La Casa di Reclusione di Padova dopo i drammatici eventi delle scorse settimane Padova, 20 febbraio 2026 Il Coordinamento Carcere Due Palazzi a confronto con Capo del DAP e Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento. Un dialogo importante, alcuni impegni presi, la volontà di affrontare apertamente le tante criticità. Il Coordinamento Carcere Due Palazzi della Casa di Reclusione di Padova ha incontrato il 18 febbraio a Roma Stefano Carmine De Michele, Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, ed Ernesto Napolillo, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento. L’appuntamento era stato chiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, realizzate dal Terzo settore in stretta collaborazione con l’istituzione, delle 22 persone detenute di Alta Sicurezza e il conseguente drammatico suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro. Oltre a questo tema il Coordinamento ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della Casa di Reclusione di Padova da istituto innovativo nell’ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo. Al Coordinamento Carcere Due Palazzi, che raggruppa da oltre dieci anni le associazioni e cooperative del Terzo settore attive in istituto, sono stati dedicati tempo e attenzione e il confronto è stato ricco e intenso. Il Coordinamento ha documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell’Alta Sicurezza trasferita: molti, tra l’altro, usufruivano di permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all’esterno. Il tema Alta Sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale: rispetto al numero esorbitante, in tutta Italia circa 9.800, di detenuti di Alta Sicurezza ci si è confrontati su come sia importante andare a fondo della questione delle declassificazioni da detenuti Alta Sicurezza a ‘detenuti comuni’, anche alla luce della relativa disattesa circolare del 2015. Da questo punto di vista è emersa l’ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra DAP e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia. Il Coordinamento Carcere Due Palazzi si impegna a monitorare e segnalare le situazioni delle persone trasferite per le quali da tempo si era avviato un percorso di inserimento nel territorio. Inoltre si verificherà quali possibilità di trattamento offrano le realtà in cui sono state trasferite. Il confronto ha previsto la possibilità di segnalare eventuali richieste dei detenuti AS trasferiti di essere ubicati in sezioni AS di istituti più conformi alle esigenze familiari e/o di coinvolgimento sociale pregresso. Per quanto riguarda il tema del rischio di un progressivo snaturamento della Casa di Reclusione di Padova, tema condiviso dalla Polizia Penitenziaria e dall’area educativa sulle cui spalle ricade il peso delle conseguenze sul campo degli attuali inarrestabili processi di ‘riempimento’ delle carceri italiane, vi è stato accordo sull’importanza di favorire, in sostituzione delle persone AS trasferite e più in generale, l’accesso alla Reclusione di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che rendono la Casa di Reclusione un ‘modello di rieducazione’ a livello nazionale. Da ultimo il Coordinamento ha fatto presente al Capo del Dap anche il tema delle gare per l’affidamento degli spazi per le attività trattamentali, che così come impostate non valorizzano la vocazione sociale delle realtà del Terzo settore. E’ stata prospettata l’ipotesi che a breve ci saranno modifiche legislative che introdurranno criteri di valorizzazione delle realtà già presenti da anni negli istituti con attività documentate e svolte con successo e serietà. L’incontro si è concluso con un impegno a raggiungere gli obiettivi su cui c’è stato confronto e a continuare nel dialogo. Referenti Rossella Favero 3336143976 Ornella Favero 3492603475 Attilio Favaro 3466360945 Gianluca Chiodo 3298914846 Suicidi in carcere: la condizione detentiva segna per sempre la vita del condannato di Lucio Motta filodiritto.com, 20 febbraio 2026 Un detenuto di 25 anni, di origine turca, si è suicidato impiccandosi nella sua cella della Casa Circondariale di Viterbo. Il giovane era stato arrestato lo scorso 3 settembre, insieme a un connazionale, durante i festeggiamenti di Santa Rosa, con l’accusa di detenzione di armi da guerra. Con questo episodio, sale a sette il numero dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, un dato che rilancia con forza l’allarme sulle condizioni del sistema penitenziario italiano. A denunciare la gravità della situazione è Uil-Pa Polizia Penitenziaria, attraverso le parole del segretario generale Gennarino De Fazio: “Segno ulteriore ed evidente che l’emergenza penitenziaria continua e si aggrava sempre più”, afferma De Fazio, sottolineando come il suicidio rappresenti solo l’ultimo anello di una catena di criticità ormai strutturali. I numeri del carcere di Viterbo restituiscono un quadro definito allarmante. Nella struttura sono presenti 697 detenuti a fronte di 405 posti disponibili, con un sovraffollamento che supera il 72% della capienza regolamentare. A gestire questa situazione ci sono appena 275 agenti della Polizia penitenziaria, mentre il fabbisogno minimo sarebbe di 471 unità, con un deficit del 42% dell’organico. Una realtà che, secondo il sindacato, non è un’eccezione ma si inserisce in un contesto nazionale altrettanto critico. In Italia si contano 63.770 reclusi stipati in 46.078 posti, pari a un sovraffollamento del 38,38%, mentre mancano almeno 20mila agenti rispetto alle esigenze reali della Polizia penitenziaria impiegata negli istituti. “Qualsiasi azienda in simili condizioni sarebbe fallita da tempo”, osserva De Fazio, aggiungendo che se il sistema continua a reggere è solo grazie allo “straordinario impegno e al sacrificio, talvolta persino disumano, degli operatori”. Il segretario della Uil-Pa Polizia Penitenziaria punta il dito anche sui carichi di lavoro esorbitanti e su turnazioni che arrivano fino a 26 ore continuative, condizioni che mettono a rischio non solo la salute degli operatori ma anche la sicurezza complessiva degli istituti. “Le carceri stanno diventando sempre più una pentola a pressione”, avverte De Fazio, “Mentre la pressione aumenta, si tappa la valvola e si rinforza il coperchio, ma ben presto potrebbero esplodere le pareti”. Da qui l’appello a interventi immediati e strutturali: misure deflattive della densità detentiva, potenziamento degli organici, investimenti su formazione, ammodernamento delle strutture, tecnologie, assistenza sanitaria, in particolare per i detenuti con disturbi mentali, e l’avvio di riforme strutturali non più rinviabili. I suicidi in carcere sono un ‘fardello di dolore’, un fallimento da parte dello Stato. Sono sette le risoluzioni sulla giustizia presentate nell’Aula della Camera in occasione delle comunicazioni del Guardasigilli Carlo Nordio: un unico documento della maggioranza e sei delle opposizioni (Pd, M5s, Avs, Più Europa, Azione e Iv). Nordio risponde: È una “petulante litania” quella che accusa la riforma sulla giustizia di voler sottoporre il pubblico ministero al volere politico, ha aggiunto il ministro della giustizia, Carlo Nordio, nel corso del suo intervento alla Camera. Il guardasigilli ha poi citato gli articoli della Costituzione che riguardano la magistratura. Il sovraffollamento crescente, che oggi riguarda anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento degli istituti dal territorio, la difficoltà di garantire diritti fondamentali e percorsi di cura, lavoro e reinserimento sono elementi ormai ampiamente documentati. Le conseguenze ricadono sulle persone detenute, in particolare le più vulnerabili, e sul personale penitenziario (compreso quello sanitario e socio-assistenziale), costretto a operare quotidianamente in contesti che favoriscono burnout. Il tema, come purtroppo sappiamo, non è sempre al centro del dibattito pubblico. E, “nonostante appelli, prese di posizione istituzionali e le parole pronunciate durante l’Anno giubilare”, non sono seguiti interventi concreti. Al contrario, sembra prevalere una tendenza alla chiusura del sistema, mentre la richiesta di clemenza resta sostanzialmente espulsa dal confronto politico. Delle vicende si sa ancora molto poco. Il ragazzo detenuto a Sollicciano si era legato un lenzuolo attorno al collo nella sua cella ed era stato soccorso poco dopo dagli agenti di polizia penitenziaria, che lo avevano trasportato in condizioni gravissime all’ospedale di Careggi, dove è stato dichiarato morto il 30 gennaio. “A togliersi la vita è stato un ragazzo giovane con problemi di dipendenza ma anche con fragilità di tipo psichiatrico”, ha riferito la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni (Pd). “Come lui ci sono tanti altri detenuti, nelle stesse condizioni. Il carcere non può diventare il buco nero dove le persone più in difficoltà vengono abbandonate a se stesse, senza alcun rispetto per la loro tutela e la loro dignità”. Queste morti riaprono con forza il tema del suicidio in detenzione come emergenza strutturale mai affrontata. Sul sovraffollamento e sulla necessità di depenalizzare alcuni reati, prevedendo misure alternative alla detenzione per quelli minori, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato sollecitato con due interrogazioni parlamentari (presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari) rimaste ad oggi senza risposta. “I suicidi in carcere sono uno dei termometri dello stato del sistema penitenziario italiano - dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone sulle carceri - e ci dicono che c’è un’emergenza che non si sta in alcun modo affrontando”. Nelle carceri si respira sempre più tensione, le persone detenute sono sempre più fragili e “gli operatori stremati dalla incontenibile crescita dei numeri”. Continuare a parlare solo di edilizia penitenziaria, per Scandurra, è una strategia che “non porta a nulla”. C’è bisogno di riforme e iniziative “che portino ad abbassare il numero di persone in carcere, garantendo così una presa in carico reale ed efficace delle tante fragilità che oggi si incontrano”. Le ultime morti raccontano, ancora una volta, un quadro in cui la disperazione deflagra in istituti sovraffollati, carenze di personale e di servizi di salute. In questo disastroso contesto, nel carcere di Padova si è scelto di spostare tutti i detenuti della sezione di alta sorveglianza in altre carceri, ponendo fine ai laboratori costruiti con le cooperative e allontanandoli dalle loro persone care. Ci si chiede: si vuole veramente affrontare e risolvere il tema carcerario e di politica carceraria, o il vero obbiettivo e girare intorno al problema per non risolverlo, affrontando il tema alimentando lo spauracchio della sicurezza, moneta per la politica securitaria, di consenso un consenso richiesto e pagato sulla pelle di chi avendo sbagliato è assicurato al carcere in nome della certezza della pena ma in totale violazione dell’art. 27 della Costituzione. Il ministro Nordio non perde occasione per proclamare che dopo il referendum della giustizia che vincerà così da garantire una giustizia più giusta ed efficiente, porrà mano al codice di procedura penale, come se il problema fosse il processo! Intanto sono stati introdotti con il nuovo Decreto Sicurezza del 05.02.2026 nuovi ulteriori reati, inasprite le pene detentive, medicina delle medicine (i rei vanno tenuti in galera e se possibile gettate le chiavi). La necessità vera sarebbe invece fare ed approvare un nuovo Codice Penale capace di declinare le pene in modo differenziato e costituzionalmente ispirato, mandando in pensione il vecchio non più tollerabile Codice Rocco - Codice a sbarre. Scuola, teatro e lavoro in carcere: i dati del Dap per il 2025 di Sara Occhipinti altalex.com, 20 febbraio 2026 Risultati proficui dei laboratori teatrali dei programmi di istruzione e della formazione professionale e incremento del lavoro dei detenuti presso datori privati e cooperative. Nella Relazione sull’amministrazione della Giustizia del 2025 i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria segnalano nei penitenziari risultati proficui dei laboratori teatrali dei programmi di istruzione e della formazione professionale e l’incremento del lavoro dei detenuti presso datori privati e cooperative. Cultura, studio e lavoro sono fattori chiave per la rieducazione ed il reinserimento sociale dei detenuti. Lo rivelano i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per il 2025, che segnano una partecipazione in crescita di detenuti e detenute nei percorsi scolastici, nei laboratori teatrali e nel lavoro interno ed esterno alle strutture penitenziarie. Scuola, Teatro, Sport e Cultura - Nell’anno scolastico 2024/2025 sono stati 19.391 i ristretti coinvolti in percorsi di istruzione di primo e secondo grado, 1.837 quelli che hanno seguito gli studi universitari nei 437 corsi di laurea disponibili nei penitenziari della penisola. Nel 2024, 43 detenuti hanno conseguito la laurea triennale e 12 quella magistrale. Nel 2025 4.276 corsisti tra cui 614 donne e 1.823 stranieri hanno partecipato ai 391 corsi di formazione professionale messi a disposizione. In ambito culturale è stato rinnovato per 5 anni (da maggio 2023) il Protocollo d’Intesa per la Promozione e gestione dei servizi di biblioteca negli istituti penitenziari, mentre sono attivi tre protocolli per la promozione di iniziative teatrali, presenti nel 77% degli istituti penitenziari, con una partecipazione ai laboratori e alle attività di 4.582 detenuti di cui 384 donne e 1.280 stranieri. L’esperienza teatrale è inserita nella programmazione pedagogica dei penitenziari nell’87% dei casi ed è sostenuta al 60% da finanziamenti pubblici o privati, mentre nel restante 40% da volontari che svolgono le attività a titolo gratuito, con solo un rimborso spese o comunque senza fondi specifici. Partecipare al laboratorio teatrale si è rivelato un fattore positivo nel percorso trattamentale del singolo detenuto ma ha anche inciso sul clima generale del penitenziario, alleviando tensioni e creando di un circolo virtuoso di cui beneficiano detenuti e operatori coinvolti nell’opera di rieducazione. Nei primi mesi del 2025, vista la significativa valenza trattamentale dell’esperienza teatrale è stato istituito il Fondo per la promozione ed il sostegno delle attività di teatro negli istituti penitenziari, con lo stanziamento di 500 mila Euro per anno dal 2025 al 2027, fondi che si aggiungono a quelli già previsti nel capitolo ordinario relativo alle attività culturali, ricreative e sportive. Anche l’attività sportiva ha contribuito al miglioramento delle condizioni di detenzione. Nel 2024 si sono svolte 534 iniziative che hanno visto la partecipazione di 11951 detenuti. Lavoro interno ed esterno, pubblico e privato - Sul versante del lavoro come fattore di rieducazione e reinserimento dei detenuti, la percentuale degli occupati al 20 giugno 2025 è del 34% dei presenti (21.354), l’84% dei quali alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, in attività di tipo “domestico” (pulizie, facchinaggio, preparazione e distribuzione ei pasti, interventi di piccola manutenzione, assistenza ad altri detenuti) o di tipo industriale presso laboratori e opifici presenti all’interno degli istituti per la produzione di arredi ed effetti di casermaggio necessari agli istituti, o in attività di tipo agricolo presso le “colonie agricole” dell’Amministrazione. Le detenute partecipano in modo significativo alle attività istruttive e lavorative (50% della popolazione femminile carceraria, la maggior parte all’interno del carcere, mentre una parte più contenuta è coinvolta in progetti di eccellenza in cui l’Amministrazione penitenziaria collabora con imprese e cooperative esterne, (un esempio sono i laboratori per la produzione di saponi e cosmetici naturali che collaborano con la Casa di reclusione femminile di Venezia). Le Regioni e le Direzioni degli istituti hanno promosso attività di formazione professionale per l’acquisizione di competenze lavorative utili ad agevolare il reinserimento a fine pena. La maggior parte di queste attività sono state realizzate senza oneri a carico dello Stato, con il coinvolgimento di molte associazioni/enti di volontariato/terzo settore. A giugno 2025 sono risultati 3.350 detenuti lavoratori alle dipendenze di privati pari al 6% del totale. Incentivi all’ingresso dell’imprenditoria all’interno delle carceri sono contenuti nella legge Smuraglia (L. 193/2000) che accorda sgravi fiscali e contributivi ai datori di lavoro privati e alle cooperative che assumono detenuti, anche per il periodo della formazione, sia per lavorazioni all’interno degli istituti che all’esterno. L’importo complessivo assegnato nel 2025 per i benefici fiscali della Legge Smuraglia è stato pari a circa 19 milioni di Euro, mentre nel 2024 era di circa 12 milioni. Nel 2025 si è registrato un aumento delle richieste di datori privati del 20%, con un corrispondente aumento degli importi di sgravio fiscale autorizzato di circa il 15%. Oltre il 38% delle imprese che hanno chiesto i benefici fiscali sono nuove beneficiarie, con un totale di 708 richieste autorizzate che consentiranno l’esperienza lavorativa a 2.781 detenuti. Niente borsa-frigo per conservare il cibo al 41bis, ma cosa c’entra con le finalità del regime detentivo? di Marco Costantini* tuttieuropaventitrenta.eu, 20 febbraio 2026 Una sentenza che riporta il carcere nei tempi del medioevo. Il Ministero della Giustizia ha fatto ricorso verso una sentenza di un Magistrato di Sorveglianza per l’utilizzo di una borsa frigo per conservare gli alimenti. Ma il divieto dell’uso della borsa refrigerante combacia con lo scopo del regime speciale? Queste sono le domande fondamentali che mi pongo, come può una borsa frigo venduta all’interno del carcere può essere così pericolosa per un detenuto del 41 bis. Veniamo al fatto: Con la sentenza numero 34609, la Corte Suprema conferma il divieto per i detenuti sottoposti al rigido regime penitenziario del 41-bis di utilizzare borse frigorifero per la conservazione dei cibi. Questo suscita varie riflessioni approfondite sul bilanciamento tra le restrizioni del 41 bis e i diritti fondamentali dei detenuti. Il caso di Antonio Scognamillo, detenuto in regime 41-bis, ha portato alla luce aspetti cruciali di questa decisione, specialmente per quanto riguarda il dibattito sulle misure afflittive che potrebbero sembrare eccessive rispetto all’obiettivo di tale istituto. Il regime penitenziario 41-bis è noto per le sue restrizioni severe, applicate ai detenuti considerati particolarmente pericolosi o affiliati a organizzazioni criminali. L’obiettivo principale è evitare che i detenuti trasmettano messaggi ai loro gruppi criminali di appartenenza. In questo contesto, è essenziale garantire il diritto alla salute e a un’adeguata nutrizione. Tuttavia, la decisione della Cassazione sembra essere incline alle esigenze organizzative dell’amministrazione penitenziaria, trascurando la protezione dei diritti dei detenuti. Ma procediamo per gradi. Il Tribunale di Sorveglianza dell’L’Aquila ha respinto la contestazione avanzata dall’Amministrazione penitenziaria contro la decisione del magistrato di Sorveglianza, che aveva accolto la richiesta di Antonio Scognamillo, detenuto al 41 bis. Il magistrato aveva stabilito che l’Amministrazione penitenziaria dovesse autorizzare l’uso di una borsa frigorifero rigida, già in possesso del detenuto, previo controllo. La richiesta del detenuto riguardava un diritto soggettivo, ovvero il diritto alla salute. Si è accertato che le borse frigo di tipo morbido, permesse per l’acquisto da parte dei detenuti, sono in grado di mantenere la temperatura fredda solo per un periodo estremamente breve. Il prolungato stoccaggio dei cibi in tali borse può alterarne la freschezza, con possibili conseguenze sulla salute di chi li consuma. Inoltre, è opportuno considerare che il detenuto dispone già di altri oggetti mobili nella sua cella, che potrebbe usare impropriamente, come ad esempio le sedie. Secondo la magistratura di sorveglianza, concedere l’autorizzazione all’uso di una borsa frigorifero rigida rappresenta una soluzione adeguata a bilanciare la necessità di preservare la qualità dei cibi acquistati o ricevuti dal detenuto, tutelando così la sua salute, con la responsabilità di non aggiungere oneri all’amministrazione in termini di organizzazione delle attività all’interno dell’Istituto e di gestione del personale. Tuttavia, il ministero della Giustizia presenta ricorso in Cassazione, sollevando l’argomento di una presunta violazione di legge e un’eccessiva interferenza in una sfera di competenza amministrativa statale. Il Ministero sottolinea anche che non si tratta di un pregiudizio attuale e grave nell’esercizio di un diritto, poiché la mancata idoneità delle borse frigorifero morbide non trova riscontro in alcuna valutazione specialistica o sanitaria. Sottolinea inoltre che nell’ordinamento penitenziario non esiste alcuna disposizione che imponga l’acquisto di borse frigorifero o frigoriferi da parte dei detenuti. Al contrario, vi è un esplicito divieto di accumulare generi alimentari. Da ciò deriva che l’Amministrazione non ha l’obbligo di fornire tali oggetti ai detenuti. La Cassazione accoglie il ricorso presentato dal ministero della Giustizia e annulla senza rinvio l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza. Nell’accogliere il ricorso, la Corte richiama una precedente giurisprudenza che conferma il divieto di utilizzare il frigorifero della sezione di assegnazione per la conservazione dei cibi freschi e congelati, a scapito delle borse termiche con tavolette refrigeranti. La Corte ammette che le mattonelle refrigeranti sono adatte solo per un periodo limitato, ma sottolinea che “non è contestabile che, con la sostituzione tempestiva con nuove mattonelle, si assicura il mantenimento delle condizioni di salubrità degli alimenti”. Tuttavia, non sembra affrontare il potenziale problema di disponibilità immediata delle nuove mattonelle per continuare la conservazione dei cibi. Rimane il fatto che il regime 41-bis presenta misure afflittive che sollevano interrogativi sulla loro connessione con lo scopo originario di tale istituto. Il divieto dell’utilizzo della borsa frigorifero rientra tra queste: in che modo ostacolerebbe il divieto di comunicare con l’esterno? *Associazione Sbarre di Zucchero Meloni, il referendum e lo spettro del voto anticipato (se vince il No) di Alessandro De Angelis La Stampa, 20 febbraio 2026 Fino a poco tempo fa la chiacchiera era legata alla vittoria del sì. Ora è figlia della politicizzazione che la premier ha impresso alla campagna. Insomma, lo abbiamo stra-capito, stra-raccontato, e il film è solo all’inizio. Manca un mese al referendum ma la trama è già nota: l’appuntamento è diventato un voto politico. Giorgia Meloni avrebbe potuto dire, una volta approvata la riforma: il mio lavoro finisce qui, offro questa opportunità al Paese, io mi dedico alle fatiche del governo e del Paese, in questo mondo così incasinato, senza diventare un soggetto vigoroso della battaglia e lasciando discutere sul merito esperti, giuristi, cittadini, la politica con toni civili, e anche facendo emergere quelli dell’altro campo favorevoli a un sì sui contenuti. E invece ha politicizzato la pugna, nell’ambito di un vero e proprio cambio di fase all’insegna della radicalizzazione, che cancella il merito e toglie argomenti a chi era pur favorevole alla riforma, trascinando la sinistra su un no tutto politico. Dicevamo, la radicalizzazione: sul fronte internazionale, dove ogni occasione è buona, dal libro stampato in America con prefazione di JD Vance, alla polemica col cancelliere Mertz in difesa del mondo Maga, alla partecipazione al board di Trump, per accreditarsi come la migliore amica della Casa Bianca, per contiguità ideologica. Sul fronte interno: gestione dei fatti di Torino, decreti sicurezza, valanga di nuovi reati per mostrare la faccia feroce alla curva, blocco navale, e ogni occasione buona per attaccare i giudici, anche qui con la postura molto trumpiana di un potere che, in virtù della sua unzione popolare, si sente libero da controlli. Il racconto è: non è colpa nostra se non riusciamo a governare, ma la colpa è dei giudici che ce lo impediscono. E se il Colle richiama tutti a un rispetto delle istituzioni, chissenefrega pure del Colle, vissuto non come un luogo di garanzia ma come un ostacolo al dispiegamento del disegno. È chiaro: siffatto meccanismo è destinato ad alimentarsi in un crescendo. Poiché la radicalizzazione ha motivato la sinistra e spaventato i moderati - preoccupazione questa, anche di Marina Berlusconi - la premier sarà costretta a scendere in campo in prima persona, esponendosi a quell’effetto Renzi che voleva evitare: un referendum non solo sul governo ma anche su di sé, di cui sarà difficile ignorare le conseguenze. Ecco il punto: se vince, vince e sarà celebrato il premierato di fatto; ma se perde su questi presupposti (il plebiscito), sarà davvero possibile andare avanti come se nulla fosse mentre gli avversari parleranno di un governo “abusivo” e gli alleati si ringalluzziranno dopo anni in cui non hanno toccato palla? Come potrà il “governo votato dal popolo” ignorare un pronunciamento del popolo, dando l’idea di voler rimanere attaccato alla poltrona, che è esattamente la critica fatta da Meloni & Co. ai suoi predecessori? Facendosi un giro nei Palazzi, infatti, si comincia a intercettare un cambio di umore proprio attorno alle chiacchiere sul voto anticipato, nel giro della maggioranza. Fino a poco tempo fa esso veniva legato alla vittoria del sì: battiamo il ferro finché è caldo e passiamo all’incasso, con questi chiari di luna nel mondo (Trump) e prima che finiscano gli effetti del Pnrr sull’economia. Però, si diceva, è difficile spiegarlo al Paese, in un quadro di stabilità e di fiducia rinnovata nelle urne. Ora il ragionamento è rovesciato. Ed evoca esattamente quello di Renzi nel 2016, che dopo la sconfitta provò ad andare al voto subito (e non ci riuscì), capendo che da lì sarebbe iniziato un logoramento. Rispetto al primo scenario, ci sarebbe l’argomento perfetto per il racconto meloniano. Non sono pochi quelli che scommettono che la premier dirà: sono una combattente, ho sempre rispettato la volontà popolare, recepisco la sua voce e chiedo al popolo se è ancora con me, approfittando di un’opposizione che sul no è stata compatta ma non è ancora un’alternativa di governo (vai alle voci: leader, perimetro, politica estera). Il tempo, in un clima mutato nel Paese, non gioca a suo favore: meglio anticipare. Sono chiacchiere, suggestioni, scenari. Però attenzione: la politica ha una sua logica oggettiva, più forte talvolta anche delle volontà soggettive del momento. Se una battaglia diventa politica nei presupposti, lo è anche nelle conseguenze. E alle conseguenze poi è difficile sfuggire. Fascismo o immigrazione? Il melodramma politico batte la noiosa separazione delle carriere di Salvatore Merlo Il Foglio, 20 febbraio 2026 Esiste il referendum ufficiale e poi esiste il referendum vero, quello di cui tutti parlano. Bisogna ammettere che è tutto un po’ più drammatico. Più teatrale. Certamente intrattiene. Non per niente siamo il popolo del melodramma e dell’Opera, dove il protagonista, se colpito da qualcosa o da qualcuno, non crolla al suolo, ma si mette a cantare. Stamattina abbiamo provato a cercare la parola “fascismo” nel testo della riforma costituzionale. Risultati: zero. Abbiamo cercato “immigrazione”. Niente. “Sbarchi”? Nisba. “Invasione”? Manco per sogno. Eppure, a giudicare da quello che dicono la Lega, il Pd, Fratelli d’Italia, Avs e le trasmissioni di La7 e Rete 4, sembrerebbe che il quesito sia: “Preferite Benito Mussolini o un milione di clandestini? Scegliete uno dei due, per favore”. Non è un referendum, è un episodio del Trono di Spade. Ormai il film è iniziato e non c’è modo di fermarlo. Ed è pure divertente. Esiste il referendum ufficiale, quello sulla separazione delle carriere in magistratura, quello che prevede che giudici e pubblici ministeri abbiano percorsi professionali distinti. Una questione organizzativa, in fondo. Come decidere se in ufficio Marketing e Vendite debbano stare nello stesso piano o in piani diversi. E poi esiste il referendum vero, quello di cui tutti parlano. Quello che tutti vogliono. Che è completamente diverso. Nel referendum vero il quesito è un altro. Per quelli del No è: “Mica vorrete che l’Italia diventi una dittatura illiberale?”. Mentre per quelli del Sì è: “Volete opporvi a orde di clandestini barbari e invasori?”. Da una parte c’è Giorgia Meloni con i magistrati che bloccano tutto, Albania, rimpatri, espulsioni... D’altra parte, Elly Schlein con la sua versione: “Questa riforma serve al governo per avere le mani libere e porsi al di sopra della legge”. Giuseppe Conte che rincara: “Non è uno scontro tra destra e sinistra ma tra chi vuole difendere i pilastri della Costituzione e chi la vuole sovvertire”. Nicola Fratoianni che va oltre: “È una demolizione della separazione dei poteri”. Bisogna ammettere che è tutto un po’ più drammatico. Più teatrale. Certamente intrattiene. Non per niente siamo il popolo del melodramma e dell’Opera, dove il protagonista, se colpito da qualcosa o da qualcuno, non crolla al suolo, ma si mette a cantare. Siamo cresciuti con l’Aida che muore nella tomba, non con Aida che compila moduli in triplice copia. Con Tosca che si butta dalla Rocca, non con Tosca che studia le circolari ministeriali. Le minuzie costituzionali annoiano, le tragedie cantate divertono. L’ordinamento giurisdizionale, la separazione delle carriere, per quanto rispettabili, stanno all’epica come un elenco telefonico sta all’Orlando Furioso. Nessuno vuole essere Virgilio che spiega le sottigliezze amministrative del Purgatorio, tutti vogliono essere Paolo e Francesca travolti dalla passione. Anche se finisce male. Shakespeare - che qualcosa sapeva di teatro - faceva dire a Polonio: “Brevity is the soul of wit”. Ma Polonio è un noioso pedante che nessuno ascolta. E infatti viene ammazzato dietro una tenda mentre spiava. Morale: i dettagli tecnici fanno calare il sonno, le pugnalate no. Metà Europa ha carriere separate senza essere in dittatura. Francia, Germania, Spagna, tutti regimi totalitari che non se ne sono accorti. Ma questa osservazione richiede di guardare dati empirici, statistiche, funzionamento concreto di altri sistemi giudiziari. Molto meglio gridare “fascismo”. Ha una risonanza emotiva immediata. Come i barconi di Salvini, che hanno una potenza visiva. Evocano invasioni, frontiere, destini fatali. L’ordinamento giurisdizionale invece evoca... cosa? Una cancelleria provinciale infestata dalle mosche. Carofiglio: “Meloni carente in cultura istituzionale, su Bibbiano era stata meno garantista” di Francesca Schianchi La Stampa, 20 febbraio 2026 Lo scrittore: “Disagio per un contesto politico che ha costretto il capo dello Stato a intervenire”. Le parole del capo dello Stato in difesa del Csm “mi hanno rincuorato”, commenta lo scrittore, ex magistrato ed ex senatore del Pd Gianrico Carofiglio. “Ma mi hanno trasmesso anche una sensazione di disagio, per un contesto politico che costringe il presidente a un simile gesto. Mancava solo la fotografia del destinatario di quelle parole”. Dice? Dal centrodestra dicono che è un richiamo rivolto a tutti... “L’ho letto: sembra vogliano uccidere la satira con le sue stesse armi. Il presidente della Repubblica fa una cosa che non ha mai fatto in undici anni, come ha detto lui stesso, la fa il giorno dopo un’uscita a dir poco scomposta del ministro della Giustizia Nordio e le due cose non sarebbero in relazione. Tutto molto bello, con le parole di Bruno Pizzul”. Il presidente Mattarella chiede toni bassi, e subito dopo la premier Meloni attacca i magistrati per la decisione del risarcimento a Sea Watch. Tutto normale? “In un certo senso sì. La presidente del consiglio fa quello che ha sempre fatto. Forse ci siamo scordati delle foto sotto al cartello di Bibbiano e la promessa “saremo gli ultimi ad andarcene”: in quell’occasione era un tantino meno garantista di quanto non sia, tanto per dirne una, con Delmastro che continua a fare il sottosegretario alla giustizia munito di una condanna in primo grado per rivelazione di segreti d’ufficio. Una cosa del genere potrebbe mai accadere in Francia, Germania, Regno Unito, Spagna? Potremmo passare ore a commentare i comportamenti fallosi della premier, ma gliene cito uno in particolare”. Quale? “Un paio di mesi fa disse che la riforma renderà più efficiente la giustizia. Peccato che la presidente di Commissione Giustizia Giulia Bongiorno in Senato ha spiegato che solo un ignorante può affermare che questa legge incida sull’efficienza della giustizia”. Il ragionamento della premier è: noi facciamo il nostro lavoro, le forze dell’ordine pure, ma alcuni magistrati ostacolano l’azione del governo. “Un ragionamento che denota grave carenza di cultura istituzionale. Il compito dei magistrati, cioè del potere giudiziario, è il controllo di legalità. Questo non vuol dire che i magistrati abbiano sempre ragione, ma un conto è criticare una sentenza, altro è usarla per mettere in discussione il sistema dell’equilibrio dei poteri”. Secondo Meloni il problema sono alcuni magistrati politicizzati. Non ha ragione? “Ci dica quali sono e in base a quali prove. Si ripete continuamente “magistratura politicizzata” e a richiesta di chiarimenti e prove si risponde: “Ma dai, lo sanno tutti che è cos씓. Vero è che nella magistratura esistono correnti: volontà dichiarata della riforma è, dice la premier, liberarla dal loro “giogo”... “Le correnti in sé esprimono il pluralismo culturale della magistratura, che è un valore. Poi certo, ci sono stati e ci sono comportamenti opachi, e a volte anche peggio, ma se si vogliono cambiare le cose, non lo si fa col sorteggio. Chi sceglierebbe il consiglio comunale col metodo della tombola? Non è un caso che questo sistema non esista in nessun Paese del mondo”. Obiezione dei promotori della riforma: ma i possibili sorteggiati sono tutti magistrati... “Anche i medici sono tutti laureati in medicina, ma lei si farebbe operare al cuore da chi è appena entrato in ospedale, o preferirebbe un cardiochirurgo d’esperienza? Il problema è che qui si vuole dare una martellata al sistema del bilanciamento dei poteri delegittimando la magistratura e il suo autogoverno”. In che modo? “Il punto non è mettere i pubblici ministeri sotto al governo, come spesso si è sentito dire. Non subito, perlomeno. La questione è più sottile e delicata: questa riforma non solo non migliorerebbe le cose, ma renderebbe il sistema giudiziario più fragile, e meno capace di dare tutela ai cittadini. Mentre la separazione delle carriere nei fatti esiste già, è solo una battaglia ideologica”. Quella di Meloni le sembra una comunicazione efficace? “No. Penso che stiano perdendo il controllo perché erano convinti che il referendum sarebbe andato liscio come l’olio e non si aspettavano questa rimonta del No. Non li invidio: ora deviare la corrente non è facile. Al posto loro non so cosa farei per invertire la rotta, ma so cosa avrei fatto prima”. Cosa? “Avrei lavorato in Parlamento per una riforma condivisa, anziché imporla a colpi di maggioranza. Non ci sarebbe stata questa contrapposizione violenta e insopportabile”. Di cui è protagonista anche lo schieramento del No. Come giudica la dichiarazione del procuratore di Napoli Nicola Gratteri su indagati e imputati che in Calabria voteranno Sì? “Io non l’avrei fatta quella dichiarazione, perché era facile prevedere cosa ne sarebbe derivato. Detto questo, c’è un problema di sconnessione logica in certe critiche alla - ripeto: discutibile - dichiarazione di Gratteri”. A cosa allude? “Per chiarire con un esempio: se qualcuno dice che tutti i poeti sono esseri umani, non sta dicendo che tutti gli esseri umani sono poeti. E se qualcuno dice che i mafiosi voteranno in un certo modo, non sta dicendo che tutti quelli che voteranno in quel modo sono mafiosi”. Lei che ha scritto un Manuale di autodifesa civile, come consiglia i cittadini di difendersi da questo clima avvelenato? “Con l’igiene linguistica, intellettuale e politica. La retorica populista si smonta scoprendo il suo carattere manipolatorio, smascherando i trucchi e le bugie della propaganda, più in generale esercitando il pensiero critico, facendo e facendosi domande. La cosa che da più fastidio alle populiste e agli autocrati di ogni latitudine”. Genere non binario e diritti dei detenuti: ricorso inammissibile per vuoto normativo di Anna Marino Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2026 La Cassazione, con sentenza 6763 del 2026, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto, identificato come appartenente al genere non binario femminile, in merito alla remissione alla Corte Costituzionale di una questione sul vuoto normativo riguardante il diritto al “progetto di vita” per persone con disabilità. La Cassazione, con sentenza 6763 del 2026, affronta il caso di un detenuto che si definisce come appartenente al genere non binario femminile e di “etnia autistica”, detenuto in una sezione maschile di un carcere. Il ricorso è stato presentato dal detenuto, tramite il proprio difensore di fiducia, contro il provvedimento di “non luogo a provvedere” emesso dal Presidente del Tribunale del Riesame. La Corte di cassazione dichiara inammissibile la richiesta in Cassazione del detenuto di rimettere la questione di legittimità costituzionale alla Consulta per il presunto “vuoto normativo” che impedirebbe alle persone in condizioni simili di vedere riconosciuto il proprio “progetto di vita”. La Corte motiva la decisione sottolineando che il Tribunale del riesame non ha competenza per impugnazioni relative alla fase di espiazione della pena e per la natura amministrativa e ordinatoria del provvedimento impugnato, competenza limitata alle impugnazioni relative alla fase cautelare. Inoltre, ribadisce che le questioni di legittimità costituzionale possono essere sollevate solo nel corso di un giudizio dinanzi a un’autorità giurisdizionale. Infine, precisa che, essendo il ricorrente detenuto in una sezione maschile, deve essere indicato come “il ricorrente” e non “la ricorrente”. La decisione evidenzia la necessità di una revisione normativa per garantire l’effettiva tutela dei diritti delle persone con disabilità, in linea con i principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (Convention on the Rights of Persons with Disabilities, CRPD). La vicenda - Riguarda un ricorso presentato per sollevare una questione di legittimità costituzionale relativa a un presunto vuoto normativo che ostacolerebbe l’effettivo accesso alla giustizia per le persone con disabilità. Il ricorrente - come precisato dalla Cassazione in base al fatto che il detenuto nella sezione maschile va indicato come “il” ricorrente e non “la” ricorrente-, si riteneva in una struttura non adeguata alle sue esigenze, lamentava la mancata attuazione del proprio “progetto di vita” e la carenza di misure idonee a garantire i diritti previsti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Il Tribunale del Riesame aveva emesso un provvedimento di “non luogo a provvedere”, ritenendo di non avere competenza in merito. Successivamente, il detenuto, tramite il proprio difensore di fiducia ha presentato un ricorso per Cassazione contro tale decisione, ma la Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. La motivazione si basa sull’assenza di un giudizio giurisdizionale in corso, sulla natura amministrativa del provvedimento impugnato e sui limiti di competenza del Tribunale del riesame. La Corte ha inoltre condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende. La sentenza solleva interrogativi sui diritti delle persone in situazioni di vulnerabilità. I precedenti legislativi e giurisprudenziali - La sentenza fa riferimento a diversi precedenti legislativi e giurisprudenziali per motivare la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. In primo luogo, viene richiamato l’articolo 23 della legge n. 87 del 1953, che stabilisce che le questioni di legittimità costituzionale possono essere sollevate esclusivamente nel corso di un giudizio dinanzi a un’autorità giurisdizionale competente. Questo principio è stato considerato non rispettato nel caso in esame, poiché il ricorso non era stato presentato nell’ambito di un procedimento giurisdizionale, ma piuttosto come una denuncia generica di un presunto vuoto normativo. In secondo luogo, la Corte ha sottolineato che il Tribunale del riesame, ai sensi degli articoli 309 e 310 del codice di procedura penale, non ha competenza per esaminare impugnazioni relative alla fase di espiazione della pena. Questo limite di competenza ha contribuito alla decisione di dichiarare inammissibile il ricorso. Infine, la Corte ha evidenziato che il provvedimento impugnato, emesso dal Presidente del Tribunale del riesame, ha natura amministrativa e ordinatoria, e non giurisdizionale. Pertanto, non è suscettibile di impugnazione con ricorso per cassazione, poiché solo i provvedimenti giurisdizionali adottati dal collegio del Tribunale possono essere oggetto di tale ricorso. Lesioni stradali, aggravante per droga solo in base a indici rilevatori dell’alterazione psicofisica di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2026 Il risultato positivo all’esame delle urine è base fondamentale per la contestazione del reato di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti o psicotrope, ma non è sufficiente in quanto stabilisce solo l’avvenuta assunzione. Se è vero che il risultato positivo all’esame delle urine o di altri fluidi biologici sull’avvenuta assunzione di droga non è sufficiente alla contestazione del reato di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti e psicotrope è anche vero che tali analisi sono presupposto fondamentale dell’imputazione per tale fattispecie penale, che si concretizza però solo se si riscontrano elementi di alterazione psicofisica al momento del fatto. Con la sentenza n. 6711/2026 la Cassazione penale ha respinto il ricorso della persona condannata per lesioni personali stradali gravi previste dall’articolo 590 bis del Codice penale aggravate dall’aver commesso il reato previsto dall’articolo 187 del Codice della strada che sanziona la guida sotto l’influenza di droga. Infatti, il ricorrente contestava sia l’inammissibilità dei risultati dell’esame delle urine sia la sussistenza di quegli elementi ulteriori che dimostrano la circostanza di essere sotto l’influenza di sostanze droganti durante a guida. Sul primo punto il ricorso faceva rilevare il mancato avviso da parte degli agenti della facoltà di essere assistito da difensore di fiducia durante l’esecuzione dei test. In realtà ciò determina una nullità a regime intermedio che il difensore avrebbe però dovuto far rilevare al più tardi prima dell’adozione della sentenza di primo grado e non come era avvenuto nel caso specifico con i motivi di appello. Eccezione quindi tardiva che ha conseguito il proseguimento del processo e l’acquisizione delle rilevazioni degli accertatori sullo stato di euforia del ricorrente caratterizzato da movimenti frenetici ed esibizione di eccessiva sicurezza a fronte del grave incidente che si era verificato con gravi lesioni a carico del passeggero condotto dal ricorrente. Quindi l’esame delle urine non contestato tempestivamente per i suoi profili di illegittimità e il riscontro da parte degli agenti di un comportamento connotato da incongruenze sono stati sufficienti a giustificare la condanna del ricorrente. Infine, va sottolineato che il ricorso riteneva che l’assenza di lucidità accertata e attribuita all’assunzione di sostanze droganti fosse stata illegittimamente desunta da propri comportamenti che non rientrano in quelli codificati dalla giurisprudenza come indizianti e fonte di prova dello stato di alterazione. La Cassazione utilmente sul punto chiarisce che gli elementi sintomatici normalmente individuati in pupille dilatate, occhi lucidi, euforia, ansia o irrequietezza, eccessiva e ingiustificata loquacità, difetto di attenzione, anomala sudorazione, torpore, eloquio sconnesso e andamento barcollante o instabile non sono un numerus clausus, ma comportamenti o caratteristiche anatomiche soggetti al prudente apprezzamento di soggetti qualificati, quali gli agenti operanti e che ovviamente devono costituire conferma degli esiti accertamenti biologici dimostrativi dell’avvenuta precedente assunzione della sostanza stupefacente. In ogni caso, le sentenze di merito avevano motivato la sussistenza degli indici sintomatici dell’assunzione di stupefacente riscontrati dagli agenti in uno stato di eccitazione ed esagerata sfrontatezza. E data l’ampia gamma di droghe riscontrate in un soggetto (come avvenuto nel caso specifico) tali indici possono anche non essere coincidenti con una sola tipologia di effetti legati a uno specifico stupefacente. I protocolli Cnf-Cassazione non introducono nuove cause di inammissibilità di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore Lo ha chiarito la Suprema corte con l’ordinanza n. 3724 depositata oggi richiamandone tuttavia il valore eminentemente esplicativo. Il mancato rispetto delle indicazioni contenute nel Protocollo per la redazione degli atti siglato dal Cnf con la Corte di cassazione non è, di per sé, causa di inammissibilità del ricorso. Lo ha chiarito la Suprema corte con l’ordinanza n. 3724 depositata oggi, nell’ambito di un procedimento per decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre. La curatrice speciale dei minori, in via preliminare, aveva sostenuto l’inammissibilità del ricorso perché non rispettoso dei criteri redazionali “richiesti dal protocollo in vigore”, quanto all’indicazione della materia - che mancava - alla sintesi dei motivi e al paragrafo dedicato alla descrizione dello svolgimento del processo. La Prima sezione civile osserva che la dedotta inammissibilità per mancata osservazione dei canoni redazionali “non lascia intendere una censura diversa da quelle tipizzate dal codice di rito”, con riferimento ai requisiti di specificità e autosufficienza del ricorso per cassazione (art. 366, primo comma, nn. 3 e 4, c.p.c.). Nel ricorso del resto vi sarebbe un “mero richiamo” al protocollo, senza l’indicazione della concreta violazione di disposizioni codicistiche. A ogni modo, precisa la Corte, le regole fissate nel Protocollo d’intesa tra Avvocati e Corte di cassazione, nelle loro versioni succedutesi nel tempo, “mancando di autonomia, non definiscono ragioni di nullità, inammissibilità o improcedibilità laddove non trovino giustificazione nelle regole del codice di rito”, potendo valere, al più, quale “strumento esplicativo del dato normativo”. Ciò detto, la Suprema corte ha comunque dichiarato inammissibile il ricorso per aspecificità. Le ragioni dell’aspecificità, prosegue la decisione, coincidono, di fatto, con i criteri che il protocollo mira a garantire: chiarezza strutturale, distinzione tra fatto e diritto, sintesi, raccordo puntuale con i passaggi del provvedimento impugnato. Nel caso concreto, la Corte stigmatizza la presenza, nella prima parte del ricorso, di ampi stralci - riportati in corsivo - della comparsa di costituzione in appello, nei quali si intrecciano indistintamente narrazione dei fatti, argomentazioni difensive e richiami normativi. Emblematica, osserva la decisione, è la stessa rubrica del paragrafo: “Sintesi della decisione impugnata, dei motivi di ricorso e delle ragioni della sua fondatezza”, che già denuncia l’incongruità dell’impostazione. La “commistione” tra esposizione del fatto processuale e illustrazione dei motivi, sviluppati poi solo nella parte finale dell’atto, “manca di realizzare il necessario raccordo tra i due elementi, incorrendo nella aspecificità della critica”. Già in precedenza (n. 57224/2017) la Cassazione aveva sottolineato il valore eminentemente esplicativo dei protocolli sottoscritti con il Cnf, affermando l’inammissibilità - per genericità dei motivi - del ricorso redatto con tecnica espositiva tale da rendere incomprensibili le ragioni dell’impugnazione, a causa della sovrapposizione di documenti e testi inconferenti, dell’argomentare retorico e della trattazione ridondante e caotica di questioni eccentriche. La Sardegna non vuole più essere l’isola del 41-bis ilpost.it, 20 febbraio 2026 Il governo vorrebbe concentrare buona parte dei detenuti sottoposti al carcere duro in istituti sardi, ma la regione non ci sta. Alla Sardegna non piace per nulla il piano del governo di trasformare tre carceri sarde in istituti penitenziari dedicati esclusivamente ai detenuti sottoposti al regime carcerario del 41-bis, il cosiddetto carcere duro. È una prospettiva che la Sardegna vuole evitare in tutti i modi per una serie di problemi attuali e per ragioni storiche: regione, sindacati e gruppi di cittadini stanno facendo tutto il possibile per opporsi. Il sospetto che il governo volesse aumentare il numero dei detenuti al 41-bis in Sardegna aveva iniziato a diffondersi la scorsa estate, quando il ministero della Giustizia aveva deciso il trasferimento di 92 detenuti al 41-bis nel carcere di Uta Cagliari, in cui si sta finendo di costruire un nuovo padiglione dedicato. La conferma definitiva è arrivata il 18 dicembre, quando alla conferenza Stato-Regioni il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, di Fratelli d’Italia, ha spiegato che il governo intende trasformare sette carceri italiane in istituti di detenzione solo per il 41-bis. In Italia poco meno di un anno fa i detenuti con questo regime erano circa 742, di cui 93 già in Sardegna. In Sardegna i posti disponibili per il 41-bis saranno a breve 192. Delmastro ha detto che “certamente non diventeranno 380 o 700”, ma ha ipotizzato un ulteriore aumento intorno al 20 per cento. In Sardegna diventerebbero quindi almeno 230. Da settimane la presidente della regione Alessandra Todde, del Movimento 5 Stelle, sta protestando: dice che la regione non è stata coinvolta in questa decisione. Nei giorni scorsi Todde ha annunciato una manifestazione di protesta per il 28 febbraio, chiedendo ai cittadini e alle cittadine sarde di partecipare. “Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola-carcere”, ha detto. L’identificazione della Sardegna come un’isola-carcere in effetti non è solo una suggestione, per diversi motivi. C’entra innanzitutto il carcere dell’Asinara, un istituto di massima sicurezza che fu costruito alla fine dell’Ottocento sull’omonima isola nel nord ovest della Sardegna. Negli anni Settanta furono detenuti lì componenti delle Brigate Rosse e negli anni Novanta molti noti mafiosi sottoposti al regime del carcere duro, tra cui Totò Riina. Per estensione quindi la Sardegna divenne una delle regioni a cui si associava la detenzione al 41-bis. Il fatto che l’Asinara fosse un’isola rispondeva peraltro a un requisito indicato nella legge che nel 1975 ha introdotto il 41-bis. Il 41-bis è una sospensione del “trattamento penitenziario ordinario”: è uno strumento detentivo ma anche preventivo, che ha l’obiettivo di isolare il detenuto dal resto della sua organizzazione criminale. Nella sua forma attuale il 41-bis fu introdotto nel 1992, dopo le stragi di mafia di Capaci e via D’Amelio, a Palermo, per limitare il più possibile la frequenza dei contatti con l’esterno degli esponenti di vertice delle organizzazioni criminali e quindi per evitare che, dal carcere, i capi mafiosi continuassero a comandare. La legge specifica che i detenuti al 41-bis devono stare dentro istituti “a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari” o comunque in “sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria”. Il riferimento alle isole è percepito come molto penalizzante in Sardegna, tanto che ora c’è una proposta di legge regionale per eliminare quella parte dell’articolo 41-bis. La consigliera regionale Camilla Soru, del PD, tra le firmatarie della proposta, ha detto che “la Sardegna non può essere considerata un luogo di segregazione preferenziale, non siamo un territorio di confine”. Oggi in Italia le carceri con detenuti al 41-bis sono 12, di cui 11 sono miste, cioè ospitano detenuti con diversi trattamenti penitenziari. L’unico carcere che prevalentemente ha detenuti al 41-bis è quello dell’Aquila, Le Costarelle. Le tre carceri sarde con sezioni per il 41-bis sono quelle di Sassari, Badu e Carros a Nuoro e Uta Cagliari. Le altre sono in Lombardia, nel Lazio-Abruzzo e Molise, in Umbria, in Emilia-Romagna, nel Triveneto, in Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta. Secondo i dati aggiornati allo scorso maggio e pubblicati dal Garante nazionale dei detenuti, la maggior parte delle persone al 41-bis è detenuta nelle carceri del provveditorato Lazio-Abruzzo e Molise (non c’è il dettaglio suddiviso per le singole carceri). Delmastro ha detto che gli altri quattro istituti dedicati in futuro solo al 41-bis saranno quelli di Alessandria, L’Aquila, Parma e Vigevano. Il governo giustifica il piano dicendo che garantirà una maggiore sicurezza, dal momento che isolare i detenuti al 41-bis toglie definitivamente loro la possibilità di comunicare con gli altri detenuti. Delmastro ha detto anche che in questo modo sarà possibile assicurare quattro ore d’aria al giorno ai detenuti, cioè il tempo che possono trascorrere fuori dalle celle, come stabilito dalla Corte costituzionale un anno fa. Ha infine aggiunto che accorpare i detenuti al 41-bis in sette istituti contribuirebbe a ridurre il cronico sovraffollamento delle carceri, recuperando 333 posti per i detenuti ordinari. Non è un numero altissimo in verità, considerando che attualmente ci sono quasi 64mila detenuti e i posti disponibili sono poco più di 46mila. Secondo Todde aumentare i posti per il 41-bis in Sardegna rischia di avere conseguenze negative sia dentro le carceri, perché i posti attualmente occupati dai detenuti ordinari sarebbero destinati ai detenuti al 41-bis e quindi tutti gli altri dovrebbero essere trasferiti altrove, sia all’esterno. La giunta regionale teme per esempio che si trasferiscano in Sardegna le famiglie dei detenuti al 41-bis, che spesso fanno parte a loro volta di gruppi criminali, o che ci possano essere problemi negli ospedali, dal momento che servono specifiche misure di sicurezza quando una persona detenuta nel carcere duro deve essere ricoverata. Per la garante regionale dei detenuti Irene Testa l’aumento annunciato dei detenuti al 41-bis nelle carceri sarde è già ora un problema visto che quello di Cagliari è già molto sovraffollato. Testa ha detto che nel carcere di Cagliari non è nemmeno previsto un rinforzo del personale medico e che mancano 119 agenti penitenziari rispetto all’organico previsto. “Per ogni detenuto che deve essere accompagnato in ospedale o a una visita, occorrono 7 agenti di scorta: impossibile in queste condizioni”, ha detto. Anche i sindacati si sono detti contrari e hanno chiesto al consiglio regionale di intervenire. Napoli. Carceri, emergenza sanitaria a Poggioreale: sovraffollamento oltre il 122% ildesk.it, 20 febbraio 2026 Senza medici e con servizi ridotti, la sanità penitenziaria a Napoli rischia il collasso. Il sistema penitenziario italiano attraversa una fase di grave sofferenza strutturale. I numeri diffusi dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, elaborati su dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, del Ministero della Giustizia e degli uffici territoriali competenti, parlano di 62.476 persone detenute distribuite in 189 istituti, con un tasso di affollamento che supera il 122% della capienza regolamentare. Un dato che, già critico su scala nazionale, assume contorni ancora più drammatici in Campania. A Napoli, la realtà della Casa Circondariale di Poggioreale rappresenta in modo emblematico le contraddizioni del sistema: circa 2.300 detenuti ospitati in una struttura datata, segnata da criticità strutturali e igienico-sanitarie, con un rapporto detenuti/agenti che evidenzia una carenza cronica di personale. Se il sovraffollamento è il primo livello dell’emergenza, è sul piano sanitario che la situazione appare più allarmante. La gestione della salute è affidata alla ASL Napoli 1, ma l’assistenza di base risulta insufficiente rispetto ai bisogni reali. I percorsi diagnostici e terapeutici scontano ritardi significativi, aggravati dall’assenza di servizi interni fondamentali, come i laboratori di analisi, dismessi negli anni per esigenze di contenimento della spesa. L’integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale appare frammentaria e discontinua. Particolarmente critica è l’area della salute mentale: a fronte di una popolazione detenuta numerosa e fragile, risultano operativi soltanto due psichiatri, oltre a un pneumologo e un diabetologo. Un numero che rende evidente lo squilibrio tra domanda e offerta di cure. Anche la carenza di agenti di Polizia Penitenziaria incide direttamente sull’accesso alle prestazioni, rallentando le traduzioni verso strutture esterne e allungando i tempi per esami e visite specialistiche. Le ricadute sanitarie sono tangibili. Crescono le patologie croniche - broncopneumopatie, diabete, obesità - così come le malattie infettive e le diagnosi oncologiche. Sul versante psicologico aumentano ansia, depressione e disturbi comportamentali, in un contesto segnato da sedentarietà, alimentazione inadeguata e spazi insufficienti. “La tutela della salute in carcere non è una concessione ma un diritto fondamentale sancito dall’articolo 32 della Costituzione. La pena non può mai trasformarsi in abbandono sanitario”, afferma la criminologa Claudia Cavallo, componente dello staff regionale a tutela dei detenuti e del Gruppo di Lavoro Carceri della Consulta Popolare Salute e Sanità di Napoli. Sulla stessa linea la pneumologa Marinica Coincilio, che richiama l’attenzione sull’incidenza delle malattie respiratorie croniche: “Le condizioni ambientali e strutturali incidono in modo diretto sull’aumento delle patologie. Senza prevenzione, diagnosi precoce e continuità terapeutica, il carcere rischia di diventare un moltiplicatore di malattia”. Il disagio psichico, se non intercettato tempestivamente, rischia inoltre di tradursi in nuove fragilità sociali e in recidiva, compromettendo la funzione rieducativa della pena prevista dall’ordinamento. Le proposte avanzate dal Gruppo di Lavoro puntano a un intervento strutturale: maggiore integrazione tra sanità penitenziaria e sistema territoriale, istituzione di Case di Comunità all’interno degli istituti - già previste nel piano aziendale 2024 - e creazione di un servizio multiprofessionale unico capace di coordinare competenze mediche, psicologiche e sociali. Necessaria anche un’azione risolutiva sulle criticità contrattuali e amministrative che hanno determinato sospensioni o ridimensionamenti di servizi essenziali. Sul fronte normativo, un ruolo chiave può essere svolto dalla riforma promossa dall’allora ministra Marta Cartabia, che ha rafforzato il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Il programma operativo “Una giustizia più inclusiva” del Ministero della Giustizia, con una dotazione di 280 milioni di euro, potrebbe consentire a una quota significativa di detenuti - stimata attorno al 30% - di accedere a percorsi alternativi, contribuendo a ridurre la pressione numerica che oggi soffoca gli istituti. Il nodo resta politico e culturale prima ancora che amministrativo. Garantire cure adeguate dietro le sbarre non significa solo tutelare chi sta scontando una pena, ma difendere un principio di civiltà giuridica che riguarda l’intera collettività. La privazione della libertà personale non può tradursi in una compressione del diritto alla salute. È su questo equilibrio, fragile ma imprescindibile, che si misura la qualità democratica di un Paese. Bologna. Ristrutturazione della Dozza senza spostare i detenuti: “Un rischio anche per gli agenti” di Giuseppe Baldessarro La Repubblica, 20 febbraio 2026 Il cantiere dovrebbe partire lunedì 23, ma per il sindacato Osapp non è garantita la sicurezza del personale: parte la diffida per l’amministrazione carceraria. L’amministrazione penitenziaria vuole far fare lavori di ristrutturazione all’interno della Dozza con all’interno parte dei detenuti. Lo scrive il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria Osapp che ha “diffidato” la stessa amministrazione “considerando la situazione ad alto rischio e fuori legge, con rischi per l’incolumità del personale”. Lavori il cui inizio è previsto per lunedì in coincidenza con i primi giorni del mese del Ramadan. “Questa scelta che non condividiamo - scrivono per la segreteria provinciale Antonino Soletta e Ignazio Roberto Ranno - è destinata a creare situazioni critiche ancora peggiori di quelle che si verificano già nell’Istituto, non è un segreto infatti che durante il mese del digiuno, i ristretti di origine islamica che osservano la pratica religiosa, sono molto più tesi e che per gran parte della giornata riposano. Pensare dunque alla situazione rumorosa non appare rispettoso in primis verso coloro che osservano il culto, né tanto meno degli altri detenuti”. Tra l’altro aggiunge Osapp, “ai detenuti va garantito un ambiente salubre, il diritto alle ore d’aria, ai colloqui, alla partecipazione alle attività ed altro, ciò comporterà il continuo movimento dei ristretti in un’area cantiere in cui saranno presenti attrezzi pericolosi di cui potrebbero impossessarsi, con conseguenti seri rischi per la sicurezza”. Qualora l’amministrazione non facesse passi in dietro il sindacato annuncia azioni legali finalizzate a tutelare il personale di polizia penitenziaria che presta servizio nell’Istituto in questione, ritenendo l’Amministrazione la sola e unica eventuale responsabile su tutti i rischi che ne deriveranno”. Tolmezzo (Ud). Ateneo-Carcere: due detenuti lavorano alla digitalizzazione dei registri storici friulisera.it, 20 febbraio 2026 Cinque registri di matricola dei detenuti nel carcere di Tolmezzo nel periodo 1935-1947, anni cruciali per la guerra e la Resistenza in Friuli e in Carnia, conservati nella Casa circondariale di Udine, sono oggetto di digitalizzazione e valorizzazione da parte dell’Università di Udine grazie al lavoro di due detenuti in semilibertà. È quanto prevede una convenzione tra la Casa circondariale di Udine e il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Ateneo. L’obiettivo è approfondire la conoscenza e la ricostruzione di quegli anni fondamentali per il territorio grazie al ritrovamento di questi registri custoditi nell’Archivio storico del carcere udinese. Nell’autunno-inverno 1944, infatti, i grandi rastrellamenti posero fine alla Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, nota anche come Repubblica della Carnia. Molte persone catturate transitarono per le case penali friulane e furono quindi dirette verso il campo di internamento della Risiera di San Sabba o verso i campi di concentramento e di sterminio del centro Europa. La convenzione per valorizzare il patrimonio archivistico e storico del carcere udinese, già firmata, è stata oggi simbolicamente sottoscritta a Udine, nel Palazzo Caiselli dell’Università. L’hanno firmata le direttrici del Dipartimento, Linda Borean, e della Casa circondariale, Tiziana Paolini. Il responsabile scientifico del progetto, di durata annuale, rinnovabile, è Andrea Zannini, professore di Storia moderna dell’Ateneo friulano. Il progetto, iniziato il 27 gennaio scorso e nato per iniziativa del già Garante per le persone detenute Franco Corleone, prevede la digitalizzazione del materiale archivistico da parte di due detenuti appositamente formati. Questi, nei locali e con le attrezzature del Dipartimento, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Udine, stanno procedendo alla digitalizzazione della documentazione per renderla disponibile agli studiosi. Le persone detenute in regime di semilibertà sono state individuate dall’autorità carceraria di concerto con il Dipartimento. Al termine del lavoro riceveranno un attestato di partecipazione. La Casa circondariale ha reperito i fondi necessari per remunerare le persone detenute impegnate nell’attività grazie ai progetti “Ripartiamo” e “Inclusione, confronto, trattamento”, finanziati da Cassa delle ammende del Ministero della Giustizia e dalla Regione Friuli Venezia Giulia. La Casa circondariale, inoltre, cura tutte le questioni riguardanti la presenza dei detenuti nella sede universitaria. Il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale ha curato il trasferimento del materiale archivistico nella sede dipartimentale. Ha altresì stilato, d’accordo con la Casa Circondariale, un piano di lavoro, ha finanziato e organizzato il corso di digitalizzazione dei registri e ha messo a disposizione personale tecnico esperto incaricato di seguire le operazioni di digitalizzazione. Il registro di matricola (o anagrafe detenuti) è il documento che registra l’ingresso in carcere, i dati anagrafici, identificativi (foto e impronte digitali), i reati, la pena, l’autorità giudiziaria competente, le note sanitarie e i trasferimenti di ogni persona reclusa. Viene gestito dalla polizia penitenziaria che crea la cartella personale del detenuto che lo segue fino alla scarcerazione. Serve per la gestione interna, l’identificazione giudiziaria e la tracciabilità delle persone in esecuzione penale. Alla firma erano inoltre presenti e sono intervenuti: la referente dell’Ateneo per il Polo universitario penitenziario, Natalia Rombi; la referente Tutela della salute in ambito penale della Direzione centrale salute, politiche sociali e disabilità della Regione Friuli Venezia Giulia, Tamara Feresin; la coordinatrice dei servizi del Centro solidarietà giovani “Giovanni Micesio” di Udine, Roberta Colavitto; la coordinatrice dei progetti “Ripartiamo” e “Inclusione, confronto, trattamento”, finanziati da Cassa delle ammende del Ministero della Giustizia e dalla Regione Friuli Venezia Giulia, Annarita De Nardo; il Soprintendente archivistico del Friuli Venezia Giulia, Luca Caburlotto; il garante il garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Andrea Sandra, e l’assessore ai rapporti con l’università, cultura e istruzione del Comune di Udine, Federico Pirone. “L’iniziativa - ha spiegato la direttrice del Dipartimento, Linda Borean - rientra negli obiettivi del Dipartimento di eccellenza Dium 2023-2027 che prevedono lo svolgimento di progetti per la digitalizzazione e la valorizzazione del patrimonio storico e culturale del territorio, tramite la cooperazione con enti e istituzioni locali, al fine di favorire lo sviluppo del benessere sociale anche attraverso le nuove tecnologie”. Per la direttrice della Casa Circondariale, Tiziana Paolini “il progetto rappresenta un’opportunità per i detenuti coinvolti, oltre che di formazione, anche di risocializzazione in un contesto culturale di rilievo. L’attività in questione consente, peraltro, di portare alla luce dei registri che costituiscono un patrimonio culturale importante del territorio che immortala un periodo storico del nostro Paese”. Natalia Rombi ha portato il saluto e l’apprezzamento per l’iniziativa da parte del rettore Angelo Montanari. “Questo progetto che consente ai detenuti di recuperare quote di libertà è molto importante in vista del loro ritorno in libertà - ha sottolineato -. La formazione e il lavoro sono la base del recupero sociale delle persone detenute perché consentirà loro di costruirsi una nuova vita quando ritorneranno nella società. È l’Università verrebbe meno alla sua missione di diffondere la conoscenza se non si occupasse anche di loro”. Per Tamara Feresin “con questo progetto si aggiunge una ricchezza alla comunità. Un risultato possibile quando diverse istituzioni pubbliche e il privato sociale hanno in comune idee, obiettivi e sensibilità finalizzati al benessere sociale”. Annarita De Nardo ha evidenziato “l’importanza del progetto nel quadro anche dell’attività dell’hub multiservizio di “Giustizia di comunità”. L’iniziativa ha come capofila la Caritas di Udine ed è ospitata negli spazi del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Ateneo. Il suo obiettivo è realizzare percorsi di inclusione socio-lavorativa a favore di persone sottoposte a misura penale, costruire una rete di sostegno alle vittime di ogni tipo di reato e promuovere interventi di giustizia riparativa e mediazione penale. “Grazie a questo progetto si realizza un’esperienza che unisce il percorso di riabilitazione sociale a quello della formazione professionale nell’accompagnamento al reinserimento nella società” ha detto Roberta Colavitto. “La ricaduta sociale del progetto - ha sottolineato Luca Caburlotto - è un contributo al superamento del pregiudizio verso i detenuti”. Andrea Sandra ha sottolineato l’importanza di questa iniziativa che aiuta “ad avvicinare la comunità dei detenuti alla società libera per contribuire alla conoscenza reciproca”. Per Federico Pirone “non bisogna abituarsi alla rassegnazione e all’impotenza e questo progetto è la dimostrazione plastica che si può cambiare. È un segnale fortissimo che si può costruire, che è utile non solo a chi lo vive e lo sperimenta, come i detenuti, la casa circondariale e l’università, ma è utile a tutti. Perché la giustizia riguarda tutta la comunità e occuparsi dei detenuti disegna il profilo di società in cui vogliamo vivere”. Roma. “Rebibbia la Città invisibile”, evento di docu-teatro ispirato alle opere di Italo Calvino imgpress.it, 20 febbraio 2026 “Rebibbia: la Città invisibile” è un esperimento di docu-teatro che debutterà il 10 marzo 2026 alle ore 20:00 all’interno della stagione dell’Auditorum Parco della Musica “Ennio Morricone”. Lo spettacolo nasce dai Laboratori d’Arte in carcere e si ispira all’opera di Italo Calvino in occasione del 40°anniversario della scomparsa del grande Autore. È prodotto dall’Associazione Ottava Arte con la Regia di Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe. Coinvolge i detenuti, gli ex detenuti e il personale della Polizia Penitenziaria di Rebibbia. Gli interpreti sul palco sono i veterani del Teatro Libero di Rebibbia Juan Dario Bonetti, Giacomo Silvano, Marcello Lupo, Leonardo Ligorio e Maurizio Montepaone. Con loro, sullo schermo, i volti e le voci di chi ancora sta scontando la pena. Con la partecipazione straordinaria dell’Ispettore Capo della Polizia penitenziaria Cinzia Silvano e dell’attore Alessandro Marverti. Videoriprese di Paolo Modugno. Animazioni di Alessandro De Nino. Produzione di Fabio Cavalli per Ottava Arte in collaborazione con La Ribalta. I prigionieri della Città invisibile tornano a visitare i luoghi della loro memoria infantile, quando tutto attorno era Casa, sia che fosse il mostro architettonico del Corviale a Roma oppure la fragile catapecchia dei nonni profughi da Sarajevo. Ogni cosa attorno portava il nome di Itaca, città miraggio, città ragnatela dalle cui maglie è difficile fuggire. La Città invisibile che ora abitano sopravvive nutrita da quei ricordi di ragazzi, già reduci a vent’anni, già sconfitti prima ancora di distinguere l’amico dal nemico. Arte e poesia aiutano a comprendere che Casa non è un luogo fisico da raggiungere ma uno stato mentale da riconoscere e costruire grazie a parole nuove. Come suggerisce Calvino: “c’è qualcosa che cerca di uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione”. L’invocazione che proviene dal carcere funziona come un SOS in codice Morse: compito dell’arte è setacciare le parole, raccogliere le metafore e trasmettere il battito che viene dall’interno. Il contesto di Rebibbia - Dal 2003, il Teatro del Carcere di Rebibbia N.C. è un punto di riferimento nazionale e internazionale nelle pratiche di reinserimento delle persone detenute attraverso percorsi d’arte e cultura. L’esperienza nasce e prosegue come una vera accademia di spettacolo, dimostrando che un “altro carcere” è possibile. I laboratori teatrali, cinematografici e di arti digitali hanno coinvolto oltre 2000 detenuti, con la collaborazione di professionisti di alto livello, ospitando oltre 100.000 spettatori esterni grazie a performance, incontri, festival di teatro e cinema, eventi in live streaming. Il Teatro di Rebibbia si è affermato come avamposto culturale nella zona Tiburtina di Roma, Municipio IV, riconosciuto anche nella Mappa dei Teatri della Capitale. Consulta la mappa. Il Progetto si svolge in collaborazione con il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria - C.C. Roma Rebibbia N.C. È sostenuto dal Ministero della Cultura - Direzione Generale Spettacolo dal Vivo, “Progetto Speciale 2025” e dalla Regione Lazio. Il Progetto, promosso da Roma Capitale - Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365. Cultura tutto l’anno in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. Col Patrocinio del Presidente della Commissione Cultura della Camera. Si ringrazia per la collaborazione il Municipio Roma IV. Lo spettacolo andrà in scena alle ore 20:00; i biglietti sono disponibili sulla pagina ufficiale dell’auditorium parco della musica e il loro acquisto sostiene direttamente il progetto “Rebibbia: la Città invisibile”. Massa Carrara. Letteratura per il carcere, storie e libri da colorare per i piccoli visitatori di Laura Sacchetti La Nazione, 20 febbraio 2026 I figli delle persone recluse potranno leggere insieme al genitore. Tra i promotori Avis e Sos Telefono azzurro: un’altra donazione per l’Opa. “Non si nasce con l’istinto della lettura, come si nasce con quello di mangiare e bere...bisogna educare i bambini alla lettura”. Lo diceva Gianni Rodari e questa frase è diventata il mantra per le associazioni di volontariato chi ogni giorno si occupano e si preoccupano dei bambini, come la sezione di Massa di Fondazione Sos Telefono Azzurro che con le sue volontarie da oltre 20 anni gestisce e porta avanti il progetto Bambini e Carcere. Grazie alla collaborazione con le due librerie Giunti di Massa ha preso corpo il progetto “Aiutaci a crescere. Donaci un libro” che si è concretizzato sabato scorso quando sono stati consegnati alla Ludoteca della casa di reclusione di Massa i libri che sono stati donati dai cittadini nelle due librerie Giunti di Massa. Nel mese di agosto infatti le volontarie di Telefono Azzurro sono state presenti sia nel punto Giunti all’interno della Galleria del Centro Commerciale Maremonti, sia in quello di viale Chiesa, sensibilizzando i cittadini ad aderire al progetto “Aiutaci a crescere. Regalaci un libro”. L’iniziativa ha l’obiettivo di promuovere la lettura donando libri a scuole dell’infanzia, primarie e reparti pediatrici e per la prima volta anche alla Ludoteca della casa di reclusione di Massa, dove ogni sabato i minori fino a 16 anni incontrano il loro genitore recluso, in un ambiente a misura di bambino. Ma l’ondata della solidarietà non è finita qui, perché l’Avis zonale di Massa Carrara, con il suo presidente Lucian Martisca e i suoi associati, ha voluto fare un dono speciale alla Ludoteca: “La bibliotechina personalizzata con il logo Avis”. Una libreria cartonata con tantissimi volumi: dalle prime letture, ai classici, agli album da colorare. Sabato scorso la Bibliotechina ha trovato il suo posto all’interno della Ludoteca, alla presenza dei genitori e dei bambini che stavano facendo il colloquio e che amano molto leggere insieme ai genitori e alle volontarie durante le ore a disposizione. Un gesto semplice, ma dai risvolti importanti. Parte dei libri donati durante la campagna, sono stati destinati alla Ludoteca così che i bambini, scegliendo un libro e portandolo a casa possono sentire meno la lontananza dal genitore recluso. Un’altra quantità di libri raccolti con il progetto “Aiutaci a crescere. Regalaci un libro”, invece sono stati portati nelle Ludoteche dei reparti di pediatria del Noa e dell’Opa, e donati ai bambini ricoverati, e ancora, ai Bambini delle case famiglia della cooperativa l’Abbraccio e a quelli di Carrara con “Babbo Natale in moto e La Befana di MotoclubMassa Fondazione Sos il Telefono Azzurro Ets”. Al momento della consegna oltre al presidente dell’Avis Lucian Martisca, erano presenti Ilaria Di Matteo, presidente Avis Montignoso, Carlotta Piacentini referente della libreria del Centro Commerciale MareMonti e Emanuela Tognozzi della Libreria di viale Chiesa, accolti dalla direttrice della casa di reclusione di Massa Antonella Venturi, molto soddisfatta dell’iniziativa , dalla Capo Area Elena Ghiloni, dal sostituto commissario coordinatore Mario Novani e da Mariagiovanna Guerra referente del progetto e le volontarie che prestano servizio nei colloqui. “Un grazie di cuore al presidente dell’Avis ai suoi associati per il bellissimo dono - ha detto Mariagiovanna Guerra -, a Carlotta ed Emanuela, che fin da subito hanno aderito al progetto supportate dalla Giunti e che hanno accolto le volontarie con tanto calore. Grazie a tutti i cittadini che hanno contribuito a questa campagna regalando bellissime e commoventi dediche, alle volontarie di Telefono Azzurro, ai bambini e genitori che ogni sabato si ritroveranno a leggere nuove storie e nuovi racconti”. Migranti. Tolleranza zero e confini blindati: la premier si rifugia nella comfort zone di Paolo Delgado Il Dubbio, 20 febbraio 2026 Giorgia Meloni, si sa, aveva apprezzato pochissimo l’affondo incontinente del ministro Nordio contro il Csm. È una politica di lungo corso: sapeva perfettamente quanto l’incauto Guardasigilli avesse esposto il fianco con quella sortita che aveva oltretutto anche il demerito di oscurare le parole altrettanto fuori luogo di Gratteri. Eppure, dopo il monito molto severo e drastico del capo dello Stato di fronte al Plenum del Csm, è stata proprio lei, non il genuflesso Nordio, a tornare immediatamente alla carica sparando ad alzo zero sui magistrati, rei di aver ordinato un risarcimento alla Sea Watch. Certo, la premier non ha parlato di referendum e non lo farà. Il Consiglio di guerra di palazzo Chigi ha messo a punto questa strategia che dovrebbe permettere a Giorgia di entrare nella lizza referendaria con la scimitarra sguainata però senza dirlo apertamente, per depotenziare, ammesso che sia possibile, la ricaduta di un’eventuale sconfitta sul suo governo. Meloni attacca e continuerà ad attaccare i magistrati ma senza citare il referendum. Ma la scelta di sferrare un nuovo colpo subito dopo il discorso di Mattarella è inequivocabile. Nessuna tregua. Nessun abbassamento dei toni. À la guerre comme à la guerre. Ma i giochi di prestigio pesano sino a un certo punto. L’esito del referendum siglerà la vittoria o la sconfitta di Giorgia Meloni, non della riforma o del ministro che la ha partorita. Dunque la premier non solo vuole ma deve vincere e ha scelto di giocare le carte che hanno negli ultimi anni garantito mani vincenti una dopo l’altra alla destra in tutto l’Occidente: l’immigrazione più di ogni altra e subito dopo il securitarismo. C’è una distanza abissale tra l’impostazione di Nordio e quella di Giorgia Meloni. Il ministro parla di una riforma della magistratura e fa capire al di là di ogni possibile dubbio che l’obiettivo di quella riforma è anche, anzi probabilmente è soprattutto, “rimettere a posto” il potere togato, frenare una sua invadenza che ha segnato profondamente la storia italiana negli ultimi decenni. È il potere della magistratura che Nordio vuole limitare, senza preoccuparsi se si tratti di magistrati rossi, neri o a pallini. Meloni no. Lei tira sempre e solo su quelle che un tempo venivano definite “toghe rosse”, cioè sui magistrati che interpretano le leggi in senso “progressista” e le usano per frenare le campagne più spietate del governo di destra contro l’immigrazione clandestina e quelle più forcaiole sulla sicurezza. Non denuncia le invasioni di campo del potere togato come fa invece, sia pur non sempre lucidamente, Nordio. Mette all’indice “una certa magistratura”, come definisce quella secondo lei “di sinistra” e chiede ai suoi elettori, molto meno motivati di quelli del No, di mobilitarsi per qualcosa che sentono e possono capire al volo: il muro contro gli immigrati, la tolleranza zero sulla sicurezza. Poco importa che con il merito della riforma tutto questo non c’entri assolutamente niente. L’importante è motivare quell’elettorato e spingerlo a votare, perché in caso contrario la sconfitta sarebbe probabile. È una strategia azzardata. Facilita il gioco del No che ha da subito cercato di spostare lo scontro dal piano della riforma a quello della politica in generale, non risparmiando iperboli. In ballo non c’è una riforma della magistratura, che sembra interessare solo a Gratteri figura in questo e non solo in questo speculare a Nordio: c’è il futuro della democrazia italiana. Uno scontro slittato su questo piano inclinato mette in enorme difficoltà quell’elettorato di centrosinistra, minoritario ma tutt’altro che insignificante, che sarebbe favorevole alla riforma. Per buona parte di quell’elettorato votare a favore della separazione delle carriere con la posta in gioco lievitata così tanto e così indebitamente e con la torsione di significato che ha già impresso la premier sarà molto difficile. Qualcuno, magari dopo aver sostenuto per decenni la necessità di separare le carriere, voterà No con il naso turato. Qualcuno, non sentendosela, si asterrà e sarà comunque un voto sottratto al Sì. Messe così le cose sembrerebbe una strategia fallimentare. Lo diventa però molto di meno se si considera quanto determinante sia per una larghissima parte dell’elettorato il chiodo fisso dell’emigrazione. La commessa di Giorgia Meloni è semplice: molti elettori di destra che non sentirebbero alcun bisogno di uscire da casa per riformare la magistratura lo faranno se penseranno che il loro è un voto non per la riforma ma per i confini blindati e il pugno di ferro soprattutto contro la microcriminalità. Non è detto che sia una scommessa vinta in partenza. Ma di certo non è nemmeno già persa. Migranti. Il caso Sea Watch carica il Governo contro le toghe. Annullato il fermo di un’altra nave di Giulia Merlo Il Domani, 20 febbraio 2026 Due tribunali siciliani hanno deciso per il risarcimento danni alla ong e lo stop al fermo di una seconda nave. Il governo all’attacco, ma le sentenze dicono altro. Il monito del capo dello Stato Sergio Mattarella a mantenere “rispetto reciproco” pur nella campagna referendaria è già caduto nel vuoto. Da due giorni, infatti, i nuovi avversari scelti da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e anche dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, sono i giudici civili di Palermo, colpevoli di aver pronunciato una sentenza di condanna di risarcimento danni di 76mila euro in favore della ong proprietaria della nave SeaWatch all’epoca del sequestro capitanata da Carola Rackete. La clava della maggioranza in campagna elettorale in favore del Sì al referendum è calata sui giudici, con la premier che ha parlato di “sentenza assurda”, “abnorme” secondo La Russa e scritta con “pregiudizio politico” per Matteo Salvini. “Il governo non si fermerà”, ha concluso la premier, con riferimento alla lotta all’immigrazione e sottintendendo che la sentenza civile fosse un modo per fermare l’azione dell’esecutivo. Peccato che la sentenza - se letta nella sua interezza - si fondi su tutt’altro. Addirittura, non prenda in considerazione né l’utilizzo che è stato fatto della nave né le ragioni per cui è stata sequestrata. In una decisione tutta in punta di diritto, i giudici palermitani hanno rilevato che la Ong aveva chiesto alla prefettura il dissequestro della sua nave (esattamente come previsto dalle leggi approvate dal governo) e che, poiché l’amministrazione non ha mai risposto, dopo un mese si è consolidato il “silenzio-accoglimento”. Dunque la nave avrebbe dovuto essere restituita, ma a fronte di questa richiesta, gli uffici pubblici siano intervenuti contro la riconsegna. Di qui il procedimento civile, con i giudici che hanno semplicemente stabilito il titolo per avere indietro la nave da parte della Ong per inerzia della prefettura e soprattutto il diritto a vedersi risarciti i danni per responsabilità extracontrattuale dell’Amministrazione, che ha illegittimamente trattenuto un bene non suo: un danno da “turbativa della proprietà” in gergo tecnico. Di qui il calcolo del risarcimento: 39mila euro di spese portuali; spese di benzina per 31mila euro e spese legali per 5mila euro. Insomma, il risarcimento del danno sono i costi vivi che altrimenti SeaWatch avrebbe dovuto pagare di tasca propria per una scorrettezza dell’amministrazione sequestrante. In altre parole, nella sentenza non c’è nemmeno un accenno né ai migranti né alla politica: il tribunale di Palermo non ha fatto altro che riconoscere il diritto di proprietà su un bene e il diritto a riaverlo indietro, a fronte del fatto che la prefettura non si è mossa per tempo per impedirlo non rispondendo all’istanza di dissequestro. Esattamente come da giurisprudenza costante. Il governo, però, ha considerato il risarcimento una sorta di furto “di soldi degli italiani”, ha tuonato Meloni, nonostante la responsabilità della spesa sia proprio dovuta a una inerzia dello Stato. Eppure, in questa fase così avvelenata, il merito poco conta. La premier ha scelto la strada dei video sui social per attaccare le toghe, attribuendo loro una volontà di contrasto politico alle scelte del governo e senza nemmeno accennare al fatto che un rimedio per provare a evitare il pagamento del risarcimento da parte dello Stato ci sarebbe: l’appello. Così ha replicato il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, parlando di reazioni “figlie del clima di tensione che sta maturando con la campagna referendaria” e che “l’esercizio del diritto di critica si esprime evidenziando la contraddittorietà di passaggi della motivazione” ma “non mi pare che sia avvenuto questo”. E ha concluso: “Non credo che etichettare il giudice come non imparziale solo sulla base di un dispositivo non gradito o magari neppure conosciuto sia esercizio del diritto di critica”. Le reazioni - Il caso palermitano non è isolato: il tribunale di Catania ha annullato con un provvedimento d’urgenza il fermo di un’altra imbarcazione, la SeaWatch 5, in attesa dell’udienza di merito fissata per il 2 marzo, anche se in goni caso il blocco della nave è già arrivato a naturale scadenza secondo il decreto Piantedosi. Immediatamente anche contro le toghe catanesi si sono scaricati gli attacchi della maggioranza sempre con la stessa accusa: “Inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati. Ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia, per dividere la giustizia dalla politica”, ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan, legando in modo esplicito gli attacchi ai giudici con la campagna elettorale intorno al referendum sull’ordinamento giudiziario. Eppure vale ricordare, come continuano a ripetere gli esponenti della maggioranza, che la riforma non dovrebbe toccare in alcun modo - almeno formalmente - l’autonomia e l’indipendenza dei giudici nel prendere le loro decisioni, anche quelle sgradite al governo. Migranti. Disegno di legge: accoglienza zero di Marina Lomunno vocetempo.it, 20 febbraio 2026 Giro di vite sulle migrazioni, ma scricchiola il Cpr di Torino. Parlano Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele, e Giovanni Belingardi, referente dell’Associazione Famiglie accoglienti. Mentre mercoledì 11 febbraio scorso il Tribunale di Torino ha condannato ad un anno di reclusione (con la condizionale) Annalisa Spataro, all’epoca direttore del Centro di permanenza per il rimpatrio cittadino (Cpr) per conto della società di gestione della struttura Gepsa, nel Cpr di Bari moriva per cause ancora da accertare un giovane di 26 anni marocchino. Ancora, qualche giorno dopo, sei medici dell’ospedale di Ravenna vengono indagati per aver negato l’ingresso nei Centri a persone straniere perché non ritenute idonee causa patologie infettive e psichiatriche. Tre fatti, in meno di una settimana, che confermano la problematicità dei 10 Cpr della nostra Penisola che, più che Centri di permanenza per il rimpatrio, somigliano a luoghi di detenzione con tutte le criticità che affliggono le carceri italiane. Ma andiamo per ordine. Ci sono voluti ben 5 anni per far luce sui fatti del 23 maggio 2021, quando Moussa Balde, 23enne guineiano si impiccò nel Cpr di Torino dopo l’arresto a Ventimiglia perché privo di documenti e rinchiuso nella struttura di corso Brunelleschi. Per l’accusa, le condizioni di vulnerabilità psichica di Balde furono sottovalutate: i suoi familiari, costituiti parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale, hanno ottenuto un risarcimento di oltre 350mila euro che dovranno essere versati da Annalisa Spataro e dalla Gepsa. Una vicenda che suscitò sdegno e che ha impegnato l’allora garante dei detenuti Monica Gallo ad avviare il processo di cui si è costituita parte civile. Il Cpr torinese, dopo il suicidio di Moussa e a causa di tensioni, rivolte e disordini, era stato chiuso a marzo 2023 per poi essere riaperto nel 2025 dopo lavori di manutenzione. Attualmente solo tre aree su sei sono agibili, affidate al gruppo Sanitalia che si è aggiudicato il bando da 8,4 milioni di euro per la gestione della struttura che ha una capienza di 60 persone ma ne può ospitare al massimo 70. E per opporsi alla sua riapertura è nata nel dicembre 2024, nella sede della Circoscrizione 3 territorio in cui sorge il Cpr, la “Rete torinese contro tutti i Cpr” intitolata a Moussa Balde. Un’iniziativa di cittadinanza attiva che da subito ha appoggiato il percorso per ottenere verità e giustizia da parte della famiglia del giovane e per chiedere appunto la chiusura di tutti i Centri per il rimpatrio. Vi aderiscono 30 realtà torinesi - istituzioni, sindacati enti del Terzo settore, tra cui Circoscrizione 3, Cgil, Pastorale migranti della diocesi, Gruppo Abele, Acli, Agesci, Gioc, Associazione famiglie accoglienti. Delle condizioni drammatiche dei Cpr - documentate anche nel recente rapporto a cura del Tavolo asilo e immigrazione “Cpr d’Italia: istituzioni totali” pubblicato nel gennaio 2026 - ne abbiamo parlato con Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele, e Giovanni Belingardi, referente dell’Associazione famiglie accoglienti. “Nella struttura, che dipende dalla Prefettura dove dovrebbero stazionare i migranti in attesa di un provvedimento di espulsione non come detenuti e per massimo 18 mesi (salvo rimpatri) trattenuti perché privi di documenti o con irregolarità e scadenze dei permessi di soggiorno, in realtà vivono persone in condizioni disumane senza percorsi educativi come corsi di formazione al lavoro utili per l’integrazione una volta usciti. Oltretutto nei Cpr non è possibile verificare le condizioni dei ristretti perché solo a parlamentari, garanti e consiglieri regionali è permesso l’accesso e con difficoltà agli avvocati degli internati” precisa Giovanni Belingardi. “Inoltre, secondo i dati più recenti solo il 10% dei trattenuti con provvedimento di espulsione vengono effettivamente reimpatriati. Dati che confermano che i Cpr sono strutture che non ottemperano agli obiettivi per cui sono stati istituiti - la sosta prima del rientro nel Paese d’origine - perché le procedure di rimpatrio non funzionano. Senza contare la situazione di sofferenza e degrado oltre alla mancanza di cure mediche salvo un utilizzo elevato di psicofarmaci non giustificato dalle condizioni di salute dei ristretti”. Tra i motivi per cui i rimpatri sono difficoltosi vi è la provenienza delle persone fermate e chiuse nei Cpr perché molti di loro provengono da Paesi con i quali non esistono accordi bilaterali (o con l’Unione europea) di riammissione. “Dunque perché trattenere in un luogo disumanizzante e intrinsecamente patogeno, come l’Oms definisce i Cpr, persone che ad esempio escono dal carcere perché hanno scontato la loro pena, mentre potrebbero tornare in libertà e con opportune politiche di reinserirsi nella società nella legalità?” domanda Lucia Bianco. E che i Cpr siano luoghi dove il tempo passa inutilmente, quando non peggiora la condizione dei ristretti, lo evidenziano alcune storie di migranti. Ad esempio quella di Hamid Badoui, cittadino marocchino di 42 anni suicidatosi in cella nel carcere di Torino nel maggio scorso. “Noi del Gruppo Abele non potremo mai dimenticare Hamid” racconta Lucia Bianco “la sua storia è la testimonianza di quanto i Cpr siano dispositivi disumanizzanti. Il carcere aveva rappresentato per Hamid un momento di svolta: proprio durante la detenzione aveva deciso di provare a cambiare la sua vita di tossicodipendente, e una volta scontata la pena da tempo gli stavamo accanto per aiutarlo ad uscire dalla dipendenza dal crack. Lo avevamo conosciuto nel nostro Drop-in in Barriera di Milano. Tutto era pronto per quando fosse tornato libero: la sorella lo aspettava a casa, gli appuntamenti col medico erano già fissati, e intanto lo seguivano gli operatori interni alla struttura. Aveva promesso di non tornare a bazzicare in Barriera di Milano, perché temeva di ricadere subito nei vecchi giri. Per questo non ci siamo allarmati quando non l’abbiamo visto ricomparire nei nostri centri di strada. Ma ad un certo punto abbiamo saputo che era stato di nuovo arrestato”. E dalla sua cella questa volta non uscirà più né potrà realizzare il desiderio di uscire dalla schiavitù della droga. Il secondo arresto gli fece ritornare alla mente un’ossessione del passato, quella del Cpr. E gli amici del Gruppo Abele hanno capito la sua paura ricostruendo la sua storia dopo il suicidio. “Hamid subito dopo la scarcerazione. poiché non aveva rinnovato i documenti di soggiorno” conclude Lucia Bianco “era stato rinchiuso in un Cpr e dopo qualche settimana dall’Italia trasferito in Albania, mesi terribili come ha descritto ai familiari e all’avvocato che hanno lasciato in lui un segno indelebile”. E quando l’hanno arrestato di nuovo ha temuto di essere rimandato in un Cpr che come aveva confessato al suo avvocato: “È meglio il carcere del Cpr, in Albania non ci torno”. Lo spettro del Cpr lo ha convinto a togliersi la vita. Migranti. Decreto Flussi, il canale legale che crea irregolarità di Marika Ikonomu Il Domani, 20 febbraio 2026 Il sistema è “un fallimento”, “in termini di arrivi effettivi e assunzioni”, denuncia il quarto rapporto annuale di Ero Straniero Nel 2025, solo il 7,9 per cento delle persone è arrivata ad avere un permesso di soggiorno. Tra zone grigie e migliaia di persone ogni anno a rischio sfruttamento. Una soluzione c’è. Citare alcuni dati isolandoli è il modo in cui il governo comunica successi che, se visti in una dimensione più ampia e complessa, non sono tali. A questo si aggiunge l’assenza di dati pubblici completi e, dunque, mancanza di trasparenza. “Abbiamo rafforzato i canali regolari di ingresso”, aveva detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel suo bilancio di fine anno. Peccato che l’unico canale di accesso regolare, comunque limitato, sia “un fallimento”, “in termini di arrivi effettivi e assunzioni”. Lo dimostra il quarto rapporto annuale della campagna Ero Straniero. Se la finalità delle quote del decreto flussi è far entrare un numero determinato di persone in Italia per motivi di lavoro, questo avviene in pochissimi casi. Nel 2025 i permessi di soggiorno in via di rilascio dalle prefetture sono stati 14.349 su 181.450 quote stabilite dal governo. Cioè il 7,9 per cento. Un quadro che può essere ritenuto parziale perché molte le pratiche sono in corso di istruttoria. Ma quelli del 2024 lo confermano: 24.858 su 146.850 quote fissate, il 16,9 per cento. “A quasi due anni dai click day solo 17 persone su cento hanno un lavoro”, si legge. “Un fallimento” - Il sistema parte dai famosi click day, giornate in cui il datore di lavoro ha la possibilità di chiamare un lavoratore all’estero nell’ambito delle quote di ingresso stabilite con decreto ogni anno. Spesso però la persona, arrivata in Italia, si trova davanti datori non più disposti a sottoscrivere il contratto di soggiorno. Perché i tempi sono troppo lunghi o perché non c’è mai stata l’intenzione di assumere. Un sistema che però non funziona fin dalle prime fasi: nel 2024 sono stati rilasciati visti solo per il 48,5 per cento dei nulla osta emessi. Nel 2025 il 66,25 per cento. Gli esiti negativi sono poi numerosi: 10.611, a cui si aggiungono 4.171 pratiche pendenti. Questo dato, sottolinea il rapporto, è legato alla decisione del governo di intensificare i controlli verso le persone provenienti da Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco - ritenuti “a rischio” truffe e illeciti - che rende il meccanismo “più “pulito” solo sulla carta: meno domande, meno pratiche sospese, meno visti formalmente non rilasciati”. Ora il blocco è a inizio procedura: tempi lunghi “prima del rilascio del visto” e “restringendo l’accesso ai canali regolari”. Sfruttamento - Il sistema dei flussi crea zone grigie e mette migliaia di persone ogni anno in una situazione di irregolarità, quindi a rischio sfruttamento. Non è disponibile il dato sui lavoratori entrati regolarmente senza poi essere assunti. Ero Straniero stima però che per il 2024 “siano effettivamente arrivate circa 26.700 persone”, poco più del 18 per cento della forza lavoro programmata: “Di queste il 7 per cento vive il concreto rischio di scivolare nell’irregolarità”. Per il 2025, “dei 26mila che hanno fatto ingresso in Italia, risultavano a rischio irregolarità 11.686”. Quasi la metà. Il sistema, secondo la campagna, non può essere modificato ma necessita di una riforma generale: canali diversificati e flessibili, costruiti non solo in base alle esigenze dei datori, anche alle aspettative dei lavoratori. Ma ancor prima di una riforma strutturale, impossibile senza volontà politica, esiste già uno “strumento di regolarità”: una circolare del Viminale, per cui, se il datore è indisponibile o irreperibile, la responsabilità non è imputabile al cittadino straniero e la questura deve rilasciare un permesso per attesa occupazione. Così da permettere la ricerca di un altro lavoro. Un modo per andare incontro a chi ha subito “truffe e comportamenti illegittimi”, pagando migliaia di euro a presunti intermediari o datori di lavoro in cambio dell’assunzione, salvo poi non averne notizia. Isha, di origine indiana, ha pagato 20mila euro per il viaggio e i documenti. “Una volta arrivato, la persona che mi aveva fatto da contatto e il presunto datore sono scomparsi”, racconta. Ora è in “grave difficoltà”: non può né tornare in India né rimanere in Italia in modo regolare. Il risultato è, ancora una volta, un sistema che perde posti di lavoro a ogni passaggio della procedura. E a pagarne il prezzo sono i lavoratori stranieri. Migranti. Ong, la sentenza di Catania: quello della Sea Watch fu un fermo illegittimo di Simona Musco Il Dubbio, 20 febbraio 2026 Prima i giudici di Palermo, poi quelli di Catania. Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, le occasioni per declinare il binomio migranti-magistratura in chiave elettorale non mancano e, soprattutto, non vengono lasciate cadere. È una strategia lucida: trasformare le aule di giustizia in un palcoscenico per raccattare consensi in vista del referendum costituzionale, forse il più difficile della storia repubblicana. Le ultime due decisioni dei Tribunali - il risarcimento per la vicenda che coinvolse la “capitana” Carola Rackete e l’annullamento, ieri, del fermo per la Sea Watch 5 - sono state immediatamente risucchiate dal vortice del centrodestra per sostenere le ragioni della riforma. Poco importa che, a ben guardare le carte, tali decisioni nulla hanno a che fare con le politiche migratorie in sé, ma riguardino imbarcazioni fermate in modo, secondo la magistratura, illegittimo. La linea politica è un’altra: utilizzare un tema evidentemente sensibile per l’opinione pubblica per blindare il progetto del governo. L’ultimo capitolo è quello di Catania, che tocca nel vivo l’esecutivo sconfessando nel merito il decreto Piantedosi. Il fermo della nave era stato disposto a fine gennaio, con una multa di 7.500 euro. La “colpa” della ong? Aver salvato 18 persone senza coordinarsi con le autorità libiche, le quali, stando ai racconti dell’equipaggio, avevano intimidito gli uomini a bordo. Ma il vero scontro frontale si è consumato 24 ore prima, quando Giorgia Meloni ha diffuso un video dai toni durissimi contro i giudici civili di Palermo, “colpevoli” di aver sanzionato il governo per 76mila euro a causa del fermo illegittimo della Sea Watch 3. È stato l’innesco di un nuovo attacco alla magistratura, sferrato nonostante il monito alla leale collaborazione lanciato solo poche ore prima dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un richiamo rimasto inascoltato: a Palazzo Chigi, chiunque cercasse un commento alle parole del Capo dello Stato trovava solo porte chiuse e bocche cucite. Difficile immaginare che da quel silenzio si arrivasse, nel giro di poche ore. A dare manforte alla narrazione della premier è arrivata ieri la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa. Il presidente del Senato ha sposato in toto la linea di Palazzo Chigi: “Credo sia sotto gli occhi di tutti l’abnormità di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana”. Un commento netto, arrivato però prima ancora di aver letto le motivazioni del provvedimento. Un vizio di forma e di sostanza fatto notare da Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari ed ex procuratore di Agrigento, che ben conosce il braccio di ferro sui migranti dai tempi di Matteo Salvini al Viminale. “Le sentenze vanno lette con onestà intellettuale e corretti strumenti giuridici”, ha scandito Patronaggio. Il magistrato ha spiegato che nella decisione di Palermo non c’è politica, ma solo il riconoscimento di un danno per un provvedimento amministrativo non giustificato. “Per banalizzare - ha aggiunto - il caso non è differente da chi si vede sequestrata l’auto dai vigili senza un valido verbale. L’unica differenza è che il ricorrente si chiama Sea Watch e non Paolo Rossi”. Anzi, a guardare bene tra le righe, una scelta “politica” in senso lato il giudice l’ha fatta: ha negato alla Ong il danno morale per l’attività umanitaria. Un punto, paradossalmente, a favore della pubblica amministrazione. Eppure, la propaganda non si ferma davanti ai tecnicismi. Al Csm l’aria era pesante; alcuni consiglieri avevano ipotizzato una richiesta di pratica a tutela per i magistrati palermitani, poi accantonata probabilmente per non esasperare il clima dopo la visita di Mattarella. “Il tema dell’immigrazione non c’entra nulla - confida un consigliere - si trattava solo di capire se fosse stata applicata correttamente la regola del silenzio-accoglimento”. In diritto, i termini della questione erano chiari già nel 2020, ben prima dell’insediamento del governo Meloni. La sentenza, in sintesi, nasce dal silenzio del Prefetto di Agrigento davanti a un ricorso della ong: per l’articolo 19 della legge 689/1981, quel silenzio equivale a un accoglimento. Il fermo della nave doveva dunque cessare automaticamente. Non averlo fatto è stata una condotta colposa dello Stato, che ora deve pagare i costi portuali e il carburante inutilmente consumato. Tuttavia, Maurizio Gasparri non ha dubbi e usa il risarcimento a Rackete come un grimaldello per giustificare la bontà della separazione delle carriere. “È ora di finirla con episodi che offendono la legalità”, ha tuonato. Ma il dubbio rimane: come può una riforma ordinamentale cambiare l’esito di un giudizio tecnico basato sulla semplice violazione delle procedure? D’altronde, a dimostrare che la magistratura non agisce per pregiudizio ideologico, è intervenuta sempre ieri la decisione del Tar del Lazio sul ricorso della ong Sos Humanity. In questo caso, i giudici amministrativi hanno dato ragione al governo, stabilendo che in alto mare le navi sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Motivo per cui il divieto di sosta imposto alla nave nel 2022 era legittimo, poiché l’imbarcazione si era diretta verso l’Italia ignorando porti sicuri più vicini. Secondo i magistrati, lo Stato italiano non aveva l’obbligo di riscontrare la richiesta di porto sicuro (Pos) se la zona Sar non era di sua competenza. Il quadro che ne emerge è un mosaico complesso, dove la legalità rischia di essere percepita come un abito su misura: da esaltare quando asseconda il governo e da delegittimare quando lo sconfessa. Ravenna, magistratura sotto accusa: “Criminalizza i medici che curano i migranti” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 20 febbraio 2026 La magistratura si trova sotto accusa da fronti opposti. Giorgia Meloni e il suo Governo la criticano per quella che definiscono un’ingerenza politica nelle scelte dell’esecutivo sui migranti - i giudici che bloccano i rimpatri, le toghe che “sabotano” le politiche di sicurezza. Dall’altra parte, associazioni come l’Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, puntano il dito contro la Procura di Ravenna per ragioni diametralmente opposte: qui non si tratta di magistrati accusati di essere troppo morbidi con i migranti, ma di pubblici ministeri che hanno trasformato l’atto del curare in un’ipotesi di reato, criminalizzando medici che si sono limitati a fare il loro dovere. Due critiche agli antipodi, un solo bersaglio. È questo il paradosso, in pieno clima referendario tra il Sì e il No alla riforma della separazione delle carriere, che rende il caso di Ravenna qualcosa di più di una semplice inchiesta giudiziaria. Quando la magistratura decide di entrare in un ospedale con le modalità che solitamente si riservano ai boss della criminalità organizzata, significa che qualcosa si è rotto nel cuore profondo del nostro vivere civile. È questo il grido di battaglia che unisce oggi oltre trentamila cittadini, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e decine di associazioni. Quella perquisizione avvenuta il 12 febbraio scorso nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale romagnolo è stata vissuta come un’umiliazione della dignità professionale, un atto intimidatorio che ha trattato dei camici bianchi come se fossero parte di una pericolosa associazione a delinquere. Il clima è pesante, quasi surreale. Sei medici sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dei pubblici ministeri con l’accusa di falso ideologico continuato in concorso. Secondo l’ipotesi investigativa, che copre un arco di tempo dal maggio 2024 al gennaio 2026, questi professionisti avrebbero firmato certificati medici “arbitrari” o “incompleti” per attestare che alcune persone migranti non fossero idonee a restare nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Ma per chi ogni giorno lavora in corsia, quella che la Procura chiama “ostruzione” non è altro che il rigoroso adempimento di un dovere etico e giuridico: agire in scienza e coscienza per tutelare la vita e la salute di chiunque, senza distinzioni. La perquisizione come arma di pressione - Quello che è accaduto tra i corridoi del reparto di Malattie Infettive di Ravenna non è stato un normale atto di indagine. Le modalità descritte dai testimoni raccontano di una pressione che ha distolto risorse preziose dalla cura dei pazienti, configurando persino il rischio di un’interruzione di pubblico servizio. Se un medico deve temere una perquisizione ogni volta che firma un certificato che non aggrada l’autorità amministrativa, allora la sua autonomia è finita. La valutazione clinica non può essere condizionata da esigenze di polizia o da convenienze politiche. Un medico non valuta se sia “opportuno” o meno che una persona venga rimpatriata: osserva un corpo, analizza una mente e stabilisce se possono sopportare la detenzione in un Cpr. C’è un dato che rende ancora più fragile l’ipotesi investigativa della Procura. Dal settembre 2024 al dicembre 2025, i medici del reparto hanno visitato trentaquattro persone destinate ai Cpr. Di queste, quattordici hanno ricevuto un parere favorevole al trattenimento e soltanto dieci sono state dichiarate non idonee. Meno della metà, insomma. Eppure la Procura ha scelto di ipotizzare l’esistenza di un boicottaggio sistematico, quasi che un reparto ospedaliero si fosse trasformato in una cellula eversiva. È difficile sostenere questa tesi davanti a una percentuale che descrive semplicemente un filtro clinico selettivo, non indiscriminato. La patogenicità dei Cpr non è un’opinione di qualche attivista, ma un dato scientifico inoppugnabile. Lo ha messo nero su bianco persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel gennaio del 2026: la detenzione amministrativa dei migranti è una causa diretta di gravi malattie infettive e disturbi psichiatrici. Il medico che firma una inidoneità sta semplicemente prevenendo un danno alla salute che sa essere quasi certo, applicando il principio fondamentale di “non maleficenza”. Dire che un uomo con una grave infezione o una donna con un trauma psichico profondo non possono stare in un centro di detenzione non è un falso ideologico, è una constatazione di realtà che ogni medico onesto ha il dovere di fare. Asgi e ordini dei medici - Gli avvocati dell’Asgi hanno preso una posizione netta: le inidoneità certificate dai medici “non sono arbitrarie”, ma si fondano su dati clinici e sull’evidenza scientifica della natura intrinsecamente patogena dei Cpr. Il punto giuridico è preciso: la normativa vigente non impone al medico di certificare l’idoneità, ma di valutarla. E quando quella valutazione porta a un giudizio di inidoneità, quel giudizio non può essere trasformato in un reato solo perché contraddice le esigenze amministrative dello Stato. Se il sistema dei rimpatri si inceppa perché alcune persone risultano clinicamente incompatibili con la detenzione, il problema non è il medico che lo certifica: il problema è un sistema che non prevede soluzioni alternative alla detenzione stessa. Il vicepremier Matteo Salvini è stato il primo a buttarsi nella mischia: “Gravissimo. Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto”. Parole pronunciate senza attendere nemmeno un giorno dall’apertura dell’inchiesta. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha alzato ulteriormente il tiro, parlando di medici che “pregiudizialmente, ideologicamente” avrebbero rilasciato certificazioni false. Una condanna anticipata, pronunciata dal banco del governo, che il Pd e Alleanza Verdi e Sinistra hanno definito inaccettabile. Gli ordini dei Medici dell’Emilia Romagna, con i presidenti di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena in testa, hanno eretto un muro a difesa della professione. Il messaggio è limpido: il medico non giudica, non seleziona e non esclude nessuno per motivi politici o sociali. Il presidente nazionale dell’Ordine dei Medici, Filippo Anelli, ha tracciato il confine in modo netto: “Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici affidiamo la cura delle persone”. Strumentalizzare l’atto medico, tentando di piegarlo a funzione di garanzia dell’ordine pubblico, significa snaturare il senso stesso della medicina e compromettere irrimediabilmente l’autonomia di chi cura. Difendere questa distinzione tra il giudizio tecnico-sanitario e le scelte amministrative è l’unico modo per tutelare i diritti fondamentali di tutti noi. Quello che i trentamila firmatari chiedono è semplice ma enorme: che la medicina resti libera. Libera dalle pressioni di un sistema che vorrebbe i medici asserviti a scelte politiche. Difendere quei sei medici indagati a Ravenna significa difendere il diritto di ogni cittadino a essere guardato dal proprio dottore come una persona, e non come un numero di pratica burocratica o un problema di polizia. Perché quando la polizia giudiziaria su ordine della procura entra in reparto con la forza del sospetto infondato, non sta solo cercando dei documenti, rischia di silenziare la coscienza di una professione intera. E se ci riesce, la democrazia perde uno dei suoi pilastri più importanti. Suicidio assistito, parla il filosofo Maurizio Ferraris: “Darsi volontariamente la morte atto di libertà” di Simona De Ciero Corriere della Sera, 20 febbraio 2026 L’ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Torino: “Non si parla di fine vita perché non crea consenso. Burocrazia insensibile alla sofferenza umana”. Oggi il dibattito sul fine vita in Piemonte torna in aula. Per questo, il Corriere Torino ha voluto raccogliere l’autorevole punto di vista di Maurizio Ferraris, professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Torino. Professore, il primo suicidio medicalmente assistito in Piemonte ha mosso profondamente la società civile. La politica, invece, fatica a parlarne e prendersi carico della questione. Perché? “Immagino che dipenda dal fatto che è una questione che non crea consenso. Io stesso, che non sono un politico, che cosa posso aspettarmi dalle risposte che darò? La disapprovazione dei pro life e l’indifferenza degli altri. E un politico? Aspettarsi vantaggi elettorali da aspiranti suicidi non porta lontano”. Il caso di Alberto smentisce o conferma chi dice che “il suicidio assistito non è necessario in un sistema civile”? “I filosofi stoici, o Montaigne, erano indubbiamente persone civili, e consideravano la possibilità di darsi volontariamente la morte il più grande atto di libertà accessibile agli esseri umani, perché li sottrae al dominio del mondo e alla sua crudeltà. Per quel poco che vale, sono dello stesso avviso. Che un sofferente voglia morire non ha niente a che fare con la civiltà o inciviltà del mondo in cui vive, ma solo con la sua sofferenza e con il viaggio solitario che ha deciso di intraprendere”. Eppure, Alberto ha atteso mesi: cosa dice questo alla sua coscienza di filosofo sul rispetto dei diritti umani e dell’autonomia? “Mi dice che la burocrazia non è particolarmente sensibile alle sofferenze umane. Ma non è una scoperta. Quando un principio è sancito in teoria e rallentato in pratica cessa di essere un diritto. Che si debba implorare per morire è paradossale, e che l’implorazione sia soggetta alle more della legge rende ancor più insensata la sofferenza”. “Sofferenza intollerabile”, è un concetto soggettivo? “Se qualcuno dice che le sue sofferenze sono intollerabili, ed è disposto a sottoscrivere con la vita questa affermazione, è difficile obiettare che invece sono tollerabili, e si lamenta solo perché si sbaglia sull’entità delle sue sofferenze. Chi è l’autorità in merito? E che cosa ha di mira? Protrarre delle sofferenze che, tollerabili o intollerabili che siano, non hanno alcuna prospettiva di remissione? Perché siamo di solito così incuranti delle vite degli altri, e di colpo scopriamo che non ci va che un essere umano cerchi requie dalla sofferenza?”. Per alcuni critici il suicidio assistito renderebbe la società meno motivata a migliorare cure palliative e assistenza sanitaria: è un’accusa fondata? “Non mi sembra che nelle realtà in cui il suicidio assistito è legale ci siano minori cure palliative. Per esempio, mi risulta che in Svizzera siano lievemente migliori che in Italia. In generale, quella tra la morte e le cure palliative non è una vera alternativa: se uno vuole morire, non sa cosa farsene delle cure palliative, non più di quanto chi vuol vivere sarebbe disposto a considerare la morte come una cura palliativa particolarmente radicale”. La medicina è nata per curare la vita: come si concilia questa vocazione con l’aiutare qualcuno a morire? “Credo sia nata per tutelare la vita buona, non la vita a tutti i costi. Se poi uno vuole vivere comunque, la sua scelta sarà rispettata, e sarà a lui che andranno prioritariamente le cure palliative”. Il coinvolgimento attivo di medici nella morte assistita pone il rischio di normalizzazione della morte come opzione terapeutica? “Non penso che nessuno possa mai seriamente considerare la morte una opzione terapeutica. È una opzione umanitaria”. Il dibattito sul fine vita sta diventando un’occasione di civiltà o un modo per scaricare sulla persona sofferente le fragilità sociali e sanitarie? “Sarebbe bene che chi soffre trovasse per sé il rimedio che ha scelto, e chi (ancora) non soffre preparasse per sé e per gli altri una società più accogliente nei confronti del dolore”. Secondo lei, come si misura il progresso etico di una società in casi come quello di Alberto? “L’interruzione di una vita diventata insopportabile è ancora tutela della vita in momenti difficili. Aveva ragione Benedetto Croce: la morte è ancora parte della vita, e in certe circostanze la decisione per la morte è il punto più intenso di una vita pienamente vissuta”. Come risponde a chi accusa i sostenitori del suicidio assistito di “promuovere la cultura della morte”? “Che cosa sarebbe la “cultura della morte”? Qualcuno potrebbe dire qualcosa in merito? Tutto quello che so è che la cultura, qualunque cultura, si trova a fare i conti con la morte, e che è bene che lo faccia senza pregiudizi e con coraggio”. Qual è la domanda che, secondo lei, non è ancora stata posta e che invece dovremmo porci tutti quando discutiamo di suicidio medicalmente assistito? “Mi viene in mente solo una domanda che credo sia stata posta innumerevoli volte: cosa farei se fossi al posto suo?”. Gli adolescenti, lo smartphone, i social: come si affronta il disagio dell’era digitale di Michael Rich Il Domani, 20 febbraio 2026 Quello del rapporto tra i ragazzi e le nuove tecnologie (soprattutto l’intelligenza artificiale) è un tema fondamentale. Il problema non è quanto tempo passiamo davanti agli schermi, ma come li usiamo. Anche se la stampa mainstream parla di dipendenza, questo termine è sia clinicamente impreciso sia terapeuticamente controproducente. Le scuole di tutto il mondo stanno affrontando la realtà dell’uso degli smartphone da parte di bambini e adolescenti a scuola: le preoccupazioni relative alla distrazione, agli imbrogli, alla socializzazione compromessa e ai danni online intenzionali e non intenzionali hanno portato al divieto del loro utilizzo durante l’orario scolastico. In alcune scuole, questo divieto ha determinato miglioramenti accademici e sociali, mentre in altre ha indotto gli studenti a trovare soluzioni alternative e ha alimentato il sospetto reciproco. Si tratta di una questione fondamentale. Sembra che i giovani trascorrano gran parte del loro tempo fissando gli smartphone e altri schermi: a scuola, a cena, nelle loro camere da letto, in bagno. Il 47 per cento degli adolescenti dichiara di essere costantemente online, l’84 per cento controlla il proprio telefono almeno una volta all’ora e uno su sei lo controlla più di una volta ogni cinque minuti. Qual è l’uso problematico e qual è la “nuova normalità” in un ecosistema digitale in rapida evoluzione? Da otto anni, la Clinic for Interactive Media and Internet Disorders (Cimaid) del Boston Children’s Hospital, l’ospedale pediatrico della Harvard Medical School, valuta e cura bambini e adolescenti provenienti da tutto il mondo. I risultati mostrano che non è un dispositivo specifico, come uno smartphone, o un’applicazione, o i social media, ad attrarre i giovani, ma piuttosto l’interattività di queste tecnologie che coinvolge e immerge gli utenti, che perdono la cognizione del tempo e della realtà. I giochi, i social, i brevi video e l’uso di qualsiasi sito interattivo online possono essere produttivi oppure, se tale uso sostituisce funzioni fisiche, sociali o psicologiche fondamentali, possono trasformare l’uso dei media interattivi in un uso problematico (Pimu). Il ruolo dell’Ia - L’intelligenza artificiale (Ia) è ormai profondamente intrecciata alla vita degli adolescenti, che la guardano con ottimismo ma anche con diffidenza. Mentre alcuni studenti utilizzano l’Ia generativa per condurre ricerche approfondite, altri la utilizzano per scrivere i loro elaborati, e gli insegnanti utilizzano software di rilevamento dell’Ia per identificare chi imbroglia. Sebbene questa “corsa agli armamenti” software renda possibile individuare gli imbrogli più evidenti, rischiamo non solo di avere una generazione che ha imparato poco, ma anche una generazione che ha sviluppato atrofia cognitiva e passività morale, a causa della convinzione che l’Ia sia più intelligente, più veloce e sappia più di quanto loro potrebbero mai sapere. L’Ia di compagnia, progettata per l’interazione sociale ed emotiva attraverso la creazione di chatbot che apprendono le preferenze, le speranze e i sogni degli utenti per imitare le relazioni umane, pone rischi particolarmente gravi per gli adolescenti che stanno ancora sviluppando il loro senso di sé e il loro percorso di vita. Spinti dall’intensa concorrenza nell’economia dell’attenzione, i social media hanno catturato e continuano a catturare gli utenti e i loro clic. Questo tipo di Ia riconosce affettuosamente gli adolescenti come gli individui che stanno diventando, offrendo loro calore e accettazione, insinuandosi nel loro sistema limbico guidato dalle emozioni e fornendogli la comprensione e l’amore che cercano dai coetanei, dai genitori e dagli altri esseri umani. In tragici reboot di Romeo e Giulietta, i giovani hanno sviluppato una profonda fiducia e si sono innamorati dei loro compagni di Ia, con le loro emozioni che hanno prevalso sul loro giudizio ancora in fase di sviluppo e, guidati dall’Ia, alcuni si sono tolti la vita. Diagnosi e prevenzione - Questi sono solo alcuni dei molti problemi che i bambini e gli adolescenti incontrano mentre navigano nell’ecosistema digitale in cui stanno crescendo. Al Digital Wellness Lab e alla Clinic for Interactive Media and Internet Disorders (Cimaid), studiamo e rispondiamo a tre processi in evoluzione: lo sviluppo umano dall’infanzia all’età adulta, l’ecosistema digitale in rapida evoluzione che influenza e riflette lo sviluppo dei giovani e la trasformazione di tutti i nostri comportamenti a causa degli schermi che ci circondano. Il problema non è quanto tempo passiamo davanti agli schermi, ma come li usiamo. Anche se la stampa mainstream parla di dipendenza, questo termine è sia clinicamente impreciso che terapeuticamente controproducente. Il Cimaid ha identificato questo disturbo dell’èra digitale e ha scoperto come trattarlo e prevenirlo. Abbiamo scoperto che la Pimu è una sindrome sintomo di diagnosi psicologiche sottostanti, in particolare il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), l’ansia, il disturbo dello spettro autistico e la depressione. Gli schermi non rendono i bambini ansiosi o depressi. I bambini con ansia, depressione, autismo e Adhd cercano il conforto e il controllo di cui necessitano nel mondo contenuto e controllabile dei media interattivi. Quando non trovano sollievo lì, gli schermi spesso accelerano e amplificano la loro ansia e depressione. La Pimu è più simile alla bulimia alimentare che alla dipendenza, e l’obiettivo del trattamento della Pimu non è l’astinenza, ma l’autoregolazione dell’uso dei media interattivi come risorsa necessaria. Esortando i genitori a smettere di controllare e iniziare a sostenere la crescita dei propri figli, i giovani possono imparare a utilizzare i media interattivi in modo mirato anziché eccessivo, gestendo la propria vita quotidiana in modo produttivo, consapevole e salutare dal punto di vista fisico, sociale e mentale. Stati Uniti. I social creano dipendenza? La difesa (debole) di Zuckerberg in tribunale di Ilaria Solaini Avvenire, 20 febbraio 2026 Il fondatore di Facebook ha negato che massimizzare il tempo degli utenti su Instagram fosse l’obiettivo delle piattaforme. Un’azienda dovrebbe aiutare, ignorare o approfittare delle persone “meno fortunate in termini di opportunità educative” o provenienti da contesti difficili? È la domanda provocatoria che l’avvocato dell’accusa, Mark Lanier ha posto in tribunale a Mark Zuckerberg, Ceo di Meta Platforms, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp con oltre 3,5 miliardi di utenti nel mondo. “Penso che un’azienda ragionevole dovrebbe cercare di aiutare le persone che utilizzano i suoi servizi” ha risposto il fondatore di Facebook, uno dei creatori di Internet come lo conosciamo oggi, andando per la prima volta a difendersi davanti alla Corte Suprema di Los Angeles. Ma i bambini e i ragazzi considerati vulnerabili sono stati aiutati e protetti nel loro sviluppo psico-sociale dalle piattaforme social? L’immenso problema della dipendenza dai social media tra bambini e adolescenti è al centro del dibattito mediatico e legale negli Stati Uniti. E alla fine di gennaio è iniziato il primo storico processo-pilota nell’ambito del quale una giovane donna e la sua famiglia stanno cercando di dimostrare che le applicazioni dei social media, al di là dei contenuti in sé, sono specificamente progettate per creare dipendenza, per incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei più giovani. L’apparizione di Zuckerberg in tribunale - la sua prima testimonianza sulla sicurezza dei minori davanti a una giuria - era molto attesa. Meta Platforms, assieme Alphabet Inc., proprietaria di YouTube, è stata accusata di indurre i giovani a usare le sue App, ca?usando problemi di salute mentale che hanno portato ad ansia, depressione, disturbi alimentari e autolesionismo. Il primo, tra i temi più controversi affrontati in aula, che sta catturando da mesi oramai l’attenzione di numerosi governi in tutto il mondo, riguarda proprio il limite di età da introdurre per accedere ai social network. “Se vogliamo avere successo con gli adolescenti, dobbiamo coinvolgerli fin da preadolescenti”, si leggeva in una presentazione interna di Instagram del 2018. Dal 2019, l’età minima per l’accesso ai social è di 13 anni, eppure l’avvocato della vittima, Lanier ha dimostrato che il 30% degli utenti della piattaforma negli Stati Uniti, in totale quattro milioni, abbia un’età compresa tra i 10 e i 12 anni. Zuckerberg ha continuato a difendere con forza la sua azienda, sottolineando che Instagram non ha mai permesso l’accesso agli utenti con meno di 13 anni e sostenendo di aver nel corso del tempo migliorato il sistema di identificazione degli utenti minorenni. Rispetto alle critiche relative al fatto che la querelante Kaley G.M., abbia iniziato a usare IG all’età di 9 anni, la posizione è stata netta: “La politica dell’azienda è sempre stata chiara” sul limite di età per l’accesso degli utenti. Secondo il suo Ceo, Meta Platforms nulla può, se le persone mentono sull’età pur di accedere ai social network: “La responsabilità di verificare l’età degli utenti dovrebbe ricadere sui produttori di dispositivi mobili”. L’avvocato dell’accusa Lanier ha mostrato alla giuria anche alcune e-mail del 2014 e del 2015 nelle quali veniva menzionato tra gli obiettivi dell’azienda proprio il tempo trascorso su Instagram. E un documento del 2022 elencava tra i “traguardi” di Instagram per gli anni a venire l’aumento graduale del tempo che gli utenti trascorrevano quotidianamente sull’App da 40 minuti nel 2023 a 46 minuti nel 2026. “Se state cercando di affermare che la mia precedente testimonianza (al Congresso, ndr) non era accurata, sono fortemente in disaccordo” si è difeso Zuckerberg: sebbene Meta in precedenza avesse obiettivi legati alla quantità di tempo che gli utenti trascorrevano sull’App, in seguito l’azienda ha cambiato approccio concentrandosi su come offrire una buona esperienza sulla piattaforma: “Se - ha proseguito il multimiliardario americano - le persone troveranno i servizi più gradevoli, uno degli effetti collaterali sarà che li utilizzeranno di più”. La testimonianza di Zuckerberg arriva circa una settimana dopo la deposizione sul banco dei testimoni del Ceo di Instagram, Adam Mosseri: in quell’occasione ha contestato che gli utenti possano essere considerati “clinicamente dipendenti” e definito l’elevato utilizzo di Instagram da parte dei bambini come “uso problematico”, simile a un utilizzo prolungato della tv. Eppure, molti ricercatori hanno già documentato le conseguenze dannose dell’uso compulsivo dei social tra i giovani e nel conempo i legislatori di tutto il mondo sono già al lavoro per comprendere come limitarne l’impatto. Venezuela. Il Parlamento ha approvato all’unanimità la legge sull’amnistia di Valentina Romagnoli L’Espresso, 20 febbraio 2026 Il provvedimento presentato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez punterebbe alla riconciliazione nazionale, ma le associazioni per i diritti umani ritengono che siano necessari organi indipendenti che supervisionino il rilascio dei prigionieri. Il Parlamento venezuelano ha approvato all’unanimità, in seconda e definitiva lettura, la legge di amnistia per la convivenza democratica, al termine di una lunga mediazione tra la maggioranza chavista e la minoranza dell’opposizione. Il via libera è arrivato dopo una serie di emendamenti condivisi che hanno sbloccato lo stallo che ha caratterizzato la scorsa settimana. Il provvedimento, presentato alla fine di gennaio 2026 dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, mira a promuovere la riconciliazione nazionale e riguarda persone processate o condannate per reati legati a eventi politici, dal primo gennaio 1999 in poi, compreso quindi anche il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002. Già dopo l’attacco statunitense - a inizio gennaio - il regime venezuelano aveva iniziato a liberare alcuni prigionieri, tra cui il cooperante italiano Alberto Trentini, detenuto per più di un anno senza accuse formali. “Dobbiamo saper chiedere e ricevere perdono. Questa legge apre una porta straordinaria affinché il Venezuela si riunisca”- ha commentato Rodríguez - “Ci stiamo allontanando dall’intolleranza e stiamo aprendo nuove strade alla politica in Venezuela”. La presidente ha descritto la legge come un “passo storico verso la pacificazione” e ha indicato che l’obiettivo è che il Paese impari a “vivere insieme in modo democratico e pacifico”. Il testo definitivo della legge di amnistia approvato dal Parlamento è stato ampliato da 13 a 16 articoli. Tra i passaggi più controversi figura l’articolo 7, riformulato e approvato all’unanimità, che consente agli esiliati di regolarizzare la propria posizione tramite un pubblico ministero o un avvocato, impedendo ai giudici di disporre l’arresto una volta avviati le pratiche. L’articolo 8 estende inoltre a 13 gli eventi amnistiabili, escludendo esplicitamente la ribellione militare. L’articolo 9 definisce invece i reati esclusi dal beneficio, tra cui gravi violazioni dei diritti umani, omicidio volontario, traffico di droga, corruzione e azioni armate straniere contro la sovranità nazionale. L’approvazione, però, non ha sciolto le diffidenze di tutte le forze politiche. La deputata dell’opposizione Nora Bracho ha espresso riserve sul testo finale, perché comunque la liberazione dei detenuti dovrà essere valutata caso per caso dalle autorità giudiziarie che costituiranno una commissione speciale di monitoraggio. Anche se, come ha ammesso Bracho, la legge contribuirà a “mitigare le sofferenze di molti venezuelani”. Il collega Pablo Pérez ha chiesto l’inclusione dei sindacalisti arrestati durante le proteste sul lavoro e perseguiti in base alla legge contro l’odio, richiesta respinta dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez. La legge entrerà in vigore dopo la promulgazione e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. Anche dopo la destituzione di Maduro, catturato dalle forze americane il 3 gennaio scorso, molte organizzazioni umanitarie segnalano come la repressione contro gli oppositori non si sia mai davvero interrotta. Per questo hanno chiesto che la liberazione dei prigionieri politici inclusi nell’amnistia avvenga con la supervisione di una commissione indipendente. Poche ore dopo l’approvazione della nuova legge, l’oppositore venezuelano Juan Pablo Guanipa, stretto collaboratore della Nobel per la Pace María Corina Machado, ha confermato sui social di aver recuperato la “piena libertà”. L’ex deputato, tuttavia, ha criticato duramente la nuova legge: “È un testo farsa volto a ricattare molti venezuelani innocenti ed escludere molti dei nostri fratelli e sorelle che rimangono ingiustamente dietro le sbarre”, ha dichiarato. Scarcerato una prima volta l’8 febbraio dopo aver trascorso nove mesi dietro le sbarre per “cospirazione”, Guanipa era stato arrestato di nuovo dopo due ore con l’accusa di aver violato i termini della sua libertà condizionata e da allora si trovava ai domiciliari.