6 febbraio. Un digiuno per cambiare il carcere di Franco Corleone Il Manifesto, 4 febbraio 2026 Ho partecipato sabato e domenica a un convegno a Verona dedicato alla figura di Alex Langer, in occasione degli ottanta anni dalla nascita, mentre l’anno scorso ricorrevano i trenta dalla sua tragica scomparsa, organizzato dal Movimento nonviolento con la presenza di centinaia di persone. Non solo per ricordare una figura profetica, ma per trovare forza per rispondere al trionfo della forza e della violenza. La domanda che ha percorso molti interventi è legata alla nonviolenza, agli strumenti da inventare per sostenere le battaglie delle donne curde e iraniane nel momento in cui il dissenso e la disobbedienza sono criminalizzati. Nella cripta di una suggestiva chiesa romanica abbiamo ascoltato con commozione le parole di Langer dedicate a Giona e l’elogio del digiuno. Ho ripensato alle parole dell’arcivescovo di Milano sulla tragedia del carcere e al suo monito di non essere complici. Così ho deciso di prepararmi all’assemblea aperta del 6 febbraio a Roma “Diritti, clemenza e umanità”, un momento costruito per dare voce a chi soffre ogni giorno le contraddizioni insostenibili nella vita quotidiana, vedendo morire detenuti, vedendo l’autolesionismo e il sangue, constatando impotenti la violazione del diritto alla salute, con alcuni giorni di digiuno. Sappiamo tutto e abbiamo le proposte per cambiare le cose. Non è rinviabile un provvedimento di amnistia e indulto che elimini la detenzione sociale dal carcere e riporti le presenze alla metà di quelle attuali. La misura di clemenza va accompagnata da un provvedimento che preveda il numero chiuso, la concessione di misure alternative al momento del giudizio e l’istituzione di case di reinserimento sociale. Sarebbe anche l’ora di chiudere le cosiddette case lavoro che rappresentano una offesa alla Costituzione, trasformando trecento sventurati, dopo avere scontato la pena, da detenuti a internati, con una misura di sicurezza per presunta pericolosità sociale (con definizioni lombrosiane) di durata senza fine, un possibile ergastolo bianco. Già oggi centomila persone sono sottoposte alle più varie misure alternative (compresa la messa alla prova), con un investimento nettamente inferiore alla costruzione di nuove carceri e di padiglioni prefabbricati di cemento armato con la necessità di nuovo personale. Ma forse è proprio questo il motivo della scelta di edilizia invece di ristrutturare il patrimonio esistente, applicando le norme civili del Regolamento del 2000 inapplicate: fare affari d’oro e replicare contenitori di corpi, da torturare. Così si può disattendere la prescrizione puntuale della Corte costituzionale sul diritto alla affettività. Le detenute e i detenuti non possono e non devono fare azioni che li metterebbero a rischio di anni di galera, ma i garanti, i volontari, i militanti delle associazioni di impegno sociale, gli avvocati e i familiari possono realizzare una catena umana di denuncia e di solidarietà. Ripropongo le parole dell’arcivescovo Delpini: “La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni”. E’ paradossale che la voce di Cesare Beccaria risuoni dal Duomo di Milano. Ma non è un caso che è la città di Padre Davide Turoldo e del cardinale Carlo Maria Martini. Suicidi e attività negate in carcere, le opposizioni interpellano Nordio. Ma lui se ne va di Eleonora Martini Il Manifesto, 4 febbraio 2026 Cinque suicidi dietro le sbarre dall’inizio dell’anno - uno a settimana - due dei quali nel giro di poche ore al Due Palazzi di Padova, carcere dove il locale garante dei detenuti, Antonio Bincoletto, ha contato ben 467 atti di autolesionismo nell’arco del 2025. E una circolare dell’Amministrazione penitenziaria che dopo tre mesi ancora continua a creare difficoltà burocratiche alla attività trattamentali, parte integrante della pena in carcere secondo il dettame costituzionale. Ebbene, basterebbero queste ultime denunce - ma la realtà dell’emergenza carceraria è ben più vasta e articolata - a giustificare una risposta del Guardasigilli alle opposizioni che, al termine dell’informativa del ministro Piantedosi, lo hanno interpellato con urgenza sulla questione. E invece no. “Abbiamo chiesto una informativa sulle carceri, anche perché il ministro Nordio era in Aula - riferisce Devis Dori, capogruppo Avs in commissione Giustizia alla Camera - ma è scappato di gran lena appena ha sentito l’aria che tirava. Non ha neanche voluto dirci no. Questo è un triste segnale dell’importanza che il tema riveste per il ministro della Giustizia”. A prendere l’iniziativa per primo è stato il vicecapogruppo di Azione: “Da un lato i suicidi nei penitenziari non sono calati, con gli ultimi due avvenuti a Padova, dall’altro si continuano a negare eventi all’interno delle carceri italiane a causa di una circolare ministeriale del Dap che vieta e non consente le attività trattamentali - ha affermato il deputato Fabrizio Benzoni - Per quanto il ministro Nordio abbia provato a smentire queste notizie, gli eventi organizzati continuano ad essere annullati. Per esempio a Modena, lo scorso 15 gennaio, con 24 ore di anticipo è stato disdetto il consiglio Comunale nella casa circondariale della città proprio per l’autorizzazione negata dal Dap. E a Brescia, ieri, non è stato possibile assistere alla relazione del garante dei detenuti: la negazione da parte del Dap è arrivata a pochissime ore dalla convocazione della commissione consiliare che si svolge in carcere da almeno 10 anni”. Benzoni ha chiesto dunque al ministro Nordio, presente in Aula, di riferire su quanto sta accadendo. Una richiesta, quella di Azione, alla quale si è unita la dem Debora Serracchiani: “Ci sono diversi casi in cui l’accesso è stato negato e in ben due consigli comunali si è impedito di poter accedere al carcere per svolgere un’attività di conoscenza. Questo merita un chiarimento e una risposta”. Anche Devis Dori, di Avs, ha ricordato “le condizioni drammatiche dei detenuti, degli agenti di polizia penitenziaria, delle associazioni, degli psicologi”. E ha aggiunto: “Siamo alla follia anche su come il Dap sta amministrando una serie di decisioni”. Il radicale Roberto Giachetti (Az), già autore di una pdl per la liberazione anticipata speciale altamente snobbato dalla maggioranza, ha tirato infine le dovute conclusioni spiegando che il diritto del parlamentare a sollecitare un’informativa “non può tradursi in una ritualità della domanda delle quale il ministro se ne fotte. Il governo se ne fotte. Siamo stufi”. A Padova intanto, sotto il carcere Due Palazzi si sono riuniti ieri alcuni attivisti di Rifondazione Comunista, Coalizione Civica e del Csoa “Pedro” per un sit-in di solidarietà con i reclusi, dopo che due detenuti si sono tolti la vita a distanza di 36 ore l’uno dall’altro, e contro le leggi governative “sempre più restrittive per la povera gente”. Sul tema è intervenuta anche la consigliera regionale veneta di Avs, Elena Ostanel, secondo la quale quelle vite spezzate “sono, purtroppo, vittime del sovraffollamento che attanaglia le persone detenute e anche il personale carcerario”. Riferisce Ostanel che tra i tanti dati forniti dal Garante dei detenuti del comune di Padova, Bincoletto, nell’ultima relazione annuale del proprio mandato, “il più drammatico è quello sugli atti di autolesionismo delle persone recluse, che sono stati a Padova 467 nel 2025. Il dato più allarmante è che l’87.79% di questi atti è avvenuto tra detenuti nella Casa circondariale e quindi persone in attesa di giudizio o che stanno scontando pene brevi. Se le persone detenute arrivano a compiere questi atti è perché non vedono una garanzia di futuro, che non stiamo riuscendo a offrire, a discapito di quanto richiesto dalla Costituzione”. Benzoni (Az): “Il Dap nega attività trattamentali, Nordio riferisca in aula” agenparl.eu, 4 febbraio 2026 “Azione chiede un’informativa urgente al ministro Nordio sul tema carceri: da un lato i suicidi nei penitenziari non sono calati, con gli ultimi due avvenuti a Padova, dall’altro si continuano a negare eventi all’interno delle carceri italiane a causa di una circolare ministeriale del Dap che vieta e non consente le attività trattamentali. Per quanto il ministro Nordio abbia provato a smentire queste notizie, gli eventi organizzati continuano ad essere annullati. Per esempio a Modena, lo scorso 15 gennaio, con 24 ore di anticipo è stato disdetto il consiglio Comunale nella casa circondariale della città proprio per l’autorizzazione negata dal Dap. E a Brescia, ieri, non è stato possibile assistere alla relazione del garante dei detenuti: la negazione da parte del Dap è arrivata a pochissime ore dalla convocazione della commissione consiliare che si svolge in carcere da almeno 10 anni. Il ministro Nordio venga in aula e spieghi questo comportamento che ora colpisce anche le istituzioni comunali italiane”. Lo ha dichiarato in aula alla Camera Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione, chiedendo un’informativa urgente al ministro Nordio sul tema carceri. Inchiesta di Altreconomia sul collasso della Polizia penitenziaria e sulle carceri sovraffollate La Repubblica, 4 febbraio 2026 Il mensile diretto da Duccio Facchini sull’economia solidale e la cooperazione internazionale, dedica la sua copertina di febbraio a una inchiesta, firmata da Luca Rondi, sul collasso della polizia penitenziaria. Si parla tanto di “una nuova Giustizia”, per citare l’ultimo libro pubblicato a gennaio dal ministro Carlo Nordio sul tema del referendum, c’è scritto nel sommario della rivista, ma oltre la propaganda restano i problemi delle condizioni di vita dei detenuti nelle carceri e la complicata situazione lavorativa degli agenti della polizia penitenziaria. Nei 189 istituti italiani la situazione è infatti al collasso e a subirne le conseguenze non sono solo i 63.499 detenuti - contati fino al 31 dicembre 2025, ben 12.222 in più della capienza regolamentare - ma anche gli agenti della Polizia penitenziaria operativi che erano 30.054 nel 2024 a 29.811 nel 2025: 243 unità in meno. Ma il problema non è solo quantitativo. Quando nel 1990 la polizia penitenziaria è stata smilitarizzata, l’idea alla base era quella di istituire un corpo civile fatto di agenti di prossimità che svolgessero, sì, un compito di sicurezza, ma soprattutto un’attività di contatto con i detenuti. Un ruolo che sempre di più viene rinnegato come dimostra la formazione impartita ai nuovi agenti. Più ore a insegnare agli agenti come difendersi che alle discipline relazionali. Nel corso iniziato a gennaio 2026, ad esempio, le “attività addestrative” pesano per il 40% sull’ammontare totale delle ore (592) a fronte dell’11% dedicato alle “discipline relazionali-criminologiche”: significa appena dieci ore di “mediazione culturale e fenomeni migratori”, otto per “tecniche di comunicazione applicata alle funzioni di polizia” e quattro per “prevenzione, riconoscimento e gestione del disagio dell’operatore di polizia” contro 36 dedicate alle tecniche di difesa personale, 54 all’addestramento all’uso delle armi e 12 per tecniche di protezione e ordine pubblico. A Vigevano l’esperienza teatrale con gli agenti: abituati a usare la forza. Uno sbilanciamento toccato con mano da Mimmo Sorrentino regista che nel 2024 ha realizzato un percorso di teatro partecipativo con gli agenti in servizio all’interno del carcere di Vigevano (PV). “Spesso si sentono impotenti di fronte ai detenuti - racconta - sono stati educati a risolvere i problemi con la forza ma gli è chiarissimo che davanti a un detenuto che ingoia una pila o si taglia, della forza non te ne fai proprio niente. Non hanno quindi una formazione adeguata per affrontare le criticità”. Il periodo di formazione più breve tra le forze dell’ordine. Ai temi trattati si aggiunge il problema della durata del corso: rispetto alle altre forze di polizia la penitenziaria è quella che ha un periodo di formazione più breve, ridotto da un anno negli anni Novanta a quattro mesi con il Governo Meloni nel 2023. Non solo. Anche le ore previste di visita in istituto sono state ridotte da 72 a 24 nel 2026. Tre giorni in cui gli agenti vanno in visita, in gruppi di 20-30 in una struttura, “significa nei fatti che quando prendono servizio non hanno idea di che cosa sia un carcere”, spiega un docente di una delle sette scuole che si occupano della formazione in Italia. Molti lasciano l’incarico, ma non si sa quanti sono: pesano quei 79 suicidi. Il ministero della Giustizia ha negato più volte i dati richiesti. Chi resta invece si trova a scontrarsi con una realtà in cui nel 2025 su 238 decessi totali, 79 sono stati suicidi. Diverse carceri sono piazze di spaccio. C’è poi un’altra spia che mostra la salute precaria della polizia penitenziaria, scrive ancora Luca Rondi. Racconta infatti un funzionario che vuole rimanere anonimo: “Diverse carceri sono oggi purtroppo delle piazze di spaccio molto redditizie. Così infermieri, medici, poliziotti che guadagnano poco rischiano di essere facilmente ricattabili. Una dinamica di corruzione è aumentata ed è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono guardare”. I reati più frequenti della Polizia penitenziaria. Altreconomia ha provato a quantificare questa tendenza chiedendo tramite accesso civico generalizzato al ministero della Giustizia i dati relativi agli agenti finiti sotto procedimento penale dal 2023 a metà luglio 2025. Se si prendono i rinvii a giudizio e le sentenze (definitive e non) compaiono più volte i reati contro la Pubblica amministrazione (187) rispetto a quelli contro la persona (152). Tra i primi cinque più ricorrenti in assoluto troviamo lesioni personali (39), falso (32), produzione e traffico di stupefacenti (27). E poi la tortura (19). Nei primi sei mesi del 2025 i reati più contestati agli agenti (comprese le misure cautelari) sono stati peculato, corruzione o agevolazione dei detenuti. Le domande da porsi, oltre la separazione delle carriere. Insomma il carcere malato - si legge nell’inchiesta di Luca Rondi - rischia di “risucchiare” anche chi dovrebbe garantire legalità e sicurezza al suo interno. La domanda da porsi è quindi semplice: come ‘mettiamo a terra’ a fronte di celle che ‘scoppiano’ l’articolo 27 della Costituzione? Che cosa vuol dire rieducare in questo contesto? Come si pensa di farlo? Rispondere a queste domande oggi è la priorità. Altro che separazione delle carriere. Decreto sicurezza, intesa sul “fermo” di 12 ore e nel disegno di legge ci sarà il blocco navale di Simone Canettieri e Monica Guerzoni Corriere della Sera, 4 febbraio 2026 Slitta a giovedì il primo provvedimento. Lo stop preventivo a manifestanti con precedenti specifici sarà un accertamento. Dopo le osservazioni dei giuristi correzioni e miglioramenti tecnici al testo. Togli, lascia, cassa. È servita un’altra riunione ieri sera a Palazzo Chigi - presenti tecnici legislativi e delle forze di polizia - per limare i testi del pacchetto sicurezza che domani andranno in Consiglio dei ministri sotto forma di decreto e disegno di legge. E non è detto che sia l’ultimo vertice. Nell’esecutivo è forte la consapevolezza dell’”attenzione” del Quirinale. La cabina di regia convocata da Giorgia Meloni ai piani alti di Palazzo Chigi ha deciso di far entrare nel ddl per il contrasto all’immigrazione clandestina, la misura che prevede “l’interdizione fino a trenta giorni prorogabile fino a sei mesi dell’attraversamento del limite delle acque territoriali, nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Una sorta di blocco navale nei confronti dei trafficanti di migranti e delle Ong. Congelata invece la cosiddetta “norma Almasri” che prevedeva la “consegna allo Stato di appartenenza di persona pericolosa per la sicurezza nazionale o per la compromissione delle relazioni internazionali”. Come nel caso del torturatore libico. Dal Quirinale è stato fatto notare che una norma del genere sarebbe andata contro i trattati internazionali. Fin qui i nodi sciolti nel disegno di legge, poi c’è il decreto, nel quale entreranno le tre norme più discusse, riviste dall’esecutivo dopo un dialogo con i tecnici del Colle. Ci sarà lo stop alla vendita dei coltelli ai minori. Anche se sui provvedimenti cosiddetti “anti maranza” sono stati chiesti miglioramenti soprattutto tecnici, tanto che si è arrivati a un elenco di armi e coltelli atti a offendere. Per quanto riguarda invece il fermo preventivo nei confronti dei manifestanti con precedenti specifici, la norma cambia così: non sarà un fermo di polizia giudiziaria, ma un “accompagnamento” negli uffici che non potrà durare più di dodici ore (il tempo che finisca la manifestazione): l’autorità giudiziaria dovrà essere informata dalla polizia. Dopo le correzioni chieste dal Quirinale, lo scudo penale per le forze dell’ordine prevederà la creazione di un altro registro, diverso da quello degli indagati, ma con le stesse garanzie. Alla base di tutto ci dovrà essere una giustificazione, una reazione in caso di pericolo e fatti gravi. Per scongiurare l’incostituzionalità della norma c’è l’ipotesi che venga estesa a tutti i cittadini. La cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni, invece, esce totalmente dai pensieri del governo. L’idea della Lega risulta impraticabile. Il confronto tra Palazzo Chigi e gli uffici legislativi del Quirinale va avanti da giorni. “Una corsa a ostacoli”, per dirla con un esponente del governo, convinto che “un accordo si troverà”. Contatti vorticosi, continui cambi in corsa, sbianchettamenti e riscritture del testo ma in un clima, raccontano, “collaborativo”. Le osservazioni dei giuristi del Colle sono state diverse e anche corpose e gli addetti ai lavori, ai vertici del governo, assicurano che in parte se le aspettavano. L’ultima parola prima che il “pacchetto” approdi domani in Cdm spetta a Mattarella. Soltanto ieri pomeriggio il presidente, tornato lunedì sera da Milano, ha visto le bozze e intende prendersi il tempo che serve per esaminare con la lente di ingrandimento e senza lasciar trapelare giudizi un faldone di un’ottantina di pagine. La complessità delle norme ha spinto l’esecutivo a un rinvio tecnico di 24 ore: il Cdm doveva svolgersi oggi mentre alla fine ci sarà domani alle 17. Al momento non è prevista la presenza della premier alla conferenza stampa. A illustrarlo saranno con ogni probabilità i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, rispettivamente titolari dell’Interno e della Giustizia. L’attenzione del capo dello Stato, raffinato giurista, è altissima sul diritto di ogni cittadino ad avere libertà di movimento e di espressione. La sua linea invalicabile è la Costituzione, mentre la bussola di Meloni in questo braccio di ferro è la volontà di mandare un forte segnale in direzione securitaria e di solidarietà agli agenti. Dal confronto tra il Colle e il governo non sono emersi, com’è nello stile di Mattarella, giudizi politici di merito, ma solo valutazioni tecniche e costituzionali. Slitta il Cdm sul pacchetto sicurezza. Manca accordo in maggioranza e ok del Colle di mauro bazzucchi Il Dubbio, 4 febbraio 2026 Il pacchetto sicurezza avanza, ma a passo controllato. E soprattutto non ancora blindato. Ieri, intervenendo in Aula alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha confermato che il provvedimento è destinato ad approdare al prossimo Consiglio dei ministri. Ma ha anche messo le mani avanti: la data non è certa, perché il via libera dipenderà dall’esito delle ultime verifiche politiche e costituzionali. Un chiarimento che vale più di una smentita e che fotografa lo stato reale del dossier: aperto, sensibile, ancora in bilico. Il Cdm, inizialmente ipotizzato per oggi, dovrebbe ora tenersi domani pomeriggio. Uno slittamento che non è solo tecnico. Serve tempo per sciogliere i nodi rimasti irrisolti, su due fronti distinti ma intrecciati: quello interno alla maggioranza e quello dell’interlocuzione con il Quirinale. Ed è proprio quest’ultimo passaggio a spiegare perché, come ha ammesso lo stesso Piantedosi, ogni previsione resta subordinata al confronto in corso tra Palazzo Chigi e gli uffici della Presidenza della Repubblica, tenuto dal sottosegretario Alfredo Mantovano. In questo quadro Piantedosi gioca un ruolo delicato: da un lato, garante della linea del governo sul fronte dell’ordine pubblico; dall’altro, cerniera istituzionale chiamata a tenere insieme l’esigenza del “segnale politico” e il rispetto dei paletti costituzionali. Non a caso, il ministro ha evitato formule perentorie, preferendo attaccare politicamente la sinistra e insistendo sul lavoro ancora in corso e sulla necessità di un testo solido, capace di reggere a eventuali rilievi. L’indicazione politica della premier resta però chiara: dopo i fatti di Torino “serve un segnale”. Ma il perimetro va ristretto alle misure immediatamente applicabili e costituzionalmente difendibili. Per questo, come è noto, il pacchetto è stato spacchettato: da un lato il decreto legge, dall’altro un disegno di legge destinato a un percorso parlamentare più lungo. Nel decreto dovrebbero confluire le norme considerate urgenti: la stretta sulla vendita dei coltelli ai minori, una forma di fermo preventivo per i manifestanti con precedenti specifici e lo scudo penale per le forze dell’ordine. Proprio su questi punti è in corso la limatura più delicata. Sul fermo preventivo, ad esempio, si valuta una riformulazione che ne attenui il profilo coercitivo, trasformandolo in un “accertamento” con obbligo di informativa all’autorità giudiziaria. Sullo scudo penale, la linea resta quella di escludere automatismi: non un’immunità, ma la non automatica iscrizione nel registro degli indagati quando ricorrono cause di giustificazione. Profili su cui il Quirinale mantiene alta l’attenzione, in attesa di un testo definitivo che rispetti i criteri di necessità e urgenza richiesti per un decreto legge. Ma non è solo il Colle a frenare. Anche nella maggioranza il cantiere sicurezza ripropone un derby ormai strutturale. La Lega spinge per inserire nel decreto la norma sulla cauzione per chi organizza manifestazioni, rivendicandola come principio di responsabilità: “chi rompe paga”. Forza Italia, invece, frena. Per gli azzurri la cauzione presenta evidenti criticità, sia sul piano politico sia su quello costituzionale, e rischia di comprimere il diritto a manifestare. Una distanza che neppure il vertice di Palazzo Chigi ha colmato. Il pressing leghista resta però forte. Il tema è stato rilanciato anche al consiglio federale, insieme ad altre richieste: estensione dei taser alle polizie locali e rafforzamento dell’operazione Strade sicure. Proposte che, al momento, non trovano una sponda comune nella coalizione e che difficilmente potrebbero entrare nel decreto senza aprire nuovi fronti di tensione. È per questo che a Palazzo Chigi prende corpo un’ipotesi già messa in conto: ciò che non supera il doppio vaglio - politico e costituzionale - potrebbe finire nel disegno di legge. Una soluzione che consentirebbe al governo di dare comunque un segnale immediato, rinviando le misure più divisive a un confronto parlamentare ordinario. Il lavoro prosegue intanto lontano dai riflettori, tra uffici legislativi e cabine di regia ristrette. Il messaggio che filtra è prudente: meglio un decreto più snello che un testo impugnabile o destinato a incepparsi subito. La sicurezza resta una priorità politica per l’esecutivo, ma il tetris delle norme è tutt’altro che completato. E il Consiglio dei ministri di giovedì, più che un punto di arrivo, rischia di essere solo una tappa intermedia di un percorso ancora tutto da stabilizzare. “Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali” di Rita Rapisardi Il Manifesto, 4 febbraio 2026 Enrico Zucca, pubblico ministero del processo sulle torture alla scuola Diaz nel luglio 2001, oggi procuratore generale a Genova, con le sue parole all’apertura dell’anno giudiziario ha posto l’accento sul recuperare l’azione della polizia alla tutela delle libertà. Qual è il senso oggi con il governo che spinge verso una nuova stretta? “L’ottica repressiva di una polizia in postura militare contro un nemico indistinto, che si annida tra la folla di manifestanti, rischia di farla diventare il bersaglio d’ogni insoddisfazione, identificata con l’oggetto della protesta. Mentre la sua funzione è la tutela del diritto di manifestare, minato anche dall’azione dei violenti. Poliziotti guardiani di libertà e non guerrieri, perché la degenerazione dell’azione della polizia nel G8 ha rappresentato un trauma con effetto di deterrenza per il diritto di protesta, non per le frange violente, che ora puntualmente ritroviamo”. Le reazioni ai fatti di Torino di sabato scorso sembrano invece evocare il pugno duro... Nuovi reati, aumenti di pene iperbolici sono risposte che placano ansie difensive, allarme sociale, senza alcun effetto pratico. La realtà impietosa rivela incapacità a risolvere sul piano penale fenomeni di conflitti sociali e dissenso violento, che sono presenti altrove in misura anche maggiore. Francia, Inghilterra hanno conosciuto vere e proprie rivolte violente estese all’intero territorio, non a qualche miglio quadrato delle nostre città. I reati commessi dai violenti sono repressi in Europa con condanne che non superano in media i due anni di reclusione. Il reato di devastazione e saccheggio, contestato con facilità dalle nostre procure, è punito con una pena minima di 13 anni e massima di 20. Dubbi sulla proporzionalità della pena li ha sollevati anche la Cassazione francese nell’ambito di una procedura di estradizione per un condannato del G8 a 15 anni. Quale effetto di deterrenza può avere allora questo overcharging? Non bastano i 15 anni a cui si può arrivare per il reato di resistenza aggravata durante la manifestazione? La procura di Torino ha formalizzato l’apertura di un procedimento per devastazione, mentre Piantedosi ha parlato addirittura di terrorismo... I suggerimenti governativi trovano già orecchie ben attente. Non è questo il punto. Perché la sanzione penale fino a tale parossismo è l’altra faccia dell’impotenza dello Stato a governare i fenomeni di violenza, siano hooligans o antagonisti vari. Se poi si mira a una prevenzione che restringe libertà fondamentali, si rinsalda l’immagine caricaturale dello Stato autoritario che i violenti si rappresentano, pensando di legittimarsi come paladini di libertà, mentre la loro azione è speculare manifestazione di rabbia impotente. L’estrema visibilità data dai mass media alla ripresa e narrazione delle azioni violente asseconda la finalità dimostrativa e simbolica delle stesse. Lo scopo dei violenti è da sempre evidenziare l’aspetto autoritario dello Stato dietro il volto democratico, che invece è il volto più temibile che rinunciamo a mostrare per vincere la nostra battaglia. Lo ricordava il giudice torinese Vladimiro Zagrebelsky, membro della Corte di Strasburgo, citando le parole di Robert Badinter, già ministro della Giustizia francese, per cui la lotta al terrorismo è questione di difesa dei nostri valori e diritti, anche nei confronti di coloro che possono cercare di distruggerli: “Non vi è nulla di più controproducente che combattere il fuoco con il fuoco, dare ai terroristi il pretesto ideale per trasformarsi in martiri e per accusare le democrazie di usare due pesi e due misure”. Spesso si usa il teorema dell’associazione a delinquere o terrorismo senza successo. È utile? Attente analisi sottolineano che negli scontri di piazza non si tratta di terrorismo, ma di un fenomeno più complesso e composito, che spesso trasforma estranei, coagulati intorno alle violenze di pochi, in partecipanti al contrasto verso un’ingiustizia ritenuta. Cruciali per l’estensione del fenomeno, lo dimostra l’esperienza straniera, sono proprio la reazione della polizia e la sua reputazione. La necessità di inquadrare il fenomeno entro schemi di criminalità organizzata, di gruppi, di bande o associazioni, rischia di non cogliere le radici del dissenso violento. I nuovi decreti sicurezza spingono verso norme ancora più securitarie e verso lo scudo penale non solo per la polizia... Sul filo del rasoio della costituzionalità si propone una sorta di scudo per la polizia. Un ritorno a passate normative, già ripudiate in nome di quel nuovo codice tanto venerato oggi. Il chilling effect di un’indagine contro i poliziotti è smentito dalla semplice statistica dei procedimenti, men che mai delle eccezionali ipotesi di condanna. La realtà vede piuttosto una riluttanza a perseguire gli abusi, certo non zelo inquisitorio della magistratura, che in ogni caso ha sempre correttamente considerato il difficile contesto operativo degli agenti impegnati in ordine pubblico. “Il referendum non si vince sulla sicurezza” di Giacomo Puletti Il Dubbio, 4 febbraio 2026 I fatti di Torino, le aggressioni nelle stazioni, le mosse del governo e le critiche delle opposizioni. A un mese e mezzo dal referendum sulla separazione delle carriere sono giornate frenetiche sul fronte politico, e cerchiamo di fare chiarezza con Salvatore Vassallo, direttore dell’Istituto Carlo Cattaneo. Da qui al referendum, spiega, “il clima sarà quello di oggi o ancora più aspro” puntualizzando tuttavia che “la questione sicurezza e gli ‘attacchi del governo alla magistratura non sposteranno voti”. Professor Vassallo, pensa che i fatti di Torino e la questione sicurezza impatteranno sul referendum? È chiaro che nel dibattito politico e nella polemica ognuno cerca di sfruttare gli eventi del momento a proprio vantaggio. In questo momento tutti i principali leader sono focalizzati sul risultato del referendum e quindi qualsiasi evento messo in relazione a quella consultazione. Se dovessi sforzarmi di capire cosa questo possa significare nel medio termine ci sono alcuni di questi elementi che mi sembrano destinati a rimanere e altri ad attenuarsi. Cioè? I problemi di sicurezza legati ai centri sociali fanno parte di una sequenza di eventi ricorrenti nel corso del tempo che non mi sembra possano assumere caratteri significativamente diversi dal passato, e quindi non credo che abbiano un grande impatto, anche se gli elettori di una parte e dell’altra li interpretano in maniera diversa. A destra li vedono come dimostrazione della necessità di norme più stringenti in materia di sicurezza, a sinistra li condannano denunciando al contempo la deriva securitaria del governo. Ciò che potrebbe rimanere e anzi aumentare è invece una ripresa della preoccupazione per gli atti di criminalità riferendoli ad alcune categorie di immigrati. Fenomeni che connessi a fattori strutturali potrebbero cambiare non poco la percezione dell’elettorato e quindi del suo voto. Il governo reagisce parlando di scudo penale per gli agenti, cauzioni per gli organizzatori delle piazze e possibilità di fermo preventivo: c’è il rischio di incostituzionalità? Nono sono titolato a esprimere opinioni sulla costituzionalità o meno dei provvedimenti. Quello che vedo, come atteggiamento e prospettiva degli attori politici in questione, è che finora in circostanze simili la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno si sono mossi con una certa circospezione. Hanno sicuramente cercato di portare avanti politiche che parlano al loro elettorato, ma finora non hanno mai forzato platealmente i vincoli costituzionali, evitando un conflitto con le istituzioni di garanzia, sia quelle che operano in maniera informale come il Quirinale sia quelle chiamate eventualmente a prendere decisioni rilevanti come la Corte costituzionale. Pensa che il clima in vista del referendum si inasprirà ancora di più? Da qui al referendum il clima sarà quello di ora o se possibile anche più aspro. C’è sicuramente una parte della magistratura che vive la riforma Nordio come un attacco a prerogative di vario genere, al di là del fatto che questo sia corretto o meno. Il conflitto è nelle cose ed è chiaro che il risultato avrà un impatto. In base ai sondaggi potrebbe verificarsi una sconfitta per il centrosinistra e per le associazioni che sostengono il No più cocente della sconfitta ai referendum sul lavoro. Se vince il Sì significa che c’è con certezza una componente dell’elettorato di centrosinistra che ha votato in quel modo. Se vince il No potrebbe concretizzarsi uno stop non indifferente all’azione del governo. Il tema della sicurezza e gli attacchi del governo alla magistratura su questo punto potrebbero spostare voti? Non penso che la questione sicurezza e l’attacco conseguente del centrodestra alla magistratura possa spostare voti in vista del referendum. È un argomento che avrà presa tra coloro che hanno già maturato una certa sfiducia nei confronti della magistratura ma non credo che convincerà persone che invece hanno fiducia a cambiare idea. In generale direi che siamo nella norma di quanto era plausibile aspettarsi a prescindere dal referendum e dagli eventi di Torino. Il governo ha una sua agenda che è quella di mandare segnali di un rafforzamento delle sanzioni per un certo tipo di reati e il centrosinistra, laddove dovesse concedere che esistono questi problemi, continuerà a rappresentare l’attività del governo come una strategia securitaria vagamente orientata a volontà illiberali. Ddl Stupri nel pantano. I giuristi: “Consenso principio necessario” di Luciana Cimino Il Manifesto, 4 febbraio 2026 La leghista Bongiorno potrebbe presentare un terzo testo. Il Pd: “La destra si fermi, meglio nessuna legge che un arretramento”. Dal vicolo cieco in cui si è infilata da sola, con la modifica unilaterale del ddl sugli stupri, alla presidente della Commissione giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, non è rimasto che prendere tempo. Sono state convocate quindi ulteriori audizioni, un altro giro di opinioni da parte di giuristi ed esperti sul travagliato disegno di legge, prima benedetto da un patto Meloni/Schlein e ora figlio di nessuno. Quella che doveva essere giusto una ratifica della Convenzione di Istanbul, prevedendo il consenso come elemento essenziale del reato di violenza sessuale, si è trasformato nel suo contrario: un impianto che mette al centro il concetto di “volontà contraria”, quindi il dissenso. La modifica imposta dalla senatrice leghista è dovuta in primo luogo alle pressioni del suo partito, la Lega, ma l’esito finale non è stato “un compromesso”, come veniva tacciato. Anzi ha scatenato le ire delle opposizioni, delle reti femministe e dei centri antiviolenza, che ogni giorno lavorano sul campo. E anche le forti perplessità di magistrati e giudici. Ieri Francesco Menditto, fino allo scorso settembre procuratore capo di Tivoli, ha detto chiaro in Commissione Giustizia di Palazzo Madama che la norma così com’è stata disegnata rende più difficile individuare il reato in un contesto in cui a denunciare un abuso è solo una donna su dieci. “La Cassazione da più di 10 anni aderisce al principio della convenzione di Istanbul, avvalorando un concetto semplice: l’assenza del consenso è stupro - ha spiegato il magistrato - con questo provvedimento si abbassa ancora l’asticella e i giudici andranno più indietro rispetto alla Corte”. Bongiorno ha replicato sostenendo quanto già detto in questi giorni: “Abbiamo aumentato le pene e per la prima volta viene riconosciuto il freezing” (la paralisi involontaria in situazioni di paura, ndr). Ma il procuratore, come già altri giuristi, ha chiarito che non solo la parte che riguarda questo tipo di risposta non è scritta in termini inequivocabili. Ma anche che, basandosi la nuova norma sul dissenso e non sul consenso, il provvedimento esige dalla vittima della violenza una reazione che dimostri la mancanza di volontà come urlare, spingere, tentare di scappare. Tutto il contrario dell’immobilità da terrore. Menditto ha anche sgonfiato la narrazione con la quale la destra ha imposto la retromarcia sul consenso e cioè le false denunce allo scopo di infangare un uomo: “I numeri sono prossimi allo zero”, ha evidenziato il procuratore. “Le false denunce non esistono e noi del Pd lo diciamo da sempre - ha detto la senatrice dem Valeria Valente al manifesto - Quante sono le donne condannate per falsa testimonianza? O parliamo piuttosto di persone che non sono riuscite a provare una violenza?”. I dati sono alla portata di Bongiorno, di professione avvocata, e del resto la stessa presidente, fino al colpo di mano del mese scorso, assicurava che il concetto di consenso era imprescindibile. Poi ha annunciato solo un ritocco e un iter velocissimo. Ora si trova impantanata in un pasticcio giuridico, con la data di arrivo in aula del ddl procrastinata ad aprile. “Abbiamo sentito dire in commissione che ci vuole un giusto equilibrio tra parte offesa e diritto dell’imputato e indagato - ha spiegato Valente - ma restiamo convinte che ci sia ancora un forte squilibrio a danno delle donne”. Le opposizioni rimangono in attesa, a questo punto la palla è tutta nelle mani della presidente di Commissione che deve ricomporre la maggioranza di cui fa parte. È possibile quindi che arrivi un ulteriore testo, un Bongiorno bis o tris, per uscire dal guado. “Ci auguriamo che si fermino altrimenti, come sostengono i centri antiviolenza, meglio nessuna legge che questo arretramento. Noi daremo battaglia”, conclude la senatrice dem. Confische, la sentenza choc della Cassazione. E le colpe dei padri ricadono sui figli di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo Il Dubbio, 4 febbraio 2026 Con una recente pronuncia delle Sezioni Unite Penali (n. 2648/26), la Corte di Cassazione ha definitivamente chiarito ciò che da tempo andava affermando in modo sempre meno esitante: il procedimento di prevenzione non è, e pare non dover essere, un processo giusto. È un diritto speciale, ridotto, subordinato. Un diritto minore per interessi ritenuti tali. Nel ribadire la distanza strutturale dal processo penale, la Corte non si limita a descrivere una differenza di modelli, ma ne trae una conseguenza di valore: le garanzie che presidiano l’accertamento penale non sono automaticamente trasferibili nel procedimento di prevenzione, perché i beni coinvolti - in particolare la proprietà - non godrebbero dello stesso rango costituzionale della libertà personale. Da qui, la legittimazione di un sistema probatorio più povero, di rimedi più angusti, di un accesso alla tutela straordinaria rigidamente contingentato. Il terreno su cui la Corte consolida questa impostazione è quello della revoca della confisca e, in particolare, della nozione di “prova nuova”. La definizione adottata è drasticamente restrittiva: è nuova soltanto la prova sopravvenuta alla conclusione del procedimento; tutto ciò che esisteva prima, anche se non emerso, anche se non valutato, anche se decisivo, resta irrimediabilmente fuori. L’errore giudiziario, se maturato all’interno del procedimento di prevenzione, non merita di essere riparato se non a condizioni eccezionali, quasi teoriche. Il messaggio è chiaro: chi non ha fatto valere tempestivamente ogni elemento utile - o chi, per le più diverse ragioni, non ha potuto farlo - resta prigioniero del giudicato che, anche quando incide in modo irreversibile sul patrimonio e sulla vita delle persone, diventa un valore da preservare in sé, più della verità sostanziale. Ancora più inquietante è l’effetto riflesso di questa impostazione: le scelte processuali, o le omissioni, del soggetto destinatario della misura si trasmettono senza residui ai suoi successori. La posizione giuridica si eredita insieme alle conseguenze della difesa inefficace o incompleta. Un diritto patrimoniale che sopravvive alla persona, ma non alla sua capacità di difendersi. Le colpe dei padri, qui, non solo ricadono sui figli, ma diventano addirittura criterio ordinante del sistema. La sentenza si inserisce in una traiettoria ormai riconoscibile. Dopo aver neutralizzato la presunzione di innocenza nel procedimento di prevenzione, riducendola a formula compatibile con qualunque esito motivazionale, la giurisprudenza di legittimità procede ora a una sistematica sottrazione di garanzie anche sul terreno dei rimedi straordinari. La revisione penale e la revocazione della confisca, pur riconosciute come strutturalmente affini e accomunate dalla funzione di riparare l’errore giudiziario, vengono forzatamente separate, contrapponendo la tutela della libertà personale - meritevole di massima protezione - a quella della proprietà, considerata recessiva. La confisca di prevenzione viene così definitivamente consacrata come misura “non penale”, “ripristinatoria”, “altra” rispetto alla sanzione penale. Una qualificazione che, più che descrivere la natura dell’istituto, svolge una funzione giustificativa: sottrarre il procedimento di prevenzione al perimetro del giusto processo senza assumersene apertamente la responsabilità. Il passaggio conclusivo è forse il più rivelatore. A fondamento delle scelte restrittive compiute, la Corte richiama l’esigenza di garantire la continuità e la stabilità della giurisprudenza, onde evitare disarmonie legate al momento di avvio del procedimento. La stabilità diventa così un valore superiore alla giustizia del singolo caso; la coerenza del sistema prevale sulla sua equità; il tempo del processo sostituisce la qualità dell’accertamento. E mentre la revisione del giudicato di prevenzione diventa sempre più difficile per il privato, la parte pubblica non incontra questi limiti, potendo riproporre la propria azione non solo sulla base di elementi storicamente sopravvenuti, ma anche non emersi o non dedotti, senza limiti di tempo. È il requiem dell’idea che anche nel procedimento di prevenzione l’errore giudiziario sia un’anomalia da correggere, e non un rischio da mettere a sistema. In nome della stabilità, della continuità e della coerenza formale, l’errore viene tollerato; in nome della prevenzione, le garanzie vengono compresse; in nome dell’eccezione, il diritto arretra. Così, passo dopo passo, il giudicato vale più della verità, la stabilità più della giustizia e l’etica della prevenzione più delle garanzie. Non è l’affermazione di un diritto diverso: è l’accettazione consapevole di un diritto degradato. E ogni diritto degradato, prima o poi, diventa dittatura. I parenti che ricevono telefonate illecite dal detenuto commettono reato di Maria Teresa Caputo* altalex.com, 4 febbraio 2026 Risponde del reato ex art. 391-ter c.p. anche il familiare che non censura e incentiva l’uso illecito dello smartphone del detenuto (Cassazione n. 1787/2026). L’ingresso illegale di smartphone negli istituti penitenziari è un fenomeno largamente diffuso ed evidentemente non sufficientemente contrastato nonostante la previsione del reato ex articolo 391-ter del codice penale che dovrebbe agire da deterrente. Tralasciando i casi di agenti penitenziari corrotti, il rischio che i cellulari entrino, nascosti in pacchi contenenti indumenti o alimenti, in occasione di visite di parenti e amici, è elevato. A tanto di aggiungano i casi di lanci di telefonini oltre il muro di cinta e di droni che, indisturbati, sorvolano gli istituti penitenziari per effettuare consegne “a domicilio”. È notizia di questi giorni il rinvenimento nel carcere di Foggia di dieci telefonini e di un drone e nel carcere di Modena di cellulari il cui ingresso è stato tentato proprio in occasione di un colloquio. Per fronteggiare il fenomeno occorrerebbe intensificare le perquisizioni nelle celle, avvalersi di metal-detector e ricorrere ai disturbatori di segnali (jammer) al fine di impedire le comunicazioni. Si tratta di controlli impossibili da attuare se, in occasione dei turni, un singolo agente si ritrova spesso solo a sorvegliare anche centinaia di detenuti. A tanto si aggiunga la necessità che vengano stanziati maggiori fondi per l’acquisto dei disturbatori di frequenza. Accade così che, pur privati della libertà personale, dall’interno degli istituti penitenziari si continui a gestire traffici illeciti mantenendo legami con le cosche di appartenenza e con quella sfrontatezza che in alcune occasioni è culminata in riprese video all’interno delle celle, postate sui social. È in tale contesto che si colloca la recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione, I sezione penale, n. 1787 depositata il 16 gennaio 2026. Trattasi di sentenza che estende il reato ex articolo 391 ter, comma 3 del codice penale a soggetti diversi dal detenuto e tanto in forza di un concorso di persone nel reato ex articolo 110 del codice penale che non può essere ignorato ove sia ravvisabile non un mero comportamento passivo bensì un contributo partecipativo positivo, morale o materiale, all’altrui condotta criminosa. Con ordinanza del 30 aprile 2025, il tribunale del riesame di Catanzaro annullava la precedente ordinanza con la quale il giudice per le indagini preliminari dello stesso ufficio aveva applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari al padre di un detenuto, per il reato di cui all’articolo 391 ter comma 3 del codice penale, aggravato ai sensi dell’articolo 416 bis 1 del codice penale. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione deducendo l’inosservanza o l’erronea applicazione della legge penale nonché la contraddittorietà e la manifesta illogicità del provvedimento impugnato nella parte in cui escludeva la configurabilità, in capo all’indagato, del reato oggetto di provvisorio addebito. Ad avviso del ricorrente, l’ordinanza impugnata non avrebbe motivato le ragioni per le quali il comportamento dell’indagato (genitore del detenuto) non poteva qualificarsi in termini di concorso morale. Per il tribunale del riesame l’indagato aveva semplicemente ricevuto le telefonate dal figlio detenuto, escludendosi pertanto un concorso nel reato, non avendo tale comportamento passivo rafforzato il proposito criminale altrui. La sentenza della Suprema Corte, I sezione penale n. 1787 del 2026 - Per comprendere tale sentenza occorre preliminarmente analizzare il contenuto dell’articolo 391-ter del codice penale disciplinante il reato di “Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”. Il predetto reato è stato introdotto, nel codice penale, dal Decreto Legge n. 130 del 2020, convertito nella Legge n. 173 del 2020, quale risposta al crescente dilagare dell’illecita introduzione in carcere dei telefoni cellulari. Occorreva introdurre un reato che colpisse, come vedremo, direttamente anche il detenuto, non essendo sufficiente la previsione degli illeciti disciplinari. Con la finalità di punire ad ampio raggio i responsabili dell’ingresso dei dispositivi, l’articolo 391 ter del codice penale, pertanto, al comma 1 sancisce: “Fuori dei casi disciplinati dall’articolo 391-bis, chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l’uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti, al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta, è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni”. Pena aggravata (da 2 a 5 anni) se, come previsto dal comma 2, il fatto sia commesso da un pubblico ufficiale, da incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense. A rivestire notevole importanza è proprio il comma 3 che prevede che la medesima pena di cui al comma 1 si applichi al detenuto che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni. Una disposizione, questa, che mira a colpire direttamente il detenuto. È evidente che l’utilizzo illegale dei telefoni pregiudica l’efficacia del percorso trattamentale privando la pena della sua finalità rieducativa. Tanto premesso, la sentenza in esame ha chiarito che non può escludersi la responsabilità del concorso nel reato di cui all’articolo 391 ter per il semplice fatto che il padre del detenuto non avesse effettuato le telefonate ma le avesse unicamente ricevute; così come non può escludersi per il semplice fatto che non avesse procurato o introdotto il telefono in carcere e non avesse mai provveduto a ricaricare la scheda telefonica. Questo non basta per la Corte di Cassazione a determinare un contegno passivo di “mero ricettore delle telefonate” nell’ottica di una connivenza non punibile. Quale il discrimine tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto? Nel primo caso, ha così ricordato la Corte: “L’agente mantiene un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo alla realizzazione del reato, mentre nel secondo è richiesto un contributo partecipativo positivo -morale o materiale- all’altrui condotta criminosa che si realizza anche solo assicurando all’altro concorrente lo stimolo all’azione criminosa o un maggiore senso di sicurezza, rendendo in tal modo palese una chiara adesione alla condanna delittuosa”. Pertanto, non può escludersi che nel caso di specie ricorra la previsione di cui all’articolo 110 del codice penale ai sensi del quale “Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti”. Nel caso di specie sono state effettuate ben 495 telefonate ai genitori i quali si sono resi sempre disponibili a conversare senza mai censurare la condotta del figlio ed anzi hanno manifestato espressamente la volontà di risentirlo istigandolo così a proseguire nell’utilizzo illecito del telefono. A tanto si aggiunga che in alcune delle conversazioni si affrontavano tematiche a sfondo criminale discutendosi anche della collocazione di un fucile occultato dal detenuto in un magazzino nella disponibilità della famiglia. Queste le motivazioni poste a base della pronuncia che, annullando l’ordinanza censurata, ha rinviato per un nuovo esame al tribunale del riesame al fine di valutare se ricorrano gli estremi del concorso morale nel delitto di cui all’articolo 391-ter codice penale. La sentenza n. 1787 del 2026, insomma, segna un cambio di passo deciso: il carcere non può essere un luogo di mera detenzione formale mentre, attraverso uno smartphone, si continuano a gestire relazioni e traffici criminali. La Cassazione chiarisce che la responsabilità penale non si ferma al detenuto né all’introduzione materiale del telefono, ma investe anche chi, dall’esterno, con la propria disponibilità e il proprio silenzio, rafforza e alimenta l’illecito. Non esistono più zone franche né alibi fondati sulla pretesa passività: quando l’ascolto si fa complicità e la reiterazione delle telefonate diventa sostegno morale all’azione criminosa, il concorso nel reato è pienamente configurabile. È un monito netto: la legalità penitenziaria passa anche dalle scelte di chi, pur libero, decide se spezzare o mantenere il filo che lega il carcere al crimine. *Assistente Giudiziario - Ministero della Giustizia Bari. Dopo il gesto estremo, è morto l’uomo a processo con l’accusa di aver ucciso la madre di Emanuele Lentini brindisireport.it, 4 febbraio 2026 Alberto Villani era recluso nel carcere di Bari, mentre le udienze si svolgevano davanti alla corte d’assise di Brindisi. I famigliari hanno espresso l’intenzione di donare gli organi. La vicenda di cronaca risale al settembre 2023: la donna era stata picchiata e carbonizzata. È stato dichiarato morto nella mattinata di oggi, martedì 3 febbraio 2026, Alberto Villani. Originario di San Michele Salentino, aveva 50 anni ed era a processo con l’accusa di aver ucciso sua madre, la 71enne Cosima D’Amato. Villani era recluso nel carcere di Bari, risale a domenica il gesto estremo. Trasportato in condizioni disperate presso il Policlinico, i medici ne avevano certificato la morte cerebrale. I famigliari hanno espresso l’intenzione di donare gli organi di Villani. Aveva una ex compagna e tre figli, tutti maggiorenni. La prossima udienza del processo a suo carico, davanti alla corte d’assise del tribunale di Brindisi (presidente: Maurizio Saso), era stata fissata per martedì prossimo, 10 febbraio. Era previsto l’ascolto dello psichiatra Elio Serra, dopo che il legale dell’imputato - l’avvocato Alessandro Stomeo - aveva fatto richiesta di perizia psichiatrica, accolta dalla corte. Il dottor Serra aveva avuto diversi colloqui con Villani, per comprendere se fosse stato capace di intendere e di volere al momento dei fatti. E in caso di risposta negativa, se fosse socialmente pericoloso. L’omicidio di Cosima D’Amato risale al 19 settembre 2023, avvenne in una villetta delle campagne di San Michele Salentino, in contrada Augelluzzi. La donna era stata picchiata, il corpo venne rinvenuto carbonizzato: un incendio aveva devastato la villetta, quel tragico giorno. Recluso in carcere poco dopo l’accaduto, Villani recentemente aveva accusato un malore prima di un’udienza a Brindisi, spiegando di aver ingerito una sostanza tossica. Provato nel fisico e con problemi di salute, domenica ha posto tragicamente fine alla sua vita. Padova. Nel carcere Due Palazzi di Padova 467 casi di autolesionismo di Rocco Currado Il Mattino di Padova, 4 febbraio 2026 Dopo i due suicidi dentro le celle, la denuncia di Ostanel (Avs): “Vittime del sovraffollamento, monitoraggio della Regione”. Quattrocento sessantasette atti di autolesionismo in un solo anno. È il dato che scuote la città e riporta sotto i riflettori la situazione del Due Palazzi. “Situazione carceraria drammatica: a Padova nel 2025 467 atti di autolesionismo tra detenuti, quasi 9 su 10 tra persone in attesa di giudizio o che scontano pene brevi”. Chiesto anche l’intervento del Presidente Stefani. “Proprio ieri il Garante dei detenuti del Comune di Padova, Bincoletto, ha presentato la sua annuale relazione. Tra i tanti dati presentati il più drammatico è quello sugli atti di autolesionismo nelle persone recluse, che sono stati a Padova 467 nel 2025. Il dato più allarmante è che l’87.79% di questi atti è avvenuto tra detenuti nella Casa Circondariale e quindi persone in attesa di giudizio o che stanno scontando pene brevi. Se le persone detenute arrivano a compiere questi atti è perché non vedono una garanzia di futuro, che non stiamo riuscendo a offrire, a discapito di quanto richiesto dalla Costituzione. Ma di certo gli infiniti nuovi reati e i decreti sicurezza del Governo non saranno la soluzione, ma anzi peggioreranno soltanto le condizioni di vita nelle carceri”, è la premessa della Consigliera. “Quanto sta accadendo in queste ore alla Casa di Reclusione di Padova è gravissimo: nel giro di pochi giorni due persone detenute si sono tolte la vita, riportando drammaticamente all’attenzione il tema del sovraffollamento e delle condizioni di vita all’interno del carcere. Sono, purtroppo, vittime del sovraffollamento che attanaglia le persone detenute e anche il personale carcerario, dobbiamo agire subito”, è quanto dichiara Elena Ostanel, Consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra - Reti Civiche. “Annualmente in Consiglio votiamo la relazione del garante delle persone detenute che purtroppo da anni sottolinea la dura realtà delle carceri venete. Purtroppo, ogni anno rimane lettera morta e di certo non possiamo pensare che davanti a una situazione così drammatica basti una relazione annuale. Per questo abbiamo chiesto un monitoraggio della situazione delle carceri venete in Quarta Commissione consiliare con tutte le realtà coinvolte e alla presenza del Presidente Stefani”, prosegue Ostanel. Matteo Ghirardello, sabato l’autopsia sul detenuto suicida nel carcere Due Palazzi La legale della famiglia del 33enne depositerà una memoria per ricostruire gli ultimi giorni dell’uomo, che aveva chiesto un trasferimento d’urgenza senza chiarirne però i motivi. È stata disposta oggi e sarà eseguita sabato l’autopsia sul cadavere di Matteo Ghirardello, 33 anni, il detenuto di Romano d’Ezzelino, in provincia di Vicenza, che nella notte tra giovedì e venerdì scorso si è impiccato nel carcere Due Palazzi. Sulla vicenda la Procura di Padova ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio e la legale della famiglia dell’uomo depositerà una memoria per ricostruire gli ultimi giorni del detenuto che aveva chiesto un trasferimento d’urgenza senza chiarirne però i motivi. Perugia. Tanti detenuti con problemi psichiatrici ma il bando per uno specialista va deserto di Daniele Bovi umbria24.it, 4 febbraio 2026 Più di un anno fa era stato firmato un accordo per la realizzazione di progetti di assistenza e cura ma nessuno si è fatto avanti. Le patologie psichiatriche rappresentano una delle problematiche più gravi del carcere perugino di Capanne; nonostante ciò, per ora non si è trovato nessun psichiatra che abbia voluto - o potuto date le condizioni poste dal bando e le difficoltà del contesto - dare sostanza all’accordo siglato più di un anno fa tra Regione, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e Provveditorato regionale per la Toscana e l’Umbria. E così, nelle scorse ore, l’Usl Umbria 1 si è vista costretta a riaprire i termini del bando nella speranza che qualcuno, stavolta, si faccia avanti. L’accordo di collaborazione, firmato nell’agosto del 2025, prevede la realizzazione in via sperimentale di progetti volti all’assistenza e cura dei detenuti (che abbiano finito la pena o che potrebbero usufruire di misure alternative alla detenzione) con problemi psichiatrici o di dipendenza da sostanze stupefacenti; il tutto finanziato con oltre 92mila euro. Il mese dopo la Usl attiva tutte le procedure per il reclutamento di uno psichiatra (con incarico da 15 ore settimanali pagate ognuna 75 euro lordi, sotto la media di mercato) e di un assistente sociale per 24 ore settimanali (retribuite 30 euro ognuna). A ottobre però, scaduti i termini, nessuno psichiatra si era fatto avanti e così, nelle scorse ore, la Usl 1 ha pubblicato un nuovo avviso (alle stesse cifre) per la formazione di un elenco di esperti al quale attingere. L’estate scorsa nel corso di un’audizione in Terza commissione il garante regionale per i detenuti, Giuseppe Caforio, ha spiegato come quello dei detenuti con patologie psichiatriche sia “il problema più grande” delle carceri in Umbria, una situazione “drammatica dove la civiltà tocca il fondo”. Le visite specialistiche, ha ricordato Caforio, sono assai rare e questo rende sostanzialmente impossibile stabilire una qualche terapia efficace. Oltre a ciò, il detenuto psichiatrico pone una serie di problemi aggiuntivi per il personale delle strutture. Senza Rems, il carcere diventa reparto psichiatrico - Molti hanno poi una certificazione medica di incompatibilità con il sistema carcerario ma, come noto, nonostante un dibattito a vuoto in corso da anni, l’Umbria non si è ancora dotata di una Rems, ovvero una “Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza” adatta a ospitare detenuti di questo tipo. Una soluzione non certo risolutiva dato che i posti non sarebbero molti, ma si tratterebbe comunque di un primo passo. Il problema dell’assenza di una Rems (nel nuovo Piano sociosanitario la Regione promette di realizzarla) e in generale dei detenuti affetti da problemi psichiatrici è stata ricordata nei giorni scorsi anche dal procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Nel 2024 il procuratore spiegava che circa il 20 per cento degli ospiti di Capanne ne sono affetti, mentre secondo Caforio a Terni si parla di almeno 150 su 600. Como. La docente Insubria Gilda Ripamonti nuova Garante dei diritti dei detenuti varesenews.it, 4 febbraio 2026 Sarà impegnata per tre anni, con attenzione all’ascolto, alla salvaguardia delle relazioni e ai percorsi di risocializzazione, in particolare nella Casa circondariale del Bassone. “Un passaggio di grande valore istituzionale e civile”, afferma il sindaco Alessandro Rapinese. È una docente dell’Università degli Studi dell’Insubria, Gilda Ripamonti, la nuova Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Como. La scelta, avvenuta al termine di una procedura di selezione comparativa, è stata motivata dalla comprovata esperienza maturata nell’ambito del diritto penale, quale ricercatrice, docente e componente del Centro studi sulla Giustizia riparativa e la mediazione dell’Università degli Studi dell’Insubria, nonché dalle “caratteristiche di indipendenza, probità e obiettività” che emergono dal suo profilo professionale e umano, come si legge nel decreto di nomina del 19 gennaio. Il Garante territoriale rientra tra le figure previste dall’ordinamento per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale. La nomina da parte del Comune di Como circoscrive l’ambito di intervento alle persone detenute o comunque private della libertà personale residenti o dimoranti nel territorio comunale, in particolare nella Casa circondariale del Bassone. L’incarico, a titolo gratuito, ha durata triennale ed è rinnovabile una sola volta. “La nomina della professoressa Gilda Ripamonti rappresenta per il Comune un passaggio di grande valore istituzionale e civile - afferma Alessandro Rapinese, Sindaco di Como -. La sua comprovata competenza scientifica e professionale in ambito penalistico, unita a un profilo umano improntato a indipendenza, rigore e sensibilità verso i diritti fondamentali, costituisce una garanzia per l’esercizio di un ruolo tanto delicato quanto essenziale. Il Comune di Como mantiene da tempo una collaborazione costante con la Casa circondariale del Bassone, nella convinzione che il dialogo tra istituzioni sia fondamentale per migliorare le condizioni di vita delle persone detenute e favorirne i percorsi di reinserimento sociale. In questo quadro, la sinergia con l’Università degli Studi dell’Insubria rappresenta un valore aggiunto significativo, capace di coniugare competenza, attenzione ai diritti e impegno concreto sul territorio”. “In una realtà detentiva densa di problematicità - dichiara Gilda Ripamonti -, e in presenza di un quadro di scelte legislative tendenti all’inasprimento sanzionatorio, operare come garante dei diritti delle persone private della libertà penso significhi non solo salvaguardare il senso del carcere inteso come extrema ratio attraverso l’articolazione razionale di una esecuzione trattamentale progressiva e la personalizzazione della pena, ma anche promuoverne concretamente l’umanizzazione. Penso quindi a una costante attenzione alla rimodulazione concreta della realtà fattuale dell’esecuzione della pena all’interno dell’attuale compendio normativo in attuazione del dettato costituzionale, e al costante ascolto volto a riconoscere i bisogni, a proteggere i diritti dei detenuti e a salvaguardare le relazioni e gli obiettivi di risocializzazione, irrinunciabili e inscindibilmente connessi alla pena”. Gilda Ripamonti, comasca, classe 1967, docente di Diritto penale progredito e Diritto penale internazionale e giustizia di transizione, afferisce al Didec, il Dipartimento di Diritto economia e culture, con sede a Como. È componente del Consiglio scientifico del Centro Studi sulla Giustizia riparativa e la Mediazione (Cesgrem) dell’Ateneo. Da maggio 2025 fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione provinciale dell’ente filantropico Comunità Comasca. Ripamonti è laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano, ha conseguito il dottorato di ricerca in Diritto penale italiano e comparato all’Università di Pavia, maturando esperienze di studio e ricerca anche in ambito internazionale. Nel corso della sua carriera all’Insubria, dove è arrivata nel 2002, ha ricoperto diversi incarichi istituzionali, tra cui la partecipazione al Consiglio di amministrazione di Ateneo e alla Giunta di Presidenza del Didec. Si occupa di attività di ricerca sui temi delle cause di giustificazione, della giustizia riparativa, della tutela dei diritti e del rapporto con le vittime di reato e ha contribuito alla realizzazione di iniziative di supporto giuridico in ambito penitenziario, anche in collaborazione con la Casa circondariale di Como. Caltagirone (Ct). Istituito il Garante comunale dei detenuti e si accende lo scontro politico lagazzettadelcalatino.it, 4 febbraio 2026 Il Consiglio comunale di Caltagirone ha approvato il regolamento per l’istituzione del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale. Il via libera è arrivato nella seduta di ieri sera, con l’ok alla proposta della Giunta municipale, modificata da un emendamento del centrodestra che attribuisce al Consiglio, e non al sindaco, la competenza per l’elezione del Garante. L’emendamento è passato con 8 voti favorevoli e 6 contrari. Unanime il riconoscimento dell’importanza della nuova figura, già condivisa anche in prima commissione. Divergenze, invece, sulle modalità di nomina. Per il centrodestra, che ha sostenuto l’emendamento con Ivana La Pera, Francesco Caristia, Sergio Gruttadauria e Antonio Montemagno, la scelta consiliare rappresenta “la migliore soluzione”. Critico il centrosinistra: Luigi Failla ha parlato di un emendamento che “sminuisce la figura del Garante”, mentre Pia Giardinelli ha auspicato una nomina unanime. Il provvedimento è stato illustrato dall’assessore alla Legalità Giuseppe Fiorito, che ha richiamato la centralità della tutela della persona e della dignità umana. Il Garante opererà per migliorare le condizioni di vita e il reinserimento sociale dei detenuti, anche attraverso attività di sensibilizzazione e l’esame di segnalazioni. Monza. L’arte che abbatte le barriere. Gli studenti incontrano il carcere di Cristina Bertolini Il Giorno, 4 febbraio 2026 “Incontro con il carcere” è il progetto pilota formulato dall’istituto Carlo Porta (liceo economico sociale) per i 22 studenti della classe quarta GS con la società “Armonia senza confini” e la Provincia di Monza e Brianza. Come spiega la dirigente scolastica Giovanna Lacatena, l’idea è nata da un incontro con il consigliere provinciale Giuseppe Azzarello, promotore del progetto, per offrire un’esperienza concreta con i detenuti del carcere di Bollate da aggiungere alle iniziative della scuola sulla legalità. “È cosa diversa spiegare Diritto e giustizia riparativa sui libri - fa eco la professoressa Anna Passoni - e far toccare con mano la realtà del carcere e di chi ha sbagliato e sta facendo un percorso riparativo e di rieducazione”. Il progetto ha portato a un protocollo d’intesa per spiegare ai ragazzi le conseguenze di bullismo e cyberbullismo, uso errato dei social media, conseguenze della solitudine e dello stigma sociale. La professoressa Alessandra Pacchioni che coordina il progetto insieme a Luisa Colombo arte terapeuta del carcere ha impostato un percorso di prevenzione e legalità con un paio di incontri rivolti alle famglie, altri rivolti agli insegnanti e poi il focus sugli studenti. Ha un’esperienza collaudata ormai da 12 anni di confronto studenti-detenuti che ha già toccato 5000 studenti lombardi dalla terza media agli atenei. Per i ragazzi del Porta nelle prossime settimane il percorso comincerà con laboratori di arte terapia, a scuola e con i detenuti del carcere di Bollate, con gli stessi strumenti utilizzati dietro le sbarre, fra colori, carta, fogli, creta e scrittura creativa, per far leva sulla consapevolezza, contro il pregiudizio, per imparare a guardare gli altri come vorremmo essere guardati. I detenuti stessi racconteranno la loro esperienza di restrizione della libertà. L’obiettivo è di stimolare la responsabilità delle proprie azioni, prima di compierle e delle loro conseguenze. Come sottolinea Alessandra Villa, consigliera regionale la curva è ascendente: sono in crescita i reati di violenza perpetrati da adolescenti o neodiciottenni, da cui l’esigenza di progetti dedicati ai giovanissimi. Milano. Ragazzi in carcere, il teatro che abbatte i muri. L’esperienza di Puntozero Beccaria di Livia Zancaner Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2026 C’è un luogo in cui abbattere il confine tra carcere e città è possibile, anche fisicamente. È il Teatro Puntozero Beccaria, prima sala teatrale in Europa costruita all’interno di un istituto penale minorile e, allo stesso tempo, aperta al pubblico. Il teatro si colloca infatti esattamente a cavallo delle mura del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, con un doppio ingresso, uno dalla strada e uno dall’interno dell’istituto. Una scelta che incarna una visione precisa della giustizia minorile, fondata sulla continuità con la società civile. Dall’1 al 22 febbraio 2026 questo spazio ospita Alice Augmented, nuova versione di Alice nel Paese delle Meraviglie, spettacolo che unisce giovani detenuti e non. Un teatro vivo, per venti giorni - In scena ci sono 14 attori e 2 tecnici che fanno parte della compagnia Puntozero, associazione non profit fondata nel 1995 da Lisa Mazoni e Giuseppe Scutellà. Una compagnia che unisce ragazzi detenuti, giovani in misura alternativa, ex detenuti e coetanei completamente estranei al circuito penale. “Per gli attori poter stare in scena così tanto tempo è sicuramente un’avventura incredibile”, racconta Mazoni. “Questo significa che il teatro è vivo per più di venti giorni e per noi è un’occasione straordinaria di incontrare la città, proporre le nostre produzioni artistiche e permettere ai ragazzi di sperimentarsi in un contesto altamente professionale, insieme a coetanei che sono estranei al circuito penale”, prosegue Mazoni. “Ragazzi che semplicemente amano il teatro”, dice Mazoni, “ma che hanno una sensibilità tale da voler stare in un contesto carcerario, che è un contesto molto complesso”. Continuità con il mondo esterno - Questa visione è perfettamente in linea con quanto indicato dal decreto legge 121 del 2018, che pone al centro la finalità educativa, la responsabilizzazione, il reinserimento sociale, sottolineando come la giustizia minorile debba mantenere un rapporto reale con la società civile, affinché la detenzione possa trasformarsi in un vero riscatto. “Per noi questa continuità è fondamentale”, sottolinea Mazoni. “Senza un rapporto con l’esterno, la detenzione rischia di essere solo sospensione, non trasformazione”. “Puntozero propone un percorso di formazione e di lavoro”, spiega Mazoni. I ragazzi detenuti coinvolti sono titolari di permessi ex articolo 21, che consentono loro di uscire per alcune ore dal carcere, seguendo percorsi di studio o professionali. Altri sono in misura alternativa o già scarcerati, ma continuano a lavorare con la compagnia. “Tutti i ragazzi che intercettiamo hanno un riconoscimento economico: può essere un’indennità, una borsa di studio, una borsa lavoro, una scrittura nello spettacolo, fino ad arrivare a contratti veri e propri, anche a tempo indeterminato”. Dentro la sezione detentiva - All’interno del carcere, i laboratori teatrali si svolgono tre volte a settimana per tre ore, sono condotti da 12 volontari e coinvolgono ogni volta una dozzina di ragazzi. In un quadrimestre vengono intercettati circa 70 giovani, spiega Mazoni. In tutto a fine dicembre i ragazzi presenti all’interno dell’ipm, l’istituto penale minorile erano 72, tra minorenni e giovani adulti tra i 14 ai 24 anni. I laboratori si svolgono nelle aule dove la mattina si tengono le lezioni e i corsi di alfabetizzazione, aule molto simili a quelle che si trovano all’esterno del carcere, nelle scuole. “Quello che spesso i ragazzi ci dicono è: quando veniamo a Puntozero non ci sembra di stare in carcere”, sottolinea Mazoni. “Per tre ore i ragazzi si dimenticano persino di fumare e non chiedono sigarette. Per essere dentro un carcere, questa è una conquista enorme”. I ragazzi e la loro prima chance - “In questo periodo si sente dire spesso che una della criticità delle carceri minorili è la presenza di ragazzi stranieri, che non parlano italiano e che hanno una cultura completamente diversa dalla nostra. Ma dal mio punto di vista non è cambiato nulla rispetto ad anni fa, sono sempre ragazzi”, osserva Mazoni. Ragazzi che percepiscono molto prepotentemente l’ingiustizia sociale, ma che, una volta intercettati, mostrano “una grandissima voglia di essere accuditi e di ritrovare la propria adolescenza”. “Il 99% delle persone che ho incontrato in carcere sono figli della povertà culturale ed economica e commettono reati di sopravvivenza”, continua Mazoni. Alcuni sono bambini che a dieci, dodici anni partono da soli dai loro Paesi, lasciano la famiglia e affrontano viaggi pericolosi verso quella che ritengono la ricca Europa. Ma una volta arrivati, trovano il vuoto”. “Ma ho conosciuto anche adolescenti di Milano che a cinque o sei anni portavano la cocaina nei pantaloni. A questa utenza tu non dai una seconda possibilità: dai la prima chance della loro vita”. La falla del sistema - Lisa Mazoni e Giuseppe Scutellà, oltre a lavorare insieme, sono una famiglia e da anni accolgono in casa ragazzi in uscita dal Beccaria. “Quello che vedo è che non sono i ragazzi a essere cambiati, è l’architettura del carcere a essersi militarizzata. C’è un approccio completamente diverso, una volta il Beccaria era inteso più come una comunità”. Secondo Mazoni, uno dei problemi più gravi emerge al momento dell’uscita dal carcere. “Quando arriva la scarcerazione o la misura alternativa, spesso il ragazzo non ha sviluppato un’autonomia reale. Non ha avuto modo di costruire relazioni con l’esterno”. Il risultato è un circolo vizioso: “Escono e dopo dieci, venti giorni rientrano, spesso con un aggravamento. Questo non può funzionare. Non è l’utenza che è cambiata, è una falla del sistema”. Un teatro che resiste - Eppure, proprio in questo contesto, il teatro continua a essere uno spazio di possibilità concreta. E la sua vera forza sta in una scelta chiara: fare teatro sul serio, perché solo così i ragazzi possono immaginare un futuro diverso. Il Teatro Puntozero è stato costruito nel 2005 da operatori e ragazzi detenuti. “Eravamo cinque operatori e una ventina di ragazzi”, ricorda Mazoni. “È il risultato di una battaglia durata più di dieci anni per abbattere un muro di cinta e creare il doppio ingresso”. Un progetto sostenuto da istituzioni come il Teatro alla Scala e il Piccolo Teatro, che hanno riconosciuto il valore culturale e sociale dell’esperienza. Nel 2025 la compagnia Teatro Puntozero Beccaria è stata riconosciuta dal fondo nazionale spettacolo dal vivo del ministero della Cultura come impresa di produzione di teatro per l’infanzia e la gioventù. Benevento. Teatro in carcere, storie di riscatto Il Mattino, 4 febbraio 2026 L’iniziativa, curata dall’associazione Exit Strategy, ha visto un gruppo di detenute mettersi in gioco con il progetto “Mandragole”. La Casa Circondariale di Benevento, oggi, per qualche ora è stata un vero e proprio teatro, accogliendo l’esibizione delle detenute che hanno scelto di prendere parte al progetto “Mandragole. Tecniche di Teatro Partecipativo” a cura dell’associazione Exit Strategy e finanziato dal Fondo per la promozione e il sostegno delle attività teatrali negli istituti penitenziari. La restituzione finale di un percorso che ha visto impegnate una parte della popolazione femminile del carcere, mettendosi in gioco e lavorando su se stesse. “La geografia degli oggetti” è il titolo della messa in scena per la regia di Alda Parrella e liberamente tratto dal “La vita facile” di Alda Merini. Il palco diventa spazio di emozioni libere, vere, sincere. Movimenti e parole che raccontano dolore e riscatto, il buio e la luce. Oggetti che definiscono tempi e custodiscono storie, ma anche quei corpi di donne con collocazioni geografiche ben definite che narrano nelle loro ben definite fisicità, nel loro essere, nelle loro composizioni. Anime apparentemente spente, che esplodono di colori nella loro leggerezza, voglia di vita, allegria, come il ritmo di una tarantella può ben scandire con la sua armonia. Percorsi intimi, ben definiti da spazi e oggetti, rimbalzano tra staticità e movimento, parole dure che impennano in una iperbole di briosa consapevolezza di voglia di vita. In scena: Adele, Carmen, Francesca, Maria, Maria, Milena, Nunzia, Pina, Rosario, Samantha, Teresa. La colonna sonora, in perfetto equilibrio con la narrazione, è stata la melodia straordinaria di Eduarda Iscaro e la sua fisarmonica. Nel ringraziare tutta l’associazione di Exit Strategy, il personale del carcere e la popolazione femminile della casa circondariale, la regista Alda Parrella, si è rivolta commossa alle attrici mentre stringevano i loro attestati emozionate e soddisfatte del percorso fatto: “Questo è solo un punto di partenza, non di arrivo”. “Mi complimento e ringrazio l’associazione che da anni si impegna qui in carcere- ha infine affermato la vicedirettrice della Casa Circondariale di Benevento, Maria Parenti - Una rappresentazione teatrale intensa, dove l’insegnamento della spontaneità è stato fondamentale, perché l’importante non è cadere ma sapersi rialzare. Tutte avete dato il meglio”. Dieci fatti di cronaca, dieci nuovi reati di Federica Olivo huffingtonpost.it, 4 febbraio 2026 In principio furono i rave party, poi è arrivata la tutela per l’orso marsicano, passando per i ben più drammatici naufragi di migranti, ma non solo. La concezione della sicurezza per il governo Meloni è un infinito gioco ad acchiapparella con la realtà. “Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa nazione”. Con queste parole Giorgia Meloni ha annunciato il nuovo pacchetto sicurezza. Che arriva in risposta ad alcuni fatti di cronaca: gli scontri durante il corteo per il centro sociale di Torino Askatasuna, un accoltellamento di un ragazzo, ucciso da un compagno di classe a scuola, l’inchiesta per omicidio volontario nei confronti di un poliziotto che ha sparato a uno spacciatore. Non è la prima volta che succede: è già successo molte volte. Ne abbiamo contate dieci, ma l’elenco potrebbe continuare. L’attitudine del governo Meloni a proporre una nuova legge (sempre e rigorosamente contenente nuovi reati o aggravanti) dopo uno o più fatti di cronaca è stata chiara sin dal primo giorno. Il governo si era insediato da meno di dieci giorni quando ecco che il 31 ottobre 2022, sulla scia di un rave party che si era svolto a Modena (peraltro senza disordini, scontri o incidenti) il governo aveva deciso che i rave erano emergenza nazionale. La prima da dover affrontare. Nacque così il reato di rave party, al secolo Invasione di terreni o edifici con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica. Per la cronaca, al momento non si registrano condanne per questo reato. E qualche rave party continua a essere organizzato. Erano passate circa 2 settimane dal 26 febbraio 2023 - il giorno del naufragio di Cutro, quando a poche centinaia di metri dalla spiaggia del paese calabrese morirono quasi 100 migranti che cercavano di sbarcare in Italia - quando Giorgia Meloni andò a Cutro. In una conferenza stampa annunciò che il governo intendeva “andare a cercare gli scafisti in tutto il globo terracqueo”. In quell’occasione sono state inasprite le pene per i trafficanti di esseri umani ed è stato introdotto un nuovo reato per i responsabili delle morti nel Mediterraneo. In questo caso gli scafisti avrebbero potuto essere perseguiti anche oltre i confini italiani e puniti con pene da 20 a 30 anni. La cronaca degli ultimi anni, a partire dal caso di Maysoon Majidi e da altri casi simili ma meno noti, ci ha insegnato che spesso a essere processato non è il trafficante vero e proprio, ma il primo malcapitato. Aveva suscitato orrore e indignazione la storia dello stupro di Caivano: nell’estate 2023 era stato scoperto che due bambine di 10 e 12 anni erano state violentate per mesi da un gruppo composto quasi solo da minorenni. Come aveva risposto il governo? Con un decreto. Il decreto Caivano, per l’appunto, che ha previsto una stretta sui reati dei minori. Anche quelli diversi, e meno gravi, dalla violenza sessuale. Risultato: le carceri minorili, che fino a pochi anni fa funzionavano dignitosamente, sono sovraffollate. E, lo dicono le recenti statistiche delle procure, i reati dei minori aumentano, invece di diminuire. I casi di femminicidio causano sempre rabbia e commozione nella società. I dati di gennaio del Viminale segnalano che nel 2025 sono diminuiti del 18%, rispetto al 2024. Più degli omicidi, ridotti del 15%. Un segnale positivo, perché negli anni scorsi i dati delle donne uccise erano sostanzialmente stabili, o talvolta calavano di poche unità. E comunque molto meno di altri reati. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni femminicidi, come quelli di Giulia Tramontano e Giulia Cecchettin, che hanno particolarmente colpito i cittadini. Per provare a cambiare le cose il governo ha pensato non di investire nei centri antiviolenza, non di sostenere le donne, ma di intervenire con lo strumento che sa usare meglio, quello penale. Ed è così che il reato di femminicidio è diventato legge: chi uccide una donna per ragioni di sopraffazione, perché non la rispetta e non accetta una separazione, è condannato all’ergastolo. Sembra una rivoluzione ma non lo è: l’ergastolo poteva arrivare anche prima. Tornando ai minori, in un contesto in cui le baby gang e i giovani violenti sembrano diventati la principale emergenza del Paese, ecco che il governo dopo alcuni casi eclatanti di aggressione nei confronti degli insegnanti, ha previsto un’aggravante per chi - studente o genitore - spintona o maltratta un docente. Un reato specifico è stato previsto invece per le aggressioni nei confronti del personale sanitario. Con pene simili a quelle di chi aggredisce Anche in questo caso, a fare da volano alla norma erano stati casi di cronaca di familiari di malati che avevano fasciato il pronto soccorso. Inutile ricordare che esisteva già un modo per condannare gli autori di questo tipo di aggressioni. In questi giorni parliamo del secondo decreto sicurezza, ma non si può dimenticare il primo. Con quello si è risposto alla presunta emergenza delle manifestazioni contro il ponte sullo stretto, all’altrettanto presunta emergenza delle borseggiatrici che hanno figli molto piccoli. E che, fino a prima che la legge passasse, non potevano essere mandate in carcere se il bambino non aveva compiuto 1 anno. Allo stesso modo, il primo decreto sicurezza per rispondere alle piaghe di un carcere disastrato, si inventava un nuovo reato: rivolta carceraria. E la lista potrebbe continuare. In risposta a un’azione dimostrativa di Ultima generazione che, a marzo 2023, aveva imbrattato (senza gravi danni) la facciata del Senato, ecco pronto un provvedimento per punire più aspramente chi imbratta quadri, sculture o altri oggetti di valore nei musei. Il tema migranti è stato molto sensibile per il governo. E lo è ancora. Ma il momento di massima tensione si è registrato quando erano partiti i centri in Albania e i magistrati facevano tornare in Italia i migranti che erano stati mandati dall’altra sponda dell’Adriatico. I rientri erano disposti perché la legge lo prevedeva. E allora cosa ha fatto il governo? Ha cambiato la legge. Per due volte. La lista di norme scritte sull’onda emotiva di fatti di cronaca potrebbe essere ancora lunga. Ma concludiamo questo decalogo con un reato un po’ diverso da quelli finora trattati: aveva commosso il web, nell’agosto 2023, la storia dell’orsa Amarena, a San Benedetto dei Marsi. La mamma orsa, a cui gli abitanti dei paesi d’Abruzzo che attraversava erano molto affezionati, uccisa a fucilate da un commerciante del posto che è stato rinviato a giudizio. Se sta per iniziare un processo, vuol dire che un modo per condannare chi uccide senza motivo e con crudeltà un animale già c’è. Eppure il governo, su richiesta della maggioranza, ha scelto di prevedere un reato specifico: aumentando le sanzioni per chi uccide un orso. Non un orso qualunque, ma proprio l’orso marsicano. Minneapolis, Torino e il falso dilemma della sicurezza di Paolo Venturi Avvenire, 4 febbraio 2026 Riemerge una vecchia ricetta, apparentemente semplice: più tranquillità in cambio di meno libertà, oppure più libertà accettando un contesto meno sicuro. Ma siamo davvero certi che tutto si giochi su questo equilibrio instabile, o stiamo usando questo schema per evitare di affrontare un vuoto più profondo? Minneapolis prima, oggi Torino. Le città sembrano più insicure, i cittadini più soli, impauriti e disorientati. Riemerge così una vecchia ricetta, apparentemente semplice: più sicurezza in cambio di meno libertà, oppure più libertà accettando un contesto meno sicuro. Un trade-off presentato come inevitabile. Questa narrazione è potente, ma anche rassicurante. Divide il mondo in due campi contrapposti: i “securitari” e i “movimentisti”, quelli che invocano ordine e controllo e quelli che difendono spazi di autonomia e conflitto. Alimenta conflitti simbolici e politici, semplificando il dibattito pubblico e segmentando la società in identità contrapposte. Ma proprio qui sta il problema, siamo davvero sicuri che la sicurezza si giochi su un equilibrio instabile tra libertà e controllo, o stiamo usando questo schema per evitare di affrontare un vuoto più profondo? La questione non è quanta libertà sacrificare per sentirsi più protetti, ma che tipo di protezione stiamo cercando? Quando la sicurezza viene ridotta ad una mera questione di regole da inasprire accade qualcosa di prevedibile. La società smette di essere uno spazio di cooperazione e diventa un campo di scontro. Le istituzioni si irrigidiscono, i cittadini si chiudono e il conflitto diventa l’unico linguaggio disponibile. È il segnale che il capitale sociale - la capacità di fidarsi, riconoscersi, convergere e mediare - si sta consumando. Senza capitale sociale, ogni crisi si trasforma in emergenza permanente, ogni tensione diventa un problema di ordine pubblico, ogni differenza viene vissuta come una minaccia. Non perché i conflitti non esistano, ma perché manca la capacità collettiva di affrontarli senza distruggere il legame che tiene insieme la società. La sicurezza, in questo senso, non è un dato tecnico. È un fatto profondamente politico e culturale, che dipende dall’idea di società che scegliamo di abitare. Una società che investe solo nel controllo finirà per produrre insicurezza diffusa, perché erode le stesse condizioni della convivenza. Allo stesso modo, una società che non riesce a garantire la sicurezza ai propri abitanti e il rispetto della legalità finirà per generare sfiducia e insicurezza, erodendo la coesione sociale. Forse il vero salto da fare è uscire dalla logica del trade-off. Pensare alla protezione non come il risultato di un bilanciamento tra diritti e ordine, ma come un progetto di cura. Cura delle persone, dei territori, delle fragilità visibili e invisibili. Cura come infrastruttura sociale, non come sentimento individuale. Questo significa che senza mutuo riconoscimento, non c’è sicurezza possibile, ma solo paura che si autoalimenta. Per dare valore alla sicurezza in termini di comunità, bisogna ripensare la sua funzione, non come uno scambio unilaterale tra libertà e controllo, ma come un processo dinamico che costruisce legami tra cittadini e istituzioni. La legalità non può mai essere un concetto esclusivo, né un limite alla partecipazione, deve essere il fondamento di un’idea di convivenza che permetta anche la libera espressione del dissenso. Se la discussione pubblica si riduce a un gioco di piani opposti, la società si frantuma in compartimenti stagni, dove chi non è d’accordo viene visto come una minaccia. La politica, tutta, dovrebbe avere il coraggio di uscire dalla semplificazione, che rischia di scaricare il costo sulla coesione sociale, facendola evaporare lentamente. Una società più divisa non è una società più sicura è solo una società che ha smesso di prendersi cura di sé stessa. E quando la cura scompare, la sicurezza diventa un’illusione. Una chiara strategia per il giro di vite di Alessandro De Angelis La Stampa, 4 febbraio 2026 La storia è semplice: gli episodi - diciamolo: eversivi - di Torino hanno offerto alla destra un assist senza precedenti per un giro di vite senza precedenti, accompagnato da un racconto assolutamente prevedibile. E questo accade proprio mentre Giorgia Meloni era in un momento di difficoltà. Non solo sull’Ice e su Niscemi, ma proprio sulla sicurezza, tema cruciale per la destra: studenti accoltellati nelle scuole, baby gang che sparano e aumento della violenza nelle strade. Invece di procurare, alla destra, una crisi di identità, i fatti di Torino diventano un elemento di rilancio. Questo ci racconta la sequenza (e il crescendo) degli ultimi giorni. Eccola: le prime dichiarazioni di Giorgia Meloni su magistrati - pensando al referendum - e sinistra che “coccola” gli estremisti, tese a cavalcare lo sdegno. L’annuncio di una stretta con l’ennesimo pacchetto sicurezza, riproposto e inasprito rispetto a quello impantanatosi due settimane fa. La “finta” di una mozione unitaria: se la vuoi fare veramente, non può essere un “prendere o lasciare” su norme già stabilite, ma, così posta, serve a dire “se non la votate state coi violenti”. L’intervento di Matteo Piantedosi in Aula, molto duro e molto politico, tutto teso a schiacciare la sinistra sulla “complicità” con gli estremisti. Da ultimo, la forzatura di metterlo al voto oggi, sempre per alimentare il racconto “chi si sottrae, sta con l’eversione”. Come evidente, è una narrazione che fa di tutt’erba un fascio e si nutre di provvedimenti bandiera, ove quel che conta è il messaggio trasmesso (la faccia feroce) più che l’efficacia, al punto che ancora non è chiaro quali norme siano applicabili in termini di costituzionalità. E tuttavia tutto questo tentativo è reso possibile perché di sicurezza, sostanzialmente, la sinistra finora non si è occupata. E davanti all’offensiva securitaria appare disarmata. A fronte di chi propone l’illusione della sicurezza offrendo un po’ meno libertà - dalle cauzioni sulle manifestazioni all’Albania - manca del tutto la sfida di chi quel problema lo riconosce e lo declina coniugando il bisogno di sicurezza con libertà e diritti. Si denuncia cioè la strumentalizzazione, ma non ci si misura col “senso comune”. Torino è il caso di scuola di questo approccio. Intonare la cantilena, anche un po’ consolatoria, secondo cui pochi violenti - centri sociali in questo caso, pro Pal in altri casi - non possono cancellare il valore di un corteo pacifico significa essere estranei proprio a quel senso comune, fatto di paura e sgomento di larga parte dei cittadini. Il tema non è la condanna successiva, ma il fare i conti, a monte, con quei mondi dell’indulgenza, evocati dalla procuratrice di Torino Lucia Musti, e con quei pezzi di sinistra radicale che flirtano coi centri sociali. Per Enrico Berlinguer i terroristi non erano “compagni che sbagliano”, ma nemici della Repubblica, e su questo il Pci ingaggiò una discussione vera, al suo interno, e una battaglia politica dura all’esterno. Nella consapevolezza, su cui tenere e conquistare le masse popolari, che l’estremismo chiama sempre la reazione. È l’opposto della logica del “tanto peggio per gli altri, tanto meglio per noi” secondo cui più si radicalizza lo scontro meglio è. Qui non c’entrano le “mediazioni” dentro una coalizione, ma il senso profondo della partita in atto. Manconi: “Che stupidaggine evocare le Br. Il Governo legifera come in uno stato d’eccezione” di Angela Stella L’Unità, 4 febbraio 2026 “Veniamo da tre anni di legislazione d’emergenza non dichiarata, senza alcun risultato positivo. Un autentico fallimento della coppia Piantedosi-Nordio. Quali sarebbero le nuove emergenze segnalate dai fatti di Torino? Una strumentalizzazione intollerabile”. “Meloni ha chiesto alla magistratura di applicare, per l’episodio del poliziotto ferocemente picchiato, il reato di tentato omicidio. Mentre la maggioranza si sgola per dire che la riforma della giustizia non porterà alla sottomissione del pm all’esecutivo”. Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici e già presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, è editorialista di Repubblica e presidente di A Buon Diritto. Il suo ultimo libro è La scomparsa dei colori, dove racconta la sua esperienza di perdita della vista. Dopo le immagini degli scontri al corteo per Askatasuna a Torino, il Governo, in primis con Giorgia Meloni, accelera sul pacchetto sicurezza e prepara le misure forti. Che ne pensa? Trovo intollerabile la strumentalizzazione da parte del governo e della maggioranza dei fatti di Torino, al fine di colpevolizzare le opposizioni e di accelerare l’assunzione di misure restrittive della libertà di manifestazione, di movimento e di espressione della critica e del dissenso. Se ci sono stati, e ci sono stati, episodi che configurano fattispecie penali, vanno individuate le responsabilità personali, processati gli imputati e sanzionati i reati. E per fare ciò il nostro codice penale è già attrezzato adeguatamente e non ha bisogno di nuove norme che suonano come altrettanti proclami ideologici e altrettante forme di manipolazione delle ansie collettive. Veniamo da tre anni di legislazione d’emergenza non dichiarata: per ogni conflitto sociale o per ogni fenomeno di devianza sono stati approvati nuove fattispecie penali, aumento delle aggravanti e incremento delle pene. Tutto ciò senza alcun risultato positivo. Un autentico fallimento della coppia Piantedosi-Nordio. E ora? Quali sarebbero le nuove emergenze segnalate dai fatti di Torino, le nuove esigenze di sicurezza, i nuovi fattori di allarme che dovrebbero richiedere nuove misure e, come si scrive, una stretta e un giro di vite? Giorgia Meloni ha scritto: “mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quelli che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte”. Nordio le ha dato ragione. Come commenta? Per la verità, la presidente del Consiglio è andata oltre, molto oltre, e ha chiesto esplicitamente alla magistratura di applicare, per l’episodio del poliziotto ferocemente picchiato, il reato di tentato omicidio. Mentre la maggioranza si sbraccia e si sgola per dire che la riforma della giustizia non porterà alla sottomissione del pm all’esecutivo, ecco che quella buona intenzione viene nettamente contraddetta da affermazioni precipitose e irresponsabili, che configurano una brutale invasione di campo. E una ostentata violazione del principio aureo della divisione dei poteri. Far emergere da parte del Governo la figura di una magistratura che non vorrebbe tutelare la sicurezza serve anche a Meloni e compagni per la campagna referendaria sulla separazione delle carriere? Purtroppo abbiamo dovuto apprendere di un post del Comitato per il Sì che diceva testualmente che i manifestanti violenti di Torino “votano no”. Questo non è giocare scorretto, è vera e propria truffa elettorale. Per Matteo Salvini “chi scende in piazza dovrà pagare una cauzione, come già successo alla Lega nel 1999 quando organizzò una manifestazione a Roma. Non possono essere tollerati altri casi-Torino”. Che ne pensa? Mi sembra si tratti di una proposta già tramontata in ragione della sua palese incostituzionalità, dal momento che si sottoporrebbe il diritto di manifestare a una disponibilità economica che avrebbe un inevitabile effetto discriminatorio. E in più renderebbe i promotori - un movimento, un partito, un sindacato, un’associazione, un gruppo di cittadini - responsabili in solido dell’eventuale reato o danno causato da un singolo soggetto, all’interno o ai margini di una manifestazione. Un altro punto molto discusso è il fermo preventivo, di certo non una previsione garantista. Qual è il suo giudizio? È un’ipotesi che confligge nitidamente con lo spirito e con la lettera della Costituzione e, non a caso, la riforma Vassalli volle superarla. L’articolo 13 della nostra Carta recita così: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori”. Si tratta di una questione delicatissima, che va trattata con il massimo rigore e con l’indicazione, appunto tassativa, dei requisiti che possano consentire la deroga. Ancora una volta si legifera come se fossimo in uno stato d’eccezione e in un’emergenza permanente. Da qui discendono tutte le asinerie ascoltate in questi giorni sul confronto con i cosiddetti “anni di piombo” e sulla comparazione tra la violenza dei cortei e gli omicidi delle Brigate Rosse mezzo secolo fa. Con queste norme si vuole punire il dissenso pacifico? Siamo verso uno Stato di polizia? Non siamo in uno Stato di polizia e non penso che siamo destinati fatalmente a un simile e oscuro esito. Sono convinto che sia ancora possibile battersi contro una tale cupa prospettiva. Ma, certo, all’interno del governo ci sono forti pulsioni autoritarie che soffrono le manifestazioni di dissenso e di contestazione e che spingono per una involuzione e forte limitazione del nostro sistema dei diritti e delle garanzie. E che, infine, sembrano apprezzare quelle che vengono definite le democrature. In altre parole le autocrazie come l’Ungheria di Orban. Questo è un rischio che non ritengo totalmente escluso dal nostro orizzonte. Come giudica l’atteggiamento del Pd e della segreteria Schlein sulla sicurezza? In una situazione estremamente difficile, mentre il senso comune sembra irresistibilmente attratto dalle soluzioni autoritarie, mi pare che la leadership del Pd stia lavorando per trovare un punto di equilibrio tra esigenze di sicurezza pubblica e tutela delle libertà. È un tentativo che merita di essere sostenuto da tutti i democratici. Migranti. Cpr, anatomia di un fallimento irriformabile di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 febbraio 2026 Non è una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni. I Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in Italia sono un’aberrazione strutturale. Lo dice chiaramente il secondo rapporto di monitoraggio presentato dal Tavolo asilo e immigrazione (Tai), una rete della società civile che mette insieme 41 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti. Il documento, ultimato il 21 gennaio 2026, scatta una fotografia impietosa di quello che succede dentro le mura di dieci strutture: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio, Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi e Trapani-Milo Il viaggio di Marco Cavallo - Il monitoraggio ha un filo rosso che attraversa ogni pagina: la salute fisica e mentale delle persone trattenute. Non è una scelta casuale. Il lavoro del Tai si è intrecciato con il viaggio di Marco Cavallo, il simbolo storico della liberazione dai manicomi, promosso dal Forum per la salute mentale. Mentre le delegazioni entravano nei centri per raccogliere dati, la scultura azzurra di Marco Cavallo sostava davanti ai cancelli, accompagnata da cittadini e operatori, per gridare che la detenzione amministrativa riproduce le stesse logiche di segregazione e annientamento dei vecchi manicomi. I Cpr non sono semplicemente posti dove finiscono persone già fragili, ma sono dei veri e propri “dispositivi patogeni” che il disagio lo creano da zero, in modo sistematico. Lo dicono chiaramente i dati del progetto “Trattenuti”, curato da ActionAid e dall’Università di Bari, che raccontano come dentro queste mura il diritto alla salute venga calpestato ogni giorno. Il quadro che emerge è quello di un’assistenza sanitaria spesso finita in mano ai privati, dove manca un coordinamento reale con il Servizio sanitario nazionale e si creano enormi diseguaglianze a seconda del territorio in cui ci si trova. In questo contesto, i ritardi nel ricevere le cure non sono più un caso isolato ma sono diventati la norma. Il risultato è che la tutela della salute mentale è quasi inesistente, trasformando queste strutture in “istituzioni totali” capaci di fare a pezzi l’equilibrio psichico di chiunque vi resti chiuso dentro. Le parole di Ousmane Sylla - Il rapporto si apre con il ricordo di Ousmane Sylla, il giovane che si è tolto la vita nel Cpr di Roma il 4 febbraio 2024. Prima di morire, aveva affidato al muro della sua cella un testamento straziante: “Se muoio vorrei che riportassero il mio corpo in Africa, mia madre sarebbe felice”. Scriveva anche che i militari italiani non conoscono nulla tranne il denaro e chiedeva pace per la sua anima. È un orrore che non si può normalizzare. Il Tai denuncia che questi centri sono costosi dispositivi di privazione della libertà che falliscono anche rispetto all’obiettivo dichiarato: i rimpatri. Eppure, le politiche migratorie continuano a investire sulla detenzione amministrativa, arrivando a progettare nuove strutture come quella di Trento o riaprendo centri già devastati da rivolte e incendi, come Torino e Trapani. Un altro segnale allarmante è l’opacità istituzionale. Il monitoraggio del 2025 è stato segnato da ostacoli gravi: le Prefetture di Macomer e Bari hanno negato l’ingresso agli esperti che accompagnavano i parlamentari, cercando di ridurre le visite a una presenza puramente simbolica. Tutto questo è stato “blindato” da una circolare del ministero dell’Interno del 18 aprile 2025 che ha limitato arbitrariamente la nozione di “accompagnatore”, rendendo più difficile il controllo democratico su questi luoghi invisibili. Mimmo Lucano a Pian del Lago: “Questi sono lager” - Mentre il rapporto del Tai analizza il sistema a livello nazionale, le testimonianze dirette dai singoli centri confermano un quadro di disumanità istituzionalizzata. Sabato scorso, l’europarlamentare Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, ha visitato il centro di Pian del Lago a Caltanissetta. Lo ha definito senza mezzi termini un “lager”. Accompagnato dall’operatrice legale Jasmine Accardo e dalla mediatrice Fella Boud Amay, Lucano ha descritto una realtà fatta di condizioni di vita intollerabili, dove gli esseri umani vengono ammassati in spazi angusti e ristretti, con servizi igienici precari e l’acqua razionata. Negli ambienti del centro si respira un senso di oscurità dovuto a una cronica mancanza di luce solare, che fatica a entrare e lascia spazio a un buio profondo. In questo contesto, persone che non hanno fatto nulla di male e non sono criminali si ritrovano private della libertà per semplici ritardi burocratici o inadempienze amministrative legate alle procedure d’asilo, venendo trattate alla stregua di chi ha commesso gravi reati. Lucano ha collegato questa sofferenza a una visione politica più ampia. Ha parlato del disprezzo per la vita che colpisce anche i cittadini siciliani e calabresi abbandonati dopo il ciclone Harry, con risorse ridicole per il Sud mentre il governo spende fondi per il Ponte sullo Stretto, un’opera definita “inutile e forse utile solo alle mafie e alle multinazionali del Nord”. Dopo la visita ha scritto che “la dignità non è un premio, la libertà non è un favore”. Le sue parole riecheggiano le conclusioni del rapporto Tai: la detenzione amministrativa non è riformabile né migliorabile. L’unica strada possibile, secondo le 41 organizzazioni della società civile, è l’abolizione definitiva di questi luoghi che calpestano lo Stato di diritto. La salute negata e gli psicofarmaci - Il capitolo del rapporto Tai sulla salute è tra i più drammatici. “Le condizioni di ristrettezza e privazione che caratterizzano la vita all’interno di un Cpr hanno effetti devastanti sulla salute psicologica delle persone trattenute”, scrive il rapporto. La mancanza di libertà, l’isolamento sociale, l’incertezza sul futuro “determinano un quadro di sofferenza che spesso degenera in forme di vera e propria patologia”. L’uso di psicofarmaci è massiccio. Le percentuali dichiarate sono altissime: 80% a Roma, 50% a Bari e Macomer, 40% a Gradisca d’Isonzo, 35% a Milano, 25% a Brindisi. I farmaci più frequenti sono ansiolitici, antipsicotici, neurolettici, antidepressivi. “Il ricorso alla somministrazione di psicofarmaci nei Cpr non può essere considerato la soluzione per tenere tranquilli i trattenuti. Non si tratta di curare ma di anestetizzare”. A Torino, molti trattenuti dichiarano che “all’ingresso viene proposto a tutti” l’uso di psicofarmaci, “che la maggior parte ne fa uso, e di essere sedati in particolare con Rivotril”. A Caltanissetta, a fronte di una “presenza massiva di psicofarmaci”, nel centro “non sono presenti psichiatri e gli interventi di specialisti esterni risultano sporadici: tre invii al Csm in due mesi”. Durante i colloqui è stato rilevato “in molti casi uno stato di sedazione anomala, eloquio impastato, andamento barcollante, tendenza al sopore, rallentamento cognitivo”. Molte persone presentavano “segni di autolesionismo”. Il rapporto allarga poi lo sguardo alle nuove frontiere della detenzione, arrivando fino ai centri di Gjader e Shengjin in Albania, usati come veri e propri laboratori per spostare il problema fuori dai confini europei. Ma il messaggio che arriva forte e chiaro da chi è riuscito a entrare in queste “istituzioni totali” è uno solo: non possiamo più permetterci di essere complici di un sistema che sceglie deliberatamente di discriminare, ignorare e distruggere gli esseri umani. Migranti. Zero sbarchi e mille dispersi: la tragedia dietro i numeri di Antonio Maria Mira Avvenire, 4 febbraio 2026 I grafici del Viminale sugli arrivi di gennaio mostrano una fila di zero. Ma c’è un terribile non detto. Zero sbarchi e mille dispersi. Sono i terribili numeri delle rotte dei migranti nel Mediterraneo in questo inizio 2026. “I numeri non sono opinioni. Ma alcune opinioni provano a usare i numeri”, avevamo scritto sette mesi fa. Ora aggiungiamo che i numeri parlano da soli ma per chi li vuole leggere con verità. “Quest’anno, anche se siamo appena a un mese, siamo alla metà degli arrivi rispetto all’anno scorso”, aveva annunciato dieci giorni fa il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Aggiungendo che “i numeri, anche se sembrano aridi, parlano chiaro e creano un percorso di valutazione di quello che si fa”. E in effetti i numeri sembrano dar ragione al ministro. Sul “Cruscotto sbarchi”, il monitoraggio giornaliero sul sito del Viminale, gli sbarchi a gennaio sono stati davvero la metà di quelli del 2025. Anzi ancora meno. Soprattutto negli ultimi giorni del mese. Il grafico è una lunga fila di “zero”. Nove giorni senza nessuno sbarco, né autonomo né frutto del soccorso della Guardia costiera o delle Ong. Ma quegli “zero” sono numeri che hanno un terribile non detto. Lo sappiamo dopo la denuncia di Mediterranea Saving Humans. La Ong parla di oltre mille scomparsi dopo essere partiti dalla Tunisia proprio in questi giorni. Finiti in mezzo al ciclone Harry che oltre a devastare le coste di Calabria, Sicilia e Sardegna, si è scaricato sulle acque del Mediterraneo, con onde altissime e venti di burrasca. Da mesi, per gran parte del 2025, le partenze dalla Tunisia erano scomparse, bloccate dagli accordi tra il Paese nordafricano e la Ue, e in particolare il nostro governo che aveva più volte rivendicato questo risultato. Poi, improvvisamente, alla fine di gennaio partono a ripetizione decine di barchini, “le bare di latta”, mortali anche col mare calmo. Ma partono nel pieno del ciclone. Perché? Cosa ha spinto i trafficanti a svuotare i campi/prigione dei profughi e a mandarli a morire? Perché il governo di Tunisi li ha fatti passare? Non è difficile immaginare una qualche strategia, forse per alzare la posta, per chiedere altro a Ue e Italia. Ma per ora nessuno parla, nessuno commenta. E allora ci vengono in mente delle parole molto forti di papa Leone. “Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione”. Invece sono scomparse nel nulla, a decine. Ma ci sono anche altri numeri che dovrebbero indignare. E questa volta a fornirli è l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’Onu. Numeri ufficiali, “certificati”. Sono stati 27.116 i migranti intercettati in mare e riportati in Libia nel 2025, circa il 26% in più rispetto al 2024 quando erano stati “appena” 21.762 e ancor più rispetto al 2023 quando erano stati 17.025. Per ogni 100 migranti sbarcati ce ne sono altri 41 che sono stati riportati indietro (gli sbarcati infatti sono stati 66.296, tanti quanti nel 2024), quasi tutti partiti dalla Libia proprio perché le partenze dalla Tunisia erano bloccate. Ma di questi numeri non si parla, nessuno li rivendica come “successi”. Forse perché è ben noto che a riportare i Libia i profughi bloccati in mare è la “cosiddetta guardia costiera” di Tripoli, legate a varie milizie e agli stessi trafficanti. Forse perché è ben noto che i profughi vengono poi risbattuti in campi/lager, come provato e denunciato anche dall’Onu. E allora per commentare questi numeri prendiamo ancora in prestito le chiare parole di papa Leone. “Si stanno adottando misure sempre più disumane - persino politicamente celebrate - per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani”. Una “spazzatura” che può andare a fondo in un mare in tempesta. “Tante vittime - e fra loro quante madri, e quanti bambini! - dalle profondità del Mare nostrum gridano non solo al cielo, ma ai nostri cuori”, è l’appello del Papa. Ora si aggiunge il grido di altre mille persone, non solo numeri ma volti e voci che non conosceremo mai ma che continueranno a gridare. Chi li ascolterà? Migranti. Mille morti in mare in una settimana e voi parlate solo di sicurezza nei cortei? di Luca Casarini L’Unità, 4 febbraio 2026 I giorni che vanno dal 14 al 21 gennaio, noi li ricorderemo come quelli della “settimana di sangue”. È anche quella del ciclone “Harry”, che oltre a devastare le coste di Calabria e Sicilia, ha imperversato per almeno due giorni su tutto il Mediterraneo. Nonostante gli allarmi meteo, tra le 15 e le 25 barche piene fino a oltre cinquanta persone ognuna, sono state fatte partire dalla costa orientale della Tunisia, dalle parti di Sfax. Chi le ha fatte partire? 5 di queste sicuramente un trafficante soprannominato “Mauritania”, ma è chiaro che una partenza così massiccia non può avvenire senza l’accordo con i militari che normalmente pattugliano quell’area. Sono pagati dall’Italia e dall’Unione Europea per farlo, per respingere, deportare o far naufragare le barche di migranti subsahariani che tentano di scappare da quella che è diventata un’altra Libia. Gli accordi stipulati con l’autocrate Saied, servono a questo in tema di immigrazione. Questa la ricostruzione che Refugees in Libia e Mediterranea Saving Humans ha reso pubblica. Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR”. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare. Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale di un’Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini (https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese. La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati. Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare. oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax? “Di fronte a questo - conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme ai Rifugiati da Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni”.