Riforme visibili e ferite invisibili della giustizia di Angelo Palmieri Il Domani, 23 febbraio 2026 Separare le carriere può sembrare una riforma decisiva. Ma mentre si mette in scena la forza dell’architettura, il sistema reale continua a perdere pezzi: personale, tempi, carcere, diritti. La riforma Nordio ridisegna l’assetto della magistratura: carriere distinte per giudici e pubblici ministeri, due organi di autogoverno e un’Alta Corte disciplinare. È una scelta che viene raccontata come necessaria per rafforzare la terzietà del giudice. Ma qui bisogna dirlo con chiarezza: la terzietà, nel nostro ordinamento, non nasce oggi e non dipende da una formula di dibattito. Esiste già come principio e come presidio. Il punto, allora, non è se le riforme possano essere discusse. Il punto è se si stia intervenendo dove la giustizia, concretamente, sanguina davvero. Il rischio più serio non è soltanto giuridico: è culturale. In un’epoca che misura tutto con il metro della performance, anche il pubblico ministero può finire intrappolato in una logica di resa: risultati, impatto, durezza, visibilità. Non più, anzitutto, un magistrato chiamato a esercitare l’accusa entro un perimetro di garanzie, ma una figura da valutare per “efficacia repressiva”. È qui che la questione incrocia Byung-Chul Han: quando la società trasforma ogni funzione in prestazione, anche la giustizia può smarrire la misura del giusto e di inseguire la misurazione del risultato. Mentre il dibattito si concentra sulla riforma ad alta resa simbolica, restano sul tavolo le urgenze che incidono sulla vita concreta delle persone: uffici giudiziari in affanno, carenze di personale, tempi che logorano, organizzazioni fragili, esecuzione penale debole, carceri sovraffollate. È lì che la Costituzione viene messa ogni giorno sotto pressione: nella dignità dei detenuti, nella ragionevole durata del processo, nella tutela effettiva dei diritti. Su questo, però, il tono si abbassa, i riflettori si spengono e il coraggio riformatore si fa improvvisamente prudente. Una giustizia seria non ha bisogno di esibire forza. Ha bisogno di reggere il peso della realtà. Il resto - se non tocca le ferite aperte della macchina giudiziaria - rischia di restare politica delle enunciazioni, non riforma effettiva. I reati à gogo buoni per i benpensanti (per il resto c’è la legge) di Nando Dalla Chiesa Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2026 È vietato. Anzi no, “è severamente vietato”. Su quel “severamente” mio nonno materno, ufficiale dei carabinieri, imbastiva gustosissime ironie. Che cosa vuole dire allora il divieto non severo? Che un comportamento è vietato amorevolmente? O che è un pochino vietato, ma non troppo? Forse il divieto severo prevede ceffoni (allora si davano) o ramanzina con serata in gattabuia (allora si facevano)? Ci scherzava giustamente. Perché o è vietato o non lo è. Il di più era frutto del demonio, ovvero della mentalità italiana. Nel senso che l’avverbio certificava l’impotenza della legge. Ripenso a lui quando vedo che sempre di più l’aumento della sicurezza viene affidato a riti analoghi. Istituire nuovi reati, alzare le pene, abbassare l’età imputabile. Per fronteggiare qualsiasi fenomeno sgradevole, per contrastare devianze sociali o anche forme di maleducazione. Sembra che il Paese non possa più essere governato senza istituire ogni settimana nuovi reati. Nella convinzione che all’annuncio il popolo si rassicurerà, e che i suoi governanti aumenteranno la propria affidabilità e autorevolezza. Ammettiamolo, siamo tornati ai tempi delle grida manzoniane. Mentre ci proiettiamo verso i brividi futuristici dell’America tornata “great”, diamo fondo alle nostre profonde eredità spagnolesche. Dimostrando di non sapere proprio rinunciare a fare della vita una commedia. Basti per tutte la vicenda dei rider milanesi, delle masse di disperati costrette a vivere di lavori pagati meno di tre euro l’ora. Lavori umili, faticosi e pericolosi, privi di qualsiasi garanzia. Basta passare davanti a forni, pizzerie o grandi bar per vedere riuniti a grappoli sui marciapiedi questi diseredati accanto alle proprie biciclette in attesa di due pizze da trasportare. Solo nel mio quartiere mi imbatto, camminando, in tre o quattro di questi luoghi. Di giorno e soprattutto di sera. Sono scene che stringono il cuore (se si può ancora dire) per quel che rivelano. Migrazioni, solitudini, povertà, fatiche da sfinire. Condizioni di sfruttamento che abbiamo voluto chiudere a doppia mandata nella nostra memoria e che invece sono ancora lì, davanti a noi, contro tutto il diritto del lavoro e anche contro il codice penale, senza parlare della Costituzione. Naturalmente in loro difesa nessuno ha proposto di istituire nuove leggi. O di alzare le pene. Questa è roba che si promette ai benpensanti e soprattutto a chi ha il diritto di voto. Non ai disgraziati. Però è successa di recente una cosa importante. La procura di Milano ha avviato un’inchiesta a vasto raggio sul fenomeno, ha stretto nell’angolo la maggiore società del settore, che lo ha sfruttato oltre l’incredibile; e la sta obbligando a osservare le leggi. Una sorta di accompagnamento coattivo verso la legalità (e la dignità della persona). Ecco, è stata una vera rivoluzione. Nei rapporti sociali e nei costumi civili, naturalmente se l’intervento giudiziario produrrà effetti stabili. Ci siamo così resi conto che un pezzo di “civiltà” post-moderna è stato costruito su rapporti sociali precapitalistici. Però il punto che voglio sollevare è soprattutto uno. Per fare questa rivoluzione è stato forse istituito un nuovo reato, con contorno di grancassa e propaganda elettorale? Sono state aumentate le pene dei reati esistenti? Nossignori. Si è semplicemente usata la legge che c’era. La si è letta e interpretata fedelmente in rapporto alla concreta situazione sociale. Caporalato? Certo che lo è. Non più braccianti ma ciclisti. Ossia il contrario esatto delle grida manzoniane. Senza maledizioni verso alcun gruppo etnico e sociale. Trovo che sia una grande lezione per tutti. Per i tifosi del severamente vietato, per gli inventori di reati al pallottoliere. Per quelli che preferiscono arringare piuttosto che fare. P.S. E, se è consentito, la gratitudine del Fatto alla procura di Milano e al dottor Paolo Storari. Con l’ufficio per il processo non è salita l’efficienza di Marco Fabri Il Sole 24 Ore, 23 febbraio 2026 La relazione sull’amministrazione della giustizia per il 2025 presentata dal ministro Carlo Nordio contiene informazioni che stimolano varie riflessioni sullo stato del nostro sistema giudiziario. I dati sui procedimenti civili sono interessanti anche perché non riguardano solo i procedimenti contenziosi, utilizzati per le valutazioni del Pnrr, ma presentano un quadro globale. In area civile, da ottobre 2024 a settembre 2025, vi è stato un leggero decremento delle iscrizioni, mentre il numero delle definizioni è rimasto invariato. A fronte di una diminuzione delle pendenze in Cassazione e nelle corti d’appello, nell’ultimo anno si è registrato un aumento significativo dei procedimenti pendenti sia negli uffici del giudice di pace sia nei tribunali. Quest’ultimo probabilmente dovuto all’incremento delle iscrizioni dei procedimenti di protezione internazionale (+18%) ai quali ha fatto seguito un aumento delle definizioni del “solo” 2,9 per cento. Gli uffici del giudice di pace in meno di tre anni hanno incrementato le loro pendenze del 23,7%: un’emergenza, dovuta prevalentemente all’aumento delle competenze e alla cronica mancanza di personale. Complessivamente, l’evoluzione dei procedimenti civili pendenti, monitorata dal 2003 al terzo trimestre 2025, mostra un aumento delle pendenze fino al 2009, quindi un più o meno progressivo calo negli anni a seguire fino al 2024, quando si assiste a una risalita, dovuta prevalentemente agli uffici del giudice di pace e alla stagnazione dei tribunali. Il disposition time, cioè la durata prognostica, è in costante diminuzione dal 2022 sia in Cassazione sia in appello, ma in costante aumento nei tribunali e negli uffici del giudice di pace. Una nota positiva riguarda l’arretrato ultra-biennale in appello, che passa dai quasi 200mila procedimenti nel 2013 ai circa 50mila del 2025, e quello ultra-triennale dei tribunali, che passa dal dato monstre di circa 650mila cause nel 2013, a circa 200mila. Sempre troppe, però. La relazione recita che “l’ufficio per il processo (...) ha avuto un ruolo fondamentale nel ridurre gli arretrati e la durata dei procedimenti”. I dati dicono in realtà che il costoso ufficio per il processo non sembra aver avuto alcun impatto sulla produttività dei giudici. Anzi, è realistico pensare che al rush finale fino a giugno 2026 per tentare di raggiungere gli obiettivi fissati dal Pnrr seguirà un fisiologico rilassamento. I già deludenti risultati ottenuti finora peggioreranno ulteriormente in mancanza di seri interventi strutturali e organizzativi come, ad esempio, una razionale ed equilibrata distribuzione del personale sul territorio, procedure omogenee ed efficienti, una gestione degli uffici meno burocratica e molto più orientata a rispondere in tempi ragionevoli alla domanda di giustizia. *Dirigente di ricerca Cnr Referendum giustizia, le strategie dei comitati per vincere. Lo sprint? Dopo Sanremo di Simone Canettieri Corriere della Sera, 23 febbraio 2026 I governatori del Nord mobilitati per il Sì. Schlein e il tour del No. Meloni valuta se partecipare ad alcune iniziative. Conte punta sui tre ex paladini dell’antimafia. “Andate e mobilitatevi”. L’altro giorno ai governatori di Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto (tutti di centrodestra) presenti in consiglio dei ministri per l’Autonomia differenziata è stato detto di “darci dentro” con la campagna referendaria. Il messaggio è arrivato loro dai ministri di Fratelli d’Italia più vicini a Giorgia Meloni. Perché una vittoria squillante del “Sì” al Nord potrebbe riequilibrare un successo del “No” al Sud. Chissà. A poco più di un mese dal voto a Palazzo Chigi si fanno anche questi ragionamenti. Così come dalle parti delle opposizioni la linea sembra essere quella di “marciare divisi per colpire uniti”. Al momento l’idea di una chiusura del fronte del “No” con Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli (e forse Renzi) sullo stesso palco è confinata fra le ipotesi di scuola. È tutto molto prematuro. La battuta che circola infatti è “prima l’Ariston, poi la giustizia”. Si sa: dopo il Festival di Sanremo, la campagna referendaria è destinata a cambiare musica. Saranno le tre settimane decisive per il “Sì” e per il “No”: il grande sprint. L’arte divinatoria dei sondaggi inizierà a muovere le scelte strategiche dei comitati e soprattutto quelle dei leader politici che si trovano sulle sponde opposte del fiume. Con sentimenti diversi: tra chi, il fronte del “No”, spera in una spallata che vada oltre la riforma e chi, al contrario, riconduce tutto al “merito” della faccenda mettendo le mani avanti sulla stabilità del governo comunque dovesse andare. Nel centrodestra tutto ruota intorno a Meloni. Al momento ballano due iniziative pubbliche a cui la premier potrebbe partecipare ma anche no: il 12 o il 13 marzo a Milano e il 18 a Roma. La presenza di Meloni è data per “possibile”, ma non ancora certa. Sono iniziative di Fratelli d’Italia che al momento non prevedono gli altri leader Antonio Tajani e Matteo Salvini. La foto del governo non è consigliata, dagli esperti. La presidente del Consiglio ragiona su “come” e “quanto”, per usare una formula inflazionata, dovrà “mettere la faccia” su questa sfida. Entrare nel merito degli errori dei giudici a colpi di video o rispondere al richiamo della piazza? Anche dentro il suo partito abitano idee opposte. Elly Schlein invece, nonostante un pezzo di Pd sia per il “Sì”, è in prima linea in giro per l’Italia: martedì, per esempio, sarà a Latina per un incontro con l’ex magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio. L’armocromia dem dice che il colore della vittoria sarà il magenta, quello che campeggia sui cartelloni della campagna per il “No”. Parola chiave: abbraccio di popolo. Che Andrea Orlando declina con una citazione berlingueriana: “Dobbiamo parlare a una maggioranza nobilmente conservatrice che pensa che sia meglio non fare un salto nel buio”. Sul fronte opposto Forza Italia si prepara a una “fase due scoppiettante”: maratone oratorie e treni per il Sì che attraverseranno l’Italia in lungo e largo con scompartimenti dedicati alle buone ragioni della riforma. Più una serie di incontri, convegni e seminari. Si parla di quattrocento eventi. Giorgio Mulè, tra i più attivi insieme al viceministro della Giustizia Paolo Sisto, ieri era ad Atri (nel Teramano) e lunedì, per dirne una, dibatterà con Giuseppe Conte. Il leader del M5s, che è l’avvocato della politica italiana, ha iniziato il suo viaggio da Pescara. Ed è pronto a massimizzare la campagna referendaria. Mercoledì ha in programma un appuntamento di richiamo: a Palermo si confronterà con Carlo Nordio, il padre della riforma. Tutto il M5s è mobilitato con tre “centravanti” di sfondamento: Federico Cafiero De Raho, Roberto Scarpinato e Giuseppe Antoci, fieri paladini dell’antimafia prima di essere eletti. La “fase due” sarà quella della politica, dopo il primo ruolo svolto dai comitati delle due ragioni. Dentro il centrodestra, specie da Forza Italia, in molti si augurano che la Lega di Salvini inizi ad essere “più attiva”. Il Carroccio finora in questa partita sembra stare “largo sulla fascia”, accusano dalla maggioranza. “Il nostro coinvolgimento sarà totale nella seconda fase”, assicurano i salviniani della prima ora, consapevoli anche delle disponibilità economiche del partito. Chi si aspetta invece un ministro Nordio dimesso, dopo le continue polemiche, resterà deluso. Il Guardasigilli da qui al 22 e 23 marzo ha in cantiere almeno 30 appuntamenti (e altri ne arriveranno) più varie ospitate. Soprattutto in tv dove il ministro “funziona”, come ha registrato Giovanni Minoli che, a titolo di stima, gli sta dando qualche consiglio. Alla fine però sempre alla premier si torna. Meloni ha fatto arrivare ai suoi parlamentari questo dispaccio: muovetevi sui territori come se fosse un’elezione con le preferenze, casa per casa. Quanto a lei, dopo Sanremo si vedrà. La disfatta dei finti garantismi sul caso del poliziotto di Rogoredo di Claudio Cerasa Il Foglio, 23 febbraio 2026 Diffidare di chi usa la cronaca per fare leggi o per vincere le elezioni (a destra e a sinistra). Imparare a mettere in campo il proprio garantismo e considerare innocenti fino a prova contraria non solo le categorie che si amano ma prima di tutto quelle che si disprezzano. Si scrive giustizia, si legge gogna. Si scrive garantismo, si legge gargarismo. Si scrive Rogoredo, si legge realtà. La storia di Carmelo Cinturrino ormai probabilmente la conoscerete a memoria. Carmelo Cinturrino ha quarantuno anni ed è il poliziotto che lo scorso 26 gennaio ha sparato uccidendo il 28enne Abderrahim Mansouri durante un controllo antidroga nel boschetto di Rogoredo, a Milano. La storia, per come si è presentata quel lunedì, era una storia semplicemente perfetta per una parte dell’opinione pubblica: un uomo delle forze dell’ordine che prova a fare il suo mestiere contro uno spacciatore straniero, immigrato, di colore, in un boschetto infame nella periferia di una grande città amministrata dalla sinistra e che dopo essersi difeso sparando a morte da una minaccia imminente si trova vergognosamente indagato per omicidio volontario da una magistratura in combutta con la sinistra, insensibile ai pericoli che corrono in Italia le forze dell’ordine. Droga (dunque sinistra), Milano (dunque sinistra), immigrato (dunque sinistra), magistrati (dunque sinistra) contro le forze dell’ordine (dunque destra) e la politica e l’informazione al seguito (di destra), desiderose tutte di creare una polarizzazione forzata. Guardie e ladri. Destra e sinistra. Stato contro anti-stato. Ricorderete con facilità dunque cosa è successo in quei giorni. Il leader della Lega, Matteo Salvini, subito dopo i fatti ha pubblicato post e dichiarazioni di sostegno all’agente: “Io sto con l’agente senza se e senza ma”, ritenendo “eccessiva” l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario e invocando tutele legali rafforzate per chi opera in contesti ad alto rischio come quello di Rogoredo. Insieme con Matteo Salvini, un fiume di esponenti di centrodestra ha scelto di trasformare il caso di Rogoredo nel simbolo perfetto di una Italia che non vogliamo vedere: quella in cui la sinistra copre i ladri e i poliziotti sono lasciati al loro destino e trasformati in colpevoli fino a prova contraria (scambiare un delinquente in una vittima del sistema fino a prova contraria, come spesso fa un pezzo del mondo progressista, è anche questo un’oscenità). Nel corso dei giorni, però, la storia di Carmelo Cinturrino si è decisamente complicata. Iniziano a emergere alcuni dubbi. I primi dubbi emersi nell’inchiesta riguardano anzitutto l’arma: quella trovata accanto a Mansouri sarebbe stata una replica non in grado di sparare. Si indaga poi su un possibile ritardo nella chiamata dei soccorsi e su versioni non coincidenti tra gli agenti presenti. La Procura sta verificando anche eventuali rapporti pregressi tra il poliziotto e la vittima. Il cortocircuito è evidente. La destra che ha trasformato il poliziotto in un eroe, e che ha provato a trasformare le indagini della magistratura in un’aggressione contro le presunte gesta eroiche del poliziotto fino a prova contraria, si ritrova a fare i conti con una realtà che potrebbe smentire la sua narrazione. E dall’altra parte l’opinione pubblica che invece aveva trasformato il poliziotto in un omicida fino a prova contraria si sfrega le mani dicendo: beh, che fate, non parlate più? La storia del poliziotto di Rogoredo è istruttiva per molte ragioni. Una lezione è evidente: usare la cronaca per fini politici è molto pericoloso e chiunque cerchi di utilizzare un fatto di cronaca per affermare una verità, ovvero la sua verità, non sta facendo altro che speculare su una tragedia, per piegare la realtà alle proprie convinzioni. Ma la lezione più interessante riguarda un rapporto distorto e malato che esiste con la parola garantismo. Garantismo non significa usare le garanzie per difendere una categoria che si considera amica, vicina alle proprie idee, ai propri ideali. Garantismo significa difendere le garanzie sempre. Vale per la destra, che sul caso del poliziotto ha trasformato lo spacciatore in un uomo meritevole di essere ucciso fino a prova contraria. Vale per la sinistra, che sul caso del poliziotto ha trasformato la sparatoria nella dimostrazione che anche l’Italia rischia di trovarsi con un’Ice in casa. Le indagini si possono commentare, naturalmente: esprimere un’opinione su un fatto non è un reato, ma voler piegare la cronaca alle proprie idee non è mai un buon servizio offerto al rispetto dello stato di diritto. Quello che però sfugge agli occhi dei più in questa storia drammatica, e come si è visto anche nella questione delle presunte leggi securitarie che il governo avrebbe fatto per “scudare” i poliziotti, rivelatesi una fake news, riguarda la presenza di una serie di elementi virtuosi in questa vicenda. Il punto, sul caso del poliziotto, non è aver trasformato il poliziotto in un innocente fino a prova contraria, cosa che sarà fino alla fine del processo. Il punto è averlo fatto solo perché la categoria finita sotto indagine rientra all’interno delle categorie gradite a una parte politica. Lo stesso si potrebbe dire per il mondo progressista: quante volte un uomo delle forze dell’ordine indagato è stato trasformato in un colpevole fino a prova contraria in quanto poliziotto o carabiniere? Ma la lezione vera che non vogliamo vedere riguarda un dato importante delle indagini su Rogoredo: la velocità. In pochi giorni, gli inquirenti hanno trovato prove, si sono tenuti lontani dai talk, hanno fatto il loro lavoro e hanno evitato di spettacolarizzare una vicenda già spettacolarizzata e già trasformata dalla politica in un teatrino ridicolo. Vedremo come si concluderà la storia dell’assistente capo. Quello che sappiamo è che, a prescindere da come finirà, la storia ci aiuta a stabilire alcuni paletti che riguardano il nostro stato di diritto e che non possono non stare a cuore a chi spera che in futuro anche grazie alla riforma della giustizia vi possa essere più rispetto delle garanzie (la riforma della giustizia per fortuna è un conto, e ci piace, l’algoritmo dello scalpo sui social è un altro, e lo disprezziamo). Diffidare di chi usa la cronaca per fare leggi o per vincere le elezioni (a destra e a sinistra). Diffidare di chi trasforma un caso drammatico che colpisce l’opinione pubblica per demonizzare categorie. Imparare a capire che differenza c’è tra una magistratura che usa le indagini per farsi pubblicità e una magistratura che indaga nel rispetto delle regole. Imparare a fare uno sforzo per il futuro: mettere in campo il proprio garantismo e considerare innocenti fino a prova contraria non solo le categorie che si amano ma prima di tutte quelle che si disprezzano. Si scrive giustizia, si legge gogna. Si scrive garantismo, si legge gargarismo. Si scrive Rogoredo, si legge realtà. Sergio Cusani: “Arrivando a San Vittore pensai di farla finita. Di Pietro è stato trattato come un vecchio straccio” di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 23 febbraio 2026 L’ex manager: “Mani Pulite? Non accettavo il “se parli, esci”. Sul referendum solo insulti e bugie. Fermiamoci”. “Ho scritto un’autobiografia perché quelli che non c’erano, i ragazzi, sappiano ciò che è successo”, Sergio Cusani, trent’anni e passa dopo Mani Pulite, un’autobiografia. Perché? “Perché quelli che non c’erano, i ragazzi, sappiano ciò che è successo”. E perché quel titolo, “Il Colpevole”? C’è un filo di vanità, di autocompiacimento? Lo ammetta, su. “Macché. Io sono stato arrestato, incarcerato in via preventiva, processato, condannato, poi ho fatto il carcere definitivo. Lei come lo chiamerebbe uno così?”. Non saprei. Qualcuno oggi si definirebbe capro espiatorio, magari vittima, i tempi sono tanto cambiati… “E quello, sì, sarebbe autocompiacimento. Io sono solo un pregiudicato”. Al netto della condanna penale e dei fascicoli giudiziari, verso cosa o verso chi si sente colpevole? “Vede, non è un problema di colpa. È un problema di responsabilità. Mi sono assunto le mie responsabilità fino in fondo. Ma solo le mie. Qualcuno aveva provato a scaricarmi addosso anche le sue...”. Quando nel 1993 esplose la storia dell’Enimont, con la “madre di tutte le tangenti” pagata da Raul Gardini per liberarsi dall’abbraccio mortale dei partiti, lei diventò il volto dello scandalo, il finanziere dei salotti buoni che aveva strutturato la mazzetta, “Sergino”. Mentre tutti facevano a gara a confessare, lei tenne duro. “Non accettavo il metodo, diciamo così... merceologico: se parli, esci” Di Pietro la portò a processo quale imputato unico, torchiando come testimoni i segretari dei partiti. E “Sergino” si fece la galera. “Tra cautelare e definitivo, 5 anni circa, un dettaglio”. Oggi, lei chiude il suo libro condividendo una famosa frase di Saverio Borrelli del 2011: “Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. Perché? “Perché è una frase coraggiosa. E in bocca a un grande magistrato come Saverio Borrelli assume un suo peso”. (E qui Cusani estrae con malcelata emozione una lettera ricevuta da Borrelli il 24 gennaio 2010, con le condoglianze e “un abbraccio” per la morte di sua madre, accarezzandola come un certificato di riabilitazione: “Non molti pregiudicati hanno una lettera del genere dal capo di una Procura, eh?”). Quella frase di Borrelli descriveva davvero la realtà? L’Italia è diventata peggiore? “Non so quanto ci fosse di provocazione intellettuale, ma certo era piena di amarezza”. Di recente Mattarella è dovuto intervenire al Csm per placare i toni nello scontro tra politica e magistratura. Perché, dopo tre decenni, la giustizia è rimasta terra di fazioni che ora si massacrano sul referendum? (Cusani sospira) “Domanda difficile. Sul referendum le dico: hic manebimus optime, qui resteremo benissimo. Chiaro, no?”. Proprio per nulla! “Quando un dibattito su una questione così delicata si trasforma in insulti e bugie, io dico hic manebimus optime”. Ma cosa c’entra? “Non capisce? Qui stiamo benissimo, perché dobbiamo cambiare? Piuttosto che infognarci in tante fandonie...”. Lei ha da sempre un certo margine di ambiguità quando parla, ammettiamolo. “Ma come, non le è chiaro? Se un tema così delicato si trasforma in insulti o balle, io dico fermi tutti. E poi, sono un pregiudicato. Vuole che mi metta in cattedra?”. Mi arrendo. Veniamo alla sua storia, che comincia con Gardini. Lei sembra avere per lui affetto vero. Poi descrive le differenze profonde con il suocero, Serafino Ferruzzi, creatore del gruppo. Erano già due Italie inconciliabili, quelle? “No, ma erano due personalità completamente diverse. Serafino veniva da una famiglia umile, ha costruito le cose passo dopo passo. Raul era in competizione continua con lui. Aveva intuito, fretta. Voleva bruciare la vita”. La scalata a Montedison? (Cusani ride) “Un’operazione inventata. Una giocata”. Sin dall’inizio della joint venture Enimont, si sente il peso della politica? “No. La cosa aveva una sua logica. Mettere insieme due chimiche che da sole non potevano reggere. E quindi fare un’operazione di accorpamento, che andava gestita”. Invece, pubblico e privato non funzionarono assieme… “I dirigenti della chimica di Stato non ci stavano con i tempi di Raul, che decideva la mattina e operava la sera”. Nella vicenda della defiscalizzazione dell’operazione entra in ballo il famoso miliardo portato da Gardini a Botteghe Oscure. Lei però non ne parla nel libro. “Perché non ne ho contezza, non c’ero”. Ma cosa sapeva? “Non sapevo, non ricordo. Andarono per verificare con la sinistra l’impegno a trasformare in legge il decreto-legge relativo”. Lei capisce che Botteghe Oscure restano così un punto… oscuro. Che idea si fece? “Non ho elementi per dire che il Pci-Pds fosse coinvolto”. Il Psi era il suo mondo politico di riferimento. Cosa pensò del discorso di Craxi alla Camera del 3 luglio 1992? “Centrava il punto con coraggio. Certo non si poteva considerare solo Craxi responsabile di tutto”. Lei parla nel libro di Agnelli e della sua “mossa del cavallo”, che poi sarebbe il famoso discorso, in Confindustria, di apertura ai magistrati. Per gli imprenditori fu un segnale? “Assolutamente sì. Lui doveva dimostrare alla Procura di Milano - che aveva arrestato già un po’ di dirigenti Fiat - che aveva capito. E riconosceva ruolo, potere e funzioni della magistratura. Con questo metteva in sicurezza il gruppo. I due poteri, magistratura e grande impresa, si erano parlati. È il momento della svolta”. Gardini capisce che, se non paga i politici, possono colpirlo in tutte le attività del gruppo, si arrende e decide di dare “la paghetta al sistema”. È così? “Sì. Me lo disse: devo difendere il fatturato che rimane al gruppo Ferruzzi. Aveva capito che il potere politico era più forte”. Era sotto ricatto? “Non è questo il tema. È come quando fai a braccio di ferro e capisci la forza dell’altro. Voglio essere più esplicito. Raul aveva un programma fantastico, si sarebbe tenuto l’Enimont e anche le sue aziende. Chi lo ha bloccato?”. Il giudice Diego Curtò, poi condannato per corruzione? “Bravo. E Curtò era il sistema”. Il 23 luglio 1993 ci sono i funerali del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, suicida in carcere. Si uccide Gardini. E lei viene arrestato. Cosa ricorda? (Lunga pausa) “Ancora il principio di responsabilità. Ho capito subito che di tutta questa vicenda, con tanti morti, rimanevo io a sopportare tutto il peso. Ho avuto un momento di smarrimento quando mi hanno portato dal carcere di Opera a San Vittore, una punizione per non aver collaborato coi magistrati. Vidi la Luna, le chiesi se non fosse il caso di farla finita. Poi pensai ai miei figli, scelsi di vivere. La mattina dopo mi accorsi che avevo parlato con un faro della cinta muraria. Eppure resto convinto sia stata la Luna, il cielo, a farmi prendere la decisione giusta”. Il suo avvocato storico, Giuliano Spazzali, un personaggio straordinario, è morto di recente. Ci sarebbe stato l’imputato Cusani senza Spazzali? “C’è stato Spazzali perché c’è stato Cusani. Giuliano non avrebbe accettato la mia difesa se io fossi stato un imputato diverso”. Ha mai rimpianto di essersi fatto tanta galera per un atteggiamento processuale così… sfidante? “Non era sfidante. Se mi avessero chiamato come testimone, avrei raccontato tutto. Ma non con quel do ut des, quello scambio no”. Come va con Di Pietro? Lei scrive che, dopo, lo hanno trattato come “un vecchio straccio”. “Ed è così. Io non ho rancori. Ringrazio Di Pietro per il necrologio su Spazzali. E, se viene alla presentazione del mio libro, vado a stringergli la mano”. Perché lasciò Mani pulite, secondo lei? “Per capitalizzare, immagino”. Lei, in permesso dal carcere, incontrò Andreotti: lo descrive con ammirazione. “Era acuto, meticoloso. Craxi mi disse che era stato il suo miglior ministro”. Belzebù o vittima dei pm? “Non ne ho idea. Ma esibire le relazioni di servizio delle scorte al processo fu geniale. La parola dei carabinieri contro quella dei mafiosi pentiti, che dubbio c’era?”. C’era un Cusani militante dell’estrema sinistra e un Cusani finanziere nei salotti buoni. In carcere si… riconciliano? “In parte sì. Paradossalmente il carcere è stato quasi una liberazione. Ho avuto a che fare con una umanità povera e sofferente”. Lei ha lavorato molto per i detenuti. Abbiamo prigioni sovraffollate e flagellate dai suicidi. Come si risolve? “Non sbattendo un migrante in Albania. Lo risolvi vedendo le persone non come vuoti a perdere ma come risorse. Dando opportunità”. Com’è stata l’Italia di Berlusconi? “Mah, Berlusconi… posso raccontarle come lo aiutai a comprare la Standa da Gardini. Si incontrarono, si fecero un sacco di sviolinate reciproche… Volevo fargli risparmiare un paio di centinaia di milioni di lire ma lui voleva comprarla subito, a ogni costo, la prese a mille miliardi. Mi voleva pagare la parcella coi quadri di casa sua: conoscevo la sua casa e i suoi quadri, avevo delle... perplessità. Ne parlai a Confalonieri. Mi arrivò in studio un assegno il giorno dopo, settecento milioni. Lire, ovviamente. Poca cosa rispetto al volume dell’affare, ma Fedele fu un signore”. Com’è l’Italia di Meloni? “Non lo so. Confusa”. Come è cambiata la corruzione dai suoi tempi? “Oggi, più che sui quattrini è basata sul potere”. Qual è stata la malattia della magistratura in questi trent’anni? “Eh, la mia condizione non mi permette di fare il grillo parlante. Gliel’ho detto: sono un pregiudicato, mi capisca”. Sardegna. Detenuti 41 bis, Murru (Uil): “Non protesta, ma richiesta di rispetto per l’Isola” di Marzia Piga cagliaritoday.it, 23 febbraio 2026 La segretaria regionale del sindacato interviene contro l’ulteriore concentrazione del regime di alta sicurezza nell’isola: “Non contestiamo la legalità, chiediamo equilibrio e investimenti adeguati per personale e sanità penitenziaria”. “La sicurezza è un valore costituzionale. È un pilastro dello Stato di diritto. Ma proprio per questo non può essere affrontata con decisioni sbilanciate o calate dall’alto, senza una valutazione seria dell’impatto sui territori. La Sardegna non può diventare la risposta automatica alle criticità del sistema penitenziario nazionale”. Parte da qui la presa di posizione della segretaria regionale della Uil, Fulvia Murru, contro l’ulteriore concentrazione del regime di alta sicurezza e del 41 bis nell’isola. I numeri, sottolinea, delineano un quadro già complesso: al 31 dicembre 2025 negli istituti sardi risultano presenti circa 2.608 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare poco superiore ai 2.500 posti effettivi. Il tasso di affollamento supera il 100%, con situazioni di particolare pressione negli istituti di Uta e Bancali. Nell’isola si concentra inoltre una quota rilevante di detenuti in alta sicurezza: oltre 600 persone, tra cui numerosi ristretti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41-bis. Solo a Sassari-Bancali si registra una delle concentrazioni più elevate del Paese in rapporto alla popolazione regionale. Anche il carcere di Badu ‘e Carros continua a svolgere un ruolo centrale nel circuito dell’alta sicurezza, in un territorio interno già segnato da fragilità demografiche ed economiche. “Oltre il 50% dei detenuti presenti non è originario della Sardegna e circa il 30% è di nazionalità straniera. È un dato oggettivo: l’isola svolge già una funzione nazionale nel sistema carcerario italiano. Una funzione che non abbiamo mai messo in discussione, ma che non può trasformarsi in una sproporzione permanente. Non si tratta di contestare la legalità o il contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta di equilibrio istituzionale”. Il nodo, evidenzia la segretaria, riguarda anche l’impatto sui servizi pubblici. “Perché la sicurezza non è solo il regime detentivo. È il lavoro quotidiano della polizia penitenziaria, in una regione dove le carenze di organico sono una realtà concreta. È la sanità penitenziaria che opera dentro un sistema sanitario regionale già sotto pressione”. Le cure e l’assistenza sanitaria nelle carceri sono garantite attraverso il sistema sanitario regionale, con conseguenze dirette su visite specialistiche, salute mentale, ricoveri ospedalieri, personale medico e infermieristico dedicato e trasferimenti protetti. “L’alta sicurezza comporta inevitabilmente costi sanitari più elevati e una gestione più complessa. In una Regione che già affronta carenze di organico, liste d’attesa e criticità strutturali legate anche all’insularità, ogni ulteriore concentrazione di detenuti sottoposti a regimi speciali produce un impatto concreto sul bilancio regionale”. Si richiama anche il peso sulle comunità che ospitano le strutture, da Uta a Sassari fino a Nuoro, territori che “non possono essere utilizzati come semplici contenitori logistici, scaricando su di essi il peso di scelte che non tengono conto delle loro fragilità”. Il 28 febbraio è prevista una manifestazione contro l’ulteriore concentrazione del 41-bis in Sardegna. “Non sarà una protesta contro lo Stato. Sarà una richiesta di rispetto. Una mobilitazione civile che nasce dalle comunità, dalle istituzioni locali e dal mondo del lavoro, per chiedere che le decisioni nazionali non ricadano in modo sproporzionato sempre sugli stessi territori”. “Quando una regione insulare, con un equilibrio demografico fragile e servizi pubblici già sotto stress, viene individuata come unica sede per concentrare regimi detentivi di massima sicurezza, la questione non è ideologica. È istituzionale”. Se lo Stato ritiene strategico rafforzare ulteriormente la presenza dell’alta sicurezza nell’isola, si chiede che lo faccia con scelte coerenti e investimenti adeguati: rafforzamento straordinario degli organici della polizia penitenziaria e del personale civile, risorse aggiuntive dedicate alla sanità penitenziaria, finanziamenti per la sicurezza territoriale e investimenti infrastrutturali proporzionati alla complessità gestionale. “Per queste ragioni riteniamo che la scelta di concentrare ulteriormente il regime di alta sicurezza e il 41-bis in Sardegna debba essere ripensata. Non per sottrarci alle responsabilità nazionali, ma per riaffermare un principio di equilibrio e di leale collaborazione tra Stato e Regione. Decisioni di questa portata non possono essere assunte senza un confronto vero con i territori e senza una valutazione seria dell’impatto economico, sociale e organizzativo”. La conclusione è netta: “La Sardegna non chiede privilegi. Chiede proporzionalità. Chiede corresponsabilità. Chiede rispetto. La forza dello Stato si misura anche nella capacità di ascoltare i territori e di costruire scelte sostenibili. E l’equilibrio non è una concessione. È un principio”. Padova. “Avevo perso in un attimo Matteo, morto suicida, Santo, Giovanni, Natale, detenuti di Alta Sicurezza trasferiti improvvisamente” di Cristina Luca Ristretti Orizzonti, 23 febbraio 2026 Parla la volontaria di Progetto Jonathan. Mi chiamo Cristina Luca, sono una volontaria e sono la presidente di Progetto Jonathan, Casa di accoglienza di Vicenza per detenuti in pene alternative. Il nostro progetto vuole dare il proprio piccolo contributo, se non alla soluzione, almeno all’indicazione di percorsi possibili affinché chi ha sbagliato possa vedersi concretamente riconosciuto il diritto alla riabilitazione, sia nell’accoglienza della società, sia, più urgentemente, nelle iniziative efficaci di sostegno e accompagnamento verso un’esistenza positiva. Per questo motivo i nostri volontari accedono alle strutture carcerarie per avere colloqui individuali con i detenuti, e per mantenere contatti di collaborazione con le figure istituzionali operanti entro le mura e nell’organizzazione territoriale della Giustizia. Tali colloqui hanno lo scopo di sostenere la persona detenuta nella difficile esperienza del carcere e di supportarla nei rapporti con il legale, la famiglia e la società civile. Inoltre prevedono come orizzonte futuro l’ingresso nel percorso comunitario della nostra Casa di Accoglienza che tenta di offrire percorsi personalizzati di riabilitazione e/o recupero. Io da parecchi anni trascorro il sabato pomeriggio in Casa di Reclusione a incontrare persone private della libertà. Persone che mi aspettano, a volte anche solo per un saluto. Quello del sabato è un appuntamento fisso. Il tempo che passiamo insieme è un tempo fatto di ascolto, di confidenze, di preoccupazioni, di dolore, di speranza. Quando esco dal carcere porto con me le loro storie e mi sento ricca di umanità. Sabato 31 gennaio, invece, ero smarrita: avevo perso in un attimo Matteo, morto suicida, Santo, Giovanni, Natale, detenuti di AS trasferiti improvvisamente. Non ho potuto nemmeno salutarli e non potremo mai più trascorrere insieme il nostro “meraviglioso” tempo. Di Giovanni conserverò gelosamente una piccola rosa rossa che, qualche anno fa, con molta gentilezza e discrezione mi donò. Augusta (Sr). La storia di Francesco Aliseo, il 38enne morto in carcere tp24.it, 23 febbraio 2026 Aveva 38 anni, era di Mazara del Vallo. È morto il 21 gennaio 2026 nel carcere di Augusta, dopo giorni di dolori al petto e un ricovero d’urgenza all’ospedale di Siracusa. Oggi la famiglia di Francesco Aliseo chiede giustizia e vuole capire se si poteva intervenire prima. La vicenda scuote Mazara, dove il suo nome era noto per la condanna definitiva per la rapina alla farmacia Lombardo. Ma adesso l’attenzione si concentra sugli ultimi giorni di vita e su quanto accaduto dentro il penitenziario. Secondo quanto ricostruito dai familiari, Francesco Aliseo avrebbe iniziato ad accusare forti dolori al petto già dal 14 gennaio. Più volte sarebbe stato accompagnato in infermeria e visitato dal medico di guardia. Nella denuncia contro ignoti per omicidio colposo, presentata dall’avvocato della famiglia, si sostiene che non sarebbero stati effettuati accertamenti diagnostici approfonditi, come elettrocardiogrammi o radiografie. Gli sarebbero stati somministrati antidolorifici e antipiretici, tra cui Brufen e Tachipirina, ipotizzando dolori intercostali legati a uno stato influenzale. Le condizioni, però, non sarebbero migliorate. Il dolore sarebbe diventato sempre più intenso, fino a impedirgli di alzarsi dal letto. Il 17 gennaio, in mattinata, Aliseo ha perso conoscenza. È stato trasportato d’urgenza all’ospedale Umberto I di Siracusa, dove è rimasto in coma fino al decesso, avvenuto alle 8.35 del 21 gennaio. I familiari riferiscono di non essere stati informati né del ricovero né del peggioramento delle condizioni cliniche. La notizia della morte sarebbe stata comunicata soltanto alle 14 dello stesso giorno dai carabinieri, che si sono recati a casa dei parenti. “Non sapevamo nulla - hanno dichiarato - e il carcere aveva tutti i nostri recapiti”. La salma è stata posta sotto sequestro all’Istituto di medicina legale di Catania. Il 28 gennaio è stata eseguita l’autopsia, alla presenza del consulente tecnico nominato dalla famiglia. L’esame dovrà chiarire le cause del decesso ed eventuali responsabilità. Nel frattempo sono state raccolte le testimonianze del compagno di cella e di altri detenuti dello stesso piano. Secondo quanto riferito ai familiari, nei giorni precedenti al malore sarebbero state sollecitate cure più approfondite. Ci sarebbero state anche proteste e battiture per richiamare l’attenzione sulle condizioni di Aliseo, che continuava a lamentare dolori fortissimi. C’è un’inchiesta aperta da parte della magistratura. Si attendono gli esiti medico-legali e l’acquisizione delle cartelle cliniche. “Vogliamo sapere perché non è stato portato subito in ospedale e perché i suoi dolori sono stati sottovalutati. Chiediamo giustizia per Francesco”, ribadiscono i familiari. La sorella affida ai social parole cariche di dolore: “Amore mio, fratellone mio, tutto questo è inaccettabile, mi hanno strappato il cuore dal petto. Ti faremo giustizia, sei diventato un angelo come mamma e papà. Ti porterò sempre nel mio cuore”. La storia di Francesco Aliseo negli ultimi anni è stata segnata da eventi drammatici. Nel giugno 2024, pochi giorni dopo la morte dei genitori in un incidente stradale, venne arrestato perché ritenuto uno dei due autori della rapina alla farmacia Lombardo di Mazara del Vallo. Il colpo risaliva al 3 agosto 2023. Intorno alle 19.50, due uomini con il volto coperto da passamontagna, vestiti con tute blu da meccanico e armati di coltello da cucina, fecero irruzione nella farmacia di via San Pietro, minacciando il dipendente e portando via circa 500 euro dal registratore di cassa, per poi fuggire su uno scooter scuro. Le indagini del Commissariato di Mazara del Vallo si basarono anche sull’analisi delle immagini di videosorveglianza della zona, che portarono all’identificazione di uno dei presunti responsabili. Per Aliseo, già noto alle forze dell’ordine per precedenti, scattò la misura cautelare. I familiari hanno più volte sottolineato come fosse stato poi trasferito in una struttura di alta sicurezza a oltre 400 chilometri da Mazara, nonostante fosse accusato di reati comuni. Lo scorso dicembre la seconda sezione della Corte di Cassazione, ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando la condanna per rapina aggravata in concorso. La Corte d’appello di Palermo aveva già ridotto la pena a cinque anni, quattro mesi e quindici giorni di reclusione. La difesa aveva contestato l’utilizzabilità delle immagini dei sistemi di videosorveglianza e la motivazione sull’individuazione dell’imputato come autore del colpo. La Suprema Corte ha ritenuto invece provato il concorso materiale nella rapina e la piena consapevolezza dell’uso del coltello da parte del coimputato. Con la decisione della Cassazione, la condanna era diventata definitiva. Oggi, però, al centro non c’è più il processo per la rapina, ma quanto accaduto in carcere. A Mazara la notizia della morte di Francesco Aliseo ha destato sconcerto e riaperto un dibattito che ciclicamente torna quando un detenuto perde la vita dietro le sbarre: quello sull’assistenza sanitaria negli istituti penitenziari e sulla tempestività degli interventi. La famiglia di Francesco Aliseo attende risposte dagli accertamenti in corso. L’autopsia e le cartelle cliniche saranno decisive per chiarire se ci siano state negligenze o se il decesso sia stato causato da un evento improvviso e imprevedibile. Per i parenti, però, una domanda resta sospesa: se quei dolori al petto fossero stati approfonditi subito, Francesco sarebbe ancora vivo? Viterbo. “Celle doppie, letti fissati al pavimento e finestre a metà”: come si vive nel carcere viterbotoday.it, 23 febbraio 2026 I dati del Garante dei detenuti Stefano Anastasia e il monitoraggio della Cisl continuano a far emergere problematiche croniche nel penitenziario di Mammagialla, tra sovraffollamento e mancanza di agenti. Un istituto che viaggia costantemente oltre i propri limiti fisici e organici. La situazione del carcere di Mammagialla emerge in tutta la sua criticità dall’incrocio tra l’ispezione della Cisl e i dati del monitoraggio territoriale. La struttura viterbese deve fare i conti con un doppio squilibrio. Da un lato mancano le braccia per garantire la sicurezza, dall’altro le celle ospitano una popolazione ben superiore a quella consentita. Questo scenario rende la gestione dei reparti un’operazione ad alto rischio per il personale rimasto in servizio. Il sovraffollamento è la piaga principale che affligge la struttura viterbese. I numeri aggiornati dal garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive, Stefano Anastasia, scattano una fotografia impietosa. A fronte di una capienza regolamentare di 440 posti, quelli effettivamente disponibili sono appena 405. Al momento della visita i detenuti presenti erano 688, con un tasso di affollamento che tocca il 170%. In pratica ci sono quasi 300 persone in più rispetto alla disponibilità reale. Le condizioni strutturali aggravano il peso dei numeri. “C’è una condizione di sofferenza dovuta al fatto che le stanze, pensate per alloggiare una sola persona, ne ospitano sistematicamente due”, spiega il garante Anastasia al termine del monitoraggio. La criticità diventa anche logistica e influisce sulla salute dei reclusi: “Di fatto il letto a castello, fissato al pavimento, impedisce la completa apertura di un’anta della finestra di cui in estate ci sarebbe senz’altro bisogno”. Le aree comuni - Anche gli spazi destinati alla socialità presentano problemi strutturali. Si tratta di aree molto grandi ma non riscaldate a sufficienza e sostanzialmente spoglie, prive di tavoli e sedie necessari. “Sono utilizzate soprattutto per stendere i panni”, prosegue Anastasia, sottolineando come manchino attività nonostante la presenza di sartoria e falegnameria. Nelle sezioni di alta sicurezza la situazione è ancora più rigida, con restrizioni che impediscono ai detenuti di passare le ore di socialità nelle stanze di altri compagni di reclusione. Il “buco” tra gli agenti di polizia - Il personale di polizia penitenziaria a Viterbo è ridotto ai minimi termini. Secondo le rilevazioni della Cisl mancano all’appello 64 unità. Questo vuoto organico costringe i lavoratori a turni massacranti per coprire tutti i posti di servizio nei vari reparti. La carenza di personale non incide solo sulla fatica fisica degli operatori ma compromette la sicurezza stessa dei luoghi di lavoro, rendendo difficile attuare una nuova organizzazione per migliorare la vita interna all’istituto. La sanità - Il monitoraggio ha acceso i riflettori anche sull’area sanitaria. La mancanza di medici e specialisti pronti a intervenire in qualsiasi momento aggrava il carico di lavoro degli agenti, che si ritrovano a dover gestire emergenze sanitarie o psichiatriche senza un supporto medico immediato. Il diritto alla salute e il benessere lavorativo passano per un potenziamento dei servizi medici interni, attualmente sottodimensionati rispetto alle reali necessità. Le richieste - I sindacati e gli organismi di garanzia chiedono che la struttura esca dall’invisibilità. Non è più possibile ignorare che le tensioni interne hanno ripercussioni sulla sicurezza di tutta la provincia. La richiesta è chiara. Serve l’invio immediato di un numero adeguato di agenti e un piano di smistamento per alleggerire la pressione delle presenze, così da ristabilire standard di dignità per chi lavora e per chi sconta la pena. Genova. Detenuto suicida in cella, il Ministero condannato per “omessa sorveglianza” di Matteo Indice Il Secolo XIX, 23 febbraio 2026 La vittima preparò il cappio in diretta, davanti alle telecamere, ma nessuno guardava. Lo Stato poteva evitare quella morte in carcere, perché l’avvocato del detenuto che si uccise aveva lanciato l’allarme poco prima e c’era una telecamera nella cella teatro della tragedia, che ha filmato la vittima mentre preparava il cappio. Il tribunale civile di Genova ha quindi condannato il ministero della Giustizia a risarcire con circa 80 mila euro il figlio d’un uomo che, nel giugno 2020, si tolse la vita nel penitenziario di Marassi. I giudici addebitano la “mancata vigilanza” e però il dicastero ha presentato ricorso, ribadendo nella sostanza quel che ha sostenuto nel primo procedimento: la vittima, ancorché fosse già stata sottoposta a perizie psichiatriche e risultasse un tentativo di suicidio non compiutosi, non era sottoposta a sorveglianza specifica. E furono applicati, sempre a parere dell’ente pubblico, i massimi criteri di sicurezza utilizzabili in quel momento, rapportando il personale disponibile e il numero di reclusi presenti alle Case Rosse, superiore alla capienza fissata sulla carta. Per orientarsi è necessario tornare al giugno 2022 nel levante genovese (alcuni riferimenti sono sfumati poiché il figlio della vittima è tuttora minorenne). Mario, nome di fantasia, in quel momento sessantatreenne, è seduto in camera da letto e fissa la finestra. Da tempo il suo quadro psichico è precipitato, il lockdown di due anni prima ha rappresentato un colpo severissimo, nonostante nella sua vita precedente avesse gestito diverse attività specie nel campo della ristorazione. Da mesi ribadisce di sentirsi minacciato, teme che qualcuno voglia entrare in casa, dorme con una chiave inglese vicino al cuscino sostenendo che misteriosi “nemici” s’apprestino a fare irruzione. Quella sera lo ripete con particolare intensità e la convivente lo riprende in modo energico. La reazione dell’uomo è violentissima e sanguinaria: afferra l’attrezzo e la colpisce più volte alla testa, facendola accasciare a terra. Poi telefona al 112: “L’ho uccisa, venitemi a prendere”. In realtà Chiara (altro nome di fantasia), sessantenne, non è morta e i soccorritori arrivati insieme alle pattuglie riescono a tamponare le ferite più gravi, trasferendola al San Martino, dove progressivamente si riprende, anche se quell’aggressione resta incancellabile. Mario viene arrestato dai carabinieri con l’accusa di tentato omicidio e però, sia il giudice incaricato di sentirlo per l’interrogatorio di garanzia, sia il pubblico ministero titolare dell’inchiesta scattata dopo l’aggressione, trovandoselo davanti capiscono che si tratta d’una persona realmente problematica. Dispongono per lui una perizia nella forma dell’incidente probatorio e l’uomo nel frattempo viene destinato a una cella condivisa con altri detenuti, inserita in un livello di sorveglianza medio. Soprattutto, e il dato emergerà nella causa civile, non vi è comunicazione piena ed efficiente sui suoi pregressi, in primis su un precedente tentativo di suicidio. Arriviamo nello spazio di pochi giorni al 24 giugno 2022. Roberto Olivieri, l’avvocato che difende Mario nell’inchiesta penale, lo va a trovare e l’assistito durante il colloquio pronuncia poche frasi: “Non sono stato trasferito in una sezione speciale come avevamo richiesto, mi uccido”. Il legale prova a confortarlo e segnala tutto al primo agente che incontra, il quale lo accompagna dalla responsabile della Penitenziaria. Il difensore viene rassicurato ma, qualche ora dopo e quand’è ormai pomeriggio inoltrato, riceve una telefonata dall’istituto, con la quale gli viene comunicata la morte di Mario. Sul caso conduce una serie d’accertamenti la Procura, che tuttavia archivia non ravvisando responsabilità penali specifiche a carico di figure definite. La famiglia si muove allora per vie civilistiche. A intentare la causa, tramite l’avvocata Francesca Cattaneo, è l’ex moglie del settantenne, con cui aveva avuto un figlio che all’epoca dei fatti ha dieci anni. E nel corso del secondo procedimento vengono nuovamente esaminate le prove cardine, soprattutto le registrazioni delle telecamere che fissano la sequenza antecedente la tragedia. Si vedono i compagni di cella di Mario che lo invitano a seguirli per l’ora d’aria e lui rifiuta, spiegando che resterà a guardare la televisione. Poi l’uomo, usando legacci normalmente impiegati per stendere la biancheria, realizza un cappio. Esce quindi dall’inquadratura, ma esaminando le registrazioni si capisce che armeggia a ridosso della finestra e di lì a poco si toglie la vita: nessuno. per tutta la sequenza, controlla le telecamere. Il giudice ascolta sia il penalista che aveva lanciato l’allarme, sia la responsabile degli agenti penitenziari: i loro resoconti alla fine convergono e il tribunale condanna il ministero della Giustizia a pagare, sebbene la cifra sia sensibilmente più bassa di quella chiesta dai familiari. I magistrati sostengono infatti che, pur essendovi ancora una frequentazione fra padre e figlio nel periodo della tragedia, non vivevano insieme da tempo e i contatti erano diradati. Alessandria. Il San Michele destinato al 41bis fa salire i toni in città: “Impreparati allo scenario” di Adelia Pantano La Stampa, 23 febbraio 2026 Il carcere di Alessandria diventerà di massima sicurezza, l’incontro con le associazioni. La coop Fuga di Sapori: “Senza fondi le nostre attività si fermano”. “Il 41 bis è un monumento al tradimento della Costituzione”. Sono le parole di Rita Bernardini, presidente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, intervenuta il 21 febbraio al dibattito pubblico ospitato al bistrot Fuga di Sapori, in piazza Don Soria ad Alessandria. L’incontro, preceduto al mattino dalla visita alla casa di reclusione San Michele, ha acceso il confronto sulla trasformazione della struttura in carcere di massima sicurezza e con l’arrivo di circa 150 detenuti al 41bis. Al centro il delicato equilibrio tra sicurezza e diritti, ma anche il futuro di un modello di reinserimento sociale costruito negli anni sul territorio. Le reazioni - Il sindaco Giorgio Abonante ha rivendicato una linea istituzionale improntata al dialogo. “Nell’incontro a Roma con l’onorevole Del Mastro, avuto i primi di dicembre, non ho portato una posizione di netta contrapposizione per rispetto delle prerogative dello Stato, ma questo non significa condivisione”, ha detto il primo cittadino. Che ha aggiunto: “Abbiamo anche chiesto interventi concreti per la città, dalla struttura del Don Soria al tribunale. Oggi serve un tavolo in Prefettura per affrontare lo scenario che si sta creando”. Poi la stoccata politica: “Su questa vicenda registriamo il silenzio del centrodestra. Che invece da altre parti, come in Sardegna, ha preso una posizione netta”. L’iniziativa, promossa dalle associazioni “Marco Pannella” e “Nessuno tocchi Caino” ha visto tra i relatori anche gli avvocati Mirella Brizio e Alessandro Brustia, l’architetto Cesare Burdese e Bruno Mellano, già garante dei detenuti. A introdurre Daniele Robotti, dell’associazione “Marco Pannella”, che ha parlato di una decisione calata dall’alto: “Non c’è stato confronto con il territorio per una struttura così particolare”. E ha richiamato le conseguenze per i detenuti: “Molti avevano avviato percorsi di lavoro e formazione che rischiano di interrompersi”. Sul piano dei diritti Bernardini ha ribadito la sua contrarietà al 41 bis. “La Costituzione prevede che la pena tenda alla rieducazione. Nel 41 bis questo non avviene: c’è isolamento, non percorsi”. E ha aggiunto: “Lo Stato è forte quando recupera, non quando seppellisce vive le persone”. Le preoccupazioni della coop Fuga di Sapori - A portare la discussione sul piano concreto è stato Carmine Falanga, della cooperativa Idee in fuga, che gestisce il bistrot simbolo del reinserimento. “Mi sembra un peccato rovinare tutto. Ci chiedono investimenti che oggi non possiamo sostenere”. Il nodo riguarda la possibile chiusura delle attività legate al carcere: “Al Don Soria non possiamo trasferirci. Non ci sono spazi né condizioni adeguate. Se non si trova una soluzione a San Michele, Fuga di Sapori rischia di finire la sua esperienza”. Un’ipotesi che avrebbe ricadute dirette su lavoratori e comunità. “Qui si costruiscono relazioni - ha sottolineato Falanga -. Il bistrot è un punto di riferimento, arrivano pure persone da fuori città. Non si può ignorare ciò che è stato costruito. Io non mollo per i ragazzi della cooperativa”. Alessandria. Carcere 41-bis, la leader di Nessuno tocchi Caino: “È una forma di tortura” di Claudia Patrono Il Secolo XIX, 23 febbraio 2026 L’associazione lancia l’allarme sulla trasformazione del penitenziario: “Impatto devastante per i detenuti trasferiti, avviata un’operazione cinica”. Ogni sezione di carcere duro in regime di 41-bis ha la finalità proclamata dalla norma di recidere i contatti con la criminalità organizzata, ma maschera invece una forma di tortura democratica, alienando dignità umana e diritti fondamentali della persona”. Così la presidente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, Rita Bernardini, che ad Alessandria per partecipare al convegno “Carcere ex art. 41 bis, qui ed ora”, dedicato alle modifiche penitenziarie che renderanno la struttura detentiva di San Michele un carcere di massima sicurezza. L’appuntamento è al “Fuga di Sapori Bistrò”, in piazza Don Soria 37, alle 15.30. La vicenda del carcere di San Michele di Alessandria è emblematica di una programmazione che non considera le caratteristiche locali: il modello Alessandria è da oltre trent’anni esemplare per l’integrazione sociale e i progetti di reinserimento, ha meritato le massime onorificenze della Presidenza della Repubblica, eppure i detenuti sono stati trasferiti all’improvviso e in sor-dina, a centinaia. Il carcere di San Michele ad Alessandria diventerà di massima sicurezza, cancellando all’istante molte relazioni umane che si erano create fra l’interno e l’esterno, oltre al lavoro di molteplici persone e associazioni, che si erano impegnate in ogni modo. Le chiedo le sue considerazioni in merito. “Lo permette la legge, non certo la Costituzione italiana. Come radicali, come Nessuno tocchi Caino, noi siamo storicamente contrari al ti bis che prevede la sospensione delle opportunità di trattamento e relazionali previste dall’Ordinamento penitenziario nei confronti di chi è raggiunto dal provvedimento. La norma è così mostruosa che, quando fu varata, fu prevista come temporanea per combattere il fenomeno mafioso nel periodo di massima violenza dell’organizzazione criminale (strage di Capaci). Divenne poi misura stabile e permanente nel 2002, con un successivo inasprimento nel 2009. Proprio nel 2002, con il libro “Tortura democratica”, gli esponenti radicali Maurizio Turco e Sergio D’Elia, visitando tutte le sezioni del 41 bis e intervistando ben 650 detenuti sottoposti a quel regime di carcere duro, giunsero alla conclusione che la finalità proclamata dalla norma di recidere i contatti con la criminalità organizzata mascherava una forma di “tortura democratica”, alienando dignità umana e diritti fondamentali della persona. Solo la collaborazione con l’autorità giudiziaria (fare altri nomi di associati), non il vero pentimento, può infatti sospendere il provvedimento. Attualmente, in Italia, abbiamo ben 750 detenuti sottoposti al 41 bis. Degli oltre 1.800 detenuti condannati all’ergastolo, oltre 1.200 sono sottoposti al regime dell’ergastolo ostativo per reati di mafia e terrorismo. Oltre 8.000 sono i reclusi nelle sezioni di Alta sicurezza. In questo quadro, l’operazione fatta dall’Amministrazione penitenziaria di sradicamento dei detenuti del carcere di San Michele è devastante, per la vita di quelle persone e del tessuto sociale volto al reinserimento che, in tanti anni, era stato costruito dalla società democratica e civile. Un’operazione cinica che vuole dimostrare il volto feroce dello Stato e non quello di successo di una pena costituzionalmente orientata”. In che cosa consistono i cambiamenti per un carcere dedicato ad accogliere detenuti ex articolo 41 bis? “Di sottopone quelle persone ad una tale condizione di isolamento e di alienazione (l’essere umano è tale solo in relazione con altri esseri umani), che o “collaborano” (non perché veramente pentiti) o impazziscono, o muoiono”. Diritti e doveri di un’amministrazione carceraria deputata a dirigere una struttura di quel tipo: d’ora in poi sarà alzato un muro di delimitazione inaccessibile (anche di informazione e comunicazione) del perimetro dedicato alla detenzione dei condannati all’isolamento? Non ci saranno rapporti di sorta con la città? Che genere di attività saranno consentite e come sarà possibile garantire la sicurezza del territorio? “Un carcere “dedicato” al 41 bis e all’Alta sicurezza, secondo l’orientamento attuale dell’amministrazione penitenziaria, è un monumento alla crudeltà che sotterra l’articolo 27 della Costituzione. Via via, questo “sistema” rischia di essere esportato anche in media sicurezza per i detenuti comuni e già notiamo qualche segnale in questa direzione. Il carcere sembra sempre più orientato alla chiusura e alla segregazione, alla riduzione di spazi di incontro e di apertura alla società esterna. L’ipocrisia del sistema si svela con la concessione ai detenuti del 41 bis dei giorni di sconto previsti dalla liberazione anticipata (art. 54 OP) che risponde a una “buona condotta”, consistente nella silenziosa soggezione alle privazioni che patiscono. Come fanno, infatti, a dimostrare di aver partecipato attivamente all’opera di rieducazione se sono murati vivi e non vedono mai né educatori né assistenti sociali? Per loro non ci sono relazioni di sintesi nutrite dall’incontro costante con gli operatori del carcere. Per i detenuti in 41 bis non c’è neppure un programma di trattamenti che li orienti alla riabilitazione. C’è solo la negazione di ogni proiezione e di ogni progettualità futura. La mia amica di lotta, l’avvocata Maria Brucale, su questo sta facendo una battaglia esemplare”. Trento. Stanza dell’affettività in carcere “Il primo ad usarla? Un detenuto che si è sposato a settembre” di Alice D’Este Corriere del Trentino, 23 febbraio 2026 Prima di Trento era stata aperta la stanza in carcere a Padova. Il colloquio intimo dura due ore. Ed è accessibile solo per detenuti che non abbiano particolari restrizioni per motivi di ordine e sicurezza. Luna di miele in carcere. In una stanza privata, in cui una volta entrati non si viene visti da nessuno. Con due ore a disposizione con la propria moglie, il proprio marito o il compagno/a “lontani” dal mondo. Da tutto, da tutti e soprattutto dagli occhi delle forze di polizia penitenziaria (che solitamente invece, come è ovvio, tengono sotto controllo “a vista” le persone detenute). La stanza dell’affettività - Non è un’esagerazione e nemmeno l’intenzione di cedere a facili ironie ma una realtà importante, sancita da una sentenza della Corte costituzionale (la numero 10 del 2024) che chiarisce che “ai detenuti viene consentito il diritto a colloqui intimi con i partner della loro vita”. Ecco, proprio il diritto alla vicinanza, alla condivisione umana, all’intimità fisica insomma in quanto diritto primario degli esseri umani si è concretizzata per la prima volta nella casa circondariale di Trento il 12 gennaio scorso. Quando è stata attivata la possibilità dei colloqui intimi nella stanza dell’affettività. Il matrimonio in carcere - Quella aperta a Trento è la seconda stanza dell’affettività attivata nel Triveneto, dopo quella del carcere di Padova che ha cominciato già nel 2025. “Il primo colloquio intimo da noi è stato fatto il 12 gennaio scorso- spiega Annarita Nuzzaci, direttrice della casa circondariale di Trento - e ne ha usufruito un detenuto che si era sposato sempre in carcere a settembre scorso”. Sono due i matrimoni celebrati in detenzione negli scorsi mesi. “Era venuto anche il sindaco - continua Nuzzaci - è stata una festa collettiva, con tanto di cerimonia ufficiale, con il riso e la sposa in abito elegante. Un detenuto ha suonato la marcia nuziale per accompagnarli. Uno dei due detenuti-sposi aveva usufruito lo stesso giorno del matrimonio di un permesso premio e aveva dunque raggiunto la moglie. L’altro non aveva potuto avere accesso al permesso per ragioni burocratiche. E quindi è stato il primo ad usufruire della stanza ora che è stata aperta. Era molto felice e ci ha detto che avere quello spazio privato era stato bellissimo”. I controlli prima di entrare - Non tutte le case circondariali sono strutturalmente in grado di ospitare una stanza di questo tipo, però. Tant’è che al momento in Triveneto sono solo due le stanze dell’affettività attive. “Non è semplice - spiega Nuzzacci - deve esser possibile riservare una camera attrezzata con tavolini, sedie, letto matrimoniale, bagno. Il carcere fa parte della comunità sociale, non può essere ignorato”. Funziona così: chi entra porta lenzuola da casa, le coperte se fa freddo. All’ingresso ovviamente viene controllato e così all’uscita. Entra nella stanza che viene chiusa dopo l’arrivo del detenuto. “Il personale non rimane - spiega Nuzzacci - la privacy è completa. Anche se naturalmente è stato attivato un sistema di allarme qualora fosse necessario”. Il colloquio intimo dura due ore. Ed è accessibile solo per detenuti che non abbiano particolari restrizioni per motivi di ordine e sicurezza che nella stanza dell’affettività possono incontrare mogli e mariti o conviventi di lungo corso. Persone insomma che facevano già i colloqui prima con loro. I detenuti “scelti” - A dare l’avviso ai loro compagni prima di Natale, in tempo per avvisare i familiari, sono stati i detenuti stessi “scelti” per partecipare all’iniziativa. “Lo hanno vissuto tutti come un regalo di Natale - spiega Nuzzacci - la possibilità piace molto. Aiuta anche noi, nella gestione visto che il presupposto essenziale per accedervi è una condotta regolare”. Fino ad oggi ci sono stati 9 colloqui riservati, cinque detenuti diversi di sesso maschile, alcuni sono tornati più volte. Nelle prossime settimane ne fruiranno per la prima volta altri tre detenuti, di cui una è una donna. La scelta prevede delle priorità, si parte da chi ha la carcerazione più lunga e da chi non può accedere a permessi all’esterno. “I colloqui intimi si sommeranno dunque ai colloqui ordinari - dice Nuzzacci - la media sarà circa di un incontro al mese, uno ogni due settimane, a seconda delle richieste. Non tutti ne avranno diritto. Il tema centrale di questa legge nasce dal fatto che il tempo della detenzione deve essere umano oltre che utile al reinserimento nella società”. Un passo verso il reinserimento sociale - Al di là del punto di vista umano, a normare questo diritto è la legge. Che punta alla valorizzazione dell’affettività in senso totale. Ad esprimersi umanamente anche in carcere, come uno dei passi quotidiani dei diritti inviolabili dell’uomo. Ferrara. Premiato il progetto di volontariato ambientale: coinvolti cittadini e detenuti ferraratoday.it, 23 febbraio 2026 La città di Ferrara è stata premiata, venerdì 20 a Milano, per il miglior progetto di volontariato ambientale con lo storico riconoscimento nazionale “La città per il verde”, che da anni valorizza le migliori pratiche di gestione, sviluppo e valorizzazione del verde urbano e del paesaggio in Italia. Ferrara ha infatti costruito un “Regolamento per la cura e la riconversione partecipata delle aree verdi” coinvolgendo direttamente e in modo attivo il carcere e molte associazioni del territorio. La riqualificazione riguarda 40 aree verdi pubbliche: parchi urbani, spazi di quartiere, aree marginali periferiche, giardini scolastici sono state individuate dai cittadini volontari e proposte all’amministrazione comunale mediante la stesura di un patto che definisce impegni reciproci. In particolare grazie alla convenzione con il carcere, i detenuti in semilibertà vengono coinvolti in attività non solo di cura delle aree verdi ma anche di socializzazione e possibile inserimento nel mondo del lavoro. Oltre agli importanti obiettivi a livello sociale, il progetto si pone obiettivi ambientali come l’aumento delle essenze arboree sul territorio comunale che contribuisce al miglioramento del microclima e della qualità dell’aria, aspetto non da sottovalutare in una situazione di forti cambiamenti climatici come quella attuale. “Il progetto che abbiamo costruito - ha spiegato il vicesindaco Balboni - mette insieme il valore sociale con la cura dell’ambiente. Collaborando in modo concreto con tanti cittadini, abbiamo dato vita ad un ideale: quello di una città che unisce le forze su obiettivi comuni. Dedico questo premio alla capacità di unire le forze per rendere Ferrara una città sempre più capace di esprimere il proprio valore”. La Costituzione non è un’intoccabile reliquia di Andrea Cangini huffingtonpost.it, 23 febbraio 2026 A ogni riforma, c’è chi si oppone trasformando la carta in un feticcio. Eppure è già stata cambiata (immunità parlamentare, numero dei parlamentari…) o adeguata dalla Consulta (coppie omosessuali, fine vita). Ovvero succede quello che i costituenti avevano previsto. Ne “Il mito della Costituzione” il giurista Giuseppe Maranini sostiene che in Italia si è alimentata una “religione della Carta”: l’idea, cioè, che basti avere una Costituzione “bella” per garantire libertà e buon governo. È un mito, appunto, perché la vita reale delle istituzioni dipende dai rapporti di forza e da come funzionano ed interagiscono i partiti, il Parlamento, l’esecutivo e ogni singolo organismo costituzionale. Non dalla sola “lettera” della Carta. La sua fu una critica anche culturale, volta a deprecare la tendenza a invocare la Costituzione come scudo simbolico mentre, nella prassi, si tollerano degenerazioni del circuito decisionale o dell’assetto tra poteri. L’interpretazione “mitologica” della Costituzione torna in auge ogniqualvolta questa o quella maggioranza parlamentare ambisce a metter mano alla lettera della Carta. Un atteggiamento bizzarro e oggettivamente contraddittorio, dal momento che è la stessa Costituzione a prevedere, con l’articolo 138, la possibilità di un proprio adeguamento. Non è un caso che Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 che elaborò effettivamente il testo costituzionale, sostenne fin dall’inizio l’idea di una “Costituzione viva”, “sempre rivedibile secondo le esigenze concrete del Paese”. Tesi sostenuta, tra gli altri, da un altro padre costituente del calibro di Pietro Calamandrei, che più volte ebbe ad esprimersi contro “il feticcio” della Costituzione. Fatta salva, infatti, la prima parte, quella che enuclea i principi e i valori fondamentali che ispirano la Carta costituzionale, tutto il resto è discutibile e, all’occorrenza, emendabile. Non è un caso che, ad oggi, siano state almeno 21 le modifiche alla lettera della Costituzione disposte dalle maggioranze qualificate del Parlamento. Non molte, tutto sommato. La Costituzione tedesca, ad esempio, come è solito ricordare Sabino Cassese, ha subito tre volte più cambiamenti di quella italiana. Dalla fine dell’immunità parlamentare alla revoca della pena di morte, dai rapporti tra Stato e regioni al numero dei parlamentari, dai poteri del presidente della Repubblica alla durata delle Camere, le riforme hanno, nel tempo, toccato i più disparati articoli della Carta. Mentre la Consulta ha sistematicamente aggiornato la Costituzione materiale allo spirito dei tempi. Basti pensare ai diritti delle coppie omosessuali, piuttosto che al “diritto a lasciarsi morire” in materia di eutanasia. Cambiare, dunque, è normale. E il più delle volte è anche necessario. Come tutte le riforme costituzionali, anche la separazione delle carriere dei magistrati è, naturalmente, discutibile. Ma discutibile nel merito. Non esecrabile in quanto alterazione della Carta costituzionale in quanto tale. È, invece, sulla sacralità della Costituzione che insistono molti degli oppositori alla riforma. E lo fanno con argomenti peraltro falsi: “La riforma modifica ben sette articoli della Costituzione”, dicono. Quando è evidente a chiunque abbia letto il testo che gli articoli concretamente “riformati” sono solo due, il 104 (separazione delle carriere, due Csm e sorteggio) e il 105 (Alta corte disciplinare). Gli altri articoli (87, 102,106,107,110) sono semplicemente “aggiornati” per adeguarli ai due principali cambiamenti. Ad esempio, è ovvio che se i Csm diventano due, bisognerà che la Costituzione preveda che il presidente della Repubblica li presieda entrambi. Ma non per questo è legittimo dire che si è inciso sui poteri del capo dello Stato. C’è tanta ipocrisia, in questa discussione. C’è tanta malafede. E la principale delle ipocrisie, e la più evidente delle malefedi, consiste nell’alimentare il mito della Costituzione come fosse la più intangibile delle reliquie. Paradossi del Terzo settore: la riforma anti-burocrazia che genera nuova burocrazia di Paolo Venturi* Corriere della Sera, 23 febbraio 2026 Una grande contraddizione si consuma dietro un ruolo centrale del Terzo settore dichiarato a parole ma solo apparente nei fatti: gli Enti sono riconosciuti sul piano normativo come produttori di valore, ma sul piano operativo sono sottoposti a una burocratizzazione crescente che li indebolisce. Negli ultimi anni il Terzo settore è diventato oggetto di un’attenzione senza precedenti. Riforme, piani strategici, fondi straordinari, nuove metriche di valutazione. Eppure dietro questa apparente centralità si sta consumando una contraddizione profonda: mentre agli Enti di terzo settore viene riconosciuto sul piano normativo il ruolo di produttori di valore e di interesse generale essi sono sottoposti, sul piano operativo, a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa. La legge di riforma del Terzo settore ha introdotto un passaggio culturale rilevante: gli Ets non sono definiti primariamente dalle funzioni che svolgono, ma dalla loro capacità di generare valore sociale. Il valore precede la funzione. Nasce da relazioni e organizzazione collettiva, da una prossimità ai territori che non può essere ridotta a mera erogazione di servizi. Su questa intuizione si fonda l’idea stessa di interesse generale. E proprio questo principio rischia oggi di essere svuotato dalla moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Per decenni il principale strumento di sostegno al non profit è stato il bando. Strumento che ha avuto un ruolo fondamentale: ha garantito trasparenza, pubblicità delle decisioni, tracciabilità delle risorse, allineamento con politiche pubbliche e strategie filantropiche esplicite. Una conquista. Ma nel tempo la sua applicazione standardizzata si è trasformata in pratica automatica, spesso indifferente ai contesti e alle differenze tra organizzazioni. Le conseguenze sono ormai evidenti. Carichi amministrativi sproporzionati rispetto alle dimensioni degli enti, rigidità procedurali che scoraggiano la sperimentazione, competizione artificiale tra soggetti sugli stessi territori, frammentazione di interventi. Le organizzazioni non profit finiscono per adattarsi più ai criteri formali che ai bisogni reali delle comunità, i problemi vengono misurati e categorizzati, ma raramente affrontati in modo sistemico. Si interviene sugli effetti, non sulle cause. Negli ultimi anni si sono affermate modalità alternative che tentano di correggere queste distorsioni: coprogrammazione, filantropia trust-based, strumenti di finanza sociale orientati allo sviluppo organizzativo, fondazioni di comunità come infrastrutture territoriali. Esperienze diverse, ma accomunate da un cambio di paradigma: dal controllo all’accompagnamento, dalla competizione alla collaborazione, dal progetto isolato al processo di lungo periodo. Non una negazione del bando, ma il riconoscimento che il bando, da solo, non è in grado di sostenere la complessità delle trasformazioni sociali. In questo quadro si colloca anche il tema dell’impatto sociale. Nato per superare una logica puramente rendicontativa e per rendere visibili i cambiamenti generati, l’impatto rischia oggi di diventare una nuova frontiera della burocratizzazione. Indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali promettono oggettività e comparabilità, ma spesso producono un appesantimento ulteriore, specie per le organizzazioni più piccole. Il rischio è quello di una burocrazia dell’impatto che replica le stesse rigidità che avrebbe dovuto superare. Paradosso evidente: strumenti pensati per valorizzare il cambiamento finiscono per assorbirne le energie. La capacità di leggere i contesti, adattarsi e costruire relazioni sacrificata alla conformità procedurale. L’interesse generale implicitamente ridefinito come capacità di rispettare regole, più che di generare valore reale. La questione allora non è tecnica ma politica. Dove sta il valore dell’interesse generale? Se coincide con la correttezza formale, la burocrazia è una risposta coerente. Ma se riguarda l’allineamento tra valore generato e benefici concreti per i più fragili e per i territori, il baricentro deve spostarsi su una nuova generazione di strumenti e processi. Capaci di riconoscere che il valore non nasce solo nei numeri finali, ma anche nei percorsi di coproduzione. “Sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono”, scriveva T.S. Eliot nei Cori de La Rocca. Oggi il rischio è questo: affidare all’ingegneria delle procedure ciò che dovrebbe restare responsabilità politica e istituzionale. Ritrovare il valore dell’interesse generale significa accettare una quota di imperfezione, rinunciare all’illusione del controllo totale e tornare a fidarsi delle istituzioni che quel valore lo generano, ogni giorno, nei territori. *Direttore di Aiccon Migranti. Strage di Cutro, fuori radio e tv dal processo per i mancati soccorsi di Angela Nocioni L’Unità, 23 febbraio 2026 La decisione è del presidente del collegio del tribunale di Crotone Alfonso Scibona, e nega il diritto ad ascoltare l’audio integrale senza mediazioni delle udienze di un processo di evidente pubblico interesse. Per quella strage del 26 febbraio 2023 in cui sono morte almeno 94 persone tra cui decine di bambini - non sapremo mai quanti, nella stiva schiantatasi a Steccato di Cutro erano stipati tanti bambini - è stato celebrato già un processo ad alcuni migranti accusati di essere “gli scafisti” del caicco. L’integrale di quelle udienze è ascoltabile, perché l’autorizzazione alla fonoregistrazione è stata data. Il processo a quattro ufficiali della Guardia di Finanza e due membri della Guardia Costiera accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo invece no, non potrà essere registrato. Dopo il rinvio a giudizio dei sei militari deciso dalla Gup Elisa Marchetto il processo era stato assegnato al presidente dell’unica sezione penale di Crotone, D’Ambrosio. La prima udienza era prevista per il 14 gennaio. Un paio di giorni prima di quella prima udienza è uscita la notizia del cambio di collegio, le ragioni del cambio sono ignote: il presidente non è più D’Ambrosio ma Scibona. Prima della prima udienza, quella del 14 gennaio in cui sostanzialmente è stato solo comunicato il cambio di collegio del processo, il presidente Scibona, prima ancora che si costituisse il processo, firma una prima ordinanza in cui nega alle emittenti radiotelevisive ogni possibilità di registrare anche solo l’audio del giudizio che è a porte aperte al pubblico. L’assurdo è evidente: in Aula a seguirlo si può andare, ma chi non potrà fisicamente star lì non potrà ascoltarlo. Da notare che non c’è solo la legislazione italiana a prevedere si possano registrare i processi di pubblico interesse, è la Cedu stessa a stabilire che non è limitabile il diritto di conoscenza di un processo. Nell’udienza del 30 gennaio gli avvocati di parte civile pongono il problema, sostanzialmente dicono: non c’è nessun rischio di spettacolarizzazione in una registrazione audio integrale che, anzi, è uno strumento di garanzia per tutte le parti. La pubblica accusa invece si schiera a favore della decisione del presidente del collegio. L’avvocato Francesca Cancellaro, in rappresentanza delle ong Sos Mediterranée, Emergency e Sea Watch presenta una memoria: “Proprio il fatto che i media siano messi nella condizione di offrire una integrale e tempestiva rappresentazione del contenuto del dibattimento - ricorda - costituisce un importante strumento di tutela rispetto ad eventuali strumentalizzazioni o ricostruzioni parziali o errate, nell’interesse di tutte le parti processuali”. L’avvocato di parte civile Francesco Verri dice che sono state permesse registrazioni “con trasmissione in diretta di un processo per ndrangheta”, perché quello sulla strage di Cutro, “che ha una rilevanza internazionale” non si può trasmettere? Il collegio penale senza ritirarsi in camera di consiglio rigetta la richiesta delle parti civili: “La trasparenza è massima, i giornalisti possono presenziare”. Nell’udienza del 10 febbraio il presidente Scibona legge un’ordinanza di 5 pagine facendo prima questa premessa: “Il collegio ha anche un’ordinanza da leggere in maniera tale da mettere una pietra tombale su ogni altra questione. Vi prego di non ritornare nuovamente su queste questioni perché oggi questa è la decisione e questa verrà mantenuta fino alla fine. Ve lo diciamo fin dall’inizio, quindi è inutile che si insiste su questioni su cui il Collegio è ampiamente convinto”. Ribadisce il divieto alla registrazione, dice che vuol privilegiare la pubblicizzazione mediata e non quella immediata integrale delle registrazioni di Radio Radicale e che le registrazioni sarà possibile richiederle dopo una valutazione del tribunale soltanto dopo la fine del processo, addirittura soltanto una volta uscite le motivazioni della sentenza. Tramite Cancelleria (il che vuol dire anche a costi alti). Il giudice ritiene che ci sia un rischio di contaminazioni per i testimoni a venire. E non si capisce come e perché visto che il contenuto delle udienze uscirà comunque. Commenta Sergio Scandura, cronista di Radio Radicale: “Non ho mai visto in 35 anni di cronaca giudiziaria un improvvido divieto così argomentato. Questo divieto a qualcuno farà molto comodo. A mio avviso non si teme tanto l’esito finale in sentenza per la bassa truppa che sta sul banco degli imputati: quello che si teme è quanto di imbarazzante, indicibile e disumano possa venir fuori dalle testimonianze in aula”. Migranti. Mediterranea, la preghiera in mezzo al mare. “Così restituiamo dignità ai tanti dimenticati” Il Domani, 23 febbraio 2026 Questa mattina la commemorazione nel porto di Trapani per i migranti morti nel Mediterraneo durante i giorni del ciclone Harry. Un migliaio secondo le organizzazioni umanitarie. L’iniziativa - una messa con preghiera islamica e civile - è stata organizzata dall’ong fondata da Luca Casarini e che ha come cappellano don Mattia Ferrari. “Davanti ai recenti naufragi, che hanno segnato la strage più grande nel Mediterraneo di questi anni, c’è stato silenzio e indifferenza. Chi ha parlato di loro? Chi ha pianto per loro? Questo ha segnato un’ulteriore ferita alla loro dignità calpestata. Siamo in contatto con i familiari e gli amici di molte vittime: ci hanno chiesto di non dimenticarli, di pregare per loro, di restituire loro la dignità di fratelli e sorelle”. Le parole di don Mattia Ferrari arrivano poche ore dopo la commemorazione di questa mattina nel porto di Trapani per i migranti morti nel Mediterraneo durante i giorni del ciclone Harry. Un migliaio secondo le organizzazioni umanitarie. L’iniziativa - una messa con preghiera islamica e civile - è stata organizzata da Mediterranea Saving Humans di cui don Mattia è cappellano. Dalla barca a vela, Safira, che sta lavorando con Mediterranea nel campo del soccorso civile in mare, sono stati lanciati dei fiori, “per abbracciare - sppiegano il sacerdote e il fondatore della ong Luca Casarini - chi giace in fondo, per ricevere con misericordia e rispetto chi raggiungerà le nostre coste senza vita. Chiediamo a Dio e al mare di perdonarci per questa atrocità”. Letti anche messaggi del vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli e dell’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. “Con questo gesto vogliamo dire anche alle famiglie delle persone morte e perse che siamo con loro. Condividiamo il loro dolore. Solo i fratelli ci salveranno da questo inferno che abbiamo creato con le nostre mani, che ha creato sistemi che non rispettano la vita dei poveri e degli emarginati”, spiegano gli organizzatori. Mediterranea è in contatto “con parenti e amici di molte vittime. E ci chiedono di non dimenticare i loro cari dispersi in mare, di pregare per loro, di ridare loro dignità e di alzare la loro voce”. Don Mattia conclude: “Nel mistero pasquale anche il dolore di queste ingiustizie viene riscattato: quell’amore che Cristo ci ha donato riscatta gli esclusi e gli oppressi, li eleva nella gloria del Cielo e dà a noi che ancora siamo sulla Terra la forza di lottare e di servire, donando noi stessi. La salvezza non viene dalla gloria di questo mondo che il diavolo offre a Gesù nelle letture di oggi, ma dalla Croce di Cristo, dall’amore viscerale, che viene da Dio ed è presente in ogni persona che dona se stessa, come Cristo ha fatto nella Sua Pasqua, il cui memoriale perenne ci ha donato nell’Eucaristia. Ecco perché abbiamo voluto che l’Eucaristia fosse celebrata lì, in mare, perché sappiamo che Dio é con loro e che solo se con umiltà saremo con loro ci salveremo”. Stati Uniti. I nuovi Centri di detenzione per migranti ricordano la Guerra mondiale, denunciano i vescovi di Elena Molinari Avvenire, 23 febbraio 2026 Il piano di allestire 20 grandi centri con 92.600 posti letto entro il 30 novembre solleva le preoccupazioni della Conferenza episcopale americana: “Ricordano i campi di internamento della Seconda Guerra Mondiale. Profonde preoccupazioni per un piano senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti, che interroga la coscienza del Paese. Il presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale americana ha lanciato, sul sito ufficiale dei vescovi Usa, un allarme durissimo contro il progetto dell’Amministrazione Trump di espandere massicciamente la detenzione degli immigrati attraverso la creazione di grandi strutture, veri e propri “magazzini” capaci di internare migliaia di persone. “Il pensiero di tenere migliaia di famiglie in enormi capannoni dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano - ha detto il vescovo Brendan Cahill di Victoria, in Texas. Qualunque sia il loro status migratorio, queste persone sono esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio. Siamo davanti a un punto di svolta morale per il nostro Paese”. Secondo documenti interni del dipartimento per la Sicurezza Interna, l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) punta ad acquistare almeno 20 magazzini in tutto il Paese per creare 92.600 posti letto entro il 30 novembre. Almeno otto strutture, già individuate o acquisite in Stati come Georgia, Texas, Pennsylvania e Maryland, sarebbero dei “mega-centri” in grado di detenere tra le 7mila e le 10mila persone ciascuno. Altri siti sono allo studio in Missouri, New Jersey, New Hampshire, North Carolina, Tennessee e Utah. Il progetto costerà 38,3 miliardi di dollari, finanziati attraverso la “Grande, bellissima legge”, la misura di bilancio voluta dalla Casa Bianca. Una cifra che, sottolinea la Conferenza episcopale, equivale a quasi cinquanta volte il bilancio annuale dell’intero sistema giudiziario per l’immigrazione. Secondo un rapporto del 2025 della Conferenza e del gruppo World Relief, sei immigrati detenuti dal governo su dieci sono cattolici, e i cristiani rappresentano l’80 per cento delle persone a rischio di detenzione e deportazione. Quasi un cattolico su cinque negli Stati Uniti vive inoltre una “condizione di vulnerabilità diretta o indiretta” rispetto alle politiche di deportazione. “Non esiste un precedente storico per strutture di questa scala, se non i campi di internamento dei cittadini giapponesi durante la Seconda guerra mondiale”, ricorda Cahill. Tra il 1942 e il 1946 oltre 125mila persone, molte delle quali con cittadinanza americana, furono incarcerate in campi remoti; almeno 1.600 morirono durante la detenzione. I vescovi denunciano anche le condizioni già presenti nei centri Ice: scarsa igiene, carenza di cure mediche, limitazioni all’assistenza legale e pastorale, oltre a episodi di violenza. Attualmente, secondo i dati della Syracuse University, tre quarti dei detenuti non hanno alcuna condanna penale. Già lo scorso novembre i vescovi Usa si opposero con forza alla deportazione di massa indiscriminata lanciata da Washington e espressero preoccupazione per le condizioni esistenti nei centri di detenzione, sottolineando in particolare la mancanza di accesso all’assistenza pastorale per i detenuti. In molte occasioni si sono anche opposti all’ampliamento della detenzione familiare. Nel 2024 sono morte 32 persone in custodia dell’Ice, il numero più alto degli ultimi vent’anni; altre sei sono decedute nei primi mesi del 2026. “Il governo federale non ha una storia positiva quando si tratta di detenere grandi numeri di persone, soprattutto famiglie”, ha avvertito il presule. Richiamandosi alla dottrina sociale della Chiesa, i vescovi Usa chiedono al Congresso e all’Amministrazione di “abbandonare l’uso improprio dei fondi pubblici” per cercare soluzioni che non trasformino la detenzione di massa in una nuova normalità. Una situazione che, nelle parole del vescovo, non riguarda solo i migranti, ma tocca “l’anima stessa dell’America”.