coscienza degli italiani quell’accordo, confermato e ribadito da tutti negli ultimi 10 anni, si è tradotto in lager, omicidi, stupri, sequestri a fine di riscatto, vessazioni di ogni tipo. Ma appunto, lontano dagli occhi… Minniti varò anche, nel 2017, un ennesimo pacchetto sicurezza che, a differenza di quasi tutti i precedenti, ha inciso a fondo sulla concezione stessa dell’ordine pubblico in Italia. I punti salienti erano l’introduzione del Daspo urbano, la facoltà di allontanare gli “indesiderati” dalle aree considerate a rischio, in concreto dal centro delle città, l’assegnazione di poteri quasi eccezionali ai prefetti. Le ordinanze dei sindaci che da quel momento hanno trasformato spesso la campagna sulla sicurezza in una guerra contro i poveri sono da ogni punto di vista figlie delle leggi di Minniti. Per fare di più e di peggio ce ne voleva. Salvini, ministro degli Interni nel primo governo Conte, quello gialloverde, ce la mise tutta. I suoi due decreti su sicurezza e immigrazione, varati nel 2018, siglavano una svolta autoritaria senza precedenti su entrambi i fronti: cancellazione della protezione umanitaria per i richiedenti asilo, revoca della cittadinanza in caso di condanna per reati gravi, introduzione o irrigidimento drastico delle pene per una serie di reati come il blocco stradale o l’occupazione di edifici o terreni, ampliamento a dismisura del Daspo urbano, misure specifiche contro l’accattonaggio. Durò poco. Nel 2020 la ministra del governo Conte, stavolta però giallorosso, eliminò per decreto buona parte delle regole “tolleranza sotto zero” di Salvini. Il ping pong fra destra e sinistra sulla sicurezza, quasi una gara a chi fosse in grado di mettere in campo le misure più rigide, spiega in buona parte l’imbarazzo immenso che ha sommerso soprattutto il Pd dopo gli incidenti di Torino e alla viglia del nuovo “pacchetto sicurezza. Il nuovo corso di Elly Schlein non ha mai fatto i conti con questo aspetto delle politiche del Pd prima di lei. Una nuova visione delle politiche della sicurezza non è stata neppure abbozzata e sarebbe comunque difficilmente praticabile a livello di Campo Largo perché l’orizzonte del M5S è da questo punto di vista quasi più affine a quello della destra. Per questo la sola diga che il primo partito d’opposizione riesce a erigere o anche solo a immaginare si chiama Sergio Mattarella. La sicurezza e la Costituzione possono (anzi devono) convivere di Valeria Valente* Il Dubbio, 9 febbraio 2026 Sugli scontri di Torino il governo e la maggioranza hanno perso l’occasione preziosa, forse l’ultima, di mostrarsi in Parlamento e nel Paese all’altezza del loro compito, di essere finalmente uomini e donne delle istituzioni e dello Stato. La segretaria Elly Schlein aveva teso una mano a Giorgia Meloni per costruire l’unità, al fine di stigmatizzare, insieme e con forza, quanto accaduto, condannare senza ambiguità le violenze contro gli agenti ed esprimere vicinanza ai poliziotti feriti e alle loro famiglie. La Premier, i suoi ministri e i tutti i parlamentari di centrodestra hanno preferito invece rifiutare questo terreno e tentare di strumentalizzare la situazione, spostando l’asse dalla condanna condivisa delle violenze alla richiesta di correità con le loro strategie in materia di sicurezza, attraverso una mozione “unitaria” che nei fatti anticipava il contenuto del nuovo pacchetto sicurezza, un decreto e un disegno di legge che rafforzano la loro visione illiberale senza prevedere misure e risorse adeguate per risolvere i problemi. Questo mentre, con ogni evidenza, proprio quelle ricette mostrano, dopo quattro anni, tutta la loro inefficacia, il loro fallimento. Una mossa tentata anche per provare a spaccare le opposizioni, che invece si sono mostrate unite e hanno tenuto il punto, con una risoluzione unitaria di condanna e di proposte. Sicurezza e ordine pubblico non si improvvisano, richiedono scelte improntate al rigore e alla serietà e la guida di persone capaci di dedizione, abnegazione e senso dello Stato. Garantire l’ordine pubblico nel corso di un corteo compete al ministero dell’Interno, che deve muoversi nell’alveo della Costituzione, contemperando il diritto dei cittadini a manifestare in modo pacifico e quello all’incolumità degli stessi cittadini e degli operatori di sicurezza. É un’attività che si nutre di competenze tecniche, esperienza, strategie. Come in questi giorni hanno chiarito diversi esperti, la “piazza” può e deve essere gestita prima, quando si arriva agli scontri è tardi ed è troppo facile, a quel punto, scatenare invettive e colpevolizzazioni. Prevenire episodi come quelli di Torino non solo è possibile, è semplicemente doveroso. In passato lo si è fatto come pratica ordinaria, anche per evitare che proprio gli agenti in divisa corrano rischi inutili, non riuscendo a svolgere in sicurezza la loro funzione. Gli estremisti e gli antagonisti armati sono per lo più noti e schedati, si muovono in branco sull’intero territorio europeo e presidiano in Italia alcune città più di altre. Era persino prevedibile che entrassero in azione dopo lo sgombero di Askatasuna. È ipotizzabile dunque una sorta di regia occulta e strumentale di quanto è avvenuto, per aumentare il consenso anche in chiave elettorale e per giustificare un ulteriore “giro di vite”? Noi ci rifiutiamo di pensarlo, perché crediamo nelle istituzioni e nel senso di responsabilità. Non ci sottraiamo però alla necessità di riconoscere che, nella gestione nella catena di comando e delle responsabilità del sistema sicurezza, da quattro anni a questa parte c’è troppo che non va. Troppi gli episodi di violenza, troppe piazze attraversate da tafferugli, troppe manifestazioni degenerate in scontri, troppi cortei in cui si è perso il controllo. È evidente che il governo Meloni in materia di ordine pubblico ha manifestato incompetenza e sulla sicurezza ha fallito. Per questo ora è in difficoltà. Le politiche messe in campo, basate per lo più sull’inasprimento delle pene e sull’istituzione di nuovi reati, hanno dato risultati insoddisfacenti perché si fondano sulla repressione, peraltro a invarianza di spesa, anziché anche sulla prevenzione. I dati dell’Istat raccontano un aumento di tutti i delitti e in particolare dei furti, degli scippi, delle rapine, della criminalità giovanile, degli atti di violenza contro le donne. Si è determinato un insostenibile sovraffollamento carcerario e un peggioramento delle condizioni anche nei penitenziari minorili, che prima funzionavano. Ma, a dispetto della coerenza, le forze dell’Ordine non sono state destinatarie di maggiori risorse, mezzi, assunzioni, al contrario operano in carenza di personale e dotazioni. La narrazione del governo ha alimentato un perenne stato di emergenza e insicurezza e, in una congiuntura economica ed internazionale delicata in cui l’Esecutivo ha fatto poco e niente per famiglie e imprese, ha generato un circolo vizioso per cui ci si sente più insicuri. Il nuovo pacchetto sicurezza insiste sulla stessa strada e contiene purtroppo un’ulteriore stretta securitaria. Attendiamo i testi del decreto e del ddl in Parlamento, ma è chiaro che si va nella direzione della repressione del dissenso, con il fermo preventivo di 12 ore previo avviso al pm, daspo e sanzioni contro i manifestanti. Si prevede il carcere per chi fugge da un posto di blocco e si preannuncia l’ennesimo “pugno duro” contro i migranti. Questa destra conferma insomma di avere una visione da “stato di polizia”, tanto più illiberale perché anche con le riforme punta tutto sul potere esecutivo, mortifica il Parlamento, offende la magistratura. Il governo Meloni propone ai cittadini lo scambio tra meno libertà e più sicurezza, noi riteniamo al contrario che la sicurezza si costruisca a partire dalla responsabilità dello Stato a garantire controllo del territorio, ordine pubblico, certezza della pena e dal riconoscimento pieno di diritti e doveri di cittadinanza. Un Esecutivo che lavora davvero per la sicurezza, quindi, si occupa delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, forze di polizia incluse; dei salari degli stipendi e delle pensioni; della qualità della vita nelle città e di sostenere l’impegno dei sindaci; della lotta alla marginalità sociale; della presa in carico di condizioni di disagio psichico; di dare una prospettiva ai giovani nel nostro paese. Indispensabile è poi che chi è chiamato a ricoprire incarichi di responsabilità in questo settore li eserciti con rigore, competenza, senso dello Stato, lontano da faziosità e partigianeria. Una regola che vale sempre, ma ancor più quando c’è di mezzo il grande tema della sicurezza. *Senatrice Pd, commissione Affari costituzionali Più sicuri meno liberi. L’equilibrio diritti-doveri è possibile? di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 9 febbraio 2026 Fino al 2022, il Salvador era uno dei paesi più insicuri e pericolosi del mondo con oltre 21 omicidi ogni centomila abitanti, interi quartieri sotto il controllo delle gang e dei cartelli della droga, le forze di polizia disorganizzate e sopraffatte. Quattro anni e dopo tutto è cambiato: i reati violenti sono crollati e il paese centroamericano vanta oggi un tasso di criminalità tra i più bassi del pianeta, paragonabile a quello di molti paesi europei. Come è stato possibile questo “miracolo”? La risposta è semplice: nel marzo 2022 il presidente Najib Bukele ha proclamato lo stato d’emergenza, poi prorogato decine di volte, sospendendo garanzie costituzionali fondamentali: limiti alla detenzione preventiva, diritto alla difesa, controllo giudiziario effettivo. Secondo i report di vari Ong per i diritti umani, migliaia di persone sono finite in carcere senza accuse circostanziate, spesso sulla base di indizi volatili o appartenenze presunte; si registrano centinaia di morti in custodia e condizioni di detenzione estreme. Il caso Salvador conferma l’assioma per cui l’aumento della sicurezza è stato accompagnato da una contrazione sistematica dei diritti civili. Ma fino a che punto è legittimo comprimere le libertà per far sentire luna popolazione al sicuro? E’ un dilemma filosofico-politico a cui non si può rispondere in modo univoco. Per Thomas Hobbes la sicurezza è il fondamento stesso della vita associata: senza un potere capace di monopolizzare la forza, gli individui restano esposti a una violenza permanente, alla legge della giungla. La rinuncia a porzioni di libertà individuale non è un sacrificio necessario, per ottenere la pace sociale. Tuttavia, la soluzione hobbesiana presuppone un patto che stabilizza l’ordine, non una sospensione indefinita dei diritti. Quando l’eccezione si prolunga e diventa metodo ordinario di governo, la sicurezza tende a sciogliersi dai vincoli che dovrebbero contenerla e si trasforma in tirannia. È su questo slittamento che interviene il pensiero di John Locke che pone un limite decisivo. Lo Stato non nasce per produrre sicurezza a qualunque costo, ma per proteggere diritti naturali che lo precedono. La sicurezza non è solo protezione dalla violenza privata, ma anche dall’arbitrio pubblico. Quando il potere, invocando la sicurezza, sospende le garanzie che ne delimitano l’azione, genera una nuova forma di insicurezza: non quella della strada, ma quella della legge. Il cittadino non teme più soltanto il crimine, ma l’imprevedibilità di un potere illimitato e senza contrappesi. Nelle società contemporanee, molto più stratificate e complesse questa tensione si sposta ancora più avanti senza dover necessariamente esibire la forza. Come ha mostrato Michel Foucault, la sicurezza moderna non si limita a punire i reati, ma agisce preventivamente attraverso la sorveglianza. Si controllano comportamenti, si classificano popolazioni, si neutralizza ogni possibile focolaio di conflitto. Anche nelle democrazie europee, Italia compresa, il tema della sicurezza è stato spesso affrontato attraverso provvedimenti emergenziali: decreti sicurezza, ampliamento dei poteri di polizia, irrigidimento delle pene, compressione delle garanzie in nome dell’ordine pubblico. Misure incomparabili, per scala e radicalità, a quelle adottate dal “trumpiano” Bukele in El Salvador, ma fondate su una premessa simile: l’idea che la sicurezza possa crescere restringendo diritti e tutele. Il fatto è che sicurezza e diritti non sono grandezze simmetriche né perfettamente conciliabili. Pensare a una società a “zero crimini” significa accettare un livello di sorveglianza e coercizione incompatibile con lo Stato di diritto: la sicurezza assoluta richiede il controllo totale dei comportamenti. Ma è altrettanto illusorio immaginare una società a “zero doveri”, priva di coercizione statale: il vuoto lasciato dallo Stato viene sempre colmato da poteri informali, spesso più violenti e meno responsabili. “I pacchetti sicurezza sono pura propaganda” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 9 febbraio 2026 La gestione della paura, alimentata dalla propaganda, può avere effetti negativi anche in ambito legislativo. Ne è convinto l’avvocato Nicola Canestrini. “La legislazione emotiva - dice - non è efficace perché non affronta le cause strutturali dei fenomeni che pretende di contrastare. È, per usare la celebre definizione di Luigi Ferrajoli, “populismo penale”: l’uso demagogico e congiunturale del diritto penale, diretto ad alimentare la paura con misure tanto antigarantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità”. Avvocato Canestrini, la creazione di nuove norme, dettata dall’onda emotiva, può essere davvero efficace? “No, e i dati lo dimostrano in modo inequivocabile. Il meccanismo è ormai collaudato: un fatto di cronaca, stavolta gli scontri di Torino del corteo Askatasuna, viene strumentalizzato per accelerare provvedimenti già nel cuore e nella mente dell’esecutivo, cavalcando l’onda emotiva dell’opinione pubblica. Ma la legislazione emergenziale non produce sicurezza, che viene invece usata come slogan dietro al quale alterare l’equilibrio fra potere e diritti a discapito di questi ultimi. In diciotto anni abbiamo avuto sette pacchetti sicurezza. Solo nei primi due anni del Governo Meloni sono stati introdotti decine di nuovi reati, una media di due al mese, aggravanti e inasprimenti di pena per centinaia di anni di carcere in più nel nostro ordinamento. Una cifra destinata ad aumentare con i provvedimenti successivi, incluso il decreto del 5 febbraio. Eppure, secondo l’Istat, la percezione di insicurezza legata alla criminalità è in costante miglioramento: il problema che si pretende di risolvere non esiste nei termini in cui viene rappresentato. Il caso dei metal detector nelle scuole, ancora una volta partendo da un fatto di cronaca, è paradigmatico dell’inefficacia strutturale di questo approccio”. Viene in mente quanto accade oltreoceano… “Gli Stati Uniti rappresentano il laboratorio più ampio e longevo di questa politica. Un’analisi di circa tre milioni di scansioni in due mesi ha rilevato solo 126 possibili armi sequestrate; ogni 23.000 studenti controllati, viene rinvenuto un solo oggetto pericoloso. Una meta-analisi di quindici anni pubblicata sul Journal of School Health ha concluso che non vi sono dati sufficienti per determinare se la presenza di metal detector riduca il rischio di comportamenti violenti. L’FBI ha rilevato che il 60% delle sparatorie scolastiche ha origine all’esterno dell’edificio principale. La violenza giovanile richiede investimenti in servizi sociali, supporto psicologico, formazione degli insegnanti, riduzione delle disuguaglianze. I metal detector richiedono solo un appalto. Forse è questa la vera ragione della loro attrattiva”. Sicurezza effettiva e percezione della sicurezza. La seconda tende a prevalere e a condizionare l’attività del legislatore? “Assolutamente sì, e questa è forse la distorsione più grave. La narrazione emergenziale del governo stride con i dati reali: la criminalità è in calo, la percezione di insicurezza migliora costantemente. Ma proprio l’approvazione di decreti sicurezza o le massicce campagne securitarie hanno avuto l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Hanno alimentato la paura e il senso di insicurezza diffuso, con l’obiettivo non di proteggere i cittadini, ma di consolidare il consenso politico attraverso la gestione della paura. Il meccanismo è circolare e perverso. Ogni fase politica individua il suo “elemento di disturbo”, chi migra, il “maranza”, chi manifesta, chi soccorre in mare, la madre Rom, chi è detenuto, la studentessa o lo studente con il coltello, su cui intervenire con provvedimenti spot che introducono forti elementi di repressione e propagano un’idea distorta di sicurezza. Si trasforma il diritto penale in strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico. E dire che il ministro Nordio, uscendo dal Quirinale dopo aver giurato, si fosse speso per la depenalizzazione. La vena securitaria ha poi prevalso. La percezione, costruita mediaticamente e alimentata dalla legislazione stessa, prevale sistematicamente sulla sicurezza effettiva nel determinare le scelte del legislatore. Si governa con la paura, invece di governare la paura”. Una legislazione d’emergenza rischia di portare ad una compressione dei diritti? “Non rischia, la produce. E lo fa in modo sistematico, incrementale, su più fronti simultaneamente. Prendiamo le misure del decreto odierno e dei provvedimenti che lo precedono. Il cosiddetto scudo penale incide sull’obbligatorietà dell’azione penale di cui all’articolo 112 della Costituzione, introducendo un filtro valutativo anticipato estraneo alla struttura del nostro sistema processuale. Il fermo preventivo, il trattenimento fino a dodici ore di persone “sospettate di costituire un pericolo”, è una limitazione della libertà personale, protetta dall’articolo 13 della Costituzione, fondata non su un fatto di reato già commesso ma su una prognosi di pericolosità futura. Il DASPO urbano esteso ai meramente denunciati confligge frontalmente con la presunzione di non colpevolezza dell’articolo 27, comma 2, della Costituzione. L’articolo 270-quinquies.3 del Codice penale, introdotto dal DDL 1660, punisce la semplice detenzione di materiale informativo. Si abbandona il principio della materialità del reato per entrare nel territorio della punizione basata su intenzioni ipotetiche. Il filo conduttore è il diritto penale del nemico: non si punisce ciò che una persona ha fatto, ma ciò che si presume potrebbe fare. Dal fermo preventivo alla criminalizzazione della resistenza passiva nelle carceri e nei Cpr, in contrasto con la giurisprudenza della Corte di Cassazione, che ha ripetutamente chiarito che la resistenza passiva non può essere considerata reato, si compone un quadro in cui le garanzie costituzionali vengono erose, decreto dopo decreto. Non è un caso che oltre 250 costituzionalisti, tra cui tre presidenti emeriti della Corte costituzionale, Zagrebelsky, de Siervo e Silvestri, abbiano denunciato una “impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema”. L’Anm ha riscontrato profili di illegittimità costituzionale. Le Camere penali hanno sintetizzato con amarezza: “peggio del disegno di legge sulla sicurezza c’è solo il decreto legge sicurezza”. Le misure emergenziali introdotte “per sicurezza” hanno una caratteristica comune: non vengono mai rimosse. Diventano parte del paesaggio, assuefazione collettiva, nuovo punto di partenza per ulteriori restrizioni. I diritti fondamentali vengono prima ristretti per qualcuna o qualcuno, e ovviamente in quel momento perdono la loro natura di diritti assoluti, divenendo quasi concessioni del potere. ?I “fondamentalismi securitari” sono una bandiera politica con la quale si cavalcano le emozioni del momento? “Sono esattamente questo: bandiere politiche. Ma è riduttivo fermarsi a questa constatazione, perché il fondamentalismo securitario non è solo propaganda, è un progetto normativo coerente che ridisegna il rapporto tra Stato e cittadini. L’asimmetria strutturale è rivelatrice. Da un lato, il cittadino viene progressivamente assoggettato a un regime di controllo preventivo: può essere fermato per quello che potrebbe fare, allontanato da intere aree urbane sulla base di mere denunce, sottoposto a perquisizioni durante le manifestazioni, passato ai raggi X fin da piccolo e, dunque, abituato al controllo, alle restrizioni, punito per proteste pacifiche come complice dei violenti per aver esercitato tecniche nonviolente come la resistenza passiva, criminalizzato per il possesso di informazioni. Dall’altro, chi esercita il potere coercitivo dello Stato ottiene uno scudo contro le indagini, la facoltà di portare armi personali anche fuori servizio senza licenza, copertura delle spese legali fino a 10.000 euro per fase processuale anche anticipate, e continua ad operare senza obbligo di identificazione individuale. Sono trascorsi venticinque anni dal G8 di Genova, dove la Corte europea dei diritti dell’uomo accertò la tortura e condannò l’Italia per l’inadeguatezza del quadro normativo. Alcuni dei funzionari condannati in via definitiva sono stati addirittura promossi. Anziché trarre le dovute conseguenze da quella lezione, l’Italia procede nella direzione opposta: più protezione per chi esercita la forza, meno garanzie per chi la subisce. Uno Stato che tratta i propri cittadini come potenziali nemici, dal detenuto allo studente, dal manifestante al migrante, mentre garantisce ai suoi agenti anonimato e protezione dalle indagini, non protegge la sicurezza dei cittadini. Protegge sé stesso dai cittadini”. A Bologna la sicurezza si farà con le Bolas di Filippo Fiorini La Stampa, 9 febbraio 2026 Lo strumento, già usato a Seattle e a San Francisco ma anche in diverse città italiane, lancia cavi in kevlar per avvinghiare le gambe della persona da fermare. La buona notizia è che non si è mai registrata alcuna morte per colpa del Bola Wrap 150. Quella cattiva è che in molti casi non è servito affatto a contenere il soggetto riottoso e, alla fine, i poliziotti sono comunque ricorsi a strumenti più violenti, che in questo caso, sì, hanno portato a volte al decesso della persona che volevano arrestare. Parliamo della nuova “arma in stile Batman” (così lo definì il news network americano Nbc in un servizio di presentazione qualche anno fa) di cui il Comune di Bologna vorrebbe dotare i propri vigili urbani. È un aggeggio giallo simile a una grossa powerbank che, attraverso piccole cariche esplosive, spara due rampini poco più grandi di un amo da pesca, collegati tra loro da un cavo di kevlar super resistente. Questo volteggia velocissimo in avanti fino a 8 metri di distanza e poi, nella teoria delle simulazioni mostrate online, dovrebbe avvolgersi attorno alle gambe o al torso del bersaglio e permettere di bloccarlo senza ferirlo. A monte della proposta di usare questo dispositivo ci sono le polemiche legate ai danni provocati dai famigerati taser. Sono stati infatti almeno cinque, a partire dal 2023, ovvero dall’anno della sua introduzione in Italia, i decessi in qualche modo collegati all’uso del taser nel nostro Paese da parte delle forze dell’ordine. Tre di questi nella seconda metà del 2025, con una morte ad Olbia, una a Genova (entrambe in agosto), infine a Reggio Emilia a metà settembre. La catena di episodi aveva portato esponenti di diverso segno politico a scontrarsi. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva rivendicato il taser come “dotazione indispensabile” per gli agenti. Su questo, l’assessora alla Sicurezza bolognese, Matilde Madrid, ha detto “che il Bola Wrap è uno strumento che nasce con l’obiettivo di produrre lo stesso risultato di un taser, però senza provocare lesioni o dolore, e allo stesso tempo mantenere ben saldo il principio dell’incolumità dell’agente”. Perché l’assegnazione ai vigili diventi effettiva manca ancora l’approvazione dei sindacati di categoria, che però avrebbero già anticipato il loro parere positivo. A Genova, Modena, Varese e Pavia le polizie locali sono già state equipaggiate con i Bola Wrap, oggetti che costano circa 1500 euro l’uno. In queste città, come a Bologna, lo ha confermato il capo della Municipale Romano Mignani, i poliziotti possono continuare a fare affidamento sull’equipaggiamento standard, che comprende eventualmente la pistola e lo spray al peperoncino. “L’introduzione del Bola Wrap - ha spiegato Mignani, annunciando che sarà affiancato a un distanziatore telescopico in plastica semirigida, che serve a mantenere spazio tra l’agente e un soggetto agitato - è una evoluzione per adeguarci alle nuove esigenze del territorio”. Le regole d’ingaggio prevedono che prima di azionare il Bola Wrap, l’agente illumini la parte del corpo che intende colpire con un puntatore laser e poi dica ad alta voce: “Bola, bola, bola!”, per avvertire i colleghi e il sospettato del colpo in arrivo. Il riferimento nel nome è alle boleadoras argentine. L’antico strumento in uso ai gauchos della Pampa, fatto di una corda di cuoio intrecciato e tre sassi avvolti in sacchetti sempre di cuoio, ha però la caratteristica, se usato con la tecnica sopraffina che richiede, di poter essere lanciato da una persona che cavalca al galoppo e catturare animali in fuga di ogni stazza. Boleadoras piccole per animali piccoli come le lepri, boleadoras grandi per vitelli e struzzi. Se ben lanciate, le boleadoras si legano così forte agli arti che, come il lazo dei cowboy, la bestia cade e può essere imbrigliata senza ferite. Nelle esercitazioni finora realizzate dalle polizie locali italiane e americane, come nelle dimostrazioni del fabbricante, il Bola Wrap viene sempre azionato da un agente fermo verso un soggetto immobile, che comunque mantiene la capacità di camminare (anche se con qualche difficoltà in più rispetto a prima) e di muovere braccia e testa una volta legato. Non si tratta certo dei contesti in cui di solito vengono utilizzati i taser. Corpi di polizia americani come quello della città di Seattle (che ha investito oltre 1 milione di dollari nei Bola Wrap) e San Francisco, dove sono stati introdotti nel 2021, hanno riferito di molteplici malfunzionamenti della dotazione, o perché non ha sparato il lazo o perché non ha bloccato in alcun modo il sospettato. In due casi, in seguito al malfunzionamento del dispositivo, gli agenti hanno aperto il fuoco e in un episodio l’uomo che volevano arrestare è stato ucciso. “Tolleranza zero”. Come Giuliani rese New York più sicura e più ingiusta di Alessandro Fioroni , 9 febbraio 2026 Il Dubbio Il “Sindaco d’America”, così venne definito Rudolph Giuliani quando prestò giuramento come 107esimo primo cittadino di New York nel gennaio 1994. In quel frangente storico la Grande Mela era percepita come una metropoli sull’orlo del collasso. Con oltre duemila omicidi all’anno, una diffusione esponenziale dello spaccio, il consumo di crack e un degrado urbano che divorava interi quartieri: per Giuliani, repubblicano in una città storicamente democratica, un compito enorme, la metropoli infatti sembrava ingovernabile. All’ascesa a primo cittadino contribuì il suo passato, un ex procuratore federale noto per la sua fermezza contro la mafia. Giuliani promise una rivoluzione che ebbe una denominazione precisa: “Tolleranza Zero”. La locuzione è ormai passata alla storia diventando un modello che vanta innumerevoli tentativi di imitazione. L’amministrazione dell’ex procuratore non tirò fuori un coniglio dal cilindro ma mise in pratica la teoria delle Broken Windows (le finestre rotte), formulata nei primi anni 80 dai criminologi James Q. Wilson e George L. Kelling. Il concetto era semplice da vendere ai cittadini, sebbene alquanto radicale. In sostanza i due studiosi sostenevano che se in un edificio si lascia una finestra rotta senza ripararla, presto tutte le altre avrebbero subito lo stesso danno facendo crollare la struttura. In sostanza il disordine genera altro disordine. Applicato alla città, questo significava che ignorare i piccoli reati come il graffitismo, la presenza dei lavavetri ai semafori, il consumo di alcol in strada o il salto dei tornelli della metropolitana, creava nel complesso un ambiente di impunità che incoraggiava crimini molto più gravi. Ma dalla teoria ai fatti la strada da percorrere era molta. Così Giuliani, insieme al suo primo commissario di polizia William Bratton, decise di trasformare radicalmente il NYPD (New York Police Department). Fu introdotto il CompStat (Comparative Statistics), un sistema di mappatura computerizzata del crimine che permetteva di identificare in tempo reale le zone calde della città. La polizia dunque non aspettava più che avvenisse un delitto per intervenire; presidiava il territorio per impedire che il degrado attecchisse. Gli agenti iniziarono a perseguire con un fervore senza precedenti i cosiddetti crimini legati alla qualità della vita. L’obiettivo era riconquistare lo spazio pubblico, con un intento economico oltre che di sicurezza, bisognava infatti rendere New York di nuovo vivibile per la classe media e i turisti. La Tolleranza Zero dunque non era solo una tattica di polizia, ma un messaggio politico chiaro: lo Stato riprendeva il controllo. In effetti i risultati non tardarono a venire, sotto l’amministrazione Giuliani, New York vide un calo dei reati spettacolare. A fine mandato come sindaco, gli omicidi avevano registrato una caduta vertiginosa arrivando sotto la soglia dei 700 all’anno. Times Square fu trasformata da zona a luci rosse a paradiso commerciale per famiglie. La percezione di sicurezza attirò investimenti miliardari e un boom turistico senza precedenti. Ma questo che appariva come un vero e proprio miracolo, nascondeva un lato oscuro: un costo sociale elevatissimo. La Tolleranza Zero di Giuliani aveva creato un clima di scontro e odio con e verso le minoranze e i soggetti socialmente più fragili. Se Giuliani amava ripetere che la sicurezza è il primo dei diritti civili, per molti cittadini afroamericani e ispanici, quella sicurezza somigliava sempre più a una persecuzione sistematica. L’approccio aggressivo della polizia portò inevitabilmente a episodi di abuso di potere. Casi tristemente famosi come l’uccisione di Amadou Diallo (un immigrato disarmato colpito da 41 proiettili) e le torture subite da Abner Louima in un distretto di polizia, macchiarono indelebilmente l’immagine del dipartimento. Il metodo dello Stop and Frisk (ferma e perquisisci) divenne una pratica quotidiana che colpiva in modo sproporzionato i giovani afroamericani denotando un malcelato pregiudizio razziale, creando una profonda frattura tra la comunità e le forze dell’ordine. Tutto ciò portò a una riconsiderazione dell’operato del sindaco Giuliani e diversi studiosi di scienze sociali ritengono oggi che il calo della criminalità fosse dovuto a un trend nazionale legato a fattori economici e demografici, più che alle singole politiche applicate a New York. Rudolph Giuliani lasciò il municipio nel 2001, consacrato come eroe nazionale per la sua leadership ferma. Eppure, la sua Tolleranza Zero rimane uno dei modelli di governance urbana più discussi della storia moderna. Da un lato, ha dimostrato che una metropoli può rinascere dal degrado attraverso l’ordine e il pugno di ferro; dall’altro, ha sollevato interrogativi fondamentali sul confine tra sicurezza e diritti civili. Referendum giustizia, la firma rapida di Mattarella e il messaggio alla magistratura di Marco Antonellis L’Espresso, 9 febbraio 2026 Nessuno sconto all’esecutivo ma neppure legittimazione di strategie ostruzionistiche. Il nuovo Dpr emesso dal Quirinale sulla separazione delle carriere recepisce la pronuncia della Cassazione, ma conferma la data del voto. Un eventuale nuovo ricorso, forse al Tar, non è escluso, ma avrebbe l’effetto di inasprire ulteriormente il confronto. Dal Quirinale la vicenda del referendum sulla separazione delle carriere viene osservata con una preoccupazione che nelle ultime settimane è andata crescendo. La decisione di Sergio Mattarella di firmare in tempi rapidissimi il decreto che riformula il quesito, mantenendo però invariata la data del voto, è stata letta come un atto di responsabilità istituzionale, ma anche come un segnale politico rivolto a tutti gli attori della partita, in primo luogo alla magistratura associata. Il presidente della Repubblica teme che la consultazione popolare, nata per pronunciarsi su una riforma tecnica nonché divisiva, possa trasformarsi in uno scontro frontale tra poteri dello Stato. Negli ambienti del Colle si sottolinea come il clima generale sia già teso: negli ultimi giorni il capo dello Stato è intervenuto, con la consueta discrezione, su due provvedimenti delicati come il decreto sicurezza e il testo relativo al ponte sullo Stretto, a conferma di una vigilanza costante sugli equilibri istituzionali. Sul referendum, tuttavia, il quadro si è complicato soprattutto per iniziativa di soggetti esterni al governo. La dura campagna dell’Anm contro la riforma, accusata di minare l’autonomia del pubblico ministero, ha contribuito ad alzare i toni. A questo si è aggiunto il caso dei quindici cittadini che, autorizzati dalla Cassazione, hanno avviato una raccolta firme parallela nonostante fossero già state depositate due richieste parlamentari, una di maggioranza e una di opposizione. Il ricorso presentato contro la data del 22 e 23 marzo ha portato a una pronuncia della Cassazione destinata a fare giurisprudenza. I giudici hanno chiesto un quesito più analitico e hanno stabilito che le diverse iniziative referendarie su uno stesso tema possano sommarsi. Una interpretazione innovativa dell’articolo 138 della Costituzione che, secondo molti osservatori, rischia di aprire la strada a contenziosi capaci di allungare indefinitamente i tempi della consultazione. Di fronte a questo scenario si è resa necessaria un’interlocuzione diretta tra Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ne è scaturito un nuovo Dpr che recepisce le indicazioni della Cassazione ma conferma la data del voto. Dal Quirinale la soluzione è stata definita “giuridicamente ineccepibile” e rispettosa delle prerogative della Corte, ma è evidente la volontà di evitare che il referendum venga trascinato in un limbo procedurale. La rapidità della firma presidenziale è stata interpretata come un invito alla responsabilità. Un eventuale nuovo ricorso, forse al Tar, non è escluso, ma avrebbe l’effetto di inasprire ulteriormente il confronto. Mattarella, che non intende prendere posizione sul merito della riforma, considera però essenziale che la competizione politica si svolga entro regole chiare e tempi certi. Al Quirinale si è consapevoli di questo rischio, ma prevale l’idea che il ruolo del capo dello Stato sia quello di garante dell’equilibrio tra i poteri, non di arbitro partecipe della contesa. I prossimi quaranta giorni saranno decisivi. Se il confronto dovesse degenerare, a essere compromessa non sarebbe soltanto una riforma della giustizia, ma la qualità stessa del dialogo istituzionale. È questo l’orizzonte che guida le scelte di Mattarella: nessuno sconto all’esecutivo, ma neppure legittimazione di strategie ostruzionistiche. La leale collaborazione tra poteri, ricordano dal Colle, resta il fondamento della vita repubblicana. Referendum giustizia: le opzioni legali del Comitato promotore per ulteriori ricorsi di Nicoletta Cottone Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2026 I promotori potrebbero anche desistere dal prolungare la battaglia legale per concentrarsi sulla campagna in vista del voto del 22 e 23 marzo. Cosa farà il Comitato dei 15, promotore del quesito accolto dalla Cassazione, dopo la decisione del Consiglio dei ministri di modificare il quesito del referendum sulla giustizia, ma non la data? Subito dopo la modifica del quesito da parte della Cassazione, i promotori si erano detti fiduciosi sulla “fissazione della nuova data del referendum”. In queste ore si sta ragionando sul da farsi, ma la decisione dovrebbe giungere non prima di lunedì 9 febbraio. I promotori potrebbero anche desistere dal prolungare la battaglia legale per concentrarsi sulla campagna in vista del voto del 22 e 23 marzo o fare ricorso. Promotori, non si può usufruire dei 50 giorni di campagna referendaria - “La decisione del Cdm di mantenere ferma la data del referendum già fissata non consente di usufruire pienamente del termine minimo di 50 giorni previsto dalla legge per la campagna referendaria, e non tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati. Prendiamo atto di tale decisione che rappresenta, a nostro avviso, una forzatura”, ha fatto sapere il ‘Comitato dei 15’, secondo cui “la battaglia non deve essere sulla data, ma sull’esito referendario”. Ecco le opzioni sul campo se il Comitato decidesse di agire. Ricorso alla Corte costituzionale - Il Comitato potrebbe fare una nuova istanza per far ripartire dal 7 febbraio il termine di 50 giorni per la campagna referendaria. Le strade percorribili sarebbero due: il ricorso al Tar o alla Corte Costituzionale contro la delibera del governo. La raccolta di oltre cinquecentomila firme rappresenta un potere popolare che consente ai cittadini di opporsi a decisioni governative: il popolo eserciterebbe in forma diretta la propria sovranità. L’alternativa più facile sarebbe il ricorso alla Corte costituzionale, sollevando la questione del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Se questo tipo di ricorso dovesse venire accolto, potrebbe produrre uno slittamento del referendum. Trattandosi di un tema considerato poco complicato ma sicuramente urgente, i giudici costituzionali potrebbero decidere di dare una ‘corsia preferenziale’ al provvedimento e pronunciarsi in poco tempo. Ricorso al Tar - Un ricorso al Tar significherebbe invece impugnare l’ultimo provvedimento del governo per illegittimità. Potrebbe essere richiesta una sospensiva del decreto integrativo appena approvato dal Cdm, ma resterebbe il decreto governativo di gennaio, che fissa la data al 22 e 23 marzo. La richiesta rischierebbe di entrare in conflitto con l’ordinanza della Cassazione, che ha poi determinato il provvedimento del governo. La decisione del Tar sarebbe poi appellabile al Consiglio di Stato. La via del ricorso al tribunale amministrativo appare come quella più difficile, con tempi più lunghi, in cui un’eventuale sospensiva non apporterebbe alcuna ulteriore modifica sostanziale. Così il referendum sulla giustizia si trasforma in voto politico di Alessandro De Angelis La Stampa, 9 febbraio 2026 Sulla pagina Instagram di Atreju (Fratelli d’Italia, dunque), compare da ieri un fotomontaggio ove sono immortalati, mentre si danno un tenero bacio sulle labbra, una giovanotta “antifa” - bandana e felpa di un centro sociale - e un canuto giudice della Cassazione, di ermellino vestito. Tecnicamente, una toga di velluto rosso, con evidente gioco evocativo. Foto accompagnata dal titolo: “Una relazione tossica per l’Italia”. L’immagine riassume il racconto messo in campo, da quelle parti, dopo i fatti di Torino. E ha a che fare col referendum, ove si fa di tutta l’erba un fascio, dai centri sociali ai giudici della Cassazione. La “relazione” non si comprende, ma quest’ultimi sono rei di aver ammesso il quesito derivante dalle firme popolari. Nel fascio anche i giudici di Torino da riallineare, con la separazione delle carriere, dopo che il gip ha disposto misure alternative alla detenzione per gli arrestati negli scontri. Peccato che il pm aveva preso decisioni differenti, e dunque le carriere sono già separate. La foto in questione fa il paio col profluvio dichiaratorio degli ultimi giorni e con l’altra immagine, sempre sui social di FdI: incappucciati che picchiano il poliziotto con la scritta “se non sei come loro, vota sì”. Poiché il minoritarismo e la propaganda (becera) sono rigorosamente bipartisan, questa, a sua volta, era la risposta alla speculare genialata del Pd: post sulle camicie nere di Casa Pound che “votano sì”. Fossero solo i social, come luogo della ricreazione, poco male. Il problema è che sono diventati il paradigma di una politica rivolta alla parte più scalmanata delle curve. Sempre “contro” e mai “per”, nell’ambito di una deformazione della realtà che cancella il merito. Pensate alla pazienza di Sergio Mattarella. Da un lato, dopo aver sostenuto che era giuridicamente ineccepibile la decisione (del governo) di integrare il quesito referendario dopo l’altrettanto ineccepibile pronunciamento della Cassazione, si ritrova da destra toni scomposti sull’Alta Corte. Dall’altro, dopo aver costituzionalizzato il decreto sicurezza - nell’ultima versione, un manifesto certo di parte ma mediamente inutile - si ritrova il capo della Cgil che ulula contro i decreti “incostituzionali” e da “Stato di Polizia”. Forse non se n’è accordo ma così, invece di lodarne l’azione temperante, Landini ha dato del complice a Mattarella. Ecco, c’è un appuntamento referendario, ma il confronto è su tutto fuorché sui contenuti. Si sta trasformando, malamente, in un voto politico. Il punto è che Giorgia Meloni ha dato ai suoi avversari l’assist che volevano. Avrebbe potuto, come nelle intenzioni iniziali, stare fuori dalla pugna, offrire la riforma al paese e dedicarsi al governo. Invece ogni episodio, in particolare sulla sicurezza, viene utilizzato in funzione anti-giudici. E, vedrete, dopo le Olimpiadi e Sanremo sarà un crescendo in prima persona, per mobilitare i suoi, dopo che, politicizzando la partita, ha scaldato i cuori degli altri, offrendo un bersaglio più unificante del sorteggio al Csm (che trovava dei favorevoli a sinistra). Insomma, è cambiata la dinamica. E cambieranno gli effetti. Se la premier vince, lo scacco è micidiale per gli altri (che si inventano dopo l’allarme democratico?). Ma se, su questi presupposti, perde, è una vera una sconfitta politica. Difficile fischiettare. Gherardo Colombo: “Con il Sì al referendum la giustizia dipenderà dal governo” di Claudio Bozza Corriere della Sera, 9 febbraio 2026 L’ex pm di Mani pulite: Le correnti dei magistrati? Resteranno. La riforma è una svolta pericolosa. Ecco perché ho scritto un libro per spiegare ai cittadini cosa succederebbe”. “Inutile girarci attorno: se questa riforma verrà approvata, la giustizia dipenderà sempre di più dal potere del governo”. Gherardo Colombo, protagonista del pool Mani Pulite, ha 79 anni. Da quasi 20 ha lasciato la magistratura e scritto numerosi libri. L’ultimo si intitola La giustizia italiana in 10 risposte e spiega, al di là dei tecnicismi, le ragioni del No al referendum del 22 e 23 marzo. Dottor Colombo, cosa c’è in questa riforma che la preoccupa più di tutto? “Perché ci sia giustizia è necessario che si capiscano le regole. Per fortuna abbiamo come prima regola la Costituzione che ci aiuta molto: ma perché possa farlo bisogna capirla. Mi sono chiesto: i cittadini conoscono davvero l’amministrazione della giustizia? Molti, purtroppo, no. Così ho deciso di spiegare perché l’indipendenza della magistratura è in pericolo, fornendo in primo luogo le informazioni necessarie per comprenderlo”. Qual è il cambiamento più grande che questa riforma introdurrebbe nel sistema giudiziario? “Al di là delle infinite parole che si sentono sul tema, per dare una risposta plausibile alla riforma, parole spesso inesatte o fuorvianti, essa introduce dipendenza dal potere esecutivo”. Perché? “Il sistema elettorale è l’aspetto più evidente. I componenti del Csm sono sì sorteggiati, ma quelli indicati dalla politica sono stati prima eletti: il risultato è solo pericoloso”. I sostenitori del Sì dicono che separare giudici e pm rende il giudice più imparziale. Perché è un argomento fuorviante? “Perché non è vero che il giudice sia parziale verso il pubblico ministero. I numeri sono testardi: se nel 40-50% dei casi il giudice dà torto al pm, come si può affermare il contrario? Io ho fatto il giudice per quasi 16 anni, poi il pm. Ho iniziato in collegio: mi è servito moltissimo e, grazie al confronto con altri colleghi, ho acquisito una visione complessiva della giurisdizione”. L’attuale assetto cosa garantisce che andrebbe perso? “Garantisce una tutela del cittadino che verrebbe limitata. Il pm diventerebbe più potente e perderebbe il senso della giurisdizione, cioè di affermare il diritto e non un interesse di parte per la dimostrazione della colpevolezza”. L’idea della riforma è ridurre il peso delle correnti. Perché è scettico? “A parte che le correnti non possono essere criminalizzate: è successo che abbiano commesso irregolarità, ma hanno soprattutto promosso dibattito e adeguamento delle leggi alla Costituzione. Ma al di là di ciò, la stragrande maggioranza dei magistrati è iscritta all’Anm, un sindacato in cui ci sono da sempre più anime. Le correnti ci saranno sempre: se accordi illeciti si potevano fare prima delle elezioni, ora si potrebbero fare dopo il sorteggio”. Con queste ipotetiche nuove regole l’inchiesta Mani Pulite sarebbe stata possibile? “Dipende. Già attraverso una diversa composizione del Csm sarebbe stato possibile influenzarne l’andamento. Il Csm, oltre ad assunzioni e disciplina, segue percorso professionale e trasferimenti…”. Il suo ex collega Di Pietro è un alfiere del Sì. È sorpreso? “Non sono sorpreso. Del referendum Di Pietro e io dialogheremo in un incontro che si terrà a marzo a Verona”. La fiducia dei cittadini nella giustizia è bassa. Se vincesse il No, quale riforma farebbe subito? “Le scoperture di organico incidono sui tempi dei processi. L’articolo 110 della Costituzione è chiaro: al ministro spetta fornire i mezzi perché la macchina funzioni. La priorità è stanziare i fondi per l’assunzione di cancellieri, per l’ufficio per il processo, per strumenti telematici adeguati. Se il Parlamento continua a introdurre nuovi reati, come può la giustizia reggere 2,5 milioni di notizie di reato l’anno? Occorre depenalizzare, educare al senso delle regole, affrontare il problema del carcere, grave sia per i detenuti che per la polizia penitenziaria”. Molti esponenti Pd sono passati dal Sì al No. Perché? “Si vede che nel frattempo hanno capito meglio la Costituzione”. Venezia. Granello di Senape, 30 anni di impegno nel carcere della Giudecca di Marta Gasparon Gente Veneta, 9 febbraio 2026 Trent’anni sono tanti, tra esperienze e ricordi che via via si accavallano componendo la storia di un’associazione che ha mosso i primi passi nel 1996, con l’obiettivo di sostenere la popolazione detenuta attraverso attività di sensibilizzazione, culturali, sociali e ricreative all’interno degli istituti di pena della città lagunare. Era il 5 marzo di quell’anno quando un gruppo di persone, tra le quali Gianni Trevisan e padre Andrea Cereser, allora cappellano del carcere della Giudecca, diedero vita a “Il granello di senape”, realtà associativa nata a seguito di un tragico evento avvenuto nel 1993: la morte del provveditore al Porto di Venezia, Alessandro Di Ciò, per mano di un alto dirigente della Compagnia dei lavoratori portuali. Un fatto che toccò nel profondo l’opinione pubblica cittadina, stimolando un confronto sui temi della pena e del carcere. È proprio in quel momento che in Laguna prese forma un’attività di volontariato laico rivolta al mondo della detenzione, con diversi soggetti che vennero a costituirsi. Oltre al “Granello”, che quest’anno celebrerà ben tre decenni di storia, anche le cooperative sociali “Rio Terà dei Pensieri” e “Il Cerchio”. “A quei tempi - racconta Gianni Vianello, già presidente dell’associazione e oggi nel Consiglio direttivo - il carcere della Giudecca era gestito dalle suore. La nostra è un’associazione laica, che però collabora con la Caritas diocesana e con le realtà religiose del territorio. L’obiettivo è far sì che gli istituti di pena vengano percepiti come parte integrante della città”. E Venezia, in questo senso, per la presidente Maria Voltolina è da sempre un esempio virtuoso: basti pensare alle donazioni e alla solidarietà riscontrata nel tempo, nonché alla spesa che molti residenti fanno al banchetto degli ortaggi raccolti nell’Orto delle Meraviglie, dentro al carcere. Banchetto allestito tutti i giovedì accanto all’ingresso della Casa di reclusione femminile della Giudecca. Un timore tuttavia c’è. “Che con l’attuale percezione d’insicurezza e impunibilità delle persone - riflette Voltolina - ci possa essere una fetta di popolazione più sospettosa, del partito del “butta via la chiave”. L’esigenza di detenuti e ristrette è sempre la stessa: che il mondo esterno sappia della loro esistenza. “Un cambiamento evidente - prosegue - lo constatiamo nel loro livello di scolarizzazione e negli interessi, andati degradandosi. Un aspetto che rende più faticoso costruire progetti. Specie nel carcere femminile notiamo poi che ogni donna tende a pensare a sé, senza portare avanti battaglie comuni. Al massimo c’è una solidarietà di cella”. Vianello spiega come il rischio è che il carcere si trasformi sempre di più in una ““discarica sociale”, quando invece esistono persone ai margini che avrebbero bisogno di altro, rispetto alla detenzione: di un supporto psichiatrico e di un accompagnamento ad uscire da situazioni di dipendenza”. I ricordi legati ai tanti incontri fatti attraverso l’associazione fanno venire gli occhi lucidi. “C’era un ragazzo nel carcere maschile, un giovane difficilissimo e molto infelice, che arrivava anche ad atti di autolesionismo. Frequentava i nostri gruppi, ma non parlava mai. Con i supporti giusti e attraverso il lavoro e le ore di volontariato abbiamo visto in lui un enorme progresso”, dice la presidente, affiancata nei ricordi da Vianello, che torna con la mente ai primi anni 2000, “quando un detenuto di origini turche faceva volontariato da noi. Ora, nel suo Paese, è diventato un imprenditore”. Poi il coinvolgimento, nell’ambito delle sagre cittadine, di alcuni reclusi “che sono stati felici di sentirsi trattati come tutti gli altri”; oppure nel Cup, grazie alla sinergia con l’Ulss 3. Segno tangibile che, se lo si vuole e le risorse ci sono, un sostegno concreto attraverso il lavoro è possibile garantirlo. “Sono persone - dichiara Vianello - che hanno sbagliato, ma i diritti devono essere qualcosa di imprescindibile per tutti”. “Le varie manifestazioni e iniziative che organizzeremo nel corso del 2026 - precisa Voltolina - saranno all’insegna dei 30 anni dell’associazione. In occasione del giorno dell’anniversario organizzeremo una bicchierata fra di noi, mentre la celebrazione vera e propria vorremmo affidarla, nel mese di ottobre, a un convegno a cui invitare alcune presenze significative a livello nazionale. Per raccontare il mondo del carcere: com’è cambiato e cosa andrebbe fatto per il futuro”. Una trentina i soci attuali del “Granello”, che necessiterebbero di un ricambio generazionale. Da qui l’appello della presidente rivolto ai giovani, oltre a quello - indirizzato all’Amministrazione che verrà - di ottenere una sede ufficiale. Bergamo. Dal Beccaria trasferiti 60 giovani: “Non siamo attrezzati per le loro problematiche” di Roberto Amaglio Corriere della Sera, 9 febbraio 2026 Il presidente dell’Associazione Carcere e Territorio parla dell’effetto del decreto Caivano. Il nodo della casa per scontare le pene alternative. Due assessori, un criminologo, un avvocato penalista, un urbanista, tre docenti universitari, un comandante della polizia locale, un viceprefetto e alcuni operatori sociali, riuniti intorno a un tavolo. Nell’ordine, si tratta degli ospiti invitati in qualità di relatori al convegno “Gli occhi sulla strada”, evento dedicato alla sicurezza urbana promosso da InNova Bergamo e tenutosi nella Sala dell’Orologio del Palazzo della Libertà. Una pluralità di voci che certifica la complessità di un tema che, oltre a riguardare i Decreti Sicurezza, le fattispecie di reato e le pene detentive e sanzionatorie, “taglia orizzontalmente la vita sociale e politica della città”, ha confermato l’assessore alla Sicurezza, Giacomo Angeloni. A partire dalla gestione del carcere, una struttura che il 6 ottobre 2025 contava 605 detenuti, su una capienza massima di 319. “Il trend non sta migliorando - ha messo in guardia Fausto Gritti, presidente dell’Associazione Carcere e Territorio. A seguito del Decreto Caivano, dal Beccaria sono stati trasferiti 60 giovani adulti, con problematiche per le quali non siamo attrezzati”. Un’ulteriore criticità, da aggiungere alla difficoltà di accesso alle pene alternative. “Si richiedono una casa e un lavoro, requisiti che pochi detenuti possono soddisfare”, ha analizzato Gritti. L’associazione che presiede mette a disposizione 12 appartamenti e, in collaborazione con altri enti del territorio, tra cui la Provincia, ha attivato 100 tirocini formativi per le persone a fine pena. “Percorsi che riducono al minimo la recidiva; chi ne rimane escluso, una volta scontata la pena, torna nella spirale dell’illegalità”. E a quel punto la patata bollente passa agli agenti delle forze dell’ordine, a cominciare dalla polizia locale, rappresentata dalla comandante Monica Porta. “La gestione dei senza fissa dimora e del presidio di alcuni quartieri della città sono stati i focus più urgenti dei miei primi 15 mesi a Bergamo - ha confermato la dirigente -. Ma nella nostra agenda c’è anche il controllo dei riders che non rispettano il codice della strada, la gestione delle circa 20 mila segnalazioni dei cittadini, senza dimenticare il presidio del territorio, affrontato con la creazione di un gruppo di agenti a piedi”. Sul territorio sono presenti anche gli educatori del progetto “Giovani onde”, con la coordinatrice Arianna Boroni che ha portato alla platea la richiesta dei teenager: “Spazi, modulabili e vivibili, in cui possano esprimersi, conoscersi, fare attività insieme”. Di spazi ha parlato anche l’architetto Umberto Nicolini, che ha approfondito come il design di una città incida sulla sicurezza. “Una pianificazione urbanistica che impedisca la desertificazione commerciale e che garantisca finestre e punti di osservazione sulle strade è un fattore che trasmette sicurezza, oltre all’illuminazione pubblica e alla videosorveglianza”. Anche il Comune di Bergamo investirà sulla videosorveglianza, come confermato dall’assessore Angeloni: “Nel 2026 aggiorneremo il software di gestione degli oltre 600 dispositivi sparsi nel comune e nell’hinterland”. “Ma potenziare la tecnologia senza una regia è inutile”, ha ammonito Alberto Pagani, docente all’Università di Bologna ed ex parlamentare, auspicando una riorganizzazione di funzioni e responsabilità tra i vari uffici. Oltre alle forze dell’ordine, è apparso chiaro come la differenza la faccia la società civile, chiamata, come sintetizzato dal titolo dell’evento, a tenere gli occhi sulla strada: le reti di quartiere, le associazioni e i singoli cittadini sono fondamentali per garantire la sicurezza urbana. “Mentre gli amministratori devono concentrarsi sulle politiche sociali - aggiunge l’assessora Marcella Messina - favorendo il più possibile la partecipazione attiva delle persone nella comunità”. Palermo. “Accoglierli nella società” di Anna Follari La Sicilia, 9 febbraio 2026 Questo è l’obiettivo del consiglio di Aiuto sociale penitenziario, un organismo reso operativo dal tribunale di Palermo guidato dal presidente Piergiorgio Morosini. Un tavolo di confronto tra istituzioni per costituire percorsi di reinserimento dei detenuti: è l’obiettivo del consiglio di Aiuto sociale penitenziario, un organismo reso operativo dal Tribunale guidato dal presidente Piergiorgio Morosini, che fa da ponte per accompagnare i detenuti in una fase delicata: il passaggio alla libertà. L’organismo nasce per dare concretezza ai diritti sociali delle persone in uscita dagli istituti penitenziari, promuovendo percorsi che vanno oltre il semplice inserimento lavorativo e abbracciano aspetti fondamentali come abitazione, salute, formazione e supporto sociale. Il primo a dare impulso a questo organismo era stato Antonio Balsamo, predecessore di Morosini, che lo aveva attuato. Il consiglio opera attraverso tavoli di lavoro permanenti che coinvolgono rappresentanti delle istituzioni locali, direzioni penitenziarie, servizi sociali e sanitari, associazioni del terzo settore e realtà imprenditoriali. “Lo scopo è agevolare l’incontro tra chi sta per uscire dal carcere e il mondo del lavoro, creando occasioni reali di reinserimento”, spiega Morosini.Il presidente del tribunale sottolinea che il percorso non si limita alla ricerca di un’occupazione: “Lavoriamo insieme ai direttori degli istituti penitenziari per attivare corsi di formazione professionale e momenti di confronto con imprenditori e titolari di attività commerciali. Vogliamo costruire un contatto diretto che renda possibile l’accoglienza di questi lavoratori”. Un altro aspetto centrale riguarda il sostegno sociale: “Ci occupiamo anche di chi esce dal carcere senza riferimenti, senza casa o con fragilità sanitarie. Le istituzioni possono individuare soluzioni abitative temporanee, e collaboriamo con il circuito ecclesiastico e con i servizi socio-sanitari. L’obiettivo è rendere effettivi i diritti come salute, abitazione e inclusione”. Il lavoro del Consiglio passa anche attraverso una valutazione personalizzata: “Vengono predisposte schede e analisi che tengono conto della situazione familiare e del contesto di provenienza”. Poi evidenzia: “C’è una forte mobilitazione di istituzioni e associazioni. È un lavoro complesso, che richiede risorse e continuità, ma è essenziale per prevenire nuove marginalità e offrire opportunità concrete di ripartenza”. Palermo. Dal carcere storie di vita e di riscatto di Anna Follari La Sicilia, 9 febbraio 2026 “Jail to Job”, grazie a questo progetto più di 30 persone hanno un’occupazione. Il progetto “Jail to job” si fonda su un approccio sistemico non si limita a facilitare l’accesso al lavoro ma punta a promuovere cambiamenti culturali e organizzativi che sono capaci di generare benefici duraturi per i detenuti coinvolti. Il lavoro come strumento di riscatto per i detenuti e di riconnessione con il tessuto sociale: è da questa visione che prende forma il progetto Jail to Job, un’iniziativa che interpreta il sistema penitenziario non soltanto come luogo di esecuzione della pena, ma come spazio di opportunità, crescita e trasformazione personale. Promosso dalla cooperativa Rigenerazioni Onlus di Palermo e sostenuto dalla Fondazione San Zeno, il progetto ha già prodotto risultati concreti: a un anno e mezzo dal suo avvio, 35 persone hanno trovato occupazione, di cui 18 soltanto negli ultimi sei mesi. “Jail to Job” nasce da una collaborazione strutturata tra realtà del terzo settore, tra cui le cooperative L’Arcolaio e Lazzarelle, e numerosi enti istituzionali del sistema penitenziario in Sicilia e Campania. L’obiettivo è creare un collegamento stabile tra carcere, mondo produttivo e comunità locale, costruendo percorsi di inclusione socio-lavorativa che partono dai bisogni individuali e valorizzano la forza della rete territoriale. Il progetto si fonda su un approccio sistemico: non si limita a facilitare l’accesso al lavoro, ma punta a promuovere un cambiamento culturale e organizzativo capace di generare benefici duraturi sia per le persone coinvolte sia per il contesto sociale. Le attività si sviluppano lungo tre direttrici principali: servizi specialistici di politica attiva del lavoro, azioni di disseminazione e advocacy (attività di sostegno, promozione e tutela dei diritti e interessi di un individuo o gruppo), e un festival dedicato all’innovazione sociale, pensato come spazio di confronto e crescita condivisa. Si parte quindi nella definizione di un percorso professionale personalizzato in cui il detenuto viene formato attraverso momenti dedicati all’autoimprenditorialità, sia all’interno degli istituti penitenziari sia all’esterno. Al contempo, si lavora con le aziende del territorio per sensibilizzarle sulle opportunità e sui benefici legati all’assunzione di persone in esecuzione di pena: vengono mappati i fabbisogni produttivi, creati dabase di imprese e candidati e organizzati degli incontri, “career days”, per facilitare l’incontro tra domanda e offerta. Una delle prime adesioni al progetto è giunta dall’impresa Almeida, che ad oggi ha assunto due persone a tempo indeterminato: “Crediamo molto nel progetto Jail to job, al quale abbiamo dato piena adesione come associazione di costruttori ma anche individualmente, come imprese - dichiara il presidente di Ance Palermo Giuseppe Puccio - siamo lieti di potere dare il nostro contributo ad un percorso di riabilitazione e reinserimento di chi ha pagato il proprio debito con la giustizia e vuole rifarsi una vita e ci auguriamo che numerose imprese possano seguire il nostro esempio, risolvendo anche il problema della cronica carenza di manodopera nel nostro comparto”. Tra i nuovi dipendenti di Almeida c’è Giuseppe, ex detenuto, che oggi lavora a tempo pieno come elettricista. Il suo percorso è cominciato pochi giorni prima della scarcerazione: “E’ una opportunità concreta a chi come me ha commesso degli errori durante il corso della vita - spiega - il lavoro è fondamentale per ricominciare: purtroppo esiste ancora una certa emarginazione, ma noi siamo stati accolti a braccia aperte, e questo fa la differenza. Ho iniziato a lavorare pochi giorni prima della scarcerazione, lavoravo in azienda di giorno e poi tornavo in carcere. Ho seguito visite e corsi necessari per l’inserimento e sono stato assunto il 7 gennaio e il 10 sono stato uscito definitivamente, continuando regolarmente a lavorare. Questo percorso mi ha permesso di rimettermi in gioco e di guardare al futuro con fiducia”. Un terzo pilastro del progetto è il Social Fest di Napoli, un evento di tre giornate dedicato al dialogo tra operatori, imprese e istituzioni Pisa. Sos psichiatria: mancano le Rems. “Noi siamo medici, non poliziotti” di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 9 febbraio 2026 Quasi tre anni dopo l’omicidio della dottoressa Barbara Capovani, per il Servizio psichiatrico diagnosi e cura - la psichiatria territoriale pisana - restano ancora tante domande e per il suo personale, a volte, molti pericoli. Giorgio Corretti, direttore dell’Unità di psichiatria di Pisa, fa il punto dopo l’evasione di un paziente detenuto e piantonato dalla polizia penitenziaria, avvenuta giovedì proprio nel reparto dell’ospedale Santa Chiara che Capovani dirigeva quando è stata uccisa. “L’Spdc è un reparto ospedaliero come gli altri. Non ha una funzione di custodia, è un servizio sanitario - afferma - Servono strutture nuove o comunque dedicate, in grado di garantire un percorso adeguato agli autori di reato”. E chiede di individuare percorsi alternativi e dedicati per le situazioni “vie di mezzo”, ovvero i pazienti autori di reato che, non trovando posto nelle Rems, “ormai piene”, finiscono nei reparti di psichiatria, luoghi che “non sono nati per questo”. Corretti, quindi le Rems sono piene? “In Toscana ne abbiamo soltanto due: questi numeri rendono l’idea e mostrano quanto facilmente si inceppi il meccanismo. Per alcune persone si individua una residenza alternativa, che però non è fatta per accogliere questo tipo di persone”. Quindi finiscono poi in psichiatria... “Dovrebbero arrivare in psichiatria solo quando ci sono motivi specifici, come uno scompenso psicopatologico. In realtà molti vengono inseriti lì in attesa di una collocazione o comunque di una residenza alternativa, perché la Rems non ha posto”. A volte la decisione è del magistrato... “Se sospetta, in base al tipo di reato, che ci possa essere un importante vizio di mente, allora dispone un periodo di osservazione. Se in Rems non c’è posto, il paziente resta in Spdc o viene collocato in un’altra residenza non specifica per persone che hanno commesso un reato e sono soggette a misure di sicurezza”. Il percorso migliore che secondo voi andrebbe intrapreso perché non siano semplici soluzioni tampone e non adeguate? “Da tempo, anche a livello ministeriale, si parla di creare un percorso dedicato per gli autori di reato, invece di continuare a utilizzare soluzioni e strutture nate per altri scopi”. Si parla spesso di sicurezza per gli operatori sanitari anche dopo il delitto Capovani... “Il tema è ampio. L’aspetto delle aggressioni nei confronti degli operatori non riguarda solo la salute mentale, ma ormai anche altre aree. Dai dati diffusi, emerge che succede anche in altri reparti, quindi è un fenomeno più generale. Molte aziende, compresa la nostra, si sono mosse su un altro piano, che è quello che punta alla prevenzione e all’educazione all’accesso ai servizi di salute. È un percorso lento, ma lungimirante e che, nel tempo, insieme ad altre modalità, può contribuire a ridurre questo tipo di eventi”. Lecce. Giustizia che ripara, non solo punisce, un dibattito sul futuro del diritto di Davide Tommasi newsimedia.net, 9 febbraio 2026 Verso una giustizia riparativa: responsabilità, ascolto e reinserimento al centro di vittime, autori e comunità. Nell’Aula Magna della Corte d’Appello di Lecce, il 7 febbraio 2026, si è svolto un convegno che ha messo in discussione una delle convinzioni più radicate del nostro sistema penale: l’idea che la giustizia coincida esclusivamente con la punizione. A confrontarsi su questo tema delicato sono stati magistrati, avvocati, docenti universitari, operatori sociali, rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni locali, tutti uniti dalla volontà di interrogarsi su una domanda tanto semplice quanto profondamente scomoda: è possibile immaginare una giustizia che vada oltre la pena? Il convegno, dal titolo “Giustizia riparativa, oltre la pena: quando il reato diventa una questione sociale”, ha restituito un quadro chiaro delle difficoltà attuali del sistema giudiziario italiano. Sovraffollamento carcerario, procedimenti che si prolungano per anni, tassi di recidiva ancora elevati e una crescente distanza tra cittadini e istituzioni mostrano quanto il modello punitivo tradizionale faticosamente risponda alle esigenze di prevenzione, inclusione e risocializzazione. A moderare l’incontro è stata la professoressa Silvia Cazzato, docente dell’Università del Salento, che con grande competenza e sensibilità ha saputo guidare i lavori, valorizzando ogni intervento e creando un filo conduttore coerente per tutta la giornata. La sua conduzione attenta non si è limitata a scandire i tempi dei relatori, ma ha favorito il dialogo tra esperienze e discipline diverse, dall’ambito giuridico a quello sociologico e pedagogico, stimolando riflessioni profonde sui limiti e le potenzialità di una giustizia che sappia essere anche umana, riparativa e partecipata. Il reato non nasce nel vuoto - Ad aprire i lavori è stato Roberto Maria Carrelli Palombi di Montrone magistrato di alto profilo, Presidente della Corte d’Appello di Lecce, noto per la sua lunga esperienza, inclusi ruoli presso il Tribunale di Roma e la Corte di Cassazione , che ha invitato a guardare il reato per quello che è: un fatto sociale, prima ancora che giuridico. Nessuna condotta criminosa nasce nel nulla. Ogni reato prende forma dentro storie personali segnate da fragilità, disuguaglianze, solitudini, relazioni spezzate. Ignorare questo significa rinunciare a comprendere - e quindi a prevenire. La giustizia penale esercita un potere enorme incidendo sulla libertà delle persone. Proprio per questo, ha sottolineato Carelli, deve interrogarsi non solo sulla colpa, ma anche sugli effetti che le sue decisioni producono sull’autore del reato, sulla vittima e sulla comunità intera. Nel portare i saluti istituzionali, il Presidente della Provincia di Lecce e sindaco di Martano, Fabio Tarantino, ha ribadito come il modello punitivo tradizionale, se applicato in modo esclusivo, non riesca più a offrire risposte realmente efficaci alla complessità dei conflitti e delle fragilità sociali contemporanee. Un approccio fondato unicamente sulla sanzione rischia infatti di interrompere il dialogo senza favorire una reale presa di coscienza. La giustizia riparativa apre invece uno spazio diverso e più evoluto, fondato sull’ascolto reciproco, sull’assunzione di responsabilità e sul riconoscimento del danno causato, offrendo alle persone coinvolte la possibilità concreta di ricostruire relazioni e di intraprendere un autentico percorso di cambiamento, a beneficio non solo dei singoli, ma dell’intera comunità. Riparare non è perdonare - Uno dei chiarimenti più significativi dell’intero incontro è arrivato dall’intervento di Anna Leo, sociologa e presidente del convegno, che ha affrontato e smontato con chiarezza uno degli equivoci più diffusi e persistenti sul tema: la giustizia riparativa non coincide con il perdono. Il perdono, ha sottolineato, è un atto profondamente personale e intimo, che appartiene alla sfera individuale e non può in alcun modo essere imposto, né richiesto come esito obbligato di un percorso. La riparazione, al contrario, è un processo strutturato e guidato, che si fonda sul riconoscimento del danno arrecato, sull’assunzione di responsabilità da parte di chi ha causato l’offesa e, quando le condizioni lo rendono possibile, sull’incontro tra autore e vittima, sempre su base libera, volontaria e accompagnata. Richiamando figure simboliche e testimonianze di forte impatto come quelle di Nelson Mandela e Agnese Moro, Anna Leo ha mostrato come l’isolamento, la chiusura e la mancanza di relazione finiscano per alimentare ulteriormente la violenza e il risentimento. Al contrario, l’incontro - se preparato, tutelato e sostenuto - può aprire spazi inattesi di comprensione, umanizzazione e trasformazione, capaci di incidere in profondità sulle persone coinvolte. Tuttavia, ha avvertito con forza, nessun percorso di giustizia riparativa può reggere nel tempo se lasciato solo: senza una solida rete sociale, educativa e lavorativa che accompagni il cambiamento, il rischio è che anche le esperienze più significative restino isolate, perdendo la loro efficacia nel lungo periodo. Paura, vendetta e libertà di scelta - Claudia Forcignanò ha affrontato con lucidità il tema della paura collettiva, richiamando il caso di Giulia Cecchettin e la decisione della sua famiglia di non intraprendere un percorso di giustizia riparativa. Una scelta pienamente legittima e rispettabile, che mette in evidenza un principio fondamentale: la giustizia riparativa non è mai un obbligo, né una scorciatoia imposta dall’alto, ma una possibilità che può essere accolta o rifiutata. In una società segnata da forme di violenza sempre più profonde e pervasive, la tentazione di identificare la giustizia con la vendetta è forte e spesso alimentata dalla paura e dal bisogno di sicurezza immediata. Tuttavia, come ha ricordato Forcignanò, i dati e le esperienze dimostrano che i percorsi riparativi autentici - quando scelti liberamente, costruiti con attenzione e accompagnati da operatori adeguatamente formati - sono in grado di ridurre in modo significativo la recidiva e di generare cambiamenti concreti e duraturi nelle vite delle persone coinvolte, restituendo senso, responsabilità e possibilità di futuro. Oltre la giustizia che infligge dolore - La prof.ssa Maria Mancarella Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Lecce ha offerto una riflessione di ampio respiro, intrecciando dimensione filosofica e giuridica. Punire infliggendo dolore può davvero “aggiustare” il passato? Richiamando il pensiero di Martha Nussbaum, è stato ricordato come il dolore inflitto nel presente non cancelli quello subito, ma finisca spesso per prolungarlo, sedimentandolo nel tempo senza produrre una reale elaborazione del conflitto. Nel processo penale tradizionale, la vittima resta frequentemente ai margini: può essere chiamata a testimoniare i fatti, ma difficilmente trova uno spazio autentico per raccontare la propria storia, il proprio vissuto e le conseguenze profonde dell’offesa subita. La giustizia riparativa ribalta questa logica, ponendo al centro la relazione e articolandosi attorno a tre verbi chiave: accogliere, ascoltare, riparare. Riparare non significa cancellare la colpa o negare la responsabilità, ma trasformare la ferita, riconoscerla e attraversarla. Come nell’arte giapponese del kintsugi, le fratture non vengono nascoste, ma rese visibili e valorizzate, restituendo senso e dignità a ciò che è stato spezzato. La forza dell’esperienza - Molto intenso e carico di umanità l’intervento di fra Paolo Quaranta cappellano della Casa circondariale di Borgo San Nicola di Lecce, che ha invitato a superare con decisione la logica del “buttare le chiavi” e del “fateli marcire in cella”, espressioni che richiamano una visione puramente punitiva e rinunciataria della giustizia. La paura, ha ricordato, è una reazione profondamente umana e comprensibile, soprattutto di fronte a reati gravi, ma non può diventare l’unico criterio su cui fondare le scelte di governo della giustizia e della pena. Fra Quaranta ha richiamato l’attenzione sulla fragilità che attraversa ogni esistenza, ricordando come il reato, in fondo, non sia un evento estraneo o lontano, ma qualcosa che può annidarsi dietro l’angolo di ogni biografia. È proprio a partire da questa consapevolezza, ha sottolineato, che diventa possibile immaginare percorsi capaci di responsabilizzare, accompagnare e trasformare, senza rinunciare alla sicurezza ma restituendo centralità alla dignità della persona e alla possibilità di cambiamento. La riforma Cartabia - Sul piano normativo, la dott.ssa Maria Pilato esperta in mediazione penale e giustizia riparativa, ha illustrato con chiarezza i contenuti della riforma Cartabia (D.Lgs. 150/2022), che ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento una disciplina organica e sistematica della giustizia riparativa. La riforma prevede la possibilità di accedere a percorsi riparativi in ogni stato e grado del procedimento penale, segnando un cambio di paradigma significativo nel modo di intendere la risposta al reato. Non si tratta di un condono né di una forma di indulgenza automatica, ma di un modello fondato sui principi della volontarietà, dell’assunzione di responsabilità e del riconoscimento del danno arrecato. Un elemento centrale, come ha sottolineato Pilato, è che la possibilità di attivare un percorso di giustizia riparativa non dipende dalla gravità del reato commesso, bensì dalla disponibilità e dalla libera adesione delle persone coinvolte, nel rispetto delle garanzie e della tutela di tutte le parti. Avvocatura e garanzie - Gli avvocati intervenuti hanno ribadito con forza il ruolo centrale delle garanzie nel corretto funzionamento dei percorsi di giustizia riparativa, sottolineando come questi non possano prescindere dal rispetto delle regole del processo e dei diritti delle parti. In particolare, l’avvocato Mastrolia ha richiamato l’attenzione su un passaggio spesso sottovalutato ma decisivo: la tempestiva iscrizione della notizia di reato. Nel suo intervento, Mastrolia ha evidenziato come la riforma Cartabia (D.Lgs. n. 150/2022) abbia introdotto nel sistema penale italiano una disciplina organica della giustizia riparativa, configurandola come un modello culturalmente e metodologicamente autonomo, spendibile in ogni stato e grado del procedimento e volto a integrare la risposta punitiva con percorsi di responsabilizzazione dell’autore del reato, di riconoscimento del danno e di ricomposizione del conflitto. Questo nuovo paradigma, ha sottolineato, incide già sulle fasi iniziali del procedimento penale, a partire dall’iscrizione della notizia di reato ai sensi dell’art. 335 c.p.p., così come riformato. I nuovi commi 1-bis e 1-ter impongono infatti un’iscrizione tempestiva e qualificata, fondata su una rappresentazione del fatto che sia determinata e non inverosimile, con l’indicazione della fattispecie astrattamente configurabile e, qualora emergano, delle generalità della persona indagata. Questa formalizzazione non ha solo una funzione garantista in senso classico, ma costituisce un presupposto essenziale per l’effettivo accesso ai programmi di giustizia riparativa. Ritardi, inerzie o prassi dilatorie rischiano infatti di compromettere la possibilità stessa di attivare tali percorsi, con ricadute significative anche sul corretto decorso dei termini di indagine previsti dall’art. 405 c.p.p. Il quadro normativo si completa con l’art. 129-bis c.p.p., che impone al giudice di valutare, in ogni stato e grado del procedimento, la possibilità di ricorrere alla giustizia riparativa. Una valutazione che deve essere compiuta anche nei procedimenti relativi a reati privi di una vittima individuabile, nei quali la dimensione riparativa si estende alla comunità, intesa come soggetto collettivo inciso dal fatto criminoso. In questo senso, l’avvocatura ha ribadito come le garanzie processuali non rappresentino un ostacolo, ma una condizione imprescindibile affinché la giustizia riparativa possa essere realmente praticabile, efficace e rispettosa dei diritti di tutti. L’Avv. Grazia De Giosa ha posto l’accento sul compito fondamentale dell’avvocato nella tutela dell’autodeterminazione e della dignità delle parti, richiamando la responsabilità della difesa nel garantire che l’accesso alla giustizia riparativa sia frutto di una scelta consapevole, libera e informata. In questa prospettiva, l’avvocato non è solo un tecnico del processo, ma un presidio di garanzia capace di accompagnare le persone coinvolte nella comprensione delle opportunità e dei limiti dei percorsi riparativi, senza forzature né automatismi. Nel suo intervento, De Giosa ha inoltre proposto una lettura originale della giustizia riparativa come possibile “riparo” anche rispetto ai ritardi della giustizia e della pubblica amministrazione, tracciando un collegamento significativo con la disciplina della Legge Pinto. Il nesso tra la normativa sull’equa riparazione per la durata irragionevole del processo e la giustizia riparativa risiede infatti nel superamento di una visione meramente sanzionatoria o burocratica del diritto, per approdare alla centralità del pregiudizio concretamente subito dalla persona. La Legge Pinto, pur configurandosi come un rimedio essenzialmente indennitario, riconosce implicitamente che lo Stato, non garantendo una risposta in tempi certi, abbia in qualche modo “offeso” il cittadino, violandone il diritto fondamentale a una giustizia efficace. In modo analogo, la giustizia riparativa mira a sanare la rottura prodotta dall’illecito, non limitandosi alla mera compensazione economica o alla punizione, ma cercando di ricostruire il legame spezzato tra istituzioni, persone e comunità, restituendo senso, dignità e fiducia nel sistema di giustizia. L’Avv. Pavone cassazionista ha richiamato l’attenzione su alcune criticità concrete che ancora oggi accompagnano l’attuazione dei percorsi di giustizia riparativa. In particolare, ha evidenziato le difficoltà legate agli indennizzi, sottolineando come l’assenza di strumenti chiari e tempestivi possa compromettere l’efficacia del percorso e la percezione di giustizia da parte delle vittime e del coplevole . Ha inoltre posto l’accento sull’urgenza di una formazione adeguata e continuativa per tutti gli operatori coinvolti - giudici, avvocati, mediatori e personale penitenziario - ricordando che la qualità e la sensibilità degli interventi sono determinanti per il reale successo dei programmi riparativi. Parallelamente, l’avv. Modoni pres. cpo comune di Ceglie Messapica ha relazionato una prospettiva sistemica, mettendo in luce come la giustizia riparativa possa essere letta anche in relazione ai ritardi strutturali della giustizia e della pubblica amministrazione. Ha spiegato che questi ritardi non rappresentano solo un problema burocratico o procedurale, ma incidono concretamente sulla vita delle persone, alimentando frustrazione, senso di ingiustizia e sfiducia nelle istituzioni. In questo contesto, la giustizia riparativa non si limita a ristabilire relazioni tra vittima e autore del reato, ma assume un ruolo più ampio: può mitigare gli effetti dei ritardi strutturali, offrendo una risposta concreta, tempestiva e significativa alle persone coinvolte, riducendo l’impatto delle inefficienze del sistema e restituendo senso, dignità e fiducia a chi affronta il percorso giudiziario. Inoltre l’Avv. Modoni ha collegato questa funzione della giustizia riparativa alla disciplina della Legge Pinto, evidenziando un nesso profondo tra i due ambiti. La Legge Pinto, pur configurandosi come un rimedio indennitario per i cittadini danneggiati dai ritardi processuali, riconosce implicitamente che lo Stato ha “offeso” la persona non garantendo una risposta in tempi certi. Analogamente, la giustizia riparativa mira a sanare la rottura prodotta dall’illecito, non attraverso un semplice indennizzo o una sanzione, ma ristabilendo relazioni, responsabilità e senso di equità. In entrambi i casi, il centro dell’attenzione non è la mera procedura o punizione, ma il pregiudizio subito dalla persona e la necessità di ricostruire un equilibrio interrotto, sia nelle relazioni individuali sia nel rapporto tra cittadino e istituzioni. Minori, comunità, futuro - Particolarmente intenso è stato l’intervento di don Gabriele Morello, cappellano del penitenziario minorile di Lecce, che ha richiamato con forza un concetto semplice, ma spesso dimenticato: il minore è sempre molto più della sua pena. Ogni reato minorile non è mai un episodio isolato, ma quasi sempre il risultato di un intreccio complesso di fragilità personali, traumi familiari, carenze educative e sociali. “Quando un ragazzo sbaglia,” ha sottolineato Morello, “non possiamo limitarci a punirlo. Dietro il reato c’è spesso un fallimento collettivo: della società, della scuola, della famiglia, delle istituzioni. Ignorarlo significa lasciare che la violenza si ripeta e che le stesse ferite si trasmettano di generazione in generazione.” Morello ha raccontato storie concrete, spesso commoventi, di giovani che entrano nel sistema penale senza una rete di sostegno e rischiano di essere definiti unicamente dai loro errori. Ha parlato di ragazzi che vivono in contesti familiari fragili o segnati da violenze, di chi ha sperimentato abbandono e solitudine, e di chi fatica a trovare punti di riferimento nella società. In queste vite, il reato non è un semplice episodio giudiziario, ma un segnale di allarme sociale, un grido di aiuto che la comunità spesso non riesce a raccogliere. Per il cappellano, la giustizia riparativa rappresenta un antidoto potente alla spirale di vendetta e oblio, offrendo ai minori l’opportunità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni, assumersi responsabilità e reinserirsi nella società in maniera consapevole. Ma tutto questo, ha avvertito, non può avvenire senza un accompagnamento costante e senza la collaborazione di famiglie, istituzioni e comunità locali. “Punire da soli non basta,” ha detto, “la vera sfida è accompagnare, sostenere e aprire strade concrete di riscatto.” Accanto al ruolo delle istituzioni, il convegno ha sottolineato l’importanza delle associazioni e dei centri culturali come parte integrante della rete di supporto. Tra questi, il Centro Studi Chora-ma di Sternatia, rappresentato da Elisabetta Indino, ha portato i saluti e un ringraziamento a organizzatori, relatori e partecipanti. A nome del Centro, Indino ha ricordato come la scelta di patrocinare l’incontro nasca dalla vocazione più profonda dell’ente: accanto alla salvaguardia della lingua e della cultura grica, il Centro opera da sempre in ambiti più ampi, promuovendo il terzo settore e sostenendo iniziative orientate al bene comune e al progresso culturale della comunità. Il legame tra cultura grica e giustizia riparativa, ha spiegato Indino, è naturale: “La nostra tradizione culturale è uno spirito di accoglienza, di relazione e di responsabilità condivisa. Sono valori che ritroviamo pienamente nei principi alla base dei percorsi di giustizia riparativa, fondati sull’ascolto, sul riconoscimento dell’altro e sulla ricostruzione dei legami”. Il Centro auspica che il convegno generi riflessioni feconde e strumenti concreti di crescita civile e culturale, e che il dibattito possa tradursi in percorsi pratici e attuativi. L’intera giornata ha mostrato come, per i minori e per la comunità, la giustizia non possa limitarsi alla punizione: deve aprire spazi di ascolto, accoglienza e recupero. I percorsi riparativi diventano così strumenti concreti di inclusione, capaci di restituire dignità e opportunità a chi rischierebbe altrimenti di restare intrappolato in schemi di violenza e marginalità. La collaborazione tra istituzioni, associazioni e cultura locale dimostra che la società può diventare attivamente parte del processo di riparazione, trasformando la ferita in crescita e il conflitto in responsabilità condivisa. Il convegno ha inoltre messo in luce l’importanza della rete comunitaria. Le associazioni presenti - dal Consultorio la Famiglia, all’ssociazione “Cittadini Insieme” e l’associazione Araba Fenice - Il Legame - hanno testimoniato quanto sia fondamentale non isolare chi sbaglia, ma accompagnarlo in percorsi concreti di reinserimento. La giustizia riparativa, hanno spiegato, non funziona nel vuoto: senza un tessuto sociale che accoglie e sostiene, la riparazione resta incompleta. Dai piccoli centri alle grandi città, ogni comunità può diventare attiva nella prevenzione, nell’educazione e nel supporto, restituendo dignità sia alle vittime sia agli autori di reato. Presente al convegno anche il Centro Studi Chorama di Sternatia, rappresentato da Elisabetta Indino, che ha voluto portare un saluto cordiale e un sentito ringraziamento agli organizzatori e a tutti i partecipanti, sottolineando la rilevanza del tema affrontato. “A nome del Centro Studi Chorama di Sternatia, desidero esprimere il nostro apprezzamento per la possibilità di partecipare a questo incontro, dal tema quanto mai significativo. La decisione di patrocinare questo convegno nasce dalla vocazione più profonda del nostro Centro. Accanto alle attività che ne costituiscono il cuore fondativo - la salvaguardia e la valorizzazione della lingua e della cultura grica - il Centro opera da sempre in ambiti culturali più ampi, promuovendo lo sviluppo del terzo settore e sostenendo tutte quelle iniziative orientate al bene comune e al progresso culturale della comunità”. Elisabetta Indino ha sottolineato come i temi affrontati durante il convegno dialoghino in modo naturale con lo spirito della cultura greca e grica, caratterizzata da accoglienza, apertura alla relazione e senso di responsabilità condivisa. Una cifra culturale che trova piena corrispondenza nei principi alla base dei percorsi di giustizia riparativa, fondati sull’ascolto, sul riconoscimento dell’altro e sulla ricostruzione dei legami interrotti, valorizzando la centralità della persona e delle relazioni nella comunità. Concludendo il suo intervento, la rappresentante del Centro ha espresso l’auspicio che il convegno possa generare riflessioni profonde e offrire strumenti concreti di crescita civile e culturale, auspicando che esso rappresenti solo il primo passo di un confronto più ampio, capace di tradursi in pratiche attuative e percorsi condivisi. “Rinnovo il mio saluto e rivolgo un sentito ringraziamento ai relatori e, in particolare, all’organizzatrice, la dottoressa Anna Leo, che ha creduto in questo progetto con passione ed entusiasmo”, ha concluso Indino, rimarcando l’importanza della collaborazione e della condivisione nel promuovere iniziative orientate al bene comune. In questo contesto, i minori rappresentano una priorità, perché un intervento corretto e umano oggi può prevenire il crimine di domani. La speranza, secondo Morello, è costruire un modello di giustizia che non si limiti a punire, ma che formi cittadini consapevoli, responsabili e integrati, restituendo senso e valore alla convivenza sociale. Il convegno ha inoltre messo in luce l’importanza della rete comunitaria. Le associazioni presenti - dal Consultorio per la Famiglia, ai progetti “Detenuti in Semilibertà”, “Cittadini Insieme” e l’associazione Araba Fenice - Il Legame - hanno testimoniato quanto sia fondamentale non isolare chi sbaglia, ma accompagnarlo attraverso percorsi concreti di reinserimento sociale ed educativo. Ogni realtà ha portato esempi tangibili: Araba Fenice - Il Legame, ad esempio, ha raccontato come piccoli progetti di accompagnamento e laboratori di inclusione possano restituire senso e dignità alle persone coinvolte, favorendo il recupero di legami familiari e sociali compromessi. Altre associazioni hanno illustrato iniziative che vanno dall’assistenza alle famiglie delle vittime fino al supporto ai detenuti in regime di semilibertà, dimostrando che la riparazione non è solo un atto simbolico, ma un percorso concreto che richiede presenza, ascolto e sostegno costante. Come hanno sottolineato gli operatori, la giustizia riparativa non funziona nel vuoto: senza un tessuto sociale che accoglie e sostiene, la riparazione resta incompleta. Dai piccoli centri alle grandi città, ogni comunità può diventare attiva nella prevenzione, nell’educazione e nel supporto, costruendo un modello di giustizia in cui dignità e responsabilità siano restituite sia alle vittime sia agli autori di reato. Una giustizia più umana - Le conclusioni sono state affidate ad Anna Leoche ha raccolto e sintetizzato il filo rosso della giornata: la giustizia riparativa non è buonismo, non è indulgere alla violenza o ignorare le regole, ma una scelta di responsabilità collettiva. Smettere di pensare la giustizia solo come punizione significa riconoscere che efficacia e umanità non sono opposti, ma complementari. Solo aprendo spazi di ascolto, dialogo e riparazione, ha ricordato Leo, la società può trasformare il dolore in occasione di crescita e la ferita in un’opportunità di valore. Alla fine, la sfida è chiara: costruire un sistema di giustizia capace di guardare oltre il reato, di non ridurre le persone ai loro errori e di creare percorsi concreti di responsabilità, riscatto e comunità, perché essere giusti non significa soltanto punire, ma anche umanizzare il diritto. Milano. Le Olimpiadi dietro le sbarre del carcere: “Un evento unico” di Stefano Giudici primamilanoovest.it, 9 febbraio 2026 Restituire dignità e speranza alle persone detenute attraverso il gioco. Un’Olimpiade dietro le sbarre. Giochi della speranza alla casa circondariale di Bollate, un evento unico nel suo genere chiamato, appunto, “Giochi della Speranza”, una sorta di olimpiade che, dopo l’esperienza di Rebibbia, arriva a Bollate proprio in vista dei giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026. L’iniziativa, organizzata dal Csi Comitato di Milano, non è solo una competizione sportiva, ma una sfida che intreccia tutti gli attori coinvolti nel vero obiettivo sociale del carcere, ovvero il recupero dei detenuti. In campo ci saranno quattro delegazioni: detenuti, agenti di Polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile, impegnate in discipline che vanno dall’atletica al calcio a 8, fino alla pallavolo e agli scacchi. “È un momento in cui le barriere istituzionali cadono per lasciare spazio al valore rieducativo dello sport - afferma il presidente del Csi Massimiliano Achini - Una iniziativa che punta a restituire dignità e speranza attraverso il gioco alla quale abbiamo invitato anche il presidente di Regione Lombardia Fontana, il Prefetto, il Sindaco, e i vertici di Milano Cortina 2026, oltre a rappresentanti del Dap e del Ministero di Grazia e Giustizia”. L’evento si terrà sabato 28 febbraio dalle 8.30 alle 13.30 in via Cristina Belgioioso, all’interno del carcere di Bollate. Alle 13 è prevista la cerimonia di premiazione alla presenza dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che ha già confermato la sua partecipazione. Marasma psichico dietro la violenza dei giovani maschi di Matteo Lancini La Stampa, 9 febbraio 2026 Il femminicidio di Nizza Monferrato e i terribili recenti episodi di cronaca, tra cui l’omicidio di La Spezia di pochissime settimane fa, costringono a interrogarsi sulla violenza odierna dei giovani maschi. Si dovrebbe provare a dare senso a una violenza apparentemente insensata ma che ha sempre un comune denominatore, cioè le emozioni che non riescono ad essere pensate e dette ma diventano azione furiosa e omicida. Se davanti a questi devastanti gesti giovanili si inizia ad aderire al partito di chi urla che la violenza non è mai giustificabile e che non si può parlare di disagio siamo davvero senza speranza. Certo che la violenza non è giustificabile e infatti la giustizia sta facendo e farà come sempre il suo corso. Parlare di disagio, e voglio essere chiaro non mi riferisco a psicopatologie e malattie mentali, ma a gravi forme di disagio evolutivo e psichico, non giustifica niente, anzi, prova a dare un significato a stati d’animo che sempre più spesso diventano annientamento dell’altro. Eventi che non saranno mai e poi mai limitati da multe o perquisizioni scolastiche. La disperazione umana non teme tali provvedimenti. A chi sostiene che accoltellare un compagno di scuola o uccidere con le proprie mani una ragazza a diciannove anni non può essere considerato sintomo di un grave disagio, chiedo di cosa pensano si tratti. Questi ragazzi sono posseduti da un male originario o dal diavolo? Sono nati storti? Sono tutto orecchie, ma per favore basta con la consueta motivazione lava-coscienza dell’adulto moderno: lo smartphone, i social, l’intelligenza artificiale e i derivati di internet. Davvero basta con questa stucchevole e banale correlazione spacciata per causalità, con questa formula anti-pensiero, difensivamente attivata per autoproteggersi dall’angoscia derivante dalla terribile realtà. Così come non basta riferirsi esclusivamente al patriarcato. La nuova violenza giovanile maschile ha ragioni affettive più articolate, non ha a che fare né con l’onore né con la gelosia passionale dei decenni passati. Il possesso, il controllo, la reazione al rifiuto proveniente da una coetanea non sono più attribuibili solo ai modelli culturali inculcati dalle vecchie e mai estinte tradizioni patriarcali del nostro Paese. Siamo in presenza di una nuova cultura affettiva del dolore e della disperazione, di un vuoto identitario generazionale e, in particolare di genere maschile, che trasforma la sempre più pervasiva angoscia in violenza o nel suo introverso opposto, il ritiro sociale, oramai certificato come l’equivalente maschile dell’anoressia femminile. La radicalizzazione delle azioni, l’estremizzazione delle posture giovanili maschili non dipendono solo dal cambiamento del mondo femminile, dall’autonomia e dalle nuove libertà delle ragazze o dall’esigenza di restaurare il dominio secondo vecchi canoni. Dipendono da una crisi identitaria maschile senza precedenti, da un mancato accesso ai processi di mentalizzazione, che non deriva dall’ideologia dell’essere un vero uomo, semmai cifra distintiva ancora attuale dei maschi adulti. I giovani maschi sono diversi e quindi diverso è il senso del possesso e del controllo. Non è un tema solo culturale, è soprattutto affettivo. Non è l’incapacità di tollerare la frustrazione e il limite per il troppo amore ricevuto ma il vuoto proprio di chi non ha sentito riconosciuti i propri bisogni primari, di chi non ha potuto esprimere emozioni quali la tristezza, la paura e la rabbia. È un marasma psichico. Riconoscere questa dura realtà non ha niente a che fare con la giustificazione, ha invece tutto a che fare con quale forma di prevenzione e contrasto alla violenza di genere intendiamo proporre. Se si pensa di entrare a scuola a fare didattica, parlando male dei social e delle tradizionali forme di sopruso maschile, meglio stare a casa, dove abitano e si possono incontrare quelle decine di migliaia di adulti maschi, tra i quaranta e i sessanta anni, che animavano il gruppo Facebook “mia moglie”. L’educazione affettiva e alle relazioni, il contrasto alla violenza di genere non sono didattica, ma un autorevole ascolto delle emozioni e dei vissuti delle nuove generazioni. Iran. 7 anni di carcere alla Nobel Mohammadi. Purghe contro i riformisti di Gabriella Colarusso La Repubblica, 9 febbraio 2026 Da dicembre si trova nel carcere di Mashad, dove ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le condizioni della sua detenzione. Sono di oggi anche gli arresti di tre esponenti di spicco del fronte riformista. La Repubblica islamica non si ferma nella repressione del dissenso, anche minimo, dopo che le proteste di gennaio sono state silenziate nel sangue, con migliaia di morti. La premio Nobel Narges Mohammadi, che era stata arrestata a dicembre perché partecipava alla commemorazione di un attivista morto in circostanze poco chiare, è stata condannata ad altri sei anni di prigione “per raduno e collusione contro la sicurezza nazionale”, a un ulteriore anno e mezzo per “propaganda contro lo stato” e ad altri due anni di esilio nella città di Khusf e al divieto di espatriare. La famiglia non riceve sue telefonate dal 14 dicembre. Dopo settimane di isolamento, ha potuto parlare brevemente con il suo avvocato. Per protestare contro le condizioni in cui la tengono in carcere, lunedì scorso aveva iniziato lo sciopero della fame che ha dovuto interrompere dopo sei giorni. Mohammadi soffre di problemi di cuore e di pressione. Nella breve telefonata con il legale ha raccontato di essere stata trasferita in ospedale solo tre giorni fa, ma di essere stata subito riportata nel centro di detenzione dell’intelligence a Mashhad nonostante non avesse terminato le cure. La nuova condanna è arrivata dopo che la Nobel si è rifiutata di farsi processare da un tribunale rivoluzionario, disconoscendone la legittimità. “Con queste nuove accuse, Narges Mohammadi è stata condannata a un totale di oltre 44 anni di carcere a vita. Attualmente rischia più di 17 anni di reclusione attiva, oltre alle 154 frustate riportate dalle sue precedenti condanne”, denuncia la famiglia molto preoccupata per le sue condizioni di salute. La Nobel non è l’unica a pagare il prezzo del dissenso. Oltre 40mila persone sono state arrestate durante e dopo le manifestazioni di gennaio, e ieri l’apparato di sicurezza ha avviato vere e proprie purghe contro il fronte riformista, una coalizione di partiti interni alle istituzioni della Repubblica islamica, che hanno sostenuto la campagna elettorale del presidente Pezeshkian. Gli altri arresti - La leader del Fronte, Azar Mansoori e altri due personaggi di spicco, Ebrahim Asgharzadeh e Mohsen Aminzadeh, sono stati arrestati perché hanno osato criticare la repressione delle manifestazioni e chiedere una commissione di indagine indipendente, invocando riforme sostanziali nel sistema. Mansoori è una signora moderata di 62 anni, indossa il velo pur essendo contraria all’obbligo di indossarlo, e non ha mai parlato di rovesciare la Repubblica islamica, sistema politico di cui fa parte e di cui segue regole e dettami. Ma è sempre stata sostenitrice di riforme graduali e della libertà di manifestazione e dissenso, fin dal movimento Donna, Vita, Libertà. A gennaio qualcosa è cambiato. L’estensione e la brutalità della repressione, unita a un blackout di internet senza precedenti, hanno spinto i riformisti a tenere una riunione di emergenza l’11 gennaio. Il gruppo si è diviso sull’opportunità di chiedere un passo indietro di Khamenei. Mansoori, che è la segretaria del fronte, era a favore. Alla fine la dichiarazione è stata bloccata dal consiglio di sicurezza nazionale, dominato dai conservatori, ma i riformisti hanno comunque rilasciato un comunicato in cui condannavano la violenza delle istituzioni. “Rivendicare i propri diritti e impegnarsi a far luce sulla verità è un dovere di tutti noi”, aveva scritto Mansoori. “Dichiariamo tutto il nostro disgusto e la nostra rabbia verso coloro che, spietatamente e sconsideratamente, hanno trascinato i giovani di questo paese nella polvere e nel sangue. Nessun potere, nessuna giustificazione e nessun tempo potranno sanare questa grande catastrofe”. È bastata per far scattare gli arresti. Le accuse “includono attacchi all’unità nazionale, presa di posizione contro la Costituzione, coordinamento con la propaganda nemica, promozione della resa, deviazione di gruppi politici e creazione di meccanismi sovversivi segreti”, scrive Fars, l’agenzia di stampa legata ai Pasdaran. Il capo della magistratura, il falco Mohseni Eje’i, è stato chiaro: “Coloro che rilasciano dichiarazioni contro la Repubblica Islamica dall’interno si fanno portavoce delle voci del regime sionista e dell’America”. Vietato parlare. Hong Kong. 20 anni di carcere a Jimmy Lai, il magnate dei media che sosteneva la democrazia di Gianluca Modolo La Repubblica, 9 febbraio 2026 La decisione della corte che lo ha riconosciuto colpevole di collusione con forze straniere e sedizione per aver osteggiato la repressione. Protesta Taiwan. Le associazioni umanitarie: “È come una pena di morte”. Vent’anni di carcere. Dopo esser stato giudicato colpevole a dicembre di collusione con forze straniere e di sedizione, questa mattina è arrivata la sentenza per Jimmy Lai. Non l’ergastolo come si temeva, ma cambia davvero ben poco: l’ex editore di Hong Kong ha 78 anni, secondo la sua famiglia soffre di problemi di salute e ha passato già gli ultimi cinque anni dietro le sbarre. “Questa è, di fatto, una condanna a morte”, denuncia Human Rights Watch. Alla domanda se verrà presentato appello, l’avvocato di Lai risponde con un “no comment”. Lo scorso 15 dicembre Lai era stato riconosciuto colpevole di tutte e tre le accuse per le quali era sotto processo: due per “collusione con forze straniere”, ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale imposta a Hong Kong nel 2020 dalla Cina, e una per “cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso”, in base ad una legge di epoca coloniale. Fondatore dell’Apple Daily, quotidiano - ormai defunto - della resistenza democratica dell’ex colonia britannica all’abbraccio sempre più stretto di Pechino, Lai in aula è rimasto impassibile durante la lettura del verdetto. Nella sentenza di 856 pagine dello scorso dicembre, al termine del processo più importante della città, i giudici scrivevano che “non c’è dubbio che Lai abbia nutrito risentimento e odio nei confronti della Cina per gran parte della sua vita adulta, e questo traspare dai suoi articoli”. I giudici hanno sostenuto che Lai avesse usato il suo giornale come piattaforma per “incoraggiare l’opposizione al governo”, accusandolo inoltre di aver invitato gli Stati Uniti e altri Paesi a imporre sanzioni o condurre “attività ostili” contro la Cina e Hong Kong, in risposta alla repressione del movimento pro-democrazia. Pechino, che considera Lai la mente delle proteste del 2019, può dirsi soddisfatta. “La pena inflitta a Lai è un attacco alla libertà di espressione che illustra perfettamente lo smantellamento sistematico dei diritti a Hong Kong”, dice Amnesty International. “Lo Stato di diritto è stato completamente distrutto. La decisione scandalosa di oggi è l’ultimo chiodo nella bara della libertà di stampa. La comunità internazionale deve aumentare la pressione per liberare Jimmy Lai se vogliamo che la libertà di stampa sia rispettata in tutto il mondo”, afferma Jodie Ginsberg del Comitato per la protezione dei giornalisti. Protesta anche il governo di Taiwan: “La dura sentenza non solo priva Lai della sua libertà personale e calpesta la libertà di parola e di stampa, ma nega anche il diritto fondamentale dei cittadini di chiedere conto a chi detiene il potere. Le libertà e i diritti promessi al popolo di Hong Kong nell’ambito del principio ‘Un Paese, due sistemi’ (lo stesso che Pechino vorrebbe applicare anche a Taiwan, ndr) sono diventati parole vuote”. Il primo ministro britannico Keir Starmer nella sua recente visita in Cina aveva dichiarato di aver sollevato il caso di Jimmy Lai - che ha passaporto britannico - durante il suo incontro con il leader cinese Xi Jinping. Anche il presidente statunitense Donald Trump si era espresso in questi mesi a favore della liberazione di Lai.