Caos carceri, il Dap risolve con lo spray al peperoncino di Alice Dominese L’Espresso, 5 febbraio 2026 Inefficienze e sovraffollamento. Suicidi e proteste. La risposta: nuove disposizioni muscolari. Prevedono l’uso di fialette urticanti e body cam. Dalle body cam allo spray al peperoncino a disposizione degli agenti penitenziari, fino alle procedure che ostacolano le attività culturali, le novità introdotte in carcere negli ultimi mesi rivelano un sistema penitenziario che prova a rispondere con la forza e la chiusura alla profonda crisi che sta attraversando. Mentre il sovraffollamento e gli eventi critici tra chi è recluso aumentano, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) diffonde internamente circolari che puntano il dito sul malfunzionamento degli istituti mostrando una situazione di caos generalizzato. Per l’associazione Antigone, che si occupa della tutela dei diritti delle persone private della libertà, gli interventi previsti non sono in grado di rispondere ai problemi reali dei detenuti. “Sembra che alla base ci sia l’idea di costruire la sicurezza dentro un istituto penitenziario con gli stessi strumenti con cui si interviene in operazioni di ordine pubblico in piazza. Ma il carcere è un luogo diverso, dove la convivenza va gestita per evitare conflitti. Invece tutti questi strumenti sembrano pensati in quest’ottica: se aumentano le tensioni, allora rispondiamo più duramente”, dice a L’Espresso Alessio Scandurra, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone. Da quando il reato di rivolta carceraria è stato introdotto con il Ddl Sicurezza, la spirale della violenza non si è ridotta, anzi: nel 2025 il tasso di sovraffollamento, gli atti di autolesionismo e le aggressioni tra detenuti e nei confronti del personale sono cresciuti, mentre i suicidi (80) hanno sfiorato le cifre del 2024 (91), la quota più alta mai registrata in Italia. I dati raccolti da Antigone e dal Garante nazionale dei detenuti confermano anche un aumento degli scioperi della fame e delle proteste con cui chi è in carcere prova a esprimere il proprio disagio. A queste tensioni il ministero della Giustizia risponde con la sperimentazione delle body cam, iniziata a novembre 2025. In 58 istituti penitenziari, tra cui un carcere minorile, le telecamere indossabili sono state introdotte con l’obiettivo dichiarato di tutelare agenti e detenuti in situazioni critiche. In base alle linee guida del Dap, gli agenti potranno attivarle e spegnerle su indicazione del capo reparto, o “di chi ne fa le veci”, in situazioni specifiche di violenza e minaccia. Tra i casi in elenco, il documento include tentativi di evasione, aggressioni, autolesionismo, incendio e battitura (la pratica con cui i detenuti battono degli oggetti tra loro facendo rumore). Per Scandurra si tratta di una misura ambigua: “Anziché garantire che le telecamere già esistenti negli istituti funzionino, viene introdotta la body cam. Ma se questa può essere accesa e spenta, allora diventa uno strumento a tutela dell’agente, non dei detenuti. Gli istituti invece dovrebbero avere delle telecamere che registrano sempre, a garanzia che tutto ciò che avviene è documentato e a disposizione in caso di controversie”. Dopo appena un mese e mezzo dalla diffusione della circolare che le introduce, alle body cam si è aggiunto lo spray al peperoncino. Nel provvedimento di dicembre si legge che la sperimentazione servirà a contrastare “il significativo incremento degli eventi critici e delle aggressioni nei confronti del personale”. Per il ministero dell’Interno e quello della Salute non si tratta di un’arma, ma di uno strumento di difesa. Eppure le linee guida raccomandano di evitare il suo utilizzo in un ambiente chiuso per rischio di contaminazione e auto-contaminazione di chi lo utilizza. Proprio in un ambiente chiuso come il carcere, insomma, lo spray al peperoncino può rivelarsi un pericolo concreto. Molte delle tensioni in carcere dipendono anche dal tempo vuoto. Per questo, diversi Garanti territoriali dei detenuti hanno espresso la loro perplessità di fronte a una circolare che a ottobre ha assegnato al Dap l’incarico di autorizzare le attività culturali con un nulla osta, sostituendo il ruolo decisionale che prima spettava ai direttori e alle direttrici degli istituti di pena. In questo modo la procedura organizzativa dietro ad attività che dovrebbero favorire il reinserimento sociale diventa ancora più complessa, spiega Diletta Berardinelli, Garante dei detenuti di Torino: “Quelle attività che alcuni definiscono “non essenziali” sono spesso le uniche in grado di prevenire i conflitti e restituire un minimo di dignità e speranza a chi vive la detenzione”. Mentre il carcere alza nuovi muri, dal Dap arriva una critica severa nei confronti degli operatori penitenziari. “Molte delle proteste registrate negli istituti hanno come causa primaria inefficienze amministrative: ritardi nella liquidazione delle mercedi, difficoltà nella trasmissione di somme ai familiari, incertezze nella gestione del sopravvitto, lentezze nel disbrigo di assegni familiari o pratiche di disoccupazione”, si legge nella circolare di ottobre inviata a tutte le amministrazioni carcerarie. E ancora: “Ogni ritardo nella consegna di effetti personali, ogni incertezza nell’organizzazione di colloqui o telefonate, ogni lentezza nella gestione sanitaria o amministrativa diventa terreno fertile per malcontento e conflittualità”. Secondo la direzione generale, i problemi sono innanzitutto di carattere amministrativo, devono essere affrontati in modo prioritario e ricadono principalmente sugli agenti, sotto forma di aggressioni fisiche e verbali da parte dei detenuti. Il tono della circolare è duro: “È inaccettabile che tali disservizi, che potrebbero essere risolti con un’organizzazione più efficiente, si traducano in tensioni scaricate sulla polizia penitenziaria”. In questo quadro, in cui gli agenti diventano vittime delle inefficienze amministrative, lo stesso Dap che ha introdotto body cam, spray al peperoncino e ridotto la possibilità di realizzare attività culturali in carcere aggiunge: “È solo attraverso una presenza costante nelle sezioni, un dialogo diretto con la popolazione detenuta e una circolazione trasparente delle informazioni che sarà possibile ridurre il rischio di conflittualità”. Le misure adottate finora dal governo, però, sembrano andare nella direzione opposta. Il personale delle carceri italiane, più che in altri Paesi europei, è composto per la maggior parte da polizia penitenziaria. In assenza di un numero adeguato di commercialisti, personale amministrativo, mediatori culturali e psicologi, spesso, gli agenti non solo finiscono per occuparsi di compiti che non rientrano nelle loro competenze e per i quali non sono formati, ma diventano anche i primi ricettori dei conflitti che si creano nelle sezioni. “Invece di risolvere le inefficienze di cui si parla portando negli istituti le competenze e gli strumenti che servono, il Dap si prepara allo scontro, con un approccio decisamente controproducente”, osserva il coordinatore di Antigone. Senza dimenticare che le persone detenute, salvo rare eccezioni, dipendono in tutto e per tutto dal personale che lavora nell’istituto. Qualunque inefficienza a livello operativo, quindi, fa sì che chi è recluso non possa esercitare i suoi diritti minimi e soddisfare bisogni elementari. Per questo, secondo Scandurra “sarebbe necessario intervenire sul miglior vivere di tutta la popolazione penitenziaria, non sul miglior armare un pezzo di questa comunità”. Per i detenuti con dipendenze pena da scontare fuori dal carcere di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2026 Il progetto di legge in discussione al Senato prevede misure alternative e pena concordata per reati fino a 8 anni di reclusione. Resta il nodo dei fondi per i posti letto. Evitare il passaggio in carcere per i condannati con dipendenze da sostanze o alcol. Intervenendo sia per rafforzare la detenzione domiciliare sia introducendo un’inedita forma di definizione anticipata del processo. Con questo obiettivo e questi due strumenti si muove un disegno di legge di cui è iniziata la discussione in commissione Giustizia al Senato, provvedimento sul quale è forte l’attenzione anche da parte delle opposizioni e che sconta più che una fragilità giuridica una (almeno per ora) carenza di fondi. La misura alternativa - Più nel dettaglio, intervenendo sul Testo unico in materia di stupefacenti, la proposta di legge prevede che il regime di detenzione domiciliare trova applicazione con riguardo a soggetti tossicodipendenti o alcoldipendenti, che devono scontare una pena detentiva non superiore a otto anni o a quattro anni se la condanna comprende reati ostativi, come mafia o terrorismo (articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario). La richiesta - La persona interessata può quindi chiedere, in ogni momento, di essere ammessa alla detenzione domiciliare presso una struttura privata autorizzata secondo lo stesso Testo unico, sulla base di un programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale. Il beneficio non può tuttavia essere concesso per più di una volta. Per elaborare linee guida sull’accertamento delle condizioni di dipendenza, sulla valutazione del loro carattere effettivo e attuale, sull’idoneità del programma terapeutico residenziale viene anche istituita una commissione centrale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze. La pena concordata - L’altra misura è costituita da una forma di definizione anticipata del procedimento basata sull’applicazione della pena su richiesta per gli imputati tossicodipendenti o alcoldipendenti, collegata al riconoscimento della possibilità di detenzione domiciliare presso strutture private autorizzate per lo svolgimento di programmi di recupero. Un nuovo procedimento che ha come modello l’istituto del patteggiamento. La pena interessata non deve essere superiore a otto anni, a quattro se il reato è ostativo oppure a due, se il reato rientra tra quelli di competenza della Procura distrettuale antimafia. Quanto alla platea dei detenuti interessati, al 31 dicembre 2024, risultavano presenti all’interno delle strutture penitenziarie italiane 19.755 detenuti con la sola tossicodipendenza, il 31,9% della popolazione carceraria complessiva (61.861). Tenendo però conto del limite massimo di pena, otto anni oppure quattro, il numero dei detenuti interessati si attesta su quasi a 11.000 all’anno. Mentre la dipendenza da alcol interessa, secondo le valutazioni espresse nella relazione tecnica al provvedimento, 6.286 detenuti: si ipotizza così che i 3/5 dei 6.286 soggetti, quindi 3.772, potranno essere destinatari delle nuove misure. I posti - I posti nelle comunità terapeutiche e strutture di accoglienza accreditate, con riferimento a luglio 2022, erano 13.276, quasi tutti in regime privato. Capienza quasi del tutto saturata peraltro, quando i fondi a copertura del provvedimento permetteranno di finanziare non più di 500 posti aggiuntivi. La gestione delle persone Lgbt+ nelle carceri e le conseguenze di un sistema obsoleto di Stefania Cirillo metropolitanmagazine.it, 5 febbraio 2026 La marginalità che segna la vita della popolazione Lgbt+ non si arresta neanche tra le mura penitenziarie. Solo riuscire a stimare il numero effettivo od ottenere informazioni attendibili delle persone presenti in carcere è pressoché impossibile. I dati frastagliati sono il sintomo di un fallimento sistematico. Difatti, la mancanza di numeri certi impedisce alle autorità di intervenire con criterio, finendo per basare il programma sul senso comune o sui pregiudizi, rendendo inefficace l’intervento. Tra marginalizzazione e invisibilità: le persone Lgbt+ non sono tutelate - È frequente che diverse vulnerabilità convergano sulla stessa persona, sfociando in azioni che spingono per il carcere. Tra istruzione bassa, legami familiari fragili e precarietà economica il rischio di comportamenti criminali è elevato. In aggiunta, fuori dal carcere le dinamiche non sono differenti. L’impossibilità a trovare un impiego o una casa in cui vivere indirizza le persone verso l’illegalità. Nel carcere, poi, le discriminazioni proseguono: dall’invisibilità totale agli abusi fisici e verbali. Questa frammentazione è accuratamente riflessa nel contesto italiano. Nel rapporto di Antigone del 2023, si contano 72 persone transgender in tutto il Paese. Gli omosessuali maschi dichiarati, invece, sono ancora più irrilevanti (64 persone nel 2022). I dati, tuttavia, non rispecchiano la realtà. Riescono solo a mettere in luce la difficoltà di esprimere la propria identità in un ambiente fondato sull’iper-mascolinità e sul binarismo. Quindi, l’amministrazione penitenziaria come gestisce la questione? Attraverso la separazione. Le persone transgender vengono collocate in sezioni specifiche all’interno di reparti maschili. La scelta viene giustificata sulla volontà di “proteggerle”, eppure è la separazione stessa a generare ulteriori problemi. Non solo aumenta l’isolamento e limita l’accesso alle attività trattamentali, ma converte la protezione in ulteriore sofferenza. Anche la precarietà sanitaria rientra tra i principali fallimenti del sistema. La legge italiana, pur permettendo la modifica dei dati anagrafici e garantendo la gratuità delle terapie ormonali, non tutela la persona nel complesso. L’accesso agli endocrinologi, ad esempio, è ostico a causa dei ridotti centri specializzati. Similmente, i trasferimenti frequenti aggravano la precarietà, impedendo delle cure continuative. La medicalizzazione e lo stigma causano ulteriore malessere psichico - L’attuale modello carcerario è poco avanguardistico e indifferente alle complessità dei percorsi di affermazione di genere. La presenza di psicologi e psichiatri, oltre ad essere sovraccarichi di lavoro, non bastano. Sarebbe necessario introdurre equipe multiprofessionali per agire adeguatamente. Spesso è proprio la durezza della vita detentiva, caratterizzata da mancanza di aiuto e marginalizzazione, ad aumentare il malessere psichico. In molti casi, il malessere sfocia anche in episodi di autolesionismo. Oltre alle difficoltà in carcere, tuttavia, anche lo stigma sociale sovraccarica la condizione dei detenuti Lgbt+. Malgrado l’impegno dell’associazionismo, siamo ancora ben lontani da una gestione coerente. Tra la popolazione e il personale che associa a queste persone dipendenze o patologie, il rischio di aggravare una situazione delicata è elevato. L’istituzione, inoltre, fatica a gestire queste complessità, finendo per “medicalizzare il disagio o rinchiudere le persone in categorie rigide”. È necessaria una ricerca scientifica affinché possa essere restituita voce ai diretti interessati, ricostruendo i loro reali bisogni. Decreto sicurezza, la bozza: fermo preventivo di 12 ore, scudo penale e stretta sulle armi da taglio di Simone Canettieri e Monica Guerzoni Corriere della Sera, 5 febbraio 2026 Nel testo che domani sarà all’esame del Consiglio dei ministri le garanzie legali per gli operatori delle forze dell’ordine. Nel ddl il blocco navale e le norme anti-maranza”. Ecco l’ultima bozza del pacchetto Sicurezza atteso domani in Consiglio dei ministri. I testi, che il Corriere è in grado di anticipare, confermano la presenza nel decreto legge del “fermo preventivo”. Che tecnicamente sarà un accompagnamento. E cioè la possibilità per le forze di polizia di trattenere per un massimo di 12 ore senza necessità di convalida del magistrato, ma con sola comunicazione persone con precedenti specifici in vista di manifestazioni. Ci sarà sempre nel dl la stretta sulle armi bianche. E cioè il divieto di vendita di coltelli e armi atte a offendere ai minori di 18 anni, con sanzioni amministrative pecuniarie fino a 12.000 euro e revoca della licenza per i venditori (anche online). Per quanto riguarda lo scudo penale per gli agenti il dl prevederà l’introduzione di garanzie legali per gli operatori delle forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni, estese nella bozza finale anche ai cittadini comuni come forma di ampliamento della legittima difesa. Nel testo finiranno anche le zone rosse urbane con il potenziamento dei Daspo urbani e possibilità per i prefetti di istituire aree a divieto d’accesso in zone caratterizzate da ripetuti episodi di illegalità. Infine per quanto riguarda la resistenza e controlli: è prevista l’introduzione di un illecito penale specifico per chi non si ferma all’alt delle forze di polizia fuggendo in modo pericoloso. Poi c’è il ddl che contiene riforme che richiedono un iter parlamentare più lungo e riguardano principalmente i flussi migratori e l’inasprimento di alcune pene. La novità più importante è quella del Blocco navale: misura che prevede l’interdizione dell’attraversamento delle acque territoriali per periodi da 30 giorni a 6 mesi in caso di minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. Sempre nel ddl ci sarà l’inasprimento delle pene: aumento dei minimi e massimi edittali per alcuni reati contro il patrimonio, come i furti in abitazione. Per quanto riguarda la criminalità giovanile, al di là della misura sui coltelli che entrerà nel dl, nel disegno di legge finiranno misure strutturali per la responsabilizzazione dei genitori di minori coinvolti in atti di delinquenza (cosiddette norme “anti-maranza”). Pacchetto sicurezza, i paletti del Quirinale di Ugo Magri e Francesco Malfetano La Stampa, 5 febbraio 2026 Dubbi di Mattarella su scudo penale e fermo preventivo. Piantedosi: “Pronti a modifiche”. Il pacchetto sicurezza si farà. Ma nasce con il freno a mano tirato dal Colle. Prima ancora di arrivare oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri, decreto e disegno di legge hanno dovuto superare il vaglio preventivo del Quirinale, dove Sergio Mattarella ha esercitato una moral suasion fitta, puntigliosa, parola per parola. Il faccia a faccia riservato con Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è stato il passaggio chiave: oltre ottanta pagine di norme passate al setaccio e una lista di rilievi lunga e articolata. Non una bocciatura, ma senz’altro neppure un via libera in bianco. Per qualche ora, a Palazzo Chigi, è tornata a profilarsi la danza macabra dello scontro istituzionale. I punti critici segnalati dal Colle toccavano il cuore identitario del pacchetto: lo scudo penale per le forze dell’ordine, il fermo preventivo dei manifestanti, alcune norme sull’immigrazione. Temi su cui Giorgia Meloni non intende arretrare così facilmente. “Guidare la narrazione” sulla sicurezza resta l’obiettivo dichiarato della premier, spiegano fonti ai vertici dell’esecutivo, anche a costo di esplorare i confini massimi consentiti dalla Costituzione. Al Quirinale, però, il ragionamento è stato un altro. Mattarella si è trovato davanti a un bivio classico: fermare l’intero pacchetto, aprendo un conflitto frontale con il governo, oppure intervenire chirurgicamente, fissando paletti invalicabili e lasciando passare il resto. Ha scelto la seconda strada, quella del “minor danno”. Una scelta che inevitabilmente gli attirerà le critiche di chi si attendeva una bocciatura totale della stretta securitaria, ma che evita di trasformare il confronto in uno scontro aperto e consente di ricondurre l’impianto entro binari costituzionali. Sul merito, le correzioni richieste dal Colle sono tutt’altro che marginali. Sullo scudo penale per gli agenti, il presidente accetta il principio di fondo - chi si difende non può essere criminalizzato - ma chiarisce che la tutela non può valere solo per una categoria. O si estende a tutti i cittadini, oppure il rischio è quello di far saltare il principio di uguaglianza davanti alla legge. Un messaggio recapitato con chiarezza a Palazzo Chigi. Stesso metodo sul fermo preventivo dei manifestanti. Mattarella riconosce che la Costituzione non vieta l’accompagnamento in caserma per prevenire gravi disordini, ma impone una serie di condizioni stringenti: informazione immediata alla magistratura, durata massima di 12 ore e, soprattutto, lo stop ai fermi basati su un generico “atteggiamento sospetto”. Servono precedenti penali specifici ed elementi oggettivi - bastoni, caschi, travisamenti - che trasformino il manifestante in un potenziale violento. Non semplici intuizioni. Sempre su precisa richiesta del Quirinale, alcune misure considerate più sensibili sono state tolte dal decreto legge, destinato a entrare subito in vigore, e spostate in un disegno di legge che seguirà l’iter parlamentare ordinario. Una distinzione tutt’altro che tecnica: significa rallentare l’impatto delle norme più divisive e rimettere la partita nelle mani delle Camere, con tempi “mai troppo brevi”. Il pacchetto sicurezza che approda oggi in Consiglio dei ministri si muove dunque su due binari. Nel dl trovano posto le misure a effetto immediato: il fermo preventivo fino a 12 ore, tecnicamente un accompagnamento; la stretta sulle armi bianche, con il divieto di vendita ai minori di 18 anni e sanzioni fino a 12 mila euro, comprese la revoca della licenza per i venditori online; lo scudo penale riformulato come ampliamento delle garanzie legali e della legittima difesa; l’istituzione delle zone rosse urbane, con Daspo rafforzati e poteri più ampi ai prefetti; infine un nuovo illecito penale per chi non si ferma all’alt e fugge mettendo in pericolo la sicurezza. Nel ddl finiscono invece le riforme di più ampio respiro e più alto tasso politico. A partire dal blocco navale, che consente l’interdizione dell’attraversamento delle acque territoriali da 30 giorni a sei mesi in presenza di minacce all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. Poi l’inasprimento delle pene per alcuni reati contro il patrimonio, come i furti in abitazione, e le misure sulla criminalità giovanile, con la responsabilizzazione dei genitori dei minori coinvolti nei reati: le ormai celebri norme “anti-maranza”. Non è finita qui. C’è infatti chi non esclude che alcune delle ipotesi considerate troppo esposte sul piano giuridico dai tecnici del Colle, a partire dalla cosiddetta “norma Almasri” che prevedeva la consegna allo Stato di appartenenza di persone ritenute pericolose, possano confluire in un ulteriore disegno di legge. Come che sia, il nuovo pacchetto sicurezza oggi sarà realtà. E c’è da giurarci che Meloni, a cdm concluso nel pomeriggio, lo rivendicherà. Senza dubbio puntando il dito contro l’opposizione, incapace - a suo dire - di sostenere gli sforzi dell’esecutivo su un tema tanto delicato. Se è infatti vero che la premier accarezza l’idea di presentarsi in conferenza stampa, lo è pure che i riflettori per il video con cui annuncerà sui social la stretta sono già pronti. Anche con il freno a mano tirato. Decreto Sicurezza, il Colle vigila in vista del Cdm di Giacomo Puletti Il Dubbio, 5 febbraio 2026 Lungo colloquio ieri tra Mattarella e Mantovano. Dal Colle dubbi su scudo penale e fermo preventivo. Sarà il Consiglio dei ministri, che a meno di clamorosi rinvii si svolgerà oggi, a risolvere le ultime questioni legate al decreto sicurezza, sul quale la maggioranza ha accelerato dopo la guerriglia urbana di sabato scorso a Torino. Buona parte dei punti in discussione sono stati chiariti nell’incontro che si è svolto ieri al Quirinale tra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Alcuni aspetti, in primo luogo l’ipotesi di un fermo preventivo per determinate categorie di manifestanti prima di cortei e ritrovi, rischiano infatti di risultare incostituzionali, e per questo si è reso necessaria la mediazione con il Colle che fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo. Ma anche sullo scudo penale per gli agenti è filtrata la necessità che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. “Sono ottimista, è probabile che una parte delle norme resterà nel decreto e una parte andrà nel disegno di legge”, ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. In ogni caso, “deciderà il Cdm di domani (oggi, ndr), ma probabilmente ci saranno due provvedimenti”. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. “Credo che abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole e molto equilibrato, altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti” dal Quirinale, ha detto il titolare del Viminale parlando con i cronisti all’uscita dal Senato dopo il voto sulle risoluzioni in merito alle comunicazioni rese sui fatti di Torino. “Tutti abbiamo interesse a impedire, il più possibile, che pochi violenti trasformino una manifestazione in un pretesto per il caos” ma “per fermare preventivamente chi è determinato a creare disordini, le Forze dell’ordine hanno bisogno di strumenti giuridici chiari, serve una norma che consenta un vero e proprio, efficace intervento preventivo”, aveva detto pochi minuti prima in Aula. Del resto, la linea del centrodestra è chiara, come esposto anche dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Alberto Balboni. “Il fermo di polizia è incostituzionale? Lasciamolo decidere al capo dello Stato che sta vagliando le norme... - ha detto nel corso del suo intervento a palazzo Madama - Nella socialista Spagna, esiste il fermo di polizia, nella laburista Inghilterra del compagno Starmer esiste il fermo di polizia, in tantissimi Stati europei democraticissimi esiste il fermo di polizia. Siamo arrivati al dunque: o si sta dalla parte della sicurezza, della legalità e quindi della libertà o si sta nella zona grigia. Decidete voi”. Ragiona da decano del Parlamento il forzista Maurizio Gasparri, che ricorda l’articolo 13 della Costituzione e la possibilità di “provvedimenti provvisori” di cui parla la Carta. “Io non so come sarà il decreto alla fine ma credo che sarà conforme alla Costituzione, del resto i decreti li promulga il presidente della Repubblica, che nel caso delle leggi le firma quando sono avvenute o le respinge, i decreti li guarda prima, è normale”, ha commentato l’esponente azzurro. Ma le opposizioni per una volta sono riuscite a unirsi, firmando un testo sottoscritto da Pd, M5S, Avs e Iv, con una flebile protesta dei riformisti dem che ritenevano un errore cercare l’unità a qualsiasi costo. “Questa volta ho fatto un miracolo”, sussurra il capogruppo M5S al Senato, Stefano Patuanelli, mentre svela al dubbio il documento “originale” con le firme dei capigruppo del campo largo. I quali subito dopo le comunicazioni di Piantedosi si riuniscono e parlano con i cronisti denunciando la “strumentalizzazione” del centrodestra sui fatti di Torino. Il testo unitario impegna in primo luogo il governo a non utilizzare la decretazione d’urgenza “in materia di ordine pubblico” privilegiando invece “veicoli normativi di iniziativa parlamentare che possano consentire un reale confronto democratico a salvaguardia dei diritti e dei limiti previsti dalla Costituzione”. Ma c’è anche un invito a “richiamare gli agenti attualmente inviati in Albania, in un centro totalmente inutile, per utilizzare la loro presenza e competenza a difesa della sicurezza nel territorio italiano”, un punto “decisivo per la nostra firma”, spiegano fonti di Iv. Risoluzione comunque respinta dal governo, mentre quella di Azione viene in parte assorbita dal documento della maggioranza, che contiene riferimenti alle tutele penali per gli agenti e agli sgomberi degli immobili occupati. E che viene approvata con 88 sì, 56 contrari e nessun astenuto. Ora palla di nuovo al governo e al Consiglio dei ministri di oggi. Decreto sicurezza. I paletti del Colle. Piantedosi si piega di Alessandro Barbera La Stampa, 5 febbraio 2026 Il ministro: “Se ci saranno rilievi ne prenderemo atto”. Il centrosinistra: “Misure fuori dalla Costituzione”. Senato della Repubblica, interno giorno. Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi riferisce sugli scontri di Torino: “Non c’è stata nessuna impreparazione nella gestione dell’ordine pubblico, né uso eccessivo della forza. C’è chi ha persino adombrato l’idea che le violenze siano state in qualche modo organizzate, o quantomeno tollerate per poter varare nuove norme”. E però le nuove norme sono arrivate. Per conoscere ogni dettaglio occorrerà attendere il Consiglio dei ministri previsto oggi pomeriggio. Quella di ieri per la maggioranza è stata una giornata complicatissima. Mentre Piantedosi parla ai senatori, il sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano sale al Colle per discutere con il Capo dello Stato dei dettagli di un pacchetto politicamente delicato. Alla fine dell’incontro “ambienti parlamentari” confermano i dubbi di Sergio Mattarella. Due i rilievi: sul fermo preventivo di polizia e lo scudo penale da garantire alle forze dell’ordine. Sul primo: il capo dello Stato spiega che il fermo di dodici ore per le persone ritenute potenzialmente pericolose prima delle manifestazioni pubbliche non può che passare dall’autorizzazione di un giudice. Sul secondo: il Quirinale ha dubbi sulla esclusione automatica dei poliziotti da qualunque responsabilità in caso di violenze ingiustificate. Detta più semplicemente, significherebbe garantire una libertà di azione che ricorda quella delle truppe dell’Ice, la polizia antimmigrazione che negli Stati Uniti ha ucciso inermi. Uscito dal Quirinale, Mantovano torna a Palazzo Chigi per riferire alla premier. Il commento di Piantedosi alle prime indiscrezioni confermano che il governo non è intenzionato ad andare allo scontro istituzionale: “Credo abbiamo fatto un lavoro equilibrato e ragionevole, altrimenti prenderemo atto dei rilievi”. Morbido anche il ministro dei Rapporti con il parlamento Luca Ciriani: “Il tema è delicato, occorre collaborazione”. Sia come sia, il pacchetto sarà fatto di due testi distinti: un decreto-legge per le misure urgenti e un disegno di legge che avrà l’iter parlamentare ordinario. Dei due punti oggetto dei rilievi del Quirinale si è detto. Nel decreto ci saranno la stretta sulla vendita di armi bianche ai minori, il rafforzamento delle zone rosse urbane e dei Daspo (acronimo di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive”, lo dispone il Questore verso singoli) , fino all’introduzione di un illecito specifico per chi fugge all’alt delle forze di polizia. Sono accantonate invece l’introduzione di una cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni, chiesta dalla Lega ma bocciata da Fratelli d’Italia e Forza Italia. La norma aveva peraltro seri problemi di costituzionalità. Che sui testi ci fossero questioni da discutere con il Colle, lo si era capito sin dalla mattina. In un primo momento il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto essere già ieri, poi - con la scusa ufficiale dell’intervento di Piantedosi al Senato - si è deciso il rinvio. Meloni, dopo la visita ufficiale del collega ceco Andrej Babis a Palazzo Chigi, discute del pacchetto in una riunione con il leader leghista Matteo Salvini. Dopo lo scisma dell’ex generale Roberto Vannacci, nella maggioranza c’è il timore di farsi scavalcare a destra. L’arrivo sulla scena del partito dell’europarlamentare ex leghista sembra però convincere maggioranza e opposizione a evitare divisioni. A fine giornata la maggioranza - che pure aveva chiesto un voto più largo - vota compatta la risoluzione sui fatti di Torino con 88 voti favorevoli e 56 contrari. Il capogruppo Lucio Malan lo sottolinea durante l’intervento in aula: “Eravamo disponibili a presentare una risoluzione unitaria senza elementi divisivi”. L’opposizione - Partito democratico, Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia dei Valori - presenta una propria mozione che non è andata al voto ma serve quantomeno a mostrare unità su un tema decisivo. Dice la leader Pd Elly Schlein: “Capisco che il governo voglia farci parlare delle nuove norme liberticide che sta preparando pur litigando tra di loro. Però noi oggi abbiamo parlato della sicurezza del Sud e dei territori colpiti dal ciclone Harry in Calabria, in Sicilia, in Sardegna e fino alla Basilicata. E abbiamo parlato dei duemila cittadini che a Niscemi sono senza una casa”. Si smarca la sola Azione di Carlo Calenda: “Era il giorno dell’unità per il Paese, ma come al solito ha prevalso lo spirito di fazione”. Agli atti anche i distinguo di alcuni deputati riformisti del Pd fra cui Filippo Sensi, che al dunque votano sì. Opposizioni unite: “No a scorciatoie autoritarie” di Andrea Carugati Il Manifesto, 5 febbraio 2026 Senato Pd, M5s, Avs e Iv firmano una mozione comune. Le destre approvano la loro. Piantedosi: “Indegno insinuare che il governo abbia organizzato le violenze per varare nuove norme”. De Cristofaro Avs al ministro: “Falso dire che siamo complici dei violenti”. Paita (Iv): “Il centrosinistra c’è ed è unito sulla sicurezza”. A metà pomeriggio il tabellone dell’aula del Senato segnala un’ampia fetta di lucine rosse, 56: sono le opposizioni che, una volta tanto unite, hanno detto no alle comunicazioni del ministro degli Interni Piantedosi, che a palazzo Madama ha ripetuto il discorso incendiario di martedì alla Camera, accusando i 50mila manifestanti di sabato scorso a Torino (oltre ad Avs) di essere complici morali dei violenti che hanno aggredito un poliziotto. Per poi definire “indegna e priva di riscontri” l’ipotesi che “le violenze siano state organizzate, o quantomeno tollerate, dal governo per poter poi varare più agevolmente nuove norme”. “Le violenze di matrice antagonista, di cui Askatasuna e altri centri sociali sono protagonisti, non nascono con l’attuale governo, durano da trent’anni”, accusa Piantedosi. Un no netto, quello di Pd, M5S e Avs, cui si è unita anche Italia Viva, per respingere il tentativo delle destre di mettere le opposizioni in un angolo. Della serie: “O votate con noi, o siete complici dei violenti”. Che poi non sono solo violenti, ma “terroristi”, “eversori”, secondo Piantedosi, che mette nel frullatore chi si è macchiato di gravi reati e tutto il mondo di Askatasuna, il centro sociale torinese contro il cui sgombero era stata indetta la manifestazione. Dopo il discorso del ministro degli Interni, i quattro capigruppo delle opposizioni (Patuanelli dei 5S Boccia del Pd, De Cristofaro per Avs e Paita di Iv) si sono presentati in sala stampa per presentare la loro risoluzione unitaria (che non è stata votata perché preclusa ai sensi del regolamento dopo il sì a quella delle destre). Nel testo ci sono i no all’uso dei decreti per l’ordine pubblico, e poi i no alle norme che saranno varate oggi dal consiglio dei ministri: il fermo preventivo, la cauzione per chi manifesta e l’immunità penale per gli agenti. C’è anche la richiesta di riportare in Italia gli agenti mandati nei centri di detenzione per migranti in Albania. E , su richiesta dei 5 stelle, la richiesta di reintrodurre la procedibilità d’ufficio per reati come i furto aggravato, e la richiesta di abrogare l’avviso a chi sta per essere arrestato contenuto nel decreto Nordio. Nel Pd, durante la riunione del gruppo la mattino, c’erano stati alcuni dubbi dei “riformisti” sull’opportunità di una risoluzione unitaria con Avs. E l’uscita di Conte, che su La7 a ora di pranzo aveva annunciato il deposito di una mozione 5S “sottoscritta anche dalle altre opposizioni” ha rischiato di mandare tutto all’aria. C’è voluta l’abilità diplomatica di Patuanelli, e la disponibilità degli altri, per arrivare al traguardo. “La risoluzione impegna il governo a privilegiare il confronto parlamentare e a respingere scorciatoie autoritarie che rischiano di indebolire lo Stato di diritto”, spiega Boccia. De Cristofaro è soddisfatto. “Tutta l’opposizione unita nel respingere il tentativo di usare i fatti di Torino per dar vita a una stretta sui diritti e sulle libertà costituzionali”. “Con questo risultato di unità, proprio nel giorno in cui loro si aspettavano le divisioni, abbiamo raggiunto tre scopi: condannare con fermezza quello che è accaduto a Torino; ribadire che loro hanno fallito sul tema della sicurezza; lanciare un messaggio molto chiaro: il centrosinistra c’è ed è unito”, dice Paita che rivendica come nel documento “la condanna alle violenze di Torino e la solidarietà alle forze dell’ordine sia espressa con la massima fermezza”. “Abbiamo dato un segnale di unità importante, la destra ha fallito sulla sicurezza, le città sono sempre più insicure”, dice Patuanelli che insiste sull’aumento degli organici di polizia. Si chiama fuori solo Calenda, che vota la mozione della destra e accetta che la sua sia “assorbita”. Per poi protestare: “Ha prevalso lo spirito di fazione”. “State cercando di imitare Trump sulla sicurezza”, dice il dem Andrea Giorgis a Piantedosi in aula, elencandogli l’aumento dei reati. Mentre Alberto Balboni di Fdi sostiene che “i violenti erano il pesce e gli altri manifestanti l’acqua in cui questo pesce poteva nuotare”. Per poi accusare i gruppo di Avs in Comune e regione di complicità per aver manifestato e anche l’ex candidata sindaca dei 5S Valentina Sganga. In realtà, ricorda Patuanelli, in piazza c’era anche la consigliera regionale della Lega Gianna Gancia, moglie del ministro Calderoli. Che il 3 febbraio in consiglio regionale ha spiegato: “Ero lì come cittadina per osservare e farmi un’idea al di là delle strumentalizzazioni”. “È falso sostenere complicità della sinistra politica coi i violenti”, dice De Cristofaro al ministro. “Guardi dall’altra parte, a chi ospita alla Camera i naziskin”. I capigruppo di Fdi e Fi Malan e Gasparri accusano le opposizioni per non aver votato insieme a loro: “Forse perché noi siamo per procedere con gli sgomberi degli stabili occupati”, insinua Malan. E l’altro: “La sinistra non ha voluto votate in solidarietà al popolo in divisa, forse perché i violenti sono comunisti”. In realtà la solidarietà agli agenti aggrediti non è mai stata in discussione. Sintetizza la dem Anna Rossomando: “Vi abbiamo chiesto unità delle istituzioni, ci avete risposto chiedendoci di condividere i vostri fallimenti”. Decreto sicurezza, Riccardo Noury (Amnesty International): “L’Italia va verso l’autoritarismo” di Simone Alliva Il Domani, 5 febbraio 2026 Il portavoce dell’ong racconta le pericolosità del nuovo pacchetto sicurezza pronto a essere varato dal Governo tra fermo di 12 ore e scudo penale: “Una garanzia di impunità. Niente per la tutela delle piazze dove il dissenso viene criminalizzato mentre la richiesta di numeri identificativi per gli agenti resta inascoltata. Tra lacrimogeni e taser, la protesta pacifica è a rischio”. Una lentissima erosione. La stretta sul dissenso, sulla possibilità di agire nello spazio pubblico è qualcosa che è iniziato a poco a poco ma non ce ne siamo accorti. Distratti da altro: polemiche del giorno, scontri e battibecchi sui social. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 2000 a Resistenze indica la ferita originaria, quella mai più rimarginata, lasciata lì a infettare la possibilità di dissenso e di difesa delle libertà civili: “È dal G8 di Genova”, dice. Lì qualcosa si è rotto. Bisognerà fare un bilancio in questo quarto di secolo trascorso ma il risultato è già qui, basta aprire gli occhi per vederlo: le iniziative del governo Meloni, dai pacchetti sicurezza all’uso crescente di lacrimogeni nelle manifestazioni (“A Udine uno ogni due persone. A altezza uomo”). I morti a causa dell’uso improprio dei taser (“Il manganello di domani”). La criminalizzazione: “Siamo in un momento di picco”, dice. Come su un crinale, possiamo precipitare o resistere. Riccardo Noury, qual è l’analisi di Amnesty International sulle iniziative per la sicurezza del governo Meloni? Neanche otto mesi dopo un primo pacchetto di norme securitarie già si pensa al secondo. E questo non credo voglia significare che il primo ha fallito, ma conferma questa spinta verso l’autoritarismo di questo governo, che aumenta le garanzie per le forze di polizia e le toglie alle persone che manifestano in maniera pacifica. L’agire nello spazio tipico del dissenso, cioè le piazze, è a rischio. Una cosa che non solo Amnesty International ha rilevato, ma anche altri organismi europei, che vedono una reale minaccia alla libertà di manifestare. Il pacchetto sicurezza prevederà uno scudo penale per gli agenti e il fermo di 12 ore. Il governo difende queste iniziative dicendo che sono una tutela anche per la gente che manifesta. Che ne pensa? Dipende. La gente o l’agente. È un apostrofo che fa la differenza. Se è per la gente che manifesta direi di no. Si è iniziato a parlare di questo secondo pacchetto sicurezza prima dei fatti di Torino, risale a quell’aumento molto forte della solidarietà dei cittadini con la popolazione di Gaza nella seconda metà dell’anno. È ben possibile che i fatti del 31 gennaio a Torino abbiano costituito un’ulteriore accelerazione. È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso, penalizzare la protesta pacifica, estendere sicurezza alle forze di polizia ed estendere insicurezza alle persone che manifestano. Ma vorrei aggiungere un elemento in più. Prego... In questa situazione, in cui c’è una ricorrenza di scontri tra una esigua minoranza dei partecipanti alle manifestazioni e le forze di polizia, si produce un doppio effetto deterrente per le persone. Il primo è che, grazie anche alle narrazioni dei mezzi di informazione, sembra che sia tutta violenza, tutto scontro. Il secondo è che, soprattutto se si tratta di persone giovani, la deterrenza è costituita da manganelli, lacrimogeni e cannoni d’acqua. C’è una serie di conseguenze combinate che preoccupano. Sappiamo bene che quando la piazza si muove, la piazza costringe a trattare un tema, che sia la crisi climatica o la Palestina. Ha parlato dell’uso dei lacrimogeni che però è una costante negli scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti... Però è in aumento. Prendo come parametro le dichiarazioni ufficiali della Questura di Udine dopo il 14 ottobre: hanno utilizzato una quantità di lacrimogeni, rispetto al numero di manifestanti, che equivale a un lacrimogeno ogni due persone. È presto per dire se questa proporzione sia rimasta tale o peggiori a Torino, stiamo ancora visionando filmati e documenti. Il punto è che si usano i lacrimogeni in maniera illegale: spesso non c’è un preavviso, spesso vengono usati ad altezza persona e in modo indiscriminato e massiccio. Il risultato è che di fatto si sciolgono le manifestazioni, danneggiando il diritto di protesta pacifica. Le forze di polizia devono contenere le minacce usando una forza necessaria e proporzionale; quando usano una forza non necessaria, anziché tutelare chi protesta pacificamente e isolare chi sta usando violenza, arrecano un danno alle persone che esercitano un diritto fondamentale. Questo è molto ricorrente”. Per il partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, il problema è un altro. “La polizia ha le mani troppo legate”, dice per esempio il deputato Giovanni Donzelli... Queste frasi sulle mani legate le ho sentite in un precedente molto pericoloso nella seconda metà degli anni Dieci, quando si parlava dell’introduzione del reato di tortura. Come a dire: se non torturano non possono lavorare. È una frase che danneggiava prima di tutto gli operatori delle forze di polizia, che nella maggior parte dei casi fanno un lavoro difficile e lo fanno bene. È una frase con un effetto intimidatorio molto forte: verrebbe da chiedersi che altro dovrebbero fare. Del resto Giorgia Meloni si è mostra in passato favorevole a modificare o togliere il reato di tortura... Sì, fu avversaria all’opposizione e in campagna elettorale promise che sarebbe stato rivisto una volta al governo. Non vorrei svegliare il can che dorme, ma temo che sia già sveglio e che non ce ne stiamo accorgendo. La piazza è da sempre nel mirino: dal decreto anti-Rave in poi. Amnesty ha monitorato la sua applicazione. Queste iniziative che fine fanno? Si potrebbe dire che sono espressioni di una volontà di dare risposte apparentemente securitarie, ma bisogna guardare alle conseguenze. Rispetto al primo decreto sui rave, ricordiamo cosa è successo a Campo Galliano, in provincia di Modena, tra ottobre e novembre 2025: uno sgombero di 5mila persone e uno spiegamento enorme di forze di polizia, cariche violente, lanci di lacrimogeni e il tentativo di procedere all’identificazione di tutte le persone partecipanti. Non sono soltanto misure bandiera. Il primo pacchetto sicurezza non è privo di conseguenze, nella misura in cui introduce pene per una serie di reati e 14 nuove fattispecie di illeciti, buona parte delle quali legate a forme di manifestazione del dissenso. Questo ha una sua attuazione. Questo secondo pacchetto, tra fermo di 12 ore e scudo penale rafforzato, può voler dire, soprattutto rispetto allo scudo, una garanzia di impunità. Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono una storia ben nota Noi abbiamo ancora una legge mancante sui codici identificativi. La sua necessità è emersa 25 anni fa durante i processi per torture e altre violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova. Da allora la richiesta è stata avanzata da Amnesty International e da più governi di segno diverso. La campagna vera e propria l’abbiamo lanciata nel 2011. In 15 anni si sono succeduti governi di segno contrapposto e non ce n’è stato uno sotto il quale questa proposta abbia ottenuto una minima apertura. Nel frattempo quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea l’hanno adottata: siamo rimasti noi e altri quattro. Le forze di polizia fanno un lavoro encomiabile sotto molti punti di vista. Rafforzare le garanzie per i cittadini, garantendo che non ci sia impunità per le singole persone appartenenti ai corpi di polizia sospettate di aver violato i diritti umani, e dunque consentire processi che possano terminare con condanne quando le prove sono accertate: è una garanzia per tutti. Ripristina anche un rapporto che da Genova 2001 si è incrinato. Cinque morti con le pistole a impulso elettrico nel 2025. Che cosa ci dicono? O la definizione di arma non letale è una presa in giro, oppure queste armi dovevano essere affidate a persone iperformate e invece la diffusione è stata di massa. Cinque morti di taser nel 2025, su un totale di sette nel 2022, indicano un’escalation che rischia di renderle un’arma ordinaria. Non voglio nemmeno immaginare la distopia dell’uso del taser durante le manifestazioni, ma neanche voglio pensarci. Diventerebbe il manganello di domani. Lei pensa che in Italia siamo scesi a un livello più basso rispetto al passato riguardo alla libertà di dissenso? È molto pericoloso anche per chi dissente in maniera “allegra”, pensiamo ai Pride, alle manifestazioni per i diritti delle donne... È difficile negarlo. C’è una narrazione criminalizzante nei confronti di interi gruppi di persone e movimenti, e la narrazione criminalizzante precede la criminalizzazione. Siamo nel momento di picco di questo combinato disposto e la parola che riassume tutto è autoritarismo. L’Italia si è avviata verso una forma di limitazione dello spazio civico. Uso indiscriminato della forza. Siete preoccupati? Non da oggi. Questo è un anno importante: ricorre un quarto di secolo da Genova. Bisognerà fare un bilancio su una serie di questioni: sulle piazze, sul comportamento delle forze di polizia, su questa narrazione imposta che divide tra vittime buone e vittime cattive, come se le vittime “cattive” avessero qualche ragione per essere ferite o uccise. Bisogna riflettere sulla formazione delle forze di polizia rispetto agli standard internazionali, capire fino a che punto in questi 25 anni lo stato abbia collaborato all’accertamento della verità e della giustizia, se abbia chiesto scusa, se abbia preso provvedimenti. Bisognerà fare questo bilancio e, quando lo faremo, temo che la preoccupazione risulterà confermata. Rogoredo, le regole dello spaccio nel boschetto senza più alberi di Roberto Maggioni Il Manifesto, 5 febbraio 2026 La stazione dei treni di Milano Rogoredo è l’ultima prima di uscire dalla città e andare verso sud. In metropolitana ci si arriva con la linea 3, la gialla. Ieri pomeriggio uno dei sottopassaggi della metropolitana è stato restituito alla città tutto colorato, con dei murales pagati da uno sponsor per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. A un chilometro e mezzo da qui si giocheranno le gare di hockey all’arena del giacchio di Santa Giulia. Titolo dei murales: “Trame di futuro”. Quel futuro che si fatica a vedere usciti dal sottopassaggio e proiettati nella più grande piazza di spaccio di eroina e cocaina della Lombardia. Abderrahim Mansouri è stato ucciso da un poliziotto in borghese a 20 minuti a piedi da qui, in via Impastato. Il boschetto della droga di Rogoredo, per come lo avevamo conosciuto anni fa, non esiste quasi più ma lo spaccio non se n’è mai andato. Ha solo cambiato luoghi: prima si comprava e consumava tra gli alberi lungo via Cassinis, da quando quegli alberi sono stati tagliati lo spaccio si è spostato lungo la ferrovia, nelle aree verdi che costeggiano i binari, fino a via Impastato, dove Mansouri è stato ucciso, e ancora più giù fino ai comuni di San Donato, San Giuliano e Melegnano. I sindaci dei tre comuni qualche giorno fa hanno firmato un appello nel quale chiedono di non essere lasciati soli davanti a questa marea umana in cerca di droga. Rogoredo è un tuffo indietro di quarant’anni, al consumo per strada, alle siringhe buttate nei parchetti, agli scippi per procurarsi i soldi per una dose. Per chi non abita da queste parti è un pezzo di città invisibile agli occhi dell’altra città. Un pezzo di città volutamente espulso e che oggi torna indietro presentando il conto. A Rogoredo si può morire per un’overdose, oppure travolti da un treno in corsa o con una pallottola in testa. Rogoredo non è un supermercato delle droghe, com’era stato un po’ superficialmente dipinto qualche anno fa. Qui non si trova di tutto, si vendono al dettaglio in particolare eroina e cocaina a prezzi stracciati: 20 euro al grammo l’eroina, 60 la cocaina. Si vende qualsiasi dose, anche il decimo di grammo di eroina a 2 euro. E si consuma prevalentemente qui, buttati di fianco ai binari dove sfreccia l’alta velocità. Ai tempi di Expo 2015 si stimavano tra le 500 e le 800 persone al giorno che arrivavano a comprare droga. Dopo il taglio degli alberi del boschetto nel periodo del Covid, lo spaccio si è spostato anche in altri boschi della Lombardia, principalmente tra Varese e Como, e i numeri dei tossicodipendenti sono un po’ diminuiti rispetto a dieci anni fa: 400, 500 persone al giorno. A fare riduzione del danno e dare una prima assistenza sanitaria ci sono alcuni operatori e realtà come la cooperativa Lotta all’Emarginazione o il team coordinato da Simone Feder della Casa del Giovane. La maggioranza di quelli che vanno a Rogoredo a comprare eroina o cocaina hanno bisogno di vestiti puliti, garze mediche, disinfettante, coperte. Serve medicare il pus che esce dalle ferite, servono siringhe pulite, lacci emostatici, acqua. Durante la pausa pranzo si possono trovare anche lavoratori perfettamente mimetizzati tra i pendolari. La regione Lombardia guidata dalla destra ha sempre voltato le spalle a questa emergenza sanitaria, agitando solo quella legata ai furti e alle aggressioni. Il comune di Milano ha cercato di intervenire sulle materie di sua principale competenza, come urbanistica e territorio, promuovendo la riqualificazione dell’ex boschetto e organizzando attività sociali. Ma quando non scorre il sangue, Rogoredo resta un luogo lontano e invisibile. Nei giorni successivi all’omicidio di Abderrahim Mansouri la routine della droga ha ripreso a muoversi zoppicante, tra le telecamere dei giornalisti e le volanti della polizia. Chi ha bisogno di eroina non può farne a meno, da qualche parte la deve recuperare, e così è ripartita la processione verso le tende e i tavolini improvvisati dove si vendono le dosi. Di quel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio, quando Mansouri è stato ucciso, la voce che gira è che il 28enne marocchino non avesse in mano la pistola (martedì l’esame delle impronte) e che la regola numero uno di ogni spacciatore è: se vedi un poliziotto scappa. La ricerca della verità è solo all’inizio. Bommarito a casa a 89 anni e cieco: la cella è inumana di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 5 febbraio 2026 Bennardo Bommarito torna a casa in detenzione domiciliare. Dopo trentatré anni trascorsi dietro le sbarre, gran parte dei quali nel carcere di Opera, l’uomo che oggi ha 89 anni e che il buio della cecità ha avvolto definitivamente la scorsa estate, potrà scontare la sua pena in detenzione domiciliare. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Milano, accogliendo il ricorso dell’avvocata Simona Giannetti. Una decisione che mette fine a un lungo calvario, non solo giudiziario ma soprattutto umano, e che riafferma un principio che spesso rischia di sbiadire tra le mura dei penitenziari: la pena non può mai trasformarsi in un trattamento inumano e degradante, nemmeno per chi sta scontando l’ergastolo per reati di mafia. Le condizioni di salute precipitate nell’estate del 2025 - La storia di Bommarito, negli ultimi mesi, è diventata il simbolo di una lotta contro il tempo e contro l’inerzia burocratica. Tutto precipita nell’estate del 2025. Bommarito è un uomo vecchio, malato, costretto su una sedia a rotelle. Tra il 27 e il 28 giugno, all’improvviso, perde la vista da un occhio. Passano pochi giorni e il 13 luglio il buio diventa totale: cala la cecità anche sul secondo occhio. L’avvocata Giannetti si attiva: invia diffide al carcere e alla direzione sanitaria, chiede un ricovero urgente. Ma quelle carte restano chiuse nei cassetti, senza risposta. Il 14 luglio l’anziano detenuto viene portato in Pronto Soccorso, ma è solo un passaggio rapido: lo rimandano subito in cella, in quelle condizioni di totale dipendenza dagli altri, senza poter vedere nulla. Serve l’intervento deciso della difesa che si rivolge al Magistrato di Sorveglianza. Solo allora, dopo che il magistrato ordina accertamenti immediati scavalcando i silenzi dell’amministrazione penitenziaria, Bommarito viene finalmente ricoverato. È l’11 agosto 2025 quando entra nel “Repartino” dell’Ospedale San Paolo, la struttura che ospita i detenuti di Opera. Ma il danno è fatto. La cecità è conclamata, la salute è ormai un cumulo di macerie. A ottobre 2025 parte l’istanza di differimento pena o, in subordine, di detenzione domiciliare. Il Magistrato di Sorveglianza, pur riconoscendo la gravità, decide che deve essere il Collegio a esprimersi, non ravvisando quell’urgenza tale da concedere una sospensione provvisoria immediata, visto che l’uomo è comunque ricoverato in ospedale. Si arriva così all’udienza del 28 gennaio 2026. In aula, l’aria è pesante. Da una parte ci sono i pareri negativi della Direzione Distrettuale Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia. Anche la Procura Generale si oppone. Per loro, Bommarito resta un pericolo. Ma è un pericolo basato sulla carta, sui reati commessi nel 1982, su una gerarchia criminale di quarant’anni fa. Il richiamo alla giurisprudenza su Riina: quando il carcere diventa tortura - Il Tribunale di Sorveglianza di Milano, presieduto da Ilaria Pia Maria Maupoil con il magistrato estensore Gloria Gambitta, sceglie però un’altra strada. Una strada tracciata dalla giurisprudenza della Cassazione, in particolare da quella sentenza che riguardò Totò Riina, citata più volte dall’avvocata Giannetti. Il ragionamento dei giudici è chiaro: quando si deve decidere se una persona può restare in cella, non basta guardare al passato criminale, per quanto terribile sia come nel caso di Bommarito. Bisogna mettere a confronto la grave infermità con le reali condizioni di vita in detenzione. E per un uomo di 89 anni, cieco e su una sedia a rotelle, la carcerazione non è più espiazione, ma diventa tortura. I giudici scrivono che la condizione fisica di Bommarito, unita all’età avanzata, rende la sua carcerazione un trattamento inumano e degradante. Il Tribunale va oltre e smonta i pareri contrari degli inquirenti della Procura di Palermo e della Dna. Quei pareri, si legge nell’ordinanza, non sono risultati né concreti né attuali. Sono meri rimandi a condotte criminali passate. Certo, Bommarito è stato un esponente di spicco della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, ma oggi chi è Bennardo Bommarito? È un uomo che ha passato 33 anni in cella, che non vede più, che deve essere assistito in ogni gesto quotidiano. Mancata collaborazione e diritti fondamentali: il peso della Consulta - La sentenza è importante anche perché affronta il tema spinoso della mancata collaborazione con la giustizia. Spesso l’assenza di collaborazione, anche se grazie alla sentenza della Consulta, non è più un parametro assoluto (incostituzionale l’’ergastolo ostativo) viene usata come un catenaccio per chiudere ogni speranza di misura alternativa. Ma qui entra in gioco la sentenza 253 del 2019 della Corte Costituzionale. Il diritto alla salute e il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani hanno una ratio umanitaria che deve prevalere sulla sicurezza, a meno che non ci sia un pericolo reale, attuale e provato. E in questo caso, il pericolo che un uomo nelle condizioni di Bommarito possa ricostituire legami criminali è apparso ai giudici come una congettura astratta, non sostenuta da fatti. Nell’istanza e nella memoria difensiva, l’avvocata Giannetti ha documentato tutto: la disponibilità dei figli, l’adeguatezza dell’abitazione a San Giuseppe Jato, la presenza di un fratello che potrà assisterlo. I Carabinieri stessi hanno accertato che quel domicilio è idoneo. Non c’è più ragione per tenerlo in una cella di Opera o in un letto d’ospedale presidiato. Il Tribunale ha quindi disposto la detenzione domiciliare, imponendo prescrizioni severe - non potrà uscire, non potrà vedere pregiudicati - ma restituendogli la dignità di passare gli ultimi anni, o mesi, della sua vita circondato dagli affetti, in un ambiente che non sia fatto di sbarre che non può nemmeno più vedere. Il 4-bis e il limite invalicabile del trattamento inumano - Questa decisione ci ricorda che il sistema penitenziario non può perdere la sua bussola umana. Se la pena deve tendere alla rieducazione, deve anche fermarsi davanti al corpo martoriato dalla malattia e dall’età. La sicurezza sociale è un bene prezioso, ma non può essere difesa calpestando i diritti fondamentali dell’individuo, anche quando quell’individuo ha commesso i crimini più gravi. La carcerazione di Bommarito, proseguita in quelle condizioni, sarebbe stata solo una “mera afflizione ulteriore”, come ha scritto la difesa. Invece, con questo provvedimento, il Tribunale di Milano ha scelto di applicare la legge nel suo senso più alto: quello che non dimentica l’uomo, nemmeno dietro l’etichetta del detenuto al 4-bis. Bommarito lascerà dunque il reparto dell’ospedale San Paolo per tornare in Sicilia, in quella via Umberto I dove è nato e dove ora, nel silenzio e nel buio della sua cecità, concluderà il suo lungo percorso detentivo. Una vittoria del diritto, ma anche una vittoria del buon senso contro l’automatismo della ferocia burocratica che troppo spesso abita le nostre carceri. L’avvocata Giannetti è riuscita a dimostrare che la giustizia, per essere tale, deve saper guardare in faccia la realtà delle persone, oltre le carte dei fascicoli ingialliti dal tempo. E la realtà diceva che un cieco di 89 anni in carrozzina non può stare in cella. Ora, finalmente, lo dice anche una sentenza. 41 bis, stop alla lettera piena di emoji: “Potrebbe nascondere messaggi cifrati per il detenuto” di Umberto Maiorca perugiatoday.it, 5 febbraio 2026 Le emoji possono nascondere messaggi segreti, bloccata la corrispondenza al detenuto al 41 bis. Lo ha deciso la Cassazione rispondendo al ricorso di un detenuto del carcere di Spoleto al quale era stata sequestrata una lettera piena di emoji e una frase criptica. I giudici, però, hanno dato ragione al ricorrente su un altro fronte, annullando la decisione di trattenere anche un biglietto di auguri, due fotografie e la copia della carta d’identità del cognato del detenuto, ordinando al Tribunale di sorveglianza di Perugia di riesaminare questa parte, spiegando meglio i motivi del pericolo per la sicurezza. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2024. Il detenuto riceve dalla sorella un plico contenente un biglietto di auguri, due fogli manoscritti, due fotografie, una delle quali ritrae un uomo non riconosciuto dalla direzione del carcere e la fotocopia della carta d’identità dello stesso uomo. Il Magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva disposto il trattenimento di tutta la corrispondenza, ritenendo che costituisse un “pericolo per l’ordine e la sicurezza”. Il detenuto aveva presentato reclamo, spiegando che l’uomo nelle foto era suo cognato e che avendo richiesto un colloquio straordinario con lui, aveva fornito i documenti per l’accertamento dell’identità. Il Tribunale di sorveglianza di Perugia, nel giugno 2025, aveva rigettato il reclamo, considerando l’uomo, pure essendo il cognato, un “estraneo alla cerchia degli stretti familiari”. Sulla lettera manoscritta, i giudici avevano evidenziato la presenza di simboli (emoji) e di “un periodo non comprensibile”, ritenendo che potesse veicolare messaggi criptici. La Cassazione ha confermato il trattenimento della lettera scritta a mano confermando il sospetto “che messaggi apparentemente innocui (come frasi incomprensibili o emoji)” possano nascondere in realtà comunicazioni cifrate. Per il biglietto, le foto e il documento, invece, il trattenimento è annullato dopo aver trovato che la motivazione del Tribunale di Perugia è “insufficiente e manifestamente illogica”. Sul biglietto di auguri i giudici non hanno spiegato perché rappresenti un pericolo e considerare “estraneo alla cerchia familiare” il cognato è illogico, sottolineando che “che la restrizione di un diritto fondamentale (la corrispondenza) deve essere eccezionale, motivata e proporzionata”. Da qui il rinvio al Tribunale di Perugia per il riesame della questione. Sardegna. La presidente Todde: “No all’isola-carcere con i detenuti del 41 bis” di Davide Madeddu Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2026 Una scelta che, secondo quanto sottolineato dalla presidente della Regione, andrebbe a penalizzare le comunità locali, oltre che sull’intera isola. “No all’isola carcere con i detenuti del 41 bis”. Più che uno slogan è un invito alla mobilitazione. A lanciarlo è la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde “contro la decisione del Governo di trasferire i detenuti ad alta pericolosità nelle strutture detentive dell’isola”. L’appello non è che l’ultima sequenza di una serie di prese di posizione e iniziative avviate dai rappresentanti delle istituzioni e comunità locali contro questa possibilità. Ossia il trasferimento dei detenuti in regime di 41 bis nelle carceri dell’isola. Il reel della presidente - Oggi il reel della presidente pubblicato sui suoi canali social, dedicato al tema dell’utilizzo di tre carceri sarde, Uta, Bancali e Badu e Carros, come strutture destinate al regime del 41 bis. A iniziare dalla nota inviata a giugno dello scorso anno al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, proprio a proposito delle prime indiscrezioni e poi notizie sull’ipotesi di destinare le case circondariali di Bad’e Carros, Bancali e Uta al detenuti in regime di 41 bis. A settembre l’incontro. La ricostruzione - “Il ministro ricostruisce la presidente della Regione - aveva assicurato che nessuna decisione sarebbe stata assunta senza il coinvolgimento delle istituzioni regionali”. Tutto risolto? Non proprio. “Questo coinvolgimento, però, non c’è stato - ricostruisce la presidente ricordando, richiamando il verbale della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre, in cui il Sottosegretario alla Giustizia Delmastro ha fornito un’informativa che, secondo Todde, conferma l’esistenza di un disegno preciso. Nel documento si fa riferimento a sette carceri dedicate al 41 bis in Italia, preferibilmente localizzate nelle aree insulari, e vengono indicate, per la Sardegna, proprio le strutture di Badu e Carros, Bancali e Uta. Inoltre, rispetto ai 192 posti inizialmente previsti, è indicato un incremento di almeno il 20%, che porterebbe a circa 240 detenuti al 41 bis, oltre un terzo dell’intera popolazione nazionale sottoposta a questo regime”. Una situazione respinta dalla presidente anche nel corso delle numerose manifestazioni. Si penalizza l’isola e la sua economia - Una scelta che, secondo quanto sottolineato dalla presidente della Regione, ma anche dai sindaci dei Comuni interessati a questi trasferimenti, andrebbe a penalizzare le comunità locali, oltre che sull’intera isola. “Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori - prosegue -, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna”. Senza dimenticare i problemi che potrebbero sorgere “anche a livello di investimenti economici e di prospettive. Non e non ci meritiamo di essere considerati come la Cayenna d’Italia”. Da qui la decisione di lanciare la mobilitazione. “Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere - ribadisce -. Per questo motivo chiedo ai sardi e alle sarde di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino”. Padova. Carcere Due Palazzi: il carteggio “segreto” tra il Dap e la direzione di Luca Preziusi Il Gazzettino, 5 febbraio 2026 La decisione di chiudere il reparto di alta sicurezza preceduta da un nutrito scambio di e-mail. Poi l’annuncio del trasferimento dei detenuti e due suicidi in poche ore. Prima del trasferimento dei detenuti del circuito dell’Alta Sicurezza e dei due suicidi, tra il Dap e il Due Palazzi c’era già stato parecchio carteggio. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria più volte ha scritto alla direzione negli ultimi mesi (ma anche anni), partendo dalle misure di coordinamento tra le aree e dettando le linee guida per la prevenzione. Ma anche per mettere in fila le gerarchie e ristabilire i ruoli. I fatti e i suicidi - Il 29 gennaio scorso per 23 detenuti dell’Alta Sicurezza la sveglia era suonata all’alba: trasferiti quasi tutti in Sardegna. Il carcere era stato declassato nel 2015 sulla carta, ma il provvedimento non era mai stato operativo dopo che si erano messi di traverso associazioni, sindacati e addirittura il direttore dell’epoca, Salvatore Pirruccio. Sono partiti però solo in 22, perché durante la notte uno di loro ha deciso di non farlo e di togliersi la vita. Il 73enne Pietro Giovanni Marinaro, boss della ‘ndrangheta tra gli anni Settanta e Ottanta, viveva al Due Palazzi da 18 anni, stava scontando l’ergastolo e durante il giorno era impegnato in un laboratorio di cucito. Il giorno dopo, un altro detenuto, il 22enne Matteo Ghirardello, che invece il trasferimento lo aveva chiesto, si toglie la vita pure lui. Il trasloco improvviso e due suicidi in altrettanti giorni descrivono una situazione difficile all’interno del carcere, che ovviamente attira le proteste delle associazioni che ci lavorano da anni, trascinandosi anche polemiche politiche e i mal di pancia all’interno del governo centrale. Le circolari - Dai documenti emerge come l’organo del ministero della Giustizia abbia iniziato a pretendere verso la fine dello scorso anno il “dictat” sulle autorizzazioni per i detenuti dell’Alta Sicurezza. Si tratta dei permessi per partecipare ai momenti organizzati all’interno del penitenziario da parte delle associazioni e delle realtà del terzo settore. Tra questi, nascosti dietro la definizione di “eventi trattamentali” nelle circolari firmate dal direttore generale Ernesto Napolillo, ci sono anche le opportunità di lavorare per i detenuti. E nel carcere di Padova fa la differenza. C’è una pasticceria, l’officina dove si fabbricano le biciclette, il laboratorio dove vengono realizzate le sim card, fino al call center per le prenotazioni ospedaliere. I messaggi - La decisione di aumentare il giro di permessi per concedere le autorizzazioni sono sembrati tentativi di far desistere: “Ogni richiesta dovrà essere trasmessa a questa direzione generale con congruo anticipo e ogni evento, progetto, iniziativa da svolgersi all’interno degli istituti dovrà avere l’autorizzazione dal dipartimento” sottoscrive Napolillo. Queste restrizioni, arrivate a fine 2025, hanno depotenziato il ruolo (e l’autorità) della direzione del carcere, del provveditorato regionale e del magistrato di sorveglianza, contribuendo probabilmente a generare tensioni dentro e fuori il Due Palazzi. I trasferimenti - E niente è cambiato alcuni mesi dopo, quando il Dap ha provato ad alleggerire parlando di semplice nullaosta. Anzi, in più occasioni è tornato a ribadire l’importanza del lavoro fatto dalle associazioni, tenendo però fuori i reclusi dell’alta sicurezza: “Il principio di separazione tra circuiti - scrive sempre il direttore generale Napolillo a marzo 2025 - trova la sua ratio anche nella necessità di evitare il potenziale pericolo che vengano veicolati dall’interno del carcere messaggi all’esterno. Ai fini della prevenzione, s’impone che la partecipazione alle attività trattamentali da parte dei soggetti appartenenti al circuito dell’alta sicurezza rimanga distinta e disgiunta da quella assicurata al resto della popolazione carceraria. Non saranno consentite iniziative congiunte”. Ma le contraddizioni emergono quando si parla di trasferimenti, motivo per cui è scoppiato il caso la scorsa settimana. Stavolta firma il capo del dipartimento, Stefano Carmine De Michele: “Dev’essere impegno dell’ufficio matricola e della sorveglianza generale garantire fin dal primo contatto una sistemazione alloggiativa appropriata, perché il trasferimento e l’ingresso in un nuovo istituto rappresenta un momento di alta criticità”. E poi: “È indispensabile che il ricorso a trasferimenti esterni venga circoscritto ai soli casi indifferibili, se mal gestito non risolve i problemi ma li sposta altrove. Per questo dev’essere comunicato con congruo anticipo: ogni percezione di arbitrio alimenta rancore e conflittualità, con inevitabili ricadute sulla sicurezza interna”. Regole che non sembrano però essere state rispettate per primi da chi le ha scritte. L’esodo dalla sera alla mattina dal Due Palazzi infatti non è piaciuto ai vari piani del ministero della Giustizia. Tutto però è stato giudicato tollerabile, ma solo fino a quando non c’è stato il suicidio. E poi il secondo. Padova. Bonavina: “C’è chi confonde autorità con autoritarismo. Morti in carcere sconfitta di tutti” di Igor Compasso padovaoggi.it, 5 febbraio 2026 L’assessore alla sicurezza del Comune di Padova: “Se la soluzione al sovraffollamento è costruire nuove carceri a fronte di decreti che invece di ridurre aumentano i reati per poi riempire ancora di più quelli che ci sono, vuol dire l’obiettivo non è più recuperare le persone ma volerle punire e basta”. “La relazione in aula consiliare del professor Antonio Bincoletto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Padova, l’ho ascoltata con grande attenzione. E ha colpito tutti, ne sono certo, perché ha trasferito una passione enorme rispetto a questo tipo di attività”. L’assessore Diego Bonavina, lunedì 2 febbraio era in aula insieme a tutto il consiglio ad ascoltare l’ultima relazione del garante al termine del suo mandato. Questo a pochi giorni dai due suicidi avvenuti nel carcere Due Palazzi di Padova. “Entrando nel merito di quello che ha detto - riferendosi alla relazione di Bincoletto - riguardo le attività che vengono fatte grazie alle associazioni che le svolgono, vanno salvaguardate e lui ha spiegato bene perché. Certo, non è stato facile far passare quel concetto, parlando di carcere modello a fronte di due suicidi in una settimana”, fa notare con una certa amarezza l’assessore alla sicurezza del Comune di Padova, Diego Bonavina. Ci hanno tenuto, sia il Sindaco Giordani che l’assessore Bonavina a elogiare il lavoro della direttrice del carcere, la dottoressa Maria Gabriella Lusi, alla quale hanno espresso massima vicinanza in un momento di grande difficoltà. “L’aspetto più importante sul quale bisogna soffermarsi è il fatto che sono morte due persone e questo è una sconfitta per tutti”, sottolinea Bonavina, che poi non si nasconde e dice: “Certo, ci sono delle responsabilità e non dobbiamo nasconderci. Le ha chi in alto - dice non nominandolo ma facendo riferimento al Dap - ha preso certe decisioni e tutti noi, sia come istituzioni che come cittadini, non abbiamo saputo reagire difendendo l’impegno e il lavoro dei tanti che hanno appunto quello del carcere padovano a un modello a cui guardare”. Poi Bonavina fa quella che sembra una digressione, facendo un ragionamento più generale che però poi ci riporta al punto: “Stiamo vivendo un momento davvero difficile, a livello globale. Si minano istituzioni internazionali come l’Onu, mettendo in discussione l’intero diritto internazionale sopraffatto da prove di forza. Lo fanno le cosiddette grandi potenze, sia dentro che fuori casa loro”, dice riferendosi a Usa, Iran, Russia ecc… pur non citandole. “A cascata sembra che chiunque sia ora autorizzato a imporre con la forza il proprio credo. E lo vediamo in tutti gli aspetti, quindi anche nella gestione del carcere”, sottolinea Bonavina che entra nel merito della sua affermazione. “Se la soluzione al sovraffollamento è costruire nuove carceri a fronte di decreti che invece di ridurre aumentano i reati per poi riempire ancora di più quelli che ci sono, vuol dire che si passa da voler recuperare le persone a volerle punire e basta, andando anche contro la Costituzione”, chiarisce Bonavina. Non fa nomi o riferimenti, ma è chiaro che sono le decisioni e l’indirizzo che sta dando il Dap, dove è presente anche il sottosegretario padovano Andrea Ostellari, non piacciono all’assessore. I due sulla sicurezza hanno idee diverse e questo non è certo un mistero. “Togliere strumenti a chi per aver commesso dei reati avrebbe la possibilità di rientrare nella società tramite specifici e consolidati percorsi, è profondamente sbagliato. Il motivo per cui poi, adesso, questo vuole essere cancellato in un carcere dove si è dimostrato essere un sistema che porta a risultati, mi pare chiaro”, dice con tono sicuro. Prima di salutarci Bonavina racconta un aneddoto risalente a tanti anni fa, a quando era adolescente: “Il mio primo compito alle superiori, tema d’italiano, era proprio su quanto stiamo discutendo oggi. Sulla differenza tra autorità e autoritarismo. Sarebbe interessante riproporlo oggi, ma io ricordo molto bene cosa avevo scritto. E il mio punto di vista, nonostante siano passati tanti anni, le esperienze e tutto il resto, non è cambiato. Oggi sono in troppi a confondere due principi in realtà molto distanti mettendoci però tutti in pericolo. Alla faccia della sicurezza, verrebbe da dire”. Padova. Al carcere Due Palazzi la speranza la portano i “libri liberi” padovaoggi.it, 5 febbraio 2026 Nell’auditorium del Due Palazzi un evento che ha coinvolto numerosi detenuti nell’ambito del progetto Kutub Hurra/Libri liberi, attivo da quasi tre anni nella Casa di Reclusione e da più di uno al Circondariale, che prevede donazioni di testi anche in lingue straniere. Dopo una serie di eventi terribili succedutisi nell’arco di poco tempo, due suicidi in pochi giorni, mercoledì 4 febbraio, finalmente un segnale positivo al Due Palazzi. Nell’auditorium dell’Istituto si è infatti svolto l’incontro che era stato programmato il 30 ottobre dello scorso anno, saltato in seguito alla circolare del Dap che modificava la procedura per autorizzare gli esterni a entrare negli Istituti con l’Alta sicurezza. Un’iniziativa pensata per mostrare gli sviluppi del progetto Kutub Hurra/Libri liberi, attivo da quasi tre anni nella Casa di Reclusione e da più di uno al Circondariale, che prevedeva una seconda donazione di libri da parte dell’associazione tunisina intitolata a Lina Ben Mhenni, (attivista delle primavere arabe scomparsa qualche anno fa). La Direttrice della Casa di Reclusione Maria Gabriella Lusi, dopo un minuto di silenzio in ricordo dei due detenuti suicidi, ha introdotto l’evento assieme all’Assessora ai Servizi Sociali Margherita Colonnello e al Garante Antonio Bincoletto, alla presenza delle Associazioni che partecipano al progetto e di un nutrito pubblico di persone recluse e non, arabofone e non, molte delle quali partecipanti ai gruppi di lettura. Gli interventi hanno sottolineato la positività e l’importanza di una tale attività, che crea spazi di conoscenza, inclusione e confronto fra persone provenienti da culture differenti: per una volta ci si trova a sviluppare un’attività proposta da un’associazione presente nel Sud del mondo, grazie alla collaborazione con l’onlus italiana “Un ponte per”, che ha fornito i contatti e sta curando gli scambi, gli sviluppi e l’espansione del progetto sia dentro alle carceri italiane che fuori. La proposta fatta dal Garante di prendere ad esempio l’attività per interventi analoghi nel territorio attraverso la rete bibliotecaria cittadina è stata accolta con favore dall’Assessora Colonnello, che ne ha riconosciuto la valenza e le potenzialità positive ai fini dell’inclusione e della prevenzione a derive identitarie, razzistiche e di radicalizzazione integralistica. Ai saluti fatti dalle organizzazioni presenti è seguita una breve descrizione del lavoro svolto finora a Padova grazie principalmente all’impegno di Sandro Botticelli, volontario della biblioteca, e di Camilia Farah, mediatrice culturale. Camilia ha poi fatto da interprete alla madre di Lina Ben Mhenni, collegata in rete dalla Tunisia, la quale ha illustrato le attività di promozione della lettura e della cultura portate avanti dall’associazione intitolata alla figlia. Sono 60.000 i libri donati alle carceri tunisine e 1.300 circa quelli inviati in Italia per la promozione culturale dei detenuti arabofoni nel nostro Paese, e gli Istituti italiani aderenti sono ormai decine. Ammirevole la tenacia, la competenza e la passione dimostrate dalla signora, rimasta a presiedere l’associazione dopo la morte della figlia e del marito. Convinti e calorosi applausi hanno accolto la sua esposizione. Un giovane detenuto palestinese, con una storia dolorosa alle spalle, ha letto nel silenzio attento e partecipe del pubblico la sua poesia “I miei occhi”. Ha fatto seguito una recita collettiva del testo teatrale di un autore egiziano fatta dalle persone ristrette, alcune in costume, prima in arabo poi in italiano. Bei momenti, finestre aperte sul mondo, momenti di empatia, aria fresca in un luogo chiuso. In conclusione, i 58 libri in arabo, disposti in bella vista sul tavolo dell’auditorium, sono stati consegnati ufficialmente alla biblioteca dell’Istituto e da domani saranno a disposizione di chi li vorrà leggere. Analoga consegna verrà effettuata nei prossimi giorni al Circondariale. Milano. Ergastolano morto in carcere da 3 anni e nessuno lo sapeva. L’avvocato: “Nemmeno io” ilfattoquotidiano.it, 5 febbraio 2026 “Data di uscita dal carcere 15-06-23. Motivo: decesso”. Una telefonata in carcere per un’intervista e la risposta secca: “È morto”. Ma da tre anni. Guglielmo Gatti, l’uomo che aveva ucciso gli zii Aldo Donegani e Luisa De Leo nel 2005 in uno dei delitti più feroci della storia di Brescia, non c’è più dal 15 giugno 2023, ma nessuno lo ha mai comunicato. L’uomo stava scontando l’ergastolo nel carcere di Opera per il duplice omicidio dove era detenuto dall’8 novembre 2007 e proprio in questi giorni il Giornale di Brescia aveva richiesto un’intervista, scoprendo così la notizia di cui nessuno era a conoscenza. “Fine pena 10-06-2110” viene indicato negli atti giudiziari. E sotto: “Data di uscita dal carcere 15-06-23. Motivo: decesso”. Spiazzato anche il suo storico avvocato, Luca Broli: “Non ne sapevo nulla. Voglio capire”. Gatti aveva 58 anni ed è morto un mese prima di compiere 59 anni - era nato il 21 luglio 1964 - ma non si conosce ancora la causa di morte. Era detenuto a Opera dal 2007. Risulta sepolto a Milano, al Cimitero Maggiore in una fossa senza lapide, ma con una croce e un numero di riferimento del registro dei decessi del Comune di Milano. Gatti aveva perso i genitori prima dell’estate 2005 e i parenti più vicini a lui erano appunto i due zii Aldo Donegani, 77 anni, e Luisa De Leo, 61, che abitavano al piano inferiore della sua abitazione di via Ugolini in città. Nel 2005 li uccise facendoli a pezzi in un garage, per poi abbandonare i resti tra Provaglio d’Iseo e il Passo del Vivione, dove vennero ritrovati in tempi diversi. Nel frattempo Gatti girava per le tv locali e nazionali con la foto degli zii per chiedere che fine avessero fatto. Da quanto riporta il Giornale di Brescia poi al momento dell’ingresso nel carcere milanese di Opera, non aveva indicato recapiti e neanche l’ultimo domicilio. Zero contatti con il mondo esterno, per anni è rimasto in cella da solo - per sua volontà - e frequentava soprattutto la biblioteca del penitenziario. Da agosto 2025 avrebbe potuto accedere alla semilibertà. Ma era già morto. Reggio Emilia. Detenuto picchiato nel carcere, al via il processo-bis per tortura e lesioni 24emilia.com, 5 febbraio 2026 Giovedì 5 febbraio a Reggio Emilia è iniziato il processo-bis per cinque agenti di polizia penitenziaria indagati per concorso in tortura e lesioni personali per il pestaggio ai danni di un giovane detenuto tunisino, avvenuto il 3 aprile del 2023 nel carcere cittadino. La scena è stata documentata nei dettagli dalle telecamere del sistema di videosorveglianza interno dell’istituto penitenziario: la vittima era stata incappucciata con la federa di un cuscino stretta intorno al collo, poi denudata, aggredita con calci e pugni, spinta, calpestata. Dopo essere stato riportato in cella, il detenuto era stato poi aggredito una seconda volta e lasciato a lungo seminudo e sanguinante per terra, senza che gli venisse prestata assistenza sanitaria. È stata proprio la vittima della brutale aggressione, qualche giorno dopo, a sporgere denuncia. Si tratta di un secondo filone d’indagine sulla vicenda: un anno fa, nel febbraio del 2025, dieci agenti di polizia penitenziaria sono già stati condannati in primo grado, con il rito abbreviato; in quel caso, però, per abuso di autorità contro detenuto in concorso (con pene variabili da quattro mesi a due anni di reclusione), senza che fossero riconosciuti colpevoli, come aveva invece chiesto la pubblica accusa, dei reati di tortura e lesioni. Tre di quegli agenti sono stati condannati in primo grado anche per falso, e due di loro ora sono imputati anche in questo secondo filone del procedimento, assieme ad altri tre colleghi. Anche in questo nuovo filone processuale Antigone, associazione che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale, si costituirà parte civile “per contribuire all’accertamento dei fatti, continuando a denunciare dentro e fuori le aule di giustizia, e al di là delle responsabilità individuali, la gravità delle pratiche di violenza agite nei penitenziari italiani. Le condizioni gravemente deteriorate in cui versano le carceri non possono lasciare indifferenti e devono condurre a una riflessione politica ormai improcrastinabile”. In aula sarà presente la presidente di Antigone Emilia-Romagna, Giulia Fabini: “Seguiamo con attenzione ogni istituto della regione: quello di Reggio è un carcere complesso, caratterizzato da un’alta presenza di detenuti definitivi, suddivisi in numerosi circuiti penitenziari e seguiti da un numero insufficiente di funzionari giuridico-pedagogici. Durante la nostra ultima visita, nell’ottobre scorso, erano cinque per 317 detenuti. È fondamentale che ogni episodio di violenza che si verifica all’interno degli istituti emerga, perché solo una società civile informata può porre domande e pretendere cambiamenti”. Milano. Bimba passa da sentire il papà detenuto una volta al giorno a una volta alla settimana milanotoday.it, 5 febbraio 2026 Un papà detenuto trasferito dal carcere di San Vittore a quello di Opera. È bastato questo cambio per stravolgere la quotidianità della relazione padre figlia: l’uomo infatti nel carcere del centro di Milano aveva la possibilità di sentire quotidianamente la sua bambina, cosa non più possibile a Opera. A raccontarlo è l’ex deputata del Partito Radicale, Rita Bernardini, ripresa dall’Associazione per l’Iniziativa Radicale “Myrian Cazzavillan”: “Oggi ho ricevuto la telefonata della moglie di un detenuto attualmente recluso nel carcere di Milano-Opera, dove sta scontando un residuo di pena di due anni in regime di media sicurezza. Quest’uomo, trasferito da San Vittore in seguito al corto circuito e all’incendio che hanno colpito la III sezione, è padre di una bambina di appena cinque anni. È proprio lei, questa bambina innocente, a soffrire più di tutti le conseguenze della detenzione del padre: a ogni visita il suo dolore si fa palpabile, il suo pianto inconsolabile. Da quando il papà è stato trasferito a Opera, la sua quotidianità è profondamente cambiata”. A San Vittore quasi una chiamata al giorno - “A San Vittore - spiega - la bambina aveva la possibilità di sentire il padre quasi ogni giorno: sei telefonate a settimana che alimentavano un legame fondamentale. Ora, invece, le telefonate si sono ridotte a sei al mese. Anche gli incontri sono diventati rari e complicati: se prima poteva andare a trovarlo ogni sabato, ora può farlo solo una volta al mese, per non perdere la scuola. Ogni visita si trasforma in un percorso a ostacoli, segnato da perquisizioni invasive che non risparmiano nemmeno i più piccoli: i bambini vengono controllati dagli agenti anche dopo il metal detector e, per i più piccoli, il pannolino viene tolto e cambiato immediatamente”. L’aiuto dei volontari di telefono azzurro - “A San Vittore - sottolinea la Radicale - c’erano i volontari del Telefono Azzurro che aiutavano i bambini a vivere quei momenti con un po’ di leggerezza, organizzando giochi durante il colloquio. A Opera, invece, hanno eliminato perfino lo spazio giallo esterno di Bambini senza Sbarre, privando i piccoli di un luogo sicuro dove distrarsi mentre aspettano i familiari. Ora, ogni sabato, questa bambina innocente piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato invece un incubo da cui sembra impossibile uscire”. L’interrogazione al Ministero - “La maestra ha già segnalato alla madre il profondo disagio della bambina, che da tempo mostra segni di malessere. Di fronte a tanta sofferenza, viene spontaneo chiedersi che fine abbia fatto quell’Ordinamento penitenziario che, almeno sulla carta, dovrebbe tutelare i legami familiari dei detenuti, soprattutto quando ci sono figli minori coinvolti. Questa sarà la terza interrogazione che, con Roberto Giachetti, presenteremo al ministro della giustizia per denunciare il progressivo irrigidimento securitario del carcere di Opera, da quando è cambiata la direzione. Intanto, una bambina innocente continua a pagare un prezzo che non le appartiene”, conclude Bernardini. Napoli. Nasce Lotto P: casa editrice bis per Scampia di Ugo Cundari Il Mattino, 5 febbraio 2026 La sede è in un’officina sottratta ai clan: 24 detenuti al lavoro assieme ai redattori. Tra le palazzine popolari, le piazze di spaccio ed i fortini dei clan delle Case dei Puffi a Scampia è appena nata una casa editrice, la Lotto P, con sede nell’Officina delle Culture Gelsomina Verde, bene sottratto alla camorra, in via Arcangelo Ghisleri. La struttura, marchio della cooperativa sociale (R)esistenza, ospita anche una biblioteca di alcune migliaia di volumi e un ufficio. Ci lavorano due redattori e fino a 24 detenuti che stanno scontando pene alternative al carcere, età media sotto i trent’anni, e si occupano di grafica, impaginazione, spedizioni. Il direttore è Ciro Corona, di professione educatore, 45 anni. “L’obiettivo della casa editrice è raccontare storie di cambiamento e riscatto, favorendo l’inserimento lavorativo dei detenuti”, spiega. A Scampia peraltro opera da tempo, e con distribuzione nazionale, già una casa editrice strutturata come la Marotta&Cafiero di Rosario Esposito La Rossa, anch’essa in prima linea sul fronte della legalità e del riscatto del quartiere, distante appena tre chilometri. La prima pubblicazione di Lotto P è Scampia trip (pagine 150, euro 14), di autori vari, “non un’autocelebrazione dell’esercito del bene ma denuncia, memoria, analisi”. Il sottotitolo 15 anni dopo tiene conto della precedente edizione nel 2010 con l’editore Ad Est dell’Equatore. Il volume, con allegato un inserto fotografico di Pino Guerra e Salvatore Maiorano, dà voce a scrittori, giornalisti, parroci e operatori delle nuove e delle vecchie realtà sociali di Scampia. Tra gli autori Francesco Verde, fratello di Gelsomina uccisa a 21 anni nella prima faida di Scampia del 2004. Per il prete anticamorra don Aniello Manganiello le associazioni nate negli ultimi anni dovrebbero “riscoprire la loro vocazione: stare tra la gente, conoscere i problemi, ritrovare l’importanza di costruire insieme prendendo le distanze dalla tentazione di muoversi in autonomia egoistica”. Il pluripremiato judoka Pino Maddaloni racconta con chi ha diviso l’oro olimpico di Sydney 2000: “Quel giorno abbiamo vinto tutti, non solo la mia famiglia ma un popolo intero e tutti quei bambini che avevano fame, non di pane ma di dimostrare che non conta da dove parti, non conta il quartiere in cui vivi, non conta se non sei un talento naturale, conta crederci”. La giornalista Melina Chiapparino racconta la storia vera di Ivan Grimaldi, ragazzo della Vela gialla costretto su una sedia a rotelle elettrica dopo un grave incidente, completamente paralizzato dalla testa in giù, morto nel 2015 rivendicando fino alla fine il diritto a una vita dignitosa e a una casa speciale promessa dalle istituzioni e mai arrivata. “La camorra non è certo andata via dal quartiere, però oggi, grazie alle 144 realtà sociali presenti a Scampia, alle quali da oggi aggiungiamo anche la nostra casa editrice, la società civile non abbassa più la testa. Tanto è stato fatto, tanto c’è ancora da fare” conclude Corona. Monza. Chef e camerieri detenuti, la “tavola è aperta” per aiutare il progetto di teatro di Sarah Valtolina ilcittadinomb.it, 5 febbraio 2026 L’occasione è unica e mai proposta prima: un pranzo preparato da uno chef professionista all’interno della casa circondariale di Monza. Il progetto si chiama “La tavola aperta”. Tutti i sabati di marzo, a mezzogiorno in punto, a partire dal 7 marzo, si potrà prenotare uno dei quaranta coperti allestiti nella sala polivalente del carcere di via Sanquirico. A servire saranno una decina di detenuti mentre il menù verrà realizzato da uno chef oggi ristretto nell’istituto monzese. Una novità, un evento mai fatto prima nato dalla collaborazione tra la compagnia teatrale Geniattori e la cooperativa sociale Le Crisalidi, pensato per finanziare un altro progetto ideato dalle due realtà di teatro in carcere. “Il Comune di Monza ha pubblicato un bando per la realizzazione di un festival di teatro e carcere che coinvolgesse diverse realtà teatrali del territorio e non solo - spiega Mauro Sironi presidente di Geniattori - Lo scopo è quello di far entrare il pubblico dentro il carcere e portare il carcere fuori dalle celle”. A finanziare l’organizzazione del festival “Secondo atto” è stato un contributo della Fondazione della comunità Monza e Brianza, a cui però si deve, come da prassi per i finanziamenti concessi dalla Fondazione, aggiungere una quota di autofinanziamento. Ed ecco l’idea dei pranzi dentro la casa circondariale. Per occupare uno dei quaranta coperti previsti per ciascun sabato di marzo (costo 28 euro) è possibile prenotare tramite il sito lecrisalidi.org. Il festival “Secondo atto” è però soprattutto teatro. Il programma prevede due spettacoli che andranno in scena sul palco del cineteatro di Triante il 15 aprile con la compagnia del minorile Beccaria e il 29 con un gruppo formato da ex detenuti. Poi sarà la volta degli spettacoli dentro il carcere di Monza. Il 22, 23 e 24 aprile la cooperativa Le Crisalidi presenterà il proprio spettacolo alle 20, mentre i Geniattori andranno in scena il 6, 7 e 8 maggio offrendo la prima dell’ultimo spettacolo. Il festival si concluderà sul palco del teatro Binario 7 con la premiazione ufficiale dei vincitori di questa prima edizione di teatro carcere, e la proclamazione del miglior spettacolo e del migliore interprete. “È la prima volta che organizziamo un festival di questo tipo - aggiunge Sironi, direttore artistico del festival con Serena Andreani, della cooperativa Le Crisalidi, codirettrice artistica -Il bando prevede una durata di due anni, e questo significa che certamente dopo questo debutto il festival tornerà in scena anche nel 2027”. Anche l’acquisto dei biglietti per gli spettacoli è disponibile sul sito delle Crisalidi (costo 12 euro). Le nostre prigioni di Ermanno Paccagnini Corriere della Sera, 5 febbraio 2026 Un vero topos narrativo, il carcere, che nella letteratura mondiale ha conosciuto testi di assoluto riferimento, come De profundis di Oscar Wilde o Memorie dalla casa dei morti di Fëdor Dostoevskij, per gran parte legati a un racconto autobiografico, ma pure narrativi, come, per la letteratura italiana, Le mie prigioni di Silvio Pellico o Il carcere di Cesare Pavese per giungere a La morte dell’inquisitore di Leonardo Sciascia o, più di recente, agli scritti di Goliarda Sapienza. E, quale autentico antesignano di certo modo di narrare ormai sempre più frequente, ossia “lo scrittore e il carcere”: Meri per sempre di Aurelio Grimaldi. Come appunto nel caso di Cuore nero di Silvia Avallone (Rizzoli, 2024): con quella sua protagonista, Enrica, nel cui passato stanno gli anni trascorsi in un carcere minorile, la cui realtà l’autrice ricostruisce sulla base della propria esperienza nel tenere laboratori di scrittura, in particolare nell’Istituto penale minorile maschile di Bologna, luogo al tempo stesso di definitiva condanna o di salvazione. Che è quanto accade a Emilia grazie all’amicizia con Marta, a una direttrice e a una psicologa innamorate del proprio lavoro, e alla volontà di far tesoro di una situazione scolastica davvero formativa e non da passatempo. Un tema, quello di “non perdere la dignità e la speranza” in una situazione di perdita, anche per un tempo lungo, che è al centro di Fine pena: ora (Sellerio, 2015) di Elvio Fassone: un libro che “insegna che cos’è la prigione più di tanti trattati di criminologia”. Ventisei anni di corrispondenza tra Salvatore, condannato all’ergastolo dopo il maxiprocesso per appartenenza alla mafia catanese, e il presidente della Corte d’Assise che ha pronunciato quella sentenza. Due vite che si confrontano in uno scambio epistolare senza infingimenti, tra le domande anche a sé stesso del giudice e gli impegni con sé stesso a migliorarsi di Salvatore. E ne viene “un libro dolorante e bellissimo, una storia minuziosamente vera, scritta con umanità profonda, senza falsa pietà, senza linguaggi melensi” (Corrado Stajano). Ed è con I cattivi di Maurizio Torchio (Einaudi, 2015) che, qui narrativamente, la dizione è affidata a un anonimo ergastolano condannato per sequestro di persona e per di più con un omicidio di una guardia carceraria durante una rivolta. Una voce che all’iniziale racconto dei sette mesi trascorsi in montagna con la rapita, fa seguire la narrazione della quotidianità della vita carceraria, fatta di rapporti con carcerieri e carcerati, di tanta solitudine, di dolorosi momenti di incontro con mogli e figli, di pensieri che trascorrono tra passato e presente, con qualche apertura su un futuro comunque indecifrabile, in un continuo scavo di coscienza. Con Più alto del mare di Francesca Melandri (Bompiani, 2012) il tema carcerario è invece affrontato in una prospettiva inusuale: quella delle “vittime innocenti”. In questo caso due genitori appartenenti a due mondi lontanissimi, professore di filosofia lui, contadina montanara lei, che si recano in un penitenziario di massima sicurezza sull’Isola (in realtà l’Asinara, autentico personaggio nella sua veste ossimorica di paradiso naturale e realtà concentrazionaria) a trovare lui il figlio lì rinchiuso per banda armata e lei un marito la cui incontrollabile violenza l’ha condotto all’omicidio d’un guardiano. Un racconto che incrocia la prospettiva esterna al carcere, di chi si trova a fare i conti la propria vita “di prima”, con lo spaccato d’una dura realtà carceraria, rappresentandole con sguardo intenso e discreto. A Bologna una radio che unisce il carcere e la città di Federica Marchiselli ublogger.org, 5 febbraio 2026 Liberi dentro Eduradio & Tv è un programma radio-televisivo, nato a Bologna nel 2020, a sostegno delle persone recluse nella Casa Circondariale Rocco D’Amato. La realtà del carcere costituisce un mondo a sé, inevitabilmente lontano e vittima di uno stigma sociale carico di pregiudizi. Il suo racconto spesso si interseca con vacui discorsi sulla sicurezza e sull’esigenza di garantire la severità della pena. Eppure noi sappiamo - perché è la Costituzione a ricordarcelo - che la pena dovrebbe avere finalità rieducative e mirare al reinserimento in società. “Correggere per migliorare” scriveva Victor Hugo a proposito. Tuttavia, ancora oggi questo non sempre si verifica. Diviene allora importante tentare la strada di un racconto alternativo che restituisca la voce a chi ne è privo e agevoli la comprensione di un mondo che ci è distante e sconosciuto. Liberi dentro Eduradio & Tv è un programma radio-televisivo, nato a Bologna nel 2020, a sostegno delle persone recluse nella Casa Circondariale Rocco D’Amato. Il progetto, sostenuto dall’ASP (Azienda Pubblica di Servizi alla Persona) Città di Bologna e dall’AUSL (Azienda Unità Sanitaria Locale), coinvolge diverse associazioni di volontariato e realtà culturali del territorio. L’obiettivo è quello di tentare di ricostruire una quotidianità perduta, agendo proprio sul senso di isolamento e di scollamento dalla realtà che il carcere crea. Ne abbiamo parlato con Antonella Cortese, caporedattrice, coordinatrice del progetto e conduttrice di Eduradio. Antonella, com’è nato il progetto di Eduradio? Il progetto è nato durante la pandemia; l’idea era, infatti, entrare in carcere in un periodo come quello del lockdown, in cui dovevamo stare chiusi dentro anche noi che eravamo fuori, liberi, mentre coloro che erano dentro vivevano una condizione di disperazione, spesso costretti all’isolamento. Ignazio De Francesco, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, e la giornalista Caterina Bombarda hanno pensato ad una strategia che permettesse quantomeno di dimostrare la propria presenza, anche se non fisica, almeno virtuale. È nata, così, l’idea di utilizzare i media. Non è però stato così semplice, perché vi era la necessità di trovare una tv privata che fosse raggiungibile in carcere: la scelta è ricaduta su Teletricolore, e successivamente anche sulla Radio Città Fujiko, su cui ancora trasmettiamo. Quali sono le caratteristiche principali del progetto? Si è consolidato questo fil rouge tra il fuori e il dentro, una connessione che coinvolge anche i detenuti della Dozza (com’è comunemente chiamato il carcere “Rocco d’Amato”, ndr), che partecipano, quando possibile, con alcuni contenuti. Si tende e si tenta di far uscire fuori quello che succede all’interno del carcere e, viceversa, a portare dentro contenuti che diversamente non ci arriverebbero. In carcere, infatti, le tv sono accese continuamente, ma molto spesso sono su canali mainstream. Noi cerchiamo di concentrarci su contenuti dedicati, ossia evidenziare e approfondire avvenimenti che altrimenti vengono trascurati. Per esempio, insistiamo sul legame tra la città di Bologna e il carcere con eventi volti alla sensibilizzazione della cittadinanza, come nel caso dell’installazione di una cella in piazza Maggiore. O ancora, uno spazio della nostra trasmissione è regolarmente dedicato ai ministri di culto in rappresentanza dell’islam, del buddismo e del cattolicesimo e alle associazioni di volontariato che operano all’interno della struttura detentiva. L’obiettivo è ampliare lo sguardo, ma soprattutto mantenere vivo il contatto tra il dentro e il fuori, per evitare l’allontanamento dalla realtà della vita normale che chi vive all’interno del carcere purtroppo matura, soprattutto se ci trascorre tanti anni. E, allo stesso tempo, cerchiamo di sensibilizzare fuori, sullo stigma sociale che la vita detentiva crea. Ecco, l’idea quindi procede un po’ su questi due binari: sensibilizzare l’esterno e informare e dare voce a chi invece è detenuto. Vi sono casi in cui i detenuti hanno potuto partecipare attivamente? Sì, ci sono diverse attività che coinvolgono i detenuti attivamente, molte di queste curate dalle associazioni di volontariato, che svolgono un lavoro straordinario sul territorio. Un esempio di attività è la redazione partecipata “Ne vale la pena”, costituita sia da persone esterne al carcere sia da detenuti. Molto importante è ricordare che una persona con un passato di detenzione, Fabrizio Pomes, è diventato un nostro volontario e settimanalmente cura la rubrica “Percorsi di libertà”. Poi ci sono altri eventi, tra cui l’E-state alla Dozza: una settimana ricca di attività organizzata da diverse associazioni della città, con un ruolo vitale per il carcere. Cerchiamo di essere presenti il più possibile, soprattutto su Bologna, ma, poiché la nostra è una trasmissione regionale, l’idea sarebbe di avere anche dei corrispondenti dalle altre città sedi di carcere dell’Emilia Romagna. Cose non facili, ovviamente, sempre in costruzione, però ci proviamo. A suo parere quale impatto questo progetto ha avuto all’interno del carcere? Ci sono pochi dati numerici oggettivi, perché fare un lavoro all’interno del carcere e poi censirlo è complicatissimo. Però, ci sono persone che ci seguono all’interno, con le quali noi siamo in contatto, e già questo ha un senso, perché si mantiene vivo un interesse e soprattutto in tal modo loro sanno che fuori c’è qualcuno che si attiva e si mobilita per chi sta dentro. Questo è già un primo risultato: creare le condizioni affinché non si sentano abbandonati, intervenendo sul senso di isolamento che il carcere amplifica. E all’esterno? Dall’esterno abbiamo avuto reazioni favorevoli, soprattutto dagli ascoltatori di Radio Città Fujiko. Un’attività che è stata secondo me di grande impatto è un incontro dedicato ai giornalisti, dal titolo “Disinnescare i conflitti”, al carcere di Padova, con persone detenute che raccontavano la loro storia e quanto il carcere in qualche modo stesse positivamente agendo su di loro. Sono, queste, storie di resilienza rara, poiché più spesso gli istituti penitenziari non creano le condizioni necessarie affinché si verifichino rieducazione e risocializzazione, acuendo situazioni di disagio e sofferenza. È stato un tentativo di destrutturare lo stigma e lo stereotipo, ciò che dovremmo cominciare a fare. Mettiamo il naso in carcere, capiamo che cosa significa, perché serve a tutti, anche a sentirsi più sicuri, paradossalmente. Sì, perché si conosce qualcosa che altrimenti sarebbe inaccessibile... Si tratta di riconoscere l’umanità che abita in quei postacci, perché questa è la loro realtà oggettiva. Lì vivono persone che hanno commesso reati che non si cancellano; eppure, è fondamentale ricordare che quell’errore, spesso frutto di contingenze e scelte sbagliate, non esaurisce affatto la loro identità. Quali peculiarità editoriali avete affrontato nel selezionare e trattare temi delicati che richiedono un equilibrio particolare tra rigore e sensibilità, diversamente da un progetto standard? Dal punto di vista giornalistico è fondamentale avere l’accortezza di utilizzare le parole nel modo opportuno, perché non possiamo parlare in modo sbagliato, non mettendo sempre in rilievo il fatto che parliamo di persone detenute. Il sostantivo “persona” non deve mai mancare, perché deve essere proprio una trasmissione chiara di contenuto. Cioè, bisogna restituire quella parte di dignità umana che è stata compromessa. E quindi sì, sulle parole noi ci lavoriamo molto, a volte durante le registrazioni ci fermiamo a lungo per dirci se questa frase detta in questo modo poteva avere un senso o un altro. È una riflessione di linguaggio che si espande un po’ su tutte le fasce marginali, per utilizzare in tutti gli ambiti le parole nel modo giusto. Qual è il ruolo svolto dal linguaggio utilizzato? Il linguaggio ha una funzione educativa, diviene un mezzo per riconoscere alle persone detenute la dignità che meritano, risponde all’universale esigenza di ascolto e riconoscimento. Scegliere un linguaggio che tenga conto delle diverse sensibilità e delle fragilità ha una funzione quasi subliminale: se ti rivolgi alle persone in modo gentile e utilizzando un linguaggio consono e non aggressivo, è molto raro che ti rispondano in altro modo. Questo è applicabile anche all’esterno. Avete incontrato delle difficoltà? Alcune difficoltà riguardano il mantenersi in piedi, perché finanziare un progetto del genere non è facile. Bisogna spesso partecipare a bandi, cercare di avere dei finanziamenti. Quando si parla di carcere non è che tutti ti aprano le porte e combattere il pregiudizio esterno è una parte molto complicata. Ci siamo imbattuti anche noi in commenti critici macchiati da un evidente pregiudizio, ma restiamo convinti dell’importanza di questo lavoro culturale, in cui è importante che ognuno si adoperi. Ciò che noi facciamo è una goccia nel mare. Quali sono i vostri obiettivi per il futuro? Allora, la prima cosa che vorremmo fare è diventare veramente regionali. Le città sedi di carcere sono 11 in Emilia Romagna, e sarebbe bello avere un corrispondente da ognuna. Poi, magari, espanderci anche oltre. Questo significa che se noi riuscissimo a donare, attraverso qualche finanziamento, delle radio in DAB (Radiodiffusione Audio Digitale) in Lombardia e Toscana nelle altre carceri, potremmo essere seguiti anche lì e si potrebbe immaginare di fare qualche progetto con altri istituti penitenziari. Un’altra cosa che vorremmo realizzare è proprio una redazione condivisa che permetta alle persone che possono uscire dal carcere di lavorare con noi. Quindi coloro che sono in articolo 21, che escono la mattina e rientrano di sera, in semilibertà o con altre misure: insomma, cominciare ad avere qualcuno che esca dal carcere con l’idea di rimettersi in pista. Noi vorremmo farlo, però potendo anche pagare: un piccolo dettaglio non trascurabile. E su questo dobbiamo lavorare, ovviamente. “Il carcere è la mia casa”: Mattarella premia la suora che dà parola alle emozioni dei detenuti di Ilaria Dioguardi vita.it, 5 febbraio 2026 Il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per il suo impegno da volontaria nella casa di reclusione Rebibbia a Roma, dove organizza corsi di scrittura e concorsi letterari. “La gratitudine per questo riconoscimento va soprattutto ai miei fratelli ristretti che mi hanno consentito di diventare una persona più umana, più attenta e sensibile verso le fragilità” Ogni sabato mattina suor Emma Zordan, 84 anni, prende la sua auto e da Latina raggiunge la casa di reclusione Rebibbia di Roma. Da 12 anni è volontaria in carcere, dove organizza corsi di scrittura e concorsi letterari. “Per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti”: con questa motivazione Sergio Mattarella ha conferito l’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana alla suora della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo. Il Presidente ha conferito, motu proprio, 31 onorificenze: la cerimonia di consegna si svolgerà presso il Palazzo del Quirinale il 3 marzo alle 12. Come ha saputo dell’onorificenza di Commendatore? Sabato scorso squilla il telefono, rispondo subito come al solito e mi dicono: “La chiamiamo dal Quirinale”. Rimango interdetta. È stata per me una grande emozione apprendere la notizia della mia onorificenza da parte del Presidente della Repubblica per il lavoro che svolgo in carcere. Una notizia così significativa non poteva che sorprendermi e meravigliarmi. Non aspettavo un riconoscimento tanto grande, quasi non riuscivo a crederci. È stata subito immensa la mia gratitudine verso il Presidente Mattarella, che non manca occasione per far sentire la sua voce in difesa delle condizioni in cui versano i nostri fratelli ristretti e richiamare spesso i responsabili delle istituzioni al rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, che tende alla rieducazione e all’inserimento nel sociale della persona detenuta. La gratitudine per questo riconoscimento va soprattutto ai miei fratelli ristretti che mi hanno consentito in tutti questi anni di diventare una persona più umana, più attenta e sensibile verso le tante fragilità. Da loro ho imparato molto, più che dare ho ricevuto. Come ha iniziato, 12 anni fa, a fare volontariato a Rebibbia? Sono stata invitata alla presentazione di un libro nell’istituto di pena romano. L’impatto con il carcere è stato davvero traumatico: come tante persone fuori non avevo mai sentito parlare di carcere, se non per qualche preghiera che si fa ogni tanto la domenica in chiesa. Quindi avevo i miei pregiudizi e lo stigma di pensare che in carcere ci siano tutti delinquenti. Quando sono entrata pensavo di trovare dei leoni in gabbia: mi sono dovuta subito ricredere, davanti a quei volti un po’ tristi, pacati, silenziosi. Chiesi al direttore di allora, Stefano Ricca, di permettermi di entrare in carcere. In 12 anni non ho fatto altro che ascoltare le loro storie. Non chiedo mai il reato perché non lo voglio sapere, mi farebbe male e mi impedirebbe di essere serena con loro. Quando ho iniziato ad ascoltarli, ho pensato che quelle storie così dolorose le avremmo dovute scrivere. Quindi, ho cominciato a realizzare un laboratorio di scrittura creativa, a cui hanno partecipato sempre in molti, contenti perché per loro scrivere significa emanciparsi. Io ho massimo rispetto di quello che scrivono: quando vanno a leggere i loro lavori, gioiscono del loro progresso culturale. Torniamo all’ascolto. Quanto è importante per le persone detenute essere ascoltate? L’ascolto per loro è una terapia, è una medicina. È fondamentale perché non sono ascoltati, sono abbandonati. Io ho visitato le celle, mi hanno mandato una volta a parlare con una persona che rischiava di suicidarsi. Devo dire che veramente è l’inferno, è indecoroso, è inumano trattare le persone così. Hanno sbagliato, hanno commesso reati e non li giustifico. Però il reato rimane, ma la persona cambia. Tante persone che ho conosciuto sono uscite e non sono tornate a delinquere. Cosa rappresenta per lei il carcere? Il carcere è la mia casa. Io quando devo andare in carcere è come se dovessi andare a casa mia, ci sto bene. Non mi accorgo neppure di stare in carcere. È stupendo, vorrei che ci credesse la gente di fuori e cominciasse ad avere uno sguardo attento sul dentro. Bisognerebbe creare un ponte tra dentro e fuori, per questo da subito ho cercato di esportare questa realtà carceraria attraverso incontri nelle parrocchie, nelle scuole e in altri luoghi. Voglio assolutamente che le persone conoscano la realtà del carcere e cambino mentalità e sguardo verso i nostri fratelli ristretti che soffrono incredibilmente. Cosa le raccontano di questa sofferenza? Le persone detenute definiscono il carcere una tomba, loro si definiscono bare in attesa di sepoltura. Mi dicono che li considerano pezzi da magazzino, che spostano come vogliono. Si sentono di essere nulla, un rifiuto indifferenziato. Confermo queste loro affermazioni. Nei libri non mi permettono più di mettere il nome e il cognome, ma per quale ragione quando loro vogliono questo e una liberatoria lo consente? Devo mettere la sigla. Così si distrugge la dignità e l’identità delle persone, non esistono; perciò, loro si definiscono morti che camminano. A gennaio è uscito l’ultimo libro, scritto dai detenuti e curato da lei, Oltre il reato la persona. Testimonianze dentro e fuori il carcere, edito da Il Levante. Come è nato? È nato da un’espressione di un detenuto, che mi disse un giorno con molto rammarico: “Sorella, io ho commesso un reato grave, ma non sono più quel reato, non sono più quell’errore, non sono più quel male. Io sono un’altra persona. Io mi sono riconquistato, mi sono rigenerato”. Non posso dimenticare queste parole, me lo sono portate sempre dentro. Dovendo scegliere il titolo del libro insieme ai detenuti, siccome vedo che loro soffrono per il reato e per la persona che non è considerata, allora ho chiesto loro se volevamo recuperare questa espressione e hanno acconsentito. Sono 10 i libri che finora avete pubblicato, scritti dai detenuti e curati da lei... Noi ci riuniamo intorno a un tavolo, tutti i sabati, discutiamo dei loro problemi, della lontananza delle famiglie, della sofferenza nel non poter educare i propri figli, di non poter andare a trovare i genitori malati o morenti. Tutto questo porta a riflettere sulle condizioni in carcere, e scegliamo un testo in base al momento. Abbiamo pubblicato, tra gli altri, Non tutti sanno. La voce dei detenuti di Rebibbia (Libreria Editrice Vaticana), in riferimento al fatto che non tutti sanno le condizioni del carcere. Poi è nato Ristretti nell’indifferenza (Iacobelli editore) e Noi fuori. La voce dei detenuti di Rebibbia (Il Levante). Questi libri sono il frutto del lavoro, dell’impegno dei detenuti. Sabato scorso mi hanno detto: “Quando entriamo qui, sembra di entrare in un altro mondo”. Questo ci fa capire quanto sia importante la scrittura. E quanto sia importante l’ascolto dignitoso della persona. Lei resta in contatto con chi termina la pena ed esce dal carcere? Resto in contatto con tutti, ci scriviamo, ci scambiamo gli auguri. Cerco di aiutare chi è in difficoltà. Dobbiamo fare tante cose per loro, se no che cristiani siamo? Che persone siamo? Dobbiamo avere sguardi ricostruttivi della persona in difficoltà, in disagio. Basta un cuore, uno sguardo diverso per rispondere al bisogno di ognuno di noi. Anche io ho bisogno di sguardi nuovi, di sguardi fraterni. Poco fa diceva che quello che riceve è molto di più di quello che dà. Cosa riceve? Dai detenuti ricevo tanta solidarietà, ne hanno tanta tra di loro. Se porto delle caramelle e uno rimane senza perché finiscono, gli danno le loro. Se arriva un “nuovo giunto” (lo chiamano così un nuovo arrivato) e non ha nulla, gli danno un loro maglione o tutto quello che gli serve. Fuori questo non si fa molto. Poi sono resilienti, hanno una pazienza incredibile. Io dico che il carcere deve essere conosciuto. Ogni persona fin dalla nascita va trattata in un certo modo perché ha sentimenti, ha emozioni, ha desideri, ha bisogni e ha attese che devono essere soddisfatti. In 12 anni ha conosciuto tante persone in carcere. Ce n’è una che le è rimasta particolarmente nel cuore? Edoardo aveva la paura di andare all’inferno per il reato che aveva commesso. E io gli chiedevo: “Ma tu sei consapevole di questo reato? Ne sei rammaricato? Riesci a chiedere perdono alle vittime?”. Era proprio addolorato e io cercavo di dirgli che se era pentito, sarebbe andato in Paradiso. Ma non c’era niente da fare e mi dava tanto dolore. Un giorno abbiamo parlato del figliol prodigo, che dopo aver commesso tanti reati torna a casa, il padre lo abbraccia e gli dice: “Oggi stesso sarai con me in Paradiso”. Un giorno, Edoardo arriva di corsa e grida: “Sorella, mi sono perdonato e mi sono lasciato perdonare dal Signore”. Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. Ci sono dei momenti in cui fa fatica ad affrontare le difficoltà, a trovare le parole giuste? No, non ci sono perché, come dicevo, quando vado a Rebibbia io vado a casa mia. Quando percorro quel corridoio lungo tutti mi salutano con rispetto, in 12 anni non ho ricevuto una parola fuori posto. Le parole che dico loro sono quelle che mi vengono, che il Signore mi ispira. Io guardo queste persone e, in base al loro sguardo, al loro bisogno, ci parliamo. Per questo sono meravigliata di questa onorificenza perché mai avrei pensato a questo riconoscimento e sono molto confusa ora che ho tutta questa attenzione su di me. Sono una persona che va in carcere, che fa quello che è il suo fare. Se la sicurezza dimentica la convivenza di Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli La Stampa, 5 febbraio 2026 Quello che è successo sabato scorso a Torino in occasione del corteo pro-Askatasuna propone ancora una volta, con estrema gravità, il problema della sicurezza. In un Paese serio e civile fatti come quelli che abbiano visto sono del tutto inammissibili e vanno contrastati in tutti i modi: sia con una più accurata attività di prevenzione sia con più efficaci misure di contenimento. La sicurezza dei cittadini e della città non può essere pesantemente sacrificata in occasione di cortei di protesta che tracimano in violenza. Ma l’esigenza di sicurezza non è solo quella collegata alle manifestazioni di piazza. C’è anche, ed è altrettanto importante, un’esigenza di sicurezza relativa alla vita di tutti i giorni delle persone. Ma bisogna fare attenzione. Già nel 1971 Norberto Bobbio ammoniva che la preoccupazione principale di coloro che sono preposti alla tutela giuridica dei cittadini è il mantenimento dell’ordine, con la tendenza al formarsi di una vera e propria “ideologia della pubblica sicurezza”. E avvertiva che dall’esasperato insistere sulla sicurezza deriva un grave rischio per “la libertà o, più precisamente, per le singole libertà la cui garanzia è l’essenza dello Stato di diritto”. Queste parole sono ancora attualissime. È indubbio che nel nostro Paese vi sono oggi molte insicurezze e quindi molte paure, fra cui quelle che derivano dalla criminalità e dalla violenza di tutti i giorni. Esse provocano in ciascuno di noi sensazioni di abbandono e di solitudine che sfociano facilmente in atteggiamenti mentali pericolosi. Ci portano a guardare con sospetto e avversione tutto ciò che non si conosce perché sembra diverso da noi: tipico esempio lo straniero. Un’eccessiva paura tende inoltre a far trascurare altre paure forse ancora più gravi, come quelle per il costo della vita, per i salari tra i più bassi d’Europa, per la salute, con l’impossibilità per molti di ottenere in tempi decenti le prestazioni del Servizio sanitario nazionale. L’unico modo per ridurre l’insicurezza che deriva dalla criminalità e dalla violenza consiste ovviamente nell’eliminarne le cause mettendo a punto adeguate politiche sociali. Un’attività, questa, che non sarà facile e non potrà certo essere di breve periodo. Non esistono scorciatoie che possano risolvere il problema miracolosamente. Invece il nostro governo ha abbandonato la necessaria visione di lungo termine. Non vede l’insicurezza e la paura come problemi da risolvere e di fatto si limita a utilizzarle come situazioni da sfruttare politicamente sul momento. La paura viene gonfiata per raccattare consensi. Ogni fatto tragico di cronaca viene amplificato e usato per giustificare provvedimenti repressivi (anche di incerta legittimità costituzionale). Siamo di fronte a una deriva securitaria che rischia di innescare percorsi che non facilitano l’individuazione delle soluzioni migliori, ma anzi spingono verso posizioni sempre più populistiche: pronte a sacrificare sull’altare della sicurezza garanzie e diritti importanti. L’insicurezza e la paura usate in modo esasperato e strumentale sono pericolose anche perché rischiano di pregiudicare gli interventi seri sulle radici della violenza. Quindi non avremo riforme vere, ma più che altro provvedimenti occasionali diretti solo a rassicurare provvisoriamente l’opinione pubblica. Basti pensare al numero dei “decreti sicurezza” che sono stati sfornati in questi anni dal governo: quello sui Rave del 2022; quello sulla criminalità minorile del 2023; quelli in materia penitenziaria e sulle aggressioni al personale sanitario, entrambi del 2024; quello sulla sicurezza del 2025. Tutti sostanzialmente inutili, come dimostra il loro stesso susseguirsi. E intanto le risorse a disposizione vengono prevalentemente convogliate su forme di repressione, nuovi reati, nuovi controlli, anziché su scuole, alloggi, ospedali, attenzione alle periferie, politiche di inserimento. Vi sarà un saccheggio della civile convivenza. Le persone più deboli resteranno le più colpite. La criminalità e l’insicurezza non diminuiranno affatto. Deve perciò essere combattuta la tendenza - che per il nostro governo sembra invece irresistibile - a moltiplicare i “decreti sicurezza” e ad intervenire soltanto inventando nuovi reati e aumentando le pene. Occorre tenere ben presente che “sicurezza” vuol dire anche sforzarsi di garantire a tutti la possibilità di crescere in diritti, così da rendere la convivenza davvero civile. Diversamente si favoriscono sempre nuovi errori, con crescita proprio di quel senso di insicurezza e di paura che si vorrebbe ridurre. L’Ice, gli Anni di piombo e i paragoni non fondati di Agostino Giovagnoli Avvenire, 5 febbraio 2026 Ci sono differenze profonde, sul terreno e nel quadro politico. E abbiamo sviluppato anticorpi democratici. Le forze di sicurezza italiane sono molto diverse dall’Ice (Forza di Controllo Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti), di cui abbiamo imparato tristemente a conoscere violenza, crudeltà e impunità. Tale diversità va sottolineata ad onore delle nostre forze dell’ordine e di un’Italia che in questo campo può fondatamente rivendicare una superiorità sugli Stati Uniti. È una diversità da conservare. Perché allora alimentare una narrazione che potrebbe favorire uno scadimento nella direzione di cui l’Ice è diventata il simbolo negativo, alimentando paragoni non fondati tra l’Italia di oggi e quella degli anni Settanta? Negli Anni di piombo ci furono oltre 2.000 attentati attribuiti a gruppi terroristici, circa 400-500 morti legati alla violenza politica e migliaia di feriti per le stesse cause. Non ci sono, inoltre, attualmente in Italia gruppi terroristici organizzati del peso delle Brigate rosse o dei Nuclei armati rivoluzionari (neofascisti). Per quanto riguarda l’oggi, non a caso, si ipotizzano eventuali “dinamiche terroristiche” in scontri di piazza segnati da violenze altamente deprecabili ma non paragonabili a quelle degli anni Settanta. Differenze profonde riguardano anche i comportamenti delle forze politiche. Negli Anni di piombo, l’esistenza di una situazione di emergenza non venne dichiarata unilateralmente da una parte politica ma riconosciuta, dopo un lungo e approfondito dibattito che coinvolse la società civile, anche da gran parte dell’opposizione. A partire da tale premessa, venne avviato un dialogo politico basato su confronto costante, dichiarazioni comuni, garanzie reciproche e, infine, decisioni concordate, assunte da governi con basi parlamentarti trasversali, come quelle della solidarietà nazionale tra 1976 e il 1979. Oggi, invece, nulla di tutto ciò: mentre si denuncia un’emergenza simile a quella degli anni Settanta non si vedono giudizi altrettanto ponderati, ricerche di convergenze altrettanto convinte, decisioni altrettanto condivise. Sia il merito dei provvedimenti che si intendono adottare - ancora in fase di elaborazione - sia il metodo proposto - chiedere all’opposizione di votare decisioni prese dalla sola maggioranza - rivelano un’estemporaneità e una strumentalità poco adatta ad una materia così importante. È come se chi insiste sull’esistenza di una emergenza tanto grave non ne fosse davvero convinto. Per contrastare la violenza eversiva, quando c’è veramente, non basta garantire maggiore libertà di azione alle forze dell’ordine negli anni Settanta molti problemi di ordine pubblico venivano gestiti attraverso il dialogo tra polizia e manifestanti - o introdurre norme pesanti nel codice penale - negli Anni di piombo la democrazia non è mai stata sospesa. È necessaria una condivisione di premesse morali, culturali e politiche che oggi manca: è questa la differenza più profonda con gli Anni di piombo. Allora, la grandissima parte delle forze politiche - e della società italiana - si riconosceva nell’antifascismo, in nome del quale vennero combattuti tanto il neofascismo quanto il terrorismo rosso, i Nar come le Br. Si trattava di un antifascismo che non ha nulla a che fare con l’”antifa” americano, sinonimo di estremismo e violenza. Gli storici lo hanno definito “tricolore”, per distinguerlo da quello “rosso”, alludendo sia alla diversità delle forze politico-ideologiche che in esse si riconoscevano, sia alla sua funzione di coesione in una società italiana che si riconosceva largamente nella Costituzione. A questo antifascismo plurale - che saldava principi liberali come la separazione dei poteri; il coinvolgimento politico delle forze popolari attraverso i partiti di massa; fermezza nell’esclusione ma anche apertura al dialogo verso le forze “antisistema” - hanno dato un contributo decisivo i cattolici, sempre molto attenti a contenere il più possibile sia la violenza eversiva sia quella dello Stato. Non a caso, la Chiesa ha svolto un ruolo decisivo per “uscire dal terrorismo”, grazie a figure come il cardinale Martini e suor Teresilla. Abbandonare il comune riferimento all’antifascismo “tricolore” è uno dei motivi principali per cui alla Seconda Repubblica continuano a mancare fondamenta solide. Torna, in questo senso, il paragone con l’Ice e gli Stati Uniti. L’attuale discussione italiana sulla “sicurezza” si è aperta improvvisamente mentre si stava delineando un dilemma di fondo che è ancora di fronte a noi: seguire ancora o prendere le distanze dall’America di Trump, dove paradossalmente l’insicurezza viene da chi promette sicurezza, con un potere esecutivo che prevale su quello legislativo e giudiziario, il Presidente che dispone di una milizia ai suoi ordini cui garantisce impunità, manifestanti pacifici che vengono uccisi, diritti dei cittadini non più garantiti ecc.? È un dilemma da tener presente mentre si parla di fermo preventivo di polizia, cauzione chiesta ai manifestanti e “scudo penale”. Dall’ipocrisia alla brutalità: così il potere ha perso la maschera della benevolenza di Pierfranco Pellizzetti Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2026 François de La Rochefoucauld, grande aforista francese del XVII secolo, ebbe a dire che “l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. Ora che - in questa congiuntura astrale avversa - la maschera benevola di maniera non copre più il volto celato del potere, appare in piena luce il suo profilo orripilante. Insieme ai tratti caratteriali - sino al recente passato mantenuti prudentemente sottotraccia - dell’arroganza e dell’avidità; pulsioni ormai dedite a espellere due piccole virtù quotidiane che addolcivano le relazioni umane: il pudore e il buon senso. Insomma, la teatralizzazione seppure insincera della benevolenza, quale apprezzabilità formale, svolgeva una certa funzione di ingentilimento politico, contenendo i peggiori eccessi di violenza barbarica. Le spudorate mire petrolifere (anticinesi) su Venezuela e Groenlandia di Trump, la pulizia etnica palestinese a Gaza di Netanyahu, per istinto di sopravvivenza criminale del politicante. Mentre ieri Putin, feroce assassino di oppositori (ricordiamo Anna Politkovskaja ammazzata a rivoltellate o i dissidenti fatti fuori a mezzo polonio?), sentiva l’esigenza di motivare la “operazione speciale” contro Kiev come crociata a difesa delle minoranze russofone minacciate dal sovranismo ucraino; Bush junior aveva bisogno di giustificare la sua lotta scentrata al terrorismo post 11 settembre sventolando inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq. Una blanda deterrenza a mezzo apprezzabilità estetica delle maniere promosse da istituzioni internazionali come fossero un club per anime belle, con in testa le Nazioni Unite e l’Unione Europea, promotrici e custodi di un diritto internazionale con capacità regolative solo in quanto rivestimento giuridico degli interessi al centro del sistema-mondo. Negli ultimi tre secoli la potenza vincente nel corso delle transizioni egemoniche: da Amsterdam a Londra; poi a New York/Washington per tutto il lungo Novecento. Un equilibrio sistemico andato in pezzi alle prime avvisaglie di fine del secolo americano, che non lascia intravvedere successioni in atto. Mentre la potenza dominante in declino sconvolge lo scenario post-globalizzazione (quella globalizzazione autolesionista che ha minato a mezzo finanziarizzazione e de-industrializzazione la primazia stelle-e-strisce) con i suoi colpi di coda a casaccio. Eleggendo un presidente molto impudico quanto del tutto privo di buon senso, che può solo accelerare - al tempo stesso - l’ingovernabilità del mondo e il crollo del suo regime plutocratico, nato coloniale (e colonialista). Sono proprio i colpi di coda dell’egemonia morente che, con le loro interdipendenze causali, sanciscono la cancellazione delle condizioni per coltivare il buon senso e il pudore di cui si diceva. Sul fronte dei modelli di rappresentazione e su quello materiale. Pensiamo a quanto denunciava tempo fa Marco D’Eramo: “l’offuscarsi della chiarezza, più precisamente del nitore di cosa vuol dire dissentire”. Constatazione da mettere direttamente in relazione con l’attuale concentrazione di potere nel combinato economico-tecnologico (conoscenza e ricerca, i brevetti connessi alle tecnologie di Ia dominati da una manciata di piattaforme digitali statunitensi e cinesi). Il cui effetto dirompente è l’acquisto all’incanto del ruolo della politica quale funzione di controllo e governo dei processi collettivi; nel riferimento (ipocrita, in non trascurabile misura) all’interesse generale. La democrazia rappresentativa (e dell’alternanza) come meccanismo integrativo dei conflitti, da depotenziare della distruttività attraverso la loro simbolizzazione nel discorso pubblico. Un trend che si direbbe suonare a ineluttabile fine dell’assetto irrinunciabile a Occidente: il pactum societatis come promessa di una crescente, seppur graduale, integrazione del popolo nella cittadinanza. Quel compromesso storico che è stato denunciato nell’ultimo quarto del secolo scorso e che ora assume l’aspetto devastante-destabilizzante della diseguaglianza e della marginalizzazione nell’area centrale della società, trasformata in contenitore della proletarizzazione di massa. Per comodità analitica possiamo simboleggiare l’ascesa irresistibile della brutalità con il trumpismo; senza dimenticare il codazzo che l’accompagna di servi volontari, a cui si sono ridotti i leader occidentali assumendo posture umilianti davanti al re folle. Per cui a Davos è apparso uno squarcio di verità il commento del nuovo primo ministro canadese Mark Carney: “se non sei al tavolo, sei nel menu”. E probabilmente non è casuale che a smascherare la brutalità sia proprio un politico proveniente dalla corporazione che della douce ipocrisia ha fatto una bandiera: quella dei banchieri.