I detenuti di Alta Sicurezza trasferiti da Padova: storie di rieducazione e di cambiamento. Che sono state improvvisamente cancellate. (3-continua) di Coordinamento Carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 27 febbraio 2026 Da alcuni giorni abbiamo deciso di pubblicare le schede che riguardano le persone detenute di Alta Sicurezza improvvisamente trasferite da Padova dopo anni di attività rieducative. Abbiamo notizie di numerosi trasferimenti di persone detenute AS3 da Parma e ci interroghiamo su questo ‘piano di riorganizzazione’ delle sezioni di Alta Sicurezza, su motivazioni e finalità. Pietro Marinaro, che a Padova non ha retto all’idea di essere trasferito dopo 18 anni vissuti a Padova, era attivo nel laboratorio di cucito gestito da OCV Operatori Carcerari Volontari, che animavano anche il laboratorio di falegnameria. Oggi parliamo di persone attive con passione e dedizione in particolare in questi laboratori: Giuseppe D., Luigi G., Gennaro G., Giovanni I. Le nostre schede parlano attraverso la voce di OCV e le voci di Momart/Laboratorio di pittura e scultura, di Ristretti, della biblioteca, di MatricolaZero/Laboratorio di Teatro, del laboratorio di lettura e scrittura…Ma siamo certi che in modo silenzioso si aggiungano le voci degli educatori e delle educatrici (non li chiamiamo qui FGP), degli agenti di Polizia Penitenziaria, dei dirigenti che in questi anni si sono avvicendati, dei magistrati di sorveglianza … che li hanno conosciuti e seguiti. Giuseppe D. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di cucito. Giuseppe, ha frequentato con costanza il laboratorio di cucito, dove ha realizzato borse, borsellini, copertine, gilet ecc. Nonostante avessero ridotto le ore presso il laboratorio, continuava a produrre anche in autonomia in cella. Ha donato i suoi lavori alla Città della Speranza, contribuendo a raccogliere fondi per i bambini bisognosi. Ha partecipato alla realizzazione delle cuffiette da donare agli operatori sanitari dopo il COVID. Ha partecipato alla realizzazione di piccole coperte donate ai bambini del carcere della Giudecca. Quando ha ottenuto permessi premio, ha partecipato ai mercatini con i volontari OCV per vendere i prodotti e garantire l’autosufficienza del laboratorio. Grazie a una collaborazione con un negozio equo e solidale i suoi articoli prodotti nel laboratorio di cucito saranno esposti all’esterno. È sempre stato disponibile e cordiale, attento agli insegnamenti. Matricola Zero/Laboratorio teatrale - Giuseppe ha frequentato il corso dal primo anno di progettazione ed è rimasto fino alla fine. Come altri, anche lui ha fatto notevoli cambiamenti nel corso del tempo ed ha dimostrato un impegno e una generosità nei confronti del gruppo fuori dal comune, ad esempio quando lo scorso anno ha sostituito un suo compagno a sole due settimane dal debutto dello spettacolo, prendendosi la responsabilità di memorizzare in poco tempo battute e movimenti; ogni anno si è messo in gioco sostenendo parti teatralmente sempre più difficili. Ha acquisito anno dopo anno maggiore fiducia in sé stesso e nel gruppo, in un rapporto di reciproca fiducia e confronto basato su rapporto umano onesto. La sua famiglia ha assistito alla replica di uno spettacolo, per lui è stata un’occasione davvero importante per ricucire i legami e farsi vedere sotto una nuova luce. In quell’occasione portava in scena anche un pezzo di sé, della sua storia, diventata parte della drammaturgia. Luigi G. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di falegnameria - Luigi ha partecipato ai laboratori con grande impegno e con frequenza assidua. Persona diligente e pronta ad accogliere i consigli sia dei volontari che dei compagni con cui collaborava. Ha realizzato molti oggetti in legno e ha frequentato il corso di Restauro del Mobile. Ha contribuito a realizzare il restauro di alcuni mobili con cura e attenzione. Di carattere tranquillo e socievole, nel corso del tempo ha dimostrato una apertura e una fiducia crescente nei confronti dei compagni e dei volontari attraverso atteggiamenti affettuosi; cambiamento avvenuto anche grazie alla frequenza ai laboratori e alla solidarietà di chi gli è stato vicino anche nei momenti di grave difficoltà personale. Momart/Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Luigi ha frequentato il laboratorio di scultura. È arrivato al laboratorio di Scultura ScolpiAmo nel 2023, fino ad allora si era dedicato a piccoli lavori di falegnameria. Con i compagni di corso ha realizzato e scolpito sculture che sono state usate come oggetti di scena nelle rappresentazioni teatrali a cui partecipa Gennaro G. OCV Operatori Carcerari Volontari/Laboratorio di falegnameria - Gennaro ha partecipato attivamente e con frequenza assidua ai laboratori. Si è distinto per la particolare abilità e ingegno nel realizzare oggetti in legno e nel restauro di mobili. Ha frequentato il corso di Restauro del Mobile. È stato la forza trainante del laboratorio del legno, nonostante la grave malattia che lo costringeva in cella nei periodi in cui si sottoponeva alle terapie. Nonostante non abbia mai usufruito di permessi premio, si rendeva disponibile a realizzare oggetti per i mercatini mensili. Persona ironica e disponibile verso compagni e volontari con una grandissima forza di spirito Giovanni I. OCV Operatori Carcerari Volontari/Laboratorio di falegnameria - Giovanni ha partecipato attivamente e con frequenza ai laboratori. Grande appassionato di motori e automobili, ne realizzava modellini in legno. Specializzato anche nella produzione di violini in miniatura, oggetti tra i più richiesti ai mercatini. Inizialmente riservato, si è aperto gradualmente verso i volontari dimostrando riconoscenza e fiducia. “Detenuti con dipendenza, non malati”. La Consulta smonta il piano Nordio di Eleonora Martini Il Manifesto, 27 febbraio 2026 Le associazioni plaudono la Corte che smantella il “moralismo proibizionista”. “Più che detenuti da punire sono malati da curare”: lo hanno ripetuto più volte il ministro Nordio e il capo Dipartimento delle politiche antidroga, Mantovano, parlando dei detenuti tossicodipendenti che, in virtù di questa loro condizione, secondo il piano governativo dovrebbero scontare la pena non più in carcere ma nelle “comunità di recupero”, liberando così molte migliaia di posti in cella. La “detenzione differenziata” del piano Nordio, che da più parti era stata criticata come un tentativo di privatizzare l’esecuzione penale, è rimasta finora lettera morta. Ieri però la Corte costituzionale ha depositato una sentenza che smentisce l’assunto stesso sui cui poggiava il progetto del governo Meloni. Secondo i giudici della Consulta, infatti, “l’autore di reato, tossicodipendente cronico”, non è assimilabile a “un malato psichiatrico cui debba essere applicata una misura di sicurezza”. La dipendenza da sostanze stupefacenti non è equiparabile ad un’”infermità mentale”, dunque non impone di escludere o attenuare la pena per un reato commesso. La sentenza n. 21, relatore il giudice Francesco Viganò, rigetta così la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 95 del codice penale promossa nell’aprile 2025 dal Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Bergamo, dove si sarebbe dovuto celebrare il rito abbreviato per un imputato accusato di maltrattamenti in famiglia commessi in particolare “nei periodi di astinenza ovvero in concomitanza con l’assunzione” delle sostanze di cui abusava da anni. Il perito chiamato ad accertare la capacità di intendere e di volere dell’indagato aveva diagnosticando “una condizione di “intossicazione cronica”, con una compromissione stabile e irreversibile del funzionamento delle cellule, qualificabile in termini di “demenza da sostanze”, una ridotta capacità di “resistere all’impulsività tossicodipendente, favorendo dunque il sommarsi della patologia cognitiva con le conseguenze dell’assunzione di sostanze stupefacenti”“. E pertanto i difensori dell’imputato ne avevano chiesto l’impunibilità. Per i giudici costituzionali, invece, anche se sotto l’effetto del craving (l’impulso a consumare) o in sindrome di astinenza, e a meno che non soffra anche di malattie psichiche che influiscano “sulla capacità di intendere e di volere”, il reo è da considerarsi “responsabile delle proprie condotte illecite, in quanto in linea di principio responsabile - anzitutto - del suo stesso stato di tossicodipendenza”. Una sentenza ben accolta dal presidente della Società della Ragione Franco Corleone che proprio ieri ha presentato a Ferrara, con il costituzionalista Andrea Pugiotto, il libro di Grazia Zuffa Stigma e pregiudizio. “Il pensiero eccentrico di Zuffa ha messo in discussione i paradigmi creati dalla concezione morale e patologica del proibizionismo, in particolare quello della dipendenza dalle sostanze che annulla la responsabilità e l’autonomia della persona. Fortunatamente la Corte costituzionale ha respinto la richiesta del Gip. Per noi va cancellata anche quella norma del codice penale che proscioglie l’autore del reato per incapacità e da detenuto lo trasforma in internato”. Se nei sondaggi il Governo scende sulla sicurezza di Alessandro De Angelis La Stampa, 27 febbraio 2026 Ops, è davvero il mondo al contrario. La sicurezza, ovvero il terreno su cui la destra (a ogni latitudine) vince le elezioni alimentando le paure e facendo la faccia feroce, è diventato l’elemento di fragilità del centrodestra italiano. E lo è diventato proprio perché, pur essendo appunto al governo, amplifica quel meccanismo - allarmismo e faccia feroce - come se stesse all’opposizione. Un riflesso quasi istintivo. Per la prima volta dopo tre anni, si registra - e non è affatto banale - il primo calo nei sondaggi, rilevato dalla Super-Media di Youtrend, che segnala, al contempo, un testa a testa sul referendum, ove Meloni & Co hanno dissipato il patrimonio di un consistente vantaggio. È l’effetto di una campagna politicizzata all’insegna della radicalizzazione, proprio sul terreno della sicurezza. Lo schema, squisitamente trumpiano, è questo: prendo un caso di cronaca, lo deformo nel racconto, con qualche falsità, indicando il nemico (i giudici), e presento le varie misure, ignorandone gli effetti reali, come una soluzione punitiva. Compresa la riforma della giustizia. È quel che è accaduto, in un crescendo, dai fatti di Torino in poi, nel tentativo di un rilancio politico, dopo una fase di appannamento, da Trump a Niscemi. Dopo Torino è stato sfornato l’ennesimo pacchetto sicurezza, con una valanga di nuovi reati e l’ipotesi dello scudo penale per i poliziotti, la cui efficacia è pressoché inesistente e l’urgenza nulla. E infatti è stato licenziato venti giorni dopo. Il racconto: noi i reati li mettiamo (come se l’attuale codice penale fosse insufficiente) ora tocca alle toghe “remare dalla stessa parte”, con annesse contumelie contro quelle che avrebbero scarcerato i delinquenti di Torino, ma che in verità non li avevano liberati, ma messi ai domiciliari perché non erano quelli delle martellate. Al contempo viene annunciato il blocco navale, come se ci fosse un’emergenza anche se non c’è, perché funzionano gli accordi con i paesi africani. Ma anche in questo caso conta l’effetto annuncio, visto che peraltro è stato presentato un disegno di legge dai tempi non brevi per l’approvazione. E, sempre in omaggio alla curva, è stato riempito il famoso centro in Albania con 70 poveri cristi, trasferiti però dai Cpr italiani. Un’ammuina, come sulle famose navi di Franceschiello (“tutti chilli che stanno a prora vann’a poppa, e chilli che stanno a poppa vann’a prora”), che non c’entra coi rimpatri perché la legge non ammette espulsioni dall’estero. Intanto, si segnala per la cronaca che Eddi Rama è in tutt’altre faccende affaccendato dopo che è stata indagata la sua vicepremier dalla procura speciale anticorruzione. Le opposizioni sono scese in piazza e hanno bloccato il Parlamento. Il picco si è raggiunto con Rogoredo, dove al grido di “la difesa è sempre legittima” e contro il “doppiopesismo di certa magistratura” (severa coi poliziotti, indulgente con Askatasuna) si sono precipitati in tv Meloni e Salvini. E pure il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Difesa legittima, la causa di giustificazione è evidente”. Piuttosto sorprendente che, visto il ruolo, non avesse sentito l’esigenza di approfondire il caso. Evidentemente è in ansia da prestazione. Si è messo a fare Salvini dopo che Salvini, incassata l’assoluzione su Open Arms, si è candidato per il Viminale al prossimo giro. Ecco, viene cavalcata la comunicazione, come giustificazione a posteriori del decreto sicurezza e dalla bontà dello scudo penale, presentato nel racconto nella sua versione originaria, non come è stato licenziato dal Quirinale, che scudo non è. Poi viene fuori che a Rogoredo non c’è stata legittima difesa, che il poliziotto ha manomesso la scena del crimine, che il soggetto in questione tra i colleghi veniva chiamato Thor sia perché in molti di lui avevano paura sia perché girava con un martello sempre in mano (come i picchiatori di Torino). E viene fuori proprio grazie alla magistratura, che ha operato col massimo della responsabilità: fascicolo aperto dal capo della procura Marcello Viola in prima persona, ipotesi iniziale di omicidio colposo, indagini in mano alla squadra mobile della polizia di Stato e alla questura di Milano. Il quadro opposto rispetto al pregiudizio denunciato. Insomma, Rogoredo diventa il caso di scuola di uno spot al contrario rispetto alle posizioni del governo. Che va ben oltre Rogoredo e disvela meccanismo e racconto farlocco. L’opposizione non è la sinistra, che come noto non ha una politica sulla sicurezza, e può limitarsi a godersi lo spettacolo. L’opposizione è, molto semplicemente, la realtà. “In 30 anni 300 leggi che ampliano e aggravano le fattispecie di reato” di Irene Famà e Francesco Grignetti La Stampa, 27 febbraio 2026 Roberto Cornelli, ordinario di Criminologia all’università Statale di Milano: “Il Legislatore italiano negli ultimi decenni ha fatto ampio ricorso allo strumento penale e, sebbene si tratti di un tema di grande interesse e continuamente richiamato in letteratura, manca nel panorama nazionale una ricostruzione sistematica e completa. Possiamo dimostrare che c’è una ipertrofia del diritto penale, accentuata sotto il Governo Meloni. Ma troppo spesso gli interventi legislativi hanno carattere simbolico, e nessun effetto reale. A volte, poi, vengono comunicati numeri sbagliati. È stato detto, ad esempio, che erano triplicati i minorenni killer. Invece non è così. Ma intanto la gente si è convinta che le cose stanno così. Ed è aumentata la paura”. Secondo il ministero dell’Interno, nei primi sette mesi dell’anno 2025 ci sono state meno violenze sessuali, meno rapine, meno furti, meno denunce, meno arresti. Un successo di Matteo Piantedosi? Merito dei tanti decreti che inventano nuovi reati, aumentano le pene, creano aggravanti? In realtà le cose non sono così chiare. La percezione degli italiani è diversa. Se ne sono accorti anche i sindaci delle grandi città, governate dal centrosinistra, che infatti hanno chiesto al Pd di aprire una vertenza sulla sicurezza e dire “qualcosa di sinistra” anche su questo tema. Spiega Matteo Mauri, già viceministro dell’Interno, responsabile Sicurezza del Pd: “Sui dati si fa molta confusione. Vedo che il ministro Piantedosi vanta un calo dei reati nel 2025. Peccato che siano dati provvisori”. Tutti sembrano giocare con i numeri, mai così sensibili politicamente parlando. Almeno finché non ci sarà un dato consolidato, che non arriva mai prima di giugno perché al Viminale occorre tempo per avere le informazioni dalle singole questure che poi vanno elaborate. Il Pd ha già contestato a Piantedosi che i trend, nonostante tutti i decreti Sicurezza, vanno in senso inverso alle promesse. Ed ecco i contro numeri di Mauri: “Nel 2023 c’è stato un aumento delle denunce di reato del 3,8% rispetto al 2022. E nel 2024 c’è un ulteriore aumento del 2%. Se poi si va a guardare nel dettaglio, aumentano le violenze sessuali. Crescono le lesioni e percosse, che sono la spia di comportamenti violenti”. Le statistiche - Secondo l’Istat, i reati sono in costante aumento. Erano 2,1 milioni nel 2021, si è arrivati a 2,4 milioni nel 2024. Gli ultimi dati resi pubblici sulla sicurezza, aggiornati allo scorso ferragosto, confermano che dal 2023 al 2024 c’è stato un aumento complessivo dei reati denunciati, mentre il primo semestre del 2025 avrebbe registrato una diminuzione, soprattutto per quanto riguarda i furti (-7,7%), le rapine (-6,7%) e le violenze sessuali (-17,3%). Decreto anti-rave - Una cosa è certa: dal 2022 allo scorso febbraio si sono susseguiti una serie di decreti legge per inseguire i fenomeni criminali, dall’ordine pubblico ai cosiddetti reati “da strada”, alla violenza giovanile, all’immigrazione clandestina. Il primo è stato il decreto anti-rave che ha introdotto il reato di organizzazione e promozione di rave party non autorizzati punito dai tre ai sei anni. Si sa appena qualcosa di più sull’occupazione di terreni. Nel 2023, erano cinquanta le persone finite sotto indagine e sei quelle finite a giudizio, aveva spiegato il Guardasigilli rispondendo a un’interrogazione parlamentare. Nulla si sa del 2024. Pacchetti sicurezza - Nell’aprile 2025, tramite un decreto di trentanove articoli, il governo introduce quattordici nuove fattispecie di reato e nove aggravanti di delitti già esistenti. Molti riguardano le mobilitazioni e le contestazioni di piazza: il blocco stradale, ad esempio, non è più illecito amministrativo, ma un reato punito sino a un mese di reclusione. Per avere dati consolidati è troppo presto. Qualche caso in ordine sparso: a Bologna, il 20 giugno 2025, il blocco stradale è stato contestato a tre degli organizzatori del corteo dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Uilm per il rinnovo del contratto scaduto; a Lucca, a settembre 2025, era toccato a una decina di pro-Pal. Pugno duro, poi, verso chi deturpa o danneggia edifici pubblici o utilizza violenza per impedire la realizzazione di un’infrastruttura. Violenza giovanile - Nel settembre 2023 il governo vara il decreto Caivano, decreto bandiera contro la violenza giovanile. Non si può ancora sapere l’effetto sui procedimenti penali. Secondo l’associazione Antigone, però, dal 2022 a dicembre 2025 gli istituti minorili hanno registrato un aumento di presenze del 35% (con una presenza media giornaliera che è passata da 425 a 556). Pochi studi indipendenti - Il professor Roberto Cornelli, ordinario di Criminologia all’università Statale di Milano, ha avviato un Osservatorio sulla legislazione penale e della sicurezza. Spiega: “Il Legislatore italiano negli ultimi decenni ha fatto ampio ricorso allo strumento penale e, sebbene si tratti di un tema di grande interesse e continuamente richiamato in letteratura, manca nel panorama nazionale una ricostruzione sistematica e completa”. Dice Cornelli a La Stampa: “Abbiamo rintracciato più di 300 leggi che ampliano e aggravano le fattispecie di reato negli ultimi trent’anni. Possiamo dimostrare che c’è una ipertrofia del diritto penale, accentuata sotto il governo Meloni. Ma troppo spesso gli interventi legislativi hanno carattere simbolico, e nessun effetto reale. A volte, poi, vengono comunicati numeri sbagliati. È stato detto, ad esempio, che erano triplicati i minorenni killer. Invece non è così. Ma intanto la gente si è convinta che le cose stanno così. Ed è aumentata la paura”. Antisemitismo, il ddl di Governo in aula il 3 marzo di Andrea Carugati Il Manifesto, 27 febbraio 2026 Spariscono lo stop ai cortei e la stretta penale. PD e M5S verso l’astensione. Nel disegno di legge contro l’antisemitismo, fortemente voluto dal centrodestra, sono spariti lo stop alle manifestazioni in caso di sospetta presenza di simboli antisemiti e l’inasprimento delle norme penali. Dunque Fdi, che aveva presentato un emendamento per sopprimere l’articolo 3 che vietava le manifestazioni, ha vinto la battaglia interna al centrodestra, soprattutto nei confronti di Gasparri di Fi che pretendeva una stretta sul codice penale. Questo l’esito del voto sugli emendamenti in commissione Affari costituzionali in Senato, mercoledì sera. Anche le opposizioni avevano chiesto di sopprimere l’articolo 3, che è stato sostituito con un nuovo articolo 3 in cui si istituisce il “coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo” che ha il compito di predisporre la strategia nazionale con l’aiuto di un gruppo tecnico di cui faranno parte rappresentanti di vari ministeri e altri indicati da molteplici organizzazioni ebraiche, tra cui l’IHRA, l’organizzazione che ha partorito la controversa definizione di antisemitismo che è alla base del disegno di legge. Fdi esulta per aver cercato “la massima condivisione possibile” per “sgomberare ogni speculazione in merito alla soppressione del diritto di critica e libertà di espressione”. “Le norme repressive esistono già, c’è la legge Mancino”, ha detto la relatrice, la leghista Daisy Pirovano, per spiegare il no alla proposta di Fi di una stretta sul codice penale. Martedì 3 marzo è previsto il voto finale in commissione e l’approdo in aula al Senato, contestato dal capogruppo Pd Boccia che vuole dare la priorità alla riforma della governance della Rai, in ossequio al Media Fredom Acr europeo, su cui la destra da tempo fa orecchie da mercante. Per le opposizioni, in ogni caso, un testo depurato dagli aspetti più impotabili e repressivi rappresenta un problema. Soprattutto per il Pd. Che potrebbe dividersi in aula. Graziano Delrio, che a novembre aveva presentato un suo dl basato sulla definizione di IHRA (sconfessato dal partito) è pronto a votare sì in aula, dopo aver incassato lo stop ai divieti e alla stretta penale. Con lui dovrebbero votare a favore anche i senatori Verini e Sensi, e probabilmente Zampa e Malpezzi. Ma tra i “riformisti” la speranza è di arrivare a quota 10 sì. La linea ufficiale del Pd non è stata ancora definita: probabile un’astensione critica, visto Schlein condivide le critiche di Anna Foa e di altri intellettuali verso il testo di IHRA che definisce antisemiti alcune critiche all’operato di Israele. Avs voterà no, anche i 5s si stanno orientando verso l’astensione. Mentre i centristi di Iv e Azione hanno già garantito il loro voto a favore. Le mele marce non esistono, ma i sistemi che le producono sì di Filippo Barbera Il Manifesto, 27 febbraio 2026 Dopo l’arresto del poliziotto che ha sparato e ucciso a Milano, abbiamo visto all’opera uno schema retorico che serve soltanto a nascondere il problema. Nel 1986 alcuni commercianti senza scrupoli alterarono il grado alcolico del vino con sostanze illegali per aumentare i margini di profitto. La quantità dominava la qualità e il vino da tavola era indistinguibile dal vino del territorio. Lo “scandalo del vino al metanolo” che ne seguì provocò 23 morti e conseguenze gravi, tra cui la cecità, su decine di altre persone. L’export di vino italiano perse un quarto del fatturato. I fiumi si tinsero di rosso. Il caso, per quanto lontano e diverso, ci parla dell’oggi e della sparatoria di Rogoredo. La prima narrativa pubblica fu quella delle “mele marce”: il sistema era sano e la devianza riguardava i singoli, casi isolati e devianti. Retorica che aveva il corrispettivo nella difesa dell’idea che esistono i poliziotti buoni e i poliziotti cattivi. Che i primi vanno difesi mentre i secondi vanno identificati e isolati. La seconda retorica fu quella dei “controlli”, giudicati come insufficienti e inefficaci. Sono necessarie più agenzie di regolazione, più poteri ispettivi e di sanzionamento, si disse. Chi oggi invoca norme più dure e sanzioni più severe per “chi sbaglia”, specie se è “uno che ci dovrebbe difendere”, va nella stessa direzione. Anche questa seconda retorica lasciava intatto il sistema, considerato come strutturalmente sano. Occorre punire e lavare i panni sporchi. Il problema, come la verità, continuava a essere là fuori. Seguì una terza retorica, quella della “corsa al ribasso”. Qui il sistema cominciò a scricchiolare. Il problema, si disse, risiedeva nella catena del valore e nel ruolo svolto dalla grande distribuzione che vendeva a prezzi troppo bassi, schiacciando i margini degli intermediari commerciali. Il prezzo non è mai quello “giusto”, ma sotto un livello minimo diventa davvero impossibile garantire i margini minimi a tutti gli anelli della catena e chi detiene una posizione dominante, quindi la grande distribuzione, determina il mercato. Con la terza retorica ci si allontanò dal dualismo “poliziotto buono vs. poliziotto cattivo” per volgere lo sguardo verso i meccanismi strutturali di funzionamento interno. La devianza non era una patologia, ma una fisiologia del sistema. Non riguardava poche eccezioni ma poteva potenzialmente coinvolgere tutti. Il tema era principalmente di tipo economico e oggi rispecchia l’idea che gli stipendi sono troppo bassi e, quindi, la corruzione e la malversazione ne sono la logica conseguenza. Tesi, però, che non spiega perché così non fan tutti e ovunque. Se c’è un incentivo economico, in un sistema a stipendi fissi, perché non sono tutti “devianti”? Fu con la quarta retorica che si mise a fuoco il problema in tutto il suo nitore. Fu quando il caso divenne politico, si mobilitarono i sindaci dei comuni - specie piemontesi - dove avevano la sede i commercianti coinvolti che chiesero al ministro competente nuove leggi a tutela e difesa della qualità del prodotto. Retorica, questa, che si consolidò nell’edizione annuale di Vinitaly, a Verona, dominata dal tema dello “scandalo del metanolo”, delle sue cause e conseguenze. Vinitaly fu un grande, enorme e partecipato rituale collettivo dove tutti gli attori della filiera, la politica, le professioni e i rappresentanti dei consumatori discussero e interagirono in compresenza fisica per giorni con un unico e condiviso fuoco di attenzione, un totem che tutti e tutte consideravano il centro della scena: la qualità di un sistema che era strutturalmente incapace di garantirla. Non c’erano commercianti buoni e commercianti cattivi. Esistevano meccanismi e incentivi, complicità e connivenze, silenzi e mutui vantaggi. La vicenda di Rogoredo, oggi, ci parla di una situazione del tutto analoga. E non saranno le retoriche che lasciano intatto il funzionamento e la struttura del sistema a risolverla. Le forze dell’ordine sono l’anello di una filiera pubblica stratificata e complessa, che va dai sindaci ai cittadini, passando per le istituzioni e la politica. C’è un tema di qualità del lavoro, di democrazia interna, di meccanismi di selezione, di motivazione intrinseca, di stipendi ed equipaggiamenti, di rapporti di genere e sub-culture di gruppo, nonché di derive politiche autoritarie, che va politicizzato in modo pubblico e rendicontabile. Perché le mele marce non esistono, ma i sistemi che le producono sì. “Senso di impunità, depistaggi, omertà: la polizia ha bisogno di anticorpi”, intervista all’avvocato Fabio Anselmo di Angela Stella L’Unità, 27 febbraio 2026 “La Diaz e Bolzaneto, i casi Uva, Bianzino, Aldrovandi, Cucchi. E poi Ramy e i fatti di S. Maria Capua Vetere. La lista sarebbe troppo lunga. Il problema è culturale. Alle forze dell’ordine non serve solo l’attrezzatura, ma formazione: tecnica e psicologica”. Avvocato Fabio Anselmo, il caso del poliziotto Carmelo Cinturrino accusato dell’omicidio volontario del pusher 28enne Abderrahim Mansouri ci pone di nuovo ad una domanda ricorrente in questi casi: siamo dinanzi a mele marce o c’è un sistema che non funziona? È chiaro che si tratta di un sistema che non funziona. Questo mi sembra evidente anche leggendo dell’ultima indagine aperta a Roma sugli agenti accusati di furto aggravato. Così non voglio assolutamente dire che le forze dell’ordine siano marce, ma è chiaro che abbiamo un problema di carattere culturale. Sono uomini e donne esattamente come lo siamo noi. Tutti possono sbagliare, che si indossi una divisa, una toga, un camice. L’importante è formare gli anticorpi affinché non si ripetano più certi errori, non coprire chi sbaglia e chiamare queste persone a risponderne di fronte alla giustizia, non di fronte alla politica. Ci vuole ricordare i casi famosi e meno noti in cui gli agenti hanno tradito lo Stato? Ne abbiamo avuti non pochi di casi. Come non ricordare il G8 di Genova del 2001. La mattanza della scuola Diaz e le torture avvenute nella caserma di Bolzaneto sono state un passaggio orribile della nostra storia. Ma penso anche alla vicenda della Uno Bianca, e poi ai casi di Giuseppe Uva, di Aldo Bianzino, di Federico Aldrovandi, di Andrea Soldi, di Stefano Cucchi, di Riccardo Magherini, di Ramy Elgaml, di Dino Budroni, di Davide Bifolco, di Luciano Diaz e potremmo andare avanti. E non scordiamoci i fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, come in altri istituti di pena. La lista sarebbe molto lunga. Quali sono i casi che ha vissuto in prima persona e che sensazione le hanno lasciato? Sono tanti i casi che ho vissuto in prima persona. Da Aldrovandi a Cucchi a Magherini, Rasman e tanti altri. Mi hanno lasciato in un primo momento una sensazione di restituzione di dignità alle vittime. Poi quella di aver scalato una montagna subito sostituita dal vuoto incolmabile dell’impossibilità di restituire i morti alle loro famiglie. Cosa hanno in comune tutte queste vicende? L’elemento che li accomuna è l’uso illegittimo della violenza che può sfociare penalmente in un eccesso colposo di legittima difesa, in tortura o peggio in un omicidio volontario. Qual è il problema culturale dietro questi casi? Il senso di impunità, la presunzione di legalità anche di fronte a situazioni e fatti che invece richiedono un accertamento giudiziario. Le forze dell’ordine hanno bisogno di altro. Non solo di attrezzatture ma anche di essere formate: formazione, tecnica e psicologica degli appartenenti ai corpi di polizia. E formare vuol dire anche essere messe in condizione di lavorare al meglio, nel rispetto dei diritti umani e in modo degno di uno Stato democratico. Ce lo ha ricordato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella recente sentenza relativa al caso di Riccardo Magherini, morto a Firenze nella notte del 3 marzo 2014, mentre l’uomo giaceva a terra immobilizzato dai Carabinieri. Le condizioni di lavoro sono difficilissime. In che termini? Gli stipendi sono da fame, gli straordinari non vengono pagati, c’è stata una recente protesta dalla parte di tutti i sindacati dinanzi a Palazzo Chigi con i quali è stato interrotto ogni dialogo, addirittura le indennità di trasferta vengono assoggettate a tassazione e devono pure essere anticipate, vi sono problemi di pensionamento ritardato. E tutto questo potrebbe giustificare atti di violenza verso noi cittadini? Assolutamente non sto dicendo questo. La chiave di lettura è un’altra: lo Stato cerca di garantire loro una certa impunità e protezione quando sbagliano per ripagarli delle condizioni lavorative in cui si trovano. Vige anche all’interno delle forze dell’ordine una certa omertà verso le malefatte dei colleghi? Questo è l’aspetto più grave. Nascono automaticamente dei meccanismi di condivisione e depistaggio. Pensi alla vicenda Cucchi che dopo 16 anni è ancora in sospeso: tutta la scala gerarchica andrà a giudizio in Cassazione il 4 marzo, con la maggior parte dei reati ormai prescritti. Qualcuno immediatamente dopo l’omicidio aveva già scritto la causa di morte di Stefano Cucchi, ancora prima che venisse effettuata l’autopsia. Per non parlare del fatto che qui si tende a voler lavare i panni sporchi in casa propria. E anche su questo la Cedu è intervenuta dicendo al nostro Paese che le indagini di polizia giudiziaria nei confronti degli appartenenti a un corpo di polizia devono essere condotte sempre dai membri di un corpo diverso. Mi sembra una elementare misura di garanzia, un principio di evoluzione e democrazia. Invece da noi si fa tutto il contrario. Persino nel caso del poliziotto Carmelo Cinturrino ha indagato la stessa Squadra mobile, al di là dei complimenti che merita per gli accertamenti svolti. È esagerato sostenere che le squadre antidroga sono spesso molto simili a bande di briganti? Sì, non condivido questa affermazione, in particolare l’uso di “spesso” nella sua domanda. Dobbiamo sicuramente liberarci da un pregiudizio di santità delle forze dell’ordine e lasciar lavorare la magistratura serenamente ma mi pare eccessiva questa sua rappresentazione. Certo può succedere ma non spesso. La destra pare avere un riflesso pavloviano per cui bisogna stare dalla parte degli agenti “senza se e senza ma”. Eppure per il caso di Rogoredo in molti, a partire da Salvini e Piantedosi, hanno dovuto fare marcia indietro. C’è un pregiudizio positivo della destra nei confronti delle divise? È un pregiudizio positivo che non so fino a che punto sia frutto di un’intima sincerità o di un calcolo cinico di carattere politico propagandistico. Non potrebbe essere che la destra crede nella risoluzione violenza, al di fuori del diritto, di alcuni conflitti? Non mi azzardo a fare questo tipo di valutazioni. Mi inquietano tuttavia i toni che usa nella sua martellante propaganda quando interviene strumentalmente in fatti di cronaca e su temi di giustizia. Assomigliano sempre di più a quelli trumpiani. Soltanto che non ci troviamo a Minneapolis e per il momento non abbiamo l’ICE. E invece a sinistra? Reputo anche la sinistra abbastanza responsabile di questo status quo. Si pensi al ritardo con cui questo Paese si è dotato della legge sul reato di tortura: ci sono voluti Luigi Manconi e i casi Aldrovandi e Cucchi per diventare uno Stato più civile. Di critiche è stata sommersa pure la magistratura che per la destra appare “buonista” in certi casi. E si usa questo argomento nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere. Siamo in presenza di un corto-circuito? Siamo in presenza di un tentativo di asservire la magistratura al potere politico, anche tramite questa nuova Alta Corte Disciplinare, che altro non è che un giudice speciale. Tossicodipendente imputabile, sconto solo con intossicazione “cronica” Il Dubbio, 27 febbraio 2026 Sentenza Corte costituzionale n. 21-2026: esclusa o ridotta imputabilità solo se la dipendenza ha prodotto una vera malattia psichica stabile anche dopo astinenza. Non basta essere tossicodipendenti per ottenere uno “sconto” automatico sulla responsabilità penale. Con la sentenza n. 21 depositata oggi, la Corte costituzionale ha chiarito che il sistema penale italiano può considerare il tossicodipendente imputabile, salvo che si sia in presenza di una intossicazione “cronica” intesa come vera e propria malattia psichica stabile e non legata alla singola assunzione di sostanze. Cosa ha deciso la Corte costituzionale - La Consulta ha dichiarato non fondate le questioni sollevate da un giudice per l’udienza preliminare di Bergamo sulla disciplina dell’imputabilità del reo tossicodipendente. Secondo la Corte, la scelta del codice penale non contrasta di per sé con la Costituzione: il tossicodipendente non è equiparato automaticamente a un malato psichiatrico, ma resta responsabile delle proprie condotte, perché in linea di principio responsabile anche del proprio stato di dipendenza. Il nodo: quando può scendere l’imputabilità - Il giudice rimettente contestava l’interpretazione costante della Cassazione: l’imputabilità può essere esclusa o diminuita (art. 95 c.p.) solo se c’è una intossicazione cronica, cioè un quadro psichico che permane indipendentemente da nuove assunzioni. Il punto critico sollevato era l’esclusione, da questa nozione, dei disturbi tipici della dipendenza come craving e sindrome da astinenza, che possono essere molto incisivi sul piano comportamentale e, secondo il giudice, anche sulla capacità di intendere e volere. La Consulta, però, ribadisce che anche quando i disturbi da uso prolungato riducono significativamente la capacità di intendere e volere al momento del fatto, l’autore resta rimproverabile perché non ha intrapreso prima un serio percorso di disintossicazione in un momento “anteriore ragionevolmente prossimo” al reato. Per questo, non è contrario al principio di colpevolezza prevedere la pena senza un’attenuante legata alla sola dipendenza. Che cosa si intende davvero per “intossicazione cronica” - Per la Corte, la situazione “cronica” ricorre soltanto se emergono gravi anomalie psichiche che si riscontrano anche dopo lunghi periodi di astinenza, in particolare psicosi con fenomeni di grave dispercezione della realtà, spesso collegate a quadri di comorbidità o doppia diagnosi insieme alla dipendenza. In presenza di tali condizioni, spetterà poi al giudice verificare la concreta incidenza sulla capacità di intendere e di volere, secondo le regole generali sulle infermità mentali. Vulnerabilità riconosciuta, ma con percorsi di cura - La Consulta sottolinea anche l’altro lato della medaglia: l’ordinamento riconosce la particolare vulnerabilità del tossicodipendente imputabile e prevede una disciplina di pene e misure cautelari fortemente improntata a un approccio terapeutico e riabilitativo, mettendo a disposizione percorsi di recupero dentro e fuori dal carcere. Un impianto che, nel ragionamento della Corte, dà attuazione ai doveri di solidarietà (art. 2 Cost.) e di tutela della salute (art. 32 Cost.), favorendo il recupero di una piena libertà “dalla” dipendenza. Procedimenti a citazione diretta, udienza predibattimentale può chiudersi con un “non luogo a procedere” di Anna Marino Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2026 Durante questa fase filtro, introdotta dalla Riforma Cartabia, la Corte chiarisce che il giudice valuta la fondatezza degli elementi acquisiti e può emettere una sentenza di non luogo a procedere se non sussistono sufficienti prove per una condanna. Nei procedimenti a citazione diretta, l’udienza predibattimentale, introdotta come strumento di filtro per garantire il principio di efficienza processuale, può concludersi con una sentenza di non luogo a procedere. Questo avviene quando, sulla base degli atti di indagine trasmessi al giudice, emergono elementi che non consentono una ragionevole previsione di condanna, come previsto dall’art. 554-ter, comma 1, del codice di procedura penale, senza configurare abnormità, regressione indebita o stasi del procedimento. La Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con sentenza 7370 del 2026, chiarisce così che la nozione di abnormità dei provvedimenti giudiziari alla gestione delle udienze predibattimentali nei procedimenti a citazione diretta si applica solo a provvedimenti che presentano anomalie radicali, strutturali o funzionali, non inquadrabili nel sistema normativo processuale e che determinano una stasi insanabile del procedimento. Il filtro della Cartabia - La Corte fa riferimento alla gestione delle udienze predibattimentali previste dalla riforma del d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150. La riforma Cartabia ha infatti introdotto l’udienza predibattimentale nei procedimenti a citazione diretta, consentendo un filtro preliminare per valutare la fondatezza dell’azione penale. Tale udienza davanti al Tribunale competente può concludersi con una sentenza di non luogo a procedere se non vi è una ragionevole previsione di condanna e consente una gestione più efficiente del processo, concentrando le attività preliminari e decisorie. Questo approccio mira a ridurre i tempi e ottimizzare le risorse del sistema giudiziario. La vicenda - Un Tribunale ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per il reato di diffamazione aggravata, ritenendo che gli elementi acquisiti non consentissero una ragionevole previsione di condanna. La parte civile ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo che il provvedimento fosse abnorme e viziato da nullità, poiché il giudice dibattimentale si sarebbe auto-investito della funzione di giudice predibattimentale, violando norme costituzionali e processuali. Il Sostituto Procuratore generale ha richiesto l’annullamento senza rinvio del provvedimento, ritenendolo abnorme per carenza di potere. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, affermando che non sussisteva alcuna abnormità né stasi del procedimento. La Corte ha stabilito che l’udienza predibattimentale non costituisce una fase distinta e che il Tribunale competente ha agito correttamente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende. Il richiamo alla Riforma Cartabia e i precedenti giurisprudenziali - La sentenza fa riferimento a diversi precedenti legislativi e giurisprudenziali per chiarire il concetto di “abnormità” e il funzionamento dell’udienza predibattimentale nei procedimenti a citazione diretta. Dal punto di vista legislativo, viene richiamato il decreto legislativo 10 ottobre 2022 n. 150, che ha introdotto l’udienza di comparizione predibattimentale, nota anche come “filtro”. Questo istituto è stato concepito per garantire un esame preliminare rapido sulla fondatezza e la completezza dell’azione penale, concentrando in un momento anticipato tutte le attività preparatorie alle fasi istruttorie e decisorie del dibattimento. La normativa prevede che, qualora gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna, il giudice possa pronunciare una sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’articolo 554-ter, comma 1, del codice di procedura penale. In caso contrario, il giudice deve fissare la data dell’udienza dibattimentale davanti a un altro magistrato e restituire il fascicolo al pubblico ministero, come stabilito dall’articolo 554-ter, comma 3, del codice di procedura penale. Dal punto di vista giurisprudenziale, la sentenza richiama le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che hanno definito il concetto di “provvedimento abnorme”. Secondo la sentenza n. 25957 del 26 marzo 2009 (Toni, Rv. 243590-01), un provvedimento abnorme presenta anomalie genetiche o funzionali così radicali da non poter essere inquadrato nello schema normativo processuale. L’abnormità può derivare da un vizio strutturale, quando il provvedimento si colloca al di fuori del sistema organico della legge processuale, o da un vizio funzionale, quando determina una stasi del processo e l’impossibilità di proseguirlo. Questo concetto è stato ulteriormente approfondito dalla sentenza n. 20569 del 18 gennaio 2018 (Ksouri, Rv. 272715-01), che ha ribadito che l’abnormità si applica solo in situazioni in cui l’ordinamento non offre altri rimedi per rimuovere un provvedimento giudiziale che sia frutto di uno sviamento di potere e che causi un pregiudizio insanabile per le parti coinvolte. Marche. L’emergenza carceri: “Cento detenuti in più, 28 tentativi di suicidio” di Anna Marchetti Il Resto del Carlino, 27 febbraio 2026 Report di Nobili (Avs): faro su Villa Fastiggi, Montacuto e Marino (Ascoli) “In un anno 104 episodi di autolesionismo”. Interrogazione al ministro. “Sovraffollamento, salute mentale, dipendenze e assistenza sanitaria”. Sono le criticità strutturali degli istituti penitenziari delle Marche individuate dal consigliere regionale Andrea Nobili (Avs) al termine del monitoraggio nelle strutture di Montacuto e Barcaglione ad Ancona, Pesaro, Fossombrone, Fermo e Marino del Tronto (Ascoli), oltre alla Rems di Macerata Feltria. Il primo elemento messo in evidenza dall’indagine è la condizione di sovraffollamento. A fronte di una capienza di 831 posti, sono presenti 931 detenuti, con un tasso di affollamento del 112%. Il sovraffollamento si concentra a Pesaro (242 detenuti su 156 posti, 155%), Marino del Tronto (106 detenuti su 103 posti, 103%), Montacuto (351 detenuti su 256 posti, 137,1%), Fermo (65 detenuti su 50 posti, 130%). In altri istituti, come Barcaglione e Fossombrone, “la situazione è più equilibrata”. Altri problemi riguardano disagio psichico e dipendenze. “Sono 140 i detenuti tossicodipendenti - fa notare Nobili - e in alcuni istituti la quota è particolarmente rilevante: la casa circondariale di Pesaro ha 75 detenuti tossicodipendenti, nella casa circondariale di Fermo ce ne sono ventotto. Entrambe le strutture hanno in organico un solo medico Serd (Servizio per le dipendenze), con accessi di qualche ora alla settimana o routinari. Il numero degli eventi critici registrati nell’ultimo anno è indicativo: 104 episodi di autolesionismo, 28 tentati suicidi, un suicidio, quattro decessi complessivi, a cui si aggiunge la morte della persona detenuta nella casa di reclusione di Ascoli nei giorni scorsi e su cui sono ancora in corso gli accertamenti. In organico ci sono 14 psichiatri, con accessi che vanno dalle 12 ore settimanali totali di Ascoli a presenze più sporadiche e a chiamata, e tredici psicologi”. E ancora Nobili. “In questo quadro assume un ruolo centrale la Rems di Macerata Feltria-Casa Badesse, struttura sanitaria per persone affette da disturbi psichiatrici autrici di reato, che dal 2014 ha sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. La Rems di Macerata Feltria, gestita dal gruppo privato Atena in convenzione con il sistema sanitario, è una struttura di alto livello organizzativo e terapeutico, con un’impostazione multidisciplinare che prevede attività riabilitative, terapeutiche strutturate e una presenza qualificata di personale sanitario. Tuttavia, la struttura dispone di venti posti letto e una lista d’attesa di 18 persone, il tempo medio di attesa è di circa 18 mesi. Tra le persone che attendono di entrare, sette sono negli istituti penitenziari, altre in strutture sanitarie o socio-sanitarie temporanee, alcune in libertà vigilata o in condizioni che consentono la mobilità. In questo quadro assume particolare rilievo l’apertura di una sezione psichiatrica all’istituto di Ancona-Montacuto”. “Gli indicatori sanitari raccolti - dice il capogruppo Avs - mettono in evidenza la presenza di detenuti con patologie complesse, tra cui casi di Hiv, epatite C e dipendenze patologiche. Il personale sanitario in organico, comprese le presenze a ore settimanali, è di 137 unità. La componente più cospicua è quella degli infermieri, 41 unità, i medici per la medicina di base sono 39, mentre gli specialisti che entrano negli istituti sono 22, esclusi gli psichiatri. Per quanto riguarda la polizia penitenziaria, sono presenti 542 agenti su 567 assegnati (83%), gli educatori sono 17, insufficienti rispetto alla popolazione detenuta”. Devis Dori, deputato di Avs e membro della commissione giustizia, ha annunciato una interrogazione parlamentare al ministro Nordio sulla situazione marchigiana. Vibo Valentia. Nono suicidio dell’anno (nelle carceri italiane), nel silenzio delle istituzioni Ristretti Orizzonti, 27 febbraio 2026 “58 anni, egiziano, avrebbe finito di pagare il suo debito con la giustizia italiana ad agosto prossimo, ma è arrivata prima la pena di morte di fatto che nelle prigioni italiane colpisce random, indipendentemente dal reato di cui si è accusati. Si è impiccato infatti lunedì sera nella sua cella della sezione per detenuti problematici della Casa Circondariale di Vibo Valentia, ma la notizia si è appresa solo ora complice la cortina fumogena che quasi sempre avvolge le disfunzioni penitenziarie e lo sconcertante silenzio delle istituzioni. Si tratta del nono ristretto che si toglie la vita in questo scorcio del 2026”. Lo dichiara Gennarino De Fazio, Segretario Generale della UILPA Polizia Penitenziaria. “Le carceri continuano a versare in condizioni drammatiche ed anche a Vibo Valentia, dove, al di là delle narrazioni e del fantomatico commissario straordinario all’edilizia penitenziaria, ci sono 126 posti non disponibili, con 314 reclusi allocati in 280 posti si registra un sovraffollamento significativo (112%) cui fa da contraltare la voragine negli organici della Polizia penitenziaria, 224 agenti a fronte di un fabbisogno di almeno 288 (-29%). Del resto, a livello nazionale i detenuti sono ormai 63.782 mentre i posti disponibili appena 46.094, per converso nelle carceri mancano almeno 20mila agenti rispetto al fabbisogno reale, pure per le assegnazioni soprannumerarie negli uffici ministeriali e nelle sedi extra penitenziarie”, spiega il Segretario della Uilpa Pp. “Servono immediati provvedimenti concretamente deflattivi della densità detentiva, per potenziare gli organici della Polizia penitenziaria, senza peraltro rinunciare all’indispensabile formazione, ammodernare e manutenere le strutture, implementare le tecnologie, garantire l’assistenza sanitaria, specie ai malati di mente, e avviare riforme strutturali”, conclude De Fazio. Ascoli. Morto in carcere, i familiari chiedono chiarezza: “Joshua aveva segni sul corpo” di Giuseppe Ercoli Il Resto del Carlino, 27 febbraio 2026 L’avvocato Silvio Tolesino: “Stiamo attendendo che venga fissata l’autopsia e che sia dato il conferimento dell’incarico. Io non sono un medico e non posso esprimere valutazioni”. “Diteci come è morto e se quei segni sul corpo hanno a che fare con la sua morte”. L’avvocato Silvio Tolesino assiste i familiari Joshua Di Carlo, il 23enne di Campobasso trovato morto nel carcere di Ascoli martedì mattina. I familiari chiedono chiarezza. “Stiamo attendendo che venga fissata l’autopsia e che sia dato il conferimento dell’incarico”, spiega il legale, precisando che sono state depositate denunce sia in Procura, tramite il suo ufficio, sia nei confronti della stazione dei carabinieri, con l’obiettivo di consentire tutti gli accertamenti necessari. Nella giornata di ieri i familiari hanno incontrato il consulente tecnico di parte, il medico legale Paolo Scarano di Campobasso, per una prima valutazione degli elementi finora emersi. “La famiglia - riferisce l’avvocato Tolesino - nutre dubbi sulla ricostruzione dei fatti. Quando i parenti si sono recati ad Ascoli per il riconoscimento della salma, hanno infatti notato segni sul corpo del congiunto”. A dare l’allarme all’alba era stato il compagno di cella che dormiva nel vano inferiore del letto a castello. “Io non sono un medico e non posso esprimere valutazioni tecniche”, chiarisce l’avvocato. “Sarà l’autopsia a stabilire l’origine di quei segni e la causa del decesso”. Il legale sottolinea come solo gli accertamenti medico-legali potranno chiarire se tali lesioni siano compatibili con un decesso per cause naturali o con altre dinamiche. Ulteriori perplessità riguardano alcuni effetti personali restituiti alla famiglia. Secondo quanto riferito, mancherebbero lettere che il giovane aveva scritto e che avrebbero dovuto essere spedite. “In quelle lettere parlava di aggressioni subite in un contesto carcerario difficile”, afferma Tolesino. “Anche su questo aspetto è stata presentata querela, chiedendo approfondimenti investigativi”. Il detenuto stava scontando una pena residua per un piccolo furto e per violazione dell’articolo 73, comma quinto, legata a un passato di tossicodipendenza. Inizialmente era stato ammesso a una misura alternativa in comunità, poi revocata con conseguente ingresso in carcere. La fine della pena, secondo quanto riferito, era ad aprile, una data vicina e incompatibile - secondo la famiglia - con un gesto estremo, come l’eccessiva assunzione di farmaci. “Non possiamo escludere alcuna ipotesi”, conclude l’avvocato. “Proprio per questo chiediamo accertamenti completi e trasparenti, affinché sia fatta piena luce su quanto accaduto e su eventuali responsabilità”. Padova. La semplice meraviglia della cooperativa Giotto: “Noi puntiamo in alto” di Marta Randon Il Mattino di Padova, 27 febbraio 2026 Il modello Giotto in 40 anni ha varcato i confini europei, raggiungendo il Brasile e gli Usa. Dal 1986 la “multinazionale della valorizzazione ed economia umana” ha dato un lavoro, ma anche conforto, amicizia, accettazione, a più di 2000 persone, soprattutto detenuti, ex detenuti e persone con disabilità. Oggi la cooperativa ha circa 650 collaboratori da Padova alla Sicilia. “Provo un’infantile meraviglia a guardarmi indietro” racconta Nicola Boscoletto, originario di Chioggia, uno dei nove fondatori, tutti amici laureati in agraria a Padova, accomunati da una fede concreta. I festeggiamenti per i 40 anni sono cominciati ieri, nell’Aula Magna del Bo dove un magistrato brasiliano, lo sceriffo di Chicago, un imprenditore italo-americano, l’ex ministro Annamaria Cancellieri e due economisti, Stefano Zamagni e Vera Negri Zamagni, racconteranno una storia “di straordinaria normalità del bene”. Partecipano anche la vedova del commissario Luigi Calabresi e i professori Paola Milani e Antonio Parbonetti. All’inizio c’erano il verde, i giardini, gli appalti con enti pubblici e privati. “Volevamo un lavoro che ci permettesse di avere una famiglia e di dedicarci agli altri” spiega Boscoletto. Nessun progettualità. “Man mano che ci capitava qualcosa l’abbiamo abbracciato”. L’incontro con Luigi Giussani, poi quella lettera dal carcere Due Palazzi con la richiesta di sistemare un giardino. Il primo corso di giardinaggio per 20 detenuti parte nel 1990. “Oggi siamo alla 35a edizione” dice il fondatore. Dal 2000 le attività interne al carcere si moltiplicano: call canter del Cup, pasticceria “l’abbiamo resa maggiorenne e dal 2017 è in mano a un’altra cooperativa”, assemblaggio per la valigeria Roncato, tacchi per scarpe d’alta moda, componenti per moto e auto, tra cui la Ferrari. “Abbiamo sempre puntato in alto per sfatare il mito “da lì non può uscire niente di buono”“ spiega Boscoletto. Giotto, però, non è solo carcere. È dignità restituita, fatica condivisa con tante persone con disabilità fisiche o intellettive. Maurizio Donato è uno di questi. Ha 53 anni, qualche difficoltà ad esprimersi, ma se gli metti in mano un soffiatore non lo ferma nessuno. Ha cominciato tagliando i rami delle piante al parco Iris, 30 anni fa. “La cooperativa Giotto è la mia terza famiglia - racconta -: le prime due sono quella con la zia-mamma che mi ha cresciuto e al villaggio Sant’Antonio”. “Ho sofferto per la mia condizione, mi sarebbe piaciuto essere più normale”. Silenzio. “Ma amo il mio lavoro e qui tutti mi vogliono bene”. La fede lo aiuta. “Spero non mi abbandoni mai”. Maurizio ha partecipato al Giubileo dei poveri, ha mangiato con Papa Leone, “però non nello stesso tavolo” scherza. Stasera ci sarà anche lui. Il segreto dei 40 anni? Forse sta nel credere che anche dietro un muro, anche dentro una fragilità, possa fiorire un giardino. E avere il coraggio di coltivarlo. I festeggiamenti proseguiranno l’8 aprile con un evento in Fiera che unirà musica, arte e inclusione. Padova. Antonio e il prezzo da pagare. “Ho perso l’amore delle mie figlie” di Marta Randon Il Mattino di Padova, 27 febbraio 2026 La rinascita grazie al lavoro dentro e fuori dal Due Palazzi, dove ha trascorso alcuni anni: “Adesso sono un altro uomo”. “Il prezzo che sto pagando è altissimo. Ho perso mia moglie e soprattutto l’amore delle mie figlie”. Antonio, lo chiameremo così per tutelare la sua privacy, è uscito dal Due Palazzi il 2 febbraio del 2017. Quando è entrato era il 2011, aveva 42 anni, una famiglia, una laurea in Economia e commercio e un’azienda ereditata dal padre in grosse difficoltà che aveva cercato “di salvare”. “Ma le scorciatoie portano in carcere”, racconta. Oggi lavora per la cooperativa Giotto, è team leader. “Gestisco una quarantina di persone e restituisco quello che ho ricevuto. Ho varie commesse: parchi pubblici, Veneto lavoro, Centri per l’impiego, Acli, Infocamere”. Perché è stato arrestato? “Reato di tipo finanziario con un’accusa infamante: associazione a delinquere di stampo mafioso. Un reato che prevede l’alta sicurezza, a metà strada tra un detenuto comune e un 41 bis. C’è stata una retata di 22 persone, con il senno di poi posso dire di essere stato fortunato perché sono finito a Padova”. Al Due Palazzi che opportunità ha avuto? “Grazie al lavoro sono rinato. Forse qualcuno arrestato con me poi ha avuto la stessa fortuna. Dico mi sembra perché qualcosa ho rimosso”. Si rimuove? “Ci sono cose che, pur di non pensarle, il tuo cervello ti aiuta ad accantonarle”. Per la vergogna? Per l’orrore verso se stessi? “Ho fatto scelte sbagliate, soluzioni veloci, ero consapevole che poteva succede qualcosa di brutto, ma non di così eclatante. Il rischio è stato enorme, come quello che ho perso” Che cosa ha perso? “Dopo l’arresto mia moglie non è più venuta in carcere e non mi ha più portato le bambine. Due anni senza vederle”. Quanti anni avevano le sue figlie? “10 e 3 anni” Oggi che rapporti ha con la sua famiglia? “Sono separato. Dopo la detenzione i rapporti con le mie figlie sono scemati sempre di più, ci vediamo pochissimo”. Che cosa le dicono? “Sostengono di non essere arrabbiate, ma non hanno voglia di vedermi”. In carcere com’è entrato in contatto con la cooperativa Giotto? “Di solito chi ha la fortuna di lavorare in carcere è un definitivo, io ero un giudicabile. Dopo 72 giorni di isolamento mi hanno portato in sezione, mi sono iscritto a Legge per sopravvivere. A giugno 2013 ho fatto i colloqui con la psicologa della Giotto e a novembre ho iniziato a lavorare con loro”. Di cosa si occupava? “Lavoravo al call center. Controllo contratti per Illumia luce e gas. Poi ho cominciato a trattare i condomini. Dopo tre anni e tre mesi sono uscito dal Due Palazzi per trascorrere un anno ai domiciliari, prima di entrare nel carcere di Tolmezzo e poi tornare al Due Palazzi. Sono riuscito a lavorare anche in smart working”. Di recente al Due Palazzi ci sono stati due suicidi. Ha mai pensato di togliersi la vita? “Sì, dopo qualche giorno”. Cosa vuol dire vivere in carcere? “Subito non ti rendi conto. La prima cosa è l’indifferenza delle persone che hai intorno. Dopo capisci che le ore non hanno un peso, una quantità, non sono niente. Capisci però che puoi iniziare a riflettere su chi sei davvero. Quando qualcuno fa il furbetto significa che si è sovrastimato. Capisci che il mondo non dipende da te. Penso che tutti quelli che sono in carcere in qualche modo si siano sovrastimati”. Perché ci si sovrastima? “Perché fondamentalmente si è soli” All’inizio chi l’ha aiutata al Due Palazzi? “I volontari. Ho capito che si può dare tanto anche gratuitamente. Prima questo per me è impensabile”. È nonno? “Non ancora”. Gli occhi di Antonio diventano rossi, le lacrime scendono. La cosa che oggi le fa più male? “Non sono riuscito a ricostruire un rapporto con le mie figlie. Mi sento un’altra persona. Grazie alla cooperativa Giotto ho potuto ricrearmi una vita, cambiare le mie frequentazioni, il passato non c’è più” Una cosa che la rende felice? “Oggi posso essere una persona nuova, un riferimento per chi ha bisogno. Quello che hanno fatto con me”. Alla fine è riuscito a prendere la seconda laurea? “Mi mancano due esami”. Roma. Carcere di Regina Coeli, i Garanti: “Nel 2025 saltate 554 visite esterne su 1.219 richieste” Il Dubbio, 27 febbraio 2026 Anastasia e Calderone: sanità interna “di tutto rispetto”, ma mancano traduzioni per esami fuori. Affollamento: 764 detenuti su 628 posti regolamentari. Non è la sanità interna il punto più critico, dicono i Garanti: è tutto ciò che sta fuori dal carcere e che, troppo spesso, resta fuori anche per chi avrebbe diritto a cure e controlli. È uno dei passaggi centrali della nota diffusa da Stefano Anastasia, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, e da Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, dopo la visita di monitoraggio svolta martedì 24 febbraio alla Casa circondariale di Roma Regina Coeli. Secondo quanto riferito dai Garanti, “nonostante l’assistenza sanitaria interna sia di tutto rispetto, sia per strutture che per personale”, resta il problema delle visite specialistiche e degli accertamenti diagnostici da svolgere all’esterno. Il dato indicato è netto: nel 2025, su 1.219 richieste, 554 visite non sono state effettuate, a causa delle difficoltà dell’amministrazione penitenziaria nel garantire le traduzioni presso i presidi sanitari territoriali. Spazi e trattamento: “Persone chiuse quasi tutta la giornata” - Nel documento Anastasia e Calderone sottolineano anche la carenza di spazi adeguati per la socialità e di attività trattamentali: una situazione che, scrivono, significa tenere le persone “quasi l’intera giornata chiuse in tre o sei per stanza”. I Garanti apprezzano la riapertura della settima sezione, in condizioni definite dignitose e dedicata esclusivamente ai nuovi giunti, auspicando che “si mantenga così”. Le sezioni chiuse dopo il crollo e il passaggio “in sicurezza” - La nota ricorda che la sesta e la settima sezione erano state chiuse lo scorso ottobre, dopo il crollo di una porzione di tetto della seconda rotonda, punto di passaggio per raggiungere quelle aree. Oggi il transito è garantito grazie a una copertura in legno temporanea da cantiere, collocata sotto una fitta rete di tubi Innocenti fino al tetto. Numeri e affollamento: 764 detenuti - Durante la visita i detenuti presenti risultavano 764, a fronte di 628 posti regolamentari. Viene inoltre indicato che i posti non disponibili erano 148, con un tasso di affollamento del 159% su una capienza effettiva di 480 posti. La visita: colloqui, sezioni, cucina e “ospedale interno” - I Garanti e i loro staff hanno svolto il monitoraggio accompagnati dalla direttrice Claudia Clementi, dal comandante della polizia penitenziaria Francesco Salemi e dalla capo area educativa Elena D’Angelo. La visita è partita dalle aule colloqui (cinque per gli incontri in presenza e due per video colloqui), ha toccato tutte le sezioni e la cucina - dove lavorano 11 detenuti - concludendosi nella “storica” terza sezione dell’edificio, costruito nel 1654 e convertito in carcere tra 1870 e 1890. Con il responsabile Asl Roma 1 per il carcere, Luigi Persico, la delegazione ha visitato gli ambulatori specialistici, il blocco operatorio e le stanze di degenza del Sai (Servizio assistenza integrata), descritto come un vero e proprio ospedale interno capace di ospitare fino a 78 degenti, incontrando anche la direttrice della Uosd Salute mentale e dipendenze in ambito penale della Asl Roma 1, Adele Di Stefano. Napoli. Intervista a Gianluca Guida, da 30 anni direttore del carcere minorile di Nisida di Anna Paola Merone Corriere del Mezzogiorno, 27 febbraio 2026 “Qui 78 detenuti, vi racconto la nostra sfida quotidiana. Mare fuori? Non sono critico, ma è tv”. “Per salvare i baby-criminali serve una strategia di 20 anni”. Di ciascun ragazzo conosce il nome, la storia, le debolezze, le potenzialità. Dosa sorrisi e incoraggiamenti dietro i quali c’è un rigore che non arretra. Gianluca Guida è direttore del carcere di Nisida da 30 anni. Ne aveva 29 quando per la prima volta ha varcato la soglia del penitenziario minorile circondato dal mare. E da allora porta avanti una sfida “che non sarebbe stata possibile senza il sostegno di una squadra compatta, ma anche di mia moglie. Sono fortunatissimo: ho avuto tanto e ho dato tanto”. Guida tiene lo sguardo dritto sull’obiettivo: “Non possiamo salvare questi ragazzi, nel senso che generalmente si intende, ma possiamo dare loro delle opportunità”. Intanto si spinge nei laboratori dove il rapper Lucariello fa lezione ad un gruppo di giovani detenuti fra cui due gemelli (omozigoti) del Borgo Sant’Antonio e si spinge fino a un belvedere mozzafiato sul quale i ragazzi allungano lo sguardo. Sono tutti coinvolti in lezioni scolastiche oltre che in laboratori di rap, di musica, corsi di cucina, nella gestione della mensa. Ciascuno di loro deve tenere pulita la propria cella e, a chi si distingue per buona condotta, viene affidata la cura dei giardini dell’isolotto che affaccia sul Golfo dove approderà l’America’s Cup. Dove si respira una idea di libertà palpabile e dove l’odore del sale è fortissimo. La vela è stata al centro di alcune iniziative destinate ai detenuti di Nisida. Sarete in qualche modo coinvolti dalla Coppa America? “Ci sono state belle esperienze in passato. Vedremo. La vela è una opportunità, ma il suo profilo patinato non fa sempre benissimo ai ragazzi: lo scintillio attrae e distrae. Intanto le ipotesi per Nisida sono tante, a volte si parla anche di delocalizzare la struttura per disporre dell’isola. Ma vale la pena ricordare quel che è successo a Procida: Terra murata è stato liberato dal carcere e oggi cade a pezzi, perché non è semplice gestire spazi di questo tipo”. Di quanto personale dispone? “Venti operatori e trenta agenti di polizia penitenziaria, che sono guidati da una donna”. E quanti ragazzi ci sono? “Adesso 78, molti di più di quelli che sarebbe possibile ospitare. Infatti non possiamo coinvolgere tutti su tutte le iniziative. La maggior parte è napoletana. Gli stranieri arrivano sostanzialmente dal centronord”. Hanno problemi di dipendenze? “È un tema complesso e trasversale: ci sono dipendenze visibili e invisibili: le droghe, il gioco, l’alcool, gli psicofarmaci”. Per quali reati sono reclusi? “In passato si trattava sostanzialmente di reati contro il patrimonio, ma di recente sono in aumento quelli contro la persona”. L’emergenza riferita alla delinquenza giovanile cresce e molti sembrano avere l’idea giusta per fronteggiarla. “È stancante lavorare sulle emergenze, non è così che si raggiungono i risultati. Per immaginare di salvare i ragazzi occorre una strategia con un orizzonte di venti anni, gli interventi tampone non servono: vanno presi in carico bambini da accompagnare all’età adulta. L’abbandono della scuola è precocissimo. Prima Nisida aveva solo percorsi di alfabetizzazione e la scuola media. Soltanto di recente abbiamo introdotto l’Alberghiero” Insomma, non c’è una ricetta salvifica? “A me non piace il concetto di rieducazione. Bisogna incidere sui bisogni, è qui che ci sono le radici della devianza. Sono i bisogni che generano il disagio”. Ci sono molti ragazzi colpevoli di reati di genere? “Ci interroghiamo da tempo sulle dinamiche di coppia e, sì, ci sono ragazzi colpevoli di stalking e altri reati di genere. Del resto ci sono canzoni che raccontano bene di rapporti non paritari, né di cura, come ‘O malessere”. Conosce anche la loro musica? “Conosco molto bene tutto il loro mondo. Malessere è uno stare, non un transitare come accadeva in canzoni tipo Indifferentemente. La domanda è, dunque, perché non si cerca il benessere? Molte ragazze sono coperte da un burka invisibile: i fidanzati sono in carcere, loro aspettano fuori murate. Legami che seguono magari altre relazioni diffusissime fra certi giovani, quelle con le donne adulte: lui 17, lei 37. Il passaggio successivo ad una compagna coetanea crea poi equivoci e grandi squilibri”. Cosa pensa di Mare Fuori? “Non sono critico. La prima stesura risale a 20 anni fa quando la sceneggiatrice Cristiana Farina venne qui per una full immersion: c’è stata una vera osservazione di Nisida. Poi, certo, ci sono regole che attengono alle dinamiche televisive: vale per Mare Fuori, ma anche per Don Matteo. I sacerdoti non fanno le indagini di polizia”. Fino a che età i ragazzi sono a Nisida? “Fino ai 25 anni, se hanno commesso il reato prima di averne compiuti 18”. Ci sono figli di boss? “Ne abbiamo. La camorra a Napoli è pulviscolare: ogni famiglia è un clan”. Una volta usciti, cosa troveranno fuori? “Un mondo complesso dove c’è poco lavoro, pagato male, spesso in nero. Loro sono fragili, hanno bisogno di aiuto e i servizi sociali sono allo stremo. Intanto Napoli è cambiata e le periferie non sono più i vicoli del centro storico”. Come mantengono i contatti con l’esterno? “Hanno tre telefonate a settimana e due giorni di colloquio durante i quali c’è chi prova a far passare droga e telefonini, che a loro mancano tanto: sono scaltri, sanno difendersi, la detenzione per alcuni è quasi normale. Ma ormai i trucchi li conosciamo. E ogni giorno ricominciamo daccapo, la sfida è quotidiana. Senza arrenderci, senza arretrare mai”. Santa Maria Capua Vetere. Dal carcere militare al lavoro, 20 detenuti diventano manutentori del verde ansa.it, 27 febbraio 2026 Da detenuti a giardinieri. È la positiva parabola di 20 reclusi del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) “Caserma Ezio Andolfato”, per i quali si è concluso il percorso formativo portato avanti in questi mesi dall’Università Popolare di Caserta; ai 20 nuovi manutentori del verde sono stati consegnati gli attestati di formazione professionale dopo aver svolto gli esami conclusivi. Il corso, condotto all’interno della struttura penitenziaria dai docenti dell’Ateneo casertano, rientra tra quelli finanziati dal programma Gol e rappresenta un unicum nel suo genere, peraltro in un carcere come la Caserma Andolfato che dal 2005 è l’unico carcere militare attivo in Italia. Nicola Troisi, presidente dell’Ateneo, sottolinea come L’Università Popolare di Caserta sia stata “tra le prime in Italia a credere nell’importanza di portare la formazione professionale all’interno delle strutture penitenziarie. Il reinserimento in società passa infatti obbligatoriamente per un’alternativa, e fornire competenze spendibili è uno dei modi che abbiamo per perseguire questo obiettivo e dare una seconda opportunità efficace per evitare la recidiva, e trasformare dunque la detenzione in una reale occasione di riscatto”. Anche la scelta della tipologia di corso non è casuale. “Investire in una qualifica come quella di manutentore del verde - spiega Troisi - è un segnale fortissimo. Stiamo infatti ribadendo che la gestione del verde pubblico e privato è un asset fondamentale per il futuro delle nostre città e per lo sviluppo urbano. Ciò vuol dire che, se vogliamo guardare a un futuro verde e sostenibile, non possiamo non immaginare anche grandi opportunità di inserimento lavorativo per figure specializzate che sappiano intervenire decisamente dove oggi la gestione pubblica spesso è deficitaria”. Pescara. “Manthonews”, il magazine inclusivo del Manthonè presentato ai detenuti Ristretti Orizzonti, 27 febbraio 2026 Si è svolto ieri mattina, nella casa circondariale di Pescara, l’incontro di presentazione del magazine Manthonews, il progetto di integrazione editoriale presentato dall’ideatore e animatore, Alessio Di Carlo, docente e comunicatore dell’istituto superiore pescarese di Via Tiburtina. “Non è il solito giornalino scolastico” - ha chiarito Di Carlo, dopo l’incontro con i detenuti che frequentano il corso di studi organizzato dall’Istituto Aterno-Manthonè e quelli del CPIA Pescara Chieti - spiegando che “oltre al sito internet, che ospita qualsiasi contributo proveniente da tutta la comunità scolastica, compresi docenti e personale amministrativo, realizziamo anche una versione cartacea riservata e rivolta ai detenuti che non hanno accesso alla modalità telematica”. Lo spirito dell’iniziativa, ha aggiunto l’insegnate animatore dell’iniziativa, “è quello di favorire l’integrazione orizzontale tra le tre anime del Manthonè, che oltre al corso tradizionale ne ospita uno riservato agli adulti e uno rivolto ai detenuti, nonché l’integrazione verticale, coinvolgendo non solo gli studenti ma tutte le anime della scuola”. “Anche i contenuti” - ha concluso Di Carlo “riguarderanno qualsiasi ambito, non necessariamente quello scolastico, spaziando dall’informazione all’intrattenimento, dalla cultura, allo sport, consegnando ad ognuno una possibilità espressiva che nel sito www.manthonews.it troverà la sua massima possibilità di manifestarsi”. Manthonews è edito da Editorius APS ed esce l’ultimo venerdì di ogni mese. Verona. “Non solo carcere”: un incontro sul futuro del sistema penitenziario veronanetwork.it, 27 febbraio 2026 Lunedì 2 marzo alle 18.15, nell’Aula Magna della Fondazione Toniolo, il Gruppo veronese della Fondazione Centesimus Annus promuove un confronto su stato e prospettive del carcere. “Non solo carcere: la luce oltre la siepe” è il titolo dell’incontro in programma lunedì 2 marzo 2026 alle ore 18:15 presso l’Aula Magna della Fondazione Toniolo, in via Seminario 10 a Verona. L’evento è organizzato dal Gruppo di Verona della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e sarà dedicato allo stato dell’arte e alle prospettive di riforma del sistema penitenziario. Ad aprire i lavori sarà Mons. Renzo Beghini, Assistente Ecclesiastico Fcapp Verona. La moderazione è affidata al Dott. Carlo A. Adami, Referente FCAPP Verona. Tra gli interventi in programma figurano quelli di Mons. Carlo Vinco, Garante dei diritti dei detenuti, e del Prof. Avv. Federico Vianelli, già Presidente dell’Unione Camere Penali del Veneto. Le conclusioni saranno affidate a S.E. Rev. Mons. Domenico Pompili, Vescovo di Verona. L’incontro si propone come momento di approfondimento e dialogo su un tema di grande rilevanza sociale e istituzionale, con l’obiettivo di offrire una riflessione ampia sulle condizioni del sistema carcerario e sulle possibili prospettive di riforma. È previsto parcheggio interno con ingresso da Vicolo Bogon. Gela. Studenti in visita al carcere. “I detenuti si sono aperti raccontando le loro esperienze di vita” quotidianodigela.it, 27 febbraio 2026 “Gli alunni hanno portato un loro messaggio di speranza a detenuti che, a loro volta, si sono raccontati”. Uno scambio reciproco di esperienze, oltre il mero concetto di errore che segna le vite, tra due contesti certamente differenti. Il progetto “Parole che uniscono-Storie che cambiano” è arrivato, oggi, all’interno del carcere di Balate. L’insegnante Laura Gnoffo, che lo coordina, ha messo insieme la classe VA indirizzo chimica dell’istituto “Morselli” e quella della casa circondariale. Lei stessa è un tramite nella formazione e nell’insegnamento, occupandosi non solo dei suoi alunni del “Morselli” ma anche di quelli che seguono le lezioni nel carcere. “È stato veramente un momento di forte significato e di commozione, devo dire - spiega la docente - gli alunni del “Morselli” hanno portato un loro messaggio di speranza a detenuti che, a loro volta, si sono raccontati, affrontando pure il senso profondo degli errori commessi nel percorso di vita portato avanti. Abbiamo voluto rendere ancora più incisivo lo studio di temi come la legalità, l’educazione, il reinserimento nella comunità”. I detenuti hanno voluto condividere a pieno questo tipo di percorso, verso un riscatto, non solo sociale ma anzitutto individuale. Il progetto è stato pienamente condiviso dalla direzione del carcere, affidata al dottor Walter Bressi, ma anche da istituzioni come quelle parlamentari, con il senatore Pietro Lorefice e il deputato Ars Salvatore Scuvera, dall’Uepe di Caltanissetta, con il dottor Salvo Emanuele Leotta, e dall’associazione antiracket del presidente Salvino Legname. Bologna. Detenuti che ricominciano a correre. In parallelo alla maratona ufficiale, una staffetta alla Dozza incronaca.unibo.it, 27 febbraio 2026 È sempre di corsa Bologna, anche nel weekend. Sabato 28 febbraio il Carcere della Dozza ospiterà Re Start, una gara parallela rispetto a quella ufficiale cittadina fissata per il giorno successivo. A partecipare all’interno delle mura della casa circondariale saranno 34 detenuti, suddivisi in otto squadre da 4 o 5 persone. Si correrà “a staffetta”, e la vittoria andrà alla formazione che riuscirà a completare la propria frazione di 5,1 chilometri nel più breve tempo possibile. L’idea nasce dall’iniziativa di Andrea De David, presidente del Csi (Centro sportivo italiano), e di Filippo Diaco, consigliere del comune di Bologna, in collaborazione con l’Unione Sportiva Acli locale, l’amministrazione penitenziaria e Rosa Alba Casella, direttrice del carcere. Evento che terminerà con una cerimonia alla quale saranno presenti Teresa Lopilato, presidente della Thermal Bologna Marathon, e Roberta Li Calzi, assessora allo sport. “Portare simbolicamente la maratona anche all’interno della casa circondariale significa offrire ai detenuti l’opportunità di creare una connessione con ciò che avviene in città, oltre le mura del carcere”, afferma Lopitato. E rimarca: “Crediamo che lo sport possa rappresentare uno strumento concreto di inclusione, responsabilizzazione e partecipazione a percorsi di reinserimento sociale”. Dal canto suo, Andrea De David, mette l’accento sulla sinergia tra istituzioni e sul riconoscimento del diritto, di tutti, di praticare sport: “Grazie al lavoro congiunto dell’amministrazione penitenziaria, di Termal Bologna Marathon, Acli e Csi, possiamo offrire un’interessante opportunità agli ospiti della struttura, finalizzata a perseguire concretamente il diritto universale allo sport, come sancito recentemente dalla nostra Costituzione”. E non manca, da parte del presidente del Csi, un sguardo di speranza verso il futuro. “Un piccolo passo per un cammino, sostenuto anche dal Comune, che ci auguriamo di poter proseguire a lungo, coinvolgendo sempre nuovi soggetti”, conclude De David. “Destinazione Altrove”, detenuti scrittori al Premio Castello di Gianluca Iovine Il Dubbio, 27 febbraio 2026 Ottantuno opere da 38 istituti di pena ma un vincitore con platea e tavolo visibilmente colpiti impegnati in un lungo e commosso applauso. La giuria acclama l’“opera emozionante di uno scrittore vero” che nel “diritto di non morire per un graffio” e nella metafora di “una muffa che sa dire di no ai batteri” usa la scoperta della penicillina come orizzonte alla condizione detentiva. In videocollegamento Christof Petr, in carcere a Parma, con il racconto “L’errore, la scoperta, la cura” vince “Destinazione Altrove - La scrittura come esplorazione di mondi senza tempo”, sezione speciale del Premio Letterario Castello, unica in Italia riservata alle persone recluse. Si dichiara “Onorato del Premio”. Spera di “incontrare la Giuria.” Scrive anche per testimoniare “l’abuso dei farmaci in carcere” e “romanzi e sceneggiature teatrali per generare emozioni sotto forma di testi.” Al secondo posto Katarzyna Monika Strzalka da Venezia, con l’opera “Passi” racconto fisico cromatico spettrale sul camminare di un uomo lungo un tempo immutabile tra silenzi pianti sospiri sputi giuramenti con “duecento cervelli tutti presi da un unico pensiero” e “il doloroso canto funebre della pioggia”. È commossa: “Che posso dire? Sono molto contenta di aver deciso di partecipare a questa cosa. Vi ringrazio di cuore” ricevendo gli auguri di “Buon riscatto e buona uscita” da Antonio Vella promotore del concorso che unisce l’Associazione Culturale “Tracciati Virtuali” in collaborazione con l’Amministrazione Penitenziaria del ministero della Giustizia e la prestigiosa Società Dante Alighieri, hanno creato investendo sulla sensibilità degli invisibili, riaffermando il valore civile e sociale dell’arte in ambiti rieducativi. Al terzo posto l’ex aequo tra un anonimo di Enna, autore de “Il mio mondo altrove”, e Natascia Cordaro, da Latina, premiata per l’opera “Uguaglianza”. La cerimonia di premiazione, svoltasi alla sala consiliare di Città di Castello, inaugura la Ventesima Edizione del Premio tra le interpretazioni al clarinetto della “Czardas di Monti, Suite n 1” e il tema di “The Mission” di Ennio Morricone del Maestro Fabio Battistelli assieme alle letture di brani delle opere premiate dell’attrice Silvia Bardascini. Di fronte agli istituti superiori della città Antonio Vella, Direttore Generale del Premio Letterario Castello e coordinatore al tavolo, evidenzia che uno degli obiettivi della associazione resta quello di “sensibilizzare i giovani sulle tematiche sociali del nostro tempo, per contribuire così a rendere sempre più consapevoli le nuove generazioni che rappresentano il futuro del nostro Paese”. Cita Alexander Fleming: “Non esiste al mondo investimento più grande della cultura”. I premiati in quanto ristretti non potranno ritirare l’assegno in denaro e la targa della Dante Alighieri. La consegna avverrà appena verrà accordato un permesso alla persona reclusa. Si commuove ricordando le parole del vincitore 2024 Nicolas Lupo: “Finalmente posso chiamare mia madre e dirle che ho fatto qualcosa di buono” e aggiunge che “responsabilità dell’editore è nel partecipare alla creazione della conoscenza offrendo un vero e proprio focus sociale”. Il sindaco di Città di Castello Luca Secondi e l’assessore alla cultura Michela Botteghi vedono “la straordinaria valenza culturale e sociale del Premio e il suo valore riabilitativo costituzionalmente riconosciuto reinterpretati tramite la cultura” perché serve “un altrove a ognuno di noi” contro “trappole da cui bisogna uscire per tornare ad essere sé stessi”. Parla il Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap, Ernesto Napolillo, per il quale simili iniziative sono “fondamentali nella rieducazione del detenuto” da affiancare ad “attività trattamentale e al lavoro che sono nell’80 per cento efficaci per un ritorno positivo dei detenuti alla comunità”. Il Premio è “Proiezione e speranza di inclusione sociale in un non luogo dove il tempo è sospeso” dando la possibilità che la comunità esterna “partecipi all’esperienza detentiva”. E ricorda il Progetto del Cnel Recidiva Zero “con l’80% delle persone recluse che non tornano a delinquere perché impegnate nel lavoro”. Ma serve un cambio di passo nel recupero sociale” Per Fausto Cardella, già Procuratore Generale dell’Umbria, “Il premio letterario non è solo un gesto simbolico” visto che la privazione della libertà deve avvenire nell’assoluto rispetto della persona e come unica pena e sofferenza inflitta in linea con il dettato costituzionale nonché come momento di rieducazione e progresso per il detenuto”. Vede con favore che “Il carcere, tramite la scrittura sia luogo di legalità, non di sospensione dei diritti. Sfortunatamente, le condizioni in cui versano le strutture carcerarie rischiano di rendere vani questi sforzi di umanizzazione e di crescita morale.” In video la senatrice Giulia Bongiorno si rivolge commossa alle persone recluse: “Credetemi non passa inosservato, ciò che fate e scrivete. Leggere le vostre opere per me è stato un momento di riflessione e arricchimento segno di una vita interiore fortissima”. Il senatore Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia vorrebbe: “far visitare ai ragazzi delle scuole un carcere. Ci sono 63.780 detenuti su 53.000 posti. Le conseguenze per le condizioni disumane di detenzione sono delle persone recluse e degli agenti di polizia penitenziaria anch’essi detenuti.” E chiarisce: “Vi sono gli ultimi della terra spesso fuggiti da povertà e massacri per cercare un domani senza essere riusciti a trovarlo poi finiti in un nulla fatto di reati e dipendenze.” Ricorda che “La Costituzione e la nostra tradizione di diritto non prevedono vendetta” e dunque” imparare un mestiere o fare teatro permettono a chi esce di non tornare a delinquere realizzando l’art. 27 della nostra Costituzione.” Cambiare si può con corsi di formazione accelerati “per mandare le persone recluse subito a lavorare perché finalmente non si parli di carcere solo per i suicidi.” In video il contributo del professor Alessandro Masi della Società Dante Alighieri e Presidente della Giuria del Premio: “Il Premio non risolverà i molti problemi della detenzione” ma serve perché “la cultura riabilita e cambia prospettiva mostrando una costruzione e un sollievo all’attesa della riabilitazione. Cita “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci e auspica che Dante entri nelle carceri sognando un “Premio anche a Nisida nel carcere minorile”. Per Anna Rossomando vicepresidente del Senato, “Destinazione Altrove” è un’occasione stimolante umanamente e culturalmente.” Esorta a “considerare nella sua interezza la concezione della pena e la funzione rieducativa dell’art. 27 della Costituzione” lamentando la mancanza di “novità particolari dal punto di vista normativo” perché “l’urgenza di intervenire è sempre la stessa.” Iniziative culturali di livello rappresentano “una ricchezza da coltivare con cura e attenzione. Perché “La letteratura è un luogo che è bello frequentare.” La chiusura è affidata al giurato Osvaldo Bevilacqua, autore di reportages dal carcere: “Questo premio può diventare un riferìmento per politici e addetti ai lavori.” In carcere ha visto “Molti giovani che mi hanno commosso, esortando i coetanei a fare attenzione.” Ricorda che a Volterra si producevano dolci mentre alcune detenute cucivano vestiti per le bambole. E racconta delle Cene galeotte, “con detenuti tra sala e cucina intenti a servire… agenti e magistrati!” E un ergastolano per duplice femminicidio che aveva capito il male fatto: per una sera era lui lo chef. “E conclude: “Ragazzi il futuro è vostro. Fatelo valere. Non fatevelo rubare” 10.000 volumi consegnati agli istituti di Perugia Spoleto e Roma. I primi dieci classificati al concorso entreranno nell’Agenda della Bellezza edita da Luoghi Interiori. In Italia fra i ragazzi cresce la povertà più che la criminalità di Luca Liverani L’Osservatore Romano, 27 febbraio 2026 Gli omicidi commessi in Italia da minori non sono in aumento. E anche i numeri della criminalità minorile in generale collocano l’Italia tra i paesi in Europa con i tassi più bassi: quasi la metà della media europea. Eppure, per la prima volta nella storia italiana, gli Istituti di pena per minorenni (Ipm) sono sovraffollati. È un’analisi preoccupata quella che emerge dall’VIII Rapporto dell’associazione Antigone sulla giustizia minorile italiana, presentato nella sede nazionale di “Libera” a Roma e basato sull’elaborazione di dati ufficiali e visite nei diciannove Ipm del Paese. Alla presentazione ha partecipato Antonio Sangermano, capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia. Per Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, “i dati sono sempre di difficile lettura, tuttavia sembra plasticamente evidente come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili sia dovuta all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme. Non, come si dice troppo frettolosamente, a un progressivo aumento della criminalità”. Cosa dicono i numeri? Il sovraffollamento - piaga del sistema carcerario italiano finora sconosciuta al circuito minorile - comincia nel 2023. Se nel 2022 le carceri minorili ospitavano 381 persone, numero stabile da anni, a fine 2024 arrivano a 587 e nel 2025 a 572 (+ 35 per cento). A crescere del 21 per cento anche gli ingressi nelle Comunità penali; lo stesso nei Centri di prima accoglienza, con un aumento del 34. Per i ricercatori di Antigone la causa principale dell’impennata di minori detenuti, a fronte di un dato stabile nei reati, è il cosiddetto Decreto Caivano del settembre 2023 che, afferma la ricerca, “ha costituito la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile mai effettuata dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988 a oggi”. L’associazione parla di “narrazione allarmistica e infondata”, visto che gli omicidi tra gli under 18 “non crescono: erano 27 nel 2022, 25 nel 2023, 26 nel 2024. Tra 2014 e 2017 in media 33 l’anno”. Una conferma dai dati Eurostat: “L’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi: 362 denunce ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea, 648 nel 2023”. Per Antigone l’approccio legislativo “criminalizza sempre più i minorenni, come nel nuovo pacchetto sicurezza”. Secondo Antigone, insomma, non c’è un’emergenza di criminalità minorile straniera: i numeri del 2025 dei delitti più gravi, come stalking, violenza sessuale, omicidio, dicono che sono soprattutto adolescenti italiani a commetterli. Per stalking e violenza sessuale sono finiti negli Ipm 41 italiani (il 63 per cento) contro 24 stranieri. E dei 14 autori di omicidio (tutti maschi), 12 sono italiani (86 per cento), solo 2 stranieri. I ragazzi stranieri finiscono in cella soprattutto per reati meno gravi rispetto ai coetanei italiani. A crescere in modo preoccupante invece è la povertà minorile, humus di devianza, dipendenze, criminalità: “La povertà assoluta - si legge - continua a colpire soprattutto i minori, nel 2024 1.280.000 (il 13,8 per cento dei minori residenti), dato cresciuto moltissimo negli ultimi anni”. Inoltre, “secondo l’Agenzia italiana del farmaco, l’uso di psicofarmaci nella popolazione pediatrica è raddoppiato tra il 2016 e il 2024”. La risposta al disagio sociale sembra più orientata sulla punizione che sulla prevenzione. Indicativo il capitolo sui minori stranieri non accompagnati: nel 2025 erano 17.011, nel 2023 un picco di 23.226, ma nel 2025 i posti nel Sistema di accoglienza e integrazione erano 41.289, di cui 6646 a disposizione dei minori stranieri non accompagnati. Molto meno del necessario. Dal 2023 infatti ci sono “sempre meno risorse per accogliere i minori stranieri non accompagnati”. La legge di bilancio “ha previsto per il 2026 uno stanziamento di 115 milioni di euro, lo stesso per il 2027 e il 2028, per il fondo per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, quando nel 2016 c’erano 170 milioni”. A rischio, dunque, è la filosofia stessa della giustizia minorile, fiore all’occhiello della cultura penale italiana. I migranti portati in Albania: “Trasferiti senza avviso, nessuno sa che siamo qui” di Eleonora Camilli La Stampa, 27 febbraio 2026 Nel centro rimpatri 90 persone spostate dall’Italia, arrivano i primi ricorsi. Un 22enne è già stato giudicato non idoneo: “Al Cpr di Bari ha visto morire un amico”. Il primo a tornare in Italia, dopo solo pochi giorni dal trasferimento in Albania, potrebbe essere Khalid, un ragazzo marocchino di 22 anni. Ieri la commissione medica all’interno del centro lo ha giudicato “non idoneo” alla vita ristretta all’interno del centro per i rimpatri. Ma il suo non è l’unico ricorso, avviato in queste ore, dagli altri migranti portati nelle ultime settimane oltre l’Adriatico per riempire, per la prima volta con 90 persone, la struttura di Gjader. Il racconto dei legali - Secondo quanto accertato dai legali di diversi dei trattenuti la procedura di trasferimento, infatti, risulta ancora una volta illegittima: come successo nel caso dell’uomo algerino che si è visto riconoscere dal Tribunale di Roma un risarcimento di 700 euro. Una sentenza che meno di una settimana fa ha suscitato le ire del governo e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che, con un video social, non ha esitato ad attaccare di nuovo i giudici nel pieno della campagna referendaria. Il caso di Khalid: “C’è un’inchiesta e lui è un testimone” - Un copione che potrebbe ripetersi a breve: anche per alcuni degli altri trasferiti, infatti, non ci sarebbe stato un provvedimento formale né alcuna comunicazione. “Ci aspettiamo un rilascio tempestivo e un ritorno in Italia di Khalid - spiega Leonardo Lucente, il legale del ragazzo -. Ho visto il mio assistito l’ultima volta due giorni fa in videochiamata: era fortemente provato. Mi ha detto che non sapeva perché fosse lì, nessuno glielo ha comunicato. Ha aggiunto che non avrebbe resistito oltre. Se non viene rilasciato a breve invieremo una diffida”. Spostato da Bari a Gjader dopo aver assistito l’11 febbraio scorso alla morte nel Cpr di Bari di un suo compagno di cella, Simo Said, Khalid aveva manifestato tutto il suo malessere tagliandosi in varie parti del corpo. “Sogna tutte le notti l’amico che non è riuscito a salvare: dice di vederlo ancora con la bava gialla alla bocca - aggiunge Lucente -. Il suo spostamento in Albania è assolutamente improprio oltre che illegittimo: c’è un’inchiesta in corso sulla morte di Simo quindi una volta che Khalid sarà rientrato in Italia chiederemo un permesso di soggiorno per lui come testimone di giustizia”. A chiedere lo stop al trattenimento in Albania prima di avviare una richiesta di risarcimento per illegittima detenzione sono anche i legali di altri migranti. Tra loro quelli di due persone provenienti dalla Turchia, portate a Gjader senza ricevere informazioni. “I miei assistiti non si spiegano in alcuno modo perché sono lì. Quando li ho incontrati, uno di loro mi ha detto che pensava lo stessero portando in aeroporto per il rimpatrio. Si è, invece, ritrovato in Albania senza poter avvisare la famiglia né tantomeno un difensore- spiega l’avvocata Marina Chetoni, appena rientrata in Italia da una visita nel centro albanese -. A quanto abbiamo capito questa procedura è generalizzata e riguarda la maggior parte dei trasferiti: quando ho consultato il fascicolo dei miei non ho trovato alcun provvedimento formale”. Per ora dunque è stata presentata istanza di riesame poi verrà chiesto un risarcimento per trasferimento con procedura irregolare. Insieme all’avvocato Salvatore Fachile, Chetoni difende anche un cittadino del Togo che per la seconda volta in pochi mesi è stato portato dall’Italia in Albania. “Non capiamo il senso di questo doppio trasferimento. Si tratta di una persona che vive da anni nel nostro Paese. E che ha perso il permesso di soggiorno perché il suo datore di lavoro ha preferito tenerlo in nero nella sua officina” aggiunge Chetoni, spiegando che l’uomo dal 2019 riceve provvedimenti di espulsione. “Non è stato mai rimpatriato, il suo Paese non collabora con il nostro. Non c’è, quindi, alcuna prospettiva di espellerlo, eppure continua a essere privato della libertà in un centro fuori dai confini nazionali”. Per le associazioni del Tavolo asilo, che nei giorni scorsi hanno compiuto visite ispettive in Albania insieme alla deputata del Pd Rachele Scarpa, l’accelerazione nei trasferimenti è una mossa solamente propagandistica. “Forse il governo ha l’esigenza di riempire i centri per giustificare questa spesa abnorme - sottolinea Francesco Ferri di ActionAid -. Noi abbiamo rilevato diverse violazioni dei diritti come l’uso di fascette e altri dispositivi coercitivi durante gli spostamenti”. Migranti. Gjader, l’offensiva di Fratelli d’Italia per la campagna referendaria di Michele Gambirasi Il Manifesto, 27 febbraio 2026 Sono stati il terreno di scontro principale nell’offensiva che l’esecutivo ha ingaggiato con la magistratura da tre anni a questa parte. Era difficile quindi che i provvedimenti in materia di immigrazione, e in particolare i centri in Albania, non rientrassero nella campagna referendaria, a maggior ragione ora che la partita sembra farsi incerta. Così dopo le polemiche sollevate sul caso Sea Watch e sul risarcimento dovuto a un cittadino algerino, la macchina comunicativa della maggioranza ieri si è rimessa in moto dopo la notizia, apparsa per prima su il manifesto, che il cpr di Gjader è ai suoi massimi storici di capienza, con novanta persone detenute. L’opportunità di scontro l’hanno offerta le dichiarazioni di Silvia Albano, giudice della sezione immigrazione del tribunale di Roma e presidente di Magistratura democratica. Che, in una conversazione con Il Fatto Quotidiano, ha semplicemente ricordato la disciplina in vigore per le espulsioni dall’Albania, ovvero il rientro prima in Italia perché la direttiva Rimpatri non consente di espulsioni effettuate fuori dal territorio nazionale. “Il trasferimento nel cpr albanese non è garanzia di rimpatrio. Anzi, i pochi rimpatriati sono sempre stati portati in Italia perché la legge non ammette espulsioni dall’estero. Perché insistere?” le sue parole. Tanto è bastato a far partire la batteria di dichiarazioni da parte di Fratelli d’Italia. “Questa gravissima scorribanda verbale dimostra l’arroganza di una certa magistratura rossa, arroganza tale da ignorare l’appello del presidente Mattarella ad abbassare i toni in vista del referendum. Gli italiani sono stanchi di tale protervia, per questo il 22 e 23 marzo voteranno massicciamente Sì alla riforma della giustizia” ha detto per primo il vicepresidente vicario dei senatori di Meloni, Raffaele Speranzon. A seguire, note simili sono arrivate anche da parte di altri esponenti di Fratelli d’Italia e nel pomeriggio è stato lo stesso partito a rilanciare l’offensiva sui propri canali social. “Le continue incursioni di certa magistratura ideologizzata per ostacolare le politiche migratorie e di sicurezza del governo Meloni stanno raggiungendo livelli inaccettabili” hanno scritto, accompagnando la card a un virgolettato non della giudice ma di un altro giornalista che ne aveva commentato le dichiarazioni: “Mandare i clandestini lì è inutile, tanto li facciamo tornare”. Albano ha risposto giudicando “sproporzionata” la reazione del partito della premier: “Ho rilasciato una dichiarazione pacata e la reazione mi sembra esagerata rispetto al contenuto di ciò che ho detto. Non faccio alcuna campagna contro il governo”. La campagna, a ogni modo, sembra essere destinata ad andare avanti a suon di polemiche di giornata. L’altro casus belli individuato ieri è stato l’avviso di conclusione indagini per la capa di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, indagata per falsa testimonianza in relazione al caso Almasri. Intanto, nuovo importante sbarco di migranti a Livorno. Dopo giorni di navigazione a bordo dell’Ocean Viking, 147 persone sono state autorizzate a sbarcare al porto labronico. E il Partito democratico, in una giornata in cui è tornato a far discutere il tema, ha attaccato il governo Meloni: “Ha fallito su tutta la linea”. Migranti. “Nessuno vuole boicottare il Governo, rispettiamo Costituzione e norme Ue” di Riccardo Arena La Stampa, 27 febbraio 2026 Il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini: “Accade lo stesso dalla Polonia agli Usa, è la democrazia”. Il partito dei giudici non esiste, non c’è una regia unica che pilota le decisioni contro il governo e la maggioranza, ma “se ci sono norme di livello superiore a quello nazionale, che contraddicono le leggi in tema di flussi migratori, di sicurezza e difesa dei confini, pur varate più che legittimamente, in una democrazia in cui i poteri sono ancora separati, la magistratura ha il potere e il dovere di valutarle e, se è il caso, disapplicarle”. Sessantadue anni, originario di Rimini ma dal 1993 a Palermo, Piergiorgio Morosini ha vissuto tutta la carriera - a parte una parentesi al Csm, dal 2014 al 2018 - nel capoluogo siciliano, dove arrivò all’indomani delle stragi di mafia e dove ora è presidente del Tribunale. Da sempre impegnato in Md, Morosini sul lavoro non è mai stato influenzato dall’appartenenza alla corrente di sinistra della magistratura: era nel collegio che assolse Corrado Carnevale e prima ancora Francesco Musotto, il presidente forzista della Provincia di Palermo finito in carcere e sempre scagionato. Una giudice civile di Palermo ha ordinato un risarcimento per la Sea Watch: apriti cielo... “Ho dovuto spiegare che si è trattato di un giudizio squisitamente tecnico che non ha nulla a che vedere con le politiche migratorie e di sicurezza seguite dal governo e dalla maggioranza che lo sostiene. Sono state solo riconosciute le spese per la non tempestiva restituzione di un’imbarcazione sequestrata”. Però vi hanno contestato, da destra, che era la nave della capitana Carola Rackete, che aveva quasi speronato una motovedetta della Guardia di finanza... “Non era lo speronamento l’oggetto della decisione: quello era stato affrontato da un’altra autorità giudiziaria, ad Agrigento. Un attacco così forte non può essere giustificato, per un risarcimento civile”. A Palermo, a Caltanissetta, in altre città siciliane e italiane, spesso vengono annullati i “trattenimenti” di stranieri, migranti irregolari... “Vero. Ma quasi tutti i provvedimenti dei questori vengono convalidati: ce ne sono solo alcuni non conformi a norme costituzionali o eurounitarie e quelli vengono annullati”. Niente boicottaggio, dunque? “Bisogna essere chiari. La gestione dei flussi migratori spetta alla maggioranza politica. Così come le misure per le città sicure, per l’occupazione dei migranti, per la coesistenza tra diverse tradizioni e per la difesa dell’identità collettiva del nostro popolo. Ciò non toglie che tutte queste scelte debbano rientrare in una cornice rispettosa delle norme superiori: la Costituzione e le norme eurounitarie”. Quindi non è vero che mettete becco in ogni decisione del governo per vanificarla. Sempre da destra sostengono che c’è stato un boicottaggio sistematico dei Cpr realizzati in Albania, ma ora finalmente le cose funzionerebbero. Non certo grazie a voi... “Intanto noi interveniamo non di iniziativa ma su impulso di parte, su un ricorso del privato o di un’autorità pubblica. Poi gli orientamenti giurisprudenziali sui decreti Cutro e Cutro bis non sono stati certo il frutto di una decisione presa dall’alto, da una regia unica: sarebbe assurdo crederlo. E infine la Cassazione ha confermato le decisioni dei giudici di merito. Segno che l’omogeneità è stata condivisa e risponde a principi della giurisdizione”. Vi danno della corporazione antigovernativa... “La magistratura è in realtà un corpo molto variegato, dalla sensibilità diverse e dallo spiccato pluralismo. Non siamo solo noi a muoverci così: la Corte Suprema americana ha bocciato i dazi voluti da Trump, in Polonia l’esecutivo è stato smentito su vari temi: insomma è la fisiologia della democrazia”. A Palermo, tra l’altro, è stato assolto il ministro Salvini, fra i principali sostenitori di queste tematiche all’interno del governo e della maggioranza... “La sentenza dimostra che non ci sono mai pregiudizi di alcun genere. La cosa curiosa tra l’altro è che il presidente del collegio che ha deciso, Roberto Murgia, è stato anche pubblico ministero”. A proposito di separazione delle carriere, il clima referendario quanto incide sulle polemiche? “Penso che il momento sia molto particolare: il confronto dovrebbe essere sui temi della riforma e non sulle invettive reciproche”. Lei ha scritto un libro con la giornalista Antonella Mascali, dal titolo fortemente evocativo: “Mani legate”... “Ci sono tutti i temi di questi giorni, anche il caso Apostolico, la collega che aveva emesso un provvedimento sui migranti trattenuti al Cpr di Pozzallo, attaccata per avere partecipato, cinque anni prima, a una manifestazione organizzata dal vescovo di Catania, a favore dei migranti che non sbarcavano dalla Diciotti”. Poi si dimise dalla magistratura... “Il ministero degli Interni aveva fatto ricorso contro quel provvedimento della collega, ma lo ritirò. E prima delle dimissioni di lei”.