Suicidi, spostamento delle sezioni, territorialità della pena. Il caso emblematico di Padova di Samuele Ciambriello* Ristretti Orizzonti, 1 febbraio 2026 “Due suicidi di persone detenute nel carcere Due Palazzi di Padova nell’arco di 36 ore: il primo in Alta Sicurezza il 28 gennaio, in concomitanza e in conseguenza della chiusura di quella sezione e del trasferimento di tutte le persone ristrettevi da anni (o decenni, come nel caso in oggetto, una persona di 73 anni, ergastolano in detenzione da più di tre decenni); il secondo, la sera del giorno successivo: un giovane di 33 anni detenuto in una sezione chiusa della Media Sicurezza. Due tragici eventi che ci interrogano sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari, anche i migliori, e sul senso e sulle modalità con cui avvengono queste operazioni decise dal DAP, che ridisegnano il sistema lasciando però terra bruciata. Anzitutto rileviamo la fulmineità con cui si effettuano i cambiamenti: nell’arco di pochi giorni viene comunicata la chiusura di intere sezioni e il trasferimento verso mete indefinite di tutte le persone che vi si trovano. A Padova sono intercorsi due giorni da quando l’operazione è stata comunicata agli interessati a quando è stata realizzata. Il tempo di frettolosi saluti agli operatori, ai compagni di sventura, ai volontari che magari da anni seguivano i reclusi nelle attività. Il tempo di preparare le “proprie cose” per il trasloco verso l’ignoto e di prendere congedo da locali, pur espressione di un luogo reclusivo poco accogliente, diventati tuttavia familiari con il passare degli anni. È la rottura di una consuetudine che, per alcuni, durava da decenni, fatta di attività trattamentali quali il teatro, la pittura, la scultura, la scrittura, il ricamo, lo studio, il lavoro, coltivate anche grazie all’opera assidua di tanti volontari e operatori penitenziari. L’Alta Sicurezza a Padova aveva avuto accesso a diverse opportunità, che avevano consentito di avviare processi importanti di cambiamento personale. Questi percorsi, negli ultimi mesi, si erano andati contraendo per decisione del DAP: dal 2025 l’Alta Sicurezza era stata esclusa dalla partecipazione alla redazione del giornale Ristretti Orizzonti e dagli incontri con gli studenti; le stesse attività previste per la Media Sicurezza con la presenza di esterni, a partire da ottobre, prevedevano un’autorizzazione preventiva da parte del DAP, in tutta Italia, negli istituti in cui è presente l’Alta Sicurezza. Tale sezione a Padova non ha mai dato problemi e molti reclusi godevano, per questo, di permessi concessi dall’Ufficio di Sorveglianza. Le condizioni di vita in Alta Sicurezza ultimamente contemplavano nuove restrizioni (pannelli di isolamento, rimozione di tende interne, controlli più serrati), che facevano percepire una chiusura sempre più simile al 41-bis, condizione che molti avevano già vissuto per anni prima della declassificazione. Infine, la mazzata del trasferimento, non si sa dove, di persone in prevalenza anziane e con molti anni di carcere sulle spalle, sparse in vari istituti. C’è stato chi non ce l’ha fatta ad affrontare questo passaggio. È quanto pare stia succedendo in tutti gli istituti d’Italia. Ci chiediamo a cosa miri la riorganizzazione in corso di tutti i circuiti da parte del DAP, visto che nulla in merito viene comunicato ai Garanti comunali, provinciali e regionali, spesso nemmeno ai Magistrati di Sorveglianza competenti, tantomeno alle associazioni del Terzo Settore che operano nel carcere. Quello che è accaduto a Padova da diversi mesi sta accadendo inopinatamente in tantissime carceri italiane, dove vengono chiuse sezioni con detenuti che studiano, lavorano e vedono improvvisamente interrotti i propri percorsi di rieducazione e di inclusione. Si tratta di una regressione nei percorsi trattamentali in corso, una condizione che risulta inaccettabile anche dal punto di vista giuridico e che penalizza sia i diretti interessati sia chi ha investito tempo ed energie per costruire con loro relazioni e percorsi di cambiamento e risocializzazione. Salta poi, per molti, la territorialità dell’esecuzione penale, con lo spostamento dei detenuti a centinaia di chilometri dai propri luoghi di residenza. Possiamo solo presumere che, in una situazione di sovraffollamento come quella che il sistema carcerario sta vivendo, ciò sia dovuto a un tentativo di ricavare altri posti negli spazi esistenti, in attesa che vengano costruiti - chissà quando - nuovi istituti, e di restringere le condizioni detentive per alcune categorie di reclusi, senza tener conto dei vissuti individuali e dei percorsi di cambiamento intrapresi. Il secondo caso verificatosi a Padova segnala come anche in Media Sicurezza vi siano condizioni di forte sofferenza dovute al crescente sovraffollamento, che provoca una progressiva carenza di spazi, personale e attenzione alle persone, specie alle più fragili. Non si è riusciti, in questo come in tanti altri casi, a intervenire su un giovane che manifestava un profondo malessere e chiedeva aiuto. Si trovava in una sezione ordinaria piena e chiusa, il luogo in cui avviene la stragrande maggioranza dei suicidi, prima causa di morte in carcere. Denunciamo che un tale approccio alle problematiche dell’esecuzione penale, con le conseguenze che tutto ciò sta producendo sulla popolazione detenuta e sugli operatori, non pare in grado di condurre il sistema carcerario fuori dalla condizione di sofferenza e inadeguatezza in cui si trova da tempo. Ribadiamo con forza che la via da percorrere dovrebbe essere anzitutto quella di riportare il sistema in condizioni di legalità costituzionale, riducendo le presenze attraverso misure straordinarie che consentano agli istituti di funzionare correttamente, come previsto dal nostro ordinamento. Siamo convinti che solo così si possano prevenire fatti drammatici come quelli a cui continuiamo ad assistere e che la vera sicurezza sociale si costruisca solo attraverso il rispetto rigoroso dei diritti umani e della legalità, anzitutto all’interno delle strutture dello Stato”. *Portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti Territoriali delle persone private della libertà personale Emergenza carceraria, i detenuti aumentano e il livello di dignità nelle celle diminuisce La Repubblica, 1 febbraio 2026 L’analisi del Garante dei detenuti del Lazio. Organizzata, assieme a “Nessuno tocchi Caino”, un’assemblea pubblica per il prossimo 6 febbraio. Stefano Anastasia, in quanto Garante dei diritti delle persone detenute nella Regioni Lazio dal 2021, racconta - sul sito di Nessuno Tocchi Caino - di aver toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani emessa dalla Corte Europea dei Diritti Umani accusando l’Italia per la violazione dell’Articolo 3 della Convenzione Europea che si riferisce ai trattamenti inumani o degradanti, determinati del cronico sovraffollamento carcerario. Ma la situazione attuale è molto più grave. Allora la popolazione detenuta stava diminuendo, grazie alle misure adottate dopo la condanna nel caso Sulejmanovic, alla dichiarazione di emergenza nel sistema penitenziario e al decreto Alfano, che istituiva una forma di detenzione speciale per i detenuti con condanne inferiori ai diciotto mesi. Oggi invece la tendenza è inversa: i detenuti aumentano. Un dato che si riflette nella vita quotidiana degli istituti. Dopo dieci anni di incarico, sto tornando a visitare uno per uno tutti i penitenziari del Lazio: sezione per sezione, cella per cella, bagno per bagno. Segnalo nuovamente tutto ciò che non funziona. Molti problemi sono noti, ma è importante ribadirli e farli conoscere. L’esempio di Rebibbia, ex struttura avanzata. A Rebibbia penale, ad esempio - che anni fa era una delle strutture più avanzate del nostro sistema - un terzo dell’istituto è chiuso: due sezioni su sei. In molte celle destinate a detenuti con pene lunghe c’è ancora il bagno a vista, nonostante sia vietato dal regolamento penitenziario da venticinque anni. I letti a castello a tre piani. A Latina ho incontrato un detenuto che ha frequentato un corso sulla sicurezza sul lavoro e mi ha detto ironicamente di aver scoperto che, per salire sul letto a castello a tre, gli servirebbe il casco protettivo, come previsto dalla normativa: “Ma in carcere - mi ha detto - chi se ne importa”. A Cassino, dove metà dell’istituto è chiuso da sei anni per un cedimento strutturale, ho scoperto invece la quadriglia della socialità: poiché le stanze dedicate a momenti comuni sono ormai usate per alloggiare altri detenuti, nelle cosiddette “sezioni ordinarie”, da cui si può uscire solo per andare a fare attività (che non ci sono) o nelle stanze di socialità (che non ci sono), gli ospiti di una cella possono uscire solo per andare in un’altra, a condizione che ci sia qualcuno che ne esca per andare nella propria. Un sistema alla deriva. Sono episodi che mostrano un sistema alla deriva. Un sistema che, nonostante l’impegno di chi ci lavora - dirigenti, agenti, funzionari, educatori - riesce a funzionare soltanto per quello scopo costituzionalmente impronunciabile che qualcuno ha già rilevato: tenere chiusa la gente. Se l’obiettivo è solo segregare, il sistema regge. Possiamo arrivare a 64.000, forse anche 70.000 detenuti, violando ogni principio di dignità umana. Ma non possiamo farlo, perché la Costituzione dice un’altra cosa, perché la legge dice un’altra cosa, e perché lo dicono le convenzioni internazionali. Per questo credo che sia ogni giorno più urgente pensare a strumenti di riduzione del sovraffollamento. Bisogna tornare a parlare di amnistia e indulto. Lo dico senza tabù: dobbiamo tornare a parlare di amnistia e indulto, strumenti previsti dalla Costituzione. Non è una provocazione nei confronti del governo, che pure rivendica una linea “garantista nel processo e giustizialista nella pena”. È un richiamo alla responsabilità istituzionale: ognuno può portare avanti la propria politica penale, ma lo deve fare garantendo che le pene siano umane e che le carceri siano vivibili. Se si vuole arrivare ai 70.000 posti detentivi previsti, è necessario nel frattempo creare le condizioni per assicurare una pena civile e rispettosa dei diritti fondamentali della persona. Le ragioni dell’assemblea pubblica del prossimo 6 febbraio. In tutto questo dibattito, però, abbiamo sentito ancora troppo poco la voce di chi nel sistema penitenziario lavora ogni giorno. Gli operatori - educatori, personale sanitario, insegnanti, polizia penitenziaria - devono poter raccontare come vivono questa crisi, liberamente, senza timori di sanzioni o ritorsioni. Per questo abbiamo promosso, insieme a Nessuno tocchi Caino, un’assemblea pubblica per il 6 febbraio. “Un’assemblea pubblica a Roma perché dietro le sbarre è vera emergenza” di Eleonora Martini Il Manifesto, 1 febbraio 2026 Intervista Parla Denise Amerini, responsabile Dipendenze e carcere della Cgil. Il 6 febbraio, presso il “terzo polo” universitario capitolino, una vasta rete di associazioni cercherà proposte percorribili. A cominciare da amnistia e indulto. “Subito amnistia e indulto”, è l’appello perentorio lanciato ieri anche dall’Associazione nazionale Giuristi democratici dopo gli ultimi due suicidi registrati nel giro di 36 ore nel carcere Due Palazzi di Padova. La storica associazione, nata nel secondo dopoguerra, si unisce al coro di coloro che chiedono di voltare “definitivamente pagina, ricorrendo alla detenzione davvero come extrema ratio”, e accusa: “Le politiche detentive di questo governo producono morte”. Stando così le cose, mobilitarsi è più che necessario. Per questo una ventina di organizzazioni che da sempre lavorano nell’area del penale e dei diritti (da Antigone alla Cnca, da A Buon diritto alle Acli, dalla Cgil a Nessuno tocchi Caino, dal Gruppo Abele al Forum droghe, ecc.) ha promosso a Roma un’assemblea “aperta a volontariato e realtà del terzo settore, operatori, garanti dei diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni per condividere analisi, esperienze e proposte e per ragionare insieme su possibili iniziative comuni finalizzate a migliorare la drammatica situazione delle carceri italiane, a cominciare dall’approvazione di forme di amnistia o di condono della pena”. L’incontro si terrà venerdì prossimo, 6 febbraio, all’Università Roma Tre, e al momento ha raccolto l’adesione di oltre 50 associazioni. Ne parliamo con Denise Amerini, responsabile nazionale Dipendenze e Carcere della Cgil. Amerini, perché una chiamata generale così estesa e perché ora? Le associazioni promotrici da tempo ragionano sul problema. Ma dopo il Giubileo dei detenuti, dopo gli appelli del Papa e del Presidente della Repubblica assolutamente inascoltati, con il sovraffollamento arrivato al 138% a livello nazionale e i suicidi a numeri mai visti, registriamo il nulla assoluto da parte di chi dovrebbe prendere provvedimenti. Siamo nella stessa situazione del 2013 quando l’Italia venne condannata dalla Cedu con la sentenza Torreggiani per trattamento inumano e degradante dei detenuti, ma ora è perfino peggio perché il sovraffollamento aumenta invece di diminuire come allora. Perciò è indispensabile - fra l’altro nell’anno dell’Ottantesimo anniversario della Costituzione - fare qualcosa per convincere il legislatore a trovare una soluzione percorribile. Avete proposte concrete? Di proposte ce ne sono tante ma giacciono in Parlamento, come quella del deputato Giachetti che prevede di aumentare lo sconto di pena per buona condotta o quella sulle case di reinserimento sociale. Eppure, questa maggioranza e questo governo sanno solo aumentare le fattispecie di reato e le pene. Per questo riteniamo veramente improrogabile fotografare questa emergenza e ragionare su provvedimenti e misure che siano veramente deflattive. Festeggiare l’Ottantesimo anniversario della Costituzione con provvedimenti di clemenza non sarebbe una “resa dello Stato”, come dice il Guardasigilli Nordio? Tutt’altro. Intanto perché - quasi pleonastico ripeterlo - l’articolo 27 della Carta afferma che le pene devono avere un carattere rieducativo e non afflittivo, che le persone ristrette hanno il diritto al rispetto della loro dignità. Ma, in più, è la stessa Costituzione a prevedere la possibilità di ricorrere ad amnistia e indulto quali strumenti democratici. E c’è da aggiungere che i padri costituenti - che il carcere l’avevano conosciuto - non usano mai la parola “carcere” ma il termine “pene”, al plurale. Perché appunto la pena non è soltanto quella legata alla detenzione in carcere. Negli ultimi anni questa rete di organizzazioni che studia e lavora sui diritti e sul penale si è allargata ed è “maturata”. Fino al “salto di qualità” che essa stessa ha registrato durante l’ultima Controconferenza sulle droghe. L’assemblea del 6 febbraio è un’occasione spot o si inserisce in un percorso che guarda lontano? Non è un appuntamento spot. Alcuni organizzatori lavorano insieme da anni ma indubbiamente la costruzione della Controconferenza di Roma è stato un momento importante di confronto, le alleanze si sono rafforzate e la partecipazione è aumentata, perché appunto la situazione negli anni è diventata sempre più insostenibile. Se addirittura vediamo peggiorare il Codice Rocco, è evidente che bisogna cercare di andare oltre la critica sacrosanta e legittima e provare a trovare anche delle risposte alternative che siano davvero percorribili. Le associazioni che hanno aderito all’assemblea hanno tutte lo stesso orientamento politico? No, penso proprio di no. È una rete che rappresenta un vasto mondo di pensiero, dalla sinistra ai cattolici, dai liberali al mondo dell’associazionismo dove possono confluire soggetti di qualunque fede politica. Avete invitato i rappresentanti delle istituzioni? La partecipazione è già aperta a tutti, ma nei prossimi giorni decideremo se è necessario anche insistere con inviti specifici. Spero che si possa aprire la massima interlocuzione con tutti i soggetti che si occupano di carcere e giustizia. Perché se in carcere si sta male, stanno male tutti. Su spinta di Delmastro, Nordio bacchetta i parlamentari sulle visite in carcere di Ginevra Leganza e Nicolò Zambelli Il Foglio, 1 febbraio 2026 Il Guardasigilli manda una missiva ai presidenti delle Camere perché ricordino agli onorevoli le modalità con le quali si effettuano le visite negli istituti di detenzione. Le opposizioni al Foglio: “Atto grave”. L’ultimo episodio della “Giustizia secondo Delmastro”. “Nordio ci sta dicendo cosa fare e non fare? Servono delle scuse. Le visite nelle carceri sono una prerogativa per i parlamentari”. Dalle parti del Pd la lettera che il ministro della Giustizia ha inviato circa dieci giorni fa ai presidenti delle Camere, in cui invitava a “sensibilizzare” gli onorevoli su come fare le visite nelle carceri, è sembrata tutt’altro che un invito. Piuttosto, un avvertimento: “È molto grave”, dice al Foglio Filippo Sensi, senatore dem. Ma la missiva - spiegano al Foglio - è l’ennesimo tassello della “Giustizia secondo Delmastro”. E dunque è l’ultimo atto di Andrea Delmastro delle Vedove, sottosegretario in quota FdI con delega al corpo di polizia penitenziaria, che è garantista a targhe alterne: sostenitore della riforma Nordio a favore di camera, suo detrattore in privato (ricorderete la conversazione confidenziale col Foglio). Uomo che a novembre ha accentrato i poteri del Dap, e che ora ha voluto ricordare ai colleghi onorevoli come parlare ai detenuti, quanto trattenersi e come comportarsi. Ricapitoliamo. Il fatto è questo. Il Guardasigilli, su spinta del sottosegretario, intorno a metà gennaio ha inviato una missiva a Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa con l’invito di ricordare ai loro rispettivi parlamentari le modalità con le quali questi possono effettuare una visita in un carcere. La notizia l’ha data proprio il presidente di Montecitorio martedì, in occasione di una riunione dei capigruppo. La “bacchettata” del ministro della Giustizia è arrivata dopo una visita di due parlamentari del Movimento 5 stelle, il senatore Roberto Cataldi e il deputato Enrico Cappelletti alla casa circondariale di Verona, lo scorso novembre. Nella lettera, che il Foglio ha potuto visionare, si legge che “in spirito di leale collaborazione”, il ministro desidera “sottoporre il verbale delle visite”, invitando i presidenti a “sensibilizzare senatori e deputati in ordine alla conoscenza delle norme ai fini del miglior esercizio del potere di visita, nell’ambito delle attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denuncia politica, connesse alla funzione di parlamentare”. Un “invito”, rivolto ai due presidenti, che le opposizioni non hanno gradito. Maestra e alunno. “È molto inusuale una lettera del genere”, commenta al Foglio Cecilia D’Elia, dem spesso in missione all’interno delle carceri. “Aspettiamo di leggere nel dettaglio le motivazioni - dice - ma di base non ci devono essere ingerenze del governo su una funzione essenziale dei parlamentari”. Più duro è Sensi: “Il governo vuole mettere il Dap davanti alla Costituzione? Una comunicazione del genere è inappropriata e arrogante”. Infatti nella lettera di Nordio viene citata anche una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che ricorda come i parlamentari possono comunicare con i detenuti. Nello specifico, si legge, gli onorevoli “possono rivolgere la parola ai detenuti e agli internati al fine di rendersi conto in maniera più completa delle condizioni di vita degli stessi. Tali dialoghi, però, non possono travalicare in veri e propri colloqui o interviste”. A innescare una tale precisazione, che ha un po’ il sapore del “cazziatone”, sono state due visite dei due parlamentari 5 stelle gli scorsi 20 e 21 novembre. I due pentastellati si sono recati nella casa circondariale di Verona per valutare le condizioni di detenzione di Monica Busetto, in carcere da dodici anni per un omicidio - quello della 87enne Lida Taffi Pamio - che però è stato confessato essere stato commesso da un’altra persona. Secondo la lettera di Nordio, durante la visita, i due parlamentari potrebbero essersi trattenuti più a lungo del dovuto. “Ma lui è in possesso di informazioni false”, dice al Foglio Cataldi, commentando la vicenda. Il Guardasigilli nella lettera comunica le sue considerazioni basandosi sui verbali di quella che è stata la visita dei due parlamentari. Verbali ricevuti proprio dal carcere veronese. Tuttavia “sono pronto a dimostrare che si sbaglia e a confutare tutte le accuse”, risponde il contiano. Cataldi spiega di non essere nemmeno stato contattato per chiarimenti: “Tutto ciò che volevo sapere era cosa succede in quel carcere e, nello specifico, come vive Busetti”. Invece la visita ha provocato un richiamo direttamente alla seconda e terza carica dello stato e, per estensione, ai parlamentari tutti. “Se Nordio vuole ridurre le prerogative degli eletti, porta avanti un attacco alla democrazia”, continua il senatore. La garanzia che però questo non avverrà emerge dalla stessa lettera di Nordio: “Tale conoscenza potrà senz’altro agevolare il migliore esercizio delle prerogative parlamentari, che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria continuerà a garantire e assistere con impegno ed efficacia”. Ma la vicenda non finisce qui: “Valutiamo una risposta, anche a tutela della mia reputazione”, dice ancora Cataldi. Della stessa linea sono i dem. Il Servizio Sociale e le misure alternative alla detenzione in ambito psichiatrico di Martina Caroleo Focus, 1 febbraio 2026 Dai report regionali sulla salute in ambito penitenziario, limitatamente alle Regioni dotate di un proprio Sistema informativo, risulta che circa il 10-15% della popolazione detenuta in Italia è affetta da un disturbo mentale grave. In termini assoluti, si tratta di circa 6.000-9.000 persone su un totale di circa 60.000 detenuti. L’approccio attuale alla detenzione nei confronti delle persone con disturbi psichiatrici richiede l’attuazione di soluzioni più umane ed efficaci. Il Servizio Sociale può rivestire un ruolo importante nella promozione di alternative che garantiscano interventi mirati e personalizzati, in grado di ridurre la recidiva e la cronicità, lavorando al contempo per un reinserimento sociale solido, che consenta di costruire una prospettiva oltre la pena. In generale, l’obiettivo che ci si dovrebbe porre nell’affrontare questi casi è quello di rileggere il sistema detentivo per le persone con disturbi psichiatrici, cercando di bilanciare tutela della collettività, diritto alla cura e esigenze di sicurezza. Riferimenti normativi. Quando ci si muove in questo delicato spazio che comprende il sistema penale e quello sanitario, in riferimento alla salute mentale, è fondamentale incorniciare gli interventi all’interno di un quadro normativo che aiuti gli operatori dei servizi a mantenere l’equilibrio su quella linea sottilissima che separa il diritto alla cura dalla garanzia dell’ordine e della sicurezza pubblica. La prima pietra miliare a cui fare riferimento è la Legge 180/1978, nota come Legge Basaglia, che, oltre ad aver rivoluzionato il sistema sanitario, ha ribaltato completamente l’approccio verso le persone con problemi di salute mentale, abbandonando l’impostazione esclusivamente contenitiva a favore di modalità inclusive e riabilitative. Nel 1990, il Testo Unico sulle dipendenze ha introdotto l’accesso alle misure alternative alla detenzione per le persone con doppia diagnosi, ovvero che presentano contemporaneamente una dipendenza e un disturbo psichiatrico. Anche in questo caso, l’approccio si sposta da una concezione punitiva e contenitiva a una che presuppone un progetto riabilitativo orientato all’inserimento sociale. Nel 2014 si registrano due importanti novità legislative: con la L. 67/2014 viene introdotta la possibilità che anche i maggiorenni siano messi alla prova, mentre con la L. 81/2014 vengono definitivamente chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sostituiti dalle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). Entrambe le riforme si muovono nella direzione di superare una concezione puramente afflittiva della pena, puntando a percorsi riabilitativi costruiti avendo come riferimento il momento in cui la sanzione penale si esaurisce. Quali sono le alternative alla detenzione? Il nostro ordinamento prevede alternative alla detenzione. In primo luogo, ci sono le misure di sicurezza non detentive. Nell’ambito della salute mentale, un esempio è la libertà vigilata con l’obbligo di attenersi a specifiche prescrizioni terapeutiche. C’è, poi, la detenzione domiciliare, con affidamento ai servizi territoriali (Centro di Salute Mentale, Servizio per le Dipendenze, ecc.). Una terza possibilità è l’affidamento in prova al Servizio Sociale, gestito dal Ministero della Giustizia tramite l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE, dedicato ai maggiorenni) o Ufficio Servizio Sociali per Minorenni (USSM). In questo caso, alla persona condannata, viene offerta la possibilità di costruire un progetto alternativo insieme al Servizio Sociale, anziché scontare la pena in carcere o in una struttura detentiva, tale progetto prevede un lavoro di responsabilizzazione rispetto a ciò che si è commesso e un percorso di riparazione, che combina l’obiettivo rieducativo con quello riabilitativo. La messa alla prova rappresenta un altro istituto alternativo. A differenza dell’affidamento in prova, in questo caso il procedimento penale viene sospeso: la persona imputata segue un progetto concordato con UEPE/USSM e, qualora l’esito sia positivo, il reato viene estinto. Infine, è possibile l’inserimento in comunità terapeutiche o strutture socio-riabilitative, con il coinvolgimento dei servizi territoriali (Centro di Salute Mentale -CSM- e Servizio per le Dipendenze - SerD) per individuare le soluzioni più adeguate ai bisogni della persona. Dunque, il legislatore ha tracciato un percorso chiaro nel regolamentare il rapporto tra sistema penale e salute mentale, individuando strumenti specifici e coerenti. Nella pratica, tuttavia, la società non sembra aver ancora pienamente assorbito questo cambiamento. Ci troviamo infatti in una situazione peculiare, in cui non è la giurisprudenza a recepire un mutamento sociale già consolidato, ma è la società stessa a mostrarsi riluttante nell’accogliere un’indicazione legislativa avanzata. Le criticità del sistema. Attualmente il sistema poggia in maniera significativa sui servizi territoriali, spesso già saturi per le prese in carico ordinarie. Questo comporta difficoltà nel trattare casi complessi con un numero adeguato di operatori e con tempi adeguati alla urgenza delle situazioni. A ciò si aggiunge la difficoltà nel proporre alternative concrete, perché le strutture idonee e i percorsi differenziati previsti dal legislatore sono meno di quanti ne servirebbero. Di conseguenza, nell’attesa di accedere alla soluzione più adeguata, i servizi sono spesso costretti a predisporre percorsi che non soddisfano pienamente i requisiti richiesti dai giudici, in alcuni casi in termini di sicurezza pubblica, in altri rispetto alla consistenza dei programmi riabilitativi. Ne deriva un ulteriore, grande problema: i tempi eccessivamente lunghi delle risposte istituzionali. Può accadere, ad esempio, che si individui una opportunità lavorativa per una persona in misura alternativa, ma che questa possibilità venga persa perché il nulla osta del Tribunale di Sorveglianza arriva solo diversi mesi dopo la richiesta. Un’altra fragilità del sistema è rappresentata dalla difficoltà di comunicazione tra giustizia e sanità. Mentre il sistema giudiziario si fonda su una logica di controllo, quello sanitario tutela il principio della libera adesione al trattamento. Tale tensione si acuisce considerando che il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, non può essere subordinato in modo rigido alle prescrizioni contenute in una sentenza, le quali rispondono prevalentemente a una logica giuridica. Questa complessità si traduce inevitabilmente in un aggravio per le risorse familiari e sociali, dato l’attuale assetto del nostro welfare. È questo un forte discrimine, non solo rispetto alle possibilità di successo, ma anche di accesso stesso ai percorsi riabilitativi, e contribuisce ad approfondire le disuguaglianze e il classismo sociale ancora presenti nel nostro Paese. Il ruolo del Servizio Sociale. La persona con disturbo psichiatrico che ha commesso un reato necessita di un intervento complesso, che coinvolge una pluralità di attori istituzionali e territoriali (Tribunale, CSM, SerD, UEPE, avvocati, comunità, famiglie). In questo contesto, il Servizio Sociale svolge una funzione centrale di attivazione e coordinamento della rete, prevenendo la frammentazione degli interventi e favorendo una comunicazione più efficace tra servizi caratterizzati da linguaggi e logiche differenti. Un ulteriore compito essenziale è l’accompagnamento della persona lungo l’intero percorso giudiziario e riabilitativo, attraverso momenti di restituzione e chiarificazione che permettano di comprendere i provvedimenti adottati e le loro implicazioni. La presenza continuativa di una figura di riferimento facilita l’adesione al progetto e il coinvolgimento attivo della persona. Il lavoro del Servizio Sociale è infine orientato alla costruzione di un reinserimento sociale stabile, che tenga insieme dimensioni lavorative, economiche e abitative. Per questo motivo, gli interventi vengono avviati già durante l’esecuzione della misura alternativa, con l’obiettivo di offrire una prospettiva concreta che vada oltre il termine della pena. Conclusioni. La progettazione di percorsi alternativi alla detenzione richiede un attento bilanciamento tra tutela della collettività e diritto alla cura, entrambi elementi imprescindibili per l’efficacia degli interventi riabilitativi. In questa prospettiva, il rafforzamento dell’integrazione tra servizi sanitari, sociali e sistema giudiziario rappresenta una condizione indispensabile. Superare la frammentazione istituzionale e promuovere una cooperazione reale consente di costruire risposte più tempestive, coerenti e rispettose della dignità delle persone coinvolte. La sfida principale è trasformare il percorso giudiziario in una reale opportunità riabilitativa, evitando che la salute mentale venga ricondotta a una questione di ordine pubblico e scongiurando il rischio di una regressione verso modelli esclusivamente contenitivi, ormai superati sul piano culturale e normativo. La speranza del Giubileo resiste, ma la fiducia nelle istituzioni si indebolisce L’Osservatore Romano, 1 febbraio 2026 La speranza è stata la parola che, per un anno intero, è risuonata con forza in tutto il mondo. Non una parola consolatoria, ma una parola impegnativa perché ancorata alla certezza che “la speranza non delude”, come Papa Francesco ha voluto evidenziare all’inizio della Bolla di indizione del Giubileo. Con questa forza è entrata anche nelle carceri dove la speranza, quella umana, si affievolisce e si smarrisce facilmente di fronte a tante difficoltà e a tante delusioni. È ancora viva l’emozione di quando Papa Francesco, alzandosi a fatica dalla carrozzina, ha spalancato la Porta Santa nella casa circondariale di Rebibbia a Roma rafforzando, in questo modo, il suo appello a dare corpo alla speranza con gesti concreti in favore di quanti vivono in condizioni di disagio: “Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto. Propongo ai governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”. In Italia a questa richiesta nessuno ha dato seguito. Anzi, nel 2025, si è anche registrato qualche passo indietro nel trattamento dei detenuti e si è pure registrato un drammatico aumento del numero di persone che si sono uccise. Da ogni dove continuano ad alzarsi voci che denunciano le drammatiche condizioni di vita nelle carceri italiane: associazioni di volontariato, camere penali, garanti dei detenuti quasi ogni giorno richiamano l’attenzione. Non hanno portato a iniziative concrete neanche gli inviti del Presidente del Senato e quelli, ripetuti, del Presidente della Repubblica che ha definito il sovraffollamento nelle carceri e l’alto numero di suicidi un’emergenza sociale e ha invocato interventi urgenti nel rispetto della Costituzione e della funzione rieducativa della pena. A vuoto sono andati anche i richiami del Capo dello Stato alla necessità di un ripensamento complessivo del sistema penitenziario e di investimenti capaci di garantire dignità alle persone detenute e non solo la custodia. Anche le attese suscitate per la celebrazione giubilare dedicata ai detenuti (dal 12 al 14 dicembre) sono andate deluse. In carcere il non facile compito di dare un senso alla parola speranza è svolto da pochi: cappellani, volontari, insegnanti, operatori penitenziari che, in condizioni non sempre facili, cercano di tenere aperti spazi di umanità all’interno delle mura del carcere. Gli oltre 58.000 detenuti presenti nelle carceri italiane, nonostante i posti regolamentari siano circa 43.000 continuano a vivere ogni giorno una condizione che contraddice apertamente i principi costituzionali. In cella il tempo diventa l’unico riferimento psicologico: il suo scorrere lento, talvolta opprimente, incide sul carattere, sulla percezione di sé, sulla capacità di progettare il futuro. Dietro cancelli e mura che separano dal resto della società, si resta soli con le proprie fragilità, con il pensiero rivolto ai familiari e con una burocrazia spesso incomprensibile e disumanizzante. A riportare all’attenzione pubblica la realtà delle carceri è ancora una volta la Chiesa, anche nella sua dimensione istituzionale. Recentemente, è intervenuto l’episcopato lombardo chiedendo che la detenzione sia gestita secondo lo spirito della Costituzione. Pochi giorni prima, nel discorso alla città per la festa di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, aveva denunciato una situazione intollerabile e la deriva, politica e culturale, che concepisce “la repressione come unica soluzione”. “La Costituzione della Repubblica italiana - ha detto - è tradita per le pessime condizioni dei carcerati e per la formazione e il trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è tradita per la sempre maggiore recrudescenza delle norme. La Costituzione è tradita per la scarsissima accessibilità dei percorsi di reinserimento sociale dei condannati”. “L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero - aveva concluso Delpini - segnala una crepa pericolosa nella casa comune”. Il detenuto resta così al centro di un grave disinteresse istituzionale. Certo la speranza, quella che è stata la parola chiave del Giubileo, rimane sempre viva, ma la fiducia nei legislatori si fa sempre più fragile. Nel 2026 celebreremo l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana. Una ricorrenza che richiama i valori fondativi dello Stato democratico e della Costituzione. Sarà questa l’occasione per passare finalmente dalle parole ai fatti e dare seguito agli appelli di Papa Francesco e di Papa Leone XIV, restituendo coerenza e credibilità al sistema penitenziario? Carceri, appello a Mattarella dell’associazione Happy Bridge di Maria Teresa Caccavale* certastampa.it, 1 febbraio 2026 Con questa lettera l’Associazione Happy Bridge Odv che da anni si occupa della tutela dei diritti umani e sociali, ed in particolare della tutela dei diritti delle persone detenute, si unisce all’appello civile e costituzionale, già rivolto da alcuni Garanti Regionali e Comunali, al Presidente della Repubblica affinché richiami l’attenzione degli Organi di Governo sul continuo grave deterioramento delle condizioni carcerarie e sul mancato rispetto dell’articolo 27 della Costituzione. L’appello si colloca nel quadro di una crisi sociale e morale più ampia, segnata da disuguaglianze e perdita di centralità della persona. La prospettiva è quella della tutela dei diritti fondamentali e della sicurezza collettiva, fondata su dignità, istruzione, lavoro e reinserimento sociale. Con profondo rispetto e con alto senso delle Istituzioni, ci rivolgiamo a Lei confidando che queste parole possano giungere alla Sua attenzione e al Suo alto magistero morale, nella consapevolezza del ruolo che la Costituzione Le affida quale garante supremo dei diritti fondamentali e dell’unità della Nazione. Ci definiamo pellegrini di speranza, poiché continuiamo a camminare nonostante le avversità, convinti che sia proprio nel cammino, spesso faticoso, che l’essere umano ritrova le ragioni della propria responsabilità e della propria dignità. Mentre noi perseveriamo nel procedere, il mondo sembra invece arretrare, ripercorrendo sentieri antichi e nefasti, segnati da guerre, nuove forme di schiavitù e profonde ingiustizie. Abbiamo confidato che il tempo del Natale potesse rappresentare un’occasione di riflessione sui valori fondanti della nostra civiltà: la pace, la giustizia, la fraternità e la misericordia, valori che parlano alla coscienza collettiva e che dovrebbero orientare l’agire pubblico e privato. Abbiamo sperato che questo messaggio potesse trovare ascolto soprattutto nei cuori di coloro ai quali è affidata la responsabilità di guidare e tutelare le comunità umane. Purtroppo, la realtà appare ancora segnata da una profonda crisi. La situazione mondiale rimane drammatica: l’umanità sembra prigioniera di una competizione economica senza misura, del profitto perseguito a ogni costo e di una tecnocrazia che spesso smarrisce il senso del limite e della centralità della persona. I conflitti continuano a insanguinare intere regioni del pianeta, mietendo vittime innocenti, mentre la fame e la sofferenza restano piaghe aperte e in crescente aumento. È necessario fermarsi, interrogare le coscienze, riflettere sul cammino intrapreso per evitare che questa crisi morale e civile diventi irreversibile. Non chiediamo ricchezze, ma giustizia sociale. Chiediamo una scuola pubblica rinnovata, capace di formare cittadini consapevoli; una sanità efficiente e realmente accessibile a tutti; equità economica; onestà e trasparenza nell’azione pubblica. Chiediamo il ripristino di un autentico patto di fiducia tra i cittadini e lo Stato, fondato sul rispetto dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione. Da oltre due anni la nostra Associazione segnala con preoccupazione la necessità di interventi urgenti in materia penitenziaria. Oggi, purtroppo, siamo costretti a denunciare un ulteriore aggravamento delle condizioni detentive e il persistente mancato rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, che sancisce il carattere umano e rieducativo della pena. Il numero delle persone detenute è aumentato, raggiungendo oltre 63.000 detenuti, così come il numero inaccettabile dei suicidi all’interno degli istituti di pena, suicidi per i quali non sembra venga esternato alcun cordoglio sincero da parte delle istituzioni. L’esecuzione penale esterna continua a incontrare ostacoli significativi, nonostante il diritto di accesso ai benefici riconosciuto a molte persone detenute. A tutt’oggi solamente una percentuale esigua di detenuti lavora in carcere e la maggior parte trascorre il tempo inutilmente ed anzi con prospettive di elevare il proprio livello di criminalità. Noi che da anni frequentiamo il carcere come docenti, psicologi e volontari in carcere possiamo testimoniare senza alcun dubbio che il tempo della pena in carcere non può essere un tempo di riabilitazione comportamentale e quindi psichica se non è accompagnato da un preciso programma individuale di recupero attraverso una presa in carico significativa delle persone detenute da parte degli Istituti di Pena. Ci battiamo perché in carcere ci sia più istruzione e più lavoro, elementi fondanti per un futuro reinserimento sociale, perché ci siano più psicologi e educatori. La sicurezza dei cittadini si garantisce con la cultura e non con le armi. Chiediamo forse troppo? Chiediamo una società realmente al servizio del cittadino e non un cittadino lasciato solo, privo di servizi e di tutele. Chiediamo una comunità nella quale i diritti fondamentali siano garantiti a tutti, senza alcuna distinzione, nel solco dei principi costituzionali che Lei è chiamato a custodire e rappresentare. *Presidente Associazione Happy Bridge ODV Referendum, una vigilia irritante di Beppe Severgnini Corriere della Sera, 1 febbraio 2026 A sette settimane al referendum sulla giustizia in molti hanno già perso la pazienza. Come al solito, una scelta democratica si sta trasformando in una guerra di religione. Mancano sette settimane al referendum sulla giustizia, e molti di noi hanno già perso la pazienza. Come al solito, una scelta democratica si sta trasformando in una guerra di religione. Tutto questo è estremamente irritante. E destinato a peggiorare: non c’è Olimpiade o Sanremo che tenga. Quello che farò il 22 marzo, quindi, sarà scegliere chi mi irrita di meno. Non è una novità: da mezzo secolo voto per il meno peggio, lo farò anche stavolta. Perché mi irrita il fronte del SÌ? Perché, con tante urgenze (redditi, sanità, sicurezza, immigrazione, territorio), di questo referendum non si sentiva il bisogno. Perché vuol far passare la modifica costituzionale come la soluzione ai problemi della giustizia (i riferimenti a Garlasco e alla Casa nel Bosco non si possono sentire!). Perché finge di ignorare che i governanti italiani - tutti, da sempre - cercano di infilarsi dove possono: televisione, partecipate, banche (ci proveranno anche col nuovo pubblico ministero, starà a noi impedirglielo). Perché mi irrita il fronte del NO? Perché vuole convincerci che siamo di fronte a un drammatico attacco alla democrazia: ma non sta scritto da nessuna parte che la magistratura verrà sottoposta alla politica, sul punto la Costituzione non cambia. Perché finge d’ignorare il parere di eccellenti giuristi (come Augusto Barbera) e grandi magistrati (Giovanni Falcone!), secondo cui la separazione netta fra chi accusa e chi giudica costituisce una garanzia per il cittadino. Perché deride il sorteggio, ma ignora che l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura è il campo di battaglia di cordate e correnti. Potremmo continuare, perché le irritazioni sono molte e gli irritanti instancabili. ?All’inizio di gennaio, durante una puntata di “Otto e mezzo”, Lilli Gruber mi ha chiesto cosa pensavo di votare. Ho risposto senza entusiasmo: per il momento, propendevo per il SÌ. Questo è bastato a trasformarsi in eroe per alcuni e nemico per altri (l’Italia delle tifoserie funziona così). Ma ho tempo fino al 22 marzo: continuerò a leggere e ad ascoltare, poi deciderò. Come tanti lettori, sono convinto. E alla fine - vedrete - saremo noi a decidere l’esito del referendum. Noi che vogliamo pensare prima di scegliere, noi che non abbiamo amici e nemici a scatola chiusa. Anno giudiziario, scintille a Roma tra toghe e governo di Valentina Stella Il Dubbio, 1 febbraio 2026 Nordio a Milano: “Se vince il sì dialogo con la magistratura”. Chi pensava che la celebrazione dell’anno giudiziario nei vari Distretti filasse liscia si è sbagliato. Anche se quest’anno le toghe non hanno attaccato al petto la spilla tricolore, né agitato la Costituzione in mano e voltato le spalle ai rappresentanti del Governo come lo scorso anno, non sono mancate affatto le scintille. Soprattutto in Corte di Appello a Roma, dove il capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusy Bartolozzi, abbandonando per qualche minuto il copione del suo intervento ha attaccato il presidente del Corte Giuseppe Meliadò. Il “patto fra magistratura e società si spezza” se “si confonde l’indirizzo interpretativo della legge con l’indirizzo politico di governo”, “si apre una crepa nella credibilità complessiva delle istituzioni” e “si crea un cortocircuito nelle forme in cui si esercita la volontà popolare, che vincola il giudice solo nelle forme obiettive della legge e nei limiti segnati dal rispetto dei diritti fondamentali e del principio di eguaglianza, che devono essere garantiti nei confronti di qualsiasi maggioranza”, ha sottolineato quest’ultimo nella sua relazione. Poi la frase che ha suscitato la reazione di Bartolozzi: “Ridurre il complesso di questi interrogativi nella formula dell’ ‘invasione di campo’ dei giudici in danno della politica è francamente fuorviante e lascia in ombra la risposta da dare all’interrogativo che tutti li sintetizza - ha scandito Meliadò -, e cioè se vi possa essere una democrazia effettiva (che riconosca limiti e contrappesi) senza una magistratura indipendente e se una magistratura indipendente possa sopravvivere in assenza di un clima di temperanza istituzionale e di tolleranza reciproca”. “La formula ‘invasione di campo’ è fuorviante? Io semmai mi sarei aspettata un appello a tutti, alla politica e alla magistratura, a stare nei propri ruoli”, ha replicato il braccio destro di Nordio. Che ha proseguito: “Non ho sentito una levata di scudi contro le dichiarazioni di un autorevole rappresentante dell’Associazione nazionale magistrati contro l’attività del Parlamento”. “Il giudice - ha aggiunto -, pronuncia nel nome del popolo italiano, ma non lo rappresenta. Il popolo italiano è rappresentato dal parlamento che fa le leggi. Quindi il giudice applica le leggi e rimane nei limiti della legge”. Bartolozzi termina: “Per cui accolgo il suo appello. Ma il limite della continenza e del rispetto dei ruoli venga accolto prima di tutto dai magistrati”. Era stato però il sottosegretario Alfredo Mantovano a dire qualche mese fa: “Oggi c’è il blocco delle espulsioni grazie a decisioni giudiziarie, c’è il blocco della sicurezza, della politica industriale che voglia raggiungere certi obiettivi, si pensi all’Ilva grazie a decisioni giudiziarie. C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta”. La frase aveva suscitato asprissime polemiche sia nelle opposizioni che nella magistratura, i quali hanno intravisto in quelle parole il desiderio di un controllo e di un ridimensionamento delle funzioni giudiziarie da parte dell’Esecutivo. Un concetto evocato anche recentemente dalla premier Meloni, che nella conferenza stampa di inizio anno aveva detto: “Spesso i magistrati sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine. Posso citare decine di casi”. A Milano invece fila tutto liscio, seppur su fronti opposti ci sono il presidente dell’Anm Cesare Parodi e il Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il primo, come deliberato nell’ultimo comitato direttivo centrale, ha lasciato da parte il tema della riforma e si è concentrato sulle criticità del sistema giustizia. “Oggi scegliamo di non soffermarci sui temi della riforma - ha detto il vertice del sindacato delle toghe - per ribadire che la priorità assoluta deve restare la risoluzione delle criticità organizzative che paralizzano quotidianamente i tribunali”. Ha aggiunto: “Siamo qui per richiamare l’attenzione sulla realtà materiale dei nostri uffici perché l’efficienza non sia solo un obiettivo da rendicontare a Bruxelles, ma una garanzia effettiva per tutti i cittadini. Il primo ineludibile ostacolo all’efficienza, e lo sappiamo tutti in quest’aula, è la carenza organica cronica di risorse umane. Parlare di riforme processuali senza affrontare il vuoto degli organici è come pretendere che una macchina ancora più veloce senza fornire il carburante”. Invece il Guardasigilli nel suo intervento ha ribadito quanto detto ieri ospite degli ermellini a Piazza Cavour. “Se dovesse prevalere il sì non ci saranno intenti persecutori come qualcuno dice. Inizieremo subito, il giorno dopo, un dialogo con la magistratura con l’avvocatura e con il mondo accademico per la seconda parte che è quella delle norme attuative”. E ancora: “Se dovessero prevalere i no accetteremo con grandissimo rispetto lo Stato popolare”. Ha poi ribadito che “nessuno ha mai preteso che questa riforma potesse incidere sull’efficienza e sulla rapidità dei processi. Incide su altre cose, non su questo”. Per il vertice della Procura generale di Milano, Francesca Nanni, la riforma Nordio invece è “ininfluente rispetto alle disfunzioni attuali” e rischia di “aumentare” alcune di queste come “l’acritica, eccessiva adesione del pubblico ministero alle ipotesi formulate dalle forze dell’ordine”, una “circostanza” che “spesso” viene “segnalata” in polemica “dai difensori” di indagati e imputati. “Stiamo sprecando tempo e risorse” a “scapito di altre riforme”, ha detto Nanni rivolgendosi all’aula magna gremita. “Senza contare - ha concluso - il clima di gravissima tensione che porta a radicalizzare le posizioni e che ostacola un sereno dialogo ed un corretto svolgimento del lavoro”. Spostandoci a Napoli, ad intervenire per il Governo è il sottosegretario Alfredo Mantovano, accolto al suo arrivo con una stretta di mano e sorrisi dal procuratore capo Nicola Gratteri, sostenitore del No. Il fedelissimo di Giorgia Meloni ha sottolineato come a Caivano o nella Terra dei fuochi, così come in altre parti d’Italia, “la proficua collaborazione con procure e tribunali” ha avuto effetti positivi: “Non credo che operare insieme rappresenti qualcosa di anomalo o straordinario, il principio di leale collaborazione tra istituzioni attraversa la nostra Costituzione. Il rammarico è che questo costruttivo confronto conosca invece, sulla riforma, una sorta di black out e si stia traducendo in uno scontro acceso”. Da Mantovano poi l’appello “a che, in vista del voto referendario, la demonizzazione lasci il posto al confronto civile, proprio di una vera democrazia. La Sacra Scrittura ammonisce a stare vigili perché non conosciamo ‘né il giorno né l’ora’; dunque, non vi è alcuna certezza che il 24 di marzo dell’Anno Domini 2026 non si scateni l’Apocalisse. Quello di cui sono certo è che se ciò si dovesse verificare, non sarà a causa della conferma referendaria della riforma della giustizia”, ha ironizzato. “Vi chiedo se l’asprezza della contesa debba far scadere il dibattito al punto da evocare il rischio che, una volta approvata la riforma, anche in Italia ci saranno innocenti uccisi dalle forze di polizia come accade a Minneapolis. O da lanciare allarmi su presunte attività di spionaggio in danno dei magistrati italiani per un programma, risalente a sette anni fa, che ha sistemi di aggiornamento automatici, e fa adoperare la videocamera solo su impulso dell’interessato, come avviene per ogni collegamento web. O, per stare all’ultima perla, da sostenere, in modo incommentabile, che la riforma compromette il contrasto alla criminalità mafiosa”. I riferimenti sono a Roberto Saviano, a Report, e alle polemiche seguite alle parole del Segretario dell’Anm Rocco Maruotti. Dal canto suo Gratteri, parlando a margine coi giornalisti, ha spiegato cosa è cambiato rispetto allo scorso anno, quando non partecipò alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. “È cambiato che l’anno scorso doveva essere mandato un messaggio, per me era importante quel messaggio, il non esserci, quest’anno ci sono e parlo, lo sto facendo in tutte le trasmissioni televisive dove vengo invitato per spiegare per quale motivo bisogna votare No”. Gratteri ha ribadito che “tutte queste riforme sulla giustizia che stanno facendo non servono assolutamente a velocizzare i processi e a dare risposte alle persone che hanno bisogno di giustizia”. Il procuratore del capoluogo partenopeo ha pure replicato a Nordio che ieri nell’Aula Magna della Cassazione ha detto che è “blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura”: “A me pare un termine inappropriato. Il ministro Nordio è una persona colta, conosce molto bene la lingua italiana, ma questa volta ha usato un termine inappropriato”. Sempre da Napoli ha parlato la segretaria del Pd Elly Schlein all’iniziativa “Idee per l’Italia” promossa da Stefano Bonaccini. “Il Partito democratico sarà impegnato in queste settimane nella campagna per spiegare le ragioni del nostro No al referendum di riforma costituzionale e al contempo saremo impegnati in un percorso di ascolto, che parte proprio oggi da Milano, per mettere a fuoco quali sono le esigenze concrete dei cittadini per costruire l’alternativa”, ha detto la leader dem. “Faremo - ha spiegato - diverse tappe, ne faremo anche una qui a Napoli il 13 e il 14 febbraio. Continueremo poi a Firenze la settimana successiva e a Milano la settimana ancora successiva, con una grande conclusione a Roma il 7 marzo. Saremo impegnati sulla campagna referendaria e in questa campagna d’ascolto, anche perché non consentiremo al governo di dimenticare per due mesi i bisogni dei cittadini”. L’anno giudiziario ai tempi della riforma: accuse e nervi tesi di Mario Di Vito Il Manifesto, 1 febbraio 2026 A Milano la pg Narni davanti a Nordio: “Ci sono intenti punitivi”. Da Napoli Mantovano promette: “Se vince il Sì nessuna apocalisse”. Polemiche anche a Roma. Genova, il pg Zucca: “Nelle piazze la polizia non vada a caccia”. È sul filo della tensione che ieri, nei ventisei distretti delle corti d’appello italiane, si è aperto l’anno giudiziario. Tutti (o quasi) i procuratori generali hanno parlato della riforma costituzionale che a marzo sarà sottoposta a referendum: chi con toni netti, chi in maniera più velata, chi en passant, tra una cosa e l’altra. E, dagli esponenti del governo, non sono mancate le risposte. Anche qui: qualche volta dura, qualche altra meno. Ma il clima è quello: si sta giocando una partita sul futuro della giurisdizione ed è impossibile che nei tribunali non se ne parli. E così, a Milano, dove nel 2002, in pieno berlusconismo, Francesco Saverio Borrelli disse il famoso “resisere, resistere, resistere”, la procuratrice generale Francesca Nanni ha affondato il colpo davanti al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “La sostanziale inutilità della riforma a correggere le attuali pesantissime carenze - ha detto - fa venire il dubbio che si tratti di un intervento con carattere prevalentemente punitivo”. Del resto, che questo riassetto della magistratura non abbia nulla a che fare con i problemi della giustizia - i suoi tempi lunghi, soprattutto - non è un mistero per nessuno e tutti, persino chi l’ha scritta, sono d’accordo. Prima dello stesso Nordio, lo ha spiegato pure il presidente Giuseppe Ondei: “Questa riforma non inciderà in alcun modo sui tempi della giustizia, che nel nostro distretto per fortuna sono sopportabili, ma che, a livello nazionale, sono insopportabilmente lunghi”. Solo le rappresentanze degli avvocati credono che la separazione delle carriere, da sola, sia la soluzione ad ogni male. Per il resto, nel suo intervento a braccio, Nordio c’è andato più leggero rispetto a venerdì in Cassazione, quando ha tacciato di “blasfemia” (parola ripetuta pure ieri) chi dice che il governo non vuole altro che sottoporre a se stesso i giudici. “Questa riforma non inciderà in alcun modo sui tempi della giustizia, che nel nostro distretto per fortuna sono sopportabili, ma che, a livello nazionale, sono insopportabilmente lunghi” A seguire, il ministro: “Se dovesse prevalere il sì al referendum lungi dall’avere intenti persecutori, come qualcuno dice, inizieremmo subito, il giorno dopo, un dialogo con la magistratura, l’avvocatura e il mondo accademico per la seconda parte della riforma che è quella delle norme attuative”. Quindi “nessun intento punitivo”, anche perché “è irriverente verso il parlamento attribuire una volontà che nessuno ha mai voluto”. Dovrebbe suonare rassicurante, ma appena una settimana fa il vicepremier Antonio Tajani aveva lanciato l’idea di rivedere i rapporti tra procure e polizia giudiziaria, dando a quest’ultima (già gerarchicamente sottoposta al governo) maggiore potere d’iniziativa. La tensione, chissà se consapevolmente o meno, l’ha rotta in parte il presidente dell’Anm Cesare Parodi, pure intervenuto alla cerimonia di Milano. Non ha detto una singola parola sulla riforma e si è concentrato sulle questioni sindacali, le carenze degli organici soprattutto. Il primo (e forse unico) confronto con Nordio è dunque finito zero a zero. Nel pomeriggio, mentre centinaia di milanesi visitvano o il tribunale in una sorta di open day organizzato dalla sezione locale dell’Anm (la fila per entrare, inattesa, si è allungata per tutta via Freguglia), tra i giudici e gli avvocati presenti si è commentato quello che è successo nelle altre corti d’appello. A Roma si è registrato il botta e risposta tra il presidente Giuseppe Meliadò e la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi. Si parlava di scontri tra le istituzioni e crepe nella giurisdizione e lui ha stigmatizzato le accuse di “invasione di campo” più volte rivolte dal governo verso la magistratura: “Dobbiamo chiederci se vi possa essere una democrazia effettiva senza una magistratura indipendente e se una magistratura indipendente possa sopravvivere in assenza di un clima di temperanza istituzionale e tolleranza reciproca”. Poi lei, durissima: “La formula dell’invasione di campo è fuorviante? Io semmai mi sarei aspettata un appello a tutti, alla politica e alla magistratura, a stare nei propri ruoli”. Segue riferimento al post di Facebook (quasi subto cancellato) del segretario dell’Anm Rocco Maruotti che aveva accostato la riforma all’Ice statunitense. Altre schermaglie a Napoli, dove si è fatto vedere anche il capo Nicola Gratteri (che di solito non partecipa alle cerimonie). “Blasfemia? A me pare un termine inappropriato”, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento alle parole di Nordio. C’era anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha provato a rassicurare tutti citando le sacre scritture: “Se vince il Sì, il 24 marzo non ci sarà l’Apocalisse”. A Genova da sottolineare l’intervento del pg Enrico Zucca. “In piazza, i poliziotti devono scendere ed essere schierati come guardiani della libertà e non guerrieri a caccia di nemici da contrastare”. Detto da chi li ha processati per i fatti del G8 di 25 anni fa. Un evento, ha detto Zucca, sul quale “non ci possono essere ambiguità”, perché fu “un’infamia e un’aberrazione”. Escalation di reati tra i giovanissimi. “In carcere +50% di minori in 3 anni” di Federica Pozzi Il Messaggero, 1 febbraio 2026 Da nord a sud le relazioni delle Corti d’appello di tutta Italia hanno presentato, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, dati allarmanti riguardo all’aumento di reati commessi da minori. Con la conseguenza di una crescita esponenziale degli under 18 detenuti che, solo a Roma, ha affermato il procuratore generale della Corte d’appello capitolina Giuseppe Amato, “è aumentata del 50% in meno di tre anni”. Nel solo distretto di Roma aumenta il fenomeno dei baby pusher, con 55 minori arrestati, di cui 29 stranieri; in crescita anche i delitti di furto, rapina ed estorsione, passati da 660 dell’annualità precedente a 1152. Un aumento di circa il 20% si registra anche per i reati di natura sessuale che passano da 140 dell’annualità precedente a 170 di quella attuale. Crescono i reati particolarmente violenti, compresi i tentati omicidi, soprattutto con l’uso di coltelli, e diminuisce l’età in cui il primo reato viene consumato. Anche a Milano il trend è lo stesso. La procuratrice generale, Francesca Nanni, parla di un aumento del 40%, negli ultimi 12 mesi, dei “delitti contro la libertà sessuale” commessi dai minorenni nel distretto. E “per la prima volta” compaiono “omicidi e femminicidi”. Poi c’è “l’elevato numero” di “scippi e rapine”, da “ascrivere alla importante presenza di minori stranieri non accompagnati che il sistema non riesce ad assorbire con adeguati programmi di accoglienza”. O a “minori di seconda generazione delle periferie lombarde” che fanno parte di “gruppi devianti, i cosiddetti “maranza”“. Un’emergenza che non riguarda solo il Nord. Anche nel distretto di Roma si registra un aumento in questo senso, con 1515 minori stranieri indagati per delitti (rissa, lesioni, violenza privata) consumati all’interno di luoghi di detenzione. La maggior parte dei minori indagati proviene da Tunisia ed Egitto. A Catania il presidente facente funzione della Corte d’appello, Giovanni Dipietro, parla di “elevatissimi tassi di devianza minorile” che vanno collegati con “gli allarmanti dati dell’abbandono e della dispersione scolastica”. Numeri che definisce da “Guinness dei primati”. A Napoli si registra un uso “crescente e disinvolto” delle armi: “Nel 2025 la Procura per i minorenni ha iscritto 8 procedimenti per omicidio, 40 procedimenti per associazione camorristica, ben 468 per armi e, addirittura, 4 per terrorismo”, spiega il procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, per il quale “le stese, i ferimenti e gli omicidi tra giovanissimi non erano mai stati così frequenti né così giovani gli autori e le vittime”. In Emilia-Romagna è allarme sull’uso dei coltelli e delle armi bianche. La Procura generale spiega che “l’aumento più preoccupante è quello che interessa il porto di coltelli”. “Si tratta - dicono il procuratore generale Paolo Fortuna e l’avvocato generale Ciro Cascone - di un fenomeno purtroppo assai diffuso tra gli adolescenti, che si rivela in svariate occasioni anticamera di ben più gravi delitti”. “La violenza sembra ormai una modalità comunemente praticata di comunicazione giovanile - afferma da Perugia il pg Sergio Sottani. Si manifesta col bullismo on line, risse di strada, aggressioni verbali e fisiche”. Tutti reati che portano a un numero sempre maggiore di giovanissimi detenuti, con le criticità che ne conseguono. Secondo il rapporto di metà anno dell’associazione Antigone, al 15 giugno 2025 erano 586 - di cui 23 ragazze - i giovani detenuti gli Istituti penali per minorenni d’Italia. In otto delle strutture le situazioni peggiori di sovraffollamento con materassi a terra, condizioni igieniche estremamente degradate, celle chiuse quasi l’intera giornata e assenza di attività significative, perfino quelle scolastiche. Non solo, spesso ai detenuti non verrebbero garantite neanche le ore d’aria previste dalla legge e sarebbero loro somministrati diversi psicofarmaci. Rapine, risse e spaccio, l’allarme delle Procure: “Troppi minori violenti” di Rosario Di Raimondo La Repubblica, 1 febbraio 2026 Da Milano a Palermo aumentano i reati degli under 18. Il pg di Roma: “Molti i baby pusher”. E il decreto Caivano affolla le carceri. Il coltello in tasca per sentirsi più forti, anche a scuola. Le “palline” di coca da vendere in piazza. Le rapine in strada senza nemmeno la paura di correre rischi. Le violenze sessuali. Le botte in casa a mamma e papà, fenomeno in “inquietante aumento”. Le leggi puniscono ma non basta. Le carceri scoppiano, le comunità non ci sono e certi destini sembrano segnati come strade senza uscita. È un viaggio nella sofferenza e nel disagio di una generazione quello tratteggiato dalle relazioni dei procuratori di tutta Italia. In centinaia di pagine, le vite perdute di ragazzi di quindici, sedici, diciassette anni. Spesso stranieri non accompagnati, provati dalle cicatrici di un passato recente. Ma anche italiani. Troppo facile parlare di “baby gang”, espressione che Luca Villa, capo della procura per i minori di Milano, definisce buona per il “circo mediatico”. Perché le bande di ragazzi che spaventano la città non sono vere associazioni a delinquere ma gruppi di giovanissimi che si uniscono “in maniera casuale”. Più che le etichette, sono i dati a preoccupare: in un anno, nel capoluogo lombardo, quasi seicento rapine (in aumento) e ottocento furti. Questi reati vengono collegati ai minori stranieri, invisibili che “il sistema non riesce ad assorbire con adeguati programmi di accoglienza”. In dodici mesi, in procura sono arrivati più di cinquecento fascicoli per porto d’armi, coltelli e taglierini. A usarli, anche incensurati convinti “che si sentano più al sicuro” con la lama. Aumentano i reati a sfondo sessuale: 230 in dodici mesi, una crescita del 44% che potrebbe essere dovuto anche alla “positiva maggiore sensibilizzazione” delle vittime a denunciare. Il procuratore Villa definisce “inquietante” l’aumento dei casi di maltrattamenti in famiglia, ed è amara la considerazione su un “sistema” che non ha le forze per affrontare “numeri così importanti”. Esplodono le denunce per resistenza, dovute a quanto avviene nelle carceri minorili riempite dal decreto Caivano, dove basta un niente perché esploda la rabbia. Milano ne sa qualcosa: al “Beccaria” è in corso un’inchiesta per le presunte torture degli agenti sui detenuti. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni mette in luce come “per la prima volta negli ultimi anni” ci siano state anche iscrizioni di procedimenti “per omicidio e femminicidio” a carico di minorenni. Il presidente della Corte d’appello Giuseppe Ondei pensa al numero “preoccupante” di adolescenti con “disturbi neuropsichiatrici o le cui condizioni sono aggravate dall’uso di psicofarmaci o droghe”. Da Nord a Sud la fotografia è la stessa. A Catania, il presidente della Corte d’appello Giovanni Dipietro collega la “devianza minorile” ai dati “allarmanti” dell’abbandono scolastico. Numeri “da Guinness dei primati”. Il procuratore generale di Roma Giuseppe Amato pone l’accento sui baby pusher che, con atteggiamenti da boss, vendono cocaina e crack. A Napoli, nel 2025 la procura ha iscritto otto procedimenti per omicidio, quaranta per associazione camorristica, 468 per armi, spiega il procuratore generale Aldo Policastro, secondo cui “le stese, i ferimenti e gli omicidi tra giovanissimi non erano mai stati così frequenti né così giovani gli autori e le vittime”. “I minori commettono ogni tipologia di reato che compiono i maggiorenni. C’è il vuoto cosmico dell’educazione da parte di alcune famiglie”, l’analisi della procuratrice di Torino Lucia Musti. Da Firenze a Bologna è allarme coltelli, “fenomeno assai diffuso” per il procuratore emiliano Paolo Fortuna e l’avvocato generale Ciro Cascone, “anticamera di ben più gravi delitti”. Il pg di Perugia Sergio Sottani elenca i casi di “bullismo online, risse di strada, aggressioni”. Questa la diagnosi. E la cura? Ad Ancona, per mancanza di personale, il tribunale dei minori potrebbe essere costretto sospendere le udienze. No a rescissione del giudicato se il difensore nominato non allega l’impossibilità di contatti di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2026 La nomina e l’elezione di domicilio presso l’avvocato di fiducia che svolga il mandato presenziando a tutte le udienze non fa venir meno la presunzione - che però non è assoluta o insormontabile - di volontaria assenza dal processo. No alla rescissione del giudicato per chi dichiarato assente non dimostra di non aver colpa per la mancata conoscenza del processo e dell’emissione della sentenza non più impugnabile, nonostante il condannato abbia nominato difensore ed eletto domicilio presso di lui. La prova di essere restato assente incolpevolemente diviene più complessa in caso di difesa fiduciaria e senza che sia stata fatta rilevare in giudizio da parte dell’avvocato nominato la perdurante mancanza di contatti con l’imputato e il difensore abbia persino impugnato la decisione di primo grado. La dichiarazione di assenza correttamente assunta a norma dell’articolo 420 bis del Codice di procedura penale non costituisce, in effetti, una presunzione assoluta di volontaria sottrazione al processo, ma per ottenere la rescissione del giudicato ex articolo 629 bis dello stesso codice di rito l’istante dovrà fornire adeguata prova contraria di quanto inizialmente emerso sull’insussistenza di un comportamento colpevole. Va provato - soprattutto nel caso di vicende successive a una corretta vocatio in ius regolarmente notificata presso il domicilio eletto presso il difensore di fiducia - che si siano verificati situazioni concrete o eventi peculiari che denotano la perdita di effettività del rapporto difensore-imputato. Un esempio di tale ultima circostanza potrebbe essere ad esempio costituito dalla rinuncia al mandato non comunicata al cliente dall’avvocato o nella mancata partecipazione di quest’ultimo alle udienze in rappresentanza della persona sottoposta a giudizio. La Corte di cassazione penale con la sentenza n. 3934/2026 ha infatti respinto il ricorso contro il diniego di rescissione del giudicato domandato dal ricorrente contro l’intervenuta condanna in secondo grado. Nel caso concreto la Cassazione ha confermato la posizione della Corte di appello negando che il ricorrente avesse fornito la prova dell’incolpevole conoscenza del processo e della condanna definitiva a proprio carico. Dunque la dichiarazione di assenza non era stata adottata illegittimamente sulla base di elementi insufficienti e il ricorrente non ha allegato ulteriori circostanze di fatto che gli abbiano impedito di conoscere lo stato del procedimento a suo carico e l’adozione della sentenza di condanna. Per la Cassazione la dichiarazione di assenza non era stata adottata in maniera incongrua e quindi illegittima, ma ciò che qui rileva il ricorrente non ha provato che la sua mancata partecipazione al processo non fosse frutto di volontaria sottrazione a esso o di puro disinteresse del suo corso. Il ricorso si fondava preminentemente sul precedente delle sezioni Unite penale “Ismail” dove nonostante la nomina del difensore d’ufficio e l’elezione di domicilio presso il difensore era stata riconosciuta l’incolpevole ignoranza del procedimento da parte dell’imputato. Ma la Corte fa rilevare in primis che trattandosi nel caso concreto di nomina fiduciaria e connessa elezione di domicilio il rapporto si presume instaurato con maggiore pregnanza tra avvocato e imputato e soprattutto che nel caso Ismail si trattava di nomina ed elezione al momento dell’arresto. Ciò che in sé può lasciar supporre la non instaurazione del rapporto col difensore. Semmai come suggerisce la Cassazione se realmente l’imputato non fosse stato a conoscenza dell’iter del procedimento a proprio carico lo stesso difensore di fiducia avrebbe dovuto/potuto far rilevare l’assenza di rapporti con il proprio assistito. Veneto. L’emergenza nelle carceri: ci sono quasi mille detenuti in più di Michele Fullin Il Gazzettino, 1 febbraio 2026 L’allarme della presidente della Corte d’appello di Venezia, Rita Rigoni: “Suicidi, tentativi e episodi di autolesionismo sintomi di profondo malessere”. Ostellari: “In Italia previsti quasi 5mila nuovi posti”. La riforma della magistratura, il dramma dei suicidi nelle carceri e i tempi sempre più lunghi per istruire i processi “di prossimità” come quelli del giudice di pace. Al di là della situazione difficile del distretto di Venezia sotto il profilo delle scoperture di personale e del grande sforzo portato avanti per ridurre gli arretrati, ieri all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 è tornata la polemica sulla riforma Nordio che sarà oggetto di referendum del 22-23 marzo. Se da un lato la presidente della Corte, Rita Rigoni, ha citato le parole del Capo dello Stato per ricordare quanto sia pericoloso indebolire il ruolo e la funzione della Magistratura e quanto invece sia necessario il “reciproco rispetto tra le istituzioni”, la consigliera del Csm Maria Luisa Mazzola ha attaccato apertamente le recenti modifiche approvate dal Parlamento, sia costituzionali che ordinarie. “Non si comprende - ha detto - come la riforma costituzionale possa contribuire a migliorare la qualità e l’efficienza della giurisdizione”. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha risposto a margine della cerimonia: “Chi fa l’ennesima battaglia per il no, va bene, lo faccia, ma non si può lamentare se poi qualcuno sottolinea le bugie”. Inevitabile l’accento sulla situazione carceraria, dopo i due suicidi avvenuti in settimana al Due Palazzi di Padova. “A fronte di una capienza regolamentare di 1.938 posti - ha osservato Rigoni - al 30 giugno erano presenti negli istituti penitenziari veneti 2mila 793 detenuti, di cui 438 stranieri e 156 donne. Elevato è il numero dei suicidi e vi è un preoccupante aumento di tentativi di suicidio e di episodi di autolesionismo, sintomi di un profondo malessere”. “Quello dei suicidi in carcere è un fenomeno che va affrontato su più livelli e in sinergia con le strutture specializzate in grado di supportare interventi di carattere psichiatrico e sociosanitario - ha aggiunto il sottosegretario - e ricordo sempre che dobbiamo fare ricorso alla misura nelle parole e nelle dichiarazioni quando c’è di mezzo un atto così drammatico. Sono in corso di realizzazione in tutto il Paese 4mila 679 nuovi posti detentivi per il 2026 e stiamo modificando l’ordinamento penitenziario per agevolare il “ponte” tra il carcere e il mondo esterno. Il 98 per cento di chi impara un mestiere quando esce non delinque più. È il futuro”. Le cifre sono impietose quando si parla di percentuali di scopertura della pianta organica degli amministrativi, che in Veneto sono del 40 per cento in media, con una punta del 48,5 a Venezia, Vicenza (48,6), Belluno (44.4). Ancora peggio la percentuale degli Uffici del Giudice di pace (66,67 per cento a Venezia, 80 a Belluno, 58,33 a Vicenza). Per quanto riguarda la magistratura, la scopertura dei Tribunali ha una media del 22%. In Corte, nonostante la carenza di organico, sono diminuiti i procedimenti pendenti: da 5mila 321 a 4mila 580 per il settore Civile/Lavoro, mentre nel Penale si è passati da 8mila 342 procedimenti a 7mila 113. Questo nonostante l’ultimo anno ci siano stati processi molto impegnativi sia per numero di imputati che per complessità. Desta allarme l’aumento delle richieste di rinvio a giudizio anche per reati gravi nei procedimenti minorili, dovuti sia alle “baby gang” che a giovani che hanno disturbi psichici o dipendenze. Un focus sui reati è stato infine è stato fatto dal Procuratore generale Federico Prato. “Costante è la presenza del fenomeno della criminalità organizzata di tipo mafioso - ha osservato - che vede prevalentemente l’aggressione delle province di Padova, Verona e Venezia e, in misura minore, Vicenza. Assai preoccupante è anche l’iscrizione di due procedimenti riguardanti minori aventi ad oggetto la propaganda dello stato islamico sui social”. Infine, riguardo i reati in materia di violenza di genere, che hanno un trattamento d’urgenza tramite il Codice rosso, nel Distretto sono stati iscritti 2mila 166 procedimenti, di cui 228 sono sfociati in richieste di misura cautelare. Padova. “Mio figlio non si è ucciso in cella. L’hanno ammazzato o istigato” di Silvia Quaranta Il Mattino di Padova, 1 febbraio 2026 “Mio figlio non si è ucciso impiccandosi, è stato ammazzato. Ora voglio giustizia”. L’ipotesi del suicidio per depressione non regge secondo Fiorenza Ponton, madre di Matteo Ghirardello, il detenuto vicentino di 33 anni trovato morto venerdì mattina al carcere Due Palazzi di Padova. La seconda tragedia in tre giorni. Si è immediatamente parlato di un gesto volontario, ma per i familiari c’è stata, quanto meno, una forte istigazione. L’accusa è pesantissima: “Sono più che convinta dice la madre che mio figlio non si sia ucciso impiccandosi, è stato ammazzato oppure è stato istigato al suicidio”. Troppi, per i familiari, i dettagli che non tornano: la madre, in particolare, fa riferimento ad una lettera ricevuta una decina di giorni fa (“Se mi uccidono ti voglio dare le ultime volontà” scriveva Ghirardello), e poi quella richiesta di effettuare un bonifico ad uno sconosciuto. Per quale motivo? L’avvocata del giovane, Letizia de Ponti, parla di debiti e di cattivi rapporti con altri detenuti, recentemente sfociati in un pestaggio violento. La morte di Ghirardello è un dramma nel dramma, perché nel carcere padovano, solo 36 ore prima, si era tolto la vita un altro uomo: Giovanni Pietro Marinaro, 73 anni, ex boss della ‘ndrangheta di Corigliano. Doveva essere trasferito proprio quel giorno in un’altra casa di reclusione. Una notizia che l’aveva sconvolto, tanto da spingerlo al gesto estremo. Su Ghirardello, invece, gli aspetti poco chiari non mancano: originario di Romano d’Ezzelino (Bassano) aveva un passato costellato di furti e rapine. Ma anche, davanti a sé, buone prospettive per il futuro: parentesi di libertà sempre più lunghe, l’uscita prevista per il 2028, un inserimento in azienda programmato a breve, che gli avrebbe dato l’opportunità di uscire dal carcere già con un buon lavoro. E poi suo figlio, di appena quattro anni, al quale era legatissimo. Il desiderio di riabbracciare il suo bambino era la motivazione più forte per uscire dal carcere “pulito”, pronto a ripartire da zero. Eppure ultimamente qualcosa era cambiato. Il ragazzo aveva detto chiaramente di temere per la propria vita, perché nei giorni precedenti era stato violentemente picchiato. All’inizio non aveva voluto denunciare per timore, ma poi si era convinto. Era pronto a fare i nomi e a raccontare tutto. Poche ore prima di togliersi la vita, Ghirardello aveva parlato tre volte con il suo legale, che aveva chiesto di farlo trasferire con la massima urgenza. E aveva parlato anche con la madre: “Mi ha chiamata la mattina conferma la donna ed era sereno perché doveva essere trasferito in un altro carcere. Dieci giorni fa aggiunge mio figlio mi ha anche scritto una lettera, diceva “Se mi uccidono ti voglio dare le ultime volontà sulla mia morte, devo dirti dove voglio essere seppellito”. C’è poi il dettaglio del bonifico ad un conto corrente sconosciuto. “Non grandi cifre, anzi sottolinea l’avvocata de Ponti ma c’è il forte sospetto che i cattivi rapporti con altri detenuti trovassero fondamento in alcuni debiti contratti in carcere”. Al momento la procura ha aperto un fascicolo e nei prossimi giorni la difesa depositerà una memoria, per precisare alcuni fatti utili alle indagini. “Matteo sottolinea la legale non era una persona fragile, sapeva farsi rispettare. Noi, come famiglia e difesa, attendiamo le indagini per capire con esattezza l’orario del decesso e cosa sia accaduto. Posso però dire che non era una persona con istinti suicidi. Non lo era. O è successo qualcosa, oppure c’è stata un’istigazione: la dinamica va assolutamente chiarita”. Sui due suicidi al carcere di Padova sono intervenuti, ieri, anche i Giuristi Democratici: “È ora di mettere fine alla strage dei detenuti. È ora di smetterla di produrre galera e repressione, unica risposta che il governo in carica pare saper dare a ogni problematica sociale”. Padova. La lettera alla mamma: “Se mi uccidono ecco le mie volontà” di Claudia Milani Vicenzi Giornale di Vicenza, 1 febbraio 2026 La madre del 34enne detenuto non crede che il figlio si sia tolto la vita in carcere. “Se mi uccidono ecco le mie disposizioni”. Queste le parole nella lettera scritta alla mamma, il 16 gennaio. Una lettera che lei ha ricevuto il 28, il giorno prima della sua morte. Giovedì sera il 34enne vicentino è stato trovato senza vita nella sua cella. E adesso lei chiede giustizia. “Sono più che convinta che mio figlio non si sia ucciso impiccandosi: è stato ammazzato oppure è stato istigato al suicidio. La mattina del giorno in cui è morto mi ha chiamato ed era sereno anche perché doveva essere trasferito in un altro carcere. Dieci giorni prima mi aveva scritto per lasciare le ultime disposizioni”. Il 34enne era stato trasferito a Padova da Vicenza circa un anno fa. Nel 2028 il fine pena, fatta salva l’anticipazione per i benefici di buona condotta. Il suo legale Letizia de Ponti aveva già acquisito mandato per depositare domanda per l’affidamento in prova ed era possibile un avvio di permessi premio. Padre di un bimbo di 4 anni, finalmente avrebbe potuto trascorrere del tempo con suo figlio, che per tanti anni aveva visto soltanto durante le videochiamate. Il pestaggio e i timori - Giovedì, il giorno della tragedia, l’avvocato e l’educatrice avevano saputo che il 34enne era stato vittima di un pestaggio da parte di altri detenuti e aveva affermato di temere per la propria incolumità. Inizialmente non aveva detto nulla, per paura di ritorsioni. Ha raccontato l’accaduto perché stava sempre peggio e forse aveva ricevuto altre minacce. “Era terrorizzato - ha considerato l’avvocato de Ponti - e ovviamente mi sono subito attivata perché, in attesa di un trasferimento, venisse quantomeno spostato di sezione e fosse dunque al sicuro. Dopo essere riuscita a contattare la direzione, mi è stato detto che avrebbero provveduto a valutare la situazione ed intervenire”. “Questo succedeva alle 17.30. A nome della famiglia chiederò di sapere che cosa sia stato fatto nelle ore successive, fino al momento del suo decesso. Di certo il mio assistito non è stato trasferito. È stato trovato morto nel bagno della sua cella, in serata”. Forse un debito all’origine della tragedia - Sembra che, all’origine del pestaggio e delle minacce, che tanto avevano spaventato il vicentino, ci fosse una questione di soldi. Doveva denaro a qualcuno che, probabilmente, non era disposto ad aspettare. “Da qualche mese aveva chiesto alla mamma, che regolarmente lo aiutava economicamente, di non versare più i soldi a lui, ma di trasferirli ad altre persone”. La data dell’autopsia non è ancora stata fissata, si terrà comunque nei prossimi giorni. L’esame potrà dare risposte certe sulla morte dell’uomo. Nello stesso tempo sarà fondamentale chiarire che cosa sia effettivamente successo nel lasso di tempo che ha preceduto il decesso nella cella. Le reazioni - Quello del vicentino è stato il secondo suicidio in appena 36 ore nel carcere al Due Palazzi di Padova e ha suscitato non poche reazioni. “Le politiche detentive di questo governo producono morte. È ora di mettere fine alla strage dei detenuti. È ora di smetterla di produrre galera e repressione, unica risposta che il governo in carica pare saper dare a ogni problematica sociale” le dichiarazioni dell’associazione nazionale Giuristi democratici secondo cui è importante “utilizzare immediatamente tutte le possibilità di scarcerazione e di misure alternative, potenziando le risorse a disposizione per la velocizzazione delle procedure in materia di esecuzione pena”. “Si volti definitivamente pagina, ricorrendo alla detenzione davvero come extrema ratio, depenalizzando e riducendo le pene draconiane che imperversano ormai nel nostro sistema penale, e si adottino misure deflattive del sovraffollamento carcerario, con provvedimenti di amnistia e indulto”. “I numeri ingravescenti dei suicidi in carcere non sono più tollerabili. Non sono degni di un Paese che vuol essere civile. Qualcosa bisogna fare, e presto perché non c’è più tempo. L’Italia non può continuare ad avere poco meno di 100 suicidi in carcere all’anno” il commento del presidente dell’Ordine degli avvocati di Venezia, affermando di voler “denunciare la barbarie della situazione carceraria in Italia”. Padova. “In queste condizioni accade di tutto. Un indulto sarebbe la scelta giusta” di alice ferro Il Mattino di Padova, 1 febbraio 2026 A parlare è Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti. “Sarebbe meglio fare un indulto e mandare fuori persone che hanno un fine pena vicino, non cambierebbe nulla per sicurezza del Paese”, afferma Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, commentando la drammatica situazione del carcere di Padova. “Un atto di clemenza è l’unica cosa che ora come ora darebbe sollievo”, aggiunge, sottolineando come l’emergenza non riguardi solo singoli casi, ma l’intero sistema penitenziario. Secondo Favero, la sovrappopolazione e la gestione di persone fragili rendono invivibile la detenzione: “C’è un sovraffollamento tale che succede di tutto. C’è molto disagio. Le persone non possono essere seguite bene e inoltre ci sono sempre più detenuti problematici, con problemi di dipendenze varie, più fragili, con alle spalle storie disastrate”. Nel carcere di Padova, evidenzia la direttrice di Ristretti Orizzonti, i numeri parlano chiaro: “Sono 670 dovrebbero essere poco più di 400, in celle piccole, con letti a castello”. La conseguenza è un clima pesante, tensioni continue e mancanza di speranza: “Si respira un’aria di desolazione, non c’è speranza. L’atto di clemenza non è come dice il ministro il cedimento dello Stato, è questo tipo di carcerazione il fallimento dello” Stato”. Favero spiega che la mancanza di attività e percorsi riabilitativi crea problemi quotidiani: “Ci sono tante persone che non fanno attività, non fanno nulla, perché sono troppi da seguire. Così nascono, conflitti, problemi. La carcerazione fatta così rende invivibile il carcere”. Parole che arrivano in seguito a due tragedie che hanno colpito il carcere di Padova nell’arco di appena 36 ore. Mercoledì mattina è stato trovato morto nella sua cella Pietro Marinaro, 74 anni, detenuto in regime di Alta Sicurezza ed ergastolano. Era uno dei 23 trasferiti ad altri penitenziari. La decisione improvvisa di chiudere il reparto di Alta Sicurezza e trasferire molti detenuti aveva interrotto percorsi costruiti nel tempo, creando grande tensione. Giovedì sera Matteo Ghirardello, 32 anni, originario di Romano d’Ezzelino e padre di un bambino di quattro ann, in carcere per un cumulo di pene che si sarebbe concluso nel 2028, è stato anche lui trovato morto nella sua cella. Aveva chiesto un trasferimento a causa di un pestaggio subito in carcere e temeva per la sua incolumità, come ha spiegato il suo avvocato Letizia De Ponti. Poche ore dopo, il 32enne si è tolto la vita, nonostante la presenza di un altro detenuto e l’intervento tempestivo del personale. La concatenazione di queste morti, aggiunge Ornella Favero, mette in luce la necessità urgente di rivedere le politiche penitenziarie: “L’atto di clemenza, il solo modo che darebbe sollievo, non è un gesto di debolezza ma un intervento necessario”. Per Ornella Favero e molti operatori del Terzo settore, la soluzione non può essere rinviata: “Liberare posti, favorire misure di clemenza e garantire attività e percorsi di supporto sono gli strumenti principali per ridare dignità ai detenuti e prevenire nuove tragedie come quelle di Marinaro e Ghirardello”. Padova. “Essere impegnato in un lavoro vero mi ha salvato la vita” di Rocco Currado Il Mattino di Padova, 1 febbraio 2026 Antonio ha 58 anni, è stato al Due Palazzi dopo altre due strutture. “I fatti di questi giorni testimoniano il carattere punitivo delle scelte”. Antonio (nome di fantasia) ha 58 anni e ha chiuso da un po’ di tempo con il carcere. “C’è chi crede che non finirà mai dietro le sbarre, in realtà è più facile di quanto si pensi”, riflette, “io ci sono finito a causa di scelte sbagliate, legate alla fretta di risolvere i miei problemi usando scorciatoie e il fai-da-te: prima o poi si paga”. Come ha vissuto gli inizi? “Sono finito in carcere accusato e poi condannato per un reato destinato all’Alta sicurezza. Dall’inizio del processo alla condanna, nessuno dell’istituzione ha cercato di capire perché avessi sbagliato: per loro ero solo un delinquente, l’uomo non c’era più. È stato veramente duro”. E poi? “L’incontro fondamentale è avvenuto prima con i volontari, che mi hanno permesso di intraprendere anche un percorso universitario, e poi con le cooperative sociali, che mi hanno consentito di avere un lavoro vero e dignitoso. È stata una rinascita, sotto il profilo umano e sociale”. Ha mai pensato di togliersi la vita? “L’incontro con queste persone mi ha permesso di tornare a sentirmi vivo e mi ha tolto dalla testa il pensiero ricorrente e martellante di farla finita”. Che significato aveva il lavoro nella quotidianità? “Mi ha consentito di recuperare una dignità che il reato aveva cancellato e che anche il sistema carcerario annientava giorno dopo giorno. Essere impegnato in un lavoro vero, che mi faceva sentire utile, soprattutto nei confronti delle mie figlie, ha riacceso in me una speranza che pensavo di aver perso. Mi faceva sentire libero”. In che modo incideva sull’equilibrio mentale? “L’università e soprattutto il lavoro mi hanno permesso di fugare propositi terribili che, durante i primi anni di detenzione, avevano spesso il sopravvento. Quando non sei più guardato, curato e degno di un abbraccio amico, tutto diventa difficile fino a essere insopportabile. I volontari e le cooperative sono stati la mia àncora di salvezza: qualcuno ha avuto il coraggio di credere ancora in me”. Pensa che il lavoro in carcere possa davvero aiutare? “Il lavoro mi ha fatto rinascere come uomo e come figlio; con molta più fatica come padre e ancor di più come marito alla separazione e poi al divorzio. Ero convinto che il mio futuro non esistesse più”. Aiuta a creare una prospettiva per il dopo? “Il carcere ti annulla. Solo con un lavoro vero puoi rimetterti in gioco”. Cosa pensa di ciò che è accaduto nei giorni scorsi a Padova? “I fatti testimoniano il carattere esclusivamente punitivo della decisione di trasferire i detenuti, capace solo di ricordare il reato senza considerare i percorsi di recupero intrapresi, la dignità della persona, il tentativo faticoso di ripartire, i legami familiari, la buona volontà. Io ho cambiato tre strutture: ogni volta come ripiombare all’inferno”. La mancanza di prospettive quanto incide sulla disperazione dei detenuti? “Equivale a rimanere chiusi in una caverna buia”. Cosa direbbe a chi ha il potere di decidere? “Venite a vedere, non parlate per sentito dire e non parlate alla pancia della gente. Dite la verità. Le leggi ci sono: occorre applicarle come farebbe un padre di famiglia, come un giudice saggio. Lo Stato, in fondo, è un grande condominio: se è gestito male e i condòmini litigano, si sgretola”. Se potesse cambiare una cosa del sistema penitenziario, quale sarebbe? “Cambierei il carcere, che dovrebbe essere solo l’extrema ratio. Oggi non fa altro che peggiorare, incattivire e far ammalare le persone. Senza la presenza di chi aiuta è impossibile farcela. La prima cosa da cambiare è la mentalità, il cuore di chi prende decisioni: servono coraggio e responsabilità”. Padova. Lavoro, scuola e arte per 8 detenuti su 10. “Due suicidi sono un allarme” di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 1 febbraio 2026 Due Palazzi, i dati del garante. Bincoletto: “I trasferimenti creano solo terra bruciata”. Malgrado sia cominciato soltanto da 31 giorni, il 2026 è già quello che conta il maggior numeri di suicidi, tra i detenuti del carcere Due Palazzi, degli ultimi 11 anni. Dopo il 2014, quando si erano tolti la vita tre reclusi, dal 2015 al 2025 i casi sono stati non più di uno all’anno. Anzi, per la precisione, uno rispettivamente nel 2015, 2016, 2019, 2020, 2022 e 2024. E zero negli altri quattro. Nel 2025, peraltro, nella struttura penitenziaria padovana, con 643 ristretti complessivi, non si è proprio verificato alcun decesso (nemmeno naturale, per intenderci), nonostante 57 episodi di autolesionismo e sette tentati suicidi. Tutti questi dati, insomma, per evidenziare come le due persone che hanno deciso di farla finita mercoledì e venerdì scorsi, il cosentino Pietro M. di 74 anni e il vicentino Matteo G. di 33, entrambi toltisi la vita dentro la loro cella, hanno inevitabilmente fatto suonare un certo allarme. In particolare tra i tanti volontari di associazioni e cooperative che, sin dalla fine degli anni Ottanta, entrano al Due Palazzi, in particolare nei reparti dove si trovano i detenuti con pene piuttosto lunghe da scontare (come ad esempio quello dell’Alta sicurezza, chiuso improvvisamente cinque giorni fa con l’immediato trasloco di 23 detenuti in altre carceri, tra cui quelle di Parma, Sulmona, Secondigliano e Catanzaro), coinvolgendo i reclusi in percorsi di rieducazione e risocializzazione per far sì che, tornati in libertà, non sbaglino di nuovo. Un allarme, con eco nazionale, che non è potuto non suonare anche dalle parti di Palazzo Moroni. Tanto che, se gli assessori alla Sicurezza e al Sociale, Diego Bonavina e Margherita Colonnello, l’altra mattina si sono subito presentati di fronte al penitenziario per provare a capire meglio la situazione, domani sera, all’inizio del consiglio comunale, verrà prima osservato un minuto di silenzio per ricordare le morti di Giovanni e Matteo e poi il Garante cittadino dei detenuti, Antonio Bincoletto, illustrerà la sua relazione riferita al 2025. La fotografia, scattata il 31 dicembre scorso, racconta che, su 643 reclusi (quasi il 50% in più della capienza regolamentare), 115 lavorano per alcune cooperative sociali ed altri 110 lo fanno direttamente per il carcere. Ma allargando lo sguardo, si apprende che sono ben 534 (più dell’80% del totale) quelli impegnati in alcune delle tante attività promosse dagli enti del terzo settore. Cucito, scultura, pittura e teatro. E dopo musica, lettura collettiva e sport, calcio in primis, con la squadra di Pallalpiede che, dal 2014, disputa il campionato provinciale di Terza categoria. Ma non finisce qui. Ben 542 detenuti (più di otto su dieci) passano infatti alcune ore della giornata a studiare, 439 per ottenere il diploma di scuola superiore e 103 per quello di laurea. “I due tragici eventi avvenuti a poca distanza l’uno dall’altro - osserva il garante Bincoletto - devono interrogarci tutti sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari, anche i migliori come quello di Padova, e sul senso e sulle modalità con cui avvengono i trasferimenti come quello di martedì che, con l’obiettivo di ridisegnare il sistema, non fanno altro che lasciare terra bruciata”. Padova. Morte di Selmanaj avvolta nel mistero, nello stesso carcere altri 3 decessi in pochi giorni di Alessandra Ciciotti marsicalive.it, 1 febbraio 2026 La morte di Veli Selmanaj, 58 anni, detenuto nel carcere di Padova e condannato all’ergastolo per il duplice omicidio della moglie e della figlia, avvenuto nel 2013 a Pescina, continua a sollevare interrogativi a cui, per ora, non seguono risposte ufficiali. Il decesso è avvenuto all’interno della casa circondariale Due Palazzi, ma sulle cause resta il massimo riserbo da parte dell’amministrazione penitenziaria. Selmanaj, protagonista di uno dei casi di cronaca nera più drammatici che abbiano colpito la Marsica, è morto in cella in circostanze non rese note. Nessuna comunicazione formale è stata diffusa sulle condizioni di salute del detenuto o sugli eventi che hanno preceduto il decesso. Anche i legali si muovono con cautela, in attesa di elementi oggettivi che possano chiarire quanto accaduto negli ultimi giorni di vita dell’uomo. Nelle scorse ore, un gesto silenzioso ha richiamato l’attenzione all’esterno del carcere di Padova: alcune rose rosse sono state deposte davanti all’ingresso della struttura in memoria di altri due detenuti morti nei giorni precedenti alla morte del 58enne. Secondo quanto trapela, nel giro di pochi giorni si sarebbero verificati almeno tre decessi all’interno dello stesso istituto penitenziario. Si tratterebbe di episodi distinti, per i quali non è stato accertato alcun collegamento diretto. Tuttavia, la ravvicinata successione temporale dei decessi riaccende il dibattito sulle condizioni di detenzione e sulla gestione delle emergenze sanitarie nelle carceri italiane, un tema che ciclicamente torna al centro dell’attenzione pubblica tra denunce, ispezioni e richieste di maggiore trasparenza. Padova. Due suicidi in carcere ma internet esulta: ordinaria disumanità di Gianfranco Bettin Il Mattino di Padova, 1 febbraio 2026 Cos’è meglio che sia, il carcere, un luogo di mera disperazione, e un costo pesante, umano ed economi co, oppure un luogo che rigenera la vita, un investimento che recupera e restituisce alla società, appunto, risorse umane ed economiche? Sulla carta la Carta fondamentale, la Costituzione è tutto chiaro, all’articolo 27. Il carcere va gestito con umanità, rispettando diritti che a nessuno devono essere negati, con il metodo della rieducazione e la finalità del reinserimento. Basta un po’ di intelligenza per capire che, per una società, è questa la scelta più conveniente e razionale, oltre che più umana: far sì che, nella temporanea detenzione, si prepari un futuro diverso. Una funzione che vale doppio, dunque, se la si esercita secondo il dettato costituzionale. Una funzione che però, in realtà, raramente è garantita. I suicidi appena avvenuti nel carcere di Padova, enne simi di una lunga serie, lo dimostrano. Ogni vita è unica e anche ogni morte, ma, nelle tragedie del Due Palazzi, sembra gravare il clima diventato molto più pesante verso le persone detenute (nel 2025 sono stati 75 i suicidi nelle carceri italiane, più altri 4 di operatori interni, in questo gennaio sono già 6, mentre si moltiplicano, a decine, le nuove fattispecie di reato e le leggi in gran parte o in toto solo punitive di fronte ai problemi spesso in toto o in gran parte sociali ed educati vi e si intasano le carceri: a Padova su una capienza di 432 posti ci sono 678 detenuti, mentre su 445 dipendenti previsti ce ne sono solo 310, da cui fatica, stress e difficoltà di lavoro). Quanto al caso padovano, viene da dubitare che non si sia ancora ben compresa da parte dell’attuale amministrazione centrale della Giustizia l’importanza del modello qui sviluppato con iniziative, dell’istituzione e del volontariato, di forte efficacia (sociali, educative, culturali, teatrali, lavorative e di promozione dell’integrazione e dei percorsi successivi). Iniziative che, mentre garantiscono diritti e umanità nel presente e dentro i pur “ristretti orizzonti” del carcere, preparano al rientro nella comunità riducendo drasticamente le recidive. Chi punta, invece, sulla centralità dell’afflizione e diserta il piano previsto dal dettato costituzionale, pro duce nuovi insopportabili costi umani e toglie ogni sen so alla stessa funzione carceraria, ridotta a mera espia zione e costo. L’insensatezza che diventa sistema, istituzione totale e sterile. Proprio gli ultimi due suicidi lo confermano: un giovane che puntava a ritrovar si come padre e come persona, umiliato e picchiato, e un anziano ergastolano sradicato d’improvviso, dopo 38 anni, dal contesto in cui aveva comunque ritrovato un senso alla vita, vengono precipitati nella disperazione. In questo quadro, e di fronte a questi esiti tragici, è importante che il Comune di Padova, come da sua tradizione, e il nuovo Presidente della Giunta regionale Alberto Stefani, abbiano ricorda to il dovere di rispettare i di ritti anche delle persone de tenute assicurando i rispetti vi impegni. Non è ovvio, infatti: c’è una diffusa insensibilità, un frequente cinismo, che non preparano soltanto ulteriori sofferenze a chi è recluso ma nuove derive che possono far male alla comunità tutta. Proprio il “modello Pado va”, invece, dimostra che altre vie sono praticabili, che è possibile riaprire percorsi positivi di vita di cui tutta la comunità può giovarsi. Firenze. La presidente della Corte d’Appello: “Intervenire su Sollicciano, altrimenti trasferire i detenuti” di Luca Serranò La Repubblica, 1 febbraio 2026 L’allarme della presidente reggente di Firenze, Isabella Mariani, nella relazione diffusa durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. “Ove non si provvedesse in tempi rapidi al rifacimento del manto esterno per impedire le ormai copiose infiltrazioni di acqua e il totale integrale eradicamento degli insetti, non resterebbe che la definitiva chiusura dell’istituto e il trasferimento degli oltre 500 detenuti in altre strutture ove garantire il rispetto degli standard minimi di vivibilità”. È un allarme senza precedenti quello lanciato sul carcere di Sollicciano dalla presidente reggente della Corte d’Appello di Firenze, Isabella Mariani, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Nel carcere fiorentino, si ricorda nella relazione, continuano a susseguirsi suicidi (solo pochi giorni fa si era tolto la vita un cittadino marocchino), atti di autolesionismo e violenze, tutto in un contesto di abbandono e degrado. “Tale condizione rende la detenzione nel carcere cittadino particolarmente gravosa se non, in casi sempre più frequenti, decisamente contraria al principio di umanità della pena - si legge ancora - Permane infine del tutto disattesa la volontà della legge laddove intende assicurare a tutti i detenuti bagni connessi alle camere detentive muniti di acqua calda corrente e doccia. Mancano infine del tutto spazi per la formazione e per il lavoro e manca una seria politica d’integrazione per le oltre 40 etnie presenti nell’istituto”. Drammatico anche il dato dei detenuti che nel periodo preso in esame nella relazione (dal luglio 2024 alla fine del giugno 2025) si sono tolti la vita, non solo a Firenze: “Il disagio tende a moltiplicare le situazioni di quotidiana conflittualità come dimostrato in primo luogo l’alto numero dei suicidi (8 detenuti) che hanno riguardato le carceri di Sollicciano (3), di Prato (3) e di Livorno (1) ma anche un agente di Polizia penitenziaria (Porto Azzurro) e un detenuto in permesso premio di Gorgona”. In crescita, inoltre, i casi di autolesionismo, 474 contro i 386 registrati nella precedente rilevazione (che già aveva segnato un aumento esponenziale). L’analisi si concentra infine sulle disastrose condizioni di vita del carcere La Dogaia di Prato, teatro di una perquisizione senza precedenti nelle scorse settimane durante la quale erano saltati fuori cellulari, armi e droga, e dove continuano a emergere denunce di violenze tra detenuti e anche abusi sessuali. “L’istituto è afflitto da un sovraffollamento significativo, è stato oggetto di una violenta manifestazione il 27 luglio 2024 e, sebbene fuori del periodo, recentemente di una rivolta. In questo ultimo caso l’evento scatenante è stata la recente inchiesta della procura di Prato circa il ritrovamento di numerosi telefoni cellulari e quantitativi di stupefacente, e, infine, alcuni casi di stupro e torture che sarebbero avvenuti all’interno delle sezioni ad opera di alcuni detenuti, nonché una evasione che vede coinvolti anche alcuni agenti della polizia penitenziaria”. I motivi “del malessere generale”, conclude Mariani, “sono anche imputabili alla mancanza di un direttore stabile, alle carenze “trattamentali” dell’istituto ed alla scarsità delle risorse”. Cremona. “In carcere condizioni disumane” di Francesca Morandi La Provincia di Cremona, 1 febbraio 2026 Crotti (Camera penale): “Tutto come prima, non c’è luce in fondo al tunnel”. Sovraffollamento, suicidi, atti di autolesionismo. E “ricorrenti invasioni di scarafaggi”. Nel carcere di Cremona, “le condizioni di vita dei detenuti sono invivibili e disumane”. La denuncia è potente. Arriva da Maria Luisa Crotti, avvocato di Crema, presidente della Camera penale della Lombardia orientale. Da tre anni interviene alla cerimonia “e purtroppo, sono costretta a ripartire ancora dalle carceri con la tragica consapevolezza che gli anni sono passati, ma le cose sono solo peggiorate”. Se “il 2025 è stato l’ennesimo anno nero per i detenuti: sovraffollamento ancora in aumento così come i suicidi, le morti tra i detenuti, gli atti di autolesionismo e la presenza di disturbi mentali”, nel 2026 appena cominciato, “tutto sembra restare come prima, senza nemmeno un lumino in fondo al tunnel”. I numeri (“In realtà sono donne e uomini”) - raccontano che a Ca’ del Ferro ci sono 605 detenuti contro una capienza regolamentare di 394 posti. “Nel 2025 - prosegue la presidente Crotti - abbiamo assistito al suicidio di 4 detenuti e di 1 educatore che ha scelto il carcere per la sua tragica scelta. Il 2026 è iniziato con un nuovo suicidio”. A ciò si aggiunge che a Cà del Ferro, i detenuti “si ritrovano le blatte in ogni luogo, anche nel piatto”. Crotti parla di “situazione folle”, a cui “il sistema ha risposto, rendendo ancora più impermeabili le carceri (occhio non vede, cuore non duole), cancellando attività rieducative, precludendo i flussi benefici tra la società dentro le mura e quella fuori, il tutto in presenza di una giustizia penale usata per colpire gli ultimi, chi sta ai margini e chi protesta, dentro come fuori”. Attacca il ministro Nordio, la presidente Crotti. “Il ministro dice che tutti i problemi si risolveranno con l’educazione scolastica e il lavoro, omettendo, però, di spiegarci dove, in quali locali, con quale personale intenda procedere e di quali attività lavorative parli, visto che su scala nazionale solo il 3,7% dei detenuti lavora su commesse esterne, mentre all’interno le percentuali dei detenuti ammessi al lavoro sono minime”. Fa l’esempio di Cremona, dove “su 557 detenuti (dato dello scorso anno), lavoravano a turno 82 persone”. Definisce “tragica”, la questione dei minori e dei giovani adulti, che “norme carcerocentriche hanno spinto in carcere a frotte, mandando in tilt un sistema minorile che era un’eccellenza”. L’affondo: “È chiaro che la politica non ha nessuna intenzione di occuparsi né delle persone detenute né delle persone che in carcere lavorano. Quello cui stiamo assistendo è la pervicace, cinica volontà politica di chiudere tutti dentro, ‘buttando la chiave’, perché è la soluzione populisticamente più semplice, ma anche la meno economica e la più insensata. Eppure, le soluzioni ci sarebbero: depenalizzazione e selezione dei comportamenti da punire, revisione dei reati ostativi, amnistia, indulto, liberazione anticipata speciale”. Cuneo. Povertà in carcere: i risparmi dei detenuti non superano i 10 euro a testa di Sandro Marotta La Stampa, 1 febbraio 2026 Il direttore della Casa circondariale di Cerialdo solleva il problema della mancanza di risorse finanziarie per far lavorare i detenuti. “Nel carcere di Cuneo su 350 detenuti della media sicurezza, 170-180 hanno meno di 10 euro sul conto. C’è una grave situazione di povertà, servirebbero più risorse per garantire lavoro a tutti”. È il quadro tracciato da Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale di Cerialdo. Dell’istituto cuneese in questi giorni si è parlato parecchio per via di alcune segnalazioni che evidenziavano come nel padiglione “Gesso” mancasse acqua calda in alcune ore del giorno. L’aggiornamento: “L’emergenza è superata, sono ormai tre pomeriggi che va tutto bene con il nuovo scambiatore - spiega Minervini -. Noi il problema ce l’avevamo in carico già una settimana prima della visita della consigliera Giulia Marro. La rettifica che vorrei fare è che il carcere non è privo di acqua calda. Se un detenuto si sveglia e si vuole fare la doccia calda può farlo, il problema effettivamente si presentava al pomeriggio”. Il disagio interessava soprattutto i detenuti lavoratori a fine turno. Lavori all’esterno - “Abbiamo 16 persone tra coloro che svolgono attività nella palazzina degli uffici e che ricoprono lavori all’esterno - prosegue il direttore -. All’interno del carcere ci sono circa 95 posizioni ogni mese, la gran parte a rotazione”. Su 380 detenuti (al 21 gennaio), gli occupati sono quindi una piccola parte (111). “Il lavoro va pagato secondo le norme, pari a due terzi dell’equivalente del contratto di categoria nazionale. Per limitatezza dei posti e per dare la possibilità a tutti si fa la turnazione: un mese sì, altro due o tre no. Il problema è di risorse finanziarie: ciascun istituto riceve una quota per le mercedi, che di anno in anno può essere tagliata o aumentata. Con questa si deve programmare la spesa mensile, il rischio è di arrivare a ottobre e non riuscire a pagare le spese. La situazione negli anni è rimasta la stessa, nessun miglioramento. Stanziare più fondi per il lavoro in carcere sarebbe fondamentale, anche perché i detenuti sono aumentati molto e misure deflattive non sono state adottate, nemmeno da questo Governo”. Il report del Cnel “Recidiva zero” - Il tasso di recidiva si abbassa dal 70% al 2% per i detenuti che lavorano durante la carcerazione, come certifica il report del Cnel “Recidiva zero”. Un tema poco indagato è quello della povertà: “I detenuti hanno bisogno di soldi per comprare i farmaci di fascia C e le sigarette - spiega -. A Cuneo su 350 detenuti della media sicurezza, 180 hanno meno di 10 euro sul conto. Anche per questo c’è grande richiesta di lavorare. Sarebbe importante: l’occupazione riduce le tensioni interne”. C’è poi la questione delle spese di mantenimento. Martedì La Stampa aveva ricordato che, secondo il Codice di procedura penale e la circolare del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, ogni detenuto deve versare 3,12 euro al giorno, ovvero circa 112 al mese. Il direttore precisa che “si tolgono queste quote solo a coloro che lavorano, tutti gli altri no, anche perché sono in situazione di povertà e sono la maggior parte. Non è esattamente vero che si tolgono 1.300 euro l’anno come è stato scritto, si ragiona per mesi. Una cosa è la norma, un’altra è il mondo reale. E questo è il carcere reale”. Prato. Celle troppo piccole e misurazioni ufficiali sbagliate: ai detenuti concessa la liberazione anticipata tvprato.it, 1 febbraio 2026 591 detenuti presenti a fronte di 542 posti disponibili. Sono i numeri del carcere della Dogaia, aggiornati al 21 gennaio scorso. Al problema del sovraffollamento nella casa circondariale pratese si aggiungono quello delle celle troppo strette per ospitare 3 detenuti, come avviene in molte sezioni. Lo ha scoperto la scorsa estate la Camera Penale di Prato che con una perizia di parte ha sconfessato le misurazioni ufficiali fornite dalla direzione del carcere della Dogaia e appurato che non era garantito lo spazio minimo vitale di 3 metri quadri a detenuto. Ne è scaturita un’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che ha riconosciuto i rimedi risarcitori previsti in casi come questi: riduzione della pena con liberazione anticipata di 1 giorno ogni 10 giorni scontati in condizioni degradanti oppure, nei casi di detenzione già conclusa, risarcimento di 8 euro per ogni giorno di inumano trattamento in carcere. Di “rimedi risarcitori, liberazione anticipata e misure alternative anche alla luce dei recenti interventi della Corte Costituzionale” si è parlato ieri al convegno, dedicato al sovraffollamento carcerario, organizzato dalla Camera Penale di Prato a Palazzo Banci Buonamici. A fronte di un problema - il sovraffollamento nei penitenziari - che a livello nazionale vede circa 63.000 detenuti rispetto ad una capienza delle carceri italiane di 51.257 posti (con una percentuale di occupazione del 135%), sono in aumento i contenziosi per vedere riconosciuti i diritti di chi vive dietro le sbarre. Nel 2024 in Italia - come sottolineato da Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze - sono state 5837 le domande di risarcimento accolte per trattamento inumano e degradante (+23% rispetto al 2023) su un totale di 10.097 istanze. Per dare risposte al problema del sovraffollamento carcerario, l’Unione delle Camere penali italiane si appella al Parlamento per il varo di misure deflattive, ma anche alla magistratura per l’applicazione di misure alternative al carcere, che nel nostro ordinamento rappresenta l’extrema ratio. Sotto le interviste ad Elena Augustin, presidente della Camera Penale di Prato; Giampaolo Catanzariti, responsabile Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane; Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze ed Emilio Santoro, docente di Filosofia del diritto all’Università di Firenze. La battaglia per libertà e le trappole di Giuliano Santoro Il Manifesto, 1 febbraio 2026 Nei momenti in cui il conflitto si fa più intenso spesso accade che le parole cambino di segno e che possano essere strappate alla controparte che magari se ne era appropriata in forma indebita. In mezzo al fumo dei lacrimogeni e le fiamme dello scontro, ci si vede poco. Vedono male, e invocando misure pericolose, quelli della maggioranza ma si lanciano nel buio anche alcuni dei manifestanti. Eppure, non bisogna farsi trarre in inganno dalla inquadratura stretta. Occorre leggere il contesto. E quel contesto è illuminato da una luce che riguarda la libertà. Nei momenti in cui il conflitto si fa più intenso spesso accade che le parole cambino di segno e che possano essere strappate alla controparte che magari se ne era appropriata in forma indebita. L’altra sera, chiamando sul palco di Minneapolis Bruce Springsteen, Tom Morello lo ha definito “freedom fighter”: combattente per la libertà. È accaduto nel mezzo della battaglia delle città statunitensi contro gli occupanti dell’Ice, le milizie che in nome della sicurezza urbana e del controllo dei confini portano avanti il disegno autoritario di Trump. Così, una parola come “libertà”, usata spesso a sproposito negli anni della controrivoluzione neoliberale, assume un segno nuovo. La si ascolta con un gusto diverso, risuona in forme inedite. Lo ha sostenuto, in tempi non sospetti, un altro cantautore da battaglia come Billy Bragg, autore di un pamphlet intitolato Le tre dimensioni della libertà: “È l’uguaglianza - equality - a fornire alla libertà una seconda dimensione, invitando gli individui a riconoscere agli altri quei diritti che rivendicano per sé”. Anche le decine di migliaia di persone che ieri si sono riversate su Torino o i tanti che ieri a Milano hanno manifestato contro la presenza dell’Ice alle Olimpiadi invernali avevano la consapevolezza di essere guerrieri per la libertà e l’uguaglianza. Non si tratta più di tenere il punto su una data vertenza o di ritagliarsi qualche spazio. Anche qui è utile allargare lo sguardo. Siamo arrivati al punto in cui ogni singola battaglia nella catena di appuntamenti che prosegue da mesi ha il sapore della difesa della libertà contro l’avanzata dell’autoritarismo e dell’arbitrio. Ecco, l’arbitrio: nei giorni scorsi sia alcuni parlamentari di opposizione che i legali del centro sociale torinese hanno chiesto conto degli sgomberi rispettivamente di Leoncavallo ed Askatasuna. Hanno ricevuto risposte che non disegnavano teoremi d’altri tempi o congetture fantasmagoriche: si è scoperto semplicemente che non esisteva alcun motivo concreto, neanche a cercarlo nelle pieghe dei codici delle questure e negli archivi sempre riforniti degli agenti della repressione, per chiudere questi spazi di libertà. Dietro le mosse della destra al governo, anche dietro il prossimo pacchetto sicurezza annunciato ancora in queste ore, c’è questo nulla che avanza. Nasconde un’idea di società silenziosa, altrettanto vuota. Si vorrebbe che una città come Torino, che ha conosciuto una riconversione al postindustriale violenta e inesorabile, non conosca alcuna forma di dissenso, anche se privo di voce e scomposto. Oppure ci si illude che Milano, una città che è stata consegnato ai fondi finanziari che controllano il mattone, assista alla fine degli spazi pubblici senza colpo ferire. Quale sarà la prossima? È importante che lo decidano i combattenti per la libertà, che siano loro a decidere il campo di battaglia. L’agenda di inverno-primavera dei movimenti potrebbe servire a sfuggire alla logica delle emergenze. Perché la reazione che è al potere si muove veloce, punta a sorprendere e impaurire. L’unico modo per sottrarsi alla trappola dei gesti eclatanti e dannosi è costruire un calendario autonomo e alleanze concrete, per difendere la libertà. Bisogna sempre ricordare che dietro le armate della controparte, imponenti e spregiudicate, c’è il vuoto della ragione. “Ora usano le misure cautelari anche contro i minori” di Giansandro Merli Il Manifesto, 1 febbraio 2026 L’avvocato Claudio Novaro racconta il clima di tensione degli ultimi mesi. “Il paradosso è che abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti a comune, prefettura e questura, ma a oggi non sappiamo a quale titolo è stato sgomberato Askatasuna”. L’avvocato Claudio Novaro, che difende diversi militanti del centro sociale e decine di attivisti dei movimenti sociali, fa il punto su ciò che è successo a Torino nei mesi precedenti alla manifestazione di ieri. Come è possibile? Credo che il progetto di sgombero risalga a prima del processo contro alcuni militanti di Askatasuna per il reato associativo. L’idea che mi sono fatto è che la Digos avesse intenzione di bissare il meccanismo repressivo utilizzato contro gli anarchici: si sgombera il centro sociale e contestualmente si fa partire un procedimento per 270 bis (associazione sovversiva, ndr). Ma non ci sono riusciti e comunque nel processo l’accusa di associazione a delinquere è caduta. Il passaggio successivo è stato ragionare dello sgombero in chiave amministrativa e poliziesca, senza avere più una sponda giudiziaria. Qual è il quadro di denunce e misure cautelari? È molto critico. Sono partiti una serie di procedimenti con richieste di misure cautelari anche pesanti che i giudici non hanno accolto ma hanno rimodulato applicando misure non cautelari. Queste erano state introdotte per mitigare la durezza del carcere, ma l’eterogenesi dei fini ha fatto sì che in realtà vengano utilizzate massivamente, in processi che un tempo si facevano a piede libero. Non sono misure che vanno a ridurre il grado di afflittività, vengono estese in modo abnorme a tutti quelli che sono processati per reati connessi al conflitto. La Procura ha chiesto un sacco di misure per i fatti degli ultimi mesi e ne ha portate a casa una ventina. È una novità che vengano disposte per i minorenni? A Torino c’è ormai una consuetudine consolidata per i maggiorenni, ma contro i minorenni non era mai capitato. Il meccanismo è sempre lo stesso: prima una campagna mediatica che rafforza la sensazione di pericolosità di alcuni soggetti e poi le misure contro chi protesta. In questo caso gli studenti del liceo Einstein che è stato definito uno dei luoghi cardine del movimento studentesco e delle proteste pro Palestina. Tutto quello che è capitato nel liceo è diventato un tema di allarme sociale. Nel frattempo la polizia ha veicolato alla Procura, in questo caso minorile, una serie di annotazioni incredibili in cui si paventano pericoli di commissione di ulteriori reati. Poi i giudici hanno applicato le misure cautelari per dei minorenni. Credo sia la prima volta da qualche decina d’anni. Torino è laboratorio delle misure anti dissenso. Dipende da una specificità dei movimenti sociali o dall’azione della Procura? Credo da entrambe le cose. Questa piazza è particolare. Dall’altro lato Torino ha una struttura organizzativa della Procura che consente l’avanzamento molto rapido dei procedimenti legati alle manifestazioni. È una idea che si è formata attorno al 2009 per iniziativa dell’allora procuratore capo, il dottor Caselli, che ha istituito un pool su questi temi, drenando risorse umane ed economiche. Comunque non credo si debba parlare di repressione in termini generali ma di strategie molto articolate. E una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre di più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi. Che vantaggio hanno? Sono erogati immediatamente, provocano scompensi importanti nella vita individuale di chi li riceve, sono uno strumento molto più agile ed efficace per tentare di prevenire e sopire proteste, dissenso e conflitto sociale. Questo si è visto anche in altri processi fuori da Torino. In quello a Piacenza contro i Si Cobas, per il reato associativo, la procura ha usato non solo misure cautelari ma anche sanzioni amministrative, avvisi orali e soprattutto ha richiesto la revoca dei permessi di soggiorno. Sapendo che il piano amministrativo può fare perfino più male di quello penale. C’è una strategia articolata che passa attraverso livelli diversi. Marco Revelli: “Anch’io in piazza per Askatasuna. La repressione del governo alimenta la tensione” di Franco Giubilei La Stampa, 1 febbraio 2026 Il politologo: “Dal ministro Piantedosi una gestione sconsiderata. Per sgomberare pochi occupanti si è scelto lo scontro”. Dopo lo sgombero del centro sociale Akatasuna che ha fatto saltare il patto di collaborazione che era stato sottoscritto con la Città di Torino, il precedente sgombero del Leoncavallo di Milano e l’annunciato sgombero dello SkinLab di Roma, i centri sociali italiani hanno organizzato per oggi 31 gennaio 2026 una manifestazione nazionale a Torino. Il caso viene visto da opposti punti di vista. “Questa situazione che viene considerata allarmante è il prodotto della gestione sconsiderata dell’ordine pubblico da parte del ministero dell’Interno e delle autorità locali preposte”. Marco Revelli, la parola d’ordine dei cortei è “Torino partigiana”, lei ci sarà? “A me lo slogan piace molto, essendo figlio di un partigiano, e sarò in piazza, certo, perché vanno costruiti dei ponti che invece sono stati dinamitati da un governo che si comporta come le parti più estremiste dei manifestanti”. Parla dello sgombero di Askatasuna? “Per allontanare da lì sei ragazzi e due gatti hanno creato una situazione per cui sono stati distrutti tutti i canali di comunicazione fra città e gruppi giovanili, a cominciare da Askatasuna. Con un colpo di polizia hanno vanificato un patto che poteva portare a soluzioni interessanti, dando seguito a un atteggiamento del governo che preferisce sempre e comunque lo scontro”. Però prima di allora ci sono stati gli scontri alle Ogr, alla sede di Leonardo e l’irruzione alla Stampa... “Azioni che depreco e condanno, anche perché danneggiano la causa stessa di chi le compie. È il motivo per cui mi auguro che non accadano incidenti, altrimenti i manifestanti si presterebbero al disegno di chi vuole cancellare il dissenso. Spero che la giornata si concluda senza manganelli, lacrimogeni e cassonetti incendiati”. L’intervento delle forze dell’ordine era immotivato? “Ripeto che depreco quelle azioni, che però non giustificano lo sgombero di Askatasuna, anche perché non erano partite da quella sede: è stata un’esibizione muscolare sproporzionata rispetto al problema, non erano necessari 500 agenti, gli idranti e il blocco delle strade. È uno Stato che si affida ai muscoli e a questi giovani non ha niente da dire. Una politica sconsiderata che non può che portare guai che forse sono voluti e desiderati”. La rettrice dell’Università ha chiuso l’ateneo dopo tre giorni di occupazione... “Non condivido affatto questo modo di allinearsi alle autorità di polizia. L’università dev’essere uno spazio libero, se non vengono commessi reati o provocati danni. Chiuderla è un gravissimo errore, perché significa togliersi dall’arena del confronto. Meglio un’autorità accademica dialogante che reprimente, ma forse si sono dimenticati del ‘68”. Cioè? “Quando ci fu l’occupazione di Palazzo Campana a Torino, a cui ho partecipato anch’io, il rettore di allora ha scelto la linea repressiva e dello sgombero, il che non ha fatto altro che rendere più numeroso il movimento. L’opinione pubblica poi s’indigna per le forme della rabbia, senza mai però indagarne l’origine”. Condivide le ragioni della protesta? “La mobilitazione è ampiamente condivisibile per cercare di mantenere aperti spazi di dissenso contro una gestione del mondo che ci porta al disastro, con l’assenso delle figure di potere. Poi si può sbagliare i mezzi e i modi con cui ci si rivolta, ma che rivoltarsi sia giusto non c’è dubbio”. Riecheggia vecchi slogan... “Vivo a Torino dall’età di 19 anni e continuo ad amarla per la scintilla di ribellione che ha sempre caratterizzato la sua storia: una città double face cresciuta nella dialettica fra conformisti di corte e ottusi militari da una parte e nuclei di ribelli visionari dall’altra”. L’ordine mondiale è morto, ma la guerra non è destino di Mauro Magatti Avvenire, 1 febbraio 2026 A Davos il primo ministro canadese Mark Carney ha certificato la fine dell’ordine liberale. Ma tra “fine della storia” e scontro di civiltà esiste un’altra narrazione: la convivenza possibile. L’intervento del primo ministro canadese Mark Carney a Davos ha avuto un’ampia risonanza. Non tanto per la novità delle tesi espresse, quanto perché ha dato voce a una percezione diffusa benché spesso rimossa: l’ordine liberale globale è finito. E con lui l’illusione che la combinazione tra mercato globale, democrazia liberale e progresso tecnologico sarebbe coincisa con la “fine della storia”. Oggi quella narrazione non ha più presa. Anche perché a riempire le cronache dei nostri giorni è il ritorno della forza come criterio regolativo delle relazioni internazionali e sociali in un quadro altamente frammentato. Così il rischio è di finire travolti dalla narrazione opposta e ugualmente riduttiva dello “scontro delle civiltà”. Se la prima narrazione peccava di ingenuità ottimistica, la seconda può trasformarsi in una profezia (di sventura) che si autoavvera. Ridurre la complessità del mondo contemporaneo a blocchi culturali omogenei, inevitabilmente destinati a entrare in conflitto, significa legittimare la chiusura, la paura, la logica amico-nemico. Significa rinunciare in partenza a ogni spazio di mediazione, cooperazione, contaminazione. E soprattutto significa naturalizzare il conflitto, come se fosse un destino senza scampo, anziché il prodotto di scelte politiche, economiche e simboliche. Il discorso di Carney avrebbe una forza ancora maggiore se fosse esplicitamente ancorato a un’altra immagine del mondo e del futuro: quella della convivialità delle differenze, cara a don Tonino Bello, ripresa poi nella Evangelii Gaudium dove papa Francesco parla del poliedro come modello “che riflette tutte le parzialità”. Non si tratta di metafore consolatorie o spiritualistiche, ma di categorie politiche nel senso più profondo del termine. La convivialità delle differenze non nega il conflitto, ma rifiuta l’idea che la differenza debba necessariamente tradursi in antagonismo distruttivo. Il poliedro, a sua volta, è l’opposto della sfera omogenea o della piramide gerarchica: è una figura in cui le diverse facce mantengono la propria specificità, contribuendo però a una forma comune. In un mondo irreversibilmente plurale, questa immagine suggerisce l’unica via ragionevole. Il punto è che le narrazioni contano. Non sono semplici cornici retoriche, ma dispositivi cognitivi e simbolici che orientano l’azione. Aiutando a mettere ordine nel caos dell’esperienza, a distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è, a definire l’agenda politica e la direzione di marcia. Esse influenzano le scelte politiche, economiche, istituzionali, ma anche le aspettative individuali e collettive. Una narrazione che vede il mondo come uno spazio inevitabilmente conflittuale tenderà a giustificare il riarmo, la chiusura, il protezionismo identitario. Una narrazione che riconosce l’interdipendenza e la pluralità come dati strutturali spingerà invece a investire in istituzioni multilaterali, in forme di cooperazione asimmetrica, in pratiche di traduzione culturale. Per questo non è indifferente quale racconto prevale nello spazio pubblico. La crisi dell’ordine globale non comporta necessariamente il trionfo del caos o della guerra permanente. Può anche essere vista come una fase di transizione, dolorosa ma feconda, verso un mondo policentrico. Ma per andare in questa direzione occorre un lavoro intenzionale sulle narrazioni. Senza ingenuità, certo: nessuno può ignorare i rapporti di forza, gli interessi divergenti, le tensioni internazionali. Tuttavia, il realismo non coincide con il cinismo. Rafforzare una narrazione alternativa allo scontro delle civiltà non significa negare i conflitti, ma collocarli dentro un orizzonte più ampio, in cui la competizione non diventa annientamento e la differenza non si trasforma in minaccia assoluta. In questo senso, la convivialità delle differenze e il poliedro non sono utopie ireniche, ma criteri regolativi. Indicano una direzione di lavoro: costruire spazi comuni senza pretendere uniformità, riconoscere la pluralità senza scivolare nel relativismo paralizzante, tenere insieme identità e relazione. È una narrazione esigente, perché chiede istituzioni più sofisticate, leadership capaci di visione, cittadini meno prigionieri della paura. Ma è anche l’unica che consente di immaginare un futuro condiviso in un mondo complesso. Per questo, oggi, rafforzare questa narrazione è un compito politico e culturale urgente. Non come esercizio retorico, ma come investimento strategico. Le storie che raccontiamo sul mondo in cui viviamo contribuiscono a costruire il mondo che verrà. Se rinunciamo a raccontare una convivenza possibile, finiremo per abitare solo il conflitto. Se invece, senza ingenuità ma con lucidità, sapremo dare forza a una narrazione della pluralità generativa, potremo forse attraversare la fine di un ordine senza precipitare nella fine del senso. Via il dittatore, e poi? Il prezzo nascosto dei cambi di regime di Pasquale Ferrara Avvenire, 1 febbraio 2026 La cattura di Maduro ha riaperto il nodo dei “regime change” imposti dall’esterno: il consequenzialismo seduce nel breve periodo, ma mina regole, istituzioni e futuro. Dopo della spettacolare operazione militare degli Stati Uniti che ha portato alla cattura (illegale) di Maduro in Venezuela, si è riacceso il dibattito sui cambiamenti di regime indotti dall’esterno e con la forza. Chi argomenta a favore adotta l’etica delle conseguenze, che giustifica o deplora un’azione a partire dagli effetti che essa produce, indipendentemente dalle intenzioni o dai mezzi utilizzati. L’argomentazione di fondo è che, tutto sommato, il mondo starebbe ora meglio senza Maduro, come nel passato si disse di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi. È una logica stringente, che suona, in sostanza, come un implicito discredito di quanti, a partire dal “solo” rispetto del diritto internazionale, adottando un’etica dei principi (ritenuti astratti), non sarebbero stati in grado di produrre cambiamenti significativi, in Venezuela come altrove. Il consequenzialismo è una tesi che può risultare convincente di primo acchito, ma solo se viene collocata in un’ottica di breve termine. Le conseguenze possono essere valutate, infatti, anche nel medio-lungo periodo, ed in tal caso la prospettiva cambia. Avendo a mente casi storici recenti, il cambiamento di regime può risolversi in forze centrifughe alle base di nuovi tragici scenari (il sedicente Stato islamico in Iraq-Siria), in una frammentazione territoriale delle istituzioni nazionali (l’Est e l’Ovest della Libia), e addirittura in una restaurazione dei poteri rimossi (il ritorno dei Talebani a Kabul). Il caso del Venezuela è tuttora incerto. Non meno importanti sono gli esiti indiretti, ad esempio sulla stessa credibilità delle istituzioni internazionali e sull’effettiva vigenza di regole condivise, come pure per il loro “effetto di dimostrazione” in altri scenari (il caso della Cina nei confronti di Taiwan). Alcuni osservatori fanno notare che queste iniziative unilaterali miranti a rimuovere dittatori e autocrati sono state promosse da prospettive politiche ed ideologiche eterogenee (democratici e repubblicani, globalisti e neoconservatori). La differenza, tuttavia, consiste nella motivazione di fondo. Da una parte, l’idea della “pace democratica”: più Stati liberal-democratici (spontanei o indotti) ci sono al mondo, meglio è per la pace. È la logica dei “guerrieri democratici”, dell’America come “Stato crociato” (per usare la definizione di Walter McDougall) in nome della difesa e diffusione della democrazia e dei diritti. Dall’altra, l’approccio - più congeniale all’Amministrazione Trump - incentrato, per semplificare, sull’”asse del male”, i cui “associati” variano nel tempo. Per le potenze dominanti, meno dittatori e autocrati a loro ostili ci sono al mondo, meglio è. In entrambi i casi, la questione rilevante per le decisioni sulla pace e sulla guerra non riguarda solo i fini, ma anche i mezzi. Un dibattitto vecchio quanto il pensiero politico. Pare però semplicistico contrapporre intransigenti “erasmiani” da una parte (i mezzi devono essere sempre pacifici) e pragmatici machiavelliani dall’altra (il “fine giustifica sempre i mezzi”, ma si fa torto a Machiavelli). Mentre altre operazioni militari si profilano all’orizzonte (contro gli Ayatollah in Iran?), è opportuno chiarire i termini di questa difficile equazione e arricchire i criteri di valutazione. In primo luogo, ci sono da considerare non solo gli effetti immediati, ma anche le conseguenze a medio e lungo termine per il paese colpito, la sua popolazione, le sue istituzioni politiche, il suo futuro socio-economico. Gli interventi militari dall’esterno quasi mai tengono conto dello stato della cultura politica di un Paese, e raramente includono percorsi di riconciliazione e di unità nazionale. Un esempio plastico: dopo il “ratto” di Maduro, nella sala della Casa Bianca sedevano i principali petrolieri del mondo, non certo gli attori del mondo del lavoro, della società civile e della cultura del Venezuela. In secondo luogo, se i mezzi siano autorizzati dal sistema di regole internazionali: non per legalismo astratto, ma per le implicazioni “sistemiche” rispetto alle norme che, nonostante tutto, ancora vigono nella politica mondiale. Le operazioni unilaterali, infatti, senza “copertura” internazionale, sono attacchi bivalenti: contro uno specifico regime, e contro il regime multilaterale. In terzo luogo, se l’intervento militare passi lo scrutinio della coerenza rispetto a situazioni analoghe, o non sia piuttosto selettivo e ispirato anche a ricadute strategiche, elettorali ed economiche. Nell’antica (e forse superata) dottrina della guerra giusta, uno dei criteri-cardine era proprio la recta intentio, la retta intenzione.