Aumentano le adesioni alla proposta di indulto responsabile e “differito” di Gianluca Carini Avvenire, 22 febbraio 2025 Crescono i firmatari alla proposta di indulto responsabile e “differito” elaborata nell’ambito del Convegno sul diritto alla speranza, tenutosi a Roma il 12 dicembre 2025 nel Giubileo dei Detenuti. La proposta di indulto responsabile e “differito” elaborata nell’ambito del Convegno sul diritto alla speranza, tenutosi a Roma il 12 dicembre 2025 nel Giubileo dei Detenuti, ha già avuto ulteriori autorevoli adesioni, come comunicato dal comitato dei promotori. La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche, che raccolgano gli appelli accorati di Papa Francesco, di Papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario, coniugando responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione. Un indulto “secco”, infatti, rischia di non risolvere i problemi e aumentare le criticità, laddove un indulto “preparato ed accompagnato”, con la previsione di una efficacia differita di tre/sei mesi, consentirebbe l’attuazione del trattamento penitenziario della persona da rimettere in libertà e dell’assistenza post-penitenziaria. È fondamentale dunque dare continuità e consolidare il percorso riabilitativo avviato in carcere con la presa in carico fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’UEPE e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli Istituti di giustizia riparativa, con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli Enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del terzo settore mediante l’offerta di posti di lavoro, di borse-lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di serio volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità. Ciò fa sì che l’alternativa alla detenzione non sia il degrado personale, familiare ed ambientale seguito dalla recidiva con il ritorno in carcere, ma il progetto di restituzione sociale con la conquista meritata della vera libertà. Nello storico messaggio alle Camere dell’8 ottobre 2013 il Presidente Giorgio Napolitano sulla questione carceraria dopo la sentenza Torreggiani invocava proprio un “indulto accompagnato” da idonee misure di reinserimento sociale, “onde evitare il pericolo di una rilevante percentuale di ricaduta nel delitto da parte di condannati scarcerati per l’indulto, come risulta essere avvenuto in occasione della legge n. 241 del 2006”. Si aggiunga, inoltre, che l’indulto, istituto di rango costituzionale, non può essere aprioristicamente delegittimato in quanto tale, ma va reso funzionale al circuito ordinamentale ordinario ed al bisogno di sicurezza della collettività. A seconda della scelta dell’entità dell’indulto (rimessa alla politica legislativa) varierà l’impatto sul sovraffollamento e sul tempo in cui il sistema penale, processual-penale e penitenziario potrà respirare per riprogettare e mettere in campo le necessarie misure strutturali al fine di evitare il riprodursi dei fenomeni degenerativi attuali e di prevenire possibili nuove condanne in sede europea. Come scrisse il Beato Padre Pino Puglisi, Martire della mafia, nella sua lettera di Natale agli amici del quartiere Brancaccio di Palermo detenuti presso il carcere Ucciardone: “...e vorremmo che, quando sarete finalmente liberi, questo contatto continui nel centro di accoglienza, perché riteniamo che, incontrandoci e parlandoci, si possano creare le condizioni di spirito per vivere con quella serenità necessaria per affrontare in maniera diversa le difficoltà della vita. Serenità che porterebbe senz’altro la pace oltre che a voi, anche alle vostre famiglie”. Ai primi firmatari già pubblicati nell’Avvenire del 4 gennaio 2026 si sono aggiunte le adesioni a titolo personale di Giovanni Accolla, Maria Agnello, Alfonso Amatucci, Enrico Ambrosetti, Stefano Anastasia, Giovanni Aurilio, Gualtiero Bassetti, Armando Bellocchi, Rita Bernardini, Fausto Bertinotti, Mauro Billetta, Nicola Boscoletto, Edmondo Bruti Liberati, Pietro Buffa, Massimo Cacciari, Stefano Canestrari, Onofrio Cannato, Ettore Cannavera, Carmelo Cantone, Costantino Capuano, Antonio Caputo, Giuseppe Cariti, Gian Carlo Caselli, Adolfo Ceretti, Davide Cerri, Carlo Cianciabella, Luigi Ciotti, Gherardo Colombo, Santi Consolo, Guido Corso, Giampaolo Crepaldi, Massimo D’Alema, Loris D’Alessandro, Angelo De Donatis, Gennarino De Fazio, Giovannangelo De Francesco, Gianfranco De Gesu, Salvatore De Giorgi, Massimo De Pascalis, Emilio Dolcini, Silvia Dominioni, Massimo Donini, Giovanni Fiandaca, Antonio Fiorella, Giovanni Maria Flick, Giovanni Flora, Marzia Fragalà, Giacomo Fumu, Massimo Fusarelli, Anna Maria Garufi, Alessio Genovese, Mitja Gianluz, Felice Giuffrè, Stefano Granata, Francesca Grassi, Monica Lazzaroni, Corrado Lorefice, Sergio Lorusso, Teo Luzi, Marcello Maddalena, Paola Maggio, Guido Secontino Mangiapelo, Adelmo Manna, Monica Marchionni, Salvatore Martinez, Nicola Mazzacuva, Salvatore Mazzamuto, Tecla Mazzarese, Claudia Mazzucato, Sergio Moccia, Arnoldo Mondadori, Tullio Morello, Vincenzo Morgante, Ida Nicotra, Tullio Padovani, Luigi Pagano, Roberta Palmisano, Federico Palomba, Luciano Pantarotto, Vincenzo Poso, Lucia Risicato, Ermes Ronchi, Mauro Ronco, Marco Rossi, Carmelo Saia, Caterina Scaccianoce, Cristiana Scandura, Giuliano Scarselli, Giuseppe Sciacca, Carmelo Sgroi, Gaetano Silvestri, Enrico Solinas, Armando Spataro, Luca Trovato, Riccardo Turrini Vita, Andrea Vacca, Daniela Vascellaro, Giovanni Verde, Daniela Verrina, Michele Vietti, Giuseppe Vitrano, Gustavo Zagrebelsky, Roberto Zannotti. Dal 25 marzo 2026 sarà promossa una petizione popolare aperta alla firma di chiunque voglia aderire tramite apposita piattaforma web. “Io non ti credo più”. I giovani che incrociano il carcere perdono ogni speranza nella giustizia imgpress.it, 22 febbraio 2025 Il prossimo 25 febbraio a Roma, dalle 10, presso la sede di Libera in via Stamira 5, si terrà la presentazione di “Io non ti credo più”, l’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana. A partire dal Dl Caivano, per finire con il recente decreto sicurezza, il sistema della giustizia minorile si è ripiegato su se stesso, abbandonando la strada del recupero per percorrere quella della repressione e della criminalizzazione. I giovani che incrociano il carcere hanno perso ogni speranza nella giustizia minorile. Non si fidano più del mondo degli adulti, che la amministra mostrando sempre più desiderio di punizione e vendetta e sempre meno accoglienza, ascolto, sostegno. Frutto del lavoro di monitoraggio degli Istituti penali per minorenni, che Antigone conduce dal 2008, nonché dell’elaborazione dei dati qualitativi e quantitativi raccolti tanto sulle carceri minorili che sull’intera area delle misure penali rivolte ai minorenni, il Rapporto racconterà attraverso numeri, analisi, storie, la situazione nella quale versa il sistema. Alla presentazione, insieme agli esperti di Antigone, ha confermato la propria partecipazione il capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, Antonio Sangermano. Al termine della presentazione, a partire dalle 14, si terrà un’assemblea pubblica sul tema della giustizia minorile, che vedrà coinvolte organizzazioni, operatori, professionisti. Mentre l’accesso alla presentazione del rapporto è libero, per partecipare all’assemblea del pomeriggio è necessario iscriversi compilando questo form: https://docs.google.com/forms/u/2/d/1bVIv99woiljOinBaRs2biJWzAVYDZo8tbcxKqhZjzX8/viewform?edit_requested=true&fbclid=IwY2xjawP5IWFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFGTEdvaXVEOUNHOTJVSVRlc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHu6Vy_hKbWrJmNYD281opAw6vbnP5LlVUnqT4xNEulXGRitFKcQeoW5HY1aS_aem_2zgtzkPuEfmxcL9TqCuvPw Giacomo, il detenuto che fa lo sciopero della fame: “Mi lascerò morire, vivere così è peggio” di Paolo Viarengo La Stampa, 22 febbraio 2025 “Mi lascerò morire, tanto non poter abbracciare la mia famiglia è peggio”. Parole pesanti come macigni, scritte da Giacomo Albergamo, detenuto astigiano che sta scontando la sua pena nel carcere di Modena. Albergamo indirizza alle autorità una lunga e accorata lettera, nella quale racconta il proprio disagio e chiede attenzione per la sua situazione. All’inizio di febbraio, il detenuto ha avviato uno sciopero della fame, della sete e dei farmaci salvavita che, da diabetico, è costretto ad assumere, mettendo seriamente a rischio la propria salute. “Abbiamo preso in carico la sua situazione, ma per farlo abbiamo prima preteso che sospendesse ogni comportamento autolesionistico”, racconta Daniele Carollo, presidente dell’associazione Voice of People, che da settimane sta cercando di smuovere istituzioni e amministrazioni per risolvere una vicenda delicata. “C’è stato l’intervento del garante dei detenuti dell’Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, e dopo qualcosa si è mosso e almeno la cella di Albergamo è stata sanificata”, aggiunge Carollo. Gli insetti nel letto - Il letto su cui dormiva, così come quello del compagno di cella, era infatti infestato da insetti, in particolare cimici dei materassi, che provocavano continue punture e condizioni igieniche precarie. Carollo ha raccolto la documentazione fotografica delle ferite e l’ha trasmessa alle autorità competenti, che sono intervenute in tempi rapidi. In parallelo sono migliorati anche i contatti con la famiglia. “Adesso almeno riusciamo a sentirci. Dopo il trasferimento a Modena era diventato difficilissimo e per mesi non abbiamo avuto sue notizie”, racconta la madre Lucia. “Sono videochiamate piene di lacrime e commozione, ma permettono di mantenere il legame tra un padre e la figlia più piccola, che ha undici anni”. Albergamo, che ha quattro figli, non nasconde il proprio passato criminale e non chiede la grazia. “Non sono qui a lamentarmi della condanna, perché è giusto pagare quando si sbaglia e io sto scontando la mia pena”, scrive nella sua lettera. Le condanne - Nel 2018 era stato condannato a otto anni per una rapina compiuta insieme al fratello Nadir, armato di un’ascia, ai danni di due supermercati astigiani, dopo essere stato coinvolto anche nell’operazione “Bazar” e in altri episodi di furti e spaccio. In carcere, però, aveva intrapreso un percorso di cambiamento, diventando un detenuto modello. “Lavorava in giardino, curava l’orto”, ricorda la madre. “Ho la patente per guidare il trattore e voglio lavorare”, scrive Albergamo. Una situazione che è peggiorata all’improvviso il 20 novembre scorso, quando è stato trasferito dal carcere di Alessandria a quello di Modena. Da allora le visite settimanali sono cessate. “Sono invalida anch’io e non posso affrontare un viaggio di 500 Km”, spiega Lucia. Per questo Voice of People si sta battendo per un avvicinamento al territorio. “Il fine pena è nel 2028, ma con la buona condotta potrebbe arrivare già a fine 2027”, conclude Carollo. Referendum, Nordio e Piantedosi in difesa: toni bassi e “nessuno scossone” di Giuliano Santoro Il Manifesto, 22 febbraio 2025 I due ministri più esposti sul referendum confermano a Bologna il tentativo di usare la sicurezza. Ma cercano di cambiare registro. A un mese esatto dal referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, la destra si ritrova a Bologna. Se, come è noto, Meloni ancora non è ufficialmente scesa in campo, nel capoluogo emiliano arrivano i due ministri più esposti: Matteo Piantedosi e Carlo Nordio. Perché la campagna della maggioranza parlamentare si gioca tutta sul connubio tra ordine interno e funzionamento della magistratura. L’evento al quale partecipano si intitola, appunto, “Non c’è sicurezza senza giustizia”. Il Ministro dell’interno invita a “non commettere falli di reazione”, riferendosi agli eccessi contestati dall’arbitro Sergio Mattarella. Ma, per restare alle metafore calcistiche, i ministri seguono lo schema della presidente del consiglio e giocano di retroguardia: garantiscono che in nessun modo le sorti del voto sulla riforma influenzeranno le sorti del governo: “L’anno scorso c’è stato un referendum molto importante, che aveva motivi importantissimi come la cittadinanza e il lavoro - afferma Piantedosi - I sostenitori non mi pare si siano dimessi quando l’esito è stato pressoché disastroso”. E ancora: “Non ci saranno scossoni istituzionali. La magistratura resterà autonoma e indipendente, e il confronto democratico continuerà nel rispetto delle regole”. Di più: per il referendum addirittura attuerebbe al meglio la Costituzione, perché conferma “lo spirito dell’articolo 111 sulla terzietà del giudice”. Quando tocca al ministro della giustizia, ecco la conferma del modulo difensivista all’italiana. Nordio assicura di non aver mai alzato i toni e ringrazia il presidente della Repubblica per l’invito a ricondurre il confronto nell’alveo della dialettica fisiologica tra istituzioni. E lo scontro con Gratteri? “Ogni volta che lo vedo, ci scambiamo la mano e qualche volta anche baci e abbracci - sminuisce Nordio - Lui ha un carattere un po’ fumino”. Il guardasigilli ha denunciato il rifiuto da parte del fronte del No al confronto. Anche qui, in contropiede, è stato subito smentito: “Con il massimo rispetto che si deve a un’istituzione, mi permetto di ricordare a Nordio il nostro appuntamento comune in agenda”, dice il presidente del comitato “Giusto Dire No” Enrico Grosso ricordandogli il duello televisivo fissato per il 17 marzo. Che ci sia qualcosa che non funziona, al di là dei sondaggi e dei pronostici sulla carta, lo dice anche il fatto che l’idea di adoperare i casi di cronaca nera per gettare ombre sul funzionamento della giustizia pare essersi consumata. Al punto che il capogruppo FdI alla camera Galeazzo Bignami invita a tralasciare il “contingente” per concentrarsi sul senso più profondo della riforma. Un altro cambio di strategia? L’evento bolognese ha conosciuto un’evoluzione rocambolesca. Prima doveva tenersi in piazza. Poi, come se la cosa dovesse restare nascosta fino all’ultimo, le destre hanno lamentato che l’appuntamento fosse circolato troppo in anticipo, in una città che considerano ostile e che a più riprese hanno provato a espugnare, e si sono spostati nel quartiere Pilastro. Posto poco raggiungibile, dove anche i contestatori hanno deciso che non aveva troppo senso andare. C’erano, per una conferenza stampa, alcuni attivisti di Potere al popolo, che hanno rilanciato la loro manifestazione contro il governo e per il “no sociale” al referendum, del 14 marzo. “Abbiamo un governo che ammira Trump e che vuole portare il suo modello di violenza di stato, dell’Ice, in Italia”, spiega Giorgio Cremaschi dell’esecutivo di Pap. Il giorno precedente, trecento persone si sono riunite per la rete No Cpr al Tpo. Da anni, e grazie anche alle lotte dei movimenti antirazzisti, in Emilia Romagna non c’è un centro di detenzione per migranti. Nei giorni scorsi il presidente della Regione Michele De Pascale, pur contestando la gestione della sicurezza del governo, è sembrato aprire alla possibilità di aprirne uno. “Ci sono casi in cui la procedura di espulsione viene realizzata simultaneamente e altre circostanze in cui serve un periodo di fermo, la cosiddetta detenzione amministrativa” ha detto De Pascale ai consiglieri regionali che lo interrogavano. Ma è la stessa assessora alla sicurezza del comune di Bologna a smentire la relazione meccanica tra Cpr ed espulsioni. Da qui l’idea della rete No Cpr di convocare, sempre per il 14 marzo, una manifestazione a Bologna su città e sicurezza. In quelle inchieste c’è un test di democrazia di Gianfranco Bettin Il Manifesto, 22 febbraio 2025 Gli agenti della Polizia di stato che, su mandato della procura di Milano, indagano sul comportamento dei propri colleghi nella vicenda che ha portato all’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo lo scorso 28 gennaio sono, ora, uno dei volti cruciali del nostro stato di diritto. Il diritto, per chiunque, di godere della presunzione d’innocenza, qualunque cosa riporti il tuo casellario giudiziale e anche se, dicono, sei stato ucciso per “legittima difesa”, perché eri tu che stavi per sparare. Ma chi lo dice che stavi per sparare? Chi deve accertarlo? Un giudice: questo vuole lo stato di diritto. Questo, invece, non vuole chi lo stato di diritto, passo dopo passo, lo sta scardinando. Si tratta, nientemeno, che di importanti esponenti del governo in carica, oltre che di una pletora di sodali, dotati di potentissimi mezzi di manipolazione di massa. Se “la difesa è sempre legittima”, se per qualche corpo dello stato vale comunque l’immunità, dove va a finire quel diritto cardine, pietra angolare della civiltà giuridica? Quando la presidente del consiglio Giorgia Meloni, quando il vicepremier Matteo Salvini e il ministro Matteo Piantedosi, un minuto dopo i fatti, senza neanche attendere minimi accertamenti, affermano a reti e social unificati che Mansouri è stato ucciso per legittima difesa, o che Ramy Elgaml è il solo responsabile della sua morte, al Corvetto di Milano il 24 novembre 2024 (mentre emerge l’ipotesi che siano state inquinate le prove), dall’alto dei loro scranni forzano lo stato di diritto. Anticipando, con le parole e con i fatti, ciò che vorrebbero formalizzare per legge (come hanno già fatto con la riforma della giustizia ora sottoposta a referendum: ecco un’altra formidabile ragione per rispondere No). Del resto, è ciò che appunto fanno, ogni giorno, anche ai danni della magistratura quando emetta sentenze non gradite al governo e alla maggioranza (e, più in generale, alla destra), non curandosi, governo e maggioranza, di alterare la realtà e mistificare i contenuti di quelle eventuali sentenze. I casi sono innumerevoli ma, per restare a questi soli giorni, basti ricordare le polemiche furiose scatenate sui risarcimenti accordati (700 euro) al migrante algerino trasferito illecitamente, senza comunicazioni a lui e alla famiglia e in condizioni pesanti, da Gradisca d’Isonzo a Gjader in Albania, e (76 mila euro) all’Ong Sea Watch, la cui nave è stata sequestrata illecitamente per due mesi nel 2019 nel porto di Licata. En passant, in quest’ultimo caso, si è anche rinfocolata la denigrazione di Carola Rackete, come se la sua posizione non fosse stata archiviata (dopo un’ingiusta detenzione) per aver agito, rispettando la Costituzione e le convenzioni internazionali, “per dovere di soccorso in mare” (un dovere che la destra e il governo intendono contrastare e punire, eludendo Costituzione e convenzioni, in attesa di snaturare la prima e svuotare le seconde). In entrambe le vicende ha agito lo stesso meccanismo di mistificazione e sospensione dello stato di diritto (l’altra faccia dello stato d’eccezione, che a volte lo precede e a volte lo accompagna). Un meccanismo rivendicato con protervia, indicato come il modo ordinario e, presto, “legittimo” (legittimato dalla volontà politica che si farà norma, se ci riusciranno) ma, intanto, utilizzato de facto e, vorrebbero, “a furor di popolo”. Si parte sempre da chi sembra più “mostrificabile”, facendone al tempo stesso la vittima e il grimaldello che consente di scardinare le garanzie fondamentali e generali. Per questo, l’indagine della Squadra mobile di Milano sui colleghi presenti a Rogoredo, e tutte le altre in casi simili (senza ricordare storici e celebri precedenti), così come le sentenze citate, sono passaggi di importanza capitale, test basilari sullo stato della nostra democrazia. A cominciare da ciò che più ci tutela, tutte e tutti, in queste vicende: la presunzione d’innocenza e, nel caso, il diritto a un giusto processo. Che valgono, beninteso, anche per chi, nelle forze dell’ordine, si trovi indagato. Tutto si tiene, vale per chiunque, seppure, se un reato è un reato, un reato o un abuso commesso da rappresentanti dello stato pesi il doppio. Peserebbe come una montagna se fosse addirittura coperto, ab origine, da un’immunità - un’impunità - pregarantita e fissata dalla legge. Sardegna. “Isola-carcere” con 41bis? Il cuore del problema non è il rischio di infiltrazioni mafiose di Marzia Piga sassaritoday.it, 22 febbraio 2025 Preoccupa il carico sui tribunali di sorveglianza e sulle procedure sanitarie, oltre alla messa in discussione della finalità costituzionale rieducativa della pena per tutte le altre persone private della libertà che già occupano le carceri dell'Isola. Abbiamo chiesto al presidente regionale di Antigone di aiutarci ad analizzare le reali ricadute di un trasferimento massiccio a Bancali, Uta e Nuoro. “La Regione fa bene a preoccuparsi: la concentrazione di detenuti in regime di 41 bis in Sardegna ha un impatto sia sul territorio, sia sull’intero sistema penitenziario dell’Isola che non può essere sottovalutato”. Il punto di vista sul trasferimento dei boss mafiosi in alta concentrazione in Sardegna e sulla reazione della presidente della Regione, Alessandra Todde, che ha chiamato i sardi in piazza per il prossimo 28 febbraio, è quello di Daniele Pulino, presidente di Antigone per la Sardegna. Pulino è anche ricercatore in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio all’Università di Sassari, dove insegna, e molte delle sue ricerche si concentrano su criminalità e carcere e sulla deistituzionalizzazione e il cambiamento istituzionale. È anche membro dell’Osservatorio Sociale sulla Criminalità in Sardegna. Al referente regionale dell’associazione, nata nel 1991 e che si occupa della tutela dei diritti umani nel sistema penale e penitenziario, abbiamo chiesto di aiutarci ad analizzare le reali ricadute negative, al di là della polarizzazione politica che talvolta resta in superficie, di un piano come quello del governo di trasferire nell’Isola quasi un terzo del totale dei circa 750 detenuti in regime di cosiddetto carcere duro. Infiltrazioni mafiose: spauracchio o rischio reale - In questo dibattito, il tema delle possibili infiltrazioni mafiose legate alla presenza dei detenuti in 41 bis è centrale? “È una questione su cui dovrebbero rispondere soprattutto gli organi investigativi che operano nei territori dove il 41 bis è presente. Non credo, però, sia questo, oggi, il cuore del problema. Il punto principale è l’impatto che la concentrazione di un regime detentivo ad altissimo livello di sicurezza produce: parliamo di un sistema che inevitabilmente modifica gli equilibri interni agli istituti e incide anche sul contesto esterno”, spiega il presidente regionale. Un impatto che, secondo l’associazione, riguarda più livelli. “Si tratta di detenuti che provengono da fuori regione. Questo incide sulla Sardegna non solo dal punto di vista sociale, ma anche su quello amministrativo e giudiziario: basti pensare alle ricadute sul funzionamento degli uffici del ministero della Giustizia nel territorio, come il tribunale di sorveglianza. Sono carichi di lavoro, funzioni e attività che si spostano e si concentrano”. Sono infatti i magistrati di sorveglianza a dover far fronte alle richieste di autorizzazione relative alle comunicazioni e alla salute dei detenuti. Allo stesso modo, ed è l’altra motivazione dell’opposizione espressa dalla presidente Alessandra Todde, che ha chiamato i sardi alla mobilitazione, “è la Regione, con il servizio sanitario, a dover garantire il diritto alla salute in carcere, anche in termini economico-finanziari”. In Sardegna ci sono già i detenuti in regime di alta sicurezza - Per la Sardegna sarebbe dunque un carico che si andrebbe ad aggiungersi a quello degli altri detenuti già presenti in altri regimi di alta sicurezza, per cui la Sardegna già contribuisce molto nei confronti dello Stato: “Sì, oggi nell’Isola nelle sezioni del 41 bis e in quelle dell'Alta Sicurezza, si contano complessivamente due detenuti ogni dieci presenti”. Ed è questo il vero nodo? “Il punto è proprio questo: non si può concentrare su un’isola come la Sardegna tutto il peso di un sistema detentivo speciale. L’isola sopporta già un carico molto rilevante. Se pensiamo agli istituti con sezioni di alta sicurezza, come Oristano o Tempio, la presenza di detenuti da fuori regione è già altissima”, fa notare il rappresentante sardo dell’associazione che attraverso un proprio Osservatorio autorizzato a visitare gli istituti di pena, documenta sovraffollamento, condizioni di vita e rispetto delle garanzie costituzionali. Carceri sarde in difficoltà e sovraffollate - Un sovraccarico che si inserisce in una crisi più ampia. “Negli ultimi anni abbiamo registrato numerosi trasferimenti da altre regioni, per esempio dal Lazio, dovuti a crolli strutturali o all’incapacità di altri istituti di reggere il numero di presenze. Ma se guardiamo i dati, il sovraffollamento è già drammatico anche negli istituti sardi, da Bancali a Uta. E ci sono effetti indiretti molto concreti, come i trasferimenti legati alla riorganizzazione degli istituti: vediamo già conseguenze, per esempio, su Nuoro”, sostanzialmente svuotato per lavori di ristrutturazione proprio per accogliere i detenuti in regime di altissima sicurezza. “Questo ha comportato spostamenti continui di carcerati trattati come pacchi postali. Persone inserite in percorsi scolastici o universitari trasferite da un giorno all’altro, con interruzioni delle attività che normalmente un detenuto può svolgere all’interno delle carceri, che vanno contro la finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. È dentro questa cornice che va collocato il tema del 41 bis”, chiarisce Pulino. Una norma temporanea divenuta definitiva - Il regime speciale per i boss mafiosi trae origine dalla cosiddetta legge Gozzini del 1986 (allora denominato 'carcere duro'), che modificava la legge 354 del 1975 che a sua volta aveva introdotto per la prima volta un particolare regime di reclusione carceraria, “in determinati casi di emergenza e necessità”. In origine l’articolo conteneva soltanto il primo comma, che sostituiva l’articolo 90 dell'ordinamento penitenziario, e che è rimasto sostanzialmente immutato, anche se non risulta mai applicato, e riguarda la facoltà del ministro della Giustizia “di sospendere nell'istituto interessato o in parte di esso l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza”. Ma è il secondo comma dell'attuale norma, il cuore del nuovo istituto del regime speciale, che riguarda il dibattito che coinvolge la Sardegna: fu introdotto con la legge 356 del 1992, riguardava detenuti condannati per reati legati “all'associazione di tipo mafioso, in relazione ai quali vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un'associazione criminale, terroristica o eversiva”, recita il testo, e inizialmente prevedeva un regime detentivo a carattere temporaneo, avendo una data di scadenza a tre anni dalla conversione del decreto legislativo. L’applicazione del secondo comma dell’articolo è stata prorogata diverse volte nel corso del decennio seguente (nel 1995, nel 1999, nel 2000 e nel 2001), finché la scadenza dell’applicazione dell’articolo non venne abolita con l’introduzione della legge 279 del 2002. Le conseguenze sulla finalità rieducativa della pena - Un istituto che storicamente “nasce come istituto emergenziale, poi stabilizzato e ritenuto legittimo dall’ordinamento, purché resti entro precisi limiti costituzionali. Il problema è mantenerlo dentro quei limiti, sia sul piano dei diritti sia, soprattutto, su quello della funzione costituzionale della pena, che in Italia è rieducativa”, rimarca Pulino. “Sappiamo che ci sono persone che scontano l’intera pena al 41 bis, dall’inizio alla fine, senza reali percorsi rieducativi. La domanda che dobbiamo porci è se questo produca davvero maggiore sicurezza quando, terminata la pena, queste persone tornano in libertà senza aver intrapreso alcun percorso di reinserimento”. Un interrogativo che resta aperto e che, secondo l’associazione, dovrebbe allargare lo sguardo. “Il rischio è concentrare tutto sul 41 bis senza leggere cosa sta accadendo all’esecuzione penale nel suo complesso. Il dibattito sul 41 bis merita attenzione, ma può diventare anche l’occasione per discutere dell’intero sistema carcerario, delle sue criticità strutturali e della sua funzione costituzionale”. Friuli Venezia Giulia. Sbriglia: “Il nuovo carcere di San Vito sia esempio di progetto partecipato” ansa.it, 22 febbraio 2025 Il Garante regionale dei detenuti: sarà la più importante realtà del settore in Fvg. “Le carceri non vanno scagliate come fulmini sui territori, ma devono essere il migliore esempio di un progetto partecipato con le amministrazioni locali e le sue comunità, in quanto in relazione al serio impegno delle parti, potranno per davvero trasformarsi in positive e straordinarie opportunità sia per i cittadini liberi che per quelli privati della libertà personale”. A dirlo è stato il Garante Regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, intervenendo, ieri, a un convegno sul futuro carcere di San Vito, “la più importante realtà carceraria regionale”, nella Sala consiliare. Sbriglia, che ha definito l'incontro “un esempio di responsabilità sociale partecipata” vista la presenza della cittadinanza, ha sottolineato che “ove mancassero la armonizzazione col territorio e la reciproca leale collaborazione tra tutti i soggetti istituzionali nei riguardi della cittadinanza, si potrebbe dare vita a criticità ed il carcere rischiererebbe di essere percepito come un pericoloso bubbone infetto”. Il nuovo carcere potrà ospitare 300 detenuti e almeno 150 operatori di polizia penitenziaria oltre a funzionari e impiegati amministrativi. Il sindaco Alberto Bernava ha “confermato la vigile attenzione che dedicherà al futuro insediamento, che non trova ostilità nella sua cittadinanza”, come riporta una nota. Il Direttore del Carcere di Pordenone, Leandro Lamonaca, ha parlato di come “formazione professionale e lavoro cambino in meglio le persone detenute” mentre il già questore di Pordenone, Giuseppe Solimene, ha sottolineato la “capacità del carcere di generare sicurezza sul territorio, oltre che rappresentare una possibilità ulteriore di sviluppo anche economico”. Sicilia. Carceri, intesa per il reinserimento dei detenuti: al via lo Sportello Lavoro canicattiweb.com, 22 febbraio 2025 Costruire un collegamento stabile tra carcere e mondo del lavoro, trasformando la pena in un percorso di riscatto e in una possibilità concreta di inclusione sociale. È questo il cuore del seminario tecnico “Carcere e Lavoro: un’azione di sistema per il reinserimento dei detenuti”, che si è svolto oggi a Palermo, nell’auditorium dell’assessorato regionale del Territorio e dell’Ambiente. Al termine dell’incontro è stato firmato un protocollo d’intesa che mette insieme più istituzioni: il dipartimento regionale del Lavoro, il dipartimento della Famiglia, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria per la Sicilia, l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna (Uiepe), il Centro per la giustizia minorile e il Garante per la tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale della Regione Siciliana. L’accordo punta alla creazione di una rete specialistica, con ruoli e compiti chiari, per facilitare l’ingresso dei detenuti nel tessuto produttivo dell’Isola. L’obiettivo è rendere il reinserimento lavorativo non un’eccezione, ma una prassi strutturata. L’iniziativa, promossa dal dipartimento regionale del Lavoro insieme a Sviluppo Italia, segna l’avvio operativo del progetto “Reti specialistiche e misure per l’inserimento lavorativo delle persone detenute”. Il progetto rientra nel programma nazionale “Donne, Giovani e Lavoro 2021-27”, coordinato dal ministero del Lavoro in collaborazione con il ministero della Giustizia. La Sicilia è una delle quattro regioni scelte per la fase sperimentale, insieme a Lombardia, Lazio e Veneto. Al centro dell’intervento c’è l’attivazione dello “Sportello Lavoro” all’interno degli istituti penitenziari, uno spazio dedicato all’orientamento e all’accompagnamento personalizzato dei detenuti verso un’occupazione. Il servizio è già partito nella Casa circondariale Pagliarelli di Palermo, dove il 19 gennaio si sono svolti i primi colloqui. Nei prossimi mesi sarà esteso anche alla Casa circondariale Piazza Lanza di Catania e agli Istituti penali per i minorenni di Bicocca, a Catania, e Malaspina, a Palermo. Durante la giornata si sono confrontati anche imprese, associazioni datoriali ed enti del Terzo settore di Palermo e Catania. Un dialogo che punta a rafforzare il legame tra istituzioni e sistema produttivo, con l’idea di trasformare il lavoro in uno strumento concreto di inclusione e sviluppo per il territorio. Padova. Prove di dialogo tra il Coordinamento Carcere Due Palazzi e il Dap padovaoggi.it, 22 febbraio 2025 A Roma il Coordinamento Carcere Due Palazzi a confronto con Capo del Dap e Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento: “Un dialogo importante, alcuni impegni presi, la volontà di affrontare apertamente le tante criticità”. Il Coordinamento Carcere Due Palazzi della Casa di Reclusione di Padova ha incontrato a Roma, lo scorso 18 febbraio, il Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele e il Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, Ernesto Napolillo. L'appuntamento era stato chiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, realizzate dal Terzo settore in stretta collaborazione con l'istituzione, delle 22 persone detenute di Alta Sicurezza e il conseguente drammatico suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro. Oltre a questo tema il Coordinamento ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della Casa di Reclusione di Padova da istituto innovativo nell'ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo. Al Coordinamento Carcere Due Palazzi, che raggruppa da oltre dieci anni le associazioni e cooperative del Terzo settore attive in istituto, sono stati dedicati tempo e attenzione e il confronto è stato ricco e intenso. Il Coordinamento ha documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell'Alta Sicurezza trasferita: molti, tra l'altro, usufruivano di permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all'esterno. Il tema Alta Sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale: rispetto al numero esorbitante, in tutta Italia circa 9800, di detenuti di Alta Sicurezza ci si è confrontati su come sia importante andare a fondo della questione delle de-classificazioni da detenuti Alta Sicurezza a “detenuti comuni”, anche alla luce della relativa disattesa circolare del 2015. Da questo punto di vista è emersa l'ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra DAP e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia. Il Coordinamento Carcere Due Palazzi si è impegnato a monitorare e segnalare le situazioni delle persone trasferite per le quali da tempo si era avviato un percorso di inserimento nel territorio. Inoltre si verificherà quali possibilità di trattamento offrano le realtà in cui sono state trasferite. Il confronto ha previsto la possibilità di segnalare eventuali richieste dei detenuti AS trasferiti di essere ubicati in sezioni AS di istituti più conformi alle esigenze familiari e/o di coinvolgimento sociale pregresso. Per quanto riguarda il tema del rischio di un progressivo snaturamento della Casa di Reclusione di Padova, tema condiviso dalla Polizia Penitenziaria e dall'area educativa sulle cui spalle ricade il peso delle conseguenze sul campo degli attuali inarrestabili processi di 'riempimento' delle carceri italiane, vi è stato accordo sull'importanza di favorire, in sostituzione delle persone AS trasferite e più in generale, l'accesso alla Reclusione di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che rendono la Casa di Reclusione un “modello di rieducazione” a livello nazionale. Da ultimo il Coordinamento ha fatto presente al Capo del Dap anche il tema delle gare per l'affidamento degli spazi per le attività trattamentali, che così come impostate non valorizzano la vocazione sociale delle realtà del Terzo settore. E' stata prospettata l'ipotesi che a breve ci saranno modifiche legislative che introdurranno criteri di valorizzazione delle realtà già presenti da anni negli istituti con attività documentate e svolte con successo e serietà. L'incontro si è concluso con un impegno a raggiungere gli obiettivi su cui c'è stato confronto e a continuare nel dialogo. “A Roma siamo andati come Coordinamento. Circa il percorso dei detenuti di Alta Sicurezza quello che abbiamo voluto testimoniare è importante: in questi anni abbiamo capito che le persone del circuito alta sicurezza (i più gravi reati associativi) cambiano non se restano “tra di loro” isolati dal...resto del mondo, ma quando si confrontano con la vita reale. Un esempio importante, che abbiamo raccontato a Roma, è quando nel progetto scuola le persone di alta sicurezza dovevano rispondere alle domande, dure e senza filtri, degli studenti sul loro passato criminale: lì le persone detenute entravano davvero in crisi e imparavano a guardarsi dentro”, commentano proprio dal Coordinamento. “Questo era vero cambiamento, così come essere attivi e a contatto con volontari e operatori del Terzo settore nei diversi laboratori. L'isolamento degli AS (a cui si sta tornando in tutt'Italia) non ha mai creato processi di presa di coscienza, stando tra loro perpetrando la cultura degli ambienti nei quali si è svolta la loro storia di reati”, ricordano ancora una volta. “Il Coordinamento Carcere Due Palazzi non rivendica il significato e il ruolo della Casa di Reclusione (a cui affluiscono sempre più persone con fine pena vicino) per mantenere una posizione di privilegio ma per preservare il significato e gli spazi della rieducazione, in una fase in cui questi spazi vengono cancellati per rispondere alla necessità di 'spazio fisico' per il sovraffollamento, continuamente incrementato dai decreti sicurezza”. Roma. Il reinserimento dei detenuti è un investimento per la città di Donatella Cianci L'Osservatore Romano, 22 febbraio 2025 Il reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti non è certamente un tema di settore ma riguarda più aspetti coree la coesione sociale e anche lo sviluppo culturale, educativo ed economico della Capitale (e non solo). Partendo da queste premesse, è opportuno soffermarsi su “Roma al lavoro. Dalla reclusione all'inclusione: oltre le barriere”, che è una iniziativa decisamente significativa dell'Assessorato alla Scuola, alla Formazione e al Lavoro, in stretta collaborazione con il lavoro del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, un incontro svoltosi nella Sala della Protomoteca, in Campidoglio, nel corso del quale il mondo delle imprese e della cooperazione sociale ha discusso di partnership operative. A partire da diversi dati riguardanti la cosiddetta “Legge Smuraglia”, per rendere sostenibile la progressiva inclusione lavorativa dei detenuti e degli ex detenuti. Roma si pospone di essere un laboratorio costante per tentare di dimostrare che quando la formazione e il lavoro funzionano, la recidiva di un reato crolla. Quest'evidenza numerica va contestualizzata comparativamente all'interno dei dati nazionali, che aiutano a esaminare come - in Italia - solo un terzo dei detenuti risulta davvero coinvolto in attività lavorative (peraltro dentro a questo dato va inserita la quota che lavora con le imprese private e con le cooperative sociali, con una percentuale che si aggira fra l'1 e il 4% della totalità degli ex detenuti). A Roma, dove il costo sociale dell'esclusione si vede soprattutto nei quartieri più periferici. occorre fare un ragionamento spedito, perché, a ben guardare, l'investimento destinato alla formazione professionale di queste persone, a livello comunale e regionale, è di oltre 5 milioni di euro. Una cifra notevole, che lascia ben sperare per la progettazione inclusiva. Accanto a questi numeri, va anche osservata l'attività dei Poli Universitari Penitenziari: in una città universitaria per eccellenza come Roma questo significa che l'inclusione può essere anche una politica di capitale umano, dove non si valorizzano soltanto le competenze manuali, ma anche quelle digitali, amministrative, educative e culturali. Come ha precisato l'Assessora Claudia Pratelli, il lavoro è una leva di giustizia sociale, per cui occuparsi dei percorsi lavorativi degli ex detenuti vuol dire tentare di rompere il ciclo dell'esclusione. Pratelli ha collegato esplicitamente l'inclusione lavorativa a un patto collettivo sociale, che guardi al futuro con dignità, insistendo sull'idea che l'inclusione è anche un fattore eli investimento. Nell'incontro capitolino si è discusso altresì di come gli incentivi della Legge Smuraglia, cioè la legge tg/2000, introducano agevolazioni fiscali e credito d'imposta per l'assunzione dei lavoratori detenuti o in regime di semilibertà. Ovviamente, come precisato da alcuni imprenditori romani, il punto non è soltanto l'incentivo economico, reni questo andrebbe reso accessibile, e soprattutto accompagnato da tutoraggio e da un patto chiaro fra gli istituti penitenziarie le singole imprese. Spesso gli imprenditori non assumono persone che arrivano dal carcere per timore, per stigma, ma soprattutto per incertezza procedurale: Come si è detto martedì scorso, la chiave è quella di trasformare l'eccezione in sistema. Non è una sfida semplice, ima è un processo già pienamente in atto: Roma coi suoi grandi istituti penitenziari, con le sue università, cooperative e imprese sta contribuendo a fare qualcosa di durevole: costruire una “filiera cittadina dell'inclusione”, con percorsi formativi, tirocini e laboratori. Da questo impegno dovrebbe anche risultare chiaro il messaggio che si intende dare al resto della città: la reintegrazione di chi ha sbagliato non è un favore, ma è un investimento urbano, anche nel nome della sicurezza. È importante poi soffermarsi un momento sui principali attori coinvolti in questo percorso: gli educatori socio-pedagogici, che nel sistema penitenziario scuro già fra le figure che progettano e coordinano i percorsi individuali. A Roma uno degli ambiti più concreti eli intervento di queste figure professionali è il Polo Pubblico della Formazione di Roma Capitale, in collaborazione con AMA (soprattutto per i progetti in carcere avviati già con un protocollo del luglio 2024). Va poi ricordato che nel perimetro del progetto “Fratelli tutti” s'inserisce anche un percorso di apprendistato ecosostenibile a Rebibbia. Tra gli altri progetti in atto si distinguono infisse la filiera enogastronomica di Rebibbia (laboratori di cucina in collaborazione con l'Istituto alberghiero “A. Vespucci”, che coinvolge le detenute della casa circondariale femminile di Rebibbia) e la falegnameria e la sartoria di Casal di Marmo e Regina Coeli. Milano. Housing per detenuti, una proposta per umanizzare la pena di Annamaria Braccini chiesadimilano.it, 22 febbraio 2025 Presentato il progetto dei Cattolici Ambrosiani che ha ottenuto il sostegno del Consiglio comunale: 10 appartamenti di edilizia pubblica per favorire misure alternative alla detenzione e quindi ridurre il sovraffollamento nelle carceri. L'Arcivescovo: “Non si tratta di avere compassione, ma di realizzare la Costituzione”. “Occuparsi del carcere richiede molto pensiero, molta preghiera, molta riflessione giuridica e organizzativa e speriamo che si trovino menti illuminate e determinate per affrontarlo in vista del bene comune. Non si tratta di avere compassione dei detenuti, ma di realizzare la Costituzione che prevede che la pena sia finalizzata al reinserimento nella società”. Con queste parole l’Arcivescovo ha espresso il suo incoraggiamento al progetto di housing per detenuti promosso da “Cattolici Ambrosiani”, aprendo l’incontro di presentazione svoltosi presso le Acli Milanesi. Che cos’è “Cattolici Ambrosiani” - Costituito da professori universitari e laici impegnati provenienti da diverse esperienze che hanno coinvolto politici cattolici presenti in Consiglio comunale e nei Municipi di Milano appartenenti a diversi partiti e schieramenti, “Cattolici Ambrosiani” è uno spazio di confronto e collaborazione nato due anni fa, a seguito delle sollecitazioni dallo stesso Arcivescovo per avviare una riflessione sull’impegno civile e politico. Il gruppo ha maturato una comune riflessione sul tema del carcere e della pena. Da qui è emersa “l’esigenza di un’iniziativa concreta che si ponga come un gesto di speranza per la città, ma anche come possibile modello per altre realtà territoriali, rimarcando come sia possibile una convergenza tra politici di diverse sensibilità e tra questi e la società civile, di fronte alla condizione dei detenuti che chiama tutti a un sussulto di responsabilità e alla ricerca comune di soluzioni”. Così come è stato detto durante l’incontro, moderato da Giorgio Del Zanna e a cui hanno partecipato assessori, consiglieri, docenti e il vicario episcopale, monsignor Luca Bressan. Tutti concordi sulla necessità di offrire soluzioni abitative per chi accede a misure alternative alla detenzione e sul progetto, messo a punto dal raggruppamento in collaborazione con il Comune di Milano, per la realizzazione di alcuni alloggi per detenuti che hanno la possibilità di scontare la pena fuori dal carcere. “Ben vengano queste iniziative: rimettono al centro la persona e l’idea che uno sbaglio non debba condannare un’intera esistenza, perché lo Stato ha il dovere di offrire a tutti una nuova opportunità, un’alternativa perché, come ci ha ricordato il nostro Arcivescovo nel suo ultimo Discorso alla Città, la Costituzione non venga tradita”, ha detto Delfina Colombo, presidente delle Acli milanesi. Secondo quanto ha affermato Emmanuel Conte, assessore al Bilancio, Demanio e Piano Straordinario Casa, per il quale “l’emergenza abitativa si affronta con politiche strutturali, come il Piano Casa del Comune, ma anche con interventi mirati per le situazioni più vulnerabili. Il progetto presentato dal Comune insieme ai Cattolici Ambrosiani va in questa direzione”. Progetto che per Fabio Bottero, assessore all’Edilizia Residenziale Pubblica, “tiene insieme le due maggiori emergenze del presente, quella abitativa e del sovraffollamento carcerario, dimostrando una convergenza trasversale, segno di una volontà importante da parte del Consiglio comunale”. Così anche per Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute, che ha sottolineato che “il tema di dare una seconda opportunità a chi ha commesso un reato è sempre meno sentita, eppure la sicurezza di una società passa da un buon funzionamento del sistema penale e dei meccanismi di reinserimento. Contenere e basta significa solo spostare più in là il problema. Oggi tra 6000 e 7000 persone vivono in strutture finanziate dal Comune, ma quale è la difficoltà di uscire da questi luoghi per persone con disabilità, donne maltrattate, senza dimora? La casa. Per questo il Comune ha deciso un piano di 500 alloggi che, lavorando insieme al Terzo settore, possa favorire un percorso di housing sociale”. Insomma, serve “una cabina di regia”, per la quale l’appello si allarga anche alla Regione. Senza mezzi termini l’intervento di Luigi Pagano, a lungo direttore di San Vittore e oggi Garante per i detenuti della Lombardia: “Le carceri attualmente sono fuorilegge, e così si perde di credibilità. La recidiva è intorno all’80-85% della totalità dei detenuti, ma si abbassa moltissimo quando si creano opportunità. Nel carcere di Bollate, che è esemplare in questo senso, siamo intorno al 40-50% di persone recuperate. Molte volte manca il coraggio politico, ma qui si è dimostrato che qualcosa si può fare, anche perché non dimentichiamo che il sovraffollamento viene anche dalla mancanza di housing e di un reinserimento dignitoso”. Secondo la logica del progetto presentato, che prevede appartamenti di edilizia pubblica individuati dal Comune di Milano e da ristrutturare; il reperimento dei fondi per le ristrutturazioni attraverso il sostegno di fondazioni bancarie, altre fondazioni ed enti e associazioni private; l’affidamento tramite bando degli appartamenti a enti gestori del terzo settore che si faranno carico dell’accompagnamento e dell’inserimento sociale dei detenuti accolti e lo sviluppo di percorsi di inserimento lavorativo, con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e private, al fine di favorire percorsi di autonomia dei detenuti. In questo quadro, grande rilievo - notano “Cattolici Ambrosiani” - ha avuto l’odg votato lo scorso 12 gennaio da tutte le forze politiche presenti nel Consiglio comunale di Milano, che invita la giunta “a porre particolare attenzione al tema della riabilitazione e del reinserimento sociale delle persone ristrette, con particolare attenzione a quelle a fine pena e a quelle che non possono godere di misure alternative per mancanza di alloggio, investendo, per quanto attiene alle proprie competenze, in programmi di supporto psicologico, educativo e lavorativo”, destinando 10 alloggi per il progetto di “Cattolici Ambrosiani”. “Mi pare che l’opinione pubblica nel suo complesso non abbia simpatia per i detenuti ed è quindi difficile per la politica, che cerca il consenso, affrontare il tema di un carcere che possa favorire il reinserimento dei detenuti e il reperimento di alloggi. Perciò mi sembra che l’idea di partire con un’iniziativa per trovare soluzioni concrete, per qualche detenuto che può praticare una pena alternativa, sia una strada percorribile e anche realistica”, ha aggiunto l’Arcivescovo, concludendo: “Questo non ci esonera da una riflessione più complessiva e da una interlocuzione continua con chi ha la responsabilità dell’organizzazione degli istituti penitenziari, ma auguro che questo segno possa essere come quelle scintille che ne accendono altre”. Alessandria. Carcere San Michele: “Nessuna notizia sull’arrivo dei 41 bis. Silenzio dal Governo” ilpiccolo.net, 22 febbraio 2025 Al bistrot Fuga di Sapori conferenza promossa da Nessuno Tocchi Caino e Associazione radicale Marco Pannella. Si è svolta ieri al Fuga di Sapori Bistrò di piazza Don Soria ad Alessandria, la conferenza pubblica dal titolo “Carcere ex art. 41 bis: qui ed ora!”. Promossa dall’Associazione internazionale Nessuno Tocchi Caino-Spes contra Spem e dall’Associazione radicale Marco Pannella. L’iniziativa ha aperto un confronto sul regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. In un momento particolarmente delicato per il territorio alessandrino. L’incontro è stato preceduto da una visita autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) alla Casa di Reclusione “San Michele”. Struttura interessata da un’importante ipotesi di riorganizzazione. Secondo quanto comunicato dal Sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro delle Vedove alla Conferenza Stato-Regioni, sarebbe prevista la chiusura delle sezioni 41 bis di Cuneo e Novara e la trasformazione del carcere di San Michele in un istituto interamente dedicato al regime speciale. Un tema che riguarda direttamente Alessandria e il Piemonte. Chiamati quindi a confrontarsi con le implicazioni giuridiche, politiche e sociali di questa scelta. Il regime del 41 bis, introdotto in via provvisoria nel 1992 e stabilizzato nel 2002, continua a essere oggetto di discussione. Il Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino da anni si occupano di esecuzione penale e condizioni detentive. Già nel 2002 Maurizio Turco e Sergio D’Elia pubblicarono il volume “Tortura democratica” (Marsilio), una delle prime ricerche sistematiche sul carcere duro. L’incontro è stato introdotto da Daniele Robotti, fotografo e tesoriere dell’Associazione Marco Pannella. Sono intervenuti Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, gli avvocati penalisti Alessandro Brustia (Foro di Novara) e Mirella Brizio (Foro di Cuneo), l’architetto Cesare Burdese, esperto di edilizia penitenziaria, e Bruno Mellano, già Garante delle persone detenute. Presenti anche iil sindaco di Alessandria Giorgio Abonante. Rita Bernardini ha espresso una posizione fortemente critica. “L’articolo 41 bis è un monumento al tradimento della Costituzione. E significa respingere una realtà virtuosa che vedeva nella Casa di reclusione di San Michele un percorso di reinserimento sociale. E Fuga di Sapori ne è l’emblema”. Ha aggiunto: “Questa è una cosa rarissima che accade in Italia, perché in genere il detenuto finisce la pena senza avere aiuto per la famiglia e per il reinserimento. Questo di Alessandria era un miracolo”. E ancora: “La rieducazione invece al 41 bis non c’è”. L’intervento del sindaco Abonante - Nel suo intervento, il sindaco Giorgio Abonante ha sottolineato la mancanza di confronto istituzionale con il territorio. “Non c’è nessuna novità da parte del Governo. L’unico incontro, voluto fortemente da me, risale a dicembre con il sottosegretario Del Mastro, che aveva promesso altri incontri che non ci sono stati. Non è successo assolutamente nulla e Alessandria città e provincia non sanno nulla”. Il primo cittadino ha aggiunto. “Siamo stati totalmente esclusi da queste decisioni. Ed è strano in un periodo in cui si parla tanto di federalismo”. Abonante ha ricordato di aver proposto anche “un intervento consistente sul carcere Don Soria e, siccome il Ministero è lo stesso, anche sul Tribunale di Alessandria. Ma non abbiamo notizie”. Rovigo. In arrivo i primi giovani detenuti. La sindaca Cittadin: “Un luogo per il recupero” di Roberta Merlin Corriere del Veneto, 22 febbraio 2025 La città si prepara ad accogliere i primi dieci detenuti nel nuovo Istituto penale per i minorenni, struttura che segna l’avvio dell’attività operativa dopo anni di lavori e attese. Il carcere, realizzato negli spazi dell’ex casa circondariale di via Verdi, nasce per sostituire l’attuale istituto minorile di Treviso, ritenuto ormai datato e spesso criticato per problemi di sovraffollamento e criticità logistiche. Il trasferimento dei giovani detenuti trevigiani verso Rovigo era già programmato nelle settimane successive all’inaugurazione ufficiale, svoltasi lo scorso 8 gennaio alla presenza di autorità nazionali e regionali. La nuova struttura, che potrà ospitare fino a 31 minori e ragazzi fino a 25 anni, si sviluppa su circa 7mila metri quadrati con 3mila metri quadri di aree esterne, comprendendo spazi verdi, palestra, campi sportivi, laboratori creativi e ambienti dedicati alla formazione e alla riabilitazione. Il progetto prevede anche una pianta organica di 47 agenti di polizia penitenziaria, oltre a professionalità educative e amministrative, con l’obiettivo di coniugare la custodia con percorsi di recupero e reinserimento sociale. L’iter per la realizzazione del nuovo istituto penitenziario è iniziato alla fine del 2020, con l’aggiudicazione dell’appalto e l’avvio dei lavori nel gennaio 2022. Il bando iniziale era di circa 11,2 milioni di euro, e l’importo contrattuale finale si è attestato intorno agli 8,6 milioni di euro, con un finanziamento aggiuntivo di circa 3,5 milioni dal Ministero per coprire l’aumento dei costi dei materiali sostenuti nel corso del cantiere. Il trasferimento dei detenuti da Treviso non sarà immediato: la vecchia struttura dovrà gradualmente cessare l’attività mano a mano che i detenuti e il personale verranno, entro l’anno, trasferiti a Rovigo. “Questo istituto - ha ricordato la sindaca Valeria Cittadin - nasce per fare rispettate le regole, ma anche per offrire ai giovani che hanno commesso reati prima dei 18 anni un percorso che li aiuti a comprendere l’errore, assumendosi la responsabilità e a non ripeterlo”. L’apertura del carcere minorile rappresenta un passo cruciale nel sistema penitenziario del Nord Est. Per anni l’istituto di Treviso è stato considerato inadeguato, con continui appelli da parte di magistrati, associazioni e parlamentari sulla necessità di avere spazi adeguati per i giovani sottoposti a provvedimenti restrittivi. Con la nuova struttura rodigina si punta a un modello che non sia solo detentivo, ma che offra opportunità di studio, lavoro e reinserimento. Bologna. I Sindacati: “Con i detenuti dentro stop ai lavori alla Dozza per motivi di sicurezza” di Vincenzo Brunelli Corriere di Bologna, 22 febbraio 2025 Dare il via ai lavori di ristrutturazione del carcere della Dozza a Bologna, senza prima portar via i detenuti “è una scelta grave e irresponsabile che mette a rischio la sicurezza interna e l’ordine pubblico”. Ne sono convinti i sindacati di polizia penitenziaria Sappe, Sinappe, Osapp, Uil, Fns Cisl, Con.Si.Pe, e Cgil che chiedono lo stop “immediato” dei lavori (il via è programmato per il 26 febbraio) in presenza di detenuti, un’ispezione urgente per verificare la compatibilità dell’intervento con l’attuale situazione del carcere e la convocazione immediata di un tavolo istituzionale con il prefetto. l’ateneo bolognese. Il superminimo non basta a colmare questa lacuna perché dipende da un accordo individuale a discrezione del datore di lavoro: “Esso è un trattamento ad personam, privo di forza espansiva verso la generalità dei lavoratori”, afferma il Tar in sentenza. Per la tutela dei lavoratori dunque e dei loro stipendi, i giudici amministrativi hanno deciso di annullare l’aggiudicazione della gara a Gemmo spa. Per l’eventuale aggiudicazione alla seconda classificata i giudici rimandano all’Università di Bologna la decisione che dovrà valutare se quest’ultima risulta avere, come si legge nella sentenza del Tar, “i requisiti di ammissione richiesti, secondo le previsioni contenute nel disciplinare di gara”. Queste le decisioni al termine del primo grado di giudizio. Cremona. Nel carcere un progetto che usa il basket come strumento di riabilitazione di Viola Di Silvestre bergamonews.it, 22 febbraio 2025 “Freedom in Basket” si articola in cinque moduli didattici che riabilitano i detenuti e le detenute alla vita fuori dal carcere. “Sul campo non conta cosa hai fatto fuori, conta come ti muovi per aiutare chi hai accanto”, è questo il motto di “Freedom in Basket”, il progetto del club di Brignano Gera D’Adda “Basket a colori” che ha come obiettivo quello di utilizzare l’attività sportiva come strumento per contrastare l’isolamento e l’aggressività che si sviluppa all’interno delle case circondariali. L’iniziativa nasce da un’idea di Antonio Lecchi, allenatore di basket, e di Marco Ruggeri, diacono ed educatore con 25 anni di esperienza nel settore penitenziario, ed è sostenuta da Caritas Cremonese e dall’associazione Amici di don Maurizio. “Io e Marco Ruggeri ci conosciamo da tanto tempo. Da sempre ho questo pallino della pallacanestro, nel 2020 ho fondato il progetto ‘Basket a colori’, una realtà che opera nell’ambito della pallacanestro e del minibasket che si propone su più livelli, da quello sociale a quello educativo fino a quello divulgativo, per interpretare il gioco in un modo un po’ diverso, andando oltre l’aspetto agonistico legato alle partite- spiega Antonio Lecchi-. Avevo già avuto modo di sperimentare progetti simili a ‘Freedom in Basket’, in passato per diversi anni ho organizzato un camp per minori senza famiglia, ho visto che la cosa funzionava e ho voluto riproporla in un altro contesto”. L’intuizione di usare il basket come strumento educativo arriva cinque anni fa con la lettura di “Come il basket può salvare il mondo”, libro di David Hollander che riassume i 13 principi della pallacanestro come metafora della vita. L’idea di operare nell’ambito carcerario nasce invece dalla conoscenza con Marco Ruggeri e dalla sua lunga esperienza in quel mondo tutto a sè. Da qui, il prezioso aiuto di Caritas Cremonese, promotore del progetto e dell’associazione Amici di don Maurizio o.n.l.u.s, che hanno contribuito a strutturare il progetto. L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, coinvolge ogni anno una ventina di persone detenute nella casa circondariale di Cremona, non si propone solo come “passatempo”, ma anche come attività riabilitativa alla vita fuori dal carcere. “Il carcere è spesso una guerra di posizione - spiegano i promotori -, ma sul campo la regola smette di essere un’imposizione esterna e diventa lo strumento indispensabile per poter giocare insieme”. Il progetto, infatti, si articola in cinque moduli didattici che insegnano i fondamentali della pallacanestro in una prospettiva di condivisione. Il palleggio diventa esercizio di autocontrollo; il passaggio, necessità di cercare l’altro; la difesa, tutela del bene comune nel rispetto dell’avversario; il tiro, occasione per scoprire chi si vuole essere “nonostante” gli errori commessi; la squadra, infine, passaggio dall’io al noi. Ogni modulo, dopo una prima parte pratica, prevede un’ora di dialogo, in cui i partecipanti riflettono, condividono e restituiscono agli altri la propria esperienza e le proprie impressioni. Qui non esiste l’errore, esistono solo seconde possibilità e nuove opportunità di crescita in forte contrasto con l’ambiente tradizionalmente sanzionatorio del carcere. Prima dell’inizio di ogni attività, infatti, detenuti sottoscrivono un codice etico che si impegnano a rispettare, e se questo non avviene l’unica via che i promotori hanno scelto di prendere è quella della rieducazione, offrendo la possibilità di riflettere, riprovarci e di sottoscrivere nuovamente l’impegno. “L’attività viene proposta da educatori e psicologi ad una sezione del carcere. L’iscrizione è volontaria e noi, per ragioni organizzative e di spazi, selezioniamo una ventina di partecipanti - continua Lecchi -. Tutto si svolge all’interno del carcere di Cremona, palloni e materiale tecnico ci sono stati donati dall’associazione Amici di don Maurizio, dalla Caritas, e da diverse società di pallacanestro”. Sul quel campo sono nate storie che raccontano la positività di “Freedom in Basket” nel percorso di riabilitazione, dove diffidenza, chiusura e aggressività hanno lasciato spazio, gradualmente, a maggiore equilibrio e capacità di dialogo. “L’equipe comportamentale del carcere ci ha confermato la positività del progetto, nei diversi colloqui svolti con i partecipanti sono emerse sensazioni positive - racconta il coach-. Siamo testimoni di diversi episodi che ce lo confermano, le persone detenute vivono spesso forti condizioni di tensione e di rifiuto all’ascolto. Il gioco insegna loro la disponibilità nella relazione con gli altri, e a fine ciclo si mostrano più sereni e consapevoli”. “Guardando al futuro, tra i desideri che ho c’è quello di coinvolgere più allenatori e far si che anche in altre case circondariali si possano fare esperienze di questo tipo. Mi piacerebbe molto avere la possibilità di creare una squadra che possa confrontarsi con giocatori in condizione di libertà, perché così hanno l’occasione di mettere in pratica ciò che hanno imparato” conclude Antonio Lecchi. Per il sistema carcerario progetti come “Freedom in Basket” sono preziosi, così come le associazioni che l’hanno sostenuto, perché una volta varcate le sbarre non si trovi il vuoto, ma una rete pronta a sostenere quel nuovo desiderio di partecipazione scoperto sotto canestro. “Destinazione Altrove”, premio letterario per i detenuti. Quando la parola diventa riscatto di Cristina Crisci La Nazione, 22 febbraio 2025 Riconoscimenti a quattro reclusi per i racconti presentati al concorso “Destinazione Altrove”. Sono arrivati i racconti e le poesie di 80 detenuti da 42 diversi penitenziari d’Italia: il premio letterario Castello con la sezione speciale “Destinazione Altrove” ha vissuto ieri una giornata intensa con la cerimonia di premiazione. L’iniziativa ha visto trionfare Christof Petr della casa di reclusione di Parma con il racconto “L’errore, la scoperta, la cura”, un’opera intensa che riflette sul valore della responsabilità partendo dalla scoperta della penicillina. Al secondo posto si è classificata Katarzyna Monika Strzalka della Giudecca di Venezia con “Passi”, seguita al terzo posto a pari merito da un autore anonimo di Enna con “Il mio mondo altrove” e da Natascia Cordaro di Latina con “Uguaglianza”. Oltre al valore artistico, l’evento promosso dall’associazione “Tracciati Virtuali” assume un profondo significato civile e sociale, trasformando le carceri in luoghi di espressione e legalità. Ieri in Comune la premiazione alla presenza delle autorità civili e militari, degli organizzatori guidati da Antonio Vella, degli studenti e della giuria. Momenti commoventi quando ci sono stati i collegamenti dal carcere coi vincitori di alcune sezioni. L’occasione è stata inoltre proficua per aprire una riflessione sulle carceri. Proprio il direttore generale del Dap, Ernesto Napolillo, ha sottolineato come la scrittura rappresenti una speranza nella prospettiva della socializzazione dei detenuti, mentre la senatrice Giulia Bongiorno ha rivolto un pensiero agli autori: “Leggere queste opere permette di comprendere quanto il loro mondo interiore sia ricco di sogni e aspirazioni nonostante la detenzione appaia come una sospensione temporale”. L’assessore Fabio Barciaoli e il presidente della Provincia Massimiliano Presciutti hanno espresso orgoglio nel sostenere un evento che accende i riflettori sul diritto universale di manifestare il proprio pensiero. Il procuratore Fausto Cardella ha ricordato le criticità del sistema carceri e ha sollevato dubbi sulle tempistiche dell’edilizia carceraria, ricordando che a fronte di 15 mila detenuti in esubero, la soluzione appare ancora lontana. La vicepresidente del Senato Anna Rossomando ha definito la cerimonia un’occasione stimolante per riconsiderare l’intera concezione della pena. Il senatore Walter Verini, presente all’iniziativa, ha sottolineato il valore della scrittura: “Esperienze come questa dimostrano che il carcere non deve essere solo punizione, ma un percorso di crescita e speranza” e ha poi lodato il coraggio degli autori nel mettersi a nudo attraverso i loro racconti, definendoli “un esempio di civiltà”. Il grido dei bambini nelle guerre: “Creatori di morte, ridateci il futuro” di Giulia Ziino Corriere della Sera, 22 febbraio 2025 Esce per Il Battello a Vapore “Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi” di Arnoldo Mosca Mondadori, Anna Pozzi e Cristina Castelli. Con testimonianze e disegni. Il 14 febbraio un incontro a Milano. “In questa guerra abbiamo visto tante cose brutte e abbiamo capito cosa vuol dire la vera paura. Chi fabbrica le armi non sente nulla. Noi abbiamo provato una paura costante per molti mesi. Abbiamo sperimentato la mancanza di cibo e il terrore di morire di fame o per la distruzione di case ed edifici. Abbiamo perso un anno scolastico. Ma a chi fabbrica le armi non importa nulla di quello che proviamo noi”. Questo è Majed, 11 anni, dalla Striscia di Gaza, ma come lui ci sono Laila, Amal, Fayiga. E poi Aung, Joy, Marcel, Natalia, Vesna, Fatma. Anni 8, 10, 12, 15, 18... Cambiano nomi, volti, geografie ma l’anagrafe della guerra è per tutti la stessa: paura, fuga, solitudine. Armi. Cinquanta conflitti in corso nel mondo, più di 500 milioni di bambini direttamente coinvolti: i numeri fanno paura. Ma non bastano. A toccare le coscienze, a fermare le mani. Dove non arriva la logica, però, può arrivare la voce di un bambino. Una piccola luce, la scintilla da cui nasce un libro dal titolo chiaro, Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi, in uscita il 19 febbraio per Piemme - Il Battello a Vapore. Gli autori sono tre: Arnoldo Mosca Mondadori - poeta e scrittore, presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti -, Anna Pozzi, giornalista e saggista esperta di migrazioni docente a Brescia alla Cattolica, e Cristina Castelli, già professoressa di Psicologia alla Cattolica di Milano e oggi responsabile di RiRes, l’Unità di ricerca sulla resilienza del dipartimento di Psicologia dello stesso ateneo. Loro hanno messo la competenza, la sensibilità al servizio delle voci, vive e reali, che fanno il libro: quelle dei bambini. L’avvio, lo racconta Mosca Mondadori nel testo che apre il volume, viene da una storia vera, quella di Vito Alfieri Fontana, imprenditore, produttore di mine antiuomo. Un giorno, una disattenzione: lascia sul sedile dell’auto il catalogo dei suoi prodotti. Lo trova il figlio di 8 anni, fa domande, ascolta. E poi chiede: “Insomma, papà, tu sei un assassino?”. Poche parole che vanno nel segno: Alfieri Fontana riconverte la produzione dell’azienda e diventa volontario di Intersos nei Balcani, “cacciatore” di quelle stesse mine che un tempo produceva. Sentita la sua storia, Mosca Mondadori ha l’idea: un libro in cui i bambini, in particolare quelli che vivono in zone di guerra, parlino ai fabbricanti di morte, e ai capi politici, con la logica stringente dei loro 8, 10, 12 anni. Lo scrittore ne parla con Papa Francesco, che lo incoraggia a proseguire: “Avanti!”. Da lì il progetto prende corpo, fino a diventare un libro. Dentro, le lettere di bambini e ragazzi - testimonianze reali con nomi e dettagli a volte cambiati per ragioni di sicurezza - da cinque zone calde: Gaza, Myanmar, Repubblica democratica del Congo, Ucraina, Sud Sudan. Ogni luogo, un capitolo che si apre con una mappa e pochi punti chiave, per inquadrare il conflitto. Poi, le storie e le lettere. Lunghe, corte, raccontano tutte l’indicibile: vite stravolte, famiglie divise e sfollate, amici e parenti persi per sempre, catturati, uccisi. L’incapacità di comprendere quello che, in effetti, non ha una logica se non quella del profitto e del potere che travolge tutto, una logica che la parola dei bambini smaschera come i vestiti nuovi dell’imperatore. I bambini, tutti, raccontano di quello che era prima - la scuola, la famiglia - e non c’è più: “È difficile descrivere come ci si sente quando si è sfollati e si è persa ogni cosa da un giorno all’altro. Non è più vivere una vita vera. Hai perduto tutto, non solo le cose materiali. È come se tutta la tua vita di prima fosse stata cancellata in un momento. Le cose più normali non esistono più e non sai cosa ti potrà succedere” (Ne Ling, 16 anni, Myanmar). La normalità cancellata è la festa dei 5 anni di Natalia, saltata perché i russi bombardano la sua città, in Ucraina: “Io piangevo per la paura, ma anche per la delusione. Ero così eccitata per la mia festa e invece mi trovavo in una cantina buia e fredda”. È la scuola di Margareth, 14 anni, birmana: “Ma perché devo studiare sotto gli alberi e senza un riparo? Perché non posso andare a scuola per imparare davvero, con dignità, e vestirmi decentemente?”. È il destino di chi, catturato, è obbligato a imbracciare le armi: i bambini soldato. Di Love, rapita dai guerriglieri in Congo: “C’era solo la guerra. E io ero stata rapita, portata in una foresta, costretta a combattere e ridotta a schiava. Avevo 14 anni e volevo morire”. Storie che non possono non colpire. L’idea degli autori è proprio questa: “Regalare il libro ai consigli di amministrazione delle aziende produttrici di armi così che possano ascoltare anche loro la voce dei bambini che chiedono: perché?”. Non solo: far nascere, a partire dalle testimonianze del libro, un portale dove far confluire lettere di bambini che vivono in guerra ma anche in pace, “magari i nostri stessi figli e gli alunni delle nostre scuole”. Con le storie e i disegni dei loro coetanei, le mappe, i materiali e gli spunti di riflessione il libro fa da punto di partenza per ragazzi e insegnanti che vogliano conoscere, ragionare, denunciare. “Il mio messaggio a coloro che causano la guerra è che noi vogliamo la pace. Non vogliamo altri problemi. Vogliamo un futuro”. Julia, 12 anni, Sud Sudan. Decreti sicurezza, Avs: “Rispondere con città solidali” di Luciana Cimino Il Manifesto, 22 febbraio 2025 Gli amministratori locali rossoverdi riuniti a Roma: “Un’azione collettiva contro misure repressive e tagli al welfare del governo”. Zone rosse, decreti sicurezza, quartieri militarizzati come a Caivano, metal detector nelle scuole. La propaganda nazionale delle destre su immigrazione e giustizia, agitate come spauracchio per la sicurezza, si riverbera anche sulle città. Gli amministratori locali che non si mettono nella scia del governo fanno fatica a comunicare che altri tipi di città sono possibili. “Anche nei territori senza particolari problemi quel tipo di narrazione fa presa. Per evitare di scatenare una guerra fra poveri le giunte non devono solo limitarsi ad amministrare le città, devono ricominciare a fare politica” spiega Agnese Santarelli, dirigente nazionale di Sinistra italiana e consigliera comunale a Jesi. Santarelli, come altri 400 assessori comunali e regionali, sindaci e membri delle assemblee elettive locali, è a Roma per Visione in Comune, la conferenza nazionale di Avs dedicata al governo dei territori. “Vogliamo costruire dal basso un’alternativa di governo fondata su giustizia sociale e giustizia climatica”, dice Angelo Bonelli. L’urgenza, aggiunge Nicola Fratoianni, è quella di contrastare “le politiche miopi del governo Meloni che si trasformano in tagli alla qualità della vita di milioni di italiani”. All’impoverimento dei cittadini, le destre hanno risposto con misure di repressione, “controproducenti e stupide”, aggiunge Santarelli. “In ogni città ci sono quartieri che hanno bisogno di più attenzione. Anche a Jesi alcuni fatti di cronaca, per quanto non gravi, hanno aizzato il dibattito con lo sdoganamento del termine maranza per indicare i giovani con background migratorio, è difficile ma anche in questi momenti bisogna dimostrare che i temi si possono affrontare diversamente e che ci sono altri modi di presidiare i territori, con la presenza, la socialità e non con le forze dell’ordine”. Nel suo comune hanno deciso di intervenire aprendo un altro centro di aggregazione in un parco di quel quartiere “che era anche insicuro da attraversare”. C’è una scuola che fa “un lavoro enorme nel quartiere, fondamentale, in rete con altre realtà come la Caritas o come quella che in una piazza, prima associata alla delinquenza, realizzano il cinema all’aperto gratuito per i ragazzini. Le amministrazioni comunali non possono fare tutto ma devono farsi garanti di queste reti perché le alleanze più grandi non si fanno tra forze politiche ma con i corpi sociali reali della città”. Solo così per Agnese Santarelli si può combattere contro la narrazione del governo e la percezione dell’insicurezza. “Bisogna dare spazi agli adolescenti che possono avere delle difficoltà e non colpevolizzarli o rispondere alla violenza con altra violenza, ma agita dallo Stato. E queste sono scelte politiche”. Strumenti, buone pratiche e atti amministrativi sono condivisi sulla piattaforma Electa. Dal confronto tra nord e sud, centro e periferie, capoluoghi e province sono nate “165 mozioni, 60 ordini del giorno, 63 delibere di giunta, 36 delibere di consiglio e 25 interrogazioni”, dicono da Avs che si concentra su quattro temi. “I comuni sono di fronte a una difficoltà crescente per i tagli dell’esecutivo - afferma Enrico Panini, responsabile Enti Locali di Si - per questo occorre farci protagonisti con le altre forze progressiste di una grande azione di messa in sicurezza del territorio: basta invasioni di suolo pubblico spesso popolate di lavoro nero, sotto salario, sfruttamento. Si sottoscrivano ovunque protocolli con i sindacati sulla sicurezza nel lavoro e i rapporti fra appaltatore e sub appaltatore”. La seconda “vertenza” riguarda il salario minimo: “Va proposto in ogni consiglio comunale”, specifica Panini. A Jesi, per esempio, hanno adottato la delibera sul salario minimo comunale. “Bisogna dare un segnale - dice Santarelli - non è vero che il tema del lavoro è di competenza solo nazionale perché è collegato al diritto alla casa” La terza vertenza si intitola “Pubblico è bello”, “basta svendere il patrimonio immobiliare - spiega ancora Panini - serve un’azione collettiva per fare in modo che quello inutilizzato venga convertito ad uso abitativo e sociale”. L’ultima riguarda la sicurezza. “Siamo contrari alla militarizzazione delle città, all’uso dell’esercito nelle strade”. Per Panini “il diluvio di norme che il governo ha dedicato alla sicurezza ha solo ridotto gli spazi della democrazia, come la possibilità di scioperare e dissentire”. Oggi la giornata conclusiva con gli interventi del sindaco di Napoli e presidente Anci Gaetano Manfredi e le prime cittadine di Perugia, Vittoria Ferdinandi, e di Genova, Silvia Salis. Sicurezza a scuola, i metal detector non convincono di Paolo Mazza cosenzachannel.it, 22 febbraio 2025 L’omicidio avvenuto all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia ha riacceso con forza il tema della sicurezza negli istituti italiani. Dopo quell’episodio, il governo ha emanato una circolare congiunta dei ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi che apre alla possibilità di utilizzare metal detector nelle scuole, su richiesta dei dirigenti e con il coinvolgimento delle prefetture e delle forze dell’ordine, nei casi di rischio documentato. Una misura che non impone varchi fissi, ma consente controlli mirati e temporanei. “Una libertà, non un’imposizione”, l’ha definita il segretario nazionale Ugl Scuola a Dentro la Notizia. Il dibattito, però, è tutt’altro che chiuso. Anzi, divide profondamente la comunità scolastica. Ne parlano ai nostri microfoni l’ex dirigente scolastico del Liceo Scorza Aldo Trecroci e l’attuale dirigente del Liceo Pitagora Alisia Rosa Arturi. “La scuola non è un carcere né un aeroporto” - Alcuni sostengono che, sul piano della prevenzione, l’uso dei metal detector possa ridurre il rischio che vengano introdotte armi o oggetti pericolosi a scuola. In questo senso possono rappresentare un deterrente, soprattutto alla luce di episodi gravi che si sono verificati nel nostro Paese. La dirigente scolastica del liceo rendese, tuttavia, invita a considerare anche le possibili ricadute negative della misura: “Dal mio punto di vista si rischia di creare un clima di sfiducia. La scuola potrebbe apparire più come un aeroporto o un carcere che come un luogo educativo. A questo si aggiungono i costi elevati per l’acquisto degli strumenti e per il personale chiamato a gestirli. E, soprattutto, non si interviene sulle cause profonde del disagio giovanile e della violenza che oggi emergono in alcuni contesti”. Per Arturi la sicurezza non può ridursi a una questione tecnologica: “La sicurezza non dovrebbe basarsi solo su questi strumenti, ma insistere sull’educazione alla legalità, sulla gestione dei conflitti, sulla presenza stabile di psicologi scolastici. Bisogna puntare sulla collaborazione tra scuola, famiglia e territorio e su interventi mirati nei contesti più fragili”. Il metal detector, dunque, può avere senso solo “in situazioni straordinarie e temporanee, ma non deve essere visto come soluzione strutturale per tutte le scuole”. Perché, aggiunge, “la sicurezza nasce soprattutto da rapporti sani, dalla relazione educativa che si instaura con e tra studenti e studentesse, dall’ascolto e dalla prevenzione”. Dirigere una scuola oggi significa muoversi su un crinale sottile: “Bisogna tenere insieme la sicurezza reale degli studenti, la serenità del clima scolastico, le aspettative delle famiglie, le pressioni mediatiche e istituzionali e la tutela giuridica personale. È un equilibrio non facile”. Per questo, sottolinea, “il metal detector è una misura di sicurezza e anche un messaggio simbolico, ma va valutato se c’è un rischio concreto e documentato. Altrimenti si altera la percezione della scuola come comunità educativa”. Come si controllano migliaia di studenti? Le perplessità di un ex dirigente scolastico - Ancora più netto è il giudizio di Aldo Trecroci, che considera la misura inattuabile: “Abbiamo all’ingresso mille studenti che entrano alla stessa ora. Si creerebbero file di una o due ore. Non è adeguato il numero delle entrate né il personale. Il metal detector suona per tanti motivi: una cintura, un mazzo di chiavi, delle monete. Dovremmo controllare studente per studente, farli spogliare, come in aeroporto. È impossibile”. Per Trecroci la questione è anche di efficacia: “Se uno studente è davvero malintenzionato, può trovare altri modi per introdurre un’arma. Le scuole hanno finestre a piano terra, accessi diversi. Non è una soluzione che garantisce sicurezza”. E - come Arturi - avverte: “La scuola non è il luogo della repressione. Non è una caserma. Non si possono attuare certe misure senza snaturarne la funzione”. L’alternativa, secondo l’ex preside, è un rafforzamento dell’azione educativa: “Quando una classe è problematica bisogna segnalarlo e chiedere supporti. Psicologi ed educatori devono essere figure strutturate. I docenti non devono essere lasciati soli”. Una proposta concreta riguarda l’organizzazione interna: “Se una scuola è in un contesto difficile si può derogare sul numero di alunni per classe, scendere da 27 a 20. Classi meno numerose permettono un controllo più capillare, un rapporto più diretto, un intervento educativo più efficace”. Sul punto Arturi insiste molto: “C’è una crescente fragilità emotiva tra i ragazzi: ansia, ritiro sociale, autolesionismo, difficoltà relazionali post pandemia”. E poi, sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex collega: “Lo sportello psicologico deve diventare strutturale in tutte le scuole, non un progetto temporaneo. È lì che intercetti il disagio in tempo”. Entrambi concordano su un principio: la sicurezza è prioritaria, ma non può essere ridotta a un varco elettronico. “La prevenzione relazionale è molto più potente della prevenzione meccanica”, ribadisce Arturi. E Trecroci conclude: “Bisogna lavorare sul clima, sul rispetto reciproco, sull’educazione. Il metal detector rischia di dare un’illusione di controllo, ma il vero presidio è la comunità educante”. Il confronto resta aperto. La circolare consente interventi mirati in presenza di rischi concreti, ma la sfida più profonda riguarda l’identità stessa della scuola: spazio di sicurezza, sì, ma prima di tutto luogo di crescita, ascolto e responsabilità condivisa. Migranti. San Ferdinando, la baraccopoli senza energia elettrica da due mesi di Silvio Messinetti Il Manifesto, 22 febbraio 2025 “Manca la corrente elettrica da due mesi. Il rischio di un’altra tragedia è dietro l’angolo”: è preoccupato Mauro Destefano, mediatore culturale e responsabile del team di Emergency nella Piana di Gioia Tauro. L’Ong fondata da Gino Strada è attiva due volte a settimana, il martedì e il giovedì, davanti alla tendopoli di San Ferdinando, il più grande concentramento di migranti del meridione. Attualmente ci sono stipati 500 braccianti. Ma al tempo della raccolta agrumicola, da poco terminata, erano il doppio. Nel più gelido e piovoso inverno che da vent’anni qui si ricordi, i migranti continuano a spalare il fango che ricopre l’area ex industriale dove da 15 anni sono stanziati i raccoglitori della Piana. Ha piovuto a dirotto per giorni, il terreno è ridotto a un pantano. Durante la notte i migranti sono costretti a scaldarsi con bracieri di fortuna, bruciano cartoni ed erbacce. Nel 2018 per un fornello acceso era morto in un incendio Suruwa Jaithe, 18 anni. Veniva dal Gambia, era in Italia da un mese. I timori degli operatori di Emergency sono più che fondati. “Ogni tanto provano ad allacciarsi al nostro box anche solo per ricaricare i telefoni - racconta Destefano al manifesto - ma si tratta di allacci temporanei. Senza elettricità la situazione è maledettamente precaria. Sono lavoratori che si spaccano la schiena per portare a casa una misera paga. Purtroppo la società è assuefatta a tutto ciò”. Poche decine di chilometri più a nord, il Tirreno ha restituito corpi di migranti, naufraghi di traversate migratorie compromesse dalla tempesta. Il decreto Caivano ha incluso San Ferdinando tra i luoghi di marginalità cui destinare fondi. Il timore è che gli stanziamenti sedimentino una ghettizzazione ulteriore dei migranti. “Ci aspettiamo piuttosto che garantiscano quell’abitare diffuso di cui questi lavoratori hanno bisogno. Un tetto stabile e non aree concentrazionarie in singoli luoghi che producono solo sofferenza e malessere”. La questione abitativa è quella dirimente. I movimenti antirazzisti calabresi, le associazioni e la rete di urbanisti del territorio chiedono da tempo una gestione partecipativa dei tanti edifici sfitti. La Piana è una delle aree d’Europa con il maggior numero di case disabitate. Di contro, centinaia di raccoglitori continuano a vivere in baracche esposte a pioggia, vento e freddo, con evidenti rischi sotto il profilo sanitario e della sicurezza. La scorsa settimana, durante un’assemblea, i braccianti che compongono l’associazione Terra e Libertà-Piana di Gioia e l’Unione sindacale di base (Usb) hanno chiesto un nuovo incontro al prefetto di Reggio Calabria. Le palazzine sfitte, individuate per trovare finalmente una soluzione abitativa, sono quelle di contrada Serricella a Rosarno. “La politica dovrebbe fare incontrare i due fenomeni dello spopolamento delle aree interne e della vita disagiata di questi lavoratori. Ma ne parliamo da anni invano” sottolinea Destefano. Confinare i braccianti in dormitori sovraffollati significa sperperare denaro, accresce il malcontento fra gli autoctoni, spinge i migranti all’autoghettizzazione. Un migrante di ritorno in bici verso l’ostello sociale Dambe So a San Ferdinando venne avvicinato da un automobilista che lo speronò. Soumaila Sacko, 29 anni, bracciante maliano, fu ammazzato nove anni fa da un colpo di fucile alla testa: insieme a due amici raccoglieva lamiere per rinforzare le baracche nel ghetto. Nel 2010 i braccianti della Piana, presi a fucilate a Rosarno, si ribellarono alle ‘ndrine. “Le strade restano sempre buie e insicure - conclude Destefano - e le tensioni esistono, non possiamo negarle. Perché le condizioni socio-abitative qui peggiorano giorno per giorno. E il malessere genera malessere”. Migranti. Perché il Viminale rischia di pagare altri risarcimenti per i trasferimenti in Albania di Andrea Ceredani Avvenire, 22 febbraio 2025 Il caso del cittadino algerino menzionato da Giorgia Meloni potrebbe “fare scuola”. La compagna: “Non sapeva nulla”. Gli avvocati: “Tutti potrebbero fare causa”. Una decina di persone, nella terza settimana di febbraio, è stata trasferita dai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiani alle strutture di Gjader in Albania. Dallo scorso aprile, quando i centri di Gjader e Shengjin hanno iniziato ad accogliere persone su cui pende un decreto di espulsione, oltre 200 migranti sono stati spostati sulle sponde orientali dell’Adriatico: l’ultimo dato disponibile, raccolto dal Tavolo asilo e immigrazione, risale al 29 ottobre 2025 e parla di 219 trasferimenti. In nessun caso, però, il ministero dell’Interno ha comunicato per iscritto né la motivazione né la notifica del trasferimento agli avvocati delle persone da rimpatriare. “Semplicemente scomparivano. Succede sempre così: da un momento all’altro, né la famiglia né i legali hanno informazioni della persona trasferita, che spesso non è neppure consapevole del luogo in cui deve essere portata e parla con gli avvocati solo all’arrivo a destinazione”. A raccontarlo è Giulia Crescini, avvocata membro di un collegio difensivo che ha seguito decine di trasferimenti. Non ultimo, quello di Redouane L., 56enne algerino che il Tribunale di Roma ha stabilito in diritto di risarcimento da parte del Viminale (700 euro), proprio perché il suo trasferimento nel Cpr albanese “è stato eseguito senza un provvedimento scritto”. Si tratta della prima sentenza di risarcimento in favore di un cittadino straniero trasferito nel centro di Gjader e, per questo, ha attirato le attenzioni della politica: menzionando la sentenza, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “magistrati politicizzati”. Eppure, potrebbe non rimanere a lungo un caso isolato: il Viminale in futuro “potrebbe essere costretto a pagare lo stesso risarcimento a tutti i migranti trasferiti nel Cpr in Albania”, spiega Crescini. E il motivo ha proprio a che fare con il modus operandi del ministero dell’Interno: “Nessuno ha mai ricevuto un provvedimento scritto di trasferimento”, puntualizza Gennaro Santoro, avvocato membro dello stesso collegio che ha difeso Redouane. La lettera della compagna di Redouane L.: “Trasferito con l’inganno” - I motivi della sentenza, che potrebbe fare scuola nel prossimo futuro dei centri albanesi, si nascondono tra le maglie della storia di migrazione di Redouane. L’uomo è residente in Italia da oltre 19 anni, ma non è mai riuscito a regolarizzarsi: nel tempo, ha scontato diverse pene per reati commessi contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione. E, prima dell’ultimo trattenimento nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, era già stato portato, senza essere rimpatriato, nei centri di Milano e Roma. Ad aprile scorso, la sua compagna italiana, con cui Redouane convive da nove anni e con la quale ha due figli di 3 e 6 anni, è venuta a sapere per prima del trasferimento in Albania. In una lettera rivolta all’europarlamentare Cecilia Strada scriveva: “Gli è stato comunicato che sarebbe stato trasferito al Cpr di Brindisi. Quando ci siamo sentiti telefonicamente, alle 4 di notte, si trovava già a Foggia. Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Da quel momento non ho più avuto sue notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania. È stato trasferito lì senza alcuna possibilità di contattare un avvocato o informare noi familiari. Era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi”. Contattata da Avvenire, Cecilia Strada ha confermato il contenuto della lettera e le modalità del trasferimento, che lo stesso Redouane le ha raccontato al momento della sua visita in Albania: “Il viaggio è durato venti ore - spiega - e avvenuto in modalità degradanti, con i polsi legati da fascette”. Il “caso zero”: “Tutti potrebbero fare ricorsi” - Anche per questo, gli avvocati difensori di Redouane avevano chiesto un risarcimento da 5mila euro, menzionando nel presunto danno subito dal cittadino algerino anche “le modalità esecutive del trasferimento”. Il Tribunale di Roma non ha accolto le contestazioni sulle condizioni “degradanti” del viaggio, ma ha ritenuto che solo il trasferimento verso l’Albania abbia “compromesso il diritto alla vita privata e familiare” del signor L., tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In particolare, il Viminale non ha difeso questo diritto evitando di inviare un provvedimento scritto di trasferimento: “Tutta l’azione amministrativa - puntualizzano i giudici - è tendenzialmente assoggettata ad un obbligo di procedimentalizzazione” e il trasferimento in Albania, pur discrezionale, “non si sottrae alle regole generali dell’esercizio dell’attività amministrativa”. Tradotto: il trasferimento da Cpr a Cpr deve essere sempre informato per iscritto. La conseguenza della sentenza, per i legali difensori, è chiara: “Tutti potrebbero fare causa e vincerla”, spiega l’avvocata Crescini. Che precisa: “La verità è che quasi nessuna di queste persone è assistita in modo completo e approfondito, quindi continueranno a essere poche”. Ma la violazione resta sistematica. La risposta dei medici: “Rivedere la procedura di trasferimento nei Cpr” - Intanto, di Cpr si continua a parlare anche in Italia. Settimana scorsa sono stati iscritti al registro degli indagati otto medici che lavorano all’ospedale di Ravenna perché avrebbero firmato, secondo la Procura, certificati incompleti o arbitrari per ostacolare il trattenimento nei Cpr di cittadini su cui pende un decreto di espulsione. L’accusa è di falso ideologico. Mentre proseguono le indagini, ieri si è espresso a difesa dell’autonomia dei camici bianchi la Federazione nazionale dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), che ha chiesto di rivedere l’intera procedura relativa al trasferimento nei Cpr. La valutazione clinica del medico - si legge nell’ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio della Fnomceo - “deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell'individuo e non costituire atto autorizzativo”. La funzione sanitaria, cioè, compete al medico. Quella di sicurezza alle forze dell’ordine. “Il medico - precisa la Fnomceo - non svolge una funziona amministrativa, ma attua il diritto fondamentale di tutela della salute”. E ancora: “Attribuire all’atto medico una funzione di legittimazione o di garanzia della sicurezza significa alterarne la natura e compromettere la separazione delle funzioni”. Lo scorso 12 febbraio, gli inquirenti della squadra mobile avevano perquisito le case, le auto e i pc dei medici indagati a Ravenna, su disposizione dei pm. Migranti. “I dinieghi agli ingressi nei Cpr? Non si può militarizzare la sanità” di Andrea Capocci Il Manifesto, 22 febbraio 2025 Centri di permanenza per i rimpatri. Intervista a Filippo Anelli, presidente della Federazione degli ordini dei medici. In occasione della giornata internazionale del personale sanitario, la Federazione degli ordini dei medici è tornata a difendere gli otto medici indagati a Ravenna per le valutazioni sanitarie delle persone migranti a rischio di detenzione nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Secondo l’accusa, l’inidoneità alla detenzione era falsa. Il ministro delle Infrastrutture e segretario leghista Salvini ha già richiesto radiazioni e arresti in caso di condanna. Per i sanitari, invece, va rivista la procedura affinché la valutazione clinica possa “riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo”, come si legge nella mozione approvata dagli ordini. Sin dall’inizio il presidente della Federazione, Filippo Anelli, ha ricordato il rischio della criminalizzazione dei sanitari. “Non è una questione nuova. Una denuncia simile era stata fatta già nel 2024. Il problema è la sovrapposizione tra atto medico e amministrativo”. Come opera il medico in questi casi? Il professionista stabilisce se la detenzione in un Cpr comporti un rischio per la salute partendo da anamnesi, esami obiettivi e diagnosi specialistiche. È il codice che ci impone di tutelare la salute, in special modo per i più fragili. Ma questo atto diventa automaticamente la decisione sulla detenzione in Cpr. Noi chiediamo che venga modificata la direttiva del Viminale che regola gli ingressi nei Cpr affinché la sovrapposizione finisca. Forse il problema si ripresenta perché è strutturale. La società di medicina delle migrazioni sostiene che “nessuno può essere considerato idoneo a esservi rinchiuso”... Che nei Cpr ci si ammali e aumenti la probabilità di suicidio è dimostrato da dati oggettivi. I medici nella loro valutazione devono tenerlo in considerazione. L’importante è che nella valutazione sia garantita l’indipendenza da altri poteri dello Stato. Serve una nuova legge? Non ce n’è bisogno. L’articolo 32 della Costituzione tutela l’individuo e nel tempo si è stratificato il riconoscimento che il diritto alla salute appartiene all’essere umano. Così come si è consolidata una giurisprudenza secondo cui l’atto medico preveda l’autonomia del professionista, la sua indipendenza e le responsabilità che ne derivano. Però erano stati proprio i medici a chiedere l’istituzione di posti di polizia negli ospedali contro le aggressioni... Nessuno vuole militarizzare la sanità. Peraltro, gli ultimi provvedimenti di legge stanno funzionando abbastanza bene anche se le aggressioni non si sono esaurite. In ogni caso non c’è contraddizione perché il medico garantisce le cure persino all’aggressore. Spesso sono le difficoltà organizzative a mettere contro i medici chi pensa di risolvere i propri problemi con la violenza. I medici di Torino hanno denunciato le pressioni della polizia sui manifestanti pro Askatasuna che si sono recati in pronto soccorso. Anche negli Usa i medici protestano contro i rastrellamenti dell’Ice, che tengono i migranti lontani dagli ospedali. Il conflitto tra sicurezza e salute è un progetto delle destre? Non credo a un legame pianificato tra Trump e Meloni ma è davanti agli occhi di tutti che si tratti di governi con sensibilità vicine. Tra salute e sicurezza però non c’è conflitto. Garantire la salute di tutti è interesse collettivo come scritto nella Costituzione. L’accoglienza produce pace, la presa in carico del cittadino produce stabilità e benessere. Al contrario, i conflitti sociali sono il presupposto dei conflitti tra gli Stati. Per questo definisco i medici i primi “costruttori di pace”. Dalla politica, di qualunque colore, mi aspetterei maggiore rispetto per i medici che, come i poliziotti, rappresentano le istituzioni. Ieri a Napoli è morto il piccolo Domenico, il bambino destinatario di un cuore danneggiato. Anche in questa vicenda c’è stato il rischio di strumentalizzazioni politiche... Ho fatto un appello alla moderazione. Il sistema delle cure viene portato avanti da persone che, in quanto tali, possono sbagliare. Quando accade, è sempre una tragedia. Quanto accaduto deve insegnarci ad essere ancora più precisi e a perfezionare i protocolli. Ho profondo rispetto per una mamma che in un momento di dolore simile chiede di sostenere le associazioni per le donazioni di organi. Una lezione di grande civiltà per tutti.