Rompere il silenzio sul sistema chiuso imposto dal governo di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 8 febbraio 2026 A Roma venerdì è accaduto un fatto politicamente rilevante. Associazioni, istituzioni, operatori hanno deciso di non essere silenti di fronte a un sistema che sta andando velocemente verso il baratro. Non c’è umanità e non c’è clemenza per le quasi 64 mila persone recluse in carcere. Non c’è pietà per i 262 morti dal primo gennaio 2025 a oggi. Non c’è giustizia per gli 86 detenuti suicidatisi negli ultimi 13 mesi. Non c’è speranza di futuro per i 579 ragazzi ristretti negli istituti penali per minori. I numeri impietosi di un sistema in crisi non sono però da soli sufficienti per comprendere le condizioni drammatiche di vita delle persone detenute. Bisogna andare nelle sezioni di Sollicciano a Firenze, Dozza a Bologna, Regina Coeli a Roma, San Vittore a Milano, Poggioreale a Napoli, Due Palazzi a Padova per capire come si vive veramente negli istituti penitenziari. È necessario guardare con i propri occhi lo stato delle celle affollate, sentire i rumori assordanti e le grida disperate, ascoltare la voce degli operatori, leggere gli ordini di servizio e le circolari che sempre di più si sostituiscono alle leggi reinterpretando in chiave restrittiva l’ordinamento penitenziario e la Costituzione. Nelle carceri vi sono condizioni igienico-sanitarie patogene, si respira tensione, la vita scorre tristemente in celle malmesse e sovraffollate. Nel frattempo un tribunale a Torino ha condannato venerdì un gran numero di agenti per abusi e tortura. Alcuni sindacati di Polizia penitenziaria hanno preteso di tornare a un carcere pre-moderno, chiuso, militarizzato, governato con tecniche di ordine pubblico e lo hanno in parte ottenuto. Di fronte a ogni problema, inevitabile nella comunità penitenziaria, si procede a trasferimenti delle persone detenute, dolorosi e inutili a risolvere la questione. Gli esseri umani sono trattati come pacchi, disinteressandosi a ogni prospettiva di reintegrazione sociale o di rispetto del diritto alla vicinanza ai propri affetti. Della funzione rieducativa della pena, di per sé già mitologica, resta solo l’affannarsi di operatori e volontari che non abbandonano del tutto il campo a chi vorrebbe governare il sistema con spray al peperoncino (che ha di recente fatto ingresso in carcere), body cam e blindi chiusi. Quanto accaduto nel carcere di Padova è paradigmatico. Per decisione amministrativa un gruppo di detenuti della sezione Alta Sicurezza è stato sparpagliato in altri istituti in giro per l’Italia. Persone che erano lì da anni e che avevano nella loro cella e nelle relazioni locali le poche certezze di una vita difficile. Non ci si può sorprendere se, disperato, uno di loro si è tolto la vita pur di evitare il trasferimento. A Roma venerdì è accaduto un fatto politicamente rilevante. Associazioni, istituzioni, operatori hanno deciso di non essere silenti di fronte a un sistema che sta andando velocemente verso il baratro, inseguendo una spirale custodialistica e repressiva che entusiasma tanto chi vorrebbe asfissiare carceri e carcerati. Di questo passo saranno, però, asfissiati anche coloro che lavorano in carcere. Un’asfissia che potrebbe pericolosamente condurre a un processo di progressiva assuefazione alle peggiori pratiche penitenziarie. Settanta anni fa Danilo Dolci fu arrestato per avere organizzato uno sciopero alla rovescia. Fu difeso nel processo da Piero Calamandrei che qualche anno prima aveva chiesto alle istituzioni di aprire un’inchiesta sulla tortura nelle carceri italiane. Non so in cosa potrebbe consistere oggi uno sciopero alla rovescia di volontari e operatori penitenziari, associazioni e istituzioni di garanzia. Ad esempio, potrebbe significare che si moltiplichino le visite, le presenze, le offerte di aiuto, i colloqui, le proposte di iniziative culturali, sportive, educative. Che si vada in carcere con giornalisti, sindaci, vescovi, imprenditori in modo che tutti abbiano chiaro cosa significa stare in tre persone per venti ore al giorno in celle fatiscenti. Carceri dove si vive come in una giungla. L’assemblea di Roma ha mostrato una società civile ricca, articolata, reattiva. Esiste un mondo di operatori, associazioni, garanti, cooperative che costituisce il baluardo della legalità penitenziaria. Deve avere la forza di proporsi come una grande alleanza costituzionale in alternativa a chi nelle istituzioni intende dismettere il proprio ruolo democratico. Le parole che si appiccicano alle cose del carcere di Luigi Manconi e Francesca Delogu La Repubblica, 8 febbraio 2026 Un concorso di scrittura promosso dal Ministero: in palio un permesso premio per uscire per alcune ore dal carcere. È così che inizia la storia di tre donne, Anna, Monica e Virginia, protagoniste del romanzo di Valerio Callieri, “AS3”, edito da Fandango. Le tre donne sono detenute in regime di Alta Sicurezza nel più grande carcere femminile d’Europa, quello di Rebibbia, a Roma. AS3 significa appunto Alta Sicurezza 3, ed è il terzo livello, il più basso, del circuito dell’Alta Sicurezza: quello che ospita persone appartenenti ad associazioni di stampo mafioso, dunque recluse per i reati previsti dall’articolo 416 bis del Codice Penale, o condannate per narcotraffico. Callieri, autore dei romanzi Teorema dell’incompletezza, con cui ha vinto il Premio Calvino, e Le furie, nel carcere di Rebibbia ha tenuto un laboratorio di scrittura per la Fondazione Severino. Qui ha raccolto le storie di alcune detenute che ha, poi, trasfigurato in forma letteraria facendone le protagoniste di questo romanzo. Il racconto non solo dell’istituzione penitenziaria ma soprattutto le storie di vita che in quel luogo si sviluppano e si consumano. Le tre donne parlano, raccontano e si raccontano, si scontrano con un sistema che le guarda in modo diverso da come esse si vedono. Un sistema che le valuta con parole in cui non si riconoscono, che le deve continuamente giudicare ma che non riesce a conoscerle. Anna ha una tensione costante verso il fuori: la figlia Veronica e il tempo scandito dai colloqui con lei, il viso che guarda fuori dalle sbarre di notte per vedere le stelle, il ricordo continuo del suo lavoro di prima, al bancone di un bar. Virginia ha un passato di violenze subite e di fuga da quel dolore. E poi Monica, che ha un figlio in carcere e non riesce a parlarne mai. Nelle ore di socialità, dentro le stanze spoglie del carcere, si costruisce quel qualcosa tra loro che intacca la solitudine di un luogo che, anche quando affollato, produce una sensazione di irriducibile isolamento. Il romanzo di Callieri è composto dai dialoghi tra le tre donne, e tra loro e un’educatrice, che le introduce alla lettura di Antigone, e alla difficoltà di riconoscere e interpretare il ruolo dei protagonisti della tragedia. E a sua volta all’educatrice viene da chiedersi quale sia il suo ruolo là dentro. Le “parole che si appiccicano alle cose”, al centro dei discorsi di Anna, interrogano le tre donne, i loro ragionamenti, le asprezze e le fragilità, gli incontri e le separazioni, i sentimenti e le violenze. E descrivono l’universo penitenziario chiuso e occultato, eppure inevitabilmente legato a quel mondo di fuori che rifiuta ostinatamente di guardarlo. Non solo carceri minorili: soluzioni alternative per contrastare la violenza giovanile di Gemma Mastrocicco buonenotizie.it, 8 febbraio 2026 Negli ultimi anni, la violenza giovanile è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico, generando preoccupazione nel modo in cui la società affronta il disagio dei giovani. Le carceri minorili, nate originariamente con una funzione educativa e non solo punitiva, si trovano oggi a operare in contesti segnati da difficoltà familiari, sociali ed emotive profonde, che rischiano di alimentare comportamenti devianti invece di prevenirli. Proprio per rispondere a questa urgenza sociale, stanno emergendo nuovi modelli di giustizia minorile e progetti di reinserimento. Iniziative che dimostrano come sia possibile trasformare la pena in una reale opportunità di rinascita. Carceri minorili: uno sguardo al sistema attuale - Il sistema delle carceri minorili in Italia sta attraversando una crisi profonda che mette in discussione l’intero settore della giustizia minorile. Associazioni come Antigone, Defence for Children Italia e Libera chiedono il ripristino di una cultura educativa, dove l’obiettivo non è solo la punizione ma anche la riabilitazione e il reinserimento dei giovani nella società. Gli istituti penali minorili (IPM), nati per accogliere ragazzi tra i 14 e i 18 anni, vedono la propria organizzazione e il proprio funzionamento compromessi da una serie di criticità. Secondo il report di Antigone, dal 2022 ad oggi il numero di giovani detenuti negli Ipm è aumentato del 55%, passando da 392 a 611 presenze. Oggi, ben 9 carceri minorili su 17 soffrono di sovraffollamento. Tale sovraffollamento genera condizioni di vita difficili, come materassi di fortuna sul pavimento in celle già sature e tutto ciò che ne consegue. Questa precarietà ostacola una gestione adeguata dei percorsi educativi, rischiando di aggravare il disagio psicologico e sociale dei ragazzi e di aumentare la probabilità che, una volta usciti, tornino a delinquere. Secondo i dati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), il tasso di recidiva dei detenuti adulti è stimato intorno al 60%, ma si afferma che possa scendere del 2% per i detenuti che abbiano avuto un’opportunità di reinserimento sociale e i dati si stima che possano migliorare ulteriormente se si prendono in considerazione i minori. Modelli educativi e recupero: le alternative possibili - In un contesto che mira a ridurre la detenzione minorile, si stanno affermando soluzioni alternative che pongono al centro il recupero e il reinserimento sociale. Tra questi si distingue il progetto “118 educativo - Task Force Educativa”, avviato nel comune di Treviso nel 2025, in collaborazione con la prefettura, le Forze dell’Ordine e l’Ulss 2. L’iniziativa mira a recuperare i minori coinvolti in fenomeni di bullismo e baby gang, attraverso percorsi educativi specifici con educatori, ma anche attività di volontariato nelle case di riposo e attività sportiva. È tutt’ora in fase sperimentale nella città di Treviso, ma se avrà risultati positivi verrà esteso a tutta la provincia. Un altro esempio è rappresentato dal progetto Astrolabio, avviato nel 2022 con il sostegno dall’impresa sociale “Con i bambini” e terminato nel 2025. Nel corso di quattro anni, l’iniziativa ha coinvolto oltre 140 minori autori di reato in tutta l’Umbria, adottando modelli educativi innovativi. Grazie a un’équipe multidisciplinare, l’intervento mirava a favorire una reale consapevolezza del danno arrecato alla vittima, promuovendo percorsi di giustizia riparativa e reinserimento sociale. Infine, a completare questo quadro si inserisce “Jobel”, un progetto nazionale attivo nel biennio 2025-2026, frutto della collaborazione tra Intesa Sanpaolo e Caritas, nell’ambito dell’iniziativa “Aiutare chi Aiuta”, attiva dal 2020 e che in cinque anni ha raggiunto più di 14mila beneficiari offrendo supporto a ragazzi coinvolti nel sistema penale. Il programma è dedicato al sostegno dei minori attraverso percorsi di formazione professionale, orientamento e inclusione in 16 istituti italiani, con l’obiettivo di prevenire la recidiva e favorire un concreto reinserimento sociale dei giovani sottoposti a provvedimenti penali. Una società che guarda al futuro - La sicurezza non si costruisce irrigidendo le pene, ma investendo in opportunità concrete di crescita e inclusione. Affidarsi esclusivamente alla punizione si è rivelato inefficace e rischia di compromettere il futuro di ragazzi che, spesso, provengono da contesti segnati da fragilità sociali ed educative. Per questi motivi, cambiare la prospettiva rispetto alle carceri minorili, focalizzandosi su ciò accade durante e dopo il periodo di detenzione è indispensabile. Solo integrando percorsi di istruzione, lavoro e supporto psicologico nel sistema rieducativo sarà possibile prevenire la recidiva e trasformare il disagio in una possibilità di riscatto. Una società che sceglie di investire nei suoi giovani dimostra di voler guardare al futuro, riconsiderando il ruolo delle carceri minorili. Giustizia di comunità sempre più centrale: 142mila persone in carico, più del doppio dei detenuti lacapitalenews.it, 8 febbraio 2026 Anche nel 2025 la giustizia di comunità si conferma la risposta prevalente alla commissione di un reato. I dati dell’ultima relazione sull’amministrazione della giustizia dicono che al 31 dicembre erano 142.780 le persone in carico agli uffici di esecuzione penale esterna, più del doppio dei detenuti presenti in carcere, che alla stessa data erano 63.499. Il quadro che emerge è quello di un sistema in evoluzione, con una tendenza considerata positiva dagli stessi estensori della relazione. Nel corso del 2025 aumentano infatti le persone sottoposte a misure o sanzioni di comunità e diminuiscono quelle seguite nelle fasi di indagine o consulenza. I primi sono 100.513, con un incremento dell’8 per cento rispetto al 2024. I secondi scendono a 42.267, in calo dell’11 per cento. Secondo la relazione, questi numeri indicano una maggiore efficienza del sistema, legata sia all’assunzione di nuovi funzionari, che ha permesso di smaltire le pratiche in fase istruttoria, sia all’introduzione di procedure semplificate grazie ad accordi con l’autorità giudiziaria procedente. Guardando alla tipologia delle misure, la parte più consistente riguarda le alternative alla detenzione. L’affidamento in prova al servizio sociale coinvolge 33.641 persone, la detenzione domiciliare 13.956 e la semilibertà 1.403. A queste si aggiunge la messa alla prova, che interessa 27.406 persone e continua a crescere nel tempo. Anche in questo caso il dato viene letto in chiave qualitativa: nel 2025 le revoche sono state pari solo all’1,6 per cento del totale, un indicatore che la relazione collega alla tenuta dei programmi di trattamento destinati alle persone sanzionate. La “macchina” dell’esecuzione penale esterna, si sottolinea, è ormai strutturata per gestire grandi numeri. Un elemento chiave è il confronto costante tra gli Uepe e gli uffici giudiziari. Sono attivi 40 protocolli con i tribunali e gli uffici di sorveglianza, un metodo che rende più omogenee e snelle sia le fasi istruttorie sia l’esecuzione delle misure alternative alla detenzione. Un altro tassello ritenuto essenziale è la collaborazione tra gli uffici di esecuzione penale esterna e gli istituti penitenziari. Questo raccordo consente alle persone detenute che ne hanno diritto di accedere più facilmente ai permessi premio e alle misure alternative, o di uscire a fine pena senza ritardi. In questa direzione si sta ampliando la presenza degli Uepe all’interno delle carceri: al 31 ottobre 2025 i presidi attivi erano 27. Per quanto riguarda la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità, la relazione segnala l’efficacia degli 82 sportelli istituiti presso i tribunali. La maggior parte svolge attività di consulenza, ma in alcune sedi è già possibile avviare direttamente le pratiche di accesso a queste misure. L’esecuzione concreta dei percorsi di messa alla prova e dei lavori di pubblica utilità si regge infine su una rete di convenzioni con gli enti disponibili ad accogliere i soggetti. A livello nazionale ne risultano attive 13, tra cui quella storica con la Croce Rossa italiana, e nel 2025 si è aggiunto l’accordo con il ministero della Difesa, per un totale di oltre 3mila posti disponibili. A queste si sommano le convenzioni stipulate autonomamente dai singoli uffici giudiziari: al 31 ottobre 2025 erano 16.671. Numeri che raccontano un sistema sempre più orientato a una giustizia fuori dal carcere, capace di reggere volumi elevati e di puntare, almeno nelle intenzioni, su reinserimento e responsabilizzazione. Referendum, la telefonata di Meloni a Mattarella. Poi il via libera del Colle che chiede “rispetto” per la Cassazione di Paola Di Caro Corriere della Sera, 8 febbraio 2026 Non ha avuto il minimo dubbio Giorgia Meloni nel convocare il Consiglio dei ministri ieri mattina per modificare il testo del quesito referendario in tutta fretta, poche ore dopo la decisione della Cassazione. E questo perché, già venerdì, erano arrivate in qualche modo rassicurazioni dal Quirinale che non ci sarebbero stati problemi nel ritoccare la spiegazione delle norme costituzionali che si andavano a cambiare con la riforma. Quindi senza necessità di spostare la data del referendum più avanti, come avrebbe voluto il fronte del No. Ma rispettando “i giudici della Cassazione”, ha preteso il presidente, senza attacchi alla magistratura. Venerdì infatti praticamente tutti i ministri e la stessa premier si sono ritrovati a Milano per la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali, e c’è stato modo di avviare contatti informali in diretta con la decisione della Cassazione. Nulla quaestio per il capo dello Stato che, presidente del Csm, ex componente della Corte costituzionale - come fanno notare più ministri - ha sicuramente “contezza” della correttezza dell’agire del governo. In ogni caso, una telefonata formale c’è stata ieri mattina: Giorgia Meloni ha chiamato il presidente e ha annunciato la volontà del governo di correggere il testo come chiedevano i ricorrenti in Cassazione senza che questo portasse a uno slittamento del referendum. E Mattarella ha dato il via libera, firmando il decreto subito dopo il varo di Palazzo Chigi. D’altra parte, raccontano, dal Quirinale avevano già suggerito - in occasione del precedente decreto che istituiva la data del referendum per il 22 e 23 marzo - di non iniziare a stampare le schede elettorali fino a quando la Cassazione non si fosse espressa sul ricorso: il rischio di dover modificare il testo aggiungendo la specifica indicazione degli articoli della Costituzione era concreto, e ci sarebbe stato uno spreco di denaro pubblico, se non addirittura un danno erariale. Quindi non ci sono state particolari tensioni nel governo. Né ci sono ora preoccupazioni per un eventuale nuovo ricorso di fronte al Tar e poi eventualmente alla Corte costituzionale. “Quelli del No sanno benissimo - hanno ragionato in cdm - che con la firma di Mattarella la questione è pressoché chiusa. Chi si metterebbe contro di lui? E anche nella Consulta, cinque componenti sono stati nominati dal capo dello Stato e cinque da noi del centrodestra. Difficile che vadano contro la decisione del presidente, il tutto solo per prendere tempo e far votare il nuovo Csm con la vecchia legge”. Ragionamenti fatti da tutti, con il sigillo di esperti magistrati come il ministro Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano. E però Mattarella ha fatto sapere, ufficiosamente in pubblico e direttamente in privato, con chiarezza, che se la decisione del governo è “giuridicamente ineccepibile”, perché il quesito non è stato modificato ma “solamente integrato”, deve essere altrettanto chiaro che va “rispettata la Cassazione e le sue decisioni”. Niente attacchi ai giudici insomma, nonostante in Consiglio dei ministri si sia parlato eccome di “un giudice della Cassazione che fa parte del comitato del No e una che è un ex Pd”. Però, è stato in sostanza il tacito patto, nessuno dal governo sarebbe dovuto intervenire per delegittimare i magistrati, e non si sarebbe dovuta usare la decisione del capo dello Stato come un’arma. E infatti, nessun ministro è intervenuto per attaccare la Cassazione, anche se il compito è stato svolto eccome dagli esponenti di partito: “Quella - spiega un ministro di peso - è però la normale dialettica politica, chi attacca, chi contrattacca, come su ogni tema. Ma noi ne restiamo fuori. Non conviene in questo passaggio alzare i toni”. Insomma, dal Quirinale ci si augura una campagna elettorale i cui toni restino rispettosi, senza alcuna guerra alla magistratura, ogni potere dello Stato deve essere tutelato e non essere trascinato nell’agone di un voto che è il più importante prima delle Politiche. E potrebbe avere conseguenze, anche se in Cdm ci sarebbe stato un certo ottimismo sull’esito finale: una vittoria del Sì. Che comunque va costruita, passo dopo passo. Referendum giustizia, le date non cambiano. Ma è scontro FdI-Cassazione di Roberta d’Angelo Avvenire, 8 febbraio 2026 Il Consiglio dei ministri adotta il nuovo quesito sulla base dell’ordinanza della Corte. Mattarella firma il decreto e chiede rispetto per i giudici. Sergio Mattarella prova a frenare lo scontro istituzionale sulla data del referendum per la separazione delle carriere. Ma il clima è tesissimo e ogni occasione - non ultimi gli scontri di Torino e le loro conseguenze - sono da giorni utili a maggioranza, opposizioni e anche pezzi rilevanti della magistratura, per gridare le rispettive ragioni sulla riforma Nordio. La consultazione popolare si allontana dalle ragioni di merito e si trasforma in uno confronto senza esclusione di colpi, in cui il richiamo del presidente della Repubblica stenta a fare presa. Riavvolgendo il nastro dell’ennesima giornata cupa per la democrazia italiana, i primi fuochi si accendono in mattinata, in attesa del Consiglio dei ministri chiamato a recepire l’ordinanza della Cassazione, che venerdì aveva accolto il nuovo quesito per il referendum nella versione formulata dai 15 giuristi promotori della raccolta di firme di 500 mila cittadini. A Palazzo Chigi il Governo deve sciogliere il nodo se la riformulazione del testo (rispetto a quello su cui si è già aperta la campagna referendaria) possa essere sufficiente o se occorrerà anche modificare la data, già fissata per il 22 e 23 marzo. “Questo dibattito sulla data mi sembra surreale, sono mesi che discutiamo di questo argomento, gli italiani che si vogliono informare hanno avuto e avranno tutta la possibilità di farlo”, commenta a Sky Tg24 Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato di FdI. “Mi sembra evidente che l’obiettivo di questi continui ricorsi è quello di impedire il rinnovo del Csm con le nuove regole” per lasciare “l’organo di autogoverno dei magistrati in mano allo strapotere delle correnti con tutte le degenerazioni che ben conosciamo”, rincara. E sempre dal partito della premier, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami rialza: dopo la decisione dell’Alta Corte non ci sono più dubbi sulla necessità della riforma Nordio, dice. “Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito. Tra questi - cita - Alfredo Guardiano, che modererà un convegno sulle ragioni del No, e Donatella Ferranti, ex deputata Pd e presidente della commissione Giustizia fino al 2018”. Può bastare, argomenta, “per rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti”. Segue l’invito a votare Sì. Il Cdm intanto ha decretato: la data non slitta, ma il quesito viene riformulato. La premier sente il capo dello Stato, che nel giro di qualche ora firma il decreto. Già Mattarella aveva convinto a non far stampare le schede con il quesito, in attesa della decisione della Cassazione. E ieri con la notizia della firma, fonti del Quirinale rendono noto che per il presidente il decreto è “giuridicamente ineccepibile”, avendo semplicemente integrato il quesito referendario uguale per tutti i proponenti. Le stesse fonti, però, fanno sapere che il presidente invita tutti “a rispettare la Cassazione e le sue decisioni”. Come Bignami, Enrico Costa di FI attacca Guardiano, che considera di parte. Chiamato in causa, il giudice della Cassazione replica alle accuse: “Non mi nascondo, sono per il No al referendum. Ma il tema dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento. Non siamo minimamente entrati in questo ambito. Qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave”. La bagarre è totale, esplodono le reazioni politiche. Nel caos, arriva la nota della Giunta esecutiva sezionale Anm della Cassazione: le dichiarazioni “di alcuni soggetti politici in merito all’ordinanza del 6 febbraio 2026” sono “inaccettabili perché lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione”. Segue la nota del primo presidente della Cassazione Pasquale D’Ascola. “Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici - scandisce. Per contro, non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale”. Ma, incalza, “ciò è ancora più grave nei confronti del collegio dell’Ufficio centrale per il referendum, la cui composizione è predeterminata direttamente ed esclusivamente dalla legge”. “I decreti non possono aiutare il Sì. Lo slogan? Vogliamo giudici forti” di Errico Novi Il Dubbio, 8 febbraio 2026 “Non si fa campagna referendaria con i decreti sicurezza”. Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, anima del Comitato “Sì Separa” e della battaglia per la separazione delle carriere, è perplesso e anche un po’ preoccupato: “Sarebbe molto meglio occuparci di politica della sicurezza a mente fredda, dopo il voto popolare sulla riforma”. Fratelli d’Italia sfodera locandine in cui attribuisce alla legge Nordio il potere di disinnescare il presunto buonismo dei giudici, la loro indulgenza verso i black bloc o i migranti. Un messaggio confuso e illogico. “Noi, parlo del Comitato e della Fondazione, abbiamo una strada molto chiara: incontri con la società civile, con la sinistra più riformista come con le espressioni del cattolicesimo liberale. Il messaggio è semplice: con il muovo ordinamento giudiziario avremo un giudice più forte. Trovo sempre efficace la metafora del triangolo isoscele: al vertice c’è un magistrato che giudica ed è sopra le due parti, cioè l’accusa e la difesa. Ora invece quel triangolo è rovesciato e le due magistrature schiacciano il difensore”. La figura del giudice è un presidio istituzionale caro all’elettorato conservatore: esaltare la riforma come strumento per tutelare proprio la funzione del giudice può essere la via migliore. Screditare invece la magistratura giudicante sembra come minimo inutile, se non dannoso. “Io non mi occupo di elettorato, ma di contenuti. Cito sempre un esempio di malagiustizia su tutti: il caso Tortora. Non perché sia l’unico, ma perché è esemplare quanto avvenuto ai magistrati che si occuparono di quel processo: i pm che lo accusarono ingiustamente e i giudici che lo condannarono hanno fatto carriera, uno di loro è stato addirittura eletto, dai suoi colleghi, al Csm. Il giudice relatore che in secondo grado rilevò le incongruenze della tesi accusatoria e il presidente della Corte d’appello che lo assolse sono stati emarginati. Ecco: noi vogliamo giudici forti che non siano schiacciati dalle dinamiche corporative interne alla magistratura”. Chiarissimo. Ed è forse il motivo per cui Carlo Nordio ha inserito, nella propria legge, il sorteggio dei togati. “Sul punto sono stato a lungo scettico. Nelle diverse audizioni in cui sono intervenuto alla Camera e al Senato, l’ho ripetuto più volte. Poi ho cambiato idea. Ed è stata decisiva la splendida riflessione compiuta a riguardo proprio da un magistrato, Andrea Mirenda, che oggi siede in plenum. Se un giudice appena entrato in ruolo può assumersi la responsabilità di infliggere a una persona la pena dell’ergastolo, com’è possibile che non sia in grado di assumersi, da consigliere superiore sorteggiato, la responsabilità di decidere sulla carriera di un collega?”. Oltretutto l’elettorato di centrodestra andrebbe persuaso proprio con la tutela dell’alta funzione che spetta all’ordine giudiziario e con il rischio che, a comprometterla, sia la distorsione correntizia. Servirebbe qualcosa come “cacciamo i mercanti dal tempio”, insomma, dove i mercanti sono le correnti, alle quali va sottratto il controllo sulla giustizia e la magistratura, che continuano a essere “sacre”. “Certo, ma non trascurerei che in realtà l’agitarsi dell’Anm può essere un boomerang. Distorcere il senso della riforma è inaccettabile, e davvero solo in Italia potevamo trasformare un sindacato privato dei magistrati in un interlocutore politico. Solo da noi poteva radicarsi l’irritualità dei pareri che il Csm emette nel pieno dell’esame parlamentare, come se fosse una terza camera. In ogni caso, il messaggio che ci sforziamo di dare, come Comitato Sì Separa e come Fondazione Einaudi, passa anche per la testimonianza preziosa dei tanti magistrati favorevoli alla riforma. La loro valutazione evoca indirettamente anche i rischi a cui l’Anm, per converso, si espone. Non dobbiamo dimenticare che ci sarà un 24 marzo. Il giorno dopo il voto non potremo risvegliarci fra le macerie”. Lo ha detto anche il professor Zanon nel forum con il Dubbio di cui abbiamo dato conto sul giornale di ieri. C’è il rischio che il fronte del Sì resti rinchiuso in convegni frequentati da chi è già convinto di votare per la riforma. Bisognerebbe parlare, invece, alla stragrande maggioranza di cittadini che non sa di ordinamento giudiziario. “Noi abbiamo i riscontri e i numeri migliori, sui social. Scegliamo messaggi che puntualmente vengono copiati da altri. Il nostro obiettivo è favorire in tutti i modi possibili una crescita civile, una vera consapevolezza sui temi della riforma”. E quindi fare campagna per il Sì a colpi di decreti serve a poco. “Devo riconoscere l’esempio di equilibrio che la premier Meloni ha offerto fin dal principio del dibattito sulla separazione delle carriere. Poi è chiaro che messaggi distorsivi dal fronte opposto innescano una reazione, e che dunque i toni, nelle ultime settimane, sono più aspri anche da parte del governo. Sono infelici battute come quelle con cui altri esponenti dell’Esecutivo prefigurano un distacco della polizia giudiziaria dal pm. D’altronde la confusione nasce dal paradosso di avere, nel nostro Paese, una sinistra riformista che per la gran parte sceglie il giustizialismo e una destra garantista a corrente alternata. Noi ci chiamiamo fuori, non abbiamo simpatie per gli schieramenti, vogliamo rivolgerci solo ai cittadini. Ma non possiamo trattenerci dall’obiettare sul ricorso all’ennesimo decreto sicurezza”. Che accresce la confusione. “Non è con i decreti sicurezza che si fa campagna per il Sì, lo ripeto. Oltretutto, in termini di consenso politico generale, si tratta di una strategia controproducente: si ammette implicitamente che tutti i precedenti decreti, dai rave-party in avanti, sono stati inefficaci. Abbiamo ottimi argomenti, a sostegno del Sì. Bastano. L’importante è impegnarsi a contrastare le mistificazioni con la chiarezza della ragione”. Riforma giustizia, l’ex Guardasigilli Flick: “Politica e giudici collaborino” di Veronica Passeri La Nazione, 8 febbraio 2026 L’ex presidente della Consulta: coniugare velocità e tutele è la sfida più complicata. “Il mio rimorso? Non essermi occupato a sufficienza della situazione delle carceri”. Professor Giovanni Maria Flick, ex Guardasigilli ed ex presidente della Consulta, riformare la giustizia, tenendo insieme efficienza e tutela dei valori, è una sfida che ha sempre incontrato molte resistenze, perché secondo lei? “Qualità, velocità ed efficienza è, ad esempio, la sfida che ha l’Intelligenza artificiale che si propone l’idea di realizzare un sistema in cui siano d’accordo tutte queste cose: è la cosa più difficile che si possa fare. L’efficienza invoca la semplificazione al massimo, la tutela dei valori evoca una profondità di ragionamento di fronte alla quale l’efficienza può doversi arrendere, quindi è normale che una parte si schieri per l’efficienza e una per la velocità”. A volte sembra una lotta “per cavilli” tra il governo di turno e la magistratura, è così? “È una lotta per cavilli, perché il problema più difficile è trovare un equilibrio tra i diritti e gli interessi, tra i diritti tra di loro, tra gli interessi tra di loro perché, ad esempio, vi è l’interesse alla velocità della sentenza che può urtare con l’interesse alla profondità dell’accertamento e della garanzia. Tutti abbiamo l’interesse al processo più veloce possibile, però abbiamo anche l’interesse al processo più garantito possibile, con tre se non quattro gradi, considerando Strasburgo”. C’è anche una resistenza di tipo corporativo da parte della magistratura alle riforme? “Può essere benissimo, ma ci troviamo di fronte a una situazione nella quale la legge presenta notevoli carenze, il giudice la deve applicare, ma spesso e volentieri l’applicazione della legge richiede delle acrobazie. C’è lo scontro tra quello che io chiamo il diritto morente della legge e il diritto vivente dell’interpretazione giurisprudenziale. Il rifugiarsi nei cavilli è un modo molto umano, purtroppo, per sfuggire ai problemi. Tutto questo può tradursi in una serie di dispute tra magistrati e politica. Va trovato un punto di equilibrio, bisogna impiegare molto buon senso e capacità di studio senza arrivare alle esasperazioni interpretative: per riformare la giustizia ci vuole tanta volontà per mettersi d’accordo, non è irriformabile, ma dobbiamo partire e tenere sempre presente la Costituzione”. A proposito di vuoti legislativi c’è stata una latitanza della politica? “Molto consistente! La giurisprudenza interviene proprio per cercare di coprire le carenze della legislazione, però dove finisce il limite dell’interpretazione evolutiva consentita e dove comincia l’interpretazione creativa del giudice non consentita?” C’è qualcosa che si dispiace di non aver fatto da Guardasigilli? “Tantissime. La prima di non essermi occupato a sufficienza del carcere o meglio ho deciso occuparmi prima del processo e poi della pena”. Cosa pensa del panpenalismo introdotto dai decreti Sicurezza? “Quella che per tradizione viene considerata e deve essere l’extrema ratio, ovvero l’uso del carcere, viene considerata invece il fatto principale; ovvero si affrontano i problemi, del diverso, del migrante, del ragazzo, del deviato, del disoccupato, del malato e dell’anziano, con la minaccia e non dal punto di vista della dimensione sociale, come vuole la Costituzione: siamo tutti uguali, con pari dignità nonostante le diversità di ciascuno di noi. L’esperienza storica ci dice che chi sconta la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 70% rispetto a chi la sconta attraverso le misure alternative, recidivo al 30%. Il fatto che il governo o la maggioranza che lo sostiene abbiano teorizzato il principio della panpenalizzazione e della pancarcerizzazione è una cosa che la Costituzione non prevede assolutamente. Anzi, la Carta parla di pene che devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Il tempo e lo spazio ci costringono a questa brevissima riflessione mentre vi sarebbe da dire molto di più di fronte alle condizioni della giustizia, del processo e della sua lentezza, della pena e del carcere, proprio per questo non intendo intervenire su un tema cruciale come quello del referendum di cui tanto (forse troppo) si discute in questi giorni”. Maltrattamenti, la sola denuncia basata su videoripresa di un episodio non giustifica l’arresto di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2026 L’arresto in flagranza differita per il reato ex articolo 572 del Codice penale deve essere sorretto da ulteriori elementi indizianti di una condotta abituale vessatoria che è alla base della fattispecie. La videoripresa fatta dal figlio di una condotta aggressiva e con violenza sulle cose da parte del padre quale prova dei maltrattamenti in famiglia agiti dall’uomo asseritamente verso la madre (che non era neanche la vittima diretta della condotta ripresa) non può condurre a giustificare l’arresto dell’uomo denunciato. In quanto non sorregge i presupposti della flagranza - peraltro differita - che giustificano l’arresto. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 4834/2026 - - ha perciò respinto il ricorso del Pm contro l’ordinanza del Gip che non aveva convalidato l’arresto del presunto colpevole di maltrattamenti eseguito a norma dell’articolo 382 bis del Codice penale. Le affermazioni rese alle forze dell’ordine da parte del figlio e della moglie che si asseriva essere la vittima del reato abituale di maltrattamenti in famiglia non è stata ritenuta foriera di ulteriori indizi dell’illecito penale denunciato. D’altronde nel caso del reato di maltrattamenti anche l’arresto in flagranza (non differita) ossia operato in base alla diretta percezione dei fatti da parte degli agenti operanti richiede che questi rilevino - nella situazione posta davanti ai loro occhi - dei dati fattuali che siano al momento considerabili come concreti elementi indiziari di un caso di maltrattamenti in famiglia. Elementi che possono essere all’interno della scena in cui opera la Polizia lo stato dell’abitazione, la condizione psicofisica in cui versi la presunta vittima o l’incontenibile aggressività del presunto autore del reato abituale che, anche in presenza delle forze dell’ordine, non si trattenga dal continuare a inveire contro il familiare “presumibile” parte offesa. Elementi che ovviamente non possono essere percepiti quando alla base dell’arresto in flagranza differita viene posta una videoripresa di un singolo frangente pur quando vengano esplicate nel video rabbia, violenza od offese umilianti da parte del denunciato. Da ciò la Corte di cassazione penale chiamata a interpretare l’articolo 382 bis del Cp afferma che non basta la videoripresa a costruire il quadro indiziario del reato abituale di maltrattamenti e che la denuncia della vittima da sola senza l’offerta di ulteriori elementi dell’abitualità della condotta maltrattante non è sufficiente a giustificare l’arresto in flagranza differita. Viterbo. Atik, il suicidio in carcere non ha colto di sorpresa di Alessio De Parri Corriere di Viterbo, 8 febbraio 2026 “Era attenzionato per il rischio suicidario, ma non è bastato”, ha commentato il garante dei detenuti Stefano Anastasìa, sulla morte di Abdullah Atik, uno dei due cittadini turchi arrestati dalla Digos il pomeriggio del 3 settembre in un b&b di fronte al santuario di Santa Rosa, poco prima del corteo dei facchini impegnati nel tradizionale giro delle sette chiese. Sul decesso del 26enne, trovato senza vita giovedì nella sua cella nel carcere di Mammagialla, è stato aperto un fascicolo e l’autopsia è prevista a giorni. Da quanto emerso, il giovane detenuto si sarebbe impiccato. Atik e il 22enne Baris Kaya erano stati fermati dalla polizia e rinchiusi in carcere con l’accusa di detenzione di armi: durante il blitz erano stati trovati in possesso di una mitraglietta e di una pistola. “Ora sia io che la direzione dell’istituto siamo molto preoccupati per Baris Kaya” - Ieri mattina si sono svolti diversi interrogatori nell’ambito dell’indagine coordinata dal pm Flavio Serracchiani. “Abdullah Atik era un ragazzo sensibile e fragile - ha dichiarato al Corriere di Viterbo il suo legale, l’avvocato Mario Angelelli -. Ritengo abbiano pesato su di lui le pesanti contestazioni, le ipotesi di strage circolate sulla stampa e le dure condizioni del carcere. Ora sia io che la direzione dell’istituto siamo molto preoccupati per Baris Kaya”. Nel frattempo, relativamente alla più ampia inchiesta della Dda di Milano sulla rete criminale guidata dal boss turco Baris Boyun, è stato disposto il giudizio immediato per altri quattro connazionali: Ismail Atiz e due uomini di 35 e 39 anni. Il quarto indagato al momento risulta irreperibile. Padova. Carcere Due Palazzi, sovraffollamento e proteste di Luca Preziusi Il Gazzettino, 8 febbraio 2026 “Nuovi detenuti e aggressioni in aumento. Criticità senza precedenti”. Così il Sappe, sindacato della polizia penitenziaria, sulle condizioni nella struttura che sta attraversando un momento tesissimo. A fine gennaio due suicidi in pochi giorni. Continua la rivolta dentro il carcere Due Palazzi. Dopo il caos dei trasferimenti e dei suicidi, a cui sono seguite diverse manifestazioni di dissenso contro il Dipartimento (da parte soprattutto delle realtà del terzo settore), ora a spostare il mirino è la polizia penitenziaria. La stessa che nei giorni scorsi comunque aveva affiancato le proteste, accogliendo le parole di apertura del vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla. Stavolta invece gli agenti denunciano un aumento del livello di aggressività di una parte dei detenuti, dovuta probabilmente alla convivenza nel primo blocco sia di detenuti del circuito cosiddetto “sex offender” (reclusi per violenza contro le donne), prigionieri comuni, sorvegliati speciali e destinatari di provvedimenti disciplinari. Una situazione che avrebbe quindi generato tensione, generando una escalation di violenza, a tal punto da portare al furto delle chiavi delle celle. Per questo i sindacati hanno scritto direttamente alla direttrice Maria Gabriella Lusi, chiedendo dei provvedimenti: “Le condizioni operative all’interno del 1° blocco hanno raggiunto un livello di criticità senza precedenti nel panorama penitenziario regionale - scrive il segretario nazionale per il coordinamento Triveneto del Sappe, Giovanni Vona -. C’è un preoccupante aumento del senso di impunità che sta mettendo in serio pericolo non solo il personale, ma anche la sicurezza dell’intero istituto”. Alla luce di quello che è accaduto l’ultima settimana di gennaio, questo aggiunge attriti all’interno dell’istituto penitenziario, dove la convivenza è già forzata e obbligatoria. Negli ultimi mesi poi sono stati trasferiti al Due Palazzi altri detenuti provenienti da San Vittore (Milano), che avrebbero complicato ulteriormente le cose: “Assolutamente, per questo serve il rafforzamento dell’organico al primo blocco detentivo, gravemente carente a causa dei numerosi infortuni sul lavoro conseguenti ad aggressioni e perché sottostimato allo scopo - continua Vona -. Poi serve il trasferimento o la ricollocazione su altri piani dei detenuti provenienti da Milano San Vittore, quello dei reclusi responsabili di aggressioni verso altri istituti o sezioni a maggiore controllo, la fornitura di idonei dispositivi di protezione individuale, la rotazione mensile o bimestrale del personale del personale operante in detta sezione, vista la gravosità che genera maggiore stress fisico e psico-emotivo e l’intervento di personale addestrato” chiude il segretario. La situazione quindi oggi è particolarmente delicata all’interno del Due Palazzi. Quello che era (e sembrava) un modello di reinserimento, riabilitazione e rinascita, sta diventando una polveriera. Non basta più l’impegno delle cooperative e delle associazioni per garantire un clima distensivo e dare una seconda possibilità a chi ha sbagliato e sta scontando la pena. Come lo stesso Dipartimento scriveva nel carteggio con i vertici del Due Palazzi: “Il sovraffollamento costituisce un fattore moltiplicatore di tensione, che rende complessa la gestione della quotidianità detentiva. In simili condizioni diventa ancora più urgente che tutti gli operatori condividano il lavoro con la polizia penitenziaria - si legge nei dispositivi firmati dal capo del Dipartimento, Stefano Carmine De Michele - rendendosi disponibili in modo visibile e fattivo, facendosi carico di colloqui diffusi e spiegazioni dirette, chiarendo percorsi terapeutici, illustrando tempi e procedure”. L’Aquila. Ipm: Odg della minoranza: “Rendere carcere sicuro e con spazi sociali” di Marianna Galeota news-town.it, 8 febbraio 2026 “Finalmente lunedì si potrà discutere delle condizioni del carcere minorile dell’Aquila”. Lo scrive in una nota la consigliera comunale del Pd Stefania Pezzopane. L’ordine del giorno, a prima firma della consigliera dem e sostenuto da tutti i gruppi di opposizione, è stato inserito nel programma del Consiglio comunale di lunedì 9 febbraio. Obiettivo dell’odg “chiedere un’urgente presa in carico dei problemi della struttura dove si sono registrati fatti gravi fin dalla sua riaperture e chiedere Ministero a fare quanto necessario per rendere sicuro e dotato di spazi sociali”. “La cronaca purtroppo in questi mesi ha raccontato numerosi episodi di tensione all’interno del Carcere minorile dell’Aquila. C’è stata una grave sottovalutazione dell’allarme che le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria avevano lanciato già prima dell’apertura e che ora si dimostrano realistici e niente affatto allarmistici”, aggiunge Pezzopane. “Il personale compie ogni giorno uno sforzo enorme ma non si possono superare con la buona volontà i problemi logistici e le carenze di personale. Perché la voce degli operatori arrivasse ad essere ascoltata dalle istituzioni locali, ho anche promosso una utile riunione della terza commissione che si è tenuta con la presenza di tutti i sindacati che unanimemente hanno chiesto intervento. Purtroppo in quella sede mancavano i vertici dell’istituto, il presidente della Commissione Frullo si era pure impegnato a riconvocare la commissione con la presenza dei vertici, ma a tutt’oggi l’impegno non è stato mantenuto non sappiamo se per indisponibilità dei vertici dell’istituto o se per sottovalutazione del problema. Intanto nel carcere minorile continuano le aggressioni al personale ed i problemi di tenuta dei minori detenuti. In terza commissione abbiamo coinvolto associazioni, operatori e organizzazioni sindacali ed in un luogo istituzionale sono stati evidenziati limiti strutturali, organizzativi e sociali a cui non si è dato però alcun seguito. Siamo anche finiti sulla stampa nazionale nell’ambito di una inchiesta giornalistica sui carceri minorili in Italia e non abbiamo fatto certo una bella figura”, prosegue. “Facile inaugurare, ma il punto è garantire la sicurezza di personale e detenuti - aggiunge - Chi quel giorno di agosto era eccitatissimo ora è silenzioso forse imbarazzato, o semplicemente non gli interessa, tanto la passerella ormai è fatta. Ma il punto politico è: si può procedere alla inaugurazione di una struttura senza valutare la reale capacità di sostenere un carico così complesso sotto il profilo dell’accoglienza e della sicurezza?” “La sicurezza dalla destra è solo urlata o alibi per fare decreti liberticidi. Ma quando si tratta di aumentare il personale o sistemare le strutture, il problema sicurezza scompare. Per noi no, la sicurezza è una cosa seria e con l’ordine del giorno vogliamo che il comune prenda parola e intervenga presso il ministero per tutti gli adempimenti necessari a rendere l’istituto minorile intitolato a San Francesco un luogo “francescano” e non altro”, conclude. Così l’on Stefania Pezzopane, consigliera comunale Pd, è già parlamentare, annuncia la discussione del suo ordine del giorno, sottoscritto da tutte le opposizioni, per indurre il Ministero a fare quanto necessario per rendere sicuro e dotato di spazi sociali il carcere minorile reinaugurato a L’Aquila ad agosto. Napoli. A Secondigliano progetti di lavoro per reinserimento sociale napolitan.it, 8 febbraio 2026 Nel carcere napoletano di Secondigliano prende forma una realtà che va oltre la detenzione punitiva e guarda verso il reinserimento sociale attraverso il lavoro. Un’iniziativa che testimonia come, anche all’interno delle mura di una casa circondariale, sia possibile costruire percorsi di dignità, competenze e possibilità concrete per il futuro. Cinque detenuti del reparto di “Alta sicurezza” sono stati inseriti in attività lavorative presso la cooperativa agricola “L’uomo e il legno”, dove operano con impegno in mansioni legate alla terra e alla produzione agricola. Parallelamente, otto donne detenute della sezione femminile della struttura sono state ammesse al lavoro, per cinque giorni alla settimana, con la cooperativa “Lazzarelle”, un’impresa femminile nata circa quindici anni fa a Napoli con l’obiettivo di valorizzare l’artigianato, promuovere l’inclusione sociale e restituire dignità attraverso attività produttive. Le esperienze lavorative che coinvolgono i detenuti non si limitano a “occupazioni dentro il carcere”, ma rappresentano percorsi nei quali le persone recluse possono ri?scoprire capacità, responsabilità e competenze utili anche per la vita esterna. Cooperativa “L’uomo e il legno”: progetto agricolo e artigianale che offre ai detenuti l’opportunità di confrontarsi con attività manuali, produzione e gestione di prodotti derivanti dal lavoro della terra, favorendo la costruzione di abilità spendibili anche dopo la detenzione. Cooperativa “Lazzarelle”: impresa sociale con una forte identità territoriale e culturale. Nell’ambito di progetti di inclusione e artigianato, la cooperativa ha storicamente coinvolto molte donne detenute nella produzione e nella lavorazione del caffè artigianale e in altre attività che mirano a rafforzare la fiducia in sé stesse e la possibilità di un futuro diverso. Queste iniziative rientrano in un più ampio sforzo per creare ponti tra sistema carcerario, mondo del lavoro e comunità locale, sostenendo l’idea che il lavoro possa essere uno strumento concreto di riabilitazione e riduzione della recidiva. Il progetto “Jail to Job”, realizzato da più soggetti tra i quali la Cooperativa Rigenerazioni Onlus e le cooperative Lazzarelle e L’Arcolaio, rappresenta un esempio nazionale di come le persone in esecuzione penale possano prendere parte a percorsi di formazione e impiego con impatto reale sulla loro vita e su quella delle comunità in cui vivono. L’esperienza di Secondigliano conferma che il lavoro non è solo un’attività produttiva, ma può diventare uno strumento di riappropriazione di sé, di rilancio personale e sociale, e di speranza per un reinserimento dignitoso nella società. In un sistema penitenziario spesso segnato da sovraffollamento e isolamento, queste esperienze rappresentano una luce di innovazione sociale e di responsabilità collettiva. Non si tratta solo di “tenere occupati” i detenuti. Si tratta di offrire una nuova prospettiva, di valorizzare competenze, di coltivare motivazioni e di dare concrete opportunità a persone che hanno pagato un debito con la giustizia ma non devono restare prive di futuro. Sciacca (Ag). Convegno in carcere sul reinserimento sociale dei detenuti ripost.it, 8 febbraio 2026 Si è svolto, presso la Casa Circondariale di Sciacca, un convegno dedicato ai temi del reinserimento sociale e dei valori della convivenza civile. L’iniziativa è stata promossa dall’istituto penitenziario in collaborazione con l’Istituto scolastico “Don Arena” di Sciacca ed è stata moderata dal Responsabile dell’Area Trattamentale, dott. Gaetano Montalbano. All’incontro hanno preso parte il Direttore della Casa Circondariale, dott.ssa Marilena Scaravilli, il Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria, dott. Nino Di Noto, e la Responsabile dell’Avulss di Sciacca, prof.ssa Maricetta Venezia. Fulcro del convegno è stata la relazione del prof. Francesco Pira, Professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove insegna Comunicazione Strategica, Teorie e Tecniche del Giornalismo Digitale e Giornalismo Sportivo, Social Media e Comunicazione d’Impresa nei corsi di laurea magistrale e triennale. Nel corso del suo apprezzato intervento, il prof. Pira ha sottolineato il valore centrale del tema della rieducazione, evidenziando come “parlare di reinserimento sociale non significa affrontare un tema marginale o astratto, ma interrogarsi sul destino delle persone, sul futuro delle comunità e sulla qualità della nostra democrazia. Il reinserimento non riguarda solo chi è detenuto, ma l’intera società, perché una società che non sa reintegrare produce esclusione, marginalità e nuova devianza. Ogni persona che esce dal carcere senza strumenti, senza legami e senza prospettive rappresenta una sconfitta non individuale, ma collettiva”. Il docente ha inoltre evidenziato l’importanza della scuola in ambito penitenziario, anche quale strumento fondamentale per il superamento dello stigma sociale, affermando che “contro lo stigma non esistono scorciatoie. L’unico strumento davvero efficace è la formazione, la conoscenza, la cultura. Tabù, stereotipi e pregiudizi si combattono creando consapevolezza. In questo senso, la scuola in carcere assume un valore straordinario. Studiare durante la detenzione è un atto di ricostruzione dell’identità, che afferma come una persona non coincida mai interamente con il reato commesso, ma resti portatrice di risorse, capacità e possibilità di cambiamento”. Particolarmente significativo è stato il momento di confronto finale, durante il quale alcune persone detenute hanno condiviso riflessioni personali e rivolto domande al relatore, offrendo testimonianze dirette sul valore dei percorsi trattamentali e formativi. “Iniziative come questa - dichiara il Direttore dott.ssa Marilena Scaravilli - rappresentano un’importante occasione di apertura dell’istituzione penitenziaria al territorio e al mondo della scuola e del volontariato. Il confronto tra esperti, operatori, studenti e persone ristrette contribuisce a rafforzare la cultura della legalità, della responsabilità e del rispetto reciproco, elementi fondamentali per costruire concreti percorsi di reinserimento sociale e per promuovere una convivenza civile fondata sui valori costituzionali”. Venezia. Beatrice Venezi e l’incontro con le detenute sul tema della resilienza di Monica Zicchiero Corriere del Veneto, 8 febbraio 2026 La direttrice nominata al teatro La Fenice terrà un discorso sull’“empowerment” femminile l’11 febbraio. L’idea nata da Maurizia Campobasso, vertice della casa di reclusione della Giudecca: “Non ci siamo mai incontrate prima”. Non ci sarà divisione tra scena e platea: un divano e tutto intorno, a cerchio, le sedie per gli astanti. Nessuno a capotavola, nessuno che parla dall’alto del proscenio. Le detenute della Giudecca, la direttrice, la polizia carceraria, gli esterni che si accreditano per l’evento: tutti sullo stesso piano. Segnatevi l’evento in agenda: per la prima volta da quando è stata nominata direttrice artistica della Fenice, Beatrice Venezi sarà a Venezia l’11 febbraio alle 12,30 al carcere femminile di Venezia. Per una chiacchierata con le detenute sull’importanza dell’assertività del prendere il mano la propria vita, la resilienza e la caparbietà. La sua prima uscita in assoluto in città dopo il muro contro muro stile stallo messicano dalla nomina del sovrintendente Nicola Colabianchi e dalla reazione dell’Orchestra che si è vista passare il missile delle mancata condivisione della scelta a pochissimi centimetri dagli strumenti a millimetri dalla professionalità che è corale e condivisa. La direttrice del carcere: “Arte spazio inclusivo” - Non ci sono versi nella tradizione lirica che possano essere accorsi in soccorso in questa situazione che dura da mesi perché lì temi e sentimenti forti si affrontano con piglio di tragedia. Come spesso accade, una via di compromesso la si trova attraverso altre strade. “Meet me Halfway”, cantavano i Black Eyed Peas: il pop ha un altro flow. La direttrice della casa femminile di reclusione della Giudecca Maurizia Campobasso ha fatto il passo. Ha tirato su il telefono e chiesto alla maestra Venezi di tenere un discorso sull’empowerment femminile. “Non ci siamo mai incontrate prima: la prima volta sarà mercoledì prossimo - racconta la direttrice - Ci siamo parlate e trovate d’accordo: l’arte, la musica sono uno spazio neutrale e inclusivo. Senza ruoli e senza sbarre”. L’iniziativa ha il sostegno dell’amministrazione penitenziaria, del ministro della Giustizia Carlo Nordio che rilascerà un messaggio per la giornata e del provveditore regionale Rosella Santoro che ha immediatamente sostenuto a nome di tutta l’amministrazione penitenziaria questo incontro. Roma. In scena a Rebibbia i sogni e le speranze dei detenuti di Marina Tomarro vaticannews.va, 8 febbraio 2026 Al Teatro Libero della Casa Circondariale di Rebibbia, un gruppo di detenuti ha portato in scena “Il tunnel dei sogni”, in cui i protagonisti hanno raccontato pensieri e paure, ma anche le speranze per un domani differente. A seguire, un dibattito di confronto con personalità del mondo delle istituzioni, della comunicazione e dello spettacolo. Con loro anche Nek che ha cantato alcuni dei suoi brani più conosciuti. “Quando mi sveglio la mattina mi piace rimanere qualche minuto ancora con gli occhi chiusi, per continuare a sognare. Immagino di trovarmi nella mia cameretta tra le cose a me familiari...e invece quando li apro sono qui in questa cella, e devo iniziare un altro giorno in un posto dove il cielo lo vedo solo attraverso una finestra con le sbarre”. È Gabriele, un giovane detenuto, ad aprire la mise in scena “Il tunnel dei sogni liberamente”, ispirato al libro “I volti della povertà in carcere” di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero, che ha curato anche i testi e la regia, andato in scena al Teatro Libero della Casa Circondariale di Rebibbia a Roma. La vita quotidiana intramezzata da momenti di riflessione, dove i detenuti hanno voluto raccontare le loro considerazioni sul momento che si trovano a vivere, le paure di essere giudicati una volta fuori, quasi come se il carcere divenisse un marchio a fuoco sulla pelle viva, una ferita destinata a non rimarginarsi mai agli occhi della società. Ma anche le speranze ei sogni, come quello di poter tornare un giorno nei luoghi dove si è stati felici, una casa d’infanzia ad esempio, con un balcone da cui si vede mare, e poter ammirare da lì la bellezza del Golfo di Napoli. Ad ascoltarli non si sono solo altri compagni di protezione, ma volontari, personalità del mondo delle istituzioni, della comunicazione, dello spettacolo, che a fine piece si sono confrontati con loro in un dialogo. Camminare insieme perché nessuno si perde - Presente all’evento anche il cantante Nek, che ha riproposto alcune delle sue canzoni più famose, suscitando un grande entusiasmo tra il pubblico in sala. “La musica ci cambia la vita - ha spiegato il cantante - È un’arte molto potente, perché utilizza le emozioni. Crea anche benefici, ti cambia l’umore e da colore alle nostre giornate”. Poi ha raccontato la sua esperienza nella Comunità Nuovi Orizzonti. “Ho avuto occasione di incontrare tanti ragazzi che sono li - ha spiegato - Hanno avuto vite complicate, ma oggi sono a servizio degli altri, di chi si trova in situazioni di grande sofferenza. Questo per me è un incoraggiamento, e oggi non sono io a rendere felici gli altri con la mia presenza, ma sono loro che riempiono di gioia la mia vita. Andare lì è una cura per me”. Con lui, anche don Davide Banzato, scrittore e conduttore del programma “I Viaggi del Cuore”. “Vivo nella comunità di Nuovi Orizzonti da ventisette anni - ha raccontato - quando sono entrato lì, ho capito che da quelle persone ho imparato molte cose, che probabilmente nessuna scuola può insegnare. Alla fine siamo tutti diversamente dipendenti da qualcosa, siamo tutti un po’ feriti, e possiamo aiutarci solo condividendo, mettendoci in relazione tra noi, perché quel cammino insieme ci aiuta reciprocamente, gli uni con gli altri” Quella dignità che non deve mai venire meno - L’incontro è stata un’occasione concreta di confronto tra i detenuti e le istituzioni. “Tolto il dolore che c’è, rabbia e paura, sono proprie caratteristiche del mondo carcere”, ha spiegato Giacinto Siciliano, provveditore Regionale Lazio Abruzzo e Molise del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, rispondendo ad una domanda posta da un detenuto su come gestire la rabbia di chi è in detenzione. “Ci sono tanti motivi di rabbia - ha detto Siciliano - si è arrabbiati soprattutto con se stessi, forse perché si ha paura di non riuscire a farcela. E la rabbia in qualche modo ci consente di altrove la responsabilità ce l’ha l’operatore lavorare che non riesce a come vorrebbe. Ce l’ho io che vorrei fare delle cose però, che mi rendo conto che non riusciamo a fare, poi c’è la risposta, che è la bellezza di quello che è stato rappresentato qui e ti fa capire che si può andare oltre, lo sguardo che attraversa le sbarre e va oltre il muro divisorio”. Marina Finiti Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, si è soffermata sulla dignità della persona: “Il carcere è un problema che fa comodo non vedere. Purtroppo fuori da qui ci sono tanti pregiudizi e questi li ho toccati con mano anche a distanza di tanti anni. Sono convinta che la dignità sia connaturata all’essere umano e non possa mai venire meno e deve essere cura dello Stato mantenere la nostra dignità e non violarla mai. Per quanto mi riguarda, faccio sempre il possibile, come Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma per garantire questo rispetto”. Diventare un segno di speranza - Al dibattito ha partecipato anche Massimiliano Menichetti, vicedirettore editoriale dei media vaticani e responsabile di Radio Vaticana-Vatican News “Quando ci si incontra si apre sempre una opportunità - ha spiegato - perché si inizia un cammino. Questa sera durante la rappresentazione i muri, le sbarre sono scomparsi per lasciare spazio ai sogni, alla voglia di ricominciare, alla speranza. costruire nell’ambito in cui si trova generando legami”. “Non è stato solo uno spettacolo, - ha continuato - avete completamente ribaltato il punto di vista. Tante volte si discute del carcere, di tutte le sue problematiche, oggi voi avete parlato, con la vostra concretezza, con il cuore e la verità. Sarà bello costruire un podcast insieme, coinvolgendo anche altre realtà, perché ognuno è parte di questa storia che si è evidenziata: voi siete speranza per tanti altri, perché è facile cadere per tutti noi, è molto più complicato rialzarsi, ma quando ci si riesce, come facendo stato voi, diventa un segno di speranza per tutti” Centri sociali, controstoria culturale e spazi politici di Giuliano Santoro Il Manifesto, 8 febbraio 2026 A proposito di “Novanta”, per Einaudi l’ultimo volume di Valerio Mattioli. Dopo qualche decennio di esistenza, i centri sociali autogestiti sono ancora al centro del dibattito politico. Il governo Meloni li ha identificati come nemici. I due sgomberi più emblematici degli ultimi mesi, Leoncavallo e Askatasuna, sono un segnale politico esplicito: colpire due spazi accomunati dal tentativo di rivendicare il riconoscimento di nuovi beni comuni. Fino agli eventi di questi giorni, gli scontri di Torino e l’ennesima stretta autoritaria. I fatti dimostrano che i centri sociali possono essere descritti come cascami di epoche passate e covi di nostalgici residuali ma le loro mutazioni e le loro crisi rappresentano contraddizioni, rischi e opportunità tutte contemporanee. Per coglierle, bisogna muovere dall’ultimo decennio del Novecento, periodo in cui i csoa dilagano e interpretano bisogni, conflitti e ambizioni di più di una generazione. Si può farlo tirando il filo della storia delle idee o quello più sociologico della composizione di classe. Oppure, come ha con precisione enciclopedica fatto Valerio Mattioli in Novanta (Einaudi, pp. 546, euro 23), se ne può ricostruire l’evoluzione (contro)culturale. A partire dalla strana ma inesorabile alleanza, non priva di contraddizioni e limiti, tra l’appartenenza sottoculturale e l’identità politica antagonista. Questo intreccio inciderà fino a contaminare definitivamente le due sfere. Si può spiegare anche analizzando le nuove forme della produzione sociale, il sapere messo al lavoro, la vita sussunta nel capitale. Si manifesta quella che Paolo Virno e gli altri post-operaisti chiamano “nuova intellettualità di massa”, che ha contribuito a scardinare le barriere tra la figura tradizionale del militante e quella dell’agitatore underground. Lo riconosce l’autore, che passando in rassegna una mole ricchissima di documenti, testimonianze, tracce va oltre la ricostruzione romantica e a tratti un po’ stereotipata di un suo lavoro precedente, Remoria (minimum fax, 2019), nel quale la figura un po’ romanticizzata del coatto veniva contrapposta provocatoriamente a quella del militante. Mattioli adesso coglie la commistione tra le due sfere, tra sociale e politico e tra cultura e attivismo: quando la militanza diventa immediatamente produzione di comunicazione e quando questa comunicazione investe direttamente la sfera della produzione di valore siamo arrivati al cuore del problema. Il libro situa questa scoperta proprio all’inizio di quel decennio: fu un’esplosione di entusiasmo, una gioia quasi fuori luogo, dettata dal ritrovarsi dentro le facoltà occupate della Pantera e scoprire che “fare movimento” era non solo necessario, ma anche divertente. Significò guardare in faccia la propria condizione e il proprio destino. Nei party e nelle assemblee delle facoltà occupate, sperimentando i primi strumenti informatici e costruendo macchine comunicative che presto si sarebbero riversate nei quartieri di periferia, non si festeggiava un futuro radioso e incombente. Piuttosto si salutava questa consapevolezza collettiva con la felicità con la quale si ritrova un vecchio amico che si pensava scomparso. La cavalcata dei novanta prosegue: i centri sociali arrivano alle soglie del mainstream inventando il rap italiano, sperimentano l’uso delle reti telematiche, contaminando le politiche culturali e sociali delle amministrazioni locali, sfornano innovazioni teoriche e prodotti letterari che li portano fuori dal ghetto. Tutto ciò accade, in percorsi mai lineari e contraddittori, in contemporanea alla ricerca permanente di nuove forme della politica e del conflitto. Mattioli descrive, ad esempio, la parabola delle Tute bianche, la forma più alta in termini di produzione di discorso e capacità espansiva del tentativo di fare politica con la controcultura. Le armate zapatiste con scudi di plexiglass cercano di massimizzare il valore simbolico dello scontro: divengono, al tempo stesso, espressione della più ardita forma di sperimentazione situazionista di massa e strumento di un’operazione politica rischiosa quanto necessaria. I centri sociali sono ormai troppo: troppo popolari, troppo sotto i riflettori, troppo al centro della scena politica sociale e culturale. Ciò li costringe, ad un certo punto, a diventare grandi, a cimentarsi, per restare al doppio livello culturale e politico, con il grande pubblico e con la politica dei partiti proprio negli anni in cui l’irruzione della finanza nelle politiche urbanistiche devasta la città pubblica. Questo passaggio all’età adulta, oltre la linea d’ombra del ghetto rassicurante, avviene spesso a ranghi sciolti. I centri sociali vengono quasi seppelliti, loro malgrado e non del tutto, dalle macerie della sinistra, al culmine della stagione che, da Genova all’11 settembre, ha innescato la guerra globale permanente e l’egemonia del neoliberismo. Eserciti e concorrenza spietata non potevano che partorire il ritorno della peste nazionalista come ultima forma di gestione del comando capitalistico. Da qui deriva la sconfitta, che genera un curioso ritorno di certo marxismo scolastico che pareva seppellito dalle eresie del movimento. L’ortodossia adesso torna, ma in chiave postmoderna e cringe: più meme che comitati centrali. Tuttavia, bisogna andare oltre le schermaglie social per capire che da quella storia tutt’altro che ortodossa che parte dai Novanta, da quell’impasto indistricabile e sempre in evoluzione, di mutualismo, sottoculture e radicalismo politico, deriva la scottante attualità dei centri sociali. Quella sì, ancora terrorizza la destra al potere. Perché le ricorda la sua fragile egemonia. Che cosa può rendere una città più sicura di Elsa Fornero La Stampa, 8 febbraio 2026 Mi sono chiesta, in questi giorni, come Giorgia Meloni presenterebbe il suo nuovo “decreto sicurezza” nelle scuole italiane. Come lo racconterebbe ai ragazzi e alle ragazze di oggi: spesso fragili, disorientati, in cerca di un’àncora a cui aggrapparsi per costruire un proprio ragionevole futuro dentro un presente sempre più incerto, bellicoso, dominato dai prepotenti. Un’ancora che non sia la semplice migrazione dal Paese. Non c’è dubbio che, in questa situazione, qualsiasi àncora debba poggiare su una sicurezza di base. Il dubbio, piuttosto, è se la sua assenza - o insufficienza - possa essere curata alla radice con il “pugno duro” invocato dalla premier (anche da parte dei magistrati, considerati “doppio-pesisti” per essere stati, a suo avviso, teneri con i violenti di Torino, troppo velocemente scarcerati, e indebitamente severi nei confronti dei poliziotti coinvolti in fatti di sangue, nell’esercizio del loro dovere). La domanda nasce anche dall’ascolto delle parole della stessa Meloni, che ha presentato il provvedimento come parte di un preciso disegno strategico per aumentare la “sicurezza pubblica” nel Paese. Eppure, il decreto non appare - almeno a chi scrive - mirato in modo molto specifico alla prevenzione, bensì al contrasto e alla punizione della violenza giovanile, soprattutto in occasione di manifestazioni. Lo dimostrano strumenti come il fermo preventivo, pur ammorbidito, e il divieto di partecipazione a cortei e raduni pubblici per chi abbia riportato condanne per violenze o lesioni contro agenti, terrorismo o reati analoghi. Provvedimenti esplicitamente pensati per prevenire disordini e violenze da parte di gruppi giovanili antagonisti; non a caso alcuni ministri hanno apertamente evocato lo spettro di un “nuovo terrorismo”. Fin qui, si potrebbe dire, siamo di fronte a una cura d’emergenza, e quindi tutto bene, o quasi. Anche perché l’intervento del Presidente della Repubblica ha ricondotto il decreto entro gli argini costituzionali. I ragazzi - come tutti - hanno bisogno di sicurezza. Non sarebbe giusto chiedere a loro di isolare da soli i violenti, di fronteggiare baby gang, microcriminalità o devastazioni, quando escono per divertirsi o quando decidono di manifestare per una causa, com’è naturale e legittimo in democrazia. Si può dunque accettare che il governo assuma un atteggiamento intransigente sul fronte della sicurezza, purché si abbia la consapevolezza che si tratta di un rimedio di corto raggio, non di una strategia credibile di costruzione di una società più sicura. Perché la sicurezza non è una sola. È un sistema di tante sicurezze tra loro strettamente interdipendenti, il cui nucleo centrale non può che essere la scuola, il luogo dell’educazione al rispetto degli altri e all’osservanza di regole che, in democrazia, sono (o dovrebbero essere) approvate per il bene comune, di cui l’ordine pubblico è una parte essenziale, ma sempre solo una parte. I ragazzi non nascono violenti. Quando lo diventano, spesso reagiscono a ingiustizie strutturali subite da loro stessi o dalle loro famiglie o subiscono la manipolazione di adulti che li sfruttano, li incitano, anche indirettamente, con il cattivo esempio. Il bullismo come esibizione di forza, se non di dominio; il maschilismo che continua a permeare i rapporti con le ragazze, a loro volta sempre più spinte a essere “attive sui social”, poco importa se al solo scopo di apparire. Un’insicurezza psicologica, quindi, che non di rado sfocia nella violenza e che - neppure troppo paradossalmente - reclama poi una maggiore presenza delle forze dell’ordine, in una spirale che si autoalimenta e non sembra avere fine. Perché il “pugno duro” può essere uno strumento, ma non potrà mai essere un traguardo. Ed è qui che il filo della sicurezza si lega indissolubilmente alla scuola, al lavoro, all’inclusione sociale. Una scuola troppo spesso abbandonata alla buona volontà di dirigenti e insegnanti, lasciati soli a prendersi carico di problemi che vanno ben oltre la trasmissione di conoscenze e competenze, di supplire a lacune famigliari, di curare fragilità, di orientare a relazioni rispettose e anche di accettare la disciplina. Insegnanti scarsamente considerati e poco pagati, ai quali non si chiede solo impegno, ma anche coraggio e sacrificio personale. Se è giusto - come oggi si chiede - pagare di più le forze dell’ordine, lo stesso principio dovrebbe valere per insegnanti, medici, infermieri: per tutti coloro che fanno parte del sistema di welfare e contribuiscono, ciascuno nel suo ruolo, a quelle sicurezze senza le quali l’ordine pubblico resta privo di basi reali, ridotto al solo volto duro della repressione. In questo cortocircuito pesa fortemente l’insicurezza economica delle famiglie. In un mondo segnato da povertà crescente e diseguaglianze intollerabili, spesso ostentate senza pudore da chi occupa i gradini più alti della scala della ricchezza, molti genitori faticano semplicemente ad arrivare a fine mese. Chi vive nell’ansia della precarietà lavorativa ha poco tempo e forse neppure l’energia per parlare con i figli, per coinvolgerli nella vita famigliare, per condividere con loro, valorizzandolo, il percorso educativo. Solo così, con una strategia ampia nei confronti del tema sicurezza, il cerchio si può chiudere, con la giusta punizione riservata a chi, nonostante le opportunità di piena inclusione nell’istruzione, nel mondo del lavoro, nella vita pubblica, continui a sgarrare. Solo allora si potrà dire: “Ti abbiamo dato strumenti e opportunità; adesso la responsabilità delle tue scelte è soltanto tua”. Affinché lo Stato, nelle parole della premier, non si “giri dall’altra parte ma possa veramente difendere chi ci difende e restituire sicurezza e libertà ai cittadini” ci vuole molto di più di un facile pugno duro. Il divieto dei social non illuda gli adulti: non risolve il problema e può diventare un boomerang di Alessandro Tolomelli* Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2026 Educare i ragazzi non è sorvegliare, né vietare; è rendere capaci di stare nel mondo, anche quello online, con padronanza, autonomia e responsabilità. Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo. Il compito dell’educatore è immaginare spazi relazionali possibili con i ragazzi, aiutarli a trovare una direzione nel mondo e sostenerli nello sviluppo di una lettura critica della realtà. Questo, però, deve avvenire fuori da una logica paternalistica di controllo o imposizione. Per qualsiasi soggetto - e a maggior ragione per un adolescente - un divieto imposto dall’alto ottiene spesso l’effetto opposto: ciò che è vietato diventa automaticamente interessante. La trasgressione, la ricerca del limite e la curiosità vengono stimolate dal semplice fatto di aver interdetto l’accesso. Il comico Paolo Rossi diceva, paradossalmente, che il modo migliore per invitare i giovani alla lettura sarebbe vietare l’ingresso alle biblioteche: l’appeal si moltiplicherebbe. Il rischio per il divieto ai social sotto i 16 anni è di produrre un effetto simile: alimentare fascino e ricerca di aggiramento. Al di là di questo paradosso, bisogna chiedersi: perché vietiamo i social? Qual è il pericolo? Luciano Floridi parla di realtà “onlife”: la compenetrazione tra vita materiale e presenze online che agiscono come estensioni identitarie. Non siamo davanti a un territorio estraneo: è parte del mondo in cui i ragazzi vivono, scambiano informazioni, si rappresentano e apprendono. Vietare l’accesso significa negare l’esistenza di uno spazio vitale che richiede alfabetizzazione, non rimozione. Il problema non è la dimensione digitale in sé, ma le logiche che governano le piattaforme: relazioni spesso violente o persecutorie, dinamiche di amplificazione emotiva, strumenti di engagement basati su gratificazioni dopaminiche immediate, e un impianto commerciale che monetizza l’attenzione. Non esiste, al momento, un social progettato con scopo educativo; il dominus è il mercato, che massimizza il tempo di permanenza e l’intensità degli stimoli, non la qualità delle relazioni. Vietare i social ai minori di 16 anni finisce per comunicare che la società adulta non è in grado di regolamentare uno spazio vitale fondamentale e che, d’altro canto, non esistono più tanti altri spazi vitali materiali, in presenza, fruibili dagli adolescenti fuori dal controllo ossessivo degli adulti. Per salvaguardare le nuove generazioni, si sceglie la scorciatoia dell’interdizione, sottraendo un diritto di accesso e rinunciando a un’educazione alle relazioni digitali. C’è poi un secondo rischio: se il divieto non viene fatto rispettare, diventa un boomerang. Non solo accresce la fascinazione, ma sancisce l’impotenza della regola e di chi la enuncia. È ciò che vediamo con il fumo: la legge vieta la vendita ai minori, eppure gli adolescenti fumano. La norma, legittima sul piano giuridico, non basta sul piano educativo. Si rischia così di attivare una forma di ipocrisia che mina l’autorevolezza degli adulti: si proibisce ciò che non si è stati capaci di riformare; non si può impedire l’accesso a ciò a cui si è posto un divieto. Si tratta quindi di accompagnare i ragazzi a elaborare un rapporto “adulto” con le tecnologie. Come accade nelle dipendenze patologiche, occorre cercare di porre un filtro tra l’utilizzo e la fruizione di un determinato strumento o ambiente e la propria capacità di rimanere autonomi e, soprattutto, di applicare il senso critico rispetto all’uso e al rischio di abuso di questo strumento o questa sostanza. Il divieto può essere legittimo sul piano legislativo, ma non deve illudere gli adulti di aver risolto il problema. Né deve diventare un alibi per non mettersi in gioco nella relazione con i ragazzi. Serve interrogarsi sul senso, sullo scopo e sulle dinamiche neurobiologiche ed economiche dei social che i giovani frequentano. Educare non è sorvegliare, né vietare; è rendere capaci di stare nel mondo - anche quello online - con padronanza, autonomia e responsabilità. In definitiva, ciò che chiediamo alla società non è solo “meno accesso”, ma “più qualità”: piattaforme più sicure, regole più eque, educazione più profonda. Se rinunciamo a educare perché il territorio è complesso, perdiamo la nostra stessa funzione adulta. Se invece accettiamo la sfida, il divieto diventa - al massimo - un margine, un riferimento, mentre la vera protezione nasce dall’intelligenza collettiva che insegna a vivere, insieme, dentro i limiti e oltre gli algoritmi. *Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Dell’Educazione Alma Mater (BO) Stati Uniti. La scelta politica di Mamdani: affidare le carceri a chi le ha vissute di Massimo Lensi Left, 8 febbraio 2026 Un ex detenuto al timone di Rikers: con la nomina di Stanley Richards il sindaco di New York scommette su una riforma del carcere dall’interno, riconoscendo l’esperienza della detenzione non come stigma, ma come competenza politica e risorsa pubblica. La nomina di Stanley Richards a commissario del New York City Department of Correction da parte del neo-sindaco Zohran Mamdani non è una semplice scelta amministrativa: è un gesto politico che sposta il baricentro del discorso sulle carceri negli Stati Uniti. Richards è il primo ex detenuto a guidare il sistema penitenziario cittadino. Negli anni Ottanta scontò otto anni per rapina a Rikers Island; uscì nel 1991 e scelse di non limitarsi a “rifarsi una vita”. Optò per rientrare nel mondo che lo aveva espulso per cambiarlo, lavorando a lungo con la Fortune Society e diventando una figura centrale del riformismo penale newyorkese. Affidargli la direzione di un apparato che gestisce uno dei luoghi più controversi d’America - Rikers -, simbolo di sovraffollamento, violenza e fallimento istituzionale - significa dichiarare che l’esperienza vissuta dentro il carcere non è una macchia, ma una competenza politica. Non un pentimento privato, bensì una risorsa pubblica. Mamdani scommette su una trasformazione dall’interno di un sistema costruito per punire e contenere più che per riparare e reintegrare, in un contesto in cui gran parte delle persone detenute è ancora in attesa di processo. Questa scelta si inserisce nel filone riformista della giustizia penale americana: non un maquillage umanitario, ma il tentativo di ripensare il rapporto tra Stato, sicurezza e pena. Riformare, qui, significa ridurre l’uso della segregazione, migliorare le condizioni materiali e le relazioni quotidiane, creare percorsi credibili di reinserimento e spezzare il circuito tra marginalità sociale e incarcerazione. Richards incarna questa prospettiva proprio perché conosce il carcere non solo come esperto: lo conosce come persona che lo ha attraversato. È però necessario distinguere questa linea riformista dall’orizzonte abolizionista. Autrici e movimenti come Angela Davis o Critical Resistance non mirano a un carcere più umano. Il loro obiettivo è il superamento del carcere come istituzione, ritenuta strutturalmente violenta e intrecciata al “prison-industrial complex”. Una critica radicale e preziosa, che costringe a interrogarsi sulle radici sociali della punizione e sulle alternative comunitarie alla detenzione. Tuttavia, la nomina di Richards mostra che esiste anche un’altra strada: quella della politica praticabile, che agisce dentro le contraddizioni del presente senza attendere una trasformazione totale della società. Non è un tradimento dell’ideale abolizionista; è il terreno su cui si possono salvare vite qui e ora, ridurre violenze reali e aprire spazi di dignità in un sistema che non scomparirà domani. Il confronto con l’Italia aiuta a capire meglio la posta in gioco. Negli Stati Uniti il sistema è frammentato, iper-punitivo e segnato da decenni di “law and order”. In Italia, almeno sulla carta, l’articolo 27 della Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa. Eppure anche qui la distanza tra principio e realtà è vasta. Proprio per questo la vicenda di Richards risuona anche da noi: mostra che il cambiamento passa spesso da figure ibride e scomode, che abitano il confine tra dentro e fuori. In questo senso, Richards non è il volto di un’utopia che abolisce il carcere. È piuttosto il simbolo di una speranza concreta che rende la prigione meno brutale e più giusta. L’abolizionismo resta un orizzonte necessario - una stella polare di natura politica che impedisce di naturalizzare l’esistente. Ma la politica vive nel cammino quotidiano, non nella perfezione del traguardo. E oggi, a New York, quel cammino passa per un ex detenuto al timone di Rikers: un segno che anche dentro le istituzioni più dure possono aprirsi crepe da cui filtra un’idea diversa di giustizia.