Le case lavoro: l’incubo delle carceri di cui nessuno parla di Luigi Mastrodonato lucysullacultura.com, 19 febbraio 2026 Retaggio del regime fascista, le case lavoro sono numerate strutture del nostro Paese in teoria dedicate a chi ha commesso particolari reati. Nella realtà dei fatti, chi entra in questi luoghi, spesso per ragioni di condotta, non sa quando ne esce e le condizioni in cui versano i detenuti sono durissime e inumane. Per qualche giorno, lo scorso novembre, in Italia si è parlato di case lavoro. È successo dopo che Elia Del Grande, 50 anni, è scappato dalla struttura di Castelfranco Emilia in cui si trovava internato. Del Grande nel 1998 aveva ucciso a colpi di pistola i genitori e il fratello a Cadrezzate, in provincia di Varese. Fu condannato a 30 anni di carcere e nel 2023, dopo averne scontati oltre ventisei, è tornato in libertà vigilata. Si è trasferito in Sardegna, ha trovato una compagna, ha ottenuto un lavoro. Ha iniziato quel faticoso percorso di reinserimento sociale dopo avere espiato la sua lunga pena, proprio come vorrebbe la Costituzione. Fino a settembre 2025, quando un magistrato di sorveglianza ha ordinato il suo internamento in una casa lavoro. Del Grande è tornato a vivere la reclusione non perché abbia commesso un nuovo reato, ma perché è stato considerato “socialmente pericoloso”. Durante la sua fuga dalla struttura ha inviato una lettera al giornale locale Varesenews, poi ripresa dai media nazionali, dove ha raccontato la sua terribile esperienza nella casa lavoro. Il suo allontanamento è stato insomma un tentativo disperato di accendere i riflettori su quella che è probabilmente la forma più cruda e subdola di detenzione in Italia. “Una provincia dimenticata del nostro diritto penale”, come ha denunciato l’ex Giudice della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Un’eredità del regime fascista che oggi continua a essere usata in funzione di difesa sociale contro soggetti considerati devianti. Non per le loro azioni, ma, quasi in chiave lombrosiana, per il loro profilo psicologico e sociale. Dal regime fascista a oggi - “Il disagio che ho visto lì dentro credo di non averlo mai conosciuto”. Nella lettera diffusa durante la sua fuga, Elia Del Grande ha reso bene l’idea di cosa significhi stare in una casa lavoro. Dopo oltre ventisei anni di carcere gli sono bastati due mesi in quel tipo di istituto per rendersi conto che non c’è fine al peggio. E per decidere di evadere, anzi di allontanarsi. Nella piena consapevolezza che sarebbe stato rintracciato, ma con l’urgenza di fare un gesto forte per indurre l’Italia a parlare, anche solo per qualche giorno, dell’inferno delle case lavoro. La reclusione in una casa lavoro è una misura di sicurezza applicata a persone ritenute “socialmente pericolose” con il fine di rieducarle attraverso, appunto, il lavoro. La sua invenzione risale al regime fascista, quando il ministro della Giustizia, Alfredo Rocco, istituì un sistema penale a doppio binario che da una parte mirava a comminare pene nei confronti degli autori di reati, dall’altra predisponeva misure di sicurezza in funzione di difesa sociale contro persone ritenute devianti, in modo del tutto arbitrario. Venne così introdotta la possibilità di limitare la libertà per le figure di “delinquente abituale, delinquente professionale e delinquente per tendenza”, profili difficilmente definibili in maniera oggettiva. Una classificazione che non ha mai cessato di esistere da allora nel nostro sistema legislativo e che costituisce il pilastro su cui continuano a sopravvivere le case lavoro. Oggi in Italia ce ne sono nove, a cui si sommano tre colonie agricole in Sardegna, che ospitano circa 300 persone. Se il primo tipo di struttura, almeno a livello teorico, è incentrato sul lavoro di tipo domestico e artigianale, nel secondo la rieducazione avviene lavorando la terra. Sono tre i paradossi principali che caratterizzano questi istituti. Il primo è che non si può fare niente per evitare di finirci dentro perché non esistono ragioni oggettive all’origine di questa forma di reclusione. È sufficiente il criterio soggettivo della “pericolosità sociale”. Il secondo è che si sa quando si entra, ma non si può sapere quando si esce. A differenza della pena, la cui durata è fissata in maniera definitiva da una sentenza, la detenzione in casa lavoro viene rinnovata di sei mesi in sei mesi in base a come ritiene il magistrato di sorveglianza. Il terzo paradosso è che per quanto la casa lavoro non sia, ufficialmente, un carcere, nel concreto presenta le sue medesime caratteristiche e problematiche, moltiplicate in maniera esponenziale. Non è un caso che tutte le nove case lavoro italiane non siano altro che sezioni all’interno degli istituti penitenziari. Una discarica sociale - “Mi sono trovato ad avere a che fare ogni giorno con gente con serie patologie psichiatriche, la terapia psicofarmaco viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attività lavorativa esistente è identica a quella dei regimi carcerari. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive in piena regola con sbarre, cancelli e polizia penitenziaria, orari cadenzati, regole e doveri”. Questo estratto della lettera di Elia Del Grande è una perfetta fotografia dell’aria che si respira in quegli istituti. Ed è una testimonianza preziosa. Sapere cosa succede al loro interno, infatti, è sempre difficile. Le case lavoro sono come isole dimenticate sul territorio nazionale, luoghi nascosti dietro barriere insormontabili che impediscono quasi del tutto la fuoriuscita di informazioni. Per rendersi conto della situazione, basta considerare che i dati del Ministero della Giustizia rilevano la presenza di persone internate in case lavoro anche in regioni dove non esistono questo tipo di istituti. Segno della confusione che domina al riguardo. E del disinteresse delle istituzioni. Giulia Melani in “Un ossimoro da cancellare, misure di sicurezza e case lavoro” ha raccolto le poche statistiche esistenti sul tema, incrociandole con una ricerca quantitativa e qualitativa effettuata tra il 2022 e il 2023 all’interno delle nove case lavoro italiane. SI tratta di una risorsa molto importante per fare un po’ di ordine su quel mondo oscuro. E per comprendere meglio l’urgenza di superarlo. Se il concetto di “persona socialmente pericolosa” può far presupporre che nelle case lavoro ci siano esclusivamente profili che in passato hanno commesso reati molto gravi, in realtà in quasi un caso su due si tratta di autori di reati contro il patrimonio. Questi istituti presentano poi un’incidenza di tossicodipendenti molto alta, con punte del 39 per cento che superano anche i dati del sistema penitenziario. Altro tema è quello dei disturbi mentali: la popolazione con diagnosi psichiatrica è del 29 per cento ma in alcuni istituti si supera abbondantemente il 50 per cento. Questo anche perché succede che nelle case lavoro finiscano persone uscite dalle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), strutture sanitarie adibite all’accoglienza di autori di reato ritenuti infermi o seminfermi di mente che hanno sostituito i vecchi ospedali psichiatrici Giudiziari (Opg). All’interno delle case lavoro c’è poi uno scarsissimo livello di istruzione, con tassi di analfabetismo che raggiungono il 9 per cento. Una persona su sette è inoltre senza fissa dimora. E il 42 per cento degli “internati”, il termine dall’amaro retrogusto storico con cui si definisce chi si trova in una casa lavoro, risulta privo di una rete familiare all’esterno. “La povertà economica, culturale e sociale incide sia sulla selezione in ingresso che sulla permanenza in casa lavoro”, sottolinea Giulia Melani nella sua ricerca. Il risultato è una discarica sociale dove vengono deportati gli ultimi tra gli ultimi, una forma di doppia pena per gli autori di reati ormai estinti che si protrae all’infinito. In certi casi anche per 30 anni, rinnovati di sei mesi in mesi come nella peggiore delle forme di tortura. E se l’unica cosa che potrebbe tenere impegnati è un’occupazione, la realtà dei fatti è che nelle case lavoro spesso non si lavora, perché chi viene mandato al suo interno è semplicemente inabile a farlo. Come fantasmi - La scorsa estate un internato della casa lavoro di Vasto si è tolto la vita. Aveva 40 anni, era di origine maghrebina, era stato trasferito da pochi giorni nell’articolazione per la tutela della salute mentale all’interno della struttura. Qualche mese dopo, a inizio gennaio, un altro internato della casa lavoro abruzzese è stato trovato morto di prima mattina nella sua brandina, apparentemente per cause naturali. Questi episodi, insieme a tutte le carenze quotidiane che contraddistinguono la vita degli internati, hanno portato a una violenta rivolta, che si è conclusa con la devastazione degli ambienti e il ferimento di alcuni agenti di polizia penitenziaria. Quello che è successo nella casa lavoro di Vasto era altamente prevedibile. L’equazione è semplice per tutti, tranne che per chi invoca più repressione e misure di sicurezza: se si accumula conflittualità in un luogo ristretto, poi questa a un certo punto è destinata a divampare. È quello che è successo nelle carceri italiane nel marzo 2020, quando la sospensione dei colloqui per limitare la diffusione del Covid-19 aveva causato rivolte che si erano tradotte nella peggiore strage penitenziaria del dopoguerra, con tredici morti. Era da tempo che si evidenziava la necessità di migliorare la situazione nelle carceri perché altrimenti la situazione sarebbe precipitata e nel 2019 perfino il Comitato europeo contro la tortura si era espresso in questo senso. Non venne fatto niente e la strage ne fu una diretta e consapevole conseguenza. Molti di quei decessi avvennero a Modena e un giorno, qualche mese più tardi, un gruppo di cinque detenuti decise di raccontare in un esposto le violenze cui avevano assistito in quelle ore tragiche e tutti gli errori che erano stati commessii dalle autorità. Uno di loro poco dopo venne liberato perché aveva scontato la sua condanna ma subito dopo fu trasferito in una casa lavoro perché ritenuto “pericoloso socialmente”. Gli attivisti che seguivano il caso dissero che all’uomo era stata fatta pagare la sua denuncia delle violenze di Modena, rivelando un altro dei possibili utilizzi delle case lavoro, quello vendicativo. Della persona di Modena, poi, non si seppe più niente. Entrare in una casa lavoro significa recidere ogni contatto, o quasi, con l’esterno. Sparire. Proprio come è stato per Elia Del Grande. Per qualche giorno la sua fuga ha aperto un dibattito sulla sua condizione di reclusione nonostante una pena già scontata. Ha costretto i giornali a parlare, spesso per la prima volta, delle case lavoro. Poi Del Grande è stato ricatturato. Ed è tornato a essere invisibile. Un fantasma, come le migliaia di persone che dal fascismo a oggi hanno popolato questi spazi dimenticati. Dove, nel silenzio-assenso delle istituzioni, il diritto resta sospeso. Il paradosso: si loda il detenuto modello, ma si giustifica il trasferimento di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 febbraio 2026 Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha finalmente rotto il silenzio sul caso di Luca Finocchiaro e sulla polveriera di Rebibbia, un caso reso pubblico per la prima volta grazie alle pagine del “diario di cella” di Gianni Alemanno. Ma lo ha fatto con la freddezza di chi guarda le carte e non le persone. La sua risposta all'interrogazione del deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, è un esercizio di equilibrismo burocratico: da una parte riconosce che il detenuto stava portando avanti un percorso eccezionale, dall'altra giustifica il suo allontanamento forzato come un atto dovuto per la “sicurezza”. In tutto questo lungo elenco di commi e procedure, però, manca il dato più importante: il ministro non dice una parola sul collasso di Regina Coeli che ha trasformato Rebibbia in un imbuto impraticabile. Il cuore della vicenda ruota attorno al reparto G8 del Nuovo Complesso di Rebibbia, quella zona che per anni è stata considerata il “fiore all'occhiello” del carcere romano, una sorta di “isola felice”. Secondo quanto raccontato da Alemanno nel suo “diario di cella n. 28”, questa oasi di riabilitazione sta scivolando rapidamente verso l'invivibilità. Il motivo è semplice quanto drammatico: il crollo del soffitto della seconda rotonda a Regina Coeli ha costretto l'amministrazione a uno “sfollamento” d'urgenza dei detenuti verso Rebibbia, facendo esplodere il sovrappopolamento. Su questo punto specifico, Nordio preferisce non rispondere nel dettaglio, lasciando nell'ombra la causa principale delle tensioni che poi sfociano in proteste e provvedimenti disciplinari. La storia di Luca Finocchiaro, per come la mette nero su bianco lo stesso Guardasigilli, sembrava quella di un successo dello Stato. Finocchiaro era arrivato a Rebibbia nel luglio 2024 per un trasferimento provvisorio che poi era diventato definitivo grazie ai suoi meriti. In poco tempo era diventato l'anima del reparto: studiava Scienze dell'Amministrazione e delle Relazioni internazionali a Tor Vergata, partecipava a corsi di teatro, filosofia e giornalismo, e lavorava al call center dell'ospedale Bambino Gesù. Ma il suo vero capolavoro era “Pizza mia”, un'attività imprenditoriale nata insieme a Gennaro Di Somma della Full Service S.r.l. Non era solo una pizzeria: era un progetto che dava lavoro qualificato a cinque detenuti e serviva prodotti alimentari freschi a tutto il carcere, compreso il personale di sorveglianza. Persino Nordio, nella sua risposta, ammette che Finocchiaro si era impegnato con costanza, contribuendo in maniera significativa alla crescita del progetto. Eppure, questo “percorso esemplare” è stato cancellato con un tratto di penna. Il corto circuito avviene il 19 agosto 2025. Giachetti, nell'interrogazione che riporta la denuncia di Alemanno, racconta che Finocchiaro e altri detenuti avevano protestato perché nel loro reparto stava per essere inserito un uomo con gravi patologie infettive. La protesta era talmente fondata che l'amministrazione, alla fine, ha spostato quel detenuto in una zona protetta, riconoscendo di fatto che i rischi denunciati erano reali. Il Ministro, però, dà una versione diversa. Per Nordio si è trattato di una “protesta collettiva” per impedire l'ingresso di un detenuto aggressivo che era già sotto sorveglianza a vista. Poco importa se il motivo fosse la tutela della salute della sezione o la sicurezza del personale: per il Dap quella voce alzata è stata un atto di insubordinazione. Il risultato è stato una sanzione di cinque giorni e, soprattutto, il trasferimento punitivo alla Casa circondariale di Velletri, dove Finocchiaro si trova dal 18 ottobre. La sicurezza che punisce il merito - Giachetti, nella sua interrogazione, pone una domanda che resta sospesa: ha senso usare un'ammonizione, che è già di per sé una sanzione, come pretesto per sradicare una persona dal suo centro di vita e di riabilitazione? L'articolo 42 dell'ordinamento penitenziario stabilisce chiaramente che i trasferimenti dovrebbero privilegiare gli istituti più vicini alla famiglia, allo studio e al lavoro. Nordio replica che tutto è avvenuto secondo le norme, invocando le “esigenze di ordine e sicurezza” che permettono di derogare a tutto il resto. La trasparenza sbandierata dal Ministero si scontra con la realtà di un uomo che rischia di interrompere gli studi universitari e di un'attività economica che, senza di lui, trema per il proprio futuro. Per Nordio, il sistema ha funzionato perché ha dato una risposta formale entro i tempi previsti dalla legge. Ma è una trasparenza che sa di beffa: si spiega meticolosamente perché è stato fatto il danno, senza però avere la minima intenzione di ripararlo. Il silenzio sul sovraffollamento - In questa vicenda c'è un grande assente: il sovrappopolamento causato dai lavori e dai crolli nelle altre carceri romane. Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino, commentando con Il Dubbio la risposta del Ministro, solleva un velo di amara ironia. Nordio riconosce che Finocchiaro era un esempio, ma lo punisce proprio quando si espone per denunciare un rischio sanitario per l'intera popolazione carceraria. Viene da chiedersi quale sia la sicurezza che lo Stato vuole davvero tutelare: quella dei detenuti o quella del silenzio a ogni costo? Il sospetto è che il Ministero preferisca ignorare il caos di Rebibbia, dove lo sfollamento da Regina Coeli ha esasperato gli animi. Bernardini fa notare che, seguendo la logica di certi silenzi istituzionali, il sovraffollamento sembra quasi essere considerato “benefico” dall'amministrazione, quasi come se stipare le persone servisse a un controllo reciproco per evitare i suicidi. È una provocazione amara che mette a nudo l'assenza di una strategia reale per gestire l'emergenza, preferendo invece spostare i singoli “problemi” da un istituto all'altro. Nella sua lunga risposta, il ministro Nordio elenca tutte le garanzie che il sistema offre: il diritto al reclamo al magistrato di sorveglianza, le visite mediche prima del trasferimento, la gestione corretta dei documenti. Tutto perfetto sulla carta. Peccato che la “territorialità della pena” che il Ministero dice di voler tutelare sia stata la prima vittima di questa decisione. Spostare Finocchiaro a Velletri non è solo un cambio di cella. Significa spezzare il legame con la pizzeria che serviva 1.500 persone, mettere i bastoni tra le ruote a un percorso universitario a Tor Vergata e allontanarlo dai suoi familiari. Tutto questo per aver protestato contro una situazione che l'amministrazione stessa ha poi corretto spostando il detenuto malato. La risposta di Nordio si chiude con una nota di autocompiacimento: il caso di Finocchiaro sarebbe l'esempio di un intervento “uniforme e conforme alle norme”. Se la norma è che l'eccellenza e l'impegno non contano nulla davanti a una protesta per la salute, allora il sistema penitenziario ha un problema di identità profondo. Perché se la rieducazione è solo una riga in un curriculum che può essere stracciata al primo intoppo, allora la “sicurezza” diventa solo un sinonimo di immobilismo burocratico. La risposta all'interrogazione è lunga, dettagliata, piena di riferimenti normativi. Dice tutto quello che il sistema prevede. Ma non risponde alla domanda vera: perché un detenuto che stava costruendo un percorso di reinserimento così solido è stato trasferito dopo aver sollevato un problema che si è rivelato reale? E perché nel parlare di tutto questo si evita accuratamente di nominare l'elefante nella stanza: il sovraffollamento che rende le nostre carceri sempre più simili a polveriere pronte a esplodere? Il “blitz” di Mattarella al Csm (per la prima volta in 11 anni di mandato), come un ultimo avviso di Giovanni Bianconi e Monica Guerzoni Corriere della Sera, 19 febbraio 2026 L'appello al “rispetto vicendevole” su giustizia e referendum. Il riferimento, senza fare nomi, alle parole del Guardasigilli Nordio. La moral suasion era nell’aria da giorni, ma pochi nel mondo politico e giudiziario si aspettavano il “blitz” a una riunione del Consiglio superiore della magistratura, e i toni severi usati dal capo dello Stato. Quanto grave sia per Sergio Mattarella lo scontro istituzionale che infiamma la campagna referendaria - arrivando a coinvolgere l’organo di autogoverno delle toghe che presiede - lo ha sottolineato lui stesso, ricordando che in undici anni di Quirinale mai aveva presenziato ai “lavori ordinari” del Csm. Se lo ha fatto, è perché ha avvertito la necessità e l’urgenza di porre un argine per ripristinare, prima che sia tardi, gli equilibri democratici e costituzionali. L’annuncio è arrivato al vicepresidente Fabio Pinelli di primissima mattina. E quando è stato diramato agli altri consiglieri, qualcuno che era già uscito di casa è dovuto tornare indietro per cambiarsi d’abito e indossare quello da cerimonia, più consono a un incontro col capo dello Stato. Ma le sorprese non erano finite, perché non era certo che Mattarella prendesse la parola. Poteva limitarsi a presiedere una parte della seduta, e sarebbe stato già un segnale importante; o affidarsi a una nota informale, come quando due settimane f a invitò tutti a “rispettare la Cassazione e le sue decisioni”. Invece è andato oltre; è arrivato e ha parlato. Meno di due minuti, ma con un discorso chiarissimo a difesa dell’istituzione, invocando rispetto, “particolarmente da parte delle altre istituzioni”. Tutti hanno capito che si riferiva al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Non ne ha fatto il nome ma era impossibile non associare il richiamo del presidente all’accusa di “sistema para-mafioso” mossa al Consiglio dal Guardasigilli. L’hanno capito anche i membri laici del centrodestra, nonostante abbiano subito sottolineato che Mattarella - il cui fratello Piersanti fu assassinato dalla mafia - parlava a tutti, magistrati compresi. “È un intervento equilibratore rivolto a ciascun attore della campagna referendaria”, afferma il consigliere Felice Giuffrè, mandato al Csm da FdI; e la sua collega (anche di schieramento) Isabella Bertolini iscrive tra i destinatari anche il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che “ha offeso i cittadini che voteranno Sì”. Ma Gratteri non parlava di Csm, mentre il capo dello Stato ha voluto fare da scudo proprio all’organo di autogoverno. Certamente non esente da “difetti, lacune ed errori”, ma che “rimane e deve rimanere estraneo a temi e controversie di natura politica”. Dunque il problema nasce da chi ce lo tira dentro; e l’ha detto “più che nella funzione di presidente di questo Consiglio, come presidente della Repubblica”. Una precisazione da cui si deduce che quella di Mattarella non è stata un’autodifesa, bensì una difesa istituzionale. Per stoppare la delegittimazione del Csm, organo di rilievo costituzionale, il presidente ha tracciato una linea di confine. Non attacca il governo, non si schiera, non scende in campo per una parte o l’altra, ma avverte che oltre un certo limite non si può e non si deve andare. Per due volte il capo dello Stato l’appello al “rispetto vicendevole”: una sorta di avvertimento, quasi un ultimo avviso. Com’è nel suo stile da oltre due lustri, il presidente non si è fatto sentire a botta calda. Ha aspettato e taciuto, lasciando filtrare soltanto un’”attenzione preoccupata” e cercando nell’agenda l’occasione giusta per chiedere ai due fronti di abbassare i toni. Ieri fonti parlamentari sostenevano che a far traboccare il vaso quirinalizio sarebbe stato il video con cui la premier Meloni è tornata ad attaccare i magistrati. Ma questa interpretazione sul Colle non trova conferme, né di merito, né di calendario: erano giorni che Mattarella aveva maturato la necessità di una “messa a punto”. È stata l’ultima bordata di Nordio a portare lo scontro dal piano politico a quello istituzionale, e a convincere il capo dello Stato a spiazzare tutti presentandosi - per la prima volta in 11 anni di mandato - a una seduta ordinaria del Csm. Comprensibile la soddisfazione di Pinelli, che da vicepresidente (e presidente della Sezione disciplinare del Consiglio, tra i bersagli preferiti della campagna referendaria a favore del Sì), si era già contrapposto ad alcune dichiarazioni del Guardasigilli sul presunto lassismo dei giudizi disciplinari che la riforma costituzionale sottrae al Csm. Per lui le parole di Mattarella sono suonate come un pubblico attestato di condivisione della sua linea di condotta. Ovvia la soddisfazione di tutti i togati. Alcuni tra loro auspicavano una presa di posizione del Quirinale, ed erano rimasti in silenziosa attesa per non fornire ulteriori pretesti a chi mira alla delegittimazione del Csm. Per altri la sorpresa più grande è arrivata dalla nettezza del richiamo presidenziale. Rivolto soprattutto, nell’interpretazione dei magistrati, all’esterno di palazzo Bachelet. “Tra politica e Csm serve rispetto”: Mattarella dice basta di Simona Musco Il Dubbio, 19 febbraio 2026 Il Capo dello Stato interviene in plenum per difendere il Consiglio ma anche per chiedere a tutti toni più civili. In undici anni di permanenza al Quirinale, non era mai accaduto. Sergio Mattarella, per indole e stile, ha sempre preferito il silenzio operoso delle stanze del Colle o i discorsi ufficiali, evitando di occupare fisicamente gli scranni di Palazzo Bachelet se non per cerimonie solenni e straordinarie. Eppure, di fronte a una tensione istituzionale che ha rischiato di trasformarsi in una collisione senza ritorno, il Capo dello Stato ha deciso di varcare la soglia del Consiglio superiore della magistratura per presiedere l’avvio del plenum ordinario. Non è stata una visita di cortesia, ma un atto di protezione costituzionale dopo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è riferito al Csm come sistema para-mafioso. Il gesto del Presidente è stato, in primis, uno scudo sollevato a difesa dell’istituzione. Ma ridurre la sua presenza a una mera operazione di tutela corporativa sarebbe un errore di prospettiva. Il messaggio di Mattarella è stato un monito bilaterale, un richiamo chirurgico a un confronto più sereno, fondato sul rispetto dei ruoli e, soprattutto, sulla consapevolezza che ogni potere dello Stato - magistratura inclusa - resta per sua natura criticabile. Ma la critica, ha ricordato a tutti, non può e non deve mai trasbordare nella delegittimazione sistematica. L’intervento, del tutto inedito, giunge a valle di settimane dominate da un clima di resa dei conti che ha riportato il Paese ai tempi bui dello scontro frontale tra politica e toghe. In questo scenario, le parole pesanti di Nordio - che hanno provocato la reazione compatta e irritata di venti consiglieri del Csm - si sono sommate a quelle, altrettanto ruvide, del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Quest’ultimo, in un intervento che ha fatto discutere, aveva suggerito come il fronte del Sì al prossimo referendum sulla giustizia sarebbe stato il naturale approdo di criminali e centri di potere opachi. Sono state queste cadute di stile incrociate a esacerbare un dibattito già asfittico e di basso livello, spingendo Mattarella, da tempo sollecitato da più parti a intervenire, a dire finalmente basta. L’incipit del suo discorso ha sottolineato la gravità del momento attraverso l’eccezionalità della propria presenza. “Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio - ha esordito -. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione”. In queste poche righe si concentra il nucleo della missione quirinalizia: ristabilire il decoro. Tuttavia, il monito non si è esaurito in una difesa d’ufficio. E infatti Mattarella ha chiarito che il Csm non è affatto un corpo immune da “difetti, lacune, errori”, né tantomeno un’area franca sottratta alla dialettica democratica. Ha ribadito che il potere giudiziario, al pari del legislativo e dell’esecutivo, deve accettare il vaglio della critica, purché questa non si trasformi in aggressione. Il passaggio chiave della sua riflessione ha riguardato proprio la natura delle istituzioni: il Consiglio superiore deve rimanere “rigorosamente istituzionale ed estraneo a temi o controversie di natura politica”. È difficile non leggervi un richiamo, pur garbato, anche ai recenti “comizi” tenuti da alcuni consiglieri togati nelle varie corti d’appello in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, interventi che spesso hanno tracimato nel campo della polemica partitica. Agendo più come garante della Repubblica che come capo “tecnico” del governo autonomo delle toghe, Mattarella, secondo quanto trapela, ha anche voluto blindare politicamente la linea di fermezza del vicepresidente Fabio Pinelli. È noto che il Colle abbia molto apprezzato lo stile e le parole usate da Pinelli nei giorni scorsi per difendere l’onorabilità del Consiglio. E profondamente preoccupato dal clima, ha scelto la via della pacificazione istituzionale. La sua presenza, già paventata nella serata di martedì e formalizzata all’alba di oggi, resterà un fatto storico della sua presidenza, un punto di non ritorno che definisce il limite oltre il quale lo scontro tra poteri non può spingersi senza minare le basi della convivenza democratica. Prima di presiedere il plenum, Mattarella si è intrattenuto in un colloquio privato con Pinelli. Sebbene la conversazione sia rimasta rigorosamente riservata, l’effetto plastico è stato quello di una linea comune tra il vertice formale e quello sostanziale del Csm. Non serviva la presenza di un Presidente del Consiglio superiore impegnato in tecnicismi burocratici; serviva un Capo dello Stato che andasse a “mettere i sigilli” alla pace istituzionale, quella che, con chiarezza, ha preteso. Il suo appello finale - “più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica”, appunto - è risuonato come un ordine di scuderia: “Rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica”. L’accusa di Mattarella è, in ultima analisi, bipartisan. È una raccomandazione ad alzare il livello di un dibattito che oggi vede quotidianamente attacchi sguaiati alla magistratura da parte della politica e, di riflesso, accuse pesanti delle toghe al governo. Solo ventiquattr’ore prima, la premier Giorgia Meloni era tornata a scagliarsi contro una “parte della magistratura politicizzata” colpevole di ostacolare l’esecutivo sui temi dell’immigrazione, mentre dalle fila dell’opposizione Andrea Orlando evocava uno “sfregio alla Costituzione” con chiaro intento punitivo contro i magistrati. Sono queste le tossine che Mattarella auspica di vedere sparire. Le reazioni della politica, arrivate a stretto giro, hanno mostrato un unanime - seppur a tratti strumentale - apprezzamento. Il ministro Nordio ha immediatamente raccolto l’invito, parlando di “rispetto vicendevole” e promettendo una dialettica referendaria “sana, pacata e rispettosa”. Angelo Bonelli di Avs ha sottolineato come Mattarella abbia esercitato pienamente il ruolo di garante dopo le “delegittimazioni gravi” subite dal Csm. Francesco Boccia, per il Pd, ha ringraziato il Presidente per aver riportato il confronto nei binari corretti. Anche Giuseppe Conte, leader del M5S, ha ammesso che il livello di guardia era stato superato, esortando tutti a un voto informato e sereno sul referendum. Sul fronte della maggioranza, il viceministro Francesco Paolo Sisto ha invitato i sostenitori del Sì e del No a smettere di “tirarsi sciabolate”, mentre Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha colto l’occasione per ribadire che la riforma serve proprio a rendere il Csm libero dalle correnti, in linea con gli obiettivi evidenziati dal Capo dello Stato. Tuttavia, non appena l’auto presidenziale ha lasciato Palazzo Bachelet, la realtà ha ripreso prepotentemente il sopravvento. A rompere l’incanto della pacificazione ci ha pensato il togato indipendente Andrea Mirenda, che con cruda onestà ha evidenziato come, dietro le solenni parole della mattina, il “nominificio” del Consiglio non si sia affatto fermato. “Le proposte contrapposte di oggi dimostrano quanto sia stato accolto l’invito del capo dello Stato - ha denunciato Mirenda. In breve, ognuno ha votato il suo, secondo logiche di mesta sodalità. A pagarne le conseguenze, tra gli altri, oggi è la Scuola superiore della magistratura, dilaniata da contese interne a fini di egemonia. In ballo il potere di condizionamento dei giovani magistrati”. Insomma, pacificazione sì, ma ipocrisia no. Il senso del limite di Antonio Polito Corriere della Sera, 19 febbraio 2026 Il pericolo di una deriva faziosa. Mattarella al Csm. Riforma della giustizia, confronto ma con il senso del limite. “Rigore è quando arbitro fischia”. Questo motto, reso molto popolare nel mondo del calcio dall’elementare italiano di un simpatico allenatore straniero, è perfetto per spiegare il senso dell’inusuale intervento di Sergio Mattarella alla riunione del Csm. È un modo per dire: basta litigare, mettiamo fine alle polemiche, e rispettiamo ciascuno i propri ruoli. Ce n’era bisogno. Si era superato il limite. È molto chiaro il primo destinatario del rimprovero: il governo, alias il ministro di Giustizia Nordio, il quale qualche giorno fa aveva parlato di un “sistema para-mafioso” imposto dalle correnti nel Csm. Senza far nomi, Mattarella (che per Costituzione presiede quell’organo, e che ha avuto un fratello ucciso dalla mafia) ha spiegato perché, per la prima volta in undici anni, abbia partecipato ai lavori ordinari del Consiglio: “Per ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione”. La quale, ha ricordato, ha un “ruolo di rilievo costituzionale”. Manca ancora un mese al referendum sulla riforma che separa le carriere di giudici e pm, e che perciò duplica l’organo di autogoverno della magistratura. Eppure, per la violenza verbale e l’esagerazione degli argomenti, sembra di stare a poche ore dal voto. Se si continua, così come finirà? si sarà chiesto Mattarella. Il suo intervento ha dunque anche il senso di un’ammonizione (per restare nella metafora calcistica) a inizio partita. In modo che tutti capiscano che devono darsi una calmata. Un effetto l’ha già avuto: Nordio ha annunciato che si “adeguerà” al richiamo del Presidente. Ma gli altri? Non va infatti dimenticato che poche ore prima del fallo commesso dal ministro, ne era arrivato uno dal magistrato più in vista della campagna per il No, Nicola Gratteri, capo della Procura più grande d’Europa. Il quale si era spinto a dire che indagati, imputati e massonerie deviate votano Sì, mentre le persone perbene No. Poi ha precisato che si riferiva solo alla Calabria e che, bontà sua, non intendeva dire che tutti quelli che votano Sì sono delinquenti. Ma l’intento di togliere razionalità politica alla competizione per buttarla in antropologia (o in caciara, se volete), la solita storia dell’”Italia migliore” che sta con me e dell’”Italia peggiore” con gli altri, era evidente. Così come è vero che l’allusione ai metodi mafiosi nel sistema correntizio che domina il Csm l’aveva fatta per prima un altro ex pm d’assalto, Nino Di Matteo, oggi in battaglia per il No. La campana di Mattarella suona dunque anche per loro. Ma ciò non toglie un briciolo di responsabilità al ministro. I due citati sono singoli magistrati che sbagliano, ma lui non è più l’ex magistrato che vuole raddrizzare i colleghi che sbagliano: è il rappresentante del potere esecutivo, e dovrebbe sapere che il sospetto più grande che gravita sulla riforma è proprio quello di un intento punitivo del potere politico sulla magistratura. Se dunque si può capire la scelta tattica di Giorgia Meloni di non “politicizzare” troppo la campagna referendaria (il dilemma è: se non ci metto la faccia perdo, ma se ci metto la faccia e poi perdo?), non è che il rischio per il governo si riduce se la battaglia viene invece condotta “impoliticamente” affidandola al ministro. Né tantomeno si può farla attaccando ogni giorno le sentenze dei giudici, come ha fatto ancora ieri la premier a proposito del caso Seawatch: per quanto discutibili possano apparire, non c’entrano infatti niente con la separazione delle carriere, che anzi dovrebbe servire a rendere il giudice anche più libero da condizionamenti. Ogni appello alla moderazione, lo so, può apparire oggi un anacronistico richiamo alle regole della buona educazione: siamo troppo assuefatti alla logica belluina dei social per sperare in un civile confronto di idee. Ma invece è davvero un peccato mortale, una grande colpa, un danno arrecato alla democrazia stessa, questa deriva truculenta del dibattito referendario, questa “reductio ad Hitlerum” delle posizioni dell’avversario, per cui in ogni referendum la proposta di riforma non conta nulla, e conta solo demonizzare chi la propone come il male assoluto. Giuseppe Conte, tanto per dire, ha accusato la legge Nordio di imitare il “Piano Gelli” della P2; ma quel Piano comprendeva anche la riduzione del numero dei parlamentari, per cui Conte si è invece battuto in un referendum vincente. Questa ipocrisia forse spiega anche perché tanti elettori disertino le consultazioni referendarie (e non solo). La riforma della separazione delle carriere invece sarebbe, ed è ancora, una magnifica occasione di portare nella più vasta opinione pubblica un dibattito sulla nostra civiltà giuridica. Che del resto dura da decenni e fu affrontato anche nell’Assemblea Costituente, la quale non a caso lo rinviò alle norme di una nuova legge sull’ordinamento giudiziario, scrivendolo nella VII Disposizione transitoria della Carta. Poi, con un ampio consenso trasversale (altri tempi, altri partiti), il Parlamento varò nel 1999 il nuovo articolo 111 della Costituzione che introduce il principio del “processo giusto”, e stabilisce che il giudice deve essere “terzo” rispetto ad accusa e difesa, che si battono ad armi pari. Si può dunque contrastare con ottime ragioni tecniche e politiche la riforma, ma bollare di fascismo una proposta che fa pienamente parte del bagaglio del pensiero liberale e che punta piuttosto a sovvertire un principio affermato dal fascismo con una legge del 1941, è ingannare gli elettori. Al contrario, negare che il meccanismo del sorteggio per nominare i magistrati nel Csm possa apparire come una punizione che non è riservata dalla legge a nessun ordine professionale, pure vuol dire ignorare il merito delle norme su cui siamo chiamati a votare. Ognuno di noi, dovrebbe invece pesare i pro e contro, verificare la bontà del principio a confronto con le soluzioni proposte, e decidere senza temere che la vittoria dell’uno o dell’altro equivalga alla notte della Repubblica. Per vivere, la democrazia ha bisogno di cittadini attivi e partecipi. Ingannarli, provare ad arruolarli, mobilitarli per farli marciare a occhi chiusi sotto le proprie bandiere, pretendere che la Costituzione appartenga alla sinistra o il Futuro alla destra; ecco, questo stile fazioso e falso può piuttosto tenere a casa il giorno del voto la maggioranza (silenziosa) che non l’accetta. In ogni caso equivale ad allontanarla da un dibattito libero e informato. Senza il quale, alla lunga, la democrazia muore. L'intervento di Mattarella al Csm è una difesa della Costituzione di Danilo Paolini Avvenire, 19 febbraio 2026 Con la richiesta di “rispetto” per il Consiglio superiore della magistratura, espressa in prima persona dal capo dello Stato, il presidente della Repubblica ha fatto un vero e proprio compendio dell'alfabeto istituzionale. A Sergio Mattarella non difettano certo la fermezza e la chiarezza. E il messaggio che ha voluto mandare ieri è arrivato forte e chiaro a tutti i destinatari, che non sono pochi. Forte e chiaro sia per le modalità, sia per i contenuti scelti per esprimerlo. Il capo dello Stato lo ha infatti inviato non dal Quirinale, ma dal plenum del Consiglio superiore della magistratura (di cui la Costituzione gli affida la presidenza) convocato in seduta “ordinaria”. Non era mai accaduto nei suoi undici anni al Colle, durante i quali Mattarella ha presieduto a Palazzo Bachelet solo le assemblee plenarie straordinarie. Egli stesso lo ha rimarcato, confermando così la gravità e l’importanza del gesto. E poi la sostanza del richiamo, breve e incisivo: al rispetto dovuto a un organo di rilievo costituzionale come il Csm; al rispetto che tutte le istituzioni si devono vicendevolmente. Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale (che prevede due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, oltre a istituire l’Alta Corte disciplinare) non viene nemmeno sfiorato in quelle poche righe. Giusto così, perché - come ha ricordato Mattarella - l’equilibrato e rispettoso rapporto tra le istituzioni deve valere “in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza”. Ovviamente a nessuno sfugge che pochi giorni fa il ministro della Giustizia, autore della riforma su cui si andrà a votare il 22 e 23 marzo, ha accusato il Csm di gestire con un sistema “paramafioso” nomine, trasferimenti e giudizi disciplinari dei magistrati. Allo stesso tempo, però, è difficile dimenticare che, prima dell’uscita di Nordio, altri protagonisti di questa campagna referendaria, per il Sì e per il No, si erano cimentati in accesi scontri, perfino corredati da insulti, che spesso esulavano dai contenuti della riforma stessa. Numerosi, tra questi protagonisti, esponenti di tutti i tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario. Le grida si levano alte da settimane, ormai. Sarebbe perciò riduttivo interpretare la netta richiesta di “rispetto” nei confronti del Csm da parte di Mattarella come una “difesa d’ufficio” dell’organo di governo autonomo della magistratura. Perché è molto di più. È una difesa dell’intero impianto costituzionale e dei ruoli, diversi e distinti, assegnati alle istituzioni della Repubblica. È un compendio dell’alfabeto istituzionale. Del resto, il capo dello Stato ha precisato ieri di parlare “più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio, come Presidente della Repubblica”. E lo ha fatto in una sede “che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica”. Davvero difficile equivocare. La strada indicata è quella che conduce ad abbassare, tutti, i toni e a tornare nel solco del franco confronto tra posizioni, possibilmente nel merito delle norme sottoposte al referendum. Anche perché la confusione tra contenuti e slogan genera risse verbali e nelle risse rischia di essere investito anche chi - è capitato nei giorni scorsi alla Conferenza episcopale italiana, malgrado la posizione sia stata chiaramente espressa e ribadita - non ha preso partito, ma ha soltanto invitato a non disertare le urne dopo essersi correttamente informati. “Nell’interesse della Repubblica”, afferma il presidente Mattarella, le istituzioni non possono salire sul ring né accettarne la logica. Il messaggio, si diceva, è arrivato forte e chiaro. Resta da vedere se sarà anche recepito. E per quanto tempo, visto che un nuovo scossone è arrivato già nella serata di ieri, con la premier contro il Tribunale di Palermo che ha disposto il risarcimento della Ong Sea Watch. Così la premier sfida anche il Colle di Alessandro De Angelis La Stampa, 19 febbraio 2026 Secondo la grammatica di una volta, Carlo Nordio non se la sarebbe cavata con un comunicato di circostanza sul discorso di Sergio Mattarella, come se riguardasse altri e non ne fosse il destinatario principale. Si sarebbe posto, nell’ambito di un imbarazzo condiviso nel governo, il tema del suo passo indietro. L’uscita del capo dello Stato a difesa del Csm è davvero senza precedenti. Ed è stata determinata dall’accusa di “metodi mafiosi” da parte - anche qui senza precedenti - di un guardasigilli in carica. Che, per i successivi tre giorni, non ha trovato occasione per correggersi, né è stato spinto a correggersi o redarguito. E, sempre secondo la grammatica di una volta, dalle parole di Mattarella si sarebbe sentita interrogata anche Giorgia Meloni. Perché quelle parole non sono una limatura di un decreto o una moral suasion discreta, ma fissano un perimetro istituzionale dal quale non sconfinare. La premier avrebbe potuto cioè prendere il richiamo per ciò che è: un cartellino giallo, dopo il quale evitare ulteriori falli, compresi quelli dei suoi giocatori, nell’interesse del paese e, in fondo, anche nel suo. Già, anche suo. Il capo dello Stato per ben due volte ha usato la parola “necessità”, come a dire che si è trovato costretto a un atto eccezionale, ma non ha alcuna intenzione di essere trascinato nella pugna, purché tutto rientri nei binari della correttezza: si possono sostenere le ragioni di una riforma, anche con vigore, ma senza denigrare quotidianamente la magistratura e i suoi organismi. Insomma, Giorgia Meloni avrebbe potuto cogliere l’occasione per cambiare registro. In fondo, un’eventuale vittoria su un cumulo di macerie non fa bene a nessuno e una sua eventuale sconfitta, su questi presupposti, non è a costo zero per lei. È accaduto esattamente l’opposto. Ed è la ragione per cui Nordio non è stato mai sanzionato. Il guardasigilli ci avrà anche messo del suo nella scelta del bersaglio grosso e di parole particolarmente infelici ma, in fondo, è perfettamente in linea con l’impostazione di Giorgia Meloni. La conferma, di una linea che non cambia e del suo sfrontato rilancio, è nel video postato proprio poche ore dopo il discorso di Mattarella, tutto incentrato sul rispetto tra le istituzioni. È il secondo video in due giorni in cui, con toni piuttosto virulenti, la premier attacca i giudici, in perfetta sintonia col canovaccio seguito finora: la politicizzazione della pugna, scaricando sul presunto pregiudizio delle toghe tutto ciò che non va, dal Ponte sullo Stretto al tema immigrazione e sicurezza. La reazione dà il senso della sfida al Colle. Invece di rispettare il cartellino giallo, di fronte a un passaggio molto delicato, Giorgia Meloni ha reagito assecondando quella mentalità sospettosa e complottarda sull’operato del Quirinale che la porta vivere il richiamo come un drappo rosso davanti a cui eccitare ancor di più la corrida. Anche mettendo in conto una tensione istituzionale strisciante. Trumpismo in purezza, nel senso di giudici come “nemici” che impedirebbero di governare e una riforma presentata come una spedizione punitiva. Unzione popolare contro regole. È un registro che la porterà, inevitabilmente, a una campagna elettorale all’insegna della crescente politicizzazione fino alla personalizzazione. Non ascoltando Mattarella ha certificato che il referendum sarà sul governo e su di sé. Con annesse conseguenze. Giustizia riparativa, al via la rete nazionale: pronti i primi 36 centri di Giovanni M. Jacobazzi Il Dubbio, 19 febbraio 2026 Saranno attivati nei prossimi giorni, su tutto il territorio nazionale, i 36 Centri per la giustizia riparativa, nuova rete di servizi prevista dalla riforma introdotta con il decreto legislativo 150 del 2022. La giustizia riparativa si configura come una forma di giustizia complementare, basata su un incontro libero, volontario e consensuale tra vittima e autore del reato, facilitato da un mediatore esperto, figura terza, imparziale e qualificata. Il dialogo, che può avvenire in modo diretto o indiretto, si svolge in un contesto riservato e mira a far emergere bisogni, conseguenze e possibilità di riparazione. Lo scopo è duplice: da un lato offrire attenzione al danno e ai bisogni della vittima, dall'altro promuovere la responsabilizzazione e la rieducazione dell'autore, coinvolgendo anche la comunità. Il programma può concludersi con un esito riparativo simbolico, come scuse formali o impegni comportamentali, oppure materiale, attraverso risarcimenti, restituzioni o azioni concrete per attenuare gli effetti del reato. In caso di mancato accordo, il procedimento penale prosegue senza effetti negativi per l'imputato. Per il vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, che ha presentato ieri a Roma l'iniziativa, “il risultato raggiunto è ampiamente positivo”. Sisto ha richiamato inoltre il ruolo centrale del protocollo d'intesa come strumento di governance, volto ad assicurare l'erogazione uniforme dei servizi nel rispetto dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), garantendo accesso gratuito, volontario e non discriminatorio, riservatezza, tutela dei dati personali e impiego di mediatori qualificati. Sul piano economico, Sisto ha poi ricordato che il servizio sarà sostenuto dal Fondo nazionale per la giustizia riparativa, previsto dall'articolo 67 del decreto legislativo, con una dotazione di 8,9 milioni di euro annui per il 2025 e per gli anni 2026 e 2027, oltre alle risorse della Cassa delle ammende e a eventuali fondi europei. Le stime tecniche individuano in 224mila euro annui il fabbisogno per ciascun Centro. Alla conferenza è intervenuta anche Cristiana Rotunno, vice capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità. Rotunno ha definito la giustizia riparativa un modello che “non sostituisce la giustizia penale tradizionale, ma la completa”, parlando di un cambio di prospettiva sul reato, sulla vittima e sull'autore dell'offesa. Ha quindi ricordato il ruolo svolto dal Dipartimento nella costruzione del sistema, dal supporto alle Conferenze alla definizione degli standard di qualità, fino al coordinamento con enti locali e autorità giudiziaria. “Al momento c'è un primo elenco con oltre 300 iscritti, la figura del mediatore dovrà essere formata in modo interdisciplinare, non solo ad esempio, con competenza in materie giuridiche o psicologiche o sociologiche”, ha precisato Nicola Selvaggi, vice capo dell'Ufficio legislativo, accompagnato da Maria Elena Mastrojanni, magistrata addetta. Giustizia riparativa: il volto umano del diritto penale di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 19 febbraio 2026 “Perdono è la parola che apre il capitolo, non quella che chiude il libro”. A dirlo è Pumla Gobodo-Midikizela; psicoterapeuta e professoressa all’università di Stellenbosch, è tra le protagoniste del primo esempio di giustizia riparativa nel panorama giuridico internazionale: il processo di pacificazione in Sud Africa dopo l’apartheid. In un Paese ferito dalla persecuzione razziale della componente bianca verso quella nera, l’attività della Truth and Reconciliation Commission traccia una nuova, possibile via di convivenza nel Paese basata, appunto, sul perdono. Perdono che, se e quando arriva, non può fare a meno dell’incontro. Come quello tra Achille e Priamo nell’Iliade omerica: il re di Troia si presenta al guerriero per chiedere la restituzione del corpo del figlio Ettore, ucciso in duello. Le parole dell’anziano padre “non esasperano l’avversario, ma gli aprono gli occhi”, dice Nicola Selvaggi, vicecapo dell’ufficio legislativo del Ministero, durante la conferenza stampa di presentazione per l’apertura dei 36 nuovi centri di giustizia riparativa. E alla fine, l’assenso di Achille alla richiesta di Priamo scalfisce quel rigido codice guerresco che non accorda pietà al vinto. Alla base di questo nuovo modello c’è poi il dialogo. Come quello tra Agnese Moro, figlia dello statista rapito, sequestrato e ucciso dalle Brigate rosse, e Adriana Faranda, ex componente dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra. Due donne agli antipodi che, col tempo, hanno cercato di sanare l’una le ferite dell’altra. “Dopo la violenza, quando è arrivata la giustizia, non è cambiato niente. Non si è spezzata la catena del male. La giustizia aveva fatto il suo corso ma le mie ferite erano rimaste uguali”, dice Agnese Moro intervenendo in un recente convegno. A volte non basta la giustizia tradizionale; non è sufficiente l’irrogazione della pena. È necessario avere un interlocutore, ascoltare le ragioni dell’offesa dalla viva voce di chi ti ha offeso. E vale anche per l’autore del reato: il percorso di giustizia riparativa diventa, per dirla con le parole di Adriana Faranda, “una ricerca di sé stessi, ma anche un modo per capire, confrontandosi, cosa si era e ciò che si è commesso”. L’incontro libero, consensuale, attivo e volontario tra la vittima e l’autore del reato è alla base dei programmi di giustizia riparativa. Tra i due si svolge un dialogo, sia diretto, ma anche indiretto: per esempio, la vittima che non sia pronta a confrontarsi con chi l’ha offesa, può incontrare una persona condannata per lo stesso reato. I due sono aiutati da un soggetto terzo qualificato, ossia un mediatore in programmi di giustizia riparativa; una figura esperta, scelta tra quelle iscritte in un apposito elenco tenuto dal Ministero. Per accedere a un programma di giustizia riparativa è necessaria una richiesta, che può intervenire in qualsiasi fase del procedimento penale. Addirittura prima, non appena un reato è stato commesso; o dopo la sentenza, durante o dopo l’esecuzione della pena. L’autorità giudiziaria, valutati i presupposti, trasmette il fascicolo al Centro per la giustizia riparativa competente, dove i mediatori prendono in carico il caso. A partire dal decreto legislativo n. 150 del 2022, che ha introdotto in Italia il sistema della giustizia riparativa in materia penale, l’obiettivo del Ministero è stato quello di costruire una vera e propria rete nazionale di servizi dedicati. Nel luglio 2024 arriva l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Le 26 conferenze locali, attive nei distretti di Corte d’Appello, hanno poi individuato gli enti locali cui affidare il compito di istituire i centri. A ottobre 2025, la sottoscrizione dei protocolli: si sono resi disponibili 34 enti territoriali (4 Regioni, 29 comuni e una provincia) e sono stati censiti 36 servizi conformi ai requisiti di legge. Giustizia riparativa, Sisto: “Un link fra il sociale e il giuridico” di Fiorenza E. Aini gnewsonline.it, 19 febbraio 2026 “Una conferenza stampa si fa per annunciare quello che si ha intenzione di fare, noi la facciamo per dimostrare che abbiamo realizzato qualche cosa”. È così che questa mattina il Viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto ha avviato la conferenza stampa che si è tenuta presso il Ministero per presentare i risultati raggiunti in tema di Giustizia Riparativa. La giustizia riparativa è un approccio al reato che si concentra sulla riparazione del danno arrecato alla vittima e alla comunità, promuovendo il dialogo e la responsabilizzazione attiva dell’autore del reato, anziché la sola punizione. Complementare al sistema penale, facilita incontri tra le parti con l’aiuto di un mediatore per guarire le relazioni e superare il conflitto. Si parla dunque di percorsi alternativi di giustizia, paralleli e non sostitutivi di quelli tradizionali e possibili solo con il libero consenso di tutte le parti. “Una rivoluzione copernicana” é stata definita dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando nell’ottobre 2023 ha salutato i componenti della Conferenza nazionale per la giustizia riparativa, l’organismo cui partecipano rappresentanti degli Enti locali, della Cassa delle ammende ed esperti proprio nel campo della giustizia riparativa, con funzioni di consulenza tecnico-scientifica, e di cui oggi si illustrano i risultati raggiunti. “Abbiamo provato a tessere una specie di link fra l’impegno della giustizia e quello dei territori - ha proseguito il Viceministro - fra il sociale e il giuridico, nel tentativo di dare esecuzione al principio di rieducazione della pena, previsto dal 3° comma dell’articolo 27 della Costituzione. Responsabilizzare l’autore del reato nei rapporti con la vittima, costituisce una novità assoluta per l’ordinamento italiano introdotta dal decreto legislativo 150 del 2022”. Sono poi stati illustrati i 36 Centri per la giustizia riparativa, la cui realizzazione chiama in campo gli enti territoriali che si devono “caricare della responsabilità e della loro fattività”. Di “cambio di rotta” ha parlato Cristiana Rotunno, vice capo dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, che ha definito la giustizia riparativa “molto più di un istituto giuridico: é un cambio di sguardo sul reato, sulla vittima, sull’autore dell’offesa e sul ruolo della comunità. Un modello che non sostituisce la giustizia penale tradizionale, ma la completa, offrendo spazi di dialogo, responsabilizzazione e ricomposizione del conflitto”. Maria Teresa Romita, magistrato addetto al Gabinetto del Ministro, cui sul tema è affidato il coordinamento delle attività, ha descritto tutto il lavoro che è stato necessario mettere in campo perché si creassero le basi dei rapporti fra istituzioni, “creando matrimoni fra enti locali e i vari centri presenti sul territorio, che fossero disponibili a creare i centri per realizzare questa forma parallela di giustizia”. Un “lavoro entusiasmante e intenso” lo ha definito, che è approdato a questo importante traguardo. Per il Ministero anche lo stanziamento di risorse economiche non è stato di poco conto, perché come illustrato da Sonia Pigiani, dirigente della Struttura di missione per valutazione politiche pubbliche e revisione spesa, che ha illustrato i “finanziamenti ad hoc per realizzare i Centri sull’intero territorio” indicando gli importi impegnati per circa 15 milioni “che ci auguriamo si possano aumentare”. “Esito virtuoso di un lungo processo culturale e normativo che ha sempre avuto l’obiettivo di impiantare un paradigma di giustizia fondato sul dialogo e sull’incontro che non si sostituisce ma si affianca al modello penale tradizionale”. È così che il vice capo dell’Ufficio legislativo, Nicola Selvaggi, ha definito l’incontro che si e tenuto oggi nella sala Livatino del Ministero della giustizia. Facendo poi riferimento all’istituto della giustizia riparativa, ha ricordato che si tratta di “una prassi sociale molto risalente, talmente tanto da essere addirittura rispecchiata nell’incontro tra Achille e Priamo”. Se ne parla nell’Iliade, in cui si racconta come Priamo si sia recato nella tenda di Achille per chiedere che gli venga restituito il corpo del figlio. “L’incontro avviene nella tenda di Achille - ha proseguito Selvaggi - e questo ha suscitato nel nostro gruppo di lavoro una domanda: “in quale tenda si può immaginare l’incontro, nella nostra società complessa?”. Il viceministro Sisto ha poi dato la parola a colei che ha definito “centravanti di sfondamento”, per rimanere nel linguaggio sportivo di quella che ha definito “una squadra di calcio”. Maria Elena Mastrojanni, magistrata dell’Ufficio legislativo, ha parlato di un “impegno che è stato vissuto e svolto esattamente, come dicono gli studiosi della giustizia riparativa, con i metodi della stessa. Essere riparativi è un’attitudine, è una impostazione mentale non è solo un contenuto, e quindi si é cercato di far dialogare istituzioni che fra loro avevano tempi e modi diversi di rapportarsi. Un vero e proprio cambio di paradigma totale”. “L’impegno profuso è stato importante - ha proseguito Mastrojanni - i rapporti nati fra le istituzioni assolutamente nuovi. C’è voluto tempo per strutturarli, ma il ‘tempo necessario’ rimanda immediatamente a quello che serve per l’incontro fra le persone, un tempo che ha caratteristiche profondamente diverse da quello burocratico. Si è trattato anche qui di rispettare il tempo necessario per far parlare istituzioni che parlavano linguaggi differenti”. In conclusione Mastrojanni ha parlato di una “corrente sotterranea autogenerativa” che si è sperimentata durante i lavori, che è riuscita ad andare avanti fra mille difficoltà”. In definitiva “una giustizia che guarda alla risoluzione del conflitto è una risorsa nuova”. Sardegna. Detenuti in 41-bis, i sindacati: “Servono organici e reparti ospedalieri dedicati” Il Dubbio, 19 febbraio 2026 La Fns Cisl avverte sull’aumento di detenuti: “Per un 41-bis servono fino a 15 agenti per un trasferimento sanitario”. Il 24 febbraio mozioni in Consiglio, il 28 manifestazione a Cagliari. Il punto, dicono, non è fare polemica. È evitare che un trasferimento massiccio di detenuti sottoposti al 41-bis si trasformi in un problema di sicurezza operativa e di tenuta sanitaria per le carceri e per chi ci lavora. A lanciare l’allarme è la Fns Cisl Sardegna, con il segretario generale Giovanni Villa, che mette l’accento su una questione molto concreta: “Per l’arrivo di altri detenuti al 41bis in Sardegna ci battiamo perché la Polizia penitenziaria abbia risorse, organico, mezzi e reparti ospedalieri”. “Siamo già oltre quota cento”: i numeri e la preoccupazione sulla concentrazione - Villa spiega che nell’Isola ci sarebbe già una presenza significativa di detenuti in regime di carcere duro: “Ne abbiamo già un centinaio, 92 nel carcere sassarese di Bancali e 5 in quello nuorese di Badu ’e Carros”. E aggiunge la proiezione legata ai trasferimenti ipotizzati: “Ne sono previsti una cinquantina a Nuoro e altri 92 a Cagliari-Uta… così arriveremmo ad avere in Sardegna il 35-40 per cento del totale nazionale”. Nella lettura del sindacato, il problema non è solo il dato numerico in sé, ma la concentrazione: “Avremmo preferito una suddivisione più omogenea con le altre regioni”. Il nodo vero: sanità penitenziaria e scorte per i trasferimenti - La parte più “tecnica” del ragionamento è anche quella che rende meglio l’idea dell’impatto sul personale. Villa fa un esempio secco, legato alle visite e ai ricoveri: “Per trasportare un detenuto comune a una visita ospedaliera o un ricovero ci vogliono 3 o 4 unità, mentre per un 41bis ce ne vogliono 15”. Da qui la richiesta di rafforzare la rete sanitaria penitenziaria. Secondo quanto riferito dal sindacato, oggi “solo all’ospedale di Sassari c’è un repartino detentivo ospedaliero” e, in caso di necessità, bisognerebbe organizzare trasferimenti verso quella struttura. La proposta è esplicita: uno spazio analogo “dovrebbe esserci anche a Nuoro, Cagliari e Oristano”. Il 28 febbraio la manifestazione a Cagliari - Sul piano delle iniziative pubbliche, il 28 febbraio è in programma una manifestazione a Cagliari promossa dalla presidente della Regione Alessandra Todde, con appuntamento in piazza Palazzo. Villa chiarisce la linea: “Rispettiamo tutte le iniziative, il nostro impegno è che ci siano risorse, organici e strumenti per operare in sicurezza”. E conferma la partecipazione sindacale: “Alla manifestazione del 28 parteciperanno anche i sindacati confederali e noi sosterremo la linea della Cisl”. Il 24 febbraio il tema arriva in Consiglio regionale: due mozioni e un odg “alle Camere” - Prima della piazza, però, la questione entra nell’agenda istituzionale. Martedì 24 febbraio il Consiglio regionale della Sardegna discuterà due mozioni - una di maggioranza e una di opposizione - sul previsto trasferimento di 92 detenuti 41-bis nel carcere di Uta. Venezia. Dopo il suicidio di Consuelo, alla Giudecca per dire: “Qualcuno fuori vi pensa” di Ilaria Dioguardi vita.it, 19 febbraio 2026 Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio Consuelo, una trentasettenne detenuta nella Casa di reclusione veneziana della Giudecca, si è tolta la vita. È l'ottavo suicidio del 2026. “Il giorno dopo sono andata a trovare le donne in carcere: quella tragedia non riguarda solo loro, era necessario dirglielo”, afferma la scrittrice Giulia Ribaudo, che nell’istituto da dieci anni tiene corsi di scrittura. Per far sentire la vicinanza di chi sta fuori, l'associazione Closer invita a un presidio sull'isola, con delle luci, nella sera del 19 febbraio. “Vi abbraccio, sono qua perché fuori ho pensato che fosse giusto venire, stare con voi”. Alle donne detenute alla Giudecca di Venezia Giulia Ribaudo ha detto queste parole. Lei è una scrittrice che in quell’istituto da dieci anni tiene corsi di scrittura. Le ha scritte il giorno dopo il suicidio di Consuelo, 37 anni, avvenuto in una cella della casa di reclusione nella notte tra il 14 e il 15 febbraio. Ribaudo è fondatrice e presidente di Closer, associazione culturale che promuove attività di scrittura all’interno della Giudecca. “Penso che quella tragedia non riguardi soltanto loro. Per me era necessario dirglielo”. E per dirglielo ha scritto una lettera, pubblicata su Domani. L’associazione Antigone segnala che il 2025 è stato l’anno che ha fatto segnare il dato più alto di donne che si sono suicidate in carcere: sei. In questo 2026 Consuelo è già l’ottava persona detenuta che si è tolta la vita in cella, dall’inizio dell’anno (dati del dossier Morire di carcere di Ristretti orizzonti, aggiornati al 16 febbraio 2026). “Ci stiamo preparando a riaccogliervi” - “Ho scritto questa lettera perché credo che, nel momento in cui varchi la soglia del carcere, ti rendi conto che non è trasparente, che di fatto puoi essere completamente dimenticata. E che, in tanti contesti, sia anche semplice per una parte di popolazione dimenticarsi di certi problemi. Inoltre, è un modo per dire: “Ci stiamo preparando a riaccogliervi”“, spiega Ribaudo. “Dobbiamo pensare a loro quando usciranno, anche per avere la sicurezza che la pena funzioni, se dobbiamo veramente dare un ruolo alla pena: in questo momento non mi sembra ci sia la certezza che la pena abbia un ruolo”. “Ho sentito il bisogno di venire e di scrivere, perché la vita di Consuelo non venga assorbita dentro una grammatica rassicurante che trasforma una morte in fragilità individuale, un evento in deviazione, una responsabilità collettiva in destino personale”, scrive Ribaudo nella sua lettera. E ancora: “Scrivere è un modo per non lasciare che l’accaduto si chiuda su se stesso: per tenere aperta la domanda su che cosa stiamo facendo, in nome di chi, e a quale costo collettivo”. Una responsabilità collettiva - Ribaudo lavora nelle carceri dal 2012. “Negli istituti oggi accedono persone che sono estremamente vulnerabili. La società è sempre più ansiogena, sempre più fragile, sempre più vulnerabile, quindi, di conseguenza, lo è anche il carcere”, ci dice. “Nel momento in cui una morte è dentro un’istituzione statale, dobbiamo farcene carico per tutti quanti. Fuori la responsabilità è individuale, è personale, anche di fronte alla legge, ma dentro il carcere la responsabilità è collettiva, è della società, è dello Stato. Quindi, secondo me, è ben diversa la gestione”. Il silenzio delle donne - “Dopo aver saputo quello che era successo, ho detto alla direttrice che ero disponibile a essere vicina alle donne detenute. Mi sono immaginata di farle radunare tutte in sala teatro e di fare loro un bel discorso. Poi ho pensato che non fosse possibile perché, per queste iniziative, c’è bisogno di autorizzazioni. E allora il pomeriggio del giorno dopo, domenica scorsa, sono andata a trovarle”, racconta Ribaudo. “Quando mi sono ritrovata davanti alle loro celle, ero senza parole. Sono riuscita a dire soltanto: “Vi abbraccio, sono qua perché fuori ho pensato che fosse giusto venire, stare con voi”. Pensavo che quella tragedia non riguardasse soltanto loro, per me era necessario dirglielo. Quello che mi ha profondamente colpito è stato il silenzio delle donne. Non ho capito se non parlassero per rispetto del momento, perché erano rimaste senza parole o perché erano molto stanche: quella notte è stata difficile per tutte. Solo una, K., era arrabbiata, le ho spiegato che dovevano affrontare il momento in maniera collettiva”, prosegue. “In quel momento, tra tutte noi c’era complicità e ci siamo abbracciate. Una di loro mi ha guardato e mi ha detto: “Giulia, sono 10 anni che sei qua dentro, non manchi mai”“. Radicalizzare una tipologia di pensiero - “Il nostro compito è radicalizzare una tipologia di pensiero”, continua Ribaudo. “Una ragazza, il giorno dopo il suicidio, mi ha raccontato che non era mai successo, che era il primo suicidio alla Giudecca. Mi ha detto che sua madre è stata in quest’istituto 32 anni fa. Forse la “molla” che mi ha spinto scrivere la lettera è il fatto che chi ha avuto familiari detenuti, quel mondo lo conosce già e ritiene quasi normale, a un certo punto, cedere e finire in carcere. Ciò che è devastante, secondo me, è che dentro le carceri troviamo persone che sono quasi abituate a considerare quell’istituzione come parte integrante della propria esistenza”, prosegue, “come parte di una conseguenza di azioni che fanno. Mi chiedo perché non riusciamo ad avere dei servizi integrati, delle procedure per cui la recidiva non sia addirittura ereditaria, a un certo punto”. “Invitiamo a fare luce” - “La fragilità delle persone che ritroviamo dentro è una fragilità che rispecchia anche quello che c’è fuori”. Con Closer, associazione che quest’anno compie 10 anni, il progetto principale che Ribaudo porta avanti è “Interrogatorio alla scrittura”, degli eventi aperte alla cittadinanza, condotti dalle donne detenute, intervistando un autore o un’autrice. “Prepariamo le donne all’incontro pubblico, che è simile a quello che potrebbe esserci in una biblioteca, in una libreria. Il pubblico è misto tra persone libere e persone ristrette”, dice la scrittrice. Closer sta organizzando un presidio per venerdì 19 febbraio, alle ore 19. Si chiama “Invitiamo a fare luce”: “Andiamo alla Giudecca portandoci tutti delle pile, in modo tale che l’isola venga illuminata. A conferma che le donne non sono sole, che qualcuno le pensa”. La “doppia pena” delle donne - Della detenzione femminile “si parla sempre quando c’è qualcosa di positivo. E poi ci sono i grandi casi di cronaca. Le donne vivono una “doppia pena”, una è quella che stanno vivendo per essere state arrestate e l’altra pena è quella di aver abbandonato i figli, il marito, un genitore malato: hanno sempre un peso ulteriore molto più grande rispetto a quello che hanno gli uomini. O meglio, gli uomini ce l’hanno ma le donne dichiarano la loro sofferenza per non essere presenti fuori per i loro bambini, per i loro familiari”, prosegue Ribaudo. “È come se, quando sono detenute, facesse “comodo” vederle mamme. Nel momento in cui escono dobbiamo pensare ad un inserimento lavorativo, a trattarle come la società richiede, pensando a tutto il resto”. Mancanza di prospettive nel fine pena - “Un punto fondamentale su cui dobbiamo soffermarci è la mancanza di prospettive che vengono date nel momento in cui si avvicina il fine pena”, riflette Ribaudo. La donna che si è suicidata infatti sarebbe dovuta restare ancora per poco tempo in carcere: “Contesto la mancanza di prospettive che si hanno fuori, quando si esce. Questo, secondo me, è quasi peggio che non avere le docce calde negli istituti”. Ancona. Oltre cento iscritti da tutta Italia al percorso di formazione per volontari anconatoday.it, 19 febbraio 2026 Numerosi giovani under 30 tra i partecipanti, le dirette online seguite anche da altri Paesi europei hanno superato le 1.200 visualizzazioni. Il corso è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Si è concluso il 14 febbraio il percorso di formazione “Essere presenza nel mondo del carcere”, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV insieme a i volontari delle Marche dell’associazione. Oltre cento iscritti provenienti dalle regioni italiane, giovani under 30 e volontari con esperienza consolidata, hanno preso parte a un ciclo formativo, seguito anche da altri Paesi europei grazie alle dirette online che hanno superato le 1.200 visualizzazioni. A distinguere questo percorso dalla formazione tradizionale è stata una scelta metodologica precisa: affrontare insieme giustizia minorile e detenzione degli adulti. Questo approccio ha permesso ai partecipanti di confrontare direttamente i due sistemi penali, mettendone in luce differenze, criticità e continuità, e di acquisire una visione completa e integrata del mondo carcerario. Il percorso ha valorizzato competenze pratiche e creative dei volontari, dalla capacità di lettura ad alta voce e insegnamento della lingua italiana al supporto scolastico, dalle lingue straniere all’arte, alla musica e al teatro. Un capitale umano pronto a tradurre la propria preparazione in presenza concreta all’interno delle strutture penitenziarie, dove ascolto, empatia e accompagnamento diventano strumenti fondamentali di reinserimento sociale. Molti partecipanti hanno dichiarato di essere stati mossi da motivazioni valoriali profonde, come la tutela della dignità umana, il senso di responsabilità civile e il desiderio di contribuire al reinserimento sociale di persone detenute. Accanto a questo, è emersa la curiosità verso un mondo poco conosciuto, il desiderio di comprendere le dinamiche educative e trattamentali del carcere, e la volontà di crescere personalmente e professionalmente. L’apprezzamento per il corso è stato unanime: un equilibrio efficace tra teoria e pratica, pluralità di punti di vista e chiarezza intellettuale dei relatori, con interventi di magistrati, psicologi, educatori, criminologi, agenti penitenziari e volontari esperti. Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, in presenza e online, hanno affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale, la criminalità e le dipendenze. “Il corso - sottolinea Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli - ha fatto emergere un bisogno profondo di avvicinarsi al mondo carcerario. Oltre cento partecipanti, dalle Marche, dal resto d’Italia e anche dall’estero, hanno seguito con costanza gli incontri, maturando la convinzione di intraprendere questo cammino in modo consapevole e accompagnato”. Il percorso ha prodotto anche indicazioni per approfondimenti futuri, come incrementare gli incontri periodici per consolidare la continuità formativa e mantenere viva l’attenzione sui temi penitenziari. Al termine del corso, i volontari saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie dell’intero territorio nazionale. Oltre a sostenere detenuti e famiglie, potranno diventare portavoce delle loro condizioni, contribuendo a trasformare la pena nella sua funzione educativa e rieducativa, come previsto dalla Costituzione. “Non basta la buona volontà per entrare in carcere - sottolinea Caldart - in quanto servono competenze, capacità di ascolto e la consapevolezza che anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”. Intanto nuove Conferenze di volontari carcerari sono già in via di costituzione nelle Marche e in altre regioni d’Italia, segno di un modello di volontariato replicabile e capace di generare impatto sociale tangibile. Gli incontri di formazione resteranno visibili sul canale YouTube: San Vincenzo Italia - YouTube. Napoli. L’agricoltura e la cucina nelle mani dei detenuti di Poggioreale d Miriam Paola Agili italianotizie24.it, 19 febbraio 2026 Nelle carceri si costruisce si costruisce il futuro. Chi sconta una pena non è detto che debba scontarla anche dopo, quando la cella si chiude alle spalle. La società ha il dovere di accogliere chi ha pagato il suo debito. Rieducare è la parola scritta nell’articolo 27 della Costituzione e di programmi messi in atto nei penitenziari italiani ce ne sono. L’impegno di volontari, organizzazioni laiche e cattoliche è fuori discussione. Le organizzazioni imprenditoriali ed economiche, in verità, dovrebbero fare di più, ascoltando anche appelli solenni come quelli del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella o di Papa Francesco, prima e di Leone XIV, oggi. Percorso formativo - Un impegno vero è in atto in questi giorni tra Napoli e Capua. Poggioreale è uno dei penitenziari più affollati d’Europa e per questo, teatro anche di proteste. Ma il lavoro di reinserimento dei detenuti è ampio. Coldiretti Campania, Terranostra, l’azienda agricola Amico Bio e il carcere intitolato a “Giuseppe Salvia” sviluppano un percorso formativo che ha messo insieme agricoltura, cucina contadina e agriturismo. Un progetto concepito per il recupero personale, la responsabilizzazione e il reinserimento dei detenuti. Le attività sono partite nell’azienda agrituristica “La Colombaia” di Capua con i partecipanti a vivere un’esperienza immersa in un contesto agricolo e rurale reale. Cuochi di domani - Nelle prime due giornate i partecipanti hanno preso parte a momenti teorici e pratici dedicati alla cucina contadina, alla valorizzazione dei prodotti stagionali e locali. In questo, un ruolo importante è quello dei cuochi contadini di Terranostra che condividono con i detenuti competenze tecniche ed esperienze lavorative concrete. Insegnano trucchi, rivelano segreti per far eccellere dietro i fornelli gli attuali carcerati, domani uomini liberi. Nei locali dell’azienda si mescolando ingredienti e pazienza. “Le due giornate - spiega Coldiretti Campania - rappresentano solo l’inizio di un percorso più ampio che intende svilupparsi nel tempo, con l’obiettivo di costruire nuove opportunità di crescita personale e professionale”. L’originalità di quello che si sta facendo è replicabile in altre carceri per rafforzare il legame tra istituzione penitenziaria, mondo agricolo e territorio. Coldiretti ha aperto una strada, altri potrebbero seguire. Bolzano. ''Grazie a magistrati e polizia che mi hanno fermato in tempo'' di Martina Capovin Il Dolomiti, 19 febbraio 2026 A 15 anni pianificava l'omicidio di un senzatetto con una setta neonazista, ora è uno studente modello. Oggi 16enne, il giovane era finito incastrato da una setta nel dark web, costruiva ordigni e progettava violenze sui più fragili. ora frequenta una scuola ad indirizzo agrario ed è uno studente modello. Da membro di una setta che pianificava attentati e omicidi ad agricoltore, da satanista, neonazista, suprematista a 16enne pentito che cerca di costruirsi un futuro lontano da tutto quello che ha conosciuto in giovanissima età. Il percorso di recupero del sedicenne della Val d'Isarco, che venne arrestato poco più di un anno fa con accuse pesantissime legate al terrorismo internazionale ha segnato un punto di svolta decisamente positivo: attualmente detenuto in un istituto minorile del sud Italia, il giovane ha intrapreso un percorso di studi a indirizzo agrario, dimostrando un impegno e una condotta tali da spingere i giudici a sospendere il procedimento nei suoi confronti e a fissare una nuova udienza per il prossimo settembre. È uno dei migliori della classe, è grato per tutto ciò che sta facendo e scoprendo, per nuova vita che sta vivendo. È stato proprio il ragazzo, nel corso dell'udienza svoltasi negli scorsi giorni, ad esprimere profonda gratitudine verso la magistratura e verso le forze dell’ordine per essere stato “fermato in tempo”. Il ragazzo pianificava un omicidio, aveva costruito e fatto esplodere ordigni ed era pronto a compiere qualsiasi gesto la setta gli chiedesse. La vicenda era emersa nel corso di un'indagine condotta dalla Digos di Bolzano, che aveva svelato la militanza del giovane nella cellula “Rage Section 764”. Secondo l’accusa, il gruppo pianificava un omicidio rituale durante la cosiddetta “Settimana del Terrore”: l’obiettivo era selezionare una persona vulnerabile, come un senzatetto o un disabile, per ucciderla in un impianto sportivo della provincia, videoregistrare l’atto e pubblicarlo su siti russi del Dark Web. Al momento del fermo, avvenuto mentre il minore inviava l’ultimo messaggio in chat avvertendo della presenza della polizia alla porta, gli inquirenti avevano rinvenuto un arsenale inquietante composto da asce, ordigni rudimentali e una vasta mole di materiale pedopornografico e di richiamo neonazista. Il giovane utilizzava persino l’intelligenza artificiale per studiare le sensazioni dei terroristi durante gli attentati, dimostrando un livello di coinvolgimento ideologico altissimo. Sebbene le accuse di partecipazione ad associazione terroristica e fabbricazione di esplosivi rimangano gravi, il tribunale ha stabilito che per i prossimi 18 mesi il ragazzo dovrà proseguire questo cammino intrapreso. L'importante, come è stato stabilito dai giudici, è che il ragazzo stia lontano dalle vecchie frequentazioni e che riscopra una socialità nuova che non aveva mai vissuto. Attraverso il suo avvocato, Karl Swienbacher, il ragazzo ha ribadito il proprio sincero pentimento e la volontà di redimersi e soprattutto di proseguire lungo questo percorso intrapreso, lontano da tutto il male conosciuto fino ad ora. Vercelli. “Nel carcere tanta umanità, tra carenze e ritardi” La Sesia, 19 febbraio 2026 Le considerazioni delle consigliere regionali Pd Simona Paonessa ed Emanuela Verzella. “Nella giornata di martedì 17 febbraio abbiamo svolto una visita ispettiva presso la Casa Circondariale di Vercelli, dove siamo state accolte con grande disponibilità dal direttore Giovanni Rempiccia, dal comandante Mirko Trinchero e da tutto il personale impiegato nella struttura. Personale che, va detto, lavora quotidianamente in condizioni molto complesse e sotto organico, come in praticamente ogni Istituto Carcerario”: lo affermano le consigliere regionali del Pd Simona Paonessa ed Emanuela Verzella. Che continuano descrivendo una serie di criticità purtroppo comuni in molti Istituti Penitenziari su tutto il territorio nazionale: “Sono presenti alcuni problemi strutturali e l’ala sanitaria è ridotta all’osso, generando grandi problemi soprattutto nella gestione dei detenuti con problemi psichiatrici. È però molto importante, per il benessere dei detenuti e per agevolare il difficile lavoro degli agenti di Polizia Penitenziaria, implementare la presenza di psicologi e mediatori culturali che, ad oggi, svolgono servizio presso la struttura per solo 15 ore al mese. Risulta impattante anche la mancanza di un medico: oggi ne è presente solo uno ma dovrebbero essere almeno due. Proprio su questo tema, abbiamo portato avanti negli scorsi mesi una battaglia per l’introduzione del fascicolo sanitario elettronico anche dentro le carceri, con l’obiettivo di semplificare il lavoro degli operatori sanitari che lavorano nelle strutture carcerarie piemontesi e migliorando la qualità delle cure per una popolazione molto spesso dimenticata”. “Inoltre, abbiamo percepito una grande umanità da parte di Valeria Climaco, Capo Area del Settore Rieducativo, che lavora con impegno e dedizione in percorsi di reinserimento nella società per i detenuti. Ci teniamo a precisare - aggiungono le consigliere PD - che la dottoressa Climaco potrebbe andare in pensione da un anno ma sta rinviando il pensionamento per non abbandonare una situazione complessa, con personale giovane da formare, in un ambiente complicato. Conoscere persone che lavorano con così tanta attenzione al reinserimento sociale dei detenuti, dà tanta speranza in una società più giusta e inclusiva, che non si arrende nel lasciare indietro nessuno”. Proprio qui arriva la proverbiale “tirata d’orecchi” alla Regione Piemonte da parte di Paonessa e Verzella: “Sono stati portati avanti progetti per corsi di 300 ore di attività professionalizzanti come giardinaggio e cucina che i detenuti della Casa Circondariale di Vercelli dovrebbero svolgere per imparare un mestiere ma la Regione Piemonte è in ritardo nel dare il via libera per poter finalmente iniziare queste attività. Riconoscere lo scopo rieducativo e riabilitativo delle carceri è fondamentale e garantito dell'articolo 27 della Costituzione, investendo sull’offerta educativa e formativa, per migliorare le condizioni di vita dei detenuti e, al contempo, del personale impiegato nelle strutture”. Udine. Nella Casa circondariale parole e ascolto contro la radicalizzazione di Daniele Lettig rainews.it, 19 febbraio 2026 Nell'ambito del progetto Terra Forte promosso da Oikos che ha fatto tappa anche nella casa circondariale cittadina. Conoscere per capire, e per contrastare i pregiudizi da un lato, i rischi di radicalizzazione dall’altro. Questo lo spirito del progetto Terra Forte - territorio e radicalizzazione formazione e testimonianza, che ha visto il suo appuntamento conclusivo nella Casa circondariale di Udine. Una iniziativa organizzata dall’associazione Oikos su due binari paralleli. Una serie di incontri nei comuni di Cervignano, Fagagna, Palmanova, Udine e Terzo d’Aquileia, con domande libere su tutte le questioni legate ai fenomeni migratori. Giovanni Tonutti, presidente di Oikos: “Quanto costa l'accoglienza, perchè arrivano qua, perchè partono, come funziona il sistema di accoglienza, cosa fanno le persone durante il giorno, viene fatta luce su tante questioni e luoghi comuni”. E poi, due percorsi formativi rivolti agli psicologi e al personale (agenti di custodia ed educatori) che operano nelle carceri del FVG, condotti in collaborazione con il nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. Luca Guglielminetti, docente esperto di processi di radicalizzazione religiosa e violenta: “Se n'è discusso molto come il carcere possa essere uno dei luoghi in cui si sviluppano i processi di radicalizzazione ma il problema importante nella formazione è il fatto di non confondere il fenomeno della migrazione con la radicalizzazione”. Giovanni Tonutti, presidente di Oikos: “I corsi formativi sono stati costruiti con l'accento sulla genesi dei flussi migratori, le motivazioni che portano al viaggio, quali sono i sistemi di accoglienza, i comportamenti antisociali dipendono molto da quella che è la società di approdo e da come essa apre le porte”. Alessandria. “Memento Carceri”, incontro su sovraffollamento e funzione rieducativa della pena radiogold.it, 19 febbraio 2026 Si intitola “Memento Carceri - Sovraffollamento carcerario e funzione rieducativa della pena” l’incontro pubblico in programma il 25 febbraio alle 21 al Salone ex Taglieria del Pelo in corso XX Settembre 6. L’iniziativa, promosso dal partito Ora!, propone un confronto aperto sul sistema penitenziario tra sovraffollamento, suicidi e condizioni difficili negli istituti. Al centro del dibattito anche la trasformazione del carcere San Michele in 41-bis. “Il sistema carceri nasconde disagio e povertà sotto al tappeto, ma tra suicidi e condizioni difficili è pronto a scoppiare. Ora risponde con investimenti in strutture moderne, formazione e misure alternative per fermare la recidiva e razionalizzare l’uso delle risorse pubbliche” si legge nella presentazione dell’evento. Interverranno la divulgatrice e componente del direttivo nazionale del partito Ora! Sonia Graziani, il presidente della Camera Penale di Alessandria Giuseppe Cormaio, il segretario nazionale del sindacato Sappe Vicente Santilli, il presidente della cooperativa Idee in Fuga Carmine Falanga e il referente provinciale di Ora! Alessandria Matteo Bringiotti. L’appuntamento è a ingresso libero. Serve un’utopia concreta contro le istituzioni totali di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 19 febbraio 2026 L’utopia mediterranea di Valeria Verdolini (Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà, add editore, pp. 248, euro 18) si riconnette al pensiero meridiano del compianto Franco Cassano, nonché alla storia dirompente del progetto abolizionista di Franco Basaglia. D’altronde, c’è un filo rosso che lega Bari e Trieste: godono entrambe della possibilità di far sprofondare lo sguardo verso il confine tra il cielo e il mare. Studiosa e attivista, l’autrice ci conduce dentro le forme della violenza istituzionale, non limitandosi a stigmatizzarle, bensì offrendoci coraggiosamente la speranza di una via d’uscita. Di fronte alle frontiere chiuse, ai muri che dividono ed escludono, alle carceri che disumanizzano, alle polizie che si entificano fino a immedesimarsi nel potere, l’autrice propone il metodo abolizionista. Quello stesso metodo che la storia basagliana, forse ancora più efficacemente rispetto a quella della liberazione dalla schiavitù, ha dimostrato essere rivoluzionaria e resistente nel tempo. Il carcere, secondo Verdolini, può essere abolito. Esso è un’invenzione della modernità e siamo abituati a ritenerlo come l’unica pena possibile. Eppure non è riuscito a mantenere la sua promessa di pena meno disumana rispetto alle sanzioni corporali che caratterizzavano fino a fine ’700 la storia del potere punitivo. Il libro è ricco di microstorie (Verdolini usa i termini “frammenti” e “detriti”) che costituiscono il sostrato della sua proposta abolizionista di tutte le istituzioni totali. Le microstorie, come insegna Aldo Capitini, sono i tasselli di storie più complesse che fanno la storia, come gli esseri umani fanno l’umanità e l’indignazione di uno dà vita all’indignazione di molti. Nel libro compaiono le microstorie drammatiche di migranti lasciati morire in mare, di storie di razzismo, di persone torturate nelle prigioni o uccise da chi avrebbe dovuto occuparsi di ordine pubblico. Se le microstorie fanno la storia, allora è la storia a suggerire un cambio di paradigma. L’abolizionismo è ovviamente uno strumento neutro e non necessariamente connotabile in forma di progresso umanocentrico. C’è chi di questi tempi vorrebbe ben volentieri abolire la Costituzione o lo Stato di diritto. Può, però, essere la via nonviolenta attraverso cui immaginarci un futuro meno asfissiante di quello attuale. Verdolini ha il merito di fare anche una proposta politica, che lei definisce piccola, ma tanto piccola non è: rivoluzionare il mondo senza fare la rivoluzione. Di abolizione in abolizione (compresi lavoro salariato e proprietà) si dovrebbe arrivare alla costruzione di una società più giusta. Luigi Ferrajoli, con il suo costituzionalismo globale, ci ha insegnato come le grandi utopie si costruiscono nei tempi bui. Spinelli, Rossi e Colorni scrissero il loro manifesto europeista al confino di Ventotene. C’è un problema grosso come un macigno che ci assilla di questi tempi e si chiama sovranità. Il cosmopolitismo umanocentrico è l’antidoto. L’abolizionismo, per Verdolini, è la parola attraverso cui neutralizzare i crimini della sovranità. Anche di questo si parlerà oggi alla presentazione del libro: ore 18 alla Biblioteca Giuridica del Dipartimento di Giurisprudenza a Roma Tre. Vedemecum per una politica della liberazione di Roberto Ciccarelli Il Manifesto, 19 febbraio 2026 Scaffale “Abolire l'impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (add editore). L’abolizionismo è una politica fondata su un doppio movimento: il rovesciamento del potere attraverso la resistenza attiva e la creazione di nuove norme e di nuove forme di convivenza ispirate all’autonomia relazionale. Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (add editore, 245 pp., 18 euro) di Valeria Verdolini è un manifesto politico molto intenso che si muove tra la ricerca accademica e l’impegno dell’autrice che è anche la responsabile di Antigone Lombardia. “Abolire l’impossibile” indica una politica della liberazione che ha come oggetto ciò che nel presente è definito, appunto, impossibile. Si pensi alla naturalità con cui veniva percepita la schiavitù prima della sua abolizione. Ieri, come oggi, bisogna far emergere il possibile dentro l’impossibile, costruendolo concretamente attraverso una prassi collettiva capace di trasformare l’immaginario e le mentalità. Abolire non significa fare tabula rasa, ma creare nuove istituzioni, praticare costantemente la critica di quelle totali (carcere, manicomio, Cpr, la polizia), creare convergenze tra il femminismo, il marxismo, l’antirazzismo e l’anticapitalismo. Abolire implica inoltre l’organizzazione di un cambiamento inteso come un processo aperto e incompiuto. Si tratta di creare un’organizzazione collettiva il cui scopo è “disidentificare” la vita dalle categorie del dominio, dello sfruttamento e della gerarchia. Questa operazione intende mettere in crisi ciò che, in momento dato, si definisce “diritto” o “cittadinanza” e, di fatto, funziona come dispositivo di esclusione. L’abolizionismo è una politica fondata su un doppio movimento: il rovesciamento del potere attraverso la resistenza attiva e la creazione di nuove norme e di nuove forme di convivenza ispirate all’autonomia relazionale. A tale proposito Verdolini cita gli esempi dei centri antiviolenza autogestiti e delle reti di supporto sanitario e legale. Oggi l’abolizionismo delinea una strategia di decostruzione e ricostruzione dei rapporti sociali ispirata a un’idea di sicurezza non statale né militarizzata, ma intesa come cooperazione e responsabilità diffusa. Verdolini parla dell’abolizionismo penale, concentrato sulla critica del sistema della pena; di un abolizionismo istituzionale, volto allo smantellamento fisico dei luoghi di segregazione; di un abolizionismo trasformativo, orientato sulle condizioni materiali di povertà e razzismo. L’autrice prospetta un abolizionismo “mediterraneo” in un mare percorso da stragi dei migranti e dalla guerra a Gaza da trasformare in uno “spazio politico che può tornare ‘nostro’”, cioè uno “spazio di libertà”. Il rapporto tra questo abolizionismo con il femminismo marxista è fondamentale. Il testo recepisce le lezioni di Angela Davis, Ruth Wilson Gilmore e Mariame Kaba e le intreccia con la lotta contro le istituzioni totali sperimentata sin dagli anni Sessanta in Italia, in Francia e in Europa. In questo modo si crea un nesso tra le istanze della decarcerazione della società Usa e la genealogia europea di analisi del controllo che ha trovato vette intellettuali nei lavori di Alessandro Baratta e Massimo Pavarini in Italia. Il libro di Verdolini evidenzia inoltre la centralità di Franco Basaglia nell’abolizionismo. Ad unirli è la critica all’istituzione totale che esclude e punisce chi è considerato estraneo o non conforme. La prospettiva della “Abolition Democracy” diventa così lo strumento di analisi della realtà locale, a cominciare dall’inferno carcerario italiano. Per non perdere di vista la realtà mentre si guarda al futuro, il libro suggerisce di usare il garantismo di Luigi Ferrajoli come uno strumento di difesa immediata. Il “Diritto penale minimo” è inteso qui come uno scudo necessario per proteggere i diritti e i corpi di chi oggi subisce la violenza del sistema. Bisogna usare le regole esistenti per limitare i danni del populismo penale e contrastare il potere di punire. Perché abolire e non riformare? Se il riformismo si limita a levigare gli spigoli di un sistema oppressivo, l’abolizionismo riabita gli spazi del conflitto. Non si tratta di “umanizzare” la segregazione, ma creare infrastrutture di prossimità che spezzino l’automatismo della punizione. Per fare tutto questo bisogna generare una forte carica etica non proprio semplice da mantenere oggi. Per abolire il presente bisogna coltivare una “prassi della speranza”, cioè una “disciplina” capace di articolare il mondo nella sua versione più libera. Questo è il lavoro paziente di chi, aprendosi varchi oltre i confini, trasforma l’impossibile di oggi nel possibile di domani. Scuola. La “fuga dei bianchi” dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica di Andrea Ceredani Avvenire, 19 febbraio 2026 Gli esperti definiscono il fenomeno “white flight”, fotografando così la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nei quartieri centrali delle grandi città, lontani dalle periferie ad alto tasso di presenza straniera. “Così nascono sempre più classi ghetto e il tessuto sociale si strappa”. Nella Circoscrizione 5 di Torino, circa il 30% dei giovani in età scolastica ha cittadinanza straniera ma, entrando nelle scuole del quartiere, pare che gli studenti non italiani siano molti di più: in certe classi rappresentano la quasi totalità degli iscritti. Quel quartiere, Vallette, ha iniziato solo negli ultimi decenni a essere abitato da cittadini di moltissime nazionalità diverse. “Anche la scuola, di conseguenza, oggi è popolata da un mix di studenti stranieri - spiega ad Avvenire Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi -. Molte famiglie italiane, di fronte a questo scenario, preferiscono iscrivere i propri figli in altri istituti. Perciò, ci troviamo di fronte a sezioni quasi del tutto straniere”. L’esodo degli studenti italiani dalle scuole ad alto tasso di iscritti stranieri, in realtà, è una tendenza diffusa in tutte le maggiori città d’Italia da anni e, per questo, gli addetti al settore le hanno già affibbiato una definizione: “white flight”. Letteralmente, la “fuga dei bianchi”. Un fenomeno che determina, di fatto, la segregazione scolastica di molti alunni senza cittadinanza italiana. “I numeri lo spiegano bene - commenta Battaglia -. Le scuole che sono più accoglienti con gli stranieri, negli scorsi anni, hanno avuto molte meno iscrizioni. Quelle che sembrano più rigide hanno numeri più alti”. I più colpiti dal “white flight” sono i grandi centri urbani, dove si concentra la maggior parte degli studenti stranieri: Milano in testa (83.230 nell’anno scolastico 2023/24), seguita da Roma (68.079), Torino (41.461) e Brescia (33.558). Ma i numeri, secondo gli esperti, “vanno maneggiati con cura” perché “la concentrazione di alunni di seconda o terza generazione in pochi istituti non rappresenta di per sé un problema per l’apprendimento - spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6 di Milano -. Quella a cui assistiamo è piuttosto una fuga dalla povertà e dalle periferie verso il centro: chi ha la possibilità sceglie di spostarsi, mentre chi non ha i mezzi economici resta”. Un circolo vizioso che ha conseguenze educative negative sul percorso di tutti gli studenti. In scuole dove convivono alunni di lingua, provenienza ed estrazione socioeconomica diverse - spiega Berti - “tutti i ragazzi si arricchiscono di competenze nuove”. Concepire gli istituti a prevalenza straniera come scuole di “serie B”, al contrario, mina “il diritto di tutti a ottenere lo stesso livello di qualità educativa”. Il rischio principale, secondo Marco Battaglia, è “lo sfilacciamento del tessuto sociale”. In altre parole, che studenti italiani e stranieri non si conoscano e non si incontrino mai: “È una perdita per tutti - commenta - anche perché, nella mia esperienza, le medie migliori le hanno gli alunni stranieri”. Il meccanismo del “white flight” ha conseguenze evidenti a Milano, dove molte classi di periferia rasentano la quota del 100% di alunni con cittadinanza straniera, perché ritenute poco attrattive dalle famiglie italiane. Per disinnescare “il circolo vizioso che isola gli studenti stranieri”, il progetto Mixité, guidato dalla cooperativa sociale Diapason, ha introdotto servizi pomeridiani aggiuntivi in quattro istituti milanesi a rischio di segregazione: “Ci lavoriamo da due anni - spiega Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason - e i risultati sono positivi. Molte famiglie italiane hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole marginalizzate perché, di fatto, restano aperte tutti i pomeriggi”. Laboratori di scienze, giochi e doposcuola: tutto contribuisce “ad attirare i genitori italiani verso scuole che sono attente alle loro necessità”. L’obiettivo? “Al lungo termine - conclude Cargnelutti - vogliamo mutare una convinzione: quella secondo cui una scuola a maggioranza di studenti italiani svolga il programma in modo più completo e veloce. È solo una questione di pregiudizio”. Le scuole che hanno ridotto il tasso di segregazione scolastica, in effetti, sono anche quelle in cui genitori italiani e stranieri collaborano agli stessi progetti. È il caso del doposcuola dell’istituto Daniele Manin di Roma, di cui fa parte la scuola Di Donato, definita nel 2005 la più multietnica d’Italia, con iscritti da oltre 80 nazionalità diverse. Al termine delle lezioni, ogni giorno alle 16.30, nelle aule della Di Donato iniziano corsi di ogni genere: studio, basket, canto, pattinaggio. A organizzarli sono i volontari dell’Associazione genitori, ma anche docenti ed educatori. Il risultato? Secondo la mamma affidataria Francesca Valenza, che partecipa da anni, è un successo: “Le famiglie italiane qua possono trovare un’offerta formativa unica che li attrae e li spinge a intessere relazioni e legami affettivi con genitori di ogni provenienza. Insomma, superano il pregiudizio”. Fine vita. Mors tua, vita tua: la morte di una madre come liberazione di Alessandro Bernardini Il Domani, 19 febbraio 2026 La morte di una madre come liberazione. È strano anche solo scriverlo. La sua liberazione e quella di chi le è stato accanto nella malattia che hanno avuto a che fare con un Sistema sanitario nazionale completamente smantellato. Una malattia che ha fatto parte della sua vita adulta come una compagna feroce. Un’occupazione violenta che si è nutrita del suo corpo nonostante la resistenza, le cure, le speranze. Mia madre è morta in casa il 2 gennaio scorso. La sua morte è stata (ed è) un grande dolore per me e per i miei familiari. Ma è stata anche una liberazione. Una parola bellissima. Qualche giorno dopo il suo funerale ho preso il dizionario e ho trovato questo: “Liberazióne s. f. [dal lat. liberatio -onis]. - 1. L’atto, il fatto di liberare, di liberarsi o di essere liberato (da una soggezione, da un male, da un vincolo, da un controllo, ecc.): la l. degli schiavi, dei prigionieri; l. dalla schiavitù, dalla prigionia, da un pericolo, da un obbligo; l. di un detenuto”. La morte di una madre come liberazione. È strano anche solo scriverlo. La sua liberazione e quella di chi le è stato accanto nella malattia. Una malattia che ha fatto parte della sua vita adulta come una compagna feroce. Un’occupazione violenta che si è nutrita del suo corpo nonostante la resistenza, le cure, le speranze. Liberazione, quindi, da sé e da quello che si è diventate. Mia madre è morta dopo incalcolabili ore di chemioterapia, radioterapia, dopo operazioni di ogni genere e grado, risonanze magnetiche, Pet e dopo aver assistito allo smantellamento progressivo e inesorabile del Servizio sanitario nazionale, che, nonostante il suo logorio scricchiolante, ha comunque preso in carico la gestione della sua malattia. Per alcune visite specialistiche, ha fatto ricorso alla medicina privata, perché i tempi della sanità pubblica non corrispondono ai tempi della progressione di molte delle malattie che si prefigge di curare. È qui che diventa un discorso di classe. Arrivano quindi le truppe cammellate dell’intramoenia (o per meglio dire libera professione intramuraria), che sta a significare che, pagando una tariffa, nel giro di qualche giorno si va dallo stesso medico che ti visiterebbe tra un anno nel pubblico. È la stessa logica del datore di lavoro che invece di darti l’aumento di stipendio inserisce nel contratto un’assicurazione medica (detraibile) che garantisce in tutto o in parte la copertura per le spese sanitarie (nel privato). Una conquista sindacale, dicono. Lo chiamano welfare aziendale. Oppure la clinica privata che ti puoi permettere se hai fatto un’assicurazione medica premium che copre interventi costosi in tempi record e garantisce la possibilità di prendere in tempo qualcosa che tempo, appunto, non ne ha. Il Servizio sanitario nazionale, quindi, progressivamente assorbe tutte le persone che economicamente non sono in grado di pagare per curarsi. Diciamola meglio: quando la prestazione di cui si ha bisogno è atta alla prevenzione della malattia e quindi rientra nel novero del controllo, allora è possibile affidarsi al sistema pubblico che garantisce una copertura a medio lungo termine. Quando la malattia è conclamata allora entra in gioco il fattore tempo e inizia il corto circuito. Chi ha i soldi si cura, chi non ha i soldi aspetta di curarsi. Poi a un certo punto non ti puoi curare più. Come malata terminale è entrata nel sistema delle cure palliative sancite dalla legge 38/2010 che garantisce l’accesso universale alle cure e alla terapia del dolore per malati e familiari. Farmaci, ausili, ossigeno, sangue ed emoderivati sono forniti dalla struttura che ha in carico il/la paziente. È (sarebbe, quindi) il non plus ultra della sanità pubblica, la massima espressione dello stato sociale, quello che, in fondo ognuno di noi, almeno una volta, durante la classica discussione/scontro a tavola con lo zio sovranista di turno, si è trovato/a a difendere con malcelato patriottismo: “Per fortuna che qui in Italia comunque c’è ancora la sanità pubblica”. Strutture al collasso - L’Istituto tumori del Regina Elena di Roma, in cui mia madre era in cura, dopo averci comunicato che non c’era più niente da fare ci ha indicato una serie di strutture che avrebbero potuto fornire cure palliative in assistenza domiciliare (c’è anche l’opzione in hospice residenziali). Nessuna aveva nell’immediato la disponibilità di operatori o operatrici e non c’erano posti letto in hospice. Abbiamo cercato anche altre strutture, ce ne sono molte, ma la risposta è stata la stessa. Le stesse strutture che erogano il servizio di cura in convenzione con il Ssn possono erogarlo a pagamento fino a quando non si sbloccano le liste per entrare in assistenza. In questo caso in circa 48 ore si attiva il servizio. Si versa una caparra che poi viene restituita nel momento in cui si sblocca la lista nel pubblico (al netto delle prestazioni già erogate). Esistono poi fondazioni private con assistenza gratuita (supportate da donazioni) che coprono completamente il servizio. Anche qui si entra in lista di attesa. Le liste variano a seconda di diversi criteri: intensità del dolore; carico assistenziale sulla famiglia; solitudine e tempo di vita stimato, per garantire equità. Noi siamo stati fortunati o forse rispondevamo al profilo giusto, una di queste ci ha chiamato quasi subito e l’unico costo che ci è stato richiesto è stato quello del reperimento dei farmaci, che comunque per la maggior parte dei casi erano su prescrizione medica. Queste strutture private vanno a colmare il vuoto pubblico per quelle famiglie che non hanno il tempo di aspettare la lista di attesa perché la/il paziente semplicemente questo tempo non ce l’ha. Questo è il frutto dello smantellamento inarrestabile del Servizio sanitario nazionale che ha portato la mia famiglia a usufruire di un sistema di assistenza privata al 100 per cento e, per una strana e fortuita coincidenza di liste, lo abbiamo fatto gratuitamente, altrimenti avrebbe richiesto una caparra di 3500 euro. Non avremmo potuto farlo nel pubblico con il poco tempo che restava da vivere a mia madre. Avrebbe sofferto delle pene indicibili e la sua morte sarebbe stata un calvario (per usare un termine che ha che fare con la narrazione dei vangeli). La fondazione che ha attivato le cure palliative per mia madre è composta da ottimi professionisti che hanno dimostrato, oltreché competenza, anche una grande umanità. Le strutture che forniscono le cure palliative coprono però solo il servizio relativo alla somministrazione dei farmaci. Una paziente senza più le autonomie, incapace di muoversi, ha bisogno di assistenza continua. Ci è stato, quindi, consigliato di attivare il Cad (Centro assistenza domiciliare) tramite il medico di base, servizio diverso dalle cure palliative, che garantisce la copertura del Ssn per assistere il/la malato/a in casa, prendersene cura a livello igienico, psicologico, preparare pasti e garantire un sostegno alle famiglie. Anche qui siamo entrati in lista di attesa. In alternativa se si hanno i soldi si paga una persona, quella/o che, in uno svuotamento semantico, viene chiamata/o badante e che assiste in casa la malata/o. Abbiamo provato a trovare una persona, ma ci è stato detto che di solito chi fa questo mestiere punta a contratti di lavoro più a lungo termine che garantiscono un salario garantito. Si possono biasimare? Cure palliative - Poi siamo riusciti a trovare due cooperative disponibili, ma la trafila per attivare il servizio (tra i 1500 e i 2500 euro mensili a seconda del tipo di prestazione), prevedeva una tempistica di due settimane per l’attivazione e la durata minima di un mese. Non avevamo tutto questo tempo. Abbiamo deciso, quindi, di assistere a turno mia madre noi della famiglia. Del Cad pubblico non ne abbiamo più saputo niente. Con l’intensificarsi dei dolori e con la perdita totale dell’autonomia motoria mia madre è passata dalla morfina in gocce alle iniezioni. Con non poco stupore siamo stati velocemente “formati” dai medici palliativi sulla posologia dei farmaci da somministrarle ogni 8 ore con la siringa. L’incarico di iniettare la morfina, quindi, è spettato a noi della famiglia. Abbiamo fatto il calcolo delle dosi su una scala di sette giorni e ci siamo messi a comporre il cocktail di narcotici. Il servizio della fondazione prevedeva un intervento infermieristico una volta al giorno. Va da sé che se devi fare una iniezione ogni 8 ore non è possibile che lo faccia l’infermiera/e. Mia madre ha subìto inizialmente una sedazione moderata/superficiale, che non le ha tolto completamente la coscienza. Allo scadere dell’effetto di ogni dose riemergeva da uno stato dormiente a uno semicosciente in cui il dolore si svegliava con lei. Poi ha avuto dolori lancinanti e quindi si è passati a una sedazione più profonda (aumento delle dosi) che ha portato all’annullamento della coscienza temporanea in modo intermittente. Non riusciva a parlare, a volte sembrava sorridere, a volte dai suoi occhi semichiusi si intravedeva solo il bianco della sclera. Dopo qualche giorno, parlando con un amico che ha avuto la stessa esperienza col padre, sono venuto a conoscenza di uno strumento: l’elastomero. Un dispositivo sterile per l’infusione continua e controllata di farmaci. Ho chiamato il medico della fondazione chiedendo l’applicazione di questo strumento per mia madre. Lui ha manifestato una ritrosia evidente. Dopo una lunga discussione, anche accesa, ho chiesto apertamente se il motivo di quella opposizione fosse di natura religiosa o politica. Mi ha risposto di no e con grande calma, consapevole della gravità del momento, mi ha detto: “Lo sai che se mettiamo l’elastomero tua madre non si sveglia più?” Ho risposto di sì. La mattina dopo è venuto in casa e ha applicato la pompa elastomerica a rilascio continuo. Mia madre è entrata in un regime di sedazione continua e dopo tre giorni è morta. Insomma mia madre è stata aiutata a morire, perché di fatto i medici palliativi sono sostanzialmente soggetti atti ad accelerare i tempi di morte di una/un malata/o terminale, anche se legalmente le cure palliative non dovrebbero ritardare o velocizzare il decesso ma seguire il corso naturale della malattia. La sedazione palliativa, anche se profonda, dovrebbe mirare solo al controllo dei sintomi. La nostra famiglia ha incontrato un medico che ha mostrato pietas e dopo una reticenza iniziale ha agito secondo coscienza. Laica. Ma cosa dice la legislazione italiana sul fine vita? - Attualmente in Italia l’eutanasia costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale. Al contrario, il suicidio medicalmente assistito, in cui il/la paziente si autosomministra il farmaco letale, dopo averne fatto richiesta, in determinati casi e la sospensione delle cure - intesa come “eutanasia passiva” - costituiscono un diritto inviolabile in base alla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale e alla legge 219/2017. Il dibattito in Italia è aperto ed è conflittuale. C’è però un punto che è al centro della disputa politica/etica/religiosa: il potenziale di risveglio per pazienti in stato vegetativo. Alcuni pazienti possono avere una coscienza residua non evidente e potenzialmente quindi potrebbero risvegliarsi. È qui che per i pro life l’eutanasia è un abuso inaccettabile e la sospensione dei trattamenti eticamente discutibile. Ed è qui che, se il medico (obiettore magari) ritiene che il rifiuto alle cure di un rappresentante/tutore non sia nel miglior interesse del paziente o contrasti con la volontà del paziente stesso, il caso deve essere risolto tramite ricorso al giudice tutelare. Mia madre è stata “fortunata”, perché come malata terminale ha usufruito quasi immediatamente di dispositivi legali che hanno alleviato il suo dolore ed è stata seguita da un’equipe medica che ha seguito le nostre indicazioni, forzando i protocolli. E per me questa si chiama umanità. Quando era ancora in piena coscienza, stremata, privata delle sue autonomie e anche della dignità, mia madre ha dichiarato apertamente che la condizione in cui era costretta per lei non era vita. Lo ha detto senza disperazione, proprio perché lei amava la sua vita. L’abbiamo vista addormentarsi accompagnati dalla “normalizzazione” del suo stato. Chi si è preso cura dei propri cari in casa sa cosa intendo: a un certo punto cucini, fai il caffè, ti vedi un film, leggi un libro, vai in bagno, ridi persino e accanto a te hai una persona che ami che è lì, è viva, ma non c’è più. Sei consapevole che non risentirai la sua voce e non rivedrai mai più il suo sguardo. E il suo flebile respiro è l’unica cosa che ascolti davvero. Resti fermo in uno stato di sospensione, in attesa che accada qualcosa che ti porti via da lì. Riesco solo a immaginare quanto possa essere intollerabile trovarsi in una situazione simile per anni, a causa di ambiguità interpretative, perché in Italia non c’è una legge sul fine vita, nonostante le ripetute sollecitazioni della Corte costituzionale, che chiede con forza al Parlamento di intervenire emanando una normativa che preveda, per le persone malate, il diritto di autodeterminarsi, incluso l’accesso all’eutanasia. Questa legge non c’è perché ci sono forti resistenze e pressioni di lobby politiche e religiose che considerano una normativa in tal senso contraria alla salvaguardia della vita. C’è un vuoto legale che spesso viene riempito a colpi di sentenze. Un vuoto che rischia di espandersi se chi governa ha al suo interno rappresentanti di queste lobby e fa muro contro le decisioni della magistratura. Ogni liberazione nasce sempre da un conflitto e da uno stato di oppressione e qui torniamo al dizionario: l’atto, il fatto di liberare, di liberarsi o di essere liberato (da una soggezione, da un male, da un vincolo, da un controllo). Migranti: Cnca, “Il nuovo Ddl riduce tutele e diritti, anche i minorenni soli sotto attacco” agensir.it, 19 febbraio 2026 Una “netta contrarietà” e una “profonda preoccupazione” per le norme contenute nel Ddl sull’immigrazione varato dal Consiglio dei ministri. Le esprime oggi il Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) secondo cui “le misure annunciate - dalla riduzione del ‘prosieguo amministrativo’ a 19 anni al trasferimento della competenza per il rimpatrio assistito dal Tribunale per i minorenni al prefetto - rappresentano un arretramento rispetto alla legge 7 aprile 2017 n. 47 (“Legge Zampa”), riconosciuta in Europa come modello avanzato di protezione dell’infanzia migrante”. “Abbassare il prosieguo amministrativo - e dunque il tempo in cui i ragazzi e le ragazze possono godere di sostegno e accompagnamento da parte del sistema di protezione - da 21 a 19 anni significa interrompere percorsi educativi, formativi e lavorativi in fase di consolidamento, lasciando migliaia di giovani privi di sostegno proprio nel momento più delicato della transizione all’età adulta. Introdurre un limite più restrittivo per i minorenni migranti soli - rispetto a quelli italiani - determinerebbe, inoltre, una disparità fondata esclusivamente sulla cittadinanza, in evidente contrasto con l’articolo 3 della Costituzione e con il principio del superiore interesse del minorenne sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia”, viene spiegato, aggiungendo che “l’ordinamento italiano, infatti, già prevede per i minorenni collocati in comunità che non possono rientrare in famiglia la possibilità di misure di accompagnamento fino ai 21 anni. Ridurre tale possibilità solo per i cosiddetti ‘minorenni stranieri non accompagnati’ significa creare un doppio standard di tutela”. Per il Cnca, “anche il trasferimento della competenza sul rimpatrio assistito dal Tribunale per i minorenni al prefetto comporterebbe uno spostamento grave dall’ambito giurisdizionale a quello amministrativo di decisioni che incidono su diritti fondamentali”. “Non si può parlare di sicurezza mentre si smantellano strumenti che costruiscono inclusione e responsabilità”, dichiara Piero Mangano, vicepresidente del Cnca e coordinatore del Gruppo Minorenni migranti soli della federazione. “Tagliare il prosieguo amministrativo - sottolinea - significa interrompere percorsi di autonomia già avviati e spingere ragazzi e ragazze verso precarietà e marginalità. È una scelta che rischia di produrre più fragilità sociale, non meno. La protezione dei minorenni soli non è un costo da comprimere, ma un investimento sulla coesione e sulla qualità democratica del Paese”. Il Cnca “ritiene che l’introduzione di tali norme - di cui non si comprendono le finalità se non in una logica di contenimento dei costi e riduzione delle tutele - non produca maggiore sicurezza. Al contrario, indebolire gli strumenti di protezione significa aumentare il rischio di precarietà abitativa, sfruttamento lavorativo e marginalità sociale, con ricadute dirette sulle comunità locali e sugli enti territoriali chiamati a intervenire in situazioni emergenziali”. “Ridurre la tutela dei minorenni migranti soli - viene evidenziato - significa smantellare un presidio fondamentale di civiltà giuridica e di responsabilità istituzionale. Quando si abbassano le garanzie per i più vulnerabili, si erode l’intero sistema dei diritti. La protezione dei minorenni migranti soli non è una concessione, ma un obbligo costituzionale e internazionale. Arretrare su questo terreno significa allontanarsi dai principi su cui si fonda il nostro ordinamento democratico”. Migranti. Dentro al Cpr di Torino, tra violenze e solitudine di Rita Rapisardi Il Manifesto, 19 febbraio 2026 L'ispezione delle consigliere regionali Alice Ravinale (Avs): “Abbiamo visto tantissimi atti di autolesionismo, persone ingoiano oggetti, come pile o accendini, a volte bevono i detersivi”. “Tantissimi atti di autolesionismo, persone che si fanno male agli arti, contusioni ai piedi, ingoiano oggetti, come pile o accendini, a volte bevono i detersivi”, racconta Alice Ravinale, consigliera regionale Piemonte Avs, alla sua quarta ispezione da quando ha riaperto il Cpr di Torino a marzo scorso, dopo che era stato chiuso per due anni, danneggiato dopo le proteste di chi era rinchiuso. Insieme a lei c’erano Valentina Cera e Giulia Marro, anche loro consigliere, e hanno potuto constatare una situazione critica proprio per la fragilità di chi è dentro: “Abbiamo trovato parecchi ragazzi molto giovani, tutti con la stessa storia, minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia, seguiti da comunità e poi spesso passano per il carcere e finiscono lì dentro”, racconta Ravinale, “L’assurdità è che dal carcere non ti rinnovano i documenti, è impossibile avviare le procedure, poi escono e vengono trasferiti in Cpr”. Poi ci sono anche coloro che vivono in Italia e hanno famiglia. Al momento sono rinchiuse 69 persone, mentre la capienza è di circa 70 persone, molte aree sono ancora inagibili dopo gli incendi. Nove di queste sono marocchine, “quando non è possibile procedere ai rimpatri verso quel paese, molta gente rimane dentro inutilmente, trattenuti per sport”, aggiunge Ravinale. “Un trattamento inumano e un alto costo”. A confermarlo c’è un dato: da quando ha riaperto il cpr di corso Brunelleschi ha visto transitare 680 persone, solo 84 sono state rimpatriate. “Rimettiamo in strada persone completamente traumatizzate”. Uscire da un Cpr vuol dire aver addosso i traumi di una detenzione che chi è dentro vive con incredulità e ingiustizia. “Ma perché siamo qua e siamo trattati come animali?”, chiedono dentro: un sistema di detenzione amministrativa che vive nel limbo, con pochissime regole chiare e tempi che è difficile stabilire, anche per gli avvocati che seguono questi casi dall’esterno. La maggior parte degli “ospiti”, come vengono chiamati nel gergo dei centri, sono lì da un mese o due, una persona è invece presente da agosto. Hanno per lo più origini nordafricane, ma ci sono anche sudamericani, in particolare peruviani, il più giovane privato di libertà ha 18 anni. Secondo le consigliere la gestione del Cpr, che da quando ha riaperto è passata a Sanitalia, sembra essere migliore di quella precedente, anche se per chi è rinchiuso non esiste altra quotidianità se non quella di stare nella propria cella, senza nessun tipo di attività. “Certo, il problema rimane lo stesso, cioè che non dovrebbero esistere queste strutture”, continua Ravinale. Soprattutto è nell’area medica che diventa tutto più critico: gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno, ma sono percepiti come atti per essere liberati, ed è costante l’utilizzo di farmaci per calmare le persone all’interno, anche se non sono stati forniti dati sui quantitativi utilizzati. “Ho visto alcune persone molto rallentate - conclude Ravinale - per certo ci hanno confermato che quasi tutti utilizzano farmaci”. Migranti. Quei corpi riconsegnati dal mare ci ricordano che le vite vanno salvate di Antonio Maria Mira Avvenire, 19 febbraio 2026 Il Mediterraneo ridotto a un cimitero di migranti: basteranno quei mille morti, quei cadaveri o pezzi di cadaveri spiaggiati, per scegliere altre strade? Mille vite, mille volti, mille sorrisi, mille speranze, mille paure. Sono quelle naufragate nel Mediterraneo sotto i colpi del ciclone Harry. Presto dimenticate. Ma ora il mare ci restituisce quei volti non più volti, quelle speranze spezzate, quelle paure vissute stretti in un guscio di metallo, le “bare di latta”. Per ora ce ne ha restituite 15, delicatamente, quasi con rispetto, lungo le coste calabresi e siciliane. Corpi di uomini, donne, bambini. Senza un nome. Chissà se lo avranno mai? Ma persone, come tutti noi. Eppure sui social c’è chi commenta crudelmente “mille nullafacenti in meno”, o “gente che non sa che d’inverno non si fa il bagno”. Ben altre le parole di Papa Leone che non finiremo mai di citare, perché non possiamo, non dobbiamo dimenticarle e non possiamo, non dobbiamo dimenticare quelle persone. “Tante vittime - e fra loro quante madri, e quanti bambini! - dalle profondità del Mare nostrum gridano non solo al cielo, ma ai nostri cuori”. Ora da quelle profondità quelle persone riemergono perché almeno non siano dimenticate, per ferire i nostri cuori induriti, per obbligarci ad aprire gli occhi davanti a un dramma che non è un’emergenza. Il piccolo corpo del bimbo siriano Alan Kurdi, tre anni, la sua maglietta rossa i pantaloncini azzurri, la tenerezza del poliziotto che lo aveva raccolto sulla spiaggia, nel 2015 commossero e indignarono il mondo. “Mai più” si è ripetuto. Ma non basta commuoversi, bisogna muoversi. E l’indignazione è sterile se non porta a fatti concreti. Invece il Mediterraneo continua ad essere quel “mare mortuum” denunciato da papa Francesco. E allora il mare prova a ricordarcelo, riconsegnando uno al giorno quelle persone che non siamo stati capaci di salvare, che non abbiamo voluto salvare. Persone che gridano che non saranno i blocchi navali annunciati, “decreti sicurezza”, campi in Albania, Cpr, permessi di soggiorno sempre più difficili da ottenere, a fermarli, a fermare i loro viaggi della speranza e della disperazione. Quante volte ce lo hanno ripetuto “meglio i rischi del mare che la certezza di morire di violenze, torture, fame, degrado”. Condizioni e convinzioni su cui speculano trafficanti di uomini. Basteranno quei mille morti, quei cadaveri o pezzi di cadaveri spiaggiati, scegliere altre strade? La nostra Guardia costiera non ha mai smesso di salvare, diversamente da quella libica. Anche le Ong non hanno mai smesso di salvare, e lo faranno ancora, malgrado ostacoli e assurde penalizzazioni. Vanno aiutati e sostenuti. È la legge del mare, legge di vita. Assurdo e crudele che a ricordarcelo debbano essere quei corpi che proprio il mare ci sta riconsegnando. Migranti. L'Italia dovrà risarcire SeaWatch con 76mila euro, l'ira di Meloni sulle toghe di Lara Sirignano Corriere della Sera, 19 febbraio 2026 Salvini: premiati per aver forzato un divieto. Il presidente del tribunale: giudici denigrati. L’appello del capo dello Stato Sergio Mattarella al rispetto reciproco tra le istituzioni e l’invito ad abbassare i toni sembrano caduti nel vuoto. A poche ore dall’intervento del presidente della Repubblica al Consiglio superiore della magistratura, a riaprire il fronte della polemica è stata la sentenza con cui il tribunale di Palermo ha stabilito che lo Stato dovrà risarcire la ong SeaWatch con 76mila euro per il fermo illegittimo subito da una sua nave nel 2019. Le reazioni del centrodestra, con in testa la premier Meloni e il leader leghista Salvini, non si sono fatte attendere. “Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole”, commenta Meloni. Il riferimento è all’allora comandante dell’imbarcazione Carola Rackete che, in piena stagione dei decreti sicurezza, il 29 giugno del 2019, forzò il blocco navale della guardia di finanza per far sbarcare a Lampedusa 42 migranti soccorsi in acque libiche. La “Capitana”, così la chiamavano i suoi, venne arrestata per resistenza e violenza contro una nave da guerra (accusa da cui poi venne assolta) e l’imbarcazione messa sotto sequestro. Il 21 settembre i legali della organizzazione umanitaria fecero ricorso al prefetto di Agrigento senza avere risposta. Un silenzio assenso, così la ong interpretò la linea della prefettura. Alla nave, però, per altri 3 mesi fu impedito di prendere il mare e solo un ricorso d’urgenza sbloccò l’impasse. La restituzione dell’imbarcazione non ha chiuso il caso, perché la SeaWatch, ritenendo il fermo illegittimo, ha presentato il conto, ottenendo ieri dal tribunale la condanna dello Stato a risarcire le spese portuali, di agenzia e del carburante sostenute nei mesi del sequestro. “Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?”, si chiede, polemica, la premier. E di “decisione incredibile” parla Salvini, che aggiunge: “Il 22-23 marzo voterò Sì al referendum per cambiare questa in(Giustizia) che non funziona”. In difesa del provvedimento dei giudici scende in campo il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini. “La sentenza - dice - è stata emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti. Come ogni decisione è impugnabile. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto a ogni cittadino”. E con le toghe si schiera il Pd. “Restiamo noi senza parole di fronte all’ennesimo sconsiderato attacco alla magistratura da parte della premier - scrive il presidente dei senatori Boccia -. Dopo le sagge parole del capo dello Stato, nuovamente Meloni attacca in modo violento la magistratura. Non si può, per propaganda e per fare la faccia feroce, non rispettare la legge. La gestione dell’immigrazione del governo è stata ed è fallimentare. I nodi vengono al pettine”. Migranti. Così la lotta alle Ong ha provocato almeno 11mila morti in sette anni di Simona Musco Il Dubbio, 19 febbraio 2026 “Nell’arco temporale compreso tra il 2017 (anno a partire dal quale vengono avviati i primi procedimenti penali nei confronti dei membri di Ong tra cui quello nei confronti dell’equipaggio della Iuventa) e settembre 2023, il numero dei dispersi supera le 11 mila unità”. Basterebbe questo passaggio della memoria depositata ieri dagli avvocati Nicola Canestrini, Francesca Cancellaro e Alessandro Gamberini per capire l’effetto dell’indagine sulla Iuventa. Un’indagine che rappresenta il primo tentativo - sconfessato anche dall’accusa, che ha chiesto il non luogo a procedere - di trovare un legame tra le Ong e i trafficanti, in modo da riempire di senso l’espressione propagandistica “taxi del mare”. Ma le prove, stando a quanto affermato mercoledì dalla stessa procura di Trapani, non ci sono. E per tentare di trovare sono trascorsi sette anni, durante i quali migliaia di migranti sono morti in mare e una nave che avrebbe potuto salvarli è rimasta ad arrugginire. Il tutto costando allo Stato 3 milioni di euro. In mezzo ci sono leggi e decreti che hanno tentato di azzoppare i volontari disposti a uscire in mare per aiutare i disperati partiti alla ricerca di fortuna a bordo di bagnarole marce. Come quelli morti a pochi metri dalla spiaggia di Cutro, che forse avrebbero potuto essere salvati. L’ipotesi della procura è sintetizzabile nell’idea secondo cui tra il 2016 e il 2017 l’equipaggio della Iuventa, “anziché effettuare veri e propri soccorsi di persone in pericolo”, agisse “di concerto con le reti dei trafficanti libici, organizzando “consegne concordate” in acque internazionali di migranti che successivamente venivano trasportati sul territorio italiano”. Agli indagati è stato contestato anche il fatto che tali operazioni garantivano loro “maggiore visibilità pubblica e mediatica, con conseguente incremento della partecipazione - anche economica - dei propri sostenitori”. Un’ipotesi infamante, secondo la difesa, in linea con la narrazione pubblica di quegli anni. “Per molte delle sue caratteristiche il processo alla Iuventa rimarrà un unicum si legge nella memoria -. Ad esempio, è l’unico procedimento nel quale il sequestro preventivo di un’imbarcazione soccorritrice risulta ancora in essere dopo sette anni”. I legali mettono in fila tutte le norme che impongono l’obbligo di intervenire in soccorso dei migranti in mare, alle quali si aggiungono le numerose sentenze intervenute nel frattempo. Dal caso Mare Jonio a quello Open Arms, passando per la vicenda di Carola Rackete, sono anche i Tribunali a sostenere che le Ong sono “ambulanze del mare” e non “taxi”. Anche perché a seguito dell’interruzione, nel 2014, dell’operazione Mare nostrum (disposta dopo il tragico naufragio del 3 ottobre 2013 e accusata da più parti di incentivare partenze e sbarchi), i naufragi sono aumentati, sancendo il fallimento del sistema dei soccorsi degli Stati. Da qui l’indispensabilità delle Ong per la gestione dei soccorsi in mare, coprendone quasi la metà. Ma se in una prima fase tale ruolo veniva visto positivamente, l’avanzata delle destre e del M5S hanno contribuito a ribaltare la percezione: le Ong, all’improvviso, sono diventate brutte e cattive. “Sono molteplici i fattori che hanno contribuito a questo passaggio trasformativo in quel particolare frangente temporale - si legge nella memoria -: l’intensificarsi di campagne politico- mediatiche anti- Ong, la pubblicazione del Rapporto Risk Analysis for 2017 dell’Agenzia Frontex nel quale le Ong vengono presentate come pull factor anche in ragione della loro presenza attorno alle 12 miglia dalla costa libica, il Memorandum d’intesa Italia- Libia firmato a Roma il 2 febbraio 2017 che ha legittimato e valorizzato esponenzialmente la cooperazione tra i due Stati, la Commissione parlamentare sull’attività delle Ong e, da ultimo, la scelta di prevedere un “codice di condotta per le Ong impegnate nelle operazioni di salvataggio dei migranti in mare” ( luglio 2017)”. Fatti ai quali sono seguiti i decreti Salvini, quello Lamorgese e infine quello Piantedosi, tutti nell’ottica di togliere ossigeno alle Ong. La critica “riguarda il fatto che la loro attività non consisterebbe, semplicemente, nel soccorrere persone in pericolo, ma comprenderebbe, a monte, il pattugliamento delle acque marittime, alla ricerca di imbarcazioni da soccorrere”, con lo scopo “di aprire corridoi per l’ingresso (irregolare)”, di fatto incentivando “le partenze delle coste nordafricane”. Un presupposto falso, però: “Tale costrutto - scrivono gli avvocati - non è fondato giuridicamente e soprattutto non determina alcuna responsabilità penale in capo ai membri degli equipaggi”. In primis, “la libertà di navigazione in alto mare” è un diritto internazionalmente riconosciuto e “nessun trattato contempla un divieto espresso di condurre attività di ricerca prodromica al soccorso”. Anzi, le convenzioni Solas e Sar chiariscono “che le questioni relative alla salvaguardia della vita in mare hanno la precedenza rispetto a quelle relative allo status giuridico dei naufraghi”. Per quanto riguarda l’argomento del “pull factor”, “è stato accertato come non vi sia corrispondenza tra maggiore presenza delle navi delle Ong in mare e aumento del numero delle partenze, quest’ultimo dato essendo prevalentemente collegato alle previsioni metereologiche e a fattori geopolitici (in particolare, situazioni di instabilità nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo) che nulla hanno a che vedere con l’intensità delle attività di soccorso”. Quello che invece è certo è l’obbligo dei comandanti delle navi - pubbliche o private - “di prestare immediatamente soccorso alle persone che si trovano in condizioni di pericolo, indipendentemente dal modo in cui siano venuti a conoscenza della situazione”. Oggi e domani si tornerà in aula con i legali di Save the Children e Medici Senza Frontiere, tra i quali l’avvocata Alessia Angelini. La sentenza è prevista il 19 aprile. Migranti. Rimpatri forzati, secondo i dati del Garante sono diminuiti del 16,3 per cento Il Domani, 19 febbraio 2026 L’autorità indipendente l’anno scorso ha registrato 2.959 operazioni con scorta, a fronte delle 3.538 del 2024. Ha inciso un netto calo dei voli diretti verso la Tunisia. Le operazioni di rimpatrio forzato nel 2025 sono diminuite del 16,3 per cento rispetto all’anno precedente. In base alle due relazioni pubblicate dal Garante nazionale per le persone private della libertà personale nel 2024 le persone rimpatriate sono state 3.538, 2.959 l’anno scorso. Il lavoro del garante però fornisce solo i dati delle operazioni con scorta, mancano invece quelli effettuati senza la presenza di forze dell’ordine durante il volo. Il totale dei rimpatri era stato fornito da Eurostat, che ne aveva registrati 4.780. Un numero molto diverso da quello fornito dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a fine dicembre, quando aveva sostenuto - facendo un bilancio di fine anno - che le persone rimpatriate nel 2025 erano state 7mila. La provenienza - Tunisia, Egitto, Albania, Nigeria e Marocco sono i paesi dove sono state riportate la maggior parte delle persone. I rimpatri verso la Tunisia, con cui l’Italia ha firmato un accordo, sono diminuiti drasticamente: se nel 2024 erano 1.849 nel 2025 sono stati 600. Un cambio di rotta registrato da giugno dell’anno scorso in poi quando la curva verso il paese del nord Africa è diminuita di circa il 62 per cento. Sono invece aumentati nel 2025 i rimpatri verso l’Egitto, dove sono state portate 532 persone, a fronte delle 279 nel 2024. L’ufficio del garante poi distingue i rimpatri con voli charter, per i paesi fuori dall’Ue quando il numero di persone è elevato e gli accordi con il paese di rimpatrio lo consentono, e con voli di linea. La Tunisia è il paese dove sono atterrati la maggior parte dei voli charter (28), seguono l’Egitto (18), la Georgia (12), la Nigeria (6), il Pakistan e il Gambia (5). Un ulteriore elemento che mostra la diminuzione dei rimpatri verso la Tunisia, dove nel 2024 erano stati 78 i voli charter atterrati. Le quote minori invece interessano Asia e America Latina, dimostrando così che è possibile portare a termine rimpatri solo se esistono degli accordi con gli stati di origine. Nel 2025, delle 2.959 persone rimpatriate con scorta della polizia di stato, 1.443 erano trattenute nei Centri di permanenza per i rimpatri. In maggioranza provenivano dal centro di detenzione amministrativa di Milano (271), secondo quello di Caltanissetta (245). Quello di Brindisi, invece, è quello che ha registrato il minor numero di rimpatri. Nell’anno precedente, invece, delle 3.538 quelle provenienti da un Cpr erano 2.384. “Il maggior numero risulta essere stato rimpatriato dal Cpr di Caltanissetta”, scrive l’ufficio del garante. Il 70 per cento dei cittadini stranieri rimpatriati nel 2025 ha tra i 21 e i 40 anni. Una percentuale simile al 2024, quando erano il 75 per cento le persone in quella fascia di età. La quasi totalità sono poi uomini: 48 donne e 2.911 uomini l’anno scorso, 27 e 3.511 quello precedente.