Padova: un carcere di cui apprezzare le cose buone e non nascondere le cattive di Ornella Favero* Ristretti Orizzonti, 2 febbraio 2026 Leggo delle schifezze incredibili sulla Casa di reclusione di Padova. Sono una persona attenta e abbastanza esperta di galere, credo allora di poter cercare di fare un po’ di chiarezza senza sottovalutare la gravità dei problemi. Partiamo dal fatto che Padova sarebbe un carcere “decente” e per alcuni versi avanzato, innovativo, se avesse i numeri giusti, ma non è così, il sovraffollamento, e la conseguente carenza di personale, rischia di travolgere tutto il buono che abbiamo costruito negli anni, e questo non dobbiamo permetterlo. Poniamoci allora delle domande: la prima è che cosa si può fare per ridurre quell’area di illegalità che è diffusa in tutti i luoghi di privazione della libertà (lo era anche nei Campi di concentramento, la droga circolava pure là). Del resto, basta digitare su Google “Carcere e droga” per essere sommersi da notizie su questo tema che riguardano tutti gli istituti di pena, italiani e non solo. Ma non rassegniamoci per favore, e mettiamo in atto tutte le risorse per far diventare il carcere dove operiamo un luogo più trasparente: - potenziamo le attività anche nelle sezioni più disastrate, staniamo le sacche di abbandono, ma anche di prepotenza; - raccontiamo con forza che la presenza della società civile, il massiccio contributo di noi volontari genera sicurezza, e non il contrario: riempire le galere e le scuole di metal detector non produrrà infatti situazioni più sicure, ma solo un irrespirabile clima di sospetto; - cerchiamo sempre la verità, anche sulle morti recenti, non per fare processi ma per capire, e prevenire per il futuro. L’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe (EUDA) sostiene che nelle carceri europee il business illegale prospera perché ci sono pochi controlli e una crescente corruzione: “Le droghe vengono introdotte nelle carceri in vari modi, tra cui l’occultamento interno da parte di persone in carcere, visitatori e, in alcuni casi, personale, nonché il traffico tramite droni”. Allora non illudiamoci che tutto questo non avvenga anche a Padova, ma lavoriamo perché siano sempre di più le persone detenute che hanno qualcosa da perdere, e quindi meno voglia di ricorrere a traffici e schifezze e più speranza di ricostruirsi una vita dignitosa; - vigiliamo sui trasferimenti, facciamo in modo che siano trasparenti, che avvengano solo là dove sono davvero necessari, che siano sempre meno quelli a carattere punitivo. Dare la giusta dimensione alle cose significa sottolineare che Padova Due Palazzi non è certo la peggiore delle galere, ma il problema oggi è cercare di estendere al massimo le attività e le iniziative positive e ridurre le sacche di disagio, che sono quelle dove poi si generano traffici e un “sottobosco” di illegalità difficile da estirpare. Più telefonate ai famigliari, più videochiamate, più attenzione alle persone e alla loro salute, tempi rapidi per le sintesi, grande attività di ASCOLTO sono le strade da battere per non distruggere tutto il buono che abbiamo costruito. Agli “odiatori da testiera” va poi il mio ultimo pensiero: provo un senso di pena per chi fa della cattiveria la sua bandiera, per chi pensa che al male si debba rispondere con altrettanto male rincarando anzi la dose, resto convinta che ci penserà la vita a metterli di fronte al dolore e a fargli capire che uno sguardo mite sul mondo è l’unico che ci permette di rispettare le vite di tutti. *Direttrice di Ristretti Orizzonti Suicidi nelle carceri: non più rieducazione, ma stoccaggio di corpi di Stefania Cirillo metropolitanmagazine.it, 2 febbraio 2026 Sono state sufficienti 72 ore per assistere a un aumento dei suicidi nel primo mese dell’anno. Il bilancio ammonta a cinque detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre. Il 28 gennaio, a Padova, un uomo di 74 anni. Trentasei ore dopo un uomo di 36 anni è morto impiccato nel bagno della sua cella. Contemporaneamente, a Firenze un ragazzo di 29 anni è morto dopo essere stato trovato in cella con un lenzuolo legato al collo. Un bilancio preoccupante che mette in luce il sintomo di un sistema che ha smesso di gestire persone per limitarsi a stoccare corpi. Nelle carceri, l’umanità e la rieducazione ora sono concetti astratti. Se l’obiettivo è il contenimento, il risultato è agghiacciante - Il progresso che ha accompagnato il sistema penitenziario ne ha modificato la struttura, trasformando un luogo puramente punitivo in un luogo rieducativo. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione sancisca dal 1947 che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, sono stati necessari trent’anni prima che venisse inglobata. Tuttavia, dopo cinquant’anni dalla Riforma Penitenziaria (Legge 26 luglio 1975, n. 354), l’inadeguatezza riaffiora con maggior forza. Le carceri, oggi, mirano al contenimento e alla de-socializzazione. Non è un caso che la recidiva, per chi sconta interamente la pena in carcere, sia del 70%. Chi ha l’opportunità di accedere a misure alternative, invece, scende al di sotto del 20%. Il contenimento in cella è solo temporaneo: senza reinserimento, il carcere restituisce alla società persone più incattivite e marginalizzate, trasformando la sicurezza in una pericolosa illusione. Giuseppe, l’uomo di 74 anni, ne è la prova più cruda. Dopo quarant’anni di carcere a Padova, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha ritenuto che la “razionalizzazione degli spazi” fosse più importante, annunciando la chiusura della sezione Alta Sicurezza 1 (AS1). Giuseppe, che con il tempo era riuscito a trovare un frammento di umanità, era stato inserito tra i 22 detenuti destinati al trasferimento. Per l’uomo la perdita dei contatti con i volontari che lo seguivano e il lavoro nel laboratorio di cucito hanno rappresentato un’ulteriore condanna. Una rieducazione che stava sortendo effetti è stata svalutata per mere questioni logistiche. Il Garante dei detenuti, inoltre, aveva segnalato possibili effetti “devastanti” con lo spostamento di uomini anziani e radicati in percorsi lavorativi. La risposta a questa segnalazione, purtroppo, è scritta nel silenzio della cella: Giuseppe, poche ore dopo aver ricevuto la conferma ufficiale del trasferimento, è stato trovato privo di vita. Il carcere smette di rieducare e diventa discarica sociale - I suicidi a cui abbiamo assistito esclusivamente nelle ultime ore ci mostrano che non stiamo parlando di un errore del sistema, ma è il sistema stesso che funziona così. Una deriva già teorizzata dal sociologo Loïc Wacquant, in cui il carcere smette di essere un’istituzione rieducativa per trasformarsi in una discarica sociale. Un luogo in cui non si progetta il futuro, ma si stocca e, infine, si dimentica. Se il successo di un reinserimento può essere cancellato da un’esigenza di spazi, allora la rieducazione non è un obiettivo reale. Diventa solo un intralcio alla gestione burocratica di vite considerate ormai superflue. Non è un caso, è un sistema fallimentare. Ogni volta che un detenuto viene marginalizzato, privato, denigrato o sottoposto a trattamenti inumani, la società fallisce. Ogni volta che un detenuto vede nel suicidio l’unica soluzione, il sistema fallisce. L’Italia è stata già condannata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni inumane o degradanti delle nostre carceri. E, come riportato da Antigone, i numeri con il tempo sono solo peggiorati. Nel 2024, infatti, “i Tribunali di sorveglianza hanno accolto 5.837 istanze da parte di persone detenute, riconoscendo loro condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani sulla proibizione della tortura”. Il sovraffollamento che conta ad oggi 63.000 persone detenute, a fronte dei 46.000 posti regolari, annuncia il peggioramento di una situazione già estrema. Dietro i numeri di questa “discarica sociale”, restano solo le lenzuola annodate e il silenzio di chi non ha trovato altro modo per tornare libero. Ma servono più o meno carceri? di ?Luca Ricolfi Il Messaggero, 2 febbraio 2026 Sono passati 13 anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) condannò l’Italia per trattamenti “disumani e degradanti” a causa del sovraffollamento carcerario, ma le cose paiono tornate al punto di partenza. Oggi i detenuti sono circa 64 mila, circa 7500 in più di quanti erano alla fine del 2022, al momento dell’entrata in carica del governo Meloni. I posti effettivi in carcere sono circa 47 mila, con un tasso di sovraffollamento che supera il 135% (mediamente: 4 detenuti ogni 3 posti). In breve: mancano 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il “Piano carceri” (varato l’anno scorso) si ripropone di creare o attivare entro il 2027. Inutile dire che, oggi come ieri, la situazione di molte carceri (per fortuna non di tutte) non è degna di un paese civile, come mostrano due indizi difficilmente equivocabili: l’alto numero di suicidi degli ultimi anni (80 nel 2025) e i risarcimenti dei detenuti cui il nostro paese è obbligato per violazione dell’articolo 3 della Cedu (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”). Ma non si tratta solo di questo. La mancanza di spazi detentivi restringe gravemente l’estensione delle aree dedicate ad attività lavorative, sportive, culturali, ricreative o di cura. Un deficit amplificato dalle carenze di personale specializzato - psicologi, medici, educatori, assistenti sociali, mediatori culturali - tutte figure senza le quali diventa difficile rispettare l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Sotto questo profilo sono benemerite, e degne di ogni attenzione, le denunce che da oltre 30 anni provengono dall’Associazione Antigone con i suoi resoconti della situazione delle carceri. Meno convincente, invece, appare l’ostilità di esponenti di Antigone e di alcune forze politiche a ogni progetto di ampliamento degli spazi di detenzione (come il recente piano carceri del ministro Nordio). L’idea che il carcere sia una misura-limite, da adottare solo in casi eccezionali, e che la lotta alla criminalità possa essere condotta avvalendosi quasi esclusivamente di misure alternative al carcere si scontra con alcune obiezioni notevoli. Prima obiezione: il carcere non ha solo funzioni di deterrenza, punizione e rieducazione, ma anche di protezione della società, ovvero dei cittadini potenzialmente vittime di chi ha già commesso uno o più reati gravi. È quella che tecnicamente viene chiamata funzione di “incapacitazione”, ovvero rendere materialmente impossibile la commissione di altri delitti. Contrariamente a quanto credono di sapere i difensori della linea anti-carcere, non esiste alcuna prova statistica che i danni dell’incarcerazione (più recidiva domani) siano maggiori dei vantaggi dell’incapacitazione (meno reati subito). Tanto più se il confronto non viene effettuato usando come base la situazione carceraria presente (non priva di effetti criminogeni) ma usando come termine di riferimento un sistema carcerario riformato secondo il dettato costituzionale, con più spazi e più personale volto alla rieducazione. Da questo punto di vista l’opposizione all’aumento dei posti in carcere appare ben poco attenta alle esigenze materiali dei reclusi, che del sovraffollamento sono le prime vittime. Seconda obiezione: mentre è verissimo che nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti rispetto al numero di posti, non è vero che il numero di detenuti sia eccessivo in relazione alla popolazione. Il numero di detenuti ogni 100 mila abitanti dell’Italia (106) è sotto la media europea (116), e inferiore a quello di grandi paesi come Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia. Solo la Germania, fra i maggiori paesi europei, ha meno detenuti per abitante di noi. Quanto ai grandi paesi extraeuropei di cultura occidentale, come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, hanno tutti tassi di incarcerazione più elevati dei nostri. Terza obiezione, forse la più importante: il confronto con i paesi europei più miti, in cui il tasso di incarcerazione è particolarmente basso. Se compariamo i tassi di criminalità dell’Italia con quelli dei 6 paesi europei a più bassa incarcerazione (Danimarca, Germania, Olanda, Norvegia, Finlandia, Islanda) invariabilmente osserviamo che in quel gruppo di paesi-modello furti, rapine, frodi, violenze sessuali, omicidi, femminicidi sono più e non meno diffusi che in Italia. Più in generale: nei paesi europei, tendenzialmente, il tasso medio di criminalità sale man mano che il tasso di incarcerazione scende. È sufficiente a dimostrare che il carcere serve? Ovviamente no, perché in questo campo non possono esistere prove assolute e definitive. Però ce n’è abbastanza per dubitare che quella della de-carcerazione possa essere una strategia efficace. Intervenire fin da subito sulla condizione dei detenuti, aumentando il personale addetto alla salute e alla rieducazione e favorendo i momenti di socialità interni al carcere, è urgente e doveroso (articolo 27 della Costituzione; sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale), tanto più se si considera che il sollievo che potrà derivare da spazi meno angusti dovrà inevitabilmente attendere anni. Ma opporsi a un piano di edilizia carceraria volto a eliminare il sovraffollamento e garantire l’effettività delle pene è miope, perché la mancanza di posti finirebbe per danneggiare sia i detenuti (che hanno diritto a più spazi) sia i comuni cittadini (che hanno diritto a maggiore sicurezza). Suor Emma, sempre accanto ai detenuti: “Il carcere la mia casa” di Giuseppe Muolo Avvenire, 2 febbraio 2026 La religiosa è stata nominata dal presidente Mattarella commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana per il suo impegno in carcere. Da dodici anni opera come volontaria a Rebibbia. “Le condizioni di vita sono un disastro e il Governo è assente”. Suor Emma Zordan ha risposto al telefono come tante altre volte. Subito, senza neanche far scattare il secondo squillo. Ma non si sarebbe mai aspettata di trovare il Quirinale dall’altra parte della cornetta. “Sono rimasta scioccata”, racconta con la voce ancora incredula. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, l’ha nominata Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana “per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti”. Suor Emma ha 84 anni e fa parte della Congregazione delle suore adoratrici del Sangue di Cristo. Da dodici anni opera come volontaria nel polo penitenziario di Rebibbia, “la mia casa - lo definisce -, anzi più di una casa”. Nel carcere romano organizza corsi di scrittura e concorsi letterari per facilitare e migliorare le capacità di espressione dei detenuti. “Per me è stata una grandissima emozione apprendere la notizia. Non mi aspettavo un riconoscimento così grande, quasi non riuscivo a crederci”. La gratitudine per il “nostro caro presidente della Repubblica - aggiunge - è stata subito immensa. Gli sono riconoscente perché fa sempre sentire la sua voce in difesa delle condizioni in cui versano i nostri fratelli e sorelle detenuti”. La vocazione di suor Emma per il carcere è nata quasi per caso. Ma è stato amore a prima vista. “Galeotta” fu una presentazione di un libro a Rebibbia a cui partecipò diversi anni fa. Anche se, “l’impatto non è stato semplice - ammette -. Rimasi impressionata dai lunghi corridoi, dalle porte che si aprivano e si chiudevano, e dai detenuti, che mi sembravano dei lupi”. Ma poi, “ascoltando le loro testimonianze, mi sono subito ricreduta. E così ho deciso di dedicare a loro la mia vita”. Il suo auspicio è che il carcere venga maggiormente considerato. “Il presidente della Repubblica fa di tutto, ma il Governo è completamente assente”, sostiene, accendendo i riflettori su quanto vede quotidianamente. “Le condizioni di vita sono un disastro - racconta -. Le celle sono fatiscenti, i sanitari non funzionano. L’acqua è fredda anche d’inverno. C’è sovraffollamento e tanta disperazione. Non c’è privacy e i detenuti sono costretti a fare i propri bisogni davanti agli altri. In molti si aspettavano un indulto, ma purtroppo non è arrivato”. Per suor Emma, “sono persone che hanno bisogno di essere ascoltate e riconosciute”. Perché in carcere “sei niente, in molti si definiscono “pezzi da magazzino”, “indifferenziata”“. Tante persone “potrebbero essere salvate se venissero aiutate e non abbandonate a loro stesse”. Nella sofferenza, però, non manca la speranza, sorretta da una grande fede che in molti dimostrano di avere. Sono tanti gli episodi che suor Emma si porta nel cuore. Il primo che le viene in mente riguarda un ergastolano. Sulle sue spalle, il peso di numerosi delitti. “Un giorno mi disse: “Ho paura di andare all’inferno, ho sbagliato tanto nella mia vita”“, racconta la religiosa. Che gli rispose: “Il Signore ti ha già perdonato, solo per il fatto che tu dica questo”. L’uomo, però, non si lasciò convincere. “Così gli parlai della parabola del figliol prodigo. Dopo qualche giorno tornò da me. “Sorella - mi disse -. Mi sono perdonato e mi sono lasciato perdonare dal Signore”. Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto”. A volte, basta davvero una parola in più per salvare una vita. Quando la liberazione non equivale alla libertà di Luigi Manconi e di Marica Fantauzzi La Repubblica, 2 febbraio 2026 La liberazione non equivale necessariamente alla libertà. Detto in altri termini, puoi uscire dal carcere, ma la pena in qualche forma ti perseguiterà. E qui non si parla dello stigma, anch’esso presente e ostile, di chi da libero viene comunque considerato un ex prigioniero, piuttosto si intende chi, dopo aver scontato quanto doveva scontare, si trova nel limbo dell’attesa. E cos’è che, ancora, è costretto ad attendere? Per esempio, la declaratoria da parte del Tribunale di Sorveglianza: ovvero il documento ufficiale che attesti l’estinzione della pena e gli effetti collaterali che essa produce. Si potrebbe dire che la burocrazia è lenta e farraginosa in qualunque settore e che se si è liberi de facto c’è poco da lamentarsi. Eppure, il cavillo è tutt’altro che formale: senza declaratoria non è possibile chiedere la riabilitazione e, quindi, non è possibile, tra le altre cose, esercitare il diritto di voto o espatriare. Claudio Bottan ha scontato sei anni e mezzo di carcere e altri quattro in affidamento in prova al servizio sociale. Il 20 giugno del 2024 viene liberato. Dopo 18 mesi, il Tribunale di Sorveglianza di Roma ancora deve fissare l’udienza per formalizzare la conclusione del suo percorso penale. Si trova in quella che viene definita la libertà sospesa. Ciò che sta vivendo lo scrive in una lettera, a cui qui vogliamo dare spazio. Il suo è “un tempo sospeso, una pena aggiuntiva che determina ulteriori limitazioni alla libertà personale non contemplate dalla sentenza di condanna. Una prigione invisibile, eppure presente nella vita di coloro che si illudono di poter girare pagina e ricominciare a vivere”. Capita così di trovarsi di fronte a una controparte senza volto o forse dai mille volti, che dice di comunicare con i tuoi stessi segni ma il linguaggio finisce per essere sempre diverso, mutevole, indefinito. Gli chiediamo cos’è che, secondo lui, produce questa assenza di risposte. Sicuramente le pratiche sono molte, gli uffici come si suole dire risultano ingolfati e quindi si finisce per rimandare. “È inutile sollecitare gli sportelli giudiziari, intasati di pratiche e perennemente in carenza di organico: l’Uepe (Ufficio per l’esecuzione penale esterna) - scrive ancora Bottan - ha fatto la propria parte inviando la relazione sul periodo trascorso in affidamento in prova al servizio sociale; gli organi preposti al controllo hanno relazionato attestando il rispetto delle prescrizioni. Non rimane che attendere, come quando si è sdraiati in branda in attesa di un riscontro alla ‘domandina’”. E come il tempo in carcere finiva per avere un orologio tutto suo, dilatandosi e restringendosi a piacimento, quasi che le lancette dei penitenziari provenissero da fabbriche speciali, così il tempo della libertà sospesa finisce per essere non più tuo. C’è chi infatti ha il potere di negoziarlo, decidere quando e se concedertelo, fartelo sudare quasi fosse anch’esso parte di ciò che devi meritare. Da anni Bottan si prende cura della sua compagna, Simona, affetta da una forma grave e progressiva di sclerosi multipla, una patologia che impedisce al corpo di rispondere ai comandi. “Il viaggio è la mia unica cura” dice Simona, e il desiderio del compagno è di starle accanto ovunque, fino alla fine. Ma la sua situazione attuale lo rende ingabbiato, scrive, nelle pastoie burocratiche. Nel periodo di affidamento in prova, autorizzato dal magistrato di Sorveglianza Claudio, insieme a Simona, hanno girato l’Italia, soprattutto le scuole e le università, testimoniando con la propria storia e il proprio corpo quelle che entrambi definiscono “le nostre prigioni”. E poi, ancora, come volontario dell’associazione Voci di dentro Claudio è tornato in carcere, incontrando chi è tutt’ora recluso, mantenendo salda la promessa di restituire almeno una parte della speranza ritrovata. La sua lettera si conclude con una chiosa amara: “Le questioni umanitarie non trovano spazio nei fascicoli personali e, in ogni caso, un’eventuale accelerazione dei tempi dovuta alla compassione, anziché a un diritto, sarebbe davvero avvilente”. Sicurezza, Meloni prepara la stretta nel decreto di Simone Canettieri Corriere della Sera, 2 febbraio 2026 Il Governo pensa allo stop alla vendita di coltelli per i minori, allo “scudo penale” esteso a diverse categorie e a fermi preventivi di “almeno” 12 ore per “facinorosi che stanno andando a protestare”. Tre scosse: stop alla vendita di coltelli per i minori, “scudo penale” esteso non solo per gli agenti ma anche ad altre categorie, fermo preventivo di “almeno” 12 ore per i facinorosi con precedenti specifici che stanno andando a manifestare. Sono le tre risposte che il governo vuole dare all’opinione pubblica dopo i fatti di cronaca dell’ultimo mese. Questa mattina alle 11.30 la premier Giorgia Meloni riunirà i vice Antonio Tajani (in collegamento perché in missione al Sud nelle regioni colpite dal maltempo) e Matteo Salvini. Con loro i ministri Matteo Piantedosi (Interno), Guido Crosetto (Difesa), Carlo Nordio (Giustizia). Più i sottosegretari Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano. I fatti delle ultime settimane, a partire dagli scontri di sabato a Torino, spingono Palazzo Chigi ad accelerare sul decreto Sicurezza. Il provvedimento è atteso, ma non ci sono conferme ancora, nel Consiglio dei ministri di mercoledì. I sentimenti che accompagnano il vertice odierno vanno dal “giro di vite contro chi dichiara guerra allo Stato” fino a “serve una risposta ferma per evitare un’escalation, figlia di un brutto clima”. Sul bisogno d’intervenire non ci sono distinguo: il centrodestra è compatto. Sul tavolo di Meloni ci sono da tre settimane 65 norme suddivise in due bozze. La prima riguarda un decreto (25), la seconda un disegno di legge (40). La scelta del “veicolo” sarà fondamentale perché cambieranno i tempi di entrata in vigore delle norme e la loro ricaduta (venerdì iniziano le Olimpiadi invernali, si temono manifestazioni e scontri dopo l’annuncio della presenza di alcuni agenti americani dell’Ice, seppur in versione investigativa). La riunione di oggi si può interpretare come “un’operazione travaso”. Bisognerà decidere cosa inserire nel decreto e cosa lasciare nel disegno di legge: una scelta politica e di scrittura dei testi. Perché il nuovo decreto dovrà essere “in armonia” con lo spirito costituzionale del Quirinale. Al momento dal Colle aspettano a esprimersi: vogliono leggere le carte e, come si sa, gli uffici ieri erano chiusi. Nelle settimane scorse però erano emersi dubbi sulle manifestazioni e il diritto di andare in piazza, sullo scudo penale esteso solo alle forze dell’ordine e sui rimpatri facili. Osservazioni “accademiche” in mancanza di testi. Dopo gli scontri di Torino torna a prendere quota, per esempio, il daspo per le manifestazioni per chi negli ultimi cinque anni è stato denunciato o condannato, anche con sentenza non definitiva, per reati contro la persona o il patrimonio. E poi il fermo preventivo di 12 ore nei confronti di persone sospettate sulla base di elementi di fatto come “il possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi”. Salvini chiede che le ore di fermo siano 48. Infine, sempre nella bozza del ddl, si apre alla possibilità di procedere alle perquisizioni sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico. E poi c’è il macrotema della “non iscrizione nel registro delle notizie di reato in presenza di cause di giustificazione” per le forze dell’ordine. A cui va agganciata la “tutela legale per il personale delle Forze di polizia, delle Forze armate e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco”. Potrebbe, invece, essere non percorribile la proposta di inserire l’obbligatorietà di una cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni a copertura di eventuali danni, richiesta da Salvini: secondo il Viminale aumenterebbe il rischio di iniziative a sorpresa invece che servire da deterrente. Tante norme in ballo con una priorità: il governo vuole fare presto. Le immagini di Torino hanno sconvolto Meloni e l’intero esecutivo. Fermo preventivo, divieto di accesso e perquisizioni: cosa c’è nella stretta sulla sicurezza di Giulio Isola Avvenire, 2 febbraio 2026 Il governo studia contromisure dopo i disordini di Torino e le aggressioni agli agenti. Fermo preventivo di 12 ore per persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento di una manifestazione, potenziamento del divieto di accesso ai centri urbani, possibilità di procedere alle perquisizioni sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico. Sono queste le principali novità allo studio dell’esecutivo, che vuole la stretta dopo i disordini registrati a Torino sabato in occasione del corteo di Askatasuna, che ha visto alcuni uomini delle forze dell’ordine aggrediti dai manifestanti. L’obiettivo lo ha dichiarato domenica la stessa premier Giorgia Meloni, dopo aver fatto visita agli agenti feriti a Torino: “Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa nazione”. La presidente del Consiglio ha deciso di aprire la settimana a Palazzo Chigi con un vertice di governo, “per parlare delle minacce all’ordine pubblico di questi giorni e per valutare le nuove norme del decreto sicurezza”. Dalla riunione dovrebbe uscire un pacchetto di misure destinate a entrare in un decreto legge da portare in Consiglio dei ministri mercoledì pomeriggio. Il vicepremier leghista Matteo Salvini è sicuro che sarà così e confida che sarà un intervento corposo, con la tutela che evita agli agenti l’iscrizione automatica nel registro degli indagati e il fermo preventivo per i manifestanti sospetti prima dei cortei, che “può arrivare anche a 48 ore”. L’attualità sta portando dunque l’esecutivo ad accelerare sul pacchetto sicurezza, che da settimane è allo studio, con interlocuzioni fra Palazzo Chigi e Quirinale su una serie di norme. In questa dinamica, ad esempio, nei giorni scorsi è emerso che la stretta sui coltelli, pensata per arginare gli episodi di violenza giovanile, anziché nel decreto dovrebbe entrare in un disegno di legge. L’architettura dei due provvedimenti potrebbe essere definita nella riunione di governo convocata questa mattina alle 11.15, a cui dovrebbero partecipare i vicepremier Antonio Tajani (collegato da Palermo) e Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello della Giustizia Carlo Nordio e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. In particolare il fermo preventivo è considerata una misura che “fondamentale” dagli addetti ai lavori per consentire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. Nelle bozze circolate in queste settimane era collocata nel disegno di legge, con la possibilità di trattenere fino a 12 ore per accertamenti i sospettati di “costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche” in base a “elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi” o altri strumenti per camuffare il volto. Salvini avrebbe anche insistito sulla proposta di obbligare gli organizzatori dei cortei a depositare una cauzione a copertura di eventuali danni, provocando l’immediata reazione della Cgil. “È assolutamente impropria e incostituzionale. A chi non ha le possibilità economiche si toglie il diritto di manifestare?”. Critici anche i vertici della Cisl, che hanno rimarcato come “non si deve mai confondere chi semina caos con chi organizza manifestazioni e mobilitazioni democratiche, esercitando un diritto garantito dalla Costituzione, sul quale non può gravare alcuna intimidazione”. Nuovo pacchetto sicurezza: nel mirino manifestazioni e “baby gang” di Lorenzo Faranda ultimavoce.it, 2 febbraio 2026 La maggioranza ha presentato un nuovo pacchetto sicurezza che sarà discusso la prossima settimana in Parlamento. Nel mirino libertà di manifestazione, immigrazione e “baby gang”, ma l’impostazione non sembra allontanarsi dalle soluzioni che sono state proposte negli ultimi anni. Il Governo interviene nuovamente in materia di sicurezza. A seguito l’omicidio del diciottenne Aba Youssef, ucciso da un compagno di scuola con una coltellata, la maggioranza accelera i tempi per il nuovo decreto sicurezza, primo di due interventi previsti in materia nel prossimo mese. Come anticipato dall’associazione Antigone, i due provvedimenti mantengono la linea che la maggioranza ha adottato già dai primi interventi sul tema, tra i quali ricordiamo il decreto anti-rave e da ultimo il decreto sicurezza entrato in vigore a giugno: inasprimento della pena e maggiore libertà degli organi di polizia sono le parole d’ordine. Reati contro il patrimonio - Il disegno di legge, ancora non presentato con testo ufficiale, conterrà un deciso aumento della pena per diversi capi d’accusa. In particolare, per alcuni reati contro il patrimonio si allarga la cornice edittale fino a dieci anni, sovrapponibile a quella di reati contro la persona ben più gravi. In altre parole, il furto in abitazione sarà punito più severamente del sequestro di persona. Irragionevole, specialmente se si tiene conto della riduzione della pena per la violenza sessuale discussa proprio negli stessi giorni. Immigrazione: blocco navale e CPR - La maggioranza non si ferma qui: mette mano anche sul tema dell’immigrazione, introducendo la possibilità di un’interdizione temporanea delle acque territoriali (c.d. “blocco navale”) in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Se dubbia è la compatibilità con l’obbligo di soccorso in mare previsto dal diritto internazionale, certa è invece la marginalizzazione del controllo giurisdizionale, data la competenza affidata in toto all’Esecutivo. La legge delega, poi, al Governo la regolamentazione della vita all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Secondo l’associazione Antigone “resta il rischio concreto che si consolidino regimi di trattenimento deteriori rispetto a quelli carcerari, in aperta violazione dei principi affermati dalla Corte costituzionale”. Libertà di manifestazione: “penalizzazione” del diritto amministrativo - In materia di libertà di protesta, il sospetto di pericolo diventa sufficiente per subire un fermo fino a dodici ore, senza controllo giurisdizionale. Sempre durante le manifestazioni, gli agenti di polizia potranno eseguire perquisizioni fisiche sul posto: non più “in casi di necessità e urgenza”, come prevede la disciplina vigente, ma anche per verificare il possesso di “strumenti o oggetti atti ad offendere”. Formulazione ampia, come ci ha abituato la maggioranza, perché ad una semantica generica corrisponde un più ampio margine di applicazione per le forze dell’ordine. Infine, multe fino 10mila euro per deviazioni durante un corteo, 20mila per chi disobbedisce all’ordine di sciogliere una riunione. Il nuovo pacchetto sicurezza riconoscerebbe, poi, a sindaci e questori il potere di disporre il Daspo urbano anche a chi è solo denunciato per reati che prevedono l’arresto in flagranza, ora limitato ai soli condannati in via definitiva. Ennesimo esempio di “penalizzazione” del diritto amministrativo: strumenti nati per la prevenzione e la gestione dell’ordine pubblico vengono progressivamente caricati di funzioni sostanzialmente punitive, aggirando le garanzie proprie del sistema penale. Criminalità minorile tra “baby gang” e populismo - Capitolo a parte riguarda i minori. L’estensione dell’ammonimento del questore, così come l’introduzione di sanzioni pecuniarie a carico della famiglia, esemplificano l’approccio della maggioranza: con superficialità, si riducono fenomeni complessi a soluzioni repressive, rimuovendo qualsiasi investimento nel sociale. È difficile immaginare che il divieto assoluto di porto d’armi bianche, previsto nel pacchetto, spiegherà alcuna efficacia deterrente rispetto al c.d. fenomeno delle “baby gang”. L’uso demagogico del diritto penale rischia di frammentare il tessuto sociale, oltre ad aggravare le condizioni materiali dei soggetti che lo subiscono. Non a caso, l’Italia ha registrato per la prima volta nella sua storia un sovraffollamento nei carceri minorili: condizioni di vita critiche, abuso di psicofarmaci e incapacità delle strutture, in parte dovuta al proliferarsi dei reati introdotti dalla maggioranza che, con quest’ultimo pacchetto, propone il sesto provvedimento sul tema sicurezza in meno di tre anni. Eppure, nonostante i fatti, le forze populiste vivono sull’individuazione di un nemico. Se negli ultimi anni il bersaglio sono stati gli immigrati, ora si sposta verso la criminalità minorile. A chi toccherà poi? Armi tra i giovanissimi e aumento della violenza: l’allarme unanime dei giudici di Giulio Isola Avvenire, 2 febbraio 2026 La diffusione di pistole e coltelli, a Napoli come a Palermo, l’incremento dei reati e delle detenzioni per gli under 18 a Milano, il caso dei minori non accompagnati che nessuno accoglie: ecco i temi condivisi dalla magistratura, che sabato ha aperto l’anno giudiziario da Nord a Sud. La carenza cronica di personale, togato e amministrativo, è il filo rosso che cuce tra loro le relazioni di inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciate in tutti i distretti di Corte d’Appello. Per quanto riguarda invece i reati, gli allarmi più segnalati da presidenti e procuratori generali riguardano la criminalità minorile (baby gang, ma non solo), le violenze a sfondo sessuale e i femminicidi. La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, mette in luce come siano aumentati del 40% negli ultimi 12 mesi i “delitti contro la libertà sessuale” commessi dai minorenni. E “per la prima volta negli ultimi anni” ci sono procedimenti “per omicidio e femminicidio” a carico di ragazzi minori di 18 anni. La magistrata ha messo in evidenza anche “l’aumento e l’elevato numero” di scippi e rapine commessi da minori stranieri non accompagnati, che il sistema non accoglie e lascia soli, e da “minori di seconda generazione delle periferie lombarde”. Ma il fenomeno, si diceva, non riguarda solo il Nord. A Catania il presidente facente funzioni della Corte d’appello, Giovanni Dipietro, parla di “elevatissimi tassi di devianza minorile”, da collegare agli “allarmanti dati dell’abbandono e della dispersione scolastica”. A Roma e nel Lazio, i detenuti nelle carceri minorili - avverte il Pg Giuseppe Amato - sono aumentati “del 50% in meno di tre anni”. Molti sono coinvolti nello spaccio di droga, anche crack e cocaina. A Napoli si registra un uso “crescente e disinvolto” delle armi anche tra i più giovani, mentre in Emilia-Romagna l’allarme specifico è sull’uso dei coltelli. “In estese aree sociali del territorio e del distretto giudiziario di Palermo” - denuncia la procuratrice dei minori Claudia Caramanna - bambini di 10-11 anni “hanno disponibilità di pistole, che utilizzano con disinvoltura”. Insomma, “la violenza sembra ormai una modalità comunemente praticata di comunicazione giovanile - osserva da Perugia il Pg Sergio Sottani -. Si manifesta col bullismo on line, risse di strada, aggressioni verbali e fisiche”. Quanto ai reati a sfondo sessuale e alla violenza di genere, sono notevoli le percentuali d’incremento: più 44% a Milano (si passa da 160 a 230) per i primi, più 48% per la seconda a Napoli (oltre 9mila casi), dove i femminicidi - sottolinea il Pg Aldo Policastro - sono raddoppiati (da 5 a 10) in un anno. Non mancano poi le analisi sull’infiltrazione sempre più capillare delle mafie. E se la camorra veste ormai gli abiti “dell’investitore economico-finanziario” e Cosa nostra mostra - afferma la Pg di Palermo Lia Sava - “ritrovata vitalità” tra “nuove tecnologie e legami con il passato”, la ‘ndrangheta resta “una piaga purulenta” e una “presenza asfissiante” in Calabria, come rileva la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Concettina Epifanio. Confermata nella Capitale e nel basso Lazio la presenza di clan mafiosi “autoctoni” e “delocalizzati” dalle regioni del Sud . E il rischio di infiltrazioni mafiose è segnalato anche in Abruzzo dal Pg presso la Corte d’Appello dell’Aquila Alessandro Mancini. Quanti equivoci (e falsi problemi) sui Csm separati di Antonio Polito Corriere della Sera, 2 febbraio 2026 Verso il referendum. Percorsi diversi per i giudici e i pm: una distinzione che non indebolisce, anzi rafforza, la giustizia. Sempre più spesso i sostenitori del No al referendum tendono a sorvolare sul principio della separazione delle carriere. Dicono: ma quella c’è già di fatto, c’è la separazione delle funzioni decisa con la legge Cartabia, si può passare solo una volta da una carriera l’altra, e lo fa solo una percentuale minima di magistrati. A prescindere dal fatto che dallo stesso fronte quella riforma fu duramente contestata al tempo, questo è comunque un passo in avanti: sulla sostanza il consenso è forse più ampio di quanto appaia. Non a caso la separazione delle carriere tra magistrati che giudicano e magistrati che accusano risulta essere nei sondaggi la più gradita tra le norme sottoposte al referendum. Gli stessi sostenitori del No preferiscono perciò concentrare il loro fuoco polemico contro gli altri punti della riforma. Il primo: la separazione del Csm in due consigli, uno per i magistrati inquirenti, l’altro per i giudicanti, entrambi presieduti come oggi dal Capo dello Stato. In questo modo - dicono - si indebolisce il potere dell’organo. Ma se si procede alla separazione delle carriere, sembra inevitabile che esistano due consigli superiori. Altrimenti promozioni, trasferimenti e nomine di un giudice continuerebbero a essere decise anche dai procuratori, e viceversa; mantenendo così intatto il legame di carriera che c’è tra colleghi, in tutti i mestieri fatto di cordate, amicizie e correnti. Un imputato oggi sa che il suo giudice può essere legato al suo accusatore da uno di questi vincoli: questo accresce o diminuisce la credibilità del sistema giudiziario? Anche sulla composizione di questi nuovi Csm si accentra la critica dei fautori del No. La componente togata sarà infatti scelta con un sorteggio, non più eletta dai magistrati organizzati in correnti. E questo al fine di ridurre il peso della politica all’interno della categoria. Mentre invece i componenti laici dei due Csm, oggi eletti dal parlamento con un quorum dei tre quinti, avverrà sempre per sorteggio, ma all’interno di un elenco di nomi selezionati in modo proporzionale da tutti i partiti presenti nelle Camere. I sostenitori del No dicono: in questo modo i magistrati - che continueranno comunque a costituire i due terzi dell’organismo - sono sorteggiati, mentre gli altri membri sono scelti dalla politica. E questo indebolirebbe la loro autonomia. Al di là di ogni considerazione sul principio del sorteggio (già previsto nella Costituzione per scegliere i sedici giudici cosiddetti “aggregati”, da affiancare ai giudici della Consulta in caso di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica), questa differenza tra togati e laici ha, tra le altre, una spiegazione pratica abbastanza evidente. I magistrati in Italia sono meno di diecimila, e hanno tutti superato un concorso grazie al quale possiamo ritenere che ciascuno di loro sia perfettamente in condizione di far parte di un Csm, visto che è considerato in condizione di far arrestare una persona o di condannarlo, decisioni certo più delicate e drammatiche. Mentre invece i potenziali aventi diritto al sorteggio per i “laici” sarebbero più di 150.000. Tanti sono infatti gli avvocati con più di 15 anni di anzianità professionale oggi potenzialmente eleggibili al Csm: solo quelli di Napoli sono di più di tutti i magistrati italiani. A loro poi andrebbero aggiunti i professori universitari ordinari di materie giuridiche, anch’essi eleggibili. È chiaro che un sorteggio non temperato, aperto cioè a tutti, rischierebbe di portare al Csm anche persone non in grado di esercitare con competenza, equilibrio e dignità un tale incarico. Non me ne vogliano gli avvocati, ma fra centinaia di migliaia non si può mettere la mano sul fuoco per ciascuno. Aggiungo che, a questo fine, anche per i magistrati sarebbe forse utile prevedere un criterio che non porti tutti nell’urna del sorteggio. E per loro questo criterio non potrebbe essere altro che la qualità e la quantità della esperienza già compiuta. Si potrebbero cioè considerare sorteggiabili solo i magistrati che hanno già superato tre o quattro di quelle valutazioni professionali con le quali già oggi il Csm ne verifica periodicamente l’operato. Sarebbero in questo modo “scelti” dai magistrati stessi. Che pubblici ministeri e giudici non potessero essere considerati alla stessa stregua, fu del resto chiaro già nel dibattito alla Costituente. Basti pensare che il progetto iniziale dell’articolo 107, licenziato dalla Commissione dei 75, secondo cui “il pubblico ministero gode di tutte le garanzie dei magistrati”, venne appositamente modificato in Assemblea. In realtà molti giuristi ne chiedevano la semplice soppressione. Giuseppe Bettiol, per esempio, obiettò che non fosse opportuno inserire nella Costituzione un principio su cui la dottrina era tanto profondamente divisa: “Le funzioni del pubblico ministero non devono essere incapsulate accanto a quelle del giudice, ma devono essere tenute distinte. È proprio dei regimi totalitari il concetto di voler considerare il pubblico ministero come un organo della giustizia, mentre in tutti i regimi liberali esso è considerato come un organo del potere esecutivo”. Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, grande avvocato e relatore in aula, era sostanzialmente d’accordo. Ma propose all’Assemblea di rimandare alla legge sull’ordinamento giudiziario la decisione su quali fossero le garanzie del pubblico ministero: “Poiché la legge dovrà essere congegnata in perfetta armonia con la riforma del processo penale… quella sarà la sede più opportuna perché, premessa la determinazione delle funzioni future del pubblico ministero, si possa stabilire se aumentare le garanzie o abolirle, o ricorrere un sistema intermedio”. Il risultato fu il ben diverso comma che oggi si trova scritto nella Costituzione e che recita: “Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite dall’ordinamento giudiziario”. Mentre per i giudici la tutela è direttamente affidata alla norma costituzionale. Nel frattempo, come sappiamo, la riforma del processo penale è avvenuta: nel 1988 con il nuovo codice Vassalli. Ma la nuova legge ora sottoposta a referendum non riduce, anzi estende quell’autonomia anche ai pm, laddove scrive: “La magistratura costituisce un ordine autonomo indipendente da ogni altro potere ed è composta dalla carriera giudicante e dalla carriera requirente”. Le preoccupazioni avanzate su questo punto da parte dei sostenitori del No appaiono quindi infondate. Casa alloggio anziani, le condotte gravi e crudeli configurano il reato di tortura di Anna Marino Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2026 I maltrattamenti proteggono l’integrità psicofisica delle persone in ambito familiare o simile, senza richiedere necessariamente condizioni di minorata difesa o crudeltà. La tortura, invece, tutela la dignità umana, punendo condotte caratterizzate da trattamenti inumani e degradanti. Il reato di tortura e quello di maltrattamenti non si sovrappongono, ma possono concorrere materialmente, poiché tutelano beni giuridici diversi e presentano caratteristiche strutturali differenti. Il reato di tortura si distingue per la gravità delle condotte, che devono comportare acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico, oltre a un trattamento inumano e degradante che offende la dignità della persona. La Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con sentenza 3827 del 2026, chiarisce che il reato di tortura, previsto dall’art. 613-bis c.p., si distingue dal reato di maltrattamenti (art. 572 c.p.) per la diversità del bene giuridico tutelato e per la struttura delle condotte incriminate. In sintesi, la differenza tra i reati di maltrattamenti e tortura risiede nel bene giuridico tutelato. I maltrattamenti proteggono l’integrità psicofisica delle persone in ambito familiare o simile, senza richiedere necessariamente condizioni di minorata difesa o crudeltà. La tortura, invece, tutela la dignità umana, punendo condotte caratterizzate da trattamenti inumani e degradanti, che causano sofferenze fisiche o traumi psichici verificabili. La tortura implica un accanimento crudele che nega i diritti fondamentali della vittima, riducendola a un oggetto di violenza. La vicenda - La vicenda riguarda un procedimento penale in cui un amministratore unico di una casa alloggio è accusato di maltrattamenti aggravati, sequestro di persona aggravato e tortura nei confronti di ospiti anziani e vulnerabili. Il Tribunale del riesame aveva confermato la misura cautelare della custodia in carcere per i primi due reati, ma aveva escluso la configurabilità del reato di tortura, ritenendo che le condotte contestate fossero assorbite nei maltrattamenti. Il Pubblico Ministero ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che le condotte descritte al capo d’accusa integrassero il reato di tortura per la loro gravità e per il trattamento inumano e degradante inflitto alle vittime. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando la diversità strutturale e di bene giuridico tutelato tra i reati di maltrattamenti e tortura. Ha stabilito che le condotte contestate, per la loro crudeltà e gravità, configurano il reato di tortura. L’ordinanza del Tribunale del riesame è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio. I precedenti legislativi e giurisprudenziali - La sentenza fa riferimento alla normativa introdotta con la riforma del 2017, che ha inserito il reato di tortura nell’ordinamento italiano attraverso l’articolo 613-bis del codice penale, introdotto con la legge 14 luglio 2017, n. 110. La Corte di Cassazione richiama inoltre l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, che ha delineato la struttura del reato di tortura come un reato comune, a forma vincolata e di evento, eventualmente abituale improprio. La giurisprudenza ha chiarito che il reato può essere commesso mediante violenze o minacce gravi, oppure agendo con crudeltà, e che esso si configura come un reato a dolo generico. La Corte cita diverse sentenze precedenti per definire i connotati del reato di tortura, tra cui la sentenza della Sezione 6, n. 47672 del 4 ottobre 2023, che evidenzia la necessità di provare le acute sofferenze fisiche o il trauma psichico verificabile, anche se transitorio. Inoltre, si fa riferimento alla sentenza della Sezione 5, n. 50208 dell’11 ottobre 2019, che specifica che il trauma psichico non deve necessariamente essere durevole, ma deve essere verificabile nel corso del giudizio. La Corte richiama anche la sentenza della Sezione 5, n. 39722 del 9 luglio 2024, che sintetizza le caratteristiche del reato di tortura, evidenziando la sua natura di reato comune, a forma vincolata e di evento, con presupposti quali la limitazione della libertà personale, la relazione di affidamento e la condizione di minorata difesa della vittima. Veneto. Giustizia, magistrati e avvocati all’attacco. Il governo: “Basta bugie, stiamo assumendo” di Gloria Bertasi Corriere del Veneto, 2 febbraio 2026 Dai giudici di pace alle carceri, dal tribunale minorile alle giovani toghe in fuga, il sistema resta inceppato. Una riforma che “non porterà efficienza al sistema giustizia”. Che, invece, avrebbe bisogno di un “corposo innesto di personale”, in ogni suo ambito: dal civile al penale, dalla sorveglianza al giudice di pace dove si registra un meno 51% di giudici e al tribunale minorile, alla luce del “crescente fenomeno delle baby gang e dei reati tra i più giovani”. Eppure, nonostante le criticità, “nel distretto veneto gli obiettivi Pnrr, fatto salvo Belluno e Venezia ma con uno scarto ridotto, sono stati rispettati”, sottolinea Rita Rigoni, presidente della Corte d’appello. I problemi inceppano la macchina a fronte di reati in aumento mentre le carceri venete sono in affanno “con 2.793 detenuti a fronte di 1.938 posti”, continua Rigoni. Nessuna protesta - Non ci sono state le proteste, plateali, del gennaio 2025 quando i magistrati dell’Anm, all’inaugurazione all’anno giudiziario, uscirono dall’aula a manifestare. Ma, i malumori di chi opera nella giustizia, sabato mattina alla Cittadella di piazzale Roma a Venezia, sono stati presentati tra numeri (delle carenze di organico) e disagi, quelli di pm, giudici e, anche, avvocati. Sullo sfondo, il voto referendario del 22 e 23 marzo alla riforma del ministro Carlo Nordio (che a Venezia è stato procuratore) con la separazione delle carriere e il sorteggio del Csm, il Consiglio superiore della magistratura. Da cui arriva l’affondo più critico alla legge Nordio: “L’inizio dell’anno giudiziario coincide con l’apertura di una campagna referendaria che sta assumendo toni duri e spigolosi - esordisce Maria Luisa Mazzola, membro togato del Csm -. Il Consiglio, a maggioranza, si è dichiarato contrario”. Perché “la separazione delle carriere è un tema di etica delle funzioni della giustizia, non come luogo di potere, ma di garanzia”. Il tema dei suicidi - Ed è proprio la “garanzia” dell’efficacia della giustizia stessa quanto ha sollecitato in un (a tratti ironico) intervento il presidente dell’Ordine degli avvocati lagunari Tommaso Bortoluzzi: “Sono stanco di dovere ribadire sempre gli stessi argomenti, segnalare sempre le stesse disfunzioni, di vedere la giustizia vittima di contabilità creativa, di vedere la sordità selettiva che affligge chi ci governa”. Tra i problemi: i giudici di pace ridotti all’osso con udienze programmate al 2030 e un “piano carceri” in cui ““piano” è un avverbio, non un sostantivo, significa con calma, con lentezza carceri”. Ma “la situazione dei detenuti non può essere affrontata con calma e lentezza”. Nove i suicidi (gli ultimi due tra martedì e giovedì al Due Palazzi di Padova) in un anno: “Permane una grave crisi carceraria. Inoltre, non viene applicata, per mancanza dei centri regionali, la giustizia riparativa”, segnala Rigoni. In questo scenario, “sarà però riaperto il tribunale di Bassano”, altra nota dolente sollevata da Bortoluzzi (e non solo). La replica del governo - La replica del governo, per voce del sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, non si è fatta attendere. Dal palco, nessuna parola sul referendum. Ma, a margine, il sottosegretario ricorda: “La finalità è quella di parlare ai cittadini. E questo significa spiegare la verità, non le bugie. Quindi anche chi fa l’ennesima battaglia per il no (sabato in Veneto è nato il comitato “civico” di sindacati e associazioni per il no, ndr) va bene la faccia ma non si può lamentare se poi qualcuno sottolinea le bugie”. E su Bassano, “l’organico ci sarà e non a discapito di altri tribunali”. Dove sono in essere assunzioni: “150 tra assistenti e funzionari, 286 unità Pnrr, 5 dirigenti e 10 conducenti già al lavoro”. E grazie all’intesa sullo scorrimento delle graduatorie regionali tra Palazzo Balbi e ministero, sono arrivate altre 79 persone. “E sono previsti altri 32 funzionari e 180 assistenti”, snocciola Ostellari. Tuttavia, fa notare Mazzola, “il Nord non è più attrattivo per la magistratura”. E infatti ci sarebbe una fuga dei magistrati in tirocinio dal Veneto. Come migliorare - Tra le azioni messe già in campo: i 44 posti letto per la polizia penitenziaria alla Giudecca e il carcere minorile a Rovigo. “Un pensiero va al doloroso fenomeno dei suicidi - conclude Ostellari -, il piano per la prevenzione continuerà con interventi adeguati”. La Regione si dice pronta a fare la sua parte: “È doveroso porre rimedio nel più breve tempo possibile, assicureremo la parte sanitaria e tutte le azioni necessarie per migliorare la situazione - spiega il presidente Alberto Stefani -. I progetti di lavoro interni al carcere sono fondamentali per il principio di rieducazione”. E per i minori, “nascerà la comunità ad alta integrazione sanitaria”. Marche. “Essere presenza nel mondo del carcere”, il percorso di formazione sta per concludersi agensir.it, 2 febbraio 2026 Si concluderà il 14 febbraio il percorso di formazione “Essere presenza nel mondo del carcere”, promosso dai volontari della Società di San Vincenzo De Paoli delle Marche, con il supporto del Settore Carcere e Devianza della Federazione nazionale italiana della Società di San Vincenzo De Paoli Odv e il sostegno delle istituzioni locali. L’ultimo appuntamento si svolgerà online per consentire la partecipazione al corso ai volontari provenienti da altri Stati europei. Un percorso nato per offrire strumenti, competenze e motivazioni a chi sceglie di avvicinarsi al volontariato in carcere. Dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, il ciclo formativo ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane: due terzi dalle Marche, il restante da altre dieci regioni. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni, circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli e anche una partecipante collegata da Parigi. Ci sono state oltre 1.200 visualizzazioni dei video formativi. Il percorso “Essere presenza nel mondo del carcere” si avvia così alla conclusione con una partecipazione ampia e trasversale. Numeri che raccontano un bisogno crescente di formazione, senso e accompagnamento tra chi oggi si avvicina al volontariato in carcere. “Il corso ha fatto emergere un bisogno profondo di avvicinarsi al mondo carcerario”, sottolinea Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli. “Oltre cento partecipanti, dalle Marche, dal resto d’Italia e anche dall’estero, hanno seguito con costanza gli incontri, maturando la convinzione di intraprendere questo cammino in modo consapevole e accompagnato”. Il percorso ha offerto una formazione articolata e approfondita grazie al contributo di magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza. Tutti gli incontri restano disponibili sul sito SanVincenzoItalia.it. “Essere volontari in carcere richiede disponibilità d’animo, competenze e conoscenza delle regole di vita del carcere - aggiunge Caldart -. Significa saper accogliere senza giudicare, offrire ascolto e speranza a chi l’ha smarrita, accompagnare detenuti e famiglie nel loro percorso”. Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, in presenza e online, hanno affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale, la criminalità e le dipendenze. Un’attenzione particolare è stata rivolta ai minori, un ambito in cui - come ricorda Gabriele Cinti, coordinatore del progetto - “la recidiva supera il 40%”. “Entrare in carcere significa sapere che si combatte ogni giorno una battaglia tra sperare e disperare”, evidenzia Caldart. “Il volontariato richiede coraggio e consapevolezza: le delusioni spesso superano le soddisfazioni, ma anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”. Il percorso formativo sta producendo effetti concreti anche sul piano organizzativo. “Abbiamo raccolto con grande gioia e soddisfazione la disponibilità di un gruppo numeroso di persone, provenienti da diverse città delle Marche, a entrare nella Società di San Vincenzo De Paoli e a costituire nuove Conferenze dedicate al volontariato carcerario”, spiega Caldart. “Stiamo lavorando perché possano diventare operative quanto prima”. Accanto a queste due nuove realtà in via di costituzione nelle Marche, segnali analoghi arrivano anche da altre regioni. L’attività di sensibilizzazione sui temi della giustizia, della legalità e della responsabilità personale e collettiva, portata avanti dal Settore Carcere e Devianza a livello nazionale sta favorendo la nascita di una nuova Conferenza di volontari carcerari anche in Friuli Venezia Giulia. Le nuove Conferenze andranno ad aggiungersi alle 896 già presenti sul territorio nazionale. Al termine del percorso formativo di febbraio, i volontari saranno inseriti in diverse strutture penitenziarie d’Italia. Solo nelle Marche, saranno interessate la casa circondariale di Pesaro, Villa Fastiggi e Barcaglioni ad Ancona, la casa di reclusione di Fossombrone e la casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno. Padova. Affollamento record: 101 docce e 668 ospiti. Il report del ministero sul Due Palazzi di Nicola Munaro Il Gazzettino, 2 febbraio 2026 I numeri ufficiali del Governo fotografano la situazione del penitenziario Alla Casa di reclusione il tasso di surplus è del 155%, in Circondariale al 137. Ribolle. Su una scala grafica in cui il valore 200 è associato al rosso tipico degli indicatori di temperature da canicola, la Casa di reclusione di Padova segna 155 mentre la Casa circondariale tocca quota 137. Numeri che, però, non indicano i gradi interni ma il tasso di sovraffollamento del Due Palazzi di Padova, teatro in questa settimana di due suicidi (sono 21 negli ultimi ventuno anni) e di un’aspra polemica politica cominciata con la decisione dell’amministrazione penitenziaria di chiudere il reparto di massima sicurezza della Casa di reclusione e trasferire i ventitré detenuti in altri istituti d’Italia. Uno di loro, Giuseppe Pietro Giovanni Marinaro, 73 anni, in carcere da oltre 40 anni per mafia, da 18 a Padova, non ha retto all’ipotesi di ricominciare da un’altra parte e si è tolto la vita la notte tra il 27 e il 28 gennaio alla vigilia del trasloco. Negli anni Ottanta era stato un boss della ‘ndrangheta. Poi, nella notte tra giovedì e venerdì un altro suicidio, quello di Matteo Ghirardello, 33 anni, detenuto ordinario, che non ha visto futuro anche attaccano i sindacati per la situazione troppo pressante in fatto di presenze nelle celle. Eccoli, allora, i numeri ufficiali di una situazione che ha portato il carcere padovano alla ribalta in fatto di cronaca: sono quelli del ministero della Giustizia e sono aggiornati al 21 gennaio. Nella Casa circondariale (che ospita i detenuti in attesa di condanna) a fronte di 188 posti regolamentari e uno non disponibile, ci sono 256 detenuti che spiegano il tasso del 137% di sovraffollamento. Ci sono 68 stanze (3 delle quali destinate a portatori di handicap) e ciascuna ha una doccia (che quindi viene condivisa da tutti gli ospiti) con bagno e una sola presa elettrica per locale. Poi 3 sale colloqui, 2 ludoteche e 1 area verde. In fatto di spazi comuni e impianti ecco 6 aule, 5 palestre, 2 campi sportivi (su uno dei quali gioca Pallaalpiede, la squadra dei detenuti), 2 biblioteche e 1 laboratorio. Ci sono poi due locali per la professione del culto di fede: una cappella frequentata da un centinaio di persone e una stanza per i musulmani, autogestita, e usata da una settantina di islamici. Si avvicina in modo pericoloso alle temperature più elevate, invece, la situazione della Casa di reclusione, teatro degli ultimi due suicidi e che ospita le persone condannate: qui il 155% di sovraffollamento è dato dal rapporto tra i 432 posti regolamentari e i 668 detenuti che sono stati destinati al penitenziario di Padova. Le stanze sono 382, le docce 101, i bidet 29. Le prese elettriche sono 53, così come gli interruttori per l’accensione autonoma della luce. A differenza della Casa circondariale, in Reclusione ci sono più aule (12, il doppio), un solo luogo di culto e una mensa, che alla circondariale manca. I detenuti possono frequentare corsi di alfabetizzazione all’italiano e di preparazione all’esame di terza media (soprattutto destinati agli stranieri) ma anche di avvicinamento al mondo del lavoro, dal giardinaggio all’informatica. Qui i detenuti lavorano: sono 237 quelli impegnati in attività di assemblaggio, pasticceria, gelateria e cioccolateria, call center, digitalizzazione, legatoria e servizi alla persona. L’ultimo ingrediente di una situazione esplosiva è il report sugli agenti in servizio negli istituti di via Due Palazzi. Alla Casa circondariale ne servirebbero 142 ma ce ne sono 130. Sotto organico anche gli amministrativi: 17 invece che 19 e in linea (3) solo gli educatori. In reclusione la situazione non migliora, anzi. Di 336 agenti di polizia penitenziaria previsti, ne sono in servizio 311. Così come gli amministrativi (dovrebbero essere 30 e sono 28) e gli educatori: ne servirebbero 12 ma ne manca uno. Lì dove proprio la situazione ribolle. Padova. Due Palazzi, il portavoce dei Garanti: “Hanno scelto la rottura ma senza risolvere nulla” di Luca Preziusi Il Gazzettino, 2 febbraio 2026 Trasferimenti e morti al Due Palazzi continuano ad alimentare il dibattito. “È la rottura di una consuetudine che, per alcuni, durava da decenni, fatta di attività trattamentali quali il teatro, la pittura, la scultura, la scrittura, il ricamo, lo studio, il lavoro, coltivate anche grazie all’opera assidua di tanti volontari e operatori penitenziari. L’alta sicurezza a Padova aveva avuto accesso a diverse opportunità, che avevano consentito di avviare processi importanti di cambiamento personale e il Dap dov’era? Le condizioni di vita in Alta Sicurezza ultimamente contemplavano nuove restrizioni (pannelli di isolamento, rimozione di tende interne, controlli più serrati), che facevano percepire una chiusura sempre più simile al 41-bis, condizione che molti avevano già vissuto per anni prima della declassificazione”. A confermare la volontà di rompere un sistema all’interno del Due Palazzi è Samuele Ciambriello, portavoce nazionale della conferenza dei garanti territoriali dei detenuti, che dopo il trasferimento lampo di 22 reclusi e del doppio suicidio in due giorni, nel mirino ci mette il Dap, il dipartimento amministrazione penitenziaria. Prima l’avviso del trasferimento da un giorno all’altro per tutti i 23 detenuti ospiti del settore alta sicurezza, poi uno di loro (il 73enne boss della ‘ndrangheta Pietro Giovanni Marinaro) che si toglie la vita in cella. E infine un secondo suicidio, quello del 33enne Matteo Ghirardello, che nulla aveva a che fare con il trasferimento previsto dal Dap, ma che dal carcere di Padova aveva chiesto di andarsene perché era perseguitato da altri detenuti: “Due tragici eventi che ci interrogano sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari, anche i migliori, e sul senso e sulle modalità con cui avvengono queste operazioni decise dal Dap, che ridisegnano il sistema lasciando però terra bruciata prosegue Ciambriello. Anzitutto rileviamo la fulmineità con cui si effettuano i cambiamenti: nell’arco di pochi giorni viene comunicata la chiusura di intere sezioni e il trasferimento verso mete indefinite di tutte le persone che vi si trovano. A Padova sono intercorsi due giorni da quando l’operazione è stata comunicata agli interessati a quando è stata realizzata. Il tempo di frettolosi saluti agli operatori, ai compagni di sventura, ai volontari che magari da anni seguivano i reclusi nelle attività. Il tempo di preparare le proprie cose per il trasloco verso l’ignoto e di prendere congedo da locali, pur espressione di un luogo reclusivo poco accogliente, diventati tuttavia familiari con il passare degli anni”. E poi l’attacco al dipartimento per aver “sfasciato” un sistema oleato (che è uno dei motivi per cui c’è stata la decisione), dove anche i detenuti dell’alta sicurezza, quindi ergastolani, partecipavano alle attività del carcere e ci lavoravano. Marinaro cuciva, per esempio: “Questi percorsi, negli ultimi mesi, si erano andati contraendo per decisione del Dap”. Anche Azione si è fatta sentire ieri: “Nel carcere di Padova si continua a morire anche perché manca il personale necessario a prevenire, intercettare il disagio, intervenire in tempo commenta il parlamentare “calendiano” Fabrizio Benzoni. Ma questo non può essere accettabile”. Catania. Detenuto in coma al “Cannizzaro”, il legale chiede la revoca della custodia cautelare di Daniele D’Alessandro Quotidiano di Sicilia, 2 febbraio 2026 Un detenuto di 73 anni, condannato in primo grado di 13 anni e 8 mesi di reclusione per spaccio di sostanze stupefacenti, è attualmente ricoverato in coma farmacologico nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Cannizzaro di Catania. A rendere nota la vicenda è l’avvocato Giuseppe Lipera, legale dell’uomo, che ha presentato un’istanza urgente alla Corte d’Appello di Catania chiedendo la revoca immediata della custodia cautelare in carcere o, in subordine, la sostituzione con gli arresti domiciliari presso l’abitazione della sorella. Secondo quanto riferito dal penalista, il suo assistito versava da tempo in gravi condizioni di salute, incompatibili con la detenzione. “Il mio assistito - spiega l’avvocato Lipera - è oggi ricoverato in coma farmacologico. Avevo già segnalato il quadro clinico con una istanza depositata il 5 gennaio scorso, chiedendo la sostituzione della misura cautelare per le sue condizioni di salute”. La richiesta rimasta senza risposta - Il legale ricostruisce nel dettaglio i passaggi successivi: 13 gennaio: la Corte d’Appello chiede alla direzione sanitaria del carcere una relazione aggiornata sulle condizioni del detenuto; 21 gennaio: nessuna documentazione sanitaria risulta ancora pervenuta in cancelleria; 22 gennaio: durante un colloquio, il detenuto si presenta in condizioni fisiche gravissime. “Era visibilmente debilitato - racconta Lipera - con caviglie e piedi fortemente gonfi, incapace di camminare senza stampelle e impossibilitato persino a indossare le scarpe”. Nel suo atto, il penalista sottolinea con fermezza come la situazione avrebbe richiesto un intervento urgente: “L’avvocato non deve essere creduto per principio - scrive Lipera - ma proprio per questo le verifiche su quanto segnalato avrebbero dovuto essere effettuate immediatamente”. Secondo il legale, il ritardo negli accertamenti sanitari avrebbe contribuito all’aggravamento delle condizioni del detenuto, ora in rianimazione. La richiesta alla Corte - Alla luce della situazione, l’avvocato ha chiesto la revoca immediata della custodia cautelare in carcere o in alternativa, la concessione degli arresti domiciliari, qualora il detenuto dovesse sopravvivere. Una richiesta motivata dalle condizioni cliniche incompatibili con il regime carcerario. La vicenda apre interrogativi pesanti sul monitoraggio sanitario dei detenuti, sui tempi di risposta delle strutture competenti e sull’effettiva tutela del diritto alla salute delle persone private della libertà. Ora la parola passa alla magistratura, chiamata a valutare le responsabilità e a decidere sul futuro del 73enne, mentre le sue condizioni restano critiche nel reparto di rianimazione. Modena. Stefania Ascari (M5S): “Il carcere non può essere una discarica di persone” lapressa.it, 2 febbraio 2026 “La commistione tra detenuti psichiatrici, detenuti comuni e persone con dipendenze rende la gestione quotidiana difficilissima”. “Oggi sono andata nel carcere di Modena insieme a Massimo Bonora e Barbara Moretti, e non è stata una visita facile. Il sovraffollamento è il nodo più evidente, 570 persone detenute a fronte di una capienza di 372, con una grave carenza di personale. A questo si sommano problemi strutturali pesanti: impianti idraulici ed elettrici inadeguati, muffa, un vecchio capannone fatiscente, spazi inutilizzati e assenza di risorse per una manutenzione costante”. Così Stefania Ascari, parlamentare M5s. “Ma il carcere non è solo muri che cadono. Il penitenziario modenese è fatto soprattutto di persone che ci hanno raccontato che il tempo vuoto è troppo: mancano lavoro e attività, e questo genera frustrazione, tensione, conflitti. La commistione tra detenuti psichiatrici, detenuti comuni e persone con dipendenze rende la gestione quotidiana difficilissima. Anche il piano farmaci non è uniforme, le mancanze creano caos e mettono a rischio tutti - continua la Ascari -. Gravi anche i tempi lunghi della magistratura di sorveglianza: persone che hanno già maturato i benefici restano in attesa per mesi, sospese, senza risposte. Un limbo che logora e svuota di senso il percorso rieducativo. Eppure, dentro questo quadro durissimo, abbiamo incontrato luce. Due detenute che fanno teatro: la loro emozione nel raccontarsi, nel parlare del palcoscenico come spazio di libertà e dignità, ci ha profondamente colpito. E poi il lavoro di sartoria, fatto con cura, competenza, orgoglio ma non solo: qui si produce pasta fresca, miele e si coltivano verdure che vengono fornite ad uno dei più importanti ristoranti di Modena. Lavoro vero, competenze vere, dignità vera. Questo è il punto. È questo il reinserimento sociale che serve e che vogliamo. Il carcere non può essere una discarica dove buttare le persone e dimenticarle, ma deve essere un luogo che restituisce possibilità, responsabilità, futuro. Perché una comunità è più sicura non quando esclude, ma quando ricostruisce”. Pescara. L’appello di D’Alfonso (Pd): “Serve un progetto di inclusione per i detenuti” abruzzolive.it, 2 febbraio 2026 L’Onorevole Luciano D’Alfonso ha inviato una lettera ufficiale al Presidente della Fondazione PescarAbruzzo, Nicola Mattoscio, chiedendo l’attivazione urgente di un progetto di inclusione sociale e lavorativa per i detenuti della casa circondariale di Pescara. La proposta, battezzata “Percorso 27” in omaggio all’articolo della Costituzione sulla rieducazione della pena, mira a combattere l’altissimo tasso di recidiva e il sovraffollamento che affligge la struttura pescarese. D’Alfonso sottolinea come la detenzione non debba risolversi in un semplice isolamento: “Quella persona che sicuramente ha sbagliato non può essere semplicemente abbandonata all’interno di uno spazio di 3 metri quadrati per scontare la propria pena, per poi magari ritrovarsi dopo anni fuori da quelle mura senza né arte né parte”. Secondo l’esponente politico, lo Stato ha il dovere di sostenere il recupero umano e professionale del condannato, aiutandolo a “rimettere insieme i pezzi del puzzle del proprio futuro”. I dati citati nella missiva descrivono un quadro critico. A livello nazionale, solo il 3,7% dei detenuti lavora con datori esterni e appena il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale. A Pescara la situazione è aggravata dal sovraffollamento: al marzo 2025, la casa circondariale ospitava 378 persone a fronte di una capienza di 276 posti, con un indice di affollamento del 155%. Per invertire questa rotta, D’Alfonso propone la creazione di un tavolo di lavoro che coinvolga Fondazione PescarAbruzzo, Terzo settore, Confindustria, Ufficio scolastico regionale e Ministero della Giustizia. L’obiettivo è strutturare un percorso che preveda la profilazione attitudinale dei detenuti, formazione tecnica e il successivo inserimento lavorativo. D’Alfonso lancia un monito alla Fondazione sulla sua missione strategica: “Contribuire alla crescita di un territorio non significa solo elargire contributi per stampare fotografie o brochure, ma piuttosto prendere per mano quelle fragilità che possono diventare punti di forza e di sviluppo”. Roma. Il gruppo Palombini e l’associazione Seconda Chance insieme per il riscatto dei detenuti romagoodnews.it, 2 febbraio 2026 Intervista con Andrea Paolantoni, rappresentante della quarta generazione dello storico gruppo romano di ristorazione e catering che offre formazione e lavoro a detenuti che scontano la pena presso il carcere di Rebibbia. Dare una nuova possibilità di riscatto ed una nuova vita a chi in passato ha commesso degli errori ma vuole rientrare a pieno titolo nella società attraverso il lavoro. È l’obiettivo della partnership tra il Gruppo Palombini, storica realtà romana leader nel settore del catering, con particolare specializzazione negli eventi sportivi di rilievo internazionale, come la Ryder Cup e gli Internazionali di Tennis e l’associazione non profit Seconda chance, nata nel 2022 da un’idea della giornalista del TgLa7 Flavia Filippi e che si occupa di migliorare la condizione della popolazione carceraria. Ne abbiamo parlato con Andrea Paolantoni, classe 1992, che rappresenta la quarta generazione del Gruppo Palombini e attualmente ricopre il ruolo di Food & Beverage Manager, dopo essersi formato presso la prestigiosa scuola di cucina ALMA. Oltre all’impegno aziendale, Paolantoni è impegnato come Vicepresidente del Gruppo giovani di Confcommercio Roma e Consigliere nazionale FIPE Giovani, ruoli che riflettono la sua dedizione allo sviluppo del settore e al sostegno delle nuove generazioni di imprenditori. Come è nato il progetto Seconda Chance? È importante secondo me mantenere sempre lo sguardo rivolto al futuro rafforzare il legame tra l’azienda e il territorio, con l’obiettivo di restituire valore alla comunità attraverso il lavoro e la cultura dell’ospitalità. È per questo che abbiamo aderito al progetto Seconda Chance. Quando Flavia Filippi, lo ha illustrato a me e a mio padre Sergio, presidente di FIPE Roma, è stata trascinante con la sua energia e ci ha convinti a entrare a Rebibbia dove ritorneremo il 10 febbraio per cercare due banchisti. Il suo entusiasmo è stato davvero determinante Ci descrive l’impatto con il carcere? È stata un’esperienza molto particolare. Siamo condizionati dalla visione cinematografica e ricordo un’immagine che mi è rimasta impressa: i detenuti riuscivano a cucinarsi una pizza con un po’ di carta stagnola e un fornelletto a gas. Come si è sviluppato il progetto Seconda Chance? Siamo partiti con una persona e attualmente lavorano con noi due collaboratori a tempo indeterminato e con ottimo stipendio. La prima da tre anni mentre il secondo da un anno e mezzo. Nel complesso dall’inizio del progetto abbiamo coinvolto 5 risorse che poi hanno tutte trovato impieghi stabili e non sono ricaduti nell’errore. Cosa vi ha convinti in sede di colloquio di lavoro? Ci siamo assicurati che la persona avesse una famiglia e dei figli a carico, elemento molto importante dal punto di vista motivazionale e poi lo stato d’anima della persona. Cercavamo di capire come sarebbe stata la loro reazione ad un ambiente come il bar che magari non vedevano da dieci anni. Di cosa si occupano nello specifico? Uno è banconista mentre l’altro è un cameriere. Hanno quindi un rapporto diretto con il pubblico. Come è stato l’inserimento? In prima battuta piuttosto complicato perché provenivano da un ambiente “ostile” e dovevano in un certo senso riabituarsi al rapporto con il pubblico. Uno di questi non usciva dal carcere da dieci anni. A volte avevano anche paura a tendere la mano. In che modo vi siete organizzati con il lavoro? I partecipanti al progetto escono la mattina e tornano la sera in carcere quindi è come vivere due vite ma la cosa straordinaria è vedere il loro entusiasmo nell’andare a lavorare che poi trasmettono anche al resto del personale. Aldilà delle capacità tecniche hanno dato molto dal punto di vista umano e hanno arricchito enormemente il nostro staff. Come è stato il rapporto con le istituzioni nell’ambito del progetto? Il Gruppo Palombini è stato tra i primi ad aderire e abbiamo riscontrato inizialmente dei tempi molto lunghi da parte dell’amministrazione che non era attrezzata per questo tipo di richieste. La situazione è migliorata e comunque non abbiamo mai trovato un atteggiamento ostativo nei nostri confronti. Mi ha detto dell’energia di Flavia Filippi. Avete incontrato difficoltà nel lavorare con l’associazione? Assolutamente no. Flavia è una persona stupenda che mette anima e corpo nel progetto ed è sempre pronta a supportare in caso di problemi di ogni genere. A volte ha addirittura comprato delle camicie ai ragazzi per affrontare il colloquio di lavoro. Ha un attaccamento raro e un’attenzione fantastica. Seconda Chance è il vostro primo progetto in ambito sostenibilità sociale? È il nostro primo progetto strutturato al quale abbiamo affiancato la Palombini Academy, realizzata in collaborazione con Randstadt grazie alla quale formiamo ragazzi con problemi di inserimento nel mercato del lavoro che noi formiamo a nostre spese ed inseriamo in organico. È un progetto molto importante visto che fa incontrare domanda e offerta di lavoro. Da quanto tempo è attiva la Palombini Academy? Siamo alla terza edizione. Due per la sala e una per la cucina ed è un progetto che è nato a settembre 2025. Stiamo creando nuove edizioni che cercheremo di espandere sia su scala locale che su scala nazionale attraverso la FIPE. Oggi lavorano con noi dieci ragazzi che non avevano alcuna esperienza nel mondo della ristorazione. Allargando il discorso alla nostra città qual è la sua impressione? In questo momento vedo una città che va avanti e offre attenzione anche alle idee imprenditoriali dei giovani. Come rappresentante di Confcommercio Roma mi sento di dare un messaggio di fiducia nel lavoro fatto dalle istituzioni e dal sindaco che è condiviso da molti miei colleghi. Si è fatto tanto ma molto resta ancora da fare. Passato il Giubileo vede un calo di attenzione nei confronti di Roma? Dopo il Giubileo adesso ci sono le olimpiadi di Milano- Cortina e quindi inevitabilmente l’attenzione del Paese è spostata a nord ma Roma deve andare avanti. Bisogna investire sui giovani imprenditori del territorio. Sono i giovani che ormai formano il tessuto anche sociale di una città. 3 suggerimenti flash per il sindaco? Sicuramente potenziare il trasporto pubblico rendendolo fruibile per tutti nonostante le difficoltà strutturali della nostra città. Poi lavorare sul decoro pubblico perché le strade sono il biglietto della visita della nostra città e infine dare ancora maggiore attenzione ai giovani. Chi esce dall’università molto spesso è preoccupato in relazione alla ricerca di lavoro. Sarebbe utile creare processi di accompagnamento strutturati per studenti e aspiranti imprenditori per la creazione di nuove imprese. Cosa rappresenta oggi il Gruppo Palombini rispetto all’idea iniziale del suo fondatore? Palombini nasce dalla visione del Comm. Giovanni Palombini: creare un’attività polifunzionale di grande respiro in quello che sarebbe divenuto il quartiere degli affari della nuova Roma, cioè l’EUR. Attenta ad una clientela eterogenea e sempre più esigente, Palombini negli anni ha ampliato la propria offerta tenendo conto sia delle necessità dei singoli clienti, sia di quelle delle grandi società. La continua e giornaliera ricerca dei prodotti migliori, preferendo il territorio e le aziende di riferimento del Lazio, contribuiscono a migliorare sempre più l’offerta proposta, dalla colazione della mattina all’aperitivo serale. Oggi il Gruppo Palombini, che con orgoglio ha mantenuto il nome ed il logo storici voluti dal fondatore, rappresenta un gruppo di aziende leader nel settore della caffetteria, della ristorazione, dei ricevimenti e dei servizi di accoglienza. Napoli. A Nisida la prima italiana di un progetto di prevenzione e cura del disagio giovanile Il Denaro, 2 febbraio 2026 Venerdì 6 febbraio, nei saloni di Palazzo Ischitella a Napoli, sarà presentato il progetto di intervento basato sulla Dialectical Behavior Therapy (Dbt) per adolescenti: ideato dalla Fondazione I Figli degli Altri e dalla sua presidente, la psicologa e psicoterapeuta Rosetta Cappelluccio, e realizzato, per la prima volta in Italia, nell’Istituto Penale Minorile di Nisida, dove il team di psicologi, capitanato dalla Cappelluccio, ha già realizzato un primo ciclo di incontri, terminato lo scorso luglio, ed è attualmente impegnato con il secondo. Il progetto, che sarà duplicato anche i 4 paesi dell’Unione Europea (Francia, Bulgaria, Polonia e Repubblica Ceca) sarà illustrato nel corso del Convegno dal titolo “Nisida: oltre le mura. Prevenzione, educazione e cura del disagio giovanile” che si terrà venerdì 6 febbraio, a partire dalle ore 10, nei saloni di Palazzo Ischitella, in Via Riviera di Chiaia, 270 a Napoli. Nel carcere minorile di Nisida, la scorsa primavera, la Fondazione ha attuato un percorso strutturato in 24 incontri, rivolti a 15 detenuti di età compresa fra i 15 e i 24 anni, e finalizzato a lavorare sulla regolazione emotiva, la gestione della rabbia e dell’impulsività, la tolleranza alla frustrazione e lo sviluppo delle competenze relazionali. Su richiesta degli stessi detenuti, che ne hanno tratto significativi benefici, il progetto è ripartito lo scorso mese di settembre e si concluderà nella primavera 2026. Durante il convegno saranno analizzati il fenomeno del disagio giovanile e della devianza minorile, alla luce dei dati clinici e delle osservazioni raccolte, illustrando come un modello terapeutico-educativo integrato possa contribuire alla prevenzione della recidiva e favorire il reinserimento sociale dei minori autori di reato. L’Istituto Penale Minorile di Nisida ospita, attualmente, circa 75 detenuti: ragazzi giovanissimi che hanno alle spalle reati gravi, a volte molto gravi, ma che stanno imparando a riconoscere e gestire emozioni profonde e represse, come la rabbia e l’aggressività. “La scorsa primavera - spiega Rosetta Cappelluccio - quando siamo entrate, in punta di piedi, nelle aule di Nisida, i ragazzi erano molto diffidenti. Il carcere, ed in particolare quello minorile, è un luogo di iper-controllo e deprivazione, poco favorevole alla co-regolazione affettiva. Per noi terapeuti, è stato fondamentale, durante gli incontri con i detenuti, creare dei rituali iniziali e finali: dal saluto alla scelta di una parola semplice. Abbiamo messo in contatto le loro emozioni, nascoste, con le nostre, lasciandole confluire in un gesto, spesso sottovalutato, come l’abbraccio. Che ha dato tanto a loro quanto a noi”. Durante la giornata di lavori sarà avviato un confronto interdisciplinare tra magistratura, professionisti della salute mentale, educatori, Istituzioni ed enti del Terzo Settore, con l’obiettivo di estendere il modello sperimentato a Nisida anche a scuole e comunità, come strumento di prevenzione della violenza e di promozione della regolazione emotiva negli adolescenti a rischio. La fondazione della Cappelluccio opera già nelle scuole della Campania con il progetto P.A.R.L.A. (Prevenzione di Aggressività, Rischi, Legalità e Abusi) un programma di prevenzione contro bullismo, cyberbullismo e affiliazione alle baby gang. “Voglio sottolineare, con forza, - conclude la Cappelluccio, recentemente chiamata a Milano per presentare l’esperienza di Nisida - che il progetto sulla Dbt rappresenta, per questi detenuti, l’unico momento vero di psicoterapia: un servizio che manca strutturalmente nelle carceri italiane. A Nisida, l’incontro con il nostro team è diventato uno spazio di confronto sul dolore, sulla mancanza di amore, sulla rabbia che nasce dalla sofferenza e sull’importanza di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni. Il nostro obiettivo è estendere questo approccio anche alle scuole e alle comunità”. Al convegno parteciperanno, tra gli altri: l’assessore al Welfare della Regione Campania Andrea Morniroli, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il giudice per i minorenni Patrizia Imperato, l’assessore all’Istruzione e alla Famiglia del Comune di Napoli Maura Striano, il magistrato di Sorveglianza Margherita Di Giglio, il presidente dell’Unione Industriale di Napoli Costanzo Jannotti Pecci, la presidente della Fondazione “I figli degli Altri” Rosetta Cappelluccio, il pediatra ed ex deputato della Repubblica Italiana Paolo Siani, la psicologa Maria Martone, che ha lavorato a stretto contatto con i detenuti di Nisida, e la fondatrice e direttrice dell’Istituto A.T. Beck per la Terapia Cognitivo Comportamentale Antonella Montano. Modera il giornalista Rai Luigi Carbone. Durante il Convegno saranno presentati: il Manifesto di Nisida - Linee guida per l’integrazione tra giustizia minorile, interventi psicologici ed educativi - e la proposta di un Osservatorio permanente sul disagio giovanile, con sede a Nisida. Dagli IPM a Spotify, quando la musica può (e vuole) fare la differenza di Rachele De Cata cosmopolitan.com, 2 febbraio 2026 La storia di 2Shot, due gemelli ventenni detenuti che con l’aiuto dell’associazione CCO e del rapper Lucariello hanno pubblicato il loro primo singolo, “Petite”. Fare musica per riscattarsi e scrivere un futuro diverso. Per trovare sollievo dalle prove della vita, e dimostrare che un’alternativa è sempre possibile. C’è del buono nel progetto CCO - Crisi come opportunità, che da oltre dieci anni porta speranza negli istituti penitenziari minorili, organizzando laboratori musicali, progetti teatrali, festival. Un presidio culturale permanente che ora diventa una piccola label, una casa di produzione pronta a sostenere il talento di chi - toppo giovane per rendersene conto davvero - ha commesso un passo falso. Ma vuole cambiare, anche attraverso la musica. È il caso di 2Shot, nome d’arte di due gemelli ventenni detenuti nell’IPM di Airola (Benevento) che grazie a questo progetto hanno pubblicato il loro primo singolo “Petite”. Ne parliamo con Lucariello, nome d’arte del rapper Luca Caiazzo, voce della scena napoletana old school, anima e formatore di CCO, produttore del brano (insieme a Oyoshe e Shada San) e protagonista del featuring con i 2Shot. “Ai tempi di Gomorra, quando Roberto Saviano fu messo sotto scorta, io ed Ezio Bosso pubblicammo il brano “Cappotto di legno” che raccontava la sua storia e divenne una campagna MTV contro le mafie. Da lì mi cominciarono a contattare associazioni e scuole in tutta Italia perché si iniziava a capire che il rap poteva essere strumento per raccontare la legalità”. Avvenne così l’incontro con Giulia Minoli, che all’epoca aveva fondato l’associazione Crisi come Opportunità (oggi è presidente di Una Nessuna Centomila), e insieme ebbero l’intuizione della musica come percorso di redenzione: “Cominciammo a fare un po’ di laboratori nelle scuole, poi fui invitato nel carcere minorile di Airola e lì mi resi conto della situazione reale di questi ragazzi, di quanto il carcere fosse un nervo scoperto, un punto cardinale rispetto a quelle che possono essere queste tematiche. Con Giulia abbiamo cominciato a fare dei piccoli progetti, di pochi mesi. Poi però abbiamo capito che era importante esserci sempre, 365 giorni all’anno. Così è nato il presidio culturale permanente”. Venendo da questo tipo di realtà, non avevi voglia di allontanarti dalla tua terra? “Sì, io sono di Scampia e il primo istinto era sempre quello di scappare, soprattutto nei periodi in cui c’erano le guerre di camorra, quando Gomorra non era solo un film ed era pericoloso anche uscire e stare per strada. Però ho sempre creduto che, per quanto tu possa andare lontano, se ci sei nato quella vita ti resta addosso. E secondo me è molto più forte provare a fare qualcosa, a cercare una cura. Naturalmente è una provocazione, noi non salviamo nessuno, facciamo un po’ di intrattenimento con i ragazzi e proviamo a fare delle riflessioni, a usare la musica come uno strumento per evadere dalla loro condizione, tenendo presente che abbiamo a che fare con adolescenti nel massimo della loro energia e che però sono rinchiusi. È pesante da sopportare a 15,16, 17 anni, no?”. Cosa ti colpisce? “Questi ragazzi sono cresciuti senza i diritti costituzionali di base. E per quanto si possa dare loro una colpa, in alcuni casi è una colpa limitata. Ci sono scelte e scelte, ma molto spesso le loro sembrano obbligate. Quando hai una situazione familiare di un certo tipo, esempi che vanno nella direzione opposta alla legalità... È quella che noi consideriamo l’educazione. Nel loro caso, però, al contrario”. Veniamo a questo progetto specifico, “Petite” dei 2Shot... “Lavoriamo in sette IPM in tutta Italia (siamo ad Airola, a Nisida, sempre in Campania, poi a Roma, a Cagliari, ad Acireale) e ormai siamo una squadra di rapper che collaborano a distanza. Con “Petite” abbiamo deciso di mettere in piedi, proprio come se fossimo una piccola label, una vera opportunità discografica: quando troviamo dei ragazzi che sono a un livello più alto, forniamo loro la nostra esperienza e li formiamo da un punto di vista professionale. Naturalmente la prima cosa che spieghiamo loro è che è difficilissimo riuscire a vivere attraverso la musica. Però, cerchiamo di innescare il sogno, e lavoriamo affinché il brano diventi un veicolo di autostima. L’obiettivo è che questi ragazzi capiscano che anche se non sono andati a scuola, e non sanno parlare bene in italiano, possono comunque tirare fuori i loro sentimenti in maniera forte, attraverso il loro linguaggio e attraverso questa musica che ha nella sua forza proprio il fatto di venire dal basso”. Chi sono questi i due gemelli? “Sono due fratelli gemelli omozigoti, di origine cubana e nigeriana, ma cresciuti a Salerno: uno rappa in napoletano, l’altro in italiano. Non possiamo dire i loro nomi, perché sono ancora detenuti. Ma la loro storia è che hanno cominciato a seguire il laboratorio, si sono messi in gioco, si sono sfidati a scrivere, portavano ogni giorno una canzone, un testo, una strofa, un ritornello. In poco tempo hanno scritto più di cento brani. L’hanno presa subito in maniera professionale, con la disciplina del lavoro. E quindi sono stati anche loro in qualche modo uno stimolo ad andare avanti, a cercare nel progetto di costruire qualcosa che potesse essere più concreto, e che vuole mandare un segnale al mercato, perché oggi è fossilizzato sui numeri, ma noi volevamo pensare alle persone, oltre che agli streaming”. Di cosa parla la canzone? “Nel brano raccontano della loro infanzia violenta: il pezzo si chiama Petite perché uno dei due ricorda di quando piangeva solo chiuso nella cameretta. C’è la voglia di evadere, l’immaginario di andarsene a New York con un amore. A un certo punto citano la mamma, che rappresenta una sorta di aspirazione al bene. Avevano scritto altri pezzi più di strada, gangsta rap, però la scelta è stata di puntare su una storia di riscatto perché non serve atteggiarsi, ma aprirsi a un discorso interiore”. Dicendo IPM il pensiero va a Mare Fuori e a tutto l’immaginario che ne consegue: in qualche modo è un mondo che attrae. Che ne pensi? “Penso sia un po’ il fascino del male, in generale. Questi ragazzi non negano da dove si viene, anzi. Per loro è come avere una skill in più: avendo vissuto delle difficoltà, sono diventati più forte rispetto a certe cose. Non vedo in loro un atteggiarsi, o un sentirsi più cool. Quella è una dinamica nostra, legata a Mare Fuori, e all’intrattenimento, anche perché non dimentichiamo che quel tipo di produzione cinematografica è molto lontana dalla realtà. Gli IPM sono dei luoghi di dolore, non si incontrano le ragazzine nei corridoi (uno solo in Italia ospita delle minorenni, in una palazzina distaccata), non nascono storie romantiche. Nelle carceri minorili sono tutti maschi in un ambiente cupo, brutto, tanti prendono psicofarmaci. Sono luoghi più simili a un ospedale psichiatrico che a un carcere. Non sono bei posti, per niente cool. Poi certo, grazie a Mare Fuori ora tutti sanno cos’è un IPM, ma quella non è la realtà”. I 2Shot adesso cosa si aspettano che succeda? “Gli abbiamo spiegato che le cose vere si costruiscono un passo alla volta. Poi ci sono i colpi di fortuna, una serie di eventi non programmabili, ma quello che conta per lavorare nel mondo della musica è essere motivati a inseguire il sogno, con passione. Farai il pizzaiolo per vivere? Il muratore? Va bene, perché avrai il tuo tempo per metterti al computer, davanti al microfono e continuare a coltivare il sogno. In quest’ottica il lavoro duro non toglie le speranze, né l’ambizione. Semplicemente è uno strumento che serve per costruire il sogno”. Un piccolo passo, che ci accompagna verso la libertà. La vita nella crisi permanente: la gioventù è un’età stanca di Giulia Caminito Il Domani, 2 febbraio 2026 Il nuovo romanzo di Mattia Insolia, L’età giovane (Mondadori) prosegue la sua capillare indagine generazionale. Il suo racconto incentrato su un gruppo di amici è pervaso da una tristezza opaca. Nel linguaggio medico la parola “crisi” è riferita a uno stato di alterazione della malattia, uno squilibrio le cui conseguenze non sono per forza negative, ma di certo dirompenti. Nei vari significati della parola ricorrono vocaboli come “perturbazione” e “sconfitta” e nel linguaggio economico quando parliamo di crisi ci riferiamo a un “passaggio rapido dalla prosperità alla depressione”. Ma cosa accade quando la crisi diventa uno stato permanente, da cui non sembra che si riesca a uscire né a livello collettivo né a livello personale? Questa è una delle domande che si pone lo scrittore Mattia Insolia, classe 1995, nel suo nuovo romanzo La vita giovane (Mondadori, 2026). Insolia si è sempre fatto notare in questi anni, sia nei romanzi che nelle interviste e negli articoli anche di questo giornale, per la sua indagine generazionale capillare e multitematica. Tra le tante cose che ha interrogato ci sono l’uso della violenza più estrema come valvola di sfogo personale e di gruppo, la povertà educativa, la repressione sessuale, la fluidità di genere, la rabbia del precariato e la fatica dei rapporti interpersonali delle nuove generazioni. In questo suo ultimo lavoro, Insolia continua la sua ricerca raccontando con la voce di Teo la vita di un gruppo di amici, tutti provenienti da un piccolo paesino del Sud Italia, nel cui passato da adolescenti si nascondono traumi e violenze. L’amicizia e la fine di un’era - Ma a differenza dei suoi precedenti romanzi, dove era più centrale il rapporto scombinato e deprimente tra genitori e figli, qui l’autore racconta l’amicizia e con essa la fine di quella che per il protagonista è un’epoca, una parte consistente di esistenza, e si sofferma sul raffronto tra le aspettative della vita giovane e il loro infrangersi. Teo si trova infatti a rivangare il suo passato più prossimo, a disseppellire le immagini dolorose del sé bambino e adolescente e, soprattutto, a confrontarsi con la fine della giovinezza mentre è ancora giovane. Nel passato della comitiva c’è una notte precisa, una notte di maggio, in cui le cose sono cambiate per tutti, e nei successivi anni quella serata ha rappresentato per Teo un chiaro spartiacque tra il giovane che avrebbe voluto essere e quello che poi, suo malgrado, è diventato. Dopo quella notte la sua prima decisione è stata quella di abbandonare il paesino e andare a Milano, scappare dal gruppo di amici, mettere della distanza con la famiglia, cercare più libertà d’espressione e più possibilità di lavoro, ma per quanto lui abbia tentato i fatti accaduti continuano a proiettare nel presente un’ombra malinconica e ottundente. Se infatti negli altri romanzi, Insolia raccontava soprattutto un sentimento di rabbia e voglia di rivalsa pervasivi, in La vita giovane è la tristezza a narrare cosa provano i giovani della storia, una tristezza opaca, grigia, che si stende su tutte le cose: sui genitori, sugli amori, sugli amici e sul futuro ancora possibile. La sensazione di non aver concluso nulla di buono, di sentirsi già adulti quando questa adultità invece nei fatti tarda a venire, pieni di rimpianti per cose accadute da poco, in osservazione perenne dei propri disastri annunciati. L’essere adulti incombe e allo stesso tempo non arriva mai, così da creare un limbo, una zona paludosa dove Teo comincia a scivolare, una zona silenziosa fatta di omissioni e di segreti che faticano a venir detti e di cui non ci si può liberare. Senza giudizio - A 33 anni la cantante Charli XCX ha fatto successo con il suo album Brat dando slancio a quella che viene definita la “brat culture”, una cultura di divertimento, indipendenza, sfacciataggine, ribellione che vengono rappresentati molto dalla vita notturna, dall’esplicitezza sessuale e dal credere in sé stesse. Ma di questo stile esiste anche un risvolto più acre, più acido e insostenibile, che nel 1984 ci ha raccontato anche lo scrittore Jay McInerney nel romanzo culto Le mille luci di New York, dove un precario del giornalismo si barcamenava tra cocaina, droghe e allucinogeni per sopprimere insofferenze e tristezze. Lo stesso accade al gruppo di Teo, ognuno di loro, tra insoddisfazioni e violenze subite, si difende nell’adolescenza partecipando alle feste e girando in macchina a fari spenti, fino al collasso. La serie tv Euphoria, che è stata vista da milioni di spettatori in tutto il mondo, mette a tema proprio questo: la vita in tempo di crisi perenne dove la ricerca a tutti i costi dell’euforia diventa una dissipazione e una perdita d’identità, una fatica a capirsi e a far parte del mondo, tra colori saturi e brillantini, stato febbrile e angoscia sociale. Insolia riprende questo spirito generazionale e lo espande dilatando nel tempo le considerazioni e le conseguenze, raccontando la perdita di senso di quando si hanno molti privilegi ma nessuna idea di come utilizzarli, raccontando di adulti assenti che lasciano spazio alle molestie e alle cattiverie. Teo chiede fin dall’inizio ai lettori e alle lettrici di non giudicare questi ragazzi e le persone che sono diventati, ma quello che diventa sempre più chiaro leggendo il romanzo è che i primi a giudicarsi sono proprio loro, che non sanno perdonarsi errori e nascondimenti. A differenza, per esempio, di Miley Cyrus, che nel penultimo album cantava del suo periodo “brat”, considerato dal mondo intero come un’indecenza e una vergogna: I know I used to be crazy / I know I used to be fun / You say I used to be wild /I say I used to be young. Allarme dal Terzo settore Case di Comunità? Sono a rischio flop di Giulio Sensi Corriere della Sera, 2 febbraio 2026 Entro giugno vanno usati i fondi del Pnrr. In 660 strutture attivo almeno un servizio, ma l’obiettivo del piano è ancora lontano. C’è scarsa attenzione ai bisogni sociali. E il Terzo settore troppo poco coinvolto. Gli ingredienti per una rivoluzione silenziosa della sanità italiana sono stati messi sul piatto da diversi anni, prima da un decreto-legge del 2020 poi dal Pnrr che ha reso disponibili due miliardi di euro per realizzare buona parte delle 1.723 nuove strutture chiamate Case della Comunità e programmate dalle Regioni. Sono spazi dove chi ha bisogni assistenziali può andare e trovare una soluzione ai suoi problemi. I due miliardi devono servire a sistemare e adeguare le strutture pubbliche, ma le cucine dove queste ricette possono essere preparate funzionano lentamente: a giugno 2026 scadono i termini per utilizzare i fondi del Pnrr e gli ultimi dati di settembre scorso di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, parlano di solo 660 strutture dove è possibile trovare almeno un servizio attivo, 172 Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori attivi e 46 dove sono presenti anche medici e infermieri. Salvo poche eccezioni quello delle Case della Comunità rimane ancora un bel libro dei sogni. Maurizio Bonati è stato fino a poco tempo fa direttore del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri, e responsabile del Laboratorio per la salute materno-infantile ed ha partecipato a questo processo riformatore. “Il comma 4 della legge del 2020 - spiega Bonati - è stato molto importante non solo perché definiva e rimandava al concetto della comunità, ma prevedeva la creazione delle strutture di prossimità per le persone con fragilità e per chi non ha accesso alle cure. Si tratta non solo di intervenire in modo sanitario, ma di lavorare sulla prevenzione. Un grande salto di qualità con l’idea di facilitare strutture che siano centri di verifica rispetto proprio alla prevenzione. Ma siamo in ritardo”. “I ritardi - spiega ancora Bonati - sono dovuti a percorsi normativi e alla politica, il Pnrr ha offerto delle risorse, ma solo per sistemare gli edifici e fornire le strumentazioni. Questo può essere positivo sulla parte sanitaria, meno su quella sociale. Poi devono essere utilizzati perché a breve scadranno”. Gli esperti e la società civile, riuniti nell’Alleanza per le Case della Comunità, lamentano che l’attenzione è data solo alle questioni sanitarie ed è scarsa quella alle problematiche sociali, diverse da territorio a territorio che incidono in maniera negativa sul benessere delle persone. “Si guarda solo alla creazione di poliambulatori, peraltro già esistenti - aggiunge Bonati -, che possono essere ottimizzati in temini di funzionalità, ma senza individuare i veri problemi della comunità. Manca poi ancora il personale dedicato: medici, anche quelli di famiglia, e infermieri “di comunità” che dovrebbero garantire servizi domiciliari per i più fragili, controlli dopo le dimissioni, gestione e distribuzione dei farmaci per le continuità terapeutiche, interventi preventivi di accompagnamento, per esempio, durante la gravidanza. Se il sistema fosse efficiente diminuirebbero anche gli accessi ai Pronto soccorso”. Un’opportunità per sanare le grandi diseguaglianze nell’accesso alle cure fra nord e sud del Paese. Disuguaglianze che possono ulteriormente accentuarsi con l’ingresso del settore privato anche nelle Case della Comunità. Gli enti del Terzo settore e del volontariato, che vorrebbero essere più coinvolti nelle come previsto anche dalla normativa, esprimono il timore che vengano messi nuovi cartelli agli ambulatori senza di fatto cambiare nulla se non l’aspetto dei locali. Forze in campo - Il tema dello scarso coinvolgimento del Terzo settore è stato espresso in un evento pubblico anche dal giudice della Corte Costituzionale Luca Antonini che ha sottolineato come “ci sia stato un investimento di diversi miliardi di euro da parte del Pnrr eppure il Terzo settore non è stato coinvolto e dal punto di vista dell’assistenza territoriale è fondamentale”. “Dobbiamo capire se stiano nascendo come strumento non solo di fornitura di prestazioni sanitarie - sostiene Franco Riboldi, coordinatore dell’Alleanza della società civile -, ma come infrastrutture sociali. Che, partendo dal tema della salute di quelle comunità coinvolgono tutte le risorse presenti sul territorio, del Terzo settore, del volontariato e delle reti formali e informali che dovrebbero costituire questo cambio di visione. Se alle parole non seguono fatti che dimostrano, allora vale la pena chiamarli poliambulatori o case della salute. Non Case della Comunità”. “Ma non disperiamo - aggiunge. Ci sono, sparsi per l’Italia, dei tentativi di andare verso questa visione”. Dove anche il volontariato è fondamentale. “Ma - afferma Arnaldo Conforti, direttore del Centro di servizi per il volontariato Emilia che partecipa all’Alleanza - deve essere convinto e consapevole affinché gli altri soggetti riconoscano le sue abilità e il fatto che sia un motore di produzione della salute”. Alberto Trentini: “Voglio ricordare tutto dei miei 423 giorni di carcere in Venezuela” di Giuliano Foschini La Repubblica, 2 febbraio 2026 Parla il cooperante liberato a Caracas a gennaio: “In cella sparisce la percezione del tempo. Anche la mia famiglia ha perso più di un anno di vita. “Al Rodeo 1 la prima cosa che perdi è la percezione del tempo. In quelle celle minuscole, tra scarafaggi e zanzare, con l’acqua contingentata, i carcerieri incappucciati, non sai mai se e quando finirà”. Alberto Trentini è qui. È finita ed è questa la notizia più bella. È tornato libero dopo 423 giorni di detenzione nel più tremendo carcere del Venezuela sotto il regime Maduro, “El Rodeo”, una “Alcatraz in salsa tropicale” la definisce lui. Quello che ha vissuto, il racconto delle sue prigioni, non è soltanto memoria personale: è un monito. Perché ciò che è accaduto possa - e debba - non accadere più. Perché quei luoghi, quelle pratiche, quella sospensione sistematica dei diritti non scivolino nell’abitudine, nell’oblio, nella normalità. Per questo Alberto - è sorridente, ha ancora i capelli corti, glieli hanno tagliati prima di liberarlo - ha deciso che non bisogna dimenticare nulla. Ma è importante ricordare tutto. “Le celle nelle quali sono stato detenuto erano buie e maleodoranti: in uno spazio di quattro metri per due è compresa anche una latrina, sopra la quale, tramite un rubinetto collocato a circa due metri dal suolo, ci si lava e si fa la doccia. L’acqua viene erogata soltanto due volte al giorno, mentre scarafaggi e zanzare compaiono regolarmente dopo l’imbrunire. Ogni forma di comunicazione con l’esterno è praticamente azzerata. È prevista solo una breve visita settimanale di venti minuti, concessa esclusivamente ai parenti di alcuni detenuti venezuelani, attraverso un vetro e sotto lo sguardo di guardie incappucciate che prendono nota delle conversazioni. Per il resto, non esiste alcun contatto con il mondo fuori. Le notizie che circolano sono pochissime, filtrate dal passaparola e spesso distorte. Anche i movimenti più banali diventano strumenti di umiliazione. Per chiedere qualcosa bisogna affacciarsi da una finestrella posta a un’altezza che obbliga ad abbassare il capo, mettendoti subito in una posizione di inferiorità rispetto alla guardia con il volto coperto dal passamontagna. L’acustica è pessima, parlare con i detenuti delle altre celle è quasi impossibile”. Le guardie? Si fanno chiamare Hitler, Squalo, hanno raccontato i prigionieri che sono stati liberati prima di lei… “Sono in parte giovani, nati e cresciuti nella dittatura. Altri sono invece carcerieri più esperti. Hanno tutti atteggiamenti elusivi, difficili da decifrare, e qualsiasi richiesta deve essere ripetuta più volte. Si ha diritto a un’ora d’aria al giorno per cinque giorni alla settimana, tutto il resto del tempo viene trascorso in cella. I libri sono pochissimi e non esistono reali possibilità di svago, se non l’ascolto, tre volte alla settimana, delle trasmissioni radiofoniche di propaganda del regime, dalle quali si cerca di capire se qualcosa si stia muovendo sul piano internazionale. I detenuti vengono spogliati di tutto e non hanno diritto a possedere nulla: nel mio caso nemmeno gli occhiali da vista. Ogni spostamento avviene con le manette ai polsi e un cappuccio di tela nera sulla testa, che impedisce di vedere dove si viene condotti. Esistono infine celle disciplinari, dove chi viene punito per insubordinazione è costretto a restare per giorni nudo e ammanettato, dormendo sul pavimento, a prescindere dalla temperatura esterna. Per questo dico che il Rodeo 1 è paragonabile a un 41 bis al quadrato, una sorta di Alcatraz in salsa tropicale: un luogo che colpisce direttamente la dignità umana e mira a piegare le persone prima ancora che i corpi”. Ha mai subito torture? Si dice che i prigionieri venissero interrogati con una macchina della verità… “Torture fisiche, no. Quelle erano riservate dal controspionaggio militare a chi era sospettato di aver effettivamente commesso un reato. Su quelle psicologiche, mi sembra che sia chiaro quello che ho dovuto subire. Sono stato anche interrogato con l’uso della macchina della verità. La stanza era molto calda, sudavo, e il funzionario faceva di tutto per farmi sbagliare le risposte…” Facciamo un passo indietro: come è avvenuto l’arresto? Ha capito subito che cosa stava succedendo? “Il 15 novembre 2024, dopo un breve viaggio in aereo, ero in taxi verso Guasdualito, al confine con la Colombia. A un posto di blocco fisso, sono molto frequenti in Venezuela, sono stato fermato dalla polizia nazionale, evidentemente incuriosita dal mio passaporto italiano. Dopo circa un’ora sono arrivati due funzionari del controspionaggio militare. Mi hanno sequestrato il cellulare e sottoposto a un lungo interrogatorio. Sarà durato cinque ore all’incirca. Avevano un interesse ossessivo per la mia carriera, per il mio lavoro, le lingue straniere, i paesi che avevo visitato, il lavoro umanitario che avevo svolto. È stato chiaro in fretta che la cosa non si sarebbe risolta in giornata”. Qual è stata la prima paura in quel momento? Ha temuto di morire? “Quando la camionetta sulla quale mi hanno fatto salire ha imboccato una stradina di campagna ho temuto il peggio. Poi la paura si è spostata verso possibili maltrattamenti e torture, infine sulla preoccupazione per i miei genitori, che da ore non avevano più mie notizie” . Quando ha capito che non sarebbe stata una prigionia breve? “Dopo circa tre mesi. Fino ad allora mi illudevo sempre che sarebbe finita la settimana successiva e tiravo avanti così”. Per passare il tempo voi detenuti giocavate a scacchi costruiti con carta igienica, acqua e sapone. Che rapporto si crea con il tempo, quando non si sa quando finirà? “Pessimo. Una delle strategie era rinviare anche la tristezza: domani magari mi lascio andare, ma oggi no. Così, giorno dopo giorno, cercando di rimanere in piedi”. Ha mai temuto di essere stato dimenticato? “Mai. Mia madre e i miei amici sono stati straordinari. Solo dopo ho compreso la portata della mobilitazione che, anche grazie al lavoro dell’avvocato Ballerini, si è creata intorno al mio caso. La solidarietà arrivata dalle istituzioni, dalla società civile, dalla stampa e dalla televisione mi accompagna ancora oggi”. Quando ha capito che era finita? “Quando sono entrato fisicamente nella residenza dell’ambasciata italiana”. In quel momento ha provato più gioia o incredulità? “Definitivamente gioia”. Che significato ha oggi per lei la parola “libertà”? “Dopo questo viaggio nel cuore di un regime autoritario, libertà per me significa Stato di diritto, separazione dei poteri, diritti ma anche doveri. Ma la prima immagine che mi viene in mente è un tramonto sulla laguna di Venezia”. Che cosa sente di aver perso e che cosa di aver salvato? “Ho perso più di un anno di vita, e non l’ho perso solo io ma anche, di riflesso, la mia famiglia e la mia compagna. Ho salvato tutto il resto: rapporti riallacciati, legami nuovi, amicizie che dureranno a lungo. Ah, ho perso anche un’altra cosa”. Prego... “Il 13 luglio. Il concerto degli Iron Maiden”.