I detenuti di Alta Sicurezza trasferiti da Padova: storie di rieducazione e di cambiamento. Che sono state improvvisamente cancellate. (2-continua) di Coordinamento Carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 26 febbraio 2026 Ci era arrivata la notizia di 74 trasferimenti di detenuti di Alta Sicurezza, dal carcere di Parma. Oggi sappiamo che si tratta di AS 3. Anche lì sta accadendo quanto è successo a noi. Da ieri e per qualche giorno abbiamo deciso di pubblicare le schede che riguardano le persone detenute di Alta Sicurezza improvvisamente trasferite da Padova dopo anni di attività rieducative. Pietro Marinaro non ce l’ha fatta, e ha scelto di morire. Il dolore e lo smarrimento non ci lasciano, e ieri abbiamo iniziato con lui. Lui frequentava il laboratorio di cucito di OCV Operatori Carcerari Volontari: Emmanuela e Giorgio, che da anni gestivano il laboratorio, fanno fatica a riprendersi da questa drammatica cesura. Sono schede che parlano attraverso la loro voce, e le voci di Momart/Laboratorio di pittura e scultura, di Ristretti, della biblioteca, di MatricolaZero/Laboratorio di Teatro, del laboratorio di lettura e scrittura…Ma siamo certi che in modo silenzioso si aggiungano le voci degli educatori e delle educatrici (non li chiamiamo qui FGP), degli agenti di Polizia Penitenziaria, dei dirigenti che in questi anni si sono avvicendati, dei magistrati di sorveglianza … che li hanno conosciuti e seguiti in questi anni. Oggi parliamo di Santo B., di Luigi D.B. e di Antonio C. Santo B. Ristretti/Granello di Senape ODV Santo ha partecipato prima al Gruppo di discussione di Ristretti, che si riuniva una volta a settimana, e poi ha dimostrato interesse ad approfondire il lavoro e ha cominciato a partecipare attivamente agli incontri quotidiani della redazione e al progetto scuole/carceri (fino a quando nel 2025 l’esperienza è stata interrotta in seguito alla nuova circolare su AS). È una persona che ha voglia di capire e approfondire i temi trattati e di dare il suo contributo anche scrivendo dei testi per la rivista. Ha sempre avuto un comportamento corretto e un buon rapporto con il gruppo. Matricola Zero/Laboratorio di teatro Santo ha frequentato il corso dal 2022 ed è rimasto fino alla fine nel 2025. Una presenza e una energia luminosa, si è sempre impegnato e ha favorito la creazione di un clima di leggerezza e armonia all’interno del gruppo. Ha sempre fatto tutti gli esercizi richiesti, non sottraendosi mai nonostante l’età e i suoi acciacchi fisici: nell’anno in cui ha dovuto sostenere un’operazione, ha deciso di non sottrarsi all’impegno e venire a fare lo spettacolo in sedia a rotelle, pur di essere presente e non creare problemi ai suoi compagni e ai formatori. Non avendo possibilità di permessi premio o modo di relazionarsi con la famiglia se non con le chiamate, le relazioni umane create nel laboratorio sono state fondamentali per il suo percorso di crescita individuale e umana: crediamo che il rapporto umano che si è creato nel gruppo abbia promosso in lui una forte elaborazione dei vissuti emotivi intimi e personali. Momart/Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura Santo ha frequentato da circa 5 anni il laboratorio di scultura. Di sé afferma: “Sono una persona estroversa e curiosa e mi sono lanciato in quest’avventura che mai avrei immaginato mi avrebbe dato così grandi soddisfazioni. Non mi ero mai avvicinato al mondo della scultura e scoprire di essere in grado di creare con le mie mani dei soggetti, mi aiuta ad aumentare la fiducia in me stesso e nella possibilità di raggiungere i traguardi che mi sono posto.” Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Santo ha partecipato dal 2021, nella sala Redazione, insieme a 15 ristretti comuni e non, al “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Da maggio 2025 al laboratorio esperienziale. Presente quasi sempre, sole assenze per salute. Il suo contributo si distingue per una attenzione silenziosa. Ancora forse per timidezza, al momento del racconto orale passa la parola ai compagni. Desidera leggere a voce alta i testi (articoli o racconti) di ogni laboratorio, ma con difficoltà alla vista. Luigi D.B. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di falegnameria Luigi ha partecipato attivamente econ frequenza assidua ai laboratori, realizzando oggetti di particolare difficoltà, dimostrando grande pazienza nella realizzazione. Ha frequentato il corso di Restauro del Mobile, contribuendo successivamente a realizzare il restauro di alcuni mobili con cura e attenzione. Ha partecipato ai mercati mensili di antiquariato. Persona di spirito e ironica, ha sofferto molto per la perdita della moglie, si stava riprendendo, sostenuto dai volontari e dai compagni a cui si sentiva più legato. Antonio C. Matricola Zero/Laboratorio di Teatro Antonio ha frequentato il corso nel 2025, è arrivato quasi in punta di piedi, cercando di inserirsi all’interno di un gruppo che già era formato. È sempre stato riservato e abbastanza silenzioso, ma cercava di seguire le indicazioni e le richieste che gli venivano fatte. Dopo un’iniziale difficoltà, probabilmente data dalla mole di informazioni da immagazzinare, ha iniziato lentamente a entrare di più nel lavoro ed ha trovato un suo equilibrio nel gruppo, creando sinergie con i compagni e seguendo in scena i compagni che avevano più esperienza. Cedu, celle disumane e malagiustizia: 62 condanne in un anno di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 26 febbraio 2026 Nel 2025 la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia e sono quasi 40 casi in cui lo Stato ha ignorato le decisioni dei propri giudici. In un solo anno, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per decine di violazioni che riguardano direttamente il carcere e la giustizia. Processi iniqui, detenzioni arbitrarie, trattamenti inumani, sentenze rimaste lettera morta: il recente Rapporto annuale 2025 della Corte di Strasburgo mette tutto nero su bianco. Su 65 sentenze emesse nei confronti del nostro Paese, in 62 i giudici hanno accertato almeno una violazione della Convenzione europea. Un dato che non racconta un’eccezione, ma una condizione strutturale che si ripete: quella di un sistema che, tra le mura delle carceri e nelle aule di tribunale, continua a non riuscire a garantire i diritti fondamentali delle persone. Il quadro che emerge dall’analisi articolo per articolo è impietoso. Le violazioni più numerose riguardano l’articolo 6, quello che garantisce il diritto a un equo processo. In 9 casi l’Italia ha violato il principio del giusto processo nella sua accezione più ampia. In altri 3 casi i procedimenti si sono trascinati oltre ogni limite ragionevole. Ma il dato più allarmante è un altro: ben 38 condanne per mancata esecuzione delle sentenze. Quasi sei violazioni su dieci riguardano lo stesso problema: lo Stato italiano non dà seguito alle decisioni dei propri giudici. Non si tratta di burocrazia o lentezza. Si tratta di un inadempimento sistemico che la Corte di Strasburgo registra, anno dopo anno, senza che Roma riesca a porvi rimedio. Sul fronte della libertà personale, l’articolo 5 ha prodotto 3 condanne. Si tratta di violazioni legate alla detenzione arbitraria o alla mancanza di garanzie procedurali per chi viene privato della libertà. L’articolo 5 tutela il diritto di ogni persona a non essere detenuta se non nei casi e nei modi previsti dalla legge, e riconosce a chi è in carcere il diritto di contestare la legittimità della propria detenzione davanti a un giudice. Tre condanne in un anno, per uno Stato che ha già alle spalle una giurisprudenza consolidata su questi temi, sono il segno che qualcosa nel sistema continua a non funzionare. Sul versante dei trattamenti inumani e degradanti, vietati dall’articolo 3, la Corte ha rilevato 2 violazioni, con altre 2 di carattere condizionale. Una di queste sentenze riguarda uno dei casi più significativi dell’anno: quello di Giuseppe Morabito contro l’Italia, deciso nell’aprile del 2025. Morabito, vicenda raccontata più volte su Il Dubbio, è un uomo che al momento del ricorso aveva novant’anni. È stato per decenni il capo dell’omonimo clan della ‘ndrangheta calabrese, arrestato nel 2004 dopo una lunga latitanza e da allora detenuto in regime di 41-bis, il carcere duro previsto dalla legge italiana per i condannati di mafia che si ritiene mantengano ancora collegamenti con le organizzazioni criminali di appartenenza. Nel corso degli anni Morabito ha sviluppato una serie di patologie gravi. A preoccupare di più, almeno a partire dal 2015, è stato il progressivo deterioramento cognitivo, diagnosticato in modo definitivo come malattia di Alzheimer nel 2022, quando fu ricoverato d’urgenza in stato di grave confusione. Il punto centrale della condanna non riguarda la compatibilità generale della sua detenzione con lo stato di salute, su cui la Corte non ha trovato violazioni. Il problema è un altro: i giudici di Strasburgo hanno accertato che le autorità italiane hanno continuato a prorogare il regime del 41-bis senza fare i conti seriamente con il deterioramento neurologico di Morabito. La legge prevede che il carcere duro venga rinnovato ogni due anni se il detenuto è ritenuto ancora pericoloso e in grado di mantenere contatti con l’organizzazione criminale. Ma come può mantenere quei contatti una persona che, dal 2020, è stata addirittura assolta per vizio di mente in un procedimento penale e che, secondo i periti, non era più in grado di comprendere i propri atti? Nella sentenza la Corte è esplicita: è difficile immaginare come Morabito possa tenere rapporti significativi con un’organizzazione criminale in queste condizioni. Eppure il regime è stato rinnovato. L’Italia non ha condotto una valutazione sostanziale e dettagliata della situazione clinica del detenuto in relazione alla sua pericolosità concreta. Questo, per Strasburgo, costituisce una violazione dell’articolo 3. Non è la prima volta che l’Italia viene condannata su questo terreno: il caso ricorda da vicino quello di Bernardo Provenzano, il capo della mafia che morì nel 2016 mentre il 41-bis veniva ancora rinnovato nonostante una condizione neurologica terminale. Nonostante ciò, Morabito è tuttora recluso al 41 bis. Sul fronte dell’articolo 6, tra le sentenze del 2025 spicca anche il caso Anna Maria Ciccone contro l’Italia, deciso il 5 giugno. Ciccone è una radiologa accusata nel 2008 di complicità in omicidio colposo per non aver diagnosticato una frattura al femore in un paziente. In primo grado era stata assolta. La Corte d’assise d’appello ha però ribaltato quella sentenza senza convocare né ascoltare gli esperti nominati dalla pubblica accusa, figure che avrebbero avuto un ruolo centrale nella rivalutazione delle prove. Per i giudici di Strasburgo questa scelta ha violato il diritto a un equo processo: non si può riformare un’assoluzione senza permettere un confronto con i testimoni e gli esperti rilevanti. Sempre in febbraio, un’altra condanna per violazione dell’articolo 6 riguarda il caso P.P. contro l’Italia: una donna di Pisa vittima di stalking da parte dell’ex partner che ha visto le autorità italiane non reagire con la prontezza e la diligenza richieste. Un caso che si inserisce in un filone ricorrente nelle condanne all’Italia: la mancata tutela concreta delle vittime di violenza domestica, tema su cui Strasburgo ha già più volte richiamato il nostro Paese. C’è poi il tema della psichiatria in carcere, che resta una ferita aperta. Il caso Sy contro l’Italia, divenuto definitivo anni fa ma ancora davanti al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa per la verifica dell’esecuzione, fotografa una situazione tutt’altro che risolta: persone con gravi disturbi psichiatrici che restano in carcere ordinario nonostante i tribunali abbiano ordinato il loro trasferimento nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le cosiddette Rems. Le strutture non hanno posti, le liste d’attesa si allungano, e nel frattempo queste persone restano in celle non attrezzate per curarle. Le violazioni degli articoli 3 e 5 in questo contesto non sono mai davvero cessate. Il Rapporto annuale 2025 della Corte di Strasburgo non contiene solo numeri. Contiene storie. Storie di persone che hanno percorso migliaia di chilometri processuali prima di arrivare in Francia a chiedere giustizia, dopo averla cercata invano in Italia. L’Italia non è tra i Paesi con la situazione più grave in termini assoluti - Turchia, Russia, Ucraina e Romania registrano numeri enormemente più alti - ma il divario tra i principi proclamati e la realtà applicata resta una questione che il Paese non riesce a chiudere. Le 38 condanne per non esecuzione delle sentenze sono forse il dato più eloquente. Non si tratta di violazioni commesse da singoli funzionari fuori controllo. Si tratta di decisioni giudiziarie definitive - italiane - rimaste senza effetto. In un Paese dove lo Stato spesso non esegue le sentenze dei propri giudici, il ricorso alla Corte di Strasburgo diventa per molte persone l’unica via concreta per vedere rispettati i propri diritti. E quando anche quella strada porta a una condanna, il cerchio si chiude: l’Italia sa di sbagliare, viene condannata per questo, e poi ricomincia da capo. I ragazzi in carcere. Sintomo di un’Italia che ha perso la speranza di Vittorio Coletti huffingtonpost.it, 26 febbraio 2026 I dati di Antigone mostrano come aumentino i minorenni in carcere malgrado non aumentino i loro reati. La reazione di un’Italia che invecchia e vede nei giovani non il futuro ma una minaccia. E una società che non spera nei giovani è una società disperata. Pur a fronte di un numero di reati commessi da minori inferiore di gran lunga a quello della media europea, i minorenni incarcerati sono dal 2022 al 2025 aumentati del 35%. I reati stessi, nel nostro Paese, sono diminuiti per anni dal 1995 e solo di recente sono tornati a crescere, anche per l’aumentato numero di quelli legati alla violenza sessuale, oggi molto più avvertiti e denunciati di un tempo, e per l’introduzione di nuovi profili di reato, gran voga governativa che comporta automaticamente più rei, anche dove non ce ne sarebbe bisogno. Sta di fatto che i minori in carcere sono molti più di prima e la giustizia minorile, in passato fiore all’occhiello di quella nazionale, è precipitata per qualità e modernità di servizio. Ci si può interrogare sulla percezione popolare dei reati dei minori; sul peso che ha su di essa il fatto che ne siano autori non pochi extracomunitari illegali, i cosiddetti non accompagnati, mantenuti con vitto e alloggio ma completamente abbandonati al loro destino frustrato e rabbioso di esclusi e randagi; ma resta che la società oggi sta reagendo alla per altro non inedita violenza minorile con la punizione del carcere, molto più che nel recente passato. Ci sono tante ragioni di questa recrudescenza della punizione a spese della rieducazione, come se la società avesse rinunciato in partenza all’ipotesi di recuperare i giovani devianti. Intanto, c’è il senso di pericolo trasmesso dalla violenza giovanile, ormai spesso (impropriamente: coltelli, bastoni ecc.) anche armata, che, per altro, è solo l’immagine speculare tra gli adolescenti della prepotenza verbale e gestuale che domina nei rapporti adulti. Poi, c’è la sensazione di paura, se non di ostilità, verso i giovani coltivata neppure tanto nascostamente da una società di vecchi, che non fa più figli, alleva solo cani e si spaventa di fronte alle manifestazioni più fisicamente strabordanti degli adolescenti. C’è la perdita della speranza sociale, una delle tante forme della cultura del ripiegamento, che rende oggi quasi impronunciabile l’antica e aurea aspirazione al progresso. Infine, c’è la rinuncia a trasmettere un sano e saggio principio di autorità in ambito familiare, delegandone tutto l’insegnamento alle istituzioni pubbliche, dove si pensa che possa riemergere dal suo spegnimento nelle mura domestiche. Ma, fallita in questo compito anche la scuola (subito, per altro, contestata se cerca di svolgerlo), per i colpevoli di reati anche modesti, il carcere resta l’unica soluzione e, quindi, con esso, la punizione al posto della rieducazione. Per giustificarsi, la società collerica del “decreto Caivano” dichiara che i giovani di oggi sono più adulti di una volta e che perciò non c’è da avere con loro troppa indulgenza. Naturalmente, non è vero, semmai è vero il contrario, cioè che sono più a lungo adolescenti (per cultura, pensieri) gli adulti; ma la cosa non turba perché nessuno vede chiaramente i propri difetti. Così non turba la certezza che il carcere sia il luogo che favorisce più di tutti la recidiva e funzioni bene solo come palestra del crimine, accettato senza batter ciglio come esito inevitabile del fatto che lì il criminale frequenta altri criminali. Un carcere come sede di rieducazione, ammesso che un carcere possa esserlo, è un pensiero cui non si concede neppure più l’attenzione retorica di circostanza. Il problema non è solo il carcere; ma anche il tipo di carcerazione, purtroppo. Ora, si sa bene che è inutile affannarsi a distinguere la realtà dalla sua percezione, perché la realtà che conta è solo quella percepita. Ma se cresce la percezione della pericolosità del giovane, decresce anche quella della possibilità di migliorarlo, recuperarlo a rapporti sociali più distesi e rispettosi. E una società che non spera nei giovani, è una società disperata, che insegna ai suoi ragazzi quella cattiveria e violenza che poi punisce in loro quando la imitano. Chi ha paura dei ragazzi. Come il Decreto Caivano ha piegato la giustizia minorile di Enrico Cicchetti Il Foglio, 26 febbraio 2026 Emergenza permanente e allarme baby gang, ma i dati sulla giustizia minorile raccontano altro: siamo tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Per la prima volta gli istituti minorili sono sovraffollati, non per un’esplosione dei reati ma per la svolta repressiva. Così rischiamo di smontare un laboratorio avanzato di civiltà giuridica. Il rapporto di Antigone. C’è un modo serio di parlare di giustizia minorile: leggere i dati. E poi c’è il modo più redditizio elettoralmente: evocare l’emergenza continua, raccontare un’Italia in mano alle baby gang, moltiplicare i video sui social, trasformare ogni fatto di cronaca in paradigma nazionale. L’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana offre una bussola preziosa per uscire dalla nebbia emotiva. E i numeri raccontano una storia diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Uno su tutti: l’Italia ha un tasso di denunce a carico di minorenni pari a 363,4 per centomila abitanti. La media europea è 647,9. Quasi il doppio. Se guardiamo ai numeri comparati, siamo tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Ma se guardiamo al dibattito pubblico, sembriamo sull’orlo di una rivolta permanente. È in questo scarto tra realtà e percezione che si inserisce il decreto Caivano. Dal settembre 2023 in poi, scrive l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, la giustizia minorile ha cambiato passo. Non perché siano improvvisamente esplosi i reati, ma perché è cambiata la risposta dello stato. Il risultato è sotto gli occhi di chi visita gli istituti: per la prima volta anche gli Ipm conoscono il sovraffollamento. Tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera cresce di oltre il 30 per cento. Se confrontiamo il 2025 con il 2022, ultimo anno prima della stretta, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Non è un dettaglio tecnico. Il diritto penale minorile italiano era nato - con il dpr 448 del 1988 - come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero. Il carcere come extrema ratio, la messa alla prova come strumento principe, l’individualizzazione del trattamento come regola. Oggi l’asse si è spostato: più custodia cautelare, più automatismi, più facilità nel trasferire i ragazzi verso il circuito degli adulti. Per fare un esempio chiaro: la “messa alla prova” è una formula che funziona: gli esiti positivi superano l’85 per cento. È uno strumento che responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio. Eppure il decreto Caivano ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile. E tradisce così la specificità del diritto penale minorile, costruito per recuperare, non per escludere. Il punto decisivo, però, è un altro. Nel 2024 le denunce a carico di minorenni crescono del 16,7 per cento. Le segnalazioni trasmesse ai servizi della giustizia minorile aumentano del 12 per cento. Ma gli ingressi reali nel sistema - cioè i casi che diventano presa in carico effettiva - crescono appena del 2 per cento. Per essere chiari: se ci fosse un’epidemia criminale, vedremmo una crescita proporzionale in tutte le fasi. Non è così. Molte segnalazioni si sgonfiano lungo il percorso. Non perché lo stato sia lassista, ma perché non si tratta, nella gran parte dei casi, di fatti tali da giustificare una risposta penale strutturata. In una stagione politica dominata dalla retorica securitaria, la criminalizzazione è spesso più veloce dell’analisi. È la dinamica tipica delle fobie collettive. Ma la realtà giudiziaria resta più complessa e sfumata. Intanto, mentre le presenze crescono, le risorse non seguono lo stesso ritmo. Il Dipartimento della giustizia minorile vede riduzioni di bilancio proprio mentre aumenta il numero dei ragazzi in carico. Significa più pressione sugli educatori, sugli assistenti sociali, sulla polizia penitenziaria. Significa turni più pesanti, meno progettualità, più gestione emergenziale. Chi pensa che il garantismo sia disinteresse per chi lavora negli istituti sbaglia bersaglio. Il sovraffollamento non danneggia solo i detenuti, ma logora il personale, abbassa la qualità del lavoro, aumenta il rischio di tensioni. Una politica penale seria dovrebbe avere a cuore entrambe le cose: i diritti dei ragazzi e la dignità professionale di chi li custodisce. C’è poi un altro dato inquietante: quasi due terzi dei ragazzi detenuti sono in custodia cautelare. Presunti innocenti. Tra i minorenni la percentuale supera l’80 per cento. La custodia cautelare dovrebbe essere extrema ratio. Sta diventando prassi, in una torsione culturale prima ancora che giuridica. C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 per cento degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli IPM nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi. E solo lo 0,52 per cento dei minori stranieri residenti in Italia è in carico alla giustizia minorile. L’allarme generalizzato non regge alla prova dei fatti. Regge invece la fotografia della vulnerabilità. Cresce la povertà minorile, cresce il disagio psichico, raddoppia l’uso di psicofarmaci. Il carcere, che dovrebbe essere riservato ai casi più gravi, finisce per selezionare i più fragili: chi non ha famiglia, chi vive per strada, chi non ha domicilio stabile. La giustizia minorile italiana è stata per decenni un laboratorio avanzato di civiltà giuridica. Smontarla in nome dell’emergenza permanente è un errore storico. Giustizia minorile: più che la criminalità esplode la stretta repressiva di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2026 Sbandierando l’allarme criminalità minorile ci stanno prendendo in giro. La scelta di disinvestire in politiche sociali e educative viene coperta con una valanga di nuovi reati. È stato presentato stamattina a Roma, alla presenza del Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia, l’ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana, dal titolo “Io non ti credo più”, frutto dell’elaborazione di dati ufficiali e dell’osservazione diretta delle carceri minorili che l’associazione opera da molti anni attraverso visite agli Istituti Penali per Minorenni. Il Rapporto racconta la vita interna alle carceri - troppo spesso degradata anche quando queste accolgono giovani e giovanissimi - e il sistema generale della presa in carico penale destinata ai minori. Il titolo ci descrive drammaticamente come stiamo perdendo questi ragazzi: non si fidano più di noi, del mondo degli adulti, di chi amministra la giustizia minorile mostrando sempre più desiderio di punizione e vendetta e sempre meno accoglienza, ascolto, sostegno. Che l’attuale governo abbia deciso di dichiarare guerra alle nuove generazioni è stato chiaro fin dall’inizio, fin dal primo Consiglio dei Ministri nel quale fu introdotto il reato di rave party. Come se fosse questa la priorità del paese. È un gioco antico: per distrarre dai veri problemi, se ne creano di fittizi e si promette di risolverli con il pugno di ferro. Oggi il governo ha vinto: attorno ai più giovani si è creato un vero panico morale. Ci sono riusciti. La popolazione è terrorizzata da adolescenti, baby gang, minori stranieri non accompagnati. Talmente terrorizzata da denunciare qualsiasi loro comportamento, anche quelli dalla scarsissima o inesistente valenza penale. Invece di educare i nostri giovani, si corre a segnalarli alle forze dell’ordine. I dati sono di difficilissima lettura, le variabili da considerare sono moltissime, e con onestà intellettuale bisognerebbe dire che non abbiamo un quadro esatto e univoco del fenomeno. Ma men che meno abbiamo un quadro che supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Piuttosto, come i numeri presentati nel Rapporto mostrano, sono il panico morale e la stretta repressiva a essere aumentati. Nel 2024 (ultimo dato disponibile) le segnalazioni di minorenni o giovani adulti sono cresciute di quasi il 17% rispetto all’anno precedente. Esplode la criminalità minorile, hanno gridato governanti e giornalisti. Esplode la paura, diciamo invece noi. E quindi la gente, quando si tratta di adolescenti, finisce per denunciare qualsiasi cosa. La malaugurata strategia governativa ha perfettamente funzionato. Se infatti andiamo a vedere cosa accade a seguito di quelle segnalazioni, scopriamo che l’aumento nel numero di minorenni e giovani adulti che l’autorità giudiziaria segnala a propria volta ai servizi della giustizia minorile scende al 12%. Sempre notevole, ma già scopriamo che una serie di segnalazioni finisce nel nulla in quanto irrilevante. Se infine andiamo a vedere quanti di quei ragazzi e ragazze hanno fatto effettivamente ingresso nel sistema della giustizia minorile, vediamo che l’aumento si riduce al solo 2%. Solo per loro l’evento segnalato è sufficientemente rilevante da dover attivare una risposta penale. Una risposta che, dopo il Decreto Caivano, è diventata molto più ampia e dura di quanto non fosse prima, contribuendo così a spiegare tale crescita. Le percentuali che ho appena fornito soffrono indubbiamente di una qualche approssimazione, ma restano comunque funzionali a inquadrare il problema. Così come il dato che ci dice che il numero delle risposte penali significative si è impennato tra il 2023 e il 2024, per restare invece sostanzialmente stabile tra il 2024 e il 2025. A crescere con forza è stata la reazione penale. La fine del 2023 aveva visto l’introduzione delle nuove norme, che hanno comportato un iniziale forte aumento dei numeri. Quando le nuove norme sono andate a regime, il sistema si è stabilizzato. È d’altra parte lo stesso governo, quando è costretto a fuoriuscire dai contesti sloganistici e giornalisticamente urlati, ad ammettere che le attenzioni mediatiche sul tema sono fuori mira. Nella Relazione presentata dal Ministero della Giustizia in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026 si legge: “Relativamente al fenomeno dei reati di gruppo, fortemente attenzionato a livello mediatico, le osservazioni degli operatori non rilevano, negli ultimi anni, consistenti differenze relative ai reati commessi in gruppo. Tali agiti, definiti ‘devianti’ e attribuiti alle cosiddette ‘baby gang’, assumono in realtà forme e modalità espressive molto differenti fra loro, inerenti piuttosto a nuove forme di disagio di aggregazioni giovanili ‘fluide’ che non a veri e propri gruppi strutturati”. Contraddicendo il suo stesso governo, negli stessi Giorgia Meloni affermava: “Ci sono provvedimenti che stiamo studiando. Uno riguarda le baby gang, la situazione è fuori controllo”. Infatti è proprio nel nome dell’allarme baby gang che è stato scritto il nuovo pacchetto sicurezza governativo. Così come continua a essere lanciato l’allarme relativo ai giovani immigrati. Eppure i numeri ci dicono che i ragazzi stranieri commettono mediamente reati meno gravi rispetto ai ragazzi italiani. I reati contro la persona ascritti a ragazzi italiani entrati in un carcere minorile nel corso del 2025 costituiscono il 22% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani, mentre la corrispondente percentuale relativa a ragazzi stranieri è pari al 17,9%. Per quanto riguarda i meno gravi reati contro il patrimonio, le percentuali si invertono: essi costituiscono il 42,6% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani entrati in carcere e il 60% del totale dei reati ascritti a ragazzi stranieri. È evidente come la risposta punitiva nei loro confronti sia più inflessibile e finiscano in galera anche per comportamenti che, se commessi da italiani, avrebbero comportato misure penali meno severe. Se non c’è dubbio che sui problemi dei nostri giovani, e su alcuni eventi drammatici che si sono verificati, debbano interrogarci a tutto tondo come società e farci ragionare sugli strumenti di sostegno, aggregazione, prevenzione che dobbiamo mettere in campo, è però vero che sbandierando l’allarme criminalità minorile ci stanno prendendo in giro. La scelta di disinvestire in politiche sociali e educative viene coperta con una valanga di nuovi reati, aumenti di pena, aggravanti. Se si avesse davvero a cuore la nostra sicurezza si punterebbe piuttosto su un serio aumento degli investimenti nella prevenzione - sicuramente più complesso da effettuare - e non invece sulla sola, facile, inutile, mera repressione. Decreti Caivano e sicurezza, carceri minorili al collasso di Eleonora Martini Il Manifesto, 26 febbraio 2026 VIII Rapporto di Antigone sugli Ipm. Sovraffollamento record ma nessuna emergenza criminalità. Straniero il 42% dei reclusi: sono poveri. “Non ti credo più” è il titolo del corposo report. Ma la sfiducia dei ragazzi nella giustizia rischia di deflagrare con l’ultimo pacchetto penale governativo. La debacle del sistema penale minorile italiano, un tempo considerato tra i migliori del mondo, non è solo una questione di numeri. “Abbiamo messo in piedi una giustizia che non dà più speranza nel futuro”, spiega Susanna Marietti, curatrice dell’VIII rapporto di Antigone sugli Ipm presentato ieri in una delle sedi romane di Libera, spazio confiscato alle mafie. Non c’è solo il sovraffollamento che grazie al decreto Caivano attanaglia per la prima volta gli Istituti penali minorili, a fronte di una diminuzione netta dei reati commessi dai giovani. Non solo la caratterizzazione sempre più razziale della popolazione detenuta, l’aumento dei gesti di autolesionismo, il picco di psicofarmaci e un uso della forza repressiva mai registrata prima negli Ipm. “I dati non ci permettono di avere un quadro definito fino in fondo perché le variabili da considerare sono tantissime - premette Marietti - ma di sicuro non c’è alcuna emergenza criminalità minorile, solo un’espansione dell’allarme e della risposta penale, solo un’emergenza morale”. “Non ti credo più” è infatti il titolo del corposo resoconto, ad evidenziare il sentimento di disillusione nella giustizia che cresce tra i ragazzi e le ragazze incappati nelle maglie penali. Una perdita di fiducia che diventerà “totale e irreversibile” quando gli 007 della polizia penitenziaria agiranno sotto copertura nelle carceri alla ricerca di reati, grazie all’articolo 15 del decreto sicurezza appena entrato in vigore. A sottolinearlo è Patrizio Gonnella che ha chiesto al capo del Dipartimento per la giustizia minorile, Antonio Sangermano - tra i partecipanti all’evento, con un punto di vista molto critico sui toni “ideologici” del rapporto ma anche estremamente rispettoso nei confronti di Antigone - di “sottrarsi all’applicazione di questa norma”. Malgrado l’Italia abbia un tasso di criminalità minorile che è “quasi la metà della media europea”, dopo un trend in calo per anni, “nel 2024 le segnalazioni sono aumentate del 16,7%. Aumento che però si riduce al 12% quando si guarda alle prese in carico da parte dell’autorità giudiziaria e si abbassa al 2% considerando gli ingressi effettivi nel sistema della giustizia minorile”. Vuol dire che le denunce fioccano ma alla resa dei conti si sciolgono al sole. “Comportamenti che un tempo sarebbero stati affrontati in ambito educativo vengono oggi segnalati alle forze dell’ordine”. In ogni caso nei 19 Ipm italiani, alla fine del 2025 erano reclusi 572 ragazzi (di cui 21 ragazze) “con una crescita di circa il 35% rispetto al periodo pre-Caivano”, ossia prima del settembre 2023, mentre “gli ingressi sono cresciuti del 16,6%”. Questo perché, spiega Susanna Marietti, “oltre alla “stretta” sullo spaccio di lieve entità e la totale esclusione della messa alla prova per vari reati, il decreto Caivano abbassa anche il tetto della pena edittale superato il quale scatta la custodia cautelare”. Quindi anche con piccole violazioni si passa dalla comunità alla cella, e ci si resta. Negli Ipm i minorenni sono il 60% del totale, soprattutto nella fascia di età 16-17 anni, ma ci sono ben 44 ragazzini tra i 14 e i 15 anni; il 64,9% dei giovani detenuti è sottoposto a un provvedimento di custodia cautelare; il 30,2% dei reclusi è in attesa di primo giudizio. “La narrazione dell’emergenza criminalità ha come protagonisti i ragazzi stranieri, più che gli adulti. E invece a commettere i reati più gravi, omicidio, violenza sessuale e stalking, sono gli italiani”, fa notare Alessio Scandurra. Negli Ipm il 42,3% dei reclusi è straniero. “La loro sovra-rappresentazione è il segno di una selezione che colpisce chi ha meno risorse sociali e familiari. Non è solo una questione di reato, ma di marginalità. Più si attacca il sistema dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati più le carceri si affollano”, precisa Rachele Stroppa. Meno soldi, per gli Ipm, meno educatori e 1,7 agenti per ogni recluso. Poliziotti penitenziari formati poco e male, ma con l’obbligo di indossare la divisa reintrodotto dal governo Meloni. Obbligo molto criticato ma che invece “serve agli agenti a ricordare loro chi sono e quali sono le proprie funzioni”, secondo Sangermano (che pure giudica “bellissima la relazione sulle nuove povertà” e “interessante l’analisi sociale sulla presenza degli stranieri in carcere”). Che non vi sia accordo pieno tra Antigone e l’esponente del governo è il minimo. Ma la sua presenza non era scontata, di questi tempi. “Da quando nel 1998 esiste l’osservatorio, tanti capi dell’amministrazione penitenziaria hanno accettato le nostre critiche e poi messo in atto i nostri consigli”, lo ha informato Gonnella che rimanda al mittente il rimprovero di aver usato un “linguaggio violento” per parlare delle nuove leggi “criminogene”. Anche Sangermano sa che dal pulpito del suo governo non ha grosse chance di essere credibile. Infine Mauro Palma ricorda che la formazione degli agenti è stata ridotta a soli 4 mesi, e “gli Ipm rischiano di essere centrati non sul recupero ma sul mantenimento dell’ordine. Il linguaggio è mutato, è diventato aggressivo ed escludente, perché - sostiene l’ex Garante nazionale dei detenuti - il nuovo paradigma di pensiero prevede l’esclusione: invece di farsi carico delle persone recluse all’interno, l’obiettivo è la sola tutela dell’esterno”. “Un sistema che non rieduca più” di Simone Libutti Il Domani, 26 febbraio 2026 Il decreto Caivano, la svolta repressiva e la sfiducia dei giovani nella giustizia minorile. L’associazione denuncia la riduzione delle misure rieducative e dei fondi ministeriali. Per la prima volta nella storia italiana, il sovraffollamento degli Ipm è strutturale. E l’aumento del grado di sfiducia dei giovani nei confronti della giustizia è in netto aumento, mentre undicimila minori non accompagnati non hanno posto nel sistema di accoglienza. L’Italia ha tra i tassi più bassi di criminalità minorile in Europa, metà più in giù rispetto alla media europea. È quanto emerge dall’ottavo rapporto di Antigone “Io non ti credo più”, sulla giustizia minorile italiana, presentato mercoledì 25 febbraio. Ma, dopo il decreto Caivano e il recente decreto sicurezza, sottolinea il rapporto, il sistema della giustizia minorile ha imboccato una strada di interventi repressivi e criminalizzanti, attuando una narrazione errata - “allarmistica e infondata” - di un fenomeno che stando ai dati non cresce: nel 2022 gli omicidi commessi da minori erano 27, nel 2023 25 e nel 2024, 26. Anzi, gli omicidi sono diminuiti rispetto al periodo 2014-2017, quando erano in media 33 l’anno, evidenzia Antigone. “Io non ti credo più”, titolo del rapporto, si riferisce al grado di sfiducia dei giovani nella giustizia minorile, un sistema che non ha più una vocazione rieducativa. I numeri raccolti da Antigone smentiscono la narrazione politica. L’Italia, infatti, è il paese con meno denunce minorili in Europa. Stando ai dati Eurostat, il tasso di denunce registrate è di 363,4 per 100mila abitanti. Quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. Per quanto riguarda le denunce invece la media è positiva: rispetto al 1995, quando si erano registrate 46mila denunce, ne sono state segnalate 38mila nel 2024. Trent’anni dopo, quindi, c’è stata una diminuzione anche se - come sottolinea Antigone - il tasso rimane oscillante e non segna una diminuzione strutturale. Nel 2024 le segnalazioni sono aumentate del 16,7 per cento, ma qui emerge un secondo dato rilevante: le prese in carico da parte dei servizi crescono solo del 2,4 per cento. Questo è uno degli effetti della politica sulla criminalizzazione dei minori - sottolinea Antigone - che, inevitabilmente, aumenta la percezione del crimine senza tener conto del dato reale di criminalità. Antigone ribalta così il ragionamento politico: il dato realmente preoccupante è quello della povertà assoluta. Nel 2024 erano ben 1,28 milioni i minori in povertà assoluta, il 13,8 per cento dei minori residenti. Un dato in crescita negli ultimi anni. Il decreto Caivano, approvato dal governo Meloni nel 2023, è, per l’organizzazione, lo spartiacque normativo verso un approccio criminalizzante alla base dell’impianto giuridico minorile. I risvolti negativi sugli istituti di pena minorili (Ipm) sono evidenti: rispetto al 2023, le presenze sono aumentate creando le condizioni per un sovraffollamento strutturale. Nel 2024 si è registrato un +30,9 per cento mentre nel 2025 un +7,4 per cento. Nello specifico, a fine 2022 i detenuti erano 381, nel 2025 sono passati a 572. Significa un +35 per cento negli ultimi tre anni. Per quanto riguarda la provenienza, invece, il 30, 9 per cento è campana. Al secondo posto la Sicilia con il 17, 4 per cento e al terzo la Lombardia con il 10,4 per cento. Un dato che spicca su tutti è però quello della della custodia cautelare: due minori su tre sono infatti non hanno ancora una condanna definitiva. Tra i soli minorenni, l’83,1 per cento è in custodia cautelare mentre il 39,5 per cento è invece in attesa di un primo giudizio. Dopo il decreto, anche le comunità si sono trasformate sempre più in “carceri per adulti”: sono 1.214 i ragazzi in comunità. Il 64 per cento per misure cautelari. Uno dei dati più importanti che emerge dal rapporto riguarda i minori stranieri non accompagnati: sono ben 11mila quelli che non trovano posto nel sistema di accoglienza. Dopo il picco del 2023 (23.226), i minori non accompagnati presenti a fine 2025 sono 17mila con solo 6.646 posti disponibili nel sistema Sai, il sistema di accoglienza diffusa. Il motivo, come sottolinea il report, deriva dal calo dei fondi a disposizione: nel 2016 erano 170 milioni di euro mentre dieci anni dopo lo stanziamento ammonta a 115 milioni, il 32 per cento in meno. Questo comporta una maggiore marginalizzazione e l’aumento del rischio penale per i minori. Per questo motivo, per la prima volta nella storia italiana gli Ipm sono sovraffollati. Il 42,3 per cento dei detenuti minorili è straniero, mentre la maggioranza, circa 300, ha un’età tra i 16 e i 17 anni. I minori stranieri in carico ai servizi sociali sono 5.524 su poco più di un milione di minori stranieri residenti. Lo 0,52 per cento. La costruzione narrativa di una criminalità principalmente di matrice straniera è errata, sottolinea Antigone. L’86 per cento di chi commette omicidi è infatti italiano mentre gli stranieri (il 60 per cento) finiscono più spesso in Ipm per reati contro il patrimonio. Tra i reati maggiormente commessi da minori rientrano quelli di violenza sessuale e stalking: il 63 per cento degli autori nel 2025 sono italiani. All’aumento dei detenuti, denuncia Antigone, corrisponde una continua riduzione dei fondi: i fondi del dipartimento di Giustizia minorile sono calati del 1,07 per cento. Passando dai 408 milioni di euro stanziati per il 2025 ai 403 per l’anno corrente. Gli stanziamenti diminuiranno anche per il 2027 e il 2028. Consolidando così una tendenza pericolosa che per l’organizzazione comporta solo maggior disagio. Il dipartimento ha infatti previsto un aumento degli stanziamenti per la polizia penitenziaria, che pure presenta una situazione di sottorganico strutturale, e nuove infrastrutture detentive. Questa situazione di precarietà, sottofinanziamento e criminalizzazione per Antigone rischia di aumentare, come già sta avvenendo, il livello di disagio giovanile. L’uso degli psicofarmaci è quasi raddoppiato passando da 31,49 confezioni/1.000 bambini nel 2020 a una media di 59,3 nel 2024. Con un aumento dell’88 per cento negli ultimi sei anni. L’approccio alla criminalità minorile, adottato dal governo, viene definito deleterio. Non c’è, conclude il report, un’esplosione della criminalità minorile. Invece il calo - riscontrabile dai dati raccolti e pubblicati - viene marginalizzato dal discorso pubblico per via dell’eccessiva criminalizzazione penale del fenomeno. Colpendo così principalmente i ragazzi più giovani e fragili socialmente. La diminuzione dei fondi non può essere una giustificazione ma mostra - si legge - una chiara volontà politica di agire, aumentando invece gli investimenti su infrastrutture detentive e criminalizzazione giuridica. Giustizia minorile: così il sistema ha tradito i ragazzi di Rachele Stroppa e Sofia Antonelli* L’Unità, 26 febbraio 2026 È aumentata la risposta penale, il sistema ha perso la sua vocazione educativa. Ipm a quota 20. Il 2024 l’anno più critico per il sovraffollamento. Chiusure, psicofarmaci, trasferimenti. La giustizia ha tradito i ragazzi. “Io non ti credo più” è il titolo dell’Ottavo Rapporto di Antigone sul sistema di giustizia minorile italiana. Un sistema in progressiva espansione a causa del Decreto Caivano: negli ultimi tre anni il numero dei ragazzi complessivamente in carico alla giustizia minorile è aumentato del 25%. Un sistema che ha tradito la fiducia dei ragazzi che gli vengono affidati e che dovrebbe prendere in carico. Un sistema che sembra aver perso la sua vocazione educativa. Dall’attività di monitoraggio realizzata da Antigone negli ultimi due anni emerge un quadro critico della situazione all’interno degli IPM italiani. Le carceri minorili hanno addirittura raggiunto quota 20, se si considerano le recenti aperture di Lecce e L’Aquila, nonché quella dell’IPM di Rovigo annunciata il 24 febbraio. Le presenze negli IPM sono aumentate di circa il 50% tra la fine del 2022 e la fine del 2025. La situazione più critica, segnata dal sovraffollamento, si è registrata nel 2024, quando il sistema si è trovato a gestire numeri significativamente superiori rispetto al passato. Durante le visite effettuate da Antigone, diversi istituti hanno confermato le difficoltà quotidiane derivanti dall’aumento delle presenze e, in molti casi, dalla carenza di spazi adeguati. In alcuni istituti si è dovuto ricorrere a misure di emergenza per far fronte al sovraffollamento, utilizzando brandine aggiuntive o materassi a terra. Per fronteggiare queste difficoltà, il sistema ha reagito con diversi dispositivi; in primo luogo incrementando la mobilità dei ragazzi mediante i trasferimenti. Si pensi che tra il 2022 e il 2024 il numero di trasferimenti tra IPM è aumentato del 147,9%. In particolare, in corrispondenza dell’aumento degli eventi critici, molti ragazzi sono stati trasferiti presso altri IPM come misura rapida per ristabilire l’ordine, utilizzando talvolta gli spostamenti come strumento non solo organizzativo, ma anche punitivo. Questa pratica ha riguardato soprattutto i minori stranieri non accompagnati, spesso considerati privi di riferimenti territoriali e, per questo motivo, soggetti a trasferimenti anche verso istituti lontani. I minori stranieri non accompagnati rappresentano circa l’80% dei ragazzi stranieri detenuti negli IPM. Tuttavia, costoro commettono reati meno gravi rispetto a quelli commessi dai ragazzi italiani; ciò nonostante la risposta punitiva nei loro confronti si fa più dura. Probabilmente i minori stranieri non accompagnati non sarebbero così sovra rappresentati nelle carceri minorili se non fossero diminuiti in maniera considerevole i fondi destinati al sistema di accoglienza (diminuiti negli ultimi dieci anni del 32%). Gli stranieri sono anche coloro che, nell’ultimo biennio, frequentemente sono stati trasferiti in istituti penitenziari per adulti, possibilità facilitata dal Decreto Caivano. Addirittura, per sei mesi nel 2025, è stata operativa una sezione dedicata ai giovani adulti all’interno della Casa Circondariale Dozza di Bologna, dove sono stati trasferiti i neomaggiorenni coinvolti in eventi critici negli istituti di provenienza. In secondo luogo, proprio come accade frequentemente nel sistema per gli adulti, l’utilizzo degli psicofarmaci si sta trasformando in uno strumento di gestione della popolazione penitenziaria, in grado di favorire il controllo di quei ragazzi che presentano una condotta particolarmente problematica. Infine, abbiamo potuto osservare come la logica della separazione e delle chiusure sia sempre più diffusa. In alcuni istituti i ragazzi non accedono al numero minimo di ore d’aria previsto dall’ordinamento penitenziario. Nonostante lo sforzo e l’impegno di molti operatori del sistema di giustizia minorile, il sistema sembra aver progressivamente abbandonato il paradigma educativo in favore di un approccio maggiormente contenitivo e neutralizzante. Di fronte a questo scenario segnato da profondi cambiamenti, viene da chiedersi perchè? Durante la presentazione del nostro Rapporto, il dottor San Germano, Capo del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, ha espresso dubbi circa la scientificità dell’analisi realizzata da Antigone. Tuttavia, noi anche questa volta, abbiamo cercato di fornire interpretazioni non semplicistiche a questioni complesse. E quella rappresentata da come lo Stato decide di reagire alla criminalità minorile è una questione complessa. Studi penali, criminologici e sociologici hanno ribadito più volte come, da un lato, interventi maggiormente repressivi non garantiscano più sicurezza e come, dall’altro, l’insicurezza percepita sia qualcosa di molto diverso dall’insicurezza derivante dalla criminalità reale. il fenomeno della criminalizzazione dei giovani, non è affatto nuovo. Tutt’altro; ciclicamente la devianza giovanile viene trattata come un problema di ordine pubblico, anziché di giustizia sociale. L’attuale governo ha deciso di seguire con determinazione questa tendenza securitaria, come confermano le misure introdotte dal nuovo Pacchetto Sicurezza in vigore dal 25 febbraio 2026. Mentre si comprime sempre di più il welfare - nel 2024 erano ben 1,28 milioni i minori in povertà assoluta - il sistema penale si espande. Ma se pensiamo che la devianza giovanile si risolva stigmatizzando e criminalizzando i giovani, ci stiamo davvero sbagliando di grosso. *Associazione Antigone Il dl Caivano funziona. Ma il Pd si lamenta di Pasquale Napolitano Il Giornale, 26 febbraio 2026 Negli istituti il 50% in più di minori. La dem Di Biase: “Privilegiata la repressione”. La sinistra vuole fuori dalle celle baby gang e manovalanza giovanile per i clan. L’attacco al decreto Caivano, misura che ha drasticamente ridotto i reati tra i 14enni, è l’ultimo delirio del Pd. Michela Di Biase, moglie di Dario Franceschini e deputata dem, mette nel mirino il governo Meloni per i risultati positivi ottenuti in tre anni con il decreto Caivano: “I numeri sui minori detenuti sono drammatici e rendono plastiche le responsabilità delle scelte del governo. Per la prima volta, dopo il decreto Caivano, si registra il sovraffollamento negli istituti penali per i minorenni: un fatto gravissimo che rompe con la tradizione educativa della giustizia minorile italiana. L’aumento delle presenze negli Ipm è la conseguenza di un approccio che ha privilegiato la repressione alla prevenzione. Quando si restringono le misure alternative e si amplia il ricorso alla detenzione, il risultato è inevitabile. Dobbiamo capovolgere l’impostazione: il carcere non è la soluzione per i minori. Servono investimenti su messa alla prova, scuola, servizi sociali, comunità educative e giustizia riparativa. La sicurezza si costruisce offrendo opportunità, non aumentando le celle” dice la parlamentare dem. Sandra Zampa, ex portavoce di Romano Prodi, rincara: “Il governo incarcera la sofferenza giovanile”. Il partito di Schlein chiede impunità. I numeri a cui fa riferimento la parlamentare dem è il rapporto Antigone sulla giustizia minorile. Il decreto Caivano ha comportato un aumento del 50% della presenza dei giovani negli istituti penali per i minorenni (Ipm). “Per la prima volta gli Ipm hanno conosciuto il sovraffollamento” si legge nel rapporto. Alla fine del 2022 negli istituti erano presenti 381 minori, diventati 572 alla fine del 2025. Tra il 2023, anno del decreto, e il 2024, la presenza media giornaliera di ragazzi negli Ipm è passata da 425,1 a 556,3, facendo segnare un +30,9%. E gli ingressi in carcere sono aumentati di oltre il 10%. La fascia di età maggiormente rappresentata in carcere è quella dei 16-17 anni, con 300 presenze che si sommano alle 44 relative alla fascia di età più giovane (ovvero 14-15 anni) per fornire il totale dei 344 minorenni detenuti, pari al 60,1 per cento delle presenze complessive. “Tra i giovani adulti - si osserva nel rapporto -, 175 appartengono alla fascia di età 18-20 anni e 53 a quella 21-24 anni. Da notare come alla fine del 2022 i minorenni fossero il 51,4 per cento del totale dei detenuti, una crescita dovuta agli effetti della criminalizzazione minorile operata dal decreto Caivano in particolare con l’allargamento delle possibilità di utilizzo della custodia cautelare in carcere”. Numeri che la sinistra legge in negativo. Eppure, il decreto prevede la riduzione da 9 anni a 6 anni della pena massima richiesta per procedere con il fermo, l’arresto in flagranza e la custodia cautelare dei maggiori di 14 anni per delitti non colposi. Si prevede inoltre che fermo, arresto e custodia cautelare nei confronti del minore, maggiore di 14 anni, possano essere disposti anche per altri reati come il furto aggravato, porto abusivo di armi e resistenza a pubblico ufficiale. Di grande importanza, soprattutto in aree ad alta densità mafiosa, la possibilità di disporre l’allontanamento del minore per evitare che finisca al soldo del clan. Misure che proprio a Caivano hanno sortito risultati positivi. Alla sinistra non va giù. E chiede celle vuote e minori in strada a delinquere. Giustizia riparativa, la riforma Cartabia va difesa e le polemiche non servono a risolvere le criticità di Valentina Alberta*, Adolfo Ceretti**, Chiara Valori*** Il Dubbio, 26 febbraio 2026 Non si poteva certo pretendere entusiasmo rispetto alla conferenza stampa che, con più di due anni di ritardo rispetto al termine dell’estate 2023, finalmente dà una prospettiva alla effettiva attuazione diffusa della pratica della giustizia riparativa, riconosciuta in una propria disciplina organica con il D. Lgs. n. 150 del 2022. Non foss’altro a causa del tempo trascorso, tuttavia non inutile, se si pensa alle decine di casi gestiti tra l’altro dal Centro per la giustizia riparativa del Comune di Milano, sotto l’ombrello dello schema operativo adottato da avvocati e magistrati milanesi, oppure alla importante decisione delle Sezioni Unite della Cassazione depositata qualche giorno fa, che ha ripreso tutti gli snodi della disciplina per giungere a riconoscere nell’accesso alla opportunità riparativa un vero e proprio diritto, e dunque la impugnabilità dell’ordinanza di diniego dell’invio. Non ci si aspettava però neppure una bocciatura sonora, sottolineata con una presentazione semplicistica della relazione del Garante dell’Emilia Romagna (che certamente evidenzia problemi sui quali occorre riflettere) e con la drammatica narrazione dettagliata di un caso specifico, senza la piena conoscenza della vicenda. Un uso strumentale che non dovrebbe riguardare neppure le vicende penali, ma che, rispetto alla natura dei percorsi di giustizia riparativa, delicati e riservati per legge, rischia di fare danno alle persone coinvolte e alla fiducia nello strumento. Soprattutto, ci sorprende che non si sia dato atto del fatto che, oltre a prevedere requisiti di professionalità dei mediatori penali certamente rassicuranti, il decreto Cartabia ha previsto il riconoscimento di quelli già operanti sulla base di una domanda assoggettata a requisiti altrettanto rassicuranti. Solo chi sia in possesso di questi requisiti deve poter operare. Da Bolzano a Palermo, sono centinaia i mediatori che il Ministero ha ritenuto essere in possesso dei requisiti richiesti dalla riforma e che ha inserito nell’apposito elenco. Costoro saranno certamente in grado di gestire, con assoluta professionalità, i casi inviati dalla magistratura ai Centri. Va aggiunto che la cultura della mediazione si è diffusa in modo abbastanza omogeneo, ma occorrerà del tempo affinché questa giustizia mite possa trovare un equilibrio all’interno delle dinamiche processuali e penitenziarie. Infine, l’articolo che presenta la conferenza stampa non tiene conto che i programmi svolti nelle carceri citate sono stati messi in atto prima della creazione dei Centri e dell’effettiva armonizzazione dei programmi, che potrà assestarsi solo a partire proprio dall’istituzione dei Centri. E allora ci pare utile fare sentire una voce in dissenso, che parte dai casi affrontati a Milano per rappresentare una realtà diversa, con programmi reali, risorse investite e operatori preparati. Voce pronta a riflettere periodicamente su ogni criticità che emerga ma che coltiva l’idea che proprio nella fase di avvio finalmente nazionale non si possano valorizzare solo i problemi. *Avvocata **Professore ***Magistrata Sicurezza, pene più dure, tutele e novità. Dentro il testo di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 26 febbraio 2026 Il testo definitivo - il cui esame comincerà dal Senato - è stato ammorbidito in tutte le sue parti rispetto a quello che era stato varato dal Consiglio dei ministri 20 giorni fa. Vale per tutti i cittadini, ma per le forze dell’ordine, quelle armate e anche i vigili del fuoco, così come la categoria sanitaria, è considerato uno “scudo penale”. È un percorso diverso rispetto a quello previsto dall’articolo 335 del Codice di procedura penale, che impone al pm in presenza di una notizia di reato di iscrivere la persona al quale è attribuito nel registro degli indagati. Adesso con il decreto Sicurezza ciò non avverrà se ci sono cause di giustificazione: la legittima difesa e lo stato di necessità (per tutti), l’uso legittimo delle armi e l’adempimento del dovere (per chi indossa una divisa). Si tratta di fattispecie di reato che prendono in considerazione l’ipotesi che un determinato comportamento non sia punibile. Ma affinché sia così la causa di giustificazione deve essere “evidente”. È infatti soltanto in questa circostanza che il magistrato non indaga subito la persona, ma procede con l’annotazione preliminare per effettuare una serie di accertamenti che potrebbero anche portare all’archiviazione della posizione del soggetto. Adesso il ministro della Giustizia avrà 60 giorni di tempo per adeguare il Codice di procedura penale in questo senso. Fino a diecimila euro per le spese legali. Non solo per la prima fase, ma anche in quelle successive del procedimento: dalle indagini, al primo processo, a quello d’appello e anche il giudizio in Cassazione. È la cifra massima che lo Stato metterà a disposizione come tutela legale esclusiva per gli appartenenti alle forze di polizia, quelle armate e anche ai vigili del fuoco che dovessero essere iscritti come indagati o diventare imputati in procedimenti penali per fatti collegati all’esercizio delle loro funzioni. Una misura decisa per consentire agli operatori di qualsiasi ordine e grado di poter contare su fondi per potersi difendere in dibattimenti che in molti casi si concludono con un’archiviazione. Nel caso venisse accertata la responsabilità dolosa del dipendente allora è prevista la rivalsa per la restituzione delle somme erogate per la difesa. Una figura giuridica che invece non sarà applicata in caso di sentenza di non luogo a procedere, archiviazione, intervenuta prescrizione o comunque altre situazioni che porteranno a un proscioglimento, a meno che sul fronte disciplinare non sia stata già accertata una responsabilità del dipendente pubblico per negligenza. Sulla vendita di coltelli il decreto impone un giro di vite senza precedenti. Le nuove norme sono state inserite nella parte del provvedimento cosiddetta anti maranza per contrastare le azioni violente delle baby gang, sempre più al centro di episodi di cronaca nera proprio per la disponibilità di armi bianche anche nelle mani di minorenni. D’ora in poi è vietato il porto di coltelli con lama di lunghezza superiore ai cinque centimetri, compresi quelli a scatto o a farfalla. È previsto il carcere, da uno a tre anni, per chi viene trovato in possesso di lame superiori agli otto centimetri, con la confisca e il processo per direttissima. È vietata la vendita ai minorenni, anche quella online, o anche solo la cessione, e i genitori sono soggetti a sanzioni - a partire da mille euro - se non impediscono il porto dei coltelli ai figli minorenni. Inammissibile la scusa della difesa personale per il porto di coltelli da cucina e da lavoro, vietato senza giustificato motivo. Si rischiano pene da sei mesi a tre anni. I venditori sono obbligati a registrare i clienti che acquistano coltelli con lama di oltre 15 centimetri, mentre le pene in questione aumentano da un terzo alla metà se il reato viene commesso in zone rosse e nei pressi di stazioni, scuole e parchi pubblici. L’annotazione preliminare su un modello separato è la nuova figura giuridica prevista dal decreto Sicurezza che, solo nel caso della presenza evidente di una o più “cause di giustificazione”, evita l’immediata iscrizione di un soggetto da parte del pm nel registro degli indagati. La misura può avere una durata di 120 giorni ai quali ne devono essere aggiunti altri 30 per l’eventuale richiesta di archiviazione sempre da parte del magistrato. Un periodo durante il quale la persona “annotata” conserva comunque tutte le garanzie difensive previste anche per un indagato, compresa l’assistenza diretta del legale nominato. Gli accertamenti investigativi non cessano, ma proseguono come in una qualsiasi altra indagine. Anche perché il diretto interessato potrebbe essere iscritto in qualsiasi momento nel registro normale nel caso in cui i riscontri da parte del magistrato dovessero confermare la necessità di procedere in quel senso nei suoi confronti. In realtà la misura serve a evitare l’iscrizione automatica prevista fino a oggi, non solo degli appartenenti alle forze dell’ordine, ma di qualsiasi cittadino, e allo stesso tempo anche la gogna che spesso trasforma un indagato già in un colpevole. Il fermo preventivo, o di prevenzione, è uno degli aspetti più dibattuti del decreto. È stato al centro di polemiche fra governo e opposizione, ma anche dei rilievi del Colle sulla sua durata. Il fermo scatterà nel momento in cui le forze dell’ordine dovessero valutare che ci sia la necessità di evitare che persone considerate violente, anche sulla base di precedenti specifici di reati di piazza, possano partecipare alle manifestazioni. Ma, come recita il decreto, potrà essere applicato soltanto “in presenza di un attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Ma come funziona? Il dispositivo, del quale comunque l’autorità giudiziaria deve essere sempre informata, consente alle forze dell’ordine di trattenere presso una loro struttura - un commissariato o una caserma - per un massimo di dodici ore i soggetti che per quei motivi non possono prendere parte a sit-in, cortei, ma anche presidi e comunque eventi pubblici, in un’ottica di prevenzione di incidenti, tafferugli, guerriglia urbana. La magistratura, con il pm di turno, dovrà essere preventivamente informata dell’adozione della misura nei confronti di persone per le quali potrebbe disporre l’immediato rilascio nel caso non ravvisasse invece le condizioni di pericolosità. Giustizia, la legge “veneta” che detta l’agenda ai pm: a quali reati dare la precedenza di Roberta Polese Corriere del Veneto, 26 febbraio 2026 Il disegno di legge in discussione in commissione Giustizia porta la firma di Erika Stefani, senatrice della Lega, e Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia. “Della legge che dà alle procure le linee di indirizzo delle priorità in termini di esercizio dell’azione penale non si parla solo oggi, è trent’anni che se ne discute”. Il punto è che, alla vigilia del referendum sulla giustizia, qualsiasi “variazione sul tema” fa notizia, per cui una cosa che era stata predisposta anni fa, oggi può essere vista in tutt’altra luce. Il disegno di legge in discussione in commissione Giustizia porta la firma di due veneti: Erika Stefani, senatrice della Lega, e Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia. Il tema è: chi deve dare ai capi delle procure italiane una linea di indirizzo per individuare a quali reati dare la precedenza? Fino ad oggi ogni procura si è organizzata in modo autonomo, del resto ogni città è composta da un tessuto sociale diverso e i problemi che ci sono a Catanzaro non sono, per esempio i problemi di Vicenza. L’argomento è da anni al vaglio del Parlamento ma in vista del referendum sulla giustizia la volontà della maggioranza di predisporre l’agenda delle procure dando l’indirizzo di quali sono i reati da perseguire fa drizzare le orecchie a quelli che la riforma non la vogliono, e che vedono in questa legge un tentativo del governo di mettere le mani sull’autonomia dei pubblici ministeri. “Le cose non stanno così e diffondere questa lettura dei fatti è fazioso e sbagliato - afferma Zanettin - il fatto che di questo tema si parli da almeno trent’anni è segno che quello delle priorità delle procure non è un elemento secondario nella gestione della giustizia, programmare le priorità è un compito della maggioranza del parlamento”. Il Disegno di legge a firma Zanettin-Stefani dà attuazione alla riforma Cartabia sui criteri di priorità nell’azione penale, per renderli più chiari e uniformi nelle procure. Il testo introduce l’articolo 3-ter nelle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, fissando parametri vincolanti per il pubblico ministero: gravità dei fatti, tutela della persona offesa - specie nei casi di violenza domestica o di genere - e offensività concreta del reato, anche in relazione al danno e a eventuali percorsi di giustizia riparativa. Il ddl interviene inoltre su avocazione, formazione dei ruoli di udienza, relazioni al Parlamento e vigilanza del procuratore generale, puntando a maggiore trasparenza e controllo. A destare i maggiori sospetti nei detrattori è l’articolo 5 della legge, e cioè l’inclusione di informazioni sull’applicazione dei criteri di priorità nei rapporti annuali al Parlamento sull’amministrazione della giustizia e nei compiti di vigilanza del procuratore generale presso la corte d’appello”. Eccolo il “controllo” della politica sulla magistratura che andrebbe contro la Costituzione e che è criticato dalla minoranza. “Quando abbiamo iniziato a lavorare alla legge abbiamo fatto molte audizioni, e tra queste ci ha parlato anche il procuratore capo della mia città, Vicenza, e su molti punti dell’organizzazione del lavoro ci siamo trovati pienamente d’accordo - aggiunge ancora Zanettin - Vicenza, come molte città del Veneto, è sotto la morsa di reati predatori che destano molta attenzione nei cittadini, ai quali va data una risposta concreta. Risolvere questo tipo di problemi è doveroso, e completerebbe l’opera di riforma voluta dalla legge Cartabia”. Certo, anche l’evasione fiscale è uno degli enormi problemi di questo Paese, “Ma capirà che l’impatto sociale del borseggiatore che ruba il portafogli a una signora per strada, o del truffatore o del rapinatore ha ben altro effetto sulla sicurezza”, chiude Zanettin. Contro questo disegno di legge si è espresso Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi Sinistra, che ha preso di mira la proposta di Zanettin e Stefani: “È inquietante che si teorizzi un “indirizzo omogeneo” deciso dalla politica su quali reati debbano essere perseguiti prima di altri. Ancora più inquietante è un altro passaggio: all’Ansa è stata di fatto anticipata una legge già pronta. Il ddl Zanettin-Stefani, incardinato al Senato, va esattamente in questa direzione. Dietro la formula dei “criteri di priorità” si nasconde un cambio di paradigma: dalla valutazione autonoma degli uffici giudiziari a un perimetro definito dalla politica - spiega - La giustizia non può diventare terreno di intervento politico sulle scelte investigative. L’abbiamo visto con i fatti di Rogoredo: la destra ha attaccato la magistratura, colpevole di aver indagato un poliziotto, ma se non avesse indagato non avremmo mai saputo la verità. Il punto è evidente: con questo referendum è in discussione l’autonomia di un organismo costituzionale, per questo dobbiamo votare No”. Guai confondere sicurezza e immunità: è questa la tragica lezione di Rogoredo di Paola Balducci Il Dubbio, 26 febbraio 2026 Il caso del poliziotto di Rogoredo si sta trasformando in qualcosa di più di una vicenda giudiziaria, sta diventando uno specchio politico il cui riflesso non è lusinghiero. All’inizio c’era la narrazione semplice: un agente che interviene in un contesto noto per lo spaccio, un’area simbolo del degrado milanese, il “boschetto della droga”. La reazione è stata immediata, facendo emergere due cavalli di battaglia del dibattito pubblico: l’accusa alla magistratura di aprire fascicoli contro chi “difende la legge” e l’invocazione dello scudo penale per le forze dell’ordine, tema caldissimo proprio mentre si definisce il nuovo pacchetto sicurezza. Poi sono arrivate - fortunatamente - le indagini della Procura di Milano. Quando gli inquirenti hanno ipotizzato che l’omicidio potesse essere legato a dinamiche connesse allo spaccio in cui sarebbe coinvolto anche l’agente, la narrazione si è incrinata. La frase più significativa, però, è stata un’altra: “Non esiste alcuno scudo penale”. E formalmente è vero, nei decreti sicurezza non c’è una vera e propria norma che faccia da scudo agli appartenenti alle forze dell’ordine. Non è un mistero che ciò che destava particolare allarme fosse la possibilità che, nella prima ideazione della norma, lo “scudo penale” potesse essere riferito in particolare alle forze dell’ordine, così proteggendone l’operato. È anche grazie all’intervento del Quirinale che questa norma è stata rivista, rendendola applicabile nei confronti di chiunque agisca in presenza di una causa di giustificazione. Nel decreto si parla di un registro separato - non il registro degli indagati - in cui annotare il nome della persona a cui è attribuito il fatto, che non sarà più tecnicamente indagata ma potrà partecipare con un avvocato o un consulente a eventuali attività di indagine, conservando diritti e garanzie. Siamo davanti a un dispositivo normativo simbolico più che innovativo. Ma i simboli, in politica, pesano. Il punto è molto semplice: fatti di questa gravità non possono essere sottratti al normale svolgimento delle indagini. Non esiste democrazia in cui un omicidio - chiunque sia coinvolto - possa essere sottratto alla verifica dell’autorità giudiziaria. E proprio perché occorre verificare in ogni caso se vi sia stato un “attacco all’uomo in divisa”, le indagini servono: servono a distinguere le responsabilità dalle narrazioni. L’iscrizione nel registro degli indagati non è una condanna morale, serve a garantire diritti e accertare verità. Trasformarla in uno scandalo politico significa mettere in discussione un principio elementare dello Stato di diritto: la legge è uguale per tutti, soprattutto in una fase fondamentale come quella delle indagini, anche quando a essere coinvolto è chi quella legge è chiamato a farla rispettare. Il caso Rogoredo probabilmente contribuirà a raffreddare le ipotesi più radicali di introduzione di uno scudo penale vero e proprio. Ma la questione di fondo rimane un’altra, più giuridica che politica: le indagini non sono un atto ostile nei confronti di nessuno, bensì lo strumento attraverso cui si tutelano tutti: la vittima, l’indagato, l’istituzione di appartenenza. Confondere la sicurezza con l’immunità sarebbe un errore concettuale prima ancora che normativo. La sicurezza è funzione dello Stato e si fonda sulla legalità. Proprio perché chi indossa una divisa esercita un potere pubblico, l’accertamento rigoroso dei fatti è la condizione che preserva la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini. Rogoredo, più che una questione di scudo penale, è un promemoria su questo equilibrio essenziale. Misure cautelari personali, nullità a regime intermedio il mancato interrogatorio preventivo di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2026 L’indagato per ottenere l’annullamento della misura perché interrogato dopo la sua applicazione dovrà dimostrare l’effettivo pregiudizio patito e il suo concreto interesse attuale se si è avvalso della facoltà di non rispondere. È affetta da nullità generale a regime intermedio la mancata espletazione dell’interrogatorio preventivo di garanzia da parte del giudice che applica la misura cautelare personale. L’eccezione può essere proposta in fase di reclamo contro la misura, ma non basta addurre il mancato preventivo interrogatorio per ottenere l’annullamento della misura applicata. Va, infatti, provata la lesione del diritto di difesa non essendo sufficiente sottolineare la potenziale efficacia lesiva derivante dal mancato adempimento del giudice. Come afferma poi la Cassazione penale - con la sentenza n. 7506/2026 - in caso si sia svolto solo successivamente l’interrogatorio della persona sottoposta alla misura cautelare e questa si sia avvalsa della facoltà di non rispondere l’allegazione in ordine alla violazione del diritto di difesa dovrà essere ancora più pregnante visto il mancato esercizio del contraddittorio tra la parte e il giudice della cautela. La norma di cui si discute l’applicazione è quella di recente introdotta col comma 1 quater dell’articolo 291 del codice di procedura penale da parte della legge 114/2024, che prescrive che il giudice proceda a interrogare l’interessato dalla misura cautelare prima di disporla. In effetti, dice la sentenza, che sussiste a carico dell’indagato l’onere probatorio del pregiudizio sofferto per l’omesso interrogatorio preventivo dovendo dimostrare l’attuale e concreto interesse a far rilevare la nullità processuale che avrebbe determinato il pregiudizio. La nullità viene rilevata e dichiarata dal giudice quando è prima facie rinvenibile il pregiudizio sofferto dalla parte. Ciò che non si realizza quando l’interrogato, dopo aver subito l’applicazione della misura cautelare personale, non risponde alle domande e non interloquisce col giudice avvalendosi della facoltà di non rispondere gravando di conseguenza l’interessato alla declaratoria di nullità del pieno onere probatorio. Verona. Jacopo Natale, il ristoratore che fa colloqui di lavoro in carcere di Marianna Peluso Corriere di Verona, 26 febbraio 2026 Jacopo Natale, titolare del ristorante Yard in centro, varcherà i cancelli del carcere di Montorio per fare dei colloqui di lavoro e assumere un detenuto. C’è un momento, nel percorso di chi vive tra le mura del carcere, in cui la pena smette di essere solo attesa del fine pena e diventa “cosa farò dopo essere tornato in libertà?”. Quel momento, per alcuni detenuti della casa circondariale di Montorio, arriverà domani. Jacopo Natale, titolare del ristorante Yard di corso Cavour, varcherà i cancelli per fare dei colloqui di lavoro. Non è una visita di cortesia, ma un’operazione autorizzata dal Magistrato di Sorveglianza ai sensi dell’articolo 17 dell’Ordinamento Penitenziario, con il via libera della direttrice Mariagrazia Bregoli. Il documento, protocollato il 13 febbraio dall’area giuridico-pedagogica, funziona come un ponte: l’imprenditore entra “per avviare colloqui conoscitivi con detenuti da avviare presso il ristorante”. Per Natale, classe 1980, è la conferma di un’attitudine civica già testata sul campo: fu lui, durante il lockdown, a consegnare quattromila pasti gratuiti ai medici degli ospedali veronesi, incassando il plauso dell’allora governatore Luca Zaia per la sua “generosità poderosa”. Più di recente, ha trasformato i tavoli dello Yard in un avamposto contro la malnutrizione con l’iniziativa “Ristoranti contro la fame”, organizzando cene di gala il cui ricavato è andato a finanziare progetti umanitari. Ma entrare in carcere per assumere qualcuno è una sfida diversa. Significa credere che la cucina possa essere un luogo di redenzione e che la disciplina di una brigata sia lo strumento perfetto per il reinserimento sociale. “La ristorazione è rigore, orari, rispetto dei ruoli e delle materie prime”, riflette Natale tra i tavoli del suo locale. “In cucina siamo tutti uguali davanti alla linea: conta come lavori, non quello che hai fatto fuori o prima. Cercare un aiuto cuoco a Montorio significa offrire a un uomo la possibilità di non essere più definito dal suo errore, ma dal suo mestiere”. Il progetto si inserisce nel solco delle opportunità previste dalla legge Smuraglia, che favorisce l’inserimento lavorativo dei detenuti come struraggio mento di reinserimento sociale. Offrire un impiego durante la pena significa anche incidere sulla sicurezza collettiva e creare valore per la comunità, affiancando all’aspetto umano una dimensione misurabile: chi impara una professione difficilmente torna a delinquere. “Cerco una persona che abbia voglia di sporcarsi le mani con noi, che impari a tagliare le verdure, a mantecare il risotto e a gestire la pressione di un sabato sera da cento coperti. Ne entrerà solo uno nello staff, per ora, ma in futuro chissà”. Il colloquio di domani è la dimostrazione che il tessuto economico veronese può dialogare con la “città parallela” di Montorio. L’happy end di questa storia non è il contratto in sé, ma il valore del tragitto. Per chi supererà la selezione, varcare la soglia di Yard significherà lasciare per qualche ora il peso della detenzione e riprendersi un’identità. Tra i fuochi e i fumi della cucina, il marchio del reato svanirà: resterà un uomo con una divisa bianca, pronto a ricominciare dalle basi per costruirsi un domani, un ingrediente alla volta. Roma. Quando l’arte è la chiave per ripensarsi di Valeria Arnaldi Il Messaggero, 26 febbraio 2026 Laboratori di ceramica, uncinetto e riciclo creativo: le attività culturali invitano le detenute a raccontarsi. E aprono nuovi scenari per il domani. Strumento di crescita, mezzo per la presa di coscienza dei lati più difficili del proprio vissuto ma anche dei talenti sopiti o, a volte, perfino, da scoprire. È anche così che l’arte - in generale, la cultura - entra nelle carceri. Laboratori proposti da associazioni, magari con la partecipazione di artisti, permettono di indagare emozioni e situazioni complesse, stabilendo anche connessioni e dialogo tra la comunità dentro le mura e quella fuori. È accaduto così per l’imponente installazione Valkyrie Venus dell’artista portoghese Joana Vasconcelos, cuore della mostra Venus - Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos, curata da Pamela Golbin, ospitata fino al 31 maggio presso PM23, spazio culturale della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, a Roma. L’opera, lunga tredici metri, è stata realizzata anche grazie a una serie di laboratori creativi, che hanno visto il coinvolgimento di più realtà cittadine, inclusa la Casa circondariale femminile di Rebibbia, nell’Urbe. “Il processo comunitario ha dato origine a una sezione dell’opera Valkyrie Venus ed è stato, prima di tutto, un atto di incontro e di condivisione”, racconta Joana Vasconcelos. “Dopo che la sfida ci è stata presentata, alcuni artigiani dell’Atelier hanno incontrato i partecipanti. Questi momenti non sono stati soltanto occasioni per imparare la tecnica dell’uncinetto, ma veri e propri spazi di scambio e riflessione sul ruolo della creazione manuale. Ogni elemento realizzato porta con sé una storia, che confluisce nel corpo dell’opera”. Ecco l’idea del dialogo, della condivisione. Più ancora, della connessione. “L’opera si arricchisce di questo gesto collettivo, amplificato anche dal lavoro svolto in Atelier, dove oltre cinquanta persone hanno contribuito alla sua realizzazione - continua Vasconcelos - Valkyrie Venus diventa così una metafora della trasmissione del sapere e della resistenza, un luogo in cui tutti si riconoscono parte di un medesimo movimento creativo”. A promuovere il ciclo di laboratori e il dialogo con la Casa Circondariale è stata la Fondazione Severino, che aveva già realizzato un ciclo di laboratori ad hoc per Benu, installazione dell’artista Eugenio Tibaldi, creata a seguito di un laboratorio con le detenute di Rebibbia. “L’iter per ottenere le autorizzazioni è complesso, anche per gli strumenti potenzialmente pericolosi che si utilizzano, ma i laboratori sono strumenti davvero importanti di trasformazione - spiega Eleonora Di Benedetto, consigliera della Fondazione Severino - permettono di sviluppare competenze trasversali e di portare alla luce talenti o interessi, che molte non hanno avuto modo neppure di esplorare. Gli effetti sono straordinari. Per questo stiamo pensando di svilupparli”. Particolare attenzione è dedicata alle donne. “Spesso sono vittime di violenza e sono state costrette dagli uomini delle loro famiglie a compiere i reati per i quali sono in carcere - prosegue Di Benedetto - queste attività culturali per loro sono anche modi per esprimersi e raccontarsi. Vale per la ceramica, la scrittura, il riciclo creativo e molto altro”. La partecipazione è alta. “Solo tra le detenute di Rebibbia, abbiamo avuto circa cento partecipanti per la ceramica, altrettante per il riciclo creativo. Oltre sessanta per Benu, circa cinquanta per l’opera di Vasconcelos. In alcuni casi abbiamo dovuto aumentare i laboratori e, nello specifico per le creazioni a uncinetto realizzate per l’opera dell’artista portoghese, dato l’alto numero di richieste, abbiamo portato avanti i laboratori anche dopo aver raggiunto l’obiettivo prefissato”. Ora si guarda al futuro e anche a nuove attività. “Stiamo lavorando per attivare un circolo di lettura presso la Casa femminile di Rebibbia. La richiesta ci è arrivata proprio dall’Istituto - racconta Di Benedetto - Vorremmo realizzare, prima dell’estate, una serie di incontri con scrittori, preceduti dalla lettura dei loro libri e da un’introduzione al tema fatta dai nostri operatori. Ci piacerebbe creare anche un Cineclub, con appuntamenti con alcuni attori e registi. Inoltre, con Tibaldi, pensiamo di realizzare un nuovo ciclo di attività incentrate su disegno e mito, in carceri del Nord Italia. E molto altro”. Così la prospettiva cambia. Anche la narrazione. Quarta edizione del premio letterario “Secondo mestiere, seconda opportunità” garantedetenutilazio.it, 26 febbraio 2026 I detenuti e gli ospiti delle Rems sono esonerati dal versamento della quota di partecipazione. Secondo mestiere Srl impresa sociale, in collaborazione con Nep edizioni, presenta la quarta edizione del premio letterario “Secondo mestiere seconda opportunità”. La competizione, aperta ad autori anche minorenni ed editori, permette di partecipare con opere edite e inedite in italiano ed è rivolta anche alle scuole secondarie con possibilità di convenzioni e di presentare opere già vincitrici in altri concorsi. Le categorie in gara sono numerose e includono poesie, racconti, articoli di giornale, opere teatrali, testi per canzoni, fotografie, video, podcast e opere realizzate con l’intelligenza artificiale. La partecipazione richiede un contributo di 25 euro per gli autori italiani e stranieri, mentre gli studenti pagano 10 euro. Il termine per partecipare al concorso è il 30 luglio 2026; per gli studenti delle scuole secondarie il termine è il 30 settembre 2026. Le iscrizioni si possono effettuare online o via email con documenti e opere in formato digitale. I detenuti negli istituti penitenziari, i ricoverati nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) e le persone senza fissa dimora sono esonerati dal versamento del contributo. Gli studenti delle scuole secondarie versano un contributo di 10 euro; per partecipare a più categorie versano la quota di cinque euro per ogni categoria aggiuntiva oltre la prima. Il termine per partecipare al concorso è il 30 luglio 2026; per gli studenti delle scuole secondarie il termine è il 30 settembre 2026. La selezione avviene tramite un comitato di lettura e una giuria che individueranno i finalisti e i vincitori. I premi comprendono premi in denaro, targhe, pubblicazioni gratuite con possibilità di contratti editoriali e riconoscimenti speciali tra cui un iPhone per lo studente più meritevole. La cerimonia di premiazione si svolgerà il 28 e 29 novembre 2026 presso il Collegio internazionale Seraphicum di Roma con lettura delle opere premiate e consegna di targhe e antologie. Qui il bando completo: bando-2026. La pubblicazione dell’antologia del premio con le opere finaliste e i profili degli autori sarà curata dal Secondo mestiere S R L La partecipazione implica l’autorizzazione alla pubblicazione delle opere da parte degli autori o editori. Per ulteriori informazioni: premio.ilsecondomestiere@gmail.com, telefono mobile 338 761 9966 whatsapp 334 151 8150. “Se fioriscono le spine”, quando la pena incontra la speranza dietro le sbarre di Riccardo Renzi Il Riformista, 26 febbraio 2026 Il romanzo civile di Giostra sulla dignità che resiste. Con “Se fioriscono le spine”, Glauco Giostra compie un passaggio solo apparentemente laterale rispetto alla sua biografia di grande giurista. In realtà, l’approdo al romanzo rappresenta una prosecuzione coerente - e per certi versi più incisiva - della sua riflessione sul senso della pena, sul carcere e sulla responsabilità collettiva. Qui la letteratura non è ornamento, ma strumento critico: serve a dire ciò che il linguaggio troppo tecnicistico spesso non riesce più a trasmettere all’opinione pubblica. L’abilità descrittiva di Giostra è realmente sorprendente, con una scrittura che in molti tratti richiama La strada per Roma volponiana; accompagna il lettore nei meandri della trama. Il romanzo prende le mosse da un atto estremo: Antonio uccide il padre nel tentativo di difendere la sorella da una violenza. Da qui si apre un percorso che attraversa il carcere, l’amicizia con Angelo, detto il Muto, la marginalità, la ricaduta nel crimine e infine la possibilità - mai garantita, mai facile - del riscatto. Nulla è indulgente o consolatorio. Giostra racconta una vicenda che potrebbe accadere oggi, in qualunque periferia italiana, con uno sguardo che rifugge tanto il moralismo quanto il giustificazionismo. Al centro del libro c’è il carcere non come sfondo, ma come dispositivo istituzionale che segna le vite. Giostra, forte di una conoscenza profonda del sistema penitenziario, mostra come la detenzione, quando è ridotta a pura segregazione, finisca per essere criminogena invece che rieducativa. Il romanzo dialoga in modo esplicito con l’articolo 27 della Costituzione, senza mai citarlo: la pena, ci ricorda, ha senso solo se apre uno spazio di trasformazione della persona. Uno dei fili più forti del libro è l’idea che la colpa non esaurisce l’identità. Antonio non è il suo reato, così come Angelo non è la somma dei suoi errori. È una tesi profondamente liberale e progressista, oggi controcorrente in un clima dominato da slogan punitivi e pulsioni escludenti. Giostra affida alla narrazione una domanda radicale: siamo davvero disposti a riconoscere l’umanità di chi ha sbagliato, o preferiamo la scorciatoia dello stigma permanente? Accanto alla violenza e al fallimento istituzionale, il romanzo mette in scena relazioni che salvano. L’amicizia tra Antonio e il Muto, l’amore e la fiducia di Aurora, la solidarietà che nasce nei luoghi più inattesi diventano argini contro la deriva. Non è retorica: è la rappresentazione realistica di come il riconoscimento dell’altro possa rimettere in moto esistenze spezzate. Se fioriscono le spine è un romanzo politico nel significato più nobile del termine: interroga il modello di società che vogliamo essere. Lo fa con una scrittura sobria, limpida, mai compiaciuta, capace di tenere insieme tensione narrativa e profondità etica. È un libro che chiede di essere “ruminato”, perché non offre risposte facili ma pretende responsabilità dal lettore. In tempi in cui la speranza sembra un lusso ingenuo, Giostra ci ricorda che è invece una necessità civile. E che senza la possibilità di una seconda occasione, non si costruisce né sicurezza né giustizia, ma solo esclusione. Un romanzo importante, da leggere e discutere. Radio Radicale è il vero servizio pubblico italiano: chi taglia i fondi colpisce la libertà. La nostra di Davide Vari Il Dubbio, 26 febbraio 2026 Dimezzare i finanziamenti significherebbe spegnere la nostra webcam fissa sul Paese. Con un danno enorme per la nostra democrazia. Ci sono molti modi per limitare la libertà di stampa. C’è il metodo classico, un po’ rozzo e superato delle care vecchie censure; oppure quello ancora attualissimo e assai battuto, ma altrettanto “impresentabile”, delle querele temerarie. E poi ci sono modi più eleganti, come dire, più italiani: non si proibisce, si asciuga. Non si chiude una voce, la si lascia semplicemente senza ossigeno. Ecco, il dimezzamento dei fondi a Radio Radicale appartiene a questa seconda categoria. Nessuno, infatti, la spegne ufficialmente. Si è scelto - non da ora per la verità - di provare ad abbassare lentamente il volume fino a non sentirla più. E sarebbe un danno enorme per la nostra democrazia. E qui occorre fermarsi un momento, perché la discussione è quasi sempre inquinata dai puristi dell’informazione “autoarchica”. Prima i leghisti, poi i grillini e domani chissà. Radio Radicale non ha nessuna delle caratteristiche delle radio private, e non è un organo di propaganda politica e “giudiziaria”. Nulla di tutto questo. La convenzione - che formalmente è stata rinnovata ma con al sorpresina del dimezzamento dei fondi - riconosce infatti a quella radio un compito preciso e preziosissimo: svolgere un servizio pubblico che lo Stato - bivacco di partiti e partitini- pur potendo e dovendo, non ha mai realizzato. In questi decenni Radio Radicale ha raccontato il paese portando i microfoni nelle assemblee parlamentari, nelle aule di giustizia, nelle piazze, nelle aree dei conflitti dimenticati. Ma il punto è che può fare tutto questo proprio perché non deve rispondere al mercato, perché può contare sul finanziamento dei cittadini. Radio Radicale non punta al mercato pubblicitario, né allo share. Radio radicale è libera proprio perché non ha un’audience da seguire, non deve semplificare, sminuzzare, filtrare; e né polarizzare o demonizzare. Non crea consenso ma conoscenza. Radio radicale è la nostra webcam fissa sul paese. Forse dimezzando i fondi il governo risparmierebbe qualche milione di euro. Ma è un forse. Una scelta che pagheremmo con qualcosa di molto più costoso: la possibilità, sempre più rara di sentire quelle voci diffuse della nostra Repubblica che parlano con la propria voce. Senza intermediari, senza “interpreti” non sempre disinteressati. Insomma, saremmo siamo più poveri e meno liberi. Da ragazzo di strada a educatore di Don Antonio Mazzi Oggi, 26 febbraio 2026 Superata la dipendenza, ora lavora per gli altri sapendo “di non avere la verità in tasca”. E che quel che conta è “accogliere e ascoltare, senza giudizio e pregiudizio”. Oggi voglio condividere la storia di una rinascita con una lettera che ho ricevuto da un educatore: “Caro Don, provo a raccontarti la strada così come l’ho vissuta. Per un certo periodo della mia vita è stata la mia casa, la strada che mi conduceva alla panchina su cui avrei trascorso la notte, il viottolo dov’era una macchina abbandonata, un rifugio come protezione, il viale che porta alla stazione, per stare al caldo in un vagone del treno o in sala d’attesa. Quella strada che ogni tanto mi riconduceva nella casa dove ero cresciuto. Ad aspettarmi c’era mia madre, che di nascosto da mio padre mi faceva mangiare, lavare, cambiare e riposare. Ricordo che una volta mi disse: “Puzzi come un barbone”. Ancora oggi mi chiedo come facesse a sopportare quel tanfo che lei non aveva mai conosciuto. Ricordo strane macchine, con scritte sui lati e sirene sulla cappotta, che si dirigevano a un albergo forzato: il carcere, dove l’ambiente, l’umidità facevano penetrare nelle ossa, nella testa, nei vestiti, un odore così forte e impregnante che non dimenticherò mai. “A un certo punto mi sono reso conto che questa mia “compagna” mi stava conducendo a un vicolo cieco. Mi sentivo perso in un deserto di disperazione, dovevo cambiare la mia direzione. In lontananza vedevo una via di uscita, un traghetto. Ho scelto di prenderlo per concedermi una tregua e dare una svolta al mio cammino, inconsapevole della destinazione. Raggiunsi l’oasi... Fu proprio una gran fortuna! L’oasi era il Parco Lambro. Mi accolse un ometto, un prete, un grande educatore, un padre che adottava chiunque lo volesse, senza troppe storie. “Inizia una nuova strada. Una strada che si interseca con mille occasioni, possibilità di incontro, di aiuto, di scambio, di relazioni, di condivisioni con il mondo. Quell’oasi ha iniziato a portare via sempre più spazio al deserto e alla mia solitudine. E da ragazzo che si era perso mi sono trasformato, miracolosamente, in educatore. Riappropriarmi della capacità di pensare con la mia testa mi ha portato a riflettere su tante cose. Mi sono accorto che l’educazione proposta dalla società, rigida, schematica, uguale per tutti, da manuale, non permette all’uomo di raccogliere i frutti più profondi. Il requisito peculiare per poter essere un buon educatore è che anche lui deve essere educabile. L’educatore deve quindi portare con sé la consapevolezza di non avere la verità in tasca, accogliere e ascoltare l’altro in maniera autentica, in assenza di giudizio e pregiudizio, essere pronto a nuove esigenze, situazioni, imprevisti che la quotidianità presenta, sentire l’odore del proprio sudore insieme al sapore della propria fatica, avere capacità di perdonare, conoscenza del dolore e della sofferenza. “Io sono convinto che ogni persona finché respira è educabile. “La strada non mi ha abbandonato, è rimasta mia compagna. Ho solo cambiato il modo di viverla. Per questo credo di essere un esempio, l’esempio che è possibile costruire nuove strade anche nel deserto. E trovo una straordinaria conquista acquisire la consapevolezza che nel deserto si possono aprire nuove strade per il benessere comune, ma soprattutto più vicine all’Uomo. Papa Leone nell’isola dei migranti di Andrea Riccardi Corriere della Sera, 26 febbraio 2026 Sulle orme di Francesco, sarà a Lampedusa il giorno in cui gli Stati Uniti festeggeranno i 250 anni dall’indipendenza. Il programma dei viaggi del papa annuncia che il 4 luglio Leone XIV sarà a Lampedusa, approdo di migranti e rifugiati. Lì, nel 2013, Francesco denunciò gli scafisti, ma soprattutto la “globalizzazione dell’indifferenza”: “Ci ha tolto la capacità di piangere”. Iniziava lì il suo costante discorso sul dramma dei migranti, ma anche sulla chance che essi rappresentano per Paesi in crisi demografica. Leone andrà nell’isola nel giorno in cui gli Stati Uniti celebrano “America 250”, il Giorno dell’Indipendenza. Si dice che qualche responsabile americano l’avrebbe voluto in patria per quella data. Ma il papa non andrà negli Usa per tutto il 2026. Sarà invece a Lampedusa il 4 luglio. Nel viaggio in Spagna, a giugno, visiterà anche le Canarie, approdo della rotta atlantica dei migranti e testimone di tanti morti in mare. Al Giubileo dei migranti il papa ha detto loro: “Siate benvenuti”. Non è solo continuità con Bergoglio, ma un tema, l’accoglienza ai migranti, che Prevost sente anche per storia personale. Mentre i Paesi europei s’induriscono sulla questione migratoria, Leone dice: “Si stanno adottando misure sempre più disumane - persino politicamente celebrate - per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani”. Sono posizioni che vengono da lontano nella Chiesa: Pio XII, nel secondo dopoguerra, teorizzò il “diritto a uno spazio vitale” per la famiglia esule. Recentemente i delegati dei vescovi statunitensi, canadesi e latinoamericani, riuniti in Florida, hanno emesso unanimi un testo che fa stato di una posizione comune: “Nessun migrante è straniero per la Chiesa… La mobilità umana non può essere ridotta a una questione puramente politica o economica. È una realtà profondamente umana che interpella la nostra coscienza cristiana e la responsabilità etica delle nazioni”. La Chiesa, in società politiche tanto polarizzate (“la crescente polarizzazione che ferisce il discorso pubblico e indebolisce la coesione sociale”, dice il testo), si presenta unita dal nord al sud dell’America. Lo favorisce la presenza di un papa americano che ha tanto lavorato in Perù, ma anche l’idea che la sfida oggi è “continentale”. La divisione dell’episcopato degli Stati Uniti trova un contesto più ampio in cui ridimensionarsi, sia perché i temi sociali lo uniscono, ma anche perché si colloca in una missione più vasta. Del resto la presidenza Trump non solo ha intrapreso azioni forti in America Latina, come in Venezuela, ma rappresenta un modello politico per vari Paesi. Nonostante i tentativi di “annettere” la Chiesa a politiche identitarie e sovraniste o di leggere il nuovo pontificato come negazione del precedente, la realtà è diversa. La personalità del papa si delinea ovviamente diversa da Francesco. Le situazioni cambiano. Ma Leone è sensibile ai grandi temi bergogliani, a partire dall’Evangelii Gaudium, da lui riproposta ai cardinali, una vera guida (fin dall’inizio inascoltata almeno in parte) per la Chiesa nel mondo globale. Leone XIV sta introducendo la Chiesa in un mondo globale scomposto e a rischio di scontro, con radicali cambiamenti nel panorama umano. In tale processo, la Chiesa è “sola”, senza alleanze politiche (come era la proposta “irrituale” che la Santa Sede entrasse nel Board of Peace di Trump o altre), ma cordialmente aperta all’incontro con tutti, capace di attirare l’interesse con posizioni che stridono con il mainstream dei nostri giorni. È anche più sola rispetto alle altre Chiese cristiane, non perché manchi volontà ecumenica, ma per le difficoltà del mondo ortodosso causate da guerra e divisioni e anche di quello protestante (si vedano le questioni tra anglicani). Il cattolicesimo si misura con diversità e polarizzazioni. Leone le affronta con serenità ma, fin dal suo motto agostiniano (“nell’unico Cristo siamo uno”), rivela come la cura per l’unità di una grande e composita Chiesa accompagni sempre il suo agire. E l’unità si fa nell’ascolto di tutti e nell’indicare obbiettivi che aiutino a superare le contrapposizioni interne, in fondo autoreferenziali. Dodici anni da priore generale di un ordine di tremila frati in cinquanta Paesi e di una vasta famiglia agostiniana, otto da vescovo di una non facile diocesi peruviana, l’hanno forgiato nell’arte pastorale che compendia unità e diversità. Nella crisi delle organizzazioni e delle visioni globali, assediate da nazionalismi o da protagonismi unilaterali, la Chiesa cattolica, malgrado i suoi problemi, si presenta con un’originalità marcata: un messaggio diretto alla “persona” e, d’altra parte, una visione universale imperniata sull’unità del genere umano (“siamo tutti sulla stessa barca”, disse Francesco durante il Covid). Perché i penultimi di oggi rischiano di essere gli ultimi di domani di Luca Mazza Avvenire, 26 febbraio 2026 L’Italia non sta facendo abbastanza per contrastare lo sviluppo diseguale raccontato dalle storie di tante persone: sono i senzatetto, i migranti e i lavoratori della gig economy. Ma per molte altre famiglie la soglia della povertà è vicina e farsi carico anche della loro situazione per la politica è un dovere. Quando parliamo dei diritti degli ultimi si corre sempre il rischio di usare un’espressione astratta. Ma gli ultimi sono persone in carne e ossa. Sono le famiglie che scivolano nella povertà senza più riuscire a rialzarsi. Sono i senzatetto che abitano gli angoli invisibili delle nostre città. Sono i migranti spesso ghettizzati anziché considerati risorse da integrare nella comunità. Sono i lavoratori fragili della gig economy che consegnano cibo sotto la pioggia senza sapere se pedaleranno abbastanza per permettersi qualcosa da mangiare e un alloggio per dormire. Chi dà voce ai diritti degli ultimi? Spesso lo fanno associazioni, volontari, sindacati, la buona stampa che sceglie di dare spazio a chi resta ai confini della società. A volte interviene la magistratura, quando emergono forme di sfruttamento o irregolarità. È stato il caso dell’inchiesta della Procura di Milano su Glovo, per esempio, accusata di aver creato un sistema che fa leva “sullo stato di bisogno dei lavoratori”, lasciandoli senza tutele adeguate. Detto con un’unica parola: caporalato. Ma la verità è che la voce degli ultimi raramente nasce da loro stessi, perché la marginalità sottrae tempo, energie, strumenti per farsi sentire. Chi lotta per sopravvivere difficilmente riesce anche a organizzarsi per rivendicare i suoi diritti. La loro rappresentanza viene affidata alla sensibilità altrui, esposta dunque al rischio di essere dimenticata. Stiamo facendo abbastanza per contrastare uno sviluppo diseguale del nostro Paese? Se guardiamo ai numeri della povertà, alla crescita delle persone senza dimora nelle grandi aree urbane, alla diffusione di lavori formalmente autonomi ma sostanzialmente privi di protezioni, la risposta non può essere rassicurante. Anche perché, come segnala l’ultimo report dell’Alleanza contro la povertà, oltre alla povertà conclamata sta crescendo sempre di più un’area grigia di famiglie e lavoratori che stanno appena sopra la soglia critica, ma vivono in equilibrio precario tra stipendi bassi, costi dell’abitare in aumento e spese sanitarie rinviate. Persone formalmente integrate, che non sempre rientrano nelle statistiche ufficiali, ma a serio rischio di scivolare rapidamente verso il basso. Ciò accade perché manca una visione strutturale capace di prevenire l’arretramento e di rafforzare le reti di protezione prima che le persone cadano. Una società avanzata non si definisce tale solo per la ricchezza dei più fortunati o la velocità dei più competitivi, ma anche per la capacità di tutelare i membri più vulnerabili. Oggi quel che è necessario fare è rovesciare la prospettiva per contrastare uno squilibrio crescente. Altrimenti, una democrazia che tollera sacche permanenti di esclusione corre il rischio di sfaldarsi fino a dis-integrarsi. La questione è anche culturale. Si fa fatica a combattere l’inquietante idea che gli ultimi siano una categoria a parte, distante, “altra” da noi non poveri. Eppure, i penultimi di oggi rischiano di fare presto compagnia agli ultimi di domani. Così come i terzultimi, a loro volta, corrono il pericolo di arretrare. Basta un contratto non rinnovato, un aumento dell’affitto, una crisi aziendale che si aggrava: è un attimo scendere di qualche gradino in questa scala discendente. Ascoltare la voce di coloro che vivono in prima persona queste condizioni di disagio (e accendere un faro sulle loro vite al limite) può aiutare a dare un volto a forme di povertà che altrimenti rischiano di rimanere invisibili a chi non è costretto a conviverci. In occasione del censimento di Istat e fio.PSD sulle persone senza dimora, nei giorni scorsi su Avvenire abbiamo raccontato le storie di Ulisse e Omar, due senzatetto che vivono per strada a Milano evitando dormitori per paura, rumore o mancanza di documenti per l’accesso. Così come sulla scia dell’inchiesta su Glovo abbiamo raccolto la testimonianza di Ashfaq, cittadino pakistano di 52 anni e da tempo rider a Bologna, che denuncia un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro a causa di una nuova app che ha reso meno trasparenti orari e guadagni. Le voci di Ulisse, Omar e Ashfaq sono quelle grida “tante volte soffocate dal mito del benessere e del progresso, che dimentica molti e lascia al loro destino chi resta ai margini”, come ha detto Papa Leone XIV a novembre in occasione del Giubileo dei poveri. È chiaro che raccontare storie non basta per risolvere situazioni complesse, ma almeno può aiutare a capire che la povertà non è un concetto astratto. Ulisse, Omar e Ashfaq esistono davvero e la loro sopravvivenza ci riguarda tutti. Migranti. Imprigionato e assolto: invece di risarcirlo lo deportano in Albania di Angela Nocioni L’Unità, 26 febbraio 2026 Accusato di essere uno scafista. Imprigionato per 28 mesi ingiustamente. Poi invece di liberarlo e risarcirlo lo mandano nel Centro in Albania. È questa la nuova linea del governo sull’immigrazione? Servono a ingabbiare persone che non potrebbero essere imprigionate in Italia le gabbie fatte costruire dal governo Meloni in Albania. Hanno creato problemi d’immagine alla presidente del Consiglio soltanto per quanto costano e per quanto inutilizzabili fossero quelle oscene celle che oggi la destra esibisce come un trionfo perché sono finalmente piene. Eppure servono all’Italia a compiere soprusi su persone indifese, a intimidire i prigionieri, a consumare meschine vendette contro quelli che non tacciono. Per esempio contro Huseyin Durali, cittadino turco, tenuto ingiustamente 28 mesi incarcerato in Calabria con l’accusa infondata di essere uno scafista senza nemmeno esser stato additato come tale da nessun migrante sbarcato. Assolto per non aver commesso il fatto. Appena scarcerato rinchiuso nel centro per il rimpatrio di Caltanissetta e da lì deportato in Albania appena ha osato chiedere: ridatemi la mia roba, mi avete distrutto la barca, ridatemi i miei soldi e il mio passaporto, ridatemeli e poi io torno in Turchia, ma prima ridatemeli. Impacchettato e spedito in Albania. Ecco la sua storia. Alle 23.45 del 30 settembre 2023 una moto vedetta della Guardia di Finanza individua una barchetta alla fonda nei pressi del comune di Brancaleone in provincia di Reggio Calabria. È vicina alla costa. Gli agenti della Gdf vedono che la barca ha motore in avaria. A bordo ci sono due turchi, zio e nipote, Huseyin Durali nato il 23 marzo del 1971 e suo nipote Omer Faouk Durali nato il 2 ottobre del 1998. Arrestati. Barca sequestrata. Verso le 2 della stessa notte dopo una segnalazione dei carabinieri altri agenti della Guardia di finanza trovano 63 migranti sulla spiaggia di Bianco, un tratto di costa più a nord rispetto a dove è stata trovata la barchetta. Tra gli sbarcati la Guardia di finanza trova due “dichiaranti spontanei”, due migranti disposti a rilasciare dichiarazioni su chi governasse l’imbarcazione durante la traversata. Sono moglie e marito. Raccontano di aver fatto il viaggio su una barca a vela di circa 12 metri con tre cabine e uno spazio comune centrale. Gli viene mostrata una foto di una barca bianca e blu come quella dei due Durali che però è di 7,44, metri, ha un’unica cabina e 63 persone dentro non ce le metti nemmeno una sull’altra, tantomeno riesci ad attraversarci il mare fino in Calabria. Gli agenti della Gdf mostrano ai due dichiaranti soltanto 7 fotografie, sui 63 migranti sbarcati sulla spiaggia. Cinque dei fotografati hanno un numero nella foto. Gli unici due che non ce l’hanno sono lo zio e nipote turchi dell’altra barchetta. Un invio a riconoscere in loro due i capitani? Chissà. Comunque i due non riconoscono in nessuno dei 7 mostrati nelle foto i capitani della imbarcazione su cui hanno viaggiato. Nella dichiarazione la signora dice di ricordare che uno dei due che governava la barca aveva la barba rossa, arancione scuro e che erano entrambi muscolosi. Così Liberati descrive i due cittadini turchi accusati: “entrambi con barba nera, nessuno dei due è muscoloso: il nipote è cicciotto e lo zio è pelle e ossa”. Inizia il processo al tribunale di Locri contro i due turchi, nonostante nessun migrante li abbia indicati come scafisti e non ci siano prove contro di loro vengono entrambi rinviati a giudizio. La difesa, l’avvocato Giancarlo Liberati, chiede una perizia sulla barca. Aveva motori rotti. Gli agenti della Gdf che l’hanno portata a terra hanno detto che si son dovuti fermare perché la barca a vela imbarcava acqua (ed era vuota). Liberati va a cercare la barca e la fotografa per chiedere a un ingegnere navale una perizia. Chiede poi formalmente al Tribunale che venga nominato un perito per stabilire se quella barca era in grado di fare una traversata con più di 60 persone a bordo. Appena partita la richiesta, però, l’Agenzia delle dogane, a cui era stata assegnata l’imbarcazione, la demolisce. Barca sparita, ciao perizia. I due rimangono in cella ad aspettare un giudizio per 28 mesi. L’11 febbraio 2026 il pm chiede 6 anni di reclusione e il tribunale di Locri li assolve entrambi per non aver commesso il fatto. Vengono scarcerati. Non riescono a vedere neanche il difensore, non possono respirare un secondo da liberi l’aria fuori dal cancello del carcere perché la polizia dell’ufficio immigrazione li sta aspettando fuori per rinchiuderli di nuovo. “Succede sempre più spesso così - racconta l’avvocato Liberati - appena vengono scarcerati gli stranieri, per fine pena o perché assolti, la polizia li preleva direttamente dal carcere e li porta in un Cpr per il rimpatrio senza dargli il tempo di far nulla, neanche di parlare con un avvocato”. Il ragazzo, Feruk, viene subito imbarcato per la Turchia. Lo zio, Hisseiyn, viene portato nel Cpr di Caltanissetta. La convalida viene firmata dal giudice di pace Giulio Castellino. Nel frattempo il difensore scrive al questore di Reggio Calabria, al questore di Caltanissetta e al consolato turco a Roma avvisando che si sta commettendo un abuso contro un cittadino turco, appena liberato dopo 28 mesi di carcerazione preventiva perché assolto con formula piena. Lui non vuole nemmeno fermarsi in italia, spiega Liberati, si ferma per riavere telefono, passaporto e soldi, perché già la barca non ce l’ha più, teme che se ne va non rivede né i soldi né il passaporto. Racconta l’avvocato Liberati: “Il 18 invio la Pec e il 20 lo mandano al campo di Gjader in Albania”. Nel documento firmato dal giudice di pace Castellino, che asseconda la richiesta della questura di rinchiudere il turco appena assolto nel Cpr, sono trascritte a penna le dichiarazioni di lui: “Voglio rimanere in italia per ritirare la mia roba e poi tornare in Turchia”. Si legge poi: “Il difensore si oppone alla richiesta della convalida per il superamento dei termine delle 48 ore dalla scarcerazione in quanto scarcerato l’11 febbraio 2026 e il trattenimento scadeva il 15 febbraio 2026. Non si rinviene la pericolosità sociale in quanto lo straniero è stato assolto e non vi sono a suo carico pendenze penali ed è munito di documento per il quale è richiesta la consegna. Lo straniero non ha mai fatto richiesta di asilo politico. La questura insiste nella richiesta di convalida evidenziando che il trattenimento è stato notificato il 12 febbraio 2026 alle 12,45 in quanto delle restanti doglianze vanno proposte dinanzi al giudice di pace di Reggio Calabria” (non si capisce cosa c’entri il giudice di pace di Reggio, mai investito della questione). Un dettaglio. Se il cittadino turco appena assolto viene scarcerato, dopo 28 mesi di ingiusta detenzione, l’11 febbraio, dall’11 alle 15 (orario della scarcerazione) fino al 12 alle 12,45 è stato sequestrato? In carcere non c’era: a che titolo era privato della libertà? Sulla base di quale atto? Pena di morte ai palestinesi, tempi più rapidi per la legge di Eliana Riva Il Manifesto, 26 febbraio 2026 Netanyahu e il ministro suprematista Ben Gvir verso l’approvazione definitiva della legge sulla pena di morte in Israele per i palestinesi della Cisgiordania occupata. Un altro passo è stato compiuto verso l’approvazione definitiva della legge sulla pena di morte in Israele per i palestinesi della Cisgiordania occupata. Dopo alcune discussioni sul linguaggio utilizzato all’interno del progetto, il premier israeliano Netanyahu e il ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir avrebbero infatti raggiunto un’intesa. Con l’approvazione in prima lettura alla Knesset (il parlamento israeliano), la campagna del suprematista ebraico, padre della proposta, ha accelerato nonostante la valanga di emendamenti delle opposizioni e le perplessità della maggioranza. Quando la discussione all’interno del Gabinetto di sicurezza era ancora in corso, Ben Gvir ha dato ordine di preparare un’apposita struttura e di addestrare i boia. Il Canale 13 israeliano ha informato dell’istituzione di una sorta di “Miglio verde”, il percorso che negli Stati uniti separa la cella dei condannati dalla camera dell’esecuzione. Lo chiamano “il miglio israeliano” e Ben Gvir lo immagina già affollato dai membri di Hamas accusati di aver preso parte agli attacchi del 7 ottobre 2023 in Israele. Dopodiché toccherà ai palestinesi della Cisgiordania accusati di crimini “nazionalistici”. I boia saranno scelti su base volontaria, previa perizia, e seguiranno una formazione specialistica per affrontare le questioni pratiche delle esecuzioni, ma anche gli eventuali risvolti psicologici. Lo stato non farà mancare loro un sostegno e, per evitare che la responsabilità dell’omicidio venga percepita come individuale, saranno tre le persone coinvolte nelle operazioni. Una delegazione del servizio carcerario israeliano è attesa in un Paese dell’Asia orientale per studiare le procedure dei sistemi di pena capitale in uso. Nonostante si parli dell’impiccagione, il ministro Ben Gvir continua ad affermare pubblicamente che verranno utilizzate diverse modalità di esecuzione. Il leader di estrema destra sfrutta edifici statali e mezzi della polizia come set per i video di promozione della pena capitale. Già a settembre 2024 il giudice capo del Comitato elettorale centrale gli ordinò di eliminare alcuni filmati pubblicati sui suoi social. Secondo la diffida, Ben Gvir stava adoperando risorse pubbliche per obiettivi politici privati. Ma il leader di “Potere ebraico” non ha risposto alle accuse e a quei video, mai rimossi, se ne sono aggiunti molti altri. L’11 febbraio, ad esempio, si è lasciato riprendere a bordo di una motovedetta della polizia che navigava nel Mar Rosso verso Eilat. Anche quella è stata l’occasione per fare pubblicità alla sua creatura più cara: “Possono darmi addosso, ma andremo avanti con la legge sulla pena di morte, impiccando, sparando o annegando”, ha dichiarato, indicando l’acqua del mare. Il progetto è stato approvato in prima lettura lo scorso novembre, con 39 voti favorevoli e 16 contrari. L’opposizione ha presentato un migliaio di emendamenti e la discussione, prima della seconda e della terza (e ultima) lettura parlamentare, si è trasferita al Comitato per la sicurezza nazionale della Knesset. Il sito di notizie Ynet News ha riportato che nonostante il Consiglio di sicurezza, lo Shin Bet e il ministro degli Esteri siano favorevoli alla nuova legge, tutti hanno sostenuto la richiesta di alcune modifiche presentata dall’ufficio del premier. I consulenti legali avrebbero infatti avvertito di possibili ostacoli costituzionali nella formulazione linguistica del disegno. Ma, alla fine, Ben Gvir e Netanyahu hanno raggiunto un accordo. Sarebbero cinque - su mille - gli emendamenti adottati dalla Commissione e, secondo il presidente Zvika Vogel, compagno di partito di Ben Gvir, avrebbero lo scopo di “ridurre le possibilità che la Corte suprema israeliana contesti la legge e la giudichi incostituzionale”. Il quotidiano Yediot Aharonot spiega che le modifiche riguardano “l’obbligatorietà” della pena di morte, che secondo la proposta di Ben Gvir non dovrebbe lasciare alcun margine di discrezionalità ai giudici né la possibilità di adottare procedure di eccezionalità. Secondo il compromesso accettato dal suprematista ebraico, la pena capitale verrà comunque definita “obbligatoria” per gli omicidi di “cittadini israeliani” per motivazioni definite “nazionalistiche”, ma i tribunali conserveranno un minimo grado di discrezionalità, mantenendo il diritto di esenzione in circostanze speciali. Un ulteriore aggiustamento consentirà di presentare ricorso e richiedere una pena ridotta. Il testo rivisto dovrà essere nuovamente discusso dalla commissione, ma le modifiche garantirebbero tempi più rapidi per la votazione finale: l’opposizione avrebbe ritirato circa 350 emendamenti. Nel frattempo, la pena di morte continua a essere applicata in Cisgiordania dai militari e dai coloni che uccidono sul posto i palestinesi, a Gaza e all’interno delle prigioni israeliane: dal 7 ottobre sono state documentate decine di morti causate da torture, privazioni e mancanza di cure. Dalla Siria all’Iraq di Shelly Kittleson Il Foglio, 26 febbraio 2026 Dove vengono trasferiti i prigionieri dell’isis dopo il ritiro delle Sdf. Il ruolo di Baghdad. Il trasferimento di migliaia di prigionieri, trasportati in aereo dalla Siria all’Iraq a partire dalla fine del mese scorso, è sembrato a molti segnare la fine di un’epoca in cui il sostegno statunitense alle Forze democratiche siriane (Sdf), guidate dai curdi, era giustificato soprattutto dal loro ruolo di principale baluardo contro una nuova insurrezione dello Stato islamico (Isis). La rapida perdita, da parte delle Sdf, della maggior parte dei territori che controllavano - territori che, va ricordato, sono a maggioranza araba - nei giorni immediatamente precedenti al trasferimento ha mostrato chiaramente che le Sdf non sarebbero state in grado di mantenere il controllo del territorio senza un supporto straniero costante e insostenibile. Il 13 febbraio scorso, il Comando Centrale dell’esercito americano ha annunciato di aver completato il trasferimento di circa 5.700 prigionieri dell’Isis in Iraq, dopo aver inizialmente stimato, a gennaio, che il numero sarebbe potuto arrivare fino a 7.000. Negli anni successivi alla caduta dell’ultimo territorio dell’Isis in Siria, nel 2019, ripetute richieste di informazioni dettagliate - o anche solo stime approssimative - sul numero dei detenuti nelle carceri gestite dalle Sdf sono rimaste senza risposta, sia da parte dei funzionari curdi sia da parte dei membri della coalizione internazionale. L’attendibilità della cifra di 9.000 prigionieri, ampiamente citata come quella ufficiale delle Sdf nel gennaio 2026, è stata messa in dubbio da diverse fonti locali. Nel 2023, la statunitense Rand Corporation aveva raccomandato, in un documento di indirizzo politico, di effettuare un censimento dei prigionieri detenuti dalle Sdf: “Ciò fornirebbe alle Sdf e alla coalizione anti Isis una migliore comprensione della popolazione carceraria e delle sue esigenze. Inoltre, una valutazione della sicurezza permetterebbe di comprendere meglio le minacce e di stabilire priorità per mitigarle”. Ma tutto questo sembra non sia stato fatto. Lo stesso documento osservava che “non esiste un processo giudiziario concordato per i prigionieri, né una procedura di giustizia minorile per i giovani detenuti. Anche la raccolta di prove per sostenere eventuali procedimenti è carente”, e che “tra i prigionieri figurano minori trattenuti in condizioni non conformi agli standard umanitari e di tutela dei bambini, il che potrebbe accrescere il rischio di radicalizzazione”. Nelle ultime settimane, funzionari iracheni hanno affermato che gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a coprire i costi della detenzione e del processo dei prigionieri - la maggior parte non sono cittadini iracheni. Un funzionario del ministero della Giustizia iracheno ha dichiarato il 17 febbraio che 150 minori sono stati accolti in Iraq e che per i loro casi verranno predisposte procedure e strutture separate. Negli ultimi giorni è circolato online un documento che indicava le presunte nazionalità e i numeri dei detenuti, ma il ministero della Giustizia iracheno ha smentito la sua attendibilità. Il 24 febbraio, l’emittente curda irachena Rudaw ha citato un funzionario del Centro nazionale per la cooperazione giudiziaria internazionale - collegato al Consiglio superiore della magistratura irachena - secondo cui sono già state raccolte le dichiarazioni di oltre 500 prigionieri dell’Isis, ma saranno necessari dai quattro ai sei mesi per completare il processo e le indagini pertinenti. Rudaw ha riferito che 460 dei prigionieri sono cittadini iracheni, mentre 23 provengono dall’Iran, incluse le aree curde del paese. Nel corso degli anni, diversi comandanti di medio livello dell’Isis sono risultati provenire dalla regione del Kurdistan iracheno, vicino al confine iraniano. Nel dicembre 2025, le forze di sicurezza del Kurdistan iracheno avevano arrestato un presunto “emiro” dell’Isis e un altro membro dell’organizzazione terroristica internazionale nella città curda di Halabja. L’operazione mirava a tre presunti membri dell’Isis, tutti appartenenti alla comunità curda locale. Il 23 febbraio, l’Iraq ha annunciato che la Turchia ha accettato di riprendersi i propri cittadini tra i detenuti trasferiti e ha esortato gli altri paesi a fare lo stesso. Il 17 febbraio, Human Rights Watch ha pubblicato una dichiarazione di condanna per il trasferimento dei prigionieri, avvertendo che questi rischiano di subire “sparizioni forzate, processi iniqui, torture, maltrattamenti e violazioni del diritto alla vita”. Baghdad ha dichiarato che i detenuti trasferiti saranno processati per terrorismo secondo il proprio sistema giudiziario, che prevede un ampio ricorso alla pena di morte.