40 anni di Giotto e non siamo ruote di scorta di Ornella Favero* Corriere della Sera, 24 febbraio 2026 I 40 anni di storia della Cooperativa Giotto impongono a tutti noi, che da anni siamo impegnati per rendere le carceri luoghi meno disumani, una riflessione sul passato che ci dia stimoli nuovi e coraggio per affrontare un difficile futuro. “La vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”: questa, che è la numero 5 delle regole penitenziarie europee, mi aveva sempre un po’ irritato perché sembrava far parte del libro dei sogni. Oggi invece a Padova abbiamo dimostrato che rovesciare i luoghi comuni è possibile. E il luogo comune più clamorosamente ribaltato è stato che il carcere sia per sua natura un luogo senza qualità, e che sia quindi destinato a ospitare progetti di poco spessore, ma non è così, e Ristretti Orizzonti e la Coop Giotto, assieme a tutto il coordinamento, ne sono la prova, due esperienze complesse, ricche, che hanno molto da insegnare anche al “mondo libero”. Il secondo luogo comune a cui abbiamo detto addio è quello sulla litigiosità del Terzo settore e del Volontariato, intesi come realtà spietatamente “concorrenti sul mercato del bene”: a Padova abbiamo imparato che la nostra forza è metterci insieme, riuscire a confrontarci, capire il valore della diversità, sempre così difficile da accettare perché ognuno di noi si culla spesso nella convinzione della sua unicità e superiorità. E così è nato, anzi no “abbiamo creato” perché è stato un lavoro complicato, il Coordinamento carcere Due Palazzi, che mette insieme tutte le realtà che a Padova si occupano di carcere e area penale esterna. Insieme ci presentiamo “al mondo”: al mondo esterno, così diffidente verso il carcere, a cui noi diciamo invece che il carcere può diventare una risorsa, là dove le persone detenute sono impegnate in percorsi di crescita e cambiamento, e al mondo delle Istituzioni penitenziarie, che faticano ad accettare che Volontariato e Terzo Settore devono esserci e dialogare su un piano di parità nella diversità, e non in un ruolo subalterno, come “ruote di scorta” che contano solo nel momento in cui devi correre ai ripari. Ma c’è un altro aspetto che ci accomuna, e dà forza al nostro lavoro: noi non pensiamo che tra gli esseri umani ci siano “vuoti a perdere”, tanto nel carcere che nella disabilità, e non rinunciamo all’idea che ogni persona meriti attenzione e possa cambiare, dare una svolta alla sua vita se si sente accolta. Ecco, credo che il Terzo settore non abbia paura di apparire esageratamente buono, proprio perché non lo è, ma riesce a occuparsi con attenzione di tutti, dei “cattivi” in carcere ma anche di chi il reato l’ha subito, di quelle vittime che non vogliono distruggersi nell’odio ma scelgono con noi di “non rispondere al male con altro male”. *Presidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Direttrice Ristretti Orizzonti Se le esperienze di successo in carcere finiscono per essere combattute di Adriano Sofri Il Foglio, 24 febbraio 2026 Ristretti Orizzonti è da moltissimi anni l’associazione di volontari, operatori e detenuti del carcere, specialmente del padovano Due Palazzi e del femminile della Giudecca. Cura un frequentato sito online, pubblica un’indispensabile rassegna quotidiana di tutto ciò che esce su carcere e giustizia, una rivista bimestrale, e tiene il censimento dei suicidi, “Morire di carcere”. Ha perseguito da molti anni il proposito di mettere in rapporto chi sta in carcere con chi vive fuori, soprattutto facendo incontrare e discutere i detenuti con i giovani delle scuole, e collaborando con l’università. L’altro giorno la rassegna di Ristretti Orizzonti dava una notizia per sé ordinaria, come quella di un incontro romano con i responsabili del ministero, la cui premessa, discretamente e quasi incidentalmente accennata com’era, lasciava agghiacciati. “Il Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova ha incontrato il 18 febbraio Stefano Carmine De Michele, capo del dipartimento Amministrazione penitenziaria, ed Ernesto Napolillo, direttore della Direzione detenuti e trattamento. L’appuntamento era stato chiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, realizzate dal Terzo settore in stretta collaborazione con l’istituzione, delle 22 persone detenute di Alta Sicurezza e il conseguente drammatico suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro”. Ci sono luoghi in cui un tasso peculiare di rudezza, disattenzione, brutalità, sembra costitutivo e pressoché inevitabile, se non auspicato: luoghi per delinquenti, veri o sospetti, poveri, strani, stranieri, malati, e a volte tutte le qualità insieme. La Costituzione dice il contrario, ma poi c’è la vita - e la morte. La morte in carcere è davvero appesa a un filo - escogita dei fili impensati cui appendersi. Condizione fragile, da maneggiare con cura. C’è chi ci passa sopra - sopra, infatti - per cattiveria, la socia prediletta della cattività. Oppure, senza risultato migliore, per distrazione, o ignoranza. Continua poi il comunicato di Ristretti: “Il Coordinamento ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della Casa di Reclusione di Padova da istituto innovativo nell’ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo. Il Coordinamento ha documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell’Alta sicurezza trasferita: molti, tra l’altro, usufruivano di permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all’esterno. Il tema Alta sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale: rispetto al numero esorbitante, in tutta Italia circa 9.800, di detenuti di Alta sicurezza ci si è confrontati su come sia importante andare a fondo della questione delle declassificazioni da detenuti Alta sicurezza a ‘detenuti comuni’, anche alla luce della relativa disattesa circolare del 2015. Da questo punto di vista è emersa l’ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra Dap e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione distrettuale antimafia”. C’era cioè un’esperienza modello, riconosciuta come tale, e una circolare o qualcosa del genere la cancella. L’autorità, chi non ce l’ha, deve farla sentire. Le persone del Coordinamento sono più incoraggianti. Scrivono: “Al Coordinamento Carcere Due Palazzi, che raggruppa da oltre dieci anni le associazioni e cooperative del Terzo settore attive in istituto, sono stati dedicati tempo e attenzione e il confronto è stato ricco e intenso”. Mi commuove la rassegnata premura, la chiamo così, con la quale si augurano un supplemento di attenzione per i loro compagni di cammino perduti. “Il confronto ha previsto la possibilità di segnalare eventuali richieste dei detenuti trasferiti di essere ubicati in sezioni AS - Alta Sicurezza - di istituti più conformi alle esigenze familiari al coinvolgimento sociale già realizzato. Quanto al rischio di un progressivo snaturamento della Casa di Reclusione di Padova, tema condiviso dalla Polizia Penitenziaria e dall’area educativa sulle cui spalle ricade il peso delle conseguenze sul campo degli attuali inarrestabili processi di ‘riempimento’ delle carceri italiane, vi è stato accordo sull’importanza di favorire l’accesso di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che hanno reso la Casa di Reclusione un ‘modello di rieducazione’ a livello nazionale”. Carcere e vita in strada: spesso una “porta girevole” di Ludovica Villa* casadellacarita.org, 24 febbraio 2026 Negli ultimi anni si è rafforzata l’attenzione al rapporto tra grave emarginazione adulta ed esperienza detentiva. Gli istituti penitenziari sono spesso descritti come “discariche sociali”, poiché accolgono in misura crescente persone con biografie segnate da precarietà economica, fragilità relazionale e bassi livelli di istruzione. Carcere e vita in strada non appaiono quindi come fenomeni separati, ma come possibili tappe di uno stesso percorso, caratterizzato dall’accumularsi di fratture biografiche nel tempo. La correlazione tra detenzione e homeless non è episodica. L’esperienza penitenziaria non interrompe necessariamente i processi di esclusione già in atto; al contrario, può accentuarli. La detenzione comporta spesso la perdita o l’indebolimento di legami familiari, lavorativi e abitativi, ossia delle risorse che garantiscono stabilità sociale. Quando tali reti sono già fragili prima dell’ingresso in carcere, l’uscita può tradursi in una caduta nella grave esclusione abitativa. Non si tratta di un automatismo, ma di un rischio che aumenta quando la detenzione si inserisce in traiettorie già segnate da precarietà e isolamento. La scarcerazione rappresenta una fase particolarmente critica. In assenza di un supporto abitativo o familiare, le difficoltà si sommano: senza un domicilio stabile diventa più complesso cercare lavoro, accedere ai servizi e organizzare la quotidianità. La necessità di far fronte ai bisogni immediati assorbe energie e rende fragile qualsiasi progetto di reinserimento. In questo quadro si inserisce il fenomeno della “porta girevole”, che descrive la circolarità tra carcere e strada: la vita in condizioni di homeless aumenta la vulnerabilità sociale e sanitaria, espone maggiormente al controllo penale e rende più probabile un nuovo ingresso in istituto. Inoltre, l’assenza di interventi strutturati favorisce questa continuità, generando una spirale difficile da interrompere. Per spezzare tale circolo vizioso sono necessarie politiche orientate alla continuità del supporto: accompagnamento all’uscita già durante la detenzione, accesso prioritario ad alloggi stabili, sostegni personalizzati all’inserimento lavorativo e coordinamento tra sistema penitenziario e servizi territoriali. In questa prospettiva, il modello dell’Housing First risulta centrale, poiché considera la casa come condizione di partenza per il reinserimento, non come traguardo finale. Ridurre il legame tra carcere e strada significa quindi riconoscere che l’esclusione non è solo individuale, ma anche il prodotto di passaggi istituzionali che possono essere ripensati, promuovendo continuità e prevenendo il ritorno alla marginalità. *Operatrice sociale Casa della Carità Giustizia riparativa, la rivoluzione che non decolla di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 24 febbraio 2026 Mercoledì scorso, nella sala Livatino del ministero della Giustizia, il viceministro Francesco Paolo Sisto ha aperto la conferenza stampa sulla giustizia riparativa con una frase che voleva essere una dichiarazione di orgoglio: “Una conferenza stampa si fa per annunciare quello che si ha intenzione di fare, noi la facciamo per dimostrare che abbiamo realizzato qualcosa”. Sul tavolo c’erano i 36 Centri per la giustizia riparativa attivati su tutto il territorio nazionale, i circa 15 milioni di euro impegnati, e un sistema che secondo il ministero sta finalmente prendendo forma dopo la riforma Cartabia del 2022. Bello. Anzi, sarebbe bello. Perché a poche settimane da quella conferenza, l’Ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della Regione Emilia-Romagna ha pubblicato un rapporto che racconta una storia molto diversa. Il documento è stato redatto da Silvia Mannone, dottoranda in Sociologia all’Università di Bologna e collaboratrice del Garante regionale Roberto Cavalieri. Descrive quello che è successo davvero nelle carceri emiliano-romagnole tra il 2022 e il 2024: fondi in gran parte inutilizzati, mediazioni avviate senza la preparazione necessaria, operatori formati male o per niente, e almeno un caso in cui la situazione è degenerata in modo che lo stesso Garante definisce drammatico. Soldi non spesi e programmi fantasma - La “seconda sperimentazione” dei programmi di giustizia riparativa nelle carceri della regione disponeva di 234.000 euro complessivi, tra Cassa delle Ammende e cofinanziamento regionale. Al termine del periodo, erano stati impegnati poco più di 100.000 euro. Meno della metà. La Regione temeva persino di non raggiungere la soglia minima del 70% richiesta dai bandi dei finanziatori. Il problema, scrive il rapporto, non è la mancanza di denaro. Sono “lacune progettuali e organizzative” che hanno impedito di costruire percorsi seri e continuativi. A Ferrara, per esempio, non è stato realizzato praticamente nulla: lo sportello di giustizia riparativa era stato annunciato pubblicamente, ma il protocollo tra carcere e comune non è mai stato attuato e il bando comunale non è stato emanato. Quello che colpisce leggendo il rapporto è la disomogeneità totale tra un carcere e l’altro. A Piacenza un colloquio individuale più quattro incontri di gruppo con otto detenuti. A Parma tre incontri di sensibilizzazione. A Modena nessuna attività di giustizia riparativa nel senso proprio del termine. Ogni istituto ha fatto qualcosa di diverso, con criteri di selezione dei partecipanti diversi, con modalità diverse, con risultati diversi. I funzionari pedagogici delle carceri non sapevano bene cosa aspettarsi dai centri di mediazione, e i centri di mediazione non sapevano bene cosa proporre e a chi. C’è poi un problema culturale che il rapporto affronta direttamente: buona parte degli operatori teme che i detenuti partecipino ai percorsi solo in modo strumentale, per dimostrare un presunto “pentimento” e guadagnarsi benefici penitenziari. Il rischio c’è, e il rapporto lo riconosce, ma suggerisce strumenti per gestirlo - percorsi articolati in fasi, attività riflessive preliminari, approcci multi-livello - anziché usarlo come scusa per non fare nulla. La mediazione che non doveva andare così - La parte più pesante del rapporto riguarda un caso specifico. Una madre che ha chiesto di incontrare il detenuto condannato all’ergastolo per l’omicidio della figlia diciottenne, violentata e il cui corpo era stato smembrato. Un delitto che aveva fatto notizia in tutta Italia, con forti strumentalizzazioni politiche legate all’immigrazione, visto che l’autore del reato era straniero. La Cassazione aveva confermato la condanna. La madre ha chiesto alla direzione del carcere di poter incontrare il condannato. La richiesta non ha incontrato ostacoli. La mediazione è stata organizzata. Il rapporto del Garante registra una serie di problemi: il detenuto aveva difficoltà linguistiche significative, e poco prima degli incontri il personale aveva segnalato un suo “umore lievemente deflesso”. Due elementi che avrebbero richiesto ulteriori valutazioni. Non risulta che siano state fatte. Il detenuto ha dichiarato di aver incontrato i mediatori solo due volte prima della mediazione vera e propria. Due incontri per preparare un faccia a faccia tra una madre e il condannato per quell’omicidio. Il rapporto scrive che “le esperienze più evolute di giustizia riparativa delineano il Vom (mediazione autore-vittima, ndr) come uno strumento che va usato con estrema cautela e che richiede mesi - se non anni - di adeguata preparazione”. L’incontro si è concluso in modo drammatico: la madre ha aperto la felpa che indossava mostrando una maglietta con impressa l’immagine del corpo a pezzi della figlia. I mediatori non hanno interrotto immediatamente la sessione. Dopo l’incontro, il detenuto ha cercato conforto attraverso contatti con i familiari, senza poter parlare con psicologi né con i mediatori. E la vasta esposizione mediatica che ne è seguita ha violato il principio di riservatezza che dovrebbe proteggere qualsiasi percorso di questo tipo, sancito dalla legge. Dal colloquio del Garante con il detenuto è anche emerso che questi ribadiva la propria responsabilità solo parziale - un elemento che ha reso l’incontro ancora più dannoso per la madre. Il nodo che il ministero non risolve - Dietro tutti questi problemi c’è qualcosa di strutturale che la conferenza ministeriale di mercoledì scorso non ha affrontato. I magistrati possono già oggi inserire nelle loro ordinanze percorsi di giustizia riparativa: lo prevede la legge. Ma quei percorsi, nella gran parte del territorio italiano, non esistono ancora in forma organizzata. I 36 centri sono un primo passo, non un sistema compiuto. Il rapporto emiliano-romagnolo fotografa una regione che rispetto alla media nazionale è avanti - centri attivi da anni, fondi propri investiti, cooperative sociali con esperienza - eppure ha speso meno della metà dei soldi disponibili e non riesce a garantire continuità e qualità. Il Garante Cavalieri chiude il rapporto con otto raccomandazioni: formazione vera per gli operatori, sensibilizzazione dei detenuti e delle vittime, una strategia regionale organica, misure di protezione per le vittime coinvolte, strumenti di monitoraggio. E soprattutto, attenzione esplicita al rischio di eventi critici - autolesionismo, crisi - nei detenuti che partecipano a questi percorsi, con valutazione più stringente prima di avviare qualsiasi mediazione autore-vittima. Tornando alla conferenza di mercoledì: il lavoro fatto al ministero è reale. Costruire 36 centri, far dialogare enti locali e strutture della giustizia, stanziare 15 milioni ha richiesto anni. Ma avere i centri non basta. Servono operatori formati davvero. Servono protocolli che impediscano di avviare una mediazione troppo in fretta. Serve che i magistrati, quando scrivono nelle loro ordinanze che un detenuto dovrebbe accedere a un percorso di giustizia riparativa, sappiano che dall’altra parte c’è qualcuno in grado di gestire quella richiesta nel modo giusto. Per ora, troppo spesso, quel qualcuno non c’è ancora. La madre di Noemi Durini: “Adesso basta benefici per chi commette femminicidi” di Nicolò Delvecchio Corriere del Mezzogiorno, 24 febbraio 2026 La battaglia di Imma Rizzo, mamma di Noemi Durini, la 16enne di Specchia uccisa dal suo fidanzato Lucio Marzo il 3 settembre 2017, continua. Ieri, la donna si è recata in Cassazione con l’avvocato Valentina Presicce per presentare la proposta di legge di iniziativa popolare volta a negare i permessi premio per chi commette femminicidi. E proprio ieri, poche ore prima della presentazione della proposta che porta il nome di Noemi, a San Severo è stato arrestato l’imprenditore Ciro Caliendo, accusato di aver ucciso la moglie Lucia Salcone nel settembre 2024. “È una storia drammatica che testimonia quanto sia importante la nostra battaglia. L’assassino di mia figlia ha beneficiato di più permessi premio a distanza di tre anni dall’omicidio e dopo un solo anno dal passaggio in giudicato della sua condanna a 18 anni e 8 mesi. Questo meccanismo deve cambiare, servono leggi diverse. Non sono contraria al fine rieducativo della pena, sia chiaro, ma è inaccettabile che chi si macchia di reati così gravi possa ottenere dei benefici quasi subito. E possa continuare a utilizzarli anche in caso di violazione degli obblighi”. “Mi sento bene, sono di nuovo carica. Noi stiamo andando avanti perché lo dobbiamo a Noemi, a tutte le vittime di femminicidio e a tutti i genitori che non potranno più riavere indietro le proprie figlie. Noi viviamo il vero ergastolo, mentre troppo spesso i responsabili del nostro dolore sono fuori dal carcere in poco tempo. L’assassino di mia figlia se ne andava in giro indisturbato, come se il carcere fosse una villeggiatura. Nel 2023 fu anche fermato ubriaco alla guida, e in seguito abbiamo saputo che aveva ottenuto permessi per andare allo stadio o per andare a votare, nonostante l’interdizione dai pubblici uffici. Non è più accettabile”. “La persona che più ci è stata vicino è il sottosegretario Andrea Ostellari, che ci ha suggerito di presentare la proposta di legge e ci ha assicurato il suo sostegno. La logica della legge, come mi ha spiegato l’avvocato Presicce, è quella di estendere la normativa dei reati ostativi anche a quei reati che, pur non essendo mafiosi, presentano un elevato allarme sociale. E quindi limitare l’accesso ai benefici penitenziari e a misure alternative alla detenzione ai responsabili di femminicidio”. “Oggi la proposta di legge “Noemi Durini” sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, tra giovedì e venerdì ci sarà la pubblicazione anche sulla piattaforma online del ministero della Giustizia, in modo da permettere la sottoscrizione della proposta anche con Spid o carta di identità elettronica. Poi continueremo con la raccolta firme per le strade di tutta Italia. Sento che raggiungeremo le 50mila”. “Niente permessi premio per i femminicidi”, iniziata raccolta di firme per la proposta di legge Avvenire, 24 febbraio 2026 Depositata in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Neomi Durini”, la 16enne uccisa da un minorenne che gode di permessi premio a 3 anni dall’omicidio. La proposta di legge di iniziativa popolare Noemi Durini, finalizzata a non concedere permessi premio a chi si macchia di delitti efferati come il femminicidio, è stata depositata questa mattina a Roma presso la Cassazione da parte di dieci promotori, primi firmatari Imma Rizzo e il suo avvocato Valentina Presicce. Imma Rizzo è la madre di Noemi Durini, la sedicenne di Specchia (Lecce) uccisa e sepolta quando era ancora viva dal suo fidanzato anche lui minorenne, il 3 settembre 2017. La proposta di legge sarà pubblicata oggi, 23 febbraio, sulla Gazzetta Ufficiale, segnando l’inizio della raccolta delle 50.000 firme necessarie. “Siamo noi familiari delle vittime a vivere il vero ergastolo in vita. Non mi basta e non accetto solo restrizioni dei permessi premio. Mia figlia è sottoterra, non tornerà più a casa, aveva tutta la vita davanti e il suo assassino respira già aria di libertà, quella libertà che lei non potrà più avere. A chi si macchia di reati così efferati non devono essere concessi benefici di pena”, ha dichiarato Imma Rizzo. Lucio Marzo, assassino reo confesso della 16enne “ha beneficiato di più permessi premio, - prosegue la donna - a distanza di soli tre anni dall’omicidio e a un anno dalla sentenza definitiva di condanna a 18 anni e 8 mesi. Durante uno di questi permessi, nel 2023, è stato fermato ubriaco alla guida. Permessi concessi anche dopo il rientro positivo ai cannabinoidi o per motivazioni incomprensibili, come la partecipazione alle partite del Cagliari, la frequentazione di una ragazza o il permesso premio per recarsi alle urne per votare nonostante l’interdizione dai pubblici uffici. Una situazione inaccettabile in un paese civile come l’Italia”. “Oggi Noemi sarà con noi, - afferma l’avvocato Valentina Presicce - insieme al progetto di legge abbiamo depositato anche una sua immagine. Una promessa che le abbiamo fatto e abbiamo mantenuto. Aiutateci a portare avanti l’urlo di giustizia di Noemi e di tutte le vittime per restituire loro la dignità che meritano”. Sei anni in cella e poi assolto. L’indennizzo? “No, perché indusse in errore il Gip” di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 24 febbraio 2026 È un uruguaiano rimasto 6 anni in custodia cautelare in carcere nelle alterne vicende del processo per l’assassinio nel 1990 in un bar di Milano di un connazionale gestore di una pensione dove si esercitava la prostituzione: delitto per il quale, in contumacia e con un difensore d’ufficio, era stato condannato in primo grado nel 1991 a 23 anni, ma poi assolto nel 2024 nell’Appello-bis nato dall’annullamento in Cassazione della prima sentenza, inficiata dallo stato di contumacia e negli anni rimasta appesa (sino all’estradizione) ai vari periodi di detenzione in Uruguay per una differente condanna in quel Paese. Perciò l’uruguaiano I.P.E.E., 66 anni, ora in base alla legge chiedeva che per questi 2.190 giorni di custodia cautelare lo Stato lo indennizzasse con 547.000 euro di equa riparazione per l’ingiusta detenzione. Ma la competente V Corte d’Appello di Milano (Vitale-Fadda-Messina) non gli riconosce neppure un euro perché, come proposto anche dalla procuratrice generale Francesca Nanni, “il suo comportamento gravemente colposo ha senz’altro contribuito a configurare un grave quadro indiziario a disposizione del gip” del 1990 “dal quale desumere l’apparenza della fondatezza dell’accuse, seppure successivamente smentite dall’esito del processo”: cioè dall’assoluzione che giudicò inutilizzabile un confidente e una nota Interpol, incongruenti due testi, e non ricostruibile la dinamica del delitto a causa della pulizia della scena del delitto. “Colpa grave” dell’imputato in cosa? Nel “suo stabile inserimento in ambienti malavitosi dediti allo sfruttamento della prostituzione e da anni all’esame delle forze dell’ordine”. E nel suo essersi allontanato nel 1990 dall’Italia in Canada: per la difesa tentativo di lasciarsi alle spalle bische e bordelli, per i giudici invece “fuga pianificata in un altro continente”. Nelle sue dimensioni davvero rare, il caso mostra come non tutti gli arrestati assolti abbiano diritto ai soldi dell’ingiusta detenzione (250 euro al giorno); ma solo quelli che non abbiano contribuito (con loro “colpa grave”) all’errore di valutazione del giudice che li aveva arrestati. È il motivo per cui le ingiuste detenzioni (874 milioni di euro dal 1992 a 31.000 arrestati poi assolti) sono in media 600 l’anno a fronte di 40.000 misure cautelari, l’1,3%. La capriola di Meloni su Rogoredo: cosa insegna questo caso alla politica degli slogan di Marco Iasevoli Avvenire, 24 febbraio 2026 La premier, Salvini e il Governo devono difendersi da chi gli chiede di “scusarsi”. Il tentativo di uscire dall’imbarazzo: implacabili quando sbaglia chi indossa una divisa. Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura. Non solo erano stati solerti, poco dopo l’uccisione di Mansouri, nel prendere le difese del poliziotto che aveva sparato - il cui nome ora è noto, Carmelo Cinturrino. Ma avevano tirato fuori nel giro di mezza giornata l’intero armamentario prêt-à-porter che ben si prestava all’occasione: da un lato l’invocazione dello scudo penale per gli agenti, tema molto caldo a fine gennaio mentre si stava definendo il nuovo pacchetto sicurezza, dall’altro l’accusa alla magistratura di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo. Quanto è emerso negli ultimi giorni, proprio attraverso l’indagine della procura, ha evidenziato il grossolano e frettoloso errore di valutazione dell’esecutivo e della maggioranza. Sino a rendere asfissiante il pressing sulla stessa Meloni e su Salvini, i due che più si erano spesi nel “cavalcare” il caso (la premier, non per una mera coincidenza, a inizio Olimpiadi, ha voluto visitare proprio gli uomini in divisa al lavoro presso la stazione di Rogoredo). La richiesta alla premier e al suo vice leghista, avanzata prima timidamente e poi con maggiore determinazione dalle opposizioni, è quella di dire apertamente di essersi sbagliato, insomma di “scusarsi” per quanto detto dopo la morte di Mansouri. A vincere l’imbarazzo la presidente del Consiglio ci ha provato ieri sera con una nota ufficiale di Palazzo Chigi, cui il sito del Governo si è premurato di dare un titolo dal sapore di autoassoluzione: “Uccisione di uno spacciatore nel boschetto di Rogoredo, la dichiarazione del presidente Meloni”. Insomma, per quanto ci sia stato un errore, si tratta pur sempre di uno “spacciatore” e del famigerato “boschetto di Rogoredo”. E il testo ribadisce: “Leggo con sgomento - scrive la presidente del Consiglio - gli ultimi sviluppi sull’uccisione di uno spacciatore nel noto ‘boschetto della droga’ di Rogoredo”. Insomma, come se a tradire il Governo fosse stato il contesto. “Gli inquirenti - prosegue la nota della presidente del Consiglio - ipotizzano che questo crimine sia legato a dinamiche connesse allo spaccio di sostanze stupefacenti, nelle quali sarebbe coinvolto anche l’agente di Polizia che ha sparato. Se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell’Ordine”. La capriola si completa quando la nota esprime i sentimenti della presidente del Consiglio rispetto a una vicenda che pochi giorni fa era stata letta in tutt’altro modo, quasi come un gesto di eroismo. “Provo profonda rabbia - dice Meloni - all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa ‘sporcare’ il lavoro dei tantissimi uomini e donne che, ogni giorno, ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione, sacrificio e senso delle Istituzioni. Servitori dello Stato nei confronti dei quali, invece, dobbiamo tutti essere riconoscenti. Come dobbiamo essere riconoscenti in particolare alla Polizia di Stato che, su delega della Procura di Milano, sta svolgendo le indagini sui propri agenti coinvolti in questa tragica vicenda, al solo fine di far emergere la verità. Chi indossa una divisa e rappresenta le Istituzioni ha il dovere di farlo con il massimo del rigore. E con chi sbaglia, a maggior ragione perché indossa quella divisa, occorre essere implacabili”. Poi una chiosa finale polemica con cui la presidente del Consiglio prova a sminare le parole più pesanti che Governo e maggioranza avevano proferito dopo l’uccisione di Mansouri: “La giustizia - conclude la presidente del Consiglio - farà il suo corso e confidiamo che sia determinata, anche perché, a differenza di quello che leggo, non esiste alcuno scudo penale”. Non esiste uno scudo penale, in effetti. Ma proprio dopo il caso-Rogoredo la maggioranza e il Governo l’hanno invocato a viva voce. E una sua possibile attuazione rafforzata all’interno dei nuovi provvedimenti sulla sicurezza è stata al centro di trattative con il Quirinale, per arrivare infine a una formula che fosse sostenibile alla luce del nostro ordinamento. Probabilmente, proprio il caso-Rogoredo contribuirà ad archiviare da qui alla fine della legislatura ogni altra ipotesi di introdurre norme più ‘strong’. Il punto più critico, però, non è tanto lo scontro sullo scudo penale o sui fascicoli che le procure devono aprire formalmente per avviare un’inchiesta e provare ad arrivare a una verità. Il punto è la ‘brutta figura’ che fa una politica che straparla a caldo di fatti di cronaca pensando di ricavarne vantaggi elettorali, trasformando poi tutto in video emozionali, card, meme, battute caustiche, indicazione del bersaglio sociale e quanto di più semplicistico e cinico richiedono i social media. Un malcostume diffuso. Stavolta ci è caduto mani e piedi il Governo. Altre volte le opposizioni. Ma la lezione va imparata. Altrimenti si arriverà a un punto in cui saranno indistinguibili le parole di un politico, di una persona che abita i partiti e le istituzioni, da un qualsiasi influencer che lucra sulle visualizzazioni. Una lezione tutto sommato semplice: aspettare prima di pronunciarsi, capire prima di arrivare a una conclusione, fidarsi di chi su un fatto pubblico deve svolgere il proprio lavoro. C’è un costo da pagare, certo. Bisogna mettere da parte gli slogan, i messaggi di pancia, le scorciatoie mentali con cui ormai si vuole sostituire la nobile arte della persuasione. Ma doversi pentire di aver detto cose risultate completamente sbagliate è molto peggio. La polizia sa far pulizia, se la legge è uguale per tutti di Davide Parozzi Avvenire, 24 febbraio 2026 Il caso del pusher ucciso da un agente a Milano sembra dire che, prima di commentare un fatto, sarebbe bene attendere la fine delle indagini rispettando il lavoro di giudici. La polizia ha saputo gestire la vicenda, ma con lo scudo penale cosa sarebbe successo? La vicenda dell’agente di polizia arrestato con l’accusa di avere assassinato uno spacciatore nel “bosco della droga” di Milano si presta ad alcune considerazioni. Come è noto, ieri mattina, l’assistente capo della Polizia di Stato, Carmelo Cinturrino, è stato ammanettato dai suoi stessi colleghi, nel cortile del commissariato dove presta servizio, con l’accusa di avere ucciso uno spacciatore, Abderrahimm Mansouri. L’agente, nelle sue prime dichiarazioni, aveva disegnato un quadro in cui lo sparo era il risultato di un’azione di legittima difesa: lo spacciatore impugnava un’arma e l’aveva puntata contro di lui. Le sue parole, però, non hanno retto al controllo degli stessi colleghi della Squadra mobile e all’emergere di testimoni che hanno raccontato una versione diversa. Le analisi scientifiche, poi, che hanno escluso che la vittima avesse mai toccato la pistola trovata accanto al suo corpo (messa dall’agente), e hanno accertato che in mano, quando è stato colpito, aveva solo un sasso, hanno fatto franare in via definitiva la versione dell’agente e aperto per lui le porte del carcere. Nei primi momenti dopo la sparatoria, alcuni politici, in primis il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, e poi la stessa premier Giorgia Meloni, avevano difeso a spada tratta l’agente, manifestandogli tutta la loro solidarietà prima ancora di conoscere la dinamica dei fatti. Reazioni che, come spesso accaduto in questi anni, sembrano congegnate apposta per contestare l’azione legittima (e obbligatoria) della magistratura impegnata a fare luce sull’accaduto. E questo obbligo da parte dei giudici c’è sempre, anche quando si tratta di rendere giustizia a una persona che vive nell’illegalità e si guadagna da vivere in modo inaccettabile. Un atteggiamento più prudente e rispettoso del lavoro dei giudici avrebbe evitato, ieri, fastidiosi suoni di unghie aggrappate ai vetri per giustificarsi. Il comportamento della Polizia è apparso irreprensibile. Da subito, quando la versione ha incominciato a mostrare le sue falle, gli uomini e le donne della Squadra mobile di Milano hanno condotto un’indagine accurata sotto la direzione del procuratore della Repubblica, Marcello Viola, e del sostituto Giovanni Tarzia. Controlli e approfondimenti portati avanti con precisione, con la verifica puntuale delle parole del collega. Indagini che sono giunte fino al punto di portare uno dei testimoni sul luogo della sparatoria, alla stessa ora del fatto, per appurare se dal luogo in cui si trovava potesse davvero vedere con nitidezza come si era svolta la scena. Interrogati poi gli altri poliziotti - presenti sul posto e che, in un primo tempo, avevano sostenuto la versione di Cinturrino - hanno spiegato cosa in realtà fosse accaduto. Una totale ricerca della verità che fa onore alle divise indossate da tantissimi uomini e donne, autentici servitori dello Stato che non hanno badato a logiche di corpo ma solo a fare fino in fondo il proprio dovere. Come ha sottolineato il questore Bruno Megale, la Polizia ha “gli anticorpi per far fronte a questo tipo di problematiche”. I cittadini, infatti, devono essere convinti dell’onestà delle forze dell’ordine cui è demandata, all’interno di uno Stato di diritto, la sicurezza di tutti. Resta la domanda più importante: quanto avrebbe influito sull’operatività dei magistrati in questa vicenda lo scudo penale - con la non iscrizione “automatica” nel registro degli indagati (e il contemporaneo avvio degli accertamenti) - contenuta nel Disegno di legge sulla sicurezza appena varato dal Governo se fosse stato già approvato dal Parlamento? La libertà, si legge nel motto della polizia di Stato, è garantita dalla legge. Che, come si sa, è uguale per tutti, a garanzia di tutti. E così deve restare. Armi e tutela, la scusa è la sicurezza di Giuliano Santoro Il Manifesto, 24 febbraio 2026 C’è la campagna propagandistica battente, il fuoco di fila transmediale che quotidianamente tiene il punto sulla repressione e la sicurezza. E ci sono le misure concrete, quelle che la destra ha fatto passare per decreto, bypassando la discussione parlamentare, e forzando di fronte ai dubbi dei costituzionalisti e le preoccupazioni degli addetti ai lavori. Sono almeno due, tra le norme dei decreti sicurezza, quelle che riguardano da vicino l’omicidio di Rogoredo e che fanno cogliere il nesso tra le campagne politiche e la produzione normativa. Un paio di settimane fa, ad esempio, è stata diffusa la circolare del Viminale che rende immediatamente operativo quanto stabilito dal primo decreto: il porto d’armi per gli agenti di pubblica sicurezza è valido anche fuori servizio, senza bisogno di licenza prefettizia, per le armi comuni. La legge adesso consente l’uso di un’arma privata, spesso più occultabile, ufficialmente per autodifesa, anche per gli agenti della polizia municipale. Dunque, la necessità di “dimostrare il bisogno” di portare fuori servizio armi stabilita dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, viene superata dalla presunzione legale dell’”esigenza di autotutela”: il legislatore concepisce questa possibilità sia in termini di ampliamento della “copertura” degli agenti che di rafforzamento della loro “capacità operativa”. L’altra norma è contenuta nel secondo decreto, quello emanato lo scorso 5 febbraio che prevede, sulla scia emotiva delle immagini cucite e diffuse ad arte degli scontri del corteo di Torino per Askatasuna, la difesa rafforzata per gli agenti di polizia. O meglio: visto che la Costituzione prevede che la legge sia uguale per tutti, il testo viene ampliato a qualunque cittadino stia adempiendo il proprio dovere e rappresenta una specie di allargamento della legittima difesa, evitando l’iscrizione sul registro degli indagati, ma in specifiche situazioni. Più un segnale politico che un dispositivo cogente. Ieri Carlo Nordio ci ha tenuto a precisare che “lo scudo penale non esiste, è un’invenzione giornalistica, io avrei indagato l’agente a Rogoredo”. Per ora, di sicuro, non c’è quel decreto: non è ancora comparso in Gazzetta ufficiale. Formalmente per motivi di copertura finanziaria. Ma dall’opposizione insinuano: “Il governo è rimasto di nuovo impantanato nei suoi pasticci”. g. san. Il senso della destra per le divise di Andrea Fabozzi Il Manifesto, 24 febbraio 2026 La sua barriera fatta di tante parole e di qualche modifica legislativa (già messa a segno o in programma) non perché sia davvero convinta dell’innocenza della polizia ma proprio per il suo contrario. Perché crede in una giustizia sommaria e violenta, amministrata con le maniere spicce innanzitutto contro le persone marginali, migranti i primi della lista. Lo scudo è quindi concepito come una forma di immunità preventiva piena, dovuta alla carica e necessaria. Le indagini non sono solo una seccatura da evitare ai servitori dello Stato, come si dice, ma sono per la destra la rottura dell’ordine naturale delle cose, che prevedrebbe omertà e copertura per chi indossa la divisa. Il 26 gennaio la notizia che a Milano un uomo era stato ucciso da un poliziotto è arrivata alle otto di sera. A quell’ora i radar della politica sono abitualmente abbassati, non è più indispensabile alimentare la diurna ansia da dichiarazione, le redazioni sono poco recettive. Eppure pochi minuti dopo diversi esponenti della destra già dettavano le loro certezze sulla legittima difesa dell’agente ed erano pronti a chiudere il caso. Una chiara rincorsa per anticipare nella prassi quello scudo penale per le forze dell’ordine che il governo ha provato a introdurre nella legge qualche giorno dopo. Molto contando sulle emozioni provocate, e orientate, dalla vicenda di Rogoredo. Oggi il punto non è quello di stabilire fuori dalle aule di giustizia, ostentando certezze uguali e contrarie a quelle della destra, la colpevolezza dell’agente sparatore: per quanto pesanti siano gli indizi e circostanziate le nuove versioni dei colleghi, per quanto credibile e articolato nel tempo sia il quadro che sembra venire fuori dalle indagini, la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche per chi è accusato di fare giustizia da sé. Il punto è invece cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra. Da Salvini e dalla Lega, quando hanno proposto di dare un premio o raccogliere fondi a favore dell’agente indagato per omicidio volontario, definendo l’accusa - per la quale adesso è stato arrestato - “gratuita ed eccessiva”. E dal ministro dell’interno Piantedosi che ha fatto subito compagnia, o concorrenza, al vice presidente del Consiglio, sicuro anche lui che nel caso era “molto evidente la legittima difesa”. Perché i rappresentanti della destra si spingono così avanti quando si tratta di giurare sulla polizia, senza neanche contare fino a tre, tanto da costringersi adesso a miserevoli giustificazioni, quando il buon senso se non la correttezza o la memoria di aver giurato sulla Costituzione imporrebbero prudenza? La risposta non è consolante: la destra alza la sua barriera fatta di tante parole e di qualche modifica legislativa (già messa a segno o in programma) non perché sia davvero convinta dell’innocenza della polizia ma proprio per il suo contrario. Perché crede in una giustizia sommaria e violenta, amministrata con le maniere spicce innanzitutto contro le persone marginali, migranti i primi della lista. Lo scudo è quindi concepito come una forma di immunità preventiva piena, dovuta alla carica e necessaria. Le indagini non sono solo una seccatura da evitare ai servitori dello Stato, come si dice, ma sono per la destra la rottura dell’ordine naturale delle cose, che prevedrebbe omertà e copertura per chi indossa la divisa. Del resto, con buona pace della retorica del cesto sano e della mela marcia, è quello che anche in questa vicenda stava cominciando a succedere quando le prime versioni degli agenti testimoni dei fatti a Rogoredo erano diverse ed erano in piena sintonia con le dichiarazioni assolutorie dei ministri. Nel paese che ha visto i fatti della scuola Diaz e poi i casi Uva, Bianzino, Aldrovandi e Cucchi, solo per citare i meno ignoti, che oggi vede a Milano dei carabinieri indagati per aver ostacolato le indagini per la morte di Ramy Elgaml, se una cautela andrebbe usata sarebbe la cautela opposta: assicurarsi che le indagini sull’operato delle forze dell’ordine possano essere sempre effettive e libere. Non c’è alcuna ragionevolezza nel chiedere di abbassare la guardia verso chi detiene il monopolio dell’uso legale della forza, quello che si scorge è invece un disegno politico pericoloso. Che passa anche dal referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere, visto che alla destra è sfuggita l’intenzione, in caso di vittoria del sì, di togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per affidarla direttamente al ministro dell’interno. Cioè, nella vicenda di Rogoredo, a colui che aveva già chiuso il caso. Esposto in procura sul caso Ramy: “I carabinieri protagonisti di quelle chat vanno sospesi” di Nello Trocchia Il Domani, 24 febbraio 2026 Il sindacato dei militari ha presentato un esposto in procura perché i pm di Milano valutino le posizioni dei militari che, nelle ore successive alla morte di Ramy Elgaml, si erano lasciati andare a frasi gravi e inquietanti come questa: “Bravo, uno è troppo poco. Bisognerebbe farne fuori di più. Ormai hanno preso il controllo di Milano sti bastardi”. “Alla luce della gravità dei fatti emersi, che denotano una spiccata capacità criminale e una rete di connivenze volta all’inquinamento probatorio, si chiede a codesta procura di valutare la richiesta al giudice di applicazione della misura cautelare interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio nei confronti degli indagati”. Così scrive Luca Marco Comellini, segretario generale del sindacato dei militari, nell’esposto inviato alla procura di Milano, all’attenzione dei pubblici ministeri Marco Cirigliano e Giancarla Serafini. Il riferimento è alle chat audio tra carabinieri, alcuni non indagati, pubblicate da Domani nei giorni scorsi e contenute nel procedimento penale per la morte del giovane Ramy Elgaml, il giovane egiziano caduto dal motorino e morto dopo un inseguimento delle forze dell’ordine, il 24 novembre 2024. “Il presente atto intende sottoporre all’attenzione dell’autorità giudiziaria ulteriori elementi di estrema gravità emersi dalle inchieste giornalistiche pubblicate dal quotidiano “Domani” in data 16 e 17 febbraio 2026, intitolate “Il video vogliamo venderlo?” “Come la destra ha usato Ramy” e “Zecche appese a piazzale Loreto: ecco le chat shock”“, si legge nell’esposto. In particolare il sindacato parla di chat che mostrano “un disprezzo assoluto per la vita umana e una matrice ideologica incompatibile con lo status di militare”, scrive di un “razzismo sistemico”, della “ricerca del pretesto”, di una “violenza politica e istituzionale” e dell’intimidazione “dei testimoni”. Per questo nell’esposto si chiede di procedere per i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale e istigazione di militari a disobbedire alle leggi. Il sindacato chiede all’autorità giudiziaria di intervenire per “il concreto e attuale pericolo di reiterazione delle condotte criminose e di ulteriore inquinamento probatorio, facilitato dalla permanenza degli indagati nei ruoli operativi dell’Arma”. Sicilia. Voucher ferroviari: 50 euro ai familiari partecipare ai colloqui con i detenuti La Sicilia, 24 febbraio 2026 Un sostegno ai familiari di detenuti in difficoltà economiche per l’acquisto di biglietti ferroviari per raggiungere le carceri siciliane. Verrà erogato in forma di voucher nominativi del valore di 50 euro per ogni singolo familiare che ha diritto di partecipare ai colloqui con il detenuto. È il frutto dell’accordo siglato tra il Garante siciliano per la tutela dei diritti dei detenuti e Trenitalia, ufficializzato stamattina a Palazzo D’Orléans. Erano presenti il presidente della Regione Renato Schifani, il garante Antonino De Lisi e il direttore regionale Trasporto Sicilia di Trenitalia, Pasquale Cammisa. “Presentiamo - ha ricordato Schifani - un accordo di grande valenza sociale, senza precedenti nel nostro Paese. È un atto concreto di solidarietà nei confronti delle famiglie di persone che stanno già pagando il loro debito con la società e che non devono essere ulteriormente penalizzate a causa di difficoltà economiche. Facciamo sentire la vicinanza della comunità regionale nel percorso di recupero sociale. Il mio governo è da sempre sensibile a questo tema e abbiamo già varato misure come lo Sportello lavoro e percorsi formativi per favorire il reinserimento lavorativo dei detenuti. Ringrazio l’avvocato De Lisi per il lavoro svolto e Trenitalia per la pronta disponibilità nei confronti di questa iniziativa”. Il credito della carta è utilizzabile fino all’esaurimento del saldo, non si può convertire in denaro e non può essere usato per pagare a bordo del treno. Le amministrazioni dei 26 istituti penitenziari siciliani stileranno una lista con i nomi dei soggetti che presenteranno istanza, che saranno vagliate dal Garante. “È una misura sperimentale - ha spiegato De Lisi per la quale mi sono impegnato fin dal mio insediamento, lo scorso settembre. Siamo arrivati a questo risultato grazie al sostegno del presidente Schifani al nostro lavoro e alla collaborazione di Trenitalia. Siamo la prima regione a mettere in atto questo provvedimento di grande civiltà che mi auguro abbia successo e venga riproposto nel resto d’Italia”. “La carta - ha sottolineato Cammisa - si può utilizzare su tutti i treni della regione siciliana, in tutte le agenzie di viaggio abilitate, nelle nostre biglietterie e online, attraverso un codice pin da digitare. È una iniziativa che consente di andare incontro alle esigenze delle famiglie dei detenuti”. Padova. “Fine pena: ora. Sul trasferimento improvviso degli AS e su Pietro” di Donatella Galante* Ristretti Orizzonti, 24 febbraio 2026 E se dicessi che non aspetto più? Se sfondassi il cancello di carne O lo scavalcassi, verso la libertà? (Emily Dickinson) Non conoscevo Pietro M., il detenuto della sezione di Alta Sicurezza che si è suicidato alla vigilia del suo trasferimento; mi hanno riferito che era un uomo schivo e molto riservato, ma di lui non posso dire nulla. Qualcosa posso dire di altri detenuti dell’Alta Sicurezza, ergastolani che ho avuto modo di incontrare nella mia attività di volontaria alla redazione di Ristretti Orizzonti. Ho potuto conoscerli, e capire come il tempo lungo della detenzione li aveva trasformati, li aveva resi pacati, e saggi, o forse solo rassegnati; ho condiviso con loro qualche momento di vita (sguardi e strette di mano, riflessioni e parole attorno al tavolo della redazione, l’offerta reciproca di un caffè, gli incontri e i confronti con le scuole, l’emozione di uno spettacolo teatrale…) e poi ho assistito alla loro progressiva e inesorabile esclusione dalle situazioni comuni, dalla redazione, dai convegni, dai progetti con gli studenti, dal teatro, e infine da tutte le attività. Qualcuno ha ancora potuto usufruire di qualche permesso. Poi, la decisione di trasferirli tutti, da un giorno all’altro, velocemente e brutalmente, verso mete non identificate. Non persone ma corpi da smistare. Non conoscevo Pietro M., la sua storia, ma posso dire qualcosa dell’atto finale, del modo in cui ha deciso di uscire definitivamente dalla sua cella, e del tempo preciso in cui ha scelto di farlo: l’alba di un nuovo giorno, subito prima che gli agenti della polizia penitenziaria venissero a prenderlo per trasferirlo altrove. Quell’altrove evidentemente per lui non era concepibile. Si può dire: un suicidio annunciato. Certo, così esatta la sequenza, così strettamente legate le due azioni, così connessi i tempi, da non lasciare dubbi. Ma i dubbi restano: non solo per il mistero che accompagna le ragioni profonde di chi decide di togliersi la vita, non solo per il pensiero colpevole che forse si poteva fare qualcosa per evitarlo, questo suicidio, ma anche per una domanda che rimane per il momento senza risposta: qual è il senso (il senso politico e morale) di queste decisioni inesorabili che partono dall’alto e che calpestano gli individui, nei modi e nei tempi, riducendo le persone a corpi da smistare? Per un sociologo come Durkheim la “pena precisa” corrisponde alla privazione della libertà senza alcuna altra sofferenza aggiuntiva, e questo perché la società, ogni società evoluta, dovrebbe aver fatto proprio il concetto che dignità e rispetto sono valori di tutti, delle vittime e dei colpevoli. C’è un sovraccarico in più nel cancellare in modo così brutale i percorsi fatti, le esperienze formative e il lavoro, i rapporti che si sono instaurati, le abitudini quotidiane, il senso di comunità che è vitale per chi ha perso tutto il resto, cancellare infine la dignità delle persone stesse. C’è un sovraccarico in più che nulla ha a che fare con la “certezza della pena”, e le modalità concrete di espiazione. Non conoscevo Pietro M., i suoi 73 anni, il male dato e avuto. Però vorrei pensare, anche se magari è solo un pensiero consolatorio, che il suo gesto ultimo e disperato sia stato anche un atto di libertà. *Volontaria di Ristretti Orizzonti Ascoli Piceno. Tragedia nel carcere, detenuto 23enne trovato senza vita Corriere Adriatico, 24 febbraio 2026 Si tratterebbe di una persona originaria della Campania. È stato trovato privo di vita questa mattina nella casa circondariale di Marino del Tronto. I sanitari ne hanno constatato il decesso. Un uomo di 23 anni, detenuto nella sezione di media sicurezza della casa circondariale di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, è stato trovato privo di vita questa mattina intorno alle 7. Il detenuto, di origini campane, era recluso nella struttura quando è stato rinvenuto senza segni di vita. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, giunti con un’ambulanza, che non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. Secondo le prime informazioni disponibili, la causa della morte sarebbe riconducibile a un arresto cardiocircolatorio, anche se gli accertamenti sono ancora in corso. Non si registrano, al momento, ulteriori dettagli ufficiali sulla dinamica degli eventi né dichiarazioni da parte della direzione del carcere o delle autorità competenti. Le circostanze del decesso restano da chiarire nelle sedi opportune. Parma. 74 detenuti trasferiti dal carcere di via Burla: le ripercussioni di Mariarosaria Abbruzzese parmareport.it, 24 febbraio 2026 Il Garante regionale dei detenuti dell’Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, congiuntamente alla Garante del Comune di Parma, Veronica Valenti, rendono noto un primo bilancio delle conseguenze del massiccio trasferimento di detenuti alta sicurezza dal carcere di Parma verso altri penitenziari del paese. Al momento è stato possibile quantificare in 6 gli studenti che hanno forzatamente dovuto abbandonare il percorso di studi con l’Università di Parma, 3 coloro che stati mandati altrove nonostante frequentassero attività dell’ateneo parmense, 4 coloro che lavoravano per una azienda del territorio che gestisce un laboratorio di ricondizionamento di apparecchiature per ufficio e 5 i detenuti che erano impegnati in lavorazioni della legatoria interna al carcere che realizzava lavori anche per il Comune di Parma, questo laboratorio risulta ora svuotato e senza operatori. Anche nei corsi di formazione ci sono state ricadute in corso di valutazione. I trasferimenti hanno così inciso gravemente sui diritti di questi detenuti che hanno dovuto abbandonare, senza preavviso e senza potersi tutelare, percorsi di studio e di lavoro interrompendo di conseguenza i loro percorsi trattamentali dopo anni di presenza nel carcere di Parma. “Si tratta di un fatto molto grave quello della decisione unilaterale dell’Amministrazione penitenziaria di trasferire detenuti che partecipavano attivamente a percorsi di lavoro e studio progettati e finanziati dalla Comunità di Parma e sostenuti anche con finanziamenti del Comune di Parma, dell’Università di Parma e della Regione Emilia-Romagna”. I due garanti rendono inoltre noto di avere inviato una richiesta di incontro al Capo dell’Amministrazione penitenziaria con il fine di presentare i “danni” generati dalla decisione di trasferire 74 detenuti alta sicurezza senza alcuna preparazione sia per i detenuti che degli operatori coinvolti nel loro trattamento”. Augusta (Sr). Detenuti morti, sindacalista punito per le denunce di Seby Spicuglia La Sicilia, 24 febbraio 2026 “Purtroppo a fare sindacato vero si pagano prezzi cari”. È la posizione durissima di Nello Bongiovanni, delegato provinciale Uspp, il sindacato della polizia penitenziaria, dopo aver ricevuto il benservito dalla segreteria nazionale che gli ha revocato l’incarico. Il motivo - come si legge nelle motivazioni - sta tutto nell’aver diramato un comunicato stampa nel quale si denunciavano le (presunte) morti per overdose di alcuni detenuti nel carcere di Augusta. Morti che si sarebbero manifestate in soli quindici giorni “presumibilmente per overdose”, e per le quali Bongiovanni specificava che “nessuno vuole addossare responsabilità però ritengo giusto e doveroso fare una giusta riflessione”. Non solo: nel comunicato incriminato, Bongiovanni affermava che “il sistema penitenziario in generale a mio avviso oramai è allo sbando totale, gli agenti riescono con enormi difficoltà a coprire addirittura non tutti i posti di servizio”. Poi ricordava come “la Cassazione ha sancito la condotta omissiva colposa dell’amministrazione penitenziaria, per non aver adottato le misure idonee a controllare l’ingresso degli stupefacenti nella struttura e non aver effettuato adeguati controlli sanitari al soggetto”. Bongiovanni ha toccato “fili spinati”. “Gli stessi di qualche anno fa, quando feci emergere due morti per sciopero della fame al carcere di Augusta. Adesso casualmente scopro due morti presumibilmente per overdose. Nel primo scopro che la Procura ha aperto un’indagine per omicidio colposo. Dopo il mio comunicato il mio segretario regionale mi comunica che la mia carica viene revocata dal segretario nazionale. Ho toccato dei tasti che non dovevo, mettendo in difficoltà il sindacato nazionale”. Non è la prima volta che Bongiovanni ha problemi a seguito delle sue denunce. “Sì, ma quando ero nel sindacato precedente, il Sippe, i problemi sono stati nell’ambito lavorativo. Valutazione annuale diminuita e comportamento antisindacale per il quale capo del Dipartimento è stato condannato. Mi facevano ritorsioni, danneggiando la mia carriera”. Nonostante ciò è andato avanti. “I diritti della Polizia Penitenziaria e del sistema penitenziario sono il mio vangelo. Dai colleghi piena solidarietà, ma hanno paura e stanno in silenzio, sia colleghi normali sia colleghi sindacalisti. In tutti gli istituti non si deve sapere che la Polizia Penitenziaria è allo sbando totale, senza una guida. Per quanto riguarda l’utenza, si parla di rieducazione ma non è possibile che vi sia, ma il messaggio che passa è che il detenuto può fare tutto ciò che gli pare, a discapito dei suoi stessi diritti”. Ma che vuol dire tutto ciò? “Noi siamo in balia del detenuto, perché ormai sa benissimo che può fare qualsiasi cosa. Però c’è una cosa che mi lascia davvero perplesso: come è mai possibile che due morti per sciopero della fame e due presumibilmente per overdose vengono fatti emergere da un sindacalista e non dagli organi competenti?”. Una domanda: come fa la droga ad entrare in carcere? Non ci sono i dovuti controlli? “Purtroppo ormai il personale a stento riesce a ricoprire i porti di servizio, perché nella maggior parte dei casi un collega deve ricoprirne 2 o 3, e di conseguenza ci va di mezzo la sicurezza dell’istituto”. Brescia. Il Garante dei minori: “Cala l’età carceraria e i figli dei detenuti rischiano l’invisibilità” di Siham Ouzif Corriere della Sera, 24 febbraio 2026 Diritti dei minori, disagio giovanile e nuove fragilità: è una fotografia articolata quella restituita dalla relazione annuale del Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del Comune di Brescia, presentata il 23 febbraio2026 in Commissione Consiliare da Mauro Ricca. La relazione riferita all’anno 2025 entra nel merito delle trasformazioni sociali mettendo in evidenza fragilità, nodi critici, prospettive future ma anche reti e progettualità già attive. Ricca ha richiamato il fondamento normativo dell’attività del Garante, legata alla Convenzione Onu, soffermandosi sui quattro principi cardine: non discriminazione, ascolto del minore, interesse superiore del bambino e diritto alla vita, sopravvivenza e allo sviluppo: “Ripercorrere questi principi e portarli nell’attualità - ha spiegato - significa mettere il bambino al centro, anche quando si parla di sanità, giustizia, carcere o comunicazione mediatica”. Tra i temi affrontati, quello dei figli di genitori detenuti assume un peso crescente. Nell’ambito del progetto triennale (2025-2027) Terzo Tempo, avviato operativamente a dicembre 2024, nell’ambito del Fondo per il contratto della povertà educativa minorile, il Garante ha evidenziato una nuova tendenza: “Stiamo registrando un abbassamento netto dell’età carceraria. Se in passato il detenuto aveva mediamente 35-40 anni, oggi sempre più spesso parliamo di ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Questo dato si intreccia direttamente con il disagio giovanile e con la tutela dei loro figli, che rischiano di rimanere invisibili”. Altro nodo centrale è quello dei minori non accompagnati, definiti da Ricca “il tema più emergente del presente”. A livello nazionale, dopo il picco di oltre 22 mila presenze tra il 2022 e il 2023, oggi si stimano circa 17 mila minori. Sul territorio bresciano i casi sono circa 350: “Non possiamo limitarci a leggere il fenomeno come un problema di sicurezza - ha sottolineato - Il vero rischio è la povertà educativa. Salute, formazione, inclusione sociale e accesso al lavoro sono le vere sfide. Associare automaticamente minore non accompagnato e devianza è non solo scorretto, ma dannoso”. Nel corso della seduta è intervenuta anche la sindaca Laura Castelletti, che ha ringraziato il Garante per il lavoro svolto: “Questa relazione attraversa sanità, servizi sociali, scuola, arte e carcere, dimostrando quanto sia necessario un approccio multidisciplinare. Come amministrazione ci siamo e continuiamo a investire su strumenti come l’Osservatorio dei minori e il percorso di Brescia città delle bambine e dei bambini”. Guardando al futuro, il Garante ha annunciato il rafforzamento delle attività di sensibilizzazione sul territorio e il pieno avvio dell’Osservatorio permanente sull’infanzia e l’adolescenza, chiamato a diventare uno strumento stabile di lettura e monitoraggio dei fenomeni emergenti. Tra le priorità, il consolidamento della collaborazione con UNICEF Italia, il mondo universitario e le scuole, oltre a un’attenzione crescente ai minori stranieri non accompagnati, indicati come una delle sfide decisive dei prossimi anni. Firenze. Due mini appartamenti per l’affettività dei detenuti a Sollicciano di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 24 febbraio 2026 La direttrice ha detto che i 7,5 milioni annunciati l’anno scorso dal sottosegretario Delmastro, saranno spesi per alcuni lavori di ristrutturazione che però ancora non sono partiti. Due mini appartamenti per l’affettività dei detenuti saranno inaugurati nei prossimi mesi nel carcere di Sollicciano. Ad annunciarlo sono state la direttrice del penitenziario Valeria Vitrani e la vicedirettrice Valentina Angioletti a margine dell’evento al Giardino degli Incontri nel corso del quale si è parlato dei corsi di formazione seguiti da quaranta detenuti che hanno acquisito le competenze per svolgere lavori in ambito cucina e informatica, competenze che possono mettere a frutto sia dentro il carcere che una volta tornati in libertà. Nel corso dell’incontro, a cui hanno partecipato gli stessi reclusi, sono stati consegnati i diplomi dei percorsi di istruzioni superiore erogati dagli istituti Saffi, Russel Newton e gli attestati dei corsi di formazione erogati dal consorzio di scuole Copia - Saffi - Russel Newton e finanziati da Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. “La richiesta principale che ci fanno i detenuti è proprio quella del lavoro” ha detto la direttrice Vitrani, secondo la quale “servirebbero ancora più corsi di formazione”. Per quanto riguarda i lavori di ristrutturazione del penitenziario fiorentino, la direttrice ha precisato che i 7,5 milioni annunciati l’anno scorso dal sottosegretario Delmastro, saranno spesi per alcuni lavori di ristrutturazione che però ancora non sono partiti: “La progettazione dei lavori è stata affidata attraverso una gara d’appalto, che dovrà portare a dei lavori che serviranno per il rifacimento delle facciate e la copertura dei tetti per risolvere il problema delle infiltrazioni d’acqua”. Secondo Vitrani, “servirà ancora qualche anno per la conclusione di questi lavori”. Quanto all’abbattimento di Sollicciano ipotizzato da più parti, inclusa la sindaca Sara Funaro, Vitrani ha detto che “realisticamente non è una cosa che si può contemplare visto che parallelamente stanno per cominciare dei lavori di ristrutturazione”. Rovigo. Aperto il carcere minorile, arrivati i primi cinque detenuti di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 24 febbraio 2026 Debutta la struttura nata sull’area del vecchio istituto per adulti. Arrivati ieri i primi cinque detenuti del nuovo carcere minorile in via Verdi. Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, in visita alla struttura inaugurata lo scorso 8 gennaio alla presenza, tra le altre istituzioni, di Alberto Stefani e Luca Zaia, nuovo ed ex governatore del Veneto. Il nuovo Istituto penitenziario minorile (Ipm), che sorge sull’ex Casa circondariale a fianco del Palazzo di Giustizia, ha superficie complessiva di 7.000 metri quadrati, di cui 4.000 destinati agli immobili e 3.000 agli esterni che comprendono aree verdi, una palestra e campetti per le attività sportive, per coniugare sicurezza, funzionalità e percorsi educativi. La struttura prevede 31 posti per detenuti e un organico di polizia penitenziaria da 50 unità. Per il personale civile, oltre al direttore, in servizio nel nuovo Ipm circa 10 funzionari della professionalità pedagogica e amministrativi. Ha spiegato Ostellari: “Contestuale la dismissione dell’istituto di Treviso, struttura ereditata dai governi precedenti, destinata a un nuovo utilizzo per gli adulti”. Ostellari ricorda che “come governo avevamo annunciato che il Veneto avrebbe avuto una nuova struttura moderna ed efficiente per la giustizia minorile. Ora quell’impegno diventa realtà. L’ipm è un investimento che coniuga esigenza di sicurezza e progetti di rieducazione dei giovani, con spazi nuovi e adeguati”. L’evento è salutato da reazioni in casa Lega. Per Alberto Di Rubba, il commercialista bergamasco tesoriere del Carroccio che correrà per le Suppletive alla Camera del 22 e 23 marzo nel collegio Polesine e Bassa Padovana, “in un momento storico segnato da fenomeni di crescente disagio giovanile e dalla diffusione delle baby gang, lo Stato dev’ essere presente, autorevole e di offrire percorsi educativi seri, affiancando le famiglie e responsabilizzando i ragazzi. È questa la differenza tra gli annunci e i risultati: trasformare le promesse in fatti concreti, rafforzando la credibilità delle istituzioni sul territorio”. La senatrice del Carroccio Erika Stefani, capogruppo Lega in commissione Giustizia, ricorda che “questo evento è un passaggio importante nell’ottica di riordino del sistema carcerario in Veneto e in tutto il Paese, cui sta lavorando la Lega al governo”. Per Arianna Lazzarini, deputata veneta della Lega e sindaco di Pozzonovo (Padova), “la Lega al Governo sta costruendo un modello fatto di più sicurezza, più qualità degli spazi, più attenzione ai percorsi educativi. Il nuovo Istituto penitenziario minorile di Rovigo è una struttura moderna e all’avanguardia che accoglie i primi giovani detenuti”. Milano. Dopo il rogo all’Icam mamme e figli trasferiti nelle carceri cittadine di Marianna Vazzana Il Giorno, 24 febbraio 2026 Dieci donne e 9 bimbi a San Vittore e a Bollate. Giungi: “Mancano comunità”. Accertamenti dei pompieri sull’eventuale presenza di sostanze acceleranti. A due giorni dall’incendio scoppiato all’Icam, l’Istituto di custodia attenuata per detenute madri in via Macedonio Melloni 53, la struttura è chiusa e tutte le donne sono state trasferite altrove con i loro bambini. “Quattro mamme e tre figli sono stati condotti alla Casa circondariale di San Vittore mentre altre sei con altrettanti figli sono alla sezione Nido della Casa di reclusione di Bollate” fanno sapere Alessandro Giungi e Daniele Nahum, vicepresidente e presidente della sottocommissione Carceri di Palazzo Marino. Il rogo è divampato poco dopo le 21.30 di sabato nel locale lavanderia “e in pochissimo tempo le fiamme hanno raggiunto il corridoio e altri ambienti adiacenti”, scrive in una nota Alfonso Greco, segretario nazionale per la Lombardia del Sappe, evidenziando che gli agenti di polizia penitenziaria “sono immediatamente intervenuti per mettere in sicurezza le recluse e i loro figli, conducendoli all’esterno”. Poi l’intervento dei pompieri, del 118 e dei rinforzi arrivati da San Vittore. Per fortuna nessuno è rimasto ferito né intossicato. I pompieri hanno domato le fiamme e ora sono in corso le indagini per risalire alle cause, a cura del Nucleo investigativo antincendio della direzione regionale dei vigili del fuoco. Si è ipotizzato che una delle lavatrici abbia avuto un problema di natura elettrica ma occorre verificare l’eventuale presenza di sostanza accelerante e al momento il locale interessato è sotto sequestro. “L’incendio - sottolineano Giungi e Nahum - ha determinato la chiusura della struttura per un periodo di tempo che non si annuncia breve” e i trasferimenti. “Ma questa soluzione - evidenziano - deve essere la più breve possibile, in quanto è certo lo stress e l’angoscia provata dai piccoli (dai pochi mesi ai 4 anni e mezzo) strappati da una struttura detentiva a vocazione di comunità, l’Icam, e ora in cella con le mamme”. Concludono evidenziando due “problemi enormi: le condizioni di sicurezza in carcere, siamo al terzo incendio in pochi mesi in strutture detentive (due a San Vittore e uno all’Icam) e la mancanza di comunità in cui poter inviare le mamme detenute con i loro bambini”. Firenze. Una seconda chance per le biciclette e per i detenuti di Ilaria Dioguardi vita.it, 24 febbraio 2026 Con il progetto Piedelibero, promosso dalla cooperativa sociale Arca, si dà una nuova vita alle biciclette rubate o abbandonate nel capoluogo toscano. Con Second Chance, l’azienda Selle Royal lo sostiene fornendo centinaia di selle con piccoli difetti di produzione, che non possono essere commercializzate. “E diamo una seconda possibilità alle persone detenute nel carcere di Sollicciano, che cercano di ritrovare un posto in società una volta libere”, dice Lara Cunico, brand manager di Selle Royal. Ogni anno, solo nella città di Firenze, circa 1.800 biciclette rubate o abbandonate finiscono nel deposito comunale. Grazie all’iniziativa Piedelibero, promossa da Arca cooperativa sociale e sviluppata nel carcere fiorentino di Sollicciano con il coinvolgimento diretto delle persone detenute, molte di queste biciclette trovano una nuova vita. È in questo contesto che nasce Second Chance, con cui Selle Royal sostiene il progetto da oltre un anno e mezzo. L’azienda affianca la cooperativa fornendo centinaia di selle con piccoli difetti di produzione, componenti che non possono essere commercializzati, ma che mantengono intatta la loro funzionalità. Queste selle vengono utilizzate per completare le biciclette rigenerate, contribuendo in modo concreto a ridurre gli sprechi e a rafforzare un modello di economia circolare che integra una forte dimensione sociale. Nel progetto le persone detenute partecipano attivamente alle attività di smontaggio, riparazione e assemblaggio, apprendendo competenze tecniche reali e spendibili. Un lavoro concreto che rappresenta, per chi vi prende parte, un’occasione di formazione professionale e di riscatto personale. Dal punto di vista di Selle Royal, Second Chance è un esempio pratico di responsabilità industriale applicata, in cui ciò che non può essere venduto diventa risorsa e l’imperfezione si trasforma in valore. Le selle fornite da Selle Royal entrano in un processo artigianale fatto di tempo e competenze. Le biciclette, una volta rigenerate, vengono marchiate Piedelibero e vendute a un prezzo popolare, chiudendo un ciclo che coinvolge istituzioni, Terzo settore e industria. “Da sempre Selle Royal ha a cuore la diffusione di una “cultura della bici” e di uno stile di vita su due ruote, poiché crediamo che questo mezzo sia un importante veicolo di valori non solo ambientali e relativi al benessere, ma anche sociali”, dice Lara Cunico, brand manager di Selle Royal. “Valorizzare le persone tramite la bicicletta: ecco cosa la nostra azienda e Piedelibero hanno in comune. Per questo, quando abbiamo saputo dell’esistenza di questo progetto, ci è venuto naturale proporci come sostenitori con ciò che di utile potevamo offrire, ovvero prodotti e comunicazione”, prosegue Cunico. “Da qui è nato un bellissimo connubio tra il dare una seconda vita alle nostre selle che, presentando piccole difettosità, non possono essere vendute, offrire alle biciclette abbandonate nel deposito comunale di Firenze l’opportunità di trovare un nuovo proprietario, che possa ridare loro valore”, continua” e dare una seconda possibilità alle persone detenute nel carcere di Sollicciano, che cercano di ritrovare un posto in società una volta libere”. Al di là delle centinaia di selle che vengono donate a Piedelibero ogni anno, l’investimento principale è in comunicazione. “Sfruttiamo i canali e le possibilità che abbiamo in quanto brand rilevante nella bike industry, ma non solo, per dare voce a un progetto apparentemente piccolo, che però può essere di grande esempio per altre realtà”, continua Cunico. Da qui la realizzazione di un video-documentario (si può vedere qui sotto), nel quale si dice: “Forse siamo tutti appoggiati al muro in attesa che qualcuno ci recuperi di nuovo”. Inoltre, l’azienda è attiva con la promozione sulle sue properties, i comunicati stampa, gli eventi e i talk per dare visibilità al progetto. “Diverse agenzie e team di lavoro interni a Selle Royal sono stati coinvolti nell’ultimo anno per rendere possibile tutto questo, dedicando tempo e risorse a uno scopo che esula dagli obiettivi aziendali e di profitto, ma che sentiamo essere altrettanto “nostro”. Piedelibero assume e forma in maniera costante una persona detenuta (spesso con pene molto lunghe), che è il vero e proprio meccanico dell’officina interna del carcere di Sollicciano. Viene seguito passo passo e dopo un periodo, in base alle possibilità, comincia a uscire per recarsi al lavoro presso l’officina esterna, generalmente una volta alla settimana per poi tornare a dormire all’interno del carcere. Assunto a tempo indeterminato, gode di tutti i diritti riservati ai lavoratori del Terzo settore con contratto nazionale. Parallelamente e periodicamente, vengono attivati dei corsi con 10-20 persone detenute all’anno, sia provenienti dalle carceri per adulti sia dagli istituti minorili. Con questi ultimi vengono spesso attivate anche messe alla prova di ragazzi che cercano una seconda possibilità. “Il fatturato è legato alla realtà di una cooperativa molto grande di cui Piedelibero è uno dei progetti. Non è un progetto che nasce per avere fatturato, ma ogni settimana vengono vendute dalle quattro alle 10 biciclette presso l’officina esterna, durante il pomeriggio di apertura al pubblico”, fanno sapere da Selle Royal. “Non basta ovviamente a coprire le tante spese, ma fra le vendite, i corsi di formazione e le varie attività, la cooperativa porta avanti il progetto dal 2001 senza interruzioni”. Viterbo. Carcere di Mammagialla, tutte le fragilità di Pietro Giordano lafune.eu, 24 febbraio 2026 Sovraffollamento, carenza di personale e fragilità psicologiche: il carcere viterbese come specchio di una giustizia che fatica a coniugare sicurezza e rieducazione. La sfida per Viterbo è questa: non voltarsi dall’altra parte. Perché dietro quelle mura non ci sono solo detenuti e agenti, ma una domanda profonda sul significato della giustizia e sulla qualità della nostra convivenza civile. La realtà carceraria di Viterbo ha un nome che in città evoca da sempre rispetto, timore e interrogativi: la casa circondariale “Mammagialla” (recentemente intitolato alla memoria di Nicandro Izzo), istituto storico che ospita detenuti comuni e di alta sicurezza. Dietro quelle mura, alle porte del capoluogo della Tuscia, si concentrano molte delle contraddizioni del sistema penitenziario italiano. Non è solo un problema di numeri, ma di senso della pena, di equilibrio tra sicurezza e rieducazione, tra diritto alla punizione e dovere dello Stato di non disumanizzare. Il primo nodo è il sovraffollamento. La struttura ospita stabilmente un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. Questo significa sezioni congestionate, celle condivise da più persone, spazi comuni insufficienti. In simili condizioni diventa difficile garantire percorsi individualizzati, attività trattamentali efficaci, lavoro interno o esterno. La pena rischia di trasformarsi in semplice custodia, in contenimento fisico, lontano dal principio costituzionale secondo cui deve tendere alla rieducazione. Il sovraffollamento non è solo una questione logistica. È una pressione costante sulle relazioni, sulla convivenza forzata, sulle fragilità personali. In un ambiente già segnato da privazione della libertà, la mancanza di spazio amplifica tensioni, conflitti, disagio psicologico. E quando le fragilità esplodono, lo fanno in modo drammatico: episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio ricordano che il carcere è anche un luogo di sofferenza mentale, spesso silenziosa. Accanto ai detenuti, c’è il personale. Gli agenti della Polizia Penitenziaria operano in condizioni complesse, con organici che non sempre rispondono alle reali esigenze dell’istituto. Turni gravosi, responsabilità elevate, gestione quotidiana di situazioni delicate richiedono professionalità e sangue freddo. Ma la sicurezza non può essere garantita solo con il sacrificio individuale di chi indossa una divisa. Servono investimenti strutturali, formazione continua, supporto psicologico anche per chi lavora dentro il carcere. Mammagialla non è però solo emergenza. Nel tempo sono stati attivati laboratori, corsi scolastici, iniziative culturali e collaborazioni con il territorio. Ogni volta che un detenuto studia, lavora, impara un mestiere, si riduce la probabilità che torni a delinquere una volta fuori. La recidiva, infatti, diminuisce sensibilmente quando la pena è accompagnata da percorsi di responsabilizzazione e reinserimento. È un dato che dovrebbe guidare le scelte politiche molto più delle pulsioni emotive che ciclicamente attraversano il dibattito pubblico. La questione carceraria a Viterbo interroga anche la città. Spesso il carcere è percepito come un mondo separato, chiuso, che non riguarda la comunità. In realtà è parte integrante del tessuto sociale. Molti detenuti torneranno a vivere nei territori di provenienza. La qualità del loro percorso detentivo inciderà sulla sicurezza futura. Investire in formazione, lavoro e assistenza non è un gesto di indulgenza, ma una scelta di lungimiranza. Un altro tema centrale riguarda la custodia cautelare. Una parte significativa dei detenuti è in attesa di giudizio definitivo. Questo contribuisce al sovraffollamento e solleva interrogativi sull’equilibrio tra esigenze cautelari e presunzione di innocenza. Ridurre il ricorso alla detenzione preventiva quando non strettamente necessario e ampliare le misure alternative per i reati minori potrebbe alleggerire la pressione sull’istituto senza compromettere la sicurezza collettiva. C’è poi la dimensione sanitaria. L’assistenza medica e psicologica in carcere è fondamentale, soprattutto in un contesto dove dipendenze, disturbi psichiatrici e fragilità sociali sono frequenti. Garantire cure adeguate significa prevenire crisi, tutelare la dignità della persona e ridurre i rischi di episodi estremi. Il carcere è il luogo in cui lo Stato esercita il massimo del suo potere coercitivo. Proprio per questo dovrebbe essere il luogo in cui dimostra il massimo livello di civiltà giuridica e umana. Mammagialla, con le sue criticità e le sue esperienze positive, rappresenta un banco di prova per Viterbo e per l’intero Paese. Non si tratta di scegliere tra sicurezza e umanità. La vera sicurezza nasce da una pena che responsabilizza, non che annienta. Se il carcere diventa solo un contenitore di disagio, produce altra marginalità. Se invece diventa un luogo di ricostruzione, pur nella durezza della privazione della libertà, può restituire alla società persone diverse da quelle che vi sono entrate. La sfida per Viterbo è questa: non voltarsi dall’altra parte. Perché dietro quelle mura non ci sono solo detenuti e agenti, ma una domanda profonda sul significato della giustizia e sulla qualità della nostra convivenza civile. Pordenone. Volontariato in carcere, domani l’incontro ad Azzano Decimo pordenonetoday.it, 24 febbraio 2026 “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt. 25,36). La Pastorale Carceria, insieme alla Associazione Carcere e Comunità propone una serata di conoscenza e informazione rivolta a tutti coloro che desiderano avvicinarsi al mondo del carcere e scoprire come offrire un aiuto concreto ai detenuti e alle loro famiglie. Una occasione per conoscere più da vicino una realtà spesso nascosta, ma che ci interpella profondamente, come cristiani e come membri della società civile. L’incontro si terrà mercoledì 25 febbraio 2026 alle ore 20.30 presso l’Oratorio di Azzano Decimo. Un invito aperto a chi desidera mettersi in gioco e diventare membro della associazione, condividendo un servizio di ascolto, presenza e sostegno. L’Associazione “Carcere e Comunità” nasce nel 1991 per volontà dell’allora Cappellano della Casa Circondariale di Pordenone, Don Luigi Tesolin, ed è stata poi proseguita e sviluppata dal suo successore e attuale Cappellano e Presidente, Don Piergiorgio Rigolo. La finalità dell’associazione è di “Coadiuvare le attività istituzionali nell’attuazione del trattamento rieducativo dei detenuti e promuovere il loro reinserimento sociale”. L’associazione svolge un servizio non per i soci e i volontari ma per rispondere alle esigenze dei ristretti e delle loro famiglie, per farli sentire meno soli, isolati e far diminuire la distanza e il pregiudizio. Le attività principalmente consistono in: Attività all’interno del Carcere Colloqui in carcere: Momenti di ascolto e supporto individuale con volontari che offrono confronti e assistenza ai detenuti. Club con ACAT: I ristretti con problemi di dipendenza possono partecipare agli incontri di mutuo aiuto, guidati da volontari formati, incentrati sul metodo ACAT. Santa Messa presso la Cappella: Un momento di incontro per tutti, in cui volontari e detenuti condividono la celebrazione della Messa e, successivamente, un momento conviviale. Distribuzione Vestiario: Aiuti concreti attraverso la distribuzione di abiti donati a chi ne fa richiesta. Cineforum: Il cineforum in carcere offre ai ristretti l’opportunità di guardare un film e discuterlo insieme, favorendo il dialogo e la riflessione. Attività Ricreative: Attività di svago come tombola, giochi di carte e spettacoli teatrali per favorire la socializzazione all’interno della comunità carceraria. Sabato insieme: Incontro libero il sabato pomeriggio tra ristretti e volontari durante il quale tutti si sono raccontati e si sono messi in ascolto, favorendo un momento di condivisione reciproca. Attività nella Comunità Multifamiliare: incontri mensili con familiari ed ex detenuti per condividere esperienze e sostenersi reciprocamente. Incontri di Sensibilizzazione: Momenti di dialogo rivolti alla comunità (scuole, adulti, giovani) per affrontare il tema del carcere Sostegno al Reinserimento Sociale: Percorsi di supporto per ex detenuti e persone agli arresti domiciliari, aiutando il reinserimento nella società con l’aiuto di una rete di volontari e collaborazioni locali. Anche in carcere arriva “La fine del mondo” con i nostri fumetti di Eleonora Martini Il Manifesto, 24 febbraio 2026 Una rivista di fumetti intelligenti può essere una carezza, un piccolo trattamento “rieducativo”, un refolo di vento nelle stanze stantie. Basta un fumetto per alleviare il senso di abbandono che, anche nel sovraffollamento di una galera, attanaglia sostanzialmente ogni detenuto? Certo che no: per ridare fiato all’immaginazione mortificata dall’isolamento di chi è privato della libertà personale, per riprendere contatto con il proprio tempo e il proprio spazio ci vorrebbero le stanze dell’amore, i professionisti dell’ascolto e i medici della mente. Ci vorrebbero gli spazi verdi e le biblioteche, gli educatori, le aule scolastiche e i campi di calcio, per i ragazzi finiti nelle carceri minorili - non sia mai inizino ad assomigliare ai “ragazzi della Nickel”. Ci vorrebbe un altro orizzonte, per le madri con bimbi piccoli. Ma una rivista di fumetti intelligenti può essere una carezza, un piccolo trattamento “rieducativo”, un refolo di vento nelle stanze stantie. È, almeno, ciò che abbiamo sperato noi del manifesto prendendo l’iniziativa di inviare in regalo il surplus di copie del numero zero de “La fine del mondo”, il nostro nuovo mensile a fumetti ideato e curato da Maicol & Mirco. Abbiamo chiesto il permesso alle direzioni di diverse carceri, soprattutto quelle femminili, e di tutti gli Istituti penali per minorenni. Ci hanno risposto in molti, anche se con i tempi lenti della burocrazia e le cautele dettate dalle misure di sicurezza. Silenzio totale invece da alcuni istituti, probabilmente a corto di personale addetto alla corrispondenza o, a voler essere maligni, forse troppo impegnati con le bufere giudiziarie che li hanno investiti. C’è chi ci ha messo diverse settimane solo per chiedere ulteriori informazioni sulla tipologia di fumetti e sulle tematiche trattate nella rivista - che tornerà da domani in edicola con il numero due - al fine di valutare se il nostro omaggio potesse corrispondere “alle esigenze educative e formative dei nostri ospiti in base alla loro età, cultura di provenienza e formazione”. Qualcun altro era più preoccupato della rigidità della copertina. Qualcuno ha sbarrato le porte perché in via di trasformazione in super carcere esclusivo per i reclusi in 41 bis, anche se a farne le spese oggi sono pure i pochi detenuti comuni rimasti. Ma in generale, l’iniziativa è stata apprezzata e accolta, perfino con entusiasmo. Confidiamo di avere, un giorno, un qualche feedback dai ragazzi e dalle ragazze, dai giovani, dalle donne e dai vecchi detenuti che abbiano avuto modo di leggere la nostra rivista. Speriamo che altri prendano iniziative simili. Non è la fine del mondo, lì fuori c’è sempre qualcuno che vi aspetta. “Se domani non torno”, il femminicidio di Giulia Cecchettin diventa un film Il Mattino di Padova, 24 febbraio 2026 Con la regia di Paola Randi, girata interamente in Veneto e tratta dal libro scritto da papà Gino, la pellicola uscirà al cinema a novembre 2026, a tre anni dalla tragedia. Nel caso Sabrina Martina dà il volto alla ragazza uccisa dall’ex fidanzato. Il produttore: “Film come messaggio civile, oltre la cronaca”. Al via le riprese del film su Giulia Cecchettin. Si intitola “Se domani non torno”, come i versi della poesia di Cristina Torres Cáceres diventata simbolo della lotta contro la violenza sulle donne ed è liberamente ispirato al libro “Cara Giulia” scritto dal padre Gino con Marco Franzoso, edito da Rizzoli. Con la regia di Paola Randi, si gira interamente in Veneto, prodotto da Notorious Pictures in collaborazione con Mediaset e Sky ed uscirà nelle sale italiane il 5 novembre 2026, a tre anni dal femminicidio commesso da Filippo Turetta. Paola Randi ha scritto anche la sceneggiatura con Lisa Nur Sultan. Nel cast Filippo Timi interpreta Gino Cecchettin, Sabrina Martina interpreta Giulia, Tecla Bossi interpreta Elena sorella di Giulia, e Tommaso Allione, Davide il fratello. “Se domani non torno” non è - tiene a sottolineare la produzione - la narrazione di un fatto di cronaca: è un film che nasce dall’urgenza di raccontare una storia che non aggiunga clamore a ciò che già conosciamo, ma che scavi più a fondo. “Con l’appoggio e il supporto di Gino e della sua famiglia, il film porta al cinema gli intenti del libro “Cara Giulia” e della Fondazione Giulia Cecchettin. E vuole farlo nel modo più largo e trasversale possibile proprio per parlare a quei ragazzi e a quelle ragazze che, sempre più spesso, sono i protagonisti delle tante, troppe altre vicende simili a quella di Giulia; agli adulti, genitori, insegnanti, fratelli e sorelle, tutti noi, che in un modo o nell’altro abbiamo la nostra responsabilità nella legittimazione di certi comportamenti”, dice il ceo di Notorius Pictures Guglielmo Marchetti. “Siamo convinti che il cinema possa essere uno strumento di impatto sociale. Il film vuole superare la cronaca e farsi veicolo di un messaggio civile, accessibile e necessario. Ringraziamo Gino Cecchettin, la sua famiglia, per la fiducia e l’apertura con cui hanno accolto la nostra proposta”, conclude Marchetti, “Con umiltà e responsabilità vogliamo trasformare questa testimonianza in un’opera collettiva che parli ai giovani, alle scuole, alla società tutta. Il nostro scopo è generare consapevolezza e contribuire al cambiamento”. Con il film di Paola Randi, Notorious Pictures punta ad amplificare e sostenere “con forza lo straordinario lavoro che Gino sta portando avanti attraverso la Fondazione Giulia Cecchettin, offrendole una nuova voce, etica e accessibile, e una concreta opportunità divulgativa che le permetta di parlare ancora più forte, stimolando ulteriormente un cambiamento positivo nella società in cui viviamo”. Migranti. Cara sinistra, i Cpr sono disumani e basta di Gianfranco Schiavone L’Unità, 24 febbraio 2026 Le posizioni espresse dal governatore della regione Emilia-Romagna De Pascale hanno creato molto sconcerto nel centro-sinistra regionale e nazionale; il Governatore ha fatto sapere di considerare i CPR strutture “da migliorare per renderle più umani ed efficaci” (La Repubblica, 19.02.26) che si potrebbero utilizzare magari non per tutti coloro che non hanno un permesso di soggiorno, ma almeno in casi particolari nei quali è concretamente in gioco la sicurezza pubblica come l’allontanamento delle persone socialmente pericolose. Si tratta invero di una posizione affatto nuova e che si presenta a prima vista come pragmatica e ragionevole. Cercherò di spiegare le ragioni per cui ritengo invece che essa non sia affatto ragionevole, bensì sia fondata su presupposti del tutto errati. Il primo punto da cui partire è che il nostro sistema normativo sull’immigrazione, fin dalle sue origini nel 1998, si è basato su un impianto profondamente irrazionale ed iniquo che prevede l’espulsione come unica risposta all’irregolarità di soggiorno, qualunque sia la ragione per cui tale violazione amministrativa si è prodotta. La sostanziale mancanza di canali di ingresso legali, unitamente alle fortissime rigidità della normativa sulle condizioni di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno e, non da ultima, la mancanza di meccanismi di regolarizzazione a regime della irregolarità ha prodotto fin dagli anni ‘90 un enorme numero di persone forzatamente irregolari tutte potenzialmente destinatarie sia di un provvedimento di espulsione che di un trattenimento in un centro per il rimpatrio per tentare di eseguire l’espulsione comminata. L’ISMU stima in 321.000 il numero delle persone irregolari presenti in Italia al 1 gennaio 2024, un numero che, anche se inferiore a punte toccate in passato, rimane comunque enorme e ben evidenzia l’irrazionalità del sistema italiano di (non) gestione delle migrazioni. A fronte di tali enormi numeri di persone senza un regolare soggiorno e di decine di migliaia di ordini di espulsioni emessi ogni anno (attorno ai 30mila all’anno nel 2024 e nel 2025) “tra settembre e dicembre 2025, erano presenti nei CPR 546 trattenuti, corrispondenti a meno dello 0,2% delle persone in posizione di irregolarità stimate sul territorio nazionale (TAI, Centri d’Italia: istituzioni totali, gennaio 2026). Sempre nel rapporto, di cui avevo già scritto nell’edizione del 29.01.26, nel 2024 “sono state 5.891 le persone in ingresso nei CPR italiani, di cui 1.251 (il 21,2%) provenienti dal carcere” mentre “nel periodo tra 2014 e 2024, a fronte di un costante aumento della capacità del sistema detentivo (inclusi i centri di trattenimento per richiedenti asilo in Sicilia e i centri in Albania) e dei termini massimi di detenzione, l’incidenza dei rimpatri effettuati è in costante diminuzione ed ha toccato il minimo storico nel 2024, quando solo il 41,8% delle persone in ingresso in un centro di detenzione è stato rimpatriato”. L’irrazionalità della situazione e la completa assenza di collegamento tra i centri per il rimpatrio e la gestione dell’immigrazione irregolare costituisce un dato strutturale degli ultimi decenni, messo in luce da ogni rapporto autorevole ed indipendente. Nel suo rapporto al Parlamento del 2022 Mauro Palma, allora garante dei diritti delle persone private della libertà personale, già evidenziava come “il rischio è che la privazione della libertà dei migranti irregolari tenda a legittimarsi più come misura rassicurante della collettività che non come tassello efficace per una strategia che (...) riesca a ridurre le situazioni di irregolarità di presenza nel territorio nazionale e i rischi conseguenti anche sul piano delle possibili connessioni criminali” Anche se l’articolo 14 comma 1.1. del TU sull’immigrazione dispone che il trattenimento “è disposto con priorità per coloro che siano considerati una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica o che siano stati condannati, anche con sentenza non definitiva” per reati di una certa gravità, la normativa non prevede alcun effettivo criterio giuridico di selezione e progressività delle misure e da trent’anni qualunque straniero irregolare può essere rinchiuso in un CPR per il solo ed unico fatto di essere appunto irregolare, in un gioco tanto crudele quanto inutile. Il citato rapporto sui CPR evidenzia che nel 2024 sono stati 1.251 i trattenuti nei CPR provenienti dal carcere, pari al 21,2% delle presenze. Ci sono ragioni valide per sostenere che se si restringesse la funzione dei CPR al trattenimento ai fini espulsivi dei soli stranieri con precedenti penali, tali strutture, magari “umanizzate”, potrebbero svolgere una loro residua utilità? Forse non ha molto senso porsi questo interrogativo considerato che l’attuale normativa è un mostro giuridico che non prevede differenziazione, proporzionalità e gradualità, ma ad ogni modo è necessario chiarre subito che aver subìto condanne penali non può affatto costituire di per sé una ragione sufficiente per entrare in un CPR a fine pena. Nel nostro ordinamento costituzionale (art. 27) la pena è finalizzata alla rieducazione e al reinserimento sociale della persona che è stata condannata (anche se tale fondamentale principio è costantemente violato) e ciò deve valere anche per gli stranieri che magari perdono la regolarità del loro soggiorno proprio durante il periodo di carcerazione. So bene che è un terreno politicamente accidentato e che è più facile cavalcare un discorso violento e forcaiolo che concepisce il carcere come discarica sociale; d’altronde la costruzione simbolica della figura dello straniero criminale rappresenta sempre uno strumento di propaganda perfetto. Tuttavia in una società che vuole rimanere democratica è indispensabile non transigere sul rispetto del diritto al reinserimento sociale anche per gli stranieri, un diritto che ovviamente prevede specifiche eccezioni nel caso in cui la persona che ha scontato la pena sia considerata comunque socialmente pericolosa e quindi vada legittimamente espulsa per questa ragione. Tale valutazione sulla sussistenza o meno di profili di pericolosità sociale, e dunque sulla possibilità di applicazione dell’espulsione come misura di sicurezza, va condotta a fine pena, caso per caso, senza alcun automatismo connesso alla condanna o al tipo di reato commesso dallo straniero (Sentenza Corte cost. 58/1995) bilanciando la tutela dell’interesse pubblico con il rispetto dei diritti dell’individuo (ed in particolare con il diritto alla vita privata e famigliare di cui all’art. 8 della CEDU). Diversamente da quanto molti, anche a sinistra, sostengono, gli allontanamenti degli stranieri condannati e socialmente pericolosi sono dunque possibili, con la precisazione che attualmente molte delle persone che escono dal carcere sono trattenute nei CPR non in quanto socialmente pericolose ma solo in quanto irregolarmente soggiornanti. La loro percentuale sul numero globale dei trattenuti è relativamente elevata solo perchè è più facile operare su di loro (basta prelevarli all’uscita dal carcere). Fatti questi indispensabili chiarimenti, spesso chi esce dal carcere finisce in una nuova detenzione, questa volta amministrativa, che può essere disposta solo in presenza di “situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l’effettuazione dell’allontanamento” (TU Immigrazione art. 14 c.1) tra cui la necessità dell’identificazione che richiede la collaborazione delle Autorità dei Paesi di origine. Perché non effettuare tale identificazione durante il periodo di detenzione? Quasi vent’anni fa (!) nel lontano 2008, una commissione del Ministero dell’Interno sui centri di trattenimento, detta “Commissione De Mistura” (nel clima politico esasperato di oggi una simile pacata commissione istituzionale sarebbe impensabile) proponeva, seppur con un po’ di ambiguità, il “superamento” dei centri tramite un loro progressivo svuotamento, ed era fermissima nell’affermare che il trattenimento amministrativo dopo il carcere “appare come una doppia pena che non poggia su alcuna valida motivazione” in quanto “gli accertamenti su identità e nazionalità devono essere effettuati durante il periodo di carcerazione”. Dopo vent’anni siamo ancora allo stesso punto. I CPR non servono dunque, né per allontanare stranieri colpevoli di una semplice irregolarità amministrativa - che invece andrebbe drasticamente asciugata tramite una seria riforma normativa - ma neppure servono per l’allontanamento del piccolo numero di persone che sono davvero socialmente pericolose, nonostante la facile propaganda che si può fare su quest’ultima categoria. I CPR, come tutte le istituzioni totali, non esistono per la finalità ufficialmente dichiarate. Esistono invece per svolgere altre e ben diverse finalità di controllo sociale e si reggono grazie a un robusto impianto ideologico che ne teorizza, con ragioni apparentemente valide, l’assoluta necessità al fine di difendere la collettività da gravissimi pericoli. Non c’è oggi un’alternativa democratica alla loro chiusura, come è stato per i manicomi che molti volevano ridurre ed umanizzare; prima della loro abolizione, resa possibile con l’approvazione della L. 180/1978, venivano considerati un’istituzione medico-scientifica dolorosa ma indispensabile, sia per curare la malattia mentale, che per tutelare i cittadini “normali” dai rischi imprevedibili ma concreti di essere aggrediti o persino uccisi dai cosiddetti pazzi. Sostenere che i manicomi potessero essere chiusi appariva come una tesi irrazionale, estremista e priva di ogni base scientifica. Eppure è avvenuto e oggi sappiamo quanto è stato importante, non solo per i “matti” ma per l’intera società. Franco Basaglia lo sapeva bene e, a riforma avvenuta, scrisse che “la cosa importante che abbiamo dimostrato è che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto”. (Conferenze brasiliane, Rio de Janeiro, 28 giugno 1979) Migranti. Cpr in Albania, record di migranti trattenuti di Giansandro Merli Il Manifesto, 24 febbraio 2026 All’interno sono una novantina. Quasi tutti portati nell’ultima settimana. Due persone al secondo round nel centro di Gjader. “Sono scioccata. C’è anche un ragazzo algerino che ha visto morire il suo compagno di cella a Bari. È un testimone nell’inchiesta in corso”, Rachele Scarpa, Pd. Il Centro di permanenza per i rimpatri di Gjader è più affollato che mai. Al suo interno ci sono una novantina di persone. Sessantacinque sono state trasferite nell’ultima settimana. I numeri vengono dal registro degli eventi critici consultato ieri dalla deputata Pd Rachele Scarpa, durante un’ispezione a sorpresa realizzata con il Tavolo asilo e immigrazione (Tai). Un dato così alto non era mai stato registrato. Né nella prima fase, riservata ai richiedenti asilo originari dei “paesi sicuri” e durata solo tre mesi per le bocciature dei giudici nazionali e poi della Corte di giustizia europea. Né durante la seconda, quella della detenzione dei cittadini stranieri già irregolari in Italia. Nel Cpr albanese i posti teorici sarebbero 144, ma la capienza effettiva è stata fissata a 96 (un paio di moduli non sono utilizzati per scelta). Sulle ragioni dell’improvvisa accelerazione non ci sono certezze. Ma si può fare qualche ipotesi. Forse il governo vuole vedere come vanno le cose con numeri più consistenti in vista del prossimo giugno, quando entrerà in vigore il Patto Ue che secondo la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dovrebbe rimuovere ogni ostacolo. O forse inizia a farsi sentire il rischio che a un certo punto la Corte dei conti, sollecitata da diversi esposti, intervenga su strutture che avrebbero dovuto “ospitare” fino 36mila persone l’anno ma finora ne hanno viste poche centinaia. A pensar male, poi, l’esecutivo potrebbe essere a caccia di un nuovo casus belli da scagliare nella campagna referendaria, anche perché in base alle informazioni raccolte dalla parlamentare dem i trasferimenti continuano senza nessuna giustificazione scritta. Proprio come nel caso in cui il tribunale di Roma ha stabilito un risarcimento di 700 euro. Caso usato da Meloni per attaccare i giudici che impedirebbero all’esecutivo di difendere i confini. Oltre ai numeri, a colpire durante l’ispezione di ieri sono state le storie individuali delle persone trattenute a Gjader. “Abbiamo incontrato un uomo con la cittadinanza iraniana. È lì da tre mesi e prima ne ha fatti altri sei in un Cpr italiano”, afferma Scarpa. Gli iraniani non vengono rimpatriati, se fanno domanda possono ottenere la protezione. “Ma questa persona è stata portata a un livello di disperazione così forte che ora preferirebbe tornare a casa. In Belgio si è trovato senza documenti e poi ha affrontato la detenzione. Dice che per lui in Europa non c’è futuro, in Iran almeno sarebbe registrato”, continua la deputata. Un cittadino del Togo e uno del Senegal, intanto, sono finiti a Gjader per la seconda volta. “Uno era stato rimandato in Italia per ragioni sanitarie, l’altro perché aveva chiesto asilo. Entrambi al rientro avevano trovato un lavoro: in nero, visto che non hanno documenti. Ci hanno raccontato di essere stati convocati in questura con la promessa di ottenerli. Invece si sono ritrovati dietro le sbarre, prima in Italia, poi in Albania”, afferma Francesco Ferri, dell’ong ActionAid che è parte del Tai. “Il ragazzo del Togo è un operaio specializzato, gestiva l’officina quando il suo datore di lavoro non c’era. Ma ci ha anche detto che il fatto di essere senza permesso di soggiorno è stata un’occasione per il padrone: poteva ricattarlo e gli deve ancora dei soldi”. Dietro le sbarre d’oltre Adriatico è finito anche un ragazzo algerino di 22 anni. “Quando l’ho visto mi sono resa subito conto che lo avevo incontrato da poco. Dieci giorni prima nel Cpr di Bari, dove sono entrata in seguito alla morte di un trattenuto”, dice Scarpa. Le testimonianze raccolte in Puglia parlano di due persone prive di conoscenza, con la bava alla bocca, forse per un abuso di metadone. L’uomo che le ha trovate a terra e ha chiesto aiuto è proprio quello trasferito a Gjader. Nonostante l’avvocato dei parenti della vittima abbia chiesto un incidente probatorio con lui presente. “Sono scioccata. Hanno spedito al di là dell’Adriatico un testimone - continua Scarpa - Questa persona sta malissimo. Ha il corpo pieno di tagli e continua a procurasi ferite. Dopo il trasferimento non è stato sottoposto a una nuova visita medica, nonostante il trauma subito per la morte del compagno di cella. Anche l’ente gestore chiede sia visitato per stabilire se è idoneo al trattenimento”. Migranti. La gogna li definisce “ideologizzati”, olio di ricino ai medici anti-Cpr di Nicola Cocco* L’Unità, 24 febbraio 2026 Perquisiti, indagati, minacciati di licenziamento e radiazione: alla gogna i sanitari di Ravenna che hanno negato il nulla osta al trattenimento. Esiste una distorsione profonda nel modo in cui le istituzioni osservano l’operato dei medici oggi. Il clamore mediatico si è abbattuto sui colleghi di Ravenna, indagati per aver esercitato l’autonomia clinica nel dichiarare l’inidoneità al trattenimento di alcuni migranti. Per loro, colpevoli di aver applicato a corpi marginalizzati i parametri della Direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 2022 e soprattutto i principi del Codice Deontologico, il sistema ha attivato il repertorio repressivo: perquisizioni notturne, avvisi di garanzia, richieste di licenziamento e radiazione. La gogna li definisce “ideologizzati”. Ma il vero scandalo, quello che non produce titoli né indagini, è l’ordinaria amministrazione del nulla osta. Esiste una prassi burocratica silente che, ogni giorno, firma l’idoneità al trattenimento per persone non vedenti, disabili o affette da patologie croniche nonché enormi problemi di salute mentale. Questa è la vera “diagnosi politica”: un atto spesso inconsapevole che avalla l’invio di esseri umani in luoghi che la comunità internazionale definisce torturanti. In questo caso non c’è gogna, perché la procedura del respingimento è considerata un dovere d’ufficio. Siamo di fronte a una deriva manicomiale dei Cpr. Come avveniva nelle istituzioni totali analizzate da Basaglia, l’organizzazione non cura, ma segrega. Il migrante viene ridotto a “nuda vita”, un numero utile a ingrassare le statistiche della propaganda securitaria e i bilanci delle società che gestiscono i centri. La malattia non risiede nei corpi dei detenuti, ma in un sistema che ha deciso di non sentire più il dolore degli altri, incancrenendosi dietro la retorica dei “costi” e della sicurezza. Il paradosso è totale: si processa la tutela della salute e si normalizza l’indifferenza burocratica. Si colpiscono i medici che agiscono come anticorpi di un organismo malato, mentre si accetta come fisiologica la selezione operata dal razzismo istituzionale. L’efficacia di questi anticorpi professionali è oggi sotto attacco frontale. Ma il prezzo di questa sottomissione si misura in vite umane. Pochi giorni fa, nel Cpr di Bari, è morto Simo Said, un ragazzo di 25 anni, per riferite “cause naturali” al momento. Ma non esiste la “morte naturale” di un ragazzo di 25 anni, altrimenti sano, in un luogo di detenzione: è sempre una “morte istituzionale”, una morte di Cpr. Simo Said era stato dichiarato “idoneo” al trattenimento. Quella firma, quel nulla osta per il Cpr in cui si è verificato l’ennesimo decesso in custodia dello Stato, non porterà a nessuna perquisizione notturna, ma resta la prova di una medicina che, quando rinuncia alla sua autonomia, diventa ingranaggio della segregazione. *Mai più lager - No ai Cpr “Basta favori ai mercanti di armi”: l’appello del fronte ampio della pace di Elisa Campisi Avvenire, 24 febbraio 2026 Riparte la mobilitazione della società civile contro lo svuotamento della legge 185 che vigila sulla trasparenza dell’export di armamenti. Vignarca: “Il ddl governativo rischia di rendere opachi i controlli sui fondi”. Rispoli (Libera): “No a modifiche che calpestano la storia”. “Basta favori ai mercanti di armi”, è l’appello che risuona nel comunicato diramato ieri dalla Rete Italiana Pace e Disarmo che riapre ufficialmente l’omonima campagna per bloccare lo “smantellamento” della 185/90. Si tratta della legge che disciplina l’esportazione, l’importazione e il transito di armamenti in Italia, imponendo controlli rigorosi ispirati alla trasparenza e al rispetto dei diritti umani. Secondo le organizzazioni promotrici o aderenti alla campagna - rispettivamente oltre 80 e 150, molte del mondo cattolico - sarebbe proprio questa limpidezza a essere messa a rischio. A spiegarci le ragioni della nuova mobilitazione su una questione che va avanti da almeno tre anni è Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. “In questi giorni corrono rumors su un’accelerazione parlamentare nei prossimi mesi. Il governo punterebbe a sfruttare la finestra tra marzo e maggio, riaprendo il dibattito alla Camera sul Ddl governativo già approvato al Senato che andrebbe a stravolgere la Legge 185. Così si intende arrivare in tempi rapidi a un’approvazione, prima che la sessione di bilancio e le scadenze elettorali blocchino l’iter”, spiega, sottolineando come le segnalazioni di una ripresa dei lavori già trapelate nella stampa non siano state finora smentite. Il disegno di legge che intende modificare la 185 era stato approvato in Consiglio dei ministri nel 2023 e in prima lettura al Senato a febbraio del 2024. All’inizio del 2025, l’iter alla Camera era stato però ostacolato dall’opposizione. Le modifiche colpirebbero la trasparenza su più fronti: “Innanzitutto il disegno cancellerebbe dalla relazione annuale al Parlamento la tabella delle “Banche armate”, cioè l’elenco degli istituti di credito che finanziano e traggono profitto dall’export di armi. Questo è l’unico strumento che permette al cittadino di sapere se la propria banca partecipa al business delle armi e di agire concretamente”. La campagna chiede dunque che questa modifica peggiorativa della legge non passi e, al contrario, proprio mentre crescono le spese militari, vengano rafforzati i meccanismi di controllo e di trasparenza sul commercio di armamenti. In questo contesto, continua Vignarca, l’aspetto più grave è che inoltre nel disegno non sia stato inserito un riferimento esplicito al Trattato internazionale sul commercio delle armi (Att), “norma ratificata dall’Italia che obbliga dal 2014 a stoppare le vendite laddove vi sia anche solo il rischio di violazione dei diritti umani e non la prova accertata come invece chiede la 185”. Infine, se il disegno di legge passasse così com’è, “il baricentro decisionale sull’export delle armi si sposterebbe dal piano tecnico e amministrativo che valuta caso per caso a quello politico che decide a priori sulla base di presunte necessità e dello spauracchio di uno “svantaggio competitivo” che nella realtà non esiste, dato che tutte le aziende europee del settore sono sottoposte alla posizione comune della Ue e i dati dimostrano che negli ultimi anni l’export italiano è rimasto sempre alto”. La deriva che si rischia con questi allentamenti sulla vigilanza e la trasparenza, conclude Vignarca, “è che una volta che sarà aumentata la produzione di armi e sarà chiusa la finestra dei finanziamenti per il riarmo e quindi della domanda interna, si finisca per abbassare ulteriormente i controlli per spingere l’export verso Stati non europei, con il pericolo di finire in Paesi che violano i diritti umani”. Al contrario, i promotori della campagna chiedono che il ruolo degli organismi interministeriali non si trasformi in una semplificazione a favore delle autorizzazioni ma resti fondato su valutazioni politiche e tecniche stringenti; che la relazione annuale al Parlamento venga resa più completa con i dati relativi ai Paesi destinatari, alle tipologie di materiali, alle autorizzazioni e ai servizi; che non venga eliminata la parte relativa ai rapporti tra sistema bancario e industria militare e che vengano preservati gli strumenti di coordinamento e monitoraggio pubblico, nonché la possibilità di acquisire informazioni sul rispetto dei diritti umani anche da parte di organismi indipendenti della società civile. Contro la deriva prospettata si è schierato un fronte ampio che unisce mondo sindacale e associativo, laico e cattolico. In prima fila c’è per esempio Libera, che la battaglia per la 185 l’ha inserita anche nella lista dei 10 punti prioritari per l’associazione, stilata per il suo trentennale. “La 185 non è un semplice testo tecnico - ricorda la vicepresidente di Libera, Francesca Rispoli - ma è nata da una spinta dal basso enorme partita alla fine degli anni ‘80. Una qualunque modifica non può avvenire calpestando questa storia senza un lavoro di tessitura con le parti civiche”. Libera, ci spiega, non aderisce solo perché “chiaramente è contro il mercato di morte che le armi rappresentano”, ma anche per mettere in guardia su come “l’opacità verso questo settore può diventare l’anticamera per flussi finanziari illegali”. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia hanno inoltre evidenziato negli ultimi anni un incremento dei sequestri di armi, comprese armi da guerra, riconducibili a contesti di criminalità organizzata, sottolinea Rispoli: “Questi fatti documentano una realtà, le organizzazioni mafiose mantengono una capacità strutturata di reperire, custodire e utilizzare armamenti, anche di elevata potenza offensiva. È evidente che tali gruppi operano fuori dal perimetro legale. Tuttavia, proprio per questo, occorre evitare che si creino “zone grigie” nei circuiti autorizzativi, nelle intermediazioni o nella tracciabilità dei flussi internazionali”. Un’economia che si orienta alla guerra preoccupa anche il mondo del lavoro, afferma infine Pierangelo Milesi, vicepresidente delle Acli, anch’esse coinvolte nella campagna: “A pagare è sempre il lavoro in termini di diritti, sicurezza e coesione sociale. L’economia di guerra, magari, fa una fiammata di Pil sul breve termine, però a lungo andare rende più fragili i posti di lavoro, crea un’economia più instabile, legata appunto all’instabilità politica”. Tornando invece sull’ipotesi che si riduca la tracciabilità dei flussi finanziari legati all’esportazione delle armi, Milesi avverte: “Così diventerebbe impossibile ogni confronto serio su innovazione civile e riconversione industriale”. La mobilitazione, concludono le organizzazioni, non resterà confinata ai palazzi romani. Le Acli, per esempio, annunciano campagne di informazione capillare sui territori per rendere i cittadini consapevoli dei rischi. “La battaglia per la 185/90 non è una bandiera ideologica. L’obiettivo è difendere il controllo democratico”, conclude Milesi. Così, insieme agli altri membri della campagna, spera infine di difendere il diritto dei cittadini e delle cittadine a conoscere i dettagli su un commercio che impatta su guerre e popoli, nonché il ruolo del Parlamento nel controllo delle scelte dell’Italia verso la pace.