Diritti e umanità nelle carceri, oggi l’assemblea aperta a Roma di Angela Stella L’Unità, 6 febbraio 2026 “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane” è il titolo di una assemblea aperta che si terrà stamattina alla Università Roma Tre (Polo didattico di Scienze della formazione, Aula 9, via Principe Amedeo 182b) organizzata da La Società della Ragione per rilanciare una riflessione pubblica sulla condizione delle carceri italiane e sulle responsabilità che questa situazione drammatica chiama in causa a distanza di alcune settimane dalla chiusura del Giubileo dei detenuti e dopo un ennesimo anno segnato da sofferenza e morti in carcere. Dall’inizio del 2026 sono già 5 i suicidi dietro le sbarre, uno a settimana in media. “Il sovraffollamento crescente” scrivono gli organizzatori “che oggi riguarda anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento degli istituti dal territorio, la difficoltà di garantire diritti fondamentali e percorsi di cura, lavoro e reinserimento sono elementi ormai ampiamente documentati”. Le conseguenze ricadono sulle persone detenute, in particolare le più vulnerabili, e sul personale penitenziario (compreso quello sanitario e socio-assistenziale), costretto a operare quotidianamente in contesti che favoriscono burnout. Il tema, come purtroppo sappiamo, non è sempre al centro del dibattito pubblico. E, “nonostante appelli, prese di posizione istituzionali e le parole pronunciate durante l’Anno giubilare, non sono seguiti interventi concreti. Al contrario, sembra prevalere una tendenza alla chiusura del sistema, mentre la richiesta di clemenza resta sostanzialmente espulsa dal confronto politico”. Da qui la necessità di un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e terzo settore, operatori, garanti dei diritti, cittadinanza e istituzioni. Franco Corleone, fondatore e presidente de La Società della Ragione spiega così l’iniziativa: “una assemblea aperta in cui abbiano parola soprattutto coloro che nel carcere sono presenti in diversi ruoli è una scommessa”. “È importante - spiega ancora l’ex sottosegretario alla giustizia - conoscere lo stato d’animo e le emozioni di chi è a contatto con i detenuti nella condizione del sovraffollamento e della caduta di speranza. È indispensabile rilanciare il carcere dei diritti a partire da quello della salute e della affettività. Organizzare la contrattazione per l’applicazione del regolamento del 2000 può costituire un discrimine, ad esempio contestare la gestione del sopravvitto, l’assenza di piastre elettriche per cucinare e la realtà dei materassi che intossicano. Sono esempi per accompagnare la battaglia per la riforma per eliminare la detenzione sociale in carcere”, conclude l’ex deputato radicale. Gli altri promotori dell’iniziativa sono: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Cnvg, Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movi, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti. Governare le carceri con la clemenza di Patrizia Pallara collettiva.it, 6 febbraio 2026 Provvedimenti come indulto e misure alternative al centro dell’assemblea del 6 febbraio a Roma. Barbaresi, Cgil: “La vera emergenza è il sovraffollamento”. In carcere i diritti delle persone non vengono garantiti. Sovraffollamento crescente, anche negli istituti per minorenni, condizioni materiali di vita degradate, isolamento dal territorio, difficoltà di garantire percorsi di cura, lavoro e reinserimento sono malanni ampiamente documentati. A pagarne le conseguenze, i detenuti e il personale penitenziario, sanitario e socio-assistenziale. Questi problemi però difficilmente finiscono al centro del dibattito pubblico. Un’assemblea aperta - Per rilanciare una riflessione pubblica sulle responsabilità che stanno dietro a questa situazione, una cordata di organizzazioni e associazioni, tra cui la Cgil, da tempo impegnate a denunciare le condizioni in cui versano le carceri, hanno organizzato il 6 febbraio un’assemblea aperta dal titolo “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”. Un’occasione per condividere analisi, esperienze e proposte e per ragionare insieme su possibili iniziative comuni. Per gli organizzatori, gli strumenti per intervenire esistono, è necessario discuterne e renderli praticabili, a partire dalla richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di incidere sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane. La chiave della prevenzione - “La vera emergenza non è prevedere un maggior ricorso al carcere, ma prevenirlo, renderlo un luogo adeguato alla funzione di rieducazione e recupero che gli è attribuita dalla Costituzione - sostiene la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi -. La vera emergenza è ridurre il numero delle presenze in carcere. È indispensabile superare il sovraffollamento attraverso misure alternative, sanzioni sostitutive, sanzioni e misure di comunità, un minor ricorso alla carcerazione preventiva. Con l’assemblea del 6 febbraio ribadiremo con forza la richiesta di provvedimenti di clemenza e umanità, a partire da amnistia e indulto che, accompagnati da percorsi seri e concreti di inclusione, possono contribuire in maniera effettiva all’abbattimento del sovraffollamento e al positivo reinserimento delle persone nella società”. Governo in direzione opposta - Nonostante i numerosi appelli, le parole inequivocabili pronunciate durante l’anno giubilare prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV, le prese di posizione di rappresenti delle istituzionali, primo fra tutti il presidente della Repubblica Mattarella, non ci sono stati interventi concreti. Anzi, sembra che tutto vada nella direzione opposta. Il governo Meloni ha battuto ogni record per nuovi reati introdotti, per l’inasprimento di pene per reati già previsti dal codice, nel pacchetto Sicurezza oltre alla rivolta in carcere, diventa reato persino la resistenza anche passiva. L’indulto è previsto dalla Costituzione - “Basterebbe un provvedimento di indulto, previsto dall’articolo 79 della nostra Costituzione, per risolvere il sovraffollamento in carcere - dichiara Stefano Anastasia, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà per la Regione Lazio -. L’eccesso di presenze è di 16 mila detenuti, che corrispondono ai condannati con pena residua di due anni. Un indulto con queste caratteristiche riporterebbe la popolazione alla capienza regolamentare”. “La grande difficoltà, il motivo per cui questa possibilità non è stata presa in considerazione - prosegue Anastasia -, è che per essere deliberato l’indulto richiede la maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento in ogni articolo e nella votazione finale. Una novità introdotta nel 1992, perché prima era prevista la maggioranza semplice. Fino ad allora in Italia abbiano avuto un provvedimento di amnistia e indulto ogni tre anni, dopo, soltanto nel 2006”. Governare le carceri con la clemenza - Le nostre carceri sono state governate per anni grazie a provvedimenti di clemenza. Poi sono intervenute politiche più restrittive, introduzione di molti nuovi reati e aumenti di pena, che hanno reso il sistema ingovernabile. Nel 1990 è entrata in vigore la legge sulla droga, con elementi che hanno prodotto un alto tasso di incarcerazione, insieme ai reati minori come il furto o la resistenza a pubblico ufficiale. Dei quasi 64 mila detenuti, appena il 20 per cento è stato condannato per reati gravi, ovvero criminalità organizzata e delitti contro la persona. Intervenire per garantire i diritti - “Ma di indulto in Italia non si può parlare - riprende Anastasia -. Il governo sostiene che per la certezza della pena non si può fare ricorso all’indulto. Se c’è una violazione dei diritti fondamentali della persona bisogna intervenire e l’indulto è previsto dalla Costituzione. Inoltre l’esecutivo asserisce che l’indulto aumenta la recidiva, un’affermazione priva di fondamento. Dopo l’ultimo provvedimento del 2006, il ministero della Giustizia commissionò una ricerca sul tema: scoprimmo che dopo 5 anni la recidiva di chi era uscito con l’indulto era la metà rispetto a quella ordinaria, il 34 per cento contro il 67 per cento. Questo vuol dire che aveva funzionato perfettamente”. Un’altra politica - Certo, un atto di clemenza come l’indulto può risolvere il sovraffollamento per un periodo limitato, al massimo tre anni. Dopo, se non ci sono politiche penali che riducano le incarcerazioni per reati minori, il problema si ripresenta. “Ma nel frattempo ci sono i tempi per fare un’altra politica - dice il Garante -. Oppure per ampliare la capienza, costruire nuovi padiglioni”. “Chiediamo al governo di prendere finalmente in esame le proposte che già esistono - aggiunge Barbaresi -, come l’aumento dei giorni per la concessione della libertà anticipata, quella sulle case di reinserimento sociale, la depenalizzazione di alcuni reati minori, un ricorso più ampio e serio alle misure alternative. I dati drammatici del sovraffollamento, dei suicidi, degli eventi critici ci chiedono di procedere finalmente provvedimenti di clemenza, accompagnandoli a misure serie di inserimento lavorativo, sociale, social housing, perché le persone non si ritrovino sole e abbandonate fuori dal carcere”. “Per questo è stata avanzata anche la proposta di indulto differito - conclude la leader sindacale -, cioè preparato e accompagnato, per dare continuità a un percorso riabilitativo dentro e fuori dal carcere, con la presa in carico delle persone che eviti le recidive legate alla solitudine, alla marginalità, all’impossibilità di sperimentare percorsi di inclusione vera”. Il potere della cultura contro la recidiva. Un’assemblea nazionale con educatori e creativi di Carlo Testini* Il Manifesto, 6 febbraio 2026 Oggi a Roma si tiene un’assemblea nazionale aperta sulla situazione delle carceri in Italia che vedrà la partecipazione di volontari, associazioni e organizzazioni della società civile, operatori sociali, operatori penitenziari e sanitari, cooperatori, cittadini, garanti, e tutti coloro che sono interessati. L’iniziativa è promossa da decine di realtà della società civile, tra le quali anche Arci, ed è accompagnata da un appello al Parlamento, lanciato nelle scorse settimane, per chiedere diritti e umanità nelle carceri italiane e di approvare con urgenza un provvedimento di clemenza, che permetta la riduzione immediata del numero dei detenuti, e una trasformazione profonda degli istituti, aprendo il più possibile il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole e alle Università. L’appello segue quello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel dicembre scorso nella sua visita al carcere di Rebibbia ha richiamato la necessità di interventi concreti, sottolineando come la situazione richieda consapevolezza istituzionale e azioni immediate, e quello di papa Leone XIV che in occasione del Giubileo dei detenuti ha chiesto “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”. Parole rimaste ad oggi inascoltate, nonostante la situazione nelle carceri italiane abbia superato da tempo la soglia dell’emergenza e si trovi in una condizione drammatica, risultato di anni di politiche securitarie e di un ricorso eccessivo alla custodia cautelare. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, divieto di trattamenti inumani o degradanti, ma soluzioni strutturali, come la depenalizzazione di alcuni reati e l’uso più diffuso di misure alternative alla detenzione, restano in gran parte inattuate. I numeri sono impietosi: i detenuti in Italia sono oltre 63 mila a fronte di una capienza regolamentare effettiva di circa 46 mila posti. Nel 2025 ci sono stati 79 suicidi di persone detenute, oltre 2 di agenti di polizia penitenziaria e 2 di operatori sociali, e 47 decessi le cui cause sono ancora da accertare. La mancanza di attività trattamentali adeguate, l’insufficienza del personale, dagli agenti di polizia penitenziaria agli educatori e psicologi, e l’isolamento scaricano sugli istituti di pena e sui detenuti il peso di un sistema fuori dalla legalità costituzionale. Gli istituti penitenziari sono anche in un’emergenza sanitaria continua: condizioni di vita pessime, carenze, disfunzioni organizzative, abuso di farmaci. Il carcere italiano è un “contenitore” di disperazione che non riabilita, aumentando la recidiva e creando un circolo vizioso di illegalità. Come Arci, impegnati in molti progetti nelle carceri in tutta Italia, abbiamo visto come in questo contesto desolante le esperienze di promozione sociale e culturale rappresentano uno strumento fondamentale di energia e cambiamento. Al di là delle criticità progetti legati al teatro, alla musica, alla scrittura, all’istruzione, portati avanti grazie all’impegno di volontari e operatori culturali, offrono ai detenuti la possibilità di esprimersi, di lavorare in gruppo, di coinvolgerli in percorsi trasformativi di crescita personale che restituiscono quella dignità e autostima che l’istituzione carceraria tende ad annullare. Esperienze che dimostrano che un altro modo di scontare la pena è possibile, contrastando la disumana condizione di inattività e alienazione che alimenta la recidiva. Investire in cultura e socialità all’interno delle carceri non è un costo, ma un investimento fondamentale per migliorare la qualità della vita all’interno degli istituti di pena. Per questo è più che mai urgente un intervento strutturale, che ponga davvero al centro la dignità della persona, così come previsto dalla Costituzione, e in grado di rispondere agli appelli di chi chiede umanità e giustizia. *Presidenza nazionale Arci Coppola esce dal carcere ma il carcere purtroppo rimane di Sergio D’Elia* L’Unità, 6 febbraio 2026 Danilo Coppola è fuori dalla prigione. Esultiamo. Restano in prigione tanti come lui e dietro le sbarre c’è anche la Costituzione. La lieta novella è giunta mentre mi apprestavo a scrivere il mio terzo “amicus curiae” in tre settimane. Quello per Danilo Coppola - immobiliarista la cui vicenda giudiziaria risale all’inchiesta sui “furbetti del quartierino” - detenuto a San Vittore e in pericolo di vita. Dopo quello che non so se sia ancora giunto a destinazione per Pippo Scuderi, detenuto a Regina Coeli, anche lui in pericolo di vita. Dopo quello che non è mai giunto a destinazione per Giosuè Chindamo, detenuto a Secondigliano, che nel frattempo è stato “scarcerato”, cacciato dalla sua cella con cattiveria. “Papà sta morendo. Io chiedo solo che venga curato. Il tempo sta scadendo. Vi chiedo di non restare in silenzio,” aveva scritto a Piero Sansonetti un anno fa Paolo Coppola, il figlio di Danilo, un ragazzo di 17 anni. Il papà oggi è stato scarcerato, anche lui cacciato dalla sua cella, ma con dolcezza. L’ordinanza del tribunale è un capolavoro del diritto umano e civile, e anche di quello penale che non consente trattamenti inumani e degradanti nei luoghi di privazione della libertà. “L’esecuzione della pena con le attuali modalità non è idonea a perseguire la finalità rieducativa costituzionalmente prevista apparendo, invece, funzionale esclusivamente a una finalità retributiva.” Cosa dire di più, come dire meglio. Il carcere è vietato quando lo stato di salute del carcerato lo rende mera vendetta, uno stato di tortura, intollerabile, non solo per il detenuto ma anche per il detenente. Onore al merito dei giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano che hanno alla fine liberato un uomo ormai alla mercè dei luoghi e dei mezzi di esecuzione della pena, quando la sua pena era diventata anche corporale e il carcere, più che una misura di sicurezza, divenuto una tortura quotidiana. Onore al merito dei tutori della legge e dello stato di diritto che hanno risparmiato il residuo di tortura di altri due anni che Danilo Coppola avrebbe dovuto ancora sopportare. Amici della corte, non solo difensori del detenuto, si sono dimostrati i suoi due straordinari avvocati, Antonella Calcaterra e Alessandro De Federicis, che hanno consigliato, confortato, seguito da un tribunale all’altro l’uomo del reato, da un carcere all’altro l’uomo della pena. Che hanno posto al tribunale semplici domande: È ancora tollerabile lo stato di detenzione? Che senso ha questo accanimento “terapeutico” penitenziario - diseducativo, doloroso e senza prospettiva di salvezza? Che senso ha un carcere a oltranza che non ha nulla da esigere in termini di emenda individuale e sicurezza sociale? Che senso ha una pena che non consiste più solo nella privazione della libertà, ma in una sofferenza aggiuntiva e gratuita? Queste le domande degli avvocati di Danilo Coppola che hanno fatto riflettere il tribunale orientandolo alla giusta decisione. Amici della corte, non del detenuto, si sono manifestati anche dirigenti e operatori sanitari del carcere di San Vittore e i periti nominati dal Tribunale che nel corso del tempo hanno unanimemente definito le condizioni psico-fisiche di Danilo Coppola incompatibili sia con il regime carcerario ordinario sia con quello carcerario ospedaliero. Perché la malattia del carcerato, diagnosticata come “reattiva al carcere”, era accompagnata da una forma di claustrofobia, per la quale il carcere, insomma, non era solo il luogo dove scontava la sua pena, ma la causa stessa dell’aggravarsi della sua malattia. Amico della corte si è rivelato alla fine Piero Sansonetti, forse l’unico giornalista che si è appassionato al caso, sicuramente il primo a scriverne. “Coppola non ha stuprato nessuno, non ha ucciso nessuno, non ha ferito nessuno, non ha derubato nessuna persona né ha ricattato, ne ha danneggiato, ne ha usato violenza.” Un po’ parafrasando la celebre citazione di Bertolt Brecht - “Che cos’è una rapina in banca in confronto alla fondazione di una banca?” - Sansonetti ha aggiunto: “Seppure fosse colpevole del reato del quale è stato accusato sarebbe colpevole di avere danneggiato alcune banche … Non riesco a provare un moto di indignazione morale per questo reato.” “Bisogna aver visto”, esortava Piero Calamandrei, devi toccare con mano la realtà delle carceri. Per verificare se le pene siano rispettose della dignità umana oppure consistano in trattamenti contrari al senso di umanità, il “pellegrinaggio” da fare è proprio alla “Mecca dei detenuti”, dove i responsabili della giustizia non vogliono andare. Alcuni giorni fa sono andato a visitare il carcere di San Vittore insieme alla senatrice Mariastella Gelmini, ai dirigenti di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, Cesare Burdese, Federico Canziani, Marco Sorbara e Raffaella Stacciarini, ed Eliana Zecca, Vice Presidente della Camera Penale di Milano. Come al solito, autorizzati dal Capo dell’Amministrazione penitenziaria e accompagnati dal Direttore e dal Comandante dell’istituto, abbiamo visitato gli spazi detentivi, verificato le condizioni di vita, parlato coi detenuti. Abbiamo incontrato anche Danilo Coppola nel luogo della sua pena. Quando vado a “visitare i carcerati”, per me vale quel che era scritto un tempo sul frontespizio del carcere di Pianosa: “Qui entra l’uomo, il reato resta fuori”. A me non importa l’uomo del reato, che l’abbia commesso o no. A me importa l’uomo della pena. “Ecce homo”, fatemi vedere l’uomo. “Habeas corpus”, portatemi il corpo. Io ho visto l’uomo e ho visto il corpo di Danilo Coppola. Era rinchiuso a San Vittore da ottobre, dopo un periodo di detenzione a Viterbo. Ma più che detenerlo il carcere lo stava consumando. L’ho visto fortemente debilitato. Era impressionante per la sua magrezza. Dopo essere sceso a 48 chili, con fatica era riuscito a risalire fino a 55. Nelle ultime settimane, però, era tornato di nuovo intorno ai 52 chili e incontrava ancora serie difficoltà a trattenere il cibo. Alcune settimane fa a San Vittore, dopo un cortocircuito, in un reparto dell’istituto è divampato un incendio. È il tragicomico oggi destino del carcere. Frana, brucia, va in tilt materialmente e anche simbolicamente. A Regina Coeli, a San Vittore, in tutte le carceri, crolla il mito della rieducazione, si verifica il cortocircuito tra il mezzo e il fine della pena. Si pretende che assicuri giustizia, ordine, sicurezza - e invece nega, sabota, contraddice quei fini. Questo avviene quando l’uomo della pena diventa, non fine, ma mezzo della pena: si riduce a cella, sbarra, branda. E quando la persona che la Costituzione vuole rieducare diventa cosa, quando il prigioniero si identifica con il ferro della sua prigione, la storia di quel luogo e di quei mezzi è finita. Allora, bisogna liberarsi di questo ferro vecchio della storia, come ci siamo liberati della schiavitù, dei manicomi, della tortura, della pena di morte. Dobbiamo pensare - sì - non a un diritto penale migliore ma a qualcosa di meglio del diritto penale, non a un carcere migliore ma a qualcosa di meglio del carcere. Dopo l’incendio, Danilo Coppola era stato trasferito in una cella sovraffollata che condivideva con altre sette persone. Quando l’abbiamo visto, era in piedi sorretto dai suoi compagni di cella o appoggiato al suo letto a castello, con le mani congiunte all’altezza del sesso come per coprire la vergogna della sua più recente sofferenza. Negli ultimi mesi, al quadro clinico già compromesso si erano aggiunti gravi problemi alla prostata, che gli impedivano di urinare autonomamente e richiedevano l’uso abituale del catetere. Mi ha fatto pena vederlo che a tratti piangeva di commozione perché qualcuno era andato a visitarlo. Ora per lui inizia un’altra vita, un’altra cura, un altro affetto, quello delle persone a lui care. A San Vittore ci sono altre decine e decine di persone che non si chiamano Danilo Coppola ma che sono come Danilo Coppola incompatibili con lo stato di detenzione. Sepolte nel “cimitero dei vivi”, come definiva le carceri Filippo Turati più di un secolo fa. Un cimitero che livella tutti, non fa distinzioni di classe, di razza, di religione. La tomba è democratica: interclassista, interrazziale, interreligiosa. “Più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale”, scriveva Altiero Spinelli, su Il Ponte nel marzo 1949. Una tale riforma, civile e umana, sempre più necessaria e urgente, può essere pensata solo in carcere. Purtroppo, non si concepisce nei palazzi del potere, non nasce a Piazza Madama o a Piazza Montecitorio. Storicamente, le grandi riforme istituzionali e costituzionali, i cambiamenti di regime e gli statuti liberali, sono nati quasi sempre in una prigione. Il Manifesto di Ventotene per gli Stati Uniti d’Europa è stato scritto in carcere da carcerati. La stessa Costituzione italiana - laica, socialista, liberale - prima di essere redatta nelle aule ufficiali, è stata immaginata nei luoghi di privazione della libertà, nelle celle di confino e isolamento politico. Il carcere è stato il vero Parlamento, il luogo di nascita della legge. Sono stati i “fuorilegge” a fare la legge. Perché, forse, solo chi è recluso può concepire un diritto davvero umano e civile. E, quando sento dire “Bisogna portare la Costituzione in carcere, bisogna portare i diritti in carcere”, sorrido amaramente. Ma siete matti? Volete carcerare anche la Costituzione? Volete imprigionare i diritti? Le Costituzioni, i Diritti, non entrano, semmai, escono dalle carceri, si scrivono a partire dal vissuto dei carcerati, dentro le loro celle. Sono i dolori, le ingiustizie, le privazioni patite in quei luoghi che generano la necessità di nuovi diritti, di nuove garanzie, di una nuova umanità giuridica. *Associazione Nessuno Tocchi Caino Dl Sicurezza: sì a cause di giustificazione, stretta su scippi, coltelli e manifestazioni di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2026 Possibile l’accompagnamento in caserma (fino a dodici ore), in caso di pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione. Meloni: “Rafforziamo strumenti per combattere criminalità diffusa’” Nordio: “Con cause giustificazione no automatica iscrizione in registro indagati per chi si è difeso”. Il Governo ha approvato oggi un decreto-legge in materia di sicurezza pubblica che introduce interventi che spaziano dal giro di vite su armi e strumenti atti a offendere - coltelli con lame oltre gli otto centimetri - rafforza i poteri di prevenzione nelle aree urbane e introduce nuove disposizioni su: manifestazioni pubbliche, sicurezza stradale e tutela delle forze dell’ordine. “Oggi - scrive in un post su X la premier Giorgia Meloni - il Consiglio dei ministri ha approvato nuovi provvedimenti in materia di sicurezza. Non sono misure spot, ma un ulteriore tassello della strategia che questo Governo porta avanti fin dal suo insediamento”. “Rafforziamo gli strumenti per prevenire e combattere la criminalità diffusa. Rafforziamo la possibilità di allontanare soggetti pericolosi dalle aree più a rischio delle città. Introduciamo pene più severe per i borseggiatori, con il furto per destrezza che diventa procedibile d’ufficio e la cancellazione del paradosso di finire indagato per sequestro di persona se fermi un ladro che ti ha appena derubato in attesa delle Forze dell’ordine”. “Ci occupiamo - ha proseguito Meloni - anche del fenomeno delle baby gang, con una stretta sui coltelli e il divieto di vendere ai minori ogni strumento atto ad offendere”. “Introduciamo inoltre strumenti specifici per prevenire la presenza e l’azione di gruppi organizzati dediti alla violenza, che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare e che utilizzano le piazze come pretesto per creare disordini e distruzione”. “Infine, una norma estremamente importante: se ti sei legittimamente difeso, non vieni automaticamente iscritto nel registro degli indagati, pur mantenendo tutte le tutele previste dalla legge”, aggiunge Meloni. Intanto gli avvocati lanciano un warning. “Quando si interviene con misure che incidono in via preventiva sulle libertà personali occorre sempre la massima cautela, per non spezzare l’equilibrio costituzionale tra sicurezza e libertà di manifestazione del pensiero. Gli strumenti per contrastare la violenza esistono già, ma non funzionano: non riescono a impedire a violenti e delinquenti di infiltrarsi nei cortei pacifici, comprimendo con la forza i diritti di chi manifesta nel rispetto della legge”. Così Francesco Greco, Presidente del Consiglio Nazionale Forense. “Le aggressioni alle forze di polizia - ha sottolineato il presidente del Cnf - generano una tensione comprensibile e rendono necessaria una maggiore tutela per chi opera a difesa della legalità. Ma il nostro ordinamento non ammette processi alle intenzioni né regimi giuridici differenziati: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Le norme devono essere generali e uguali per tutti, nel rispetto della Costituzione, garantendo al tempo stesso alle forze dell’ordine la serenità di operare sapendo che lo Stato comprende e tutela il loro agire”. Molto critiche le opposizioni. Per il Segretario di +Europa, Riccardo Magi, il dl Sicurezza conferma una visione autoritaria dello Stato, che sacrifica garanzie costituzionali e diritti individuali in nome di una presunta ragion di Stato. Anche se alcune misure sono state ridimensionate, resta intatto il nodo centrale: limitare la libertà personale senza un atto giudiziario viola i principi dello Stato di diritto e la separazione dei poteri. Attribuire tali poteri all’autorità di pubblica sicurezza, con scudo penale, rappresenta per Magi un pericoloso salto repressivo, tipico di modelli illiberali e rischioso per la tenuta democratica. Il testo si compone di 4 Capi e di 32 articoli. Si introduce il divieto di porto, se non per giustificato motivo, di strumenti dotati di lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Ed il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza superiore a 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo, punito con la reclusione da 1 a 3 anni. In entrambe le fattispecie, il prefetto può applicare le sanzioni amministrative accessorie della sospensione della patente di guida e della licenza di porto d’armi. Se i fatti sono commessi dal minore di anni 18, è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro a carico dei genitori. È fatto divieto di vendere ai minorenni - anche su web o piattaforme elettroniche - strumenti da punta e taglio che, pur non nascendo per l’offesa alla persona, possono occasionalmente servire a tale finalità. La violazione del divieto è punita con la sanzione da 500 a 3.000 euro, aumentata fino a un massimo di 12.000 euro e con la revoca della licenza. Istituito anche un registro in formato elettronico dove l’esercente deve inserire giornalmente le singole operazioni di vendita. Viene ampliato il catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni, inserendo (per le finalità dei reati spia) anche le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia qualora commessi con l’uso di armi o di strumenti atti ad offendere dei quali è vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato motivo. Introdotta anche una sanzione pecuniaria da 200 a 1.000 euro a carico dei genitori in caso di reiterazione del reato. Il furto commesso con destrezza torna ad essere procedibile, modificando la c.d. riforma Cartabia. Viene introdotto il reato di rapina in danno di istituti di credito, uffici postali sportelli automatici, veicoli adibiti al trasporto di valori da un gruppo armato organizzato. La pena base è della reclusione da dieci a venticinque anni e della multa da euro 6.000 a euro 9.000. Previste poi zone a vigilanza rafforzata, col potenziamento del divieto di accesso ai centri urbani e la previsione della possibilità di arresto in flagranza differita per i danneggiamenti in occasione di manifestazioni pubbliche. Viene previsto che il Prefetto possa individuare, per un periodo massimo di 6 mesi rinnovabili fino a 18 mesi, specifiche zone (c.d. zone rosse) in relazione alle quali è disposto l’allontanamento di soggetti che tengono, comportamenti violenti, minacciosi o molesti. Il c.d. Daspo urbano viene esteso anche nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati anche con sentenza non definitiva nel corso dei cinque anni precedenti, per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza, commessi in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Viene infine introdotto l’arresto in flagranza differita nei confronti di chi ha commesso il reato di danneggiamento in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Perquisizioni. Viene estesa la possibilità, in casi di necessità ed urgenza di procedere, in presenza di un pericolo attuale per la sicurezza o per l’incolumità pubblica o individuale, alla perquisizione sul posto. Fermo di prevenzione. Viene introdotta la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenere per non oltre 12 ore persone per le quali, sulla base di elementi di fatto, sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione. Illecito per chi non si ferma all’alt. È stato poi introdotto un illecito penale punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni per chi non si ferma all’alt degli organi di polizia e si dà alla fuga con modalità pericolosa per la pubblica e privata incolumità, accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita. Sono state invece depenalizzate le sanzioni previste per il mancato preavviso al Questore di riunione in luogo pubblico e dell’inosservanza del divieto di svolgere la riunione o delle prescrizioni di tempo e di luogo dettati dal Questore. Le attuali pene dell’arresto fino a sei mesi e dell’ammenda fino a 413 euro, sono sostituite con sanzioni amministrative pecuniarie da un minimo di euro 1.000 a un massimo di euro 10.000). Violenza nelle scuole. Viene esteso l’ambito applicativo dell’articolo 583-quater c.p.(Lesioni personali a un ufficiale o agente di polizia giudiziaria) a tutto il personale scolastico per atti di violenza nei loro confronti puniti con la pena aggravata della reclusione da due a cinque anni e in caso di lesioni personali gravi o gravissime, con la pena rispettivamente, della reclusione da 4 a 10 anni e da 8 a 16 anni . Cause di giustificazione. Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), procede all’annotazione preliminare, in separato modello del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine. Immigrazione - Previsto l’obbligo, per lo straniero detenuto o internato, di cooperare ai fini dell’accertamento dell’identità, con valorizzazione dell’omessa cooperazione ai fini della valutazione di pericolosità. II “registro separato” per gli agenti, il fermo preventivo: ecco cosa c’è nel pacchetto sicurezza di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 6 febbraio 2026 Il Consiglio dei ministri approva due testi, che comprendono anche norme penalmente rilevanti. Dopo settimane di limature e riscritture, dopo bozze preliminari e travasi da un testo all’altro e infine dopo il “costruttivo” confronto di martedì e mercoledì fra Palazzo Chigi e il Quirinale, questa sera l’ennesimo, annunciato pacchetto sicurezza è stato licenziato dal Consiglio dei ministri. Si compone di due testi, visionati da Avvenire: uno schema di decreto legge con 33 articoli, intitolato Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del ministero dell’Interno, nonché di immigrazione e di protezione internazionale”; un disegno di legge di 29 articoli, che contiene altre norme “in materia di sicurezza, di prevenzione del disagio giovanile” e, anche qui, una lunga serie di disposizioni per l’organizzazione e il funzionamento delle forze dell’ordine. Le misure penalmente rilevanti sono previste nel decreto e dunque, dopo la promulgazione e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, troveranno immediata applicazione per 60 giorni, mentre il testo seguirà l’iter di conversione in legge in Parlamento. L’intento dichiarato dal Governo è di intervenire su situazioni attinenti all’ordine pubblico, alla criminalità giovanile e all’immigrazione. Vediamo le principali misure nel dettaglio. Uno “scudo penale”? No, un registro “separato” Non è “uno scudo penale”, ribadisce il Guardasigilli Carlo Nordio, riferendosi agli articoli 12 e 13 del decreto legge che - per incrementare le tutele per le forze di polizia e per i cittadini - dispongono che il pubblico ministero, quando il fatto/reato sia stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (come la legittima difesa, l’adempimento di un dovere, l’uso legittimo delle armi o lo stato di necessità) non iscriva l’autore nel registro degli indagati. Il pm annoterà dunque preliminarmente in un “separato modello” (da introdurre con decreto del ministero della Giustizia entro 60 giorni) il nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine. In ogni caso, verranno assicurate le garanzie difensive attualmente conseguenti all’iscrizione nel registro degli indagati. Inoltre, l’articolo 14 estende le garanzie di assistenza legale a favore di Forze di Polizia, Forze Armate e Vigili del Fuoco, assicurando la copertura delle spese di difesa anche nei casi in cui l’iscrizione nel registro degli indagati avvenga come atto automatico o dovuto. “Accompagnamento” preventivo e vaglio del pm - In materia di ordine pubblico, rispetto alle prime bozze, è sparita la controversa cauzione da versare se si organizza un corteo. Resta però come forma di maxi sanzione (fino a 20mila euro) per chi manifesta in modo non autorizzato (prima era previsto un reato). C’è poi una norma di cui si è molto discusso, che modifica la legge Reale del 1975, introdotta durante la stagione turbolenta degli “anni di piombo”. All’articolo 11 bis del decreto sicurezza si prevede che, durante servizi di ordine pubblico in occasione di manifestazioni, ufficiali e agenti di polizia possano “accompagnare nei propri uffici persone” trovate in possesso di strumenti atti a offendere o con precedenti penali o segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza su persone o cose in occasione di pubbliche manifestazioni negli ultimi 5 anni. Se gli agenti avranno fondati motivi di ritenere che il sospetto possa tenere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”, potranno trattenerlo per accertamenti di polizia per “il tempo strettamente necessario e comunque non oltre le dodici ore”. Tuttavia, nella versione finale della norma (e qui le valutazioni giuridiche del Quirinale evidentemente hanno inciso) si prevede che “dell’accompagnamento e dell’ora in cui è stato compiuto è data immediata notizia al pubblico ministero”, il quale “se riconosce che non ricorrono le condizioni” ordina il “rilascio della persona accompagnata”. E in ogni caso, il pm dovrà essere informato “dell’ora del rilascio”. Le norme su “daspo urbano” e “zone rosse” - L’articolo 10 del decreto potenzia il cosiddetto “daspo urbano” (Dacur), estendendo il divieto di accesso alle aree urbane a chi è stato denunciato o condannato per reati commessi in proteste di piazza. Il divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti può essere disposto da un giudice in caso di condanna per reati che vanno dall’attentato per finalità terroristiche a devastazione e saccheggio, lesioni contro agenti. Il questore può prescrivere al condannato di comparire personalmente una o più volte, in orari indicati, nell’ufficio di polizia competente durante la giornata in cui si svolgono le manifestazioni su cui è disposto il divieto. Per chi lo viola, la pena è da 4 mesi a un anno di detenzione. Inoltre, secondo l’articolo 4, ogni prefetto “può individuare specifiche zone urbane, caratterizzate da gravi o ripetuti episodi di criminalità o illegalità” In quelle “zone a vigilanza rafforzata” non potranno sostare soggetti segnalati dall’autorità giudiziaria per reati contro la persona, stupefacenti o porto illegale di armi. Il giro di vite sui coltelli - Per arginare il fenomeno grave delle risse con ferimenti fra giovanissimi, scatta il divieto assoluto di porto “di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza oltre i 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo”. Ed è vietato anche il “porto, se non per giustificato motivo” di “lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri”. iN entrambi casi, la pena è la reclusione fino a 3 anni (con sanzioni accessorie, come la sospensione della patente). Se il fatto è commesso da un minore, i genitori o tutori rischiano una sanzione amministrativa fino a mille euro. _Non solo: ai minorenni non possono essere venduti strumenti da punta e taglio. Gli esercenti che lo fanno, rischiano sanzioni fino a 12mila in caso di reiterazione, con la revoca della licenza. Furti perseguiti d’ufficio e “rapine organizzate - Viene introdotto il reato di “rapina aggravata” commessa da gruppi organizzati contro banche, uffici postali, portavalori e bancomat (con pene detentive da 10 a 25 anni). E viene ripristinata la procedibilità d’ufficio del reato di furto. Centri per migranti, espulsi e identificazione - Infine, nei due provvedimenti non figura più diverse misure in materia di immigrazione (compresa una sorta di “blocco navale” che potrebbe trovare posto in un ulteriore annunciato ddl in materia. Restano solo nel decreto alcune disposizioni per accelerare la burocrazia in caso di espulsione, la deroga al Viminale per potenziare la rete dei centri per migranti, nonché l’obbligo per ogni straniero di cooperare all’accertamento della propria identità, esibendo elementi su età, cittadinanza e Paesi di soggiorno o transito. Il mancato rispetto potrà incidere sulla valutazione di pericolosità prevista per l’espulsione. Le reti educative contro il disagio giovanile - Nel pacchetto-sicurezza del Governo, nello specifico all’interno del disegno di legge, spunta anche una norma finalizzata a potenziare le azioni educative e preventive sul disagio giovanile. All’interno dell’ambito territoriale in cui agiscono i singoli Centri per la famiglia, potrà nascere infatti una “rete territoriale dell’alleanza educativa”, composta dai nuclei familiari che vi aderiscono, da specifiche figure individuate dalle istituzioni scolastiche e dai referenti di associazioni e società sportive. Nella rete si potranno co-progettare iniziative che poi saranno finanziate con una quota dei fondi assegnati al Dipartimento per la Famiglia. Tuttavia, i tempi per realizzare la misura non saranno brevi. Il disegno di legge in Parlamento avrà un iter imprevedibile rispetto al decreto, e senza il varo delle Camere la ministra Eugenia Roccella non potrà avviare l’attuazione della norma. È previsto infatti un decreto interministeriale, che tra l’altra dovrà ricevere anche il parere della Conferenza Stato-Regioni. La possibilità di finanziamento si estende anche alle scuole che attivano progetti nell’ambito del Piano “Agenda Sud” e del Piano “Agenda Nord”, nonché, si specifica nel disegno di legge, “alle ulteriori istituzioni scolastiche caratterizzate da condizioni di fragilità”. Per le iniziative scolastiche destinate alle famiglie e al contrasto all’emarginazione sociale i fondi arriveranno con le risorse del Programma nazionale “PN Scuola e Competenze 2021-2027”. Insomma l’intenzione del Governo è mettere più soldi sui progetti educativi che nascono “dal basso” e che vedano come protagoniste, e non solo beneficiarie, le famiglie in difficoltà. L’altra finalità è creare reti educative stabili negli ambiti territoriali, valorizzando ulteriormente i Centri per la famiglia, sui quali la ministra Roccella ricorda investimenti pari a 115 milioni di euro. Il nuovo Decreto Sicurezza serve a poco. E Nordio tira in ballo le Brigate Rosse di Giulia Merlo Il Domani, 6 febbraio 2026 Il Consiglio dei ministri approva il decreto Sicurezza e il disegno di legge sullo stesso tema che arriverà in parlamento. Ci sono lo scudo penale esteso a tutti i cittadini in caso di ipotesi di legittima difesa e il fermo preventivo di 12 ore, ma con tutti i paletti imposti dal Quirinale. È servito un lungo pre Consiglio dei ministri nella mattinata per chiudere tutte le ultime questioni tecniche. Ma infine, nel pomeriggio, il governo ha dato il via libera al nuovo pacchetto Sicurezza, che ha separato in due la bozza già presentata dal ministro Matteo Piantedosi: la gran parte delle norme confluiscono nel disegno di legge, mentre le novità considerate urgenti sono contenute nel decreto legge mitigato con le osservazioni del Quirinale. Le norme erano già state messe nero su bianco in forma di un solo disegno di legge dal Viminale una ventina di giorni fa, ma ad averne aumentato l’urgenza sono state proprio le violenze di Torino, che hanno acceso nell’esecutivo la volontà di dare una risposta immediata (e mediatica). Ad avere effetto immediato saranno quindi il fermo preventivo, la stretta sulle armi bianche e il divieto di vendita ai minori, lo scudo penale. Terminato il Consiglio dei ministri Giorgia Meloni ha affidato il suo pensiero a un lungo post sui social: “Non sono misure spot, ma un ulteriore tassello della strategia che questo governo porta avanti fin dal suo insediamento. In questi anni abbiamo costruito un impianto chiaro: difendere i cittadini e mettere le Forze dell’ordine nelle condizioni di lavorare meglio e con maggiori tutele”. Quindi, dopo aver elencato alcune delle misure introdotte, la conclusione: “Continuiamo così ad aggiungere tasselli a un disegno preciso: uno stato che non gira la testa dall’altra parte, che difende chi ci difende e che restituisce sicurezza e libertà ai cittadini”. Più o meno contemporaneamente, nella sala stampa di Palazzo Chigi, i ministri Piantedosi e Carlo Nordio, si presentavano davanti ai giornalisti per presentare i testi e rispondere alle domande dei giornalisti. L’impressione generale, in realtà, è che ai due fosse stato affidato il compito di “sminare il campo”. Così, mentre Piantedosi spiegava che la parte riguardante il “fermo di prevenzione è sempre stata così perché anche noi conosciamo un minimo di diritto”, Nordio assicurava che “lo scudo penale non è né uno scudo né riguarda solo le forze dell’ordine”. Come a dire: non è vero che abbiamo dovuto correggere la rotta dopo l’intervento del capo dello Stato. Anzi, ha sottolineato Piantedosi, “c’è stata un’interlocuzione molto proficua con il Quirinale, ma il testo esce dal Consiglio dei ministri esattamente come era stato proposto”. Excusatio non petita. In compenso, per accendere un po’ gli animi, Nordio ha scomodato le Brigate rosse ricordando che la loro nascita è stata possibile per “insufficiente attenzione, anche da parte dello stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine”: “Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano”. La moral suasion di Sergio Mattarella è stata determinante per “ammorbidire” la stretta ed evitare possibili profili di incostituzionalità. Così “l’accompagnamento presso gli uffici di pubblica sicurezza per prevenire condotte di pericolo in occasione di manifestazioni pubbliche” avrà una durata massima di 12 ore e dovrà essere basato su “fondati motivi”. Il pm dovrà esserne informato e potrà revocarlo se non ne riscontra gli estremi. Lo “scudo che non è uno scudo” sarà semplicemente un passaggio formale (“in presenza di quelle che vengono definite “cause di giustificazione”, l’autore di un determinato fatto non viene iscritto automaticamente nel registro degli indagati ma indicato in un apposito modello”). Quanto poi alla “cauzione” che Matteo Salvini sogna ancora di introdurre per chi organizza manifestazioni (la Lega la proporrà in parlamento), Piantedosi spiega che sono stati introdotti “una serie di spunti normativi sull’obbligo di preavviso della manifestazione, la cui inottemperanza è assoggettata a misure di carattere pecuniario molto importanti: se non è una cauzione, di fatto già anticipa il concetto di responsabilizzare chi presenta preavvisi di manifestazione”. A tutto questo si aggiungono il fatto che “il furto con destrezza diventa procedibile d’ufficio” (Meloni lo presenta con lo slogan “norme più severe per i borseggiatori”) e la “stretta”, attesa, sulla vendita e il possesso di coltelli. La domanda a questo punto è scontata: siamo veramente in presenza di una “rivoluzione”? Cosa cambia con l’introduzione di queste norme? Le persone potranno veramente sentirsi “più sicure”? Probabilmente no. Di certo c’è che se i fatti di Torino ne hanno accelerato l’approvazione, queste norme avrebbero potuto far poco per prevenire quanto accaduto. Angelo Francesco Simonato, il ventiduenne di Grosseto arrestato per l’aggressione dell’agente di polizia è incensurato e, come ha scritto la gip nell’ordinanza che ne ha disposto i domiciliari, “non risulta legato a gruppi organizzati violenti o antagonisti”. Inoltre “non era travisato, non era in possesso di strumenti di protezione (quali scudi o caschi)” anzi “indossava indumenti sgargianti”. Nel suo caso, dunque, difficilmente sarebbe potuto scattare il fermo preventivo e lo stesso vale per gli altri due aggressori del poliziotto arrestati e ora rimessi in libertà con obbligo di firma: entrambi erano sconosciuti alle forze dell’ordine e non sono militanti di gruppi organizzati. Dal punto di vista dell’ordine pubblico, il ministro ha spiegato che il fermo serve per bloccare i presunti violenti prima che arrivino in piazza, impedendo “di infiltrarsi e colpire”. Una previsione molto simile, tuttavia, nell’ordinamento esiste già: l’articolo 381 del codice di procedura penale prevede che le forze dell’ordine possano arrestare chi è colto in flagranza non solo di compiere, ma anche di tentare di compiere un delitto non colposo con pena superiore nel massimo a tre anni. La norma appare molto simile al Daspo preventivo previsto dal primo decreto Sicurezza e disposto sulla base della pericolosità sociale e di eventuali denunce a carico del tifoso, solo che si tratta di un provvedimento amministrativo stabilito dal questore e non dalle forze dell’ordine. Insomma, negli intenti del Viminale il fermo preventivo dovrebbe venire azionato - se tutto funziona - ben prima dell’arrivo in piazza. Dunque, al centro dovrebbe esserci il lavoro della Digos per saper predire in anticipo chi siano e da dove arrivino i violenti con precedenti penali da fermare preventivamente. Tutte le misure “per evitare il ritorno delle Brigate rosse” di Giansandro Merli e Mario Di Vito Il Manifesto, 6 febbraio 2026 Dentro il pacchetto: scudo per agenti e non, pene severe per le lame e ambigue novità anche sui Cpr. A cosa servirà questo nuovo pacchetto sicurezza lo ha detto senza imbarazzo il ministro Carlo Nordio nel presentarlo insieme al collega Matteo Piantedosi: “Ad evitare il ritorno delle Brigate Rosse”. Tutto comincia con il “divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti” nei confronti di chi ha ricevuto una condanna per una serie di delitti come terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, devastazione saccheggio e strage, violenza o minaccia, incendio, attentato alla sicurezza dei trasporti, omicidio (anche tentato), lesioni personali commesse contro un ufficiale o agente di polizia giudiziaria. A questi condannati il questore potrà imporre di comparire in questura uno o più volte al giorno, negli orari indicati, nei giorni in cui si svolgono manifestazioni, per accertarsi che non partecipino. La violazione della norma comporta una pena compresa tra i quattro mesi e l’anno. La mediazione di Mattarella, sul punto, è consistita nel fatto che quantomeno tutto questo dovrà essere deciso da un giudice, che potrà convalidare o annullare il provvedimento di polizia. Arriva poi anche il fermo preventivo, cioè la possibilità da parte della polizia di “accompagnare nei propri uffici” e trattenere “per non oltre 12 ore” persone per le quali “sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento” di una manifestazione. Questo riguarda “specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi 5 anni”. La parola magica è “anche” perché significa che non occorre necessariamente “desumere” alcunché, basta avere “elementi di fatto”, cioè sospetti. Lo scudo penale per gli agenti pure esiste nel decreto, anche se riguarda pure chi non indossa una divisa. È un allargamento delle maglie della legittima difesa e recita così: “Quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità)”, il magistrato “procede all’annotazione preliminare, in separato modello del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine”. Come questo si farà e come verranno “assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel registro degli indagati” dovrà deciderlo il ministero della Giustizia in un futuro decreto. Novità anche sui coltelli, recentemente finiti al centro di un certo numero di casi di cronaca. Chiunque vada in giro con una lama più lunga di 8 centimetri rischia una reclusione da 6 mesi a 3 anni. E poi: vendere (anche sul web) armi improprie da punta e taglio ai minori comporta multe dai 500 ai 3mila euro (12mila in caso di reiterazione) e revoca della licenza. La vigilanza e il sanzionamento sono affidati al garante per le comunicazioni. Previsto anche l’obbligo di tenere un registro elettronico dove inserire “quotidianamente” le singole operazioni di vendita. Sul piano immigrazione la norma più significativa è la sostanziale riduzione della protezione complementare. Un ombrello che permette agli Stati di riconoscere il diritto al soggiorno regolare a chi non riceve l’asilo politico o la protezione sussidiaria. In Italia questa ulteriore forma di tutela per i migranti è stata più volte oggetto di attacchi della destra. Anche perché si tratta di uno strumento di estensione di diritti e garanzie dei cittadini stranieri che di fatto, per le mancanze della pubblica amministrazione, avviene per via giurisdizionale. Ad esempio per riconoscere i percorsi di integrazione, evitare il rischio di trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio opppure tutelare il diritto all’unità familiare. Quello stabilito dall’articolo 8 della Cedu che il governo ha messo nel mirino mesi fa. Per limitare la possibilità di ottenere la protezione complementare il ddl fissa dei requisiti stringenti. Rispetto a conoscenza della lingua, condizioni di alloggio, violazioni delle leggi o familiari che possono essere tenuti in conto. La ragione ufficiale è fare ordine tra le differenze di applicazione, la realtà è che la norma serve a ridurre l’autonomia decisionale dei giudici e limitare la concessione dei permessi di soggiorno. Facendo aumentare gli irregolari, magari nella speranza di rimpatriarne qualcuno in più. Il governo, poi, cancella di fatto il gratuito patrocinio per i migranti, riconosce la possibilità di derogare le normative vigenti nella costruzione di centri d’accoglienza e Cpr, semplifica le pratiche di respingimento, espulsione e rimpatrio e stabilisce un ambiguo obbligo di cooperazione dello straniero trattenuto. Se non collabora ne viene tenuto conto nella sua valutazione di pericolosità sociale, che complicherà ulteriormente le possibilità di uscire da irregolarità e marginalità. Come in un vortice senza fondo. Sardegna. “Un’isola-carcere”, l’ideona del Governo a cui la Regione si oppone fermamente di Enza Plotino Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2026 Un carcere di massima sicurezza. “The Rock”, “the Bastion”, come chiamavano gli americani la fortezza di Alcatraz, l’isola carcere istituita nel 1934 per portarvi la peggiore risma di detenuti, i criminali più efferati e che diventerà, nell’immaginario collettivo, un vero e proprio mito, associato a un luogo infernale da cui era difficile se non impossibile fuggire. Soggetto di grandi produzioni cinematografiche, Alcatraz diventerà la location per numerosi film di Hollywood. In uno di questi, il più famoso, Fuga da Alcatraz, il direttore diceva ai detenuti: “Se si infrangono le regole della società si va in prigione, se si infrangono le regole delle prigioni ti mandano da noi”. Da noi, in Italia, non c’è più un’isola di Alcatraz, ma ancora sono tanti i criminali di mafia, ‘ndrangheta, camorra, tutti rinchiusi con un numeretto: 41bis e per i quali oggi si vuole trovare una sistemazione “appropriata” e sicura. A prova di fuga. Ideona del governo: mandiamoli tutti in Sardegna. Individuate anche le tre carceri sarde, Uta, Bancali e Badu ‘e Carros, come strutture destinate al regime del 41 bis, dove trasportare i circa 240 detenuti più pericolosi. È come se i geni del governo si fossero chiesti: “dove c’è una situazione tranquilla, un posto sicuro, possibilmente un’isola e possibilmente governata dall’opposizione, in cui mettere questi criminali?” La Sardegna, ovvio! E così, indifferente all’opposizione dell’istituzione regionale sarda e alle proteste dei cittadini dei territori dove sono stati individuati i penitenziari ad hoc, il governo ha tirato dritto, incurante delle evidenze sacrosante che contrastano con la decisione dello Stato centrale. La Presidente Todde sottolinea le ricadute che una scelta di questo tipo avrebbe sull’isola: “Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna” e ribadisce che i documenti ufficiali dimostrano la fondatezza delle preoccupazioni espresse dalla Regione. Inoltre, il governo trascura, ma forse in cuor suo auspica, che il territorio adiacente ad un carcere che ospita criminali al 41bis diventi zona franca in cui famiglie mafiose, criminali assoggettati ai carcerati appartenenti a illustri famiglie ‘ndranghetiste, camorriste, stabiliscano il loro domicilio per stare più vicini ai propri cari quando va bene, per mantenere i legami e prendere ordini e pizzini quando va male. Radicalizzare un sistema criminale laddove non ha mai attecchito. “Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere”, afferma la Presidente, che conclude con un appello alla mobilitazione: “Chiedo ai sardi e alle sarde di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino”. Sicilia. Dopo il ciclone Schifani chiede il trasferimento in Sardegna dei detenuti al 41-bis di Luciano Onnis La Nuova Sardegna, 6 febbraio 2026 Il governatore ha inserito i trasferimenti nel pacchetto di aiuti per la ricostruzione. Con la possibile nuova distribuzione finirebbero nell’isola 280 boss. Detenuti al 41-bis, anche il maltempo gioca a sfavore della Sardegna. Il calendario degli arrivi nell’isola è definito, ma c’è incertezza sul numero totale. Sino a ieri dovevano essere 240, oltre il doppio di quelli già presenti (100), ma il maltempo e forse anche la elevata capacità persuasiva del presidente della Sicilia Renato Schifani ha fatto sì che una piccola quota di detenuti al 41-bis destinata alla Sicilia, esclusi naturalmente gli appartenenti alla criminalità organizzata, sia destinata alla Sardegna, unica isola a ospitarli. I numeri più recenti, tratti dalla relazione annuale sull’amministrazione della giustizia indicano che a novembre 2025, il totale dei detenuti sottoposti al regime speciale era di 726, 10 donne. I detenuti erano così distribuiti: Cuneo (45), L’Aquila (148, di cui 10 donne), Milano (99), Novara (69), Nuoro (6), Parma (61), Roma Rebibbia (42), Sassari (88), Spoleto (79), Terni (28), Tolmezzo (17) e Viterbo (43). I detenuti erano così classificati: Camorra (229), ‘Ndrangheta (206), Cosa Nostra (197), Mafia siciliana (29), Sacra Corona Unita (18), Mafia pugliese (32), Stidda (5), Mafia lucana (3), Altre Mafie (2) e Terrorismo (5). Esclusa la Sicilia, in Sardegna ne dovrebbero arrivare oltre 280, pari al 39 per cento del totale. L’ordine di arrivo dovrebbe essere il seguente: prima Uta, poi Sassari e da ultimo Nuoro. Il confronto politico, in attesa del dibattito previsto in Consiglio Regionale, su come contrastare le scelte del governo, prosegue. Al deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, che ha annunciato la presentazione di una leggina che elimina la preferenza delle isole per la detenzione al 41-bis, replica il senatore Dem Marco Meloni. “Sono contento che pur con un certo ritardo il collega Pittalis si sia reso conto della gravità del problema. Ad agosto del 2025 ho presentato al Senato una legge che abolisce le stesse parole (cinque, ndr) che Pittalis ora vuol cassare. La mia proposta è stata assegnata alla commissione giustizia del Senato il 13 gennaio, spero che il percorso parlamentare cominci da qui. Pittalis a settembre disse di aver parlato col ministero e che non sarebbe accaduto nulla, a dicembre aggiunse che non si doveva fare allarmismo, adesso dice che il governo ci vuol riempire di detenuti al 41-bis. Mi piacerebbe che dicesse “ho sbagliato”, ma non importa, è più importante che spieghi ai sardi che la responsabilità di questa scelta scellerata è del governo, del ministro Nordio e della maggioranza che lo sostiene, Forza Italia compresa. E che si impegni per impedire questo scempio, e per far approvare la nostra proposta di legge, che ora ha presentato anche lui”. Meloni aggiunge che “la misura che vogliamo abolire è stata introdotta in uno dei tanti “pacchetti sicurezza”, dal governo Berlusconi nel 2009. Fu votata da tutti i parlamentari sardi del centrodestra”. Anche per Meloni i fatti costituzionalmente nuovi, l’introduzione nella Costituzione all’articolo 119 del principio di insularità da superare “vanno in direzione opposta al disegno del governo di inviare qui i detenuti al 41-bis”. Secondo il senatore Dem la responsabilità di questa scelta non è del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma del ministro, e della premier Meloni. “Abbiamo più volte chiesto conto a Nordio dell’operato del Dap, la stessa presidente Todde lo ha chiesto - invano - alla premier. Di certo se il governo non impedisce l’arrivo in massa, a questo punto quasi in esclusiva dei detenuti al 41-bis, ne è totalmente responsabile. Sulla nostra proposta c’è anche il sostegno del M5S: ora chiediamo ai gruppi di maggioranza, e ai colleghi sardi, di approvare la nostra proposta e ancor prima di impedire questo passo. Sta al governo decidere. Dobbiamo operare con tutte le nostre forze per fermare questa invasione. Se invece avverrà questo trasferimento dei peggiori criminali d’Italia nella nostra isola, certo i sardi non dimenticheranno chi ci avrà trasformato in una grande Caienna”. Viterbo. Suicida in carcere Abdullah Atik. “Era un detenuto fragile” di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 6 febbraio 2026 Lo hanno trovato impiccato nella sua cella. “Era un detenuto fragile”, sottolinea il suo avvocato, già sottoposto a controllo perché si temeva potesse compiere un gesto del genere. Ma non è bastato. Perché Abdullah Atik, turco di 26 anni, si è ugualmente tolto la vita nel carcere di Mammagialla, a Viterbo, dove era detenuto dal settembre scorso per traffico d’armi. Era uno dei due giovani arrestati dalla polizia nel corso di un’operazione antiterrorismo: si temeva che stessero progettando un attentato durante la tradizionale processione di Santa Rosa, nel centro città, invece sullo sfondo c’era forse un regolamento di conti fra connazionali malavitosi a colpi di pistola e mitraglietta. Ma dopo l’allarme, cosa mai accaduta in passato, il Comune aveva disposto l’accensione di tutte le luci del centro durante la manifestazione provocando stupore fra cittadini e turisti. Atik fino a qualche tempo fa era stato in cella con il complice Baris Kaya, ma poi i due erano stati separati. Quindi aveva un nuovo compagno, un marocchino. Era stato accertato che il giovane avesse un disagio dietro le sbarre, ma nessuno, nemmeno il suo legale Antonio Angelelli, pensava che potesse uccidersi. “Aveva una storia complicata”, sottolinea il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia mentre Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa polizia penitenziaria, sottolinea come al Mammagialla ci sia un sovraffollamento di 292 reclusi (697 rispetto ai 405 previsti) con una carenza di organici di 196 agenti (275 su 417). “La struttura viterbese - sottolinea - contiene il 72% di ristretti oltre la capienza, con un deficit del 42% all’organico del corpo di polizia penitenziaria”. Verona. Pestato e stuprato in cella, la vittima: “Un agente ha fatto entrare i quattro aggressori” di Beatrice Branca Corriere di Verona, 6 febbraio 2026 “C’era un agente biondo che ha aperto la cella e ha fatto entrare gli altri quattro detenuti che mi hanno poi picchiato e stuprato nel bagno. Sono andati avanti per 20 minuti. Io ho urlato, ma nessuno è venuto in mio soccorso”. A riferirlo è un ex detenuto indiano di 46 anni che, lo scorso 30 agosto, sarebbe stato vittima di una spedizione punitiva, messa in atto da due marocchini di 55 e 24 anni, un veronese di 23 anni e un tunisino di 43 anni. Ad ascoltare ieri il racconto della vittima, per quattro ore, sono stati la giudice per le indagini preliminari Livia Magri, il sostituto procuratore Silvia Facciotti e gli avvocati Simone Giuseppe Bergamini, Tommaso Imperadore, Cristiano Pippa e Luca Bertoldi che difendono i quattro indagati. Un’udienza complicata, interrotta dopo che uno dei detenuti, il 43enne tunisino, ha iniziato a dare in escandescenze, rompendo il vaso di una pianta, oltre a batterei pugni sulla porta dell’aula. Sono dovuti intervenire gli agenti della penitenziaria per riportarlo nelle celle di sicurezza. Poco dopo un altro degli indagati, il marocchino di 24 anni, ha iniziato ad agitarsi e a urlare alle guardie “portatemi via di qua, sono tutte bugie”, riferendosi alle parole della vittima. Il 46enne indiano, che è uscito dal carcere pochi giorni dopo il pestaggio, ha spiegato di essere stato afferrato per il collo e trascinato nel bagno. Lì sarebbe stato tenuto a terra e picchiato con calci e pugni su tutto il corpo. Poi il gruppetto gli avrebbe tolto tutti gli indumenti e, una volta rimasto nudo, lo avrebbe obbligato a fare delle flessioni a terra, deridendolo. Due di loro gli avrebbero poi tenuto le gambe e la testa bloccata, minacciandolo con una lama di 14 centimetri per non farlo urlare e attirare l’attenzione. Un altro avrebbe iniziato a stuprarlo, mentre i suoi complici ridevano e lo incitavano. Dopo quell’orribile atto di violenza, il 46enne ha riferito di essere stato costretto a lavarsi e a rivestirsi, fingendo di essere tranquillo agli occhi degli agenti della polizia penitenziaria. “Mi hanno colpito ovunque - ha detto la vittima -, avevo ferite sul naso, sulla guancia e in altre parti del corpo”. Un resoconto che ha però poco convinto le difese, che hanno riscontrato come nel referto del medico siano state riportate solo delle lesioni a un ginocchio, a un piede e ai gomiti. Per i detenuti indagati, il racconto del 46enne sarebbe stato inventato e quelle ferite deriverebbero da un pestaggio antecedente al 30 agosto. Un altro punto che le difese, la pm e la giudice hanno cercato di chiarire è il movente. La vittima ha spiegato che non aveva alcun problema coi suoi presunti aggressori e che non comprende dunque il motivo di quella spedizione punitiva così feroce. Stando invece agli elementi raccolti finora dagli inquirenti, dietro a quell’episodio di violenza potrebbe esserci un debito di droga o l’acquisto di un cellulare che la vittima si era rifiutata di attuare. Rimarrà poi da chiarire il ruolo di quell’agente della polizia penitenziaria, citato dalla vittima. Le difese hanno infatti chiesto ulteriori indagini e un interrogatorio anche per il compagno di cella del 46enne che si trovava vicino al luogo dell’aggressione. Roma. “Non siamo numeri, siamo persone”: i detenuti di Rebibbia raccontano la vita in carcere di Chiara Sgreccia Il Domani, 6 febbraio 2026 Grazie allo spettacolo “Il tunnel dei sogni”, i condannati della Casa circondariale raccontano la quotidianità in cella, tra sovraffollamento e solitudine. E invitano a riflettere sul modo in cui lo stato esercita il potere di punire. “Non siamo attori. Non siamo numeri. Non siamo quello che è stato delle nostre vite. Siamo qui, adesso. Siamo persone come tutti”. Con queste parole, che si sentono senza vedere chi le pronuncia, è iniziato Il tunnel dei sogni, il 4 febbraio al teatro libero della Casa circondariale di Rebibbia nuovo complesso, nella periferia di Roma, verso nord-est. Una mise en scene firmata e interpretata dal gruppo Libere Bolle che ha trasformato immagini e parole in un’esperienza scenica sulla realtà del carcere, sulla quotidianità che decine di migliaia di detenuti vivono, ogni giorno identica a sé stessa nonostante lo scorrere del tempo. Liberamente tratto dal libro I volti della povertà in carcere di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero - edito da Edb, che raccoglie le voci e le fotografie di uomini e donne del carcere di San Vittore - lo spettacolo ha permesso ai detenuti di Rebibbia di raccontare la loro esistenza, senza filtri. Tra ferite, ricordi, sogni, speranze e una realtà di frequente asfissiante. Il palcoscenico è diventato un luogo d’espressione delle interiorità e di condivisione di vissuti. Tutto il teatro un contenitore pieno di emozioni che si sono sovrapposte, scacciate a vicenda e trasformate ogni volta che il buio ha segnato la fine di una scena, generando, per oltre 40 minuti, una relazione tra pubblico e protagonisti, tra il dentro della prigione e il fuori, impossibile da concepire per chi è abituato a pensare che siano due mondi separati. Uno scambio che non è servito solo ai detenuti per raccontarsi, ma anche agli altri a comprendere la fragilità del confine tra libertà e reclusione. Vita dentro - “A volte i pensieri scappano dalle mani e la mente va fuori, in posti che non ho mai visto. Sogno di tornare indietro, di cambiare il passato, di perdonarmi e perdonare”, dice, ad esempio, Paolo, per provare a spiegare a chi non l’ha mai vissuto quanta forza ci voglia, quanto coraggio, per guardare avanti, quando la vita è dentro una cella e dal futuro non si sa che aspettare. Alla sue spalle Fabio e Manuel preparano il pranzo, a uno piace mangiare, a l’altro cucinare, spiegano. Così sono diventati amici e si arrangiano come possono per preparare gli anelletti - che Manuel si fa spedire da casa - alla siciliana. Senza forno, ma grazie un cappuccio di alluminio sopra i fornelli a gas riescono lo stesso, e sembrano felici per un momento. Il pubblico applaude, forte. È molto caloroso. C’è perfino chi dal fondo della platea grida, fischia, batte i piedi sul pavimento. Vengono subito soprannominati “quelli della Curva sud” e sono entusiasti. Si scambiano sguardi di intesa con i detenuti, saluti e promesse di abbracciarsi quanto prima. Negli occhi degli attori si legge l’orgoglio di essere sulla scena e anche quel lieve imbarazzo che arrecano i complimenti in chi non più abituato a essere protagonista, come succede quando la voce trema anche senza volerlo e le parole non vengono fluide. “Sono un albero diverso perché sono cresciuto in una terra arida, vorrei anche io avere le foglie verdi come gli altri”, recita Jason per trasmettere a chi ascolta la fatica che ci vuole a non arrendersi quando ci si sente soli e sbagliati. “In carcere ho capito che la libertà non è solo uscire da quel cancello”, spiega, invece, Aboubakar: “È nella testa. Quando vedo i giovani arrivare qui a mi chiedo come fanno ad andare avanti. Anche se hanno sbagliato chi insegna loro come costruire il futuro?”, si chiede ad alta voce mentre riporta in scena una chiacchierata tra detenuti che si tirano sul il morale a vicenda. Su che cosa sia la dignità riflette, invece, Vincenzo. È in carcere da 24 anni, racconta: “Col tempo il peso della galera si alleggerisce, cresce invece quello della dignità, così ho cercato il suo vero significato. È un termine di valore, dell’essere umano: è un valore che tutti gli essere umani hanno per il solo fatto di essere umani”, ricorda a tutti, per sottolineare che la dignità è costitutiva e inviolabile, o almeno così dovrebbe essere. Il rispetto della dignità - Finita la mise en scene cala il sipario e inizia il dibattito. I detenuti in jeans e camicia bianca da un lato a fare domande, dall’altro lato del palco, pronti a rispondere, gli ospiti invitati per la discussione, non solo sulla condizione delle carceri in Italia ma anche sull’importanza di dare vita a progetti come Il tunnel dei sogni. Necessari per ricordare che gli spazi di socialità sono indispensabili per rispettare la dignità di ogni essere umano. E anche che il modo in cui lo stato esercita il potere di punire dopo la condanna è esplicativo del modello di società in cui si vive e deve essere oggetto di riflessione. Nessuna persona può essere ridotta al reato che ha commesso, “uno strappo molto grande alla società, certo. Ma ognuno di noi è molto di più”, dice Marina Finiti, presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma dopo aver ribadito che, come scritto nell’articolo 27 della Costituzione, le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Presenti durante i talk che hanno seguito lo spettacolo anche Maria Donata Iannantuono, direttrice della Casa Circondariale di Rebibbia che dopo aver parlato della condizione di sovraffollamento in cui si trova il carcere ha riflettuto sull’importanza del confronto con i detenuti e sulle difficoltà del gestire una struttura complessa come Rebibbia. Giacinto Siciliano, Provveditore regionale di Lazio, Abruzzo e Molise, Paolo Impagliazzo, Segretario generale della comunità di Sant’Egidio, Massimiliano Menichetti, vicedirettore editoriale dei media vaticani, Monsignor Marco Gnavi, parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, Don Davide Banzato, attivo nel sociale con l’associazione Nuovi Orizzonti, lo chef Alessandro Circiello, l’attrice Claudia Potenza che con Gabriele, uno dei detenuti, ha messo in scena un dialogo tra madre e figlio estratto dal Gabbiano di Anton ?echov, al termine del quale entrambi sono rimasti senza parole per l’emozione. E Nek, Filippo Neviani, che cantando live i suoi brani più conosciuti ha portato sul palco del teatro libero della Casa circondariale Rebibbia un’ulteriore dimostrazione di quanto possa essere salvifico il potere dell’arte. Napoli. “Aiuto i ragazzi di Nisida ad accettare le emozioni: così imparano a gestire la rabbia” di Elena Semeraro leggo.it, 6 febbraio 2026 “La violenza? Il linguaggio per non sentirsi invisibili”. Il progetto della Dialectical Behavior Therapy (Dbt) arriva per la prima volta in Italia nell’istituto penale minorile di Nisida grazie alla psicoterapeuta Rosetta Cappelluccio. “Giulio (nome di fantasia, ndr.) era sempre spavaldo e duro con tutti, ma era solo il suo modo per sopravvivere”. L’Istituto penale minorile di Nisida ospita, attualmente, circa 75 detenuti: ragazzi giovanissimi che hanno alle spalle reati gravi, a volte molto gravi. E ciò che li accomuna, il più delle volte, è “la violenza come unico linguaggio per non sentirsi invisibili”. Ma per sottrarli al richiamo della criminalità “non basta punire: bisogna insegnare loro a gestire ciò che provano”. È l’obiettivo di Rosetta Cappelluccio, psicoterapeuta e presidente della fondazione I figli degli altri, che ha portato per la prima volta in Italia la Dialectical Behavior Therapy (Dbt) - letteralmente, terapia dialettico comportamentale -, proprio tra le mura del carcere napoletano. Questa pratica insegna a gestire la rabbia e rappresenta “l’unico momento vero di psicoterapia per i detenuti. Un servizio che manca strutturalmente nelle carceri italiane”. Del progetto, che sarà duplicato anche in Francia, Bulgaria, Polonia e Repubblica Ceca, si parla durante il convegno Nisida: oltre le mura. Prevenzione, educazione e cura del disagio giovanile, che si tiene oggi, venerdì 6 febbraio, alle ore 10 nei saloni di Palazzo Ischitella alla Riviera di Chiaia (Napoli). La paura di non esistere - Per alcuni dei minori a Nisida, dietro la maschera del “duro” si nasconde quasi sempre un’insicurezza. Nel caso di Giulio, la sicurezza ostentata celava “la paura di non esistere, che è la stessa dinamica alla base delle baby gang”. Rendeva, così, la violenza “un linguaggio identitario, l’unico che conosceva per sentirsi considerato”. Attraverso la terapia, il ragazzo ha imparato che la forza può esistere senza bisogno di dominare l’altro. “Per chi è cresciuto in contesti familiari violenti il cervello vive in uno stato di ipervigilanza costante”, continua Cappelluccio. Nel caso di Giulio, il lavoro è stato “riconoscere e accettare l’intimità: non doveva calmare la rabbia, ma doveva riconoscerla come un segnale di sopravvivenza”. Regolare le emozioni - Alla base di queste dinamiche c’è, talvolta, un’analfabetizzazione emotiva: i giovani non sanno cosa provano e reagiscono con l’aggressività. “La Dbt nasce dall’esigenza di offrire ai bambini e agli adolescenti degli strumenti concreti per regolare le loro emozioni”, spiega la dottoressa Cappelluccio. Il percorso insegna abilità pratiche - tra cui anche il respiro e il movimento - per tollerare la sofferenza ed evitare l’acting out, ovvero l’esplosione violenta. “I ragazzi, oggi, non hanno una strutturazione del sé. Si aggiunge una fobia emotiva: non comprendono le emozioni, che poi è causa dell’impulsività”, afferma la psicoterapeuta, sottolineando la necessità di insegnare in questi casi ad “accettare le frustrazioni”. Il disagio giovanile tra criminalità e baby gang - Il disagio giovanile non è solo all’interno delle mura del carcere. Lo rivela il report del progetto P.A.R.L.A. (Prevenzione di Aggressività, Rischi, Legalità e Abusi) - portato avanti dalla fondazione di Cappelluccio - che ha analizzato il tema del bullismo e delle baby gang in quattro scuole della Campania. I dati mostrano che alle scuole medie, oltre il 75% dei ragazzi si avvicina alla criminalità per problemi familiari. Crescendo, però, la motivazione cambia: nei licei, il 58% dei giovani cerca nelle gang soprattutto denaro e prestigio sociale. Ma anche il mondo dei social non è meno preoccupante. Le “trappole online”, tra cui adescamento, sexting o diffusione non consensuale, creano ferite profonde: l’85% degli studenti ammette di provare vergogna e ansia al solo pensiero di finire in questi circuiti. La richiesta che rivolgono al mondo degli adulti è chiara: “Non vogliono interventi isolati, ma adulti affidabili e spazi di ascolto che durino nel tempo”. Il progetto Dbt diventa europeo - Il successo della Dbt a Nisida, terminato a luglio 2025, ha spinto il progetto oltre i confini italiani verso altri quattro paesi dell’Unione Europea. L’obiettivo resta la prevenzione, che “non può essere un intervento emergenziale”, conclude Cappelluccio. “Significa insegnare le emozioni prima che diventino comportamenti problematici. Dobbiamo dire ai ragazzi che le emozioni non sono un problema, ma una risorsa da imparare ad abitare”. Al fine di garantire un maggior ascolto alle nuove generazioni, durante il convegno saranno presentati: il Manifesto di Nisida - Linee guida per l’integrazione tra giustizia minorile, interventi psicologici ed educativi, e la proposta di un Osservatorio permanente sul disagio giovanile, con sede a Nisida. Chieti. Legalità e responsabilità: la Garante dei detenuti dialoga con gli studenti ilgiornaledichieti.it, 6 febbraio 2026 Un dialogo autentico sul senso della legalità e sul significato della pena si è svolto questa mattina al Liceo “Isabella Gonzaga” di Chieti, dove la Garante dei detenuti è stata ospite nell’ambito del progetto didattico e sociale “Al di là del muro”, promosso dalla professoressa Antonella Di Sipio. L’incontro ha rappresentato un’occasione di riflessione per gli studenti, che hanno potuto confrontarsi direttamente con chi opera quotidianamente all’interno del sistema penitenziario. Accanto alla Garante, infatti, è intervenuto il Cav. Pellegrino Gaeta, Presidente della Delegazione Abruzzo dell’International Police Association e Sostituto Commissario Coordinatore della Polizia Penitenziaria. Insieme hanno approfondito il ruolo delle istituzioni, il concetto di sicurezza e la funzione rieducativa della pena, così come sancita dalla Costituzione. Il progetto ha invitato i ragazzi ad andare oltre pregiudizi e semplificazioni, aprendo uno sguardo più consapevole sui temi della responsabilità individuale, dei diritti e delle conseguenze delle proprie azioni. La testimonianza diretta, sottolineano gli organizzatori, si conferma uno strumento prezioso di prevenzione della devianza minorile, capace di mostrare ai giovani il valore delle regole come garanzia di libertà e convivenza civile. Un momento particolarmente intenso è stato il collegamento video con Fabiana Raciti, figlia di Filippo Raciti, il poliziotto ucciso negli scontri allo stadio di Catania nel 2007. Il suo racconto, composto e profondo, ha lasciato un segno tangibile tra gli studenti, ricordando come la violenza e l’illegalità generino ferite che attraversano famiglie, istituzioni e l’intera comunità. L’appuntamento al Gonzaga conferma il ruolo centrale della scuola come presidio di educazione alla legalità. Incontri come questo, sottolineano i partecipanti, contribuiscono a costruire ponti tra giovani, istituzioni e forze dell’ordine, promuovendo una cittadinanza più consapevole, responsabile e attenta ai valori fondamentali della società democratica. Trento. Detenuti e detenute al Muse: cultura e lavoro per ripartire L’Adige, 6 febbraio 2026 Attraverso attività culturali e scientifiche, le persone coinvolte potranno sviluppare competenze e sperimentare un contatto concreto con il mondo esterno, con l’obiettivo di sostenere il percorso di rieducazione e favorire un futuro reinserimento nella società. La cultura come strumento di riabilitazione e il museo come spazio di possibilità. È stato presentato oggi, 5 febbraio, al MUSE il progetto “Articolo 27. La cultura che crea opportunità”, un percorso di reinserimento sociale rivolto a detenute e detenuti della Casa circondariale di Trento, realizzato insieme all’istituto penitenziario e alle associazioni Crvg e Apas. L’iniziativa si ispira all’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa. Attraverso attività culturali e scientifiche, le persone coinvolte potranno sviluppare competenze e sperimentare un contatto concreto con il mondo esterno, con l’obiettivo di sostenere il percorso di rieducazione e favorire un futuro reinserimento nella società. Il progetto si basa su due convenzioni. La prima, con la Casa circondariale di Trento, prevede formazione professionalizzante in ambito botanico: preparazione del terreno, semina, piantumazione e pulizia dei semi, attività legate alla manutenzione degli spazi verdi del museo. Il percorso è destinato a detenute e detenuti autorizzati a uscire dall’istituto per attività lavorative e formative di pubblica utilità. La seconda convenzione, con CRVG e APAS, riguarda invece il MUSE FabLab. Qui i partecipanti realizzeranno repliche in 3D di reperti del Museo delle Palafitte del Lago di Ledro, attraverso scannerizzazione laser, stampa 3D e texturizzazione manuale, seguiti dallo staff del MUSE e di Ledro. Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, Massimo Bernardi, Paolo Fontana, Alessandro Zen, Lucrezia Aielli, Lucia Fronza Crepaz e Maria Coviello. Bologna. L’arte messa alla prova: così il carcere apre le porte Il Resto del Carlino, 6 febbraio 2026 Da oggi a domenica le installazioni di Anila Rubiku: un legame tra il dentro e il fuori per una seconda possibilità. Per la prima volta l’arte contemporanea entra dentro la casa circondariale Rocco D’Amato, trasformando il carcere della Dozza in un luogo di dialogo e di partecipazione culturale. L’iniziativa nell’ambito di Art City, in collaborazione con la direzione del carcere, invita la cittadinanza ad entrare simbolicamente in uno spazio di soglia tra arte, vita e giustizia sociale. All’interno del carcere, da oggi a domenica, l’Associazione Acrobazie presenta l’installazione “L’arte messa alla prova: Anila Rubiku. Im still standing” dell’artista italo-albanese Anila Rubiku, a cura di Elisa Fulco. “Portare Art City in carcere - dichiara la direttrice Rosa Alba Casella - è un altro tassello del processo di integrazione tra carcere e città, che da alcuni anni si sta portando avanti in collaborazione con gli enti del territorio. L’arte insomma non come lusso per pochi, ma come specchio della condizione umana e come possibilità di trasformazione”. Anila Rubiku presenta quattro interventi distribuiti negli spazi dedicati ai colloqui con i familiari e i legali delle persone detenute: il titolo ‘Im Still Standing’, ispirato alla canzone di Elton John, è dedicato al tema della resilienza, della speranza e delle seconde possibilità. Si va da una serie di disegni di uccelli ‘Hope is the things with feathers’; alcuni disegni di protesi dei veterani, che mostrano le soluzioni creative adottate per restare in piedi (appunto ‘Im Still Standing’); poi ancora alcune le porte ricamate (‘The Inner doors’); ritratti astratti delle detenute albanesi (Defiants’s Portrait). Per accedere basta un documento e l’autocertificazione. “Che orgoglio i miei diplomati in carcere”: il libro di Brusasco, docente al Lorusso e Cutugno di Giulietta De Luca La Stampa, 6 febbraio 2026 Ha insegnato per tre anni ai detenuti: “È come accendere una luce dentro le persone”. Il volume sarà presentato oggi pomeriggio alla Biblioteca di Chivasso assieme a Pietro Buffa, ex direttore del carcere delle Vallette. “Insegnare in carcere qualche volta è come accendere una luce sopra e dentro le persone”. Tazio Brusasco, torinese classe 1981, negli ultimi tre anni ha insegnato Italiano e Storia nella sezione carceraria dell’I.I.S. Giulio dentro al Lorusso e Cutugno. Lo racconta nel libro “Voci lontane” (Editrice Tipografia Baima Ronchetti), in cui riflette sui rapporti umani e i bisogni che sbocciano “tra grate e cemento”. Il volume sarà presentato oggi pomeriggio - venerdì 6 febbraio - alle 17.30 alla Biblioteca civica Movimente di Chivasso assieme a Pietro Buffa, ex direttore del carcere delle Vallette. Cosa l’ha colpita di questa esperienza? “Le relazioni umane positive, quel senso di autorealizzazione dato dal sentirsi uno strumento di emancipazione. La gioia quando hai un contenuto appassionante da spiegare e vedi gli studenti accendersi e incuriosirsi, proprio come quelli fuori”. C’è tanta differenza? “Meno di quanto si pensi. Trovo che anche nella scuola ordinaria in questo periodo si senta tanto bisogno di aiuto, me ne sono accorto tornandoci a settembre dopo la fine del triennio in carcere. Tutti questi ragazzi chiedono di essere visti e ascoltati, è una richiesta trasversale che la politica non dovrebbe ignorare. Siamo sempre alla ricerca di psicologi, sia in carcere che a scuola, e noi insegnanti possiamo essere sentinelle che colgono questo bisogno”. Qual è il ricordo che porta nel cuore? “Gli esami di maturità, che simbolicamente rappresentano la fine vincente di un percorso. Quando abbiamo visto i nostri ragazzi essere valutati positivamente e ricevere i complimenti dai membri esterni della Commissione ci siamo inorgogliti. Molti di loro pensavano di non farcela, poi si sono appassionati allo studio e alcuni si sono addirittura iscritti all’università, dove stanno macinando esami. È una soddisfazione immensa”. Nel libro racconta di come abbia visto persone rimesse in libertà tornare in carcere dopo pochi giorni. Secondo lei si fa abbastanza per prevenire la recidiva e dare modo agli ex detenuti di rifarsi una vita? “Non sono abbastanza esperto per giudicare, ma non si può pensare che spetti solo alle esigue risorse del carcere ridisegnare la vita di chi sbaglia, perché il carcere non è un’isola. L’educativa dentro serve a poco se non c’è un welfare fuori che riceve e accompagna chi si sta reinserendo. Per rifarsi una vita serve il lavoro: il tasso di recidiva, dal 70%, scende al 2% per i detenuti che hanno un contratto di lavoro. C’è la Legge Smuraglia, che ne incentiva l’assunzione tramite sgravi contributivi e crediti d’imposta per le imprese, ma è a tempo. Quasi nessuno assume una persona appena uscita dal carcere, è un circolo vizioso. Ma se questa persona ha fatto un percorso che è andato bene, basta, non si può avere lo stigma in eterno”. Che cosa si potrebbe fare? “Nell’ottica di fare rete, sarebbe importante che gli organi giudicanti tenessero più in considerazione le relazioni di noi insegnanti sugli allievi ai quali riconoscere premi e permessi. Siamo al servizio dello Stato e siamo a contatto con i detenuti ogni giorno”. Per i suicidi in carcere vale lo stesso discorso? “Spesso quelle sono scelte insondabili. Ma anche in questo caso avere prospettive può ribaltare la situazione. Per quanto ho visto, ci sono due tipi di persone che arrivano a quel gesto: quelle con livelli molto gravi di dipendenze o psicopatologie e quelle che non hanno niente, nessun appiglio per il dopo e spesso si uccidono a ridosso della libertà. In questo secondo caso la scuola può aiutare”. Nel libro ci sono anche pagine più leggere. Qual è una curiosità che i non addetti ai lavori non conoscono? “Alle Vallette c’è una colonia che conta circa 250 gatti. Sembra irreale: tra cancelli, uniformi e ragazzi che sciabattano, ci sono questi gatti mansuetissimi, che in ogni padiglione hanno le loro ciotole e sono davvero di compagnia. Stanno con tutti, da ognuno ricevono una carezza o uno sguardo. Regalano una parvenza di normalità, di cura, strappano un sorriso. Tra i miei allievi, ad esempio, c’era una ragazza che immaginava di dialogare con il gatto che tutte le sere si appisolava sotto la finestra della sua cella, e questo la aiutava molto”. Voto ai sedicenni per un recupero di partecipazione di Franco Corleone L’Espresso, 6 febbraio 2026 Alle elezioni politiche del 1976 votarono anche le diciottenni e i diciottenni grazie alla legge n. 39 approvata l’8 marzo 1975, che era stata presentata nel 1968 dal deputato Bruno Lepre, un socialista friulano come Loris Fortuna, entrambi legati alla crescita libertaria del Paese. Quella proposta appartiene alla straordinaria stagione degli anni Settanta che iniziarono con l’approvazione della legge sul divorzio nel 1970, seguita nel 1972 da quella sull’obiezione di coscienza al servizio militare e nel 1975 dalla riforma del diritto di famiglia e del carcere, per finire nel maggio 1978 con la chiusura dei manicomi e l’aborto. Fu un’onda progressista, una risposta civile all’assassinio di Aldo Moro. Dopo mezzo secolo, siamo obbligati a fare i conti con uno stato comatoso della democrazia. La crisi delle istituzioni, la cancellazione di fatto del Parlamento, l’abbandono della partecipazione elettorale richiedono una rivoluzione per respingere la svolta autoritaria, la retorica securitaria e il panpenalismo. I movimenti per i diritti civili e sociali allora affermavano una agenda per la politica e imponevano ai partiti di confrontarsi in una gara per l’egemonia. In questo tempo dell’irreparabile viviamo una frattura tra l’impegno di tante associazioni culturali e del volontariato e la realtà del potere; una incomunicabilità che è resa plasticamente dalle persecuzioni delle manifestazioni di resistenza e dalla criminalizzazione addirittura della nonviolenza. Il dissenso e le pratiche di disobbedienza che vedono protagonisti i giovani devono poter trovare uno sbocco per ricostruire legami nella società, superando l’anonimia che rende soli e senza speranza. Occorre avere fiducia nei giovanissimi e sostenere la campagna per il voto ai sedicenni che è stata lanciata da un sindaco trentenne della Calabria, Fabio Signoretta, che conosce il dramma di chi fugge e abbandona il Sud e le montagne. È una scelta giusta che va nel senso di costruire un movimento per il cambiamento. Abbiamo avuto una grande occasione per affermare un diritto alla cittadinanza più inclusivo per gli “stranieri” ma purtroppo l’esistenza del quorum per il referendum ha impedito il successo. Cinquanta anni fa le istanze per il voto ai diciottenni venivano rafforzate anche dai digiuni di Pannella, mentre nel 1974 un sostegno veniva espresso da Pasolini e su L’Espresso del 28 luglio 1974 da Moravia e Sciascia. Una spinta che trovò poi spazio e soluzione in Parlamento. Bruno Lepre espresse con intelligenza la considerazione a non avere paura delle scelte di voto dei giovani - come vi era stata a suo tempo paura del voto delle donne -, perché la democrazia è rischio: “l’importante è che votino e che partecipino, anche se ci faranno venire il fiato grosso per recuperare il troppo tempo perduto per attuare il precetto costituzionale”, aveva dichiarato. Commovente il ricordo dei giovanissimi ostaggi presenti nel carcere di Udine, in via Spalato, e che furono fucilati dai nazisti proprio alcuni giorni prima della Liberazione. Legava quella battaglia alle scelte della Repubblica libera della Carnia che aveva previsto il voto ai diciottenni, alle donne e il divieto alla pena di morte. Una legge europea costituirebbe una bella risposta a chi vuole abbassare l’età per processare i minori e a chi pensa a una legge elettorale di stampo fascista per consolidare il regime. Crimini minorili fallimento di tutti di Paola Balducci* L’Espresso, 6 febbraio 2026 Il mondo minorile sta cambiando più velocemente della nostra capacità di comprenderlo. Continuare a rispondere alla criminalità minorile con soluzioni simboliche - nuove norme, più controlli, più repressione - significa non voler affrontare la radice del problema. La prevenzione vera richiede tempo, competenze, risorse. E riforme profonde che non possono essere a costo zero. Lo stesso vale per il fenomeno delle baby gang. Anche in questo caso, l’errore è leggere il fenomeno solo come devianza penale. Con un sistema che interviene tardi e male, che reprime ciò che non ha saputo educare, che controlla ciò che non ha saputo includere, che punisce ciò che non ha saputo comprendere. Servono politiche familiari reali, sostegno alla genitorialità fragile, interventi precoci nei contesti conflittuali. Servono servizi educativi e psicologici stabili, non progetti spot. Ogni volta che scegliamo la scorciatoia securitaria, stiamo ammettendo il fallimento dell’educazione. Ogni volta che blindiamo una scuola, stiamo dicendo che abbiamo rinunciato a capire cosa accade prima. La criminalità minorile non è un incidente di percorso, ma il risultato prevedibile di scelte mancate, di responsabilità diluite, di un arretramento progressivo della funzione educativa e di protezione che l’ordinamento affida alla famiglia, alla scuola e alle istituzioni sociali. Il diritto penale, per sua natura, interviene quando il danno si è già prodotto e chiedergli di farsi carico di ciò che avrebbe dovuto essere prevenuto altrove è una scorciatoia che rischia di tradire la sua stessa funzione, trasformandolo da extrema ratio in strumento ordinario di gestione del disagio. Ma un sistema che punisce prima di aver realmente sostenuto, incluso e accompagnato non produce sicurezza: produce ulteriore esclusione. Se vogliamo evitare che la violenza diventi per i più giovani un linguaggio ordinario, occorre spostare il baricentro dell’intervento pubblico dal controllo alla responsabilità, dalla repressione all’investimento. In politiche familiari credibili, in servizi educativi stabili, in una presa in carico precoce delle fragilità che oggi vengono tollerate fino al punto di rottura. Non si tratta di indulgenza, si tratta di scegliere se continuare a intervenire quando è troppo tardi o assumersi, finalmente, il costo - anche politico ed economico - della prevenzione. Perché ogni volta che un minore arriva a compiere un atto irreversibile, il fallimento non è solo individuale, ma anche, e soprattutto, di tutti noi come società. *Avvocata e giurista Cari studenti, che sapete di agenti e vedove? di Giuseppe Culicchia La Stampa, 6 febbraio 2026 Lo scrittore si rivolge agli autori delle scritte contro le forze dell’ordine: “Il poliziotto Sergio Bazzega è stato ucciso da mio cugino brigatista”. Voi che a Palazzo Nuovo avete scritto “+ Sbirri Morti + Vedove + Orfani” avete mai guardato da vicino il corpo di uno sbirro morto, la bocca rimasta spalancata dopo avere esalato l’ultimo respiro, avete mai parlato con la sua vedova, con il loro figlio rimasto orfano? Io uno sbirro morto non l’ho mai visto se non al cinema o in fotografia: immagino che anche per voi sia così. Però ho conosciuto la vedova di uno sbirro morto, e il loro figlio rimasto orfano. E la vedova dello sbirro morto, rimasta sola quando era una giovane donna, ha dovuto crescere quell’orfano che la mattina di dicembre in cui suo padre, lo sbirro, venne ucciso aveva appena due anni, e che di suo padre ricorda una sola immagine: lui, lo sbirro, che lo teneva per mano. Quell’orfano ha avuto un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza molto difficili. Al dolore, alla mancanza, si è presto aggiunta la rabbia. Perché a me?, si diceva. Perché a mia mamma? Perché a mio papà? Perché non ho potuto conoscere mio papà? Ascoltare la sua voce, sentire il suo amore, imparare ad andare in bicicletta e a nuotare con lui? A un certo punto della sua giovane vita, per anestetizzare il dolore e non pensare alla mancanza e mettere in pausa la rabbia, quell’orfano ha fatto ricorso alle sostanze, con grande, ulteriore disperazione della madre, la vedova dello sbirro morto. Sono stati anni terribili: e di sicuro sarebbero stati diversi, se suo padre lo sbirro non fosse stato ammazzato, se sua madre non fosse diventata vedova, se lui non fosse rimasto orfano. Io uno sbirro morto non l’ho mai visto se non al cinema o in fotografia, ma ho conosciuto la sua vedova e il loro figlio rimasto orfano. E il figlio rimasto orfano mi ha raccontato che suo padre, lo sbirro morto, prima di venire ucciso aveva scritto una lettera al quotidiano L’Unità. Il 22 maggio del 1975 era stata emanata la Legge Reale, che per contrastare il terrorismo durante quegli anni “di piombo” aveva introdotto il fermo preventivo di 96 ore, aumentato la facoltà di uso delle armi da parte delle forze dell’ordine per legittima difesa, messo il divieto di coprirsi il volto o di usare caschi in occasione di manifestazioni pubbliche: e suo padre, lo sbirro morto, in quella lettera aveva chiesto che si rivedesse quella legge. Perché lui una mattina andando in auto al lavoro, in caserma, si era visto tagliare la strada da un’auto ed era stato costretto a frenare bruscamente, sterzando per evitare di tamponarla e finendo così fuori strada, alla pari di quell’auto. E aveva pensato a un agguato, ed era sceso dalla sua macchina con la pistola in pugno. E però aveva scoperto che quell’auto aveva semplicemente sbandato perché al volante c’era un anziano che ne aveva perso il controllo. Così poi quella mattina una volta arrivato in caserma aveva detto ai colleghi che lui da quel giorno la sua pistola l’avrebbe lasciata lì, non se la sarebbe portata a casa. La vedova di quello sbirro morto invece mi ha raccontato che quando lui l’aveva sposata le aveva detto: “Ho sposato te perché so che se mi succederà qualcosa tu saprai crescere i nostri bambini”. Io non so se voi che avete scritto a Palazzo Nuovo “+ Sbirri Morti + Vedove + Orfani” abbiate mai visto uno sbirro morto o incontrato la sua vedova o conosciuto il loro figlio rimasto orfano. So che a uccidere quello sbirro e a provocare la morte di un suo collega dell’antiterrorismo giusto cinquant’anni fa, una mattina di dicembre del 1976, è stata una persona da me amatissima, Walter Alasia, brigatista rosso, che pochi minuti dopo venne ucciso a sua volta da un altro collega dei due. E so che Walter non sapeva nulla di quei due sbirri: non sapeva che uno, Sergio Bazzega, aveva scritto quella lettera a L’Unità, e non sapeva che aveva una moglie e un figlio di due anni; e non sapeva che l’altro, Vittorio Padovani, da ragazzo era stato rastrellato dai tedeschi e si era salvato solo perché aveva fatto il liceo classico, e l’ufficiale tedesco che lo aveva interrogato aveva fatto il classico anche lui, e si erano messi a parlare di Seneca, e il tedesco lo aveva rilasciato; e non sapeva, il mio amatissimo Walter, che anche lui aveva una moglie, e che di figli ancora piccoli ne aveva due. Non ho visto Sergio Bazzega e Vittorio Padovani morti: so che il primo, all’epoca maresciallo di Polizia, non sparò a Walter perché sulla linea di tiro c’erano i suoi genitori, i miei zii Ada e Guido. Ho però conosciuto la vedova di Sergio Bazzega, la cara, tenerissima dolcissima Luciana, e il loro figlio rimasto orfano, lo straordinario Giorgio Bazzega: dico straordinario perché oggi Giorgio, che è diventato un uomo generoso e pieno di voglia di vivere, dopo essersi lasciati alle spalle gli anni della rabbia e delle sostanze si occupa - pensate un po’, voi che avete scritto a Palazzo Nuovo “+ Sbirri Morti + Vedove + Orfani” - di giustizia riparativa. E va nelle carceri e nelle scuole a raccontare la sua, la nostra storia, che come forse anche voi potete intuire è una storia molto dolorosa, assieme al fratello di Walter Alasia: perché di morti e vedove e orfani l’Italia ne ha già avuti tanti. Troppi. Migranti. Il Governo si prepara a dirottare le navi delle Ong verso i Centri di detenzione albanesi di Michele Gambirasi e Giansandro Merli Il Manifesto, 6 febbraio 2026 La prossima settimana il ddl immigrazione. Navi interdette fino a sei mesi per le “emergenze” e migranti sbarcati in Paesi terzi. Ai due testi del “pacchetto sicurezza” licenziati ieri dal consiglio dei ministri manca un tassello, che sarà aggiunto presto. È un provvedimento interamente dedicato all’immigrazione, l’ennesimo, che verrà approvato la prossima settimana e conterrà anche le misure contro le ong che salvano vite nel Mediterraneo centrale. Qualcuno lo ha già ribattezzato “blocco navale”, ma sarebbe meglio definirlo come un dirottamento di Stato delle navi umanitarie. Verso lidi più funzionali ai progetti del governo, ovviamente. Lo ha confermato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nella conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri: “Oggi abbiamo approvato due provvedimenti su tre, mentre la materia immigrazione la tratteremo la prossima settimana con un disegno di legge”, ha spiegato. La chiave di volta del provvedimento è l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo dell’Unione europea a partire dal giugno 2026. Grazie a quello l’esecutivo spera di poter dare finalmente avvio all’operazione Albania, dove i centri italiani sono ancora fermi al palo. “Il più ampio pacchetto immigrazione è ispirato alle nuove norme europee. All’interno ci sarà quello che viene definito “blocco navale”, ovvero l’interdizione delle acque territoriali in casi ben precisi che saranno specificati”, ha detto ancora Piantedosi. Scorrendo le bozze circolate nelle scorse settimane, l’articolo in questione disponeva l’interdizione su delibera del Consiglio dei ministri, previa proposta del Viminale, per un periodo di trenta giorni prorogabile fino a un massimo di sei mesi. I “casi ben precisi” citati ieri da Piantedosi sarebbero minacce per l’ordine pubblico e la sicurezza (si parla di “infiltrazioni di terroristi”), pressione migratoria eccezionale ed emergenze sanitarie o internazionali. Di preciso, dunque, c’è ben poco. Così sarà possibile “trasferire le persone in luoghi diversi al fine di effettuare lì le procedure di asilo eventualmente richieste”, ha specificato ancora Piantedosi. L’impianto di fondo sembra essere quello dei “decreti sicurezza” di salviniana memoria, ai tempi del primo governo Conte. La novità è che l’interdizione all’ingresso delle acque italiane non sarà disposta con un decreto ministeriale, ma direttamente dal Cdm. Sembrerebbe che la premier Giorgia Meloni voglia centralizzare il nuovo scontro che inevitabilmente si aprirà con le organizzazioni umanitarie, che difficilmente potranno sbarcare i naufraghi in un territorio extra europeo. A favore della leader dell’esecutivo gioca il verdetto dell’odiata magistratura che in sede di Cassazione ha assolto il leghista Matteo Salvini dall’accusa di sequestro di persona nella vicenda Open Arms. Un’ottima occasione per spingere il limite ancora più in là, con gli approdi nei paesi terzi. Tra questi sicuramente l’Albania, per iniziare. E magari tra un po’, chissà, anche in Tunisia. La copertura dell’Europa guidata da Ursula von der Leyen non mancherebbe di certo. Nelle bozze del precedente ddl era contenuta anche una stretta sui ricongiungimenti familiari, con la restrizione delle categorie di parenti per cui si può fare richiesta. Una battaglia condotta in primo luogo dalla Lega, che in materia ha fatto approvare diversi ordini del giorno durante la discussione dell’ultimo decreto Flussi. Dovrebbe arrivare, inoltre, la prima disciplina sui trattenimenti dei migranti “irregolari”, ovvero una norma sui modi della detenzione nei Cpr. Le strutture amministrative, e appaltati ai privati, in funzione sotto diversi nomi dal 1998 e su cui di recente la Corte costituzionale ha sottolineato il vuoto normativo. Tra le misure previste dovrebbe esserci anche l’abbassamento da 21 a 19 anni del limite in cui il neomaggiorenne può fruire, nei casi approvati dal tribunale minorile, del percorso di accoglienza e inclusione. Significa che molti ragazzi arrivati in Italia da soli finiranno per strada, molto prima. Cosa c’entri questo con la sicurezza sarebbe bello lo spiegassero Meloni e Piantedosi. Migranti respinti, detenuti e rispediti nel deserto: l’Europa usa la Libia come muro? di Gianluca Ottavio giornalelavoce.it, 6 febbraio 2026 Dalla nuova rotta verso la Grecia ai centri di detenzione dell’Est libico controllati da Khalifa Haftar: intercettazioni in mare, espulsioni forzate e fondi europei alimentano un sistema che blocca migliaia di persone tra Bengasi e il Mediterraneo. Nel centro di detenzione di Ganfuda, alle porte di Bengasi, migliaia di persone attendono l’espulsione o un ritorno forzato. Sullo sfondo, una nuova rotta verso la Grecia, accordi controversi con l’Unione Europea (UE) e un sistema di detenzione che si è consolidato nell’Est libico. Una bambina di un anno e mezzo stringe fra le dita un tappo di plastica come fosse un talismano. Sua madre, Hakima Adam Aboubacar, 27 anni, la osserva seduta su un materassino sottile, appoggiato direttamente sulle piastrelle. Intorno, una camerata affollata, con aria umida e luce che filtra attraverso grate metalliche. La scena si svolge nel centro di detenzione di Ganfuda, a 16 chilometri a sud di Bengasi. Hakima, cittadina sudanese, è arrivata in Libia con un obiettivo preciso: mettere in salvo i suoi tre figli. Nel novembre 2025 ha tentato la traversata verso la Grecia, partendo dalla zona di Tobruk. In mare, una motovedetta delle forze navali dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha intercettato l’imbarcazione e l’ha riportata indietro. Da allora, le viene ripetuta la stessa frase: bisogna attendere alcune settimane per l’operazione di espulsione. Quelle parole hanno sostituito ogni riferimento temporale nella sua vita quotidiana. Per anni, la maggior parte delle partenze dalla Libia era diretta verso l’Italia. Nel 2025 si è però affermato un cambiamento strutturale: dall’Est libico, in particolare dalla Cirenaica, un numero crescente di imbarcazioni ha puntato verso le isole meridionali della Grecia, soprattutto Creta e Gavdos. Le rotte sono più lunghe, le barche più grandi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), gli arrivi via mare in Grecia sono aumentati rispetto agli anni precedenti. I dati contenuti nel Sea Arrivals Dashboard - December 2025 confermano un incremento marcato nella seconda metà dell’anno. La risposta di Atene è stata immediata. Il 9 luglio 2025 il governo guidato da Kyriakos Mitsotakis ha annunciato la sospensione per tre mesi dell’esame delle domande di asilo per le persone arrivate via mare dal Nord Africa. La misura è stata approvata dal Parlamento l’11 luglio 2025. In parallelo, le autorità greche hanno rafforzato i pattugliamenti e aumentato i trasferimenti verso strutture detentive sulla terraferma. L’UNHCR ha espresso una profonda preoccupazione per la compatibilità di queste decisioni con gli obblighi internazionali. Nello stesso periodo, la Greciaha annunciato l’invio di unità navali militari al largo della Libia, con funzioni di sorveglianza e deterrenza, in coordinamento con le autorità libiche. Un’operazione presentata come tecnica, ma dal chiaro significato politico. Il centro di Ganfuda è diventato uno dei simboli del nuovo assetto migratorio nell’area controllata dal maresciallo Khalifa Haftar. Secondo testimonianze raccolte sul posto, vi sarebbero detenute fino a 1.600 persone, tra uomini, donne e minori, spesso senza essere state portate davanti a un giudice o avere accesso a un avvocato. Tutti attendono un’espulsione che può richiedere settimane o mesi. L’Agenzia per la lotta all’immigrazione illegale, presente sia nell’Est sia nell’Ovest del Paese, è guidata dal generale Salah Mahmoud Al-Khaffifi, che ha sintetizzato il mandato politico con una frase diventata ricorrente: “Siamo i guardiani dell’Europa”. Un’affermazione che chiarisce il rapporto di forza in atto, nel quale il contenimento delle partenze viene utilizzato come prova di affidabilità verso Bruxelles, anche in assenza di un riconoscimento internazionale delle autorità di Bengasi. All’interno del centro, la quotidianità è scandita dalla distribuzione del cibo, dai momenti di preghiera e dall’attesa. La discrezionalità è ampia. Accanto alle persone intercettate in mare, vi sono migranti fermati durante retate urbane o mentre si recavano al lavoro. Alcuni mostrano permessi di soggiorno libici, altri raccontano di vivere nel Paese da dieci o vent’anni. In questo contesto, la regolarità amministrativa perde rilevanza di fronte all’obiettivo dichiarato di svuotare le aree di partenza e “ripulire” le città. Le intercettazioni in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono aumentate. Secondo gli aggiornamenti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM), nel 2025 oltre 22.000 persone sono state fermate e riportate in Libia, un numero superiore a quello del 2024. Sullo stesso tratto di mare continuano a registrarsi decessi e dispersi, documentati ogni anno da OIM e organizzazioni non governative. Gli incidenti durante gli inseguimenti sono frequenti. Nell’ottobre 2025, un gommone con circa 30 persone è finito in acqua mentre cercava di sottrarsi a una motovedetta della guardia costiera libica. Almeno una persona è annegata, altre sono state recuperate da una nave mercantile e consegnate alle autorità libiche. Le ONG sottolineano da tempo che la Libia non può essere considerata un porto sicuro. Dal 2017, la cooperazione sul controllo delle frontiere è diventata il pilastro della strategia europea nel Mediterraneo centrale. L’Unione Europea ha destinato alla Libia circa 700 milioni di euro dal 2015, in gran parte attraverso l’EU Emergency Trust Fund for Africa (EUTF), per programmi di gestione delle frontiere e protezione. Tra il 2017 e il 2021, la stessa UE ha attribuito all’assistenza europea oltre 88.000 intercettazioni effettuate dalle autorità libiche. Tuttavia, la Corte dei Conti europea ha sollevato dubbi sull’efficacia di queste spese e sulla capacità di prevenire abusi. Anche quando, nel giugno 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha escluso responsabilità dirette degli Stati membri per il naufragio del 2017 al largo di Tripoli, è rimasta aperta la questione della corresponsabilità politica in un sistema che, secondo le Nazioni Unite, espone le persone a detenzioni arbitrarie, torture e violenze. Il ruolo operativo dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) è altrettanto controverso. L’agenzia ha dichiarato di essere obbligata a segnalare le situazioni di pericolo nella zona di ricerca e soccorso libica alle autorità di Tripoli, un’area che si estende quasi fino alle acque italiane. Questo flusso informativo, unito alla sorveglianza aerea europea, consente interventi rapidi delle motovedette libiche e il conseguente ritorno forzato a terra dei migranti. Le ONG parlano di respingimenti delegati. La Libia resta divisa tra autorità rivali. A Est opera l’LNA di Haftar, a Ovest il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Entrambe le parti, secondo osservatori indipendenti, ricorrono a retate, detenzioni e deportazioni. Nel 2025, Libya Crimes Watch ha segnalato un aumento delle detenzioni arbitrarie e la chiusura di uffici di organizzazioni internazionali. Human Rights Watch ha definito gli abusi sistematici e diffusi, mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha ipotizzato la configurazione di crimini contro l’umanità. Nel centro di Ganfuda, l’attesa è regolata dai sopralluoghi degli operatori dell’OIM, che propongono il Ritorno Umanitario Volontario. Dal 2017, tra 56.000 e 73.000 persone bloccate in Libia sono state rimpatriate con assistenza internazionale. Per molti, però, questa opzione non è praticabile. Tornare significa rientrare in Paesi segnati da conflitti o instabilità, come il Sudan o il Sahel, o in contesti di possibile persecuzione. In altri casi, le autorità procedono a espulsioni collettive via terra verso Paesi confinanti, come il Niger, lungo piste desertiche ad alto rischio. La sospensione dell’asilo decisa dalla Grecia nell’estate 2025 ha ridotto gli sbarchi su Creta e Gavdos nelle settimane successive, ma gli analisti avvertono che le rotte tendono a spostarsi, non a scomparire. Prima della stretta, oltre 7.300 persone erano già arrivate sulle isole meridionali greche partendo dalla Libia. La cosiddetta frontiera mobile tra Cirenaica ed Egeo mette in relazione decisioni prese a Bengasi, Atene e Bruxelles, spingendo l’Unione Europea a collaborare con attori che non godono di riconoscimento internazionale. Alcuni eurodeputati hanno chiesto di interrompere ogni forma di sostegno alle forze di sicurezza libiche, incluse la Libyan Coast Guard (LCG) e il Department for Combating Illegal Migration (DCIM). La Commissione europea ha finora sostenuto la necessità di mantenere il dialogo. Nel corridoio di Ganfuda, Hakima attende. Accanto a lei ci sono donne con neonati, uomini che contano i giorni segnandoli sui muri. Tre giovani yemeniti, Mohamed Mohamed, Mondher Hadi e Fawez Abdallah, raccontano di essere stati fermati mentre cercavano di proseguire verso l’Europa. Un cameriere camerunense, residente a Bengasi da 13 anni, mostra il suo permesso libico e afferma di non aver mai tentato la traversata. Qui, “alcune settimane” è diventata una formula che indica un tempo indefinito. Quando Hakima spiega ciò che teme di più, indica i figli e dice che la sua paura è che crescano pensando che il mondo finisca tra queste pareti. Stati Uniti. Come Minneapolis ha sconfitto l’ICE di Andrea Lanzetta The Post Internazionale, 6 febbraio 2026 Gruppi autorganizzati dal basso e suddivisi per quartiere. Vedette armate solo di fischietti e collegate ai social. E cittadini pronti a documentare le proteste. Con l’appoggio delle istituzioni locali. Ecco come l’agenzia anti-immigrati ha perso la partita in Minnesota. Il Bishop Henry Whipple Building è un edificio di proprietà federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis, e da tempo ospita il quartier generale in Minnesota della Immigration & Customs Enforcement degli Stati Uniti, l’ormai famigerata agenzia ICE agli ordini del presidente Donald Trump. Oltre a uffici amministrativi e strutture di smistamento ed elaborazione dati, al piano interrato contiene anche un centro di detenzione. Ma non è la prima volta nella storia degli Usa che questo luogo viene usato come campo di reclusione. Molto prima che il Minnesota fosse ammesso come trentaduesimo stato federale (nel 1858) e che il nonno dell’attuale presidente Friedrich Trumpf emigrasse Oltreoceano dalla Germania (nel 1885), la confluenza tra i fiumi Mississippi e Minnesota, dove oggi sorge l’aeroporto di Minneapolis, si chiamava “Bdóte” ed era considerata sacra al popolo Dakota. Nel 1862 però, dopo la cosiddetta “Guerra del Piccolo Corvo”, gli Stati Uniti realizzarono a Fort Snelling, costruito nel 1805 come presidio militare in “territorio indiano”, un campo di concentramento per i nativi da deportare nelle riserve del Sud Dakota e del Nebraska. Qui sorge oggi il quartier generale regionale dell’ICE, in un edificio dedicato alla memoria del vescovo Henry Whipple, un acceso oppositore della deportazione e del genocidio dei Dakota. Ma è sempre da qui che, dopo aver registrato due vittime, i dimostranti anti-ICE hanno vinto la loro battaglia contro l’operazione “Metro Surge” degli uomini mascherati del presidente Trump. Osservatorio legale - Tutto è cominciato ad agosto quando gli attivisti contrari alle politiche anti-immigrati della Casa bianca hanno stabilito un presidio fisso davanti al Whipple Building. L’edificio ha due soli punti d’accesso e si trova in un’area isolata, con alle spalle l’aeroporto e di fronte due autostrade, la Minnesota State Highway 62 e la 5, che si incrociano nei pressi dello scalo aereo, alla confluenza tra i due fiumi. La posizione del quartier generale dell’ICE ha favorito la campagna “Whipple Watch”, condotta per mesi da residenti e attivisti per i diritti civili, che hanno raccolto informazioni sui convogli di agenti inviati a Minneapolis e Saint Paul; sul trasferimento degli immigrati all’interno del centro di detenzione e verso l’aeroporto; su giorni e orari dei turni di pattuglia e sui veicoli utilizzati per le retate. Tutti dati raccolti in un database creato da abitanti e organizzazioni locali al servizio di un osservatorio legale delle operazioni condotte dalla US Border Patrol di Gregory Bovino e altre agenzie federali del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come l’ICE. Il sistema è attivo in tutti gli Stati Uniti, dove migliaia di genitori, insegnanti, membri di organizzazioni religiose e civili si sono preparati con veri e propri corsi di formazione per capire come intervenire legalmente quando assistono all’arresto di un presunto immigrato irregolare. Molti gruppi si sono organizzati in vari Stati per documentare le azioni degli agenti federali e avvisare i vicini della loro presenza. Immigrati, attivisti e residenti hanno creato apposite “hotline”, sia telefoniche che social e un sistema di verifica che monitora le attività di agenzie come l’ICE nelle proprie comunità. Prima dell’escalation voluta da Donald Trump, un sistema simile operava anche nelle città gemelle del Minnesota, in cui i testimoni di eventuali irregolarità e violenze da parte degli agenti potevano segnalare l’accaduto su appositi gruppi. Una volta verificate le informazioni, queste venivano poi diffuse tramite gli stessi mezzi per mobilitare residenti e attivisti nelle vicinanze. Una rete che, nel secondo semestre dell’anno scorso, ha funzionato talmente bene a Minneapolis e Saint Paul che all’inizio di dicembre l’ICE ha rinunciato alle retate in grande stile per passare alle perquisizioni e ai controlli a tappeto per le strade. Escalation letale - Un clima favorito dal dispiegamento in forze deciso dal governo federale, che negli ultimi due mesi ha portato fin quasi a tremila gli uomini dell’ICE schierati nelle due città, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse località del Minnesota. Un vero e proprio assedio, considerando che i dipartimenti di polizia di Minneapolis e Saint Paul non contano più di 600 agenti ciascuno. Un’evoluzione nelle strategie degli uomini mascherati di Trump che ha obbligato anche gli attivisti ad adattarsi con metodi di risposta più veloci. Intanto però la violenza aveva superato ogni limite. L’escalation infatti ha alimentato le proteste e la brutalità della repressione ha provocato le prime vittime. Gli agenti non si sono infatti limitati ad arrestare anche cittadini statunitensi sospettati di essere immigrati nel Paese; minacciare e malmenare attivisti e giornalisti (persino della Rai); rompere i finestrini delle auto per tirare fuori di peso le persone; e spruzzare contro di loro spray urticante. Il 7 gennaio scorso, la poetessa 37enne e madre di tre figli, Renee Nicole Macklin Good, è stata uccisa dall’agente Jonathan Ross mentre lasciava con la sua auto un posto di blocco. Dopo avergli sorriso, le sue ultime parole dirette all’assassino sono state: “Non ce l’ho con te”. Pur essendo ancora viva diversi minuti dopo la sparatoria, le è stata negata un’immediata assistenza medica. Il 14 gennaio poi il cittadino venezuelano Julio Cesar Sosa-Celis, fermato per un controllo anti-immigrati, è stato ferito a colpi di arma da fuoco a una gamba da un altro agente dell’ICE. Quindi il 24 gennaio l’infermiere 37enne, Alex Jeffrey Pretti, è stato ucciso dopo essere stato immobilizzato e disarmato da vari agenti mentre cercava di soccorrere una donna. Le sue ultime parole sono state proprio per lei: “Stai bene?”, chiese la vittima prima di essere abbattuta con 10 colpi di pistola dagli agenti Jesus Ochoa e Raymundo Gutierrez. Infine il 31 gennaio l’immigrato messicano Alberto Castaneda Mondragon è stato ricoverato in terapia intensiva presso lo Hennepin County Medical Center, dove è stato trasportato da alcuni agenti dell’ICE, che hanno provato a giustificare le fratture multiple al cranio e al viso dell’arrestato durante la custodia. Seppur ammanettata, si legge nel rapporto ufficiale, la vittima avrebbe sbattuto di proposito la testa contro un muro nel tentativo di sfuggire al fermo, una versione contestata dai sanitari alla luce delle ferite riportate. L’aumento di truppe e dei singoli controlli per strada, unito all’indignazione popolare per le violenze perpetrate contro la popolazione locale, ha cambiato anche la protesta. Reazione rapida - In tutta Minneapolis e a Saint Paul sono nati gruppi su Whatsapp, Signal, Telegram e altre app di messaggistica e social, che via via hanno visto crescere i propri iscritti. Il primo è stato organizzato nel Southside di Minneapolis, dove hanno cominciato a moltiplicarsi le segnalazioni. All’aumentare delle violenze però gli iscritti hanno cominciato a fronteggiare direttamente l’ICE: oltre a filmare gli arresti, bloccavano il passaggio degli agenti e dei loro veicoli. Un esempio seguito in tutta la città, dove piano piano sono nate chat room organizzate per quasi ogni zona di ciascun quartiere. La capillarità del sistema di segnalazione, arrivato in alcuni casi a monitorare incroci nel raggio di appena un chilometro, ha consentito agli utenti interessati di rispondere direttamente e nel giro di pochi minuti alle segnalazioni nelle vicinanze. Ogni gruppo, di massimo mille persone, è gestito da una squadra di “coordinator” che si alternano su più turni per monitorare le segnalazioni, verificarle e girarle nelle apposite chat, il che ha permesso la creazione di vere e proprie pattuglie volontarie di “osservatori dell’ICE”. Questi riescono a coprire intere aree della città, raccogliendo informazioni sulla presenza degli agenti federali e annotando le targhe dei veicoli di passaggio e la loro direzione di marcia. Così gli attivisti hanno potuto seguire gli uomini mascherati di Trump, a partire dalle segnalazioni inviate da Whipple Watch fino alla destinazione dei raid dell’ICE. Con l’uso di app di messaggistica criptata, di un database consultabile delle targhe dei veicoli usati dagli agenti e di software per la navigazione, i volontari elaborano infatti le informazioni e le girano in tempo reale, anche in spagnolo, a chi è sul campo armato di fischietti, clacson e smartphone per avvisare dell’arrivo dell’ICE e documentarne le azioni. Grazie a un sistema a staffetta, pattuglie e convogli dell’agenzia federale vengono pedinati da più “osservatori”, ciascuno lungo un percorso all’interno della propria area di competenza. Così ogni controllo in strada, posto di blocco, raid o retata è diventato un’occasione di protesta. Questo ha ostacolato le attività dell’ICE, che ha dovuto rivedere le proprie operazioni a tappeto in interi quartieri finché la stessa Casa bianca ha deciso di estromettere Bovino, di inviare a Minneapolis il cosiddetto “Zar del Confine” Tom Homan e di collaborare con il sindaco Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. Intanto i vertici dell’agenzia hanno ordinato ai propri uomini di “non comunicare né interagire” più con i manifestanti. Inoltre lo stesso Trump ha annunciato il ritiro delle sue truppe mascherate dalle città “mal governate dai democratici”, assicurando che non interverranno “a meno che e finché non ci chiederanno aiuto” (“Dovranno chiedere per favore”). Al contempo, il presidente ha disposto una “energica protezione” delle proprietà federali dagli “insorti”, se necessario con il coinvolgimento non solo dell’ICE e della Border Patrol di Bovino ma anche del Pentagono, e ha ricordato alle amministrazioni locali che hanno “il dovere di proteggerle”. Sostegno istituzionale - L’opposizione delle autorità locali alle politiche anti-immigrati del presidente Donald Trump è stata infatti cruciale a Minneapolis. Il sindaco Frey ha chiesto più volte all’ICE di lasciare la città, affermando anche in una telefonata con il presidente Usa di non essere disposto ad applicare le leggi federali in materia di lotta all’immigrazione. Il governatore Walz invece, da parte sua, ha chiesto ai manifestanti di non smettere di scendere in piazza pacificamente ma di documentare e segnalare ogni atto di violenza da parte degli agenti federali. Non si tratta però solo di politica. Infatti proprio Bovino si è più volte lamentato con i media della mancanza di appoggio da parte delle forze di polizia locale, che invece si è presentata ed è stata puntualmente estromessa dalle indagini sui luoghi degli omicidi di Renee Good e Alex Pretti. Sembra paradossale visto quanto accaduto proprio a Minneapolis nel maggio 2020, quando l’agente Derek Chauvin uccise il 46enne afroamericano George Floyd, immobilizzandolo a terra per nove minuti con il ginocchio sul collo dopo essere intervenuto insieme ad altri tre agenti per una presunta banconota da 20 dollari contraffatta. Allora le proteste sfociarono in giorni di violenze, il colpevole fu condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo e la politica locale avviò una riforma dell’intero corpo di polizia. Quest’ultimo fu descritto, in un rapporto pubblicato nel giugno 2023 dal Dipartimento di Giustizia statunitense, come avvezzo a ricorrere “regolarmente a una forza letale irragionevole”; a vendicarsi “illegalmente contro chi osserva e registra le loro attività”; e incapace di “disciplinare adeguatamente la cattiva condotta degli agenti”, che in alcuni casi adottavano persino la pratica “intrinsecamente pericolosa e quasi sempre controproducente” di sparare alle auto in movimento. Eppure oggi, proprio il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, nominato nel novembre 2022, ha definito la situazione “insostenibile”, criticando in televisione alla Cbs le tattiche “indisciplinate, pericolose e poco professionali” degli agenti dell’ICE, che mettono a rischio gli sforzi di riforma del suo stesso dipartimento. “Ora siamo noi a cercare di difendere i diritti delle persone, di protestare, di urlarci contro, di registrare le azioni della polizia e di criticarci senza degenerare, cercando di proteggere la dignità umana”, ha ammesso alla rivista The Atlantic. “È incredibilmente ironico”. Un’altra vittoria della protesta contro Trump, che aveva attaccato a più riprese il movimento Black Lives Matter nato dopo l’omicidio di George Floyd, definendolo “un simbolo di odio”; “un’organizzazione marxista”; e un covo di “teppisti (…) in cerca di guai” con un “nome terribile”. Intanto in tutti gli Usa nascono nuovi gruppi di “osservatori” dell’ICE mentre l’ultima hit di Bruce Springsteen, “Streets of Minneapolis”, ispirata alle ballate della contestazione anni Sessanta, scala le classifiche musicali. “Stay free”, restate liberi, è l’appello del Boss. Le città gemelle del Minnesota hanno mostrato come, anche se a costo di grandi sacrifici Bielorussia. Marfa, Ihar e gli altri dissidenti: ecco le loro storie di Riccardo Michelucci Avvenire, 6 febbraio 2026 Chi dice no al regime di Lukašenko mette a repentaglio la propria libertà personale e la propria vita: la repressione politica nel Paese ha portato in carcere 1.254 persone, tra cui giovani e giovanissimi. I cittadini vivono in un costante stato di allerta. Qualche giorno fa Marfa Rabkova ha compiuto 31 anni: è stato il suo sesto compleanno dietro le sbarre. Prima che la polizia di Lukašenko la privasse della libertà, era uno dei volti più noti delle proteste scoppiate in Bielorussia dopo le elezioni del 2020. Sempre presente nelle piazze di Minsk che manifestavano contro il regime, Rabkova documentava violenze e arresti arbitrari in qualità di coordinatrice dell’Ong bielorussa per i diritti umani Viasna. Finché non è stata accusata di aver organizzato disordini di massa e condannata a una lunga pena detentiva. Oggi sta scontando una condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione nella famigerata colonia penale femminile n. 4 della città di Homel, dove le detenute vivono in condizioni orribili, tra celle gelide, cibo scarso e lavoro forzato, e sono punite duramente anche per i motivi più pretestuosi. La sua vicenda personale è diventata emblematica della repressione del dissenso in Bielorussia e del tentativo del presidente Aleksandr Lukašenko di soffocare ogni forma di opposizione civile nel Paese. Gli ultimi dati resi noti dalla stessa Ong bielorussa Viasna - che da anni opera in esilio dalla Lituania - sono impietosi: nonostante le 123 scarcerazioni del dicembre scorso, nel 2025 la repressione politica in Bielorussia ha raggiunto livelli parossistici. Almeno 1.254 persone sono state condannate per motivi legati al dissenso - 899 uomini e 355 donne - trasformando la vita quotidiana dei bielorussi in un costante stato di allerta. I prigionieri politici sono rinchiusi in decine di carceri e colonie penali disseminate in tutto il Paese: in quella dov’è detenuta Rabkova ce ne sono 113. Secondo lo stesso rapporto, l’anno scorso 490 persone sono state incarcerate per le loro opinioni politiche nel paese alleato del Cremlino. Ma dietro questi numeri ci sono storie di vite spezzate, adolescenze rubate, famiglie sconvolte. Il 2025 ha confermato che in Bielorussia dissentire significa rischiare tutto: libertà, sicurezza e dignità. Tra gli adolescenti condannati ci sono i membri dei cosiddetti “Black Nightingales”: sei ragazzi e ragazze, tra i 16 e i 18 anni, accusati di terrorismo e alto tradimento. Altro caso emblematico è quello delle chat online delle comunità di quartiere considerate “formazioni estremiste”: le autorità di Minsk hanno perseguito almeno 39 persone, in gran parte donne, che hanno ricevuto condanne complessive superiori a cento anni di carcere. Tra loro ci sono insegnanti, pensionate, fotografi e artigiane Persone comuni trasformate in criminali agli occhi dello Stato. Secondo quanto emerge dal rapporto di Viasna, ogni aspetto della vita sociale può diventare terreno di persecuzione. Sette dipendenti dei fondi di aiuto BYSOL e BY_Help, che si occupavano di fornire sostegno ai più vulnerabili, sono stati trasformati in criminali di Stato e hanno ricevuto pene tra i 16 e i 18 anni: condanne poi confermate anche dalla Corte Suprema. L’attività civica digitale è stata messa sotto assedio in maniera altrettanto dura. Anton Matolka, fondatore del progetto Belaruski Hajun, che permetteva di monitorare i movimenti dell’equipaggiamento militare russo sul territorio bielorusso, è stato condannato in contumacia a vent’anni di carcere e a una multa ingente per 14 capi d’accusa, tra cui alto tradimento e cospirazione. Altre 78 persone coinvolte nel progetto sono finite in carcere nel corso dell’anno. La stretta repressiva del regime non ha risparmiato neanche la Wikipedia bielorussa, che è stata paralizzata da arresti e condanne. Uno degli amministratori della piattaforma, Illia Baryskevich, ha ricevuto due anni di carcere e una multa per il reato di “discredito della Bielorussia”. Decine di bielorussi sono stati infine condannati a lunghe pene detentive per aver combattuto con le forze ucraine nella guerra contro la Russia o semplicemente per averle sostenute economicamente. Tra i casi più emblematici c’è quello del 37enne Ihar Karatkou, condannato a cinque anni di carcere nella Colonia penale n. 2 di Babruysk per aver donato l’equivalente di dieci dollari a un reggimento di volontari bielorussi che combattono al fianco di Kiev. La stessa condanna è stata inflitta anche a Vasil Hrachykha, 44 anni, che ha combattuto per alcune settimane con il Reggimento Kalinouski nella primavera del 2022. I due uomini fanno parte di un elenco di circa duecento bielorussi condannati in base a una legge che vieta la partecipazione a conflitti armati all’estero ma anche il finanziamento di tali attività senza autorizzazione statale. Il quadro che emerge è drammaticamente chiaro: la criminalizzazione del dissenso in Bielorussia non risparmia nessuno. Manifestazioni pacifiche, attività civiche, iniziative culturali e contributi online possono trasformarsi in reati penali. Le pene colpiscono cittadini di tutte le età e professioni, dai minorenni agli anziani, studenti, insegnanti e volontari. Chiunque sia percepito come ostile al regime di Lukašenko è sottoposto a una repressione sistematica e politicamente motivata. Ogni azione, anche la più piccola e all’apparenza insignificante, può avere conseguenze drammatiche, e l’intera società bielorussa vive sotto la costante pressione della sorveglianza e del controllo politico. Ciononostante, la leader dell’opposizione bielorussa Maria Kalesnikava, rilasciata un mese fa dopo aver trascorso cinque anni in carcere, ha chiesto ai leader europei di cercare un riavvicinamento con Lukashenko: “Più il mio Paese è isolato dall’Europa, più sarà costretto ad avvicinarsi alla Russia”, ha dichiarato alcuni giorni fa in un’intervista al Financial Times. Venezuela. Morte di attesa: l’agonia delle madri alla vigilia dell’amnistia di Estefano Tamburrini Avvenire, 6 febbraio 2026 La storia di Carmen, Omaira e Yarelis, le madri del Venezuela morte alla vigilia dell’amnistia. I loro figli sono stati scarcerati dopo la destituzione del presidente Maduro ma loro non hanno fatto in tempo a vederli liberi. L’anno e mezzo di prigionia a Tocorón non ha spento l’amore di Víctor per le sue figlie: nelle otto ore di strada verso Maracaibo si è procurato un costume da orso, che poi ha indossato per riabbracciare le piccole. La maschera alleggerisce il peso delle ferite, e nasconde qualche lacrima di troppo. “È finita”, dice Víctor, ormai rientrato a casa. Ma non tutti reagiscono con la stessa forza. Óscar, anche lui attivista, rilasciato dall’Helicoide, non ha riconosciuto i volti delle figlie, che gli sono venute incontro. Ci è voluto del tempo per ricordarle. “Il suo sguardo era smarrito, faceva fatica a camminare”, dicono i familiari ad Avvenire. “Quando portano via una persona, colpiscono l’intera famiglia”, dice Fatima Sequea, sorella del capitano Antonio José Sequea, torturato e tenuto in isolamento a El Rodeo I, dov’era recluso Trentini: il controspionaggio militare ha portato via anche la mamma, Merys Torres, e la nipote Ana Zoris Torres. “Qui il “sippenhaft” è ricorrente”, dice Sequea, che a forza di vivere l’esperienza ha imparato il termine in tedesco: “Copiano i nazisti: perseguitano e in qualche modo rovinano anche i familiari dei dissidenti”. Lo si vede nei volti delle madri, che da 57 giorni attendono risposte davanti ai cancelli dell’Helicoide e di altri centri di detenzione. Con alcune di loro la vita è stata ingiusta: Carmen Dávila, 90 anni (circa), è morta in ospedale, il 22 gennaio, senza sapere che suo figlio, il medico Jorge Yéspica Dávila, era stato rilasciato. Il giorno precedente si è spenta, per un infarto, Yarelis Salas, 39 anni, a margine di una veglia davanti al Tocorón: non ce l’ha fatta a vedere suo figlio, Kevin Orozco, rilasciato pochi giorni dopo. Nemmeno Omaira Navas, madre del giornalista Ramón Centeno, ce l’ha fatta: stroncata da un ictus poco prima del rilascio del figlio. È passato poco più di un mese dalla cattura di Nicolás Maduro e dal “nuovo corso” cominciato dalla presidente ad interim, Delcy Rodríguez. L’arresto e l’imminente estradizione negli Usa - secondo la stampa colombiana - del fedelissimo Alex Saab ne è parte. Come la convocazione di un non meglio precisato “dialogo”, a cui per ora ha risposto l’ala più moderata dell’opposizione, guidata da Henrique Capriles. In quest’ottica rientra l’annuncio dell’amnistia, la cui legge dovrebbe essere approvata a breve. A prima vista le scarcerazioni procedono, dopo un primo stallo provocato dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello: sono 350 i prigionieri rilasciati, secondo l’Ong Foro Penal, e ne rimangono in cella 687, di cui 87 donne. La preoccupazione aumenta, là dove alcuni muoiono, perché non reggono le condizioni detentive: l’ultimo, Jhoember Escobar, deceduto sotto custodia, tra martedì e mercoledì, nel penitenziario di Yare II. La crisi dei detenuti politici interpella la Chiesa locale, vicino alle famiglie “separate e ferite” dalle detenzioni a sfondo politico. Interpellato sulla futura Legge di amnistia, il presidente dei vescovi venezuelani Jesús González de Zárate, ha sottolineato l’urgenza di “un dibattito autentico, al quale possiamo partecipare tutti”, affinché “vengano meno le paure e si possa garantire la convivenza cittadina”. Monsignor González auspica di “conoscere meglio i dettagli della proposta”, poiché Caracas non ha neppure fornito una prima bozza. I vescovi locali chiedono quindi “la libertà di tutti i prigionieri politici”, e restano “vicini ai loro familiari”, anche a costo di subire “forti critiche” da parte di Palazzo di Miraflores. Poche ore prima dell’intervento dei vescovi, il cardinale Baltazar Porras e padre Arturo Peraza SJ, rettore dell’Universidad Católica Andrés Bello, si sono recati davanti al carcere di Boleíta, pregando insieme ai familiari dei detenuti affinché “si aprano i cancelli”. La Chiesa locale si dice inoltre preoccupata per il controllo Usa sul Paese a seguito del blitz anti-Maduro: “Non possiamo rimanere spettatori passivi dinanzi al dominio straniero sul nostro Paese”, dicono i vescovi, che rimangono scettici sull’impennata di “ricchezze” promesse da Trump a Caracas, che possono rivelarsi sinonimo di “corruzione e ingiustizia”, anziché “garanzia di equità”. ?