In Italia meno reati e ingressi in carcere ma sempre più detenuti di Anna Lisa Antonucci L’Osservatore Romano, 21 febbraio 2026 In dieci anni il sistema penitenziario italiano sembra molto cambiato, e non in meglio. I numeri relativi al decennio 2015-2025 evidenziano un quadro complesso e in parte paradossale: sono diminuite le persone che entrano in carcere, sono meno i reati commessi nel paese, ma le celle in Italia sono sempre più piene. A spiegare come questo sia possibile è Stefano Anastasia, professore associato di filosofia del diritto presso Unitelma Sapienza, tra i fondatori dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti in carcere, e Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per la Regione Lazio. “Il paradosso - dice Anastasia - è che in presenza di una criminalità in calo e di ingressi in diminuzione, la popolazione detenuta per effetto dell’inasprimento sanzionatorio e della maggiore durata delle pene continua a crescere”. “In altri termini - aggiunge - in carcere si entra meno, ma si resta più a lungo, in un contesto in cui i reati più duramente puniti, quelli contro il patrimonio e quelli legati alla violenza di genere, costituiscono i fenomeni che destano il maggiore allarme sociale”. L’analisi dei dati, che arrivano dai ministeri della Giustizia e dell’Interno, rileva che dal 2015 al 2025, il numero dei detenuti presenti è passato da circa 52.000 a oltre 63.000 unità, mentre gli ingressi in carcere sono progressivamente diminuiti, passando da oltre 54.00o nel 2015 a poco più di 48.000 nel 2024-2025. Nello stesso periodo, i tassi di delittuosità (reati ogni 100mila abitanti) hanno seguito una tendenza decrescente: complessivamente la riduzione delle denunce è stata del 9%, con una contrazione addirittura più intensa di rapine (-16%) e omicidi consumati o tentati (-13%). in dieci anni ad aumentare, secondo l’analisi del Garante, sono stati infatti i condannati per reati contro il patrimonio e in materia di sostanze stupefacenti, che si confermano tra i settori più “attenzionati” dal punto di vista normativo e giudiziario. Quasi l’80% dei 46 mila detenuti con condanna definitiva è imputato per reati contro il patrimonio (furti, rapine, danneggiamenti aggravati); il 59% per reati contro la persona, inclusi maltrattamenti, violenze e lesioni e il 46% per reati connessi alla normativa sugli stupefacenti. Secondo Anastasia, dunque, la tendenza all’aumento del numero complessivo dei detenuti è in gran parte connessa agli indirizzi legislativi adottati nel decennio per rispondere ai fenomeni che destano allarme sociale. “Questa combinazione di fattori - sottolinea - ha determinato un progressivo incremento delle pene previste e delle condizioni che ostacolano l’accesso alle misure alternative per un ampio numero di reati. Solo per fare qualche esempio: per il furto in abitazione, la pena è passata da 3 a 5 anni, e il massimo fino a 12 anni; per il furto aggravato, le pene sono aumentate fino a 9 anni e per rapina e rapina impropria le pene minime sono state innalzate da 3 a 5 anni e il massimo fino a 12, accentuando così la durata effettiva della detenzione per tali reati”. Anastasia ricorda, inoltre, che in materia di stupefacenti il decreto Caivano del 2023 ha introdotto l’arresto in flagranza per spaccio lieve, e inasprito le sanzioni per la non occasionalità dello spaccio di stupefacenti “rendendo anche più difficile l’accesso a pene miti”. “Il quadro che emerge - insiste Anastasia - è quindi quello di un sistema penitenziario che, pur in presenza di una criminalità in calo e di ingressi in diminuzione, vede crescere la popolazione detenuta per effetto dell’inasprimento sanzionatorio e della maggiore durata delle pene”. Tutto ciò favorisce il sovraffollamento fatto di 63.734 detenuti, presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre scorso, a fronte di 46.063 posti effettivamente disponibili con un tasso di presenze del 138,4% e situazioni disumane come quelle che si registrano in Lombardia dove il rapporto è di 9.000 presenti per circa 6.100 posti effettivamente disponibili. Da qui casi estremi come quello di San Vittore con un sovraffollamento del 233%. La lotteria dei trasferimenti penitenziari. Il giro d’Italia dei detenuti dell’Alta Sicurezza di Chiara Cacciani huffingtonpost.it, 21 febbraio 2026 Sono decine e decine gli spostamenti improvvisi, decisi dal Dap. Protestano i garanti regionali e comunali, il mondo del volontariato in carcere, alcune Camere penali territoriali. E ora anche dei referenti degli Atenei che hanno creato Poli penitenziari universitari. Il numero proporzionalmente più grande in Sardegna, poi è toccato a Padova e in questi ultimi giorni sta accadendo a Parma. Ma nessuno si aspetta che possa finire qui. Sono decine e decine le persone detenute trasferite all’improvviso, interrompendo quotidianità raggiunte con difficoltà, percorsi di studio e formazione professionale, relazioni, cure sanitarie, facendo saltare permessi e incontri, senza possibilità (salvo rari casi) di comunicare gli spostamenti ai familiari. E costringendo a ricominciare tutto, e lentissimamente, daccapo e a volte a perdere definitivamente un po’ di ciò che si era iniziato a costruire. La scelta (e la tempistica) degli spostamenti arriva da Roma, dal Dap, e non ha coinvolto né i Provveditori regionali né le direzioni penitenziarie, non ha comportato una valutazione delle schede personali. Giusto una lotteria dunque, che sembra legata al disegno di concentrare in pochi istituti chi è nel regime del 41 bis, il carcere duro per figure apicali nell’ambito della criminalità organizzata e del terrorismo interno e internazionale. Con un effetto domino che tocca in particolare i detenuti dei reparti dell’Alta Sicurezza ma anche alcuni della Media. Sulla situazione si stanno levando le voci di sgomento e di protesta dei Garanti regionali e comunali dei diritti delle persone detenute - a Padova un 73enne si è suicidato appena prima del trasferimento - del mondo del volontariato in carcere, di alcune delle Camere penali territoriali. E ora anche dei referenti degli Atenei che hanno creato Poli penitenziari universitari (Pup). “Stiamo vivendo in diretta l’esperienza molto penosa che coinvolge anche nostri studenti - conferma Giancarlo Monina, presidente del Cnupp, la Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Pup - Quasi il 45% della nostra popolazione studentesca ristretta, formata da duemila persone, appartiene all’Alta Sicurezza e al 41 bis e sono persone con una grande predisposizione allo studio. Se c’è un dogma nella formazione universitaria, è però quello della continuità didattica: quando si interrompe, c’è un’alta possibilità di mettere in crisi il percorso. Vale per uno studente libero, figuriamoci per uno ristretto, che costruisce un rapporto fiduciario con docenti e tutor. Se vogliamo concepire la pena secondo Costituzione, non si può ignorare la scheda di ciascun detenuto: anche in carcere c’è una vita e ci sono percorsi e se tutto ciò non incide, si resta numeri, a prescindere dall’umanità della persona”. In questa emergenza stanno puntando sulla rete di cui fanno parte ormai 50 atenei: “Si mette in moto il nostro meccanismo solidale di presa in carico negli istituti di prossimità. Ma senza comunicazioni tempestive, servono tempi lunghi per le pratiche, per la riambientazione, e inoltre non tutti i Pup riescono a offrire gli stessi servizi e lo stesso intervento”. Non dappertutto, ad esempio, c’è la possibilità di continuare a frequentare gli stessi indirizzi di studio. “Ho davanti agli occhi il volto di studenti che erano in procinto di laurearsi e ora non avranno più le commissioni formate da docenti che riconoscono. Penso ad altri che stavano partecipando a gruppi di autoformazione per il loro tirocinio: un gruppo di lettura che si occupava di strategie pedagogiche per gli adulti in carcere, ad esempio. Tutto azzerato” racconta Vincenza Pellegrino, delegata per il Pup di Parma. “Si tratta di studenti molto impegnati in queste attività che recepiscono la notizia del trasferimento come qualcosa di inatteso e violento rispetto al proprio impegno - continua. È chiaro che ci sono dimensioni organizzative e logistiche che non possiamo conoscere, ma è altrettanto chiaro che ogni nuova esigenza dovrebbe tenere presente i desideri e l’impegno concreto dei detenuti studenti e quello dell’istituzione universitaria, che ogni volta deve ripartire da capo”. C’è un misto di sconforto e indignazione nelle parole di Emmanuele Farris, dleegato per il Pup dell’Università di Sassari: “È assurdo organizzare trasferimenti a metà dell’anno accademico e scolastico: cosa sarebbe cambiato sei mesi dopo e permettendo a tutti noi di resettarci e trovare soluzioni?”. A Nuoro, ad esempio, dove l’intero carcere è stato (parola utilizzata dal Dap) “sfollato”, il Pup non ha più iscritti. “Sono stati trasferimenti coatti, di massa, totalmente disorganizzati, che non hanno tenuto conto nemmeno di quanto sia impegnativo avvicinare ogni studente, fargli un orientamento, l’iscrizione, aiutarlo con l’Isee e i documenti. E poi c’è anche tema di rapporto tra istituzioni, con un danno erariale e di efficienza: a fine 2025 abbiamo selezionato i tutor tra cui quella destinata a Nuoro, che ora è praticamente disoccupata. Come Università abbiamo cofinanziato un progetto pionieristico per portare aule universitarie cablate con terminali informatici e scanner per dematerializzare, ma io non ho ancora ricevuto una riga su dove andranno queste strumentazioni. Senza contare gli sforzi fatti per raccogliere altre risorse per acquistare libri e portare altre iniziative. Non solo non arriva mai un “grazie”: ci vediamo remare contro”. Se tengono duro è per gli studenti. Senza contare che difendere il diritto allo studio (anche) in carcere avrebbe significato pure per motivi utilitaristici, come spiega Farris: “È uno dei migliori investimenti che possiamo fare: la recidiva crolla dal 70% di chi non ha avuto esperienze formative al 20% circa per chi le ha fatte. Scontare una giusta pena non è in alternativa alla formazione”. Nel frattempo, la Cnupp si sta muovendo. “La settimana scorsa abbiamo incontrato il vicecapo di Gabinetto del Ministero e il responsabile del Dap: si sono impegnati a farsi carico della questione - spiega Monina -. Come istituzione, e in rispetto del nostro ruolo, cercheremo di negoziare affinché lo scambio di informazioni avvenga in modo tempestivo. Quelle persone detenute sono anche in gestione dell’Università e abbiamo il diritto di sapere. Fermare un disegno non ci compete ma ci compete certamente il loro percorso didattico. E come in tutti i casi, dentro e fuori, dobbiamo proteggere i nostri studenti”. Simona Filippi (Antigone): “Tortura in carcere, quanto è difficile bucare il muro di omertà” di Eleonora Martini Il Manifesto, 21 febbraio 2026 “Procedimenti penali e processi sono possibili grazie a figure di garanzia e magistrati di sorveglianza”. “Se in Italia oggi per la prima volta si celebrano processi per tortura commessa da pubblici ufficiali, se si è riusciti a bucare il muro di omertà che per decenni ha nascosto alcune terribili verità al Paese, lo dobbiamo soprattutto a figure terze e ai magistrati di sorveglianza. Credo che in questo momento politico sia un fatto da sottolineare”. A dirlo è l’avvocata Simona Filippi che per Antigone segue quasi tutti i procedimenti penali per tortura in carcere da quando, nel luglio 2017, anche l’Italia si è munita di quella fattispecie di reato. Oggi sono molti i processi per tortura o lesioni in corso, con alcune condanne già emesse, perfino in Appello. Numerose le inchieste avviate, in alcuni casi simili a matriosche che ad aprirne una ne viene fuori un’altra. Ad osservarle nel loro insieme descrivono un fenomeno nuovo, forse un sintomo che andrebbe approfondito. Al netto del fatto che la responsabilità è individuale, sempre, e che fino a sentenza definitiva sono tutti innocenti. Principio che “vale anche per i fatti di Rogoredo”, rispetto ai quali Filippi mette però l’accento sull’”importanza che si valuti attentamente la questione della legittima difesa da parte delle forze dell’ordine che si cerca di ampliare nelle maglie dei pacchetti sicurezza”. Avvocata Filippi, facciamo il punto sui procedimenti per tortura o lesioni aperti dal 2017? La prima volta in assoluto che un giudice ha parlato di tortura sui detenuti è stato nel 2012 quando il Tribunale di Asti ha scritto di non poter condannare i responsabili per tortura solo perché il reato non esisteva ancora. Poi, la prima vera condanna è stata a Ferrara. Da allora sono decine gli agenti di polizia penitenziaria accusati di fatti gravi, alcuni già condannati. Come abbiamo approfondito dai microfoni di Riccardo Arena su Radio Carcere, sono 17 in totale tra inchieste e processi. Per Santa Maria Capua Vetere si conta il numero più alto di imputati a processo: 106, con 177 vittime. Procedimenti per lesioni o tortura sono pendenti a Cuneo, Biella, Ivrea e Torino dove il 6 febbraio si è arrivati alla condanna per tortura. Il caso che fa più impressione è quello dell’Istituto penale per minorenni Beccaria di Milano, dove a procedimento aperto le indagini si sono ampliate fino agli attuali 41 indagati. A Monza il processo per lesioni si sta per concludere. A Reggio Emilia è iniziato il processo bis a 5 agenti e a Modena, dopo l’archiviazione per i 9 detenuti morti durante le rivolte per il Covid, si indaga ancora per tortura e si attende anche un pronunciamento della Corte Edu. A Firenze, per Sollicciano e San Gimignano, ci sono già le condanne d’Appello. Si procede anche per le presunte violenze a Regina Coeli e Foggia. Rinvii a giudizio e condanne infine per presunte violenze in Questura a Verona, e nelle carceri di Bari e Cuneo. Quali sono i principali ostacoli per arrivare al processo? Il primo problema è l’emersione della notizia di reato. Indagare è spesso complicato: in molti casi le violenze avvengono in sezioni di isolamento, senza testimoni, e senza referti medici. Il primo scoglio è quindi l’omertà tra i vari soggetti coinvolti che si tutelano reciprocamente, soprattutto agenti di polizia penitenziaria ma anche personale terzo come i medici. Le telecamere come prova concreta dei fatti, che ruolo hanno? A molti processi - Santa Maria Capua Vetere, Reggio Emilia, San Gimignano - si è arrivati grazie alle telecamere. Altri procedimenti sono stati archiviati per assenza, appunto, di telecamere. Per esempio, a Santa Maria il processo c’è perché il magistrato di sorveglianza ha deciso di andare lì due giorni dopo i fatti - in pieno periodo Covid - permettendo alla Procura di sequestrare le immagini video. A Modena, dove il pm ha chiesto l’archiviazione, le telecamere non funzionavano del tutto; Antigone ha fatto opposizione, il giudice deciderà il 30 marzo. A San Gimignano invece gli agenti hanno fatto scudo con i propri corpi per coprire la scena alle telecamere. Succede spesso che il reato emerga grazie alla collaborazione del personale interno? Non abbastanza, ma accade. Per esempio a Bari e a Monza le indagini sulle violenze sono scaturite dall’iniziativa delle direttrici. Ma più spesso il ruolo dirimente è quello di figure terze: associazioni come Antigone, o Garanti come Palma o come quelli territoriali di Ivrea e Torino. Ma fondamentale è anche il ruolo dei magistrati di sorveglianza, figure importantissime affinché la notizia di reato emerga, come a Santa Maria. Una volta avviate le indagini, poi, la collaborazione arriva anche da operatori dell’area educativa. L’Ipm Beccaria è un caso isolato? Al Beccaria ci sarà un processo per i fatti del 2022 con episodi molto gravi a danno di minorenni. La Procura di Milano, alle prese con un’indagine complicata, correttamente ha chiesto al Gip di sentire i giovani reclusi in incidente probatorio. In generale, però, è una dinamica recente quella delle violenze all’interno degli istituti minorili. L’esposto di Antigone per il Beccaria è del 16 maggio 2024, prima non avevamo mai avuto nessun segnale di violenze di questo tipo. Le vittime sono spesso straniere? In generale sì. Torino, San Gimignano, Reggio Emilia, Ivrea, Beccaria: la maggior parte delle vittime è straniera. Durante i processi può verificarsi una sorta di vittimizzazione secondaria del detenuto, indicato come inattendibile? Non accade spesso. Ricorre invece lo stratagemma di far passare la denuncia come una sorta di vendetta nei confronti degli agenti. È un argomento usato spesso: nel processo di Torino, a Reggio Emilia, a S. Maria Capua Vetere… Più il detenuto è considerato aggressivo, più gli si attribuisce un’intenzione ritorsiva nei confronti degli agenti, e si motiva l’azione punitiva con la necessità della contenzione. È vero il contrario, invece: la vittima non vuole denunciare, non ha alcun interesse perché sa che la sua vita in carcere può decisamente peggiorare. Laboratorio di “Nessuno Tocchi Caino”: la speranza contro ogni speranza di Luca Calaiò L’Unità, 21 febbraio 2026 Cella numero 10, primo reparto, secondo piano. Notte fonda. Ancora qui, vivo, con una penna in mano e mille pensieri che scorrono nella mia mente. Ripenso ai compagni stufi, delusi da ogni cosa, compreso questo laboratorio. Spesso mi dicono che non serve, che è tempo perso: “Lascia perdere, andiamo in palestra, va”. E una parte di me comprende questo malessere interiore. Parlando con una psicologa clinica, è venuto fuori che il senso di ingiustizia dell’uomo, o la richiesta di giustizia, è paragonabile ai bisogni primari: mangiare, bere, dormire. Mi fermo e osservo questo spazio angusto dove trascorro parte della mia esistenza. Muri umidi, piove nel bagno, sanitari piccoli come le case di plastica per i bambini, un freddo tale che l’olio nella bottiglia si è condensato. Non sono innocente. Forse alcuni qui lo sono, ed è ancora più pesante per loro. Ma io no, sono il “cattivo”. Ho spacciato e me ne sono fregato delle regole, della collettività. Prima venivano le mie figlie, poi i miei divertimenti, i miei piaceri, come se la felicità fosse il soddisfacimento di ogni pulsione che ci passa per la testa. Qui dentro tutto è quasi uguale a 50 anni fa. Forse è cambiata solo la tv, perché quelle vecchie non le producono più. Fuori, invece, il mondo corre a una velocità mai vista: intelligenza artificiale, internet, scienza, tecnologia, digitalizzazione, inclusione, sensibilità nuova verso la vita umana. Ci sono case con robot che puliscono, frigoriferi che parlano, luci che si accendono a comando; basta uno schiocco di dita e parte la playlist del risveglio. Per un attimo ero volato in quella casa. Ma poi sono qui, con cancelli vecchi di mezzo secolo, serrature di ferro, chiavi pesanti. Sento la musica da una radio del prete, la solita radio portatile con la scritta “Radio Maria”, uguale a vent’anni fa. Mi interrogo: che cosa fa davvero migliorare le cose, le persone? Fuori c’è la guerra a Gaza, in Ucraina, e decine di conflitti nel mondo. C’è Trump, considerato folle eppure a capo dello Stato più potente del pianeta. Ci sono femminicidi, baby gang, povertà, malattie. Da padre di tre figli rabbrividisco davanti alle pubblicità in tv con i bambini malati in ospedale. Tutto vero. E allora cosa dovrei fare io, qua giù, con questo fuoco che mi brucia le ossa? Penso allo psichiatra che nei campi di concentramento vedeva i tedeschi giocare con gli ebrei, costretti a correre a piedi nudi sulla neve: chi cadeva, veniva ucciso. Lui pensava di morire lì, eppure dentro di sé vedeva anche un’aula universitaria, se stesso che parlava a giovani studenti di ciò che era accaduto, di psichiatria e malattia mentale. Un conflitto profondo. Ma quel sogno, alla fine, l’ha raggiunto: è diventato uno dei più rinomati psichiatri del suo tempo. Se avesse scelto la morte, quella voce non sarebbe mai esistita. E chissà quanti altri, come lui, hanno trasformato il proprio dolore in qualcosa che resta. Sono stanco. “Cosa scrivo a fare?”, mi chiedo. Non siamo in un campo di concentramento, qualcuno dirà che il paragone è sbagliato. Forse lo è. Ma la sofferenza cambia con il tempo, e ogni epoca ha le sue sensibilità. Un tempo si moriva per il Re; oggi, chi morirebbe per un politico? La vita, in tutte le sue forme, è molto tutelata ai nostri tempi. Se le leggi e le sensibilità sono progredite, perché l’esecuzione della pena in carcere no? Un tempo c’era l’omicidio d’onore; oggi, se molesti una donna, ti arrestano - e fanno bene. Ma se siamo così evoluti, così sensibili persino verso gli animali, cosa succede quando c’è un colpevole di reato? Si vuole la sua sofferenza, il suo sangue, come ai tempi dell’Inquisizione, quando si mandavano al rogo donne che poi si scopriva essere guaritrici, esperte di erbe e fiori. Non devo essere io a illuminare la questione: ormai tutti sanno che una pena spropositata, senza dignità e senza cura per le fragilità dell’individuo, produce solo rabbia e frustrazione. A me, ripetere sempre le stesse cose, ha stancato. Vent’anni fa dicevo: “Tra vent’anni capiranno che non serve a un cazzo, sto schifo”. Oggi vedo le cose peggiorare: non possiamo neppure comprare un giocattolo ai figli che vengono a trovarci a colloquio. Non è il carcere a essere buono o cattivo: è il sistema carcerario. Del buonismo non me ne faccio niente. Come quello psichiatra, sono in bilico tra sogno e realtà. Mi piace pensare, però, che - come dice l’amica Elisabetta - siamo formichine, e nel nostro piccolo possiamo creare piccoli ma significativi cambiamenti. Tutto sta nel decidere se muoverci, lottare, usare gli strumenti che abbiamo per cambiare qualcosa, oppure mollare e lasciarci trascinare dalle giornate. Meglio una missione illusoria o la cruda realtà? La vita è molto più complessa di una domanda così. Dormirò, forse, continuando a cercare, a riflettere, a soffrire, a sognare, a sperare. Scontro sulla giustizia, Mantovano frena: “Rischiamo le macerie” di Luca Monticelli La Stampa, 21 febbraio 2026 “Con questi toni rischiamo le macerie, fermiamoci”. È l’appello del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per svelenire il clima della campagna referendaria, sulla scia del monito di Sergio Mattarella lanciato quando il Guardasigilli Carlo Nordio definì “para mafiosi” i meccanismi del Csm. Il sottosegretario si augura, parafrasando il Papa, che a 30 giorni dal voto si “disarmino le parole” perché se si va avanti così “ci troveremo di fronte a macerie tra istituzioni e dentro le istituzioni”. Lo scontro tra magistratura e politica però va avanti. Mantovano, nel corso di un convegno sulla sicurezza organizzato da Libero, accusa gli esponenti della magistratura associata di utilizzare “toni estremi” sul referendum e critica le dichiarazioni del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri: “Pensavo fossero manipolate dall’intelligenza artificiale quando ha detto di andare a vedere se le persone che scrivono sui social sono perbene o pregiudicati. Per caso stiamo parlando di indagini verso chi, sui social, si esprime a favore del sì?”. Mantovano tace su Nordio, tuttavia a stigmatizzare il ministro della Giustizia ci pensa la Lega: “Ha dato il là a una ripresa del fronte del no”, afferma la deputata Simonetta Matone, ex magistrata, che parla di “dichiarazioni folli di Nordio”. Matone interviene a un convegno del Carroccio e davanti allo stupore dei partecipanti attacca il Guardasigilli definendo la sua uscita sul Consiglio superiore della magistratura “improvvida”. Claudio Durigon ascolta imbarazzato ricordando alla deputata che al convegno sono presenti giornalisti, ma lei prosegue: “Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del sì e quelli del no era 10 a 0. Oggi, purtroppo, siamo 10 a 10. Nordio confonde ciò che si può dire in un salotto con quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente”. I nervi restano tesi anche dopo le dichiarazioni della premier Giorgia Meloni che vede un tentativo di trascinare la campagna referendaria “in una sorta di lotta nel fango”. La replica della segretaria del Pd Elly Schlein chiama in causa Fratelli d’Italia: “Mi sembra di stare di fronte al ribaltamento della realtà. La presidente del Consiglio come sempre non si assume la responsabilità di quello che dice. Quanto al fango, basterebbe andare a vedere i canali social del partito che guida, in cui c’è un costante attacco e delegittimazione dei giudici e delle loro decisioni”. A mettere ulteriore sale sulla ferita che si è aperta tra poteri dello Stato è il dossier migranti. Il governo impugnerà la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire l’ong tedesca Sea Watch. Il conto da pagare per l’Italia è di 76 mila euro - più 14 mila euro per spese di giudizio - per i danni patrimoniali subiti dalla nave Sea Watch in seguito al fermo amministrativo avvenuto dal 12 luglio al 19 dicembre del 2019, a Lampedusa. L’episodio è quello dell’allora comandante della nave tedesca Carola Rackete che, il 29 giugno di quell’anno, forzò il blocco navale dell’isola siciliana - speronando una motovedetta della Guardia di Finanza durante le manovre - per far sbarcare sull’isola 42 migranti tratti in salvo in zona libica. Il responsabile del Viminale Matteo Piantedosi sostiene ci sia stata “una progressiva riduzione degli arrivi irregolari e un calo degli sbarchi grazie al complesso delle iniziative che il governo sta mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie”. Non poteva mancare il commento di Matteo Salvini che per quella vicenda ha subito un lungo processo terminato con l’assoluzione: “Se tornassi ministro dell’Interno con me Rackete non avrebbe vita facile”. Il vicepremier se la prende ancora con la magistratura: “La politica costruisce delle leggi sulla sicurezza, possono piacere o non piacere, però se poi i giudici decidono il contrario diventa complicato”. Salvini concentra l’attenzione non sui 76 mila euro che dovrà pagare lo Stato, ma “sul principio che non funziona: che cosa sarebbe successo se una nave italiana avesse speronato una nave militare tedesca?”. La richiesta di indennizzo alla Sea Watch arriva dopo che nei giorni scorsi un giudice del tribunale di Roma aveva condannato il Viminale a risarcire con 700 euro un migrante algerino trasferito nel Cpr in Albania. La vicenda della nave tedesca alimenta le polemiche sulla campagna referendaria che il vicepremier Antonio Tajani prova a frenare: “Il diritto è diritto, quando è possibile impugnare una decisione si può fare, non equivale ad alzare i toni impugnare una decisione. Abbassare i toni significa non dire quello che ha sostenuto Gratteri, che chi vota sì al referendum è un mafioso, o un criminale o un massone”. Referendum, ci sarà un “day after”, è bene tenerlo a mente di Antonella Rampino Il Dubbio, 21 febbraio 2026 Che cosa accadrà dopo il referendum? Lo sguardo che sul Paese si dispiega dal Colle è lungo, dal Quirinale si lavora tenendo d’occhio l’orizzonte, non solo le contingenze quotidiane. Perché la politica non è fare questa o quella mossa, questa o quella dichiarazione. La politica, come sembra si sia dimenticato in questi sciagurati anni Venti del terzo millennio, è sapere che conseguenze avranno azioni o dichiarazioni: è avere sempre presente il punto di caduta, nei casi migliori il risultato al quale si punta. E dunque le parole pronunciate da Sergio Mattarella al plenum del Csm mercoledì scorso non sono solo un grave monito, un allarme. Né un richiamo all’ordine poiché la soglia tra lo scontro politico da campagna elettorale e la crisi istituzionale si è fatta breve. Sono, soprattutto, l’espressione di una preoccupazione forte e di lunga gittata: abbassare i toni - come si dice comunemente con espressione un po’ corriva - non solo durante la campagna referendaria, e dunque nel mese che ci separa dalla consultazione - ma soprattutto in vista del dopo referendum. Vinca il sì o vinca il no - e ovviamente non è certo questo il punto, per il Quirinale - occorre prefigurarsi in che condizioni ci si troverà, dopo i violentissimi attacchi che dal governo sono stati lanciati a un ordinamento dello Stato, e a un’istituzione costituzionale qual è il CSM. Facile e ovvio sarebbe considerare che una vittoria sulle macerie - vinca il sì, o vinca il no - non conviene a nessuno. Non a caso Mattarella ha precisato di parlare in qualità di presidente della Repubblica, e non tanto di presidente del CSM, mettendo in campo tutta la propria autorevolezza, che certo gli deriva pure dall’essere l’unico leader ad alto gradimento popolare (e, in questi giorni, anche nei panni di “vincitore morale” alle Olimpiadi della neve). Perché sotto traccia, a parte quelle che potrebbero essere le effettive modalità di attuazione della complicatissima riforma, i decreti al momento a quanto pare allo studio del Guardasigilli ma non ancora chiari né tantomeno chiaramente comunicati, c’è anche un taciuto argomento di buon senso. Giorgia Meloni non ha immediatamente plaudito alle parole del capo dello Stato, lo ha fatto il giorno dopo -era inevitabile per non allargare ulteriormente la frontiera dello scontro istituzionale- avendo a caldo attaccato i magistrati, ma per la sentenza sulla Sea Watch. Ed è un probabile segnale che gli attacchi ai giudici continueranno, nel mese di campagna referendaria, ma circoscritti alla materia dell’immigrazione, alla quale l’elettorato di destra è sensibile. Ma questo non recedere da una campagna elettorale aggressiva -anche se in verità da nessuno degli svariati Comitati per No sono venuti insulti alla maggioranza o al governo- sembra dimenticare che, se il fine della riforma era mettere il freno a mano ai più che trentennali disastrosi rapporti tra politica e magistratura, l’obiettivo centrato è esattamente l’opposto. Vinca il sì o vinca il no, il giorno dopo il referendum una magistratura denigrata fino all’insulto (quel “paramafioso” rivolto al CSM e mai ritrattato proprio dal ministro di Giustizia) di certo non avrà incentivi ad improntare l’esercizio delle proprie funzioni a cautela e moderazione. A lasciarlo intendere esplicitamente è stato un politico di lungo corso come Giorgio La Malfa. Motivando la propria posizione per il no alla riforma costituzionale che separa le carriere ha detto che in linea di massima non sarebbe contrario, ma il punto è che questa riforma non raggiunge l’obiettivo che si vuol prefiggere: come si può placare lo scontro tra magistratura e politica costringendo un magistrato a scegliere se essere giudice o pubblico ministero? Un magistrato costretto al ruolo dell’accusatore a vita -è il ragionamento di La Malfa- rischia di trasformarsi in un vero e proprio inquisitore. Ecco. Alla fine, il giorno dopo la consultazione referendaria, vinca il sì o vinca il no, il rischio è proprio questo. Aver esacerbato ulteriormente i rapporti tra funzioni dello Stato, e doverne sopportare le conseguenze. Il referendum sulla giustizia è geometria non politica di Ettore Della Valle avantionline.it, 21 febbraio 2026 Il problema non è quanti magistrati cambiano ruolo ma il fatto che abitino tutti sotto lo stesso tetto. Voglio dirvi perché questo è un pericolo usando la geometria. Immaginate un processo come un triangolo, in alto c’è il vertice, il giudice, quello che deve decidere, sotto alla base ci sono le due parti, l’accusa, Pubblico Ministero e la difesa, il tuo Avvocato. In un Paese civile questo triangolo deve essere equilatero. Significa che il giudice deve essere esattamente alla stessa distanza dall’accusa e dalla difesa. In Italia invece il triangolo è storto. A scuola ci avrebbero detto è un triangolo scaleno, cioè accusa e giudice sono vicinissimi, stessa carriera, stessi concorsi, stesso organo che li governa, in pratica sono colleghi. La difesa invece è lontana, è l’estraneo. Ma quanto tu entri in un’aula di tribunale, vuoi che l’arbitro sia imparziale, non che sia il compagno di banco del tuo avversario, non è così? E dunque separare le carriere serve a raddrizzare questo triangolo. Serve a dire che chi accusa e chi difende devono avere pari dignità e chi giudica deve stare sopra, distante da entrambi. Insomma, è geometria, non è politica. Il caso Rogoredo faccia riflettere prima di parlare di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 21 febbraio 2026 Le indagini svolte senza pregiudizi ma anche senza sconti dalla Procura con i poliziotti della Squadra mobile, colleghi dell’indagato, stanno capovolgendo ciò che sembrava all’inizio. In partenza, sulla scorta delle concordanti dichiarazioni di cinque agenti e dei primi rilievi, nessuna tragedia più di quella di Rogoredo sembrava “evidente” legittima difesa di un poliziotto, davanti a uno spacciatore che in un controllo antidroga gli stesse per sparare con la pistola in mano poi rivelatasi sfortunatamente solo una arma a salve. Tanto che dal governo, nei giorni del decreto legge (ancora non in vigore) che introduce appunto la non iscrizione nel registro degli indagati quando appaia “evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione” come la legittima difesa, Rogoredo era stato subito elevato a prova provata dell’ingiustizia di far passar al poliziotto una superflua via crucis giudiziaria. “Poi si è scoperto che la pistola era a salve, ma il poliziotto è stato indagato per omicidio volontario - si era indignata la premier Meloni a fronte invece della (a suo avviso) mancata contestazione a Torino del reato di tentato omicidio per i martellatori del poliziotto -. Questo doppiopesismo di certa parte della magistratura ci rende difficile essere efficaci nella difesa dei cittadini”. “Imputare di omicidio volontario un ragazzo che si difende di notte, nel bosco della droga, a trenta metri, a fronte di un’arma puntata contro di lui, è qualcosa di vergognoso per un Paese civile”, aveva aggiunto il ministro dell’Interno, Piantedosi. “Io sto col poliziotto - aveva rincarato il ministro Salvini -, avanti con la tutela legale”. Ora, invece, l’irrazionalità del decreto legge è dimostrata proprio dal caso di Rogoredo, dove quelle ritenute superflue indagini - svolte senza pregiudizi ma anche senza sconti dalla Procura con i poliziotti della Squadra mobile, colleghi dell’indagato - stanno poco a poco disvelando una dinamica completamente diversa: a partire dall’incredibile ritardo di 23 minuti nel far soccorrere un uomo agonizzante a terra, passando per le iniziali bugie e reticenze che gli altri agenti hanno cominciato a correggere e spiegare, e per finire con la sconvolgente eventualità (ancora tutta da verificare proprio per non cadere nello stesso ma opposto pre-giudizio) che lo spacciatore non fosse armato ma che la pistola gli sia stata messa accanto dopo, per simulare a posteriori un concreto pericolo alla base della supposta legittima difesa del poliziotto. Una parabola istruttiva, che per il futuro dovrebbe far rimeditare alla politica l’opportunità di tacere sui fatti di cronaca prima che ne siano accertati i contorni. Per fortuna Milano non è Minneapolis di Flavia Perina La Stampa, 21 febbraio 2026 Una magistratura con la schiena dritta, una polizia con la schiena dritta, un sistema giudiziario che funziona anche se “non gli converrebbe” funzionare. Gli sviluppi dell’indagine sul delitto di Rogoredo dovrebbero rassicurare i disorientati dalle manganellate referendarie e persino chi ha paura della deriva trumpiana in Italia perché, nonostante tutto, Milano non è Minneapolis, l’Ice da noi finirebbe in galera e non c’è ancora nessuna Pam Bondi che possa bloccare un’indagine o intimidire chi la porta avanti. È una buona notizia in questi tempi cupi. E bisognerebbe fare un monumento a chi ha gestito il caso con rapidità e coscienza professionale, dimostrando tra l’altro che certe tragiche lezioni del passato non sono state dimenticate e “isolare le mele marce” non è rimasto solo uno slogan. Non faremo sconti a nessuno, ha detto ieri il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, e anche questa frase incoraggia. La vicenda di Rogoredo è stata, fra il 26 gennaio e il 5 febbraio scorsi, il più mediatico, emotivo, viscerale, tra tutti i casi di presunta legittima difesa che hanno acceso il dibattito italiano. Uno spacciatore marocchino pluri-pregiudicato (Abderrahim Mansouri detto Zack, 28 anni) che alza un’arma contro un poliziotto d’esperienza (l’assistente capo C.C., 42 anni), quello gli spara per difendersi (dice), lo uccide e finisce nel registro degli indagati, secondo procedura. In cinque minuti era già scandalo, col centrodestra turbato, indignato, mobilitato contro l’orrore di un agente sotto inchiesta “per aver fatto il suo dovere”. Ed è inutile riassumere l’elenco delle rabbie e delle solidarietà anche istituzionali e ministeriali: un’onda, uno tsunami, una valanga indignata usata poi per accelerare il pacchetto sicurezza con il famoso scudo penale. Detto fatto. Consiglio dei ministri: per i poliziotti mai più l’onta di finire nel registro degli indagati, piuttosto una “annotazione preliminare, in separato modello”, che lo stesso ministro Carlo Nordio spiegherà dopo il varo della misura in Consiglio dei ministri con l’esempio “del poliziotto che spara perché viene minacciato con un’arma”. Insomma, c’erano tutti i presupposti perché la magistratura milanese chiudesse l’indagine alla bell’e meglio e assecondasse il racconto già scritto dalla politica su colpevoli e innocenti, sprofondando l’affaire Rogoredo nelle lungaggini procedurali o seppellendolo sotto una veloce archiviazione. Ma Milano non è Minneapolis, i nostri giudici non sono Pam Bondi, la nostra polizia non è l’Ice. E dunque l’inchiesta è stata avviata con cura, i dettagli ricontrollati, i tabulati telefonici acquisiti, le perizie eseguite - con sconcertanti risultati: sull’arma finta attribuita a Zack non c’erano le sue impronte - e i testimoni in divisa, infine, interrogati con le garanzie dovute, hanno raccontato una verità assai diversa da quella del loro capo. Sono almeno due i dati su cui riflettere. Il primo riguarda la lezione di efficienza che arriva dal sistema giudiziario, capace di agire bene e in fretta anche quando le circostanze incoraggiano al disimpegno. Mentre raccontiamo pm e giudici come potere fragile, ossessionato dalla carriera, disposto a ogni compromesso per una promozione, afflitto da inguaribile amichettismo, irresoluto, artista del rinvio, ci arriva invece l’esempio di inquirenti che fanno il loro lavoro come da manuale. È immaginabile non siano i soli. Ed è credibile che, anche sotto questo aspetto, il nostro sistema sia assai più sano di quel che dicono certe Cassandre della catastrofe e del baratro. Ma il caso mette in guardia anche la politica dalla pratica dei decreti “on demand”, quelli prodotti sulla scia di casi di cronaca ad alta tensione per dare un riscontro al sentimento popolare. Dal decreto rave, che segnò il debutto del governo, al progetto dei metal detector all’ingresso nelle scuole appena autorizzato da una circolare, ne abbiamo visti tanti. Magari c’è pure un pezzo di elettorato che applaude, ma il cortocircuito è dietro l’angolo e Rogoredo lo dimostra. Abbiamo prodotto una norma per evitare l’onta del termine “indagato” a un poliziotto minacciato con un’arma, salvo scoprire che indagarlo era sacrosanto, che l’arma chissà da dove veniva, che la difesa non è sempre legittima: anzi, talvolta, non è nemmeno difesa. Il “no comment se non conosco” chiude la campagna flop di Salvini su Rogoredo di Federico Capurso La Stampa, 21 febbraio 2026 Senza se e senza ma. Anzi, forse. Il vicepremier ha cavalcato il caso più di chiunque altro nel centrodestra. Sul sito della Lega la raccolta firme “Io sto con il poliziotto”, 7 mila adesioni. Giorgia Meloni ha avuto “una bella fortuna”, dicono dentro la Lega. C’è chi ha guardato “per curiosità” il video della tappa della premier a Rogoredo, mentre si dirigeva a Milano per l’apertura delle Olimpiadi invernali. Era passata appena una settimana dal caso del poliziotto che aveva sparato e ucciso Abderrahim Mansouri. Strette di mano, saluti, ringraziamenti per il lavoro svolto, ma Meloni aveva incontrato solo Carabinieri e militari impegnati nell’operazione “Strade sicure” davanti alla stazione. “Se invece avesse trovato e stretto la mano a quel poliziotto, ora l’attenzione sarebbe tutta su di lei”, dice un leghista. Sembrano proprio quei se che di solito alimentano il rimorso. E con cui si prova a nascondere dietro la sfortuna quella che invece fu una precisa scelta politica di Matteo Salvini: cavalcare il caso più di chiunque altro nel centrodestra. In poche ore, il leader del Carroccio aveva lanciato la campagna “Io sto con il poliziotto”, organizzato una raccolta firme per esprimergli solidarietà, dato ordine di allestire gazebo i in giro per l’Italia per le settimane a venire. Il 27 gennaio, poche ore dopo la morte di Mansouri, aveva già le idee chiarissime: “Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Io sto con il poliziotto senza se e senza ma”. Oggi, invece, fa improvvisamente spallucce: “Non entro nel merito di quello che non conosco”. Raccontano che per il vicepremier non sia stato però un fulmine a ciel sereno. Alcuni giorni fa - trapela da una fonte dell’esecutivo - sarebbero filtrate delle indiscrezioni sull’inchiesta che lasciavano intendere come fosse possibile un’altra verità rispetto a quella emersa inizialmente. Il leader, allora, avrebbe deciso di silenziare la sua personale campagna in favore del poliziotto per concentrarsi sul referendum, mentre le truppe proseguivano la battaglia più sottotraccia, nei loro territori. Il rumore del tonfo dopo lo scivolone, così, per il leader si è forse attutito, ma il problema non è scomparso. I giornalisti gliene chiedono conto e la prima contromossa è trasformare il suo “stare con il poliziotto” in un più generico e prudente: “Sto sempre dalla parte delle forze dell’ordine”. Poi sposta il riflettore sulla vittima: “Se non ci fossero spacciatori in giro, il mondo sarebbe migliore per tutti”. Ma anche così, è difficile uscire dall’angolo. Al sostegno delle divise si affianca quindi il rilancio: se il poliziotto ha sbagliato, fanno sapere al quartier generale della Lega, “deve pagare come e più di una persona qualunque, perché ha tradito la fiducia dei cittadini”. La campagna di raccolta firme “io sto con il poliziotto”, intanto, è ancora lì, sul sito del partito, ferma a quota 7.045 adesioni. E fino all’altro ieri ancora si organizzavano gazebo in giro per il Paese. Come quello in Toscana al quale ha partecipato il senatore Manfredi Potenti, che con un certo slancio di fantasia provava a collegare la campagna “Io sto con il poliziotto” con la battaglia referendaria: “Poliziotto indagato per omicidio: al referendum giustizia io voto sì”. Con tutta la buona volontà, è impossibile cogliere un nesso logico tra indagini e referendum, ma quello di Potenti non è un caso isolato nel partito. Rischia, quindi, di trasformarsi nell’ennesimo scivolone in vista del voto sulla riforma della magistratura (non della “giustizia”). Perché la situazione attuale sembra confermare esattamente l’opposto di quanto dicevano i leghisti: di fronte a dei dubbi, è un bene che il poliziotto sia stato indagato e che si possa fare maggiore chiarezza. Nonostante tutto questo, in ogni caso, non c’entri assolutamente nulla con la riforma della magistratura. Fratelli d’Italia, in queste settimane, non è rimasta in disparte. Sempre attenta a non lasciare spazi alla Lega sul tema della sicurezza, aveva organizzato una delegazione guidata dall’assessore alla Sicurezza della Lombardia, Romano La Russa, fratello del presidente del Senato Ignazio, con cui si era recata in questura a Milano per esprimere “solidarietà” nei confronti dell’agente di polizia. Era intervenuto anche il deputato milanese Riccardo De Corato dicendo di voler incontrare il poliziotto, anche lui desideroso di esprimergli solidarietà. Adesso, quando gli si chiede se avrebbe le stesse certezze nello schierarsi da una parte, ha la stessa reazione di Salvini e sposta l’attenzione dal particolare al generale: “Noi siamo dalla parte delle divise e lo saremo sempre”, punta i piedi De Corato. Anche dalla parte del poliziotto? “Se qualcuno ha sbagliato, saremo chiarissimi nel condannare, ma resteremo con le forze dell’ordine”. Le certezze che dentro FdI avevano portato a un impeto di solidarietà con il poliziotto, adesso, sembrano svanite. Dove prima non si avevano dubbi, e con un colpo d’ascia si dividevano i buoni dai cattivi, ora invece si accoglie a braccia aperte quel che di buono porta con sé l’incertezza. “Aspettiamo prima di dare valutazioni”, prendono tempo nel partito di Meloni. “In questa storia non c’è nulla di definito - dice anche De Corato - Mi sembra si stia facendo un processo mediatico quando non sono stati ancora accertati i fatti. È il solito gioco. E si è visto anche nel caso Rami: chi guidava quel motorino adesso è in galera”. Caso Moussa Diarra, c’è un nuovo video in stazione di Beatrice Branca Corriere del Veneto, 21 febbraio 2026 Il Comitato: “Si vede che camminava lento e assorto e non inseguiva nessuno”. Pubblicato un altro video sugli ultimi attimi di vita del 26enne maliano, ucciso il 20 ottobre 2024 in stazione Porta Nuova a Verona da un agente della Polizia Ferroviaria che lo ha colpito con un proiettile dritto al cuore. Continua il dibattito pubblico sulla morte di Moussa Diarra e nelle ultime ora sbuca un altro video sugli ultimi attimi di vita del 26enne maliano, ucciso il 20 ottobre 2024 in stazione Porta Nuova da un agente della Polizia Ferroviaria che lo ha colpito con un proiettile dritto al cuore. Nella serata del 18 febbraio il Comitato Verità e Giustizia per Moussa ha pubblicato un’altra clip sulla sua pagina Facebook dove si vede il giovane camminare nell’atrio della stazione e i due agenti della Polfer, quello che ha sparato e il suo collega, che lo inseguono correndo. “Moussa Diarra verrà ucciso sette secondi dopo”, dice una voce fuori campo che accompagna il video. “Si sta cercando di spostare l’attenzione, affermando che Moussa inseguiva i poliziotti - scrive il Comitato in un post su Facebook -. I video completi mostrano come fossero loro ad inseguire lui che camminava lento e assorto per la stazione, senza fare caso a nessuno, probabilmente immerso nel suo dolore e nei pensieri ossessivi che senz’altro aveva. Avrebbero avuto bisogno di ben altra presa in carico”. Pochi giorni fa l’avvocato del poliziotto, Matteo Fiorio, aveva invece riferito come non fosse “vero che il ragazzo fosse inseguito dai poliziotti. Sono stati invece gli agenti della Polfer ad essere stati improvvisamente aggrediti da Moussa, armato di coltello e in rapida avanzata verso di loro”. Parole che, per il Comitato, sono “smentite dalle immagini chiare dei video di sorveglianza della stazione”. Nel frattempo, proseguono le polemiche anche sul primo video diffuso da Ilaria Cucchi sui suoi profili social. Immagini crude che ritraggono gli ultimi attimi di vita del 26enne maliano, ucciso il 20 ottobre 2024 in stazione Porta Nuova da un agente della Polfer che lo ha colpito con un proiettile dritto al cuore. Nella breve clip Moussa è a terra agonizzante e nei primi secondi sta stringendo il coltello nella mano mentre il poliziotto che ha sparato si china su di lui chiamando i soccorsi. “L’avvocato Anselmo da tempo si professa un cultore dell’approccio mediatico nelle vicende giudiziarie - dice Stefano Paoloni, segretario generale del SAP -. In questo momento, in cui il gip deve decidere rispetto alla richiesta di archiviazione nei confronti del collega della Polfer di Verona, che è stato costretto a difendersi dall’aggressione, l’uscita della senatrice Cucchi rappresenta lo strumento per riaprire il dibattito sulla vicenda e gettarlo in pasto all’opinione pubblica, banalizzando sul coltello impugnato, tanto da definirlo una posata”. Sulle critiche al video pubblicato da Cucchi e in particolare sull’accusa di aver tagliato qualche frame interviene anche qui il Comitato di Verità e Giustizia per Moussa. “Chi si immaginava un kriss o una scimitarra è rimasto scioccato alla vista di un coltellino seghettato di quelli che si usano per tagliare la pizza, e a volte devi anche insistere - riferisce il Comitato -. Un’altra accusa rivolta a Cucchi è di aver tagliato il video ad arte, non mostrando la pietas del poliziotto nel cercare disperatamente di rianimare Moussa. Quel tentativo c’è stato, è vero, ma su un corpo ormai morto, ben dopo aver curato attentamente che il famoso coltello venisse inquadrato dal telefono di un volenteroso collega”. “Gli agenti avevano a disposizione taser e scudi, ma è stata usata la pistola - scrive l’avvocato Fabio Anselmo della famiglia Diarra in un post Facebook -. Dopo lo sparo è rimasto a terra agonizzante. Nel caso Diarra il processo mediatico non è partito dai social o dai giornali, ma dalle istituzioni. La procura ha chiesto l’archiviazione. Deciderà il giudice dopo l’opposizione dei familiari. Siamo a Verona, non a Minneapolis, e l’uso della forza letale deve restare un’estrema ratio”. Padova. Come l’arte migliora la vita e i pensieri: cinque anni di attività di Momart con i detenuti di Alta Sicurezza ora trasferiti Ristretti Orizzonti, 21 febbraio 2026 L’attività dell’Associazione Momart nel reparto di Alta Sicurezza al Carcere Due Palazzi è iniziata nel 2021 su richiesta del Settore Servizi Sociali del Comune nell’ambito del “Progetto Carcere”, nonostante la situazione sanitaria dovuta alla pandemia, con la realizzazione di corsi di pittura e di scultura. Nell’ambito carcerario, in cui la quotidianità si fa più opprimente e l’individuo è portato a perdere progettualità, l’attività laboratoriale si è dimostrata un valido aiuto a sviluppare relazioni costruttive, spingendo i partecipanti a fare gruppo attorno ad un interesse comune. I laboratori sono stati anche un momento di crescita culturale, stimolando l’interesse di alcuni allievi verso percorsi di studio e scolastici fino a quel momento abbandonati o addirittura sconosciuti. L’esperienza ha dimostrato che il fare artistico libera il pensiero creativo, rendendo le persone migliori ed educandole a trovare una propria forma espressiva. L’obiettivo del laboratorio di pittura è stato sperimentare l’attività come strumento per praticare una gestualità nuova, per prendere fiducia nelle proprie capacità pratiche, per aumentare le capacità di attenzione e di concentrazione, per recuperare un’immagine positiva di sé. L’attività è stata proposta a undici detenuti, sette dei quali hanno partecipato attivamente e con regolarità: due avevano già partecipato al laboratorio di scultura, due già dipingevano, uno sta frequentando in carcere il Liceo Artistico e il programma di laboratorio è stato concordato con il suo insegnante. Il laboratorio di scultura ha visto coinvolti 5 detenuti che già avevano dimostrato precedenti abilità artistiche ed ottime qualità di condotta per cui durante la settimana i corsisti hanno sempre avuto la possibilità di continuare ad esercitarsi e lavorare in autonomia, utilizzando liberamente tutto il materiale e gli attrezzi a loro disposizione per scolpire. Il corso ha continuato una realtà laboratoriale iniziata nel 2018 denominata “ScolpiAmo”. Le sculture create all’interno del laboratorio sono testimonianza di un messaggio importante e costruttivo: la “buona attività” genera circoli virtuosi e chi lavora con impegno ha grandi gratificazioni. I risultati sono stati ampiamente al di sopra delle aspettative: due opere di scultura sono addirittura state richieste come oggetto di dono personale a Papa Bergoglio, i lavori di pittura e di scultura sono stati esposti nello stand del Momart ad “Arte Padova” 2022, al Mercatino degli Artisti in Piazza Capitaniato a Padova, ad una prima mostra “Evasioni” presso la Galleria Momart. E’ stata realizzata una importante mostra, “Evasioni”, presso la Galleria Civica di Padova con il patrocinio del Comune di Padova Settore Cultura che ha avuto un enorme successo, sia di pubblico che di critica. Nella mostra i detenuti esponevano con altri artisti padovani e sono apparsi come “artisti” e non come “detenuti”. In questa occasione alcuni di loro hanno potuto godere di permessi per la prima volta. Tutta l’attività svolta è ampiamente documentata con articoli di giornale, pubblicazioni online e materiale cartaceo impaginato ad hoc per ogni specifico evento (pieghevoli, cartoline, brochure, catalogo). Un detenuto, ora in semilibertà, continua a frequentare i corsi di scultura al di fuori del carcere, altri detenuti quando godevano di permessi frequentavano mostre e i corsi presso la sede dell’associazione dimostrando un interesse per l’arte che andava oltre al fatto di passare un po’ di tempo al carcere Padova. Carcere, Ristretti dal Dap a Roma: “Noi un modello” di Luca Preziusi Il Gazzettino, 21 febbraio 2026 “Non chiediamo detenuti d’élite, ma bisogna costruire dei percorsi e Padova deve restare un modello. Se al posto dei reclusi dell’alta sicurezza arrivano altri che devono scontare pene di pochi mesi, rischiamo di diventare un carcere comune”. Parola di Rossella Favero di Ristretti Orizzonti. Dopo l’improvviso trasloco dei 22 detenuti dell’alta sicurezza, il suicidio di uno di loro e le tanti manifestazioni di dissenso da parte di terzo settore e guardie penitenziarie (con tanto di benedizione del Vescovo Cipolla), i volontari di Ristretti Orizzonti hanno incontrato mercoledì scorso a Roma i vertici del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che quella decisione l’ha presa più di 11 anni fa declassando il Due Palazzi, ma l’ha messa in pratica il 28 gennaio scorso senza nessun preavviso. Neanche la direttrice del carcere Maria Grazia Lusi sapeva nulla di quella che è stata definita “deportazione”. A Roma ad accogliere gli esponenti dell’associazione che edita il giornale del carcere Due Palazzi da ormai 25 anni, c’erano Stefano Carmine De Michele ed Ernesto Napolillo, rispettivamente capo e direttore della direzione degerale detenuti e trattamento del Dap, i due dirigenti che hanno firmato il carteggio nei mesi precedenti al trasloco, evidenziando anche come eventuali trasferimenti sarebbero dovuti essere gestiti con grande delicatezza da parte di tutti per tutelare i detenuti. E invece proprio loro hanno poi ordinato lo sgombero dei 23 detenuto del circuito di Alta sicurezza del Due Palazzi nel giro di 24 ore. Nella notte dello spostamento, uno di loro, Pietro Marinaro, si è tolto la vita. Il giorno dopo anche un altro detenuto (non trasferito e non dell’Alta sicurezza) ha compiuto lo stesso gesto. Questo ovviamente ha creato allarme, tant’è che all’alba di quei giorni davanti al carcere c’è stata la mobilitazione del terzo settore, alla quale hanno partecipato anche le guardie penitenziarie, l’amministrazione comunale e il Vescovo, Claudio Cipolla. In prima linea Ristretti Orizzonti, che in settimana è stata a Roma: “Abbiamo fatto questa richiesta ai vertici del Dap perché Padova deve conservare gli standard di carcere modello - spiega Rossella Favero. Il nostro lavoro è quello delle altre realtà ha l’obiettivo di far redimere i detenuti, la vera essenza della detenzione. Ma per mantenere questo modello bisogna avere reclusi per almeno 4 o 5 anni. E questo non dipende, come sostengono i malpensanti, dal fatto che altrimenti non lavoreremmo noi, ma perché noi offriamo un’esperienza che non si fa da nessun’altra parte, che funziona e porta risultati”. Oltre a questo tema il coordinamento di Ristretti Orizzonti ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della casa di reclusione di Padova, da istituto innovativo nell’ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo. I volontari di Ristretti Orizzonti hanno documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell’Alta Sicurezza trasferita: molti, tra l’altro, avevano anche dei permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all’esterno: “Ci sono stati dedicati tempo e attenzione e il confronto è stato ricco e intenso - raccontano Ornella e Rossella Favaro, insieme ad Attilio Favero storico referente di Ocv e Gianluca Chiodo. Il tema Alta Sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale. È emersa l’ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra Dap e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia. Abbiamo poi l’accordo sull’importanza di favorire l’accesso alla reclusione di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che rendono la casa di reclusione un modello di rieducazione a livello nazionale”. Padova. “Non snaturare il Due Palazzi”. Via al tavolo di lavoro Corriere del Veneto, 21 febbraio 2026 Evitare il rischio di snaturare il Due Palazzi e, quindi, di compromettere lo svolgimento delle numerose attività di rieducazione e risocializzazione dei detenuti che, dalla fine degli anni Ottanta, lo rendono un carcere modello a livello nazionale. È soprattutto questo l’obiettivo che le tante associazioni del terzo settore che da tempo operano all’interno dell’istituto di reclusione padovano hanno espresso, tre giorni fa, durante un incontro, a Roma, con il capo del Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Stefano Carmine De Michele, e con il direttore della Direzione generale detenuti e trattamento, Ernesto Napolillo. Un incontro, quello di cui hanno riferito ieri Rossella Favero e gli altri responsabili della rete di volontariato Coordinamento carcere Due Palazzi, giunto a distanza di meno di un mese da quanto avvenuto a fine gennaio scorso, quando due ristretti, Giovanni M., cosentino di 74 anni, e Matteo G., vicentino di 33, si sono tolti la vita dentro le loro celle, all’indomani dell’improvviso trasferimento in altre strutture detentive (a Parma, Sulmona, Secondigliano e Catanzaro) dei 22 reclusi del reparto Alta sicurezza. “Questo tema - si legge nella nota diffusa da Favero e colleghi, riferendosi appunto all’alta sicurezza - è stato affrontato in modo strutturale, partendo dal numero esorbitante, circa 9.800 unità, di detenuti coinvolti ed approfondendo la questione della loro declassificazione a detenuti comuni, alla luce di una circolare risalente addirittura al 2015 e non ancora applicata. E in merito, è emersa l’ipotesi di attivare un tavolo di lavoro congiunto tra Dap e terzo settore, interessando anche la Dda”. Quindi, a proposito delle attività di rieducazione e risocializzazione di cui sopra, il Coordinamento carcere Due Palazzi ha appuntato: “Per evitare il rischio di un progressivo snaturamento, cosa che sta a cuore pure alla polizia penitenziaria, vi è stato accordo sull’importanza di favorire l’accesso, in sostituzione di quelle dell’alta sicurezza, di persone con fine pena consistente, così da inserirle in percorsi di lungo periodo”. “L’incontro - hanno evidenziato infine Favero e colleghi - si è concluso con l’impegno comune a raggiungere tali obiettivi”. Bologna. Il carcere Dozza “a un passo da quota 1.000 detenuti. È una bomba pronta a esplodere” di Giuseppe Baldessarro La Repubblica, 21 febbraio 2026 Il carcere della Dozza “a un passo da quota 1000 detenuti. È una bomba pronta a esplodere”. È “una bomba pronta ad esplodere”. Così l’assessora al Welfare del comune, Matilde Madrid, definisce le condizioni di sovraffollamento del carcere della Dozza arrivato a quasi mille presenze. Si tratta di una situazione “di una gravità inaudita” e in rapida e drammatica evoluzione. A fine gennaio infatti i detenuti erano 870, “ma in queste prime settimane di febbraio siamo già saliti a 890 e stiamo arrivando velocemente ai 900. Se nulla accade abbiamo la soglia di 1.000, col il raddoppio della capienza massima, ad un passo”. Questa situazione, aggiunge ha detto l’assessora parlando al Question time in Comune su richiesta dei consiglieri Pd, determina un “effetto aberrante sulla qualità delle condizioni detentive, ricordo che la pena consiste nella perdita della libertà non della dignità, ma anche della qualità del lavoro di chi opera nel carcere”. Peraltro, Madrid segnala anche che hanno fatto ritorno alla Dozza detenuti che erano già stati allontanati dalla casa circondariale bolognese “per gravi e comprovati motivi di sicurezza”. Ormai da tempo lo stesso tipo di allarme viene lanciato anche dai diversi sindacati della polizia penitenziaria che segnalano quotidianamente episodi violenti sia tra i detenuti che nei confronti degli operatori della penitenziaria. Verona. Il Garante Don Vinco: “Sovraffollamento al 200%, ma segnali di miglioramento” daily.veronanetwork.it, 21 febbraio 2026 In Consiglio comunale il Garante Don Carlo Vinco ha denunciato le criticità della Casa Circondariale di Montorio, tra sovraffollamento e disagio psichico, ma ha riconosciuto i passi avanti con il rientro della direttrice Mariagrazia Bregoli. Don Vinco, Garante dei Detenuti, ha illustrato durante il Consiglio Comunale di Verona le problematiche e le migliorie del carcere di Montorio apportate grazie al rientro della direttrice Mariagrazia Bregoli. Una situazione difficile, quella del carcere di Montorio, ma la nuova dirigenza ha dato un impulso positivo alla vita del carcere in tutte le sue componenti. Questo in sintesi l’intervento del Garante per i diritti dei detenuti, Don Carlo Vinco nel consiglio comunale di stasera. “A fronte di 335 posti regolamentari, si è arrivati nei mesi estivi a oltre 600 presenze, con una pressione che sfiora il 200%. Questo significa celle sovraffollate, servizi insufficienti e condizioni che incidono sulla dignità delle persone detenute e sul lavoro quotidiano degli operatori. Va ricordato che, nonostante alcuni interventi di manutenzione e il completamento della ristrutturazione delle sezioni femminili, permangono situazioni critiche soprattutto in parte delle sezioni maschili, dove non tutte le celle sono ancora dotate di servizi adeguati come previsto dalle norme. Preoccupa inoltre l’abbassamento dell’età delle persone detenute: anche a Verona una quota significativa ha meno di 24 anni”. “È un dato che interpella tutti, perché chiama in causa non solo il sistema penitenziario ma il contesto sociale, educativo e preventivo. Altro elemento rilevante - ha sottolineato il Garante - è la composizione della popolazione detenuta: se a livello nazionale la percentuale di cittadini stranieri si attesta attorno al 38-40%, a Verona supera il 60%. Questo dato va analizzato con serietà, soprattutto in prospettiva di reinserimento, perché molte persone non hanno una rete familiare o abitativa su cui contare al momento dell’uscita”. “Un capitolo particolarmente delicato riguarda l’aumento delle situazioni di disagio psichico e di dipendenza. Sempre più spesso il carcere si trova a gestire persone con gravi fragilità psicologiche, talvolta dichiarate incompatibili con il regime detentivo ma senza una concreta alternativa esterna. In questo ambito è fondamentale il lavoro del Dipartimento di Psichiatria, in particolare del dottore Giuseppe Imperadore e la presenza diretta di figure qualificate, così come è significativo il percorso di crescita professionale e umana compiuto dagli agenti impegnati nelle sezioni più complesse”. “Resta però evidente - ha evidenziato Don Vinco - la necessità di un rafforzamento strutturale dei servizi sanitari interni. Non mancano, tuttavia, segnali positivi. Il rientro della direttrice Mariagrazia Bregoli ha contribuito a ristabilire un equilibrio organizzativo e a dare continuità gestionale. La ristrutturazione delle sezioni femminili rappresenta un intervento importante sul piano della dignità degli spazi. Inoltre, l’ambito della formazione sta dando risultati incoraggianti: sono aumentate le iscrizioni ai corsi di alfabetizzazione, alla scuola media e ai percorsi professionali, con nuove progettualità in vista. La scuola e il lavoro restano strumenti essenziali per ridurre la recidiva e offrire una reale prospettiva di reinserimento”. “Il carcere - ha concluso Don Vinco - non può essere solo un luogo di contenimento. Deve essere uno spazio in cui si garantisce legalità, ma anche dignità, cura e opportunità. Per questo servono investimenti concreti, stabilità nella governance e una responsabilità condivisa tra istituzioni, territorio e società civile. Solo così si può affrontare in modo strutturale una situazione che, altrimenti, rischia di restare in costante emergenza”. Il sindaco Damiano Tommasi ha chiesto a Don Vinco se all’interno del carcere, si può praticare lo sport chiedendosi “se il tema della mancanza dello sport strutturato in carcere sia legato più all’assenza di iniziative di società sportive o di altri attori come può essere la facoltà di scienze motorie. Oppure se siamo di fronte a un tema di carenza strutturale degli spazi e quindi diciamo una carenza strutturale del carcere che poi impedisce di fatto alle associazioni di entravi a fare attività sportiva, oppure se occorre riattivare le iniziative e allora in quel caso proviamo ad attivarci in questa direzione”. La consigliera Maria Fiore Adami di Fratelli d’Italia ha ringraziato Don Vinco per il lavoro che svolge e per la capacità di restituire al Consiglio ogni anno la realtà concreta del carcere di Verona. “È un contesto complesso - commenta Adami - dove operano persone che spesso, pur senza strumenti adeguati, dimostrano grande dedizione. Preoccupa l’abbassamento dell’età dei detenuti: è un tema che chiede una riflessione profonda e multidisciplinare”. “La relazione del Garante non è solo un documento tecnico, ma uno specchio della qualità della nostra democrazia - ha aggiunto Carlo Beghini, consigliere del Pd -. Il carcere è parte della città e investire in reinserimento significa investire in sicurezza. Verona sta facendo la sua parte con progetti concreti di formazione e lavoro, ma dobbiamo continuare a rafforzare questo impegno, nel rispetto dei principi costituzionali”. La consigliera Chiara Stella, Lista DTS, si è mostrata preoccupata sull’aumento significativo dei giovani migranti detenuti. “È importante capire - ha chiarito Stella - quali percorsi di accompagnamento e opportunità vengano attivati per questi ragazzi all’interno della Casa Circondariale, affinché il periodo di detenzione non sia solo custodia ma anche possibilità di cambiamento”. Jessica Cugini di Sinistra Italiana ha evidenziato: “I numeri dei decessi e dei suicidi in carcere ci ricordano quanto sia fragile la condizione detentiva. Il sovraffollamento e l’aumento dei giovani detenuti impongono una riflessione sulle politiche nazionali. Senza misure alternative e senza presa in carico delle marginalità, il carcere rischia di essere solo contenimento, lontano dalla funzione rieducativa prevista dalla Costituzione”. Tuttavia si possono cogliere segnali di miglioramento, in particolare nel rapporto tra direzione del carcere e territorio e nella collaborazione con il Comune come ha evidenziato lo stesso Don Vinco. “Restano però - fa notare Lorenzo Didonè, del gruppo DTS, - criticità evidenti, a partire dal sovraffollamento e dalla carenza di personale. Anche la difficoltà nel reperire figure sanitarie specialistiche, come gli psichiatri, è un segnale che richiede attenzione a livello regionale e nazionale”. Rovigo. Lunedì apre il carcere minorile di Francesco Campi La Voce di Rovigo, 21 febbraio 2026 Al dibattito interventi del magistrato Pavarin e del direttore Arba: “Il fine è rieducare”. “Da lunedì ci saranno nuove presenze al minorile”. A dirlo, ieri pomeriggio, nel corso del convegno in Gran Guardia “Carcere di Rovigo: realtà, priorità, necessità, possibilità”, organizzato dalle associazioni “Cultura e sport insieme” e “Nuovi germogli”, è stato il sindaco di Rovigo Valeria Cittadin. Questo significa che, come del resto già preannunciato in occasione dell’inaugurazione dello scorso 8 gennaio, l’istituto penale per minori del Triveneto, nato sulle ceneri della vecchia casa circondariale di via Verdi, inizierà a funzionare. Per il momento a mezzo servizio, visto che accoglierà una decina di giovani detenuti nell’ala interna, già completata, mentre la parte su via Mazzini è ancora un cantiere. A regime, accoglierà 31 ragazzi e vedrà all’opera 47 agenti di polizia penitenziaria. Il convegno, aperto dai saluti della presidente di Nuovi Germogli Valeria Toso, del senatore Bartolomeo Amidei e del sindaco Cittadin, moderato da Antonio Gianni Saccardin, è subito entrato nel vivo con l’intervento di Giovanni Maria Pavarin, già presidente del Tribunale di sorveglianza di Trieste, che dopo essere stato pretore a Rovigo, sua città natale, è stato magistrato di sorveglianza anche a Padova e Venezia e che ora è garante dei diritti dei detenuti a Trieste, il cui nome era circolato anche in ottica suppletive, che ha tenuto una disamina alta sul ruolo del carcere, sul dettato costituzionale, sulla finalità rieducativa della pena e sui problemi che vive questo mondo. Mondo che a Rovigo ha subito una trasformazione con la costruzione del nuovo carcere, attivo dal 2016, guidato ora da Mattia Arba, arrivato nel 2023, primo direttore “titolare” dall’apertura della nuova struttura. Ed è stato lui a tracciare un quadro della situazione della casa circondariale di Rovigo: “Dopo il carcere via Verdi, con pochi posti, adatto per dimensione alla realtà, è arrivato il nuovo carcere con 209 posti e una media di 280 detenuti, sovradimensionato rispetto alle esigenze: i detenuti polesani sono meno di 20, il resto sono alta sicurezza, detenuti per reati legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso, circa 90, e detenuti che vengono da sfollamenti di altri istituti principalmente dal Friuli Venezia Giulia. Il carcere vive un duplice equilibrio, interno, fra trattamento e sicurezza, ed esterno, fra esigenze e sicurezza”. Ha poi spiegato che, mentre è in costruzione il nuovo padiglione da 80 posti previsto dal Pnrr, è stata attivata la scuola serale di ragioneria e un’attività lavorativa di confezionamento di cerotti. E a breve partirà quella di panificazione interna, “non per far trascorrere il tempo ai detenuti ma in ottica di un ritorno nella società”. Il primo problema, ha detto, “è quello della mancanza di riferimenti esterni e di un’abitazione da parte di detenuti che avrebbero anche i requisiti per la semilibertà o i domiciliari”. Ricordando l’arresto dell’operatrice sanitaria beccata a portare droga all’interno, ha evidenziato come l’ultimo suicidio in carcere risalga al 2021 e che siano contenuti gli episodi di autolesionismo, rimarcando , insieme al comandante Antonio Zaza e al vicecomandante Antonio Di Feo, il delicato ruolo della polizia penitenziaria, “un corpo specializzato, come pochi Paesi hanno, che lavora disarmato” e che “deve gestire persone spesso con disturbi di personalità e dipendenze, sempre nell’ottica che la funzione del carcere non è solo punitiva ma anche riabilitativa anche davanti agli errori che la persona commette anche in carcere: mettendoci nell’ottica che lavoriamo con persone con grandi problematiche alle spalle si può avere un recupero sociale, ma il primo requisito è che la persona sia stimolata ad aderire”. Il carcere, ha chiosato “è una città nella città, che può essere una grande risorsa, sia in termini di lavoro che di indotto. E il ruolo del volontariato deve essere di supporto e non di sostituzione”. A proposito di volontariato, è poi intervenuto il direttore della Caritas Davide Girotto, oltre al garante dei detenuti di Rovigo Paolo Pavarin. Torino. Il giudice: “La rivolta nel carcere minorile è nata in un contesto di profondo malessere” di Ludovica Lopetti Corriere di Torino, 21 febbraio 2026 “Al Ferrante Aporti sovraffollamento e caldo torrido estivo”. Lo scrive il Tribunale nelle motivazioni della sentenza con cui è stato condannato a 4 anni e 2 mesi di carcere il minore già protagonista, ai Murazzi, del lancio della bici che ferì Mauro Glorioso. La devastazione dell’1 agosto 2024 al carcere minorile Ferrante Aporti non può essere imputata a motivi “futili”. Lo scrive il Tribunale per i minori nei motivi della sentenza con cui lo scorso 11 novembre ha inflitto 4 anni e 2 mesi di carcere a uno dei minorenni già condannati per il lancio della bici dai Murazzi, che prese parte alla sommossa. “Il reato - si legge nella sentenza - è stato commesso comunque in un contesto di profondo malessere quale quello connesso alla permanenza in carcere nei mesi estivi, in strutture, tra cui anche l’istituto per i minori di Torino, all’epoca in condizioni di sovraffollamento e strutturalmente non equipaggiate per fronteggiare il caldo torrido estivo”. In effetti, poco dopo i fatti, i protagonisti di quella convulsa notte dichiararono che la sommossa era stata una reazione a “condizioni invivibili”: “C’è il materasso sporco, dormiamo per terra”, “Ci mancavano gli armadi, la tv è rotta”, “La rivolta è scoppiata anche per il caldo”, si legge nei verbali. Inoltre è emerso che in quei giorni il numero dei detenuti al “Ferrante” aveva superato la capienza massima. Non certo un’attenuante, ma abbastanza per escludere un’aggravante a carico dei responsabili. Il giovane, difeso da Domenico Peila, rispondeva di devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale ed era l’unico ad aver scelto il rito ordinario. Gli altri detenuti sono già stati condannati a pene da 3 a 4 anni e 8 mesi nel giudizio abbreviato, per un totale di 35 anni di reclusione. Il collegio ribadisce che quella notte si assistette a “una nichilistica e sistematica distruzione e danneggiamento di tutto ciò che gli stessi (i partecipanti alla rivolta, ndr) si sono trovati davanti”. Tanto che “lo stesso direttore del carcere ha riferito di non essere stato in grado di trovare un solo punto specifico contro cui i ragazzi protestassero e su cui intavolare una trattativa”. Quanto al minorenne responsabile del ferimento di Mauro Glorioso, i giudici apprezzano “l’atteggiamento almeno parzialmente ammissivo” sulla partecipazione alla rivolta, che “pare poter essere letto come una iniziale presa di coscienza del disvalore delle proprie azioni”, sebbene le “numerose sanzioni disciplinari” ricevute in carcere “portino a pensare che la strada verso la risocializzazione del ragazzo sia ancora molto lunga”. Nella sentenza si cita anche una relazione trasmessa dal penitenziario di Catanzaro in cui il giovane viene descritto come “mite, ragionevole, collaborativo”, ma anche “estremamente manipolabile” in quanto “darebbe troppa importanza all’amicizia e restando solidale anche davanti alle proposte palesemente illecite”. L’1 agosto 2024 una ventina di reclusi appiccò il fuoco in varie parti dell’edificio di corso Unione Sovietica e distrusse celle, uffici, aule e palestra a colpi di sedie e tavoli, usati come spranghe. I rivoltosi filmarono tutto e postarono i video su TikTok e altri social network in tempo reale. I partecipanti furono una decina e agirono “in modo coalizzato e compatto”. Perché lo fecero? Secondo i giudici per esaltare un “modello alternativo alla legalità”, nell’ottica di un “euforizzante autocelebrazione intrisa di aperta ribellione alle regole interne e alle autorità preposte”. Monza. La firma in Comune di un patto sul carcere: reinserire i detenuti diventa più facile di Alessandro Salemi Il Giorno, 21 febbraio 2026 Terzo settore e istituzioni uniti con municipio, Cgil, Inps, Caritas e San Vincenzo. La direttrice Cosima Buccoliero: “Facilitiamo un percorso verso il futuro”. Un patto che guarda al futuro, alla dignità delle persone e alla costruzione di nuove opportunità. È stato firmato ieri mattina, nel Municipio di Monza, in occasione della Giornata internazionale della Giustizia sociale, l’accordo “Inclusione Carceri”, un protocollo che rafforza la collaborazione tra istituzioni e Terzo settore per accompagnare le persone detenute e le loro famiglie nel percorso di reinserimento sociale e lavorativo. Al centro dell’intesa c’è l’Inps, insieme al Comune di Monza, capofila dell’ambito territoriale che comprende anche Brugherio e Villasanta, alla casa circondariale di Monza, ad Afol (Agenzia per la formazione, l’orientamento e il lavoro), alla Cgil e a tre importanti realtà del terzo settore: Caritas Ambrosiana, Società di San Vincenzo De Paoli e associazione Carcere Aperto. Si tratta della seconda tappa di un percorso avviato nel 2025 con l’accordo “Inps in rete per l’inclusione”, ora potenziato e ampliato. L’obiettivo è favorire l’accesso alle prestazioni assistenziali e previdenziali da parte delle persone in stato di detenzione, attraverso una presa in carico coordinata, personalizzata e continuativa. Il protocollo prevede due principali azioni concrete e operative. In particolare, è stata attivata una casella di posta elettronica pensata come canale dedicato per i soggetti della Rete, arricchita dalla possibilità di appuntamenti personalizzati, svolti telefonicamente, in videoconferenza o in presenza. Parallelamente, un ruolo centrale sarà svolto dalle attività formative congiunte, rivolte agli operatori della Rete, finalizzate a rafforzare la conoscenza delle principali prestazioni e dei servizi Inps, nonché dei servizi offerti da Afol Monza e Brianza, favorendo un approccio integrato e una presa in carico più efficace dei bisogni. Già a novembre, nella sede Inps di Monza, si è svolto un primo momento formativo congiunto, considerato un passaggio decisivo per rafforzare competenze e collaborazione. Con l’ingresso strutturato della casa circondariale e del patronato Inca della Cgil, la Rete compie un ulteriore salto di qualità. “Lo sportello Inca Cgil è attivo alla casa circondariale già da diversi anni ed è aperto una volta al mese, ricevendo almeno una cinquantina di persone per volta - spiega Virginia Olivieri, operatrice di Inca Cgil Monza -. Ci occupiamo di pratiche per pensioni, invalidità civile, disoccupazione e servizi di questo tipo, stando a stretto contatto con le situazioni di fragilità”. L’iniziativa conferma il ruolo dell’Inps come attore sociale. “Con la linea Inclusione Carceri - sottolinea Rosaria Cariello, direttrice provinciale di Inps -, offriamo alle persone detenute e alle loro famiglie un supporto concreto per individuare le prestazioni a cui possono avere diritto, anche attraverso strumenti innovativi di consulenza a distanza. Un impegno condiviso per promuovere dignità, inclusione e accesso ai diritti sociali”. Sulla stessa linea il sindaco Paolo Pilotto: “La collaborazione tra istituzioni e Terzo settore è la chiave per risposte più tempestive e vicine ai bisogni reali”. Per Cosima Buccoliero, direttrice della Casa circondariale, l’accordo rappresenta “un passo importante nell’umanizzazione della pena” e nella responsabilizzazione dei detenuti: “Facilitare e garantire l’accesso ai diritti sociali e previdenziali, così complicato per i detenuti, significa offrire strumenti concreti per costruire un futuro diverso fondato sulla legalità e sull’inclusione”. Grazie al sostegno previdenziale e assistenziale, il protocollo facilita il percorso per il reinserimento lavorativo. Dal 2011, all’interno della casa circondariale, opera lo Sportello lavoro di Afol, punto di raccordo per pratiche amministrative, formazione e orientamento. “Il reinserimento lavorativo - evidenzia Silvia Costa, responsabile del Centro per l’impiego - è uno degli strumenti più efficaci per prevenire la recidiva e costruire percorsi di autonomia”. Firenze. Carcere e città: assemblea di presentazione del Gruppo Foucault e di un manifesto comune.firenze.it, 21 febbraio 2026 Palagi e Marmo (Spc): “Appuntamento al Circolo Arci 25 Aprile di via del Bronzino, alle 17 del 20 febbraio 2026”. “La nostra coalizione e i nostri gruppi consiliari hanno contribuito a far nascere il Gruppo Foucault sul carcere che questo pomeriggio, alle 17, presenterà un manifesto su cui si confronterà con tutte le realtà interessate a discutere come ripensare il rapporto tra Città e istituti penitenziari. Ci muoveremo dando il massimo sostegno al percorso e mettendolo a disposizione delle istituzioni di cui siamo parte, ringraziando da ora chiunque sarà presente e vorrà discutere con noi il testo che sarà presentato. E ovviamente ringraziando l’Associazione Progetto Firenze, con cui lavoriamo da anni su questi temi e che è l’altra realtà che ha contribuito a far nascere il gruppo”. Il carcere, così come oggi è pensato e praticato, rappresenta uno dei luoghi in cui più chiaramente emerge la crisi dell’idea contemporanea di giustizia. Le politiche penitenziarie dominanti continuano a muoversi entro paradigmi che si dichiarano alternativi, ma che nella realtà si sostengono a vicenda: la pena come retribuzione del male e la pena come rieducazione forzata. Entrambi questi modelli hanno mostrato il loro fallimento: il primo perché riduce la giustizia a una compensazione simbolica della sofferenza; il secondo perché pretende di “correggere” le persone senza interrogarsi sulle condizioni materiali, sociali e biografiche che precedono il reato. La pena, in questo assetto, smette di essere uno strumento di responsabilizzazione e diventa una pratica di neutralizzazione. La punizione assume una funzione prevalentemente rassicurante per la società esterna: conferma un ordine morale e produce distanza, rendendo accettabile l’indifferenza. Il carcere non è più orientato al futuro. Rimane inchiodato a un passato che non passa. Occorre spostare radicalmente lo sguardo. Ripensare la pena non significa negare la responsabilità. Significa sottrarla alla finzione di una responsabilità “pura”, astratta dalle condizioni di partenza. Nessuno entra nel sistema penale partendo dallo stesso punto: le diseguaglianze, le vulnerabilità, le fragilità psichiche e sociali non sono eccezioni. Sono, a tutti gli effetti della punizione, dati strutturali. Ignorarli significa costruire pene formalmente legittime e sostanzialmente cieche, destinate a produrre recidiva e ulteriore esclusione. Le pene alternative e la giustizia riparativa non rappresentano un’attenuazione della risposta penale, possono e devono essere considerate un suo ripensamento profondo. Spostano il baricentro dalla sofferenza inflitta alla responsabilità assunta; dalla segregazione alla relazione; dalla colpa come marchio alla riparazione come processo. Una giustizia che ripara non rimuove il conflitto: lo rende dicibile, attraversabile e trasformabile. Non si limita a punire un fatto: prova a ricostruire legami, a riconoscere danni e a riaprire possibilità. Questo cambio di paradigma non può essere calato dall’alto né affidato a riforme miracolistiche. Deve procedere per piccoli passi, concreti e verificabili, capaci di incidere nella realtà quotidiana dell’esecuzione penale. Firenze rappresenta un contesto unico: la presenza di tre istituti penitenziari profondamente diversi tra loro - l’IPM Meucci, il Gozzini e Sollicciano - consente di immaginare una politica integrata che tenga insieme politiche di comunità, custodia attenuata, salute mentale, misure alternative e territorio. Qui può prendere forma una nuova relazione tra carcere e città. Non una relazione emergenziale o caritatevole, ma una responsabilità pubblica condivisa. Aprire il carcere alla città significa rendere visibile ciò che oggi è rimosso; portare dentro servizi, competenze e reti; costruire percorsi di uscita reali, non simbolici. Significa riconoscere che il carcere non è un corpo estraneo, è una parte della polis, e che la qualità della giustizia si misura anche - e forse soprattutto - da come tratta chi ha sbagliato. Una politica penitenziaria dei piccoli passi non promette soluzioni definitive. Promette serietà, coerenza e coraggio. Promette di ridare senso alla pena, sottraendola alla vendetta e all’indifferenza, e restituendola al suo unico orizzonte legittimo: la dignità della persona e la sicurezza reale, non immaginaria, della comunità. Soprattutto, questa politica apre la strada a un orizzonte nuovo: un carcere che non si limita a contenere, ma che produce legami; che non reprime, ma riconosce; che non separa, ma integra. Ogni intervento concreto - una misura alternativa, un percorso di responsabilizzazione, un sostegno alla salute mentale - diventa un mattone di un edificio più ampio: un carcere finalmente capace di connettersi con la città. Così, la giustizia non resta un principio astratto. Diventa esperienza viva: chi sbaglia incontra la possibilità di ricostruire, chi osserva impara la responsabilità condivisa, e la città cresce nella sua capacità di essere comunità. Nei piccoli passi quotidiani si realizza la vera trasformazione: una pena che rigenera, una sicurezza che non umilia, una società che non rinuncia a sé stessa. Como. Incontro con Ilaria Salis, niente scontri: “Le carceri italiane devono cambiare” di Martina Radicchio laprovinciadicomo.it, 21 febbraio 2026 A Rebbio Dopo le polemiche, l’accoglienza del quartiere. Nel pomeriggio l’ispezione parlamentare al Bassone: “Passare dalla giustizia punitiva a quella trasformativa”. Alla fine Ilaria Salis è arrivata a Como. E la presenza è stata proporzionale alle dimensioni del ping pong di polemiche degli ultimi giorni: sala parrocchiale piena, gente in piedi nel corridoio, altre aule allestite in collegamento. “Ringrazio don Giusto per il lavoro che fa e per l’accoglienza calorosa in barba alle intimidazioni dei giorni passati” ha detto venerdì sera Salis. Il suo nome però va contestualizzato all’interno di un evento dedicato alla dimensione carceraria. Salis è stata infatti solo una delle sei persone che, alternandosi al microfono, hanno condotto la conversazione. “Risale a novembre la rivolta e il suicidio di un ragazzo della mia stessa età al Bassone” ha detto Lucas Radice, segretario provinciale della Sinistra Italiana. “La vicenda è stata trattata come emergenziale e straordinaria, ma è un’emergenza permanente. A Como abbiamo una delle strutture più sovraffollate d’Italia”. Dietro al grosso cancello della casa circondariale, “tre metri quadri sono lo spazio medio pro capite per ogni detenuto. Si tratta di uno spazio in cui una persona non può vivere. L’impatto sulla salute mentale e fisica c’è, così come sulle condizioni di lavoro degli agenti penitenziari”. A questo proposito, nel pomeriggio di venerdì l’europarlamentare di Avs è entrata al Bassone per un’ispezione a sorpresa, permessa dalla legge senza bisogno di autorizzazione al fine di verificare le condizioni di detenzione e di lavoro. “Ho trovato ciò che si trova nelle carceri italiane - ha detto Salis -. Un grosso problema di sovraffollamento, la mancanza di educatori, che sono uno ogni oltre cento detenuti. C’è la muffa nei bagni, i materassi logori, le lenzuola sporche”. Non c’è cosa però che racconti la quotidianità detentiva meglio di una persona che in carcere ha passato anni, come Francesco, un detenuto del Bassone che ha affidato a Paolo Bellati, operatore sociale, i suoi scritti: “In alcuni reparti si sta 20 ore in cella, non c’è occasione di avere uno spazio in cui racchiudersi in se stessi, tra persone che si feriscono e tentano il suicidio”. Anche Ilaria Salis, ha ricordato i mesi in carcere in Ungheria: “Avevo la percezione di una logica punitiva: siccome hai sbagliato, allora non hai più diritti. Eppure a chi entra in carcere deve essere data una possibilità di riscatto. Tornare nel mondo fuori senza aver seguito un percorso trattamentale vuol dire lasciare che il carcere replichi se stesso, come un tumore con le metastasi”. Laura Molinari, operatrice del Csv Insubria, è un’altra testimone della casa circondariale di Como. Ha raccontato dei centri diurni del progetto “Acdc” “nato per rispondere ai bisogni delle persone più fragili, principalmente con dipendenze e grave disagio psichico. Per questi individui, la conflittualità e l’isolamento sono ancora più alte e la possibilità di riabilitazione è più difficile per via del sovraffollamento”. A Como il centro “è attivo ogni settimana cinque volte nella sezione maschile e due volte al femminile, con attività educative di gruppo e individualizzate”. Infine, nell’aula parrocchiale non poteva che esserci anche l’intervento di don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio: “Noi qui ospitiamo persone torturate in Libia e in Tunisia dalla polizia e dai trafficanti, persone vendute come gli schiavi”. Il carcere di Como “è pieno di diciottenni, ventenni stranieri con queste storie: quale risposta per loro? Una politica migratoria seria, una presa in carico educativa anche dopo i 18 anni. Vero, a volte occorre fermare chi fa male, l’arresto ha senso. Ma servono educatori”. Palermo. L’ex Garante nazionale Mauro Palma riceve un dottorato di ricerca honoris causa L’Eco del Sud, 21 febbraio 2026 Una carriera al servizio dei diritti umani e della tutela dei più vulnerabili: Mauro Palma, ex presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha ricevuto dall’Università di Palermo il dottorato di ricerca honoris causa in “Diritti umani: evoluzione, tutela e limiti”. Alla cerimonia, tenutasi nell’Aula Magna di Palazzo Steri, hanno partecipato circa 60 studenti di tre scuole secondarie: i licei classici Umberto e Garibaldi e lo scientifico Cannizzaro. La carriera di Palma è contrassegnata da un incessante impegno per il rispetto dei diritti a partire dal 1975 quando, in seguito all’approvazione della riforma penitenziaria, costituì insieme ad alcuni giuristi e intellettuali il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza, focalizzato sullo studio di mutamenti legislativi e prassi nei procedimenti giudiziari contro esponenti di gruppi armati o persone accusate di supporto a tali organizzazioni; nel 1985 avrebbe poi fondato la rivista bimestrale Antigone (fondamentale per lo sviluppo del dibattito sulla dissociazione dal terrorismo), seguita nel 1991 dall’omonima associazione, di cui Palma rimase presidente per otto anni. Tra gli altri incarichi ricoperti figurano quello di presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa (2007-2011), presidente del Consiglio europeo per la cooperazione penalistica (2013-2015), membro del Gruppo di Esperti incaricati di assistere la Commissione Europea per la revisione del Regolamento sul controllo del commercio di determinate merci che potrebbero essere utilizzate per la pena di morte o per tortura e altri trattamenti inumani o degradanti (2012-2014), presidente della Commissione per i provvedimenti sul sovraffollamento delle carceri (2013-2016), consigliere del ministro della Giustizia per le tematiche sociali e della devianza (2013-2016) e componente del Comitato di esperti per la consultazione pubblica Stati generali dell’esecuzione penale (2014-2016). L’ultima funzione ricoperta (2016-2024), su nomina del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è quella di presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale: in tale veste Palma focalizzò l’attenzione non solo su carceri e istituti minorili, ma anche su trattenimento dei migranti, rimpatri forzati, trattamenti sanitari obbligatori, camere di sicurezza delle forze dell’ordine e residenze per persone con disabilità. “Sono assolutamente onorato di ricevere questo riconoscimento: cerco di interpretarlo come se fosse non tanto per la mia persona, quanto per tutte le realtà istituzionali e associative che ho contribuito a costruire negli anni”, racconta Palma, che poi si sofferma sul titolo della sua lectio magistralis a Palazzo Steri: Parole che tradiscono. “Spesso - aggiunge - utilizziamo parole che sembrano addolcire le situazioni: non c’è nessun provvedimento che non abbia all’inizio una premessa che dice che si rispettano i diritti umani di tutte le persone, ma se andiamo a vedere nel contenuto e nell’applicazione delle norme queste parole sono state tradite; a volte forse bisognava stare attenti alle parole stesse, perché essendo un po’ generiche avevano poi la possibilità di tradire l’intenzione di chi le aveva scritte”. La scelta di conferire un simile riconoscimento all’ex Garante dei detenuti, spiega il rettore dell’Università di Palermo Massimo Midiri, “è legata alla grandissima esperienza di una figura che ha impegnato tutta la vita al rispetto dei diritti umani: la sua produzione scientifica, la sua attività lavorativa e i suoi insegnamenti hanno sempre avuto come filo conduttore il rispetto dei diritti, esattamente quello che l’ateneo sta cercando di fare da qualche anno anche attraverso l’azione di centri specializzati dove lavorano docenti che in maniera trasversale e interdisciplinare veicolano il messaggio del rispetto dei diritti; temi come inclusività, rispetto delle minoranze, recupero di pezzi di popolazione che nella cultura possono vedere un ascensore sociale sono argomenti che rappresentano un filo conduttore. Questo dottorato si colloca nel contesto più ampio di un percorso che stiamo facendo tutti insieme, con la nostra Università che si pone al centro del dibattito culturale su diritti e inclusione”. Monza. Salute dietro le sbarre. Due palestre rinnovate e un personal trainer di Dario Crippa Il Giorno, 21 febbraio 2026 Il progetto dell’osteopata e preparatore atletico Massimo Messina. L’impegno: abbiamo già inaugurato le strutture con gli attrezzi che mancavano. Un personal trainer dietro le sbarre. Ma non per colpa, bensì per scelta e spirito di sacrificio. Per portare un progetto utile e salutare alla popolazione rinchiusa alla casa circondariale di Monza. “Perché i detenuti non sono diversi da noi. E hanno diritto a stare bene”. Parola di Massimo Messina, “iron man” nel corpo (ne ha già corsi diversi) e nella mente, un curriculum sterminato come personal trainer, appunto, ma anche una laurea in Scienze motorie, preparatore atletico, osteopata, massofisioterapista, biologo nutrizionista. Con grande senso dello sport e delle sfide, dato che è stato preparatore atletico della Nazionale dilettantistica maschile di golf per 12 anni e della Nazionale dell’Azerbaigian di canoa e kayak per 4. Perfino osteopata per cani e cavalli. E soprattutto un cuore grande. A cui un giorno è ricorso per varcare le porte della casa circondariale più sovraffollata e bistrattata del territorio per sottoporre un’idea alla sua direttrice, Cosima Buccoliero, da sempre impegnatissima nel recupero dei detenuti: il Progetto Salute e Benessere in carcere. “Sono molto contento e onorato - spiega Massimo Messina - Si tratta di un progetto ideato e e voluto dalla dottoressa Cosima Buccoliero e da me, e con l’aiuto dell’assistente tecnico del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Fulvio Manca, per cercare di aiutare i carcerati attraverso i tre pilastri della salute e del benessere: attività fisica e un corretto riposo durante la notte; alimentazione corretta; prevenzione e cura dei problemi fisici”. Aspetti trascurati dietro le sbarre. “Il nostro primo obiettivo - spiega sempre Messina - è stato risistemare le due palestre ubicate alla casa circondariale di Monza, e attraverso donazioni, abbiamo fornito attrezzature da palestra nuove o simil nuove, che sono andate a sostituire quelle non più funzionanti o a colmare le mancanze che c’erano”. E questo è stato fatto dopo un lavoro di mesi e ha portato negli scorsi giorni all’inaugurazione delle palestre, dopo pulizie straordinarie e intonacatura dei locali, delle due palestre, fornite già dei primi attrezzi. “Il primo passo per cercare di aiutare tutti quelli che sono in un momento di difficoltà è cercare di sostenerli e seguirli nel tempo, attraverso un’attività fisica che sicuramente li aiuta nel benessere generale psicofisico. Ringrazio tutte quelle persone che hanno donato dei piccoli o grandi attrezzi per aiutarmi a perseguire questo progetto. Ne abbiamo bisogno ancora. I prossimi obiettivi saranno seguire i detenuti durante l’attività fisica con schede personalizzate e poi fare degli incontri per spiegare la corretta alimentazione. Successivamente punteremo anche a organizzare appuntamenti per trattare i carcerati su problematiche muscolo-scheletriche con trattamenti di osteopatia e massofisioterapici. Inoltre, durante il periodo primavera-estate, cercheremo di organizzare altre attività che andranno a implementare gli sport che vengono già svolti grazie all’impegno del CSI (il Centro Sportivo Italiano, associazione che promuove lo sport come momento di educazione e crescita e aggregazione sociale, ndr)”. E altro bolle in pentola. “Un’idea potrebbe essere proporre uno stage o delle lezioni sulla dinamica e biomeccanica della corsa, ma altre attività sono allo studio. Cercheremo inoltre di lavorare anche per il benessere della polizia penitenziaria”. Qualsiasi aiuto da parte di persone che vogliano collaborare per la fornitura gratuita di attrezzatura è ben accetto “per chi vuole dare una mano alla popolazione carceraria”. Non è semplice calarsi nella realtà carceraria, “ma bisogna entrare e dare fiducia - assicura Messina -. Io sto dando tutto me stesso”. Napoli. Conclusa l’edizione del Premio Nazionale dedicato ad Annalisa Durante napolivillage.com, 21 febbraio 2026 La terza ed ultima giornata della VII Edizione del Premio Nazionale dedicato ad Annalisa Durante si è conclusa con la cerimonia di premiazione delle candidature pervenute dagli istituti penitenziari e dalle biblioteche carcerarie italiane. Come premio i detenuti hanno ricevuto una copia del volume “Mare dentro. La memoria di Annalisa Durante, dentro e fuori dal carcere”, scritto per l’occasione da don Tonino Palmese, Giuseppe Perna e Giannino Durante, con prefazione del presidente della Regione Campania Roberto Fico, l’introduzione della direttrice del carcere di Poggioreale Giulia Russo e la postfazione del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, pubblicato dalla Marotta & Cafiero Edizioni su iniziativa della Fondazione Polis della Regione Campania. “Mare dentro” racconta di come la memoria di Annalisa Durante, giovane vittima innocente di camorra, sia riuscita a tramutarsi in impegno educativo e di riscatto per tanti giovani, nelle scuole e nelle carceri di tutta Italia. Dall’uccisione di una ragazzina di 14 anni, in un quartiere dove non si leggeva ed imperava la camorra, sorge oggi una biblioteca sociale, che è presidio di legalità ed include minori, famiglie, persone con disabilità, giovani in messa alla prova ed una comunità impegnata a rialzarsi. Con il Premio Nazionale intitolato alla sua memoria, Annalisa è divenuta altresì strumento di giustizia riparativa ed occasione di riflessione e di riscatto anche per i detenuti. I saluti istituzionali sono stati affidati alla presidente del Tribunale di Corte di Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli, al procuratore generale della Corte di Appello di Napoli, Aldo Policastro, all’assessore alla Cultura della Regione Campania, in rappresentanza del presidente Fico, Ninni Cutaia e all’assessore alla Legalità del Comune di Napoli, Antonio De Iesu. Intervenuto Samuele Ciambriello, garante regionale per le persone private della liberà personale. Presente Simona Di Monte, avvocato generale della Corte di Appello di Napoli “Voglio ringraziare don Tonino Palmese e la Fondazione Polis Per le opere che compiono in memoria delle vittime innocenti, insieme al Coordinamento dei familiari delle vittime, anche nelle pratiche di giustizia riparativa rivolte ai detenuti. Il loro impegno è testimonianza effettiva di come possa esserci un cambiamento, una rinascita effettiva. Con Polis peraltro abbiamo aperto all’interno del Palazzo di Giustizia uno Spazio per le vittime di reato, un luogo di incontro, per una giustizia che non sia solo punitiva, sanzionatoria, ma una giustizia che ascolta, piena di umanità”, queste le dichiarazioni della presidente Maria Rosaria Covelli. “Ieri è stato il compleanno di Annalisa Durante, ci sembra giusto ricordarla con questa iniziativa speciale dove la famiglia Durante, Giannino Durante, porta avanti questa realtà all’interno di Forcella. Questa Biblioteca rappresenta per noi e per tutta la città una attenzione massima ai giovani, a cui dobbiamo garantire una vita migliore perché non accada più quello che è accaduto ad Annalisa, perché non accada più che chi muore a Napoli, giovane e anziano, deve dimostrare prima di essere innocente, una anomalia assoluta sul territorio nazionale. Questo significa liberare la città dalla camorra, dalla criminalità anche comune. La Magistratura si prenderà cura di svolgere la sua funzione fino in fondo per restituire a Napoli una vivibilità, in parte già acquisita, che sta acquisendo, per garantirla sempre di più”. Sono le parole del procuratore generale Aldo Policastro. “Partecipare a questa storia, in questo giorno particolare, dà il senso di quanto sia importante l’impegno che le Istituzioni devono riservare a questi eventi di memoria. La cultura può fare moltissimo, lo dimostra questa iniziativa nel nome di Annalisa, che vive da tanto tempo, da tanti anni, che è animata da persone reali, vere, soprattutto da papà Giannino, la storia di un uomo che rappresenta davvero la possibilità della rivolta in senso positivo, la possibilità di trovare strade nuove. Questo progetto che la Regione sostiene è da rafforzare ancora di più, ne abbiamo parlato con don Tonino Palmese, faremo tutto quello che dobbiamo fare e lo rafforzeremo molto. Crediamo moltissimo in queste azioni: le opere di memoria sono eventi culturali che vanno curati”. Così l’assessore regionale Ninni Cutaia. “Quando vengo in questa Biblioteca ricordo i miei tempi da poliziotto e la posso considerare a pieno titolo il simbolo della rigenerazione, non solo urbanistica, ma sociale dell’intero Quartiere. Giannino Durante fa un grande lavoro, è il propulsore di questa realtà. Porta nella sua anima il sacrificio della giovane Annalisa e sta esorcizzando il dolore per la morte della figlia con una attività continua nel segno della legalità. Questo libro è una testimonianza di questo lavoro; è bello raccogliere la testimonianza di persone che hanno sbagliato, che sono in carcere, ma che hanno un approccio con il dramma di Annalisa costruttivo, evolutivo, per il loro cambiamento”. Queste le parole dell’assessore comunale, Antonio De Iesu. “Le persone cosiddette ristrette, private della libertà, per la tenerezza e l’efficacia della memoria di Annalisa hanno voluto incontrare questa storia e capire da che parte stare. Questa è quella che chiamiamo forza della memoria che entra nel cuore dei detenuti e che permette loro di comprendere che l’innocenza non è solo anagrafica, è qualcosa di ben altro”, così il presidente di Polis, don Tonino Palmese. “Questa giornata per me e per la mia famiglia è come se fosse il primo giorno. Come sempre dico: non auguro a nessuno di provare il nostro dolore, però il Premio nel nome di Annalisa va avanti, funziona. Ci sono tante ragazze e tanti ragazzi che credono in un cambiamento e questo cambiamento credo che possa avvenire anche tra i detenuti, coloro che hanno diritto a una seconda fase, come dico io. Dobbiamo cercare di aiutarli. Il mio obiettivo è quello di creare una biblioteca, a partire da Poggioreale e poi in altri istituti di detenzione italiani, nel nome di Annalisa”, queste le parole di Giannino Durante. “Questo libro che presentiamo lo doniamo ai detenuti, perché Giannino è stato sempre vicino alla loro condizioni e i detenuti hanno sempre mostrato una sensibilità nei confronti della storia di Annalisa. C’è bisogno adesso di fare un passo in avanti: fare emergere quelle che sono le emozioni, le riflessioni, il leggersi dentro dei carcerati, dargli una seconda possibilità, e fare in modo che i carcerati adulti adottino quelli degli istituti minorili perché possano riscattarsi e non sbagliare più”, in chiusura Pino Perna, presidente dell’Associazione di Promozione Sociale dedicata ad Annalisa Durante. Non lasciamo sola la scuola, contro la crisi educativa serve la comunità di Elena Carnevali Il Domani, 21 febbraio 2026 Quando comuni, associazioni, famiglie, scuole lavorano insieme nascono esperienze preziose: scuole aperte oltre l’orario curricolare, patti educativi territoriali, spazi che diventano poli civici e culturali, veri presìdi di comunità. Ci sono almeno tre elementi che oggi dovrebbero spingerci a fermarci e riflettere, seriamente, su come prenderci cura della crisi educativa, della povertà educativa e della fatica crescente che attraversa la scuola. Di fronte a fatti gravi e dolorosi che hanno colpito quella che per tutti noi è sempre stata la “sacralità” della scuola - pensata come spazio protetto, inviolabile, lontano dalla violenza - forse è arrivato il momento di smettere di parlare solo di emergenza e tornare a riconoscere l’urgenza educativa come questione centrale del nostro tempo. La scuola oggi è spesso vittima di ciò che inevitabilmente si porta dentro: fragilità familiari, modelli culturali superficiali che attecchiscono proprio dove c’è più vulnerabilità, e una pervasività del mondo digitale che non risparmia nessuno, nemmeno chi ha maggiori opportunità. Qui voglio ribadire un punto essenziale: il disagio giovanile si previene con un approccio educativo, integrato, comunitario. Serve rafforzare nella scuola strumenti veri di educazione alla cittadinanza: responsabilità, rispetto, convivenza, partecipazione. Non come materie aggiuntive, ma come pratica quotidiana di vita insieme. La scuola è il luogo in cui si costruisce - concretamente - la cultura della legalità, della cura reciproca, dell’appartenenza. Non è questa la sede per aprire - anche se sarebbe indispensabile - il grande capitolo sul sostegno agli insegnanti su aspetti come: la burocrazia soffocante, la formazione poco efficace e dotata di scarsa intenzionalità, la sicurezza degli edifici generalmente trascurata, la relativa scarsità delle risorse economiche necessarie. Ripensare la scuola non significa semplicemente aggiungere ore. Significa restituirle una missione più ampia. Il tempo pieno, ad esempio, non è un servizio accessorio: è uno degli strumenti più potenti contro le disuguaglianze. Arte, musica, sport, teatro, volontariato, laboratori creativi non sono “extra”. Sono competenze di vita: empatia, cooperazione, creatività, senso civico. Sono ciò che contrasta la dispersione scolastica, ancorché in lieve riduzione, l’isolamento e la devianza. Sono anche il modo per evitare che la società digitale diventi l’unica presenza quotidiana accanto ai più giovani, prendendo il posto della comunità educativa, delle relazioni reali, del desiderio di conoscere e imparare. Allo stesso modo, il calo demografico non può diventare un’occasione di risparmio sul personale scolastico. Al contrario: classi meno numerose dovrebbero permetterci di investire di più sulla qualità educativa, sulla personalizzazione dei percorsi, sulla relazione. Dobbiamo superare un’organizzazione scolastica pensata per una società che ormai non esiste più, mentre le famiglie vivono ritmi di lavoro completamente cambiati rispetto ai decenni passati. E soprattutto dobbiamo smettere di lasciare alla sola scuola tutto il peso educativo. Quando comuni, associazioni, famiglie, scuole lavorano insieme nascono esperienze preziose: scuole aperte oltre l’orario curricolare, patti educativi territoriali, spazi che diventano poli civici e culturali, veri presìdi di comunità. Qui lo Stato ha una responsabilità chiara: sostenere con risorse adeguate i progetti educativi, di prevenzione e inclusione che ogni giorno i territori portano avanti. Le misure di controllo devono restare eccezionali, mirate, motivate. Se diventano routine, rischiano di trasformare gli ambienti educativi in luoghi di sospetto, snaturando la loro funzione. La strada, invece, è quella del gioco di squadra: comuni, scuole, comunità educanti, servizi sociali, prefetture, forze dell’ordine. Per costruire insieme sicurezza, inclusione e qualità della formazione. Perché la crisi educativa non si esaurisce con telecamere e procedure. Si cura con relazioni, tempo, comunità, fiducia e responsabilità condivisa. Dipendenze: quattro su cinque restano fuori dal sistema dei servizi di Ilaria Dioguardi vita.it, 21 febbraio 2026 Il convegno nazionale della Federazione italiana delle comunità terapeutiche-Fict è stata l’occasione per fare il punto della situazione nel settore, a tre mesi dalla VII Conferenza nazionale. Concordi le principali reti del Terzo settore: il sistema attuale necessita di una revisione organica. Luciano Squillaci, presidente Fict: “Le priorità sono i punti di accesso e l’offerta per i giovani”. Aprire il sistema dei servizi, raggiungere chi oggi resta fuori, costruire risposte adeguate alle nuove generazioni: sono queste le priorità indicate da Luciano Squillaci, presidente Fict, nelle conclusioni del convegno dedicato al contributo del Terzo settore nel sistema delle dipendenze, che si è svolto a Roma. “Abbiamo finalmente tutte le reti del Terzo settore accreditato allo stesso tavolo: è il frutto di anni di lavoro comune. Ora però le buone pratiche devono diventare sistema”. Il sistema attuale non riesce a intercettare una parte rilevante delle persone con dipendenze e necessita di una revisione organica. È questa la posizione condivisa emersa nel confronto tra le principali reti del Terzo settore. Tre i punti indicati come decisivi: “Moltiplicare le porte di accesso e le azioni di prossimità, costruire servizi davvero pensati per i giovani, oggi intercettati solo quando costretti, e rendere strutturali gli interventi attraverso evidenze e risorse”. Squillaci ha ribadito la necessità di un cambiamento strutturale: “Oggi quattro persone su cinque restano fuori dal sistema, non sono agganciate. La sfida è costruire un’architettura nazionale capace di intercettarle prima”. “Ci sono alcune questioni non più rinviabili. La prima, ribadisco, è quella che riguarda i punti di accesso ai servizi. O disegniamo ora il modello sui territori di prossimità, di vicinanza, con la moltiplicazione dei punti di accesso e scardiniamo un sistema che non funziona oppure continueremo a buttar via risorse su un sistema che è di mantenimento”, prosegue Squillaci. Le persone con dipendenze nelle carceri - Un’altra priorità sono le persone con dipendenze che sono negli istituti di pena. Il decreto carceri prevede la maggiore possibilità per i detenuti tossicodipendenti di scontare la pena in comunità, con l’istituzione di un albo delle strutture residenziali idonee all’accoglienza e al reinserimento sociale. “Abbiamo preparato un documento con delle proposte di emendamento allo schema di disegno di legge recante “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, spiega Squillaci, “elaborate da Fict, Coordinamento nazionale comunità accoglienti-Cnca, Coordinamento nazionale dei coordinamenti regionali degli enti accreditati per le dipendenze-Intercear, Comunitalia, Cit”. “In questo momento le comunità sono piene, non ci sarebbe spazio. Ma qualora fosse possibile ospitare altre persone uscite dal carcere, sarebbe fondamentale, a nostro avviso, come diciamo nel documento, “mantenere un equilibrio tra persone “libere” e persone con provvedimenti giudiziari o in misura alternativa, evitando l’istituzione di strutture con esclusiva o maggioritaria presenza di persone detenute che rischiano di determinare processi di ghettizzazione e riprodurre schemi carcerari avulsi dalla logica terapeutica e riabilitativa”. Una governance condivisa - “Le persone con dipendenze non dovrebbero stare in carcere e i tempi per accedere alle alternative terapeutiche sono troppo lunghi. Serve una governance realmente condivisa tra pubblico e Terzo settore accreditato privato: oggi ai servizi arriva un bisogno sempre più sociale, ma il sociale è il settore più impoverito”, ha detto Caterina Pozzi, presidente Cnca. Il presidente Intercear Biagio Sciortino ha richiamato la responsabilità comune: “Pubblico e Terzo settore sono due gambe dello stesso sistema”. E ha invitato a passare ai fatti: “Le conferenze devono diventare azioni concrete, perché dietro i dati restano storie di sofferenza reale”. Il mare di tempesta dei giovani - Don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile Conferenza episcopale italiana ha richiamato la dimensione educativa e comunitaria: “I giovani vivono in un mare in tempesta di cambiamenti sociali e culturali e chiedono luoghi di riferimento”. Per questo la Chiesa, insieme a Caritas e realtà del Terzo settore, avvierà un percorso nazionale di ascolto nei territori per individuare buone pratiche e modelli di accompagnamento: “Non esiste una sola porta di accesso: occorre stare accanto ai ragazzi nei loro contesti di vita”. Servizi multidisciplinari integrati non solo in Lombardia - Per Francesco Vismara (Comunitalia) è necessaria una riforma complessiva: “Serve una revisione organica del sistema che moltiplichi i punti di accesso, a partire dall’estensione nazionale dei Servizi multidisciplinari integrati-Smi, oggi presenti solo in Lombardia”. Il forte impegno del Governo per prevenzione e recupero - “Da più di tre anni condividiamo il forte impegno per la prevenzione e per il recupero delle tossicodipendenze. Le risorse finanziarie inserite in maggiore misura nelle ultime leggi di bilancio attestano in concreto quanto questo impegno rappresenti per il governo una assoluta priorità”, ha detto in un videomessaggio Alfredo Mantovano, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. “Le risorse aggiuntive permettono di aumentare in modo significativo i posti nelle comunità accreditate dalle regioni, permettono di garantire finalmente la mobilità interregionale, sono accompagnate da un vincolo di destinazione per evitare che siano impiegate altrove, consentono iniziative finalizzate alla prevenzione che siano proposte nelle comunità”. L’esigenza di un salto culturale - “L’azione del Governo si è spinta anche oltre la pur importante dimensione finanziaria, nella direzione del pieno riconoscimento della pari dignità del privato sociale rispetto ai servizi pubblici. Questo obiettivo esige di snellire il più possibile gli appesantimenti burocratici, di far cessare i rallentamenti nelle procedure di presa in carico da parte delle comunità, di non vanificare la disponibilità della persona che ha una dipendenza ad affrontare un percorso di recupero con lunghe attese”, ha continuato Mantovano. Co-programmazione e co-progettazione - “Dobbiamo realizzare insieme un vero e proprio salto culturale, col pieno ed effettivo coinvolgimento delle comunità terapeutiche nelle strutture territoriali che si occupano di dipendenze. L’obiettivo è giungere a una co-programmazione e una co-progettazione delle attività di prevenzione e di recupero che mettano davvero al centro la persona”. Il sottosegretario ha annunciato: “Presto convocheremo il tavolo degli stakeholder, con l’obiettivo di dare seguito alle sollecitazioni rivolte dai ministeri dai tavoli di lavoro della Conferenza nazionale”. In queste settimane si sta definendo la trasmissione alla Camera e al Senato dei documenti usciti dalla Conferenza nazionale. Poi verrà convocato il Tavolo nazionale, dove siedono il Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze, i rappresentanti delle regioni, quelli delle società scientifiche e i rappresentanti delle comunità terapeutiche. Poi, di volta in volta, siederanno al tavolo i diversi ministeri interessati. Le reti del Terzo settore partner istituzionali - “Il lavoro in questo periodo è finalizzato a rafforzare il settore delle dipendenze”, ha affermato Paolo Molinari, capo del Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze. “La Conferenza nazionale dello scorso novembre è stato un momento di confronto pubblico e un metodo di lavoro applicato in pratica, che ha lascito spazio e ascolto alla co-programmazione. La centralità della persona è il faro che ci guida. Un po’ di luci emerse nella Conferenza sono quelle che nascono nella collaborazione tra pubblico e privato: le reti del Terzo settore non sono interlocutori occasionali, ma partner istituzionali”. Migranti. Meno sbarchi ma più morti in mare di Emilio Minervini Il Dubbio, 21 febbraio 2026 Una sagoma scura emerge dai flutti biancheggianti di schiuma che la depositano, inerme, sulla battigia della spiaggia di Tropea. È il cadavere di una persona migrante. Altri corpi vengono riconsegnati dal mare sul litorale calabrese nel cosentino e nel vibonese. Sono alcune delle immagini già raccontate su queste colonne da Simona Musco che mostrano la realtà, squarciando il velo della propaganda che rivendica di aver fermato sbarchi e partenze dei migranti provenienti dal Nord Africa e diretti in Italia. La ong Refugees in Libya aveva lanciato l’allarme, ripreso da Mediterranea, parlando di circa 380 dispersi in mare il 24 gennaio, negli stessi giorni in cui il ciclone Harry sferzava le coste italiane. “Secondo le informazioni trasmesse attraverso i canali marittimi ufficiali, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio - si legge nel comunicato della ong - disperse per un massimo di dieci giorni dopo la partenza da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia. Questa cifra proviene da un unico dispaccio di allerta di ricerca e salvataggio (SAR) emesso a “Tutte le navi nell’area” e trasmesso tramite la rete Inmarsat dalla Guardia Costiera italiana MRCC. La spedizione ha raggruppato otto casi SAR separati, corrispondenti a otto navi partite da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio 2026 - prosegue la nota -Queste partenze sono coincise con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax verso Lampedusa, stava vivendo condizioni marittime estreme: onde che superavano i sette metri e raffiche di vento che superavano i 54 nodi (105 km/h), causate dal ciclone Harry”. Negli stessi giorni sono emersi dei filmati che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone, sopravvissuto a un naufragio nel Mediterraneo centrale. Konte è partito da Sfax a bordo di una barca che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. Durante il viaggio la barca è stata capovolta dalle onde e Konte è riuscito a sopravvivere restando aggrappato al relitto del barcone per più di 24 ore, prima di essere avvistato da una nave mercantile a est della Tunisia. Durante il salvataggio le acque tutto intorno erano puntellate di corpi senza vita, tenuti a galla dai giubbotti salvagente, risultati inutili nella furia della tempesta. Nel naufragio Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello e suo nipote. Konte ha raccontato che i barconi che hanno lasciato Sfax in quei giorni si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Altre testimonianze raccolte da Refugees in Libya tra i membri delle comunità presenti in Tunisia che dipingono un quadro ben più ampio e allarmante. Secondo quanto riportato dai testimoni, che avrebbero dovuto prendere il mare ma sono stati costretti ad aspettare per mancanza di denaro, a partire dal 15 gennaio l’esercito tunisino ha iniziato a premere sugli accampamenti di migranti che si trovavano negli uliveti intorno alla città portuale di Sfax, compiendo violenze e rastrellamenti. Alla pressione esercitata dai militari tunisini è coinciso un allentamento dei controlli delle spiagge che ha permesso a diversi convogli di partire dalla costa. Le testimonianze parlano di un trafficante, conosciuto come Mohamed “Mauritania”, che avrebbe fatto partire da solo almeno 5 imbarcazioni, ciascuna con a bordo tra le 50 e le 55 persone, delle 24 partite in quei giorni, di cui solo una ha raggiunto Lampedusa mentre un’altra è tornata a Sfax. Le altre 22 sono scomparse, insieme alle circa mille (stimate) persone a bordo, inghiottite dal mare durante una delle più letali tempeste registrate negli ultimi anni. Dopo la crisi migratoria determinata dal collasso della Siria di Assad e dalle primavere arabe nei primi anni ‘10 del nuovo millennio, e dopo il picco registrato tra il 2015 e il 2016 quando si contarono rispettivamente 153.842 e 181.436 arrivi, i flussi migratori si sono via via stabilizzati nel corso del tempo e oggi le rotte più utilizzate per raggiungere l’Italia sono quella mediterranea e quella balcanica. I dati forniti dall’UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, indicano una sensibile diminuzione degli ingressi lo scorso anno dopo il nuovo picco registrato al termine dell’emergenza covid dal 2021. Nel 2025 ci sono stati 66.316 arrivi e circa (ca.) 1.126 morti o dispersi; nel 2024 66.617 arrivi e ca. 1.862 morti o dispersi; nel 2023 157.651 arrivi e ca. 1.908 morti o dispersi; nel 2022 105.131 arrivi e ca. 1.453 morti o dispersi. Come denotano i numeri appena riportati la diminuzione degli sbarchi non è stata seguita da una riduzione delle morti in mare, anzi negli ultimi due anni è aumentato l’indice di mortalità di chi prova a raggiungere le nostre coste. “Non si possono fare statistiche su mesi invernali come gennaio e febbraio - spiega l’avvocato Guido Vassallo - è un periodo difficile per fare statistiche in quanto l’andamento metereologico incide molto sul dato delle partenze. Basti pensare alla mancanza di perturbazioni che ha caratterizzato il periodo invernale dello scorso anno, mentre quest’anno c’è stato il ciclone Harry che ha danneggiato in modo notevole le nostre coste. È comunque smentita la tesi che riducendo il numero di arrivi cali anche il numero delle vittime. Smentita, purtroppo, non sulla base di dati relativi a un periodo di due mesi ma da elementi raccolti dal 2023 che, analizzati su base annuale e non mensile, mostrano un aumento delle vittime rispetto al calo degli arrivi. Inoltre il Cruscotto statistico riporta solo il numero degli arrivi e non quello dei morti. Quando si parla di morti però bisogna essere molto attenti, purtroppo sono dati molto incerti derivando da testimonianze di sopravvissuti che possono anche non esser molto precise sul numero delle persone presenti sulle imbarcazioni su imbarcazione o mancano proprio i sopravvissuti. Un altro elemento è che anche se le statistiche del Viminale non indicano arrivi dalla Tunisia le testimonianze dei pochissimi sopravvissuti fanno capire che le partenze sono riprese dalla Tunisia per la situazione in cui versano nel Paese i migranti subsahariani. Il governo di Saied ha infatti un’impostazione nazionalista e segregazionista nei confronti dei migranti in transito. C’è poi la necessità per la Tunisia di spendere bene i soldi che riceve dall’Europa nell’ambito del Memorandum stipulato dall’Unione Europea nel 2023 con la supervisione della presidente del Consiglio”. I dati dell’UNHCR, aggiornati al 15 febbraio, per il 2026 indicano 2.018 arrivi via mare e ca 55 morti, numero a cui bisogna aggiungere coloro che risultano dispersi nei giorni del ciclone Harry. E siamo solo all’inizio. Migranti. Cadaveri in mare, appello dalla Tunisia: “Aiutateci a identificare i corpi dei nostri cari” di Daniela Fassini Avvenire, 21 febbraio 2026 Il medico e attivista Ibrahim Fofanah, da Sfax, in Tunisia, ha perso le tracce di cinque familiari: suo figlio, la moglie e altri parenti, durante il ciclone Harry. Hanno visto quelle immagini terribili che arrivano dall’Italia, corpi senza vita che la mareggiate restituiscono alle spiagge di Calabria e Sicilia. Corpi che potrebbero essere quelli dei loro parenti, dei loro amici, dei loro figli, partiti da Sfax proprio nei giorni della grande burrasca. E spariti nel nulla. Ora chiedono all’Italia e all’Europa di identificare quei corpi. Vogliono sapere. Si parla di circa mille dispersi. Tanti sarebbero infatti i migranti partiti da Sfax tra il 19 e il 22 gennaio, durante il ciclone Harry. “Aiutateci a identificare i corpi dei nostri cari” chiede Ibrahim Fofanah, da Sfax, in Tunisia. È il medico e attivista che ha perso le tracce di cinque familiari: suo figlio, la moglie e altri parenti, durante il ciclone Harry, tra il 18 e il 20 gennaio. La sua testimonianza è stata raccolta dall’associazione Refugees in Libya e diffusa da Mediterranea Saving Humans. Proprio dagli uliveti da cui nella seconda metà di gennaio molte persone sono partite verso l’Europa, spinte dalla violenza della polizia tunisina. Ibrahim ha perso alcuni dei suoi familiari durante il ciclone Harry, tra il 18 e il 20 gennaio. “La sua testimonianza, raccolta da Refugees in Libya, mette in luce una responsabilità urgente - sottolinea Mediterranea Saving Humans - le autorità italiane ed europee devono fare ogni sforzo per recuperare i corpi in mare, garantire procedure efficaci di identificazione, assicurare la restituzione delle salme affinché abbiano una degna sepoltura e cooperare a livello internazionale”. Nei giorni del ciclone Harry centinaia di persone hanno lasciato la Tunisia, affrontando il mare in tempesta. Inizialmente si parlava di 380 dispersi, ma le testimonianze di sopravvissuti e familiari indicano una tragedia molto più ampia. “Oggi i corpi continuano a galleggiare in mare e, talvolta, ad affiorare nei pressi dell’isola di Pantelleria e sulle coste della Sicilia e della Calabria. Non si tratta di numeri, ma di persone con un’identità, una storia e relazioni familiari - prosegue la Ong - E non sono le vittime di una tragica fatalità: la loro morte è la conseguenza di politiche migratorie italiane ed europee che precludono canali legali e sicuri d’ingresso, costringendo le persone a partire anche quando il mare è in tempesta e trasformando il Mediterraneo in uno spazio di sofferenza e morte”. Il silenzio delle autorità e la mancata assunzione di responsabilità, sottolineano le due Ong, stanno aggravando il dolore delle famiglie. “Chiediamo con urgenza che le autorità competenti attivino tutti gli strumenti disponibili per la ricerca e il recupero dei corpi, per l’identificazione delle salme, informino formalmente i familiari, cooperino a livello internazionale e rendano pubblici dati chiari e aggiornati. Nessuno deve restare senza nome e nessuna morte evitabile deve restare senza giustizia”. Migranti. Piantedosi: “Il Governo impugnerà le sentenze su Sea Watch” di Andrea Carugati Il Manifesto, 21 febbraio 2026 Governo contro toghe Salvini contro i giudici di Palermo. Mantovano attacca Gratteri: “Vuole indagare chi vota sì?”. Oggi l’evento di Fdi a Bologna con Nordio e il ministro degli Interni. Dopo le grida meloniane in diretta social contro le sentenze del tribunale di Palermo Sea Watch, il ministro dell’Interno Piantedosi prova a riportare l’attacco del governo contro i giudici nell’alveo della legge. “Noi fino a adesso abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio: anche in questo caso faremo così”. Lo spalleggia il ministro degli Esteri Tajani: “Quando è possibile impugnare una decisione si può fare, non significa alzare i toni impugnare una decisione. Abbassare i toni significa non dire quello che ha detto per esempio il procuratore di Napoli, quando ha detto che chi vota Sì al referendum “è mafioso o è un criminale o è un massone”. Io sono una persona per bene e voto sì”. La destra continua a mischiare le carte: la sicurezza, le sentenze, il referendum. Un grande frullatore per spingere il sì. Ieri è intervenuto anche il sottosegretario Alfredo Mantovano: “Quello che sconcerta è che i toni più estremi vengano espressi non dai partiti dell’opposizione, ma da esponenti della magistratura associata e non solo. Perché nessuno è mai arrivato a dire, se non un magistrato, che peraltro è segretario dell’Anm (Rocco Maruotti, ndr), che se passa la riforma la polizia potrà uccidere gli innocenti in Italia come a Minneapolis”. E ancora: “Siamo arrivati al punto, ma è un interrogativo, che un procuratore della Repubblica ipotizzi un’indagine a carico di chi dichiara sui social dove metterà la croce sulla scheda referendaria?”, dice Mantovano a proposito di un’intervista di Gratteri a Piazzapulita. “Per caso stiamo parlando di indagini verso chi sui social si esprime a favore del sì?”. La destra, che continua a dire vi doler raccogliere l’appello di Mattarella ad abbassare i toni, in realtà non lo fa. Salvini torna da par suo sul caso Sea Watch: “Se tornerò ministro dell’Interno con me Rackete non avrebbe vita facile”, ha detto, per poi ccorgersi della gaffe e ribadire stima in Piantedosi. “Se la politica costruisce delle leggi sulla sicurezza, possono piacere o non piacere, e poi i giudici però decidono il contrario, è complicato. Settantasei mila euro non fanno la differenza sul bilancio dello Stato, però il principio non funziona”. Replica Angelo Bonelli di Avs: “Meloni nei supi video ha detto due cose false: alla Sea Watch è stato riconosciuto un risarcimento perché il governo, dopo l’ordine di dissequestro della nave, non ha obbedito alla decisione del giudice. Secondo: è falso che la Sea Watch abbia speronato una nave della Guardia di Finanza. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione. Meloni vuole forse scrivere le sentenze? È un’idea pericolosa e incompatibile con uno Stato di diritto”. Simonetta Matone, della Lega, ammette che l’uscita di Nordio sul Csm “para-mafioso” è stata un boomerang: “Se prima eravamo 10-0 per noi, oggi siamo in parità. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma non si possono dire pubblicamente”. Oggi Piantedosi sarà con il collega a Nordio a Bologna, per una iniziativa di Fdi sulla sicurezza che avrebbe dovuto tenersi in piazza, ma poi è stata spostata in un hotel in periferia per paura di contestazioni. Da giorni la destra soffia sul fuoco evocando possibili scontri, pronta ad addebitarli al Pd che ha criticato l’iniziativa coi due ministri. In realtà ci sarà una conferenza stampa di Potere al popolo vicino all’hotel, mentre ieri un’assemblea al Tpo della Rete “No Cpr” ha respinto le ipotesi di tensione. “La tensione viene dal governo che inizia a perdere colpi, e teme di perdere il referendum”, ha spiegato Damiano Borin di Ya Basta. “Siamo qui oggi per ribadire che Bologna è una città che resiste”. I Cpr vanno chiusi, non sono riformabili”, ha detto il presidente dell’Arci Filippo Miraglia rivolto al governatore De Pascale, che ha aperto all’ipotesi di costruirne uno in regione. “Un’ipotesi inquietante”. “Ma per fortuna il Pd a Bologna è contrario”, ha aggiunto Borin. Migranti. Borgo Mezzanone, il cuore buio dell’Europa di Alessandro Zenti Il Manifesto, 21 febbraio 2026 Nei vicoli di fango del ghetto nel foggiano, dove non c’è traccia di futuro. Due chilometri e mezzo di terra battuta attraversano i campi come una ferita aperta. Da un lato Borgo Mezzanone: poche case sbiadite dal tempo, un bar, una chiesa, una scuola elementare che resiste per inerzia. Tracce di un’Italia coloniale, dove i parafulmini appuntiti sui tetti sembrano ancora vigilare su un passato che non ha mai smesso di respirare. Una statua della Madonna, in una nicchia di cemento, guarda verso la pista. Il suo sguardo di pietra consumata sembra attraversare lo spazio senza vedere, come tutti gli altri. Dall’altro lato, “la pista”: l’ex aeroporto militare diventato rifugio di lamiera e disperazione, il ghetto più grande d’Europa dopo la fine della Giungla di Calais. Un luogo nato dalla memoria della guerra, ora usato per ospitare un’altra guerra: quella silenziosa della sopravvivenza. Tra i due mondi, ogni giorno, scorre un fiume di uomini. Un fiume che non conosce piene né secche, solo un flusso costante, torbido, di corpi che si spostano dal sonno al lavoro e dal lavoro al sonno. Ragazzi africani scendono dall’autobus a piccoli gruppi, con lo stesso passo stanco, la stessa ora segnata nel sangue. Camminano tra i campi portando sulle spalle vestiti, legna, cartoni, pacchi di pasta distribuiti da qualche associazione dal nome gentile: “Aiuto c’è.” I pacchi sono leggeri, quasi simbolici. Dentro c’è il giusto per non morire, mai abbastanza per vivere. Hanno freddo addosso anche quando il sole è alto. Le magliette leggere sono svanite, rimpiazzate da felpe lise e giubbotti rattoppati. Le scarpe raccontano la terra: sono incrostate, consumate, troppo grandi o troppo piccole. Piedi che hanno camminato deserti, attraversato confini, calpestato spine, e ora affondano nel fango pugliese. Ogni passo è un piccolo annegamento. Mi salutano. - Ciao, come va? - Salam alaykom. Camminiamo fianco a fianco per un tratto. Le parole si consumano nel silenzio. Sono appena tornati dai campi. Bastano le loro suole impastate di fango per capire tutto. I loro sguardi, rivolti a un orizzonte che per loro si è ristretto al perimetro del campo e alla sagoma della baracca, dicono il resto. Durante la raccolta del pomodoro, il ghetto si gonfia come un polmone malato: cinquemila persone stipate tra le baracche, cinquemila vite che si piegano all’alba e si rialzano a notte fonda. Lavorano così, ogni giorno, per pochi euro e nessuno sguardo. Il gesto è sempre lo stesso: chinarsi, afferrare, raddrizzarsi, gettare. Un movimento ripetuto migliaia di volte, fino a quando il confine tra corpo e macchina si dissolve. Il pomodoro rosso, succoso, simbolo del Mediterraneo, diventa il peso che piega le loro schiene. Su quelle schiene si regge l’economia di un intero distretto, un’economia che preferisce non guardare in faccia i suoi pilastri. Secondo la Coldiretti in Puglia si raccoglie il 40% del pomodoro totale nazionale. Al piccolo mercato all’ingresso, l’inverno si annuncia prima del cielo: sparite le scarpe estive da due euro, le bancarelle mostrano scarponi rigidi, giubbotti pesanti, maglioni sformati. È un commercio della disperazione, dove tutto costa poco e vale ancora meno. La merce arriva chissà da dove, passa di mano in mano, consumata fino all’osso, come le persone. Su un palo di ferro, da mesi, pende un cartello: Sales boy wanted. Un’offerta di lavoro nel luogo dove il lavoro coincide con la schiavitù. La parola wanted risuona grottesca. Cercato. Desiderato. Qui tutti sono wanted solo finché le loro braccia reggono, i loro occhi sopportano la fatica. Poi diventano fantasmi, presenze sbiadite tra le lamiere. Il freddo taglia la pelle. L’aria odora di plastica bruciata e resina. Decine di bidoni improvvisati ardono lungo i viali di terra: dentro ci finiscono mobili smontati, pannelli, scarti di gomma. Le fiamme salgono alte come una preghiera disperata, mentre la sera cala. Intorno ai bidoni, cerchi di uomini. Non parlano molto. Guardano il fuoco. In quelle fiamme vedono forse i ricordi di case lontane, o semplicemente l’unica fonte di calore che possono permettersi. È un calore velenoso, che entra nei polmoni e vi si deposita, ma è pur sempre calore. Un po’ più in là, due ragazzi fissano un telo nero sul tetto della loro baracca, con un pezzo di ferro arroventato. Impermeabilizzare, rinforzare, sopravvivere. È il rito d’inverno. Non hanno martelli né chiodi adeguati. Hanno la fisica elementare della disperazione: il ferro caldo fonde la plastica, la plastica fusa sigilla. Ogni giuntura è una piccola vittoria contro l’acqua, contro il freddo, contro il mondo. Ma l’inverno, qui, non è una stagione: è una sentenza. È il tempo in cui si muore di morte silenziosa. Bracieri accesi dentro le baracche, bombole che esplodono, monossido invisibile che addormenta per sempre. Nessun rumore, nessun grido, solo il fumo che resta a galleggiare sopra le lamiere. La mattina dopo, qualcuno bussa su una porta che non si apre. Si fa largo. Si trova un corpo irrigidito. Poi arrivano i pochi volontari, arriva l’ambulanza a sirene spente. La baracca viene svuotata, le poche cose sparse. Qualcun altro, il giorno dopo, forse la occuperà. Il ciclo non si ferma. La sentenza viene eseguita in silenzio, in attesa della prossima condanna. Poi c’è l’altra morte, quella che scorre nel sangue. Nei corpi piegati per dodici, tredici, quattordici ore sotto il sole o sotto la pioggia. Per reggere, per restare in piedi, per non cedere alla stanchezza, molti assumono Tramadol: un oppioide potente, nato come antidoto al dolore, diventato supporto di una sopravvivenza impossibile. Non cerca lo sballo - cerca respiro. Un respiro più profondo, che allontani per qualche ora il crampo alla schiena, il gelo alle ossa, il peso degli occhi. Ma il respiro, col tempo, diventa dipendenza. È la schiavitù dentro la schiavitù. La sostanza promette sollievo e invece crea un nuovo padrone, più subdolo, che si prende non solo le tue ore, ma la tua mente. Il ghetto è anche un mercato, un crocevia di ciò che si consuma e di ciò che resta. Nei vicoli stretti, tra le baracche, ho visto arrivare pasticche colorate, nuove sostanze dal mercato nero. Tra queste, la Blue Punisher, l’ecstasy più letale d’Europa. Qui, dove la disperazione non conosce prezzo, ogni dose è una piccola lotteria della morte. Si compra un attimo di fuga, l’illusione di essere altrove, di essere diversi. Il prezzo può essere un collasso, un viaggio senza ritorno. E quando accade, è solo un’altra notizia sussurrata, un altro corpo che viene portato via. La roulette continua. In mezzo a tutto questo c’è Muhammad, che tutti chiamano Kelly. Un ragazzo gambiano, due lacrime tatuate agli angoli degli occhi. Le lacrime non sono per sé stesso, mi disse una volta, ma per la madre che non sa dove sia, che forse lo crede morto. Quando mi vede, mi viene incontro, stringendo una scatolina. Dentro ci sono una lametta e un frammento di vetro. “Alessandro, io oggi mangiare questo,” mi dice. Lo guardo, scosso. Non è una minaccia, è una constatazione. È la logica finale di un luogo che ti dice, ogni giorno, che non vali niente. “No”. Per un istante non capisce. Il mio rifiuto non è verso l’oggetto, è verso l’idea, verso la resa. Poi abbassa gli occhi. “Ok. Ok Alessandro”. Più tardi lo rivedo ridere con dei bambini, vicino a un fuoco. Gioca, scherza, saluta i passanti. Nessuno risponde. Lui rimane lì, una figura sospesa tra la vita e il nulla. Quel riso è vero, è genuino, e proprio per questo è straziante. È la prova che dentro quella disperazione cova ancora un brandello di umanità, un desiderio di contatto che sopravvive a tutto. Ma è un’umanità che non trova risposta, che rimbalza contro il muro di indifferenza del ghetto e ritorna a lui, come un’eco. Nel ghetto vivono molti come Kelly. Uomini che parlano da soli, donne che fissano il vuoto, ragazzi che non distinguono più la notte dal giorno. Le droghe come anestetico. Il silenzio come lingua unica. È un manicomio a cielo aperto senza medici, un cimitero di fragilità. Cammini e incroci sguardi che hanno visto troppo o che hanno deciso di non vedere più niente. Sono anime che la macchina dello sfruttamento ha consumato fino a spezzare qualcosa di irrimediabile all’interno. Eppure, anche tra loro, ci sono gesti di solidarietà: un piatto di cibo condiviso, una sigaretta passata, una mano tesa per sollevare chi è inciampato. È la grammatica minima della sopravvivenza collettiva. Eppure, sulla carta, qualcosa si muove. Almeno così dicono. Per Borgo Mezzanone sono stati stanziati 54 milioni di euro attraverso il Pnrr per “superare gli insediamenti abusivi”. Cinquantaquattro milioni. Una cifra che, camminando tra queste baracche, evapora nell’aria. Non c’è traccia di futuro nei vicoli di fango, né nei comunicati pieni di parole come dignità, integrazione, riqualificazione. Quelle parole suonano come una lingua straniera, forse più straniera di quelle parlate nel ghetto. Si dice che i soldi serviranno per costruire strutture, per offrire alternative. Ma intanto, oggi, l’unica struttura è la baracca, l’unica alternativa è il campo. I progetti si disegnano su carte geografiche che non corrispondono a questa terra. I fondi navigano in un limbo burocratico lontano anni luce dai bidoni in fiamme. Tra i milioni annunciati e un uomo che stringe una lametta c’è un abisso. Tra la retorica della rinascita e il crepitio dei bidoni, c’è il fallimento di un continente intero. Un fallimento di umanità, di visione, di coraggio. L’Europa che qui dovrebbe manifestarsi con i suoi valori fondanti, si manifesta invece con la loro assenza. Questo non è il suo margine, è la sua prova. E sta fallendo. Borgo Mezzanone non è un incidente. È una scelta ripetuta ogni giorno. È la scelta di chi compra i pomodori al supermercato senza farsi domande. È la scelta di chi fa leggi che rendono invisibili migliaia di persone. È la scelta di chi distoglie lo sguardo. Finché resterà in piedi, continuerà a esistere anche il sistema che lo ha generato: quello che accetta di mangiare pomodori raccolti da schiavi contemporanei, purché la schiavitù resti fuori dagli schermi televisivi, nascosta dietro il prezzo basso di una passata. È il nostro compromesso silenzioso, la nostra colpa collettiva. Seduto su un blocco di cemento, mentre il sole cola dietro i tetti di lamiera come metallo fuso, penso che l’unico vero miracolo sia la loro forza di restare vivi. Resistere qui non è un atto di eroismo, è un atto di ostinazione biologica. È il rifiuto istintivo del corpo a spegnersi. Noi, dentro la nostra comfort zone, qui non sopravvivremmo neppure una settimana. Non per il freddo o la fatica, ma per il peso dell’abbandono, per l’assenza di futuro percepibile, per l’umiliazione costante di essere considerati scarti. Loro lo fanno. Giorno dopo giorno. E questo li rende, loro malgrado, i testimoni più scomodi della nostra civiltà. Le mie fotografie non chiedono compassione. Chiedono responsabilità. Chiedono di riconoscere che questo orrore non è un capitolo a parte della nostra storia, ma una pagina centrale del nostro presente. Chiedono di smettere di chiamare “emergenza” ciò che è struttura. Di smettere di chiamare “ospiti” coloro che sono il pilastro invisibile della nostra economia. Di guardare in faccia il nostro cuore oscuro. Perché Borgo Mezzanone non è ai margini dell’Europa. È il suo cuore oscuro. Batte sotto la crosta civile del continente, pompando non sangue, ma indifferenza e sfruttamento. Finché questo cuore continuerà a battere, l’Europa non potrà mai dirsi davvero sana, davvero civile, davvero umana. È da qui, da questa ferita aperta nella terra battuta, che deve cominciare ogni discorso sul nostro futuro. Se avremo il coraggio di guardarla. Stati Uniti. Zuckerberg, libertà d’espressione, tutela dei minori di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 21 febbraio 2026 Il ruolo dei social media e il processo a Los Angeles contro alcune piattaforme accusate di aver creato pericolose dipendenze nei minori. Luca De Biase su Il Sole 24 Ore commenta la deposizione di Mark Zuckerberg nel processo in svolgimento a Los Angeles contro alcune piattaforme accusate di aver creato pericolose dipendenze nei minori. Il patron di Meta si è semplicemente scusato per non aver potuto impedire l’iscrizione addirittura di bambini (il caso più clamoroso, quello dietro l’acronimo Kgm era su Instagram dall’età di 9 anni) e ha promesso che in futuro le sue società saranno più attente. Ma dobbiamo dubitare del suo impegno se, nel respingere le accuse, ha sostenuto che la cosa più importante è tutelare la libertà d’espressione anche a costo di qualche errore. Non si tratta di errori banali, sono in gioco le vite dei minorenni che vanno salvaguardati da preoccupanti conseguenze patologiche. E il potere degli algoritmi, che orientano scelte e gusti del pubblico, è in mano ai proprietari delle piattaforme ai quali spetta fare di tutto per garantire la protezione soprattutto dei minori. Nessuno mette in dubbio la libertà d’espressione, ci mancherebbe, ma questa si esercita, in una società democratica, nella consapevolezza che possa, anche inavvertitamente, ledere i diritti degli altri, a maggior ragione delle persone più fragili. Libertà e responsabilità vanno di pari passo. La libertà di parola non è la violenza dell’aggressione verbale, magari anonima, né può far strame della realtà oggettiva dei fatti. Il processo di Los Angeles dimostra quanto sia necessario un quadro di regole - che nell’ordinamento europeo è assicurato per esempio dal Digital service act - perché altrimenti la società si trasforma nella giungla dei più forti in cui la libertà assoluta è di chi possiede le piattaforme e ha in mano le nostre vite. E rilancia i fautori del divieto di accesso ai social network dei minorenni. Lo hanno proposto, tra gli altri, il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron. Facilmente aggirabile purtroppo, come è accaduto in Australia, ma non più eludibile. Gran Bretagna. L’algoritmo del crimine: solo il diritto ci salverà dal Minority Report di Lorenzo d’Avack Il Dubbio, 21 febbraio 2026 Stando a quanto riportato dal Times, il dicastero della giustizia britannico propone scenari di controllo sociale, grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (IA). Attraverso questo sistema si pretende un controllo sul futuro comportamento criminale delle persone, fin da bambini, con l’obiettivo di mettere in campo il prima possibile adeguate misure di sicurezza. Siamo a delle tecniche in grado di fornire strumenti nuovi e potenti per pratiche improprie di manipolazione, sfruttamento e controllo sociale. Tali pratiche di IA sono particolarmente dannose, abusive e dovrebbero essere vietate, poiché contrarie ai valori dell’Unione relativi al rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia e dello Stato di diritto. La regola, ricavabile anche dal recente Regolamento (UE) 2024 del Parlamento Europeo e del Consiglio, è che l’intelligenza artificiale e i suoi sistemi siano sviluppati e utilizzati nel rispetto delle norme in materia di vita privata e di dignità della persona. Lo scenario che, di contro, ci viene descritto dal Times , che si richiama al racconto fantascientifico di Philip K.Dick, Rapporto di minoranza , rappresenta un mondo dove una unità per il crimine è incaricata d’individuare e sventare i delitti prima ancora che vengano commessi. Da quel che si legge sembra di poter ritenere in modo ottimistico che i dati del servizio sanitario, dei servizi sociali, della polizia, dei ministeri del lavoro e dell’educazione saranno usati con la finalità non tanto di criminalizzare le persone, ma di assicurarsi che gli allarmi siano meglio compresi e anticipati. Un utilizzo del sistema destinato a raccogliere dati su esseri umani vulnerabili con esperienze di affido, che soffrono di esclusione scolastica o di problemi mentali, oltre ai bambini, fino ai neonati. Non ci dobbiamo meravigliare che del sistema ci venga mostrata dal Times la parte migliore e che i futuri criminali saranno oggetto di sostegno e prevenzione. Siamo, in realtà, di fronte a tecniche di manipolazione, basate sull’Intelligenza Artificiale, che possono essere utilizzate per persuadere le persone ad adottare comportamenti indesiderati o per indurre con l’inganno a prendere decisioni in modo da sovvertire e pregiudicarne l’autonomia, il processo decisionale e la libera scelta. L’uso di determinati sistemi di Intelligenza Artificiale hanno l’effetto di distorcere materialmente il comportamento umano, con il rischio di causare danni significativi, in particolare sulla salute fisica e psicologica e dovrebbero, pertanto, essere vietati. Tanto più che l’intelligenza artificiale nella sua applicazione implica, di sovente, “errori” e non è certamente casuale che fra i temi maggiormente discussi vi sia quello del “rischio” e della “responsabilità”. Ma se il sistema dovesse funzionare per prevenire il crimine, non si vede perché in diversi Paesi, dove la democrazia sta diventando fantascienza, non possa essere un utile strumento per controllare e ghettizzare la società. La ricaduta nel politico della IA è già un rischio praticamente inevitabile. L’uso sociale fatto dalla Cina è un precedente pericoloso per chiunque nel mondo custodisca e abbia a cuore le libertà individuali. Il suo impiego come strumento di repressione e sorveglianza è in evidente contrasto su come debba essere usata l’IA secondo il Regolamento. Il suo futuro può essere democratico, ma noi abbiamo imparato abbastanza sul potere delle tecnologie nel rafforzare gli estremismi, in specie nei Paesi autocrati. Come se ne esce? Il diritto è fondamentale dato che l’ambiente della tecnologia va protetto attraverso regole, esattamente come l’ambiente naturale. La tecnologia va incrementata e con essa l’IA, in quanto ha dei vantaggi enormi per tutti, ma si deve fare in modo che l’innovazione non si affermi sacrificando le battaglie fatte e ancora incompiute verso l’uguaglianza e la trasparenza. Il diritto ha già dovuto affrontare e combattere situazione di discriminazioni mascherate, messe in campo da istituzioni, società, poteri economici e ben sa la difficoltà di educare un algoritmo a perseguire l’uguaglianza, a rendersi conto che le condizioni di partenza non possono essere squilibrate e che vanno compensate per impedire che le classi più povere siano ancora più svantaggiate.