Carcere, le associazioni: “Insieme, per i diritti dei detenuti” di Ilaria Dioguardi vita.it, 7 febbraio 2026 Un’assemblea pubblica a Roma è stata l’occasione per condividere esperienze e proposte e per ragionare su possibili iniziative comuni. Caterina Pozzi, presidente Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti: “La situazione carceraria riguarda l’intera società e richiede un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e realtà del Terzo settore, operatori, garanti per i diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni”. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: “Ci si è approfittati della nostra frammentazione. Con la giornata di oggi stiamo costruendo le premesse per una grande alleanza costituzionale”. Diritti, clemenza e umanità. Sono state queste le parole chiave dell’assemblea aperta, promossa da tante realtà dell’associazionismo e del Terzo settore che si è svolta a Roma, presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione. “Nonostante numerosi appelli, alle parole inequivoche pronunciate durante l’Anno giubilare prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV e alle prese di posizione di alte cariche istituzionali, non sono seguiti decisioni e interventi concreti. Anzi, sembra che tutto vada nella direzione di una maggiore chiusura del sistema”. Così ha aperto l’incontro “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane” Caterina Pozzi, presidente Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca. “La parola “clemenza” è inibita dal dibattito politico. Riteniamo che la situazione delle carceri riguardi l’intera società e che richieda un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e realtà del Terzo settore, operatori, garanti per i diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni”. Conseguenze per persone detenute e personale penitenziario - “Il sovraffollamento crescente, oggi riguardante anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento drammatico degli istituti penitenziari dal territorio, la difficoltà di garantire i diritti fondamentali nonché i percorsi di cura, lavoro e reinserimento per le persone recluse sono ormai ampiamente documentati”, ha continuato Pozzi. “A subirne le conseguenze sono sia le persone detenute, in particolare le più vulnerabili, sia lo stesso personale penitenziario - compreso quello sanitario e socio-assistenziale - che opera quotidianamente in contesti che favoriscono il burnout”. Quasi 64mila persone ristrette - L’incontro a Roma è stato un’occasione per condividere analisi, esperienze e proposte e per ragionare insieme su possibili iniziative comuni. “Gli strumenti per intervenire esistono: è necessario discuterne e renderli praticabili, a partire dalla richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di intervenire sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane”, continua Pozzi. Sono 63.734 le persone detenute presenti negli istituti penitenziari italiani (dati ministero della Giustizia, al 31 gennaio 2026). “Il numero è più o meno lo stesso che c’era nel 2013 all’epoca della “sentenza Torreggiani”, con la differenza che oggi aumentano i reati punibili e i decreti sicurezza. Il sistema carcerario è alla deriva, al collasso”, ha continuato Pozzi. “Nelle celle ci sono ancora bagni aperti, quando non è possibile per la dignità e la privacy delle persone”. Il richiamo alle istituzioni - La situazione gravissima delle carceri “non è presa sul serio dalle istituzioni. Le politiche, come l’introduzione dell’utilizzo dello spray al peperoncino e delle bodycam per gli agenti, non risolvono il problema. Oggi richiamiamo le istituzioni ad assumere posizioni importanti per attenuare la situazione dei nostri istituti di pena”, ha continuato Pozzi. “La dignità per le carceri non è solo per le persone detenute ma anche per gli agenti e gli educatori. Quello che serve è una responsabilità condivisa e collettiva: è da qui che vogliamo cominciare”. Una grande alleanza costituzionale - “Così come il sovraffollamento non è causato dal destino, le condizioni di vita degradate non sono esito di qualcosa che non ha responsabilità, ma è il frutto di scelte politiche scellerate. Abbiamo trasformato il carcere in una condizione di ordine pubblico e non in una comunità che assicura i diritti”, ha detto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Ci si è approfittati della nostra frammentazione. Con la giornata di oggi stiamo costruendo le premesse per una grande alleanza costituzionale. La questione del carcere è una questione di democrazia. Il punto di partenza è che, ognuno con i propri ruoli, dai garanti alle scuole, dalle cooperative alle università, abbiamo la consapevolezza che siamo per la legalità costituzionale: quando la legalità costituzionale viene violata dalle istituzioni siamo noi la legalità costituzionale”. Clemenza e comprensione del presente - “Due parole sono costitutive per comprendere cosa sta avvenendo. Una è la parola “clemenza”, che considero complementare della parola “giustizia”“, ha affermato Mauro Palma, presidente del Centro di ricerca “European Penological Center” dell’Università Roma Tre. “La seconda parola che bisogna riscoprire è “comprensione”, non nei confronti delle persone, ma del presente: questa è la premessa per non considerare le persone (detenute e non solo) come esuberi, come apolidi sociali. Senza comprensione del presente le persone sono esposte a tutte le modalità possibili dell’esclusione”. Un’immagine di un carcere esasperato - “Mai come in questi anni mi è capitato di ascoltare in carcere un racconto così trasversale e complementare tra le persone detenute, operatori, agenti, medici, infermieri. Tutte le persone ristrette e gli operatori negli istituti compongono un’immagine di un carcere esasperato”, ha detto Sara Bauli, coordinatrice settore detenzione di Arci Solidarietà Viterbo. “L’obiettivo delle persone detenute è non uscire peggio di quando sono entrate. Le chiusure delle sezioni di media sicurezza comprimono le persone nelle celle, che sarebbero pensate per una persona, invece ci vivono in due ed eccezionalmente anche in tre”. +7mila persone detenute in tre anni - “Negli ultimi tre anni la popolazione detenuta è cresciuta di 7mila unità. Il trend di crescita è stato costante negli ultimi anni”, ha detto Carlo Renoldi, ex direttore Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap e giudice della prima sezione penale della Cassazione. “E le persone detenute si uniscono alle 100mila persone in misura di comunità e ai circa 130mila liberi sospesi”. Misure emergenziali e reingegnerizzazione degli spazi degli istituti - “Bisogna muoversi sul piano delle proposte, sapendo che non si possono realizzare domani. Le misure emergenziali devono essere viste come un percorso lungo”, ha sottolineato Carmelo Cantone, già vicecapo del Dap e direttore di diversi istituti, quali Rebibbia a Roma. “Possono essere un indulto di almeno un anno indirizzato alla maggioranza dei reati, la liberazione anticipata, la proposta di legge Giachetti. Quando arriviamo a 45mila presenze si applica il numero chiuso, è una misura di civiltà. Inoltre, bisogna reingegnerizzare gli spazi degli istituti. Risale a quasi due anni fa la sentenza della Cassazione che il diritto all’affettività, ma non ci sono spazi per le stanze da dedicare ai colloqui in intimità”. Gli ha fatto eco il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello: “Dopo due anni stiamo ancora parlando degli spazi dell’affettività, solo in cinque istituti di pena italiani vengono fatti incontri in intimità. Il sovraffollamento è causato da una politica penale securitaria, da una domanda crescente di pena. Dobbiamo mettere in campo proposte risolutive nel lungo periodo e in tempi brevi, dialogando con la politica, il Dap, il Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità e l’Ufficio del garante nazionale: indulto condizionato, pene alternative, liberazione anticipata speciale, numero chiuso”, ha proseguito il garante campano. “E chiedere alla Magistratura la riduzione della custodia cautelare, di revocare e attenuare le misure custodiali in esecuzione, interpretazioni meno rigorose dei presupposti applicativi delle misure alternative e visite nelle carceri per verificare le condizioni inumane e degradanti”. Al lavoro per la prima Casa della Salute in carcere - “C’è bisogno di più medici in carcere. E bisogna dare uno stipendio migliore a tutte le persone che lavorano negli istituti di pena”, ha detto Antonio Chiacchio, direttore sanitario Uoc Salute penitenziaria Rebibbia. “Altrimenti il personale va a lavorare altrove appena incontra delle difficoltà. È urgente il potenziamento della sanità in carcere. E sono necessari più agenti perché spesso le visite mediche e gli interventi sono rimandati perché non c’è personale a disposizione per accompagnare i pazienti in ospedale. A Rebibbia stiamo lavorando alla Casa della Salute, sarà la prima nelle carceri italiane”. Carceri come scuole di libertà - “Il carcere non si può considerare un altrove. La reclusione deve essere pensata all’interno dell’inclusione”. A dirlo è stata Mariangela Perito, responsabile nazionale Coordinamento Donne Associazioni cristiane lavoratori italiane-Acli, che ha aggiunto un desiderio: “Le carceri dovrebbero essere considerate come scuole di libertà. Perché non possiamo pensarle all’interno degli istituti di pena? Il ruolo del Terzo settore, in questo, è strategico”. I promotori dell’assemblea: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-Cnvg, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-Movi, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti. A questo link la sottoscrizione per l’appello emergenza carceri “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”. https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSd1lYdb4jLBKfNWVC_KXficDRO_AmPehMOuUMYhW-_mfGbVBA/viewform Carceri, l’appello di associazioni e garanti di Gianluca Carini Avvenire, 7 febbraio 2026 “Senza diritti e clemenza sistema a rischio” Perito (Acli): rompere le dinamiche di chiusura per permettere la connessione con la società Catarci (Roma Capitale) invita le realtà del settore a “fare rete”. Diritti, clemenza e umanità. Tre parole spesso dimenticate, al di là della retorica, nelle carceri italiane. Tre parole al centro invece dell’assemblea aperta organizzata all’Università Roma Tre, in via Principe Amedeo e promossa da diverse sigle come Antigone, Acli, Arci, Nessuno tocchi Caino, Conferenza nazionale dei Garanti territoriali. In un’aula affollata si susseguono per oltre quattro ore interventi serrati, per un massimo di cinque minuti a testa, aperti dal Garante dei detenuti, Mauro Palma: “Un sistema sociale non può fare a meno della clemenza”, dichiara Palma, aggiungendo come oggi però questa parola sia “vista come mancata tenuta del potere dello Stato e non come elemento costitutivo della sua forza, come invece dovrebbe”. Palma utilizza un’altra parola per definire la situazione attuale dei detenuti: “esuberi”. Oggi chi entra in carcere fa parte di una “porzione sociale che è di fatto prevalentemente esterna alla collettività stessa, marginalizzata”, continua il Garante dei detenuti. Per rompere questo schema - ben lontano dal modello previsto dall’articolo 27 della Costituzione - “la reclusione deve essere data e pensata all’interno dell’inclusione”, spiega Mariangela Perito (Acli). “Le dinamiche di chiusura del carcere verso l’interno, tipiche del carcere di isolamento e di custodia - continua Perito - devono rompersi per permettere quelle dinamiche di “connessione con il sociale”, già delineate dalla legge di riforma carceraria”. La delegata delle Acli alla giustizia riparativa cita poi l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, quando afferma che “il carcere è un luogo in cui spesso la Costituzione è tradita. Serve giustizia riparativa, clemenza, percorsi di responsabilità e umanità”. Rompere il muro che isola il carcere dal resto della società d’altronde non è solo una questione umanitaria. “Quasi il 70% dei detenuti torna a delinquere - continua Perito - la percentuale si abbassa sensibilmente per quelli che abbiano svolto un’attività lavorativa durante la detenzione”. L’altra grande sfida è “fare rete, perché le associazioni che operano nelle carceri oggi troppo spesso lavorano da sole”, dichiara invece Andrea Catarci che, da responsabile dell’ufficio “Giubileo delle Persone e Partecipazione” di Roma Capitale, ha seguito varie iniziative sul tema durante l’Anno Santo. L’unico politico nazionale presente è Riccardo Magi (+Europa). L’esponente radicale - nel giorno in cui il Governo annuncia 10mila posti detentivi in più entro il 2027 - ricorda come in questa legislatura sono state depositate “in Parlamento numerose misure deflattive, come il numero chiuso per le carceri e le case di reinserimento sociale”, strutture di piccole per una dozzina di persone, pensate per il reinserimento lavorativo. “Su quest’ultima proposta c’è il consenso dell’opposizione, ma è difficile parlare con l’attuale Governo, così come con Forza Italia che pure fino a non molto tempo fa era invece su queste posizioni”, conclude Magi. L’assemblea arriva, per una triste casualità, nel giorno in cui viene reso noto il settimo suicidio in carcere di quest’anno: si tratta di un detenuto turco di 25 anni, trovato impiccato nella sua cella. Era stato arrestato durante i festeggiamenti di Santa Rosa lo scorso 3 settembre a Viterbo per detenzione di armi da guerra. “A Viterbo 697 detenuti sono ammassati in 405 posti disponibili, gestiti da appena 275 agenti della Polizia penitenziaria, quando ne servirebbero almeno 471”, ha denunciato ieri la Uil-Pa polizia penitenziaria. Il caso di Viterbo non è l’eccezione ma la regola: nel 2025 il sovraffollamento carcerario ha raggiunto un tasso del 138,5% (fonte Antigone) e ormai il fenomeno non risparmia nemmeno gli istituti minorili. Mentre arriva il via libera dell’esecutivo al nuovo “pacchetto sicurezza”, il dato del sovraffollamento, spiega Samuele Ciambriello (Garante campano dei detenuti), “non è una fatalità ma è causato da una politica penale securitaria, da una domanda crescente di pena”. Anche da qui bisognerebbe partire per immaginare quale direzione intraprendere. Ciambriello: “Sovraffollamento figlio di scelte politiche, non della fatalità” di Carmen Caldarelli metropolisweb.it, 7 febbraio 2026 Il sovraffollamento carcerario in Italia non è un evento naturale invertibile, ma la diretta conseguenza di precise scelte legislative. È questo il cuore dell’intervento di Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazione dei garanti territoriali, durante l’assemblea “Diritti, Clemenza e Umanità nelle carceri italiane” svoltasi ieri a Roma. Secondo Ciambriello, la saturazione degli istituti penitenziari non è paragonabile ad una catastrofe improvvisa come un terremoto, ma al contrario, va ricercata in una politica penale securitaria ed una crescente domanda di punizione da parte della società e delle istituzioni. Per risolvere la tempesta che calpesta i diritti umani, il garante sollecita un dialogo serrato con il Ministero della Giustizia (DAP) e le comunità minorili, avanzando soluzioni drastiche e immediate, come indulto condizionato e la liberazione anticipata, l’introduzione del numero chiuso per l’ingresso nelle strutture ed il potenziamento delle pene alternative. “E chiedere alla magistratura una riduzione della custodia cautelare, revocare o attenuare le misure custodiali in esecuzione, interpretazioni meno rigorose dei presupposti applicativi delle misure alternative e visite nelle carceri per verificare le condizioni inumane e degradanti dei detenuti” conclude così il suo intervento il garante Ciambriello. Sovraffollamento, numeri in aumento anche nel 2026 di Fulvio Fulvi Avvenire, 7 febbraio 2026 Il sovraffollamento delle carceri non si ferma e la situazione dietro le sbarre si fa sempre più pesante: è ancora in crescita, infatti, il numero dei detenuti, sia adulti che minori. Secondo i dati del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), al 31 gennaio 2026 i reclusi presenti nei 189 istituti di pena italiani risultavano in totale 63.734, con un incremento di 235 unità rispetto al mese precedente. Rimane invece stabile il numero degli stranieri: 20.206 (prima erano 20.161), poco meno di un terzo del numero complessivo. Nell’aumento delle presenze avrebbe influito il rientro in cella di quei detenuti che avevano usufruito di permessi durante le festività natalizie. Va ricordato che la capienza regolamentare dell’intero sistema penitenziario è di 51.271 letti e che invece quella effettiva - a causa si lavori in corso o riorganizzazioni che limitano temporaneamente gli spazi - è di 46.063 e quindi sarebbero 17.671 i posti che mancano: è questo il peso reale del sovraffollamento sul quale gravano le carenze di organico di polizia penitenziaria, educatori, medici, operatori sociali. La situazione più critica è in Lombardia con quasi 9.000 persone ristrette a fronte di circa 6.100 spazi occupabili nei 17 penitenziari, con tassi di affollamento che vanno oltre il 200% e un’emergenza (ormai patologica) soprattutto negli istituti di Milano San Vittore (233%, con 914 detenuti su 748 posti), Brescia Fischione (221%) e Vigevano (213%). Ma la struttura carceraria dove si registra il più alto numero di detenuti in assoluto è Napoli Poggioreale, con 2.153 presenze su 1.611 spazi singoli stabiliti dal regolamento. Tra i quasi 64mila detenuti, 9.441 sono in attesa di giudizio mentre i condannati non definitivi ammontano a 5.887. I reclusi che lavoravano al 30 giugno 2025 (ultimo dato rilevato dal Dap) risultavano 18.004 alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e solo 3.350 a contratto con cooperative e imprese private e/o sociali (nel 1991 erano 1.106). I corsi professionali attivati nelle carceri nel primo semestre del 2025 sono stati in tutto 391: vi hanno partecipato 4.276 detenuti, 2.985 dei quali sono stati promossi (hanno acquisito, cioè, gli strumenti per esercitare un mestiere sia all’interno dell’istituto che fuori). Altro dato preoccupante, i suicidi, che dall’inizio dell’anno fino a ieri sono stati 7 mentre si contano 13 decessi sotto la voce “per altre cause”. I minori sottoposti a misure restrittive della libertà presenti sia nei 17 Ipm che nelle comunità al 31 gennaio erano 1.826, ovvero 525 in più da settembre 2023, dall’entrata in vigore del cosiddetto “decreto Caivano”. Come nel 2025, i reati contro il patrimonio (soprattutto scippi e rapine) rimangono i più contestati nell’ultimo mese ai minori incappati nella rete della giustizia, categoria di delitti a cui fa seguito, nell’ordine, lo spaccio di sostanze stupefacenti e le lesioni personali. E sono persino in aumento, a gennaio, i numeri dei bambini rinchiusi in un carcere assieme alle loro madri che risultavano essere 27, mentre lo scorso anno erano 12. Delmastro: “10.000 posti detentivi in più entro il 2027” di Maria Mantero Italia Oggi, 7 febbraio 2026 Lo ha annunciato il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, in una conferenza stampa all’esterno del carcere di Trieste. “Poi, una volta saturata la pianta organica - ha spiegato - si verificherà se si potrà allargare”. “Nel 2027 avremo 10mila posti detentivi” che corrispondono al fabbisogno attuale delle carceri italiane “grazie al piano da 750 milioni di euro varato dal governo Meloni” ed “entro dicembre 2026 sarà saturata la pianta organica di tutti i magistrati togati d’Italia. Un traguardo epocale, mai avvenuto nell’Italia repubblicana”. Lo ha annunciato il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, in una conferenza stampa all’esterno del carcere di Trieste. “Poi, una volta saturata la pianta organica - ha spiegato - si verificherà se si potrà allargare”. Delmastro ha elencato varie dotazioni garantite dal piano del governo, come “18.700 scudi, 10.250 caschi antisommossa, il nuovo gruppo Gio per interventi a supporto della polizia penitenziaria”. Per il sottosegretario “le criticità permangono ma si vede la luce in fondo al tunnel. Anche a Trieste, e non solo a livello nazionale, la curva si è invertita e anche gli organici cominciano a essere molto più pieni”. “Abbiamo ereditato una situazione catastrofale, le ricette del passato come lo “svuota carceri” sono clamorosamente fallite”. In merito alla costruzione di nuovi penitenziari fuori città, Delmastro ha detto che si stanno “rivedendo gli istituti che potrebbero trovare una nuova sede fuori città, lo stiamo facendo in Toscana, a Roma con Regina Coeli, e - ha concluso - si potrebbe replicare anche a Trieste se ci saranno i risultati sperati”. “Nei nostri istituti nazionali ogni notte abbiamo sorvoli più verso le centinaia che le decine di voli. È un problema che stiamo affrontando posizionando 60 antidroni automatici in 60 istituti con fucili antidroni” ha detto poi Delmastro precisando che i droni vengono utilizzati per portare droga e telefoni cellulari ai detenuti. Per contrastare questo fenomeno “sperimentiamo le reti, come abbiamo fatto a Trieste, che sono più efficaci degli apparati antidrone, che costano tantissimo”. In pratica la visita al penitenziario triestino è stata fatta proprio per “verificare la posa delle reti con cui contrastiamo l’introduzione tramite droni di droga o telefonini, ogni notte”. Sperimentazione che a Trieste - ha concluso - “ha dato risultati più che soddisfacenti, al di là delle più rosee aspettative. È stato un laboratorio, una esperienza che ripeteremo in giro per l’Italia”. Decreto Sicurezza: agenti sotto copertura in carcere e scudo penale di Nello Trocchia Il Domani, 7 febbraio 2026 Arriva la non punibilità per gli ufficiali impegnati in operazioni negli istituti di pena, dove i poliziotti penitenziari potranno fingersi detenuti. Il tutto si potrà fare anche “per interposta persona”. Ecco servito il caos. Nelle nuove misure del governo sull’ordine pubblico non poteva mancare il carcere, regno del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove. Nel decreto voluto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo le violenze di Torino, è passato inosservato un articolo che rischia di contribuire al caos nelle celle. Il sistema carcerario è in difficoltà da anni, ma le disposizioni volute in questi anni dalle destre, così come le scelte di dirigenti, lo spingono verso il collasso. L’articolo in questione è il 16, ribattezzato “operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari”. Il concetto di sicurezza del governo, lo dimostrano anche le misure precedenti adottate, ha questa duplice veste: impunità per forze dell’ordine e colletti bianchi, reati e pene aumentate per contenere dissenso e crescente conflitto sociale. E allora ecco le operazioni sotto copertura. In particolare il nuovo articolo estende anche ai poliziotti penitenziari, in particolare “agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del corpo”, la non punibilità. Proprio in quelle carceri dove già regna il caos, con poliziotti aggrediti continuamente, con casi di tortura e violenze contro e tra i detenuti. Senza dimenticare processi delicatissimi in corso, come quello a Santa Maria Capua Vetere. Dibattimento che vede come principale imputato Antonio Fullone, voluto da Delmastro Delle Vedove, come capo della formazione di tutto il corpo. Come a dire, ecco chi comanda, ecco chi premiano: un messaggio per tutti. Ora arriva anche la non punibilità per “le operazioni sotto copertura”. Chiaramente viene venduta come una garanzia per gli agenti, ma è solo la conferma del modello: allargamento della sfera di impunità in cambio del collasso da subire ogni giorno. Perché per cambiare gli istituti di pena servono soldi, assunzioni, formazione e una visione. Che non c’è. I suicidi, le aggressioni, il sovraffollamento, con 18 mila detenuti in più della capienza consentita, con agenti allo stremo che arrivano anche a superare le 13 ore di lavoro al giorno. Mancano 20 mila poliziotti penitenziari. “Non ce la facciamo più, ci hanno abbandonati”, è la frase ricorrente. A disciplinare la scriminante è la legge numero 146 del 16 marzo 2006 che prevedeva all’articolo 9 la non punibilità per gli ufficiali di polizia, carabinieri e guardia di finanza, “appartenenti alle strutture specializzate o alla Direzione investigativa antimafia”, ma anche per altre figure investigative, incluse quelle specializzate nell’attività di contrasto al terrorismo e all’eversione. Ora viene esteso anche agli ufficiali dei nuclei investigativi della penitenziaria. Cosa potranno fare? Se impegnati nel corso di specifiche operazioni di polizia, al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine a diversi reati compiuti dai detenuti in carcere, potranno acquistare, ricevere, occultare “denaro o altra utilità, documenti, sostanze stupefacenti o psicotrope, beni ovvero cose che sono oggetto, prodotto, profitto, prezzo o mezzo per commettere il reato”. Ma anche potranno “promettere o dare denaro o altra utilità richiesti da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio o sollecitati come prezzo della mediazione illecita”, si legge. Il carcere come luogo dove ci potrebbero essere operazioni con agenti in veste di finti detenuti. Il tutto si potrà fare anche “per interposta persona”. Il caos. Cosa ne pensano i sindacati? “È una innovazione che può certamente rivelarsi utile sotto il profilo investigativo e repressivo. Continua tuttavia a mancare la prevenzione. Il tema è cosa si vuole fare del carcere e quale ruolo debba avere il corpo di polizia penitenziaria”, si interroga Gennarino De Fazio, che guida la Uil penitenziaria. “Bisogna prima stabilizzare il sistema e investire in formazione. Oggi le carceri sono una pentola a pressione, in cui la pressione aumenta sempre più, e si pensa a chiudere la valvola e a rinforzare il coperchio. Così facendo, prima o poi collasseranno le pareti”, conclude. Le pareti già crollano. Battaglie a 5 stelle. Viva il 41-bis, ma i detenuti teneteveli voi di Federica Olivo huffingtonpost.it, 7 febbraio 2026 Da sempre M5s difende l’utilizzo del carcere duro, soprattutto per i reati di mafia. Ma ora Todde e i parlamentari si oppongono al trasferimento di alcune centinaia di detenuti in Sardegna: “Una vendetta del governo”. E pensano a una grande manifestazione di protesta. “Non diventeremo un’isola carcere”. In Sardegna ormai è tema di dibattito quotidiano: la giunta regionale è pronta ad alzare barricate contro la decisione del governo di mandare più detenuti al 41 bis nell’isola. Quanti? “Centinaia”, dice la giunta sarda. “Il 20% in più della capienza attuale”, dice il governo. Calcoli a parte, la previsione è che di qui a poche settimane in Sardegna ci saranno 240 detenuti al 41 bis. Un terzo del totale, contro i 96 che attualmente sono nell’isola, detenuti a Nuoro e a Sassari. Se ne parla da mesi ma ora le voci - che, per ragioni di sicurezza, l’amministrazione penitenziaria non può confermare, ma non smentisce - si fanno più insistenti. E entro la fine del mese i primi detenuti dovrebbero essere trasferiti. Per questo motivo la presidente della Regione, Alessandra Todde, ha chiamato una grande manifestazione. Che dovrebbe svolgersi a fine mese, “tra il 25 e il 27 febbraio”, ci fanno sapere fonti a lei vicine. Ma perché i sardi alzano le barricate? E soprattutto, perché una giunta a trazione 5 stelle - Movimento notoriamente sostenitore dello strumento del carcere duro - ora non vuole i detenuti pericolosi (destinati a carceri blindatissime) a casa sua? La tesi della Regione è la seguente: “Ci mandate centinaia di detenuti pericolosi non conoscendo il territorio. E non ci date compensazioni”. Cioè, da Roma non arriverebbero né fondi, né personale. Né soluzioni su dove trasferire i detenuti comuni che dovrebbero lasciare il posto a quelli “speciali”. La protesta parte dal campo largo, ma si estende oltre. Arrivando fino alla maggioranza. E a Roma. Pietro Pittalis, parlamentare sardo di Forza Italia, si è esposto pubblicamente contro il progetto. E nella giornata di ieri ha presentato una proposta di legge che cancellerebbe il principio secondo il quale è preferibile mandare i detenuti al carcere duro nelle isole. Si tratta dello stesso principio contro il quale Todde sta valutando di andare alla Corte costituzionale. “La mia è una battaglia giusta - dice Pittalis a HuffPost - nell’interesse dei sardi. Ho già sollecitato il ministro su questa vicenda. Non ho avuto risposte, se non arriveranno farò un’interrogazione urgente. Questo è un disegno sbagliato che va contrastato con tutti gli strumenti che hanno a disposizione i parlamentari”. Per ora Pittalis è solo nella maggioranza contro il (suo) governo, ma dalla Sardegna si dicono convinti che altre voci di centrodestra si leveranno contro il progetto. A spiegare il progetto del governo è stato l’ideatore, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, nel corso di una conferenza Stato-Regioni. L’idea è quella di recludere i detenuti al 41 bis in solo 7 carceri in tutta Italia, contro le 12 attuali. Le strutture dovrebbero essere interamente dedicate al carcere duro. E tre di queste sono sarde: a Cagliari, Nuoro e Sassari. A preoccupare particolarmente la giunta sarda è l’aspetto sanitario: “Se un detenuto al 41 bis ha bisogno di assistenza, bisogna garantirgli spazio in ospedale. In una regione a Statuto speciale, che la sanità se la paga da sola, come si fa senza compensazioni statali?”. L’operazione è, anche per ragioni di sicurezza, piuttosto nebulosa. Tanto che neanche i sindacati di polizia penitenziaria sono particolarmente informati. Delmastro però ha spiegato in conferenza Stato-regioni che una delle ragioni di questi spostamenti riguarda i diritti dei detenuti. Questa revisione delle sedi del 41 bis, dice il sottosegretario, va anche a ottemperare a una sentenza della Corte costituzionale, che ha stabilito che anche i reclusi al carcere più duro hanno diritto ad almeno quattro ore d’aria. Una motivazione nobile, singolare che a pronunciarla sia lo stesso sottosegretario che ha detto di provare “un’intima gioia” nel vedere “come non lasciamo respirare” i detenuti. Una motivazione che, però, non rinfranca i sardi. Perché, è la tesi della giunta, è stato stabilito che 240 detenuti al 41 bis devono stare in Sardegna, ma nulla si è detto del destino dei detenuti comuni che in quelle carceri già ci sono: “Se l’obiettivo è fare degli istituti dedicati al 41 bis - si chiedono nell’isola - i reclusi sardi, che in Sardegna hanno anche le famiglie, dove vanno?”. A questa domanda nessuno ha ancora dato una risposta. Tutti i Decreti Sicurezza della maggioranza di Giuseppe Allegri Il Manifesto, 7 febbraio 2026 Per contestualizzare il decreto “sicurezza”, è bene ricordare che si tratta solo dell’ultimo di una serie impressionante di “Decreti sicurezza” proposti e adottati dal governo Meloni. Tutto cominciò con il primo decreto della neonata maggioranza, quello “anti-rave party” (DL 162/2022, convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione definita illegale di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani. La legge entrò in vigore a capodanno del 2023 e nel corso di quell’anno portò all’imputazione di otto poveri disgraziati, per essere poi praticamente disattesa nella pratica. Quindi il Decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), dopo il tragico naufragio, con la morte di almeno 180 persone migranti, per inasprire le pene contro gli scafisti, contrastare l’immigrazione irregolare, regolare i flussi migratori. Prima di virare sull’opzione Albania, sempre tramite un altro decreto. Poi ecco il Decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito all’odioso stupro di due giovanissime adolescenti ad opera di alcuni minorenni, adottato per contrastare la criminalità giovanile, a partire dalle “baby gang”, divenute poi nell’avvelenato clima del Belpaese le “bande di maranza”. Per giungere al DL 48/2025 (convertito in l. 80/2025), il principale decreto in tema di sicurezza, che ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, in tema di sicurezza, carceri e istituti detentivi, punendo anche la resistenza passiva. Tutti decreti che soffiano sugli istinti più infami della domanda di punizione nei confronti di categorie invocate come nemiche dell’ordine sociale: giovani, più o meno marginali, manifestanti, migranti, attivisti. Non bisogna dimenticare che una delle prime misure della maggioranza esplicitamente rivolte alle proteste fu il ddl anti-imbrattamento del 2023, che ha inasprito le pene per gli attivisti ambientalisti che manifestano, forse per la prima volta nella storia dei conflitti nel nostro paese, in forme integralmente gandhiane (evidentemente il dissenso, non la violenza, turba la destra). Così, dopo la manifestazione torinese del 31 gennaio, sull’onda emozionale degli eventi a valle degli scontri tra una parte di manifestanti nero-vestiti e le forze di pubblica sicurezza, il governo torna alla carica, scorporando il nuovo “Pacchetto sicurezza” in un altro, ennesimo, decreto con accanto un disegno di legge da presentare alle Camere. Malgrado l’intervento del presidente della Repubblica, rimane un’impostazione che vincola la sicurezza alla visione di un vero e proprio ordine pubblico ideale, dal fermo preventivo, alle ingenti ammende per i promotori delle manifestazioni. Siamo davanti a un dispositivo normativo ideologicamente connotato, nel senso di permettere all’esecutivo, e agli apparati di stato a essa collegati, di ricorrere a misure repressive che attecchiscono nel comune percepire il risentimento e la rabbia sociale come motore di una risposta autoritaria, per silenziare qualsiasi posizione vagamente critica. E allora torniamo a un classico, come quel Niccolò Machiavelli che immaginiamo molto caro alla sbandierata tradizione “nazionale” del pensiero politico, evocata spesso a sproposito da alcuni rappresentanti di governo. Mentre noi si ricorda il Fiorentino come radicale pensatore delle libertà cittadine e repubblicane. Laddove egli intravedeva nella storia repubblicana romana l’adozione di buone leggi grazie all’effervescenza dei tumulti, qui siamo alla pessima gestione, anche comunicativa, di comunque marginali conflitti democratici che producono, ancor prima che pessime leggi, pericolosi decreti legge, concretamente liberticidi, volti a moltiplicare reati per eludere domande decisive sul vivere associato, per dirla con l’ex capo della Polizia di Stato Franco Gabrielli, non un estremista nero-vestito (Repubblica, 3 febbraio). Sarebbe necessaria una chiamata collettiva a tutte quelle persone di buona volontà che ancora considerano i principi e le pratiche garantistiche di una piena e viva democrazia costituzionale come la dimensione collettiva nella quale confrontarsi per trovare risposte condivise a quello sconforto sociale che le forze politiche predominanti sembrano rinfocolare. Quindi per tornare a praticare buoni conflitti. Cioè per scrivere buone leggi. “Pacchetto sicurezza”, Petrelli: (Ucpi): perplessità su decretazione d’urgenza di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2026 Per il presidente dei penalisti l’ordinamento possiede già gli strumenti di contrasto, senza dover mettere a rischio i principi dello Stato di diritto. Mentre la riforma costituzionale della giustizia darà finalmente al Paese un giudice terzo e una magistratura libera dalla politica. “Noi abbiamo sempre espresso e continuiamo a esprimere perplessità in ordine a questa decretazione di urgenza che ci sembra più simbolica che avere dei riflessi concreti. Il nostro Paese, il nostro ordinamento, possiede già tutti gli strumenti per contrastare questi fenomeni e non avvertiamo davvero la necessità di introdurne di nuovi che mettono a rischio i principi dello Stato di diritto”. Così il presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, Francesco Petrelli, a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti, nell’ambito di un evento dal titolo: “La trasversalità del sì. Verso il referendum: un percorso lungo 40 anni’”. Sul fermo preventivo, ha proseguito, “bisogna vedere se regge davanti alla Corte Costituzionale prima ancora dei tribunali. Dobbiamo approfondire i testi della norma, tra l’altro ci sarà un passaggio parlamentare e lì saremo auditi ed esprimeremo le nostre valutazioni tecniche. Non si capisce chi dovrebbe oggettivamente applicare questa forma di contenimento, dove i contenuti dovrebbero essere poi condotti, con quali strutture e con quale personale”. “Il fermo di polizia di 12 ore - aveva osservato in mattinata nel corso dell’intervista al Guardasigilli - è attuabile se si pensa che possa colpire due o tre persone ma se dobbiamo immaginare centinaia di manifestanti portati nelle questure, in quali camere di sicurezza andrebbero alloggiati? Dove li mettiamo, nei salottini delle questure? Insomma bisogna pensare all’attuazione pratica delle norme. Mentre è tutto molto vago, restiamo nell’ambito delle norme vessillo che più che creare sicurezza rassicurano, sono due cose diverse”. Nordio ha replicato richiamando la deterrenza delle norme penali. “Noi ci auguriamo - ha detto il Ministro - che in presenza di questo norme non vi siano più centinaia di manifestanti che arrivano con i caschi, con i coltelli, con le mazze ferrate ecc., visto che la norma penale entro certi limiti - non è che mi illuda che abbia un effetto deterrente al 100% - ma entro certi limiti una certa deterrenza ce l’ha, quindi probabilmente non saranno diciamo dei numeri così consistenti”. Concludendo che non si tratta di un “fermo di polizia” ma di una “forma minima di controllo”. Parlando con i cronisti, Petrelli è tornato sulla riforma costituzionale della giustizia. “Il voto per il sì - ha detto il Presidente Ucpi - non è il voto a un partito, è un voto che serve a tutti i cittadini, un voto per una giustizia migliore per il Paese. La trasversalità di cui noi oggi proclamiamo vede infatti esponenti della politica e della magistratura che si sono espressi a favore di questa riforma, proprio perché è una riforma che darà al Paese finalmente un giudice terzo e una magistratura libera dalla politica”. Nascono 36 Centri per la Giustizia Riparativa, via alla rete nazionale di Errico Novi Il Dubbio, 7 febbraio 2026 Conferenza stampa al Ministero della Giustizia l’11 febbraio. Nordio: “Rivoluzione copernicana” nel sistema penale. Nei prossimi giorni entreranno in funzione 36 Centri per la Giustizia Riparativa, distribuiti sull’intero territorio nazionale. Un passaggio rilevante nell’attuazione di un modello di giustizia complementare a quella retributiva tradizionale, che punta a coinvolgere vittima, autore del reato e comunità nella ricerca di soluzioni orientate alla riparazione, alla riconciliazione e al rafforzamento del senso di sicurezza collettivo. Per illustrare l’iniziativa, il Ministero della Giustizia ha convocato una conferenza stampa che si terrà mercoledì 11 febbraio alle ore 12, nella Sala Livatino. All’incontro parteciperà il viceministro Francesco Paolo Sisto, a testimonianza del rilievo istituzionale attribuito al progetto. La giustizia riparativa si configura come un percorso che affianca il processo penale, senza sostituirlo, e che mira a ricomporre il danno attraverso il dialogo e il riconoscimento delle responsabilità. Un approccio che supera la sola logica punitiva per promuovere una risposta più ampia e condivisa al conflitto generato dal reato. Il valore innovativo del modello è stato sottolineato più volte dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Nell’ottobre del 2023, intervenendo alla prima riunione della Conferenza nazionale sulla giustizia riparativa, Nordio l’ha definita “una rivoluzione copernicana”. Un giudizio che riflette il cambio di paradigma introdotto nel sistema penale italiano. La Conferenza nazionale è un gruppo di lavoro composto da esperti degli uffici ministeriali, rappresentanti delle Regioni italiane e professori universitari, chiamati a dare concreta attuazione al decreto legislativo n. 150 del 10 ottobre 2022. Si tratta dell’atto normativo fondante della giustizia riparativa in Italia, adottato in recepimento della Direttiva dell’Unione europea 2012/29, che rafforza i diritti delle vittime di reato. Giustizia riparativa: a differenza di un processo giudiziario non c’è un giudizio, ma ascolto di Adolfo Ceretti L’Unità, 7 febbraio 2026 Inizio con la lettura di una dedica che un’amica ha scritto sulla sua tesi: “Ad Adolfo, per aver condiviso un capodanno in terra di guerra parlando di pace. Con affetto Arianna Fioravanti”. Una dedica bellissima. Al suo interno ritrovo lo spirito di tutto quello che cerchiamo di fare da anni. Da trent’anni mi occupo di giustizia riparativa, nel micro e nel macro: ho lavorato in qualità di studioso e di practitioner in Sudafrica, in Colombia, e molto, naturalmente, in Italia. Ho presieduto i lavori che hanno portato alla legge inserita nella riforma Cartabia (decreto legislativo 150/2022). Vorrei riportare alcune parole che aiutino a entrare nella poetica della giustizia riparativa. Il filosofo Paul Ricoeur scriveva che “il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo”. E lo psichiatra Eugenio Borgna aggiungeva: “Non c’è comunicazione autentica se non quando le parole creano ponti fra la soggettività di chi parla e quella di chi ascolta, quando i loro tempi interiori si corrispondono.” Così, comunicare significa uscire da sé e immedesimarsi nella vita dell’altro, nei suoi pensieri e nelle sue azioni. Le parole cambiano significato solo se accompagnate dal linguaggio del corpo vivente: dal sorriso, dalle lacrime, dagli sguardi, dai gesti, e anche dal silenzio. Riprendendo Emmanuel Lévinas possiamo sostenere che chi si occupa di giustizia riparativa non si occupa di questioni ontologiche, ma del vivente, che nel nostro caso significa che le relazioni nascono dall’ascolto del dicibile e dell’indicibile e dall’ombra che il crimine - agito o subito - lascia nell’esistenza delle persone coinvolte. Il poeta americano Robert Frost scriveva a sua volta nel 1913: “Io, fra gli scrittori di lingua inglese, mi sono proposto di ricavare musica da ciò che chiamo il suono del senso.” Ecco! Chi lavora nella giustizia riparativa è chiamato a far emergere in chi ha attraversato un conflitto distruttivo, proprio quel suono del senso. Vittime e autori del reato sono invitati a ritrovarlo insieme: è quel suono che li conduce ai “roveti ardenti” delle emozioni, là dove il dolore e la colpa prendono voce e diventano condivisibili. Chi pratica giustizia riparativa lavora sulla biografia intima delle persone, sulla loro narrazione. A differenza di un processo giudiziario, non c’è un giudizio, ma ascolto. È un incrocio di parole ed emozioni, ma soprattutto di pensieri difficili - quei pensieri che non si riescono a pensare da soli - che avviene in un incontro che, a differenza del processo, predilige l’orizzontalità dello sguardo che - ancora con Lévinas - è il punto di svolta della responsabilità verso l’altro, verso il gesto compiuto o subito. In questi spazi le vicende concrete delle persone diventano la materia viva del lavoro. C’è la necessità di prendere la parola per dirsi, per dire ciò che è accaduto nel proprio mondo interiore dopo un evento che ha ridefinito la vita e spesso i circuiti neuronali. Alcuni gesti, infatti, umiliano e sotterrano la dignità dell’altro, ma anche quella di chi li compie. Anche chi agisce violenza mortifica se stesso. I programmi di giustizia riparativa mirano a ricreare la possibilità di uno sguardo, non a ottenere perdono, ma a ricomporre i frammenti di relazione. Riguardo allo stato dell’arte della giustizia riparativa in Italia, possiamo affermare che il governo attuale, pur non avendola posta fra le sue priorità, non ha tradito le aspettative della Riforma Cartabia. Per attuare gli articoli 42-67 del decreto è stata necessaria una complessa riforma amministrativa. Oggi l’Italia è il primo e unico Paese al mondo ad avere una legge organica che prevede la giustizia riparativa in ogni fase del processo, incluso il periodo dell’esecuzione. È un risultato di cui essere orgogliosi. Detto altrimenti, in ogni stadio del procedimento c’è ora la possibilità di uscire dalla logica del giudizio per restituire ai protagonisti - vittima e autore - la dimensione relazionale e umana del conflitto. In ogni Corte d’Appello è stato istituito almeno un Centro di giustizia riparativa, molti già operativi. In numerose università sono partiti i corsi per mediatori e formatori: a Milano, grazie al protocollo con la magistratura, abbiamo continuato a lavorare anche nei momenti più difficili. Chiudo ricordando il progetto finanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (Fami) presso l’istituto minorile Beccaria. Non dimentichiamo che lì, in passato, sono stati violati i diritti umani e inflitte ferite profonde a molti ragazzi, nell’indifferenza di chi non ha visto o ha finto di non vedere. Credo che non saranno le punizioni a restituire dignità al Beccaria - che per decenni è stato un simbolo della giustizia minorile - ma il lavoro condiviso tra operatori, fondato sullo sguardo, sul racconto, sulla parola. Solo così, con la forza del dialogo e della responsabilità reciproca, potremo riportare luce nei luoghi dell’ombra e continuare a costruire una giustizia che ripara, che ascolta, che restituisce umanità. Referendum: la Cassazione ammette il nuovo quesito, la data del voto rischia di slittare di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 7 febbraio 2026 Accolta la richiesta dei 15 “volenterosi” che avevano modificato il testo votato dai parlamentari. La Cassazione ha ammesso il quesito sul referendum sulla giustizia preparato dai comitati per il No che modifica il quesito già approvato dal Parlamento. Il quesito è stato depositato dopo la raccolta di 500mila firme, lo scorso gennaio. A proporlo era stato il comitato dei quindici “volenterosi”, giuristi coordinati dall’avvocato Carlo Guglielmi. La formulazione del quesito di iniziativa parlamentare approvato dalla Cassazione nella sua precedente ordinanza recita: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. Con la nuova formulazione, che la stessa Cassazione ha accolto abolendo quella precedente, si fa diretto riferimento agli articoli della Costituzioni modificati dalla riforma e recita: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 100 comma 1 della Costituzione?”. L’eventuale slittamento del voto sarà adesso discusso in base ai termini da riaprire per la campagna referendaria. Al momento, come suggerito dal Quirinale, non sono state stampate le schede elettorali e quindi non è esclusa la possibilità che la data rimanga fissata al 22 e 23 marzo 2026. Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all’università “La Sapienza” di Roma ed ex parlamentare, schierato con il Si dice: “Premettendo il fatto che bisogna aspettare il deposito dell’ordinanza della Cassazione, credo che la data del referendum non cambi: il referendum è già indetto per decreto, verrebbe solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Quindi il quesito cambia ma la data no. Attendiamo l’ordinanza. Non escluderei però che la questione potrebbe protrarsi qualora i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo alla Consulta per conflitto di attribuzione. Anche in quel caso penso che però il ricorso non verrebbe ammesso”. Referendum senza fine: cambia il quesito e (forse) anche la data del voto di Valentina Stella Il Dubbio, 7 febbraio 2026 La Cassazione ammette il testo proposto dai “volenterosi” con 500mila firme: in bilico il giorno della consultazione sulla riforma. Colpo di scena. L’Ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha ammesso il quesito referendario sulla separazione delle carriere presentato dal cosiddetto “Comitato dei 15 volenterosi”. A dare la notizia per prima è stata Conchita Sannino su Repubblica. Gli ermellini quindi hanno ritenuto valido quello che elenca tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati qualora passasse anche nelle urne la riforma Nordio e sul quale erano state raccolte le 500 mila firme depositate il 28 gennaio a Piazza Cavour. Il testo è il seguente: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?”. Il quesito invece approvato il 18 novembre dalla Cassazione, dopo l’ammissione della richiesta referendaria dei partiti di maggioranza e minoranza, era il seguente: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. Eppure era stato proprio il Tar lo scorso 28 gennaio, nel respingere il ricorso dei 15 volenterosi, a decretare che “il testo del quesito non è nella disponibilità dei promotori ma è direttamente fissato dalla legge. In questo senso, del resto, si è anche espresso l’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di Cassazione” con l’ordinanza del 20 ottobre 2016. Ora che succede? Ci muoviamo su un territorio inesplorato: non era mai successo di trovarci con un referendum già indetto con decreto del Presidente della Repubblica su uno specifico quesito, ora bocciato dalla Cassazione, a cui adesso fa seguito una nuova ordinanza di Piazza Cavour. Tutti si chiedono se ora slitterà anche la data del 22 e 23 marzo. Gli scenari sono molteplici. Sembra non essere percorribile l’estensione della normativa riguardante il referendum abrogativo a questo costituzionale perché non ci troviamo dinanzi a due quesiti altrettanto validi ma ad uno ammesso e l’altro bocciato. Inoltre non è nelle facoltà della Cassazione indicarne un’altra possibile. Quindi la palla passa al Governo. Da un lato potrebbe semplicemente apportare una correzione di errore materiale riguardante solo il quesito lasciando invariata la data del 22 e 23 marzo. Ma a questo punto non è escluso che il “Comitato dei 15 volenterosi” possa sollevare conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale. L’altra strada potrebbe essere quella più tortuosa e scivolosa per il governo. Dopo la nuova ordinanza della Cassazione, volendo seguire la legge, il Governo avrebbe sessanta giorni per indire nuovamente il referendum con il nuovo quesito. Ipotizziamo che l’Esecutivo si riunisca l’8 febbraio e che lo stesso giorno il Capo dello Stato firmi un nuovo decreto. La data del voto dovrebbe ricadere tra il 50esimo e il 70esimo giorno, ossia il 29 marzo, domenica delle Palme. Difficile che si possa votare in un giorno di festa. Ancora più difficile rimandare a domenica 5 aprile, Pasqua. A questo punto il voto slitterebbe a metà aprile. Caiazza frena Salvini: “Infelice legare le scarcerazioni di Torino al referendum sulla giustizia” di Riccardo Carlino Il Foglio, 7 febbraio 2026 “Sarebbe opportuno sottrarsi a speculazioni dettate dalla cronaca e non inseguire il fronte del No sul loro terreno, che è quello di non discutere del contenuto della riforma”, dice il presidente del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi. “Associare le decisioni della magistratura dopo gli scontri di Torino alla riforma della giustizia, come fa Matteo Salvini, è un’operazione infelice”. Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi, commenta in questo modo al Foglio le parole del leader leghista, che ha criticato la scarcerazione di tre persone coinvolte negli scontri avvenuti sabato a Torino durante la manifestazione a favore di Askatasuna, invitando subito dopo a barrare Sì alle urne del 22 e il 23 marzo: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al referendum sulla giustizia è un dovere morale”, ha affermato Salvini. “In questo caso siamo di fronte a un provvedimento di un giudice, condivisibile o meno, che non ha accolto le richieste di un pubblico ministero, mostrando una certa indipendenza”, spiega Caiazza: “Non è una cosa frequente nel nostro paese. Mi permetto di sollecitare l’onorevole Salvini a riflettere sul fatto che questo non costituisce l’esempio migliore per la campagna per il Sì”. In generale, sottolinea l’ex presidente dell’Unione camere penali, “sarebbe opportuno sottrarsi a speculazioni dettate dalla cronaca e non inseguire il fronte del No sul loro terreno, che è quello di non discutere del contenuto della riforma”. Per sostenere la bontà della riforma Nordio, dunque, meglio attenersi ai suoi contenuti, perché non farlo avrebbe l’effetto collaterale di delegittimare i suoi sostenitori. “Il Sì è forte se sa spiegare e valorizzare il contenuto della riforma”, ribadisce Caiazza, che insieme a Lorenzo Zilletti ha curato un libro (edito da Liberilibri) che va in questa direzione. Titolo: “La verità sulla riforma della magistratura. Perché è giusto votare Sì”. “Non è facile fare la classifica delle bugie attorno al referendum”, ammette il penalista. “Il fronte del No nasconde all’opinione pubblica un fatto che basterebbe da solo a spiegare le ragioni di questa riforma. Cioè che in tutto il mondo c’è la separazione delle carriere, noi siamo un’isolata eccezione”, aggiunge. Accanto all’Italia spuntano infatti paesi come Turchia, Bulgaria e Romania. E poi c’è il timore più sventolato dall’opposizione, finito addirittura su alcuni manifesti affissi in pubblico: “Dicono che la riforma preveda la sottoposizione del pm, o addirittura del giudice, alla politica. Ma è una grande mistificazione - spiega Caiazza - perché non solo non ce n’è traccia nella riforma, ma anzi è quest’ultima a impedirlo, rafforzando tutti i princìpi costituzionali che garantiscono l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere”. Infine, il nodo più indigeribile per il fronte del No: il sorteggio per l’elezione del Consiglio superiore della magistratura: “Di fronte alla crisi della magistratura e all’ormai incontrollabile potere politico delle correnti sul Csm, non c’era un’altra soluzione”, dichiara Caiazza. Questioni sì tecniche, ma essenziali per sciogliere i dubbi e arrivare preparati alle urne. E per schivare i tentativi più estremi di delegittimazione utilizzati da alcune parti dell’opposizione. Un video diffuso dal Pd addita come neofascista i sostenitori della riforma, comprese tutte quelle personalità che - proprio da sinistra - hanno annunciato che voteranno sì. “E’ vergognoso dimenticare che l’idea di separare le carriere nasce dentro la storia della sinistra italiana”, dice Caiazza. “Giuliano Vassalli, nel presentare alla stampa estera la riforma del codice del 1988 in senso accusatorio, spiegò che si trattava di una bellissima riforma, ma che senza mettere mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario dividendo le carriere sarebbe stata vanificata. Purtroppo è stato un buon profeta”. E ancora, la “Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema puntava moltissimo sulla separazione delle carriere, e anche il Pd durante la segreteria di Maurizio Martina era dello stesso avviso”, conclude Caiazza. Non solo Crans-Montana: la pena senza condanna spiana la strada alla barbarie di Enzo Musolino L’Unità, 7 febbraio 2026 La condanna penale segue a un giusto processo e la misura cautelare di carcerazione preventiva - al netto dell’istituto della cauzione che è una garanzia monetaria - risponde, nei paesi liberali e democratici, a esigenze specifiche (ad esempio, pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove) e non è un anticipo di pena (umana o “divina”) o l’effetto diretto e “giusto” della condanna morale generalizzata. La “condanna” a prescindere dal processo, nonostante il processo, prima del processo, è come una tentazione delle “ragioni evidenti” che valutano ogni obiezione come vuoto formalismo, orpello, rito esangue indifferente alla “sostanza” del dramma in atto mentre - di converso - è proprio l’evento che incombe con il suo peso di sofferenze e ingiustizia a essere insofferente a ogni pausa, al rinvio, ai tempi lunghi dell’applicazione delle regole a fronte dell’abisso senza tempo e grazia delle morti innocenti. Questo, però, è il Diritto, questo è l’argine alla barbarie, alle vendette, alla tortura, alla seduzione dell’occhio per occhio. Se le garanzie processuali, le scarcerazioni, le decisioni giudiziali che interpretano i Codici vengono considerate - dalla Politica a caccia di facile consenso - vergognose, oltraggiose, disgustose, c’è qualcosa che non funziona. Se un’istanza politica di carcerazione, addirittura, viene richiesta all’Ambasciatore italiano in Svizzera per intervenire sulla Procura svizzera e, tramite questa, sul Giudice svizzero che ha disposto la scarcerazione, il cortocircuito - tutto italiano - diviene estremo, con buona pace del dibattito interno sulla riforma per la separazione delle carriere! In tal modo operando, si tradiscono così quelle strutture che tutelano non solo ‘Caino’ ma anche e soprattutto l’innocente ‘Abele’ che, per un motivo o per l’altro, può divenire vittima della gogna mediatica, dell’odio popolare, di chi ha già compreso tutto e che vuole subito le Tre Croci sul Golgota. È vero, si tratta delle croci di soli ladroni, e Cristo sembra lontano dalla pena che affligge chi è “davvero” colpevole, ma è veramente così? Possiamo inchiodare al “fatto” (come se non ci fosse neanche la minima possibilità/speranza di sviluppo) ogni atto giuridico? Davvero possiamo rinunciare alle garanzie del “caso normale” innanzi all’enormità dell’eccezione? E chi decide lo stato d’eccezione? Si abbia allora il coraggio di essere consequenziali e si invochi oggi per questa “eccezione”, per questa enormità, per il sangue di questi morti (e domani le “eccezioni” si moltiplicherebbero di sicuro), la negazione di ogni Difesa, la pena senza Udienza, la condanna definitiva senza Legge. In fondo, la sofferenza e il sangue del “colpevole” servono proprio a deresponsabilizzarci tutti, ad affrontare con la violenza il trauma della morte iniqua, a darci respiro togliendolo al criminale odioso che è nemico, alieno, che è diverso da noi, che è lontano dalle nostre vite, dalle nostre scelte, dai nostri comportamenti, dai nostri errori sempre scusabili. E se il criminale, invece, avesse il nostro stesso volto, i nostri interessi e appetiti, se si assumesse i rischi che noi stessi troppe volte ci assumiamo e noi i suoi a parti invertite? E se la responsabilità e il torto ci coinvolgessero come protagonisti e complici di una Società imperfetta, alla rincorsa di tutto e subito e indifferente al baratro finché non ci si casca dentro? In questo caso solo il Diritto, solo la giustizia del ‘caso concreto’ decisa secondo regole e procedure condivise, può aiutare non a diluire le colpe ma a precisarle nella complessità di un dibattimento pubblico che garantisca tutti - accusa e difesa - dall’arbitrio di ciò che è evidente, semplice, e che non richiede alcun procedimento, nessuna prova, nessun “giudice” che non sia già convinto dall’inizio della propria assoluta innocenza e candore e dell’altrui infamia e vergogna. A pensarci bene “Santo subito” è come “subito all’Inferno”: l’immediatezza del sentimento non è un valore nei giudizi. Infatti, ciò che viene meno, che non serve, che può essere scarificato, è la “storia” con tutte le sue sfaccettature da accertare, con i meriti e i torti messi alla prova del confronto tra diverse posizioni, è il significato profondo - sociale/comune - di ciò che è accaduto (e che non deve ripetersi!) e che merita - per quanto è possibile accertare - la verità, il rimedio, la soluzione, l’argine, il controllo, il cambiamento, il “mai più” ponderato e non l’odio. Imma Rizzo: “Una legge per la mia Noemi. Basta permessi premio a chi ammazza le donne” di Valeria D’Autilia La Stampa, 7 febbraio 2026 La madre della sedicenne sepolta viva dal fidanzato a Lecce: “Lo Stato ascolti”. “Lo Stato continua a tutelare gli assassini concedendo permessi premio. Solo la parola fa rabbrividire. Chiediamo dignità per le vittime di femminicidio”. Imma Rizzo è la mamma di Noemi Durini, la 16enne salentina accoltellata e presa a sassate, prima di essere sepolta - ancora viva - sotto alcuni massi. Per mano del suo fidanzato, Lucio Marzo, che sta scontando una pena di 18 anni e 8 mesi. Era il 3 settembre 2017. Il corpo venne ritrovato giorni dopo nelle campagne di Castrignano del Capo, nel Leccese. Fu il giovane, all’epoca 17enne, a confessare dove l’aveva nascosto. Imma, da sempre, chiede una “giustizia giusta” perché “chi commette un reato così efferato non ha diritto ad alcun beneficio”. E così, insieme al suo legale Valentina Presicce, il prossimo 23 febbraio presenterà in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Noemi Durini”. Imma, in tutto questo tempo, ha trovato la forza nel dolore. Si è fatta promotrice di incontri nelle scuole, iniziative di sensibilizzazione, chiedendo di dire basta ai “regali” per chi si macchia di questi crimini. Lei l’ha vissuto sulla sua pelle. Perché anche Lucio ne ha usufruito. “Se ne andava in giro indisturbato, guidava l’auto in stato di ebbrezza, rientrava in carcere positivo ai cannabinoidi. Tutto questo è assurdo”. Tra qualche giorno la vostra proposta approderà in Cassazione... “Sarà una data molto importante. Stiamo chiedendo l’abolizione dei permessi premio per chi commette femminicidio. Dobbiamo raccogliere almeno 50 mila firme affinché possa approdare alle Camere per essere approvata. Siamo noi familiari delle vittime a vivere il vero ergastolo in vita. Ormai per Marzo è andata così, ma facciamo in modo che altri assassini non escano fino alla fine della condanna”. Cosa ha pensato alla notizia dei permessi per l’assassino di sua figlia? “È un fallimento dello Stato e un’ingiustizia per Noemi che non c’è più. Pochi anni fa, in permesso premio, venne fermato ubriaco alla guida. Tempo prima, gli erano stati concessi altri giorni da trascorrere in una pizzeria, pernottando a casa del proprietario, e venne trovato positivo ai cannabinoidi. E poi ha avuto altri permessi per andare a votare e persino frequentare una ragazza, dopo quello che ha fatto a mia figlia. Non provo rabbia, ma tanta tristezza. Per Noemi e per tutte le altre vittime. Se commetti un atto così estremo non puoi beneficiare di nulla. Le carceri esistono proprio per quello. Questo tipo di reati va punito solo con l’ergastolo, ma purtroppo Lucio era ancora minore. Avrebbe compiuto 18 anni tre mesi dopo l’omicidio. Credo si debba abbassare l’età delle condanne. Se questi reati continuano ad aumentare è anche perché non ci sono pene esemplari. Quando uscirà dal carcere, avrà tutta la vita davanti”. Nella proposta di legge dite sì alla rieducazione, ma anche pena certa. “La rieducazione la possono fare in carcere. Cerchiamo di non calpestare il diritto delle vittime a una sanzione commisurata. Non vedo perché un assassino possa uscire, camminare tra la gente per bene. Ha tolto la vita ad un altro essere umano, non merita premi. Anche perché lì mangia, beve, sta al caldo. Già aprire gli occhi ogni giorno è un lusso, mia figlia invece è sotto terra. E io da nove anni me la vado a piangere. Prima di andare al lavoro o a fare la spesa, vado al cimitero”. Lei che ragazza era? “Gioiosa, amava stare in compagnia, aiutava tutti. In casa c’era sempre tanta allegria: non potrò mai dimenticare le sue risate. Ogni tanto litigavamo, sempre per lo stesso motivo. Le dicevo che Lucio non mi piaceva. Lei rispondeva: “Mamma perdonami, lo sai che ti amo”. Sicuramente non si rendeva conto del pericolo, era convinta che sarebbe riuscita a frenare la sua rabbia. Una volta l’aveva picchiata e lo denunciai. Le dissi: “Se ti alza le mani non può volerti bene”. E infatti, quando ha capito che voleva lasciarlo, le ha tolto la vita”. Imma, lei oggi ha 54 anni e ha fatto della sua storia personale una testimonianza. “Con l’associazione “Casa di Noemi” vado nelle scuole per sensibilizzare alla non violenza. Ai giovani dico di imparare a gestire le emozioni. Spiego che nessuno appartiene ad un altro, la libertà è un diritto di tutti. Racconto di una loro coetanea che è stata strappata alla vita. Ascoltano, a volte piangono. Rispetto ai primi anni, sento che sono più sensibili, c’è una nuova consapevolezza. Con loro provo a riempire il vuoto della sua assenza”. Stragi del ‘92, giù il sipario per Dell’Utri: “Non fu il mandante” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 7 febbraio 2026 Marcello Dell’Utri non c’entra nulla con le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lo dicono, nero su bianco, i magistrati della Procura di Caltanissetta, mettendo fine a un inseguimento giudiziario durato decenni e fatto di teoremi, sospetti e indagini infinite. Dopo anni di ricerche frenetiche per trovare un legame tra l’ex senatore e le bombe che hanno ucciso Falcone e Borsellino, la richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Salvatore De Luca e dall’aggiunto Pasquale Pacifico chiude il cerchio: “infondatezza della notizia di reato”. In sostanza, non ci sono prove. Tutto era ricominciato nel luglio del 2022. La Procura aveva deciso di riaprire le vecchie carte, quelle del fascicolo già archiviato nel 2002, per dare la caccia a un “fantasma” che da sempre aleggia in queste storie: il mandante esterno. L’indagine riguardava Dell’Utri e, inizialmente, anche Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata poi chiusa per la sua scomparsa. L’obiettivo dei magistrati era capire se dietro l’accelerazione della strage di via D’Amelio ci fosse un interesse politico o economico legato alla nascente Forza Italia, allora ancora in fase di “progetto”. Il cuore di questa nuova indagine batteva a due giorni prima della strage di Capaci. È il 21 maggio 1992, Paolo Borsellino apre la porta di casa sua a due giornalisti francesi, Jean Claude Zagdoun (noto come Fabrizio Calvi) e Jean Pierre Moscardo. Non è una chiacchierata qualunque: i due lavorano per un colosso televisivo, Canal Plus , e stanno mettendo in piedi un’inchiesta pesante sui rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia. C’è un dettaglio che balza subito agli occhi ed è bene sottolinearlo, perché smontai sospetti: nell’intervista sono i giornalisti a incalzare Borsellino sui legami tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano. Il magistrato però frena. Chiarisce di non saperne nulla perché non sono indagini sue. Anzi, proprio per rispondere, mostra e consegna davanti alle telecamere documenti che non aveva mai maneggiato. Perché i francesi cercavano risposte che Borsellino non poteva dare? Era in corso una guerra commerciale. Canal Plus voleva impedire a Berlusconi di sbarcare con le sue televisioni in Francia, dove avrebbe fatto una concorrenza spietata. L’inchiesta giornalistica serviva a sbarrargli la strada, a “bruciarlo” politicamente e imprenditorialmente. Quando però il Cavaliere decide di fare un passo indietro e rinunciare ai suoi progetti oltreconfine, l’interesse per l’inchiesta sparisce nel nulla. Il “bottino” giornalistico - circa 50 ore di girato grezzo - finisce dimenticato in un cassetto. Solo nell’aprile del 1994 il settimanale L’Espresso ne pubblicò alcuni estratti. Per vederla in tv bisogna aspettare addirittura il 2000, quando Rai News 24 - con Sigfrido Ranucci - ottiene una cassetta dai familiari di Borsellino. Era un video breve e, come annoteranno i magistrati che assolsero Guzzanti da una querela, risultò pure “manipolato” nei tagli. Solo nel 2009 Il Fatto Quotidiano distribuirà la versione integrale. I magistrati si sono fatti la domanda più logica: come faceva Cosa Nostra a sapere cosa aveva detto Borsellino se nessuno ne aveva parlato in giro prima delle stragi? Hanno sentito Fabrizio Calvi, ma le sue risposte sono state deludenti, a tratti reticenti. Calvi ha escluso di aver raccontato il contenuto di quell’incontro con qualcuno vicino agli ambienti mafiosi in quei giorni caldi del ‘92. Dunque, non c’è traccia di una “fuga di notizie” che potesse spingere i killer ad accelerare l’attentato di via D’Amelio. E poi c’è il capitolo dei collaboratori di giustizia, che spesso si perdono nei ricordi. I magistrati hanno riletto le dichiarazioni di Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca. Cancemi diceva che Riina, dopo Capaci, voleva “appoggiare” Dell’Utri e Berlusconi. Brusca confermava il clima, ma alla fine ha ammesso di non aver mai sentito Riina parlare dei due indagati durante le riunioni operative per decidere la strategia delle bombe. Erano solo sue deduzioni fatte anni dopo, non fatti. Il colpo di grazia alla tesi dell’accusa arriva dall’analisi di Giuseppe Graviano, il boss delle stragi. Le sue parole, tra intercettazioni in carcere e dichiarazioni in aula, sono state bollate come “totalmente inattendibili”. Graviano parlava di “cortesie” chieste da Berlusconi e di incontri segreti a Milano nel 1994, ma non ha mai portato un riscontro. Quando si è cercato di dare un volto al misterioso “uomo della montagna” citato dal boss, la risposta è rimasta nel vago, in un linguaggio criptico utile solo a depistare. La Procura riconosce che i rapporti tra l’ambiente di Berlusconi e il mondo siciliano esistevano, ma è un dato già noto da altri processi. Il punto è che non esiste la minima prova che Dell’Utri abbia avuto un ruolo nelle stragi del ‘92. Non ha chiesto lui di uccidere, non ha dato ordini e non ha usato l’intervista francese per i suoi scopi. Questa richiesta di archiviazione è un atto di onestà. Le indagini hanno un limite di tempo e quel limite è stato raggiunto. Non si può inseguire un teorema per sempre se i fatti continuano a dire altro. Dopo trent’anni, bisogna accettare che la giustizia non può nutrirsi solo di sospetti. Per i magistrati, non c’è nulla che possa stare in piedi in un tribunale. Dell’Utri esce da questa indagine come ne era entrato: un uomo segnato dal sospetto, ma contro il quale la legge non ha trovato prove. Il capitolo delle stragi del 92, per lui, forse finisce qui. Sardegna. La Regione contro l’arrivo dei boss detenuti: “Non saremo la cayenna d’Italia” di Marco Birolini Avvenire, 7 febbraio 2026 La governatrice Todde lancia la mobilitazione per fermare lo sbarco di 240 prigionieri sottoposti al regime 41 bis: “Non vogliamo diventare un’isola carcere”. La Sardegna insorge contro l’ipotesi di destinare ben tre carceri - Uta (Cagliari), Bancali (Sassari) e Badu e Carros (Nuoro) - ai detenuti in regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro riservato ai boss mafiosi. La governatrice Alessandra Todde ha lanciato un appello ai cittadini sardi attraverso un reel pubblicato sui propri canali social, per dire no al piano del governo, che risulta ben avviato e destinato a concretizzarsi a breve, visto che i lavori nelle sezioni designate sono a buon punto. Nel video, la governatrice ricorda di aver inviato nel giugno 2025 una nota al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a seguito delle prime notizie sull’ipotesi di destinare le case circondariali di Badu e Carros, Bancali e Uta al 41 bis. A quella comunicazione seguì un incontro nel mese di settembre, nel corso del quale, riferisce Todde, “il ministro aveva assicurato che nessuna decisione sarebbe stata assunta senza il coinvolgimento delle istituzioni regionali”. Un coinvolgimento che però, “non c’è stato”. Preoccupa anche il numero di detenuti in arrivo. Rispetto ai 192 posti inizialmente previsti, - ricorda la governatrice - è indicato un incremento di almeno il 20 per cento, che porterebbe a circa 240 soggetti al 41 bis, oltre un terzo dell’intera popolazione nazionale sottoposta a questo regime. Todde teme le conseguenze del trasferimento dei boss sull’isola: “Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna”. Tra gli “effetti collaterali” ci sono anche le infiltrazioni criminali che potrebbero derivare dallo sbarco di familiari e sodali dei clan. “Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere” afferma la presidente, che conclude con un appello alla mobilitazione: “Chiedo ai sardi di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino”. L’appello di Todde è stato subito raccolto dal sindaco di Nuoro, Emiliano Fenu, che si dice “indignato”. “Un’ipotesi del genere, destinata a richiamare un’idea di relegazione e marginalità che si pensava definitivamente superata, andava discussa ma, da parte di Roma, non ci sono state date risposte”. Il sindaco sottolinea come Nuoro sia impegnata nel ritagliarsi un futuro come “polo tecnologico, scientifico e culturale, attraverso interlocuzioni con università ed enti di ricerca, investimenti su infrastrutture strategiche come l’ex Artiglieria e grandi progettualità di respiro internazionale, a partire dalla candidatura a ospitare l’Einstein Telescope. La città, impegnata in un percorso di rilancio chiaro e riconoscibile, non può apparire come una colonia penale”. Il sindaco di Sassari, Giuseppe Mascia, è sulla stessa linea: “Il nostro territorio ha già potuto sperimentare cosa significhi la presenza nel carcere di Bancali di detenuti in regime di 41 bis, la penetrazione di forme esogene di criminalità organizzata nel tessuto economico locale sono una conseguenza deleteria sotto ogni punto di vista. Ecco perché il piano del governo per trasformare la Sardegna in una cayenna per mafiosi ci vede fortemente ostili ed ecco perché diciamo sì alla mobilitazione promossa dalla presidente Todde”. A dicembre era stato il vescovo di Nuoro Antonello Mura a denunciare la situazione. “Nuoro non merita di diventare una ‘grande enclave’, etichettata come 41bis - aveva sottolineato il presule -. In discussione, giusto ribadirlo, non è la possibilità che uno Stato metta in atto ‘restrizioni necessarie per il soddisfacimento’ delle esigenze di sicurezza di tutti i cittadini, ma che un intero carcere venga destinato a questo scopo, mettendo in atto un trattamento che sa più di annientamento della persona che di rieducazione”. Padova. Così si muore dietro le sbarre di B.A.* Il Mattino di Padova, 7 febbraio 2026 La testimonianza di un detenuto del Due Palazzi dopo i recenti casi di suicidio nell’istituto di pena. “I processi durano troppo e le condizioni carcerarie sono spesso indegne, soprattutto d’estate”. Ogni giorno, dietro le sbarre, c’è chi pensa di farla finita. Muri di cemento, sbarre, corridoi senza fine: spesso non si vede nulla oltre un pezzo di cielo. E nelle ultime settimane altre vite giovani si sono spezzate. Vite che forse si potevano salvare. Vittime di un sistema giudiziario lento, burocratico, e troppo spesso disumano. Quasi la metà delle persone detenute è ancora in attesa di giudizio. Vive in un tunnel senza luce, schiacciata da anni di attesa e da spese legali ormai insostenibili. Difendersi è diventato un lusso. E quando la difesa diventa impossibile, la speranza si spegne. Il pianeta carcere è sovraffollato, al collasso. Si parla di indulti che non arrivano mai, o che arrivano solo per pochi, con numeri simbolici. Intanto una domanda resta sospesa: chi ha interesse a tenere dentro più persone possibile? Chi trae beneficio da una detenzione senza limiti? Il Ministero? Gli avvocati? O le aziende che sfruttano il lavoro carcerario, pagando compensi irrisori, sufficienti appena alla sopravvivenza? I detenuti restano invisibili. Dimenticati. Intrappolati in un sistema che troppo spesso sembra aver dimenticato il diritto. Chi li ascolta? Con chi possono parlare? Gli assistenti sociali sono pochi e sovraccarichi. Le guardie sono insufficienti, costrette a turni oltre ogni limite. La carenza di personale incide su tutto: dalle ore d’aria ai colloqui, fino ai permessi di uscita che vengono negati non per ragioni di giustizia, ma per mancanza di risorse. Molti detenuti non sanno nemmeno perché stanno scontando pene così lunghe. Processi interminabili, interrogatori superficiali, videoconferenze che sostituiscono il confronto umano. Spesso la sensazione è che la decisione sia già stata presa, prima ancora che la persona possa raccontare la propria versione dei fatti. Ci sono pene durissime, paragonabili a quelle per reati di mafia, inflitte anche a chi non è mai stato arrestato prima, a chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Condanne di dodici, quindici, vent’anni. Anni che diventano un fiume di dolore, soprattutto per chi ha figli. C’è chi resiste per loro. E c’è chi, disperato, arriva a pensare di togliersi la vita “per non essere un peso”, per non diventare una vergogna. Alla fine, chi li ascolta davvero? Ti trovi dentro e non sai il perché. I processi durano troppo, le condizioni carcerarie sono spesso indegne, soprattutto d’estate: caldo insopportabile, spazi sovraffollati, condizioni che ricordano più un allevamento che uno Stato di diritto. Tutto è una lista d’attesa: per una visita medica, per un dentista, per lavorare, per qualsiasi cosa. “Sei in lista”. Come se la vita non li avesse già messi abbastanza all’angolo. Con questa lettera voglio dare voce a chi non ne ha. Voglio che il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia guardino in faccia questa realtà. Non dai loro uffici, ma entrando nelle carceri, parlando con le persone, mandando ispettori a verificare cosa accade davvero. Serve anche il coraggio di dire che chi giudica deve poter essere giudicato. Gli errori professionali, la fretta, la superficialità nei processi hanno conseguenze devastanti: portano persone dietro le sbarre per anni. Il cielo è azzurro per chi ha speranza. E spesso la speranza ha un prezzo: i soldi per un grande avvocato. Per molti altri il cielo è grigio. Non vedono la luce in fondo al tunnel. E poi arrivano le notti buie. Quelle in cui un corpo resta appeso. O le albe in cui qualcuno non si sveglia più. Scene che sembrano uscite da un film horror: agenti che corrono, ispettori che cercano di rimediare all’irreparabile. Ma chi resta, chi trova quel corpo, chi vive quelle immagini… come continua a vivere? Davanti a questi scenari, lo Stato può davvero voltarsi dall’altra parte? I compagni di cella che hanno incubi, e tutti gli altri a seguire. È inutile, ogni volta che succedono eventi di questo tipo, fare riforme per cambiare stanze, piani o compagni, o far sì che uno psicologo ti assista solo per pochi giorni. Di notte, la scena è terribile. Al personale penitenziario, e soprattutto a chi assiste a scene di questo genere, deve essere garantita una tutela psicologica continuativa; in particolare, gli agenti andrebbero seguiti e dovrebbero poter usufruire di una pausa per lo stress eccessivo. Nonostante i loro problemi personali, loro cercano di restare umani, a differenza di chi li gestisce come se fossero dei robot severi. Date speranza ai casi che devono essere rivalutati. Date condizioni che permettano di sopportare questa pena e, soprattutto, offrite un ascolto serio e decisivo per tutti. Forse il “pianeta carcere” non cambierà nome, ma deve essere garantita una maggiore leggerezza e una dignitosa sopravvivenza. Torino. Violenze sui detenuti: sette condanne per tortura, sei assoluzioni di Giada Lo Porto La Repubblica, 7 febbraio 2026 Si chiude così il processo di primo grado sulle violenze avvenute tra il 2017 e il 2019 nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, che vedeva imputati 14 agenti della polizia penitenziaria. Le pene per tortura vanno da 2 anni e 8 mesi a 3 anni e 4 mesi. Risarcimento da 40 mila euro. La garante di Torino: “Sentenza che ha svolto un ruolo fondamentale, fare luce su fatti che a volte rimangono nell’ombra”. Otto condanne di cui sette per torture e sei fra proscioglimenti per prescrizione e assoluzioni per “non aver commesso il fatto”. È finito così il processo di primo grado per le violenze al carcere Lorusso e Cutugno di Torino in cui erano imputati a vario titolo 14 agenti della penitenziaria. Le pene per le torture disposte dal collegio - presidente Paolo Gallo, giudici a latere Giulia Maccari ed Elena Rocci - vanno da due anni e otto mesi a 3 anni e quattro mesi. Un solo imputato è stato condannato a cinque mesi per rivelazione del segreto d’ufficio. Stabilite provvisionali di circa 40mila euro in totale nei confronti di quattro detenuti tutelati tra gli altri dagli avvocati Domenico Peila e Manuel Perga. Alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia chiamato in causa come responsabile civile, dovranno inoltre risarcire le vittime, l’associazione Antigone e il garante comunale, regionale e nazionale delle persone private della libertà personale. Le cifre saranno definite in un successivo processo civile. Gli imputati sono stati difesi fra gli altri da Antonio Genovese, Enrico Calabrese, Mauro Molinengo, Antonio Mencobello e Beatrice Rinaudo. “Ci riserviamo di leggere le motivazioni ma in punto di diritto la fattispecie di tortura non ci sembra integrata”, commenta l’avvocato Genovese. “Come garante delle persone private della libertà personale - interviene Diletta Berardinelli, garante dei detenuti di Torino - ritengo essenziale sottolineare che questa sentenza ha svolto una funzione fondamentale, ovvero quella di fare luce su fatti che a volte rimangono nell’ombra. Nel procedimento sono emersi comportamenti e dinamiche interne alla Casa circondariale a quei tempi, che erano stati documentati e testimoniati da fonti autorevoli e imparziali, quali i garanti nazionale, regionale e comunale in carica in quel periodo, che confermano ancora una volta la necessità di un monitoraggio continuo a tutela dei diritti delle persone private della libertà. È su questo terreno che l’attenzione di un garante deve essere costante, rigorosa e indipendente. C’è poi un nodo strutturale che non può essere eluso. Un sistema penitenziario può essere paragonato a un veicolo: anche con il miglior conducente, se il mezzo è guasto il rischio di incidenti è altissimo. Il sovraffollamento cronico, le condizioni degradanti e fatiscenti di molti luoghi di detenzione - che sono al tempo stesso luoghi di vita per le persone detenute e luoghi di lavoro per il personale - insieme alla grave carenza di risorse, di agenti di polizia penitenziaria e di funzionari giuridico-trattamentali, costituiscono un contesto che mette quotidianamente sotto stress il sistema e le persone che vi operano. In queste condizioni, il rischio che si producano derive, tensioni e violazioni è concreto e non può e non deve essere ignorato” Il punto centrale, secondo la garante, resta politico e culturale prima ancora che giuridico. “Non deve passare il messaggio - aggiunge - che comportamenti contrari al rispetto della dignità delle persone private della libertà possano essere tollerati o considerati inevitabili. Riconoscere le criticità strutturali non significa giustificare gli abusi, ma assumersi la responsabilità di prevenirli attraverso scelte politiche, investimenti e riforme adeguate. La tutela dei diritti non si esaurisce nelle aule di tribunale, ma chiama in causa la responsabilità delle istituzioni ad ogni livello e della collettività nel loro insieme. In ultimo, un sentito e sincero ringraziamento va all’avvocata Francesca Fornelli, che ha assistito l’Ufficio della Garante con grande dedizione e determinazione”. Caltagirone (Ct). Suicidio di un detenuto 50enne, condannati 2 agenti La Sicilia, 7 febbraio 2026 Il Gup riconosce la mancata diligenza nella perquisizione del detenuto. Assolti altri due colleghi. Quel suicidio in carcere poteva essere evitato attraverso una più accurata perquisizione del detenuto, che era stato trasferito in una cella singola, e senza suppellettili, in regime di grande e/o grandissima sorveglianza, proprio perché si temeva che potesse commettere un gesto grave e irreversibile. Queste le conclusioni a cui è giunta la Gup del Tribunale di Caltagirone, Desirée Augusto, che ha condannato per omicidio colposo, a 3 mesi e 3 giorni di reclusione ciascuno, con sospensione condizionale della pena e non menzione nel certificato del casellario giudiziale, due agenti di polizia penitenziaria per il suicidio, avvenuto nella casa circondariale di Caltagirone il 14 agosto 2020, di Giuseppe Randazzo, il ceramista 50enne che il giorno prima aveva ammazzato la moglie da cui era in procinto di separarsi, la 46enne operatrice socio-sanitaria Catya Di Stefano, al culmine di una violenta colluttazione nell’androne del condominio di via Pietro Mascagni in cui la coppia aveva vissuto (la donna morì per soffocamento). L’indomani, probabilmente non reggendo al rimorso, l’uomo, nel frattempo arrestato dagli agenti del locale commissariato di polizia e portato in carcere, si impiccò trasformando in un cappio il laccio dei propri pantaloncini. I due poliziotti penitenziari dovranno altresì risarcire i danni patiti dalle parti civili, da liquidarsi in un separato giudizio. La giudice, davanti alla quale si è svolto il processo con il rito abbreviato, ha invece assolto “per non avere commesso il fatto” i loro due colleghi che rispondevano dello stesso reato e che non sono stati, pertanto, riconosciuti responsabili di mancata diligenza nell’assolvimento dei propri doveri. Il pubblico ministero Samuela Lo Martire, al termine della propria requisitoria, aveva chiesto per i primi due la condanna alla pena di un anno di reclusione già ridotta di un terzo per il rito, mentre per gli altri due aveva sollecitato l’assoluzione. Il collegio difensivo era formato dagli avvocati Giancarlo e Cristina Crispino, Giovanni Di Martino, Pietro Marino e Fabio Bennici, mentre le parti civili, vale a dire i diversi familiari del femminicida-suicida, erano rappresentate dagli avvocati Carmelo Garziano, Filippo Lo Faro, Maria Bizzini, Francesco Villardita e Salvo Barone. Viterbo. Detenuto morto a 21 anni, assolti dottoressa e poliziotto accusati di omicidio colposo viterbotoday.it, 7 febbraio 2026 Per la giudice del tribunale di Viterbo “il fatto non sussiste” nei confronti della dottoressa del reparto di medicina protetta e dell’agente della penitenziaria responsabile dell’isolamento nel carcere di Mammagialla. Hassan Sharaf, assolti medico e poliziotto della penitenziaria. Elena Niniashvili e Massimo Riccio erano finiti a processo davanti al tribunale di Viterbo con l’accusa di omicidio colposo per la morte del detenuto di 21 anni che si è tolto la vita il 23 luglio 2018 nel carcere di Mammagialla, ma per la giudice Daniela Rispoli “il fatto non sussiste”. La sentenza è stata pronunciato intorno alle 12,20 del 6 febbraio, dopo circa un’ora di camera di consiglio. Niniashvili è la dottoressa del reparto di medicina protetta dell’ospedale di Belcolle che aveva giudicato Hassan Sharaf idoneo all’isolamento, mentre Riccio è l’agente responsabile della sezione del penitenziario dove la vittima era detenuta. Il procuratore generale Tonino Di Bona, che nel 2022 aveva riaperto il caso, aveva chiesto condanne rispettivamente a un anno e otto mesi di reclusione senza alcuna attenuante. Tuttavia, la giudice ha accolto le tesi difensive degli imputati e dei responsabili civili, rigettando la richiesta della pubblica accusa. Nell’udienza precedente l’avvocato di parte civile Giacomo Barelli aveva sostenuto che il suicidio del 21enne fosse prevedibile, sottolineando come gli imputati avessero potuto impedire la tragedia. Ha ricordato la storia personale del giovane, arrivato in Italia dall’Egitto su un barcone insieme a un cugino quando aveva appena 13 anni, orfano di padre e lasciando in patria madre e sorella. “Il certificato per l’isolamento è stato un certificato per la camera della morte”, aveva affermato Barelli per poi ricordare che Sharaf era stato colpito da uno schiaffo e lasciato senza sorveglianza per 27 minuti, durante i quali si è tolto la vita. Dal canto loro, invece, i difensori Fausto Barili e Giuliano Migliorati hanno affermato che il suicidio fosse imprevedibile. In particolare Barili, legale della dottoressa Niniashvili, ha citato il consulente della procura Stefano Ferracuti, secondo cui “non esiste il rischio zero” e sostenendo che il 21enne non era considerato un detenuto a rischio suicidio al momento del trasferimento a Viterbo. Si sono espressi a favore dell’assoluzione anche gli avvocati della Asl di Viterbo e del ministero della Giustizia, responsabili civili. Intanto la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna dell’allora direttore del carcere, Pierpaolo D’Andria, a due mesi e venti giorni per omissione di atti d’ufficio per non aver trasferito Sharaf in un carcere minorile. D’Andria era già stato assolto, sia in primo che secondo grado, dall’accusa di omicidio colposo. Il caso del detenuto, però, non è ancora concluso: sono ancora a processo due agenti della polizia penitenziaria accusati di abuso dei mezzi di correzione per lo schiaffo inferto al 21enne poco prima del suicidio. Nuoro. 41bis a Badu e Carros, il sindaco dice no: “La città non può diventare una colonia penale” Il Dubbio, 7 febbraio 2026 Il primo cittadino di Nuoro aderisce alla mobilitazione regionale e critica Roma: scelta inaccettabile senza confronto. La prospettiva che il carcere di Badu e Carros venga destinato esclusivamente a detenuti sottoposti al regime del 41 bis sta passando “dalla preoccupazione all’indignazione”. A dirlo è il sindaco di Nuoro, Emiliano Fenu, intervenendo sul trasferimento, dato come imminente, dei detenuti al 41 bis nelle carceri di Badu e Carros, Uta e Bancali. Una presa di posizione netta che raccoglie l’appello alla mobilitazione lanciato dalla presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde. Per Fenu, l’ipotesi di una struttura interamente dedicata al 41 bis richiama “un’idea di relegazione e marginalità che si pensava definitivamente superata” e avrebbe dovuto essere discussa preventivamente. “Da parte di Roma non ci sono state date risposte”, ha sottolineato il primo cittadino, chiarendo che l’amministrazione comunale non intendeva contrapporsi al Governo, ma chiedeva un confronto istituzionale serio e trasparente con il Ministero della Giustizia. Il sindaco ribadisce che le scelte che riguardano Nuoro devono essere “ponderate, condivise e rispettose della visione che la città sta portando avanti”. Una visione che, a suo avviso, non è stata finora considerata. “Tutto ciò, sinora, non è accaduto e quindi la nostra posizione non può che essere ancora più perentoria e di estrema contrarietà”, ha affermato. Nel merito, Fenu richiama il percorso di rilancio avviato dalla città, che punta a consolidarsi come polo tecnologico, scientifico e culturale. Un progetto sostenuto da interlocuzioni con università ed enti di ricerca, investimenti su infrastrutture strategiche come l’ex Artiglieria e da grandi progettualità di respiro internazionale, a partire dalla candidatura a ospitare l’Einstein Telescope. In questo quadro, l’immagine di Nuoro rischierebbe di essere compromessa. “La città non può apparire come una “colonia penale”, ha avvertito il sindaco, rivendicando la necessità di interrogarsi sull’impatto esterno di determinate scelte e sulla loro ricaduta sulla capacità di Nuoro di essere riconosciuta come luogo aperto, accogliente, competitivo e orientato al futuro. Trieste. Droni con la droga, nasce “la voliera” per blindare il Coroneo di Valeria Pace Il Piccolo, 7 febbraio 2026 Il Sottosegretario Delmastro in visita ai penitenziari del Fvg: “Reti sopra i cortili per fermare le consegne dei criminali, modello da esportare”. Amazon ancora in Italia non manda i pacchi a casa con i droni ma i criminali invece provano a introdurre droga e telefonini in carcere con i velivoli senza pilota. “Centinaia i voli ogni notte su tutti i nostri istituti in Italia”, ha affermato il sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri Andrea Delmastro, oggi (venerdì 6 febbraio) in visita ai penitenziari di Trieste e Gorizia. Parte dal Coroneo la strategia di contrasto al fenomeno a basso contenuto di tecnologia ma ad alta efficienza e costi ridotti: “la voliera”, una rete installata sopra il cortile del carcere che “ha portato a zero negli ultimi 3 mesi i casi”, ha annunciato Delmastro che ha voluto attendere un periodo di rodaggio prima di dare notizia alla stampa del dispositivo. “Stiamo investendo milioni di euro in postazioni fisse antidrone e fuciletti mobili per portare a terra i velivoli. Visto il successo sperimentato a Trieste porteremo questa soluzione in altre strutture con caratteristiche idonee”. Trieste è stata scelta appunto perché gli spazi esterni tutto sommato ridotti consentono l’installazione di reti. Numeri su quanti casi di consegne ad alta tecnologia si sono verificati? “Per motivi di sicurezza non si può dire”, replica Delmastro. Trieste, ad ogni modo, assicura, non era uno dei luoghi caldi per i traffici con droni: “Il problema è particolarmente spiccato in Campania”. San Gimignano (Si). Parla il direttore del carcere: “Attività e tanti progetti” di Romano Francardelli La Nazione, 7 febbraio 2026 “Il polo universitario accoglie oltre 100 detenuti ed è il secondo in Italia così come a scuola sono iscritti oltre 150”, spiega il responsabile di Ranza. La ‘Casa di Reclusione di San Gimignano’ nel tempo è passata dall’ex secolare San Domenico di via Santo Stefano a due passi da piazza Cisterna, al ‘nuovo’ Istituto di Ranza. Dal suo interno parla il direttore Giuseppe Renna persona disponibile al dialogo. Direttore Renna dove si comincia? “Innanzitutto avere una storia è importante perché ci indica una strada da seguire (e quale non seguire). Il ritorno a Ranza? E’ stato un gradito ritorno per il semplice fatto che mi permette di ricominciare un percorso iniziato nel 2019 e bruscamente interrotto nel 2023”. Problemi e progetti? “Iniziamo dai problemi strutturali. Il progetto per allacciare l’istituto alla rete idrica ed al metano è di vitale importanza per l’istituto. E’ stato finanziato dal nostro Ministero, grazie alla fattiva e presente collaborazione con il comune di San Gimignano spero di poterlo portare a termine. Il problema principale che riguarda tutte le carceri italiane, specialmente quelle che ospitano i detenuti di alta sicurezza è l’aumento della sicurezza soprattutto in termini di permeabilità con l’esterno. Sono noti tentativi di introdurre telefoni cellulari droga ed altro attraverso droni o altri sistemi. Per il resto è costante il tentativo di ampliare l’offerta trattamentale con alcuni progetti dalla vocazione ‘agricola’. Abbiamo iniziato con le erbe officinali e con altri importanti iniziative”. Ranza si sente solo? “Assolutamente no. Il comune e la società esterna è molto presente anche se è necessario rafforzare questi legami che sono vitali per far intraprendere al detenuto un serio percorso di riconciliazione con la società che non abbiamo mai dimentichiamo. E’ il fine che la nostra Costituzione che assegna all’istituzione carceraria”. La cultura e lo studio? “Il polo universitario accoglie oltre 100 detenuti ed è il secondo in Italia così come a scuola sono iscritti oltre 150 detenuti. Tutte queste attività sono possibili solo grazie al lavoro dell’area educativa e di tutto il personale dell’area sicurezza. Ed i numerosi progetti sono realizzati grazie al costante lavoro dell’area contabile. Tutto questo per dire che a Ranza c’è un bel gruppo di operatori affiatati che rende possibile raggiungere importanti traguardi. Anche se la strada da percorrere è ancora tanta”. In Sardegna, nell’ultima colonia penale di Sarah-Hélèna Van Put Il Manifesto, 7 febbraio 2026 Incontro “Nella colonia penale”, film documentario vincitore del Premio Corso Salani alla 37ª edizione del Trieste Film Festival, raccontato dai registi Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana: intervista collettiva. Lontano dalle città e dal dibattito pubblico, sopravvivono in Sardegna le ultime tre colonie penali attive in Europa: Isili, Mamone e Is Arenas. Come sospese nel tempo, le colonie incarnano una forma di detenzione arcaica eppure pienamente contemporanea: i detenuti lavorano, il tempo si allunga e il controllo si riproduce identico a sé stesso. All’Asinara, dove le celle sono ormai rovine, il potere assume una forma diversa: l’animale libero occupa lo spazio lasciato vuoto dall’uomo, aprendo a una nuova e inquietante dialettica di sopraffazione. Nella colonia penale, film documentario vincitore del Premio Corso Salani alla 37ª edizione del Trieste Film Festival, vede i registi Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana si muovono dentro uno spazio di eccezione, interrogando un sistema penitenziario che appartiene al passato ma continua a riflettere il presente. Un mondo apparentemente distante dalla società, che ne rivela le crepe, le rimozioni e le persistenze più profonde. Il film è strutturato in capitoli. Come è nata l’idea del progetto e in che modo avete deciso questa suddivisione? A: La proposta è arrivata dalla casa di produzione Mommotty nel 2020 nella fase clou della pandemia, quando ci si interrogava sullo stato della libertà e nel momento in cui erano scoppiate delle rivolte carcerarie dopo l’annunciato del lockdown. Avvicinarci al tema carcerario è stato per noi motivo di grande interesse. La suddivisione in capitoli è stata in parte proposta dalla produzione e in parte è avvenuta in modo naturale tra noi. Che tipo di preparazione c’è stata prima delle riprese? Esisteva una sceneggiatura iniziale o il film ha preso forma soprattutto in fase di montaggio? F: Abitando in diverse parti d’Italia e all’estero, il film è nato online. Abbiamo condiviso i nostri punti di vista e stabilito quale colonia ciascuno avrebbe raccontato, sviluppando poi individualmente una sceneggiatura inizialmente piuttosto teorica, anche perché abbiamo dovuto attendere a lungo per via della pandemia e dei permessi. Dopodiché individualmente, ma a rotazione perché abbiamo usato la stessa troupe, siamo entrati nelle colonie: Gaetano è andato a Isili, Alberto all’Asinara, Silvia a Mamone e io a Is Arenas. Una volta raccolto il materiale abbiamo iniziato il montaggio che è durato quasi due anni: ognuno di noi ha lavorato individualmente con il montatore, poi abbiamo condiviso i nostri episodi e creato questo film unico. S: La chiave di volta è stata avere la stessa direttrice della fotografia. Federica è riuscita a dare grande omogeneità al film e a costruire un lavoro unitario: il passaggio da un episodio all’altro non è mai netto, quasi non ci si accorge del cambio di capitolo, ed è merito suo. In alcuni episodi il suono delle campanelle delle pecore diventano quasi una colonna sonora del film. Come avete lavorato su questo elemento visto che avete girato in tempi diversi? G: Nel film non ci sono didascalie, voce narrante o interviste, quindi il suono diventa un vero testo: dilata i quadri fissi e costruisce un fuoricampo. All’inizio c’è una scena in cui gli agnelli vengono uccisi dietro delle tende con un suono di elettroshock, la stessa frequenza che ritorna quando i poliziotti timbrano il badge e nelle perquisizioni dei detenuti al rientro dal lavoro. Questi suoni aiutano a raccontare molte cose in più di quelle che vediamo nelle immagini. Nelle colonie penali la presenza di detenuti non europei è molto alta? In che modo questa composizione influisce sulle dinamiche interne di questi luoghi? S: La maggior parte dei detenuti non sono europei. Si crea una sorta di mondo parallelo fatto di migrazioni con uno scambio continuo di vissuti ed esperienze, un vero micromondo. F: Avendo lavorato a lungo come mediatore nei centri di accoglienza, arrivando a Is Arenas mi sembrava di trovarmi in uno di quei contesti. Noi abbiamo deciso di non indagare il motivo per cui erano là, non era questo il progetto. Avendo un background di mediatore culturale, molte persone mi chiedevano consigli e ho scoperto che tanti non avevano i documenti. Un giorno mi ha colpito il trasferimento di un ragazzo appena arrivato in Italia che non sapeva cosa fare. Diverse persone arrivavano così, completamente sprovviste e catapultati in questo microcosmo della colonia penale. G: Nel mio episodio ho girato anche con sardi, friulani e un siciliano. Le carceri sono sempre lo specchio di una marginalità del momento, cioè trent’anni fa in carcere c’erano prevalentemente i meridionali, adesso sono i migranti la fascia più debole. Come siete entrati in contatto con i detenuti? Quali sono stati i momenti più significativi di questa esperienza? S: Era necessario costruire un rapporto e la loro fiducia non era affatto scontata. Nel mio episodio hanno accettato tutti di essere ripresi e, in un certo senso, si sono messi a nudo. Non abbiamo mai fatto interviste: il film nasce dall’osservazione del loro lavoro e di quei pochi momenti di svago che avevano. A un certo punto si è creato quasi un momento di metacinema: con la camera accesa hanno inscenato una finta litigata. Avevano il bisogno di mettersi un po’ in mostra e di raccontarsi. G: Per me il momento più importante è stato quando abbiamo proiettato il film nelle colonie penali e nelle carceri. È stato il momento in cui i detenuti si sono visti rappresentati. Mi ha colpito in particolare una proiezione in un carcere “normale”: ci si aspetterebbe che qualcuno esprima il desiderio di andare in colonia penale, invece un detenuto ha raccontato di aver chiesto di andarsene, perché stava male e gli unici medici disponibili erano veterinari. Sono luoghi estremamente isolati, lontani dalla prima città. Le colonie penali sembrano dei luoghi sospesi. Il modello “riabilitativo” di queste strutture può essere considerato più virtuoso rispetto al carcere tradizionale? A: Alcuni detenuti le considerano leggermente migliori perché permettono di lavorare e guadagnare, anche considerando che stare in carcere comporta dei costi e chi non ha sostegni esterni accumula debiti. Ma da un punto di vista riabilitativo bisogna chiedersi che tipo di lavoro viene proposto e quali possibilità di reinserimento abbiano, soprattutto per persone straniere impiegate nel settore primario, che una volta fuori si scontrano con il mercato del lavoro. Non è detto che queste mansioni non finiscano per perpetuare marginalità e sottomissione. G: Le colonie penali sono un residuo di qualcosa che da la sensazione che il sistema carcerario stesso si sia dimenticato della loro esistenza, sono dei luoghi lontani da tutto. Da fuori può sembrare quasi esotico pensare che, lavorando all’aperto, i detenuti si sentano più liberi. C’è un aspetto che nel film non siamo riusciti a raccontare: per un periodo in una delle colonie sono stati rinchiusi malati psichiatrici con potenziale di criminalità che non avevano commesso reati. Invece di essere curati in ospedali psichiatrici, venivano chiusi in celle e affidati alle cure delle guardie penitenziarie. La colonia penale è uno spazio profondamente contraddittorio del sistema penitenziario italiano, un residuo che a volte serve a collocare ciò che non si sa dove mettere, tipo i detenuti che non hanno domicilio e sono fermati per qualche reato minore. A partire dalla vostra esperienza, qual è secondo voi la situazione del sistema carcerario italiano oggi? A: In questo momento è devastante. Secondo il rapporto di Antigone nel 2025 ci sono stati più di duecento morti nelle carceri, di cui più di settanta suicidi. A questa emergenza si risponde spesso con decreti sicurezza più repressivi, ma non può essere la soluzione. Il sistema carcerario dovrebbe essere ripensato anche in relazione ai luoghi: la tendenza è costruire le carceri fuori dalle città alimentando l’idea di allontanare il carcere quando, in realtà, esso è una rappresentazione della società. Il nostro è un film che parla anche di lavoro, della sovrapposizione tra la condizione del detenuto e la condizione del laboratorio salariato. È una riflessione che non interroga solo chi sta dentro, ma anche il rapporto che abbiamo con il lavoro e con quelle forme di detenzione invisibile che attraversano la società stessa. G: Nelle colonie penali il lavoro è come una catena di montaggio taylorista, in cui ognuno fa delle cose senza un reale obiettivo. In carcere viene assegnata un’etichetta da cui è difficile liberarsi: non si mira alla riabilitazione, ma alla punizione. Molti detenuti hanno raccontato che in carcere si impara a delinquere per sopravvivere, perché quando escono non sono nelle condizioni di potersi riabilitare e hanno addosso una nomea con cui difficilmente qualcuno dà una seconda possibilità. Il sistema di detenzione in Italia è fermo a un modello ottocentesco. È molto semplice punire chiudendo una cella invece di fare dei veri e propri percorsi di riabilitazione e nel 2026, facendo il pastore in una colonia penale difficilmente puoi emanciparti. Un elemento costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali. A: L’animale è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella riserva. Decreto anti-manifestazioni, le opposizioni annaspano di Andrea Carugati Il Manifesto, 7 febbraio 2026 Critiche soft da Schlein, Conte e Fratoianni che parlano di “truffa” e “propaganda”. Per la leader Pd le priorità sono altre. E annuncia la mobilitazione per il No al referendum e la campagna di ascolto in vista delle politiche. Il centrosinistra è rimasto sostanzialmente fermo alla mozione unitaria presentata mercoledì in Senato contro le “inaccettabili strumentalizzazioni” degli scontri di Torino fatte dal ministro Piantedosi, che ha accusato i manifestanti pacifici di complicità con i violenti. Una mozione utile, che anticipava il no alle norme liberticide che il governo ha varato giovedì ieri per decreto. Peccato però che, dopo il consiglio dei ministri, il livello dell’opposizione sia improvvisamente calato. Come se quello partorito da Meloni e soci fosse un normale decreto sicurezza, e non un attentato ai diritti costituzionali, come il fermo preventivo per 12 ore di persone ritenute potenziali rei, a totale discrezione delle questure. Ieri, quando le opposizioni avevano avuto il tempo per leggere e meditare i contenuti del decreto, le opposizioni sono apparse ferme sulle gambe. Derubricando la stretta sulle manifestazioni a uno dei tanti argomenti in agenda. Soprattutto Elly Schlein, che ha citato i fatti di Torino al minuto 32 di 44 totali della sua relazione alla direzione Pd. “Non si usino i fatti di Torino per giustificare una nuova stretta sulla libertà di manifestazione che non deve essere compromessa”, ha detto Schlein, che ha parlato di “norme liberticide” e affermato che il Pd si opporrà a “una stretta repressiva che andrebbe a colpire non i facinorosi ma i diritti di tutti”. Parole che non vanno al cuore delle norme varate dal governo e che potevano essere pronunciate alla viglia del decreto. E passano in secondo piano, nelle priorità, rispetto alla campagna di ascolto del Pd, alla politica internazionale e alla situazione economica. Anche Conte usa toni prudenti: “La vera emergenza degli italiani qual è? Il carovita, il caro bollette, le liste d’attesa. Il governo invece confeziona un decreto sicurezza per illudere gli italiani. Peraltro, miliardi e miliardi per il riarmo, un miliardo addirittura buttato nei centri vuoti in Albania, e qui solo 50 milioni, ma di fatto solo per una stretta a manifestazioni anche pacifiche. Una grande truffa per i cittadini”, ha detto il leader 5S su Canale 5. Pure Fratoianni non ci va giù pesante: “Nulla del decreto ha a che vedere con la sicurezza dei cittadini”. Ci sono invece “interventi gravi e incostituzionali come il fermo preventivo, che anche i vertici delle forze dell’ordine e tutti coloro che hanno a che fare quotidianamente con la sicurezza pubblica, considerano inutili. Più che un governo questo è un generatore automatico di nuovi reati, ma Chat Gpt avrebbe fatto meglio. È l’ennesimo insulso atto di propaganda. Un teatrino inutile e pericoloso, una truffa”. Riccardo Magi di +Europa mette in luce in modo più chiaro la pericolosità del decreto: “Il dissenso viene trattato come un problema da neutralizzare. Sulle manifestazioni il salto di qualità illiberale è evidente, alza sanzioni e allarga la punibilità fino a colpire anche chi le promuove”. “Non si puniscono solo le condotte violente, si costruisce un clima di rischio intorno alla mera partecipazione. È banalizzazione della repressione, nemmeno tanto mascherata: si vuole una democrazia docile, dove la libertà è tollerata solo se non disturba”. I temi al centro della relazione di Schlein sono la campagna di ascolto, che vedrà la sua conclusione con un evento il 7 marzo a Roma e il No al referendum, su cui Schlein mobilita con forza il partito, spiegando che la riforma Nordio “non riguarda solo i magistrati ma i diritti di tutti i cittadini” e che “serve a un governo che non vuole giudicato da altri poteri, vuole far vedere ai magistrati chi comanda davvero e vuole pm sotto il controllo dell’esecutivo”. Parole nette, sottolineate da Peppe Provenzano che definisce la riforma Nordio “un attacco alla separazione dei poteri e dunque alla Costituzione”. “Il Pd vota No per evitare che l’Italia diventi come l’America di Trump”. Quanto ai rapporti interni, Schlein ha ribadito che “si può essere d’accordo o meno, ma il Pd non ha linee diverse, ne ha una, non due, non tre, non nessuna. È un principio fondamentale che deve tenere insieme la nostra comunità plurale anche nel rispetto di chi ha un’idea diversa”. Gli esponenti della destra dem, hanno formulato molte critiche, ma solo Pina Picierno ha usato toni duri: “Tanti fondatori non si riconoscono più, non riconoscono più il Pd. Chi ha vinto il congresso non ha il diritto di cambiare la natura di un partito. Ed è quello che sta succedendo. Il Pd non è nato come un partito di sinistra identitaria, è nato come un partito riformista di centro-sinistra. C’è ancora spazio per democratici e liberali come me?”. E Guerini: “Non possiamo farci menare per il naso da Conte che non vuole un tavolo in cui confrontarci sul programma: se ci porta a ridosso delle elezioni rischiamo di dover compromettere le ragioni programmatiche alle esigenze di un’alleanza”. Alla fine la relazione di Schlein è stata votata con 162 sì e 11 astenuti della minoranza. Decreto sicurezza: il mare non è un muro, non si può recintare di Ammiraglio Vittorio Alessandro L’Unità, 7 febbraio 2026 Nel nuovo decreto anti migranti c’è l’interdizione delle acque territoriali per motivi di sicurezza. Peccato però che il diritto internazionale impone il soccorso. Secondo quanto si è appreso, il prossimo “decreto sicurezza” - dal 2018 quasi uno all’anno, come il bollo dell’auto - conterrà una sessantina di provvedimenti. Alcuni, come sempre, sull’onda della cronaca spinta fino alla percezione dello stato emergenziale; altri sui temi di fondo - il fenomeno migratorio, soprattutto - che i governi assumono come scenografia stabile per evocare paure e poi rassicurare. Una delle norme annunciate riguarda il mare territoriale, l’area delle dodici miglia dalla linea di base costiera. Il decreto del 2018 voluto dal ministro dell’Interno Salvini attribuì al Viminale il potere di limitare o vietare l’ingresso delle navi nelle acque territoriali per ragioni di ordine pubblico e sicurezza, introducendo sanzioni amministrative molto elevate per le navi del soccorso civile. In virtù di quella norma, nell’agosto 2019 Salvini lasciò in mare per diciannove giorni - sei dei quali davanti al porto - con 147 naufraghi a bordo, la nave dell’ONG spagnola Open Arms. L’accusa di sequestro di persona aggravato, giudicata incongrua anche da molti tra i suoi più fieri avversari, fu poi giustamente ritenuta infondata: la mancata assegnazione di un porto italiano aveva infatti integrato, semmai, il mancato adempimento di un obbligo d’ufficio sancito da convenzioni internazionali e, dunque, da norme di rango costituzionale. I governi successivi (2021-2022), pur eliminando le maxi-sanzioni, mantennero - sia pure in forma attenuata - l’impianto dell’accesso selettivo al mare territoriale e delle autorizzazioni caso per caso: un uso amministrativo del diritto del mare in tensione con un principio cardine della disciplina internazionale, quello del passaggio inoffensivo. Nel diritto del mare, infatti, la sovranità dello Stato sul mare territoriale è piena e assimilabile a quella esercitata sulla terraferma quanto ai poteri di controllo e di giurisdizione. Essa è tuttavia funzionalmente vincolata da obblighi inderogabili del diritto internazionale: il passaggio inoffensivo e, soprattutto, l’obbligo di prestare soccorso alle persone in pericolo in mare e di garantirne lo sbarco in un luogo sicuro. Tali limiti non attenuano la sovranità, ma ne definiscono l’esercizio. Come ovviare, allora, al rischio che una nuova e più mirata contestazione possa scuotere il palazzo? Ecco il nuovo “decreto sicurezza”, chiamato a blindare il mare. Secondo le anticipazioni di stampa, la bozza prevede la temporanea interdizione delle acque territoriali italiane per motivi di sicurezza nazionale: una “pressione migratoria eccezionale”, sospetti di infiltrazioni terroristiche o emergenze sanitarie. È lecito chiedersi quale sia oggi tale eccezionalità, quali ne siano i segnali concreti e quali le emergenze imminenti: è come dichiarare lo stato di guerra prima ancora che un nemico si sia manifestato. Si tenta, in realtà, di tornare alla chiusura dei porti invocata da Salvini e alla bandiera del blocco navale che portò Meloni al governo, giustificando la nuova norma con fragili argomenti di ordine e difesa. Ma il mare non è una frontiera rigida: è, per sua natura, uno spazio fluido, mobile, aperto, che il diritto internazionale ha sempre regolato come luogo di transito e di soccorso, non come muro. Il mare territoriale, come il territorio che calpestiamo, va presidiato, non precluso - tanto più al passaggio delle navi che accorrono a salvare vite umane. A furia di alzare barriere sull’acqua, dopo aver contato i morti, rischiamo di accorgerci di aver rinchiuso non solo i nostri spazi, ma anche le nostre coscienze. Stati Uniti. Un ex detenuto è il nuovo capo delle carceri di New York di Marica Fantauzzi Il Dubbio, 7 febbraio 2026 Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha nominato a capo del New York City Department of Correction - il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - un ex detenuto. Stanley Richards, afroamericano di 64 anni, aveva scontato due anni e mezzo a Rikers Island e poi altri quattro anni in un’altra prigione dello Stato di New York: è stato rilasciato nel 1991. Da allora ha iniziato a lavorare come consulente per la Fortune Society, ente che si occupa di fornire alloggi e supporto agli ex-detenuti di New York, sino a diventarne presidente. Tra le questioni più complesse di cui si dovrà occupare, c’è proprio il futuro del complesso penitenziario che affaccia sull’East River tra il Bronx e il Queens, in cui Richards fu recluso, Rikers appunto. Durante la conferenza stampa di sabato scorso ha dichiarato che il futuro dell’isola dove sono reclusi oltre 7.000 detenuti, di cui quasi il 90% afrodiscendenti o ispanici, “non deve più essere isolamento senza fine, ricerca di capri espiatori o demonizzazione, piuttosto dovrebbe garantire trasformazione e riabilitazione”. Il primo progetto di Rikers risale al 1927 e la costruzione fu completata nel 1933. Allora si chiamava Penitenziario di Rikers Island e, allo stesso tempo, veniva utilizzato come una gigantesca discarica di tutta la spazzatura proveniente da New York. Nel corso dei decenni furono aggiunti altri edifici alle strutture. E, verso la fine degli anni ‘90, l’isola arrivò ad ospitare 11 carceri, accessibili solo tramite un ponte stretto costruito nel 1967, che il sindaco di New York City dell’epoca, John V. Lindsay, chiamò Ponte della Speranza. Lo stesso ponte che, nel 2006, venne ribattezzato dal rapper Flavor Flav come Ponte del Dolore. Il lavoro da fare oggi andrebbe nella direzione - già espressa più volte dal sindaco Mamdani - di chiudere definitivamente Rikers entro il 2027, in quanto “simbolo del fallimento del sistema carcerario”. Da sottolineare che il New York City Department of Correction gestisce dieci strutture carcerarie, che ospitano persone in custodia o in attesa di processo, di cui oggi ben sette si trovano a Rikers. Richards eredita una situazione al limite del collasso: secondo gli ultimi dati circa 76 persone sono morte mentre erano in custodia tra il 2019 e il 2025, di cui 15 solo lo scorso anno. La maggior parte delle persone recluse è in attesa di un processo e se da sempre Rikers è conosciuta per gli abusi da parte della polizia penitenziaria e l’uso massiccio della pratica dell’isolamento, negli ultimi anni le circostanze sono peggiorate drammaticamente. Nel 2022 il sito approfondimento Gothamist denunciò di aver avuto accesso alle immagini delle telecamere di sicurezza di Rikers, dove era possibile vedere una serie infinita di violazioni dei diritti di chi era recluso: un uomo era stato tenuto in doccia, all’interno di una gabbia, per quasi 24 ore, un altro era stato costretto a defecare nei pantaloni per mancanza di servizi igienici, altri finivano per trascinare lungo i corridoi quei detenuti malati e non autosufficienti affinché fossero finalmente presi in considerazione dal personale penitenziario. Nonostante ciò, la volontà di chiudere la struttura si è scontrata con l’aumento esponenziale della popolazione detenuta e la resistenza politica di chi sostiene sia impossibile ipotizzare la sua chiusura in assenza di alternative credibili. A complicare la faccenda, è il fatto che da oltre dieci anni Rikers Island è sotto la supervisione federale e, da un anno, la Corte distrettuale degli Stati Uniti ha nominato come supervisore un ex agente della CIA, Nicholas Deml, conferendogli gran parte dei compiti precedentemente svolti dal commissario nominato dalla città. Ma secondo Mamdani la nomina di Richards è un segnale importante, sia per il personale di polizia penitenziaria, che per la popolazione reclusa: “Stanley - ha detto il sindaco durante la conferenza stampa - entrerà nella storia come la prima persona mai incarcerata a ricoprire la carica di commissario. È una testimonianza vivente della visione che porterà a ogni membro del personale penitenziario e ai newyorkesi incarcerati sotto la sua giurisdizione”. D’altro canto, la nomina di Richards ha subito sollevato molte critiche, proprio a partire dal sindacato della polizia penitenziaria che ha espresso forti perplessità. Secondo Benny Boscio, presidente del Correntini Officers’ Benevolent Association, i cancelli delle prigioni non possono essere gestiti in sicurezza se le preoccupazioni di chi lavora vengono ignorate. Per poi concludere che “l’auspicio è quello che Richards abbia come priorità la sicurezza e la protezione del personale, piuttosto che l’ideologia politica”. Alcuni osservatori, di stampo conservatore, descrivono Richards come un’attivista di estrema sinistra, fervente sostenitore di una riforma radicale del carcere piuttosto che di una impostazione tradizionale orientata alla punizione e al rigore. Quel che è certo è che Stanley Richards da decenni si occupa di trasformare l’impatto della detenzione sulle persone, credendo nella possibilità di trasformare un sistema da più parti considerato marcio e irrecuperabile. Fino, forse, ad abolire definitivamente Rikers e il “suo ponte del dolore”.