I detenuti di Alta Sicurezza trasferiti da Padova: storie di rieducazione e di cambiamento. Che sono state improvvisamente cancellate. (4-continua) di Coordinamento Carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 28 febbraio 2026 Da alcuni giorni abbiamo deciso di pubblicare le schede che riguardano le persone detenute di Alta Sicurezza improvvisamente trasferite da Padova dopo anni di attività rieducative. Abbiamo notizie di numerosi trasferimenti di persone detenute AS3 da Parma e ci interroghiamo su questo ‘piano di riorganizzazione’ delle sezioni di Alta Sicurezza, su motivazioni e finalità. E sulle conseguenze per la vita delle persone. Pietro Marinaro a Padova non ha retto all’idea di essere trasferito e ha scelto di concludere prima della partenza la sua vita. Oggi racconteremo di Giuseppe M., di Antonio C.M., di Francesco O., di Catello R. Le nostre schede parlano attraverso la voce di Operatori Carcerari Volontari OCV, di Momart/Laboratorio di pittura e scultura, di Ristretti, della biblioteca, di MatricolaZero/Laboratorio di Teatro, del laboratorio di lettura e scrittura…Ma ci piace pensare che in modo silenzioso si aggiungano le voci degli educatori e delle educatrici (non li chiamiamo qui FGP), degli agenti di Polizia Penitenziaria, dei dirigenti che in questi anni si sono avvicendati, dei magistrati di sorveglianza … che li hanno conosciuti e seguiti. Giuseppe M. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di falegnameria - Giuseppe è amante dell’arte in generale e della pittura in particolare, ha realizzato più di trecento opere. Negli ultimi mesi, in collaborazione con il gruppo che si occupava di restauro del mobile, ha decorato con particolare abilità alcune sedie successivamente esposte al mercato dell’antiquariato di Padova e molto apprezzate sia dal comune pubblico che da esperti del settore. È iscritto alla facoltà di Conservazione dei beni culturali presso l’Università di Padova. Anche le sue opere sono state esposte in una mostra patrocinata dal Comune di Padova presso una galleria del centro città. Ha partecipato ai mercati mensili organizzati dall’associazione OCV esponendo le sue opere. L’arte per Giuseppe è un’ancora di salvezza. Momart Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Giuseppe ha frequentato il laboratorio di pittura. Di origini siciliane, dipinge da dodici anni. Nelle sue opere ama citare le correnti artistiche che ama, dall’iperrealismo all’impressionismo, al surrealismo e nella stessa opera si trovano contaminazioni di stili diversi: “l’emozione è la mia bacchetta da rabdomante, è lei che guida le mie scelte artistiche”. Matricola Zero/Laboratorio di teatro - Giuseppe ha frequentato il corso dal 2022 ed è rimasto fino alla fine. Anche lui è stato una presenza luminosa nel gruppo, portando sempre il buon umore e il sorriso. Nonostante la sua timidezza/delicatezza caratteriale, ha accettato di mettersi in gioco con tutto sé stesso, portando un suo modo di abitare l’attività di gruppo molto dolce e delicato, lontano da pregiudizi mascolini o tossici, nonostante il contesto sia comunque quello di un laboratorio fatto all’interno di un carcere maschile. Da sempre ha condiviso con noi la sua vita, episodi autobiografici, ricordi ecc. con una naturale gentilezza, attraverso la scrittura poetica e di racconti, tramite la pittura e ovviamente anche attraverso il teatro, strumenti che sono stati importanti per lui per una sana espressione di sé. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Giuseppe partecipa dal 2025 al Laboratorio esperienziale di ascolto, lettura, scrittura, insieme a sette compagni della stessa sezione, con regolarità settimanale. Il suo contributo si distingue per una partecipazione attenta e silenziosa, affidata a poche domande di carattere filosofico sul senso delle cose, della vita, della detenzione e ad integrazioni i commenti agli argomenti letterari, rivelando un interesse e una preparazione scolastica superiore. I suoi racconti e pensieri li rivela con la pittura a olio su tela, molto curata, di carattere iperrealistico (fa pensare a Magritte, che conosce e ama). E qui rivela un altro lato della sua formazione e cultura, tutto artistico ed efficace nel parlare dei suoi desideri e sogni: l’amore, la poesia, la donna, gli affetti, l’infanzia, gli animali (tigre) simboli di forza e di tensione controllata. Biblioteca d’istituto ‘Tommaso Campanella’, coop AltraCittà/Granello di Senape Padova ODV - Giuseppe è uno dei due pittori della sezione, quando l’abbiamo conosciuto, circa tre anni fa, appariva una persona schiva e riservata, che si animava quando si parlava di arte. Scendeva in biblioteca alla ricerca di testi di arte o immagini di fiori e animali. Due anni fa partecipò alla mostra alla Galleria Civica in Piazza Cavour; da quel momento è cambiato, acquisendo più sicurezza, man mano che poteva usufruire dei permessi che dedicava alla visita ai monumenti e alle mostre. L’ultima volta che l’abbiamo visto abbiamo parlato della mostra dedicata a Segantini, è una delle poche persone con cui si può parlare d’arte spaziando da quella classica a quella contemporanea, certo da dilettanti, ma con interesse e sensibilità che suppliscono la mancanza di studi specifici. Si esprime preoccupazione per lui, se gli verranno tolti questi spazi di espressione e occasioni di scambio. Giuseppe è iscritto all’università (Produzioni Biologiche e vegetali). Antonio C. M. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di falegnameria - Antonio ha partecipato attivamente e con frequenza regolare al laboratorio. Ha frequentato il corso di Restauro del Mobile contribuendo successivamente a realizzare il restauro di alcuni mobili con cura e attenzione. Di carattere tranquillo e socievole, sempre disponibile nei confronti di tutti. Nonostante non abbia mai usufruito di permessi premio, si rendeva disponibile a realizzare oggetti per i mercatini mensili. Rispettoso dell’impegno dei volontari scendeva al laboratorio anche solo per accoglierli e dedicare loro anche pochi minuti. Francesco O. Matricola Zero/Laboratorio teatrale - Francesco ha frequentato il corso durante il 2025. Si è mostrato entusiasta fin dall’inizio, ha sempre seguito le lezioni con interesse e si è dimostrato molto libero nel gioco teatrale, spiccando negli esercizi di improvvisazione, dove si lanciava in proposte molto divertenti e giocose. Si è inserito bene nel gruppo e contribuiva a creare un clima sereno. Durante quest’anno per motivi personali (legati a permessi e alle visite che faceva alla famiglia) ha fatto diverse assenze, anche a ridosso dello spettacolo, ma è stato molto maturo nel comunicarci le sue difficoltà legate al mettere a memoria alcuni dei testi assegnati e nell’accettare di essere sostituito in alcune parti, in favore della buona riuscita dello spettacolo. Momart/Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Francesco ha frequentato il laboratorio di pittura. Di origini calabresi, dipinge da sei anni. Ama dipingere la bellezza della natura e dei suoi colori, soprattutto quelli della sua terra. “Dipingere mi aiuta ad esternare le mie emozioni e le mie sensazioni, tutto quello che prima con le parole non riuscivo a buttare fuori. Tenere il pennello in mano e mettere colore sulla tela mi proietta nel mondo meraviglioso”. Francesco è iscritto all’università (Storia) Catello R. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Catello è il più giovane del gruppo, 35 anni. Partecipa dal maggio 2025 al nuovo “Laboratorio esperienziale di lettura, scrittura ascolto” per il circuito A.S. Subito entrato in contatto diretto con il docente di cui cerca approvazione e complicità culturale. La seconda lezione è arrivato con la bozza del suo etnografico resoconto di vita e di crimini, Fascinazione criminale, diventato tesi di laurea 110 e lode (ottobre 2023). Cultura liceale coltivata con l’università e letture personali in varie direzioni, letteraria, filosofica anche antica, e religiosa, con forti interessi verso l’Oriente e l’Islam. Molte ‘confessioni’ le fa direttamente al docente, quasi in sede separata, arrivando qualche minuto dopo o fermandosi dopo la lezione o consegnandogli scritti poetici o riflessioni sul corso. Interviene con osservazioni storiche, filosofiche, filologiche, a sostegno degli argomenti. Un professore universitario amerebbe averlo come assistente. Ha un grande potenziale di riflessione e di ricerca. Ama lo studio di per sé, su qualunque argomento. Generoso e positivo. Biblioteca d’istituto ‘Tommaso Campanella’, coop AltraCittà/Granello di Senape Padova ODV - Lettore onnivoro, dotato di memoria fuori dal comune: su qualsiasi argomento di cui si veniva a parlare sfoggiava bibliografia, collegamenti e confronti. I suoi temi preferiti: mitologia comparata (tra i pochissimi che conosciamo ad aver letto Giorgio de Santillana), storia delle religioni, ma anche cinema (appassionato di Tarkovsji) e teatro. Per motivi di studio (dottorato in sociologia) si è interessato alle materie umanistiche in generale, dalla filosofia alla psicologia. È una persona educata, rispettosa e affabile. Per quanto riguarda il lato umano, la sua sensibilità, si segnala solo questo gesto: prima di essere “trasferito” nel trambusto e nell’emergenza, si è preoccupato di far riconsegnare in biblioteca i due libri che gli avevamo prestato: non crediamo abbia fatto in tempo a leggerli. Catello è iscritto all’università (Pluralismo culturale, mutamento sociale e migrazioni, LM) “Io non ti credo più!”. Il grido di Antigone per i giovani detenuti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 28 febbraio 2026 “Io non ti credo più”. Non è soltanto il titolo dell’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, è un urlo silenzioso che rimbomba tra le sbarre degli Istituti Penali per Minorenni (Ipm). È il sentimento di chi ha smesso di sperare in un sistema che un tempo provava a recuperarti e che oggi, invece, sembra volerti solo punire. I ragazzi e le ragazze che finiscono dentro non si fidano più degli adulti: vedono uno Stato che non ascolta, non accoglie e non sostiene, ma amministra la giustizia con un desiderio di vendetta che sa di resa. La giustizia minorile italiana, un tempo fiore all’occhiello e modello di civiltà, sta andando al macero sotto i colpi di una retorica punitiva che trasforma il disagio in reato. Non c’è nessuna “esplosione” della criminalità tra i più giovani, ma c’è un’espansione feroce della reazione penale. Lo dicono i numeri: nel 2024 le denunce sono cresciute del 16,7%, ma le prese in carico da parte dei servizi sociali sono aumentate appena del 2,4%. Significa che si denuncia di più, spesso per comportamenti che un tempo avrebbero richiesto un intervento educativo e non le manette. Attorno agli adolescenti è stato costruito un vero e proprio “panico morale”, portando la gente a percepirli come una minaccia diffusa. Eppure, a guardare i dati europei, l’Italia è ancora uno dei Paesi più sicuri: il tasso di minorenni denunciati ogni centomila abitanti è di 363,4, quasi la metà della media europea che sfiora i 648. Persino gli omicidi, che scatenano i titoli più allarmistici, sono stabili: 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024. Molto rumore per nulla, verrebbe da dire, se non fosse che questo allarme generato artificiosamente sta distruggendo vite. La svolta iper punitiva ha un nome preciso: Decreto Caivano. Da quando è entrato in vigore nel settembre 2023, il sistema è andato in tilt. Per la prima volta nella nostra storia, le carceri minorili sono sovraffollate. Tra il 2023 e il 2024, la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti è schizzata da 425 a oltre 556, un aumento del 30,9%. Rispetto al periodo precedente alle nuove norme, le presenze sono cresciute complessivamente del 50%. È un dato impressionante se pensiamo che negli anni Novanta le denunce erano molte di più (oltre 46 mila nel 1995 contro le circa 38 mila di oggi), ma le carceri non scoppiavano così. Questo sovraffollamento ha spinto a oltrepassare soglie simboliche che non avremmo mai dovuto superare. A Bologna, per mesi, una sezione del circuito minorile è stata spostata dentro il carcere per adulti della Dozza. È il segno plastico di un sistema che rinuncia alla sua missione educativa per farsi mera galera. Non solo: il Decreto Caivano ha reso più facili i trasferimenti nelle carceri per adulti per i ragazzi che hanno compiuto 18 anni pur avendo commesso il reato da minorenni. È una pratica punitiva che colpisce i ragazzi più difficili, proprio quelli che avrebbero bisogno di più supporto psicologico e che invece vengono dimenticati nel “girone infernale” dei grandi. Se questi trasferimenti non fossero aumentati così tanto, a fine 2024 avremmo avuto 671 ragazzi ammassati negli IPM, un numero insostenibile. Dentro queste carceri, il dolore si cura spesso con la chimica. L’uso di psicofarmaci tra i più giovani è raddoppiato tra il 2016 e il 2024. Nelle celle si soffoca, e la violenza esplode. Come al Beccaria di Milano, dove le testimonianze parlano di pestaggi e torture compiuti sugli adolescenti. O come a Treviso, dove la tragedia di Danilo Riahi ci sbatte in faccia la realtà più cruda: un ragazzo di 16 anni, immobilizzato con il taser dalla polizia dopo un furto e portato in cella senza una visita medica, si è tolto la vita poche ore dopo. Era in evidente stato di agitazione, ma il sistema ha risposto con la forza e l’indifferenza, non con la cura. Un dato che gela il sangue riguarda i più piccoli: ci sono 44 ragazzi tra i 14 e i 15 anni chiusi in cella. Sono giovanissimi adolescenti che vivono un’esperienza drammatica in un’età in cui dovrebbero stare a scuola o su un campo da calcio. E mentre loro soffrono, lo Stato taglia le gambe a chi dovrebbe aiutarli. Il bilancio del Dipartimento per la Giustizia Minorile ha subito un calo dello stanziamento complessivo per il 2026, riducendo i fondi per il benessere del personale e per i percorsi di reinserimento. Le uniche voci di spesa che aumentano sono quelle per la polizia penitenziaria e per costruire nuove mura, nuovi spazi di reclusione. Si investe sul cemento e sulle divise, non sulle persone. Poi c’è il grande inganno sui minori stranieri, usati come capro espiatorio di ogni male. La politica parla di “invasione” e di baby gang di altre nazionalità, ma la realtà racconta un’altra storia: gli stranieri finiscono in IPM per reati meno gravi rispetto agli italiani. Se guardiamo ai reati peggiori, come gli omicidi commessi nel 2025, l’86% dei responsabili sono italiani. Anche per le violenze sessuali e lo stalking, il 63% degli autori è di cittadinanza italiana. I ragazzi stranieri, invece, finiscono dentro soprattutto per reati contro il patrimonio, spesso legati alla loro condizione di marginalità (il 60% dei loro reati contro il 42,6% di quelli degli italiani). Il vero problema non è la loro pericolosità, ma la loro povertà e l’assenza di una rete. Al 31 dicembre 2025, ben 11 mila minori stranieri non accompagnati erano fuori dal sistema di accoglienza perché non c’erano abbastanza posti. Il Governo ha previsto una riduzione di circa 50 milioni di euro nei prossimi tre anni per i fondi destinati a questi ragazzi, spingendoli letteralmente sulla strada e nelle mani della criminalità. È una scelta precisa: si tolgono le risorse per l’integrazione e si investe nelle sbarre. È un destino criminale che gli stiamo cucendo addosso noi. La sofferenza non colpisce solo chi è straniero. Guardando ai detenuti italiani, quasi un terzo proviene dalla Campania (30,9%), seguita da Sicilia e Lombardia. È lo specchio di un Paese dove le opportunità non sono uguali per tutti e dove il disagio sociale viene curato con la cella. Ci sono 1,28 milioni di minori che vivono in povertà assoluta in Italia, il 13,8% dei nostri ragazzi. È lì che bisognerebbe intervenire, non con il “pugno di ferro” del Decreto Caivano che ha fatto esplodere anche gli ingressi nei Centri di Prima Accoglienza, cresciuti del 45,5% rispetto al 2022. Chi entra oggi in un carcere minorile vede un mondo capovolto. Un tempo l’obiettivo era la “messa alla prova”, il recupero, la possibilità di ricominciare. Oggi prevale l’idea che la sicurezza passi per la punizione esemplare. Ma chiudere un sedicenne in una cella sovraffollata, magari sedandolo con i farmaci o trasferendolo in un carcere per adulti al primo segno di difficoltà, non rende la società più sicura. Crea solo persone più arrabbiate, più sole e più convinte che degli adulti e della legge non ci si possa più fidare. “Io non ti credo più” dicono i ragazzi. E forse, leggendo i dati di questo rapporto, dovremmo smettere di credere anche noi alla favola della sicurezza fatta di manette e di tagli al sociale. La giustizia minorile sta perdendo la sua anima, e con lei stiamo perdendo una generazione di ragazzi che avremmo potuto salvare. Non solo topi, ora in carcere arrivano le “talpe” di Patrizio Gonnella* Il Manifesto, 28 febbraio 2026 D’ora in poi non saranno punibili quei poliziotti penitenziari che si fingeranno detenuti assistenti volontari, infermieri, educatori, sacerdoti, per andare alla scoperta di delitti. Un ulteriore avvelenamento del clima, modello Usa o Russia, è in arrivo nelle carceri. Nel nuovo decreto legge sicurezza, all’articolo 15, il governo prevede e rende legittime operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari. D’ora in poi non saranno punibili quei poliziotti penitenziari che si fingeranno detenuti, o anche assistenti volontari, infermieri, educatori, sacerdoti, per andare alla scoperta di delitti più o meno gravi, traffici illeciti, affari di vario tipo. Da ora in poi il detenuto che si vede arrivare un nuovo giunto nella sua cella non saprà chi è veramente quest’ultimo. Nessuno si fiderà più di nessuno e il carcere, per adulti e per minori, avrà definitivamente smesso di essere una comunità. Si trasformerà ancor più in un luogo buio e opaco governato dalla sfiducia, dalla paura, dalla delazione. Altro che funzione rieducativa della pena. A partire da subito è prevedibile che si formerà un nucleo di agenti di polizia penitenziaria specializzato a operare non alla luce del sole, bensì infiltrandosi nelle galere, spiando da dentro, filmando di nascosto chi protesta, chi spaccia (chiunque si spera, senza eccezione alcuna), chi si ribella, chi corrompe, e forse, chissà, o almeno si spera, anche chi tortura. Nella norma approvata dal governo non c’è traccia di una supervisione di questi nuclei di polizia da parte del direttore del carcere, così ridotto a poco più di un burocrate e definitivamente ridimensionato nelle sue prerogative di sicurezza. Il direttore di istituto penitenziario, volutamente e giustamente non incardinato nella polizia penitenziaria dalla legge del 1990 che smilitarizzò il corpo degli agenti di custodia, era stato pensato come il responsabile di tutto ciò che sarebbe dovuto accadere in prigione. Lui doveva sapere tutto, a lui spettava l’autorizzazione finale dell’uso della forza. Era lui che poteva al limite indossare le false vesti di un detenuto, come Robert Redford in Brubaker, per scoprire gli abusi e le violenze commesse dal personale. Questo modello è stato oggi cestinato dalla prepotenza sindacale che ha modificato l’impianto normativo fino a ridimensionare il potere democratico di quegli avamposti di legalità che avrebbero dovuto essere i direttori e tutti gli operatori dell’area sociale ed educativa. L’ideologia della divisa ha vinto ancora una volta. Contro questa ideologia corporativa, pericolosa, perdente e deprimente, i direttori, e non solo loro, dovrebbero far sentire la loro voce di protesta. Contro questa norma tutti i magistrati che lavorano nell’amministrazione della giustizia per adulti e per minori dovrebbero opporsi, nel nome di una legalità penitenziaria che dovrebbe essere anche trasparenza, fiducia, lealtà istituzionale. Parole che saranno definitivamente espunte dalla vita quotidiana quando nessun detenuto o operatore si fiderà più di chi è al suo fianco. Di converso aumenteranno le tensioni, le violenze, alimentate dalla diffidenza. Le infiltrazioni da parte dei servizi sono probabilmente sempre avvenute anche nei decenni scorsi, negli anni della lotta al terrorismo, interno e internazionale, o alle mafie. Ma mai si è avuto il coraggio di legalizzarle allo scopo di andare alla ricerca di qualsiasi delitto, compresi lo spaccio di droga o di telefonini. Il sistema penitenziario si sta sempre più trasformando in uno spazio torbido, insicuro. Ci piacerebbe leggere una nota di biasimo contro questa norma, e contro tutto il pacchetto sicurezza, da parte dell’Autorità garante nazionale delle persone detenute. Fino ad ora, però, non abbiamo potuto leggere neanche il rapporto periodico annuale, obbligatorio per legge e mai presentato alle camere negli ultimi due anni. Nell’autorità di garanzia si sono da tempo infiltrati i germi della normalizzazione. *Associazione Antigone Commettono reato i parenti che ricevono telefonate illecite dal congiunto in carcere di Maria Teresa Caputo* altalex.com, 28 febbraio 2026 Risponde del reato ex art. 391-ter c.p. anche il familiare che non censura e incentiva l’uso illecito dello smartphone del detenuto (Cassazione n. 1787/2026). L’ingresso illegale di smartphone negli istituti penitenziari è un fenomeno largamente diffuso ed evidentemente non sufficientemente contrastato nonostante la previsione del reato ex articolo 391-ter del codice penale che dovrebbe agire da deterrente. Tralasciando i casi di agenti penitenziari corrotti, il rischio che i cellulari entrino, nascosti in pacchi contenenti indumenti o alimenti, in occasione di visite di parenti e amici, è elevato. A tanto di aggiungano i casi di lanci di telefonini oltre il muro di cinta e di droni che, indisturbati, sorvolano gli istituti penitenziari per effettuare consegne “a domicilio”. È notizia di questi giorni il rinvenimento nel carcere di Foggia di dieci telefonini e di un drone e nel carcere di Modena di cellulari il cui ingresso è stato tentato proprio in occasione di un colloquio. Per fronteggiare il fenomeno occorrerebbe intensificare le perquisizioni nelle celle, avvalersi di metal-detector e ricorrere ai disturbatori di segnali (jammer) al fine di impedire le comunicazioni. Si tratta di controlli impossibili da attuare se, in occasione dei turni, un singolo agente si ritrova spesso solo a sorvegliare anche centinaia di detenuti. A tanto si aggiunga la necessità che vengano stanziati maggiori fondi per l’acquisto dei disturbatori di frequenza. Accade così che, pur privati della libertà personale, dall’interno degli istituti penitenziari si continui a gestire traffici illeciti mantenendo legami con le cosche di appartenenza e con quella sfrontatezza che in alcune occasioni è culminata in riprese video all’interno delle celle, postate sui social. È in tale contesto che si colloca la recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione, I sezione penale, n. 1787 depositata il 16 gennaio 2026. Trattasi di sentenza che estende il reato ex articolo 391 ter, comma 3 del codice penale a soggetti diversi dal detenuto e tanto in forza di un concorso di persone nel reato ex articolo 110 del codice penale che non può essere ignorato ove sia ravvisabile non un mero comportamento passivo bensì un contributo partecipativo positivo, morale o materiale, all’altrui condotta criminosa. Con ordinanza del 30 aprile 2025, il tribunale del riesame di Catanzaro annullava la precedente ordinanza con la quale il giudice per le indagini preliminari dello stesso ufficio aveva applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari al padre di un detenuto, per il reato di cui all’articolo 391 ter comma 3 del codice penale, aggravato ai sensi dell’articolo 416 bis 1 del codice penale. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione deducendo l’inosservanza o l’erronea applicazione della legge penale nonché la contraddittorietà e la manifesta illogicità del provvedimento impugnato nella parte in cui escludeva la configurabilità, in capo all’indagato, del reato oggetto di provvisorio addebito. Ad avviso del ricorrente, l’ordinanza impugnata non avrebbe motivato le ragioni per le quali il comportamento dell’indagato (genitore del detenuto) non poteva qualificarsi in termini di concorso morale. Per il tribunale del riesame l’indagato aveva semplicemente ricevuto le telefonate dal figlio detenuto, escludendosi pertanto un concorso nel reato, non avendo tale comportamento passivo rafforzato il proposito criminale altrui. La sentenza della Suprema Corte, I sezione penale n. 1787 del 2026 - Per comprendere tale sentenza occorre preliminarmente analizzare il contenuto dell’articolo 391-ter del codice penale disciplinante il reato di “Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”. Il predetto reato è stato introdotto, nel codice penale, dal Decreto Legge n. 130 del 2020, convertito nella Legge n. 173 del 2020, quale risposta al crescente dilagare dell’illecita introduzione in carcere dei telefoni cellulari. Occorreva introdurre un reato che colpisse, come vedremo, direttamente anche il detenuto, non essendo sufficiente la previsione degli illeciti disciplinari. Con la finalità di punire ad ampio raggio i responsabili dell’ingresso dei dispositivi, l’articolo 391 ter del codice penale, pertanto, al comma 1 sancisce: “Fuori dei casi disciplinati dall’articolo 391-bis, chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l’uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti, al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta, è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni”. Pena aggravata (da 2 a 5 anni) se, come previsto dal comma 2, il fatto sia commesso da un pubblico ufficiale, da incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense. A rivestire notevole importanza è proprio il comma 3 che prevede che la medesima pena di cui al comma 1 si applichi al detenuto che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni. Una disposizione, questa, che mira a colpire direttamente il detenuto. È evidente che l’utilizzo illegale dei telefoni pregiudica l’efficacia del percorso trattamentale privando la pena della sua finalità rieducativa. Tanto premesso, la sentenza in esame ha chiarito che non può escludersi la responsabilità del concorso nel reato di cui all’articolo 391 ter per il semplice fatto che il padre del detenuto non avesse effettuato le telefonate ma le avesse unicamente ricevute; così come non può escludersi per il semplice fatto che non avesse procurato o introdotto il telefono in carcere e non avesse mai provveduto a ricaricare la scheda telefonica. Questo non basta per la Corte di Cassazione a determinare un contegno passivo di “mero ricettore delle telefonate” nell’ottica di una connivenza non punibile. Quale il discrimine tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto? Nel primo caso, ha così ricordato la Corte: “L’agente mantiene un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo alla realizzazione del reato, mentre nel secondo è richiesto un contributo partecipativo positivo -morale o materiale- all’altrui condotta criminosa che si realizza anche solo assicurando all’altro concorrente lo stimolo all’azione criminosa o un maggiore senso di sicurezza, rendendo in tal modo palese una chiara adesione alla condanna delittuosa”. Pertanto, non può escludersi che nel caso di specie ricorra la previsione di cui all’articolo 110 del codice penale ai sensi del quale “Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti”. Nel caso di specie sono state effettuate ben 495 telefonate ai genitori i quali si sono resi sempre disponibili a conversare senza mai censurare la condotta del figlio ed anzi hanno manifestato espressamente la volontà di risentirlo istigandolo così a proseguire nell’utilizzo illecito del telefono. A tanto si aggiunga che in alcune delle conversazioni si affrontavano tematiche a sfondo criminale discutendosi anche della collocazione di un fucile occultato dal detenuto in un magazzino nella disponibilità della famiglia. Queste le motivazioni poste a base della pronuncia che, annullando l’ordinanza censurata, ha rinviato per un nuovo esame al tribunale del riesame al fine di valutare se ricorrano gli estremi del concorso morale nel delitto di cui all’articolo 391-ter codice penale. La sentenza n. 1787 del 2026, insomma, segna un cambio di passo deciso: il carcere non può essere un luogo di mera detenzione formale mentre, attraverso uno smartphone, si continuano a gestire relazioni e traffici criminali. La Cassazione chiarisce che la responsabilità penale non si ferma al detenuto né all’introduzione materiale del telefono, ma investe anche chi, dall’esterno, con la propria disponibilità e il proprio silenzio, rafforza e alimenta l’illecito. Non esistono più zone franche né alibi fondati sulla pretesa passività: quando l’ascolto si fa complicità e la reiterazione delle telefonate diventa sostegno morale all’azione criminosa, il concorso nel reato è pienamente configurabile. È un monito netto: la legalità penitenziaria passa anche dalle scelte di chi, pur libero, decide se spezzare o mantenere il filo che lega il carcere al crimine. *Assistente Giudiziario - Ministero della Giustizia Padri e figli di Michele Passione* Ristretti Orizzonti, 28 febbraio 2026 È fin troppo facile richiamare l’interpretazione evolutiva biblica dei profeti (Solo colui che pecca morirà, Un figlio non porterà la colpa del padre, Ezechiele), rispetto a quella proposta nell’Esodo, scorrendo la sentenza emessa dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione (17.10.2025 - 16.1.2026), n,1787), che si può leggere di seguito a queste brevi note. L’abbiamo imparata da piccoli a scuola la proprietà commutativa che caratterizza l’addizione e la moltiplicazione: invertendo l’ordine degli addendi, o dei fattori, il prodotto non cambia. Così, se il Deuteronomio stabilisce la regola giuridica secondo la quale “non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri”, la Corte trascura la proprietà algebrica e la matura teologia biblica sulla responsabilità individuale, fornendo un’interpretazione del concorso di persone nel reato che si spinge oltre la lettera della legge e la ratio dell’istituto previsto dall’art. 110 c.p. Vediamo. C’è un signore, ristretto in carcere, che dal 22.10.2020 al 4.1.2021 ha effettuato ben 495 conversazioni con i genitori e la fidanzata (“una miriade”, come sostiene la Corte), utilizzando due cellulari e una SIM indebitamente detenuti. Secondo l’accusa il reato di cui all’art. 391 ter c.p. (accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti) andrebbe contestato anche al padre (le donne non si toccano), avendo questi “apportato un rilevante contributo causale alla condotta, non risultando, peraltro, che abbia mai censurato la condotta del figlio”, giacché “in due occasioni ha espressamente manifestato al figlio detenuto la volontà di sentirlo nuovamente in altra occasione”. La Corte osserva altresì che “dal complesso delle conversazioni intercorse con i familiari è emerso, in specie, che esse hanno riguardato anche argomenti connessi a dinamiche illecite ed associative”; al dunque, il riferimento ad un’attività concorsuale nell’illecito, stando a quanto rilevato dai giudici di legittimità, sembrerebbe estendibile anche ad altri familiari, con i quali “quotidianamente, e anche nella stessa giornata”, l’indagato ha avuto occasione di conversare, ma come appena rilevato è sul padre che si appunta l’attenzione, tanto da censurarsi il rigetto della misura cautelare degli arresti domiciliari che era stata richiesta nei suoi confronti. Non conosciamo cosa si siano detti, e dalla sentenza apprendiamo che alcune telefonate avevano un contenuto illecito, ma qui si discute d’altro, della ribadita “regola fondamentale di cui all’art. 27, primo comma, Cost., secondo cui la responsabilità penale è personale, derivando da ciò che il contributo prestato alla condotta altrui debba essere tale da consentire che il risultato conseguito sia attribuibile anche al concorrente, fuoriuscendo dall’alveo del principio costituzionale enunciato qualsiasi tipo di responsabilità per fatto altrui”. Una “regola cardine”, come la definisce la Corte - Per avvalorare l’assunto, ovviamente condivisibile, i giudici di legittimità richiamano la sentenza n.55/2021 (per inciso, emessa su questione sollevata da quell’impertinente giudice fiorentino - una toga rossa, ça va sans dire - che un giornale di destra ha di recente rimproverato di infastidire di continuo la Corte…). Con quell’arresto la Corte si è tuttavia occupata d’altro, rimuovendo il divieto di dichiarare la prevalenza dell’attenuante di cui all’art. 116 c.p. nei confronti dell’aggravante della recidiva qualificata (per una rapina avente ad oggetto generi alimentari del valore complessivo di € 8,77 il malcapitato avrebbe rischiato una pena di anni cinque…). Non bastano i buoni propositi, e il richiamo è inconferente; con quella pronuncia, infatti, definendo i confini applicativi del concorso anomalo, la Consulta ha avuto modo di ricordare come possano essere distinte responsabilità e ruoli “qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato”, secondo i criteri (di maggiore o minor gravità) di cui agli artt. 112 e 114 c.p., nel mentre il concorso anomalo consente una punizione (diminuita) anche per il fatto di reato “diverso da quello voluto, e quindi in realtà non voluto..perchè ha voluto il reato oggetto dell’accordo e il reato diverso da quello voluto è conseguenza della sua azione ed omissione”. Non c’è spazio in questa sede per analizzare questa forma di “responsabilità penale che appare essere in sofferenza” (§ 6 del Considerato in diritto), ma occorre ribadire che in quel caso la Corte parlava d’altro; non di una vera e propria responsabilità concorsuale, ma di un diverso grado di responsabilità cui va incontro il concorrente anomalo, che vuole un reato diverso (e meno grave) rispetto a quello posto in essere da altro soggetto. Torniamo indietro. Il reato di cui all’art. 391 ter c.p., introdotto nel 2020, punisce chi procura a un detenuto apparecchi telefonici, ne consenta l’uso indebito, o li introduca in istituto (con pena aggravata per taluni soggetti qualificati dal ruolo), punendo altresì il detenuto che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni. Con la sentenza in commento la Corte afferma di muoversi seguendo “la funzione estensiva della norma sul concorso di persone, che rende punibili anche le condotte diverse da quella tipica, nella consapevolezza del contributo istigatore, agevolatore o di rafforzamento del proposito criminoso”, potendosi pervenire alla punizione “anche di azioni atipiche che, rispetto a quella tipica, assumano portata agevolatrice”. Da mihi factum, dabo tibi ius: abbiamo un figlio che chiama i genitori e la fidanzata, una miriade di volte, più volte al giorno; in una occasione il padre “esorta il figlio a sentirsi successivamente”, e in un’altra “i due concordano di risentirsi in un determinato orario” Due volte, su quattro centonovantacinque; non pare proprio una condotta che abbia rafforzato o agevolato il proposito, qualunque cosa (lecita o illecita) si siano detti padre e figlio. Fine della storia; il concorso di persone è affare delicato, da maneggiare con cura (si pensi alla dilatazione straordinaria dell’istituto che avviene in occasione delle manifestazioni di piazza e dei reati che vengono contestati a seguire). “Resta la base di tutto. Con parole che saranno di Robespierre (1° febbraio 1793): è il d’apres les règles. È ciò che determina la categoria concettuale, l’istituto. Senza, i processi scompaiono, diventano travisamenti” (M. Nobili, L’immoralità necessaria). *Avvocato Buttare via la chiave di una vita. Intervista a Beniamino Zuncheddu di Valter Canavese manifestosardo.org, 28 febbraio 2026 Due euro e 40 centesimi il giorno, vediamo un po’, sono 10 centesimi l’ora, vitto e alloggio gratis. Per quanto tempo? Anche 33 anni se vuoi. 10 centesimi l’ora per 33 anni. Per tutto questo tempo-non arriviamo a 910 euro l’anno, Beniamino Zuncheddu ha visto volteggiare per aria una moneta, all’altezza del soffitto di una cella, da innocente, senza che questa ricadesse mai in terra. Ha la mappa delle carceri Beniamino: Uta, Badu e Carros e Buoncammino. In 33 anni invecchi tu, le guardie che ti sorvegliano, i compagni di cella che si alternano, un caspita di mondo che fuori gira a modo suo. Tu sei incollato a una cella, alle aule di tribunale che ti hanno condannato. 33 anni di vita sottratta non prevede nessuna scusa, il tutto si trasforma in una ipocrisia di risarcimento ipocrita che farà scorrere altro tempo prima che sia corrisposto. Per questo motivo all’inizio, del 2025, il partito radicale ha intrapreso una battaglia attraverso una proposta di legge che consenta, in attesa dei tempi burocratici per il pagamento del risarcimento, un assegno provvisorio per provvedere fin da subito alle esigenze minime di sopravvivenza per chi esce dal carcere da innocente. Abbiamo incontrato Beniamino Zuncheddu all’indomani del raggiungimento delle 50 mila firme necessarie per portare in Parlamento questa proposta. Come ha ritrovato la Sardegna e le persone dopo 33 anni di reclusione? È cambiato tutto. Dopo 33 anni, cambiano i paesi, cambia la mentalità, cambiano le persone. È tutto diverso. Un mondo diverso. Un salto nel tempo, i ragazzini che ho lasciato piccoli li ho ritrovati poi uomini, sposati e con figli. Sono cambiate proprio le persone, il loro stato d’animo e il loro modo di essere. La Sardegna non è cambiata. Come crede che l’ingiustizia subita sia stata percepita dalle persone che sono venute a firmare, quali considerazioni l’hanno colpita? Sono stati tutti solidali, tutti, tutta la Sardegna e anche il Continente, tutti solidali. Mi hanno chiesto scusa per l’ingiustizia che ho subito. Ma è lo Stato che deve chiedermi scusa. Dopo 33 anni, dove vado? Mi sento come un uccellino che è abituato alla gabbia. Ma dopo che gli si apre la gabbia dove va? Se non gli dai da mangiare, muore. Grazie a Dio ho la fortuna che mio cognato Piero, mia sorella Augusta, mio fratello Damiano mi hanno accolto. Ma se non ci fossero stati cosa avrei fatto? Dove è finito il risarcimento dello Stato? Quando sbagliamo noi dobbiamo pagare, quando sbagliano loro fanno finta di niente, e come me chissà quanti ce ne saranno. Nella sfortuna ho avuto la fortuna di un avvocato che si è battuto per me. Riabbracciare i suoi cari da persona libera dopo 33 anni è come si colma il vuoto di una mancata quotidianità fatta di piccoli e grandi avvenimenti... Piano piano sto ricominciando, non è facile. È difficile, hai perso tutto. Ti hanno mangiato la carne e sono arrivati alle ossa. Sì, i famigliari venivano a trovarmi, ma la quotidianità non l’avevi. Ora mi devo ambientare e questa parte ed è difficile, perché mi trovo un peso in più. Potrei possedere una casa, una famiglia, potrei essere chiunque invece si tratta di riprendere tutto piano piano, e l’età c’è, ma bisogna ricostruire mattone dopo mattone. I detenuti hanno mostrato solidarietà per la sua vicenda... Sì. I detenuti e le guardie mi credevano, come tutto il mio paese. Non credevano a ciò che aveva stabilito la sentenza. Tutti mi hanno creduto. Per chi vive privato delle libertà, quanto è distante tutto quello che succede fuori? Si pensa alla libertà di fare la vita normale di quelli che sono fuori e quello aiuta molto. La condizione delle carceri aggrava la pena, cosa non avrebbe voluto vedere in tutto questo tempo? Sì, ci sono stati scioperi perche non ci davano quello che ci spettava dallo stesso ordinamento penitenziario, si pagava tutto. Sono stato in cella con undici, dodici persone. Le spese ci sono e se non ci fossero i famigliari non sarebbero possibili. Parliamo del tempo vissuto prima della condanna, che cosa pensa di quegli anni? Cercavo di farmi una posizione e invece mi hanno ammazzato subito. Adesso non so cosa fare. Mi piaceva la mia vita. Ero libero tranquillo, mi occupavo delle mie cose e all’improvviso mi sono ritrovato in prigione, perdendo tutto, senza sapere il perché. Una volta rinchiuso, ha dovuto ricostruire la sua esistenza, fare un passo di lato. La sentenza aveva definito il suo tempo: L’ergastolo. Come si vive conoscendo il proprio destino? All’inizio ti arriva una bomba addosso, poi piano piano cerchi di capire. Tu non hai fatto niente e pensi a cosa sia successo, pensi a cosa fare per avere giustizia. In una recente intervista ha raccontato che per superare quegli anni si è affidato alla fede, alla speranza e alla sua famiglia. Forse lì si è accorto di potersi misurare con la sua pazienza ed il significato nuovo del tempo. Cosa ha scoperto di sé stesso in tutti questi anni? Il carcere non mi ha cambiato, il mio carattere è quello. È vero, diventi più nervoso ma io ho un carattere tranquillo e ho sempre avuto molta pazienza. Non ho mai scaricato il mio nervoso addosso agli altri, me lo tengo per me. Soffro io ma non devono soffrire gli altri. L’ultimo periodo, quando stavano riaprendo il processo, stavo male, sentivo la pressione, stavo cedendo perché c’erano sempre rinvii. Pensavo, questi non mi vogliono mollare, stavo proprio malissimo. Ci si sente messi all’angolo e con il mio carattere tenevo tutto dentro, non mi sfogavo. Porca miseria, sanno la verità, perché non finiscono questo processo? Mi hanno accettato il riesame del processo, in genere dovresti essere scarcerato subito e invece mi hanno lasciato dentro. Non mi volevano mollare. Poi alla fine, quando il processo ormai era avviato, allora mi è arrivato il foglio della scarcerazione, ma stavo male ugualmente. Già da quattro anni avevo una cataratta e avevo chiesto di essere operato, ma inutilmente. Io non credo più nella giustizia, ci sono dei giudici che sono santi, e che si impegnano, ma altri dovrebbero conoscere le persone prima di diventare giudici, entrare a vedere le galere. Perché il rischio per me, come per gli altri, è che ti possono prendere la vita e questo è tortura. Ora è libero. Ha affermato di voler chiudere con tutte le cose del passato perché nel carcere si è quasi esentati dal vivere. Per il suo presente, cosa vuole? Spero in un aiuto che mi consenta di andare avanti per poter vivere, per quello che mi resta da vivere, una vita dignitosa. La mia libertà l’ho ottenuta. Non chiedevo e non chiedo altro. Ordinanza cautelare annullata, il Gip può decidere di nuovo di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2026 La Cassazione, sentenza n. 7360/2026, ha chiarito che non scatta alcuna incompatibilità all’interno della stessa fase cautelare, in quanto resta estranea al giudizio vero e proprio. Durante la fase cautelare, non scatta l’incompatibilità per il GIP che si trovi a pronunciarsi nei confronti dello stesso indagato dopo l’annullamento, per vizi formali, della precedente ordinanza restrittiva. Il procedimento, infatti, non è ancora entrato nella diversa fase del “giudizio” - inteso come processo destinato a concludersi con una decisione di merito - ma permane nella medesima fase cautelare, nella quale il convincimento del giudice si forma progressivamente. Lo ha deciso la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7360/2026, dichiarando inammissibile il ricorso di un uomo gravemente indiziato per falso in atto pubblico. Il GIP aveva applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari. Il Tribunale del riesame aveva annullato la misura per omesso interrogatorio preventivo. Il procedimento tornava allo stesso GIP-persona fisica che fissava l’interrogatorio. L’indagato proponeva ricusazione, sostenendo che il giudice si fosse già espresso sul merito dell’accusa. La Corte d’appello respingeva la ricusazione. Da qui il ricorso in Cassazione per violazione di legge e vizio di motivazione, con la richiesta di sollevare anche la questione di legittimità costituzionale dell’art. 34 c.p.p. per contrasto con gli artt. 3, 24, 111 Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 6 CEDU e 14, par. 1. Sotto la lente della Suprema corte è finita dunque la disposizione nella parte in cui non prevede l’incompatibilità a decidere sulla medesima istanza cautelare del giudice per le indagini preliminari che, nell’ambito dello stesso procedimento, abbia già accolto quell’istanza, emettendo, a carico dell’indagato, un’ordinanza cautelare personale poi annullata dal Tribunale del riesame per il mancato espletamento dell’interrogatorio preventivo ex art. 291, comma 1-quater, cod. proc. pen. Per la Quinta Sezione la questione è infondata atteso che la decisione in materia cautelare, non afferendo all’innocenza o alla colpevolezza, non può essere “pregiudicata” da altra decisione cautelare, quand’anche relativa al medesimo oggetto, non presentando i caratteri del “giudizio”, mentre l’attività che si vorrebbe “pregiudicante” risulta svolta nella medesima fase processuale. “La decisione cautelare - si legge nella sentenza - può essere causa di incompatibilità rispetto al giudizio di responsabilità, mentre invece, nella fase cautelare, i precedenti provvedimenti non sono mai causa di incompatibilità del giudice che ha preso parte alle relative decisioni, poiché si tratta di decisioni concernenti un procedimento incidentale”. “Ergo - prosegue la Cassazione - la decisione in tema cautelare non può assumere valore pregiudicante rispetto a altra decisione cautelare, quand’anche i relativi provvedimenti abbiano il medesimo oggetto, in quanto la funzione asseritamente pregiudicata non riguarda la delibazione dell’innocenza o della colpevolezza dell’imputato, bensì i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari”. In secondo luogo, nel caso in esame, rispetto alla “attività pregiudicante”, manca il requisito della diversità di fase. Il giudice per le indagini preliminari che deve nuovamente pronunciarsi sulla istanza cautelare si trova esattamente nella medesima fase processuale in cui si trovava quando ha emesso l’ordinanza cautelare oggetto di annullamento a opera del Tribunale del Riesame. Peraltro - conclude la Cassazione - l’annullamento di un provvedimento cautelare non dà luogo a incompatibilità neppure quando proviene della Corte di cassazione (e tanto meno, quindi, quando promani da una pronuncia del Tribunale del riesame). Roma. La Garante dei detenuti: “Salta la metà delle visite mediche esterne ogni anno” di Giorgia Ariosto agi.it, 28 febbraio 2026 La denuncia sullo stato delle carceri nella Capitale. Tutte le carenze e i progetti inapplicati. La metà delle visite mediche esterne programmate salta ogni anno per la mancanza di agenti di scorta. Le stanze dell’affettività non sono state mai predisposte, le aree verdi sono poche e il sovraffollamento, con il numero delle persone che aumenta e gli spazi disponibili che diminuiscono, non è più un’emergenza ma uno stato “strutturale”. La Garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone denuncia le “gravi carenze” delle carceri della Capitale. E promuove iniziative come quelle messe in campo dal progetto S.Fi.De - Percorsi di sostegno per i figli di persone detenute, selezionato da Con i Bambini* nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che mirano a mantenere un ponte tra dentro e fuori e a sostenere il nucleo familiare. “Gli ultimi mesi sono stati molto complicati per gli istituti romani. Quando si gestisce un sistema così faticoso, con un soprannumero di detenuti e una carenza di personale, è ovvio che poi vengano meno anche le cose essenziali. Sicuramente il dato più evidente - spiega Calderone - è che una media del 50% delle visite mediche esterne salta ogni anno, e questo è un tema di grande sofferenza per le persone detenute che aspettano da mesi una visita. Gli si dice che l’appuntamento è in una data e poi quello stesso giorno scoprono che non c’è la scorta per poterli accompagnare”. “Il crollo di una parte del tetto di Regina Coeli - osserva la Garante - ha aggravato ulteriormente la situazione, perché tutte le persone arrestate, nella maggior parte dei casi, sono confluite all’interno di Rebibbia Nuovo Complesso. Questo ha creato, ovviamente, una serie di problemi di gestione. Il sovraffollamento riguarda praticamente tutti gli istituti del territorio, anche il minorile. Abbiamo un flusso di transiti, di arrivi di neo-diciottenni, di persone molto giovani, soprattutto maschi, all’interno degli istituti per adulti, e non c’è possibilità di separarli dal resto della popolazione carceraria. E questo incrementa le difficoltà”. Ma, ci tiene a ribadire, “non è solamente una questione fisica di spazio, è anche un problema di personale. Alla carenza di agenti penitenziari si aggiunge un aumento incredibile delle persone, e diventa molto difficile provare a gestire e a occuparsi dei percorsi individualizzati. E poi c’è la questione di un irrigidimento particolare per i reparti di alta sicurezza e quindi dell’accesso alle opportunità per questi detenuti, con richieste molto stringenti rispetto a orari e controlli”. Da qui le “criticità” legate anche alla difficoltà di tutelare la sfera affettiva delle persone private della libertà, il loro diritto alla continuità del legame affettivo con i partner e con figli. “Sul tema dell’affettività abbiamo pendente ormai da due anni la decisione della Corte Costituzionale. Le famose stanze dell’affettività - denuncia - non solo non sono ancora state predisposte ma neanche immaginate, e ovviamente spesso il tema della genitorialità ha a che fare anche con i rapporti con i propri partner”. Calderone riconosce che “c’è molta disparità: ci sono istituti che prevedono molte telefonate straordinarie, che dispongono dell’area verde per incontrarsi, altri che non ne hanno”. “Nonostante la modifica normativa, che ha aumentato da quattro a sei le telefonate mensili a disposizione dei detenuti, restano totalmente insufficienti. Non siamo più negli anni ‘70 in cui il rapporto con il telefono era ovviamente diverso. Ci sono delle inchieste, escono notizie sui giornali di quante persone abbiano disponibilità di telefoni illegalmente all’interno del carcere e sappiamo che, nella maggior parte dei casi, i cellulari non vengono utilizzati per scopi criminali ma per chiamare le famiglie. Allora - sollecita - bisognerebbe avere il coraggio di fare quello che fanno in altri Paesi europei dove ci sono alcuni istituti in cui è consentita la disponibilità di un telefono cellulare, altri in cui c’è proprio un telefono fisso all’interno delle stanze. Bisognerebbe abbattere il tabù, soprattutto per le persone detenute per reati comuni, in assenza di esigenze di sicurezza particolari, e consentire una fluidità nei contatti, almeno telefonici, soprattutto con i figli, maggiore di quella che invece è permessa”. Poi a Roma ci sono anche piccole realtà come Casa di Leda, casa protetta per donne detenute con figli minori fino a 10 anni, ospitata in un bene confiscato alla criminalità organizzata, che accoglie madri in pena alternativa alla detenzione o agli arresti domiciliari. Per Calderone, si tratta di “un’esperienza unica a Roma, che funziona bene” e andrebbe replicata. Il nucleo familiare, raccomanda la Garante, “dovrebbe essere sempre preservato in qualche modo o preso in carico nella sua totalità”. Tuttavia, prosegue, “quando una persona, anche residente a Roma, entra in carcere, non c’è più possibilità di una presa in carico dei servizi sociali territoriali. Questo fa sì che il percorso delle persone sia frammentato perché diventa molto difficile tenere insieme o continuare a seguire quel nucleo, e quindi è come se la parte che sta in carcere avesse una dimensione, e la parte che sta fuori non fosse minimamente inclusa”. In prospettiva, propone Calderone, “potrebbe avere senso mettere in campo, nel Comune di Roma, una sorta di ‘rete’, un servizio rivolto ai familiari delle persone detenute, che possa fungere da collegamento con la persona che sta all’interno dell’istituto e con i servizi sociali territoriali”. “In un sistema in cui si fa fatica, in cui ogni iniziativa è molto complessa perché non esiste solo il problema degli spazi ma dell’organizzazione, della sorveglianza costante - evidenzia - a cascata ne risente tutto. Per questo si dovrebbe investire tanto in progetti come S.Fi.De, che coinvolgano e sostengono i familiari. Dovrebbero essere iniziative strutturate e pensate in modalità fissa”. Nel carcere, conclude Calderone, “bisogna tornare a respirare e poter organizzare anche tutto il resto: servono interventi più strutturali sul fronte del lavoro, della formazione e della tutela dei minori”. Viterbo. Specchio delle contraddizioni materiali e immateriali del sistema carcerario nazionale di Cesare Burdese* L’Unità, 28 febbraio 2026 Da oltre tre anni ormai visito i luoghi della pena insieme a Nessuno tocchi Caino, un’esperienza segnata in ogni sopralluogo da contrasti, tra gli alti ideali della visita e la dura realtà del carcere. “L’architetto della prigione è il primo esecutore della pena. Egli è il primo artefice dello strumento del supplizio”, sosteneva l’Ispettore generale delle carceri francesi Louis Mathurin Moreau-Christophe già nel 1838. Da architetto, quindi, osservo innanzitutto la struttura degli istituti penitenziari. Il 16 gennaio scorso, insieme alla Camera Penale di Viterbo e a giovani avvocati dell’A.I.G.A., siamo entrati nella Casa Circondariale “Nicandro Izzo” di Viterbo. Oltrepassata la soglia della pesante porta blindata movimentata elettricamente, appaiono gli edifici spettrali di grigio cemento annerito dal tempo e le vaste aree prive di verde delimitate dall’alto muro di cinta. Prima di accogliere un carcere di massima sicurezza alla fine degli anni Ottanta del ‘900, quel luogo era uno scampolo agricolo di Tuscia viterbese. Spicca, a lato della strada che degrada dolcemente verso i padiglioni detentivi, una scultura monumentale di Maria Dompè, intesa simbolicamente per creare varchi tra le mura, offrendo momenti di riflessione e libertà interiore. Un’idea nobile, ma che nella realtà di quel carcere diventa sterile retorica. Durante la visita sono emerse le contraddizioni materiali e immateriali della struttura e, più in generale, del sistema carcerario nazionale. Con 703 detenuti a fronte di 400 celle singole, molte inagibili, il sovraffollamento è evidente. Pur essendo stato accertato giuridicamente che ogni detenuto dispone dello spazio minimo vitale di 3 metri quadrati a testa, tale lettura burocratica contrasta con i principi di umanità sanciti dalla Costituzione. Nel Reparto di Isolamento/Nuovi Giunti, un detenuto con disabilità motoria condivideva con un altro detenuto una cella singola per lui non accessibile, neppure sotto il profilo del servizio igienico. Presentava una fasciatura a un arto inferiore per le ferite procurate, a suo dire, dal movimento negli spazi ristretti con la carrozzina. Il suo trasferimento in tale sezione, riservata a soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza, pur non ricorrendo tale presupposto nel suo caso, era motivato dalla carenza di posti disponibili nelle sezioni ordinarie; circostanza che solleva interrogativi in ordine al rispetto dei suoi diritti. Altrettanto gravi risultano le condizioni degli spazi comuni: le ore d’aria si svolgono in angusti cubicoli di cemento, segnati da muffa, con barriere architettoniche e rifiuti non rimossi, mentre il panorama a disposizione dei detenuti si limita ad alti muri e a un piccolo scorcio di cielo. Le docce comuni sono fatiscenti e invase da zanzare, trasformando il semplice gesto di lavarsi in un’esperienza intollerabile. In una sezione di media sicurezza un detenuto ha raccontato di dover asciugare ogni mattina il pavimento della sua cella perché bagnato dalla condensa proveniente dalle pareti e dalle finestre, schermate da semplici lastre di policarbonato. Un aspetto positivo è che le finestre delle celle sono equipaggiate con scuri metallici, che permettono ai detenuti di proteggersi dal sole estivo e oscurare autonomamente la cella quando necessario. Così viene meno la fondatezza del divieto assoluto di schermare le finestre delle celle per motivi di sicurezza, un divieto che in realtà viene spesso aggirato dai detenuti con soluzioni improvvisate, per lo più tollerate dagli agenti. Particolare perplessità ha suscitato la sezione Ex Covid/Transito, dichiarata inagibile dall’ASL ma ancora in funzione. Nonostante corridoi bui con assenza di visuali verso l’esterno e scarsa aerazione, è ambita dai detenuti perché, per la tipologia degli ospiti, garantisce una maggiore sicurezza rispetto ad altre aree dove il rischio di aggressioni è più alto. La circostanza induce a riflettere sul fatto che il carcere è mutato: mentre un tempo l’infamia del reato commesso esponeva il detenuto al rischio di violenze da parte di altri detenuti, oggi è la disponibilità economica che porta a essere vittime di estorsioni e ricatti e a determinare la protezione o l’isolamento. Infine, la vista del nuovo padiglione in costruzione per risolvere il sovraffollamento, è apparso come il simbolo del fallimento del sistema. L’amara conclusione è che la “Nicandro Izzo” di Viterbo, come tutte le altre carceri nazionali, mostra i limiti di un modello incapace di promuovere il reinserimento: povertà, emarginazione e fragilità psicologica rimangono senza soluzioni concrete, mentre strutture sovraffollate rivelano l’incapacità della società di affrontare il disagio sociale ed esistenziale al di fuori della detenzione. Nuoro. “Badu e Carros ha molteplici e gravi profili di criticità per ospitare detenuti del 41bis” di Paqujto Farina newsarde.it, 28 febbraio 2026 Il Consigliere Regionale Giuseppe Talanas: “Dobbiamo respingere l’idea di trasformare i nostri istituti di pena in carcere dedicato”. “Durante i lavori del Consiglio Regionale sul trasferimento in Sardegna di detenuti con regime di 41 bis è emersa una ferma opposizione, magari esposta con argomentazioni e prospettive diverse; una condanna unanime a fare della Sardegna un’area di concentramento per carcere duro d’Italia. Cosa ancora più grave dobbiamo respingere l’idea di trasformare i nostri istituti di pena in “carcere dedicato”. “Le mie analisi su questa delicata materia si basano sul concetto che la pena inflitta deve essere sempre e comunque rieducativa e di recupero sociale del condannato -ha detto -. E come può iniziare questo percorso? Di certo non privando il condannato degli affetti più importanti, ovvero non allontanandolo dalla propria famiglia. Se il carcere nuorese di Badu e Carros viene destinato totalmente al 41 bis è evidente che si pone un problema. Tutti gli altri detenuti, infatti, dovranno essere trasferiti in altri carceri, che saranno obbligatoriamente molto lontani in quanto anche gli altri istituti di pena sardi saranno sovraffollati.” Per il Consigliere Regionale di Orune, che svolge l’attività professionale di avvocato penalista, “verrà leso, inoltre, quel diritto alla difesa del detenuto che è garantito dalla nostra Carta Costituzionale. Senza considerare poi che stuoli di avvocati dovranno sobbarcarsi ulteriori disagi per raggiungere i loro assistiti. Chilometri e chilometri, magari anche verso il Continente, riducendo in maniera determinate le possibilità di interlocuzione con i propri clienti. Cediamo di fatto le nostre strutture carcerarie a chi viene da fuori della Sardegna, penalizzando ulteriormente i nostri detenuti che verranno trasferiti molto lontano dalle loro famiglie e dal loro territorio.” “Ma non solo. Questo genererà inoltre tante problematiche a latere -ha aggiunto Talanas -. Ad esempio per gli agenti di polizia penitenziaria, che sorvegliando i detenuti al 41 bis saranno obbligati a rotazioni, allontanandoli dal carcere dove attualmente prestano servizio e trasferiti in altre strutture. Lascio a voi immaginare i disagi per questi lavoratori del sistema carcerario che, dopo anni ed anni di servizio si erano meritati un legittimo avvicinamento alla loro terra e si sono costruiti una famiglia e il loro futuro in questo territorio.” “L’altro aspetto è quello delle infiltrazioni mafiose che l’applicazione di questa norma comporterà; un fenomeno che non dobbiamo assolutamente trascurare. È necessario non solo capire, ma prevenire eventuali infiltrazioni nel nostro tessuto sociale ed economico perché, inutile rimarcarlo ancora una volta, parliamo di soggetti della criminalità organizzata che ha obiettivi ben precisi e specifici. Per questo - prosegue l’esponente politico -tra tutti mi preoccupa molto il futuro del carcere di Nuoro di Badu e Carros, ubicato praticamente all’interno della cinta urbana, nell’area di maggior sviluppo edilizio residenziale e commerciale dell’intera città.” “Badu e Carros, in sostanza, ha molteplici e gravi profili di criticità per ospitare detenuti al 41 bis, al seguito dei quali si stanzieranno il loro familiari con l’obiettivo di trasferirvi anche attività economiche. Pertanto non ha importanza se questa battaglia dovrà essere fatta nelle piazze o nelle sedi istituzionali -conclude Giuseppe Talanas -; è determinante che la Sardegna, a tutti i livelli, manifesti la propria contrarietà al trasferimento massiccio di detenuti al 41 bis.” Sulmona (Aq). Nessuna “rivolta” dei detenuti, ma una protesta civile contro trattamenti inumani ilgerme.it, 28 febbraio 2026 La Camera penale chiede chiarimenti a Dap e provveditore. Un detenuto incaricato di passare cella per cella ogni mattina per raccogliere le richieste dei compagni: chi intende fare la doccia il giorno successivo, chi vuole accedere alla sala hobby, chi desidera videochiamare i familiari. È il protocollo attualmente in vigore nel carcere di massima sicurezza di Sulmona, un sistema organizzativo definito “stringente” che, secondo quanto riferito, starebbe esasperando sia i reclusi sia gli agenti di polizia penitenziaria. A fare il punto sulle criticità è stata una delegazione della Camera penale, in visita all’istituto di pena all’indomani della protesta che ha coinvolto un’intera sezione. Una mobilitazione che, precisano i rappresentanti, non avrebbe assunto i contorni di una rivolta violenta. “Più che una rivolta si è trattata di una protesta civile. I detenuti sono sottoposti a trattamenti inumani e hanno scelto la legge e il diritto”, hanno dichiarato l’avvocata Alessandra Faiella e i referenti dell’associazione Nessuno Tocchi Caino. Secondo quanto emerso, alcune disposizioni risulterebbero di difficile applicazione e rischierebbero di generare ulteriore disordine nella gestione quotidiana della struttura. Per questo, la Camera penale e l’associazione annunciano l’intenzione di chiedere chiarimenti sia al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) sia al provveditore regionale, al fine di approfondire la legittimità e la sostenibilità delle direttive adottate. Tra le principali criticità segnalate vi è anche la drastica riduzione dell’accesso al lavoro interno: nell’arco di un anno, i detenuti lavorerebbero per un solo mese, con un impegno di appena un’ora al giorno. Un dato che, se confermato, inciderebbe negativamente sui percorsi di reinserimento e sulla gestione del tempo detentivo. Di segno opposto, invece, l’offerta formativa. Sessanta detenuti risultano iscritti all’università, 110 frequentano la scuola superiore e, grazie a 1.800 ore di formazione, è stato attivato anche un corso di enogastronomia. Un elemento considerato positivo nel quadro complessivo dell’istituto. Permangono tuttavia gravi carenze sul fronte dell’igiene: assenza di acqua calda nelle docce e mancanza di asciugatrici tra i disservizi segnalati. Difficoltà anche per i familiari dei reclusi, ai quali sarebbe consentito prenotare i colloqui esclusivamente tramite posta elettronica. “Mia madre ha 86 anni e non sa nemmeno come si fa”, avrebbe raccontato uno dei detenuti agli avvocati. La delegazione della Camera penale, presieduta dall’avvocato Guido Colaiacovo, era composta anche dalle avvocate Gaetana Di Ianni, Maria Domenica Ratiglia e Simona Fusco, quest’ultima anche consigliera comunale. Pavia. Sovraffollato e senza agenti. Vita in carcere senza spazio di Manuela Marziani Il Giorno, 28 febbraio 2026 Situazione preoccupante quella che la commissione speciale “Tutela dei diritti delle persone private dalla libertà personale e condizioni di vita e di lavoro negli istituti penitenziari” del Consiglio regionale ha trovato all’interno della casa circondariale. L’incontro organizzato dalla presidente Alessia Villa (FdI) ha raccolto la sollecitazione del consigliere di Lombardia Ideale Alessandro Cantoni. “Sono 800 i detenuti - ha detto Cantoni che non appartiene alla commissione, ma ha voluto conoscerne la realtà - su una capienza reale di 530/535. Solo 190 gli agenti, dei quali 180 operativi, a fronte di un organico di 220. Con un tale sovraffollamento mancano spazi e spesso i reclusi non sanno come passare la giornata”. All’interno della casa circondariale è presente una piccola moschea con un referente, perché è straniero il 70% dei detenuti e la stragrande maggioranza magrebino. “Molte di queste persone - ha proseguito Cantoni - sono senza fissa dimora e senza futuro”. Diversi anche i trentenni che hanno un “fine pena mai” e vivono in tre o quattro in spazi angusti. “Ho parlato con qualcuno di loro - ha proseguito il consigliere regionale - si vergognano per quello che hanno fatto e ci pensano continuamente. Non si lamentano per la mancanza di spazi, soffrono per la mancanza dei loro affetti”. Dietro le sbarre c’è chi ha conseguito la terza laurea, chi frequenta la scuola, chi il teatro. Ma senza praticare sport: la palestra è abbandonata e il campo da calcio difficilmente può essere usato, per la carenza di agenti. “La palestra sarebbe da sistemare e alcuni detenuti avrebbero le competenze per farlo - ha concluso Cantoni - peccato manchi il materiale. Sarebbe bello se arrivasse”. Ascoli. Giorgio Rocchi: “Dalla Caritas ascolto, accoglienza ed accompagnamento dei detenuti” di Alessandro Palumbi ancoraonline.it, 28 febbraio 2026 Si è tenuta giovedì 26 febbraio 2026, dalle ore 18 in poi, presso l’Auditorium Cesare Cellini ad Ascoli Piceno, la presentazione del report annuale di Antigone Marche. “Tutti più chiusi”. A presiedere l’incontro, dal titolo “Tutti più chiusi”, sono stati Giulia Torbidoni, presidente di Antigone Marche, Giorgio Rocchi, direttore della Caritas diocesana di Ascoli Piceno, Angelomarco Barioglio, Direttore del reparto di Psichiatria Territoriale Ast Ascoli Piceno, ed Enrichetta Vilella, capo area giuridico-pedagogica della Casa Circondariale di Pesaro. Presenti tra il pubblico Massimiliano Brugni, vicesindaco del Comune di Ascoli Piceno, Enrico Piergallini ed Antonio Mastrovincenzo, consiglieri regionali delle Marche, Simone Breccia, direttore della Caritas di Ancona, Giorgio Magnanelli ed Enrico Pascali, rispettivamente presidente e vicepresidente della Conferenza regionale Volontariato e Giustizia. Numeri, ma soprattutto persone - A rompere il ghiaccio è la presidente Giulia Torbidoni che, dopo aver fatto proiettare alcune immagini girate nel 2023 presso il carcere di Pesaro, invita i presenti a fare un “gioco di ruolo”: “Vi invito a riflettere che dietro ai numeri, che verranno riportati, ci sono soprattutto delle persone. Pensiamo perciò a come ci comporteremmo, se fossimo noi ad essere in certi ambienti, se fossimo noi a stare su un barcone in piena notte, se fossimo noi i familiari di quel detenuto morto tre giorni fa, se fossimo noi i detenuti stessi, se fossimo noi ad avere problemi di tossicodipendenza o se fossimo noi ad aver perso tutto nel corso di una vita che stava andando in un’altra direzione” Verso una maggiore umanizzazione della condizione dei detenuti - Invitato a prendere la parola, il vicesindaco Massimiliano Brugni, afferma: “Partiamo dal presupposto che in carcere ci sono persone. Il cardinale Zuppi, quando è venuto presso la Casa Circondariale di Marino del Tronto, ha detto che è nostro compito umanizzare la condizione delle persone che sono all’interno delle carceri e l’impegno dev’essere da parte di tutti. Partendo da questa riflessione, come ambito sociale-territoriale e come Comune, proponiamo diverse attività di mediazione culturale e linguistica, laboratori di scrittura, laboratori teatrali; insomma, per farla breve, presentiamo tutta una serie di attività atte a favorire il reinserimento. A tal proposito importantissimo è il lavoro fatto dalle nostre associazioni di volontariato, come la Caritas e la Società San Vincenzo De Paoli, che forma i volontari nelle carceri” Report 2025: le carceri sono i nuovi manicomi? - “Il nostro report s’intitola “Tutti più chiusi” - spiega la presidente Giulia Torbidoni - e non è un titolo casuale: ripensando a tre anni fa, il report era chiamato Oltre il limite, perché avevamo cominciato a vedere una progressione importante dei numeri ed iniziavamo a vedere una crescita in determinati ambienti; successivamente, lo abbiamo intitolato Nessuno escluso, poiché come associazione non escludiamo nessuno. Dal titolo di quest’anno si evince che il limite è stato superato”. Il report, come ogni anno, è diviso in due parti: la prima presenta la situazione regionale e internazionale; mentre, la seconda è un approfondimento sulla psichiatria. Parlando di numeri, le Marche hanno raggiunto la totalità delle 1080 presenze all’interno delle carceri, con un sovraffollamento del circa 125%. Eccezione di questa statistica è l’Istituto di Fossombrone, che ha un controllo specifico riguardo alle persone al proprio interno. “Ci ritroviamo - prosegue Torbidoni - più o meno ogni anno a dire le stesse cose con gradazioni sempre più accentuate: gli istituti hanno bisogno di manutenzione, di risorse e di ulteriori divisioni; quindi, in sintesi, c’è bisogno di soldi da impegnare nelle ristrutturazioni e nelle manutenzioni di questi istituti. Viene da sé pensare che, osservando il sistema carcere nella sua totalità, qualcosa non funzioni e lo dimostra lo stesso Ministero che attesta un tasso del 70% di recidività, a dispetto del restante 30%. Ci troviamo dunque tutti chiusi in un sistema che non torna più per nessuno, non solo per i detenuti”. Conclude infine la presidente con un interrogativo che interpella tutte le istituzioni e la società: “In carcere sempre più persone usano psicofarmaci; dunque, da qui emerge la sensazione che le carceri siano i nuovi manicomi e la domanda che sorge è: siamo tutti matti? O c’è qualcosa alla base che non sappiamo? Qualcosa di pregresso che non abbiamo saputo intercettare o altri tipi di malessere vari?” “Tutti più chiusi”: lo sono i carcerati o anche noi? - La parola passa a Giorgio Rocchi, il quale parte da un ribaltamento del titolo del report: “Tutti più chiusi” non termina con un punto di domanda, ma ci interroga lo stesso. Viviamo in una situazione sociale e culturale in cui non solo il carcere è chiuso, ma anche la stessa società stessa: di fronte ad alcune complessità dei fenomeni sociali, infatti, anche noi ci chiudiamo. Uno spaccato della chiusura sociale lo abbiamo avuto con il pre ed il post Covid: si è creta una chiusura emotiva e culturale motivata dalla paura. Insomma, la chiusura non è solo fisica, ma riguarda mentalità, linguaggi, paure e narrazioni. Lo scopo della presenza della Caritas in carcere è garantire che dentro entri la comunità, mentre fuori ci siano occasioni di ascolto, accoglienza ed accompagnamento. Come dice il Cardinale Zuppi, “abbiamo avuto modo di dichiarare che più si umanizza, più le condizioni per il futuro sono le migliori. Non possiamo accettare che prevalga un’ignoranza che ci riporta indietro nei secoli, ma dobbiamo essere rigorosi nel linguaggio e nei concetti. Quando qualcuno dice “che marcisca in carcere”, dobbiamo avere il coraggio di dire che è un commento ignorante. Il nostro compito è invertire questa tendenza e generare cultura nel senso più alto, cioè far capire che la Giustizia non è vendetta, che la dignità non si toglie a nessuno”. Tracciare percorsi ed accompagnare - Segue l’intervento dello psichiatra Angelomarco Barioglio: “Il mio lavoro, fuori dal carcere, è quello di disegnare percorsi per i pazienti affinché arrivino a maturare una propria autonomia e ad avere un tenore di vita soddisfacente. In genere il percorso comincia con una vita comunitaria, per poi arrivare alla vita in appartamento e ad un completo reinserimento delle persone all’interno della società. Questo garantisce alle persone, finalmente inserite, una vita dignitosa e serena. Il lavoro nella Casa Circondariale è abbastanza simile, ma senz’altro più faticoso. Nonostante questo, il grado di soddisfazione è molto alto, poiché ci sono persone che necessitano di aiuto, che hanno problemi psichici e che presentano una condizione clinica obiettivamente difficile. Cerchiamo di instaurare con loro un colloquio psicologico e di effettuare perizie psichiatriche per avere un quadro generale della persona. Trovo bellissima l’interpretazione del titolo proposta da Giorgio Rocchi, perché a noi viene chiesto di trovare delle soluzioni e la Magistratura ci investe del compito di guidare le persone durante l’uscita, perciò è nostro compito individuare dei programmi di trattamento e delle strutture apposite, così da trovare soluzioni adeguate a dei percorsi riabilitativi atti a garantire loro una completa autonomia e serenità”. Dottoressa Vilella: “Carceri chiuse, contesto agghiacciante” - A chiudere la serata è Enrichetta Vilella, che annuncia una grande notizia: a Pesaro il Consiglio Comunale ha deliberato il bando per il garante dei diritti delle persone private della libertà. Il suo intervento, dal titolo provocatorio “Carcere, sostantivo maschile”, rivela che “le donne sono il 4% della popolazione detenuta da sempre; il totale delle donne detenute fa nemmeno un grosso istituto maschile. Si parla un linguaggio maschile all’interno degli istituti, tanto che abbiamo dovuto attendere il 2011 affinché venisse emanato un regolamento del carcere al femminile. Prima di allora, le donne erano come inesistenti. Faccio un esempio: negli ordini venivano richiesti numerosi rasoi, ma non assorbenti”. Conclude Vilella: “Gli operatori delle carceri, sia noi dell’amministrazione penitenziaria sia i volontari esterni, sono soliti esultare per i piccoli successi del proprio lavoro, ma è importante la concretezza. Il nostro percorso è lunghissimo, ma ha una reazione molto potente. Ecco perché è importante la relazione tra il detenuto ed il mondo esterno. Il carcere chiuso comporta che nessuno entri. Certe decisioni vengono prese per il timore che non ci sia sicurezza; tuttavia, in campo medico, una sicurezza ce l’abbiamo: la guarigione di un individuo contagioso è un interesse di tutta la comunità. Così dovrebbe essere anche per la questione carcere. Per questo chiediamo che i detenuti non siano più degli invisibili, anzi che, al contrario, sia stimolata una relazione educativa tra dentro e fuori”. In definitiva, la conferenza è stata solo un momento di condivisione di dati, ma anche, e soprattutto, un’occasione per conoscere la condizione dei detenuti nelle carceri marchigiane e riflettere su come umanizzarla. C’è ancora molta strada da fare, ma questo intanto è un primo passo. Cuneo. “La svolta possibile” per l’inclusione e il reinserimento lavorativo dei detenuti laguida.it, 28 febbraio 2026 Il progetto formativo promosso da Confcommercio. Mercoledì 25 febbraio si è concluso il primo dei due percorsi formativi promossi da Confcommercio Cuneo e legati al progetto “La Svolta possibile” nato con l’obiettivo di promuovere l’inclusione sociale e il reinserimento lavorativo dei detenuti attraverso percorsi di formazione mirati. “I corsi attivati, Addetto al Laboratorio di Panificazione e Pasticceria e Operatore Paghe e Contributi, sono stati progettati riconoscendo il valore del lavoro e dell’istruzione quali strumenti fondamentali per la rieducazione e la riduzione della recidiva - come sottolinea il Presidente di Confcommercio Cuneo Roberto Ricchiardi. Attraverso il coinvolgimento di Confcommercio Cuneo in sinergia con la Direzione della Casa Circondariale, il progetto mira a costruire un sistema sostenibile di inclusione socio-lavorativa, proponendosi come modello replicabile di integrazione tra formazione, lavoro e diritti, generando impatto positivo tanto sulla vita dei detenuti quanto sul tessuto economico e sociale del territorio. Invito i partecipanti a vivere questi percorsi con curiosità, impegno e fiducia”. Domenico Minervini - Direttore della Casa Circondariale di Cuneo: “Tale azione rappresenta un importante risultato nell’ambito dell’obiettivo che ci eravamo posti un anno fa, rappresentato dal potenziamento della formazione professionale in questo istituto, anche alla luce dell’aumento della popolazione detenuta, passata da 240 a 400 unità nel corso di 3 anni. Preziosa è stata la collaborazione attivata con la Confcommercio di Cuneo che, utilizzando un finanziamento della Fondazione Crc, ha erogato questo corso e, soprattutto, ne ha immediatamente avviato un secondo avente invece ad oggetto l’elaborazione delle buste paga. La città di Cuneo dimostra ancora una volta una particolare sensibilità ed attenzione rivolta alle attività in favore della popolazione detenuta dell’istituto di pena cittadino”. Prosegue Marco Fuso, presidente Ascomforma - Agenzia Formativa Confcommercio Cuneo responsabile dell’iniziativa: “un progetto che, già dal nome, racchiude una promessa: “La Svolta Possibile” non “impossibile” non “difficile” ma “possibile”. Perché ogni cambiamento, anche il più grande, comincia da un primo passo e tutti noi, oggi, quel passo, lo stiamo facendo insieme. Come Ascomforma, siamo davvero orgogliosi di poter contribuire. Si tratta di due esperienze formative concrete: una in panificazione e pasticceria e una in gestione paghe. Dietro a questi percorsi non ci sono solo ricette o numeri: ci sono abilità, responsabilità e opportunità reali di lavoro. E soprattutto, c’è la possibilità di rimettersi in gioco. Imparare un mestiere non è solo apprendere una tecnica: è ricostruire fiducia, scoprire che si può ancora creare qualcosa di buono - con le mani, con la mente, con il proprio impegno. Desidero ringraziare sinceramente la Direzione del carcere e tutto il personale per la fiducia e l’accoglienza con cui ci hanno aperto le porte. Ringrazio partecipanti e formatori, protagonisti di questa avventura. La farina, le mani, il calore del forno, la precisione di un calcolo, la cura di un impasto o di una busta paga…sono tutti modi per rimettere ordine, per creare valore, per dare forma a qualcosa di nuovo - dentro e fuori di sé”. Marco Manfrinato, direttore Confcommercio Cuneo: “Un’esperienza arricchente, seppur complessa dato l’ambito in cui si operava, così come straordinaria la disponibilità di tutti i soggetti coinvolti compresi i docenti. Alcuni di loro non avevano mai fatto un’esperienza del genere, ne sono usciti entusiasti. Tanto abbiamo dato sicuramente, tanto di più abbiamo ricevuto”. Bari. I biscotti del riscatto sociale: prodotti nell’Ipm “Fornelli” sono arrivati a Sanremo di Monica Caradonna Corriere del Mezzogiorno, 28 febbraio 2026 A Sanremo sono arrivati anche i biscotti nati dietro le sbarre, frutto della collaborazione tra la vulcanica Luciana Delle Donne, fondatrice di Made in Carcere, e la famiglia Lampugnani che ha scelto di trasferire la storica ricetta dei biscotti Frizzcafé all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni “Nicola Fornelli” di Bari. Non è si è trattato di una semplice lezione di pasticceria, ma di un percorso formativo per offrire ai ragazzi detenuti competenze concrete e una prospettiva diversa. Ed è così che dal cuore di Bari al palcoscenico del Festival della canzone italiana è stato un attimo. I biscotti di Frizzcafé sono arrivati a Sanremo con una storia dall’aroma di burro, olio extravergine ma soprattutto di resilienza e riscatto. Nella città dei fiori è arrivata l’identità gastronomica barese e con essa le materie prime: dal grano all’olio d’oliva. Il tutD’altronde to contaminato in una storia di pasticceria e impegno sociale. La frolla, infatti, è quella identitaria del laboratorio barese: cereali antichi e olio extravergine d’oliva. A impastare insieme ai giovani sono stati i pastry chef Angelo Caporusso e Francesco D’Alfonso, trasformando il laboratorio del carcere in una bottega artigiana. “Abbiamo voluto legare ancora di più Frizzcafé alla comunità - spiega Giuseppe Lampugnani - insegnando un mestiere che possa diventare una seconda possibilità”. come nello spirito di Made in Carcere, da sempre impegnata nell’offrire una seconda chance a chi finisce a scontare un periodo di pena. A Sanremo, nei colorati sacchetti distribuiti a Casa Nobel, i biscotti Frizzcafé hanno incontrato quelli firmati Made in Carcere, realizzati con farina biologica Senatore Cappelli, olio extravergine e Primitivo di Manduria. Un incontro tra gusto e responsabilità sociale. Nato nel 2006, Made in Carcere è oggi un modello di economia circolare e rigenerativa che coinvolge detenuti in tutta Italia, trasformando materiali di recupero in oggetti e opportunità di lavoro. “Attraverso dei “semplici” biscotti portiamo i nostri ragazzi a Sanremo”, ha detto Luciana Delle Donne. E così, al ritmo della musica italiana, e alla presenza di tanti artisti pugliesi, tra luci e red carpet, il sapore più autentico del Sud si è fatto messaggio: anche un biscotto può cambiare una storia. Roma. Università e carcere. Prima giornata nazionale della ricerca in favore dell’art. 27 Cost Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2026 Il 5 marzo presso il Cnel a Roma si svolgerà il convegno Università e carcere. Prima Giornata Nazionale della Ricerca Universitaria in favore dell’art.27 della Costituzione. Il convegno promosso e organizzato dal Segretariato Permanente CNEL per l’inclusione delle persone private della libertà personale nasce con l’intento di creare, per la prima volta a livello nazionale, uno spazio di confronto sistematico tra studiosi e studiose di diverse discipline che, nei rispettivi ambiti di ricerca, si occupano di carcere, esecuzione penale, inclusione e diritti fondamentali. L’iniziativa muove dal dettato dell’articolo 27 della Costituzione italiana, che assegna alla pena una funzione rieducativa e impone il rispetto della dignità della persona, e riconosce all’Università un ruolo centrale nella produzione di conoscenza critica, nella promozione dell’innovazione sociale e nel dialogo con le istituzioni e la società civile. Per la prima volta, professori e ricercatori universitari provenienti da tutte le aree disciplinari - giuridiche, sociologiche, psicologiche, economiche, storiche, filosofiche, mediche, artistiche e tecniche - si incontrano per condividere ricerche, esperienze e pratiche di studio. Il convegno intende offrire una fotografia aggiornata dello stato dell’arte della ricerca scientifica sul carcere e sull’esecuzione penale in Italia, valorizzando approcci interdisciplinari e mettendo in dialogo teoria, ricerca empirica e pratiche operative. Al tempo stesso, la giornata vuole aprire una riflessione collettiva sulle prospettive future di studio, sulle sfide ancora aperte e sul contributo che l’Università può offrire all’attuazione concreta dei principi costituzionali. Cosenza. I Rotaract Club all’Unical per discutere di cultura del diritto e condizioni delle carceri di Raffaella Silvestro telemia.it, 28 febbraio 2026 Convegno nell’Aula Tommaso Sorrentino su Costituzione, condizioni carcerarie e reinserimento: focus sull’articolo 27. Si è tenuto presso l’Aula Tommaso Sorrentino dell’Università della Calabria il convegno “Costituzione e detenzione: la funzione della pena nel sistema penitenziario moderno”, un evento promosso da Antonio De Marco, Gaetano Ragusa, Rosita Pizzi, Ciro Antonio Borrelli, Alessandro Leo, rispettivamente dei Rotaract Club Cosenza, Amantea, Trebisacce Alto Jonio Cosentino, Acri e Unical, che ha riunito esperti del diritto, rappresentati delle istituzioni e studenti per riflettere su uno dei temi più complessi e urgenti del nostro ordinamento giuridico. Al centro della discussione, il delicato equilibrio tra necessità di sicurezza sociale e il mandato costituzionale sancito dall’Articolo 27, che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ai saluti istituzionali del Consigliere Regionale On. Angelo Brutto e del Magnifico Rettore dell’Unical, Gianluigi Greco, sono seguite le relazioni del Prof. Mario Caterini, della Dott.ssa Lucia Castellano e dell’Avv. Federico Ferraro. L’attività si è poi conclusa con l’intervento di Dino De Marco, Governatore del Distretto Rotary 2102. I relatori hanno analizzato le criticità del sistema attuale, toccando punti caldi come il sovraffollamento carcerario, l’efficacia delle misure alternative e l’importanza del reinserimento lavorativo come antidoto alla recidiva. Durante la giornata sono emersi spunti di riflessione significativi, soprattutto dalla relazione accademica del Prof. Caterini: dall’evoluzione storica della pena fino alla convinzione che la detenzione debba smettere di essere percepita come mera “vendetta di Stato”. I rappresentanti dei club Rotaract hanno ribadito il ruolo dei giovani nel sensibilizzare l’opinione pubblica su temi spesso relegati ai margini del dibattito sociale. L’intervento dell’Avv. Ferraro, come già Garante dei detenuti nel Comune di Crotone, ha offerto uno spaccato crudo, ma necessario, sulla vita quotidiana all’interno degli istituti di pena calabresi. L’iniziativa dei giovani rotariani ha riscosso un ampio interesse, promuovendo l’idea che discutere di carcere in un’università significhi investire sulla cultura del diritto, nella consapevolezza che la qualità della democrazia si misura anche dalle condizioni delle sue carceri. Teramo. Il progetto “Nessuno escluso” arriva al carcere di Castrogno navuss.it, 28 febbraio 2026 Dopo Roma e Bari, il progetto “Nessuno escluso” è arrivato nella casa circondariale di Teramo, segnando una nuova e importante tappa del programma nazionale volto a sensibilizzare la comunità penitenziaria intorno alla cultura giuridica e costituzionale, a cura di Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Lefebvre Giuffrè e Associazione Antigone. La presentazione dell’iniziativa è un momento istituzionale di alto profilo che vede riuniti rappresentanti del Governo, dell’Amministrazione penitenziaria, della magistratura, delle istituzioni territoriali e del mondo accademico per dialogare sulle tematiche più attuali legate al sistema penitenziario italiano. L’inaugurazione del progetto vede la partecipazione di una rappresentanza di detenuti della Casa Circondariale e gli interventi di Maria Lucia Avantaggiato, Direttrice della Casa Circondariale di Teramo; Emiliano Di Matteo, Consigliere Regione Abruzzo in rappresentanza del Presidente della Regione Marco Marsilio; Stefania Di Padova, Vicesindaco di Teramo; Marta D’Eramo, Presidente del Tribunale di Sorveglianza L’Aquila; Giacinto Siciliano, Provveditore DAP Lazio-Abruzzo-Molise; Giuseppe Marazzita, Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università di Teramo; Monia Scalera, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Regione Abruzzo; Elia De Caro, Difensore civico dell’Associazione Antigone. La conclusione dell’evento è affidata a Massimo Parisi, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Introduce e modera l’iniziativa Antonio Delfino, Direttore Relazioni esterne e istituzionali di Lefebvre Giuffrè. Inaugurato a settembre 2024 presso la Casa Circondariale femminile “Germana Stefanini” di Roma Rebibbia e successivamente avviato nel 2025 anche nella Casa Circondariale “Francesco Rucci” di Bari - dove le attività del programma si sono svolte con successo coinvolgendo più di 100 detenuti - “Nessuno escluso” arriva ora a Teramo, confermando la progressiva espansione del progetto sul territorio nazionale, con l’obiettivo di consolidare una cultura penitenziaria sempre più consapevole, inclusiva e pienamente orientata ai valori costituzionali. Il format prevede cinque incontri guidati da relatori esperti con lezioni frontali incentrate su temi quali la pena nella Costituzione, la funzione rieducativa, l’uguaglianza, la dignità umana e la solidarietà. Inoltre per il progetto Lefebvre Giuffrè mette a disposizione le proprie risorse culturali, autoriali ed editoriali all’interno di corner collocati presso le biblioteche degli istituti penitenziari in cui la popolazione detenuta può consultare le pubblicazioni della casa editrice in forma tradizionale e digitale. I corner, veri e propri punti stabili di formazione e informazione, sono pensati anche per ospitare incontri periodici con docenti universitari, magistrati, rappresentanti del terzo settore e delle istituzioni al fine di approfondire particolari diritti o temi costituzionali. L’obiettivo è fornire ai detenuti le conoscenze utili per una maggiore comprensione del sistema giudiziario italiano, affinché possano raggiungere una migliore consapevolezza e una partecipazione più attiva nel proprio percorso al reinserimento nella società. “Nessuno escluso è un’iniziativa culturale di alto valore, perché mette a disposizione dei detenuti uno spazio, la biblioteca, in cui poter consultare libri e riflettere in maniera approfondita anche sugli aspetti giuridici legati alla detenzione. Su quei diritti e su quei doveri delle persone ristrette che sono anche a fondamento del percorso di inclusione sociale. L’angolo di biblioteca giuridica non è solo un punto stabile di informazione, ma anche un luogo di promozione culturale ed umana, potendo ospitare incontri di approfondimento su temi costituzionali, essere occasione di incontro e di partecipazione attiva di detenuti, su stimoli culturali offerti dal territorio, dall’Università, dalla Biblioteca di Teramo, dalle tante associazioni culturali presenti in carcere. Il progetto diventa così strumento efficace di reinserimento, di contrasto della recidiva, perché ogni percorso di recupero non può che fondarsi sulla consapevolezza e la consapevolezza sulla conoscenza. La ricerca della libertà, dai detenuti ai magistrati, nell’arretrare della democrazia di Fulvio Maria Longavita* questionegiustizia.it, 28 febbraio 2026 Non è facile parlare del libro della dott.ssa Stasio, “L’Amore in Gabbia”, per le sue particolari caratteristiche, quali individuate molto bene dal suo stesso protagonista: Gianluca. È un libro, dice Gianluca, “Politico. Di inchiesta. Denso. Onesto. Pieno di questo fenomeno che si chiama vita: mia, tua, universale. Una storia diversa, ma come tante altre. Povertà e degrado, ma anche grandi ricchezze e rivincite. Abbandono, sì, […] ma anche incontri incredibili, attenzione e cura” (pag. 169). Aggiungo: un libro fluente, gradevole, scritto con quella capacità espositiva e quella delicata sensibilità che sono tipiche delle donne, giornaliste, di livello. La lettura del libro mi ha procurato tante emozioni e tanti stati d’animo, alcuni anche molto diversi tra loro: pietà e commozione, ma anche indignazione e moto di lotta per (ri)conquiste sociali di beni comuni che pensavo ormai acquisiti per sempre. Su tutti è prevalso un senso di benessere culturale, che mi ha aiutato a comprendere meglio le ragioni recondite e più nascoste della mia passione per la Giustizia: di quella passione, cioè, che mi ha spinto a studiare Giurisprudenza e ad essere Magistrato della Corte dei conti. L’iter espositivo del libro, che oscilla tra la narrativa e la saggistica, nel suo aspetto saliente, per il quale i diritti dei fragili non sono diritti fragili, coniuga molto bene le due principali tendenze della scienza giuridica: quella verso l’alto, alla ricerca dei valori etici dell’uomo, compendiabili nel sentimento di Giustizia; quella - di direzione opposta - verso il basso, alla ricerca della verifica del grado di realizzazione di tali valori nella quotidianità della vita, propria e degli altri, negli ambienti - anche europei ed internazionali - che compartecipiamo. A queste due linee di ricerca, che - credo - costituiscono il filo rosso dei tanti temi trattati nel libro, si raccorda il sentimento dell’Amore per la Giustizia, quale vera, grande forza dinamica della Vita. Giustizia, Amore e Vita, nel libro della dott.ssa Stasio si equivalgono e prendono il volto di Gianluca: protagonista di una storia di perdizione e sofferenza, ma anche di redenzione e pace. È la storia della Sua vita in carcere, dei Suoi compagni di cella, delle Sue difficoltà rieducative e di reinserimento nella società civile. La sintesi dell’esperienza di Gianluca rende concreta, ma con valenza generale, l’idea che per saper vivere bisogna saper amare. La rieducazione del detenuto alla vita libera passa necessariamente dalla riscoperta della sua capacità di amare e di sapersi relazionare. Fintantoché egli non riacquista questa capacità, il fine pena non segna pienamente la libertà del detenuto, trattenendo in gabbia il suo Cuore, con le conseguenti, intuitive ricadute negative sulle relazioni che tenta di ricostruire. L’Amore e la Libertà, che dell’Amore ne è il principale attributo, costituiscono la fonte vitale dell’Uomo: il Suo Spirito. Nel contesto del libro, il Cogito ergo sum, di Cartesio, diventa l’Amo ergo sum della persona umana, il cui rispetto è imposto finanche alla Legge (art. 32, c.2, Cost.) La storia di Gianluca mette a nudo il vuoto affettivo che la morte del padre gli ha provocato, spingendolo verso la droga: prima come consumatore e poi anche come spacciatore. Un vuoto che, non potuto compensare dalla madre (intenta a coprire con il suo lavoro il fabbisogno familiare), che pure lo amava, è stato ingigantito dalla durezza della vita carceraria, ben lontana da quel senso di umanità della pena che soltanto può favorire la rieducazione del condannato, secondo le chiare indicazioni dell’art. 27, c. 3, Cost. Notevole la considerazione, chiaramente espressa nel libro, che un vuoto d’Amore può essere colmato soltanto dall’Amore mancante: a nulla valgono i metodi autoritari, se non ad allargare a dismisura le dimensioni di questo vuoto. È il pensiero di Emily Dickinson, più volte riportato nel libro: “Per chiudere una falla devi inserirvi ciò che la produsse. Se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla ti si spalancherà sempre più grande”. Solo quando Gianluca potrà “sperimentare” il sistema rieducativo del carcere di Bollate, riavvertirà gli impulsi vitali dell’Amore, che lo porteranno a guardarsi dentro, a scoprire se stesso (nei suoi talenti) e a ricostruirsi nelle sue relazioni affettive fondamentali di figlio, fratello, compagno e padre. Nel contesto del libro, l’Amore, come fonte di Vita, acquista un potente significato giuridico-politico, quale precondizione per l’affermazione del principio di uguaglianza sostanziale, di cui all’art. 3, c.2, Cost. sotto il profilo - principalmente - che solo l’Amore effettivamente consente il “pieno sviluppo della persona umana” e la corretta, effettiva “partecipazione di tutti […] all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In questa ottica, l’Amore diventa anche canone d’interpretazione della Legge, accanto ai tre criteri ermeneuti espressamente previsti dall’art. 12 delle preleggi (letterale, sistematico e teleologico), con forza esegetica prevalente rispetto ad essi, in quanto Spirito unificante dell’Uomo e della Legge, che si esprime nella Humanitas: nella convergenza, cioè, nell’Uomo sia della Sua capacità creativa del diritto che della Sua soggezione ad esso. Non si può legiferare con la riserva (forse neanche confessata a se stessi) che le adottande disposizioni valgano per gli altri, per i deboli, e non anche per i forti, che poi sono anche quelli che legiferano o - addirittura - inducono a legiferare. Il libro, nella delicatezza dei sentimenti che esprime, porta a leggere l’insieme delle regole e dei principi della nostra Costituzione come un inno d’Amore: l’inno degli italiani per la Libertà appena ritrovata, per la riconquistata capacità ai buoni sentimenti, per l’impegno di garantire la definitiva messa al bando del fascismo, “sotto qualsiasi forma” esso si fosse ripresentato (XII disp. trans. e fin. Cost.). Nel patrimonio valoriale della Costituzione, l’Uomo, nella triplice dimensione di Corpo, Mente e Spirito, evidenziata anche dall’Autrice del libro, è collocato al centro dell’ordinamento giuridico, in perfetta assonanza con la Sua centralità nel Creato, al punto che “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32, c. 2, Cost.). Siamo al rapporto dell’Uomo con il Sabato: questo è al servizio di quello e non viceversa, secondo la visione etica del diritto, pienamente condivisa da tutti i Costituenti, laici e cattolici. La trasposizione giuridico-costituzionale dell’Umanità della Persona si avverte in tutta la potenza lirica del libro, soprattutto laddove essa pone il fondamento del principio di uguaglianza dei cittadini sulla base etica della loro pari dignità sociale (art. 3, c.1, Cost.). La pari dignità sociale dell’Uomo, dal canto suo, fonda anche la natura democratica della nostra Repubblica e l’intestazione al Popolo (a tutto il Popolo e non solo a quella parte di Esso che ha votato i partiti di maggioranza) della Sovranità, quale capacità di esprimere la volontà pubblica, da esercitare nelle forme e nei limiti della Costituzione (art. 1 Cost.), ivi comprendendo la tutela delle minoranze. Nell’ambito delle forme e dei limiti che strutturano la Repubblica Italiana, si pone il riconoscimento, al più alto livello normativo, dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost.). Sono proprio questi diritti, e - per essi - i valori etici che li ispirano (Libertà, Uguaglianza, Salute, Solidarietà, Istruzione, ecc.), che danno senso e concretezza alla pari dignità delle persone, fortemente evidenziata nel libro. Sono i diritti inviolabili che, nel loro complesso valoriale, concorrono a identificare l’Uomo come Essere creato a immagine di Dio, secondo le tre principali religioni Abramitiche, ovvero come fine in sé e mai come mezzo, secondo l’etica filosofica di E. Kant. A questo nucleo di diritti si correla il potere-dovere di Buona Amministrazione della classe dirigente e di Governo (art. 97 Cost.) e l’esercizio delle “funzioni pubbliche con disciplina ed onore” (art. 54, c. 2, Cost.), correlato al necessario rispetto non solo delle regole di diritto (disciplina), ma anche - e soprattutto - di quelle di particolare consistenza etica (onore), nella consapevolezza che la loro mancata piena soddisfazione segna una battuta d’arresto nel processo di attuazione dei valori costituzionali. Il libro individua nel carcere uno degli osservatori privilegiati di valutazione del grado di Umanità della politica e, quindi, del diritto. L’indagine, che attraversa la storia di Gianluca, restituisce una realtà spaventosa, per sovraffollamento carcerario, egemonia culturale dei detenuti a più elevata capacità criminale, inadeguatezza dell’Amministrazione penitenziaria, ancora troppe volte intenta ad agire con quella gelida crudeltà burocratica e autoritaria, a suo tempo denunziata anche da Piero Calamandrei. Il riferimento nel libro è a chi, Sottosegretario di Stato alla Giustizia, in un discorso istituzionale ha espresso gioia [nel] togliere l’aria a chi è stato arrestato (pag. 125). Siamo agli antipodi della funzione rieducativa della pena. Siamo all’applicazione de facto della pena come castigo, in funzione restitutoria del male commesso, ispirata da sentimenti di odio e vendetta, banditi sin dall’antichità, non solo da Dio nei confronti di Caino, ma anche dal pensiero laico di Protagora e del giureconsulto Paolo. La dott.ssa Stasio offre al lettore uno spaccato davvero struggente, che impressiona e commuove per chiarezza, concretezza e lucidità di racconto, toccando aspetti significativi dell’attuale politica generale di Governo (art. 95 Cost.), piuttosto distante dal comune sentire della Politica Nazionale, che i cittadini manifestano nella loro vita associativa (art. 49 Cost.). Politica generale di Governo e Politica Nazionale, che nell’idea democratica della nostra Carta fondamentale avrebbero dovuto sempre convergere, sono - ora - divaricate dallo strano (e pericoloso) fenomeno dell’assenteismo elettorale: i votanti sono ben al di sotto del 50% degli aventi diritto e, nel quadro di deficit democratico che caratterizza i nostri tempi, gli istinti nazionalisti stanno chiudendo in gabbia l’Amore per la Nazione, che la maggioranza degli italiani prova, nel volersi continuare a riconoscere nei valori della Costituzione. Il libro, prendendo spunto dalla storia personale di Gianluca, fotografa molto bene la crisi dei principi di democrazia e solidarietà, di uguaglianza e pluralismo (anche religioso), come pure della cultura e della pace, oltre che della tutela dell’ambiente, del paesaggio, dell’arte e dello straniero, declinati nei primi 11 articoli della Carta fondamentale. Il carcere, nelle considerazioni dell’Autrice del libro, pienamente aderenti allo stato delle cose, è visto come un “contenitore nel quale buttare anche il dissenso e, più in generale, tutto ciò che [il Governo] non vuole o non sa affrontare, dai migranti al disagio sociale, che perciò va chiuso in gabbia [come scarto sociale], possibilmente a marcire, cavalcando l’inganno secondo cui solo la gabbia garantisce legalità e sicurezza” (pag. 162). Siamo al ribaltamento, annota giustamente la Stasio, delle priorità costituzionali, legate al rispetto della Persona Umana e alla fondamentale esigenza che il sistema pubblico assicuri a tutti i cittadini una esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.), lontana da dispotismi, arbitri, abusi e privazioni. I decreti Sicurezza compartecipano questo ribaltamento, in una visione del valore della Sicurezza che supera quello della Libertà, in una logica panpenalistica, contro la quale - vale annotarlo - si è levato alto anche il grido d’allarme della Suprema Corte di Cassazione, nell’Assemblea Generale del 19 giugno u.s.. Sono stati introdotti ben 60 nuove figure di reato. Sono state ampliate le maglie di incriminazione di reati già esistenti. È stato varato un generale e sensibile inasprimento delle pene. Si è giunti finanche alla criminalizzazione della resistenza passiva nelle carceri e nei c.d. centri di accoglienza per migranti, come ricordato anche nel libro, mentre - aggiungo - la mera detenzione di dépliant che illustrano il funzionamento di armi, legittima l’arresto in flagranza per il reato di terrorismo, senza neanche il preventivo accertamento delle intenzioni di chi li detiene. La sanzione penale, da sempre considerata extrema ratio del nostro ordinamento giuridico, sta ora dilagando a dismisura, nel processo di criminalizzazione diffusa e violenta dei decreti sicurezza. Con tali decreti - mi pare giusto ricordarlo, dato il tema del libro - sono stati anche revocati alcuni benefici carcerari storici, come la incompatibilità assoluta con gli ambienti detentivi delle gestanti e delle puerpere, fino ad un anno di vita del bambino. La stessa indipendenza dei Magistrati è messa in discussione, come ricorda l’Autrice, da una riforma della giustizia, ridotta - a mio avviso - alla mera separazione delle carriere dei PP.MM. da quelli dei Giudici, nel chiaro intento di porre entrambi sotto lo schiaffo dell’Alta Corte di Giustizia, a prevalente caratura Politica. La realtà carceraria italiana, già pesante, si è ulteriormente aggravata, ponendo la vita dei detenuti molto al di sotto di ogni tollerabile forma di garanzia e di rispetto della Persona Umana. La Politica di Governo è ben lontana da una possibile inversione di tendenza. Alcuni dei suoi uomini, anzi, hanno accolto con ironia quelle pronunce della Consulta che tendono a guadagnare terreno alla funzione rieducativa della pena, come la sent. n. 10 del 26 gennaio 2024, su cui si è intrattenuta la Stasio, quale pronuncia che ha finalmente riconosciuto il concreto esercizio del diritto all’affettività (anche intima) dei detenuti, nel rilievo che senza Amore non è possibile alcun serio recupero del condannato e del suo reinserimento nella società civile. La separazione delle Carriere dei Magistrati, che muove verso la chiusura in gabbia anche del cuore dei Magistrati, allunga ombre pesantissime pure sui destini dei Giudici di Sorveglianza, mi sembra giusto evidenziarlo, ai quali - com’è noto - spetta di vigilare sulla corretta esecuzione delle pene, assicurandone la corrispondenza al rispetto della Persona Umana, per la effettiva rieducazione del condannato. Il referendum sulla riforma della Giustizia del prossimo marzo può davvero costituire - a mio avviso - il primo banco di prova della capacità del Popolo Italiano di neutralizzare - a dirlo con le parole del libro - il veleno che le politiche sovraniste stanno inoculando nel Mondo e in Italia. Anche l’antidoto a questo veleno è stato ben individuato dall’Autrice nella capacità di Amare, propria della stragrande maggioranza degli italiani, in rapporto alla quale è giusto - anche in senso giuridico - rivendicare con energia la piena attuazione della nostra Costituzione, da tutti ritenuta la più bella del Mondo. G. Orwell ci avverte: i regimi totalitari “temono l’Amore, perché crea un mondo che non possono controllare”, mentre S. Paolo ci ricorda che “contro l’Amore non c’è Legge”. *Vicepresidente aggiunto onorario della Corte dei Conti. Intervento svolto a Castelnuovo di Porto (RM) il 1 febbraio 2026 La scuola degli affetti: educare alle relazioni per fermare gli abusi di Andrea Cegna Il Domani, 28 febbraio 2026 In una ricerca presentata da Coop durante l’evento di Milano “Close the Gap” emerge che il 70 per cento dei genitori vorrebbe come materia scolastica l’educazione alle relazioni. In un paese al contrario il governo propone una pericolosissima legge che, rimuovendo l’idea di consenso, disconosce violenza e dinamiche di controllo sociale. Così spetta ai movimenti e al mondo del privato parlare e creare cultura su relazioni, affetto e rifiuto delle molteplici forme di violenza e sessismo. Coop Italia ha presentato la sesta edizione di Close the Gap. Lo ha fatto a Milano, al Teatro Franco Parenti. La novità della campagna 2026 è l’esperimento culturale che prova a intervenire su un vuoto sempre più evidente: quello lasciato dalla scuola e dalla politica nell’educazione alle relazioni, alla consapevolezza dei privilegi di genere e alla critica delle dinamiche patriarcali. Un vuoto che non riguarda soltanto le proposte di legge - oggi al centro di un dibattito parlamentare regressivo - ma anche il modello di scuola che negli anni si è consolidato. Un sistema educativo che raramente costruisce strumenti per leggere i rapporti di potere, interrogare stereotipi o sviluppare coscienza critica sulle relazioni affettive e sociali. Eppure una ricerca presentata durante l’incontro - La scuola degli affetti - mostra come il 70 per cento dei genitori vorrebbe l’educazione alle relazioni come materia scolastica obbligatoria, mentre nove italiani su dieci ritengono che potrebbe contribuire a prevenire fenomeni di odio, emarginazione e violenza. Così diverse sedi Coop, tra cui Firenze, Modena, Genova e Roma, ospiteranno uno spettacolo teatrale dedicato a relazioni, affettività e linguaggio sessista, realizzato dallo scrittore e insegnante Enrico Galiano. Non una lezione frontale, ma un momento di confronto costruito con il coinvolgimento diretto del pubblico. Ad aprire l’incontro milanese un breve dialogo tra Galiano e la giornalista Valentina Dolciotti, dove è arrivato l’appello a “chi lavora con le parole, come artisti e giornalisti”, a prestare maggiore attenzione all’uso delle parole e alla costruzione delle frasi. Troppo spesso titoli e articoli - anche senza volerlo - continuano infatti a muoversi dentro retaggi culturali incapaci di liberarsi da stereotipi. Un modo di raccontare la violenza che rischia di riprodurre proprio quel clima che si dice di voler cambiare, invece di contribuire a costruire un lessico diverso e più consapevole. “Siamo tutti coinvolti” - Lo spettacolo nasce da una ricerca realizzata lo scorso anno proprio sull’educazione sentimentale nelle scuole. “È emerso chiaramente che l’Italia è molto indietro su questo tema”, racconta Galiano. “Il bisogno di educazione alle relazioni arriva soprattutto dagli studenti e dalle famiglie. C’è la percezione che questa sia una grande lacuna”. “Abbiamo pensato di portare questi temi negli spazi dove le persone vivono e si incontrano davvero”, spiega. “Non aspettare che succeda qualcosa di tragico per parlarne, ma provare a costruire consapevolezza prima”. Nel racconto dell’insegnante emerge però anche un limite strutturale della scuola italiana. “Io insegno italiano e storia”, spiega. “Posso affrontare certi temi, ma non ho le competenze di uno psicologo dell’età evolutiva. E questo è il punto: l’educazione alle relazioni dovrebbe essere un lavoro strutturato e portato avanti da professionisti”. Oggi invece questi percorsi sono spesso affidati alla buona volontà dei singoli istituti. “Le scuole provano a farli, ma sono attività volontarie. Ogni volta bisogna negoziare con le famiglie, chiedere autorizzazioni e c’è sempre qualcuno che decide di non partecipare”. Il lavoro con la Fondazione Giulia Cecchettin ha rappresentato per lui anche un percorso di consapevolezza personale. “Mi ha aiutato a capire che il problema non è mai solo fuori di noi. È anche dentro di noi, nelle parole che usiamo e negli stereotipi che continuiamo ad avallare senza accorgercene”. Una consapevolezza che riguarda tutti. “Anch’io pensavo di essere abbastanza attento a questi temi”, ammette. “Ma lavorandoci capisci che nessuno è completamente immune. Per citare De André, siamo tutti coinvolti”. Accanto a questo lavoro culturale, Coop continua anche a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre una psicologia pubblica gratuita nelle comunità, scuole comprese. Una campagna che ha già raccolto oltre 72mila firme e che punta a costruire una presenza stabile di professionisti capaci di accompagnare studenti e studentesse nel percorso di crescita, affrontando anche i nodi delle relazioni, del conflitto e del benessere emotivo. Si avvicina anche l’8 marzo, una giornata che da tempo ha smesso di essere considerata una festa ma è tornata ad essere momento di manifestazioni, lotta e politica. Non Una di Meno rilancia anche la pratica dello sciopero femminista, per il 9 di marzo. Sarà interessante capire se si genereranno dialoghi tra mondi diversi, come quelli del commercio e dei movimenti, così vicini però nelle rivendicazioni e nell’idea che l’unico mondo possibile è quello dove il sessismo sia sconfitto e le diversità siano un valore non schiacciato dal privilegio. Fine vita, scontro aperto tra Lega e Forza Italia: il centrodestra si divide e la legge resta bloccata di Simone Alliva Il Domani, 28 febbraio 2026 Sul suicidio assistito l’ala moderata spinge per una legge mentre la linea dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni resta ostaggio dei Pro-Vita. Si allarga lo scontro nella Lega tra i moderati rappresentati da Zaia e i gruppi Pro-Vita. Mentre il partito degli azzurri tenta di smarcarsi per dare respiro alle parole della figlia del fondatore Marina Berlusconi. Sono passati nove anni dalla morte di Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, aiutato da Marco Cappato a raggiungere la Svizzera per ricorrere all’aiuto medico alla morte volontaria (il cosiddetto “aiuto al suicidio”). Otto anni di discussioni, proposte di legge e fallimenti. Oggi sul fine vita è in corso una guerra a bassa intensità che si consuma dentro il centrodestra. Il bottino non è la legge ma “una certa idea di governo” fanno sapere da Forza Italia. In bilico tra uno spirito liberale e uno conservatore. Quello liberale resta parecchio soffocato, con una certa sofferenza da parte degli azzurri che non riescono proprio a dare respiro alle parole di Marina Berlusconi. “Ognuno deve essere libero di scegliere”, è la posizione della figlia del Cavaliere. Il no all’eutanasia oltre a trovare spazio nel manifesto di Futuro Nazionale del generale Vannacci, è ben rappresentato nel governo dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. I lavori sul ddl sul fine vita sono fermi dall’estate. Non pervenuto il parere della commissione sugli emendamenti presentati al testo firmato dai relatori Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI) e adottato come testo base. Originariamente calendarizzato in aula per il 17 febbraio, il testo non è mai approdato. Rinviato ancora una volta. Ad aprile. Non è un caso l’intervista rilasciata a “La Stampa” il 16 febbraio dall’ex governatore del Veneto, Luca Zaia: “O il governo non impugna più le leggi regionali, oppure, se le impugna, deve mandare avanti il provvedimento in Parlamento”. Non certo una posizione nuova. L’ex governatore veneto si era già espresso in questi termini alla kermesse “Idee in movimento” in Abruzzo, dove dopo una critica chiara all’ala più radicale del partito aveva chiesto una legge sul diritto alla morte. Ci prova anche a riaccendere una luce sul provvedimento Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia e vicepresidente del Senato: “Siamo, da troppo tempo, impaludati in un limbo. Io, da liberale ritengo fondamentale portare l’Italia al passo con i tempi sul tema dei diritti civili”. Ma è il collega Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera di Forza Italia, tra i più autorevoli esponenti del partito a lanciare tre stoccate al governo. La prima al metodo: “Sono contrario a estromettere il servizio sanitario”. Posizione che si scontra con quella tenuta fino ad oggi da Fratelli d’Italia. “Il denaro pubblico non paga una prestazione che si materializza in un diritto a morire”, aveva detto il presidente della Commissione affari sociali Francesco Zaffini. Mulè poi critica le impugnazioni del Governo sulla Toscana (persa alla Consulta) e sulla Sardegna: “Impugnare non serve a nulla”. E poi in sintonia, quasi con una punta di veleno aggiunge: “Su questo tema ci sono delle convergenze di vedute tra noi e la Lega moderata guidata da Zaia”. In filigrana il destinatario: l’ombra di Matteo Salvini sedotto dal generale Vannacci e abbandonato. Dentro il Carroccio è in corso infatti una guerra non solo di posizioni. In Piemonte si registra quella tra la Giunta regionale di centrodestra e l’associazione Pro Vita, dopo una circolare firmata dal direttore della Sanità regionale, Antonino Sottile, inviata alle aziende sanitarie per chiarire come applicare le sentenze della Corte costituzionale. Il documento nasce dopo il caso di un paziente seguito dall’Asl To4 che, pur avendo i requisiti riconosciuti, non era riuscito a ottenere i farmaci necessari. La Regione ha quindi voluto evitare interpretazioni diverse tra le varie strutture sanitarie. La circolare ribadisce che, secondo la Consulta, chi ha diritto alla procedura può ricevere dalle strutture pubbliche i medicinali, i dispositivi utili e l’assistenza sanitaria. Sottile ha però chiarito che non si tratta di nuove regole, ma solo di spiegazioni su decisioni già valide come legge. Pro Vita & Famiglia che da tempo pretende di dettare l’agenda al Governo Meloni è furiosa e dopo aver accusato la regione di essersi trasformato in “un avamposto radicale”, il presidente Toni Brandi accusa: “È un grave tradimento politico verso gli elettori. La Regione si piega a una cinica deriva che offre la morte come soluzione economica alla sofferenza”. Da qui la richiesta all’amministrazione guidata da Alberto Cirio di ritirare immediatamente la circolare che ha costretto la Regione a specificare che il “Piemonte non riconosce nella propria legislazione il suicidio assistito”. In gioco c’è dunque una certa idea di paese, chiara solo per Fratelli d’Italia che dicono già sottovoce: questa legge non s’a da fare. Era stata infatti la presidente del Consiglio a inizio anno a indicare la rotta del parlamento: “Penso che il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi ma sia semmai cercare di ridurre al minimo la solitudine e le difficoltà di chi ha gravi patologie”. Parole che si legano alla posizione che ha da sempre il suo braccio destro, Alfredo Mantovano sottosegretario alla Presidenza con delega ai Servizi segreti. E che il 10 gennaio 2023, nella prima udienza privata con Papa Francesco, così fu presentato da Meloni: “Una persona con cui lavoro da tanti anni, grande giurista, grande cattolico”. Un’impostazione chiara che, al di là dei rinvii parlamentari, lascia intuire il destino della legge sul fine vita. “Rafforzare i confini”, pagano i migranti di Giorgia Linardi La Stampa, 28 febbraio 2026 A tre anni dalla strage di Cutro, che ha ucciso 94 persone, ancora risuona quel “mai più” ipocrita, pronunciato dal governo che ha usato anche quella tragedia per giustificare l’ennesima stretta sulla migrazione. Oggi succede lo stesso, di nuovo. Mentre il Mediterraneo restituisce i corpi delle presumibili oltre mille vittime del Ciclone Harry, il governo annuncia un disegno di legge che, recependo le norme del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, di fatto smantellerà il già precario sistema di accoglienza italiano: riducendo l’accesso alla protezione e trasformando le nostre frontiere in veri e propri avamposti militari di smistamento sforzato di persone di cui sbarazzarsi il prima possibile, attraverso accordi con Paesi extra-Ue definiti “sicuri” su una lista stilata a Bruxelles. La dinamica è ormai sistematica e paradossale: più persone muoiono in mare, più il governo detta chiusura e respingimento. La priorità non è mai proteggere chi rischia la vita in mare, ma rafforzare i confini. E così, si normalizza l’idea che la sicurezza coincida con l’allontanamento, anche quando questo comporta violazioni dei diritti fondamentali. Come accaduto due giorni fa, quando la società civile ha testimoniato le autorità italiane rendersi complici dell’ennesimo respingimento illegale in Libia. Un aereo italiano avrebbe segnalato alle autorità libiche la presenza di persone in mare, consentendone la cattura e il ritorno forzato in un Paese dove torture e detenzioni arbitrarie sono ampiamente documentate. Ciò nella cornice di un accordo politico che rende ordinaria amministrazione la violazione del divieto di respingimento sancito dal diritto internazionale. E mentre silenzio e inerzia continuano a connotare la (non) risposta del governo alle inaccettabili morti in mare, il frastuono della propaganda politica ancora una volta strumentalizza la migrazione per manipolare l’opinione pubblica e distrarla dal vuoto di gestione del Paese. Come accaduto con la decisione del Tribunale di Palermo sul caso Rackete, con il riconoscimento del risarcimento a Sea-Watch, trasformata in un’arma retorica in vista del referendum sulla magistratura. Si alimenta l’idea di giudici “contro il governo” per coprire un dato semplice: soccorrere persone in pericolo è un dovere protetto dal diritto internazionale, che sta ben al di sopra di norme nazionali create ad hoc per comprimere i diritti, e alle quali è legittimo, anzi, doveroso, disobbedire. Lo stesso cortocircuito si ritrova nelle deportazioni in Albania, riprese in questi giorni dopo mesi di stallo in conseguenza delle condanne della magistratura. Tra i deportati c’è anche il compagno di cella di Simo Said, il ragazzo di 25 anni morto nel Cpr di Bari, “di morte naturale”, dicono: imbottito di psicofarmaci. Che ci si voglia nascondere qualcosa? Il Piano Albania si rivela così ancora una volta mezzo di evasione dallo Stato di diritto. Ma uno Stato di diritto non misura la propria forza nella tutela dei confini, ma delle persone che si collocano dentro e ai margini di quei confini. L’attacco ai migranti è il laboratorio di una progressiva compressione dei diritti che finisce per riguardare tutti. Questa settimana è diventato legge il nuovo decreto sicurezza, che amplia i poteri delle forze dell’ordine e restringe gli spazi di espressione del dissenso. Più repressione significa meno libertà ed evitare di affrontare le cause reali del disagio e delle disuguaglianze nel Paese. Davanti a povertà, precarietà lavorativa, crisi dei servizi di base come educazione, sanità e diritto alla casa - che hanno fatto emigrare tre volte più italiani di quanti migranti siano arrivati qui negli ultimi due anni - si punta tutto sul vuoto dei confini piuttosto che sulle persone: preoccupante segnale di arrogante incapacità politica. Il Centro migranti in Albania si è ripopolato. Ecco chi è entrato e perché di Daniela Fassini Avvenire, 28 febbraio 2026 Dopo un anno di presenze ai minimi, la struttura di Gjader è tornata improvvisamente a riempirsi. La notizia è stata data dalle associazioni e da parlamentari del Pd. Nessuna comunicazione ufficiale dal Viminale, se non un riferimento alla documentazione del Protocollo. Quanto alle persone in questione, non si tratta di richiedenti asilo ma di persone divenute irregolari. Per la prima volta, dopo un anno di vuoto i centri in Albania tornano a ripopolarsi. In realtà solo uno: il Cpr, il centro per il rimpatrio. Attualmente sono circa una novantina i migranti presenti. Gli ultimi, alcune decine, sono stati trasferiti con un charter, partito da Roma, il 17 febbraio scorso. Quel giorno, infatti, è stato effettuato un volo charter partito da Roma con “20-30” migranti irregolari a bordo (scortati da “90-100” operatori di polizia), che dopo uno scalo a Bari sono diventati “30-40” al decollo verso Tirana, come si legge nei documenti della Direzione centrale immigrazione e polizia delle frontiere del Viminale, con cui, per 58.212 euro più Iva, è stato affidato il servizio a una società che noleggia aerei. Qual è lo stato giuridico dei migranti trattenuti? - “Tra loro non ci sono richiedenti asilo - spiega Gianfranco Schiavone di Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione - sono persone “Irregolari” (i cosiddetti “clandestini”, ndr) intercettate sul suolo italiano senza un regolare permesso di soggiorno e già rinchiusi per essere teoricamente espulsi in un Cpr in Italia e trasferiti da lì in Albania. Il problema è che sul centro di Gjader pende un ricorso alla Corte di giustizia europea perché la Corte di Cassazione dubita che il trattenimento in un centro ubicato fuori dall’Unione europea anche se gestito dall’Italia sia conforme alla vigente direttiva Ue sui rimpatri e in ogni caso ritiene che non sia possibile garantire a Gjader le procedure e i diritti previsti per le strutture site nel territorio europeo”. “In pendenza del ricorso alla Corte di giustizia Ue che avverrà a breve - aggiunge Schiavone - il governo italiano avrebbe dovuto astenersi dal proseguire l’utilizzo del centro”. Quali sono le loro storie? - Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel Cpr di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in Cpr. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania. Cosa dicono il Viminale e il Tavolo asilo? - Il trasferimento, come si legge nei documenti del Viminale, rientra nell’ambito dell’attuazione del Protocollo tra Italia e Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, che inizialmente prevedeva il trasporto a Gjader solo di migranti intercettati o soccorsi in mare, finché il governo il 28 marzo 2025 ha varato un decreto legge per attivare il Cpr in Albania: con quel provvedimento possono essere portati a Gjader gli stranieri irregolari per cui è già avviata la procedura di rimpatrio, dopo la convalida del magistrato. Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo asilo e immigrazione, insieme alla deputata Rachele Scarpa (Pd), ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. “Quanto emerso - nota il Tavolo - accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso, il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai Cpr italiani verso l’Albania”. “Nelle ultime due settimane - rileva il Tavolo - si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla Corte Ue”. Perché le persone vengono trasferite? - Il Tavolo asilo informa che non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, “elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate”. “Questo invio misterioso di decine di persone in Albania non ha niente a che fare con la capienza dei Cpr in Italia - aggiunge il giurista Schiavone - che rimangono semivuoti quindi non c’è nessun teorico bisogno di trasferire in Albania una persona che è già trattenuta in un Cpr in Italia: parliamo di persone espulse e trattenute e adesso parcheggiate in Albania”. La recente lista dei Paesi sicuri adottata dall’Unione europea ha accelerato le procedure? - No. Non c’entra assolutamente, ne è convinto Francesco Ferri, esperto di migrazioni di ActionAid-Tavolo Asilo. “Anche se il governo potrebbe essere stato incoraggiato a far funzionare i centri in Albania con questa discussione europea e in particolare sui cosiddetti return-hub” aggiunge. I “return hub” sono centri situati in paesi terzi extra-UE, previsti dalle nuove strategie migratorie europee, dove trasferire i migranti irregolari destinatari di un ordine di espulsione e in attesa del rimpatrio definitivo. Rappresentano una forma di esternalizzazione delle procedure di frontiera e detenzione, simile a quanto sperimentato dall’Italia con il “modello Albania”. “Se questo schema va in porto quindi l’Italia potrebbe aprire un centro in Albania a quel punto il centro sarebbe di competenza del governo albanese e l’Italia porterebbe lì le persone che arrivano in Italia: un modello però diverso da quello attuale perché l’Italia oggi ha la giurisdizione su questi centri” conclude Ferri, Dal Cpr di Gjader saranno direttamente rimpatriati? - No. “Il paradosso di questa vicenda - aggiunge l’esperto di ActionAid - è che le persone che sono attualmente trattenute in Albania sono state prese dai Cpr italiani e portate in Albania e se devono essere rimpatriate devono comunque essere riportate in Italia”. L’eventuale rimpatrio infatti deve avvenire dall’Italia perché non c’è nessun accordo con l’Albania e i Paesi terzi per il rimpatrio. Migranti. Così i Centri in Albania entreranno nella partita referendaria di Giansandro Merli Il Manifesto, 28 febbraio 2026 Sono legge la lista comune sui paesi di origine sicuri e le anticipazioni del Patto europeo. Le norme Ue in vigore da ieri possono riaprire lo scontro con le toghe sui centri d’oltre Adriatico. Alla vigilia del voto sulla riforma costituzionale della magistratura. La lista Ue di Paesi di origine sicuri e le anticipazioni del Patto europeo su migrazione e asilo sono in vigore. Il regolamento che le contiene, il 2026/463, è uscito giovedì nella gazzetta ufficiale Ue. In genere all’ultima pagina di questi atti direttamente validi negli Stati membri, senza bisogno di leggi nazionali che li recepiscano, si legge: “Il presente regolamento entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione”. Nei casi più urgenti la vacatio legis può essere abbreviata. Stavolta la norma “entra in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione”. Ieri. Tanta fretta si capisce, per esempio, nel regolamento sul sostegno finanziario all’Ucraina pubblicato lo stesso giorno e con la stessa dicitura: la guerra non aspetta. Più difficile interpretarla per le questioni migratorie: gli arrivi sono in calo ovunque, soprattutto in Italia. Più che dagli sbarchi, l’urgenza potrebbe dipendere dai centri in Albania. Del resto tutto il processo legislativo europeo su queste misure è stato segnato da accelerazioni inedite, che hanno sorpreso sia gli esperti di diritto Ue sia gli stessi eurodeputati. Basti pensare a quanto accaduto nella notte tra mercoledì 17 e giovedì 18 dicembre. Poche ore dopo il via libera dell’aula di Strasburgo alla posizione in tema paesi di origine sicuri e paesi terzi sicuri è stato convocato il trilogo con i negoziatori di parlamento, commissione e consiglio. L’accordo è arrivato in una sola seduta. Un record. “Avevano una fretta incredibile”, disse a questo giornale l’eurodeputata Ilaria Salis, relatrice ombra di uno dei due provvedimenti. Bruciare le tappe sulla lista comune, sulla possibilità di applicare le procedure accelerate di frontiera ai paesi con tassi di accoglimento dell’asilo inferiori al 20% e su quella di prevedere eccezioni per categorie di persone e porzioni di territorio in paesi di origine ritenuti comunque “sicuri” è stato per mesi il pallino del governo Meloni. Un pallino che deve avere una motivazione forte: senza tanto impegno le novità sarebbero comunque diventate valide a breve, il prossimo giugno con il Patto Ue. Con il Regolamento 2026/463, invece, è stata accolta “la richiesta dell’Italia all’Europa di anticipare l’applicazione del regolamento sulle procedure accelerate di frontiera”, ha detto ieri Rosanna Rabuano in un convegno all’università Bocconi di Milano. Dal gennaio 2025 Rabuano è a capo del dipartimento libertà civili e immigrazioni del Viminale. “Secondo me la norma è direttamente applicabile se lo Stato ha già la capacità di implementare le procedure di frontiera. Non solo per i paesi di origine sicuri, ma anche per le domande inammissibili. Come quelle di chi chiede asilo ma dichiara di essere arrivato in Italia per cercare lavoro”, ha continuato Rabuano, pur riferendo che la validità immediata “non è condivisa da tutte le amministrazioni”. Le procedure accelerate di frontiera sono quelle che ammettono la detenzione dei richiedenti asilo. Sperimentate in Sicilia nell’ottobre 2023, fino alla bocciatura di Iolanda Apostolico e dei colleghi della sezione specializzata di Catania, e poi riproposte in pompa magna in Albania, dove sono andate a sbattere contro le decisioni del tribunale e della corte d’appello di Roma. I giudici hanno disapplicato la lista nazionale dei paesi sicuri perché contraria al diritto Ue. Il Governo è convinto che la lista comune europea e le nuove norme tolgano argomenti alla magistratura italiana per non convalidare le detenzioni d’oltre Adriatico. A livello giuridico questa convinzione è molto debole. Nella sentenza dello scorso agosto la Corte di giustizia Ue ha fissato una serie di paletti alla designazione dei paesi di origine sicuri e alla possibilità di prevedere esclusioni sociali o geografiche. Paletti che valgono per le leggi europee, Patto compreso, come per qualsiasi atto legislativo nazionale. Il nuovo regolamento procedure, poi, prevede esplicitamente che le zone di frontiera devono essere individuate nel territorio degli Stati membri, non in un paese terzo come l’Albania. È certo che la compatibilità delle nuove norme con quelle sovraordinate, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue alla Costituzione, sarà materia di tribunali. Ma i rinvii pregiudiziali o i giudizi di legittimità richiedono tempo, mentre la politica gioca su altri ritmi. Soprattutto quando è alla continua ricerca di scontri con la magistratura. Anche perché quelli in materia di immigrazione, è convinzione diffusa, portano consenso all’esecutivo. Tra marzo e giugno cambia poco per “la difesa dei confini” sbandierata dal governo. C’è però un evento che rischia di trasformare profondamente l’ordinamento costituzionale dell’Italia: il referendum sulla riforma della magistratura. In questa campagna elettorale vale tutto, dalla distorsione delle sentenze ai toni diffamatori che hanno costretto a intervenire persino il capo dello Stato. In tale contesto l’esecutivo potrebbe rigiocarsi a stretto giro la carta dei trasferimenti in Albania. Non solo quelli dei migranti irregolari già detenuti nei Cpr italiani, che in questi giorni hanno visto numeri inediti, ma anche quelli dei richiedenti asilo soccorsi in alto mare, come nella fase iniziale del protocollo. Per Meloni e Piantedosi sarebbe uno scenario win win. Se i giudici convalidassero per la prima volta i trattenimenti l’esecutivo potrebbe dire, a torto visto che l’Ue ha dovuto cambiare le regole, di aver sempre avuto regione e che i centri “fun-zio-na-no” come promesso. Se invece non convalidassero, gli attacchi si arricchirebbero di nuovi argomenti: le toghe rosse non rispettano neanche le norme europee. Alla vigilia del referendum. Centri in Albania: ascoltate le storie dei migranti, come potete dire che funzionano? di Rachele Scarpa* L’Unità, 28 febbraio 2026 La destra esulta per 90 presenze, ma “l’efficienza” non si misura sui numeri, che sono comunque assai inferiori a quelli previsti dal progetto originario. Sono le vite delle persone trattenute a parlare. Da un lato c’è la narrazione, il gioco retorico, la domanda semplice e semplificante: “funzionano o non funzionano, questi centri in Albania?” La risposta, altrettanto semplice, viene servita su un piatto d’argento: “sono pieni, dunque funzionano”. Dall’altro lato c’è la realtà, che è, come sempre, molto più complessa di così. Ho provato tristezza nel vedere alcune testate e diversi esponenti della destra estrarre dal lungo comunicato da me inviato insieme al Tavolo Asilo e Immigrazione sulla visita ispettiva al centro di Gjader un unico dato numerico, assolutizzarlo e lasciarlo macerare nella propaganda. Si è lasciata fuori dalla porta la sostanza. E oggi vorrei provare a restituirla. Non si può ridurre il dibattito sui centri di permanenza in Albania a una questione di efficienza. E, in ogni caso, l’efficienza non si misura solo nei numeri. Sono le storie delle persone trattenute a parlare. Ci sono almeno due persone già deportate in Albania una prima volta nel 2025 e riportate lì di nuovo in questi giorni. Il primo è un cittadino del Togo, in Italia da oltre dieci anni, senza precedenti, operaio specializzato in un’officina meccanica. Lavora in nero perché irregolare, dunque ricattabile e sfruttato. Fermato durante un controllo, trasferito in Albania, poi liberato dalla Corte d’appello che non aveva convalidato il trattenimento, è tornato a lavorare per lo stesso datore che continua a rifiutarsi di regolarizzarlo. Presentatosi spontaneamente in questura dopo un nuovo controllo, è stato condotto prima a Trapani e poi di nuovo in Albania. Il secondo è un cittadino senegalese con moglie e figlie a Brescia. Anche lui già trattenuto in Albania e liberato per ragioni di salute. Tornato in Italia, aveva ripreso a lavorare come verniciatore di barche ed era riuscito a convincere il datore a regolarizzarlo. Si è recato di sua iniziativa in questura per avviare la procedura del permesso di soggiorno: è stato trasferito prima in CPR a Gradisca e poi nuovamente in Albania. Togo e Senegal sono Paesi con percentuali di rimpatrio molto basse. È lecito chiedersi quale esito concreto produca questo circuito. C’è poi il caso di un cittadino iraniano trattenuto da tre mesi. Con il contesto di grave instabilità nel suo Paese, il rimpatrio è impraticabile. Eppure lui stesso racconta che la fatica a regolarizzarsi in Europa lo ha spinto in una condizione di tale povertà da desiderare il ritorno in Iran. A proposito di solidarietà, che viene sempre inspiegabilmente a mancare quando si tratta di soggettività povere e marginalizzate. Infine, il testimone chiave della morte sospetta del 25enne Simo Said nel CPR di Bari. Un giovane di origine algerina, primo soccorritore di Simo, profondamente traumatizzato, oggi trasferito in Albania nonostante una richiesta di incidente probatorio depositata dall’avvocato della moglie della vittima. Come è stato possibile allontanare dal territorio italiano una persona che dovrebbe testimoniare in un procedimento su una morte avvenuta in un CPR? Non me lo spiego. Solo dopo queste storie possiamo parliamo di numeri. Fino a poche settimane fa il CPR funzionava con presenze tra le 10 e le 20 unità, in una dinamica di continuo svuotamento dovuta ai rinvii pendenti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea che obbligavano i giudici italiani, applicando la legge, a rimandare tutti in Italia. Sarebbe stato prudente, per il governo, fermarsi già dopo il primo rinvio. Non è accaduto. Dal 17 febbraio in poi, consultando il registro degli eventi critici e ricostruendo i dati - perché nemmeno ai parlamentari è garantito accesso a un elenco completo delle presenze - ho stimato l’arrivo di circa 75 persone in più nelle ultime due settimane, per un totale che oggi si aggira intorno alle 90 presenze. Ma il progetto originario parlava di 3.000 persone l’anno. La sezione per richiedenti asilo, oltre 830 posti, è vuota. Il centro nel porto di Shengjin resta inutilizzato, cattedrale nel deserto. Si esulta per 90 presenze come se fossero il segno di un successo. Anche volendo restare sul terreno sterile dei numeri, non siamo di fronte a un modello efficiente. Se poi aggiungiamo le storie, la sofferenza, l’assenza - già da aprile 2025 - di provvedimenti scritti e motivati per i trasferimenti, che apre lo scenario a centinaia di potenziali ricorsi e risarcimenti, il quadro diventa quello di un pasticcio giuridico, erariale e soprattutto umano. Il nuovo Patto europeo su asilo e migrazione entrerà in vigore solo nel giugno 2026. Nulla di quel quadro normativo è oggi applicabile, ed è tutt’altro che scontata la sua compatibilità con il Protocollo Italia-Albania per come è oggi. Eppure il Governo continua ad anticiparne l’impianto, trasformando queste strutture in un laboratorio politico e in un terreno di potenziale scontro con la magistratura. “È pieno, dunque funziona” è uno slogan efficace. Ma la realtà non è uno slogan. La realtà sono persone che entrano ed escono senza soluzione, testimoni allontanati, rimpatri impossibili, centri semivuoti presentati come trionfi, diritti calpestati. Tutto sempre e inevitabilmente all’insegna dell’opacità. Se questo è funzionare. *Deputata Pd Afghanistan. Il nuovo codice penale talebano legittima le esecuzioni di massa di Domenico Letizia L’Unità, 28 febbraio 2026 In Afghanistan, il regime talebano ha varato un nuovo codice penale che rappresenta una drammatica regressione in materia di diritti umani e giustizia. Fortemente voluto dal leader supremo Hibatullah Akhundzada, il codice autorizza l’uccisione di undici categorie di persone, attribuendo al leader stesso il potere esclusivo di approvare ogni esecuzione ritenuta necessaria per l’”interesse pubblico”. Il cuore del provvedimento è l’articolo 16, che introduce la cosiddetta “ta’zir con la morte”, ovvero l’esecuzione discrezionale. Il codice consente la pena capitale per oppositori armati, promotori di dottrine religiose considerate eretiche, stregoni, rapinatori, individui accusati di sodomia e di comportamenti ritenuti causa di “corruzione” o “danno generale”, termini estremamente vaghi che ampliano pericolosamente la discrezionalità delle autorità. Una seconda sezione dell’articolo 16 estende l’esecuzione ad altri gruppi: chi ha ripetuti rapporti sessuali fuori dal matrimonio, recidivi in atti di sodomia, autori seriali di strangolamenti e ladri recidivi. Le disposizioni sono classificate come pene discrezionali e non rientrano tra le hudud, cioè le punizioni obbligatorie previste dalla sharia, lasciando alla leadership un margine decisionale amplissimo e arbitrario. Il codice legittima anche l’esecuzione di chi difende pubblicamente credenze considerate contrarie all’Islam. Una norma particolarmente grave consente la pena di morte per leader e insegnanti di scuole religiose diverse dall’Islam sunnita, indicati come “innovatori”. Pur non citando esplicitamente l’Islam sciita, la seconda confessione religiosa in Afghanistan, il testo esclude tutele per le minoranze religiose, aprendo a una loro potenziale persecuzione sistematica. Particolarmente allarmante è anche l’articolo che autorizza l’esecuzione di individui accusati di stregoneria o definiti “zindiq”: persone che esteriormente si dichiarano musulmane ma che, secondo i Talebani, avrebbero segretamente rifiutato l’Islam. Una formula ambigua, che rischia di colpire indiscriminatamente chiunque venga percepito come non conforme al dogma religioso imposto dalle autorità politiche. Ogni condanna capitale, secondo il nuovo codice, richiede comunque l’approvazione diretta del leader supremo Akhundzada, elevato a giudice ultimo e insindacabile. È una personalizzazione estrema della giustizia, che svuota ogni spazio di legalità e garanzie processuali. Il nuovo impianto normativo ha suscitato dure reazioni da parte di attivisti, giuristi ed esponenti religiosi afghani, che denunciano il rischio concreto di una strumentalizzazione del diritto per reprimere oppositori politici, minoranze e categorie vulnerabili. A queste voci critiche il regime ha risposto con ostilità durante una cerimonia religiosa nella provincia di Paktia, il Ministro dell’Istruzione Superiore talebano, Neda Mohammad Nadim, ha liquidato gli oppositori del codice definendoli “infedeli”. Il nuovo codice penale dei Talebani non è solo un ritorno al fondamentalismo più radicale, ma rappresenta un sistema repressivo costruito su vaghezze giuridiche, discrezionalità assolute e una concezione della giustizia incompatibile con ogni principio di diritto internazionale. È un documento che sancisce la trasformazione della legge in uno strumento ideologico, confermando come l’Afghanistan sia oggi teatro di una sistematica negazione dei diritti umani fondamentali. Organizzazioni come Rawadari hanno definito il codice “profondamente allarmante e in chiaro conflitto con gli standard internazionali dei diritti umani e con i principi basilari di un giusto processo”, evidenziando come il linguaggio stesso del testo riproponga concetti antiquati e pericolosi, ad esempio legando categorie sociali alla possibilità di punizioni diverse e creando gerarchie di trattamento giudiziario. Il quadro delineato non è isolato ma si inserisce in un contesto più ampio di sistematica erosione dei diritti nel Paese da quando i Talebani hanno ripreso il potere nel 2021. Rapporti di organizzazioni internazionali avevano già denunciato, negli anni successivi al ritorno del regime, sentenze arbitrarie, detenzioni senza trasparenza, torture e persino esecuzioni pubbliche, segnalando e rimarcando che tali pratiche rischiano di diventare la norma in un sistema giuridico privo di controlli esterni e protezioni costituzionali. Iraq. Rischiano abusi i detenuti dell’Isis trasferiti dalla Siria L’Unità, 28 febbraio 2026 Gli Stati Uniti hanno trasferito 5.700 detenuti affiliati all’Isis dalla Siria nord-orientale all’Iraq, dove sono a rischio di sparizione forzata, processi iniqui, tortura, maltrattamenti e violazioni del diritto alla vita, ha dichiarato Human Rights Watch il 17 febbraio 2026. Gli Usa hanno iniziato a trasferire i detenuti, tra cui siriani, iracheni e cittadini di paesi terzi, il 21 gennaio 2026, mentre il governo di Damasco operava un’offensiva militare per strappare il controllo della Siria nord-orientale alle Forze Democratiche Siriane (Sdf) a guida curda. Gli Stati Uniti hanno effettuato voli di trasferimento nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve, responsabile delle operazioni antiterrorismo nella regione. Funzionari iracheni hanno affermato che gli Stati Uniti hanno accettato di coprire i costi di detenzione dei prigionieri in Iraq e di gestire i loro futuri processi, ha riportato il New York Times. “Indipendentemente dalla loro affiliazione o dalle presunte azioni, questi detenuti sono stati trattenuti per anni senza un giusto processo e ora si trovano in un altro Paese senza adeguate garanzie”, ha affermato Sarah Sanbar, ricercatrice sull’Iraq presso Human Rights Watch. “Le vittime dei crimini dell’ISIS meritano vera giustizia, e ciò richiede processi equi per gli accusati”. Dato il rischio sostanziale di tortura in Iraq, questi trasferimenti sembrano violare il principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale: non rimandare nessuno in un Paese in cui subirebbe abusi. Alla luce delle ben documentate violazioni del giusto processo da parte dell’Iraq nei procedimenti antiterrorismo, il ruolo degli Stati Uniti nella detenzione di queste persone e nell’esecuzione di questi trasferimenti transfrontalieri potrebbe renderli complici di eventuali abusi, ha affermato HRW. Le autorità irachene stanno trattenendo i detenuti trasferiti nelle prigioni di Nassiriya e Karkh, ha riportato The National, in attesa dei risultati delle indagini condotte dal Consiglio Supremo della Magistratura. Il Consiglio ha affermato che tra i detenuti trasferiti ci sono alti leader dell’ISIS accusati di genocidio e uso di armi chimiche. L’ISIS ha commesso numerose atrocità in Iraq tra il 2014 e il 2017. I detenuti trasferiti ritenuti colpevoli di aver partecipato a tali crimini dovrebbero essere processati e chiamati a rispondere delle loro azioni in processi equi e rispettosi delle garanzie del giusto processo, ha affermato HRW.