Carceri, l’indulto “differito” piace anche ai vescovi di Roberta Barbi vaticannews.va, 3 febbraio 2026 La proposta nata in seno alle celebrazioni per il Giubileo del mondo carcerario, ultimo appuntamento dell’Anno Santo dedicato alla speranza in coincidenza anche con il 50.mo anniversario dell’Ordinamento penitenziario italiano, ha riscosso il favore dell’episcopato italiano che ne ha parlato nel documento conclusivo della sessione invernale del Consiglio permanente della Cei. Zuppi: “Non smettiamo di chiedere dignità, opportunità e speranza per i detenuti”. “Apriamo le porte dei nostri cuori e delle nostre comunità”: questo l’invito del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, nel discorso d’apertura della sessione invernale del Consiglio permanente della Cei che si è conclusa qualche giorno fa a Roma, nel corso della quale i presuli si sono detti favorevoli a proposte di clemenza quali - appunto - l’indulto “differito” o “programmato” e a percorsi di giustizia riparativa. Un provvedimento di clemenza invocato già da Papa Francesco nella Bolla d’indizione del Giubileo 2025, appello che ha fatto proprio anche Papa Leone, ma che è rimasto finora inascoltato. Ma cos’è questo indulto differito di cui si parla tanto e in che cosa si differenzia da quello tradizionale? “L’indulto cancella la pena residua a meno che non ci si trovi davanti a delitti particolarmente gravi o a persone recidive per delitti gravi”, spiega ai media vaticani Mario Serio, componente del collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e tra i promotori della proposta”. La novità, sottolinea, “è l’introduzione di un periodo cuscinetto, che potrebbe essere di sei mesi, tra la concessione dell’indulto e la fruizione dello stesso, in cui il detenuto sarà sottoposto a ulteriori misure rieducative per facilitarne il reinserimento”. Una proposta d’ispirazione giubilare, ma non solo - Oltre a essere ispirata da Giubileo, questa proposta nasce anche dal grido di dolore che viene dall’interno delle carceri, ma soprattutto dall’osservazione della realtà odierna dei nostri istituti di pena, fatta di congestionamento e di carenza di personale, con tutte le conseguenze che questo comporta: “La situazione attuale è di grave crisi; il sovraffollamento - prosegue Serio - genera altri fenomeni quali l’aumento dei suicidi, il disagio psicologico, la povertà. In attesa di paventati interventi edilizi che hanno inevitabilmente tempi lunghi e iter difficoltosi, registriamo comunque una certa ostilità della politica nei confronti dei provvedimenti di clemenza”. Il mandato costituzionale: la pena deve essere riabilitativa, non solo punitiva - Così recita l’articolo 27 della Costituzione italiana, spesso disatteso nel nostro sistema penitenziario: un provvedimento come l’indulto “differito”, invece, prevedendo la presa in carico delle persone anche fuori dal carcere, potrebbe ottemperare a questa norma. “L’obiettivo fondamentale del carcere è rieducare - ricorda il componente del collegio del Garante - e l’applicazione di un indulto come questo, rafforzerebbe tale obiettivo. Inoltre si tratta di un provvedimento che si può calare sulla persona, caso per caso, e capace di abbattere la recidiva”, come dimostrano i tanti dati disponibili sui ristretti sottoposti ad attività trattamentali, formative e reinserenti nel tessuto sociale e lavorativo. In un mondo ideale - L’indulto “differito” farebbe, inoltre, tornare centrale il ruolo del magistrato di sorveglianza, al quale sarebbe devoluta la funzione di controllo della pericolosità sociale dei detenuti che vi vengono sottoposti, ma anche della modulazione delle iniziative di accompagnamento: “Sarebbe una risposta collettiva della società - afferma ancora Serio - l’indulto risulterebbe comunque transitorio, ma resterebbe strutturale nel sistema l’esistenza di questo periodo di accompagnamento, stabilendo che la parte finale della pena resti orientata al reinserimento”. Ci troviamo, però, ancora in una fase embrionale, di proposta e non di legge: “Stiamo costituendo un comitato dei promotori per creare una piattaforma che elevi questo progetto a una proposta di legge di iniziativa popolare e possiamo dire - conclude - di essere entrati nel momento delicato di transizione tra la fase ideale, speculativa del progetto e la sua messa in pratica”. Ed è qui che torna ad agire la speranza. Lavoro in carcere: la proposta del Cnel va nella giusta direzione, ma mancano i fondi di Edoardo Patriarca vita.it, 3 febbraio 2026 Salgono a due i progetti targati Cnel dedicati a implementare l’occupazione delle persone detenute. L’ultimo è stato depositato a novembre 2025. Nel primo dei tre articoli si prevede che in ogni istituto dovrà esserci un responsabile per il lavoro e i rapporti con le imprese e che dovranno essere convenzioni con le cooperative sociali. Previste specifiche convenzioni con le imprese sociali. La dotazione finanziaria? Zero euro. La settimana parlamentare è dedicata alla proposta di legge del Cnel A.C. 2710 “Disposizioni in materia di lavoro penitenziario” depositata nel novembre 2025 in Parlamento che si aggiunge al progetto di legge sempre del Cnel A.C. 1920 “Disposizioni per l’inclusione socio-lavorativa e l’abbattimento della recidiva delle persone sottoposte a provvedimenti limitativi o privativi della libertà personale” consegnato alle Camere nel giugno 2024. Due testi che il Cnel dedica al tema del lavoro penitenziario, non ancora entrati in discussione nelle Commissioni parlamentari competenti. L’intento che ci si propone è migliorare il sistema di governance e dare una prospettiva ad una politica pubblica sul lavoro in carcere degna di questo nome. Chi segue le tematiche legate alle politiche carcerarie conosce i problemi dell’attuale sistema penitenziario, la sua incapacità di dare pregnanza al dettato costituzionale che affida al sistema il compito di rieducazione. La promozione del lavoro nel periodo di detenzione è lo strumento più valido per favorire la ripartenza delle persone detenute e rendere possibili misure alternative alla detenzione. Ma oggi le offerte di attività lavorative sono poco remunerate e spesso poco qualificate: non offrono alcuna professionalità vendibile fuori dal carcere, tanto è vero che su 100 euro giornalieri spesi per ogni detenuto solo 8 centesimi sono dedicati a queste attività. È inutile ricordare che la recidiva, oggi del 70%, crolla al 2% quando nelle carceri si svolgono attività di lavoro, scuola e formazione. I tre articoli della proposta - Il primo articolo composto di 10 commi racchiude il senso e la prospettiva della legge. Il ministero della Giustizia stipulerà accordi con le organizzazioni comparativamente più rappresentative dei datori e degli enti di patronato e centri di assistenza fiscale delle organizzazioni sindacali, e con gli enti del Terzo settore allo scopo di favorire la diffusione uniforme negli istituti penitenziari di sportelli per l’erogazione di servizi volti a migliorare l’occupazione delle persone in regime di detenzione. La mediazione del Cnel - Vengono definite le modalità di coinvolgimento degli enti, e sono previsti accordi specifici con soggetti riconosciuti e accreditati per il censimento e la profilazione delle competenze formative e professionali dei detenuti. Con la mediazione del Cnel si stipuleranno appositi accordi volti a organizzare attività lavorative all’interno del carcere con imprese pubbliche e private. Verrà istituito in ciascuno istituto penitenziario la figura del responsabile per il lavoro e i rapporti con le imprese incaricato dell’attuazione di iniziative di promozione del lavoro. Sono previste specifiche convenzioni con le cooperative sociali per l’avvio di progetti imprenditoriali volti all’inserimento lavorativo intra ed extra murario anche attraverso il lavoro esterno e le misure alternative alla detenzione. Supporto a formazione e lavoro - L’articolo 2 intende assicurare l’accesso pieno ed effettivo alle persone private della libertà al servizio di supporto per la formazione e il lavoro; i provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, cureranno accordi con i centri per l’impiego, le agenzie per lavoro e gli enti autorizzati alla intermediazione per l’apertura di sportelli mobili e la realizzazione di servizi itineranti di rete. Purtroppo niente oneri - L’articolo 3, come spesso accade, reca la clausola di neutralità finanziaria stabilendo che dall’attuazione della legge non devono derivare nuovi oneri o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. E qui, dispiace doverlo dire, ci troviamo di fronte ad un buon testo che rischia di rimanere lettera morta, come tanti altri. I detenuti ammalati e la solidarietà da riscoprire di Antonio Mattone Il Mattino, 3 febbraio 2026 Nei giorni scorsi un detenuto ergastolano del carcere di Secondigliano è deceduto subito dopo essere stato trasportato in ospedale. Era gravemente malato di leucemia e, tramite il suo avvocato, aveva fatto richiesta di poter differire la pena e trascorre gli ultimi giorni della sua vita a casa, con il conforto della sua famiglia. Il magistrato di sorveglianza ha rigettato la sua istanza basandosi sulla relazione del medico sanitario: le sue patologie potevano essere seguite e curate all’interno del carcere. Conoscevo Giosuè, questo il nome del detenuto deceduto, da quindici anni. Ne aveva trascorsi circa trentasei in prigione, alcuni dei quali in regime di 41 bis. Aveva già superato una neoplasia al colon, ma la malattia era ricomparsa questa volta con il tumore del sangue. Poi dall’estate le sue condizioni di salute si erano aggravate, fino a perdere in pochi mesi 29 chili, tanto da dover ricorrere al ricovero in ospedale, dove è stato più di due mesi. Nel periodo di Natale aveva ricevuto la visita del vescovo ausiliare padre Franco Beneduce e della Garante nazionale dei detenuti, Irma Conti. Lo abbiamo trovato nella sua cella disteso sul letto. Quell’incontro mi era sembrato come la visita dei re Magi nella grotta di Betlemme. Gli avevamo portato qualche piccolo dono, la promessa della preghiera e la speranza di poter smuovere le acque per la sua situazione. Qualche giorno dopo aveva ricevuto anche la visita dell’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, con il procuratore generale e la presidente del Tribunale di sorveglianza al termine del pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Giosuè si aspettava molto da questi incontri, intanto non riusciva più ad alimentarsi, vomito e diarrea lo colpivano appena toccava cibo. Questa vicenda apre uno spaccato su una grande emergenza che colpisce chi è rinchiuso nelle carceri italiane: la mancanza di cure efficaci e tempestive, che tanto spesso vengono negate anche a detenuti che soffrono di gravi malattie. Una emergenza più grave e impellente rispetto anche al sovraffollamento di cui si parla più spesso. Carcere e salute sembrano essere in antitesi. Eppure, chi vive in cella si trova ad essere sempre di più esposto a rischi sanitari. Le carenze sono diverse. Mancano medici e infermieri. C’è un continuo turnover soprattutto dei giovani sanitari specializzandi che sbarcano nelle carceri come trampolino di lancio in attesa di incarichi più remunerativi e gratificanti. Stesso discorso per i direttori sanitari degli istituti penitenziari. Basti pensare che a Poggioreale si sono succeduti cinque responsabili della medicina penitenziaria in meno di quattro anni, e quello attuale è solo un facente funzione. Le visite ambulatoriali all’esterno del carcere, gli esami specialistici e i ricoveri per gli interventi richiedono tempi biblici. Immaginiamo cosa significhi per un malato di tumore dover aspettare mesi per effettuare una TAC di controllo, oppure attendere tempi infiniti per sottoporsi ad un’operazione per una patologia che gli crea sofferenze e preoccupazioni. Giosuè aveva chiesto una visita gastroenterologica per i dolori di cui soffriva, visita che era stata programmata per il prossimo agosto! E magari quando arriva il fatidico giorno, succede che manca la scorta degli agenti penitenziari per insufficienza di organico e il malcapitato non possa essere accompagnato per la prestazione necessaria. Saltata la prenotazione, si deve rifare tutto da capo, e come nel gioco dell’oca, tornare alla casella di partenza. In un recente articolo scritto da alcuni detenuti di Secondigliano per la rubrica Parole in libertà, curata da “Il Mattino”, i reclusi chiedevano di non essere considerati dalle carte, dai fatti del passato, ma in base al cammino di crescita fatto durante la detenzione e, aggiungerei, dallo stato di salute in cui ci si trova. Giosuè un percorso lo aveva fatto, aveva rinnegato nei fatti il suo passato. Ricordo che quando venne beatificato padre Puglisi gli dedicò una bellissima poesia. Il Presidente della Regione Roberto Fico ha dichiarato dopo la sua elezione che “attraverso la condizione delle carceri, misuriamo il grado di civiltà del nostro Paese”. Spero che voglia affacciarsi su questo mondo e prendere in mano un dossier complesso e scottante, per quanto di sua competenza. Essere curati è un diritto che non si può negare neanche a chi ha commesso gravi reati. Perché giustizia e dignità sono due strade che non possono dividersi mai. Di fronte all’invocazione di un detenuto moribondo, palesemente agli sgoccioli della sua vita, non si può essere sordi e senza pietà. Colonie penali, tra isolamento e possibilità: il futuro di un modello dimenticato di Ivana Barberini trendsanita.it, 3 febbraio 2026 Marietti (Antigone): “Le colonie penali sono poco conosciute e rappresentano un’anomalia del sistema. Raccontarle significa interrogarsi su che cosa dovrebbe essere oggi il carcere, su quali modelli funzionano davvero e su quali limiti strutturali continuano a impedire una reale reintegrazione sociale”. In Italia sono quattro le colonie penali ancora attive, una sull’isola di Gorgona, in Toscana, e tre in Sardegna, a Is Arenas, Mamone e Isili. Quattro luoghi fuori dal tempo e dai riflettori, estesi su migliaia di ettari di terra, dove la detenzione assume una forma radicalmente diversa da quella del carcere tradizionale. Qui si coltiva, si alleva bestiame, si producono formaggi e salumi, si lavora all’aria aperta e si vive una quotidianità scandita dai ritmi della natura più che da quelli dell’istituzione penitenziaria. In quelle sarde vivono poco più di 300 detenuti, selezionati in base a criteri stringenti di affidabilità. Qui la detenzione passa soprattutto dal lavoro: i reclusi coltivano i campi, allevano animali, attraversano spazi vastissimi senza la sorveglianza costante di un agente di polizia penitenziaria. Rientrano in cella solo al calare della sera. Per il loro impegno ricevono una retribuzione che si aggira intorno ai 600 euro al mese, una somma che spesso serve a sostenere le famiglie rimaste lontane. Circa il 75% dei detenuti è di origine straniera, scelto sulla base di criteri di “affidabilità” penitenziaria. Sono esclusi coloro che hanno problemi di dipendenza o patologie psichiche o fisiche. Nelle colonie penali, prima ancora che un lavoratore, il detenuto deve dimostrarsi un “buon detenuto”. Al primo sgarro l’esperienza si interrompe e si viene trasferiti altrove. C’è però un prezzo da pagare. Chi arriva in colonia sa che i contatti con l’esterno si riducono drasticamente. I colloqui con i familiari diventano rari, così come le presenze del volontariato. Raggiungere Mamone, ad esempio, significa affrontare 45 minuti di tornanti dal piccolo comune di Siniscola. In un sistema penitenziario segnato da sovraffollamento, sofferenza e numeri drammatici di suicidi, le colonie penali pongono però domande scomode. Sono un’alternativa possibile al carcere tradizionale o rischiano di diventare luoghi di invisibilità, dove la pena si consuma lontano da ogni sguardo? Possono trasformarsi in spazi di reale reinserimento sociale, aprendosi al territorio, alle filiere produttive, al turismo responsabile o restano esperienze marginali, affidate alla buona volontà del personale che vi lavora? Ne abbiamo parlato con Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone. Quante colonie penali ci sono in Italia e in cosa si differenziano dalle carceri tradizionali? La struttura detentiva delle quattro colonie penali in Italia (una a Gorgona e tre in Sardegna) non è molto diversa da quella di un carcere ordinario, ma cambia il contesto. Si tratta di edifici bassi, spesso a piano terra, inseriti in grandi spazi aperti, con ettari di terreno. Le persone detenute possono uscire per lavorare la terra, occuparsi degli animali, fare pastorizia e produrre beni agricoli. Sono un’eredità storica che risale all’Ottocento. Molte sono state chiuse nel tempo, come quella di Capraia negli anni Ottanta. Isili, in particolare, ha anche una funzione giuridica specifica, perché ospita una colonia agricola destinata all’esecuzione delle misure di sicurezza, con la presenza anche di internati. Quali sono i principali vantaggi e limiti di questo modello? Solo nel 2023 nelle carceri italiane si sono registrati 88 decessi, 41 dei quali per suicidio. Numeri che raccontano un modello detentivo capace di generare sofferenza e, in alcuni casi, di portare alla morte. Un sistema che non pesa solo sui detenuti, ma che finisce per compromettere anche il benessere e la tenuta psicofisica del personale penitenziario. Nelle colonie penali il vantaggio è una vita più aperta, immersa in un contesto lavorativo reale. In cambio di maggiore libertà di movimento e di una quotidianità all’aria aperta, si accetta però una perdita significativa sul piano delle relazioni. Un equilibrio che potrebbe essere ripensato. Rafforzare la presenza della società esterna nelle tre colonie penali sarde significherebbe ridare senso e continuità ai legami, senza snaturarne la funzione. Le possibilità non mancano. Basterebbe, ad esempio, creare connessioni con chi potrebbe valorizzare il pecorino prodotto a Isili o gli insaccati di Is Arenas, oppure inserire questi luoghi in circuiti di turismo responsabile. Strade concrete per aprire le colonie al territorio, trasformando l’isolamento in un’opportunità di scambio e riconoscimento. Invece, sono comunità molto chiuse, con poca osmosi con il territorio. I prodotti agricoli sono acquistati quasi esclusivamente dalle famiglie del personale, mentre il rapporto con l’esterno resta molto marginale. È un modello che potrebbe essere esteso ad altre aree del Paese? In teoria sì, ma nella pratica è complicato. Su 189 carceri, solo quattro funzionano in questo modo. Gli spazi non mancano, ma pesano i problemi burocratici: autorizzazioni, gestione del demanio, tempi lunghi. È un modello possibile, ma difficile da replicare. Anche nei carceri urbani si potrebbe creare una maggiore integrazione con il territorio. Il mondo imprenditoriale e cooperativistico potrebbe entrare in carcere molto più di quanto accada oggi, ma il sistema scoraggia queste possibilità. Per un imprenditore è estremamente complicato. Il detenuto lavoratore è un dipendente a tutti gli effetti, ma basta un rapporto disciplinare perché resti in cella e non vada a lavorare. Per acquistare un macchinario possono volerci mesi, tra autorizzazioni e controlli del magistrato di sorveglianza. È una burocrazia pesante, che frena anche chi potrebbe essere interessato, nonostante gli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia. Il lavoro agricolo favorisce la reintegrazione sociale? Non necessariamente. La reintegrazione non può significare che tutti debbano uscire come contadini. Per alcune persone lavorare la terra o occuparsi degli animali può essere una buona opportunità, ma servirebbe un’offerta formativa e lavorativa più ampia, che tenga conto delle vocazioni individuali. Il punto è che non esiste un vero accompagnamento verso l’esterno. È possibile che una persona riesca a valorizzare l’esperienza, ad esempio presentandosi in un’azienda agricola con competenze concrete nella gestione degli animali. Ma si tratta di iniziative individuali. “Contro la recidiva serve un potenziamento della Legge Smuraglia” di Gioia Locati Il Giornale, 3 febbraio 2026 Il responsabile del dipartimento Sicurezza di Forza Italia Filippo De Bellis: “Più aiuti alle imprese per le misure alternative”. Crescono i reati fra adolescenti (la popolazione nelle carceri minorili è salita del 50% in tre anni), il consumo di alcool e droghe è in ascesa, gli atti di violenza mai così frequenti. Manca il personale nelle carceri e il sovraffollamento negli istituti di pena è uno dei temi critici, “prioritario per l’agenda politica” riconosce Filippo De Bellis, consigliere regionale di FI e responsabile del dipartimento Sicurezza. La capienza delle carceri è immutata ma aumentano i delinquenti... “Il vero nodo, legato alla sicurezza, riguarda il tasso di recidiva, ossia quante sono le persone che tornano a delinquere, una volta riconquistata la libertà”. Quante sono? “I dati Cnel mostrano che chi sconta la pena interamente in carcere nel 70% dei casi torna a delinquere entro i primi cinque anni. Significa che per due persone su tre la detenzione ha fallito, non è stata rieducativa”. Un fallimento senza soluzione? “La soluzione ci sarebbe perché l’incidenza delle recidive si abbatte notevolmente quando si svolge un lavoro alternativo al carcere, sia all’esterno che all’interno. L’ultimo rapporto dell’associazione Antigone mostra che a cinque anni dalla fine della pena, fra chi ha lavorato, meno del 20% commette nuovamente un reato”. Anche i minori impegnati commettono meno recidive? “Il trend è molto evidente negli istituti minorili, il recupero è più facile fra chi ha un’occupazione, un avviamento al lavoro o segue percorsi di formazione professionale”. E chi lavora costa meno allo Stato... “Assolutamente e si tratta di un risparmio ingente di denaro pubblico. Secondo il rapporto Antigone un detenuto in carcere costa 4.500 euro al mese. Nel 2025 la spesa annuale del sistema carcerario italiano (vitto, alloggio e personale) è stata di 3,4 miliardi. E chi beneficia delle misure alternative impegnandosi in un’occupazione esterna al carcere costa due terzi in meno, 1.500 euro al mese”. Ma non tutti i detenuti possono beneficiare di misure alternative... “Il ministro Nordio ha dichiarato che ci sono 10mila detenuti in carcere fra coloro che scontano pene inferiori ai tre anni e che ne avrebbero diritto; questo porterebbe a un risparmio di 400 milioni di euro. Anche i dati Cnel rivelano che su 20mila detenuti potenzialmente occupabili solo il 10% lavora”. Da chi dipende il mancato sbocco lavorativo? “Dalle imprese che non assumono i detenuti, vuoi per diffidenza vuoi perché poco informate. La misura alternativa al carcere è stata introdotta dalla Legge Smuraglia 193 del 2000, prevede benefici fiscali per i datori di lavoro: 520 al mese a credito di imposta per ogni detenuto assunto e uno sgravio contributivo pari al 95% dei contributi previdenziali e assistenziali fino ai due anni successivi alle scarcerazioni”. E perché è poco applicata? “È poco conosciuta, ci vorrebbe una campagna di comunicazione che coinvolga le associazioni di categoria e bisognerebbe renderla più vantaggiosa per gli imprenditori. Ad esempio proponendo un aumento a 800 euro del credito di imposta ed estendendo lo sgravio contributivo del 100% ai primi tre anni portandolo a 5 anni per chi stabilizza il rapporto di lavoro”. I prossimi impegni? “Terrò incontri nelle carceri lombarde ed esporrò la proposta al prefetto e al questore”. Decreto Sicurezza, rinvio tecnico di 24 ore per mettere a punto le norme di Simone Canettieri Corriere della Sera, 3 febbraio 2026 Il Consiglio dei ministri si svolgerà, salvo sorprese, giovedì alle 17. Il rinvio tecnico di 24 prima di varare le norme potrebbe essere utile al dialogo tra gli uffici legislativi del governo e quelli del Quirinale per cercare un allineamento sui provvedimenti più spinosi contenuti nel nuovo pacchetto Sicurezza, come il fermo preventivo e lo scudo penale per le Forze dell’ordine. “Serve dare un segnale, serve darlo subito”. Giorgia Meloni apre la riunione politica allargata ai vertici di carabinieri, polizia e Guardia di finanza con in animo l’idea che occorra imprimere una “svolta” sulla sicurezza. Nei piani della premier c’è un’agenda precisa: portare già domani in Consiglio dei ministri entrambe le “gambe” del pacchetto. Travasando dal disegno di legge (40 articoli) al decreto (25) soprattutto tre norme: lo stop alla vendita dei coltelli ai minorenni, il fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti con precedenti per devastazioni e danni contro il patrimonio, lo scudo penale per gli agenti. Allo stesso tempo Meloni durante il vertice racconta di aver parlato con la leader del Partito democratico Elly Schlein affinché “tutta l’opposizione in Parlamento condivida con la maggioranza la condanna dei fatti di Torino, schierandosi a favore degli agenti aggrediti”. Questa è una partita politica che corre su un binario parallelo. Il grosso della faccenda resta però a Palazzo Chigi, dove tra le enunciazioni di principio e la scrittura delle norme da licenziare in Cdm fra meno di 48 ore c’è in mezzo il dialogo con il Quirinale. Considerato, da fonti di centrodestra, il passaggio “più delicato” di tutto questo dossier. La linea del Colle, almeno quella ufficiale, è di aspettare il provvedimento. Tuttavia c’è “grande attenzione” da parte del presidente Sergio Mattarella. Il quale attende il testo definitivo prima di esprimersi ed eventualmente suggerire correttivi. D’altronde c’è una solidità costituzionale dei provvedimenti che va rispettata per evitare brutte sorprese: ecco perché dopo la riunione politica allargata ce ne sarà un’altra solo tecnica con gli uffici del governo, della Giustizia e dell’Interno. È affidata ai dirigenti dei Gabinetti e dei dipartimenti legislativi, chiamati a blindare gli articoli del decreto. I lavori sono in corso, i nodi da sciogliere non mancano. Per esempio, sul fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti con trascorsi facinorosi, il governo prende in considerazione l’obbligo da parte della polizia di comunicarlo all’autorità giudiziaria. Forse senza nemmeno chiamarlo fermo, ma semplicemente “accertamento”. Ancora: sullo scudo penale per le forze dell’ordine si ribadisce che non si tratta di impunità, ma di una “non automatica iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione”. Come nel caso di chi si difende da un’aggressione. Una domanda retorica piomba sul vertice politico: “Cosa sarebbe accaduto se il poliziotto di Torino circondato da dieci persone armate di martello avesse sparato a un manifestante? A rimetterci sarebbe stato lui”. Tra le idee passate al setaccio c’è la possibilità di estendere lo scudo penale anche a tutti i cittadini che si trovano a opporsi a una situazione di reale pericolo. Su queste tre norme - coltelli, fermo e scudo - tutta la maggioranza è d’accordo. Certo, esistono sfumature di realismo, vista anche l’interlocuzione obbligata con il Quirinale. Come racconta Maurizio Gasparri di Forza Italia, presente “in rinforzo” di Antonio Tajani collegato da remoto, l’importante è che “siano approfonditi tutti i punti più significativi, affinché siano a prova di ricorso”. La riunione finisce con posizioni discordanti fra Lega e FI sulla cauzione da depositare in vista delle manifestazioni. Per il partito di Tajani “non è applicabile”, per quello di Salvini sì: “A me è successo di averla depositata in passato”. Questo argomento sarà lanciato dal vicepremier del Carroccio anche durante il Consiglio federale di oggi. Un’occasione per spingere sul rafforzamento della dotazione dei taser (la pistola elettrica) nelle città che ne sono prive, per richiedere al ministro della Difesa Guido Crosetto l’incremento dell’operazione “Strade sicure” (dagli attuali 6.100 militari a 10 mila), più gli sgomberi rafforzati anche per le seconde case. Il governo cerca di capire quali siano le norme “decretabili” secondo i principi di necessità e urgenza, come prevede la Costituzione. Perciò non è escluso che su scudo penale e fermo preventivo siano già in corso le interlocuzioni tra il sottosegretario Alfredo Mantovano e il Quirinale. Colloqui impossibili da confermare. Sicurezza, cosa c’è nel “pacchetto”: legittima difesa, Daspo, stop ai coltelli per i minorenni di Adriana Logroscino Corriere della Sera, 3 febbraio 2026 Le misure dopo gli scontri a Torino. La premier Meloni: “Se non difendiamo chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto”. Giorgia Meloni l’ha dichiarato, a caldo, dopo il pestaggio di Alessandro Calista a Torino: “Se non difendiamo chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto”. E difendere, nelle intenzioni del governo, significa proteggerli dalle conseguenze dei loro interventi. Di qui nasce una delle misure che il governo vorrebbe introdurre nel nuovo pacchetto di norme sulla sicurezza: il superamento del meccanismo di iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto, intervenendo sull’articolo 335 del Codice di procedura penale. Il cosiddetto “scudo penale” prevede infatti che non si proceda con l’iscrizione automatica nel registro degli indagati degli agenti in presenza di cause di giustificazione. Quali sono queste cause? La legittima difesa, l’adempimento di un dovere, l’uso legittimo delle armi, lo stato di necessità. Su input del Viminale questa garanzia potrebbe essere estesa anche a vigili del fuoco e uomini e donne delle forze armate. In discussione anche l’estensione delle garanzie difensive (copertura fino a 10 mila euro per le spese legali, introdotta un anno fa, anche detto scudo legale) agli agenti non iscritti nel registro degli indagati. La formulazione dello “scudo penale” è oggetto di confronto. Potrebbe valere, erga omnes, quindi non solo per le forze dell’ordine. Si supererebbero così i dubbi di costituzionalità sollevati dalle opposizioni per la disparità di trattamento tra cittadini. Il Daspo urbano - Il fermo preventivo è la misura più discussa tra quelle alle quali il governo pensa dopo i fatti di Torino, per contenere la violenza nelle manifestazioni. Sarebbe una norma che introdurrebbe la possibilità per agenti e ufficiali delle forze dell’ordine di accompagnare e trattenere fino a 12 ore (ma la Lega ipotizza anche fino a 48 ore) persone sospette, in vista di una iniziativa in luoghi pubblici o aperti al pubblico, per accertamenti. Insomma per impedire ai presunti violenti di raggiungere la piazza. Dunque non un fermo, in senso stretto, né un provvedimento disposto dal magistrato, bensì una forma di controllo prolungato di polizia per accertamenti. Richiama le norme straordinarie adottate durante gli anni di piombo, quando furono rivisti i termini di fermo preventivo per i sospetti terroristi. Difficile da scrivere senza suscitare dubbi di costituzionalità, questa norma è oggetto di discussioni e di confronto anche con il Quirinale sia per la formulazione, sia per i tempi di entrata in vigore. E quindi il Consiglio dei ministri di domani dovrà stabilire se inserirla nel decreto o nel disegno di legge. Nella stessa ottica, si lavora al potenziamento del Daspo urbano (Dacur) con l’estensione del divieto di accesso alle aree urbane a chi sia stato denunciato o condannato per reati commessi durante le proteste di piazza. Accanto a questo ci sarebbe l’ipotesi di arresto in flagranza differita nei confronti di chi compie danneggiamenti in occasione di manifestazioni. La norma sul fermo preventivo è molto sollecitata dalla Lega. Matteo Salvini, intervenendo aveva prima ipotizzato un trattenimento fino a 48 ore. Poi ha parlato di 24 ore. Stop ai coltelli per i minorenni - “Tolleranza zero sui coltelli”. In particolare in relazione all’uso da parte dei minorenni. Tra le norme allo studio, l’ipotesi di introdurre il divieto assoluto di vendita di lame agli under 18, anche sul web. E a questo scopo si istituirebbe un registro elettronico che tenga traccia di ogni transazione. La violazione del divieto sarebbe punita con la sanzione da 500 a tremila euro, aumentata fino a un massimo di 12 mila euro in caso di reiterazione. Nella stessa ottica l’ampliamento dei casi (lesioni, rissa, violenza privata e minacce con l’uso di armi) in cui si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di ragazzi tra 12 e 14 anni. Un’altra stretta riguarda chi deve vigilare. Ai genitori potrebbero essere comminate multe da 200 a mille euro se non potranno dimostrare di non aver potuto impedire il fatto. Vale per tutti, poi, il divieto assoluto di porto di coltelli con lama superiore a 5 centimetri senza un giustificato motivo. La violazione sarebbe punita con la reclusione da 1 a 4 anni (con aggravante specifica se il reato è commesso nei pressi di scuole, stazioni ferroviarie e metropolitane). Si pensa poi di dare la possibilità ai prefetti, oggi prevista solo in casi eccezionali e urgenti, di individuare delle “zone rosse” in aree caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità, nelle quali la sosta è vietata a soggetti segnalati dall’autorità giudiziaria per reati contro la persona, stupefacenti o per il porto di armi. Sicurezza, il piano per stanare le opposizioni. Conte apre, Schlein si sfila: “Un bluff” di Niccolò Carratelli e Francesco Malfetano La Stampa, 3 febbraio 2026 Il rilancio di Meloni per mettere nero su bianco la necessità di interventi urgenti. Il decreto che entrerà domani in Consiglio dei ministri si è trasformato nel più classico gioco della sedia tra maggioranza e opposizione. La telefonata con cui Elly Schlein, dopo le violenze di Torino, ha provato a sfilare la partita securitaria dalle mani del governo, intestandosi timori e necessità, a Giorgia Meloni e ai suoi fedelissimi è parsa un assist piuttosto maldestro. Da qui la scelta di incalzare Pd, M5s e l’intero fronte progressista, invitandoli a sostenere una mozione unitaria in Parlamento in nome della “collaborazione istituzionale”. Formula evocata nella nota ufficiale diffusa da Palazzo Chigi dopo il vertice di ieri, “anche alla luce delle dichiarazioni della segretaria del Partito democratico”. A molti, in via della Scrofa, il rilancio ha ricordato la querelle sulla partecipazione di Schlein ad Atreju, saltata dopo che i meloniani avevano invitato alla kermesse tutti i leader dell’opposizione. Tradotto: il rilancio governativo è una mossa per portare l’Aula a votare un testo che metta nero su bianco la necessità di interventi urgenti, legittimando così le preoccupazioni e l’azione dell’esecutivo. Scacco matto? Non proprio. Il governo ha parlato di una “risoluzione unitaria in tema di sicurezza”, senza avere la certezza di poterla effettivamente sottoporre al Parlamento. Non a caso, per tutta la giornata è andato a vuoto il tentativo di modificare il programma d’Aula di oggi alla Camera - operazione che richiede l’unanimità dei capigruppo - per trasformare l’informativa di Matteo Piantedosi in comunicazioni, formula che consente appunto il voto su una risoluzione. Un braccio di ferro, insomma, giocato sul filo delle dichiarazioni. Per ora resta confermata la presenza del ministro dell’Interno a Montecitorio, proprio mentre al Senato si terrà una riunione dei capigruppo per provare a calendarizzare delle comunicazioni tra mercoledì e giovedì. I leader dei partiti di opposizione stanno alla finestra e, nonostante un giro di telefonate e uno scambio di messaggi, non hanno trovato una linea comune su come replicare alla premier. E questo disorientamento, dal punto di vista di Palazzo Chigi, è già un risultato. Comunque, per tutti è chiaro che quello di Meloni sia “un bluff, una provocazione - ragionano fonti M5s in Parlamento - così, se ci sfiliamo, siamo quelli che condannano i violenti solo a parole”. Ma ognuno risponde per conto suo, niente nota congiunta, come qualcuno aveva ipotizzato nel pomeriggio. Giuseppe Conte, come spesso gli capita, gioca d’anticipo, uscendo per primo e sfidando (da solo) il governo: “Se vuole finalmente ascoltare le nostre proposte - scrive sui social il presidente M5s - noi siamo pronti a condividere subito una risoluzione, che impegni il governo a dare le risposte, che fin qui non ci sono state”. Un modo per stanare la premier e per ricordare che è lui, da settimane, a cercare di intestarsi la battaglia sulla sicurezza dentro al campo progressista. Ma la fuga in avanti dell’ex premier non viene gradita dagli alleati, ben più prudenti rispetto alla possibilità di andare a vedere le carte di Meloni. I toni, da Più Europa ad Avs, sono diffidenti sull’ipotesi della risoluzione, con Riccardo Magi che parla di “un ricatto”, mentre Angelo Bonelli rifiuta l’idea di “un’adesione in bianco”. Elly Schlein resta in silenzio. Al Nazareno ragionano a lungo su come reagire, fino alle otto e mezza di sera, quando esce una nota piuttosto criptica dei capigruppo Francesco Boccia e Chiara Braga. Di fatto, un netto rifiuto dell’ipotesi di una risoluzione unitaria da votare in settimana: “Se il governo intende approvare già mercoledì nuove misure, su di esse ci confronteremo nella sede opportuna che è il Parlamento”. Insomma, fate il decreto e poi discutiamo di quello, non di altro. Sul piano dei contenuti, complice il confronto tecnico ancora in corso e l’ovvia attenzione del Quirinale, resta da definire la formulazione esatta del pacchetto sicurezza. In Cdm arriveranno sia un decreto sia un disegno di legge, con alcune norme inizialmente destinate a un iter parlamentare più lungo riconvertite ieri sulla via dell’urgenza. Tra le più significative, quelle che limitano la possibilità di acquistare coltelli e il cosiddetto “scudo penale” in caso di legittima difesa. Rimangono invece dubbi su altre misure. A partire dall’ipotesi di obbligare gli organizzatori delle manifestazioni a versare cauzioni per compensare eventuali danni. La Lega ci crede molto e dal consiglio federale, che Matteo Salvini presiederà stamattina, dovrebbe arrivare un forte input in questa direzione. Insieme alla richiesta di aumentare i militari impiegati nell’operazione Strade sicure e di estendere la diffusione dei taser alle polizie municipali. Su questi punti, però, sia Fratelli d’Italia sia - soprattutto - Forza Italia restano tiepide, temendo il boomerang di un’impugnazione costituzionale o, più semplicemente, l’effetto paradossale: nel caso delle cauzioni, ad esempio, l’aumento delle manifestazioni non autorizzate per evitare di pagare l’obolo. Tutti i dubbi dei giuristi sul pacchetto sicurezza di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 3 febbraio 2026 Per il docente di diritto penale Masera e per la costituzionalista Ciolli, su fermo, cauzione e scudo penale le garanzie fissate dalla Costituzione “sono una linea rossa da non superare”. Sul possibile fermo di 24 ore per alcuni tipi di sospettati, resta scettico il professor Luca Masera, ordinario di Diritto penale all’università di Brescia. “Mi pare una linea rossa: quando la libertà personale è sottratta alle garanzie della magistratura e entra nella disponibilità dell’autorità di Governo - dice - c’è un pericolo per la tenuta dello Stato democratico. Nemmeno nella stagione del terrorismo, ben più violenta e cruenta, si era arrivati a ipotizzare che sulla libertà decidesse liberamente l’autorità di polizia. Quando è in gioco la libertà personale deve intervenire l’autorità giudiziaria”. Anche sullo scudo penale per chi commette taluni reati per legittima difesa o in adempimento di un dovere, Masera si dice perplesso: “Bisognerà vedere come è scritta la norma. Graverà in capo al Pm discriminare, capire, interpretare? E poi, com’è noto, l’iscrizione nel registro degli indagati è anche un atto di garanzia a tutela dell’indagato stesso, che così può articolare la propria difesa. Il non indagato come potrà difendersi, ad esempio in caso di autopsia della vittima?”. secondo il professor Masera, invece, andrebbe fatto capire “ai cittadini che se muore qualcuno perché qualcun altro gli ha sparato, seppur per legittima difesa, è inimmaginabile che non si apra un procedimento penale. Sia come sia, un essere umano è morto. E che lo Stato neanche apra un procedimento, mi pare una barbarie”. Robusti dubbi vengono sollevati pure da Ines Ciolli, professoressa associata di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma: “Il fermo di polizia parrebbe sganciato dalla magistratura, come invece prevede l’articolo 13 della Costituzione, a garanzia di un corretto svolgimento del fermo, anche se ex post. Se così fosse, le forze di polizia (o il questore) deciderebbero discrezionalmente anche il rilascio della persona sospettata? Nemmeno per la violenza negli stadi si è giunti a tanto. La Costituzione prevede siano condizioni eccezionali a legittimare atti come questi, che altrimenti diventano facilmente soprusi, intollerabili in democrazia”. Ancor più netta è la valutazione della costituzionalista rispetto a una eventuale cauzione preventiva per le manifestazioni: “Richiederla costituirebbe una limitazione della libertà di riunione, aggiuntiva rispetto ai limiti dell’articolo 17 della Carta, che prevede che le riunioni abbiano come sole limitazioni il fatto di essere pacifiche e senza armi”. E la previsione già esistente del preavviso di almeno tre giorni, nel caso di riunioni in luogo pubblico? “Quella non deve considerarsi come ulteriore limitazione al diritto di riunione - considera Ciolli. Non a caso, in diverse sentenze la Corte costituzionale ha inteso quel preavviso come un obbligo ricadente sugli organizzatori e non su chi partecipa alla riunione, che anche in assenza di preavviso non può essere sciolta”. Infine, sullo scudo penale, per la docente della Sapienza, “sembra del tutto incompatibile con lo stato di diritto e con la nostra Costituzione”. Con quali principi, in particolare? “Con l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, con l’obbligatorietà dell’azione penale e ancora col diritto di difesa dei cittadini eventualmente colpiti”, snocciola Ciolli, che conclude: “Prevedere delle norme speciali e di favore sarebbe come dire che non ci si fida della giustizia” e questo un Governo non dovrebbe nemmeno “pensarlo”. Pacchetti sicurezza, lo Stato di diritto nell’era dell’emergenza perenne di Simona Musco Il Dubbio, 3 febbraio 2026 Le nuove misure attese in Consiglio dei Ministri dopo i fatti di Torino seguono lo stesso spartito: a dettare l’agenda legislativa è la cronaca. Se tutto è emergenza, nulla lo è. Si potrebbe riassumere così l’altalena politica che caratterizza il governo Meloni sin dal suo insediamento: una rincorsa affannosa a pacchetti Sicurezza che inseguono, di volta in volta, allarmi differenti. Dai rave party - i cui divieti non hanno prodotto reali effetti deterrenti - al decreto Caivano, dai reati ambientali alla gestione dei migranti, fino ai provvedimenti su viabilità, carceri e manifestazioni, la cronaca sembra dettare l’agenda legislativa. Il nuovo pacchetto atteso mercoledì in Consiglio dei Ministri segue lo stesso spartito. Nato per contrastare la violenza minorile (nonostante i dati del Viminale smentiscano il picco emergenziale), il testo ha finito per inglobare misure contro il dissenso e gli stranieri, trovando nuova linfa negli scontri di sabato a Torino. Ogni settimana, dunque, un’emergenza diversa e chissà quale sarà la prossima. L’aggressione di sabato a un poliziotto è diventata l’occasione per Giorgia Meloni di dettare il “capo d’imputazione” alla magistratura - parlando esplicitamente di tentato omicidio, a prescindere da ogni verifica - e ammonirla a fare il proprio dovere, a differenza del passato. Cioè come nel caso dell’Imam di Torino, segnalato dalla Polizia come pericoloso ma ritenuto innocuo dalla magistratura, ancora libera di non punire le opinioni. Nonostante il vertice a Palazzo Chigi, la ripartizione tecnica delle norme è ancora incerta. Il Viminale ha presentato due bozze: un decreto legge e un disegno di legge. Sebbene la maggioranza abbia condiviso l’impianto generale, resta da decidere cosa rendere immediatamente vigente tramite decreto e cosa destinare al più lento iter parlamentare. Inizialmente, il ministero dell’Interno intendeva inserire nel ddl le misure più discusse - stop ai coltelli per i minori, scudo penale e fermo preventivo - per prudenza, ma il pressing della Lega per inserirle nel decreto ha riaperto la partita. Sul fermo preventivo di 12 ore per i “soggetti pericolosi”, che consentirebbe alle forze di polizia, senza bisogno di autorizzazione da parte della magistratura, di fermare “persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e l’incolumità pubblica” pesano i dubbi di costituzionalità del Quirinale. Maurizio Gasparri ha frenato, richiamando la necessità di rispettare i principi giuridici del Paese, mentre Matteo Salvini insiste, chiedendo di estendere il trattenimento fino a 48 ore. L’intesa sembra invece raggiunta sullo scudo penale per la legittima difesa - che eviterebbe l’iscrizione automatica nel registro degli indagati non solo per le forze dell’ordine ma anche per i civili - e sulla stretta per le armi bianche tra i minori. Resta lo scontro sulla cauzione per chi organizza cortei: Forza Italia la ritiene inapplicabile a causa della responsabilità oggettiva che ricadrebbe sui promotori per atti compiuti da terzi. Sullo sfondo restano le violenze di Torino, espunte però dalla narrazione istituzionale che ignora le violenze sui manifestanti, almeno trenta dei quali finiti in ospedale. I video mostrano anziani insanguinati e fotografi colpiti nonostante si fossero identificati, mentre il racconto della giornalista del Manifesto Rita Rapisardi - che ha assistito personalmente alla scena - svela dettagli anomali sull’agente ferito. Schivando lacrimogeni ad altezza uomo - pratica vietata - e manganellate ai manifestanti non aggressivi, Rapisardi ha raccontato di aver visto l’agente rompere lo schieramento per inseguire e manganellare due persone; un’iniziativa isolata che lo ha esposto alla reazione del gruppo. Nel contatto il casco, non allacciato, è volato via, lasciandolo indifeso davanti ai due colpi di martelletto sferrati dai ragazzi. I soccorsi, paradossalmente, sono arrivati dalle urla degli stessi aggressori che hanno intimato il “basta”. Solo allora un altro agente è intervenuto per trascinarlo in salvo. Restano i dubbi su una gestione tattica che appare fuori controllo: perché quel poliziotto era solo? E perché la sua protezione vitale era slacciata durante una carica? In questo clima, il ministro Carlo Nordio invoca una repressione “immediata e severa”, allineandosi alla premier nel chiedere ai giudici di dimostrare indipendenza applicando la legge senza indulgenze. Legge che, ora, dovrà essere resa ancora più dura. Da qui la legislazione del nemico, dove il nemico - e in tempo di referendum sulla separazione delle carriere è una scelta comunicativa strategica - è anche la magistratura. Non si tratta solo della realizzazione di un programma politico, ma di una tendenza a creare categorie di individui classificati come minaccia sociale e da trasformare in bersagli prioritari per l’azione punitiva dello Stato. Un concetto che si basa sull’idea che alcuni individui, percepiti come pericolosi, smettano di essere soggetti di diritto per diventare esclusivamente oggetti di prevenzione o repressione. Ma quando la prevenzione si sovrappone alla punizione e il sospetto sostituisce il fatto, il diritto penale cessa di essere una garanzia per diventare una clava. In questa rincorsa all’emergenza permanente, lo Stato, forse, vince la sua battaglia comunicativa, ma a perdere è la tenuta democratica di un Paese che sta smettendo di punire i reati per iniziare a colpire le persone. Con buona pace dello Stato di diritto. “I giudici obbediscono alla legge, non al governo” di Angela Stella L’Unità, 3 febbraio 2026 Silvia Albano, Presidente di Magistratura Democratica: “La magistratura non deve rispondere ai desiderata del governo ma difendere i diritti di tutti, si limita a rispettare le leggi, in primo luogo la Costituzione”. Dopo le immagini degli scontri al corteo per Askatasuna, il Governo, in primis con Giorgia Meloni, accelera sul pacchetto sicurezza e prepara le misure forti. “Non se ne vede proprio la necessità, le norme per punire le condotte violente ci sono già. A Torino c’è stata una grande manifestazione, gli organizzatori dicono 50.000, la Questura 20.000 persone, assolutamente pacifica. Le violenze hanno riguardato una sparuta minoranza. Lo Stato nella gestione dell’ordine pubblico dovrebbe garantire il diritto di manifestazione pacifica, le norme del precedente decreto sicurezza e le anticipazioni riguardanti le nuove misure in cantiere tendono invece a reprimere proprio il diritto di manifestare pacificamente. I conflitti sociali, il diritto di esprimere il dissenso sono la sostanza della democrazia e le politiche repressive, non creano più sicurezza ma rischiano di alimentare la violenza, esasperando gli animi”. Dal suo insediamento la produzione legislativa del governo, attraverso un susseguirsi di decreti legge, è stata all’insegna della moltiplicazione di nuove fattispecie di reato, aggravamenti delle pene, nuove circostanze aggravanti… Non credo che da tre anni a questa parte le persone si sentano più sicure. Negli Usa c’è la pena di morte, eppure è il paese che ha il più alto numero di omicidi, Minneapolis è militarizzata, occupata da milizie che godono della sostanziale impunità e i suoi abitanti si sentono molto più insicuri di prima. La sicurezza si garantisce non attraverso l’esclusione e la marginalizzazione di interi settori della società. Se le carceri scoppiano e non si possono fare percorsi di reinserimento sociale le persone quando escono torneranno a delinquere. Le statistiche dimostrano che diminuisce radicalmente il rischio di recidiva per i detenuti che hanno seguito percorsi trattamentali di reinserimento e goduto di misure alternative. I centri sociali nei quartieri dormitorio creano degli spazi di aggregazione, alternativi alla strada, offrono servizi, come le palestre popolari o il doposcuola per i bambini di famiglie che lavorano e non hanno i soldi per pagarsi una baby sitter. Ci si sente più sicuri se nel quartiere c’è uno spazio del genere aperto o se il quartiere vive nella desolazione? La marginalità sociale è criminogena, alimentarla non crea certo sicurezza. Rispunta l’ipotesi del fermo preventivo, una misura per nulla garantista. Che ne pensa? Nella formulazione che è circolata mi pare un’ipotesi in palese violazione dell’art 13 della Costituzione, che stabilisce che la libertà personale può essere limitata solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria e solo in casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità amministrativa può adottare provvedimenti provvisori che necessitano comunque sempre del controllo giurisdizionale al massimo entro 48 ore. Non è consentito il fermo indiscriminato di manifestanti. Con queste misure si punta a soffocare il dissenso pacifico? Mi pare che la direzione presa sia questa, strumentalizzando le condotte illegali e violente di una minoranza. Come si possono colpire i violenti, senza sacrificare i diritti? Attraverso una gestione responsabile e democratica dell’ordine pubblico, applicando le leggi che già ci sono che permettono ampiamente di perseguire i reati eventualmente commessi. Ricordando che la responsabilità penale è sempre personale e rispettando le procedure che prevedono che alla condanna si arrivi all’esito di un processo, prima opera la presunzione di innocenza. Giorgia Meloni ha scritto: “mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quelli che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte”. Nordio le ha dato ragione: “Bisogna essere chiari, bisogna intervenire con una repressione che sia immediata, adeguata e severa, ha ragione la nostra premier Meloni a dire che ora spetta alla magistratura dimostrare, in piena autonomia e indipendenza, che la legge va rispettata senza se, senza ma e senza indulgenze”. Come commenta? Dovrebbero decidersi, cosa fa la magistratura quindi? Tiene in galera gli innocenti e libera i colpevoli? In questa campagna referendaria qualsiasi cosa accada è colpa della magistratura. Credo che ci vorrebbe più rispetto istituzionale per i rispettivi compiti, la magistratura non deve rispondere ai desiderata del governo ma difendere i diritti di tutti, perseguire i colpevoli e condannare quando c’è la prova della colpevolezza. La magistratura si limita a rispettare le leggi, in primo luogo la costituzione La procuratrice capo di Torino, Lucia Musti, nel suo intervento sabato all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha parlato di “piazze usate come strumento di lotta con la benevola tolleranza della upper class”. Condivide oppure no? Non so esattamente cosa volesse dire, la frase mi pare un po’ infelice, perché la piazza in democrazia è uno strumento di lotta, la libertà di manifestazione pacifica è un diritto fondamentale sancito dalla costituzione. Il Comitato Sì riforma, presieduto da Nicolo Zanon, ha condiviso una card: una immagine dei violenti di Torino che assalivano un poliziotto e la scritta ‘Loro votano No’. Che ne pensa? La trovo quantomeno una grave caduta di stile che danneggia chi usa una propaganda del genere. Il comitato “Giusto dire no” promosso dall’ANM è stato denunciato da uno dei Comitati per il SI (quello del Partito radicale, presieduto, ndr) per un reato di opinione di derivazione fascista (diffusione di false notizie atte a turbare l’ordine pubblico), per molto meno: per i cartelli che chiedevano se si voleva un giudice sottoposto alla politica, dove ci si è limitati a riportare ciò che le forze di governo ripetono ogni giorno sulle finalità di questa riforma. È altresì vero che quello stesso post voleva criticare l’editoriale di Marco Travaglio dal titolo “Incensurati per il no” in cui si propone un azzardato parallelismo tra fedine penali e intenzioni di voto. Non è sbagliato anche questo messaggio? Trovo sbagliato anche questo messaggio, non bisognerebbe mai uscire dai binari di un confronto democratico e rispettoso dell’interlocutore. Sempre Fratelli d’Italia, usando anche il logo Sì riforma, sta chiedendo di votare Sì così i migranti non verranno più riportati dall’Albania in Italia dalle toghe rosse e le toghe rosse non scarcereranno più i delinquenti. Che ne pensa? Penso che in questo modo si dice chiaramente quale sia la vera finalità della riforma, nelle intenzioni di chi il disegno di legge l’ha firmato, la magistratura non deve ostacolare le politiche del governo, anche quando queste violano norme di natura sovraordinata, come il diritto dell’Unione Europea. Solo che la Corte di Giustizia UE con la sentenza del 1° agosto ha dato ragione al popolo italiano. In democrazia tutti devono rispettare la legge e la legge deve rispettare le fonti sovraordinate, come la Costituzione e le norme sovranazionali. Mi pare che l’insofferenza riguardi i necessari controlli di legalità che la magistratura è deputata a fare anche nei confronti del potere politico e delle forze di polizia, a tutela dei diritti di tutti. Tutto si tiene: ai vari pacchetti sicurezza è funzionale un Pubblico Ministero lontano dalla giurisdizione, Avvocato della Polizia e accusatore puro, come si auspica avvenga con questa riforma guardando al modello americano, e il prossimo passo, come ha dichiarato il Ministro Tajani, sarà di sottrarre al PM la direzione della Polizia Giudiziaria, così sarà questa, e per lei i Ministri dai quali gerarchicamente dipende, a decidere quali reati perseguire e quali processi fare. Io spero che i sinceri liberali si rendano alla fine conto che il progetto perseguito dalle forze di governo, attraverso la riforma della magistratura e l’indebolimento della sua autonomia e indipendenza, unitamente ai pacchetti sicurezza e alla riforma costituzionale del premierato, è un disegno sostanzialmente autoritario dove i poteri si concentrano nelle mani del “capo”. E alla fine si convincano tutti a votare no, per preservare l’equilibrio dei poteri disegnato dai Costituenti che avevano vissuto sulla propria pelle le conseguenze della mancanza di rigidi paletti per limitare i poteri dell’esecutivo. Veneto. Bigon (Pd): “Sistema carcerario al collasso, servono pene certe e umane” di Martina Danieli lapiazzaweb.it, 3 febbraio 2026 La consigliera regionale denuncia sovraffollamento, carenze sanitarie e suicidi in aumento: “Le vere emergenze sono queste, non la separazione delle carriere”. Le carceri del Veneto vivono una situazione di grave emergenza, segnata da sovraffollamento, carenza di servizi e un numero crescente di suicidi tra le persone detenute. A lanciare l’allarme è la consigliera regionale del Partito Democratico Anna Maria Bigon, che richiama l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario e sulla necessità di interventi immediati e strutturali. “Negli ultimi due anni nelle carceri venete si sono tolte la vita troppe persone” - sottolinea Bigon. A Verona, solo lo scorso anno, quattro detenuti sono morti suicidi. A Padova, pochi giorni fa, un altro. Non si tratta di tragiche fatalità, ma del segnale evidente di un sistema al collasso. Secondo la consigliera, alla base della situazione vi è un sovraffollamento ormai cronico, con spazi inadeguati e condizioni di vita spesso insostenibili, che incidono sia sulle persone detenute sia sul personale penitenziario. A questo si aggiunge una grave carenza di servizi sanitari e psicologici: mancano medici, psicologi e percorsi strutturati di cura e prevenzione del disagio mentale. “È in questo vuoto - evidenzia - che maturano solitudine, disperazione e, troppo spesso, la morte”. Bigon critica inoltre le scelte del Governo nazionale, accusato di distogliere l’attenzione dai problemi reali del sistema giudiziario. “Di fronte a questa emergenza - afferma - la destra continua a inventare nuovi reati e a utilizzare la funzione legislativa come strumento di propaganda, trascurando il fatto che mancano mezzi, personale e strutture per rendere la pena davvero certa e umana, come impone la Costituzione”. Un passaggio centrale riguarda il valore della funzione rieducativa della pena. “Non è buonismo - precisa la consigliera - ma l’unico strumento serio, insieme alla certezza della pena, per ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza. Una persona che esce dal carcere senza cure, formazione e supporto psicologico è più fragile e più esposta al rischio di tornare a delinquere. Investire nella riabilitazione significa diminuire i reati: questo è realismo, non ideologia”. Nel mirino anche il dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum relativo alla separazione delle carriere. Secondo Bigon, si tratta di una scelta che non affronta i nodi strutturali del sistema: “Mentre le carceri esplodono e i tribunali faticano a smaltire gli arretrati, il Governo concentra il dibattito pubblico su una riforma che non accelera i processi, non migliora la qualità della giustizia e non rende il Paese più sicuro”. La consigliera conclude chiedendo un cambio di rotta deciso: “Servono più risorse, più personale di sicurezza, sanitario e psicologico, maggiore dignità per le persone detenute e più percorsi di reinserimento. Uno Stato giusto si misura anche da come tratta chi è detenuto e dalla sua capacità di trasformare la pena in un’occasione di responsabilità e cambiamento”. “Negli ultimi due anni nelle carceri venete si sono tolte la vita troppe persone” - sottolinea Bigon. A Verona, solo lo scorso anno, quattro detenuti sono morti suicidi. A Padova, pochi giorni fa, un altro. Non si tratta di tragiche fatalità, ma del segnale evidente di un sistema al collasso. Secondo la consigliera, alla base della situazione vi è un sovraffollamento ormai cronico, con spazi inadeguati e condizioni di vita spesso insostenibili, che incidono sia sulle persone detenute sia sul personale penitenziario. A questo si aggiunge una grave carenza di servizi sanitari e psicologici: mancano medici, psicologi e percorsi strutturati di cura e prevenzione del disagio mentale. “È in questo vuoto - evidenzia - che maturano solitudine, disperazione e, troppo spesso, la morte”. Bigon critica inoltre le scelte del Governo nazionale, accusato di distogliere l’attenzione dai problemi reali del sistema giudiziario. “Di fronte a questa emergenza - afferma - la destra continua a inventare nuovi reati e a utilizzare la funzione legislativa come strumento di propaganda, trascurando il fatto che mancano mezzi, personale e strutture per rendere la pena davvero certa e umana, come impone la Costituzione”. Un passaggio centrale riguarda il valore della funzione rieducativa della pena. “Non è buonismo - precisa la consigliera - ma l’unico strumento serio, insieme alla certezza della pena, per ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza. Una persona che esce dal carcere senza cure, formazione e supporto psicologico è più fragile e più esposta al rischio di tornare a delinquere. Investire nella riabilitazione significa diminuire i reati: questo è realismo, non ideologia”. Nel mirino anche il dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum relativo alla separazione delle carriere. Secondo Bigon, si tratta di una scelta che non affronta i nodi strutturali del sistema: “Mentre le carceri esplodono e i tribunali faticano a smaltire gli arretrati, il Governo concentra il dibattito pubblico su una riforma che non accelera i processi, non migliora la qualità della giustizia e non rende il Paese più sicuro”. La consigliera conclude chiedendo un cambio di rotta deciso: “Servono più risorse, più personale di sicurezza, sanitario e psicologico, maggiore dignità per le persone detenute e più percorsi di reinserimento. Uno Stato giusto si misura anche da come tratta chi è detenuto e dalla sua capacità di trasformare la pena in un’occasione di responsabilità e cambiamento”. Padova. “Bisogna salvare il Due Palazzi”. Il Garante si commuove in aula di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 3 febbraio 2026 La relazione in consiglio comunale. Questa mattina manifestazione dei centri sociali. Peccato. Si sarebbe forse potuto fare un piccolo strappo alle regole dell’aula. E quantomeno alla luce dei due uomini che si sono tolti la vita nelle loro celle mercoledì e venerdì della scorsa settimana, a distanza di neanche 48 ore l’uno dall’altro, concedere al Garante cittadino dei detenuti, Antonio Bincoletto, qualche minuto in più rispetto ai 10 prestabiliti, magari poi lasciando spazio ad un paio di interventi dai banchi di maggioranza e opposizione. Anche perché, ieri sera in consiglio comunale, leggendo (con voce a tratti commossa) il consueto report annuale sulla situazione all’interno del carcere Due Palazzi, il professor Bincoletto, già insegnante di Lettere in alcuni istituti superiori padovani, ha usato toni piuttosto netti, comprensibilmente ed umanamente scosso dal suicidio del cosentino Giovanni M., 74 anni, ergastolano legato alla criminalità organizzata calabrese (faceva parte dei 23 del reparto di Alta sicurezza di cui sette giorni fa, all’improvviso, è stato ordinato l’immediato trasferimento in altre strutture quali Parma, Sulmona, Secondigliano e Catanzaro), e quello del vicentino Matteo G., 33 anni, che nel 2029 avrebbe finito di scontare la sua pena per piccoli furti in abitazioni, cantieri edili, magazzini pubblici e sale slot (la madre sostiene che sarebbe stato indotto all’estremo gesto, portando la procura ad aprire un fascicolo d’indagine). Dopo aver evidenziato che, al Due Palazzi, l’indice di sovraffollamento ha toccato quota 155% (tra circondariale e penale, a fronte di 626 posti regolamentari, ci sono 787 reclusi, il 53,6% dei quali di cittadinanza straniera), Bincoletto è tornato sull’inaspettato trasloco dei ristretti dell’alta sicurezza: “Così facendo, si rischia di mettere in ginocchio una delle realtà carcerarie più virtuose d’italia, in cui, da decenni, si lavora per un’applicazione rigorosa di quanto prevede la nostra Costituzione. Non solo contenimento, ma anche, anzi specialmente, accompagnamento e rieducazione: la via maestra per produrre maggior sicurezza sociale”. E ancora, ascoltato in silenzio dall’intera aula: “Per costruire una società più sicura - ha scandito il Garante - bisogna superare l’idea del carcere come “vendetta di Stato”, adoperando il tempo della detenzione per migliorare le persone, costruendo consapevolezza, responsabilità e senso della legalità. Altrimenti, come ci raccontano i dati, oltre il 70% di chi esce dal carcere senza aver fatto significativi percorsi di cambiamento, ritorna a delinquere”. Infine, prima di donare una spilletta con un drappo nero in segno di lutto sia al sindaco Sergio Giordani che al presidente del parlamentino padovano Antonio Foresta, Bincoletto ha ammonito: “Oltre a piangere i morti, adoperiamoci per salvaguardare la “vocazione trattamentale” del Due Palazzi, valorizzando le tante realtà di volontariato e del terzo settore che vi operano”. Intanto, oggi a mezzogiorno, proprio di fronte al carcere cittadino, è in programma un presidio dal titolo “Basta morti di Stato” convocato dal centro sociale Pedro e a cui hanno aderito, tra gli altri, Antigone, Stria, Adl-cobas, Polisportiva San Precario, Quadrato Meticcio, Rifondazione comunista, Giuristi democratici e Coalizione civica. Padova. Il Garante: “A rischio il lavoro di anni. Chi decide dovrebbe conoscerlo, il carcere” di Ivan Compasso padovaoggi.it, 3 febbraio 2026 Il professor Antonio Bincoletto dopo aver ricordato i due decessi al Due Palazzi è tornato sulle criticità del carcere e ha invitato i rappresentanti istituzionali a conoscere quella realtà. “Un mondo a parte, ma gli stereotipi con chi si giudica spesso sono sbagliati”. Nel consiglio comunale, di lunedì 2 febbraio, la prima ad affrontare l’argomento carcere è stata la consigliera Marta Nalin che ha messo l’accento sullo stato di salute delle carceri italiane e del Due Palazzi di Padova in particolare, con una interrogazione. Otto decessi, suicidi, in un solo mese nelle carceri italiane. E due a Padova. “Gli operatori sono stremati, viene messo in discussione un modello che invece cerca di offrire delle possibilità, delle reali opportunità di recupero”, sottolinea Nalin difendendo il modello che da anni si porta avanti al Due Palazzi con attività e percorsi di lavoro e di recupero. “Manca personale e mancano i servizi questo in generale. E a Padova cosa si sceglie di fare? Trasferimenti forzati di persone che sono costrette a interrompere percorsi che invece qui sono stati avviati grazie all’impegno di associazioni. Questo non svuotare il carcere ma per farci arrivare ancora più persone”. Infine una considerazione: “Il nuovo pacchetto sicurezza non finirà che accanirsi sulle persone più fragili” All’interrogazione ha risposto il Sindaco, Sergio Giordani che si è detto molto scosso da quanto successo e che si è subito messo in contatto la direttrice del Due Palazzi, la dottoressa Maria Gabriella Lusi che ha raccontato fosse sconvolta quanto lui. L’assessore Margherita Colonnello ha ricordato l’importanza dei percorsi attivati in questi anni nel carcere patavino, un patrimonio che va non disperso spiegando l’importanza di attività professionali e di conseguenza delle relazioni umane. Poi è stato il momento del Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà di Padova è il prof. Antonio Bincoletto, in carica dal 2021 e che proprio in questi giorni termina il suo mandato. La sua relazione è dettagliata e, seppure pronunciata con toni pacati e senza mai alzare il tono delle sue parole, colpisce per i forti contenuti. “Devo cominciare questa mia relazione, l’ultima del mandato, ricordando quanto accaduto la scorsa settimana nella Casa di reclusione: due suicidi in 36 ore, dopo due anni in cui, pur nel crescendo del fenomeno a livello nazionale, qui da noi non vi erano stati eventi di questo tipo. Chi ha letto la mia ultima relazione, presentata agli inizi di dicembre, forse non si sarà stupito troppo, perché già allora denunciavo il progressivo deteriorarsi della situazione a causa del sovraffollamento continuo degli istituti”, la premessa di Bincoletto. “Certo dispiace molto rendersi conto che pure da noi, con un patrimonio tanto importante alle spalle e riconoscimenti di eccellenza a livello nazionale, ricomincino a verificarsi eventi così gravi che coinvolgono persone tanto diverse (prima un ultrasettantenne ergastolano dell’alta sicurezza, con un passato di criminalità organizzata e con quasi quarant’anni di carcere scontati, 18 dei quali a Padova; poi un giovane trentatreenne, in media sicurezza, sezione chiusa, con due anni di pena scontati e prossimo a uscire in misura alternativa, padre di un bambino di pochi anni). Persone che avevano commesso reati molto differenti e che, affidati allo Stato, si trovavano a pagare per i propri errori, ma che, a quanto pare, si sono trovati in circostanze tali da indurli a mettere fine alla propria vita. In attesa delle indagini giudiziarie ci sarebbero molte considerazioni da fare in merito a questi due recenti casi drammatici”, dice ricordando le due tragiche morti di settimana scorsa, facendo leva sulla persona più che sul detenuto. “Mi limito solo a notare che le condizioni di sovraffollamento e di aumentata chiusura che caratterizzano pure gli istituti della nostra città, nonché il modus operandi con cui il DAP ha attuato le proprie scelte di dislocazione dei detenuti non hanno certo aiutato a produrre esiti diversi da quelli tragici verificatisi in queste due situazioni. Bisogna essere consapevoli che sì rischia così di mettere in ginocchio una delle realtà carcerarie più virtuose d’Italia, in cui da decenni si lavora per un’applicazione rigorosa di quanto prevede la nostra Costituzione: non solo contenimento ma specialmente accompagnamento e rieducazione, la via maestra per produrre maggior sicurezza sociale”, ricorda Bincoletto. “Lo so che, specie in questi tempi, non è facile, ma se si vuole costruire una società più sicura bisogna superare l’idea del carcere come “vendetta di stato” e usare sempre più le pene per migliorare gli individui, costruendo consapevolezza, responsabilità e senso della legalità in chi ha commesso dei reati: solo in questo modo il carcere e le pene in generale possono contribuire a creare una società più sicura. L’hanno capito quei paesi nordeuropei che, in questo modo, sono riusciti a ridurre il crimine e si trovano in qualche caso a chiudere delle carceri per convertirle in strutture di utilità sociale (vedi Paesi Bassi). Noi vediamo purtroppo ancora crescere alcuni reati che creano allarme sociale, mentre calano quelli più pesanti (omicidi), e la risposta è quasi sempre la stessa: aumentare le fattispecie di reato e le pene, intese esclusivamente come carcerazione, come se questo fosse l’unico modo per garantire maggior sicurezza. Percezione diffusa ma non suffragata dai dati, secondo cui oltre il 70% di chi esce dal carcere senza aver fatto significativi percorsi di cambiamento ritorna a delinquere”, fa notare il garante durante la sua relazione al consiglio. “Oltre a piangere i morti, magari con un minuto di raccoglimento, facciamo il possibile per salvaguardare la “vocazione trattamentale” degli istituti padovani e per valorizzare sempre più la nostra esperienza, possibile grazie alla grande risorsa del volontariato e del Terzo settore che opera nel carcere”. Questo il quadro della situazione secondo Bincoletto. Essendo giunto all’ultima relazione del suo mandato, fa alcune considerazioni sintetiche e conclusive. La prima: “Sono stato apripista nell’avvio del ruolo di Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale qui a Padova, e nella creazione di un Ufficio dedicato a questo incarico. Questi 5 anni sono stati densi d’impegni e hanno rappresentato per me un’esperienza forte, emotivamente coinvolgente e faticosa ma che meritava d’esser fatta per la ricchezza di rapporti umani che mi ha permesso di coltivare. Ho conosciuto nei suoi vari aspetti un “mondo a parte”, volutamente ignorato o considerato dai più luogo di reietti verso cui sfogare gli istinti più viscerali e negativi (basta leggere i commenti che nei social accompagnano le notizie sui detenuti), verificando come sia un luogo popolato da un’umanità tormentata ma estremamente varia, non riconducibile agli stereotipi che circolano nell’immaginario collettivo: tante persone portatrici di esperienze che, nel bene e nel male, rispecchiano diversi aspetti della nostra società, e in cui ciascuno di noi in fondo può ritrovare anche una parte di se stesso. Dunque ringrazio quanti hanno riposto fiducia in me nominandomi in questo importante ruolo e consentendomi di entrare in rapporto con tante realtà che prima conoscevo solo superficialmente. In questi anni ho cercato di svolgere al meglio l’incarico e spero di lasciare a chi verrà dopo di me dei percorsi operativi ben avviati”, sottolinea Bincoletto. Poi la seconda considerazione: “Ho dato importanza anzitutto alla funzione di ascolto delle persone detenute che, affidate in toto allo Stato, spesso chiedono affannosamente aiuto e manifestano le necessità più varie. Nelle mie relazioni annuali potete vedere di cosa si tratta, dalle esigenze più basilari alle più complesse. Ho registrato sistematicamente i colloqui in modo da poter disporre di un archivio e di una memoria ampia e a lungo termine. Da questo ho estrapolato le informazioni necessarie per rendermi conto delle problematiche esistenti, individuare i referenti cui rivolgermi, segnalare le criticità e, quando lo ritenevo opportuno, raccomandare interventi”, dice Bincoletto facendo riferimento al suo metodo di lavoro. “Dunque all’ascolto segue la comunicazione, dimensione essenziale nel ruolo del Garante che dovrebbe fare da ponte fra i diversi soggetti, interni ed esterni all’istituzione, che operano nell’ambito dell’esecuzione penale: si tratta di un mondo complesso i cui ambiti non sempre comunicano in maniera soddisfacente fra di loro, e il rischio che corrono i sistemi di questo tipo è spesso quello della sordità, della chiusura in comparti, dell’autoreferenzialità. Ho capito presto che spettava al Garante, figura portatrice di uno sguardo esterno e con prerogative importanti, anche il compito di facilitare la comunicazione, contribuendo in tal modo a migliorare il funzionamento del sistema. Questo mi ha indotto a garantire una certa assiduità nella presenza negli istituti, risposte rapide alle richieste di colloquio e segnalazioni sistematiche ai vari referenti: un ruolo inizialmente vissuto da qualcuno con insofferenza ma nel corso del tempo diventato abituale e capace di trovare soluzioni talora anche veloci ad alcuni problemi interni agli Istituti”, precisa. “Ho avuto modo di conoscere tante persone, figure professionali e realtà dentro e fuori dagli istituti: ruoli direttivi, amministrativi, operativi ripartiti fra dirigenza, uffici, comando e polizia penitenziaria, psicologi, educatori, medici e operatori dell’AUSSL, insegnanti, psicologi, mediatori, volontari laici e religiosi, cooperative, magistrati, altri garanti, amministratori locali, regionali, nazionali, di cui ho conosciuto le incombenze e spesso apprezzato la professionalità”. Di lì un suggerimento, un invito, ai rappresentanti istituzionali: “Credo che a tutti, e in particolare agli amministratori servirebbe conoscere di più questa realtà presente nel territorio: chi ci entra almeno una volta poi non può non tenerne conto”. La sua esperienza di questi cinque anni gli hanno confermato quanto sia importante che ci sia qualcuno che si occupi di queste questioni: “Raccomando infine di salvaguardare la funzione del Garante e di fare in modo che sia supportata da collaboratori o, quanto meno, come nel mio caso, da volontari e tirocinanti, che hanno dato un contributo importante nella realizzazione dell’opera svolta”. Infine l’ultima considerazione: “È necessario conoscere le fragilità umane se si vogliono individuare i rimedi e se si vuole creare speranza, cambiamento, vivibilità e sicurezza sociale. Viceversa, il disinteresse, l’ignoranza e la marginalizzazione creano solo rabbia e disperazione da una parte, e alimentano paura e desiderio di vendetta dall’altra, e queste passioni non hanno mai prodotto una società migliore”. Brescia. “Sovraffollamento e diritti negati”, l’allarme della Garante dei detenuti di Manuel Colosio Corriere della Sera, 3 febbraio 2026 La relazione annuale certifica un aumento dei detenuti e il blocco delle misure alternative. Il cronico sovraffollamento, la carenza di personale, le difficoltà di accesso alle misure alternative e il concreto rischio di subire nuove condanne internazionali per l’Italia. È un quadro critico quanto articolato quello tracciato da Arianna Carminati, garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Brescia, nel suo intervento davanti alla commissione diritti alla persona. La garante e costituzionalista ha parlato dall’aula del consiglio comunale, scelta obbligata dopo che è stato negato di farlo, come gli anni scorsi, all’interno di Canton Mombello. Non poteva che aprire quindi il suo intervento esprimendo rammarico per la decisione espressa dal Dipartimento amministrazione penitenziaria definita “un’occasione mancata, sia per dare un segnale concreto di vicinanza istituzionale sia per offrire ai detenuti una giornata diversa e un contatto diretto con le istituzioni locali”. Il diniego, legato a una circolare del DAP, solleva secondo la garante interrogativi di legittimità “poiché le circolari non costituiscono fonti del diritto e non possono prevalere sulla normativa vigente”. Entrando invece nel merito dei dati, Carminati ha illustrato una situazione definita “estremamente preoccupante”. Al 31 dicembre 2025 i detenuti nella casa circondariale di Brescia erano 386, a fronte di 182 posti regolamentari, con un tasso di sovraffollamento del 212%. Un numero che, secondo gli ultimi dati disponibili, ha ormai superato le 400 presenze. “Anche incrementi apparentemente minimi - ha spiegato - producono effetti devastanti in un sistema già al limite. Il sovraffollamento ha conseguenze dirette sul rispetto dei diritti fondamentali”. La garante ha ricordato quindi la condanna inflitta all’Italia nel 2013 (la sentenza Torregiani) dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni inumane e degradanti delle carceri, sottolineando come oggi la quasi totalità dei detenuti abbia diritto a una misura riparatoria. Una situazione paradossale, “che porta a monetizzare la violazione di diritti umani che teoricamente non sarebbero monetizzabili, oppure attraverso risarcimenti o riduzioni di pena spesso tardive”. Ampio spazio è stato dedicato anche al tema delle misure alternative alla detenzione: nonostante la casa circondariale dovrebbe ospitare prevalentemente persone in attesa di giudizio, circa due terzi dei detenuti bresciani in realtà sono già condannati. Molti scontano pene brevi che consentirebbero, almeno in astratto, l’accesso all’esecuzione penale esterna. Ad impedirlo, nella maggior parte dei casi, non è la pericolosità, ma la mancanza di condizioni materiali adeguate, in particolare lavoro e abitazione. Particolarmente critica la situazione dei detenuti di origine straniera, sovrarappresentati tra coloro che scontano pene brevi in carcere. L’irregolarità giuridica rende per loro difficile offrire opportunità lavorative stabili, creando un circolo vizioso che ostacola la risocializzazione e favorisce il ritorno all’illegalità. Carminati ha inoltre lanciato un allarme sulla crescente tendenza a rispondere alle fragilità sociali con l’inasprimento delle pene e l’ampliamento delle fattispecie di reato. Una deriva definita “eccessivamente penalistica” che, ha ricordato, è già stata censurata dalla Corte costituzionale e che rischia di condurre a nuove condanne da parte della Corte di Strasburgo. Un rischio che incide anche sull’immagine internazionale del Paese, come dimostrano recenti casi di estradizione negate verso l’Italia a causa delle condizioni carcerarie. Tra le proposte avanzate per cercare di migliorare la situazione c’è l’invito a rafforzare l’attenzione verso l’esecuzione penale esterna e a valutare l’istituzione di un garante provinciale dei diritti delle persone private della libertà, per migliorare il coordinamento tra enti locali nella presa in carico di persone con gravi fragilità sociali, sanitarie ed economiche. In chiusura del suo intervento la garante ha ringraziato la Magistratura di Sorveglianza per la collaborazione e la direzione del carcere di Brescia Francesca Paola Lucrezi per la disponibilità e il confronto costante. “Nonostante le difficoltà strutturali e la grave carenza di personale - ha concluso - l’ascolto e la relazione umana restano strumenti fondamentali per alleviare la sofferenza e dare senso costituzionale alla pena. Brescia. Relazione della Garante dei detenuti: negato l’accesso a Canton Mombello di Manuel Colosio Corriere della Sera, 3 febbraio 2026 Il diniego alla possibilità di tenere la presentazione della relazione annuale della Garante in carcere ha sollevato perplessità bipartisan. Critiche, delusione e anche un’interrogazione parlamentare. Il divieto di tenere la Commissione Diritti alla persona del Comune di Brescia all’interno del carcere di Canton Mombello, in occasione della presentazione della relazione annuale della Garante dei diritti dei detenuti, ha sollevato perplessità trasversali e bipartisan. Il diniego, disposto tramite una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è stato interpretato come un’occasione persa, in contrasto con il percorso di sensibilizzazione e dialogo costante costruito negli ultimi anni tra le istituzioni, dentro e fuori dal carcere. “Non poter accedere è un grande dispiacere, perché invece di lavorare per promuovere un senso di comunità si dà l’impressione di esprimere un senso di “immunità”“, ha affermato il presidente del Consiglio comunale Roberto Rossini, precisando di “ringraziare la direttrice delle carceri bresciane, Francesca Paola Lucrezi, che ha sempre riconosciuto l’importanza di questa relazione e di questo dialogo”. Oltre agli interventi di rammarico emersi durante la seduta della Commissione, che si è quindi svolta nell’aula del Consiglio comunale, è stata annunciata anche un’interrogazione parlamentare da parte del senatore del Pd Alfredo Bazoli. Catanzaro. Carceri senza cielo, tra dignità negata e speranza che resiste Riccardo Di Nardo catanzaroinforma.it, 3 febbraio 2026 Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro richiama l’attenzione sul sovraffollamento e sui suicidi in carcere. L’immagine dei detenuti che girano in tondo senza avanzare. L’idea di un sistema penitenziario che appare senza via d’uscita. Non è casuale l’opera che la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro, Concettina Epifanio, ha scelto per la copertina della sua relazione in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario. “La ronda dei carcerati” di Vincent Van Gogh, un’immagine capace di parlare prima ancora delle parole e che, ha spiegato la presidente Epifanio, “pur essendo stata dipinta dal grande pittore olandese nel 1890, ben può simboleggiare le criticità della situazione carceraria attuale”. È da questa immagine che prende avvio uno dei passaggi più intensi della relazione, dedicato al sovraffollamento carcerario. Una “vergogna nazionale” l’aveva già definito la presidente Epifanio nella relazione dello scorso anno, “anche se per la verità si tratta purtroppo di un fenomeno che riguarda anche tanti altri Paesi europei e non solo”. Un tema che la presidente Epifanio sente in modo profondo, tanto che, nel corso dell’assemblea, ha chiesto un minuto di silenzio in memoria di chi si è tolto la vita in carcere. “È vero che è diminuito - ricorda Epifanio - il numero dei suicidi: dagli 83 morti, non solo detenuti ma anche agenti di polizia penitenziaria ed educatori, del 2024 ai 79 registrati nel 2025”. Due di questi 79 suicidi sono avvenuti all’inizio dell’anno passato proprio nel distretto di Catanzaro: il 7 gennaio, nel carcere di Paola, è stato trovato impiccato nella sua cella un detenuto quarantenne e il giorno dopo anche un assistente amministrativo ha posto fine ai suoi giorni. “Questo lieve calo non ci conforta per nulla! Stiamo parlando di persone, di persone in carne e ossa, e non di freddi numeri da statistica!”, ha rimarcato Epifanio, che ha fatto proprie le parole pronunciate dal Ministro Nordio il 22 luglio 2025 durante la visita al carcere di San Vittore: “Ogni vita spezzata dietro le sbarre è una sconfitta dello Stato. Non possiamo rassegnarci alla retorica dell’inevitabile”. “Ma non bisogna fermarsi alle parole - ha aggiunto -. Ognuno deve fare la propria parte, ognuno deve assumersi la propria responsabilità, per quel che può”. “Io non mi rassegno alla retorica dell’inevitabile continuando a denunciare il problema ogni volta che ne ho l’occasione e, nel frattempo, a far sentire la mia vicinanza, istituzionale prima che umana, agli ultimi degli ultimi, quali sono i carcerati, e a chi si prende cura di loro, andando a trovarli, come ho cominciato a fare e come continuerò a fare visitando gli Istituti penitenziari del distretto. Il decisore politico, che i problemi non li deve solo denunciare ma piuttosto risolverli, se non vuole rassegnarsi alla retorica dell’inevitabile deve invece intervenire con misure concrete che, a mio sommesso avviso, non possono consistere solo nell’incrementare la spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni”. La presidente Epifanio ha criticato la scelta del Ministero della Giustizia di centralizzare le attività culturali nelle carceri che “con l’obiettivo di garantire omogeneità e qualità al sistema” ha tolto “il potere decisionale a direttori e magistrati di sorveglianza” e ha rimarcato come “non risolve il problema della sicurezza nelle carceri, che ha la sua origine anche nel sovraffollamento, l’aver introdotto una nuova fattispecie criminosa, la rivolta penitenziaria anche per ipotesi di non violenza e disobbedienza civile, frutto della visione panpenalistica e sicuritaria che negli ultimi anni permea il sistema”. “Sarebbe invece necessario - ha spiegato - ripensare le politiche punitive: riservare il carcere ai casi di maggiore allarme sociale; utilizzare la custodia cautelare in carcere come extrema ratio; ampliare il campo di applicazione delle misure alternative, prevedendo dei trattamenti individualizzati che contemperino le esigenze di difesa sociale con quelle di risocializzazione; investire in attività trattamentali che consentano di ridurre al minimo necessario il ricorso alle “celle chiuse”; rimpolpare gli organici della magistratura di sorveglianza e della polizia penitenziaria; rendere effettivo il lavoro in carcere. Senza tralasciare l’edilizia carceraria, in modo da garantire ai detenuti più ampi spazi di vivibilità, sia nelle celle che nelle zone comuni destinate ad attività ricreative, garantendone altresì il diritto all’affettività inframuraria. Solo mettendo al centro la “persona” e non il carcere possiamo nutrire la speranza di cambiamento e non rassegnarci alla retorica dell’inevitabile”. “Il sovraffollamento - ha spiegato nella sua relazione la presidente Epifanio - rende il carcere solo un luogo di detenzione e di custodia dove non può fiorire nessun serio programma di ravvedimento e di risocializzazione del detenuto, un luogo da cui le persone escono senza speranza nel futuro. Chi è costretto a vivere in condizioni di squallore, di degrado e di violenza ha poche possibilità di riconoscere il male compiuto, piuttosto vede accrescere in sé la rabbia e il rancore verso le Istituzioni; e se non c’è riconoscimento del male compiuto, aumenta il rischio che coloro che hanno sbagliato, una volta fuori, tornino a sbagliare. Solo un sistema sanzionatorio che sia capace di assolvere a una funzione autentica di riparazione e di inclusione per chi ha infranto il patto sociale è capace di ridurre drasticamente la recidiva ed è garanzia di sicurezza della collettività. Un carcere sovraffollato e in condizioni logistiche degradate e degradanti impatta negativamente anche sul livello di stress di quanti all’interno delle mura esercitano la propria attività lavorativa: polizia penitenziaria in primis, ma anche direttori, educatori, psicologi, i quali patiscono la frustrazione dell’estrema difficoltà di alimentare la speranza di cambiamento in chi è ristretto”. “L’anno scorso - ha aggiunto - auspicavo che l’iniziativa di Papa Francesco, di dare avvio al giubileo della speranza aprendo una delle porte sante del carcere di Rebibbia, potesse riaccendere i riflettori sulla situazione carceraria italiana e ridare speranza ai detenuti. Auspicavo altresì che il Governo prendesse finalmente a cuore la situazione dei detenuti costretti a vivere in condizioni spesso inumane e degradanti. Non mi pare che questo auspicio si sia realizzato”. La presidente Epifanio ha evidenziato una situazione nel distretto in miglioramento, in controtendenza rispetto al dato nazionale. Rispetto all’anno precedente è diminuito il numero delle carceri sovraffollate: solo tre su sette (Castrovillari, Rossano e Crotone) soffrono di questo problema e in più, in questi Istituti di pena, è calato il tasso di sovraffollamento: Castrovillari è passato da una percentuale del 132,79% al 49%; Rossano dal 122% al 120%; Crotone dal 140% al 128%. “Ma questi risultati, pur positivi, non ci confortano più di tanto”, ha spiegato la presidente Epifanio, che per l’esergo della relazione ha scelto l’articolo 27 della Costituzione. “Il sovraffollamento - ha spiegato - è violazione e negazione di quell’articolo, sia nella parte in cui proclama che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, sia nella parte in cui dichiara che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Senso di umanità e rieducazione dovrebbero andare sempre di pari passo: solo un trattamento umano ha maggiore possibilità di consentire il pieno reinserimento sociale di chi ha sbagliato. Il sovraffollamento è negazione della dignità umana, rende sempre più difficile e aleatorio l’accesso alle cure e alle terapie, e quanto ciò abbia conseguenze nefaste sulla salute fisica e mentale di una popolazione carceraria che conta oltre il 32% di tossicodipendenti e una percentuale altissima di malati psichiatrici, è facile immaginare”. Ecco irrompere con forza l’immagine di Van Gogh: “Il cortile angusto e circondato da mura altissime richiama la mancanza di spazi e il sovraffollamento; l’assenza di cielo è metafora della mancanza di prospettive. Vi sono però delle piccole aperture sulle pareti: quelle, rappresentano la speranza che resiste!”. Milano. A Opera il “legame di sangue” diventa discriminazione di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 3 febbraio 2026 A un mese esatto dalla prima segnalazione, il deputato Roberto Giachetti di Italia Viva presenta una nuova interrogazione parlamentare sulla situazione del carcere di Milano-Opera. Il documento, protocollato il 30 gennaio e indirizzato al ministro della Giustizia, raccoglie le criticità emerse il 25 gennaio scorso e segnalate dall’associazione Yairaiha Ets. Una vera e propria escalation di problemi che si aggiungono a quelli già denunciati nell’interrogazione del 28 dicembre 2025, ancora senza risposta. La nuova interrogazione 4/06904 apre con un caso che ha dell’incredibile. Una famiglia, dopo aver ricevuto conferma scritta per il colloquio domenicale con un minore, si è vista negare l’accesso dall’istituto. La motivazione? Il minore non era “figlio di sangue” del detenuto. Una frase che non trova supporto in alcuna disposizione ufficiale che limiti i colloqui ai soli figli biologici. Il minore, già autorizzato e presente ad altri incontri, ha subito un forte disagio emotivo nell’essere respinto. Lo stesso giorno un episodio simile sarebbe accaduto a un’altra famiglia. Ciò, secondo l’interrogazione, suggerisce una prassi arbitraria, in contrasto con le autorizzazioni già concesse in precedenza. Il punto più dolente riguarda i “colloqui intimi”, riconosciuti dalla sentenza della Corte costituzionale numero 10 del 2024. L’associazione Yairaiha segnala che nel maggio 2025 erano state regolarmente accolte e autorizzate numerose istanze per i colloqui intimi, firmate dall’allora direttrice Stefania D’Agostino, per detenuti in possesso dei requisiti previsti. Ai detenuti era stato comunicato che gli spazi dedicati erano in fase di completamento e che, dopo agosto 2025, sarebbero stati resi disponibili locali idonei. Ad oggi non risulta alcuna attivazione del servizio. Con l’insediamento della nuova direttrice, si registra un silenzio totale in merito al destino delle istanze già autorizzate, generando frustrazione e un forte senso di illusione rispetto a un diritto già riconosciuto e applicato in altri istituti penitenziari. Le condizioni detentive rappresentano l’altro grande capitolo dell’interrogazione. L’associazione afferma che vengono segnalate condizioni gravemente compromesse, in particolare presso il quarto reparto, sezioni A e C. I detenuti riferiscono che i riscaldamenti non sono funzionanti, l’acqua calda nelle docce è assente e il livello di umidità è talmente elevato che i materassi risultano intrisi d’acqua, con conseguenti forti dolori alle ossa e alle articolazioni. La situazione di degrado è aggravata da numerose infiltrazioni e correnti d’aria gelida che determinano una condizione inaccettabile sotto il profilo della dignità e della tutela della salute. Delle criticità segnalate dall’associazione Yairaiha, come si legge nell’interrogazione, riferisce diffusamente il 29 gennaio scorso Il Dubbio, nel quale si rende noto che gli avvocati segnalano gravi carenze sanitarie e che le proteste riguardano anche la gestione dei colloqui con “terze person” che la nuova direzione sta via via negando, apprestandosi a revocare quelle già autorizzate. Anche le telefonate con l’esterno sono state ridotte e, dal 12 gennaio 2026, i detenuti con figli minori di 10 anni avranno solo due chiamate aggiuntive al mese, diminuendo così le possibilità previste dal decreto-legge numero 28 del 30 aprile 2020 convertito con modificazioni dalla legge numero 70 del 2020. Situazione segnalata già da Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino dopo la visita nel carcere. Nell’interrogazione, Giachetti chiede al ministro della Giustizia se ritenga di dover verificare, anche attraverso un’ispezione ministeriale, le gravi criticità descritte che, se confermate, costituirebbero un ingiustificato arretramento del percorso trattamentale delle persone detenute, oltre che una compressione dei diritti dei familiari. Il deputato di Italia Viva vuole sapere se sia vero che siano state adottate disposizioni che limitano fortemente i contatti tra detenuti e familiari, sia per i colloqui che le telefonate, in particolare con figli minori, e se i colloqui con terze persone siano stati fortemente compressi. Due anni dopo la sentenza della Corte costituzionale sui colloqui intimi, Giachetti chiede quali iniziative il Ministero intenda assumere per garantire questo diritto alle persone detenute. E poi la domanda più urgente: quali iniziative di competenza intenda adottare - e con quale tempistica - per tutelare concretamente il diritto alla salute e assicurare condizioni di detenzione dignitose alle persone recluse nel carcere di Opera. Le lettere degli avvocati difensori, che Il Dubbio ha potuto visionare, tracciano un quadro ancora più allarmante. Gli avvocati raccontano di un detenuto in sciopero della fame da giorni perché gli sarebbe stato negato l’accesso della propria fidanzata in quanto non convivente, ma solo convivente di fatto. A un altro sarebbe stata negata l’autorizzazione a far entrare i genitori della fidanzata in quanto non legami di sangue. Quando si trovava a Busto Arsizio, poteva vedere i genitori della fidanzata regolarmente, cosa che a Opera gli sarebbe stata totalmente negata. Le temperature basse sarebbero rese ancora più insopportabili dall’acqua fredda, al punto che alcuni detenuti rinuncerebbero a lavarsi. Uno dei legali ha inviato due solleciti per una visita medica urgente per un assistito con forti dolori al petto e formicolio al braccio sinistro, senza mai ricevere risposta e senza che il detenuto venisse visitato. Come scrivono gli avvocati: “Non è da sottolinearsi, in quanto ben noto, che le pene detentive non devono consistere in trattamenti disumani, ed è palese come tali condizioni siano molto lontane dal rispetto dei diritti basilari dell’essere umano”. E ancora: “Com’è noto la fondamentale opera di rieducazione trova assai aiuto nel mantenimento dei contatti con i familiari e con i legami affettivi. È chiaro come tali scelte stiano portando i detenuti ad un’afflizione ingiustificata non retta da dettati legislativi”. Il Garante dei diritti del Comune di Milano ha aperto un dossier e sta effettuando accertamenti. Dal Garante Nazionale e dalle altre autorità interpellate non sarebbero ancora arrivate risposte concrete. L’associazione Yairaiha scrive: “Questo ennesimo grido di dolore che arriva dal carcere di Opera riguarda non solo chi è ristretto, ma anche le famiglie e i minori coinvolti”. La prima interrogazione di Giachetti, presentata il 28 dicembre 2025, attendeva ancora risposta quando è arrivata la seconda. Un mese di silenzio dal ministero della Giustizia a fronte di segnalazioni che si moltiplicano. Le criticità non diminuiscono, ma aumentano. Due interrogazioni parlamentari in un mese. Un segnale forte che non può essere ignorato. Giachetti chiede verifiche, ispezioni ministeriali, iniziative concrete con tempistiche definite. Perché, come recita l’articolo 27 della Costituzione, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. A Opera, stando alle segnalazioni che continuano ad arrivare, questo principio sembra essere stato dimenticato. Bari. A processo per l’omicidio della madre, tenta il suicidio in cella: è in fin di vita di Emanuele Lentini brindisireport.it, 3 febbraio 2026 Il tentativo di suicidio si è consumato nelle scorse ore, nel carcere di Bari, dove il 42enne Alberto Villani è detenuto. Mesi fa, prima di una udienza, bevve una sostanza tossica. La morte della donna, picchiata e carbonizzata, risale al settembre 2023. Ha tentato il gesto estremo, nella sua cella del carcere di Bari, dove si trova recluso. Il 42enne Alberto Villani, di San Michele Salentino, ora si trova ricoverato presso il Policlinico del capoluogo pugliese, in condizioni gravissime. L’episodio risale a ieri, domenica 1 febbraio 2026. L’uomo è a processo, davanti alla corte d’assise di Brindisi, con l’accusa di aver ucciso la madre 71enne, Cosima D’Amato. Il procedimento a carico di Villani, come detto, è tuttora in corso. L’ultima udienza si era tenuta a gennaio, per la riformulazione del capo d’imputazione. La prossima è fissata tra pochi giorni: il 10 febbraio. Per l’uomo era stata disposta la perizia psichiatrica, su richiesta del suo legale, l’avvocato Alessandro Stomeo. Al Ctu - lo psichiatra Elio Serra - era stata richiesto di valutare la capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento dei fatti. L’imputato era stato condotto in carcere poche ore dopo l’omicidio, con l’accusa appunto di aver ucciso la madre. Era il settembre 2023. Alcuni problemi di salute costringono da tempo Villani all’uso della sedia a rotelle. L’uomo, nell’ottobre scorso, non partecipò - se non per pochi minuti - a una udienza del processo a causa di un malore, conseguenza dell’ingestione di una sostanza tossica, ingestione pare volontaria. Monza. Dal lavoro, il riscatto. Il colosso Intercos assume i detenuti: “È un investimento” di Barbara Calderola Il Giorno, 3 febbraio 2026 Nell’impresa leader del make-up conto terzi due persone in semilibertà. Il progetto portato avanti con Ci Group e la cooperativa Homo Faber. Il riscatto che nasce dal lavoro, Intercos assume due detenuti. “Inclusione e carenza di talenti” sono i pilastri di #NextChapter, il progetto ideato da Gi Group, l’agenzia per l’impiego, dalla cooperativa sociale Homo Faber e dal gigante del make-up con quartier generale ad Agrate per dare una possibilità a chi non ha ancora finito di scontare la pena. Al lavoro due detenuti in semilibertà. “Non è un gesto simbolico, ma un investimento in persone, talento e fiducia - dice Maria D’agata, direttrice delle risorse umane -. Credo che prima di tutto il lavoro debba essere uno strumento che abbatte le barriere. Con questo piano dimostriamo che è possibile coniugare responsabilità sociale e bisogni reali delle aziende, valorizzando competenze spesso invisibili. Il progetto nasce dall’ascolto, dalla collaborazione e da un approccio pragmatico all’inclusione”. Obiettivo, favorire attraverso l’occupazione il reinserimento sociale e professionale di chi è stato condannato. L’iniziativa ha come raggio d’azione il territorio lombardo e vuole diventare “un modello virtuoso” capace di rispondere a una duplice esigenza: quella sociale, ma anche quella di contribuire a contrastare la crescente carenza di figure, valorizzando un bacino di competenze spesso trascurato. L’inserimento negli stabilimenti Intercos è completato. Nella fase iniziale del percorso, Gi Group ha analizzato i bisogni a livello di organico “per individuare le mansioni compatibili con i vincoli della semilibertà”. Alla formazione della rosa di candidati è seguita la selezione, una fase in cui ha avuto un ruolo cruciale la cooperativa che affianca i nuovi lavoratori aiutandoli su due fronti: consapevolezza di sé e capacità di adattamento al contesto. È stato poi definito un piano di monitoraggio sia per la fase d’avvio, che per l’intera durata del contratto di sei mesi, con possibilità di proroga. “Poter cominciare un percorso lavorativo è fondamentale per il recupero totale della persona - sottolinea Massimiliano Martinelli, presidente Homo Faber -. Oltre all’attività professionale, abbiamo cominciato a fornire sostegno concreto ai detenuti anche dopo la carcerazione con la nascita di ‘Casa Semi Liberi’. Un luogo che è accoglienza per chi è in difficoltà e desidera rimettersi in gioco, una dimora temporanea per chi si trova in un momento critico. La sinergia con Gi Group ci permette di seguire passo dopo passo il cammino del detenuto dalla fase di ricerca e selezione ‘dentro’, fino al contratto vero e proprio ‘fuori’”. Catania. Seconda Chance: il lavoro come strumento di giustizia e rinascita di Federica Dolce laltroparlante.it, 3 febbraio 2026 Seconda Chance supporta aziende medio-grandi, imprenditori e microimprese disponibili ad assumere detenuti che, grazie a un comportamento irreprensibile, hanno ottenuto l’accesso al lavoro esterno o a misure alternative alla detenzione. Nel dibattito pubblico italiano, il carcere continua a essere raccontato soprattutto come luogo di punizione. Raramente, invece, viene osservato per ciò che potrebbe diventare: uno spazio di trasformazione, responsabilità e ritorno alla società. In questo vuoto narrativo e operativo si inserisce Seconda Chance, associazione del Terzo Settore fondata nel 2022 dalla giornalista Flavia Filippi, che lavora per creare un collegamento concreto tra il mondo della detenzione e quello dell’impresa. Seconda Chance supporta aziende medio-grandi, imprenditori e microimprese disponibili ad assumere detenuti che, grazie a un comportamento irreprensibile, hanno ottenuto l’accesso al lavoro esterno o a misure alternative alla detenzione. Non si tratta di un’azione simbolica, ma di un modello strutturato che coinvolge amministrazioni carcerarie, imprese e istituzioni, accompagnando ogni fase del percorso: dalla preselezione dei candidati ai colloqui, fino all’inserimento in azienda e alla gestione delle pratiche amministrative. I numeri raccontano una realtà in crescita: oltre 750 opportunità di lavoro attivate grazie all’adesione di aziende appartenenti ai più diversi settori produttivi, dalla logistica alla ristorazione, dall’industria manifatturiera ai servizi. Un risultato che dimostra come il reinserimento lavorativo non sia solo possibile, ma anche conveniente, grazie agli strumenti normativi esistenti, come la legge Smuraglia e le più recenti modifiche legislative che ampliano l’accesso all’apprendistato per detenuti ammessi al lavoro esterno. Accanto al lavoro fuori dal carcere, Seconda Chance mostra alle imprese anche un’altra possibilità: fare impresa all’interno degli istituti penitenziari. Capannoni e locali inutilizzati vengono concessi in comodato d’uso gratuito, favorendo l’avvio di attività produttive come lavanderie industriali, sartorie, falegnamerie, officine, call center e laboratori alimentari. Un modello che offre opportunità anche a quei detenuti che non possono lavorare all’esterno, restituendo senso e dignità al tempo della pena. Particolarmente significativa è l’esperienza avviata in Sicilia, dove Seconda Chance ha sviluppato un progetto pilota con l’Università di Catania, volto alla creazione di una banca dati capace di incrociare domanda e offerta di lavoro nel contesto carcerario. Un’iniziativa che unisce dimensione umana e innovazione, fornendo strumenti concreti e dati utili per valutare l’impatto sociale del reinserimento lavorativo. Il valore di Seconda Chance non risiede soltanto nei risultati raggiunti, ma nella visione che propone: una società più sicura non è quella che esclude, ma quella che offre possibilità di cambiamento. Il lavoro diventa così uno strumento di giustizia sociale, capace di ridurre la recidiva e di restituire alla collettività persone consapevoli e responsabilizzate. A raccontare dall’interno il valore di questa esperienza è Maurizio Nicita, giornalista, che ha incrociato il progetto tre anni fa e ne ha seguito da vicino l’evoluzione. Lei ha incrociato il progetto Seconda Chance tre anni fa. In che modo è avvenuto questo incontro e cosa l’ha convinta, da giornalista, a riconoscerne subito la forza civile oltre che sociale? “Tre anni fa mi chiamò l’amica Flavia Filippi, giornalista de La7, e mi parlò dell’associazione che aveva fondato da pochi mesi. Mi raccontò il progetto e mi coinvolse. Allora lavoravo per la Gazzetta dello Sport a Napoli e lì ho mosso i primi passi in questo settore nuovo per me. Flavia è molto empatica e in varie parti d’Italia ha coinvolto altri amici giornalisti. Credo nelle persone e nella loro capacità di fare rete e questo portiamo avanti, al di là dei percorsi professionali. Poi sono rientrato da pensionato nella mia Terra e le motivazioni si sono moltiplicate”. Seconda Chance lavora sul confine più delicato del nostro sistema penitenziario: quello tra pena e reinserimento. Dal suo punto di vista, cosa cambia davvero quando il lavoro diventa una possibilità concreta per chi è detenuto? “L’associazione è nata proprio per coprire uno spazio non sempre attenzionato da altri enti, che magari hanno mission un po’ diverse. Un settore complesso ma estremamente importante perché è in quel passaggio - premesso che deve esserci anche un percorso educativo e formativo interno, almeno ci si augura sia così - che si recupera la persona e si abbatte la recidiva. Il lavoro significa dignità e un ruolo sociale a queste persone che altrimenti, magari vivendo in contesti socialmente complessi, vengono costrette a vivere di espedienti”. Nel raccontare esperienze come questa, quanto è difficile superare lo stereotipo del “detenuto” e restituire invece l’immagine di una persona in trasformazione? Il giornalismo può avere un ruolo attivo in questo processo? “Stigma e pregiudizio creano un muro a volte complicato nel nostro approccio con le aziende. Il giornalismo può avere un ruolo importante nel raccontare storie positive e dimostrare che il reinserimento dei detenuti non è una utopia, ma soltanto un diritto fissato dalla Costituzione. Non si tratta di creare immagine piuttosto restituire una informazione depurata dagli istinti peggiori di chi pensa che solo ‘buttando le chiavi’ si risolve il problema. Lavorare per il reinserimento dei detenuti significa realizzare appieno quanto previsto dai nostri padri costituenti quasi ottant’anni fa. E non è buonismo”. Seconda Chance non si limita a creare contatti, ma accompagna le imprese e dialoga con le amministrazioni carcerarie, costruendo un sistema. Perché questo approccio è così importante? “Non so se fa la differenza ma si tratta di un approccio che in meno di quattro anni ha portato a creare quasi 800 posizioni lavorative per persone prive della libertà. I rapporti con la struttura carceraria sono complessi e serve professionalità e conoscenza delle leggi per seguire le corrette procedure. E poi se permette vorrei raccontare uno dei discorsi che preferisco proporre per abbattere i pregiudizi. Spesso un’azienda mi chiede di sapere che reati ha compiuto la persona. Io rispondo dicendo che ci sono i giudici per le sentenze: a noi tocca stabilire se c’è stato un percorso di recupero e questo viene controllato dal nostro lavoro ma soprattutto da quello di psicologi, assistenti sociali, dirigenti carcerari che hanno verificato il recupero e la formazione delle stesse persone, fino alla magistratura di sorveglianza che ne autorizza i permessi. Poi finisco con una osservazione che spesso sgretola il muro: lei quando svolge un colloquio di lavoro di una persona libera può stabilire le capacità lavorative, l’empatia ma non sa se quella persona fuori dall’ufficio commette reati anche gravi. Invece i nostri ragazzi - come mi piace chiamarli affettuosamente al di là dell’età - sono sicuramente i più controllati”. Che tipo di cambiamento culturale avviene negli imprenditori che partecipano al progetto? “Spesso arriva la telefonata dall’azienda che ringrazia per la scelta della persona. Mostrando quasi stupore per l’inserimento. Capiscono che non esistono mostri ma solo persone che hanno bisogno di una mano per rialzarsi e poi diventano una risorsa importante sul lavoro con le loro forti motivazioni. Ecco è lì che avviene il salto culturale. Approfitto per un piccolo appello: abbiamo bisogno in tutta la Sicilia di persone al nostro fianco che ci aiutino in questi percorsi. Il passaparola fra detenuti e loro famiglie fa sì che ogni giorno abbiamo nuove richieste di reinserimento e purtroppo la nostra Terra non offre tante possibilità di lavoro. Venite con noi, troverete soddisfazioni e sarete protagonisti di svolte sociali concrete”. In Sicilia avete avviato un progetto pilota con l’Università di Catania. Quanto è importante affiancare all’etica anche strumenti scientifici? “Fondamentale. E ringrazio l’Università di Catania, i professori Roberto Cellini e Marco Romano, che attraverso il progetto Grins ci hanno coinvolto. L’ateneo è culla di studi e sperimentazione, iniziare - perché la nostra è stata una esperienza pilota in Italia- significa accendere i riflettori su un mondo che tendiamo a escludere e non considerare. I dati della nostra ricerca - con oltre 300 questionari somministrati nelle carceri di Sicilia e Calabria - entreranno nella piattaforma phygital Amelia e mi auguro che l’incrocio con altri dati importanti raccolti con le aziende, specie sul tema della formazione, consenta tramite l’Università nuovi studi per offrire soluzioni strutturali e best practice realizzabili”. Se dovesse riassumere il valore morale di Seconda Chance, quale sarebbe la sua eredità più forte? “La sicurezza nasce dalla pace sociale non dal tintinnar di catene. Guardate cosa sta succedendo in Olanda: chiudono le carceri e i reati diminuiscono. Concludo citando Voltaire: il grado di civiltà di un Paese si misura dalla condizione delle proprie carceri. E noi siamo vergognosamente indietro”. Seconda Chance dimostra che il lavoro non è solo un diritto, ma uno strumento potente di giustizia sociale. Offrire una possibilità non significa cancellare l’errore, ma impedire che si ripeta. In un tempo segnato da paura e semplificazioni, questa esperienza ricorda che una società è davvero sicura solo quando sceglie di non rinunciare alle persone. Il valore di Seconda Chance, dunque, non risiede soltanto nei risultati raggiunti, ma nella visione che propone: una società più difesa non è quella che esclude, ma quella che offre possibilità di cambiamento. Proprio in quest’ottica il lavoro diventa così uno strumento di giustizia sociale, capace di ridurre la recidiva e di restituire alla collettività persone consapevoli e responsabilizzate. Napoli. Al IV Piano del carcere di Poggioreale: un progetto per i detenuti di Paolo Cutillo informareonline.com, 3 febbraio 2026 Il cancello del carcere di Poggioreale non è solo un confine fisico. È una linea netta che separa chi resta visibile da chi, molto spesso, smette di esserlo. Dentro, il tempo cambia densità: rallenta, si accumula, si stratifica. Le giornate si assomigliano tutte, e il rumore di fondo è quello di una vita sospesa. È in questo spazio che, da oltre dieci anni, esiste un progetto che prova a fare una cosa semplice e radicale insieme: trattare le persone come persone. A raccontarlo sono Giacomo Smarrazzo, presidente della cooperativa Era, insieme a Giuseppe Pollio e Roberta Battinelli, operatori del Progetto IV Piano, nato all’interno del Padiglione Roma della Casa Circondariale di Poggioreale, in integrazione con il SerD Area Penale dell’ASL Napoli 1 Centro. Un ex spazio abbandonato, all’ultimo piano, diventa laboratorio, luogo di relazione, terreno di possibilità. Nessuna formula salvifica, nessun proclama. Solo presenza costante. “Noi non facciamo beneficenza - dice Smarrazzo - Proviamo a costruire opportunità”. In carcere, le opportunità non sono mai neutre. Sono scelte che vanno controcorrente, piccoli atti di disobbedienza alla logica dell’istituzione totale. La cooperativa Era nasce formalmente nel 2012, ma affonda le radici molto prima, nelle periferie di Napoli degli anni Ottanta, quando l’eroina, il disagio mentale e l’assenza di servizi non erano temi da dibattito pubblico ma urgenze quotidiane. Da quelle esperienze di attivismo civico prende forma una cooperazione sociale che cresce insieme al servizio pubblico, soprattutto nell’ambito delle dipendenze e della salute mentale, con un’idea chiara: rafforzare la funzione pubblica dei servizi senza perdere di vista le persone. Quella stessa visione entra oggi in carcere, un luogo che per definizione tende a livellare tutto. Qui la dipendenza rischia di diventare solo un fascicolo clinico, una diagnosi da gestire. Il IV Piano fa altro. Accanto alla presa in carico terapeutica, propone laboratori di scrittura, lettura, manualità, musica, attività culturali. Non per “riempire il tempo”, ma per rimettere in moto qualcosa che spesso è fermo da anni. “La dipendenza non è solo consumo di sostanze - spiega Roberta Battinelli - È una destrutturazione della vita. Se non lavori anche su questo, il resto non regge”. Il progetto - Il cuore del progetto è lo sportello per le misure alternative al carcere, un lavoro paziente di rete con magistratura, servizi territoriali e comunità terapeutiche. I numeri raccontano una concretezza che non ha bisogno di enfasi: nel 2023, 144 persone accompagnate fuori dal carcere; nel 2024, 132 invii in comunità terapeutiche, distribuite in 38 strutture su tutto il territorio nazionale. Ogni numero è una storia che prova a non tornare indietro. Il IV Piano non vive in una bolla. Napoli cambia pelle rapidamente, si espone, si racconta. Ma mentre alcune zone vengono celebrate come “rigenerate”, altre persone spariscono dalla scena: senza casa, senza residenza, senza accesso ai diritti minimi. “Quando il disagio diventa ingombrante, la risposta più semplice è spostarlo altrove”, osserva Giuseppe Pollio. E il carcere, spesso, diventa il luogo dove finiscono le contraddizioni irrisolte della città. Dentro questo scenario, progetti come il IV Piano tengono insieme una parola che oggi sembra scomoda: socialità. Funzionano perché non separano la cura dal contesto, perché non pensano che la risposta possa essere solo sanitaria o solo punitiva. “Noi entriamo in carcere con la consapevolezza che questo sistema, così com’è, non funziona”, aggiunge Battinelli. “Il nostro lavoro è aiutare le persone a uscirne, non ad adattarsi”. C’è stato anche un tempo in cui, dentro Poggioreale, funzionava una piccola pizzeria gestita dai detenuti. Pizze vendute agli altri reclusi. Un gesto minimo, quasi banale, eppure enorme: competenze riconosciute, responsabilità, normalità. È durata poco, come molte cose fragili. Ma l’idea resta. Alla fine, il Progetto IV Piano non parla solo di carcere o di dipendenze. Parla di che tipo di comunità vogliamo essere. Perché accompagnare una persona fuori da un vicolo cieco costa meno - umanamente ed economicamente - che lasciarla lì. E perché, ogni tanto, anche dietro un cancello chiuso, può ancora succedere qualcosa che assomiglia alla dignità. Palermo. Donne in carcere e parole in libertà di Francesca Landolina La Sicilia, 3 febbraio 2026 Stefania Galegati ha portato dietro le sbarre della sezione femminile del carcere di Pagliarelli l’arte contemporanea e le espressioni della parola, dalla libera scrittura alla lettura, con i lavori delle partecipanti in mostra fino a marzo. Le parole attraversano lo spazio della Cappella dell’Incoronazione del Museo Riso come tracce leggere ma persistenti. Parole ascoltate, raccolte e restituite nella loro forza evocativa: pace, libertà, solitudine, tempo. Tra queste, alcune affiorano con particolare intensità - “le sbarre vorrei che diventassero di cioccolato, desidero la pace” - impresse su un’opera posta al centro della cappella e riecheggianti nel video della mostra “L’isola deserta e altre storie” di Stefania Galegati, risultato di un ciclo di workshop destinato a un gruppo di donne detenute nel carcere di Pagliarelli. Com’è nato il progetto e che tipo di interazione si è creata con le donne detenute? “Il progetto nasce da sette mesi trascorsi a Pagliarelli per lo “Spazio Acrobazie”, un programma che porta l’arte contemporanea dentro le carceri. Sette mesi, ogni giovedì. Per me era fondamentale non “lasciare” il progetto lì, ma portarlo davvero a casa, farlo diventare qualcosa di condiviso. Inizialmente volevo leggere con loro, portare testi, ma soprattutto un’idea: quella dell’isola. Il carcere, in fondo, è già un’isola, separata dal resto del mondo”. Su cosa avete lavorato? “Abbiamo provato a ripensare tutto da capo. Ho proposto temi come lo Stato, la scuola, il carcere, l’amore e la famiglia: strutture che diamo per scontate come naturali e immutabili. L’idea era sospendere queste certezze e costruire insieme un immaginario diverso, proiettato nel futuro. Portavo libri ogni settimana, ma più dei testi è nato un legame umano molto forte”. Che ruolo hanno avuto le parole? “Le parole, per me, sono centrali. Scrivo da moltissimi anni e la scrittura è sempre stata una pratica costante. Allo stesso tempo mi interessa quando le parole si trasformano. Nel video in mostra ho ripreso le donne mentre lavorano con le mani: le immagini mostrano il fare, ma le parole che si sentono nascono tutte dalle nostre conversazioni. Sono frammenti di esperienze emersi poco a poco, dentro uno spazio di fiducia”. C’è stato un momento che l’ha colpita? “Sì. A un certo punto alcune di loro hanno iniziato a raccontarsi davvero, mentre altre mostravano una stanchezza profonda. In quel momento ho chiesto a una di loro di scrivere un testo per la mostra. Successivamente abbiamo fatto arrivare in carcere una scatola di libri di Giuseppina Torregrossa: in due giorni li avevano letti tutti. È avvenuto per puro desiderio”. E cosa desidera che resti al visitatore? “Vorrei che chi entra capisse che queste persone esistono e che la mancanza di libertà è una delle cose più dure che possano accadere. Mi piacerebbe che la mostra aprisse una riflessione su un modo diverso di gestire chi sbaglia. Una di loro, Nina, ha detto: “Se il mio carcere fosse su un’isola, forse starei quasi bene”. E poi: “Se avessimo l’ascensore e l’acqua calda, non sarebbe più un carcere, sarebbe un hotel a quattro stelle”. Quella frase, per me, tiene insieme il limite, il desiderio, la contraddizione e una forma di consapevolezza profondissima”. Treviso. Il carcere oltre le sbarre: al Festival del Sapere la voce di Maria Gabriella Lusi trevisotoday.it, 3 febbraio 2026 Venerdì 6 febbraio a Sernaglia della Battaglia la direttrice del Due Palazzi di Padova dialoga con Ezio Pederiva su giustizia, rieducazione e umanità negli istituti penitenziari. Sarà dedicato a uno dei temi più complessi e urgenti della società contemporanea il terzo appuntamento del Festival del Sapere, in programma venerdì 6 febbraio alle 20.30 nella Sala Consiliare di Sernaglia della Battaglia. Ospite della serata sarà Maria Gabriella Lusi, direttrice del carcere Due Palazzi di Padova, che dialogherà con Ezio Pederiva, direttore artistico della rassegna. L’ingresso è libero, senza prenotazione, con accesso alla sala a partire dalle 19.30. Giunta alla quarta edizione, la manifestazione promossa dal Comune di Sernaglia della Battaglia conferma ancora una volta la propria vocazione: offrire alla cittadinanza strumenti di lettura critica sui grandi temi della contemporaneità, affidandosi a voci autorevoli del panorama nazionale. In questa cornice si inserisce l’incontro con Maria Gabriella Lusi, funzionaria dell’amministrazione penitenziaria con una lunga esperienza alla guida di istituti del Nord Italia e, dal 2025, prima direttrice donna del carcere Due Palazzi di Padova. Il tema del carcere in Italia resta delicato e pressante. I dati della cronaca parlano di un sistema segnato dal sovraffollamento e da un’emergenza umanitaria che nel 2024 ha visto una media di un suicidio ogni quattro giorni negli istituti penitenziari. L’incontro offrirà al pubblico l’occasione di guardare oltre il muro del carcere, dando voce alle vite che si consumano tra solitudine, colpa e desiderio di riscatto, ma anche ai percorsi di studio, lavoro e rieducazione che rappresentano uno spiraglio concreto di futuro. In questo senso, l’esperienza maturata dalla direttrice Lusi a Padova diventa una testimonianza diretta di come il carcere possa e debba essere anche luogo di possibilità. Fortemente voluto dall’Amministrazione comunale, il Festival del Sapere nasce da una scelta culturale precisa e sostenuta nel tempo. Un investimento orientato alla crescita civile e al confronto pubblico, che oggi si traduce in una rassegna riconosciuta anche oltre l’ambito locale, con ricadute di interesse regionale e nazionale. Il progetto è realizzato con il coinvolgimento della biblioteca civica “Giocondo Pillonetto” e prevede un rapporto strutturato con le scuole del territorio, a conferma della sua attenzione verso le nuove generazioni. La rassegna si è aperta lo scorso 27 gennaio con l’attore e cantautore Moni Ovadia e proseguirà fino a venerdì 3 aprile con la narrazione teatrale Tina Merlin, una voce libera, interpretata da Patricia Zanco. Dodici in totale gli appuntamenti in programma, con ospiti di primo piano come Franco Berrino (martedì 10 febbraio), Marco Travaglio (venerdì 27 febbraio) e Giorgio Vallortigara (sabato 28 marzo). Un plauso al programma arriva anche dal presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che in una nota inviata all’amministrazione comunale sottolinea come “i numerosi interventi di grande interesse spaziano su argomenti diversi, ma tutti di quotidiana attualità. Questa varietà tematica è un punto di forza che intercetta i bisogni formativi e informativi del pubblico giovane”. Soddisfazione è espressa anche dal sindaco di Sernaglia della Battaglia, Mirco Villanova: “Questa quarta edizione del Festival del Sapere è iniziata con partecipazione ed entusiasmo. I primi due appuntamenti con Moni Ovadia e Marco Cappato hanno dimostrato che la cittadinanza accoglie con favore queste occasioni di approfondimento. Siamo certi che Maria Gabriella Lusi, con la sua esperienza autorevole, saprà regalare al pubblico una serata di profondità, ricca di sguardi e riflessioni nuove su un tema delicato, ma che necessita di spazio di dibattito, come quello del carcere”. Genova. Mafie e disagio, incontro con gli autori di “E-mail a una professoressa” di Annalisa Rimassa Il Secolo XIX, 3 febbraio 2026 “Non è con i metal detector che si aggiusta la scuola”. “La mafia ha paura di chi pensa e ragiona”, fa inoltre notare Marina Lomunno autrice con frate Giuseppe Giunti del libro che evoca nel titolo l’opera di don Milani. Del libro “E mail a una professoressa” di Lomunno e Montanari si parlerà, dopo l’incontro nelle scuole di Genova Firpo e Meucci, il 3 febbraio alle 16.30, Sala Camino di palazzo Ducale in piazza Matteotti. Con la presentazione, partono gli appuntamenti del progetto “Fame di verità e giustizia di Libera Genova per l’anno sociale 2025/2026”. “Tutto comincia da una esclamazione elementare e sorprendente al contempo: “se non aggiustate la scuola la camorra vincerà sempre perché la camorra ha paura della scuola: la camorra vive nel silenzio, la scuola insegna le parole”“. Il tutto per Marina Lomunno, giornalista, coordinatore redazionale - La Voce e il Tempo, settimanale della diocesi di Torino, è quel libro scritto con frate Giuseppe Giunti che, rivolto in particolare a studenti, insegnanti ed educatori potrebbe avere come titolo “E-mail a una professoressa” richiamando la “Lettera alla professoressa” del priore di Barbania, don Milani, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita. Dell’opera di Lomunno e Giunti si parlerà, dopo l’incontro nelle scuole di Genova Firpo e Meucci, il 3 febbraio alle 16.30, Sala Camino di palazzo Ducale in piazza Matteotti. Con la presentazione, partono gli appuntamenti del progetto “Fame di verità e giustizia di Libera Genova per l’anno sociale 2025/2026”. Introducono l’incontro Ernestina Tolomei e Roberto Bellotti di Libera Genova. Intervengono Giuseppe Giunti e Marina Lomunno, modera Federica Storace docente scuola secondaria di primo grado IC San Fruttuoso. Il libro - Il testo raccoglie le lettere di detenuti, collaboratori di giustizia, testimonianze raccolte da fra Giuseppe Giunti, dei Frati Minori Conventuali, autore di “Padre Nostro che sei in galera. I carcerati commentano la preghiera di Gesù” e “Donne che guardano in faccia. Il coraggio delle mogli dei detenuti” (Messaggero Padova), ‘ formatore itinerante delle cooperative sociali Coompany& e Coompany2, nel carcere San Michele di Alessandria dove accompagna da anni uomini in carcere che hanno deciso di fornire il loro contributo per la lotta al crimine organizzato, i collaboratori di giustizia) e radunate da Lomunno autrice de “Il cortile dietro le sbarre” (Elledici) libro-intervista a don Domenico Ricca, cappellano dell’Istituto penale minorile “Ferrante Aporti di Torino” e della voce “Carcere” ne “Il Vocabolario di Papa Francesco” (Elledici). Marina Lomunno, in collaborazione con Monica Cristina Gallo, Garante dei Detenuti del Comune di Torino e con Arianna Balma Tivola, responsabile dell’Area Trattamentale del Penitenziario, cura per “La Voce e il tempo”, la rubrica “La Voce Dentro” sui temi della detenzione... La “Voce dentro” è un esperimento unico in Italia… il fatto che sia unico non è un buon indizio se si pensa alle condizioni delle carceri italiane… “L’idea di dedicare una rubrica fissa ai temi della detenzione in cui ospitiamo lettere di persone detenute, recensioni di libri sul carcere, iniziative di volontariato è nata nel 2019 con il sostegno del garante dei detenuti, della direzione del carcere e ispirata dal vescovo di allora monsignor Cesare Nosiglia che, durante una messa con di Natale con i ristretti, invitò tutti a considerare le carceri cittadine come parrocchie della diocesi torinese. E poiché il nostro è il settimanale della chiesa di Torino abbiamo attivato un abbonamento alla Biblioteca centrale del penitenziario in modo che più reclusi, ma anche quanti lavorano “dietro le sbarre”, potessero leggere il giornale. Abbiamo poi lanciato la campagna “abbona un detenuto” e le risposte dei lettori non si sono fatte attendere: ad oggi sono 50 i lettori che ogni anno sottoscrivono un abbonamento a 50 sezioni e i riscontri che abbiamo da detenuti, cappellani e volontari sono di apprezzamento per l’unico giornale che entra nelle celle e parla del mondo dietro le sbarre spesso dimenticato”. Delle carceri si parla soprattutto nella cosiddetta “cronaca nera”... “Anche fisicamente le carceri nel nostro Paese sono nelle periferie delle città e i media trattano di questioni carcerarie solo negli spazi della cronaca nera. Se l’opinione pubblica conoscesse la realtà del carcere e quanto poco - a causa della drammatica situazione detentiva in Italia - dietro le sbarre viene applicato il dettato costituzionale per cui il tempo della pena deve essere rieducativo, forse qualcosa potrebbe cambiare, o perlomeno le galere potrebbero venire considerate non solo luoghi dove chi ha commesso un reato deve marcire in una cella e le chiavi fatte sparire”. Ma se le cattive compagnie sono a scuola come preparare i ragazzi? Unendo famiglia e scuola per uno scopo comune? “Le cattive compagnie sono fuori e dentro la scuola. Se nascono dentro la scuola è perché la scuola non è educativa soprattutto nelle periferie delle grandi città dove i problemi di convivenza e povertà sono componenti del tessuto sociale. E per educazione scolastica non intendo “coercizione” ma un luogo dove con l’aiuto delle famiglie e della società civile - cioè una scuola che non si limita alle ore di lezione - si impara a diventare cittadini, parte ci una società civile in cui tutti fin da piccoli siamo chiamati a lavorare per il bene comune fin dai piccoli gesti, dal rispettare i compagni a non imbrattare i muri”. Che cosa direbbe don Milani della scuola di oggi? La scuola è l’ultimo presidio educativo laddove le famiglie non hanno la possibilità - perché disfunzionali, disgregate o in difficoltà economica - di assicurare ai figli un futuro migliore. L’incipit del libro “Lettera ad una professoressa” del prete di Barbiana a cui ci siamo ispirati, già nel 1967 evidenziava come i ragazzi delle classi più svantaggiate per diventare “onesti cittadini” hanno bisogno di una scuola più giusta, inclusiva e attenta alle esigenze di tutti. “Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome . Ne ha bocciati tanti” scrive un ragazzo di Barbiana alla professoressa - “Io invece ho pensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che respingete”. Le scuole oggi cosa offrono per quanto riguarda la convivenza sociale? “Nelle nostre città - e succede a Torino come a Genova - le scuole ormai sono multiculturali e se non si crea un sistema dove il primo obiettivo è educare i ragazzi al rispetto reciproco, alla ricchezza dello scambio fra culture ad acquistare fiducia in se stessi, a scoprire i propri talenti molti di loro verranno respinti ai margini e all’illegalità. L’I care di don Milani, (mi importi, mi stai a cuore), è ciò che fa la differenza a scuola: se tu ragazzino fragile sai che ogni mattina in classe ti aspetta un adulto che ti vuole bene ed è lì perché possa tirar fuori il meglio di te senz’altro non diventerai un neet”. “Mafia” è un modo di comportarsi; come far capire agli studenti che le strade apparentemente più facili sono le più insidiose? “Cercando fin da bambini ad insegnare loro che nulla nella vita si ottiene senza faticare, che non si può sempre vincere nel gioco, nelle interrogazioni e cosi via. E che le piccole e grandi sconfitte devono essere uno stimolo per fare meglio la prossima volta. La strada semplice del volere tutto subito perché è un nostro diritto porta necessariamente alla devianza. Non posso permettermi quelle scarpe di marca e allora le rubo, non ho voglia di studiare e allora copio dal mio compagno tanto i miei genitori vanno dalla professoressa a protestare se ho preso un voto più basso di quello che meritavo, quella ragazza che mi piace non mi considera allora molesto il suo fidanzatino o peggio mi faccio del male per costringerla a stare con me o le faccio del male per vendicarmi dei suoi no”. “La scuola insegna le parole” dicono i detenuti intervistati nel vostro libro. Che cosa intendono? “La scuola - e ci sono tantissimi insegnanti che si spendono per cercare di seguire e integrare gli alunni più fragili anche al di là del loro orario di lavoro e delle loro mansioni - nei contesti dove le mafie attingono manovalanza dei più giovani combattono la scuola e fanno in modo che i ragazzi abbandonino lo studio arruolandoli nello spaccio e nelle attività illegali. La parola e lo studio insegnano a riflettere sulle proprie azioni, insegnano il rispetto e a capire i propri diritti e doveri, a sentirsi un cittadino. La mafia ha paura di chi pensa e ragiona, ha bisogno di burattini che obbediscano senza farsi domande”. Rileggendo le opinioni di Debernardi e Ruzzon sull’importanza dell’ambiente fisico, viene da pensare che sia la scuola che le carceri, soprattutto le carceri, siano spesso inadatte al loro scopo educativo originario... “L’usurata frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo” per l’edilizia scolastica e carceraria come evidenzia l’architetto Ruzzon è assolutamente centrata: scuole e carceri che sembrano garage, costruite con materiali poveri e che danno la sensazione di vivere in capannoni grigi senza luce e con suppellettili di recupero non fanno altro che far sentire studenti e peggio detenuti abbandonati a se stessi, dove la vita in spazi così anonimi e freddi non può che essere deprimente. Come fa uno studente a appassionarsi alla letteratura, alla poesia, all’arte in una classe che non accoglie? Così è per le celle o i luoghi dei colloqui spazi anonimi, crepati, sdruciti. L’unico desiderio è poter uscire al più presto da un luogo che non è paragonabile nemmeno ad una tana”. Avete lavorato con i detenuti a Genova? È la prima Casa circondariale italiana ad avere un teatro dentro alle mura... “Purtroppo non siamo ancora stati nella casa circondariale di Genova ma abbiamo avuto esperienza di teatro nella casa circondariale di Torino dove spesso di organizzano rappresentazioni teatrali con i detenuti e nell’istituto penale minorile Ferrante Aporti dove recentemente sono stati promossi laboratori con artisti torinesi che hanno aiutato i giovani ristretti a tirare fuori con la pittura e il colore stati d’animo e ricordi che con il supporto di psicologi ed educatori hanno sciolto nodi antichi…Teatro e arte sono esperienze che in carcere aiutano spesso i ristretti a liberarsi dal fardello del passato e a ripensare come voltare pagina”. Aggiustare la scuola come dice un detenuto a frate Peppe: grande concetto... “Come dicevamo prima e come molti dei collaboratori di giustizia che abbiamo incontrato hanno evidenziato, la scuola soprattutto in certi contesti in cui mafia e camorra dettano legge è l’ultimo presidio per combattere l’illegalità. Molti ristretti sono ragazzino che sono stati bocciati e hanno abbandonato la scuola perché la famiglia non li seguiva o addirittura valutava che studiare era tempo sottratto alle attività più redditizie rapine, spaccio e così via “Aggiustare la scuola” significa fare in modo che lo stato investa di più sull’istruzione, sulla formazione e gratificazione degli insegnanti che spesso si trovano in solitudine senza appoggio di servizi sociali per affrontare situazione di degrado ed emarginazione degli allievi. Non è con i metal detector e presidiando le scuole con le forze dell’ordine come il ministero ha proposto dopo i tragici fatti della Spezia che si aggiusta la scuola”. In quel caso della Spezia, che nulla c’entra con le mafie ma i sintomi di una tragedia li ha avvertiti per primo un docente: la scuola è stata lasciata sola? “La scuola si aggiusta con risorse e personale qualificato e motivato a fare in modo che gli studenti - e soprattutto quelli più disagiati - possano trovare un ambiente dove oltre che istruiti vengano ascoltati, accolti e aiutati a superare i motivi della loro emarginazione. In un Paese dove scuola, sanità e carceri sono nelle situazioni di degrado come in Italia non ci può essere crescita e le sacche di povertà e quindi di illegalità si moltiplicheranno”. Fame, povertà, solitudine, violenza… da qui parte la delinquenza… “La mia esperienza di carcere ormai ventennale, soprattutto in ambito minorile mi ha convinta, come diceva don Domenico Ricca, storico cappellano dell’Ipm Ferrante Aporti che spesso dietro le sbarre - senza ovviamente essere buonisti perché chi delinque è giusto che paghi il conto con la giustizia - finisce chi è nato “nella culla sbagliata”. Proviamo un attimo a domandarci: se fossi nato in una famiglia di camorristi, in un campo Rom, in un paese africano dove non sono sicuro di mangiare tutti i giorni e l’unica speranza è raggiungere l’Occidente con un barcone, cosa sarei diventato? Vero è che tutti noi abbiamo la facoltà di scegliere tra il bene e il male ma è più complicato, perché come diceva don Bosco, santo sociale torinese che ha inventato gli oratori per togliere dalla strada i ragazzi a rischio della Torino dell’800, se diventi “discolo e pericolante” è perché non hai avuto famiglia e nessun punto di riferimento adulto “sano”. Hai scritto che il fascino trasgressivo delle devianze cala se sono oggetto di riflessione comune…cosa significa? “Penso che parlare di carcere, far entrare in carcere la città magari organizzando spettacoli teatrali con i detenuti aperti al pubblico, organizzare dibattiti e incontri cittadini e nelle scuola dove si spiega ai ragazzi cosa significa perdere la libertà perché attratti dal fascino trasgressivo dell’avere il cellulare che hanno ‘i ricchi’ e non mi posso permettere possa far capire il rischio della devianza…Ma anche far cadere i pregiudizi nell’opinione pubblica perché ripeto non è merito nostro “essere nati nella culla giusta”. Suor Emma Zordan: “Il carcere è una tomba” di Annachiara Valle Famiglia Cristiana, 3 febbraio 2026 La religiosa, volontaria da dodici anni nel penitenziario di Rebibbia, è tra gli esempi civili che Sergio Mattarella ha deciso di premiare con il titolo di Commendatore della Repubblica. Qui spiega le difficoltà delle case di reclusione e chiede il rispetto della dignità dei detenuti. Sorpresa e gratitudine. Soprattutto per l’attenzione che il presidente della Repubblica riserva a chi sta dietro le sbarre. Suor Emma Zordan, della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo, da anni impegnata nel volontariato a Rebibbia è stata nominata Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana “per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti”, recita la nota del Quirinale. “Quando ha ricevuto la telefonata mi sono un po’ emozionata. Non me lo aspettavo”, racconta la religiosa. “Mi hanno chiesto se ero suor Emma e quando mi hanno detto che era da parte del Presidente della Repubblica per il lavoro che da dodici anni svolgo in carcere sono rimasta sorpresa e meravigliata”. Suor Emma, 84 anni, tutti i sabati prende la macchina, da Latina, e raggiunge la casa circondariale romana. Ringrazia il Presidente “che non manca di far sentire la sua voce in difesa di questi nostri fratelli ristretti puntando l’attenzione sulle condizioni in cui vivono e richiamando i responsabili delle istituzioni al rispetto dell’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione e all’inserimento della persona detenuta nel sociale” E invece? “Purtroppo, invece, le pene vengono sempre più esasperate e le condizioni carcerarie diventano sempre più precarie. Questo è contro la dignità della persona che va sempre rispettata fin dalla nascita”. Come ha preso questo riconoscimento? “Con gratitudine anche da parte dei miei fratelli ristretti che mi hanno consentito, in tutti questi anni, di diventare una persona più umana, attenta e sensibile verso le tante fragilità. Ho imparato molto da loro e, molto più che dare, ho ricevuto, soprattutto in termini di solidarietà. La loro resilienza, il loro rispetto mi hanno insegnato tanto. Non ho avuto mai una parola che mi potesse offendere, mai. Anzi, da parte loro c’è un rispetto grandissimo. Per questo sono davvero grata al Presidente perché, con questo riconoscimento, ha dimostrato ancora una volta che ha a cuore la realtà carceraria. Anche i detenuti apprezzano questa attenzione e capiscono che fa il possibile per loro”. Come ha cominciato a fare la volontaria? “È stata un’occasione. Dodici anni fa mi invitarono a una presentazione e andai. Certamente l’impatto col carcere non è stato molto semplice. Anche io avevo dei pregiudizi. Non conoscevo il carcere e, come tanti altri, avevo questo stigma. Pensavo che tanto delinquenti entrano e delinquenti escono e, come molti, mi accodavo al “si buttino le chiavi e che marciscano”. Quando sono entrata mi aspettavo di vedere dei lupi in gabbia. E, invece, non è stato così. Ho cominciato, per tanto tempo, solo ad ascoltarli. E ho trovato tanta umanità. Poi mi sono detta che tutta questa bellezza di una persona che ha sbagliato, ma che cerca di cambiare doveva essere messa su carta. E così è iniziato il mio lavoro di scrittura creativa. Abbiamo messo su carta questa bellezza, perché io la ritengo tale, e sono nati dei bei libri per far conoscere questa realtà. E anche per sensibilizzare le persone all’accoglienza, a non considerare i detenuti come irrimediabili, ma uomini e donne che cambiano in bene”. Cosa cambierà adesso? “Cercherò di usare questa onorificenza per fare del bene. Nel carcere, per esempio, questo laboratorio di scrittura creativa ha prodotto dieci libri. L’ultimo legato alla persona, in cui si spiega che non si giustifica l’errore, ma la persona resta tale e va rispettata nella sua dignità. Si parla delle sofferenze, che sono tante, e si ricorda che non si può togliere, oltre alla libertà, anche la dignità personale. Non so per quale ragione da tre anni non riesco a presentare questo libro in carcere. Bene, spero che adesso la situazione possa cambiare”. Con la circolare del ministero che limita le attività culturali in carcere la situazione è peggiorata? “Il carcere è una tomba. Non esiste niente. Le attività trattamentali sono pochissime e quindi questi nostri fratelli, quando escono, mancano di tutto. Non ci sono dei corsi professionalizzanti. Cercano di andare a scuola, ma mancano attività che li abilitino al lavoro. E, quando finiscono la pena, fuori hanno una difficoltà grandissima. Non ci meravigliamo dunque se tornano a delinquere, perché stanno in mezzo alla strada. Molti hanno perduto la famiglia, molti non trovano nessun tipo di lavoro. Il carcere oggi non aiuta. Lo Stato sta fallendo in questo. Lo dico senza timore”. Cosa prova quando va in carcere? “È come se andassi a casa mia perché trovo un’accoglienza e un rispetto enormi. Trovo la sofferenza ed empatizzo con questa. Mi piace condividerla. Mi metto in ascolto attorno al tavolo perché credo che la prima terapia sia proprio quella di sentirsi ascoltati, capiti, apprezzati, incoraggiati, riconosciuti come persone. Questo è quello che il carcere dovrebbe fare. Invece sono quasi dimenticati, per mesi non incontrano uno psicologo, per esempio. Tirano avanti nella solitudine e nella disperazione. Non è quello che la Costituzione ci dice di fare”. La violenza politica non rappresenta mai il disagio: lo sequestra di Riccardo Piroddi Il Dubbio, 3 febbraio 2026 Le scene di violenza che hanno accompagnato la manifestazione di Torino del 31 gennaio 2026 non colpiscono più per la loro eccezionalità ma per la loro ripetitività. Vetri infranti, fumogeni, cariche, slogan gridati più per coprire che per comunicare. È una grammatica ormai nota, che si ripresenta con variazioni minime, come se il tempo si fosse fermato. E proprio qui emerge il primo nodo filosofico: la violenza che si ripete è una violenza che non produce più senso. La modernità politica nasce con la promessa di trasformare il conflitto in parola. Dove prima c’era la forza, subentra il discorso; dove c’era l’imposizione, il confronto. Quando la protesta rinuncia a questo passaggio, non regredisce soltanto sul piano civile ma abdica alla propria funzione storica. Per Hannah Arendt, la distinzione tra potere e violenza è fondamentale. Il potere esiste solo finché è condiviso, finché nasce da un consenso, anche conflittuale. La violenza, invece, è sempre strumentale e solitaria. Può distruggere ma non fondare. Applicata alle manifestazioni violente, questa idea chiarisce un equivoco persistente: chi devasta una città non sta esercitando potere, sta mostrando la sua assenza. Ma c’è di più. In queste forme di protesta radicalizzata si intravede una crisi del riconoscimento. Il conflitto non serve più a ottenere diritti o riforme ma a confermare un’identità. È il meccanismo descritto da Georg Wilhelm Friedrich Hegel: la coscienza che cerca sé stessa solo nello scontro finisce per dipendere dal nemico che combatte. Senza polizia, senza Stato, senza “sistema”, la narrazione antagonista perde consistenza. È per questo che la violenza diventa rituale. Non apre possibilità, le chiude. Non mira a un risultato ma alla ripetizione del gesto. La protesta smette di essere progetto e diventa rappresentazione. Su questo punto si innesta una riflessione più scomoda, formulata da Walter Benjamin. Nel suo celebre saggio Per una critica della violenza, Benjamin distingue tra violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva. Ma avverte anche di un rischio: quando la violenza perde qualsiasi orizzonte di trasformazione reale si riduce a pura manifestazione di forza, svuotata di giustificazione etica. È una violenza che non fonda nulla e non conserva nulla. Esattamente ciò che vediamo quando le città diventano teatro di devastazioni senza esito. C’è poi il tema della responsabilità, spesso eluso nel dibattito pubblico. Una parte della cultura politica tende a spiegare la violenza come prodotto automatico dell’ingiustizia sociale. Spiegare, però, non significa assolvere. Max Weber ricordava che l’etica della convinzione, se non temperata dall’etica della responsabilità, produce disastri. Agire “per principio”, ignorando le conseguenze concrete, non è moralmente superiore. È solo più comodo. Chi incendia una strada nel nome di una causa dovrebbe misurarsi con ciò che lascia dietro di sé: paura, danni, chiusura, perdita di consenso. Una politica che non si assume la responsabilità dei propri effetti non è radicale, è immatura. Un altro contributo decisivo viene da Michel Foucault. Il potere, diceva, non è solo repressione ma una rete diffusa di relazioni. Combatterlo come se fosse un blocco monolitico da abbattere significa fraintenderne la natura. La violenza spettacolare diventa allora un gesto simbolico, seppure inefficace, perché colpisce il bersaglio sbagliato. Si sfoga contro la superficie del potere, lasciandone intatte le strutture profonde. Infine, c’è una riflessione non meno attuale, quella di Simone Weil. La forza, scriveva, trasforma chi la subisce in cosa ma finisce per trasformare in cosa anche chi la esercita. È una disumanizzazione reciproca, che corrode ogni pretesa di giustizia. Nella violenza politica, l’altro smette di essere interlocutore e diventa ostacolo. Da lì in poi, tutto è permesso. Come uscire, allora, da questo vicolo cieco? Le soluzioni non possono essere semplici né univoche. Ma alcune direzioni sono chiare. Se la violenza nelle manifestazioni non è un incidente ma un sintomo ricorrente, allora le risposte episodiche sono destinate a fallire. Arginarla significa intervenire sulle condizioni che la rendono possibile, desiderabile e riproducibile. Questo richiede tempo, coerenza e soprattutto una visione che non si limiti all’emergenza. La prima direttrice è istituzionale e giuridica. Uno Stato che tollera ambiguità nel rapporto tra protesta e violenza finisce per indebolire entrambe. È necessario ribadire con chiarezza che il diritto di manifestare non include il diritto di distruggere. Le sanzioni devono essere certe, rapide e proporzionate, evitando sia l’impunità sia la repressione indiscriminata. Non per punire un’idea ma per fermare un comportamento. La credibilità delle istituzioni si misura anche nella loro capacità di essere prevedibili. Accanto a questo, serve una separazione politica netta. Troppo spesso, per calcolo o timore, una parte della rappresentanza pubblica evita di prendere le distanze dalle frange violente, temendo di “perdere il contatto” con il disagio sociale. È un errore. La violenza non rappresenta il disagio, lo sequestra. Isolarla non significa tradire le cause sociali ma restituirle alla discussione pubblica. La seconda direttrice è culturale ed educativa, la più decisiva nel lungo periodo. Viviamo in un contesto che ha progressivamente impoverito il linguaggio del conflitto. O si è d’accordo o si è nemici. In questo vuoto, la violenza diventa una scorciatoia espressiva. Reintrodurre un a grammatica del dissenso è un compito educativo, che riguarda la scuola, l’università, ma anche i luoghi informali di socializzazione politica. Qui il pensiero di Jürgen Habermas resta centrale. Senza uno spazio pubblico regolato dal confronto argomentativo, il conflitto degenera in imposizione. Educare al dibattito non significa neutralizzare il dissenso, ma renderlo sostenibile. Significa insegnare che radicalità non è alzare il livello dello scontro, ma della complessità. Un terzo livello riguarda il ruolo dell’informazione. La copertura mediatica delle manifestazioni violente oscilla spesso tra due estremi: la criminalizzazione totale o la fascinazione estetica. Entrambe sono dannose. La prima rafforza la retorica vittimistica, la seconda trasforma la violenza in performance. Raccontare con rigore, dare contesto senza indulgenza, distinguere responsabilità individuali e dinamiche collettive è una forma di prevenzione culturale. C’è poi un piano sociale e urbano, troppo spesso sottovalutato. Molti centri sociali nascono in spazi abbandonati, in quartieri lasciati senza servizi, in zone dove lo Stato è percepito come distante. Non tutti questi luoghi producono violenza, ma quando lo fanno è anche perché diventano monopoli del senso per chi li frequenta. L’alternativa non è chiuderli tutti o lasciarli a sé stessi, ma pluralizzare l’offerta di partecipazione: spazi civici, culturali, associativi che non siano identificabili con una sola ideologia. Governare il territorio è anche questo: impedire che il disagio abbia un solo interprete possibile. Un quinto elemento, spesso ignorato, riguarda la responsabilità dei movimenti stessi. Se una protesta accetta al proprio interno pratiche violente senza espellerle o condannarle, ne diventa corresponsabile. Qui torna utile la distinzione proposta da Max Weber: l’etica delle convinzioni deve fare i conti con l’etica delle conseguenze. Non basta proclamare la giustezza di una causa se i mezzi la rendono socialmente tossica. Infine, serve una riflessione più ampia sulla giustizia e l’inclusione, che non si esaurisca nella gestione dell’ordine pubblico. Secondo John Rawls, una società è stabile quando le sue istituzioni sono percepite come eque anche da chi perde. Quando questa percezione crolla, il conflitto si radicalizza. Ridurre le disuguaglianze, rendere accessibili i canali di partecipazione, ricostruire fiducia non elimina il conflitto, ma ne abbassa la temperatura distruttiva. Tutto questo richiede una scelta di fondo: smettere di considerare la violenza come un problema marginale o folkloristico e riconoscerla per ciò che è. Non un eccesso di politica, ma la sua assenza. Torino, come molte città italiane ed europee, è davanti a un bivio. Può continuare a gestire l’emergenza, rincorrendo eventi già scritti. Oppure può investire in una politica del conflitto che non abbia paura di dire dei no chiari ma nemmeno di costruire alternative credibili. La violenza prospera dove il pensiero arretra. Arginarla significa, prima di tutto, tornare a pensare il conflitto come una responsabilità comune, non più come uno sfogo da tollerare. I difensori dello Stato avversari della democrazia di Marco Bascetta Il Manifesto, 3 febbraio 2026 L’intenzione di servirsi degli scontri di Torino per accreditare una situazione di grave emergenza nel Paese che legittimi una stretta repressiva è del tutto evidente. Il potere esecutivo spera di aver trovato nel capoluogo piemontese quello che Trump cercava a Minneapolis: un buon pretesto per decretare uno stato di eccezione che gli avrebbe consentito di sbaragliare qualsiasi opposizione presente e futura. Definire i manifestanti coinvolti negli episodi di violenza a Torino come terroristi, anche se il termine è ormai impiegato come generico stigma del male, è cosa priva di senso. Oppure è una mistificazione volta ad accreditare l’esistenza, del tutto immaginaria, di una solida rete organizzata intorno a un disegno strategico in grado di minare l’ordinamento democratico, onde trarne le dovute draconiane conseguenze legislative. Il riferimento pavloviano alle Brigate rosse non poteva certo mancare. “Nemici dello stato”, sentenziano i ministri degli interni e della difesa, nonché la presidente del Consiglio. E qui qualche ragione in più la si può effettivamente trovare a patto di partire dalle premesse e cioè dalla natura e dal raggio di azione dell’”emergenza”. Quest’ultima è sovente costruita artificialmente in simbiosi con l’idea di “sicurezza”, contraddicendo qualunque dato statistico e esasperando la percezione del pericolo attraverso una martellante narrazione mediatica. In realtà non vi sarebbe cittadino dotato di raziocinio che ritenga più probabile cadere vittima di un criminale o di un’invasione straniera che non di un episodio di malasanità. Ma gli istituti di ricerca si guardano bene dal rivolgere questo genere di domande che potrebbero danneggiare l’idea governativa di sicurezza e i relativi programmi di spesa. Che le pratiche arbitrarie dell’emergenza abbiano mutato profondamente il quadro politico e legislativo in diversi paesi europei è cosa da tempo nota e ampiamente dimostrata in Italia dal ricorso permanente alla decretazione d’urgenza, senza fondamento alcuno nella realtà dei fatti né nella natura dei provvedimenti. Lo strapotere dell’esecutivo è un dato acquisito e di fatto rappresenta il volto attuale dello Stato, quello che può procedere a sgomberi, divieti e deportazioni infischiandosene di trattative e mediazioni tra realtà sociali e istituzioni intermedie, inventare nuovi reati, ostacolare i soccorsi in mare, decretare inasprimenti delle pene e dare istruzioni alla magistratura. In questo senso nemici dello Stato lo sono, ben più degli sconsiderati iracondi muniti di randello, l’insieme dei movimenti sociali, delle opposizioni extraparlamentari e delle Ong che a queste politiche si oppongono. Proviamo, allora, a definire l’emergenza per quello che in sostanza è: un forte attrito tra la democrazia e lo stato, che esplicita la profonda differenza tra i due. Un attrito che si risolve generalmente in un ampliamento dei poteri repressivi dello Stato e una riduzione degli spazi democratici. Quando poi il susseguirsi delle emergenze determina uno stato di emergenza quasi permanente, la prevalenza dello Stato sulla democrazia finisce col generare una trasformazione autoritaria degli ordinamenti politici. Alla sinistra e alla sua storica inclinazione statalista è sempre sfuggito il fatto che la non identità tra democrazia e Stato riguarda anche le democrazie parlamentari di stampo liberale. E in questo mancato riconoscimento della contraddizione risiede tutta la sua debolezza quando non una vera e propria complicità nei confronti di queste involuzioni e delle politiche emergenziali che le accompagnano. Al centro di ogni stato di eccezione si pone la protezione delle forze dell’ordine dalle conseguenze giudiziarie delle loro azioni. Per chi agisce in una condizione di pericolo, reale o immaginario, in difesa del potere costituito ogni atto è lecito. Le reazioni ai due omicidi perpetrati dagli agenti dell’Ice a Minneapolis sono state da parte del governo americano di immediata e indiscutibile approvazione, così come di condanna senza appello delle vittime. E non è un caso che negli Stati uniti, a partire dalla grande rivolta di Los Angeles nel 1992, le sommosse sono sempre state scatenate non tanto dai delitti commessi dalla polizia, quanto dal proscioglimento o dall’assoluzione dei loro autori: No justice, no peace è il grido che le ha accompagnate. Questa protezione riservata in esclusiva dallo stato ai propri “servitori” non ha fatto che moltiplicare il senso di impunità e le violenze arbitrarie delle forze dell’ordine, inscenando inoltre nella maniera più vivida la distinzione e il conflitto tra Stato e democrazia. Chi agisce al servizio del primo gode di uno status privilegiato rispetto a chi si muove e agisce semplicemente nell’alveo della seconda. La diseguaglianza di fronte alla legge secondo ordini e funzioni è una pratica in rotta di collisione con i fondamenti stessi della democrazia. Ma è in linea con la cultura dello stato di eccezione. Possiamo dunque rispondere affermativamente alla domanda se siamo o meno nemici dello Stato: lo siamo sempre dal momento in cui confligge con la democrazia e con ogni esperienza di autogoverno. Ma senza prendercela, per questo, con gli uomini e le donne in divisa, a patto di esserne rispettati. “Io, la canna che ho fumato e la patente: così ho battuto la legge di Salvini grazie alla Corte Costituzionale” di Floriana Rullo Corriere della Sera, 3 febbraio 2026 Roberto Fernicola, 39 anni, operaio di San Damiano d’Asti, ha di fatto vinto la sua battaglia contro la stretta sulla guida sotto l’effetto di droga, fortemente voluta dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. “Ero stato punito per un reato che non avevo, di fatto, commesso. Ora la Corte Costituzionale mi ha dato ragione. La legge era formulata male. Alla fine mi sono trovato ad essere giudicato come chi aveva consumato da poco droga e si metteva alla guida in stato di alterazione. Ma io, in quel momento ero a posto. Avevo fumato cannabis 48 prima del test, per questo in ospedale è risultato. Ma i medici hanno attestato fossi lucido e non alterato”. Roberto Fernicola, 39 anni, operaio di San Damiano d’Asti, ha di fatto vinto la sua battaglia contro a la stretta sulla guida sotto l’effetto di droga, fortemente voluta dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. La Corte Costituzionale ha sancito che la patente possa essere ritirata solo se il conducente crea un pericolo e non solo se risulta positivo ai test. Che cosa era successo? “Ho avuto in incidente mentre tornavo da lavoro. Era il 24 febbraio scorso. Ero in moto. Una macchina mi ha tamponato e mi ha provocato diverse fratture. Per questo sono stato ricoverato in ospedale. Così risulto positivo ai cannabinoidi. L’inizio di un incubo. Perfino l’Inail non voleva pagare il mio infortunio”. Ma lei aveva fumato? “Sì, non l’ho mai negato. Ma l’avevo fatto quasi 48 ore prima di mettermi alla guida. Ma non è servito dirlo. Dopo gli esami di sangue e urine la Procura mi ha sequestrato la patente, seguendo le norme del decreto Salvini per cui non era più necessario essere anche “in stato di alterazione”. Ma io ero più che lucido. Ho chiamato ambulanza e mia moglie quella sera. Mi sono fatto addirittura scrivere dal medico che non ero in stato di alterazione”. Poi però ha fatto ricorso... “Il mio avvocato è ricorso al giudice di Pace e ho vinto. In attesa del processo che doveva essere a marzo, aveva sospeso il decreto di sei mesi e ridato la patente. Per un mese non ho potuto guidare, esattamente fino a giugno. Lì sono diventato il primo in Piemonte (il secondo in Italia) a cui era stata restituita la patente da un giudice nonostante il nuovo codice della strada non lo permettesse”. Che cosa ha pensato di quanto accaduto? “Sono stati mesi in cui non ho vissuto. Ma sono il primo a condannare chi si mette alla guida dopo aver bevuto o fumato perché è pericoloso. In questo caso dò ragione a Salvini. Ma non dopo due giorni. In altri stati l’uso della cannabis è legale”. Ora la Corte Costituzionale le dà ragione... “Era ora. Sono stati mesi difficili dove tutti mi giudicavano. La mia vita era cambiata. Ora spero che anche il processo venga annullato. Spero Salvini capisca e modifichi quanto ha richiesto. Invece io finalmente posso tornare a vivere”. Migranti. La denuncia dell’Ong: “Oltre mille dispersi in mare durante il ciclone Harry” di Daniela Fassini Avvenire Mediterranea Saving Humans: ci sono le testimonianze di parenti e amici rimasti in Libia e in Tunisia. Silenzio e inazione dei governi sono agghiaccianti. Potrebbero essere mille e non 380 come inizialmente suggerito dagli allarmi e dagli Sos lanciati dal mare durante i giorni del ciclone Harry. Ad annunciare l’aggiornamento del terribile bilancio é Mediterranea Saving Humans, sulla base di nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia. “Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito” denuncia la presidente della Ong Laura Marmorale. Perché finora si è parlato di soli 380 dispersi? “Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio” ricorda la Ong. L’allerta raggruppava otto casi di allerta distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 persone tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. “Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi - aggiunge Mediterranea - Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare”. In quei giorni ci fu anche un naufragio confermato dall’unico superstite soccorso e trasferito a Malta. “Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini (https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese. La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso”. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. “Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri” prosegue la Ong Mediterranea. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati. Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Il medico e attivista, Ibrahim, un medico che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. “Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo - prosegue Mediterranea - la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. “Di fronte a questo - conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni”.