I detenuti di Alta Sicurezza trasferiti da Padova: storie di rieducazione e di cambiamento. Che sono state improvvisamente cancellate. di Coordinamento carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 25 febbraio 2026 Ci arriva la notizia di 74 trasferimenti di detenuti di Alta Sicurezza, dal carcere di Parma. Anche lì sta accadendo quanto è successo a noi. Da oggi ogni giorno pubblicheremo una o più schede che riguardano le persone detenute di Alta Sicurezza improvvisamente trasferiti da Padova dopo anni di attività rieducative. Pietro Marinaro non ce l’ha fatta, e ha scelto di morire. Il dolore e lo smarrimento non ci lasciano, e iniziamo con lui, con la sua breve scheda, che ci commuove. Lui frequentava il laboratorio di cucito OCV Operatori Carcerari Volontari: Emmanuela e Giorgio che da anni gestivano il laboratorio, fanno fatica a riprendersi da questa drammatica cesura. Sono schede che parlano attraverso la loro voce, e le voci di Momart, di Ristretti, della biblioteca, di MatricolaZero/Laboratorio di Teatro, del laboratorio di lettura e scrittura…Ma siamo certi che in modo silenzioso si aggiungano le voci degli educatori e delle educatrici (non li chiamiamo qui FGP), degli agenti di Polizia Penitenziaria, dei dirigenti che in questi anni si sono avvicendati, dei magistrati di sorveglianza … che li hanno conosciuti e seguiti. Oggi iniziamo con Pietro e con Giovanni L. Pietro Marinaro OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di cucito Pietro Marinaro ha sempre partecipato attivamente da anni al laboratorio di cucito, nonostante un periodo di assenza per problemi di salute. Dopo aver superato le sue difficoltà, è stato coinvolto nella produzione di cuffiette da donare agli operatori sanitari dopo il COVID. Ha seguito scrupolosamente gli insegnamenti della sarta e ha contribuito alla creazione di articoli per il mercatino mensile dell’associazione OCV. Inoltre, ha partecipato alla realizzazione di piccole coperte donate ai bambini del carcere della Giudecca, affermando che il laboratorio era la sua motivazione per alzarsi al mattino. Giovanni L. Momart Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura Giovanni ha frequentato il laboratorio di pittura. Di origini siciliane, nei quadri riporta i colori della sua terra. I suoi lavori, che colpiscono subito per la particolare ricerca cromatica, riportano sempre profonde tematiche sociali come la guerra in Ucraina o la violenza sulle donne. In essi niente è casuale, ogni segno, ogni accostamento di colore ha un significato simbolico: è ricorrente il cigno, simbolo di fedeltà, o gli occhi, i propri o quelli degli altri, con cui guardare la vita. Era in attesa della realizzazione di una sua mostra personale in una galleria del Comune alla quale stavamo lavorando con impegno. Ristretti/ Granello di Senape Padova ODV La sua partecipazione all’attività del gruppo è stata particolare, ma appassionata. Particolare perché ha messo al servizio della redazione la sua capacità creativa, fornendo le sue creazioni artistiche, che sono state utilizzate per elaborare molte copertine di Ristretti Orizzonti. I risultati sono stati particolarmente significativi: copertine che hanno raccontato il carcere con un linguaggio diverso da quello che utilizziamo di solito, non la scrittura ma il disegno, la grafica. Matricola Zero Laboratorio di teatro Giovanni ha frequentato il corso dal primo anno di progettazione (2021) ed è rimasto fino alla fine. Si è sempre distinto per le sue doti pittoriche, suo mezzo di espressione principale. Per valorizzare questa sua dote molte delle locandine degli spettacoli sono state realizzate proprio da lui, inoltre spesso ha realizzato quadri ad hoc sui temi affrontati durante il laboratorio di anno in anno, che hanno arricchito gli spettacoli stessi diventando piccole mostre pittoriche a tema, esposte il giorno dello spettacolo. Oltre ad aver partecipato come attore, nell’ultimo anno, si è proposto come aiuto regia. Il suo impegno è sempre stato serio e partecipativo e ha sempre cercato di lavorare in armonia col gruppo. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e di Alta Sicurezza (sperimentazione relativa alla redazione). Giovanni ha partecipato dal 2021, nella sala Redazione, insieme a 15 ristretti comuni e non, al “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Il suo contributo si distingue per il contatto personale cercato sempre alla fine della lezione, con domande personali e sulla famiglia, contento di dialogare sulla sua attività pittorica. Erano i suoi racconti a olio su tela: paesaggi e vedute della sua terra (soprattutto Sicilia). Spesso affronta tematiche legate alla detenzione, con scene realistiche (i colloqui “reclusi” ecc.) o simboliche (volti sbarrati ecc.) che ha offerto per le copertine di Ristretti. La sua partecipazione è attiva ma con poche domande o richieste (“non ci porti sempre quello che dicono gli altri, ci porti quello che pensa lei”). Ama leggere a voce alta i testi (articoli o racconti) del laboratorio, alternandosi ai compagni. Suoi testi e disegni sul blog “urladalsilenzio”. Biblioteca d’istituto ‘Tommaso Campanella’, coop AltraCittà/Granello di Senape Padova ODV Giovanni non ha mai perso un turno di apertura della biblioteca, se non per motivi di salute. Pittore autodidatta, si definisce “consuma colore”, ha iniziato a parlare dei suoi quadri, di cui illustra il significato nei minimi particolari. Da questo è nata la consuetudine da parte di una volontaria di trascrivere le sue descrizioni che sarebbe sfociata nella trasformazione delle opere in “cartoline” con l’immagine e il suo commento. L’anno scorso ha partecipato ai gruppi di lettura, pur essendo di poche e pesate parole, partendo da una novella di Verga aveva raccontato una storia del suo paese; sollecitato dalle letture, spesso ritornava a descrivere i paesaggi e i personaggi della sua gioventù. Ultimamente aveva anche ritratto alcuni scorci della sua città, partendo da cartoline d’epoca, in bianco e nero, con solo qualche accenno di colore. Lo si chiamava il Bosch dei Due Palazzi per la frequente presenza nei suoi quadri di oggetti e forme altamente simbolici. Da sottolineare l’atteggiamento sempre umile e pacato, di una persona che pesa le parole; spesso si parlava di attualità, leggendo articoli da riviste. Riusciva a vedere uno spazio di speranza, in una estrema sintesi: è un vinto ma non rassegnato. Giustizia minorile, Antigone: “Con il decreto Caivano aumenta solo la criminalizzazione” di Alessia Candito La Repubblica, 25 febbraio 2026 Il nuovo rapporto dell’associazione, il primo dopo l’approvazione della nuova norma, mostra come l’allarme, alla base di provvedimenti sempre più restrittivi, sia ingiustificato. Non un aumento della criminalità minorile, ma un aumento della percezione che se ne ha, anche grazie alla criminalizzazione di comportamenti in precedenza gestiti con un approccio diverso. Dalla presunta “emergenza baby gang” ai cosiddetti “maranza”, il nuovo rapporto Antigone sulla giustizia minorile, il primo dopo l’approvazione del decreto Caivano, smonta - numeri alla mano - molti dei luoghi comuni su cui si basa il discorso pubblico sui minori. La paura come arma di distrazione di massa - “Per distrarre dai veri problemi, se ne creano di fittizi e si promette di risolverli con il pugno di ferro. Oggi il governo ha vinto: attorno ai più giovani si è creato un vero panico morale. La popolazione è talmente terrorizzata da adolescenti, baby gang, minori stranieri non accompagnati da denunciare qualsiasi loro comportamento, anche quelli dalla scarsissima o inesistente valenza penale”, attaccano Susanna Marietti, Sofia Antonelli e Rachele Stroppa nell’introduzione del rapporto. Aumentano le denunce, ma non gli ingressi nel sistema - Un dato è esemplificativo: nel 2024, ultima rilevazione disponibile, le segnalazioni di minorenni o giovani adulti sono cresciute di quasi il 17% rispetto all’anno precedente, tuttavia nel passaggio successivo - la segnalazione che dalla magistratura arriva ai servizi di giustizia minorile - l’aumento scende al 12%. E poi? Rispetto agli anni precedenti, solo il 2% in più dei minori fa effettivamente ingresso nel sistema della giustizia minorile. Una piramide rovesciata che ancora non può contare su dati disaggregati (ci possono essere più segnalazioni per la medesima persona) e consolidati (il 60 per cento dei minori detenuti è in attesa di sentenza definitiva), ma restituisce un quadro molto diverso da quello raccontato e usato per giustificare nuovi provvedimenti, non ultimo - sottolineano dall’associazione, il decreto sicurezza. Le ammissioni del ministero sul falso allarme baby gang - Del resto, ricorda Antigone, anche il ministero della Giustizia nella relazione presentata all’apertura dell’anno giudiziario 2026 ha finito per ammettere che “le osservazioni degli operatori non rilevano, negli ultimi anni, consistenti differenze relative ai reati commessi in gruppo. Tali agiti, definiti ‘devianti’ e attribuiti alle cosiddette ‘baby gang’, assumono in realtà forme e modalità espressive molto differenti fra loro, inerenti piuttosto a nuove forme di disagio di aggregazioni giovanili ‘fluide’ che non a veri e propri gruppi strutturati”. Aumenta il disagio materiale e psicologico - Ed è proprio il disagio, materiale e psicologico dei ragazzi, ad aumentare, mentre sulla giustizia minorile - ed in particolare su progetti di recupero - si taglia e si prevede di continuare a tagliare fino al 2027. Oggi 1,28 milioni di minori vivono in povertà assoluta, il 13,8%, mentre risulta raddoppiato l’uso di psicofarmaci in età pediatrica. Variabili che finiscono per rimanere sullo sfondo, mentre il sistema di giustizia minorile - spiegano - galoppa verso un modello carcerario che l’Italia non conosceva. E per questo, si ricorda, era considerata modello. Adesso invece gli istituti penali minorili presentano in nuce molte delle “patologie” presenti in quelli per adulti. La fotografia degli Ipm in numeri - Per la prima volta, i minorili risultano in sovraffollamento (147.9%) ma il 64,9%% dei 572 giovanissimi detenuti è in attesa di sentenza. Nella maggior parte dei casi a varcarne le porte sono 16-17enni, ma fra ci sono anche 44 ragazzi di 14/15 anni. I progetti di scolarizzazione, recupero e reinserimento, con differenze significative fra gli istituti ci sono, ma la coperta è corta, il budget della giustizia minorile è stato tagliato del 4,5% e destinato in larga parte alle strutture. Ad aumentare in modo sproporzionato sono l’uso di psicofarmaci (+110%), la violenza, come dimostrato dall’inchiesta sul Beccaria di Milano e i trasferimenti usati come strumento per “spostare” i problemi più che affrontarli. “I ragazzi, primi tra tutti gli stranieri che si suppone abbiano meno relazioni sui vari territori - sottolinea Antigone nel suo rapporto - vengono spostati come fossero oggetti inanimati da un carcere all’altro, senza tener conto del fatto che proprio chi ha relazioni più flebili dovrebbe essere aiutato a valorizzarle e preservarle”. I numeri della criminalità minorile - E allora, c’è davvero un’emergenza criminalità fra i ragazzi? I numeri sembrano suggerire di no. Il numero di omicidi è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni (27 nel 2022, 26 nel 2024) ed è inferiore a quello registrato ad esempio tra il 2015 e il 2017, quando se ne contavano in media 33. In generale, l’Italia ha un tasso di denunce per reati commessi da minorenni pari alla metà della media europea (363,4 su 100mila contro 647,9 su centomila). È vero che le segnalazioni sono in aumento (+26% tentato omicidio, +10% rapine, +6% furti, in media +16,7%), ma le prese in carico dei servizi sociali solo del 2,4%. “Aumento delle presenze dovuto a aumento criminalizzazione” - “È plasticamente evidente - spiega Simona Mariotti - come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili, e non solo, sia dovuta all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme. Tra il 2023, anno del decreto Caivano, e il 2024, la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti nelle carceri minorili è passata da 425,1 a 556,3, con un aumento del 30,9%. Tra il 2024 e il 2025, quando la presenza media giornaliera è stata pari a 587,8, l’aumento è stato pari al 7,4%, meno di un quarto del precedente”. Contro gli stranieri risposta repressiva ancora più dura - Secondo punto: c’è davvero un problema di criminalità connessa alla presenza di ragazzi stranieri in Italia? Anche in questo caso, da Antigone sono scettici. Piuttosto, spiegano, “la risposta punitiva nei loro confronti è più inflessibile e finiscono in galera anche per comportamenti che, se commessi da italiani, avrebbero comportato misure penali meno severe”. E i numeri lo spiegano. I detenuti stranieri sono circa il 42% delle presenze in Ipm, ma dentro ci finiscono per reati meno gravi: violenza sessuale e stalking (63% italiani; 37% stranieri), omicidio (86% italiani; 14% stranieri che in numeri reali significa 14 contro 2). Per quanto riguarda i reati contro il patrimonio, le percentuali invece si invertono (42,6% italiani). Negli Ipm i ragazzi stranieri condannati in via definitiva costituiscono il 34,15%, salgono sino al 51,44 % di tutti coloro che sono invece in attesa del primo giudizio. “Più vulnerabili ma giudicati ancor più severamente” - “Ciò significa che nei loro confronti si usa e abusa della custodia cautelare. Nei loro confronti - spiega Patrizio Gonella - c’è più rigore giudiziario. Percentualmente sono maggiormente sottoposti a provvedimenti di custodia cautelare in carcere rispetto agli italiani, forse in considerazione della loro maggiore vulnerabilità esterna. Raramente essi dispongono di una rete familiare e sociale che può aiutarli ad evitare la carcerazione e a ottenere misure non custodiali. I servizi sociali territoriali sono meno disponibili nei loro confronti”. In molti casi, per altro, si tratta di minori stranieri non accompagnati, per i quali negli ultimi anni c’è stato un taglio verticale in termini di accoglienza e assistenza. Risultato: per undicimila ragazzini non c’è posto. Il sistema, secondo Antigone, sconta anche il peso difficoltà aggiuntive legate alla stretta su accoglienza e integrazione. “La legislazione sull’immigrazione che non facilita la regolarizzazione rende tutto molto complesso e inutilmente vessatorio”. “No a derive securitarie, tuteliamo i minori per la sicurezza di tutti” - Un quadro che per Antigone andrebbe affrontato “senza cedere a tentazioni securitarie approssimate, inutili (per la sicurezza collettiva) e ingiuste per i ragazzi e le loro famiglie”. Un principio generale, che per l’associazione dovrebbe essere faro nella complessa e determinante gestione del disagio giovanile, che sfoci o meno nel penale. “L’interesse superiore del minore, straniero o italiano - sottolineano - dovrebbe essere quello di essere trattato come un soggetto in evoluzione, aiutato e non solo considerato come fastidio da eliminare. Ne risulterebbe un vantaggio in termini di sicurezza collettiva, riduzione dei tassi di recidiva, risparmio economico, minori tasse per tutti”. Carceri sempre più affollate di minori, che in Italia delinquono la metà dei coetanei europei di Federica Olivo huffingtonpost.it, 25 febbraio 2026 Il Rapporto Antigone sulla giustizia minorile: aumentano alcuni reati (+25% di violenze sessuali), ma i dati restano più bassi di 30 anni fa. Calano le denunce in dieci anni. L’effetto del decreto Caivano sul sovraffollamento: a fine 2025 c’erano 572 ragazzi reclusi, nel 2023 erano 200 in meno. L’impennata degli psicofarmaci. I minorenni italiani delinquono la metà rispetto ai coetanei europei. Eppure da quando si è insediato il governo Meloni la presenza di giovanissimi nelle carceri a loro dedicate è aumentata. E l’incremento non è trascurabile, perché parliamo del 35% in più tra il 2022 e il 2025. Sono alcuni dei dati presentati dall’associazione Antigone nell’ottavo rapporto sulla giustizia minorile. Il governo ha fatto un gran numero di provvedimenti destinati ai giovanissimi. Tutti, o quasi, incentrati sulla repressione. Sul punire. Ma davvero i ragazzi italiani sono così pericolosi e a rischio degenerazione come ha voluto lasciar intendere più volte l’esecutivo? Dai dati sembrerebbe di no. Soprattutto se si fa il confronto con gli altri Paesi europei. I dati Eurostat sui minori denunciati raccontano una realtà molto diversa rispetto a quella che spesso il centrodestra dipinge: “I più aggiornati fanno riferimento al 2023” e “collocano l’Italia tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per centomila abitanti, di 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9”, si legge nel rapporto. Volendo restare alla sola Italia, basti pensare che le denunce a carico dei minori sono state in calo per trent’anni. E per quanto negli ultimi tempi si sia registrato un aumento, i numeri sono ben lontani da quelli degli anni 90. Nello specifico, si legge nel report di Antigone: “Negli anni 90 (le denunce, ndr) erano stabilmente oltre le 40.000 l’anno, addirittura 46.051 nel 1995. Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e come si vede questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30.000 segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19”. Qualcosa, ammette Antigone, è cambiato subito dopo la pandemia: “La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, ed anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023. Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a crescere. Cresce del 16,7% il totale delle segnalazioni”. In valore assoluto, nel 2024 le denunce sono state 38mila, circa 6mila in meno rispetto all’annus horribilis, il 1995. Guardando ai singoli reati, rispetto all’anno precedente si registra un aumento importante di violenze sessuali commesse dai minori (+25%). Crescono, sebbene in misura minore, anche furti e rapine. Diminuiscono i reati connessi alle sostanze stupefacenti. C’era stato qualche mese fa un allarme del Viminale, secondo il quale gli omicidi commessi dai minorenni sarebbero triplicati in un anno, tra il 2023 e il 2024. In realtà le statistiche, affinate successivamente, non registrano questa impennata: gli omicidi commessi dai minori sono stati 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024. “Assai meno - evidenzia Antigone - di quanto non fossero ad esempio tra il 2014 ed il 2017, quando erano in media 33 l’anno”. Drammatici i dati che riguardano i minori in carcere. La giustizia minorile, è opportuno ricordarlo in ogni occasione, era il fiore all’occhiello della giustizia italiana. Lo strumento del carcere per i giovanissimi era, almeno fino al 2023, sempre meno utilizzato. Si cercavano altre vie, che più che alla repressione puntavano alla rieducazione. L’inversione di tendenza è stata registrata con il decreto Caivano. Per la prima volta quell’anno gli istituti di pena per i minori sono diventati sovraffollati. Da allora il trend non si è arrestato: “A fine 2022 le carceri minorili ospitavano 381 persone, numero praticamente identico a quello relativo a subito prima della pandemia (382 al 31 dicembre 2019), la quale ha comportato una flessione dovuta alla situazione emergenziale. A fine 2024 i ragazzi detenuti erano 587 e a fine 2025 erano 572, con una crescita di circa il 35% rispetto al periodo pre-Caivano”. Da notare che gli strumenti diversi dal carcere, sebbene ridotti, continuano a dare buoni frutti: 4.799 minori nel 2024 hanno usufruito della messa alla prova. Si tratta di un percorso che accompagna i ragazzi che hanno commesso qualche reato verso nuove opportunità. L’85,5% di questi procedimenti hanno avuto esito positivo. Proprio il sovraffollamento degli istituti per minori ha portato a una nuova realtà: alcuni giovanissimi sono stati portati in un carcere per adulti, sebbene in una sezione separata. È successo a Bologna, dove 52 giovani tra i 18 e i 21 anni - che per legge dovrebbero stare nello stesso circuito degli under 18 - erano stati portati alla Dozza. HuffPost lo aveva raccontato qui. “Si è oltrepassata una soglia simbolica, segnando uno spostamento significativo rispetto ai principi che hanno storicamente distinto la giustizia minorile dal sistema penitenziario ordinario”, osserva Antigone, ripercorrendo quell’episodio. L’aumento dei minori nelle carceri avviene per le leggi del governo, come il decreto Caivano, ma va anche di pari passo con la modifica delle politiche di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. Si tratta degli under 18 che arrivano in Italia attraversando il Mediterraneo, soli. Senza famiglia. Lo Stato se ne fa carico, ma negli ultimi anni il sistema di accoglienza è stato di molto depotenziato. E dove c’è abbandono il rischio delinquenza aumenta: “Durante le visite di Antigone agli istituti abbiamo infatti potuto verificare come la quasi totalità in particolare dei ragazzi provenienti dal Nord Africa sia costituita da minori stranieri non accompagnati Al 31 dicembre 2025, i minori e giovani adulti presenti negli Istituti penali per i minorenni italiani erano 572; di questi, 344 erano i ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni. I ragazzi e le ragazze di origine straniera erano 242. Tra costoro, ben 191 (pari a circa il 79%) provenivano dal Nord Africa, principalmente da Tunisia (74), Egitto (46) e Marocco (54)”, si legge nel rapporto. Più che pericolosi delinquenti, i minorenni sembrano bisognosi d’aiuto. Si rileva, infatti, un aumento di uso di psicofarmaci: “Secondo il Rapporto Nazionale per il 2024 dell’Agenzia italiana del farmaco l’uso di psicofarmaci nella popolazione pediatrica è sostanzialmente raddoppiato tra il 2016 ed il 2024. Si va da 31,49 confezioni ogni 1000 bambini nel 2020 a 59,3 confezioni ogni 1000 bambini nel 2024 (+88%)”, osserva Antigone. Un’impennata rilevante. Molto più rilevante dell’aumento dei cosiddetti baby criminali. Lo scontro sulle toghe fa male allo Stato di Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli La Stampa, 25 febbraio 2026 All’inizio del suo governo Giorgia Meloni aveva detto di non volere attriti con la magistratura. Ma il governo ha sempre vissuto con particolare sofferenza le sentenze che contestavano certi suoi atti e quindi i rapporti con i giudici sono poi sempre stati, in realtà, molto difficili. Da qualche tempo però la situazione è nettamente peggiorata. Ormai è un riflesso automatico e violento. Ogni volta che un giudice emette una sentenza che non le fa piacere la Presidente del Consiglio alza i toni contro quella decisione: “rimango allibita”, “sono senza parole”, “è una sentenza abnorme” e addirittura “surreale”; “i giudici sono di ostacolo all’azione dell’esecutivo” e “impediscono la lotta contro i trafficanti di essere umani”. Sono parole pesanti, talune forse ai limiti dell’oltraggio. La violenza di questo scontro è dovuta all’avvicinarsi del referendum costituzionale sulla riforma che stabilisce la separazione delle carriere fra giudici e pm. La posta in gioco ha assunto, soprattutto per il governo, una rilevanza politica che va ben al di là della questione giuridica. Si deve vincere a tutti i costi, dunque. Ma in una materia così squisitamente tecnica (e che proprio per questa elevata tecnicità- sia detto per inciso - non si presta ad un referendum popolare) è molto difficile spiegare alla maggior parte dei cittadini le ragioni del “sì” e del “no”. E allora il governo salta l’ostacolo. Esso cerca di indurre i cittadini a votare per il “sì”, e ad approvare in tal modo la riforma, destando in essi astio ed avversione nei confronti dei magistrati. Così la sua propaganda si fonda sempre, in sostanza, su considerazioni dirette a suscitare e a ravvivare questa ostilità: la separazione delle carriere impedirebbe la formazione di correnti che favoriscono la “politicizzazione” del Consiglio Superiore della Magistratura; i giudici, a differenza di tutti gli altri cittadini, non rispondono mai dei loro errori; il CSM è un organo (parole del Ministro della Giustizia) “paramafioso”. La tattica del governo per il referendum appare dunque quella di indurre gli elettori a votare non già razionalmente, in base a convinzioni seriamente maturate sul merito della riforma, ma - come sul dirsi- “di pancia”: i giudici si comportano male e quindi è giusto approvare una riforma che riduce i loro poteri e li punisce. Non si può sapere ovviamente se questa tattica elettorale del governo, basata sullo scontro e sull’ostilità verso i magistrati, darà un risultato oppure no. Può anche darsi che, giocando sulla non competenza di gran parte dei cittadini, abbia successo. Ma ci sembra di poter comunque dire che essa appare fuor di luogo e che non fa bene a nessuno. In primo luogo fa male ai cittadini perché insegna loro a non ragionare e a non riflettere con serietà su cose che pur sono molto importanti. Insegna loro, in particolare, che si può modificare la Costituzione in base a sentimenti viscerali e senza pensarci troppo, dimenticando la cura con cui i nostri Padri Costituenti ne hanno a lungo soppesato ogni parola. Ma abituarsi a decidere su questioni rilevanti senza un’adeguata riflessione incide negativamente sul senso morale ed è di ostacolo alla formazione di una retta coscienza civile. Poi fa male al governo, perché si tratta di una tattica scorretta: e la scorrettezza di un comportamento si riflette su chi la pone in essere. Un governo dovrebbe invece essere di esempio per i cittadini. Infine (ed è forse la cosa peggiore) fa male allo Stato perché delegittima i giudici e l’intera magistratura. Questa -inutile sottolinearlo - rappresenta non solo uno dei tre poteri dello Stato, ma il pilastro essenziale dell’intera convivenza civile. Delegittimare questo pilastro significa delegittimare l’intera struttura dello Stato e minare questa convivenza. La sfiducia verso la magistratura può facilmente diventare sfiducia verso tutte le pubbliche istituzioni. Il passo è breve. E chi non crede nello Stato difficilmente penserà di doverne rispettare le regole. Dl Sicurezza in “Gazzetta”: stretta su armi, baby gang e manifestazioni di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 25 febbraio 2026 È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2026, il decreto legge n. 23 del 2026 approvato dal Cdm lo scorso 5 febbraio. Dopo la bollinatura della Ragioneria, approda in Gazzetta Ufficiale (n. 45 del 24 febbraio 2026) il decreto legge 24 febbraio 2026, n. 23 (Dl Sicurezza) approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio. Il provvedimento è in vigore dal 25 febbraio 2026. L’articolato introduce una stretta sugli strumenti atti a offendere: diventa reato portare fuori casa, senza giustificato motivo, coltelli con lama superiore a 8 centimetri; vietati in modo assoluto i coltelli a scatto, a farfalla, a doppio taglio e quelli apribili con una sola mano o con lama pieghevole oltre i 5 centimetri. Il decreto rafforza anche i poteri di prevenzione nelle aree urbane, e introduce nuove disposizioni su manifestazioni pubbliche, sicurezza stradale e tutela delle forze dell’ordine. Poche le limature finali rispetto al testo uscito dal Consiglio dei ministri. La più rilevante estende anche al personale ferroviario le tutele accordate a quello scolastico, contro gli atti di violenza. L’ambito applicativo dell’articolo 583-quater c.p. - lesioni personali nei confronti di personale di pubblica o esercente una professione sanitaria o sociosanitaria - viene esteso oltre che al personale scolastico anche a chi svolge attività di prevenzione e accertamento delle infrazioni a bordo dei convogli ferroviari, con equiparazione piena al regime sanzionatorio aggravato. Medesima tutela anche “agli arbitri e agli altri soggetti che assicurano la regolarità tecnica delle manifestazioni sportive”. Il testo si compone di 4 Capi: Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica - Disposizioni urgenti in materia di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione e di funzionalità delle Forze di polizia e del Ministero dell’interno - Ulteriori disposizioni per la funzionalità del Ministero dell’interno, nonché misure in favore delle vittime del dovere, del terrorismo e della criminalità organizzata - Disposizioni urgenti in materia di immigrazione e di protezione internazionale; per un totale di 32 articoli. Armi e strumenti atti a offendere - L’articolo 1 del Dl 23/2026 introduce il reato di porto ingiustificato fuori dall’abitazione di strumenti con lama affilata o appuntita superiore a 8 cm (reclusione 6 mesi-3 anni). E il divieto per coltelli a doppio taglio, a scatto, apribili con una mano, “a farfalla” o camuffati. Prevista la confisca obbligatoria in caso di condanna. Le sanzioni amministrative accessorie consistono nella sospensione della patente e del porto d’armi fino a un anno. Se il fatto è commesso dai minori, per i genitori scatta una sanzione pecuniaria (200-1.000 euro). È vietata la vendita o cessione ai minori. Per i commercianti le sanzioni sono pesanti e arrivano alla revoca della licenza. Violenza giovanile - L’articolo 2 del Dl 23/2026 introduce un ampliamento dei reati per i quali è previsto l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni. Tra i reati spia figurano lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia se commessi con armi o strumenti vietati, in modo assoluto o senza giustificato motivo. Furti e rapine organizzate - Viene aggravata, articolo 3 del Dl 23/2026, la fattispecie di furto con destrezza, facendovi rientrare anche la sottrazione di mezzi di pagamento elettronici, dispositivi informatici e beni di rilevante valore. E introdotto il nuovo reato di rapina aggravata da gruppo organizzato (reclusione 10-25 anni; multa 6.000-9.000 euro), specie contro banche, poste, trasporto valori. Zone a vigilanza rafforzata e Daspo urbano - Via libera alla possibilità per il prefetto di istituire zone urbane a vigilanza rafforzata (fino a 6 mesi, rinnovabili), per assicurare migliori condizioni di sicurezza nei contesti più a rischio, come le c.d. “piazze di spaccio”, le zone dalla movida e comunque di particolare degrado. Sì all’allontanamento di soggetti denunciati negli ultimi 5 anni per reati contro persona/patrimonio o in materia di droga/armi; viene poi rafforzato il divieto di accesso (Daspo urbano) anche per reati commessi in manifestazioni pubbliche. E infine viene previsto l’arresto in flagranza differita per danneggiamenti in occasione di manifestazioni. Stupefacenti - L’articolo 5 del Dl 23/2026 prevede la confisca obbligatoria di veicoli e beni utilizzati per lo spaccio, salvo appartengano a terzi estranei. Sicurezza urbana e polizia locale - L’articolo 7 del Dl 23/2026 prevede il contestato “fermo di prevenzione”. “Gli ufficiali e gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto … o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni … sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e ivi trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia e comunque non oltre le dodici ore”. Tutela di docenti e personale ferroviario - L’articolo 11 del Dl 23/2026, come visto, prevede l’estensione dell’art. 583-quater c.p. alle lesioni contro dirigenti scolastici, docenti e personale ferroviario addetto ai controlli; previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Sicurezza stradale - Nuovo reato per fuga pericolosa all’alt con reclusione 6 mesi a 5 anni; sospensione della patente (1-2 anni) e confisca del veicolo. Possibilità anche di arresto differito. Indagini in presenza di cause di giustificazione - Altra misure che ha fatto molto discutere è la previsione per cui il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), procede all’annotazione preliminare, in un separato modello - da introdursi con apposito decreto del ministro della Giustizia (articolo 13) del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine. Netto il commento del viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: “Non è previsto alcuno ‘scudo penale’: si tratta di un filtro tecnico prima della formale iscrizione a modello 21, cioè sul registro degli indagati. Le indagini ci sono, comunque, tutte, ma si evita di sottoporre immediatamente una persona, specie se appartenente alle forze dell’ordine, al peso di un procedimento penale, quando potrebbero ricorrere condizioni che ne escludono la punibilità. Non si copre nessuno e non si crea alcuna corsia preferenziale”. Tutele per forze di polizia e armate - Estesa la tutela legale e i rimborsi spese anche nei casi di annotazione preliminare. Le operazioni sotto copertura vengono estese alla polizia penitenziaria per rivolte e reati gravi in carcere. Immigrazione - Per quanto concerne il capitolo immigrazione, viene previsto l’obbligo per lo straniero detenuto o internato, di cooperare ai fini dell’accertamento dell’identità; attualmente è previsto soltanto per lo straniero trattenuto nei CPR, ovvero per lo straniero richiedente asilo o rintracciato in posizione di irregolarità, ma non è previsto per lo straniero detenuto nelle carceri. L’articolo 29 - Disposizioni in materia di respingimento alla frontiera, espulsione e rimpatrio - prevede che l’ufficio di polizia di frontiera o il Questore, “cura le attività relative al trasferimento di persone rintracciate nelle zone di frontiera interna … e lo straniero è trasferito immediatamente”. Decreto Sicurezza: il fermo preventivo e lo scudo per le forze dell’ordine sono cambiati di Domenico Cirillo Il Manifesto, 25 febbraio 2026 Non è lo stesso Decreto Legge “Sicurezza” uscito dal Consiglio dei ministri quello che il presidente Mattarella ha firmato ieri sera, ben 19 giorni dopo la riunione del governo che lo aveva varato e annunciato. Almeno tre le modifiche sostanziali. La prima riguarda una delle misure più contestate, il fermo di polizia che originariamente era previsto, in occasioni di manifestazioni pubbliche e in aree aperte al pubblico, sulla base di semplici “circostanze di fatto” a giudizio delle forze dell’ordine. Adesso il fermo preventivo per evitare che presunti violenti partecipino alle manifestazioni, sempre di 12 ore al massimo, scatterà solo “in presenza di un attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”. L’attualità del pericolo dovrà essere valutata da un magistrato che, in assenza, ordinerà l’immediato rilascio. La seconda modifica importante riguarda il cosiddetto scudo per le forze dell’ordine, voluto dalla destra sull’onda dei fatti di Rogoredo. Anche questa misura appare ridimensionata - in parte - evidentemente anche a seguito delle indagini della procura di Milano che ha messo a fuoco le responsabilità dell’agente di polizia, arrestato con l’accusa di omicidio volontario. Si chiamerà “annotazione preliminare” l’atto con cui il pm procederà nel caso in cui il reato appaia commesso “in presenza di una causa di giustificazione” (ma in caso di incidente probatorio l’iscrizione sarà trasferita nel classico registro degli indagati). La novità dovrà essere tecnicamente affinata con un decreto del ministro della giustizia (nei prossimi 60 giorni). L’iscrizione su questo registro “preliminare” garantisce gli stessi diritti (tra i quali la nomina di un legale e l’accesso agli atti) di chi è iscritto nel registro degli indagati e potrà durare per un massimo di 150 giorni. Nel caso di iscrizione tra gli indagati in un secondo momento, i termini per le indagini preliminari decorrono dal momento della nuova annotazione. Infine una novità è stata introdotta anche per la vendita di coltelli: confermato il divieto di vendita ai minori ma nella nuova versione scompare la previsione che imponeva agli esercenti l’obbligo di registrare le vendite delle lame sopra determinate dimensioni. Decreto Sicurezza, poliziotti perplessi: “No ai privilegi, ma serve tutela legale” di Irene Famà La Stampa, 25 febbraio 2026 I sindacati degli agenti critici: “Non vogliamo lo scudo penale, violerebbe la Costituzione”. Su una cosa gli agenti di polizia sono certi: “Non vogliamo privilegi”. Lo “scudo penale”? Nemmeno a parlarne. “Non c’è, non potrebbe esserci perché violerebbe la Costituzione e non lo vorremmo perché ci separerebbe dalla società civile”. I sindacati degli agenti sanno bene cosa significa lavorare in strada, sanno i rischi che corrono. E, più o meno tutti, ribadiscono: “La nostra battaglia principale è per la tutela legale”. Questa la priorità: potersi permettere un valido avvocato e poter affrontare le varie tappe di un procedimento penale. Senza rimetterci in termini di denaro e avanzamento di carriera. Sul registro parallelo previsto dal decreto sicurezza, dove annotare chi agisce per legittima difesa o adempimento del dovere, i sindacati si spaccano. “Per noi non cambia nulla. Il problema non è l’iscrizione”, dice netto Felice Romano, segretario generale del Siulp. Mentre Giuseppe Tiani del Siap è più morbido: “Non vogliamo un trattamento diverso rispetto agli altri. Se in servizio, ad esempio, mi ritrovo ad estrarre o utilizzare l’arma, è legittimo che io venga indagato. La giustizia ha il dovere di fare gli accertamenti, chiediamo però le giuste tutele”. Un secondo registro alternativo, per Tiani, permette di “circostanziare meglio, e nell’immediato, le situazioni di legittima difesa e adempimento del dovere. Che venga scritto subito, come già consente l’ordinamento”. Trenta giorni, poi, per il magistrato per decidere se archiviare il caso o procedere nelle indagini. “Se gli accertamenti mostrano che la legittima difesa non c’è stata, il reato si può sempre riqualificare”. Plauso invece dall’Associazione funzionari di polizia che sottolinea: “Non esiste alcuna norma nel decreto sicurezza che sottragga gli appartenenti alle forze di polizia alla responsabilità penale”. E ancora: “L’annotazione preliminare sostituisce l’iscrizione solo quando è evidente una causa di giustificazione”. Dal Sap, Stefano Paoloni confida che sia un modo per ridurre i tempi. E porta l’esempio dell’agente di Guidonia che nel 2017, fuori servizio, nel sventare una rapina ha sparato a due ladri, ammazzando il primo e ferendo il secondo. “Ci sono voluti due anni perché il gip archiviasse”. Un riferimento poi al maresciallo Masini, che la notte tra il 31 dicembre 2024 e il 1° gennaio 2025 ha ucciso con un colpo di pistola un ventitreenne egiziano che, dopo aver aggredito dei passanti, si era scagliato contro di lui con un coltello. “Archiviato in dieci mesi e grazie a un filmato che ha ripreso la scena”. Nessuna compassione per il poliziotto killer di Rogoredo. “Con questo decreto - dicono - sarebbe stato indagato uguale. Ed è una fortuna. Gente così danneggia prima di tutto noi agenti onesti”. Le spese legali - Insomma c’è chi sul registro parallelo fa spallucce e chi lo considera una sorta di vittoria. La vera questione, però, è la tutela legale. L’agente, sostengono, deve poter affrontare le fasi processuali e pure quelle prima. “E solo per sederti davanti a un avvocato penalista ti servono mille euro”. Il decreto potenzia la tutela legale, ma, sottolineano dal Siulp, “non interviene sulla procedura amministrativa”. Ed è quella, dicono, più complessa da gestire. Perché è vero che è previsto un anticipo da diecimila euro l’anno per ogni grado di giudizio, “ma accedervi non è così semplice”. Dal Siulp avanzano un appello: “Le spese legali le anticipi l’amministrazione, che poi si può rivalere sull’agente in caso di condanna”. Dal Siap, le perplessità le sintetizzano così: “L’impalcatura del decreto è condivisibile, ma un conto è la previsione, un’altra la fruibilità. Noi lavoriamo per lo Stato, la nostra sicurezza sul lavoro è questa qui”. C’è poi un ulteriore aspetto a lasciare titubanti gli agenti e riguarda gli avanzamenti di carriera. Se si viene indagati, ogni avanzamento viene sospeso. Così non è, dal 2010, per i carabinieri e per le forze armate e “il decreto - spiegano - ha esteso anche alla guardia di finanza la possibilità di non sospendere queste procedure sino alla sentenza di primo grado”. Interviene il Sap: “In fase di discussione chiederemo che venga esteso anche a noi”. Infine un appello allo Stato: investire in maniera “seria ed inequivocabile nella formazione”. Dalla strada, gli agenti osservano una società che cambia, sempre più eterogenea. “Dobbiamo essere al passo con le trasformazioni sociali”. Il giudice Alfonso Sabella spiega perché le norme sulle borseggiatrici sono solo propaganda di Nello Trocchia Il Domani, 25 febbraio 2026 Le destre propongono al paese una riforma che non cambia di una virgola la giustizia. Ma quali sono i problemi veri? Domani inizia un viaggio, in diverse puntate, per raccontarvi attraverso chi amministra giustizia mancanze infrastrutturali, ritardi tecnologici e le schizofrenie del codice penale. “Grazie al nuovo decreto sicurezza approvato dal governo, chi commette furti e borseggi nelle metropolitane verrà finalmente perseguito con fermezza. Un passo fondamentale per tutelare i cittadini e garantire legalità e rispetto nei nostri spazi pubblici. Avanti tutta!”. Scriveva così Alessandra Locatelli, ministra leghista del governo di Giorgia Meloni. Ovviamente l’entusiasmo, la propaganda ha lasciato presto spazio alla realtà. Il giubilo con il quale salutava l’approvazione del provvedimento si è scontrato con la qualità pessima delle norme introdotte. “Vi ricordate il decreto sicurezza che ha introdotto la possibilità di mandare in carcere le borseggiatrici quando ancora allattano, anche quando hanno figli piccoli?”, si chiede Alfonso Sabella, giudice al tribunale di Roma, già cacciatore di latitanti negli anni novanta e poi assessore alla legalità. “Hanno scaricato sui giudici la responsabilità di mandarle in carcere, ma io non manderò mai i bambini in carcere tranne in casi di rara eccezionalità. Il problema non è solo questo, ma la stessa efficacia della norma. Per capirlo facciamo un esempio”, spiega Sabella. In metro una borseggiatrice viene arrestata in flagranza di reato e a quel punto in tribunale viene processata per direttissima. “Arrivano in aula e io dispongo i domiciliari o il divieto di dimora per evitare la reiterazione del reato, è tutto chiarissimo visto che ladra è stata trovata con la refurtiva. Finita? Neanche per sogno. Passa una settimana e l’avvocato della borseggiatrice arriva con un bonifico con il quale è stata pagato un risarcimento alla vittima che ha recuperato anche la borsetta”, continua Sabella. A quel punto il giudice deve disporre la scarcerazione o la revoca gli obblighi disposti, visto che la riforma Cartabia, non modificata dal legislatore, prevede la procedibilità per questo reato con querela di parte. Se la querela viene ritirata il procedimento si chiude, la borseggiatrice è di nuovo libera, con un’ulteriore beffa. “Il reato si estingue con la condotta riparatoria, questo caso farà anche statistica, finirà nell’elenco degli innocenti ingiustamente inquisiti, privati della libertà e poi prosciolti. La colpa è dei giudici cattivi e non di un legislatore che ha preferito la propaganda alla qualità delle norme”, racconta Sabella. Ma come si dovrebbe affrontare questo fenomeno? Bisogna partire da una questione che è chiaramente sociale. “Le borseggiatrici sono vittime, sono persone sfruttate, ragazze costrette a fare figli fino alla menopausa e a rubare contemporaneamente. Quando non possono più procreare hanno da scontare trenta anni di galera per tutte le condanne accumulate con sospensione della pena nella loro vita precedente. Forse bisognerebbe in altro modo piuttosto che unicamente con la repressione”, conclude Sabella. Ddl Stupri, la destra teme le piazze e prende tempo: altre audizioni di Luciana Cimino Il Manifesto, 25 febbraio 2026 Non c’è solo il referendum sulla giustizia e la questione dei dazi. Giorgia Meloni si è infilata in un altro labirinto, quello del ddl stupri e non è detto che la prima presidente del consiglio donna trovi un’uscita decorosa. L’iter del provvedimento, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, si allungherà ancora. La leghista Giulia Bongiorno, che presiede la commissione ed è anche relatrice del testo, ha paventato ieri la possibilità di ospitare ulteriori audizioni. Sarà l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama a verificarne oggi la possibilità. L’ipotesi farebbe comodo a tutti: al centrosinistra ma soprattutto al governo. Il testo adottato come base è diverso da quello approvato all’unanimità alla Camera, frutto di un accordo personale tra la premier e la segretaria del Pd Elly Schlein. Differente al punto da incentrarsi sul concetto di dissenso e non su quello del consenso libero della donna all’atto sessuale, come sancito dalla Convenzione di Istambul. Bongiorno lo ha sostanzialmente riscritto per andare incontro alla parte più retriva dei partiti di maggioranza, che non hanno mai digerito l’attenzione su questo tema e hanno paventando orde di accuse false per screditare gli uomini. Il ribaltamento di senso ha scatenato non solo la reazione delle opposizioni ma anche quelle di piazza, che il governo teme molto di più. Non è stata un caso la durezza con cui è stato gestito dalle forze dell’ordine il presidio del 27 gennaio scorso davanti al Senato. Altre manifestazioni si sono tenute da nord a sud domenica scorsa. Mentre decine di migliaia di persone sono attese a Roma, sabato prossimo, per il corteo nazionale “Senza consenso è stupro”, organizzato dal neonato comitato Consenso_Scelta_Libertà di cui fanno parte i centri antiviolenza, associazioni e reti femministe, sindacati e collettivi. “È una battaglia di civiltà e di democrazia - spiegano dal coordinamento - Il caso Epstein insegna che la cultura dello stupro va fermata insieme, con i nostri corpi, senza tentennamenti e senza ambiguità”. In Parlamento la battaglia è più difficile. “Noi ci opponiamo con determinazione ma non abbiamo i numeri - ragiona con il manifesto la senatrice del Pd Valeria Valente - tuttavia il clima nel paese su questo provvedimento è inequivocabile e Meloni questo lo avverte, non credo voglia passare come la donna che ha peggiorato la legge sugli stupri, per questo ora gli conviene fare melina con altre audizioni”. Nell’ultima, quella di ieri, l’avvocata dei centri antiviolenza Di.re, Elena Biaggioni, è stata netta: “Meglio nessuna legge che questo testo”. “L’interpretazione attuale dell’art. 609 bis del Codice penale è in linea con la Convenzione di Istanbul quindi o si traduce in legge, come ha detto la Cassazione, oppure meglio tenere quello che c’è perché qualsiasi modifica intacca quella interpretazione e ci fa tornare indietro”, ha spiegato l’avvocata al nostro giornale. Inoltre “rischia di aprire una fase di incertezza dal punto di vista giudiziario che non fa bene a nessuno perché si dovrà ricostruire un orientamento che invece già c’è e le donne sarebbero meno tutelate”. Biaggioni ha anche avvisato il Senato che la riformulazione di Bongiorno, non essendo in linea con la giurisprudenza della Corte Europea, potrebbe portare a una pioggia di ricorsi. La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha rinviato il parere sul testo ma il gruppo del Pd ha comunque anticipato il suo: “Il nuovo testo rende più difficile il riconoscimento della violenza sessuale, in particolare nei casi in cui la persona offesa si trovi in condizione di shock, paura, paralisi emotiva o incapacità di reagire, finendo per imporre alla donna l’onere di provare il proprio dissenso - si legge nel documento presentato da Valente e dagli altri dem - la nuova formulazione appare suscettibile di contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Istanbul” che è stata recepita dall’ordinamento italiano con conseguente rischio di incostituzionalità per il ddl. Un altro parere contrario è arrivato dal M5s con Alessandra Maiorino. In ogni caso l’arrivo in Aula è previsto per l’8 aprile, a urne già chiuse. Un sollievo per la premier che non voleva essere trascinata in un’altra campagna impopolare prima del referendum sulla separazione delle carriere. Il cerino in mano rimane a Bongiorno che ora deve trovare una via d’uscita onorevole dopo aver promesso udienze contingentate. Uccise un senzatetto, condannato a 12 anni Massimo Adriatici, ex assessore di Voghera di Davide Maniaci Corriere della Sera, 25 febbraio 2026 La procura aveva chiesto una condanna a 11 anni e 4 mesi, i suoi legali l’assoluzione invocando la legittima difesa. Con il rito abbreviato, ha usufruito dello sconto di un terzo della pena. Dodici anni di carcere per omicidio volontario. Si è pronunciato così il giudice Luigi Riganti del tribunale di Pavia nella sentenza di primo grado per Massimo Adriatici. Martedì mattina l’ex assessore leghista di Voghera, 51 anni, è stato condannato e potrà contare sullo sconto di pena di un terzo per aver scelto il rito abbreviato. La Procura della Repubblica chiedeva per lui 11 anni e 4 mesi di carcere per l’omicidio di Youns El Boussettaoui, la difesa l’assoluzione per legittima difesa. Questo è il secondo processo a suo carico: il primo, con l’imputazione di eccesso colposo di legittima difesa, è stato poi annullato per il cambio del capo d’imputazione. Adriatici dovrà versare 380 mila euro totali di risarcimenti: 90 mila ai genitori del 39enne marocchino ucciso il 20 luglio 2021 in piazza Meardi a Voghera e 50 mila per ogni fratello e sorella, quattro in totale, tutti costituitisi parte civile. “Siamo molto soddisfatti - commenta l’avvocato di parte civile Marco Romagnoli, che rappresenta la famiglia della vittima insieme alla collega Debora Piazza -. Questo procedimento è partito per noi estremamente in salita, con una prima accusa di estremo favore nei confronti dell’imputato di eccesso colposo di legittima difesa che era stata già ribaltata. Oggi questo giudizio che arriva a distanza di cinque anni dal momento in cui sono accaduti i fatti restituisce un primo grado di giustizia alla famiglia. Abbiamo sempre detto fin dall’inizio che questo era un omicidio volontario e che la condotta non lasciava spazio a dubbi interpretativi. È stata confermata la nostra impostazione: Massimo Adriatici ha ucciso volontariamente El Boussettaoui sparandogli un colpo di pistola al petto”. Sulla stessa lunghezza d’onda il commento della collega Debora Piazza: “Non esistono persone di serie A e di serie B, anche se viviamo in un momento storico molto complesso, in cui cercare la verità è sempre molto difficile”. “Avevano parlato di legittima difesa, qui come nel caso di Rogoredo”, ha aggiunto, riferendosi al caso dell’agente Cinturrino. “La sentenza di oggi ci ha detto che siamo tutte persone uguali davanti alla legge. Questo mi consente di credere nella giustizia”. Gioia e commozione per i famigliari di Younes. “Siamo felicissimi - ha commentato uscendo dal palazzo di giustizia Bahija El Boussettaoui, una delle sorelle di Younes -. Non mi aspettavo una sentenza di condanna superiore alla richiesta del pubblico ministero (il procuratore Fabio Napoleone aveva chiesto 11 anni e 4 mesi per l’ex assessore). Ma non saremo davvero contenti sino a che non vedremo Adriatici entrare in carcere con le manette. Il risarcimento? È un aspetto che in questo momento non ci interessa. Noi chiediamo solo che venga fatta giustizia per mio fratello”. Nella serata del 20 luglio 2021 in piazza Meardi, a Voghera, El Boussettaoui (con problemi psichici, in condizione di marginalità e senza fissa dimora) infastidiva i clienti seduti all’esterno del bar Ligure. Non era la prima volta che accadeva. Adriatici, che ricopriva la carica di assessore alla Sicurezza, soprannominato “lo Sceriffo”, avvocato ed ex poliziotto, si era recato nei pressi del bar con la sua Beretta modello 21 calibro 22 long rifle in tasca. Il proiettile a punta cava era già in canna: si è trattato, così sostiene la perizia, di un colpo “utilizzabile al poligono di tiro, ma non per difesa personale”. La Procura ha definito “una vera e propria ronda armata” questo “pedinamento” nei confronti del 39enne. Ossia, ha ricostruito come Adriatici fosse uscito di casa apposta per capire cosa stesse facendo El Boussettaoui. Tutto è accaduto in una manciata di secondi: i due sono entrati in contatto, Adriatici gli ha mostrato la pistola mentre stava parlando al telefono. Infine si sono scontrati. Prima El Boussettaoui gli ha sferrato un pugno a mano aperta, facendogli cadere gli occhiali. Poi l’assessore, sempre durante la colluttazione, mentre cadeva a terra e impugnava l’arma, ha sparato un solo colpo e lo ha colpito al petto. Il 39enne fu dichiarato morto alle 23,40, poco più di un’ora e mezza dopo “per choc emorragico acuto a causa della lacerazione della vena cava inferiore e dei vasi renali contigui”. La Procura, con il pm Roberto Valli, all’inizio aveva ipotizzato l’eccesso colposo di legittima difesa, e per questo reato Adriatici fu rinviato a giudizio con una richiesta di condanna di 3 anni e 6 mesi. Quel processo non si è mai concluso. La giudice Valentina Nevoso, nel novembre del 2024, ha infatti chiesto alla Procura di riqualificare il reato nel più grave omicidio volontario. Capo d’imputazione accolto, con le attenuanti generiche. “Adriatici - queste le ragioni - avrebbe potuto valutare meglio la situazione e sparare alle gambe, anche per il suo ruolo di ex poliziotto. L’arma era carica, la reazione della vittima prevedibile, l’atteggiamento dopo lo sparo comunque freddo mentre il 39enne marocchino era a terra ferito”. Così, nuovo processo, nuove perizie sull’arma e sui proiettili, nuove testimonianze, nuove requisitorie. L’imputato ha offerto un risarcimento di 220 mila euro alla famiglia del migrante. La madre e i fratelli hanno rifiutato. La vedova, invece, ha accettato il denaro insieme ai figli minorenni, revocando la propria costituzione in parte civile che invece rimane per gli altri parenti. Sardegna. Boss mafiosi nell’Isola: in Consiglio regionale non c’è unità di Roberto Murgia L’Unione Sarda, 25 febbraio 2026 Sì all’ordine del giorno del centrosinistra: sarà inviato alle Camere. Fdi e FI si astengono. Il Consiglio regionale non ha trovato l’auspicata unità per dire no all’arrivo di boss mafiosi nelle carceri sarde. L’ordine del giorno approvato è stato condiviso da parti dell’opposizione (Riformatori e Sardegna al Centro 20Venti) ma non da Forza Italia e Fratelli d’Italia. In particolare FdI ha criticato con forza l’impegno della presidente della Regione su questo fronte. Toni aspri alla vigilia dell’arrivo in Sardegna del leader M5S Giuseppe Conte e a due giorni dalla mobilitazione organizzata direttamente dalla governatrice per sabato in piazza Palazzo a Cagliari. “La presidente Todde sta utilizzando questo tema per distrarre l’opinione pubblica e lo sta utilizzando in modo strumentale”, ha detto il vicecapogruppo Fausto Piga, “la posizione di FdI è quella di non fare allarmismi. Le preoccupazioni dei cittadini sono legittime e vanno ascoltate, ma non possono essere usate per alimentare uno scontro politico. Credo ai cittadini preoccupati, ma non alle reali preoccupazioni della presidente Todde. Prima convoca una manifestazione in solitaria, poi parla di unità. Questo è solo propaganda. Il tema poteva essere affrontato insieme, con un percorso condiviso, non con la contrapposizione”. L’odg, primo firmatario Roberto Deriu del Pd, è comunque passato con 33 voti a favore. La novità è che, sulla base dell’articolo 51 dello Statuto, arriverà direttamente alle Camere. Tra le altre cose, chiede la modifica dell’articolo 41 bis della legge 354 del 1975 laddove individua aree insulari come collocazione preferenziale dei dei detenuti sottoposti a regime speciale, e sollecita il Parlamento a definire criteri omogenei di distribuzione territoriale dei detenuti”. Alessandra Todde, da parte sua, ha ancora una volta ricordato i numeri del problema: “In Italia i detenuti col regime 41bis sono circa 720 e 90 sono già nelle carceri sarde. Dovrebbero arrivare a 240 secondo il piano del governo. Ma questi per il governo sardo sono numeri non sostenibili anche perché non siamo in grado di assicurare le cure di questi carcerati con le risorse finanziarie della Regione”. Padova. La coop Giotto compie 40 anni: un modello di inclusione che ha fatto scuola nel mondo di Stefano Gabbiano lapiazzaweb.it, 25 febbraio 2026 Oltre 2.000 persone fragili inserite al lavoro dal 1986. Quarant’anni di lavoro, inclusione e riscatto sociale. La Giotto Cooperativa Sociale festeggia nel 2026 un traguardo importante, celebrando una storia iniziata nel 1986 a Padova dall’intuizione di un gruppo di giovani laureati in Agraria all’Università di Padova. Oggi quella realtà conta oltre 600 collaboratori e ha offerto opportunità di lavoro e crescita personale a più di 2.000 persone in condizioni di svantaggio. Detenuti, giovani con disabilità fisiche e psichiche, persone segnate da fragilità sociali: la cooperativa ha costruito negli anni un modello che mette al centro la persona e la dignità del lavoro, trasformando situazioni di marginalità in percorsi di autonomia. Un’esperienza nata in ambito cattolico ma capace di superare confini geografici e culturali, ispirando progetti in Brasile, Stati Uniti e Portogallo. Tra gli esempi più significativi, l’adozione del “modello Giotto” nella Cook County Jail di Chicago, grazie alla collaborazione tra lo sceriffo Tom Dart e l’imprenditore italo-americano Bruno Abate; in Brasile l’esperienza delle carceri APAC ha integrato elementi della cooperazione sociale italiana nelle politiche federali; in Portogallo è attiva una sinergia con l’associazione Vale de Acór di Lisbona per l’inserimento lavorativo di persone fragili. Il convegno al Bo: testimonianze e riflessioni - Le celebrazioni si apriranno il 26 febbraio 2026 alle 16.45 nell’Aula Magna di Palazzo del Bo con il convegno “40 anni di gratitudine”. Ad aprire e chiudere l’incontro saranno le lectio magistralis degli economisti Vera Negri Zamagni e Stefano Zamagni, voci autorevoli sul tema dell’economia civile e della cooperazione. Alla tavola rotonda interverranno, tra gli altri, il magistrato brasiliano Luiz Carlos Rezende, lo sceriffo di Chicago Tom Dart con Bruno Abate, Ornella Favero di Ristretti Orizzonti e padre Pedro Quintela di Vale de Acór. Prevista anche la partecipazione dell’ex ministro dell’Interno e della Giustizia Annamaria Cancellieri, della pedagogista Paola Milani e del professor Antonio Parbonetti. Momento particolarmente atteso sarà la testimonianza di Gemma Calabresi, vedova del commissario Luigi Calabresi, che dialogherà con Nicola Boscoletto ripercorrendo il suo cammino umano di dolore e perdono. Musica e inclusione al Pollini - Le celebrazioni proseguiranno l’8 aprile alle 20.30 all’Auditorium Cesare Pollini con il concerto “Note di libertà e speranza”. Protagoniste l’Orchestra di Padova e del Veneto e l’Orchestra del Mare della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, che utilizza strumenti costruiti con il legno delle imbarcazioni dei migranti recuperate nei porti italiani, coinvolgendo anche detenuti delle carceri di Milano-Opera e Napoli-Secondigliano. Un evento simbolico che riassume il senso di questi quarant’anni: trasformare ciò che è ferito o fragile in occasione di rinascita. Ascoli. Detenuto di 23 anni trovato morto nel carcere, disposta l’autopsia di Peppe Ercoli Il Resto del Carlino, 25 febbraio 2026 Un giovane di 23 anni, originario di Campobasso, è stato trovato senza vita questa mattina all’interno della sua cella nel carcere di Ascoli Piceno, dove si trovava detenuto. L’allarme è scattato durante il consueto giro di controllo mattutino della polizia penitenziaria: il ragazzo non ha risposto ai richiami degli agenti. A quel punto è intervenuto il preposto di reparto che, entrato nella cella situata al primo piano della sezione detenuti comuni, lo ha rinvenuto privo di sensi. Sono stati immediatamente allertati i sanitari interni alla struttura e il personale del 118, che ha tentato a lungo le manovre di rianimazione. Nonostante gli sforzi, per il giovane non c’è stato nulla da fare e il decesso è stato constatato per arresto cardiocircolatorio. Per chiarire con precisione le cause della morte sarà con ogni probabilità disposta l’autopsia. La cella del ragazzo era nell’ala dei detenuti comuni, di quello che in passato è stato un supercarcere. Pare che avesse avuto problemi legati alla tossicodipendenza. Ma sempre nello stesso istituto, a giugno dello scorso anno era rimasto coinvolto in una rissa, durante la quale era stato pure accoltellato. Un episodio che non sarebbe nemmeno rimasto isolato, perché da quello che era emerso allora, non si sarebbe trattato della prima aggressione nella quale era rimasto coinvolto. Il magistrato di turno della procura marchigiana ha già disposto l’autopsia sul corpo del 23enne, che ora si trova all’obitorio dell’ospedale Manzoni di Ascoli. Sull’accaduto è stato aperto un fascicolo, al momento contro ignoti. Palermo. Suicida in carcere, lo Stato condannato a risarcire la famiglia del giovane malato di Eleonora Martini Il Manifesto, 25 febbraio 2026 Il Tribunale di Palermo riconosce un risarcimento di 700 mila euro per la famiglia di Samuele Bua, detenuto tossicodipendente e schizofrenico di 28 anni che, dopo vari tentativi, si è tolto la vita nel 2018 in una cella di isolamento. Dopo le due condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo e gli high-level talks con il ministro Nordio pretesi dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa riguardo il problema mai risolto dell’alto numero di suicidi in carcere, della mancanza di accesso alle cure psichiatriche per i detenuti e della carenza strutturale di posti nelle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza destinate ai folli-rei, arriva un’altra sentenza contro lo Stato italiano. Il Tribunale civile di Palermo ha infatti riconosciuto un risarcimento di 700 mila euro alla famiglia di Samuele Bua, un giovane di 29 anni che nel 2018 si suicidò in una cella di isolamento del carcere Pagliarelli. Un gesto largamente annunciato, come hanno riconosciuto i giudici palermitani. Per il Tribunale, lo Stato italiano è colpevole di non aver sorvegliato abbastanza e di non aver evitato il suicidio di un giovane che doveva essere curato o che forse semplicemente non doveva restare in carcere. “Samuele era schizofrenico e tossicodipendente, in attesa di giudizio per maltrattamenti ai danni di sua madre e di sua sorella. Comportamenti non rari, in questi casi. Il giovane aveva tentato più volte il suicidio”, riferisce il Garante dei detenuti di Palermo, Pino Apprendi, ricordando gli ultimi giorni di Bua. “Durante i colloqui aveva manifestato alla madre l’intenzione di suicidarsi, prima con una lametta poi con del detersivo. E lei ogni volta era riuscita ad avvisare il personale e a salvarlo. Fu posto in isolamento dove fu trattenuto, anche perché il ragazzo si rifiutava di tornare nella sua cella dove diceva di aver ricevuto attenzioni sessuali da parte di altri detenuti. Lo trovarono impiccato con i lacci delle scarpe. Lacci che non avrebbe dovuto avere e che di solito non usava, secondo sua madre. Vennero indagati i due medici che pure avevano chiesto il trasferimento di Samuele in una Rems perché fosse curato. I medici vennero prosciolti e nessun altro venne indagato. In teoria avrebbe dovuto essere controllato a vista, non sappiamo cosa avvenne realmente però”. “In Sicilia - conclude Pino Apprendi, ex deputato dem e membro di Antigone - a fronte di migliaia di casi di detenuti con problemi di salute mentale esistono soltanto due Rems con un centinaio di posti”. È del 5 dicembre scorso, la lettera con cui il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano di comunicare entro il 30 settembre prossimo le nuove misure adottate per garantire la salute mentale dei detenuti e per ampliare la rete delle Rems. Da allora, nessun passo avanti. Roma. Alemanno e Falbo chiedono la grazia per Antonio Russo: “Ha quasi 88 anni, è malato” Il Dubbio, 25 febbraio 2026 Lettera a Mattarella a sostegno della domanda di clemenza: “Non è socialmente pericoloso, il Tribunale di Sorveglianza ha respinto le istanze, ora c’è il ricorso in Cassazione”. Un nome, un’età che pesa come un macigno e una richiesta rivolta direttamente al Quirinale. Gianni Alemanno e Fabio Falbo hanno scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per sostenere la domanda di grazia presentata da Antonio Russo, detenuto nel carcere di Rebibbia e prossimo, secondo quanto riportato nella lettera, a compiere 88 anni. Nella lettera, Alemanno e Falbo definiscono la vicenda “una grande vergogna” e descrivono Russo come un detenuto anziano, malato e non socialmente pericoloso, con una famiglia disponibile ad accoglierlo in detenzione domiciliare. La domanda centrale, nel testo, resta una sola: “Perché rimane in carcere?”. Secondo quanto scrivono, tutte le istanze al Tribunale di Sorveglianza sarebbero state respinte e ora si attenderebbe l’esito del ricorso in Cassazione. Ma, aggiungono, “il Presidente Mattarella può interrompere questo strazio accogliendo la domanda di grazia che Antonio Russo ha presentato oggi con il nostro sostegno morale e materiale”. “Non chiediamo la grazia per noi”: la linea contro l’idea di “privilegi” - Alemanno e Falbo chiariscono anche il perimetro dell’iniziativa: “Non chiediamo la grazia per noi, non vogliamo apparire come dei privilegiati che cercano di sfruttare la loro visibilità mediatica, la chiediamo per un uomo che più volte ha pensato di farla finita, ormai rassegnato a morire in carcere”. Nel testo viene richiamata la sentenza della Corte costituzionale 56/2021, indicata come base per sostenere che i condannati con più di settant’anni possano beneficiare della detenzione domiciliare quando non sussista un problema di pericolosità sociale. È la condizione che, secondo i firmatari, riguarderebbe Russo, che avrebbe già usufruito in passato degli arresti domiciliari e della libertà in attesa di giudizio. Uno dei punti più duri della lettera riguarda le condizioni sanitarie. Alemanno e Falbo scrivono che durante la detenzione lo stato di salute di Russo sarebbe “nettamente peggiorato”, con numerose patologie che “non possono essere curate in carcere”. Segnalano inoltre che molte visite mediche negli ospedali esterni sarebbero state cancellate “per la mancanza delle scorte”. La condanna e il contesto del fatto del 2018 - Nel testo si ricorda che Antonio Russo deve scontare l’ultimo periodo di una condanna definitiva a 12 anni di reclusione per un omicidio commesso nel 2018, descritto nella lettera come avvenuto “in una condizione di sostanziale legittima difesa”. La ricostruzione riportata sostiene che Russo avrebbe reagito a una “violenta aggressione” del figliastro tossicodipendente, che da tempo avrebbe terrorizzato lui e la famiglia per ottenere denaro per la droga. A rafforzare l’appello, i firmatari aggiungono che numerosi deputati e senatori, durante visite istituzionali a Rebibbia, avrebbero visto Russo e espresso sconcerto nel trovarsi davanti “una persona ormai prossima ai novant’anni ancora in cella”. Tra i nomi citati nella lettera c’è anche il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana. La conclusione è un appello diretto al Capo dello Stato: Alemanno e Falbo chiedono a Mattarella di esercitare il suo potere costituzionale di grazia per “porre fine a questa autentica vergogna del sistema penale italiano”. Nuoro. Lo spettro del 41 bis rievoca le stagioni di sangue a Badu e Carros di Tonio Pillonca L’Unione Sarda, 25 febbraio 2026 Negli anni Ottanta in carcere morirono mafiosi e terroristi. Oggi torna la paura. Badu e Carros carcere duro. Duro non solo per i detenuti che in quelle celle erano rinchiusi ma anche per una città che mal lo sopportava. In tempi in cui i sequestri di persona erano una costante e la criminalità era usa ad alzare il tiro, la prigione di massima sicurezza incombeva su Nuoro e su una Barbagia, invece, di massima insicurezza. Ci volle tanto tempo e parecchia dedizione della politica perché quel penitenziario tornasse nel perimetro della normalità. E adesso che vi aleggia nuovamente lo spettro del 41 bis, riaffiorano dai sepolcri della memoria gli spettri di un passato che non è stato mai dimenticato semplicemente perché non si può dimenticare. Nuoro non vuole più vivere il buio della ragione e stagioni infauste. Damnatio memoriae? Sarebbe opportuno, ma non si può. Oggettivamente. La massima sicurezza sembrava confinata nel passato quando il carcere nuorese parve tornare a una presunta normalità. Ma prima di una delicata transizione, che oggi si rivela illusoria, i pavimenti delle celle di quella galera furono lastricati di cadaveri. Mentre Badu e Carros ospitava terroristi e mafiosi, compresi colonnelli e reclute di cosa nostra, della camorra e della ndrangheta, in galera morivano di morte violenta personaggi eccellenti della criminalità organizzata, capace di contaminare la malavita sarda. Questo ha fatto sì che spesso si generassero violente tensioni al suo interno, nonché nuove alleanze. Tra le vittime delle faide consumate dentro il carcere ci furono Biagio Iaquinta, cosentino, e Francesco Zarrillo, di Caserta. Si scoprì che autori e ispiratori di quel delitto furono Pasquale Barra, noto come o’ Animale, il boia delle carceri, il genovese Cesare Chiti e Marco Medda, affiliato al clan nella Nco di Raffaele Cutolo. Un anno dopo il delitto che suscitò la più vasta eco mediatica. Il 17 agosto del 1981 cadde a Badu e Carros Francis Turatello, il boss della mala milanese. Sembrava una mattinata come tante. Invece fu l’anticamera dell’inferno. Turatello lasciò la cella per l’ora d’aria ma trovò ad attenderlo, nel cortile del penitenziario, quello che sembrava un plotone d’esecuzione. Armato non di fucili ma di coltelli. Tre, quattro, non si ricorda più quanti fendenti raggiunsero il boss che cessò di vivere in una pozza di sangue. A Nuoro morì anche Luciano Liggio, il capomafia di Corleone che a Badu e Carros visse i suoi ultimi giorni. Non fu morte violenta. Semplicemente il suo cuore cesso di battere: infarto del miocardio, recitava il referto del medico del carcere. Ora non tutti, comprensibilmente, sono disposti a seppellire ogni cosa con quelle salme. La città, la Barbagia e l’intera Isola si ribellano alla prospettiva che Badu e Carros torni a essere la Caienna sarda. Per di più lastricata di cadaveri. La ratio della rivolta è racchiusa in considerazioni banali ma per ciò stesso logiche. Un mafioso in galera significa un affiliato alla porta. Gli spifferi dal carcere - questo il fondato timore - porterebbero in città il vento maleodorante di una illegalità radicata e sanguinaria. Per rubricare il pericolo che deriva dalla reintroduzione del 41 bis nelle carceri sarde è esaustivo leggere un pensiero di Fulvia Murru, una delle menti più lucide del mondo sindacale sardo, di recente eletta segretaria generale della Uil nell’Isola. “La sicurezza - ha sottolineato una sua nota - è un valore costituzionale. È un pilastro dello Stato di diritto. Ma proprio per questo non può essere affrontata con decisioni sbilanciate o calate dall’alto, senza una valutazione seria dell’impatto sui territori. La Sardegna non può diventare la risposta automatica alle criticità del sistema penitenziario nazionale”. Dati nudi e crudi certificano la sostanza delle osservazioni di Fulvia Murru. “Al 31 dicembre 2025 - osserva la leader della Uil - negli istituti dell’isola risultano presenti 2.608 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare che si attesta poco sopra i 2.500. Il tasso di affollamento supera il 100%, con situazioni di particolare pressione negli istituti di Uta e Bancali. Nell’Isola si concentra inoltre una quota molto rilevante di detenuti in alta sicurezza: oltre 600, tra cui numerosi sottoposti al regime previsto dall’Articolo 41-bis. È un dato oggettivo: l’Isola svolge già una funzione nazionale nel sistema carcerario italiano. Una funzione che non abbiamo mai messo in discussione, ma che non può trasformarsi in una sproporzione permanente. Non si tratta di contestare la legalità o il contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta di equilibrio istituzionale”. Il richiamo ai valori costituzionali, oggi messi in discussione da un vento che soffia malauguratamente perfino dalle stanze di alcuni poteri dello Stato, è proprio l’elemento su cui si deve fondare la ribellione della Sardegna e dei sardi a un futuro che si teme possa trasformare l’Isola in un immenso penitenziario. E le coscienze più limpide sono pronte a muoversi come si mobilitarono ai tempi in cui fu fondato il timore di vedere il territorio disseminato di missili, oppure di scorie nucleari o ancora, per tornare a oggi, di pale eoliche. A proposito di missili, somigliò a una sentenza la dichiarazione rilasciata a quel tempo da Francesco Masala, fine intellettuale di Nughedu Santa Vittoria. Il governo - questo il senso delle sue parole - non sa dove mettersi i missili. In Sardegna noi di spazi non ne abbiamo. Quindi vedano un po’ loro dove metterseli”. Anche per quanto concerne mafiosi, o criminali di grosso calibro in genere, la Sardegna oggi è pronta a dare analoghi suggerimenti. Milano. Al carcere minorile Beccaria c’è un’impennata nel consumo di psicofarmaci di Massimiliano Melley milanotoday.it, 25 febbraio 2026 Più 110% dal 2020 al 2024, e se ne consuma di più che in altri penitenziari per minori. L’allarme dell’associazione Antigone. Allarme al carcere minorile Beccaria di Milano per l’impennata di consumo di psicofarmaci tra i detenuti. Lo segnala l’associazione Antigone, che si occupa di diritti nell’ambito del sistema penale e penitenziario, all’interno del rapporto sulla giustizia minorile in Italia. Secondo l’associazione, tra il 2020 e il 2024 l’utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine tra i detenuti del Beccaria è aumentato del 110%. I dati sono allarmanti anche in confronto con quelli di altri penitenziari minorili. Nel 2023, per esempio, al Beccaria questi farmaci sono stati utilizzati in misura 8,3 volte superiore rispetto a Bologna e 3,3 in più di Firenze, e la forbice è diminuita nel 2024 (4,8 in più di Bologna e 2,4 in più di Firenze) soltanto perché l’utilizzo è nettamente aumentato nelle altre due carceri. Fragilità psichica e violenza - “Il ritornello della fragilità psichica fa sembrare un luogo unito i corridoi di San Vittore e quelli del Beccaria, così come il rumore dei manganelli”, commenta l’associazione ricordando che il Beccaria è stato teatro di presunta violenza su almeno 33 giovani detenuti tra il 2021 e il 2024, episodi per i quali la procura di Milano ha sottoposto a indagine 51 persone tra agenti, comandanti, direttrici e medici. “Sovraffollamento, psicofarmaci e violenza costituiscono un brutto mix”, afferma Antigone. Ascoli. Oltre 50 detenuti in più: “Dai politici solo annunci” di Peppe Ercoli Il Resto del Carlino, 25 febbraio 2026 Struttura sovraffollata, anche se meno critica rispetto ad altri istituti. La denuncia dei sindacati: “Si lavora in condizioni disagiate, tra stress e ansia”. Il carcere di Ascoli ospita attualmente circa 160 detenuti a fronte di una capienza che non dovrebbe superare i 110. Per cui è evidente che è sovraffollato, anche se, paradossalmente, la situazione è meno critica rispetto ad altri istituti di pena italiani. La sicurezza è garantita da circa 100 agenti di polizia penitenziaria. Anche in questo caso il numero non è sufficiente in rapporto alla popolazione detenuta. I sindacati più volte hanno denunciato questa situazione, ma soprattutto che alle promesse dei politici che hanno affrontato il problema, non sono seguiti i fatti. “Dopo le promesse fatte dai signori politici prima e dopo le campagne elettorali, non si è visto niente. Noi continuiamo a stare a lavorare, con un numero alto di detenuti rispetto a quello di noi agenti di polizia penitenziaria” è la lamentela pressoché comune. Il 70% dei detenuti del carcere di Marino del Tronto sono stranieri e di questi il 50% sono detenuti con problemi psichiatrici, che non vengono trasferiti in una struttura idonea dove avrebbe anche migliori cure, oltre a non mettere in pericolo l’incolumità degli altri detenuti e degli agenti. Non sono quindi sottoposti ad adeguata terapia psichiatrica. “La situazione nella casa circondariale di Ascoli è veramente drammatica e nessuno fa niente, compresi il Dipartimento e il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria (Prap). Quindi noi lavoriamo in condizioni disagiate, in condizioni di stress, in condizioni di ansia, perché questi detenuti, essendo psichiatrici, possono aggredirci e farci del male. Questa è la situazione attuale del carcere” hanno ripetutamente denunciato i sindacati della Polizia penitenziaria, chiedendo a gran voce che fossero presi provvedimenti in favore del carcere di Ascoli. Attività lavorative vengono fatte fare ai detenuti, ma non basta. “Il rapporto fra carcere e territorio che lo circonda è fondamentale per il recupero di un detenuto” ha detto il cardinale Zuppi in occasione di una recente visita al carcere di Marino. “Ci sono carceri modello in Italia, ma lo sono diventate perché la società civile si è adoperata attraverso il volontariato e l’offerta di lavoro. Purtroppo, solo il 24% dei carcerati italiani è impegnato in attività lavorative. È troppo poco, come sono pochi gli educatori impegnati negli istituti di pena. Su questo - ha concluso monsignor Zuppi - dobbiamo fare tutti di più, in special modo i Ministeri di Giustizia e della Salute che devono comunicare fra loro di più e meglio”. Comacchio (Fe). San Vincenzo De Paoli, nelle scuole i laboratori di “ScegliAmo Bene” agensir.it, 25 febbraio 2026 A marzo inaugurazione della mostra “I volti della povertà in carcere”. Comacchio ospita una nuova tappa di “ScegliAmo Bene”, il progetto nazionale promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv, nato per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale attraverso un percorso innovativo e partecipativo. L’iniziativa rientra nel progetto cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna “I linguaggi della legalità”, con il patrocinio del Comune di Comacchio. Il primo appuntamento nelle giornate del 24 e del 25 febbraio con i laboratori rivolti agli studenti dell’Istituto d’istruzione superiore ‘Remo Brindisi’ di Comacchio Lido degli Estensi che saranno guidati dagli educatori della Cooperativa Girogirotondo. Il progetto nasce da un’esigenza educativa concreta: intercettare il senso di smarrimento che molti giovani vivono oggi, spesso immersi in modelli virtuali e riferimenti fragili, che possono generare isolamento, disagio e perdita di senso. “C’è bisogno di riferimenti reali e sani - afferma Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza - e di chi sappia parlare ai giovani usando il loro linguaggio. ‘ScegliAmo Bene’ offre un’occasione di confronto costruttivo e condiviso su un tema fondamentale per tutta la comunità: la legalità”. Il cuore del progetto è racchiuso nel titolo stesso: imparare a scegliere bene, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni individuali e collettive. I laboratori si svolgono in forma esperienziale: nello specifico gli studenti si avvarranno della metodologia Larp (Live Action Role-Playing), un approccio didattico che, attraverso la simulazione immersiva di diversi scenari, promuove lo sviluppo di competenze civiche, l’analisi critica di dilemmi etici e la consapevolezza sulle dinamiche di responsabilità individuale e collettiva. L’obiettivo non è solo informare, ma rendere i ragazzi protagonisti, rafforzando autostima, consapevolezza e partecipazione attiva alla vita della comunità. Un percorso che, all’Istituto ‘Remo Brindisi’, contribuirà ad approfondire la riflessione sul valore rieducativo della pena detentiva, attraverso la lettura di brani tratti da “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Per la dirigente scolastica, Pierlia Stimolo, “offrire ai nostri studenti occasioni di confronto autentico sui temi della legalità, della responsabilità e della dignità umana significa accompagnarli nella crescita e aiutarli a diventare persone e cittadini consapevoli, capaci di guardare oltre i pregiudizi e sentirsi parte attiva della comunità”. Il progetto culminerà il 17 marzo alle 10.30 presso la Manifattura dei Marinati con l’inaugurazione della mostra tratta dal volume “I volti della povertà in carcere”, EDB edizioni, con foto di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero. La mostra rappresenta un ulteriore momento di riflessione sui temi della marginalità, della dignità della persona e del reinserimento sociale. Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie di Renata Pepicelli napolimonitor.it, 25 febbraio 2026 In “Il pericolo di un’unica storia” (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro di Alaa Faraj, “Perché ero ragazzo” (Sellerio, 2025) fa esattamente questo: restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta. All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel film di Gianfranco Rosi Fuocoammare. La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente, insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale. Nelle pagine dal ritmo incalzante di “Perché ero ragazzo”, nonostante alcune imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del corpo e della parola. La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro” da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti. Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei. In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da Sellerio, “Storia della mia vita” (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini - che siano il carcere, la strada, la migrazione - non sono luoghi abitati da un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’”altro/a” sia un dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo, sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere di terra, nei centri di detenzione. La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e autore di “Non siete stati ancora sconfitti” (Hopefulmonster, 2021) e le mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza, testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia. Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj - sostenuta da una rete sempre più ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia - si intreccia idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna. Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che dietro ogni categoria - migrante, detenuto, straniero - c’è una persona. E può cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo, attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. I custodi della Costituzione siamo noi. L’alternativa è l’arbitrio del sovrano di Serena Sileoni La Stampa, 25 febbraio 2026 Il saggio di Marta Cartabia propone una collaborazione tra i poteri contro la polarizzazione. In questi giorni di “pessima e avvelenata campagna referendaria” - come l’ha definita l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera - un invito al superamento della conflittualità tra giustizia e politica può sembrare un controcanto fuori scala o una voce nel deserto. E invece è la proposta di “costituzionalismo collaborativo” che rilancia nel suo libro Custodi della democrazia (Egea) la professoressa Marta Cartabia, prima donna a ricoprire la carica di presidente della Corte costituzionale, oltre che ministro della Giustizia nel governo Draghi. Chi sono i custodi di cui parla il titolo? Il riferimento diretto è alle Corti costituzionali, organi nati in Europa nel secolo scorso per proteggere il metodo democratico da sé stesso. L’invenzione della giustizia costituzionale è oggi scontata, ma solo meno di un secolo fa è stata dirompente in un mondo che, per combattere l’arbitrio del sovrano, aveva trovato come rimedio l’arbitrio delle leggi. I dispotismi del XX secolo, in particolare quello nazista e fascista, si insediarono legalmente nelle pieghe di democrazie ancora acerbe proprio perché conoscevano soltanto in teoria l’”ingiustizia” delle leggi. Da quella lacuna nacquero anticorpi costituzionali e anche sovranazionali che avrebbero dovuto fare da argine al potere politico e ai suoi atti. I primi hanno funzionato a gran ritmo e hanno modellato le democrazie statali nate dalla fine della Seconda guerra mondiale e oltre. I secondi, dalle organizzazioni internazionali alle corti europee, hanno avuto storie e fortune diverse che riflettono i diversi presupposti e gradi di efficacia da un lato e ipocrisia dall’altro. Se i sistemi di giustizia costituzionale sono i referenti diretti del titolo del libro, leggendolo si ha tuttavia l’impressione che vi siano altri custodi a cui il libro si rivolge. Innanzitutto i cittadini, sempre più destinatari passivi e sfiduciati - come dimostrano i dati di astensione - di un conflitto teatralizzato tra volontà popolare e garanzie costituzionali. Anestetizzata dal modo in cui le idee politiche e i suoi protagonisti si raccontano e si drammatizzano, la maggior parte di noi comuni cittadini se ne allontana, in un circolo vizioso che toglie terreno alle più genuine dinamiche democratiche e libera ulteriore spazio all’irresponsabilità politica. Bordate e invettive contro i nemici politici, che non sono necessariamente gli altri partiti ma anche gli altri soggetti della democrazia, rischiano di diventare l’unico cerino rimasto per accendere l’attenzione dell’opinione pubblica. È un circuito comunicativo da cui è difficile uscire perché chi lo sollecita, dai leader di partito ai media e ai social, non ha nessun interesse a uscirne. Star dietro a un conflitto perennemente immediato può essere estenuante, ma sempre meno faticoso che alimentare, animare e seguire un confronto serio sul merito delle cose e non interamente appaltabile ai professionisti della comunicazione. Il libro di Cartabia si rivolge quindi a tutti, soprattutto ai più giovani e agli studenti, per raccontare e spiegare come e perché è nata la giustizia costituzionale negli stati democratici, come è organizzata e cosa fa in Italia, in cosa ha contribuito alla cultura del diritto e dei diritti, come si sta adeguando a una democrazia della comunicazione senza cadere nelle trappole della mediatizzazione. Ma soprattutto spiega, ché non è mai abbastanza, perché la democrazia è fatta di equilibri e non solo di voti e perché dovremmo tenerci caro questo sistema di contrappesi e di rispetto reciproco dei ruoli. C’è poi una terza categoria di custodi ai quali il libro vuole, tra le righe, rivolgersi. Sono i governanti, a cui, con tono e propositi pacati, viene suggerito un vero e proprio addio alle armi, una tregua a tempo indefinito da un conflitto spesso più apparente che reale, un recupero di una dimensione collaborativa del fare giuridico, e quindi politico, che prevenga le polarizzazioni, recuperi la stima dei cittadini, si animi con una discussione costruttiva e non con sterili contrapposizioni. La dimensione costituzionale sconta una certa dose di idealismo. Ma è un dato di fatto che c’è stato un momento in cui l’innovazione in questo campo, attraverso quella che viene definita la rigidità delle Costituzioni, ha plasmato sistemi politici diversi dal passato proprio perché li ha limitati nell’esercizio del potere. È stata una conquista storica rispetto alla quale è venuto facile assuefarsi. In una fase di impoverimento del metodo democratico anche all’interno dei sistemi più solidi, non darla per scontata è un impegno dei custodi della Costituzione. Tutti. Scuola. Padri contro professori: il patto tra adulti e l’educazione al limite non esistono più di Giuseppe Passalacqua I Domani, 25 febbraio 2026 Cosa racconta il caso di Foggia, dove un genitore ha aggredito un insegnante colpevole di aver sgridato la figlia. La riduzione della scuola a servizio tra gli altri, il fallimento dell’accordo implicito tra istituzione e famiglia, l’emergere di un’età adulta incapace di sostenere le responsabilità del proprio ruolo. A Foggia un professore di 61 anni chiede a una ragazza di togliere i piedi dalla sedia durante la lezione. È un richiamo normale, scolastico, ordinario. Lei non abbassa lo sguardo, prende il telefono e chiama il padre. Quindici minuti dopo il padre arriva, entra in classe e schiaffeggia il professore davanti a tutti. Con disprezzo, sdegno e violenza. Solo quando il prof è sul pavimento, il padre prende la figlia e lascia la scuola. Il povero insegnante avrà una prognosi di sette giorni sul referto e una frase tra le labbra che mette i brividi: “Ho paura. Tornerò a scuola. Ma ho paura”. La reazione facile è puntare il dito contro il padre. È inevitabile. Ma fermarsi lì è riduttivo. Dietro questo gesto vile c’è qualcosa di più profondo e sistemico che riguarda la nostra cultura. Lo stesso gesto della ragazza è rivelatore. Non interpreta il richiamo come parte di una regola istituzionale, ma come un attacco personale, una mancanza di rispetto. Allora chiama i “rinforzi”: come si chiamerebbe un avvocato davanti a un’aggressione. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Istruzione e del Merito a dicembre 2025, le aggressioni segnalate nei primi mesi dell’anno scolastico 2025/26 sarebbero diminuite: 4 episodi da settembre a metà dicembre, contro 21 nello stesso periodo del 2024/25 e 19 nel 2023/24. Su base annua, il monitoraggio parla di 71 episodi nel 2023/24 e 51 nel 2024/25 (Mim, comunicato 18 dicembre 2025). Eppure, dentro quei numeri c’è un dato qualitativo che interroga: in oltre la metà degli episodi segnalati negli ultimi anni scolastici, gli aggressori non sono studenti ma familiari. È l’adulto a varcare la soglia dell’aula e irrompere nella scuola come in uno spazio privato. Questa dinamica rivela due questioni: la prima è il cortocircuito tra funzione paterna e funzione educativa dell’insegnante. Fino a vent’anni fa era il professore a chiamare il genitore, e il genitore (se necessario) completava la funzione educativa a casa. Oggi è il figlio che chiama il genitore e il genitore risponde “on demand” demolendo il professore. L’inversione è completa. Il patto interrotto - La seconda questione riguarda la rottura di un patto educativo tra adulti: tra genitori e insegnanti, tra famiglia e scuola. Ma quale patto? Non un accordo scritto. Non una delega cieca, ma un patto implicito, culturale, che ha retto per decenni la funzione educativa. Era il patto secondo cui: la scuola rappresentava uno spazio “terzo”, distinto dalla famiglia e gli eventuali conflitti si affrontavano tra adulti, non davanti ai figli e non contro l’istituzione. In altre parole, esisteva un’alleanza simbolica tra adulti. Questo patto non significava obbedienza incondizionata all’istituzione. Significava riconoscere che educare è un compito condiviso e che il limite posto dall’insegnante non è un attacco personale al figlio, ma parte di un processo di crescita. Oggi quel patto non c’è più. La scuola viene spesso percepita come un servizio tra gli altri, e il docente come un erogatore di prestazioni. Il genitore si sente cliente più che alleato. Se il figlio si lamenta, la reazione non è chiedersi cosa stia imparando da quell’esperienza, ma verificare se il “servizio” sia stato adeguato. In questa trasformazione si consuma la rottura: la famiglia non riconosce più alla scuola uno spazio autonomo di autorevolezza, e la scuola fatica a coinvolgere la famiglia in una responsabilità condivisa. Il risultato è che l’adolescente si trova al centro di una frattura tra adulti. I migranti morti e gli insulti al vescovo di Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 25 febbraio 2026 Gli insulti social contro Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo. La colpa? Avere scritto una lettera aperta sulle decine di migranti annegati tentando di raggiungere l’Italia e sorpresi dalla tempesta Harry che da allora scarica quotidianamente dei corpi sulle spiagge siciliane e calabresi. “Fai il vescovo e non rompere i coglioni”, scrive uno sciacallo da tastiera all’arcivescovo di Palermo. Ma è solo uno dei tanti anonimi che nelle ultime ore hanno vomitato sui social il loro odio contro Corrado Lorefice, reo d’avere scritto domenica una lettera aperta sulle decine di migranti annegati tentando di raggiungere l’Italia e sorpresi dalla tempesta Harry che da allora scarica quotidianamente dei corpi sulle spiagge siciliane e calabresi. Quei corpi, aveva ammonito Lorefice, “sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi. Sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto a una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi e dare certa e degna sepoltura alle vittime”. E cosa dovrebbe fare un vescovo se non stare dalla parte dei migranti? Tutti e tre gli ultimi papi, piaccia o no agli sciacalli, sono figli dell’emigrazione. Papa Leone XIV, che a luglio andrà a Lampedusa e parlando della caccia agli immigrati scatenata da Trump ha detto che “la Chiesa non può restare in silenzio di fronte all’ingiustizia”, aveva un nonno siciliano di Milazzo. Papa Francesco, figlio di emigrati piemontesi, ha ripetuto più volte che “siamo tutti migranti nel cammino della vita” e maledetto l’assuefazione “alla sofferenza dell’altro: non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!” E anche il terzultimo pontefice Joseph Ratzinger, che aveva nonni partiti per la Germania dalla Val Pusteria e qualche nostalgico ricorda (pensa te...) come un papa “di destra”, fu durissimo dopo il naufragio d’una nave albanese accusando l’egoismo di paesi benestanti come il nostro: “Non vogliamo essere “disturbati”. Manca questa capacità di dividere con l’altro, di accettarlo, di aiutarlo”. E spiegò che sì, è lecito essere prudenti su chi arriva “ma chiudere semplicemente le frontiere non si può”. E non la pensava diversamente Giovanni Paolo II: “Nella Chiesa nessuno è straniero, e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo”. Liberi tutti, purché senza insulti, di pensarla diversamente. Ma spiegare a un vescovo come fare il vescovo. Migranti. Cutro, in aula ricostruite le ore prima del naufragio di Silvio Messinetti Il Manifesto, 25 febbraio 2026 La quarta udienza del processo per il tragico naufragio di Steccato di Cutro si è tenuta nei giorni del terzo anniversario della strage. Fuori dal tribunale di Crotone ieri presidio dei movimenti. “Rompere il silenzio” è lo slogan del partecipato sit-in. Tra i presenti anche l’europarlamentare Mimmo Lucano (The Left). Hanno aderito Amnesty International, Emergency, il Prc, l’Arci e la Carovana migranti per una Calabria aperta e solidale che sta attraversando la regione insieme ai testimoni di quella tragica notte. Tra loro le sorelle Maliki che hanno letto un testo in tedesco (vivono in Germania), tradotto in italiano. Un atto di accusa contro i sei militari imputati e contro il governo Meloni, reo anche di non aver mantenuto le promesse di concedere i visti e di favorire i ricongiungimenti. “Le parole di Fatima e Farzaneh Maliki non sono semplici testimonianze di dolore. Quella di Cutro non è stata una fatalità né un “errore tecnico”, è stata una strage che poteva e doveva essere evitata - sottolinea Filippo Sestito dell’Arci Crotone -. Quando il soccorso in mare viene trattato come un problema di ordine pubblico, quando gli interventi vengono ritardati e la difesa dei confini prevale sulla tutela della vita umana, si compiono scelte politiche precise. Il prezzo è stato altissimo, 94 vite spezzate. Il governo Meloni, con Piantedosi al Viminale, non può rifugiarsi nella retorica dell’emergenza o nella sola criminalizzazione degli “scafisti”. Il Mediterraneo è una rotta di morte, le imbarcazioni sono fragili e sovraccariche, ogni minuto può segnare la differenza tra la vita e la fine”. Quella notte di 3 anni fa il maggiore dei carabinieri Roberto Cara li ha ripercorsi per la terza udienza consecutiva, ieri, ricostruendo le 6 ore tra l’avvistamento del battello a opera di Frontex e il suo affondamento. Soprattutto, si è concentrato sui 26 minuti trascorsi dalle chiamate dei pescherecci, testimoni del ribaltamento del caicco, alla Capitaneria di Porto. Messaggi che si scontravano con la burocrazia della guardia costiera che solo alle 4.56 decideva di far mollare gli ormeggi al pattugliatore Barbarisi, senza successo per le peggiorate condizioni meteomarine. Il maggiore ha confermato che nelle settimane successive gli ufficiali imputati cominciarono a pensare a una exit strategy, un vero e proprio brainstorming per concordare una linea comune per giustificare i ritardi nei soccorsi al caicco. Messaggi contenuti in una nota di sintesi del 16 novembre 2023 fatta dai carabinieri e messa agli atti. Al centro del colloquio la necessità di giustificare il lungo lasso di tempo intercorso tra l’allarme dato da Frontex e l’intervento italiano, e perché non fosse stato mandato un mezzo a monitorare dal cielo. Giustificazioni che non hanno convinto i magistrati che hanno disposto il rinvio a giudizio per i sei militari. Droghe. La piazza dello spaccio e i vizi del proibizionismo di Vincenzo Scalia Il Manifesto, 25 febbraio 2026 Man mano che l’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il giovane ucciso a Rogoredo, nella periferia di Milano, lo scorso 20 gennaio da un poliziotto, si sviluppa, la realtà sembra duplicare la fantasia, più che superarla. La sensazione è quella di trovarsi all’interno di un romanzo di James Ellroy. È chiaro che un giudizio definito si potrà formulare soltanto dopo che la verità processuale sarà stata stabilita, ma la sensazione di leggere un noir ambientato nella Los Angeles degli anni Cinquanta è forte: poliziotti che manipolano le prove, rapporti di conoscenza che sussisterebbero tra la vittima e il reo, tracce di corruzione e addirittura ipotesi di estorsione. Ci troviamo invece nell’Italia del terzo anno del governo Meloni, che ha varato un decreto contenente lo “scudo penale” per le forze dell’ordine. Soprattutto, Abderrahim Mansouri è morto davvero. A soli 28 anni. Uscendo dalla fiction, gli sviluppi dell’inchiesta riconducono a un caso analogo avvenuto a Londra 30 anni fa. Stephen Lawrence, un giovane afrocaraibico, venne aggredito mortalmente da un gruppo di neonazisti. Il suo amico, che chiamò la polizia, venne incriminato per l’omicidio, subito associato alla presunta inclinazione alla criminalità attribuita agli afrocaraibici. Ci volle la pervicacia della famiglia e degli amici di Stephen, oltre alla mobilitazione della società civile, per riaprire l’inchiesta e scoprire che la polizia londinese, pur avendo le prove dell’omicidio, le aveva nascoste per coprire il gruppo neonazista che lo aveva commesso, per il quale alcuni di loro nutrivano più di una simpatia. Il rapporto Macpherson, redatto dalla Camera dei Lord alla conclusione dell’inchiesta, affermò esplicitamente che le forze di polizia inglesi si connotavano per il loro razzismo istituzionale. Nel caso dell’omicidio Mansouri, grazie allo sviluppo della tecnologia, alla presenza dei testimoni, alla loro disponibilità a collaborare, alla preoccupazione degli altri colleghi del poliziotto che ha sparato di incorrere in conseguenze pesanti, la verità sembra che si stia accertando più celermente. Colpiscono però due elementi. Il primo è quello del razzismo istituzionale, che le forze di polizia italiane sembrano condividere coi loro colleghi inglesi. Il secondo è relativo al processo di manipolazione della prova. Su entrambi gli aspetti è necessario riflettere. La produzione della verità giudiziario-penale, ci insegna Aaron Cicourel, è sempre il prodotto di un processo negoziale. In altre parole, i fatti vanno resi credibili e accettabili, sia all’interno, rispetto ai protocolli di servizio, sia all’esterno, in relazione alle rappresentazioni e alle aspettative dell’opinione pubblica. Non si può raccontare che si è sparato a sangue freddo a una persona che stava scappando. Allora si ricorre all’artifizio di raccontare che la vittima era armata, e quindi pericolosa, malgrado le regole d’ingaggio non prevedano la possibilità di sparare nemmeno in questo caso. Allora si tira fuori il puntello razzista, che fa leva sul securitarismo da cui l’attuale compagine governativa trae legittimazione. Era straniero, addirittura maghrebino, per di più spacciatore. Sviluppando una perversa correlazione lineare, che rende la dinamica credibile e legittima la morte di un giovane di 28 anni agli occhi di ampi settori del pubblico, fino ad ottenere il plauso di esponenti di primo piano del governo. A cui l’omicidio di Rogoredo serviva per giustificare lo scudo penale. Salvo essere smentiti. Chissà se adesso, qualcuno di loro, avrà, oltre al coraggio di chiedere scusa, l’onestà intellettuale di parlare di razzismo istituzionale. La Camera dei Lord lo ha fatto. Droghe. “A Rogoredo i ragazzi non sono invisibili ma dimenticati” di Luca Bonzanni Avvenire, 25 febbraio 2026 Viaggio nel “boschetto della droga” alla periferia di Milano, con Simone Feder, psicologo e da anni è impegnato per “salvare” i ragazzi dalla rete dello spaccio. “Il clima si è fatto ancora più complesso. Il problema grosso è che si parla di un fatto purtroppo accaduto a Rogoredo, ma non si parla di Rogoredo”. Simone Feder, psicologo ed educatore, coordinatore del Team Rogoredo che da anni opera in questi luoghi, rilegge i fatti recenti e tratteggia una differenza sottile ma fondamentale. “Oltre le vicende della cronaca, c’è la realtà di chi vive la sofferenza del bosco e della stazione, ma ancora non si guarda in faccia a livello umano a quel che succede lì - rileva Feder -. Ed è qualcosa che ci interroga tutti”. Perché c’è una riflessione che viene spesso ripetuta: “Non è vero che questi ragazzi sono “invisibili”, la loro situazione è sotto gli occhi di chiunque passi da qua: questi ragazzi sono dimenticati, è diverso”. La tensione è una costante in questo lembo della periferia di Milano che si spinge verso San Donato; lo era prima, è diventata sempre più pesante negli ultimi mesi. Le cicliche operazioni ad alto impatto delle forze dell’ordine, le identificazioni di centinaia di persone, il presidio rafforzato per le Olimpiadi (il palazzetto Santa Giulia dove l’hockey a stelle e strisce ha fatto l’oro è poco distante, ndr) , il sangue versato tra gennaio e febbraio (una dinamica ben differente, ma ugualmente tragica, è quella che ha causato la morte di Liu Wenham, 30enne cinese con problemi psichiatrici, dopo una sparatoria con la polizia) e il vorticoso ricambio delle droghe disegnano un’ampia costellazione di criticità. “Tra le persone che incontriamo nel boschetto o in stazione c’è una forte ansia - riconosce Feder -. C’è timore e spaesamento, una sorta di disorientamento. Tutti sanno che l’attenzione su questa zona è ai massimi livelli e avvertono anche loro una pressione”. Lui ogni mercoledì sera è lì. I volti di chi s’avvicina ai volontari per sfamare il corpo e l’anima, in cerca di un panino o di una parola, raccontano di una fatica difficile da sopportare; sul corpo, specie sulle gambe, in molti hanno piaghe profonde: sono le infezioni causate dall’uso delle siringhe e dalle sostanze con cui vengono “tagliate” le droghe. Un ragazzo dell’Est arriva tenendo ancora al polso il “braccialetto” di un ospedale, la traccia di un ricovero avvenuto nei giorni precedenti: per i più fragili, è un avanti e indietro costante. Inchieste e blitz scalfiscono poco questa quotidianità: lungo via Sant’Arialdo, la lingua d’asfalto che separa quel che resta del boschetto e i meandri della stazione dove s’è spostato l’epicentro del consumo, periodicamente vengono rifatte le reti e le cancellate che proteggono i binari, ma in tempo zero quelle barriere sono già divelte. A Rogoredo, i bazar dello spaccio non chiudono mai e anzi segnalano continui mutamenti: “Nelle ultime settimane - osserva Feder - circola molto più crack (un derivato ancora peggiore della cocaina, ndr), che viene venduto già “cucinato” (cioè già preparato per il consumo, mentre solitamente i pusher cedono la sostanza ancora da scaldare, ndr). Ne sta girando tantissimo, e anche chi solitamente usa l’eroina ora è passato a questa sostanza: l’effetto è devastante, la dipendenza molto forte. E le persone stanno sempre più male, molte di loro sono davvero in condizioni precarie: dilagano le infezioni, questa è ormai una questione anche sanitaria”. Eppure, persino qui, c’è spazio perché filtri un raggio di speranza. Speranza concreta: “Solo nell’ultima settimana abbiamo accompagnato ben quattro giovani verso un percorso in una comunità di recupero per superare la tossicodipendenza - segnala Feder - ogni anno ci proviamo con un’ottantina di persone che frequentano Rogoredo. Qualcuno matura questa scelta dopo essere entrato in carcere, cioè dopo un’esperienza tra le più drastiche ma che può porre un punto fermo nella loro vita, però l’elemento decisivo è dato dalla potenza della relazione e dell’ascolto. Nascono così legami che durano nel tempo, si mantengono i contatti per vedere la rinascita di questi giovani. Che, a volte, possono recuperare la propria vita”. Il mio viaggio in Etiopia tra chi sogna l’italiano di Annalena Benini * La Stampa, 25 febbraio 2026 La direttrice del Salone del libro nelle classi dove si studia la nostra lingua. Gli studenti quasi maggiorenni sono mille. Addis Abeba si trova a 2.300 metri di altezza, a volte 2.600, dipende da dove ti trovi, e se vuoi guardare la città dall’alto (certo che vogliamo), e qui sono tutti molto preoccupati che noi nuove arrivate possiamo sentirci male per l’altitudine. Stiamo benissimo, e anche se non fosse così non lo ammetteremmo mai. Siamo atterrate all’alba, Maria Giulia Brizio e io, per un progetto del Salone del libro di Torino a cui teniamo molto, si intitola Adotta uno scrittore, una scrittrice. Le scuole italiane, le carceri e anche gli ospedali adottano un libro e insieme al libro arriva l’autore, passa del tempo in classe, risponde a tutte le domande, costruisce in tre giorni una relazione con gli studenti, con i detenuti, con i pazienti ricoverati. Io sono già stata adottata in un carcere e in un liceo, negli anni scorsi, ma questa è la prima volta che portiamo il nostro progetto all’estero ed è la prima volta che andiamo in Etiopia. In una scuola statale italiana, un istituto omnicomprensivo dove si parla e si studia in italiano dalla scuola elementare fino al diploma di maturità: all’ingresso del gruppo di edifici in cui si trovano la scuola e l’Istituto italiano di Cultura, ci saluta un grande, bellissimo Sicomoro che fa ombra tutt’intorno, ma noi vogliamo passare il 18, il 19, il 20 e il 21 di febbraio al sole, senza mai smettere. Il mio raffreddore non ne sarà felice, io ne sarò molto felice. I bambini corrono per il giardino, il bar della scuola ha appena sfornato i dolci alla cannella, qualche ragazzo ripassa per l’interrogazione prima di entrare. Sono più di mille, e tra le lezioni e i corsi pomeridiani si passa qui tutta la giornata. La gioia più grande, più del colibrì sopra i fiori viola, sono questi studenti e studentesse: hanno 17, 18, 19, qualcuno ha appena compiuto 20 anni. Una ragazza è fuggita con la famiglia dall’Eritrea e si è iscritta qui, qualcuno ha la madre o il padre italiano, qualcuno ha perfino la madre italiana che insegna Fisica proprio in questa scuola e ovviamente se ne vergogna, cerca di non farlo sapere, ma la maggior parte dei genitori non parla italiano, e qualche padre o madre si è iscritto ai corsi per adulti organizzati dall’Istituto di Cultura. Un giovane padre mi ha detto sorridendo: “Voglio parlare italiano con mio figlio a casa, voglio che senta che lo capisco, quindi studio dopo il lavoro, e non è facile alla mia età”. Saranno giorni così intensi che mi dimenticherò di mangiare, e anche di rispettare la ricreazione, piuttosto scandaloso a 18 anni ma anche a 50, e la cosa incredibile è che nessuno studente me lo farà notare, neanche con un’occhiata di disperazione (per fortuna è arrivata un’insegnante a sussurrarmi: però abbiamo saltato l’intervallo, dobbiamo recuperare, io mi sono profusa in scuse, ho detto: ma non avete fame?, loro hanno sorriso ma non si sono mossi). All’inizio erano silenziosi, ma poi una ragazza ha alzato la mano (che sollievo, ho pensato): “Buongiorno, vorrei sapere: lei scrive per capire chi è oppure decide chi vuole essere mentre scrive?”. Indietreggiando sono tornata verso la cattedra, ho cercato aiuto negli sguardi divertiti delle insegnanti in attesa, e ho pensato fortemente a mia figlia, a quando mi ha detto che la cosa più bella, al liceo, era quando un insegnante era disposto a rispondere delle cose vere, ragionava insieme a loro, e allora tutti si sentivano presi sul serio. Sarebbe stato oltraggioso, del resto, non prendere sul serio tutte le domande precise e profonde che ho ricevuto in questi giorni ad Addis Abeba, sui libri e oltre i libri, ragionamenti sul futuro, sulle relazioni con gli altri, sulle cose da non rivelare mai mai mai, sul nucleo di dolore che non si può condividere con nessuno, su che cos’è una vita piena di senso, su che cosa significa sentirsi incompresi, e su quanto è fantastico che una ragazza inglese, Mary Shelley, abbia scritto un libro che ha parlato e parla agli adulti di tutto il mondo: l’hanno ascoltata, anche se era così giovane, 18 anni come noi. Ho chiesto a tutti qual è il loro sogno, il loro progetto, se ne hanno già uno. Quasi tutti cercheranno di studiare all’università in Italia: Medicina, Architettura, Ingegneria, Scienze politiche, Psicologia, Matematica, Giurisprudenza. Vogliono scrivere, viaggiare, andare a Perugia, a Torino, a Siena, a Roma, hanno vinto un concorso a Parigi con un video sulle grandi donne della Storia e sono andati a ritirare il premio, si sono divertiti, una ragazza ha molti parenti a Cuneo (“quindi voglio andare a studiare a Roma”, ha detto ridendo). Un ragazzo ha detto che è troppo concentrato su quel che farà dopo, sulla borsa di studio da vincere, sulle difficoltà che di certo arriveranno, per permettersi di pensare a cose belle e strane come l’amore. Non c’è tempo, anche se fuori è primavera, anche se questa giovinezza a guardarla da qui sembra invincibile. Non c’è tempo, perché tra poco la vita comincerà in un altro modo, più largo, più complicato e competitivo, con i sacrifici dei genitori ad aspettare e a pesare sui risultati, lontano da casa, o invece a inventare un posto da chiamare di nuovo casa. Questi ragazzi, mi sembra, vogliono incidere sulla realtà e hanno fiducia in chi li guarda. Una ragazza mi scrive, in segreto: “E se la casa fosse il momento in cui smetti di scappare dalle domande? O forse la casa è l’atto stesso del cercare?”. Mentre rispondo, penso che vorrei restare ancora un po’, fino alla stagione delle piogge, per assistere al momento in cui metteranno tutto il coraggio e la fantasia verso questo posto che amano già, che è l’Italia. *Direttrice del Salone del libro El Salvador. Bukele fa scempio dei diritti. Secondo la destra meloniana è un modello per l’Ue di Riccardo Noury* Il Domani, 25 febbraio 2026 In nome della lotta al crimine, in El Salvador dal 2022 vige uno stato di emergenza rinnovato 42 volte. Lo stato di diritto è completamente demolito e chi prova a denunciare la sospensione dei diritti finisce a sua volta in carcere. Eppure per Ecr questo è un modello da presentare in Europarlamento. Oltre a Trump, il gruppo europarlamentare di cui fa parte Fratelli d’Italia, Ecr, ha un ulteriore modello di leadership autoritaria da esaltare: quella del presidente di El Salvador, Nayib Bukele. Questo martedì pomeriggio Ecr ha accolto in Europarlamento il vice Félix Ulloa. L’incontro, aperto da Carlo Fidanza e chiuso da Nicola Procaccini, rispettivamente capodelegazione di FdI e capogruppo di Ecr, entrambi esponenti meloniani, era intitolato “Il caso di El Salvador: dalla lotta alla criminalità alla crescita economica”, come a suggerire che il primo tema sia stato archiviato e che sia giunto il momento di celebrare il secondo. Certo, nell’evento un accenno lo si è fatto, alle “criticità affrontate in materia di lotta alla criminalità organizzata”. In effetti di criticità ce ne sono state molte. Ma hanno riguardato un aspetto - quello dei diritti umani - che per gli organizzatori è trascurabile. In nome della lotta al crimine organizzato, in El Salvador a partire dal 2022 vige uno stato di emergenza, rinnovato 42 volte consecutive, che ha completamente demolito lo stato di diritto. Le organizzazioni locali per i diritti umani, almeno quelle ancora in grado di operare, segnalavano a fine 2025 oltre 90mila persone private della libertà in assenza di sufficienti elementi di prova o sulla base di denunce anonime, profilazioni discriminatorie o prove del tutto false. I minorenni con condanne per reati legati alla criminalità scontano le pene insieme agli adulti. Chi non è stato ancora processato può rimanere in detenzione preventiva per due anni. Ciò spiega perché El Salvador abbia il tasso di carcerazione più alto del mondo: 1.700 persone private della libertà ogni 100mila abitanti. La prassi della detenzione senza contatti con l’esterno lascia le famiglie degli arrestati senza notizie su dove si trovino e favorisce il ricorso alla tortura. Dall’inizio dello stato d’emergenza i decessi in custodia dello stato sono stati 470. Non si sa ancora nulla di alcune delle quasi 280 persone venezuelane e salvadoregne trasferite illegalmente dagli Usa al Centro di confinamento del terrorismo di El Salvador poche settimane dopo l’inizio della seconda amministrazione Trump. Negli ultimi quattro anni Amnesty International e la Commissione interamericana dei diritti umani hanno più volte esortato El Salvador a porre fine alla sospensione dei diritti e all’annullamento delle garanzie causato dallo stato d’emergenza e a rispettare gli obblighi di salvaguardare le tutele giudiziarie per tutte le persone detenute. Risposta non pervenuta. Chi prova a denunciare queste “criticità” viene collocato automaticamente dalla parte dei criminali o etichettato come terrorista. Settanta difensori dei diritti umani sono finiti in carcere per aver denunciato che lo stato d’eccezione era diventato uno stato di normalità. In El Salvador dev’esserci sicuramente stata una crescita economica, altrimenti non sarebbe stata il secondo tema dell’incontro di martedì in Europarlamento. Ma a vantaggio di chi? Nel 2025 il tasso di povertà estrema è salito per il secondo anno consecutivo raggiungendo il 9,6 per cento; quasi 11mila famiglie contadine sono state soggette a sgomberi collegati a progetti di sviluppo turistico, urbano e minerario e sono piombate nell’insicurezza alimentare; nella prima parte dello scorso anno c’è stato lo sgombero di oltre 1400 venditori informali e la rimozione di più di mille bancarelle nel centro storico della capitale San Salvador, misure che hanno gravemente colpito la sussistenza di migliaia di famiglie. Chi si somiglia si piglia. Nell’incertezza se sia Bukele a imitare Trump o viceversa, l’apparato repressivo di El Salvador ha un’ulteriore fonte d’ispirazione: Putin. Lo scorso anno, infatti, è entrata in vigore la legge che obbliga le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero a iscriversi al registro degli “agenti stranieri”, impone un’imposta del 30 per cento su questi fondi e autorizza a emettere sanzioni e persino a cancellare lo status di entità giuridica. *Portavoce di Amnesty International Italia