Benno, una scelta non solo formale di Gabriele Di Luca Corriere dell’Alto Adige, 18 febbraio 2026 Se la pena diventa esclusivamente afflizione, tradisce il dettato costituzionale che la vuole orientata alla rieducazione - senza distinguere tra reati “meritevoli” o “immeritevoli” di tale prospettiva. In questo senso, la possibilità che un detenuto lavori, frequenti corsi o partecipi a percorsi di recupero non è un premio, ma uno strumento ordinamentale. Non sostituisce la pena, non cancella la responsabilità, non restituisce ciò che è stato tolto. Offre però uno spazio in cui la persona resta soggetto e non semplice corpo da custodire. Il trasferimento di Benno Neumair dal carcere di Verona a Padova, non è soltanto un fatto amministrativo. È un passaggio che riapre una questione più ampia: quale idea di pena vogliamo sostenere in uno Stato costituzionale? Neumair sta scontando l’ergastolo per l’omicidio dei genitori. La condanna è definitiva, la detenzione resta piena. Tuttavia, l’approdo a una struttura come il carcere Due Palazzi di Padova - grande, articolata, dotata di laboratori e percorsi formativi - introduce la possibilità, almeno teorica, di lavorare e studiare durante la reclusione. Per alcuni, questo rappresenta un’inaccettabile attenuazione della pena. Per altri, è l’attuazione minima di un principio giuridico inderogabile. Non esiste, infatti, livello più aberrante di chi auspica una pena ridotta a mera restrizione della libertà, mescolata a una sofferenza psico-fisica che, nelle sue espressioni più comuni, coincide con la realtà concreta del carcere. Sovraffollamento, isolamento, impoverimento relazionale: in molte situazioni la detenzione assume tratti che sfiorano una forma strutturale di violenza. Se la pena diventa esclusivamente afflizione, tradisce il dettato costituzionale che la vuole orientata alla rieducazione - senza distinguere tra reati “meritevoli” o “immeritevoli” di tale prospettiva. In questo senso, la possibilità che un detenuto lavori in officina, frequenti corsi o partecipi a percorsi di recupero non è un premio, ma uno strumento ordinamentale. Non sostituisce la pena, non cancella la responsabilità, non restituisce ciò che è stato tolto. Offre però uno spazio - limitato e interno alla detenzione - in cui la persona resta soggetto e non semplice corpo da custodire. Il dibattito si fa ancora più radicale se lo si colloca nel solco tracciato da Valeria Verdolini, nel suo libro “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (Add Editore, 2025). Verdolini invita a riconoscere che il carcere non è solo uno strumento neutro di esecuzione della pena, ma un dispositivo che produce e riproduce forme di violenza, spesso normalizzate. “Abolire l’impossibile” significa allora interrogarsi sulla centralità stessa dell’istituzione carceraria e sulle alternative praticabili: prevenzione sociale, giustizia riparativa, riduzione drastica del ricorso alla detenzione. Nel caso Neumair, le fonti riferiscono l’assenza di segnali evidenti di pentimento e la mancanza di rapporti con la sorella. Ma la rieducazione, in un ordinamento costituzionale, non è subordinata a una dichiarazione pubblica di ravvedimento. È un dovere dello Stato offrire strumenti; è una scelta del detenuto farne uso. I cittadini, se credono nei principi costituzionali, dovrebbero sostenere ogni concreta attuazione di tali strumenti, anche quando il nome coinvolto suscita comprensibile riprovazione. Resta, infine, la questione più esigente: umanizzare il carcere basta? O occorre immaginare un orizzonte in cui il carcere non sia più la risposta centrale al conflitto sociale? Il trasferimento da Verona a Padova non modifica la gravità del crimine né alleggerisce l’ergastolo. Ma costringe a confrontarsi con una scelta di fondo: una pena concepita come vendetta prolungata o una pena pensata come percorso, per quanto controverso e imperfetto, dentro e forse oltre l’istituzione carceraria. Carceri: un buco nero da cui non si esce di Sabrina Magnani Rocca, 18 febbraio 2026 Una media di sovraffollamento che ondeggia dal 130 al 200% a seconda degli istituti di pena, un numero di detenuti che a fine 2025 oltrepassava i 62 mila contro i 45 mila previsti come capienza massima, una percentuale di recidiva che oscilla dal 70 al 90% a seconda delle regioni, un tasso di suicidi che nel 2025 ha toccato la cifra record di 80 (il più alto degli ultimi anni) e che già nel solo mese di gennaio ha registrato otto casi: questa è la drammatica situazione in cui si trovano le carceri italiane che solo sporadicamente cadono sotto l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica che dovrebbe prendersene carico. Al contrario, l’attuale Governo con il proliferare del numero dei reati in nome di una velleitaria pretesa di maggiore sicurezza, non fa che alimentare la popolazione carceraria senza sostenere, con risorse economiche e di personale adeguate, la loro finalità primaria, quella del reintegro sociale, e senza tentare di migliorare le condizioni di vita dei detenuti e anche di chi in carcere lavora e opera, anzi, cronicizzando una situazione già più volte sanzionata anche a livello europeo. Quale sia la genesi di questa situazione e le problematiche tuttora esistenti lo abbiamo chiesto a Nicola D’Amore, sovrintendente capo di polizia penitenziaria. Lei lavora da venti anni nell’amministrazione penitenziaria con esperienze in varie carceri italiane. Come si è arrivati alla situazione odierna nonostante la tradizione italiana connessa all’idea di recupero sociale? La legge penitenziaria del 1975 nasce da una visione politica non paragonabile a quella odierna, si inserisce nel decennio delle grandi riforme sociali in cui la politica recepiva le istanze della società. La delinquenza politica di quegli anni di forti scontri ideologici fece sì che le condizioni di vita nelle carceri migliorassero. La politica ha preso in carico il miglioramento della vita nelle carceri sostituendo l’ordinamento fascista con finalità punitive, con una riforma che divenne un modello per tutta Europa e che rispondeva alla logica del recupero del carcerato, della sua riabilitazione in ambito sociale. Nel 1981 ci fu la smilitarizzazione della polizia penitenziaria e nel 1986 della legge Gozzini anch’essa partita da quella stessa logica e finalità rieducativa e reintegrativa e si introdussero e rafforzarono misure alternative alla detenzione per i reati minori e misure atte all’integrazione e al recupero all’esterno del carcere. Negli anni 90 ci fu la riforma della polizia penitenziaria e con l’epoca stragista si instaurò nelle carceri un’organizzazione diversa, con circuiti penitenziari diversificati, con una suddivisione per evitare che delinquenti comuni stessero insieme a quelli mafiosi, grazie alle disposizioni dell’allora direttore del Dap (Direzione amministrativa penitenziaria) Nicola Amato, già magistrato e giurista. Queste riforme furono realizzate da persone che avevano competenze, cosa che a mio parere oggi manca. E cosa è accaduto dopo questa stagioni di riforme, dagli anni 90 in poi? Dagli anni 90 in poi il carcere è stato un susseguirsi di situazioni emergenziali. Ogni volta si è intervenuto con leggi che hanno messo una toppa ma non hanno mai risolto il problema. Questo non è un problema imputabile solo al legislatore ma è in primis culturale, perché sul carcere c’è bisogno di fare investimento sociale che si sarebbe potuto fare ma non si è fatto. L’ultima grande occasione persa è stata con il Covid, quando per necessità furono introdotte misure come i colloqui con la videochiamata. Tuttavia, passata l’emergenza epidemica, non si è continuato in quella strada. Furono introdotte piattaforme digitali per consentire colloqui on line con i familiari dei detenuti, si sarebbe dovuto continuare su questa strada in maniera pragmatica, sarebbe stata un’occasione per cambiare, per capire che la società è cambiata e bisognava muoversi anche con queste nuove modalità, ma è stata un’occasione persa perché tutto quello che è succeduto dopo è stato eliminato. E oggi viviamo una situazione drammatica in tutte le carceri d’Italia, con un sovraffollamento ovunque. Il carcere è diventato uno strumento di cui la società si è dotata per spostare i problemi dalla società a un luogo separato. I problemi del carcere oggi sono gli stessi su tutto il territorio nazionale o mostrano delle differenziazioni? I problemi sociali sono differenti da città a città. Io lavoro da alcuni anni al carcere Dozza di Bologna, dove a fronte di una capacità di 500 persone ce ne sono poco meno di 900. A Bologna la detenzione è legata a processi migratori con progetti troppo deboli, con ragazzi giovani di provenienza per lo più nordafricana, che arrivano già con organizzazioni che li cooptano con false promesse di lavoro, e che vengono o dal territorio o da altre carceri. La cosa che colpisce è che sono già strutturati per stare in carcere, cioè quell’atteggiamento scioccante che era l’entrata in carcere ora non si assiste più. Anzi, il passaggio una volta maggiorenne al carcere degli adulti viene visto come un progredire, una sorta di superamento di un rito di iniziazione, nella “scala sociale” all’interno del carcere. Queste situazioni si creano per mancanza di risposte dal territorio come l’assistenza sanitaria e l’istruzione, per cui il passaggio alla delinquenza per garantire la sopravvivenza è un passaggio inevitabile. Mi meraviglia che una città come Bologna che è sempre stata attenta e ha investito nel sociale ora non riesca a contenere questi fenomeni… In questi anni c’è una difficoltà evidente, il vero problema sta nei servizi, nell’offerta dei servizi ormai saturi per queste persone. Voglio precisare che è così in quasi tutte le città del Nord Italia, non è solo un problema di Bologna. Al sud Italia ci sono altre emergenze sociali, come la piccola criminalità che poi diviene criminalità organizzata con radici storiche ben definite. In entrambi i contesti il carcere si connota per costi notevoli sia economici che sociali perché non restituisce alla società persone diverse. Ne deriva una percentuale di recidiva altissima, per cui 7 persone su 10 tornano in carcere, al sud in molti casi sono 9 su 10. Se dovessimo giudicare il carcere da questo punto di vista dovremmo decretarne il totale fallimento. E che ne resta delle riforme sociali degli anni 80 come la Gozzini e le riforme successive che puntavano al recupero e all’inclusione sociale? Quelle visioni sono scomparse, ci vorrebbe ora un investimento che oggi manca, perché associare una persona al carcere per un reato minore non ha senso, ha un costo sociale notevole ma anche in termini di diritti. Se uno viene arrestato perché ha fatto un furto al supermercato viene associato al fatto che non ha un tetto sotto cui andare e per questo quel reato si trasforma in incarcerazione tutto il tempo fino alla sentenza definitiva, diversamente sarebbe per un italiano che ha una rete familiare nel territorio. Quindi in mancanza di tali requisiti il territorio diventa una componente fondamentale per evitare carcerazioni inutili e aggravanti sulla situazione generale. Il carcere quindi peggiora quando il territorio non contribuisce a risolvere elementi che ne facilitano l’applicazione. Oggi in carcere vediamo un elevato numero di ragazzi, all’interno poi la situazione si aggrava, si pensa che il carcere sia un luogo impermeabile in realtà in carcere ci sono le stesse dinamiche delinquenziali che ci sono sul territorio, e il carcere diviene la riproposizione dell’esterno, in carcere si vende droga, si assumono farmaci che danno dipendenza, si consuma alcol. Ma come è possibile una situazione del genere? Non ci sono adeguati controlli? La “roba” arriva in diversi modi, la più in voga ora è con i droni, o con semplici lanci, in altre carceri anche con corruzione del personale medico e paramedico, qualche volta anche di polizia penitenziaria, in alcuni casi anche di qualche sacerdote. C’è un’economia sommersa. In carcere non ci sono soldi ma c’è il baratto o vengono effettuati bonifici dai familiari stessi, è un’economia criminale che fa affari. Il costo di tutto ciò che è illegale nelle carceri è quadruplicato. Se fuori un grammo di Hashish costa 15 euro dentro costa 80 euro, un telefonino che costa 400 euro in carcere costa 2.000 euro. Circa i controlli, è una situazione complessa perché parliamo di quantitativi piccoli che possono sfuggire, il personale poi è sempre sotto stress perché le carceri sono concepite per avere circa 45 mila persone invece siamo a 63 mila. In questo periodo poi c’è stata una specifica difficoltà legata al cambio generazionale dei poliziotti penitenziari, dovuto al nuovo bando di assunzione di qualche anno fa; questi ragazzi escono dalle scuole con una formazione “express” di soli 4 mesi di fronte a problemi sociali complessi, e si trovano in situazioni spesso anche rischiose, o umanamente che ti toccano, e si registra negli ultimi tempi un elevato numero di personale che chiede le dimissioni. E ciò accade perché il carcere non riesce a dare le risposte che dovrebbe dare, quelle costituzionali, sul diritto alla salute, alla formazione: pensiamo solo agli educatori che in tutta Italia sono appena 2.000. Anche le misure alternative, quelle previste dalla Gozzini, si possono attuare ma solo se ci sono i presupposti, per esempio avere banalmente un tetto sotto cui dormire per poter fare un lavoro esterno. Se manca questo è molto difficile applicarle. Non è il carcere che deve dare lavoro, è il territorio che dovrebbe farlo. Un altro aspetto è quello delle dipendenze. Si porta avanti la politica della riduzione del danno, non c’è un’azione terapeutica di recupero. Le carceri sono pure passate dalla competenza nazionale a quella regionale, per cui c’è l’assistenza sanitaria regionale ma con le carenze che si riscontrano anche fuori dal carcere come la scarsità di psicologi. Questa situazione è alla base anche dell’alto numero di suicidi? Certo, ci sono problemi di sicurezza, per esempio non essendoci la possibilità di usare cose elettriche per vivande che non siano quelle che passa la direzione si usano fornellini a gas che sono pericolosi. Sono fornelletti da campeggio. Poi c’è questa nuova pratica che è lo sniffing. Chi non ha la possibilità di acquistare droga all’interno del carcere fanno uso di questa modalità per stordirsi importata dai carcerati di origine sudamericana è una pratica che ha sostituito quella con la colla. E spesso molti muoiono, inalano gas e si coprono il volto per stordirsi, ma cosi rischiano la morte. Il carcere oggi è un vero e proprio buco nero abitato da persone povere e con tanti problemi sociali e non è in grado di garantire servizi adeguati a tali necessità. Questo fa sì che anche nel carcere si riproduca la stessa stratificazione sociale che si trova all’esterno. A Bologna, così come in molte città del nord, avviene una stratificazione tra detenuti a seconda della provenienza geografica ed appartenenza etnica, con albanesi e persone dell’est da una parte, italiani da un’altra, nordafricani da un’altra. E chi ha potere d’acquisto, perché ha più risorse sue interne o esterne, ha pure più potere criminale. E tale potere va a coprire il vuoto lasciato dalla mancanza di alternative e di servizi sociali adeguati, per cui si ripropone ciò che accade fuori, quindi se non hai risorse tue io ti offro di lavorare per me spacciando droga, per esempio, all’interno del carcere. Al sud si traduce nella riproposizione del potere della criminalità organizzata che c’è all’esterno, di conseguenza membri che sono in carcere offrono lavoro per loro e per le cosche di cui fanno parte a chi è più povero e debole. Per questo si spiega l’alto tasso di recidiva e il fatto che dal quel circuito non se ne esce più. In molte carceri come a Bologna c’è un valido volontariato, che ruolo ha? Le misure alternative non sono sufficienti, sono troppo poche per mancanza di risorse, economiche e di personale, nonché ciò prima accennato e cioè la mancanza di prerequisiti perché si possano applicare come la mancanza del lavoro, di un tetto sulla testa. Il volontariato fa una grossa parte, fa un grande lavoro ma siamo di fronte a numeri di detenuti troppo alti. Un’istituzione carceraria completamente staccata dal territorio fa sì che poi si generino questo tipo di condotte. Non si può pensare al carcere come un luogo della città completamente isolato. Tutto ciò che avviene in esso è legato anche alla geopolitica. Per cui ad esempio pure le migrazioni sono un problema come la situazione dei minori non accompagnati che se non hanno risposte dal territorio e istituzionali fin dal loro arrivo poi finiscono per adottare comportamenti criminali e riversarsi nel carcere. Ora si parla del metal detector nelle scuole. Se al posto della parola scuola mettiamo quella di carcere è la stessa cosa: una misura visibile, rapida e rassicurante per l’opinione pubblica. Quando succede qualcosa in carcere i parlamentari, anche quelli di sinistra, chiedono più polizia penitenziaria che certamente non risolve il problema. Il problema non è vietare qualcosa ma è quello dell’educazione in cui investire. E la politica? Mi pare che le risposte securitarie di questo Governo non facciano che peggiorare la situazione… La politica, specie quella di destra, utilizza l’uso muscolare di questi strumenti, ma anche la sinistra mi pare non colga bene la questione. A sinistra spesso si chiede un aumento della polizia penitenziaria, ma il carcere non è prerogativa solo della polizia ma anche di tante figure che mancano come gli educatori, psicologi, operatori sanitari. L’assessore ai servizi sociali di Bologna, Matilde Madrid parla a riguardo di “sicurezza integrata”, mi pare l’approccio più adeguato. Un’ultima domanda: esistono ancora le sezioni aperte introdotte circa dieci anni fa e sostenute a livello europeo? Riguardo le sezioni aperte c’è stata una evoluzione nei nomi ma non nei fatti. I detenuti vanno in cella solo per dormire ma poi il carcere aperto non è stato riempito di contenuti trattamentali come offerte di istruzione e di attività formative, ha continuato a rimanere carcere con le stesse problematiche, non è servito nulla. Un ex detenuto che si è laureato molto bravo e che si sta specializzando in criminologia pochi giorni fa mi ha contattato e mi ha detto di aver concordato la tesi magistrale in criminologia: il ruolo della polizia penitenziaria in ambito educativo in supplenza degli operatori psicopedagogici. Si capisce bene che una situazione del genere non può rispondere alle necessità che ci sono. Anche l’indulto e l’amnistia non sono misure realizzabili perché da una parte nemmeno la sinistra di fatto le vuole, e poi perché non risolvono il problema delle recidive: l’unico strumento oggi su cui pragmaticamente puntare è la “liberazione anticipata speciale”, la possibilità cioè di vedersi ridotta la pena fino a 4 mesi in un anno a seguito di un buon comportamento. Altro per il momento non abbiamo. Mattarella al Csm per riportare l’ordine in un clima avvelenato di Giulia Merlo Il Domani, 18 febbraio 2026 Il presidente della Repubblica presiede il plenum del Consiglio, oggi nell’occhio del ciclone di una campagna elettorale per il referendum che ha trascinato l’istituzione nel mezzo del conflitto politico. Le istituzioni, specie quelle istituzionalmente votate al silenzio, le azioni vanno interpretate e soppesate con doppia attenzione. Per questo è così pesante la decisione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di essere oggi a palazzo Bachelet per presiedere il plenum del Consiglio superiore della magistratura. Il capo dello Stato, che per Costituzione è anche il vertice dell’organo di governo autonomo della magistratura, non sceglie un momento a caso per scendere dal Quirinale e andare a sedersi tra i 32 consiglieri. Il clima è quello avvelenato in cui questi giorni molte voci hanno dato spettacolo: la battaglia referendaria impazza e il Csm è nell’occhio del ciclone, tacciato da niente di meno che il ministro della Giustizia di essere istituzione “para-mafiosa” (poco conta che in passato lo abbia detto il pm Nino Di Matteo, quando si pronuncia una frase poi la responsabilità è propria) con una sezione disciplinare che è “camera di compensazione” degli appetiti correntizi. Tutto, mentre al ministero della Giustizia già sono pronte le bozze dei decreti attuativi della riforma che smantellerà completamente l’organo per come oggi è conosciuto. Non solo: nei giorni scorsi le parole del pm Nicola Gratteri hanno acceso la miccia anche dentro il plenum del Csm stesso, attraversato dalle divisioni tipiche di una campagne elettorale che però sono state esplicitate in due distinte iniziative: una dura lettera di 20 consiglieri a difesa del procuratore capo di Napoli, contro la richiesta di una apertura di pratica disciplinare e professionale a suo carico da parte di un consigliere laico di centrodestra e la richiesta di una presa di distanza del Csm dalle sue parole di altre due consigliere della stessa area. Ecco che allora si spiega la presenza del Quirinale, che nei momenti di massima tensione interviene sempre, a tutela non tanto di questo specifico Csm ma del Csm come istituzione che governa la vita di un ordine nevralgico come quello giudiziario. L’intervento di Mattarella è un mondo plastico per ristabilire l’ordine ma anche per restituire il senso dell’autorità di un organo di rilevanza costituzionale, che non può e non deve essere preda degli opposti sentimenti politici del momento: lo fece in passato presiedendo la seduta straordinaria dopo lo scandalo Palamara, per esempio. I precedenti - La mossa - eloquente - del capo dello Stato affonda nei noti precedenti dei suoi predecessori Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi: entrambi decisero di presiedere le sedute nei momenti di massima tensione politica tra governo e Consiglio. Il primo nel 1981, quando convocò e presiedette un plenum straordinario nel clima post scandalo P2, il secondo nel marzo del 2005, dopo l’approvazione della riforma Castelli che era duramente osteggiata dalla magistratura. Il gesto di oggi del Quirinale ha un chiaro scopo: ripristinare l’ordine, tutelare l’istituzione e richiamare tutti, silenziosamente, al rigoroso rispetto del proprio ruolo con i relativi obblighi e responsabilità. La mossa, inattesa, è un altolà chiaro alla deriva di modi, toni e parole di questi ultimi giorni, e viene dall’ultimo vero baluardo in cui tutto il paese si riconosce. La speranza è che il messaggio sia recepito da tutti. Disinformazione e molta confusione. Questo referendum è un’occasione persa di Riccardo Piroddi Il Dubbio, 18 febbraio 2026 Manca circa un mese al voto referendario sulla separazione delle carriere, eppure una cosa appare già chiara: comunque vada il risultato, la prima vincitrice di questa campagna referendaria è la confusione. E con essa, la disinformazione. Il tema del referendum è certamente complesso. Riguarda l’assetto della magistratura, il rapporto tra pubblico ministero e giudice, l’equilibrio dei poteri nello Stato. È materia tecnica, delicata, che tocca princìpi costituzionali e che richiederebbe tempo, chiarezza, spiegazioni pazienti. Invece, lo scontro pubblico si è trasformato in una battaglia di slogan, accuse reciproche e semplificazioni estreme. Da entrambe le parti. Coloro i quali promuovono il Sì insistono su un messaggio semplice: separare le carriere significa garantire maggiore imparzialità del giudice. Il pubblico ministero, sostengono, oggi è “troppo vicino” al giudice, appartiene allo stesso ordine, condivide concorsi e percorsi professionali. Separare le carriere renderebbe il processo più equilibrato. Fin qui, si tratta di una posizione legittima e discutibile nel merito. Il problema nasce quando il messaggio si radicalizza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati interventi sui social e nei talk show in cui si è arrivati a sostenere che senza la separazione delle carriere “non esiste un vero processo equo” o che “i giudici sono strutturalmente schierati con l’accusa”. Frasi forti, che colpiscono l’opinione pubblica ma che non reggono a un’analisi più seria. In diversi video diventati virali, si è suggerito che l’attuale sistema favorisca sistematicamente il pm, quasi fosse una regola non scritta. È una rappresentazione parziale. I dati sulle assoluzioni, sulle riforme in appello e in Cassazione, raccontano una realtà più articolata. Ma nella campagna referendaria i numeri spariscono, sostituiti da narrazioni nette: o con noi per la giustizia giusta, o contro. Anche il fronte del No non è immune da forzature. L’argomento centrale è che la separazione delle carriere metterebbe a rischio l’indipendenza del pm, avvicinandolo al potere esecutivo. È un timore che merita attenzione, perché il modello di organizzazione della magistratura incide davvero sull’equilibrio istituzionale. Tuttavia, negli ultimi giorni si sono ascoltate affermazioni altrettanto estreme: “Con il Sì torneremo alla giustizia controllata dalla politica” oppure “È l’inizio di una deriva autoritaria”. Anche qui, lo scenario viene semplificato fino a diventare una minaccia esistenziale. In alcune assemblee pubbliche e in diversi interventi televisivi, il referendum è stato presentato come uno scontro tra chi difende la democrazia e chi la vuole smantellare. Una lettura che polarizza e che riduce uno strumento tecnico a simbolo ideologico. Il risultato è che il cittadino medio non riceve strumenti per capire davvero cosa cambierebbe in concreto: quali sarebbero i nuovi percorsi di carriera, chi nominerebbe chi, quali garanzie resterebbero in piedi. Riceve, invece, messaggi emotivi, che spingono a schierarsi più per appartenenza che per convinzione informata. La confusione si amplifica sui social. Clip di pochi secondi, grafiche colorate con frasi categoriche, meme che ridicolizzano la parte avversa. In questi spazi la complessità fatica a trovare posto. Negli ultimi giorni è circolata, ad esempio, una tabella che pretendeva di dimostrare come nei Paesi europei “moderni” la separazione delle carriere sia la norma assoluta. Mancavano, però, distinzioni fondamentali: i modelli di giustizia sono diversi, le modalità di nomina e controllo variano molto, il confronto non è lineare. Allo stesso modo, dal fronte opposto è stata diffusa una mappa che suggeriva che solo in sistemi “illiberali” esista la separazione, ignorando le differenze strutturali tra ordinamenti. Entrambe le rappresentazioni semplificano per convincere. Il problema è che convincono confondendo. Un altro elemento che contribuisce alla disinformazione è la trasformazione del referendum in un test politico. Ultimamente, alcuni leader hanno legato esplicitamente il voto a un giudizio sul governo. Così, un quesito tecnico diventa un plebiscito. Quando il messaggio diviene “Votate Sì per rafforzare il cambiamento” oppure “Votate No per fermare questa maggioranza”, il contenuto del referendum passa in secondo piano. L’elettore non è più chiamato a valutare un modello di giustizia ma a esprimere un’opinione su uno schieramento. È una dinamica nota e, in questo caso, rischia di essere particolarmente dannosa. Perché qui non si tratta di una misura economica o di una riforma fiscale. Si parla dell’architettura della giustizia, cioè di un pilastro dello Stato. La vittoria della disinformazione, comunque, non è tanto nel fatto che circolino informazioni false in senso stretto. Sta nel clima di confusione sistematica. Nel fatto che le parole chiave vengono svuotate o caricate di significati impropri. “Indipendenza”, “imparzialità”, “equilibrio dei poteri” sono concetti che meriterebbero spiegazioni puntuali. Invece, diventano etichette da appiccicare alla propria posizione. Il rischio concreto è che il 22 e 23 marzo molti votino senza aver capito davvero cosa cambierà il giorno dopo. Non perché siano disinteressati ma perché non hanno ricevuto un’informazione chiara, onesta, completa. Servirebbe meno retorica e più pedagogia. Servirebbero confronti pubblici in cui si spiega, punto per punto, cosa prevede il quesito. Servirebbe ammettere le incertezze e i possibili effetti collaterali, da entrambe le parti. In una democrazia matura, il referendum non dovrebbe essere una guerra di tifoserie. Dovrebbe essere un momento di scelta consapevole. Oggi, invece, sembra già chiaro che la campagna abbia prodotto più rumore che chiarezza. E quando il rumore supera le informazioni, la prima a vincere è sempre la disinformazione. Il risultato del voto dirà chi avrà la maggioranza. Ma la qualità del dibattito, purtroppo, sta già dicendo qualcosa su tutti noi. Referendum sulla giustizia: un punto vista decisionale e organizzativo di Anna Grandori* Corriere della Sera, 18 febbraio 2026 Dovremo esprimerci su un tema fondamentale, ma il principale elemento mancante riguarda la conoscenza: in particolare le possibili implicazioni negative dei cambiamenti prospettati. Nel prossimo referendum sulla giustizia, ci troveremo ad esprimerci su un problema di progettazione organizzativa, che riguarda funzioni, carriere, e sistemi di valutazione. Già questo è difficile; in più, nel dibattito sembrano mancare alcuni argomenti che dovrebbero rilevare nella scelta. Il tema è affrontato soprattutto ragionando di “potere” - equilibrio tra poteri, chi ha potere di giudicare; e di “parti” - “parti” di difesa e accusa, “terza parte” giudicante. Senza negare la rilevanza di queste lenti interpretative di per sé (semmai ci possono essere riserve sul modo in cui sono usate, alcune delle quali menzionate nel seguito), il principale elemento mancante riguarda la conoscenza: in particolare le possibili implicazioni negative dei cambiamenti prospettati per il principio einaudiano del “conoscere per deliberare”, cioè per la qualità dei processi decisionali che sulla conoscenza si basano. La distinzione tra magistrati “requirenti” e “giudicanti” infatti, come dice il nome stesso, non è una distinzione tra una parte in causa e una arbitrale, bensì tra fasi di un processo decisionale: una fase di ricerca e inchiesta, e una fase di scelta e giudizio che si basa sulle informazioni fornite. E come in tutte le decisioni la parte di ricerca, e la completezza delle informazioni è essenziale per la qualità delle decisioni e la riduzione degli errori. Dunque niente è meno desiderabile di attività di ricerca “di parte” o distorte in qualsivoglia modo. Per questo è importante che l’attività istruttoria sia, come infatti è attualmente previsto dalla Costituzione (Art. 97), esercitata da un pubblico ufficiale, in quanto tale tenuto all’”imparzialità”. Dunque, il “pubblico ministero” non è e non dovrebbe essere un accusatore d’ufficio, e sarebbe tenuto a cercare informazioni tanto favorevoli quanto sfavorevoli a chi si trova imputato. La “terzietà” che va difesa dunque non è solo quella del giudice, ma anche quella dell’inquirente. Per il cittadino, inoltre, un processo in cui, oltre a una parte che lo difende, ci sono due attori imparziali, giudice e PM, è ovviamente più garantista di un processo in cui ce ne sia uno solo. Un dibattimento non è come una partita di calcio, con due parti e un arbitro; anche perché ogni giudizio di una qualche complessità, come quella di un giudice, non inplica solo bilanciamento di istanze e interessi, ma anche attribuzione di “pesi” all’”evidenza” che sostiene diverse ipotesi (e qui stiamo scomodando la “weigthed evidence” di Knight, uno dei padri Nobel prized dell’economia e della teoria delle decisioni). Inoltre, se attività “requirenti” e “giudicanti” rappresentano fasi di un processo decisionale, esse sono altamente interdipendenti; cioè per decidere bene è necessario che ognuna sia il più possibile informata sulle attività dell’altra. Ora, il principio forse più basilare della progettazione organizzativa prescrive di unire il più possibile, non certo di separare, attività altamente interdipendenti. Il più possibile significa che certamente vi sono anche altri criteri da tener presente, con cui è possibile dover effettuare trade-offs: per esempio la necessità di specializzazioni diverse nella conduzione delle attività, o i potenziali conflitti d’interesse nella valuatazione delle prestazioni. Quest’ultimo argomento tende a essere menzionato nel dibattito sulla riforma come singolarmente sufficiente a optare per una separazione in cui PM e giudice “si parlino il meno possibile”, ma non lo è. Innanzitutto perché funzione, valutazione e carriera sono tre cose diverse, e “separare” una di esse non implica separare necessariamente anche le altre. Il punto focale della riforma, in effetti, non è nemmeno la separazione delle carriere proper - la possibilità di assumere l’altro ruolo, che riguarda una percentuale minima di magistrati, anche per ragioni di specializzazione - ma la separazione delle funzioni di valutazione delle prestazioni su cui si basano le promozioni. E se a questo riguardo un criterio (nel caso il potenziale conflitto d’interesse) confligge con altri criteri, si può ricorrere ad altre soluzioni, per esempio la spersonalizzazione della valutazione e il suo affidamento a procedure trasparenti e oggettive: cioè anziché focalizzarsi su chi valuta, codificare il come, il metodo, i criteri. E qui arriviamo all’ultimo punto: i processi di valutazione che si pensa dovrebbero accompagnare o essere permessi dalla riforma. Si sentono banalità semplificatorie del tipo “chi sbaglia deve pagare”, o “il magistrato inadeguato deve essere colpito nella carriera”. Il (vecchio e noto) problema al riguardo, che pare valer la pena richiamare, è come si valuta: in qualunque attività ad alto contenuto di conoscenza, che affronta problemi la cui soluzione non è certa, come un medico, un professore, o appunto un magistrato, ciò che si può valutare è la correttezza del metodo seguito, e non già il numero di esiti o risultati positivi o negativi (o ritenuti tali: dobbiamo ricorrere all’autorevolezza di Popper per ricordare che la conoscenza è fallibile e non esiste un mondo a zero errori di giudizio?). In altri termini, per ridurre le distorsioni nella valutazione è più potente ed efficace ridurre la discrezionalità dei valutatori, legandola a procedimenti trasparenti ed equi, piuttosto che ampliarla. Gli argomenti qui forniti, ispirati al criterio della qualità delle decisioni giudiziarie, sono contrari alla direzione intrapresa di “separazione” tra magistrati requirenti e giudicanti, nonché di ampliamento anziché di riduzione della discrezionalità valutativa, attribuita a nuovi istituendi organi di controllo. E sono ancor più contrari a molti degli argomenti portati a sostegno della stessa, cioè alle motivazioni e finalità che dichiaratamente si vorrebbero perseguire attraverso la riforma. Infine, inoltre, se ci viene chiesto di esprimerci su una materia così composita mettendo diversi provvedimenti tutti insieme, la presenza di alcuni aspetti negativi o persino pericolosi non può che portare a esprimersi negativamente (ci ricorda qualcosa?), anche se alcuni ingredienti potrebbero essere difendibili o positivi. Per esempio, il sorteggio, se operato tra elementi qualificati e con urne sufficientemente ampie, potrebbe essere tra questi - è meccanismo variamente impiegato nella storia, a partire dai primi esperimenti di governo democratico nella Grecia Antica, e attualmente per esempio nella composizione delle commissioni giudicatrici dei professori universitari; e potrebbe forse anche bastare, nonché essere limitato a funzioni di valutazione delle carriere, se il problema fosse davvero solo comporre organi di governo riducendo logiche di parte e cordate in quelle funzioni. *Ordinario di Organizzazione Aziendale Università Bocconi Danneggiamento del braccialetto elettronico aggravato dal pubblico servizio di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 18 febbraio 2026 Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 5986/2026, affermando che si procede d’ufficio. Per il danneggiamento del braccialetto elettronico si configura l’aggravante della “destinazione della cosa a pubblico servizio”, con conseguente “procedibilità d’ufficio”. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 5986/2026, aggiungendo che lo strumento è funzionale “ad assicurare il controllo della persona sottoposta a misura cautelare nell’interesse della collettività”. Respinto dunque il ricorso dell’imputato condannato dal Tribunale di Trapani a 6 mesi di reclusione per danneggiamento aggravato (artt. 81, 635, 625 n. 7 c.p.) e violenza o minaccia a pubblico ufficiale (art. 336 c.p.). Secondo l’imputato la Corte di appello avrebbe sbagliato nell’applicare l’aggravante dell’esposizione della cosa a pubblica fede, in quanto il dispositivo di controllo a distanza era nella custodia della persona sottoposta agli arresti domiciliari, e, quindi, in luogo privato. Per la VI Sezione penale, però, il reato di danneggiamento “è stato ritenuto integrato in riferimento non già alla circostanza aggravante dell’esposizione alla pubblica fede prevista dall’art. 625, n. 7, cod. pen. - ovviamente insussistente nel caso in esame - ma perché cosa destinata a pubblico servizio”. Ciò detto, prosegue la Cassazione, “non è revocabile in dubbio che tale strumento assolva ad un servizio pubblico, essendo funzionale ad assicurare il controllo della persona sottoposta a misura cautelare nell’interesse della collettività”. Gli organi di polizia addetti alla vigilanza, infatti, “si servono dell’ausilio del dispositivo di controllo a distanza per prevenire e reprimere la commissione di ulteriori reati, prima di tutto quello di evasione”. Inoltre, come già affermato, assume rilievo la destinazione del bene danneggiato all’esercizio di un pubblico servizio e, quindi, la connotazione pubblicistica dell’attività, mentre è ininfluente che la proprietà appartenga a un soggetto di natura privatistica, che operi in regime di appalto o di concessione. Dopo la depenalizzazione del 2019, ricorda la Corte, il danneggiamento è reato “solo per le cose specificate nella norma o quando ricorrano determinate condizioni e modalità”. E l’art. 635, al co. 2, n. 1, c.p. punisce il danneggiamento di tutte le cose indicate nel n. 7) dell’art. 625 cod. pen., quindi, anche delle cose destinate a pubblico servizio e non solo di quelle esposte alla pubblica fede. Per quanto concerne la procedibilità, essa è di ufficio per il danneggiamento delle cose destinate a pubblico servizio. Il legislatore ha invece previsto la procedibilità a querela per il delitto di danneggiamento commesso su “cose esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede” (per equiparare la disciplina a quella del furto aggravato dalla stessa circostanza, che è procedibile a querela). In definitiva, il danneggiamento del c.d. “braccialetto elettronico” rientra a pieno titolo nella previsione dell’art. 635, co. 2, n. 1, cod. pen. con riferimento alle cose destinate a pubblico servizio, incluse tra quelle indicate nell’art. 625 n. 7, cod. pen., per le quali è prevista la procedibilità di ufficio (non trattandosi di cosa esposta per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, per le quali, invece, il danneggiamento è procedibile solo a querela di parte). Infine, per la Suprema corte, pur essendo le minacce volte ad indurre gli agenti a non applicargli o a rimuovere il braccialetto elettronico, “sono state ragionevolmente ritenute idonee ad integrare il delitto di cui all’art. 336 cod. pen., perché connotate dalla finalità di costringere un pubblico ufficiale a compiere un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto dell’ufficio”. Sardegna. Sanità e sistema penitenziario: il vero peso della concentrazione di detenuti 41bis di Marzia Piga cagliaritoday.it, 18 febbraio 2026 Non tanto il rischio di infiltrazioni mafiose sul territorio, che non sono il cuore del problema, ma soprattutto il carico sui tribunali di sorveglianza e sulle procedure sanitarie, oltre alla messa in discussione della finalità costituzionale rieducativa della pena per tutte le altre persone private della libertà che già occupano le carceri dell’Isola. Abbiamo chiesto al presidente regionale di Antigone, Daniele Pulino, di aiutarci ad analizzare le reali ricadute negative di un trasferimento massiccio nelle tre carceri regionali. “La Regione fa bene a preoccuparsi: la concentrazione di detenuti in regime di 41 bis in Sardegna ha un impatto sia sul territorio, sia sull’intero sistema penitenziario dell’Isola che non può essere sottovalutato”. Il punto di vista sul trasferimento dei boss mafiosi in alta concentrazione in Sardegna e sulla reazione della presidente della Regione, Alessandra Todde, che ha chiamato i sardi in piazza per il prossimo 28 febbraio, è quello di Daniele Pulino, presidente di Antigone per la Sardegna. Pulino è anche ricercatore in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio all’Università di Sassari, dove insegna, e molte delle sue ricerche si concentrano su criminalità e carcere e sulla deistituzionalizzazione e il cambiamento istituzionale. È anche membro dell’Osservatorio Sociale sulla Criminalità in Sardegna. Al referente regionale dell’associazione, nata nel 1991 e che si occupa della tutela dei diritti umani nel sistema penale e penitenziario, abbiamo chiesto di aiutarci ad analizzare le reali ricadute negative, al di là della polarizzazione politica che talvolta resta in superficie, di un piano come quello del governo di trasferire nell’Isola quasi un terzo del totale dei circa 750 detenuti in regime di cosiddetto carcere duro. Infiltrazioni mafiose: spauracchio o rischio reale - In questo dibattito, il tema delle possibili infiltrazioni mafiose legate alla presenza dei detenuti in 41 bis è centrale? “È una questione su cui dovrebbero rispondere soprattutto gli organi investigativi che operano nei territori dove il 41 bis è presente. Non credo, però, sia questo, oggi, il cuore del problema. Il punto principale è l’impatto che la concentrazione di un regime detentivo ad altissimo livello di sicurezza produce: parliamo di un sistema che inevitabilmente modifica gli equilibri interni agli istituti e incide anche sul contesto esterno”, spiega il presidente regionale. Un impatto che, secondo l’associazione, riguarda più livelli. “Si tratta di detenuti che provengono da fuori regione. Questo incide sulla Sardegna non solo dal punto di vista sociale, ma anche su quello amministrativo e giudiziario: basti pensare alle ricadute sul funzionamento degli uffici del ministero della Giustizia nel territorio, come il tribunale di sorveglianza. Sono carichi di lavoro, funzioni e attività che si spostano e si concentrano”. Sono infatti i magistrati di sorveglianza a dover far fronte alle richieste di autorizzazione relative alle comunicazioni e alla salute dei detenuti. Allo stesso modo, ed è l’altra motivazione dell’opposizione espressa dalla presidente Alessandra Todde, che ha chiamato i sardi alla mobilitazione, “è la Regione, con il servizio sanitario, a dover garantire il diritto alla salute in carcere, anche in termini economico-finanziari”. In Sardegna ci sono già i detenuti in regime di alta sicurezza - Per la Sardegna sarebbe dunque un carico che si andrebbe ad aggiungersi a quello degli altri detenuti già presenti in altri regimi di alta sicurezza, per cui la Sardegna già contribuisce molto nei confronti dello Stato: “Sì, oggi nell’Isola nelle sezioni del 41 bis e in quelle dell’Alta Sicurezza, si contano complessivamente due detenuti ogni dieci presenti”. Ed è questo il vero nodo? “Il punto è proprio questo: non si può concentrare su un’isola come la Sardegna tutto il peso di un sistema detentivo speciale. L’isola sopporta già un carico molto rilevante. Se pensiamo agli istituti con sezioni di alta sicurezza, come Oristano o Tempio, la presenza di detenuti da fuori regione è già altissima”, fa notare il rappresentante sardo dell’associazione che attraverso un proprio Osservatorio autorizzato a visitare gli istituti di pena, documenta sovraffollamento, condizioni di vita e rispetto delle garanzie costituzionali. Carceri sarde in difficoltà e sovraffollate - Un sovraccarico che si inserisce in una crisi più ampia. “Negli ultimi anni abbiamo registrato numerosi trasferimenti da altre regioni, per esempio dal Lazio, dovuti a crolli strutturali o all’incapacità di altri istituti di reggere il numero di presenze. Ma se guardiamo i dati, il sovraffollamento è già drammatico anche negli istituti sardi, da Bancali a Uta. E ci sono effetti indiretti molto concreti, come i trasferimenti legati alla riorganizzazione degli istituti: vediamo già conseguenze, per esempio, su Nuoro”, sostanzialmente svuotato per lavori di ristrutturazione proprio per accogliere i detenuti in regime di altissima sicurezza. “Questo ha comportato spostamenti continui di carcerati trattati come pacchi postali. Persone inserite in percorsi scolastici o universitari trasferite da un giorno all’altro, con interruzioni delle attività che normalmente un detenuto può svolgere all’interno delle carceri, che vanno contro la finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. È dentro questa cornice che va collocato il tema del 41 bis”, chiarisce Pulino. Una norma temporanea divenuta definitiva - Il regime speciale per i boss mafiosi trae origine dalla cosiddetta legge Gozzini del 1986 (allora denominato ‘carcere duro’), che modificava la legge 354 del 1975 che a sua volta aveva introdotto per la prima volta un particolare regime di reclusione carceraria, “in determinati casi di emergenza e necessità”. In origine l’articolo conteneva soltanto il primo comma, che sostituiva l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario, e che è rimasto sostanzialmente immutato, anche se non risulta mai applicato, e riguarda la facoltà del ministro della Giustizia “di sospendere nell’istituto interessato o in parte di esso l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza”. Ma è il secondo comma dell’attuale norma, il cuore del nuovo istituto del regime speciale, che riguarda il dibattito che coinvolge la Sardegna: fu introdotto con la legge 356 del 1992, riguardava detenuti condannati per reati legati “all’associazione di tipo mafioso, in relazione ai quali vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale, terroristica o eversiva”, recita il testo, e inizialmente prevedeva un regime detentivo a carattere temporaneo, avendo una data di scadenza a tre anni dalla conversione del decreto legislativo. L’applicazione del secondo comma dell’articolo è stata prorogata diverse volte nel corso del decennio seguente (nel 1995, nel 1999, nel 2000 e nel 2001), finché la scadenza dell’applicazione dell’articolo non venne abolita con l’introduzione della legge 279 del 2002. Le conseguenze sulla finalità rieducativa della pena - Un istituto che storicamente “nasce come istituto emergenziale, poi stabilizzato e ritenuto legittimo dall’ordinamento, purché resti entro precisi limiti costituzionali. Il problema è mantenerlo dentro quei limiti, sia sul piano dei diritti sia, soprattutto, su quello della funzione costituzionale della pena, che in Italia è rieducativa”, rimarca Pulina. “Sappiamo che ci sono persone che scontano l’intera pena al 41 bis, dall’inizio alla fine, senza reali percorsi rieducativi. La domanda che dobbiamo porci è se questo produca davvero maggiore sicurezza quando, terminata la pena, queste persone tornano in libertà senza aver intrapreso alcun percorso di reinserimento”. Un interrogativo che resta aperto e che, secondo l’associazione, dovrebbe allargare lo sguardo. “Il rischio è concentrare tutto sul 41 bis senza leggere cosa sta accadendo all’esecuzione penale nel suo complesso. Il dibattito sul 41 bis merita attenzione, ma può diventare anche l’occasione per discutere dell’intero sistema carcerario, delle sue criticità strutturali e della sua funzione costituzionale”. Piemonte. Il lavoro in carcere? È di qualità, tra il pane artigianale e il caffè pregiato di Ilaria Dioguardi vita.it, 18 febbraio 2026 Con una torrefazione nella Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino e una panetteria nella Casa di reclusione San Michele di Alessandria, da 22 anni Pausa Cafè offre percorsi di reinserimento sociale e lavorativo alle persone detenute. “Tra fatturato e contributi, la produzione annua è di circa 900mila euro l’anno”. Cosa fa, in Italia e nel mondo, la cooperativa sociale nel racconto del fondatore e presidente Marco Ferrero. “Sono oltre 150 le persone detenute che, negli anni, hanno lavorato con Pausa Café. In questo momento sono 10 i dipendenti tra la torrefazione nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino e la panetteria nella Casa di reclusione San Michele di Alessandria”. Mentre Marco Ferrero, presidente e fondatore, mi racconta cosa fa la sua cooperativa sociale, in Italia e nel mondo, si trova nella caffetteria del tribunale di Torino. È un altro progetto di Pausa cafè, ci lavorano persone che sono a fine pena, in esecuzione penale esterna oppure che sono ex detenute. Inoltre, Pausa cafè opera a fianco di comunità indigene produttrici di caffè, storicamente escluse dai benefici del proprio lavoro, in Centro America, ed è impegnata, sin da marzo 2023, in Ucraina a supporto dei rifugiati e a sostegno della sicurezza alimentare della popolazione della regione di Leopoli. Inoltre, la cooperativa sociale opera a fianco di comunità indigene produttrici di caffè, storicamente escluse dai benefici del proprio lavoro, in Centro America, ed è impegnata, sin da marzo 2023, in Ucraina a supporto dei rifugiati e al sostegno della sicurezza alimentare della popolazione della regione di Leopoli. Lavoro alle persone detenute e un prodotto di eccellenza - Creare delle opportunità lavorative all’interno di strutture penitenziarie e dare un mercato ad un prodotto di eccellenza, proveniente dal Guatemala, facendolo conoscere in Italia. Con questi due obiettivi nasce, nel 2004, il lavoro della cooperativa sociale Pausa cafè nella casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. “È importantissimo creare delle opportunità lavorative all’interno degli istituti, con cui da un lato si sostiene il dettato costituzionale della pena come elemento anche rieducativo attraverso attività lavorative, dall’altro si creano delle effettive opportunità di inserimento, di formazione e di lavoro per i colleghi detenuti”, continua Ferrero. “Adesso il caffè Huehuetenango si trova nei listini di vendita dei più importanti crudisti di tutta Italia: questa operazione è stata realizzata sostenendo il reddito delle famiglie dei produttori in Guatemala, storicamente escluse dai benefici del proprio lavoro, e delle loro organizzazioni”. La costante ricerca della qualità - Un elemento distintivo è portato avanti da 22 anni: la ricerca della qualità costante. Il laboratorio di torrefazione presente nell’istituto di pena torinese è uno dei pochi che, in Italia, ancora utilizzano il metodo tradizionale della tostatura in purezza. “Per noi non è solo un modo di garantire la qualità del prodotto, è soprattutto una maniera per consentire ai nostri colleghi detenuti di acquisire insieme la competenza e la consapevolezza di essere i protagonisti di questa produzione: la tostatura a legna richiede un’arte. Bisogna saper dosare, attraverso la legna che si mette in caldaia nelle varie fasi, e raggiungere le temperature corrette, per realizzare un prodotto di qualità che viene esportato anche in Europa e che è interamente affidato alla cura, all’intelligenza e alla passione di chi tosta”, prosegue Ferrero. “Ciò contribuisce in modo determinante a far sì che la persona riacquisisca la consapevolezza delle competenze che possiede, del valore che rappresenta. E per questa via, attraverso un rafforzamento della propria autostima, può avere la possibilità di decidere di giocare il proprio ritorno in società in altro modo, rispetto a prima”. Il caffè viene venduto attraverso la Coop, in Piemonte e in piccola parte in Liguria e in Lombardia, ed è distribuito da Eataly nei suoi punti vendita in Italia e in Francia. Il progetto in numeri - Nella torrefazione sociale dell’istituto “Lorusso e Cutugno” si lavora poco meno di un container di caffè all’anno, tra i 15mila e 16mila chilogrammi. La panetteria sociale del carcere alessandrino produce 100mila chilogrammi di prodotti da forno, “che sono un quantitativo veramente importante all’anno. Abbiamo più o meno 70mila clienti all’anno nella caffetteria del tribunale torinese, dove abbiamo realizzato anche un piccolo progetto di pasticceria: produciamo all’interno tutte le torte, la croissanterie, i biscotti che sono venduti al pubblico”, continua Ferrero. “Gestiamo un piccolo ristorante che fornisce la ristorazione veloce per le pause pranzo qui all’interno della struttura e che fa anche da base per l’attività di catering della cooperativa”. “Tra fatturato e contributi, la produzione annua di Pausa Cafè è di circa 900mila euro. Sono derivati per 300mila euro circa dall’attività della caffetteria del tribunale, realizzata con il contributo della Compagnia di San Paolo, della Fondazione Vismara e della Fondazione Opes, e in piccola parte della città di Torino. Un altro terzo deriva dall’attività del panificio, tra i 120mila e i 130mila sono derivati dalla torrefazione”. Il rimanente proviene da donazioni che sono prevalentemente di natura privata, provenienti dall’attività di progettazione realizzata. Una lievitazione di 24 ore - Per la produzione del pane, nella casa di reclusione di Alessandria si lavorano farine biologiche acquistate attraverso una filiera di fornitori in Italia, che garantiscono la qualità organolettica del prodotto. “Lo facciamo lievitare esclusivamente con il lievito madre. Tutta la lavorazione del pane è realizzata artigianalmente, a mano. Viene fatto lievitare per circa 24 ore a bassa temperatura; una levitazione lenta è una delle garanzie per la qualità, consente il pieno sviluppo delle componenti aromatiche del prodotto. Questo pane viene cotto in un forno a legna rotante di cinque metri, uno dei più grandi della nostra regione, siamo andati ad acquistarlo a Barcellona. Poi viene distribuito dalla Coop, che lo porta nei suoi punti vendita”, continua il presidente. La solidarietà circolare - Nel progetto di Pausa cafè c’è una forma di solidarietà circolare: “Le persone fragili, deboli, vulnerabili, che sono in carcere, sono lo strumento di liberazione e un’opportunità di sviluppo per persone che hanno altre fragilità e che sono in altre parti del mondo. Questo è un elemento che costituisce il messaggio più importante che la cooperativa cerca di veicolare all’interno dei propri progetti. Chi partecipa al nostro lavoro”, prosegue Ferrero, “non è un oggetto di solidarietà, ma è un soggetto di un percorso complessivo, a volte di liberazione e a volte di sviluppo, sempre di solidarietà”. Le origini di Pausa Cafè - Pausa Cafè ha origine nel 2004 da un progetto di cooperazione internazionale realizzato con le cooperative di piccoli produttori di caffè del dipartimento di Huehuetenango, in Guatemala. “Il nostro obiettivo è stato, sin da subito, la promozione di una maggiore equità nelle regioni di scambio internazionale, attraverso la costruzione di un partenariato tra produttori, trasformatori e consumatori”. Nato da un programma di cooperazione internazionale, dal 2000 al 2004 ha sviluppato, assieme a Slow Food e all’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti-Unops, una prima mappatura delle produzioni di eccellenza, raccogliendo e degustando oltre 300 campioni di caffè che hanno permesso di identificare le aree che consentivano di avere un prodotto di eccellenza. Dalla qualità organolettica alla tracciabilità - La cooperativa ha realizzato il primo presidio internazionale del caffè centrato su tre elementi: la qualità organolettica, la qualità sociale, ambientale ed economica della produzione, e la tracciabilità. “Costituiscono anche i requisiti che la normativa contro la deforestazione, votata dal Parlamento europeo, richiede alle produzioni come caffè, cacao e altre che sono realizzate nella fascia tropicale o che possono comportare per la loro realizzazione e produzione di esportazione processi di deforestazione. Con questa normativa si georeferenziano i luoghi da cui provengono i prodotti e si certifica, attraverso un disciplinare di produzione, che non sono stati prodotti disboscando aree di foresta”, prosegue Ferrero. “Quando abbiamo completato questo percorso, si trattava di realizzare e promuovere la produzione del caffè in Italia. Questo progetto era in anticipo sui tempi, la cultura del “caffè gourmet” si è affermato molto più tardi nel nostro Paese: risultava molto complesso attivare dei processi di importazione che si basassero sull’attenzione e l’accoglienza della grande industria, spiega Ferrero. “Abbiamo deciso di realizzare noi una torrefazione, in carcere, trovando nel “Lorusso e Cutugno” di Torino la disponibilità di ospitare quella che è stata una delle prime esperienze (se non la prima) di produzione di qualità alimentare all’interno di un istituto penitenziario in Italia”. “Pane per la pace” - NovaCoop e Pausa Café promuovono il progetto “Bread for peace” per sostenere e rafforzare la capacità produttiva degli agricoltori ucraini nella regione di Leopoli e, per questa via, la sicurezza alimentare della popolazione locale, specialmente quella più vulnerabile. La cooperativa importa via terra, senza intermediazioni, il grano tenero dall’Ucraina. Il grano è macinato a pietra e trasformato in farina di tipo 1, che viene panificata presso il panificio nella casa di reclusione di Alessandria. Venezia. 32 anni e la vita spezzata in cella: una ferita per tutti di Paolo Bonafé* chioggiaazzurra.it, 18 febbraio 2026 C’è qualcosa di profondamente spiazzante nella morte di una giovane donna di 32 anni nel carcere femminile della Giudecca, a Venezia. Non era isolata. Partecipava ai laboratori, lavorava, sorrideva. Le mancava poco per uscire. Eppure, nella notte, ha deciso di togliersi la vita. È una di quelle notizie che non si archiviano. Perché quando una persona si uccide in carcere non è solo una tragedia individuale: è una ferita collettiva. I numeri lo confermano. Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nel 2023 i suicidi nelle carceri italiane sono stati 90, nel 2024 sono stati 80. Dall’inizio di quest’anno siamo già a otto morti autoinflitte. Numeri altissimi, soprattutto se rapportati alla popolazione detenuta: il tasso di suicidi in carcere è molte volte superiore rispetto a quello della popolazione libera. Non si può liquidare tutto come fragilità personale. Il carcere è, per sua natura, un luogo di privazione. Ma quando alla privazione della libertà si sommano sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà nell’assistenza psicologica e sanitaria, il rischio esplode. Il paradosso, in questo caso, è ancora più amaro. Il carcere della Giudecca non è tra quelli più sovraffollati d’Italia. Ha una tradizione di integrazione con il territorio, attività lavorative, laboratori. Eppure non è bastato. Perché il dolore non sempre si vede. A volte si nasconde dietro la partecipazione, dietro una battuta ironica, dietro la voglia di fare. C’è poi un aspetto di cui si parla poco: la paura del “dopo”. Quando la libertà è vicina può scattare un’angoscia silenziosa. Tornare fuori significa affrontare stigma, precarietà, relazioni interrotte, dipendenze non del tutto risolte. Per chi ha avuto problemi legati agli stupefacenti, come nel caso di questa giovane donna, il ritorno alla vita normale può apparire come un salto nel vuoto. E allora la domanda diventa scomoda: il nostro sistema penitenziario prepara davvero al reinserimento o si limita a custodire? La Costituzione parla di funzione rieducativa della pena. Ma senza psicologi sufficienti, senza educatori in numero adeguato, senza agenti che possano lavorare in condizioni umane, quella funzione rischia di restare un principio scritto sulla carta. A Venezia, ad esempio, l’organico del servizio navale è passato da 23 a 11 unità. C’è anche un altro dolore, meno visibile: quello del personale. Gli agenti e gli operatori che intervengono per salvare una vita e non ci riescono si portano addosso un trauma enorme. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta che pesa su tutti: detenuti, polizia penitenziaria, educatori, volontari. Non possiamo abituarci. Non possiamo dire “succede”. Ottanta, novanta, otto dall’inizio dell’anno: non sono numeri, sono persone. Sono famiglie distrutte, sono madri, padri, figli che ricevono una telefonata che nessuno dovrebbe ricevere. La politica ha il dovere di affrontare il tema senza ideologia e senza slogan. Servono investimenti strutturali: più personale, più supporto psicologico, più misure alternative per chi non è socialmente pericoloso, più attenzione alla fase delicata della fine pena. E serve una riflessione seria sulle strutture, anche a Venezia, dove da anni si discute di un possibile trasferimento in terraferma per superare vincoli e criticità logistiche. Ma prima ancora delle soluzioni tecniche, serve uno scatto morale. Il carcere non può diventare un luogo dove, oltre alla libertà, si perde la speranza. Questa giovane donna, alla Giudecca, non è solo l’ottava morte dell’anno. È un monito. Ci ricorda che la dignità non è un premio per chi non sbaglia: è un diritto che lo Stato deve garantire sempre. Anche, e soprattutto, dietro le sbarre. *Coordinatore Comunale Unione di Centro - UDC Venezia Teramo. Morti a Castrogno, inizia il processo per il caso di Michele Venda abruzzodaily.it, 18 febbraio 2026 Michele Venda e Domenico Di Rocco, compagni di cella, avevano chiesto di essere trasferiti in strutture idonee esterne tramite i rispettivi legali Luca Guerra del foro di Roma e Gianfranco Di Marcello del foro di Teramo. la presidente del Coordinamento Codice Rosso, Adele Di Rocco. A raccontare la vicenda è la presidente del Coordinamento Codice Rosso, Adele Di Rocco. “Erano stati dichiarati incompatibili con il sistema carcerario ma il trasferimento non è mai avvenuto. Michele Venda 42 anni romano arrivato a metà del 2024 dal carcere di Rebibbia in attesa di finire di scontare una condanna a 10 anni è morto nel penitenziario di Castrogno lo scorso 28 febbraio. Meno di un mese dopo, il 22 marzo, è morto Domenico di Rocco 46 anni di Mosciano Sant’Angelo, il detenuto che aveva lanciato l’allarme quella sera di febbraio chiedendo aiuto per Venda che si era sentito male mentre cenava. Per la morte di Domenico di Rocco, la procura di Teramo ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Indagati il medico di guardia e i due infermieri che lo avevano visitato il giorno prima quando il detenuto si era presentato in infermeria, dicendo di sentirsi poco bene. La mattina dopo poi fu trovato senza vita a letto stroncato da un arresto cardiaco correlato a quanto pare a patologie pregresse dichiarate. Il caso è stato archiviato ma i familiari ripresenteranno la richiesta di riapertura delle indagini. Per la morte di Michele Venda gli esiti degli esami tossicologici dichiarano che è morto per overdose di cocaina e benzodiazepine farmaci, tra cui anche il trattamento dell’ansia e dell’insonnia e la gestione dell’astinenza da alcol. Per Venda il suo legale a novembre scorso aveva chiesto al Tribunale di sorveglianza dell’Aquila il trasferimento in una struttura di cura idonea La conferma della morte di Venda per overdose da cocaina ha riacceso i riflettori ancora una volta sulle criticità della gestione del penitenziario di Castrogno”. Domani 18 febbraio alle ore 9:00 presso la Procura di Teramo si aprirà il processo per chiarire la morte di Michele a fianco dei familiari, il legale Luca Guerra e la presidente del Coordinamento Codice Rosso, Adele Di Rocco. Cuneo. Dopo la sentenza per le torture al Cerialdo: “Medico e agenti condannati vanno rimossi” di Matteo Borgetto La Stampa, 18 febbraio 2026 “L’Asl disponga immediatamente la rimozione del medico condannato, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria faccia altrettanto per l’ispettore e gli agenti coinvolti. Uno Stato di diritto non può tollerare che chi indossa una divisa o presta giuramento come medico si trasformi in aguzzino e che i colleghi rimangano omertosi. Quando la divisa e il camice si trasformano in scudo per la violenza, non siamo di fronte a mele marce, ma a un fallimento gravissimo del sistema che deve essere sanato senza esitazioni”. Così Filippo Blengino, segretario dei Radicali Italiani, dopo la condanna dei primi 4 accusati nell’ambito del processo per le torture in carcere al Cerialdo di Cuneo. Posizione netta, sembra un cambio di rotta tra lo storico garantismo penale promosso dai Radicali (in particolare, sul principio di “non colpevolezza” fino al terzo grado di giudizio) e una connotazione più giustizialista. “Tutt’altro - risponde Blengino - e fin dall’inizio, da garantisti, abbiamo sostenuto che le responsabilità dovessero essere accertate in tribunale, non sui media. Oggi però le sentenze arrivano e confermano la gravità dei fatti. In attesa della Cassazione, è grave che non siano ancora stati quantomeno trasferite le persone oggetto dell’accaduto”. Si tratta dell’ispettore di polizia penitenziaria G.V., ritenuto uno dei principali responsabili dei pestaggi (condannato a 3 anni e due mesi di reclusione con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato, scelto anche dagli altri tre imputati), il medico dell’istituto A.M. (un anno e quattro mesi), gli agenti M.D’A. e M.C. (un anno di carcere). “Nelle nostre numerose visite al Cerialdo abbiamo raccolto più volte segnalazioni di maltrattamenti - riprende Blengino -. Per questo colpisce sapere che anche gli agenti condannati siano rimasti in servizio, nonostante le denunce. Questo è un paese in cui un poveraccio condannato non riesce neanche più a fare il bidello. Al netto delle condanne sul Cerialdo, in passato per situazioni simili non sono stati assunti provvedimenti”. Come a dire, due pesi e due misure. A inizio anno, Blengino aveva fatto visita alla Casa circondariale del Cerialdo insieme a una delegazione di Possibile e Avs. “Conto di tornarci a Pasqua - annuncia -. All’epoca non l’ho visto sovraffollato, ma saturo. Il grosso problema sono le celle di isolamento, in condizioni devastanti. Abbiamo percepito la sofferenza di operatori ed educatori, costretti a lavorare in una condizione cronica di carenza di personale, e quella dei detenuti, che vivono in condizioni indegne”. Nel 2025, nelle carceri italiane, 80 suicidi. “Uno anche a Cuneo - conclude - dove la piaga più evidente è l’autolesionismo, soprattutto per i nord-africani. La presenza di stranieri è elevatissima, ma non c’è un mediatore culturale. Se manca la mediazione, il passaggio successivo immediato è arma-violenza”. Milano. L’housing per rispondere al sovraffollamento delle carceri di Ilaria Dioguardi vita.it, 18 febbraio 2026 Nelle statistiche del sovraffollamento carcerario c’è anche chi per la giustizia potrebbe pure vivere fuori dal carcere, ma non può a farlo perché non ha una casa. Ecco una risposta, piccola ma replicabile: dieci appartamenti di edilizia pubblica del comune di Milano, da ristrutturare, che verranno affidati tramite bando ad enti del Terzo settore che si faranno carico dell’accompagnamento e dell’inserimento sociale dei detenuti accolti, con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e private. È il progetto dei Cattolici Ambrosiani: un’iniziativa concreta, che può essere riproposta ovunque. Una risposta concreta all’emergenza carceraria. È il progetto dei Cattolici Ambrosiani che prevede, a Milano, l’individuazione di 10 appartamenti di edilizia pubblica da ristrutturare individuati dal comune e il reperimento dei fondi per le ristrutturazioni attraverso il sostegno di fondazioni bancarie, altre fondazioni ed enti e associazioni private. Gli appartamenti verranno affidati, tramite bando, ad enti gestori del Terzo settore che si faranno carico dell’accompagnamento e dell’inserimento sociale dei detenuti accolti. È previsto anche lo sviluppo di percorsi di inserimento lavorativo, con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e private, al fine di favorire percorsi di autonomia dei detenuti. L’idea è nata da uno spazio di confronto e collaborazione costituito da professori universitari e laici impegnati provenienti da diverse esperienze dell’arcidiocesi, che hanno coinvolto politici cattolici presenti in Consiglio comunale e nei municipi di Milano appartenenti a diversi partiti e schieramenti, Cattolici Ambrosiani è uno spazio di confronto e collaborazione. È nato due anni fa, a seguito delle sollecitazioni rivolte ai cattolici dell’arcidiocesi di Milano dall’arcivescovo, monsignor Mario Delpini ad avviare una riflessione sull’impegno civile e politico. “Nell’anno giubilare è maturata una comune e forte attenzione alle condizioni in cui vivono molti detenuti delle carceri milanesi: situazione che viola sistematicamente la dignità delle persone e che infligge un inutile aggravamento della pena. Si tratta, infatti, di una violenza subita dai detenuti a prescindere dal proprio percorso giudiziario”, si legge in una nota dei Cattolici Ambrosiani. “Tutti hanno concordemente sentito come inaccettabile la degradazione inflitta ai detenuti per il sovraffollamento delle celle, la limitazione di accesso alle cure, l’impedimento ad accedere ad attività tese al proprio recupero, le difficoltà dell’esecuzione della pena fuori dal carcere là dove previsto. Un quadro che si è drammaticamente aggravato in questo ultimo anno”, continua la nota, “allontanando il sistema carcerario da quei principi di recupero e riabilitazione della persona previsti dalla nostra Costituzione, così come è stato richiamato anche dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini”. Monsignor Delpini, nel suo ultimo discorso alla città, il 5 dicembre scorso disse: “La Costituzione è tradita per le pessime condizioni dei carcerati e per la formazione e il trattamento del personale della polizia penitenziaria. La Costituzione è tradita per la sempre maggiore recrudescenza delle norme. La Costituzione è tradita per la scarsissima accessibilità dei percorsi di reinserimento sociale dei condannati”, ha proseguito. “Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto, suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. […] Quando una società fa sì che la detenzione sia il modo più ovvio (e sbrigativo) per sanzionare reati, significa che non è realmente capace o impegnata a prevenire reati, a favorire la riparazione dei danni e a creare le condizioni per riportare le persone alla legalità”. “Da questa comune riflessione è maturata in Cattolici Ambrosiani l’esigenza di un’iniziativa concreta che si ponga come un gesto di speranza per la città, ma anche come possibile modello per altre realtà territoriali”, continua la nota, “rimarcando come sia possibile una convergenza tra politici di diverse sensibilità e tra questi e la società civile, di fronte alla condizione dei detenuti che chiama tutti a un sussulto di responsabilità e alla ricerca comune di soluzioni”. Cattolici Ambrosiani si è concentrato sul problema di quanti potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione ma sono impossibilitati a usufruirne per mancanza di un domicilio idoneo. Ha messo a punto un progetto, in collaborazione con il comune di Milano, per la realizzazione di alcuni alloggi per detenuti che hanno la possibilità di scontare la pena al di fuori del carcere. “C’è l’impegno, da parte dell’amministrazione comunale, di una messa a disposizione di una serie di appartamenti per progetti sociali, tra cui questo dei Cattolici Ambrosiani. Si tratta, in totale, di 500 appartamenti di edilizia popolare”, dice Giorgio Del Zanna, professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Contiamo entro l’estate di individuare i 10 appartamenti, poi inizierà una coprogettazione con il comune, in seguito la ristrutturazione”. “Abbiamo raccolto, anche dai responsabili dell’amministrazione penitenziaria centrale, un forte interessamento al nostro progetto. Siamo andati a toccare un aspetto molto importante: la questione abitativa è un grande problema. Il sovraffollamento delle carceri è dovuto anche al fatto che c’è un numero consistente di persone detenute che potrebbero uscire, ma non possono perché non hanno una casa, è una delle grandi emergenze. La nostra è una delle poche iniziative fatte per affrontare questo tema, abbiamo provato a indicare una soluzione praticabile al problema delle carceri sovraffollate”, continua Del Zanna. “L’ambizione del progetto è che sia replicabile. Lo si può fare in altre grandi città italiane o ovunque ci siano degli istituti di pena”. Il progetto prevede l’individuazione di 10 appartamenti di edilizia pubblica da ristrutturare individuati dal comune di Milano e il reperimento dei fondi per le ristrutturazioni attraverso il sostegno di fondazioni bancarie, altre fondazioni ed enti e associazioni private. Gli appartamenti verranno affidati, tramite bando, ad enti gestori del Terzo settore che si faranno carico dell’accompagnamento e dell’inserimento sociale dei detenuti accolti. È previsto anche lo sviluppo di percorsi di inserimento lavorativo, con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e private, al fine di favorire percorsi di autonomia dei detenuti. “L’emergenza abitativa si affronta con politiche strutturali, come il nostro Piano casa, ma anche con interventi mirati per situazioni più vulnerabili”, ha affermato alla conferenza stampa di presentazione del progetto, avvenuta presso l’Auditorium L. Clerici - Acli, Emmanuel Conte, assessore al Bilancio, demanio e piano straordinario casa del comune di Milano. “Questo progetto va in questa direzione: accompagnare i detenuti che possono accedere a misure alternative alla detenzione ma non dispongono di un domicilio idoneo, sostenendo percorsi di autonomia abitativa e inserimento lavorativo. È una risposta concreta all’emergenza carceraria e, insieme, un’idea di città più giusta e inclusiva”. Roma. Dalla reclusione all’inclusione, le persone vanno valorizzate per le loro capacità di Edoardo Iacolucci lacapitale.it, 18 febbraio 2026 In Campidoglio “Roma al Lavoro - Dalla Reclusione all’Inclusione: Oltre le barriere”. Le testimonianze di ex detenute, il focus sulla Legge Smuraglia e le strategie per ridurre la recidiva. “Le persone vanno valorizzate per le capacità non per gli errori commessi. Senza lavoro è difficile ricominciare, ma le seconde possibilità sono concrete. Ora sono indipendente, contribuisco alla società e la fiducia può cambiare la vita”. Con queste parole Anastasia, giovane ex detenuta, ha raccontato questa mattina in Campidoglio il proprio percorso di rinascita durante “Roma al Lavoro - Dalla Reclusione all’Inclusione: Oltre le barriere”. Prima hostess sugli aerei, poi il carcere, Anastasia ha parlato della sua reclusione come di “un momento di riflessione profondo” che le ha “insegnato umiltà e la forza di ricominciare” e di come abbia trovato “la dimensione nel settore alberghiero”, dove è rimasta quattro anni “crescendo professionalmente e ricostruendo la mia identità”. Accanto a lei Bruna, che ha raccontato di aver ottenuto “un contratto a tempo indeterminato a 53 anni” al call center dell’Università La Sapienza. Prima ancora, si era riappropriata della propria vita recitando, nelle attiivtà teatrali del carcere di Rebibbia: “Prima gli spettacoli li concepivo solo da spettatrice” ricorda. Ora invece c’è una vera e propria compagnia teatrale, composta da detenuti. Storie diverse, unite dal filo rosso del lavoro come strumento di dignità e inclusione. “Il lavoro leva di giustizia sociale” - L’evento, promosso dall’assessorato alla Scuola, Formazione e Lavoro, insieme all’Ufficio della Garante dei diritti delle persone private della libertà, in collaborazione con Hrc Community, ha riunito istituzioni, imprese e cooperative per approfondire strumenti e opportunità di inserimento lavorativo delle persone a rischio di esclusione sociale, con un focus sulla Legge Smuraglia e sugli incentivi fiscali per le aziende che assumono detenuti ed ex detenuti. “Questa - commenta l’assessora alle Pari Opportunità Claudia Pratelli - è una delle iniziative che stiamo promuovendo sul lavoro a 360 gradi, nella convinzione che vi sia bisogno di protagonismo e concretezza da parte delle istituzioni. Il lavoro infatti non è solo un’opportunità, ma una leva di giustizia sociale. Occuparci dei percorsi di inserimento lavorativo delle persone detenute ed ex detenute significa rompere il ciclo dell’esclusione per restituire futuro, dignità e sicurezza all’intera comunità”. Oggi il Campidoglio si è inserito in questo contesto “fornendo ai potenziali datori di lavoro strumenti operativi e utili per conoscere il sistema e usufruire delle opportunità che esistono”. ha concluso Claudia Pratelli. Inoltre, per Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma, “questo momento di incontro è solo uno dei tanti tasselli che rappresentano il senso del percorso che stiamo costruendo da tre anni”. Calderone ha ricordato “il protocollo con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulla formazione, il progetto pilota con Ama, i prossimi investimenti per corsi professionalizzanti”, parlando di “un ponte tra il dentro e il fuori, che attraverso concrete opportunità di formazione e lavoro acquista ancora più significato, in un momento in cui sovraffollamento e sofferenza all’interno delle carceri sono diventati intollerabili”. Recidiva, un “wicked problem” - L’intervento di Filippo Giordano, ordinario di Economia aziendale presso l’Università Lumsa ed esperto del Cnel, ha affrontato il tema “Dalla normativa alla pratica: la sostenibilità del lavoro in carcere per abbattere la recidiva”. “Occuparsi di carcere è occuparsi di bene comune; come la scuola e ospedale. Istituzioni che devono dare senso di comunità: occuparsi di carcere è occuparsi di comunità all’ennesima potenza”, ha spiegato. Giordano ha definito la recidiva un “wicked problem”, un problema complesso che coinvolge istituzioni, sistema giustizia, organizzazioni profit e non profit, personale penitenziario, famiglie e comunità. Ridurla, è emerso, richiede continuità negli interventi, programmi di medio-lungo periodo e una visione di sistema fondata sulla collaborazione tra attori diversi. Le cooperative e il lavoro come risposta concreta - Tra le realtà presenti Men At Work, cooperativa sociale a r.l. Onlus costituita a Roma nel 1998 impegnata nella progettazione e gestione di percorsi di inserimento lavorativo per persone svantaggiate. Oggi conta 60 persone tra soci e dipendenti. Presente anche Alberto Mochi Onori, presidente di Gustolibero e anima del Pastificio Futuro, che ha sottolineato come il lavoro, oltre a rappresentare un riscatto personale, contribuisca a ridurre la recidiva, con benefici umani, sociali ed anche economici, per l’intera collettività. Ha così evidenziato un tema che le istituzioni non possono non trattare in modo serio. Firenze. Non serve un nuovo carcere, serve la città che cura. Ma le istituzioni lo ignorano di don Vincenzo Russo* perunaltracitta.org, 18 febbraio 2026 Il carcere non è un corpo estraneo alla comunità urbana. Il fatto che istituti come quello di Firenze si trovino fisicamente in periferia ha assecondato, per anni, l’illusione di poter “rimuovere” il problema, nascondendo disagi ed esistenze (tante, troppe) ritenute scomode. Tuttavia, l’illegalità che si respira dentro le carceri - denunciata recentemente dalle cronache e dai garanti - non è che il riflesso di una violazione tragica di norme e dignità, violazioni o quanto meno noncuranza compiute dai responsabili (di governo a tutti i livelli) già nei territori. Oggi si torna a parlare di demolizioni e ricostruzioni, come se il problema fosse risolvibile attraverso l’edilizia. In realtà sono “proposte nuove dal sapore vecchio”, avanzate puntualmente durante le emergenze per poi svanire nel silenzio. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che le ascoltiamo. Serve invece una riflessione più profonda. Il malessere presente negli istituti di pena è l’esito finale di un percorso di abbandono che inizia nella vita quotidiana della città. Se osserviamo con onestà le periferie esistenziali, i quartieri privi di servizi e le zone lasciate al degrado, ci rendiamo conto che queste aree urbane sono diventate veramente delle “carceri a cielo aperto”. Qui le condizioni di vita, la mancanza di prospettive e l’assenza dei diritti fondamentali sono tragicamente simili a quelle che si vivono dietro le sbarre. Il carcere è nella città perché chi vi abita è figlio di quel quartiere, di quel rione, di quel territorio. Negli istituti di pena si concentra il fallimento delle politiche sociali esterne. Il carcere è una raccolta della crescente dipendenza dalle sostanze, della fragilità psichiatrica denunciata ma non presa in carico, della marginalità economica vista come responsabilità personale e non come esito di sfruttamento. Questi problemi non nascono nelle celle, e non si risolvono con le celle, per quante ce ne siano disponibili. Sono sintomi di una società malata, sperequata, di un governo che non è di tutti, che non sa curare, accogliere o prevenire. Quando una persona varca la soglia di un penitenziario, abbiamo già perso credibilità, la collettività ha già perso la sua battaglia. Quando una persona muore o si suicida in carcere abbiamo già sulle spalle una enorme responsabilità. L’amministrazione locale non può limitarsi a dichiarare la necessità di nuovi edifici. Questo è, al contrario, quanto enunciato negli articoli dei giornali locali. Essere Sindaco o comunque rappresentante delle istituzioni significa essere una presenza costante nella costruzione di una comunità, civile, che comprenda tutti. Significa garantire a tutti condizioni di vita dignitose affinché la strada non diventi l’inevitabile anticamera della cella. Questo è il solo investimento sociale che può consentire poi di pretendere, con autorevolezza, che altri facciano la loro parte. L’amministrazione penitenziaria, il carcere, anche tante piccole carceri, non possono diventare luoghi di vera dignità e non depositi di vite sconfitte. Lo abbiamo visto un po’ ovunque (es. Milano): l’apertura di nuove strutture ha portato solo alla moltiplicazione dei problemi di quei luoghi. Non si affronta la questione carcere se non si affrontano le questioni che attraversano le città. Il lavoro che manca, la casa che non c’è, la sanità e la scuola che non sono diritti ma costi, generano sacche di povertà e di abbandono che diventano il bacino in cui si genera nuova esclusione, nuova reclusione. Se si continua a rispondere solo con la repressione e il “pugno duro” per rassicurare l’opinione pubblica, non si farà altro che alimentare questo circolo vizioso. A Firenze sembra essere estremamente importante il decoro, la facciata, l’assenza di “disturbo” nelle vie del centro. I turisti, o chi attraversa il centro della nostra città, patrimonio di cultura e bellezza, non devono avere percezione della realtà, devono ignorare che il vero degrado è quello che calpesta i diritti umani, sia nei territori dimenticati sia nelle celle sovraffollate. Forse il Garante comunale (garante di chi? delle persone private della libertà o di chi gode libertà e benessere?) dovrebbe fare una riflessione su questi temi prima di dichiarare che la soluzione è la costruzione di nuovi Istituti di pena. È nella indifferenza verso i bisogni e i diritti di tutti, in questo silenzio complice, interrotto solo da annunci ciclici e sterili, che si consuma la crisi della nostra civiltà. Finché il grado di civiltà di una comunità sarà misurato sulla capacità di nascondere chi soffre, anziché sulla volontà di diminuire la sofferenza, la città e il carcere continueranno ad essere due facce della stessa, identica sconfitta. *Opera Madonnina del Grappa, Associazione Casa Caciolle Livorno. Carcere, concluso il progetto “Fuori”, un percorso di formazione professionale gazzettadilivorno.it, 18 febbraio 2026 Il consigliere regionale Pd Alessandro Franchi racconta la sua visita al carcere “Le Sughere”. “Non è la prima volta che entro in carcere, ma ogni volta è un’esperienza che interroga, che chiede attenzione e responsabilità. Lunedì ho partecipato all’incontro conclusivo del progetto F.U.O.R.I. - Formarsi per Un’Opportunità di Reinserimento Inclusivo, realizzato presso la Casa Circondariale Le Sughere: un percorso di formazione professionale rivolto alle persone detenute, promosso da Provincia di Livorno Sviluppo in collaborazione con Cescot Livorno e finanziato dalla Regione Toscana”. Alessandro Franchi, consigliere regionale del Partito Democratico, racconta, con un post sui suoi profili social, la sua recente visita alla Casa Circondariale Le Sughere di Livorno. “Un sincero ringraziamento va anche al personale della Casa Circondariale, che con professionalità e dedizione ha reso possibile lo svolgimento del progetto e di questo incontro dimostrativo. - prosegue Franchi - Attività come questa hanno un valore enorme: offrono competenze concrete, restituiscono dignità e creano una prospettiva reale di reinserimento lavorativo e sociale una volta terminata la pena. La formazione non è un “di più”, ma uno strumento fondamentale per ridurre la recidiva e rafforzare la sicurezza dell’intera comunità”. “È questo il senso più autentico della pena, come sancito dalla nostra Costituzione: non solo sanzione, ma rieducazione e riabilitazione. - aggiunge Franchi - Investire in percorsi come questo significa credere in un carcere che non sia soltanto luogo di detenzione, ma anche di responsabilizzazione, crescita e seconde possibilità. La Regione Toscana continuerà a sostenere progetti che mettono al centro la persona e il lavoro, perché un sistema penitenziario più giusto è un beneficio per l’intera società”. Brindisi. Un protocollo per i figli dei detenuti: “Le colpe dei padri non ricadano sui minori” brindisireport.it, 18 febbraio 2026 Presentata l’iniziativa che punta a coordinare istituzioni, Asl e servizi sociali per garantire il diritto agli affetti e contrastare la “vittimizzazione secondaria”. Mettere al centro i bambini e il loro diritto a mantenere un legame con i genitori, nonostante le sbarre. È questo l’obiettivo ambizioso del nuovo protocollo di intesa a tutela dei figli delle persone private della libertà personale, presentato oggi alla presenza dei vertici della Provincia di Brindisi. Secondo Valentina Farina, garante dei diritti delle persone private della libertà per la provincia di Brindisi, il protocollo rappresenta un “atto dovuto” per evitare che i figli dei detenuti subiscano politiche di vittimizzazione secondaria. L’iniziativa non resterà un mero documento d’intenti, ma darà il via a un lavoro di partecipazione e concertazione che coinvolgerà i sindaci del territorio e, in modo particolare, l’Asl. L’obiettivo è creare un ponte diretto tra la casa circondariale di Brindisi e le strutture sanitarie esterne, come i consultori, i centri per la famiglia e i Serd, affinché possano attuare interventi di potenziamento all’interno del carcere. Tale supporto si rende necessario anche alla luce delle criticità rilevate nel tempo, come l’alto tasso di suicidi e la gestione di detenuti con problematiche psichiatriche rilevanti. “I legami affettivi dovrebbero potenziare quella che oggi rappresenta la responsabilità istituzionale più importante”, ha sottolineato Farina. Prato. Luci e ombre del carcere nelle fotografie di Patrocchi di Agostino Lenzi La Nazione, 18 febbraio 2026 Fino a sabato è ancora possibile vedere la mostra “Discrepanze” al Palazzo delle Professioni. È stata organizzata Fondazione Caritas, Diocesi di Prato e Ordine degli Architetti. È possibile pensare il carcere in modo diverso da come si è soliti fare? Secondo la Fondazione Solidarietà Caritas Onlus, insieme alla Diocesi di Prato e all’Ordine degli Architetti, ciò è possibile e lo ha dimostrato con il progetto “Discrepanze: luci e ombre del carcere di Prato”, una mostra fotografica esposta fino al 21 febbraio al Palazzo delle Professioni. La mostra è stata organizzata da don Enzo Pacini, direttore della Caritas di Prato e cappellano del carcere La Dogaia, insieme alla sociologa e fotografa Ottavia Patrocchi. Grazie al supporto da parte del direttore del carcere di Prato, Luca Cicerelli, la fotografa ha avuto accesso libero a tutta la struttura di cui ha immortalato vari ambienti. Infatti, l’obiettivo dell’esposizione è quello di mostrare le discrepanze del carcere attraverso le foto dei vari scenari, permettendo di osservare le luci e le ombre della struttura. Come ha affermato Ottavia Patrocchi “le foto vogliono mostrare questa dicotomia tra i progetti di reinserimento, le risorse umane, le energie spese e dall’altra parte: luoghi che cadono a pezzi, il degrado, infiltrazioni di acqua su interi piani, celle date alle fiamme per le rivolte che non sono ancora utilizzabili per una mancata ristrutturazione”. La fotografia, dunque, appare non come “uno strumento di giudizio, ma come un mezzo per analizzare i contesti, che ha anche il dovere di riprodurre più o meno fedelmente la realtà”. La mostra ritrae infatti allo stesso tempo ambienti presentabili, come la ludoteca dei bambini che vengono a visitare i genitori, e altri invece completamente degradati come le celle strette e chiuse con le infiltrazioni d’acqua. “La mostra nasce proprio per umanizzare il carcere, o perlomeno per dare uno sguardo il più possibile corretto”, le parole di don Pacini. Attraverso un percorso costruito con fotografie e commenti dei detenuti, la fotografa ha cercato di ricostruire l’esperienza dello stare in carcere. “Il carcere è un luogo molto lontano da noi e quando entri sembra di essere in un mondo che non ci appartiene: cancelli che sbattono, urla, confusione, ma anche un silenzio assordante, la noia, ore che scorrevano lunghe e pesanti, l’aria viziata”. Un’esperienza di questo tipo, hanno sottolineato Ottavia Patrocchi e don Pacini, richiede sicuramente una mente aperta e una buona informazione, condizioni indispensabili per affrontare questo tema. “Carcere, la vita dentro”. Il nuovo volume di MicroMega micromega.com, 18 febbraio 2026 Massimo Congiu, Francesca Vianello, Marianna Gatta, Filippo Zingone e Antonello Azzarà nel nuovo volume di MicroMega. La condizione del carcere in Italia è notoriamente indegna di un paese civile. Come ricostruisce Massimo Congiu nella seconda sezione del volume di MicroMega dedicato a carcere e penalità nel XXI secolo, sovraffollamento, degrado strutturale, scarsità di attività trattamentali e carenze di personale rendono l’esperienza detentiva una quotidianità disumanizzante. Un sistema in crisi permanente che, in molti casi, si traduce in morte: i tassi di suicidio tra i detenuti raccontano infatti una realtà in cui la sofferenza diventa fatale. Ma chi popola le carceri italiane? Francesca Vianello analizza la composizione sociale della popolazione detenuta e mostra come la stretta penale sulle fasce più fragili - immigrati, consumatori di droghe, poveri - rifletta la debolezza del welfare e la violenza di leggi che, da decenni, producono carcere più che giustizia. Una repressione selettiva, che si accanisce sempre di più sui fragili. A raccontare cosa significhi vivere “dentro” sono tre ex detenuti le cui voci sono state raccolte da Marianna Gatta e Filippo Zingone: una testimonianza cruda, che attraversa psicofarmaci, solitudine, mancanza di prospettive, e che prosegue anche oltre le sbarre, nel vuoto del reinserimento. Perché in carcere si entra soli, e si esce ancora più soli. Ma la reclusione non logora solo chi la subisce. Antonello Azzarà riflette sulla condizione della polizia penitenziaria, intrappolata anch’essa in un sistema che esaspera i conflitti e svuota le relazioni. Il carcere, spazio chiuso per eccellenza, corrode tutto ciò che contiene. “Gargoyle”, il libro di Alfredo Vassalluzzo che scuote le coscienze Gazzetta di Mantova, 18 febbraio 2026 Di giorno insegna Letteratura, di sera scrive romanzi. È Alfredo Vassalluzzo, autore per la casa editrice Sensibili alle Foglie di “Gargoyle”, romanzo pubblicato da pochissimo ma che sta riscuotendo interesse e accendendo dibattito. Un detenuto, se la merita un’altra possibilità? A pena scontata, si ritiene scontata anche la pena sociale? Sono solo alcune delle domande che impone “Gargoyle”, storia in chiaroscuro di un insegnante alle prese con detenuti di un carcere maschile di massima sicurezza, che verrà presentato a Frascati (Rm) il 27 febbraio. Alla presentazione interverrà Dario Di Cecca, presidente di Antigone Lazio, Fulvia Schiavetta, dirigente scolastico, l’Associazione “Verso il sole” di Roma, che si occupa di offrire qualche chance agli ex detenuti. A moderare l’incontro Stefano Pavan. Ovviamente ci sarà l’autore per rispondere alle domande del pubblico. Il protagonista, anch’egli di nome Alfredo, è alter ego dell’autore, insegnante precario che accetta una cattedra all’interno della “Bestia” che tutto appiattisce, anche le menti dei detenuti. Tra questi, spiccano figure che diventano archetipi: Ernesto il boss, Ling, il rom senza memoria, Damir, il russo ingenuo e scanzonato, Valerio, la grande delusione. Ognuno con le proprie caratteristiche, ognuno con la propria umanità compressa. Il romanzo, che alterna toni allegri a toni drammatici in una modalità sorprendente, pone il lettore al cospetto di una realtà che vorrebbe mantenere lontana ma a cui finisce per legarsi. Questo il punto di forza del romanzo. Nessun pietismo, pregiudizi che vengono demoliti pagina dopo pagina e l’adesione alle storie dei detenuti che non sono mai semplificazioni della realtà. Il ladro, il trafficante, il rapinatore, non vengono raccontati per quello che hanno commesso ma per quello che sono: storie di nuda umanità compressa in uno stato di costrizione che, oltre che fisica, è anche e soprattutto mentale. La scrittura di Alfredo Vassalluzzo non si limita a narrare; essa incide. Con una prosa che fonde la precisione del cronista alla sensibilità del poeta, Vassalluzzo trasforma il perimetro asfittico del carcere in un palcoscenico universale di passioni umane. La sua è una scrittura materica: tra le righe si avverte il peso del cemento, la ruvidità del mattone rosso, il fruscio quasi sacro dei fogli di Damir. Ciò che colpisce maggiormente è la sua capacità di gestire i chiaroscuri emotivi. Vassalluzzo rifugge la retorica facile, preferendo un linguaggio essenziale, fatto di ellissi e silenzi carichi di significato. La sua penna è uno strumento di scavo che non teme di esplorare le zone d’ombra dei suoi protagonisti, restituendoci dialoghi che vibrano di una verità nuda, a tratti brutale, ma sempre pervasa da una profonda umanità. Nelle pagine di Garfoyle, lo stile di Vassalluzzo diventa esso stesso metafora: una narrazione che, pur muovendosi tra confini angusti, riesce a trovare varchi di luce, dimostrando che la grande letteratura è quella capace di trasformare un’assenza in una presenza perenne. Sicurezza o libertà? L’Italia di fronte a un bivio di Tommaso Greco Avvenire, 18 febbraio 2026 Da Thomas Hobbes alla fiducia sociale: non c’è vera sicurezza senza relazioni e tutele. E la scorciatoia della forza rischia di impoverire libertà e legami civili. Si parla molto in questi giorni, e giustamente, di sicurezza. I fatti di Torino, i decreti che ne sono seguiti (ma già annunciati da tempo), le notizie provenienti da Paesi come gli Stati Uniti e da altre democrazie occidentali, le scelte radicali che vengono fatte in Europa e in Italia sul tema dell’immigrazione, richiamano la nostra attenzione su questo tema, che ormai da qualche decennio rappresenta - come ha spiegato efficacemente Zygmunt Bauman - il luogo cruciale di legittimazione della politica, in un’epoca in cui i grandi problemi del mondo le sfuggono. Non potendo governare i grandi processi, e cioè altri problemi urgenti delle persone, i governi nazionali si sono concentrati sulla più fondativa e originaria risorsa del loro potere: quella di usare la forza per garantire sicurezza, intesa questa, molto restrittivamente, come sicurezza del corpo, della fisicità, della incolumità: della nuda vita, come la chiamerebbe Giorgio Agamben. Occorre però, su questo tema come su altri, essere meno generici e farsi alcune domande che possono aiutarci a fare distinzioni essenziali per individuare la strada più adeguata da percorrere di volta in volta: di cosa parliamo, quando usiamo la parola “sicurezza”? E per chi è pensata e voluta questa sicurezza? cosa, precisamente, vogliamo che sia reso più sicuro? Domande ineludibili sempre, tanto più in un’epoca in cui viene dato per scontato che alcuni pilastri della nostra stabilità esistenziale, come il lavoro e la salute, vengono considerati estranei a ogni discorso sulla sicurezza. Ancora una volta, i classici del pensiero politico ci vengono in soccorso offrendoci con grande chiarezza i modelli intorno ai quali svolgere i nostri ragionamenti. La sicurezza di cui parliamo e che mettiamo alla base delle nostre leggi e delle nostre scelte, è quella di cui scrive Thomas Hobbes, che la considera un prius assoluto, a cui sacrificare eventualmente ogni altro diritto perché nulla è pensabile senza quella condizione che può essere garantita solo dalla verticalità del potere? Oppure è quella di John Locke, che la intende come “sicurezza dei diritti”, in senso liberale e costituzionale, pensando la sicurezza come effetto di una serie di tutele che lo Stato deve garantire ai suoi cittadini? Parliamo forse del “diritto alla sicurezza”, inteso come uno dei diritti fondamentali del cittadino eventualmente da bilanciare con altri diritti, com’era nello spirito delle dichiarazioni rivoluzionarie della Francia di fine Settecento? O infine, parliamo della sicurezza derivante dal “patto iniquo” di cui raccontava Jean-Jacques Rousseau, che vedeva in questo patto la sanzione definitiva della disuguaglianza che separava radicalmente i possidenti dai non-possidenti, i privilegiati dagli sventurati? Insomma, ci sono molti significati di sicurezza, ai quali se ne deve aggiungere almeno un altro, decisivo, che la letteratura scientifica e critica ha richiamato più volte. Si tratta di una sicurezza “comunitaria” (attenzione: non comunitaristica), che non viene garantita dall’alto, attraverso il potere della forza, ma che è frutto di una attenta lettura della società stessa, e di un adeguato progetto sociale e istituzionale, capace prima di ogni cosa di creare ambienti abilitanti in cui si possano svolgere relazioni di mutuo riconoscimento e di reciproco rispetto. Una sicurezza fondata più sulla fiducia, che sulla sfiducia, come ricordava qualche giorno fa Vittorio Pelligra sulle pagine di “Avvenire”. Tale concezione è espressa perfettamente nell’art. 4 della Dichiarazione dei diritti e dei doveri del 1795: “La sicurezza risulta dal concorso di tutti per assicurare i diritti di ciascuno”. Trattandosi di un terreno delicato, sul quale si gioca il sempre difficile equilibrio tra autorità e libertà, dovremmo riflettere meglio su quale sia il modello al quale ci ispiriamo quando facciamo scelte importanti che incidono pesantemente sulla vita collettiva. Farsi ispirare esclusivamente dal modello sicuritario fondato sulla forza e sul potere - come indubbiamente avviene per molte delle disposizioni dei recenti decreti del Governo - rischia di rafforzare la convinzione, già fin troppo diffusa, che l’unica nostra risorsa per rispondere alla violenza (e in genere a qualunque problema sociale) sia quella che passa dalla forza e dalla restrizione delle libertà. Ma il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni non può basarsi soltanto sulla delega relativa all’uso legittimo (per quanto regolato) della violenza. Sebbene questo sia un presidio importante della vita sociale, quest’ultima ha bisogno soprattutto e innanzitutto di relazioni di riconoscimento, nelle quali possa circolare - in un quadro di libertà garantite dal diritto - lo spirito della fiducia. A tal fine, l’invito che si può rivolgere alla politica è di far tesoro di tutto ciò che su questi temi è stato scritto e fatto nei decenni precedenti. Non è affatto vero, infatti, che ci si è disinteressati della sicurezza, come spesso si dice. Anzi proprio un tema come questo potrebbe offrire l’occasione per riprendere il filo del dialogo tra politica e cultura, la cui interruzione, ormai risalente, paghiamo anche in termini un incattivimento dei rapporti sociali. Multe, sanzioni e carcere: i treni sono la nuova ossessione del Governo di Riccardo Pieroni today.it, 18 febbraio 2026 Sicurezza nelle stazioni e sui binari: punizioni esemplari per gli atti di sabotaggio. Tra i tanti temi su cui punta il centrodestra c’è anche il dossier treni. Una questione che non lascia sonni tranquilli al ministro dei Trasporti Matteo Salvini ma che sembra interessare l’intera coalizione. Lo dimostra l’ultima proposta presentata da Forza Italia per punire chi “attenta alla sicurezza dei trasporti”, un tassello che si inserisce in un elenco piuttosto variegato di misure e direttive. Lunedì 16 febbraio gli azzurri presentano un disegno di legge in Senato che vuole introdurre una nuova fattispecie nel Codice penale: “Attentato alla sicurezza dei trasporti con finalità di terrorismo”. L’obiettivo? Punire chiunque “ponga in essere atti di violenza o sabotaggio che incidono sul sistema dei trasporti”, spiegano i firmatari del testo, il senatore Pierantonio Zanettin e il capogruppo azzurro Maurizio Gasparri. Rientrano nel nuovo reato “l’utilizzo di un veicolo come arma, l’attacco diretto a infrastrutture, mezzi o servizi di trasporto, la creazione di un grave pericolo per la sicurezza della circolazione”. La pena immaginata dai forzisti è la reclusione da dodici a venti anni. L’obiettivo del disegno di legge è quello di “introdurre una nuova fattispecie incriminatrice autonoma che punisca con pene particolarmente severe gli attentati alla sicurezza dei trasporti commessi con finalità di terrorismo, al fine di rafforzare la deterrenza e affermare il disvalore eccezionale di tali condotte”, si legge nella relazione di accompagnamento del testo, presa in visione da Today.it. Il testo del partito di Antonio Tajani è appena sbarcato a Palazzo Madama e difficilmente diventerà legge in tempi rapidi. Questo perchè i lavori parlamentari sono piuttosto monopolizzati dalla conversione dei decreti emanati dal governo Meloni: le iniziative dei singoli finiscono spesso per essere degli annunci o poco altro. Una tendenza diffusa ormai da diverse legislature e che spinge deputati e senatori a riporre le “proprie speranze” negli emendamenti, cioè le proposte di modifica che vengono presentate ai vari provvedimenti. E proprio sulla sicurezza dei treni è intervenuto un emendamento di Fratelli d’Italia che ha inasprito le sanzioni per chi attraversa in maniera impropria i binari o aziona il freno d’emergenza a bordo dei vagoni. La proposta, approvata al decreto Infrastrutture del 2025, è stata presentata dal meloniano Salvatore Deidda, presidente della commissione Trasporti alla Camera. L’emendamento in sostanza stabilisce che le multe potranno variare dai 500 ai 2.000 euro. La ratio della misura è stata spiegata dallo stesso Deidda a Today.it: “È fondamentale modificare l’importo delle sanzioni per l’attraversamento improprio dei binari, per chi lancia oggetti contro i treni, chi aziona il freno d’emergenza, chi lascia bestiame incustodito o chi appicca fuochi, andando ben oltre una semplice rivalutazione del cambio lira-euro”. Il decreto Sicurezza dello scorso anno è stato uno dei provvedimenti maggiormente contestati da opposizioni, associazioni e giuristi. Nelle pieghe del testo è finita la trasformazione del blocco ferroviario attuato “mediante ostruzione fatta col proprio corpo” da illecito amministrativo a penale. La misura prevede che si potrà essere puniti con un mese di carcere e una multa fino a 300 euro. Il decreto interviene pure su quanto accade nelle stazioni ferroviarie. Una norma ad hoc introduce una nuova circostanza aggravante per i reati commessi all’interno o nelle “immediate adiacenze” degli scali. Una circostanza che si applica ai delitti non colposi contro la vita e l’incolumità pubblica e individuale, contro la libertà personale e contro il patrimonio o che comunque offendono il patrimonio. Da mesi la maggioranza discute dell’operazione “Strade sicure”, introdotta nel 2008 con un decreto del governo Berlusconi. La Lega vorrebbe rafforzare il contingente dei militari impiegati nelle città mentre Fratelli d’Italia frena. Il dibattito però testimonia - ancora una volta - l’attenzione del centrodestra verso la sicurezza dei treni visto che l’operazione “Strade sicure” riguarda pure i presidi di molte stazioni ferroviarie. Ma c’è dell’altro: l’ultima ondata di sabotaggi sulla linea dell’Alta velocità spinge il governo a valutare l’applicazione di nuove misure. Dall’utilizzo di droni per il monitoraggio delle aree sensibili al potenziamento dei sistemi di videosorveglianza anche attraverso tecnologie basate sull’intelligenza artificiale. L’esecutivo valuta pure l’estensione delle recinzioni lungo i tratti più importanti e il rafforzamento del programma “Stazioni sicure”, l’iniziativa promossa dal gruppo Ferrovie dello Stato in collaborazione con le forze dell’ordine. I treni e la sicurezza sui binari rappresentano quindi “un’ossessione” per l’intero centrodestra. Il tema però riguarda soprattutto da vicino Matteo Salvini. Il dossier è piuttosto delicato per il ministro dei Trasporti: i cantieri infiniti e i ritardi continui impensieriscono il segretario della Lega. Migranti. Macomer, la rivolta nel Cpr sotto la lente del Garante di Costantino Cossu Il Manifesto, 18 febbraio 2026 La notizia risale allo scorso 9 febbraio, ma il fatto che se ne sia venuti a conoscenza solo l’altro ieri la dice lunga su che cosa sono i Cpr, specie quelli che non si trovano nelle grandi città, lontani dai circuiti della comunicazione. Nel pomeriggio del 9 febbraio alcune delle persone trattenute nel Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, per protestare contro le condizioni in cui sono costrette a vivere, hanno appiccato un incendio in uno dei quattro blocchi in cui è diviso l’ex carcere che ospita il centro di permanenza. Negli altri blocchi una buona parte dei migranti (in tutto quasi 50) ha dato vita a una protesta rumorosa battendo oggetti. Sono intervenuti i poliziotti che fanno parte del presidio permanente che dentro il Cpr. Con la forza hanno fatto sgomberare tutti e quattro i blocchi, in attesa che venisse spento l’incendio. Tutti i migranti sono stati fatti scendere in cortile e lì sono rimasti, sotto un maestrale gelido, sino a quando le fiamme non sono state domate. Pare - ma non è certo perché è difficilissimo avere notizie dalla cooperativa che gestisce il Cpr - che almeno un ospite della struttura abbia dovuto ricorrere a cure mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale di Nuoro. Certo è, invece, che un gruppo ristretto di migranti - quelli considerati promotori dell’azione di protesta - sono stati trasferiti nei giorni scorsi in altri Cpr al di là del Tirreno, per l’esattezza a Trapani. A denunciare i fatti è l’Assemblea No Cpr Macomer, un collettivo informale che fa parte della Rete nazionale No Cpr che si batte, in condizioni sempre molto difficili, per portare alla luce le violazioni dei regolamenti e delle norme di legge che in tutta Italia vengono compiute nei centri. “Mentre il governo italiano - dicono i militanti sardi No Cpr in un documento - si prepara a spingere sempre più in là il limite della violenza contro i migranti attraverso un ddl sull’immigrazione che aggiunge infamia a leggi già oggi indegne di un paese civile, dobbiamo ancora una volta fare luce su quello che succede nel Cpr di Macomer”. Situazione sanitaria precaria, alimentazione scadente, inattività con relativi problemi psicologici anche gravi e conseguente uso improprio di sedativi, comunicazioni con l’esterno ridotte al minimo, nessuna certezza rispetto alle prospettive future, episodi di autolesionismo ricorrenti sono stati denunciati in passato dalla garante sarda per i detenuti, Irene Testa, e dalla deputata di Avs Francesca Ghirra. Un anno fa la Rete italiana No Cpr ha diffuso un dossier sul centro di Macomer dal quale esce un quadro che dire allarmante è poco. Ghirra ha presentato un’interrogazione alla Camera. D’altra parte, il problema va al di là del caso sardo. È, ovviamente, generale. “Da anni - si legge nel documento di denuncia diffuso dagli attivisti di Macomer - richiamiamo l’attenzione su quanto sia intrinsecamente violenta e degradante la creazione dei campi di concentramento per migranti che vanno sotto il nome di Cpr, l’inevitabile clima di violenza, sopruso e di omertà che è essenziale per il funzionamento di queste strutture. Lo scopo dei Cpr non è rimpatriare i migranti, ma negare la loro dignità umana. I primi a saperlo sono i migranti stessi ed è per questo che vivono l’internamento con disperazione, ma anche con enorme rabbia. I Cpr sono la punta di lancia di un sistema repressivo. Per questo dobbiamo mobilitarci in maniera forte e determinata per chiudere i Cpr definitivamente e porre fine a questa spirale di violenza e disumanità senza fine”. Migranti. Cimitero Mediterraneo: così il mare sta restituendo decine di cadaveri di Daniela Fassini Avvenire, 18 febbraio 2026 Sono in tutto 13, per il momento, i corpi senza nome ritrovati a riva o sulle spiagge di Calabria e Sicilia, sferzate dalle mareggiate. Il drammatico racconto del comandante della Guardia Costiera Giuseppe Durante: ho riconosciuto un salvagente tra le onde. Nove cadaveri recuperati in Sicilia, tra Pantelleria e Trapani e altri quattro sulla costa tirrenica calabrese. Il mare arrabbiato restituisce i corpi dei migranti vittime di naufragi, quelle delle tragedie “fantasma” forse del ciclone Harry o ancora più indietro nel tempo. Le mareggiate che hanno colpito il Sud negli ultimi giorni confermano l’orrore di un Mediterraneo che è sempre più cimitero. L’ultimo corpo è stato recuperato, ieri, a Tropea. Sono stati alcuni studenti ad avvistare due corpi galleggiare tra le onde e poi ad allertare la macchina dei soccorsi, la Capitaneria di porto. “Inizialmente si pensava a due corpi distinti. In realtà è uno solo. O meglio quel che resta di un uomo” racconta il comandante della Guardia costiera di Tropea, Giuseppe Durante. “Era spiaggiato, con il salvagente ancora attorno alla parte bassa del corpo, poi il mare l’ha ripreso e riportato tra le onde. E quando i ragazzi lo hanno visto di nuovo in mare, con quel salvagente arancione, hanno pensato a un secondo corpo”. Il comandante Giuseppe Durante, di salvagenti come quelli ne ha visti tanti e non ha dubbi. “È un uomo, sicuramente un migrante vittima dei tanti naufragi fantasma del Mediterraneo. Ho riconosciuto quel salvagente, arancione, sono gli stessi che vengono usati dai migranti. Ho partecipato a tanti soccorsi negli anni scorsi e li riconosco”. Giuseppe ieri ha fatto il suo primo bagno in mare. Il primo della stagione. Certo, ammette, avrebbe voluto farlo in un’altra occasione. Di spensieratezza e divertimento. Invece gli è capitato di doversi buttare tra le onde del mare agitato per recuperare quel “resto”. “C’è un corpo senza vita sulla spiaggia venite”: è l’allarme, arrivato al centralino della capitaneria di Tropea. Ed è stato lui, il comandante Durante, a gettarsi fra le onde e a recuperare quel che resta di quell’uomo. Ma non è l’unico orrore restituito dal mare. Negli ultimi 10 giorni, lungo il Tirreno cosentino, si sono verificati 3 ritrovamenti. Il primo, l’8 febbraio a Scalea. Poi ad Amantea, quattro giorni dopo. E ieri infine a Paola e a Tropea, nel Vibonese. Sul posto, Polizia locale, Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia Costiera. La Procura di Paola è stata informata e ha avviato le indagini sul caso. L’ipotesi più probabile è che si tratti di migranti caduti in mare da qualche imbarcazione, forse naufragata senza che nessuno ne fosse a conoscenza, per poi essere trascinati a riva dalle forti mareggiate di questi giorni. È l’ipotesi su cui sta lavorando la Procura della Repubblica di Paola e da ieri anche quella di Vibo Valentia che ha disposto l’autopsia sulle salme rinvenute sulle spiagge del Tirreno cosentino. Si indaga sulla causa dei decessi e su eventuali segni di violenza sui corpi. Altri nove cadaveri sono stati recuperati nelle acque Siciliane nei giorni scorsi. Cinque corpi in totale sono stati rinvenuti a Pantelleria (due in mare e tre sulle scogliere dell’isola), uno a Marsala, uno a Petrosino, uno a San Vito Lo Capo e uno nel tratto di mare davanti l’isolotto della Colombaia a Trapani, in operazioni coordinate dalle Autorità marittime con i Vigili del fuoco e le Forze dell’ordine. La rotta del Mediterraneo centrale continua ad essere la più letale per chi fugge dal Nord Africa per raggiungere l’Europa. Secondo le stime dell’Oim, l’Oganizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel solo mese di gennaio appena trascorso più di 450 persone hanno perso la vita: tre volte il dato di gennaio 2025. Secondo Refugees in Lybya, i migranti scomparsi in mare sarebbero circa mille, stima fatta in base agli allarmi di amici e conoscenti che non hanno più notizie dei loro cari. Solo pochi giorni fa il vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli, aveva celebrato una Messa in cattedrale in memoria delle vittime dei naufragi e della tratta. “Hanno trasformato il Mediterraneo in un enorme cimitero - dichiara Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. Da dieci giorni i nostri gruppi locali in Sicilia e Calabria stanno monitorando lo stillicidio di ritrovamenti di corpi lungo le coste: è la tragica conferma dell’ecatombe di persone migranti che si è consumata tra il 15 e il 22 gennaio in mare. Ma ci chiediamo: nelle istituzioni del nostro Paese di questa strage e delle centinaia di vittime interessa a qualcuno?”. Migranti. Redouane tra carcere ed espulsioni: chi è il 50enne al centro della bufera sui giudici di Eleonora Camilli La Stampa, 18 febbraio 2026 Il suo trasferimento in Albania era illegittimo. La sua vicenda può diventare un precedente. È il primo caso di risarcimento per il mai decollato protocollo con Tirana, ma quello dell’uomo algerino che dovrà avere 700 euro dal Viminale per il trasferimento improprio nel Cpr di Gjader rappresenta anche un precedente importante. Per i giudici del tribunale di Roma, che hanno valutato il caso, le procedure di trasferimento in Albania sono avvenute contravvenendo le regole. Nello specifico, come si legge nella sentenza, “il trasferimento è stato eseguito senza un provvedimento, con modalità che non hanno consentito al trattenuto di sapere dove sarebbe stato condotto”. In assenza di una comunicazione ufficiale, dunque, è stato impossibile per il migrante comunicare la decisione ai familiari, in particolare ai figli minori, e al suo legale. All’uomo era stato solo detto che sarebbe stato portato a Brindisi. Non oltre l’Adriatico. Per il Tribunale questo ha comportato una lesione della “vita privata e familiare” del migrante tutelata dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Da qui il danno stimato in 700 euro. La storia di Redouane L., un uomo algerino di 50 anni, residente nel nostro Paese e padre di due figli minorenni, di quattro e sette anni, avuti da una donna italiana, inizia nel 1995 quando l’uomo arriva in Italia. Qui non riesce mai a regolarizzarsi e per questo riceve una serie di provvedimenti di espulsione, nonché alcune sentenze di condanna, emesse tra il 1999 e il 2023, per reati contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione, commessi prevalentemente in Liguria. A questo si aggiungono anche alcune dichiarazioni di false generalità. Si arriva così al 23 febbraio del 2025 quando l’uomo viene portato nel centro per i rimpatri di Gradisca d’Isonzo dopo la scarcerazione dalla Casa Circondariale di Cuneo. Un provvedimento dice che deve essere rimpatriato nel paese di origine. Dopo un mese e mezzo, però, cambia ancora tutto. Dal Friuli il 10 aprile del 2025 viene trasferito di nuovo, questa volta senza sapere la destinazione finale: all’uomo, infatti, viene comunicato solo che sarebbe arrivato in Puglia. Da qui le violazioni riscontrate dai giudici di Roma. Perché anziché al centro di Brindisi la mattina seguente si risveglia in quello di Gjader. Ed è questo spostamento senza alcuna comunicazione che ha motivato la sentenza di risarcimento, come spiegano nella loro decisione i giudici del tribunale di Roma. Nella sua denuncia il migrante algerino aveva anche parlato delle modalità degradanti con cui è avvenuto il passaggio dall’Italia all’Albania. In particolare, l’uso delle fascette contenitive ai polsi per tutte le 20 ore del viaggio su una nave militare, con la sola possibilità di toglierle per andare in bagno. Una volta al di là dell’Adriatico all’uomo sarebbe stato impedito anche di comunicare coi familiari, dal momento che l’uso del cellulare era limitato. Mentre ha potuto presentare richiesta d’asilo. Per questo dopo circa un mese è stato di fatto liberato e riportato in Italia. Questo primo caso potrebbe aprire a una serie di risarcimenti che mettono nel mirino i centri albanesi, aperti dal governo oltre un anno e mezzo fa, e mai entrati realmente in funzione secondo le modalità stabilità dal protocollo firmato con Tirana. Stati Uniti. Le nuove carceri di Trump di Alessio Marchionna Internazionale, 18 febbraio 2026 Se sorvolassimo gli Stati Uniti su un aereo a bassa quota, vedremmo spuntare qua e là - soprattutto nelle aree meno abitate e fuori dalle grandi città - enormi scatole rettangolari appoggiate a terra. Ce ne sono di due tipi: quelle che ospitano le macchine che servono a sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale, e quelle in cui vengono rinchiuse le persone che il governo vuole cacciare dal paese. Hanno in comune il fatto di essere il frutto di progetti contestati da chi ci vive intorno, ma la distanza tra le loro funzioni rivela le contraddizioni degli Stati Uniti di oggi: da una parte la corsa verso un futuro rivoluzionato dalla tecnologia, dall’altra il progetto di rifondare una società omogenea dal punto di vista razziale, in sostanza bianca. Per sostenere il suo piano di espulsioni, l’amministrazione Trump ha avviato un’espansione senza precedenti del sistema di detenzione. L’obiettivo è creare una rete capillare di centri in grado di ospitare decine di migliaia di persone in attesa di essere espulse. Il progetto prevede la riconversione di 23 grandi magazzini industriali, con una capienza complessiva fino a ottantamila posti e una spesa che dovrebbe superare i 38 miliardi di dollari. In fondo ha senso che gli immigrati arrestati finiscano in edifici di questo tipo: Todd Lyons, direttore dell’Ice, ha detto di voler trasformare l’agenzia in un colosso logistico come Amazon o FedEx, “ma per gli esseri umani”. I luoghi scelti si trovano in diverse parti del paese, spesso in aree industriali vicine ad autostrade e aeroporti. Si tratta per lo più di capannoni vuoti, pensati per lo stoccaggio di merci, che il dipartimento per la sicurezza interna (Dhs) vuole trasformare in centri con dormitori, mense, ambulatori, aree per colloqui legali e spazi ricreativi. Questi piani stanno suscitando forti contestazioni. Molti edifici non sembrano adatti a ospitare delle persone: a Chester, nello stato di New York, l’ex deposito della catena Pep Boys è noto per il caldo soffocante d’estate; a Roxbury, nel New Jersey, i residenti temono che l’impianto idrico locale non regga; a Oklahoma City l’edificio è a poca distanza da una scuola elementare e da una chiesa. Sindaci e amministratori locali denunciano di essere stati informati a decisioni già prese e temono ripercussioni su servizi pubblici, fognature, traffico e sicurezza. In almeno quindici comunità ci sono state manifestazioni di protesta e assemblee cittadine molto partecipate. Le critiche non arrivano solo dai democratici e dagli attivisti progressisti che contestano le politiche migratorie di Trump. Anche politici repubblicani locali lanciano allarmi su strutture “inadeguate” e costi sociali troppo alti. Le preoccupazioni riguardano anche il rispetto degli standard federali: garantire ventilazione adeguata, isolamento sanitario e cure mediche in enormi spazi industriali richiede lavori complessi, difficili da completare nei tempi rapidi previsti dal dipartimento. Il tema sanitario è diventato centrale dopo che sono emersi dei casi di morbillo nel South Texas family residential center di Dilley, il principale centro di detenzione per famiglie del paese, che ospita circa 1.100 persone tra adulti e bambini. Il morbillo è una delle malattie più contagiose e si diffonde rapidamente in ambienti affollati e poco ventilati. In un contesto nazionale in cui i casi sono tornati a crescere, il rischio di focolai nei centri di detenzione preoccupa gli esperti di salute pubblica. Famiglie divise - Dilley merita un approfondimento. È la stessa struttura in cui, il mese scorso, sono stati rinchiusi Liam Conejo Ramos, cinque anni, e suo padre Adrian Conejo Arias, arrestati dagli agenti dell’Ice durante un’operazione a Minneapolis (nel frattempo sono tornati a casa, ma il governo sta facendo di tutto per cacciarli dal paese). La struttura è gestita da una società privata, la CoreCivic, e si trova a circa cento chilometri a sud di San Antonio. È un vasto complesso di roulotte e dormitori, circondato da un’alta recinzione. È stato inaugurato durante l’amministrazione Obama per far fronte al flusso sempre più grande di famiglie latinoamericane che attraversavano il confine. Nel 2021 il presidente Joe Biden aveva liberato il centro, sostenendo che gli Stati Uniti non dovessero detenere dei bambini. Appena tornato alla Casa Bianca, Trump ha ripristinato la politica di detenzione delle famiglie. Durante il suo primo mandato, la pratica di separare i figli dai genitori al momento dell’arresto al confine era stata bloccata dai tribunali federali e travolta da un’ondata di indignazione pubblica. Stavolta sarebbe stato diverso, hanno assicurato i funzionari dell’amministrazione, perché a Dilley le famiglie sarebbero rimaste insieme. Negli ultimi dieci mesi, mentre il giro di vite al confine faceva crollare gli attraversamenti irregolari e aumentavano invece gli arresti di immigrati all’interno del paese, è cambiato il profilo delle persone rinchiuse nel centro texano: non più solo famiglie appena entrate negli Stati Uniti, ma genitori e bambini che ci vivevano da tempo, abbastanza da aver messo radici e costruito reti di parenti, amici e sostenitori pronti a mobilitarsi contro la loro detenzione. È in questo spostamento - dal confine all’interno del paese, dai nuovi arrivati a residenti ormai inseriti nelle comunità - che si coglie la differenza più netta tra il primo e il secondo mandato di Trump. La giornalista Mica Rosenberg di ProPublica è riuscita a raccogliere le storie di alcuni dei bambini detenuti a Dilley, incontrandoli di persona, parlandoci in videochiamata o facendosi mandare delle lettere (che spesso contenevano solo disegni). Ecco alcune delle testimonianze. Ariana Velásquez, 14 anni, viveva a Hicksville, New York. Quando Rosenberg l’ha incontrata, era nel centro da 45 giorni insieme alla madre. “Dal giorno in cui siamo state arrestate a Manhattan, la mia vita si è fermata all’improvviso”, ha scritto in una lettera. Racconta che i fratellini (nati negli Stati Uniti) non vedono la madre da più di un mese: “Sono molto piccoli e quando cresci hai bisogno di entrambi i genitori”. Di Dilley dice: “Da quando sono arrivata in questo centro sento solo tristezza, soprattutto depressione”. Susej Fernández, 9 anni, venezuelana, fermata a Houston, ha scritto: “Sono da 50 giorni a Dilley. Vedere come vengono trattati gli immigrati come me cambia la mia prospettiva sugli Stati Uniti. Io e la mia mamma siamo venute qui cercando un posto sicuro dove vivere”. Gaby M.M., 14 anni, colombiana, denuncia il comportamento delle guardie: “I lavoratori trattano le persone in modo disumano, verbalmente, e non voglio immaginare come si comporterebbero se non fossero controllati”. Maria Antonia Guerra, 9 anni, ha disegnato sé stessa e la madre con il badge identificativo al collo. Accanto al ritratto ha scritto: “Non sono felice, per favore fatemi uscire da qui”. In un’altra lettera racconta: “Sono in una prigione e sono triste. Sono svenuta due volte qui dentro. Quando sono arrivata piangevo ogni notte e ora non dormo bene”. Gustavo Santiago, 13 anni, che viveva in Texas, ha detto che non vuole tornare nel Tamaulipas, in Messico. “Ho amici, scuola e famiglia qui negli Stati Uniti. Fino a oggi non so cosa abbiamo fatto di sbagliato per essere detenuti”. E ha aggiunto: “Mi sento che non uscirà mai da qui. Vi chiedo solo di non dimenticarvi di noi”. Una ragazza venezuelana di 12 anni ha scritto: “Mi avevano detto che sarei rimasta qui solo 21 giorni, ma sono già più di due mesi che mi sveglio e mangio sempre le stesse cose”. Parlando dell’infermeria, aggiunge: “Quando vai dal dottore ti dicono solo di bere più acqua, e la cosa peggiore è che sembra che sia proprio l’acqua a far star male le persone qui”. Spiega la giornalista: “Tra i registri che abbiamo ottenuto delle chiamate al 911 e alle forze dell’ordine riguardo alla struttura da quando ha ricominciato ad accogliere famiglie la scorsa primavera, ho trovato richieste di aiuto per bambini piccoli con difficoltà respiratorie, una donna incinta svenuta e una bambina in età scolare con convulsioni. Le autorità locali sono state chiamate anche per tre casi di presunte aggressioni sessuali tra i detenuti”. Anche le storie dei genitori sono emblematiche della strategia della Casa Bianca, che consiste nel traumatizzare il più possibile le persone prese di mira e le loro comunità di riferimento. Nonostante la promessa di Trump di perseguire i criminali violenti, la grande maggioranza degli adulti portati a Dilley nell’ultimo anno non aveva precedenti penali negli Stati Uniti, spiega Rosenberg. “Ad alcuni dei genitori con cui ho parlato era scaduto il visto. Molti avevano presentato domanda di asilo, avevano sposato cittadini statunitensi ed erano in attesa di visto permanente o avevano ottenuto un permesso temporaneo per motivi umanitari: sono stati arrestati quando si sono presentati volontariamente ai controlli regolari per la richiesta d’asilo negli uffici dell’Ice”. Diana Crespo, una bambina venezuelana di sette anni che viveva a Portland, è stata arrestata insieme alla famiglia dagli agenti dell’immigrazione fuori da un ospedale dov’era stata portata per cure di emergenza. Il New Yorker invece ha raccontato le condizioni di vita nella California City Ice detention facility, nel deserto del Mojave. Partendo dalla storia di Karam, detenuto con un’ulcera cronica: trasferito nel centro senza ricevere le cure adeguate, ha smesso di mangiare per protesta, ha vomitato sangue ed è svenuto, ma per settimane non ha visto uno specialista. Secondo l’articolo, casi simili sono frequenti: ritardi nelle visite, farmaci negati o somministrati in modo irregolare, condizioni igieniche precarie e personale sanitario insufficiente. Anche questa struttura è gestita dalla CoreCivic, che ha ottenuto dal governo un contratto da 130 milioni di dollari all’anno. Si trova in una zona isolata e difficile da raggiungere anche per gli avvocati. Secondo avvocati e attivisti, le condizioni nella struttura sarebbero così dure da spingere alcuni a rinunciare alle richieste d’asilo e ad accettare volontariamente di lasciare il paese pur di uscire dalla struttura. Droghe. L’oppio dall’Afghanistan al Myanmar di Marco Perduca Il Manifesto Fino a cinque anni fa, l’Afghanistan produceva oltre l’80% dell’oppio illegale per raffinare l’eroina destinata ai mercati d’Europa e Nord America. Da quando gli Usa hanno abbandonato il paese, i talebani hanno lanciato una jihad contro la pianta medica che ha drasticamente eradicato la pianta del papavero. Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine (Unodc) del novembre 2025, la superficie coltivata a oppio in Afghanistan era di 10.200 ettari, in calo rispetto ai 12.800 ettari del 2024 e ben al di sotto dei 232mila ettari registrati prima del ritorno dei talebani a Kabul. Si tratta di una diminuzione di quasi un terzo, 296 tonnellate, di quanto coltivato con un impatto devastante sul reddito degli agricoltori che si è quasi dimezzato nel periodo. Il rapporto dell’Onu sottolinea la necessità di accompagnare l’eradicazione con alternative produttive sostenibili: proposte già sperimentate in passato ma senza successi tangibili. Molti coltivatori si sono convertiti a cereali e altre colture, ma l’aggravarsi delle siccità ha lasciato oltre il 40% dei terreni incolti aggravando la povertà endemica di un paese che non conosce pace e stabilità da oltre 50 anni. Il ritorno in patria di circa quattro milioni di profughi ha aumentato ulteriormente la pressione economica su un paese dove posti di lavoro e risorse scarseggiano. Le difficoltà economiche potrebbero rendere nuovamente attraente la coltivazione illecita che, negli anni del picco di produzione, rappresentava quasi il 40% dell’economia nazionale impiegando oltre il 10% della popolazione, donne comprese. La diminuzione dell’offerta ha fatto sì che nel 2024 l’oppio costasse 750 dollari al kg rispetto ai 75 di soli tre anni fa, compensando i venditori per la perdita di produzione di papavero. Se la coltivazione di oppio è in picchiata, la produzione di droghe sintetiche, in particolare di metanfetamina, è invece in aumento; alla fine del 2024, in Afghanistan i sequestri sono aumentati del 50% rispetto all’anno precedente. Il rapporto dell’Onu avverte che i gruppi criminali organizzati potrebbero favorire sempre di più le droghe sintetiche, più facili da produrre, più difficili da individuare e meno vulnerabili agli shock climatici rispetto all’oppio. Un mese dopo l’annuncio di un Afghanistan senza oppio, l’Unodc ha però pubblicato un altro rapporto che informa che la coltivazione del papavero da oppio in Myanmar ha raggiunto il picco decennale. I dati raccolti mostrano un aumento del 17% della coltivazione rispetto all’anno precedente, da 45.200 a 53.100 ettari. L’incertezza generale che il Paese sta affrontando, a oltre quattro anni dall’ultimo colpo di stato militare con elezioni farsa, insieme alla jihad dei talebani in Afghanistan, ha fatto sì che il Myanmar sia diventato la principale fonte mondiale di oppio illecito. L’aumento delle coltivazioni è stato registrato in tutte le regioni del Paese, con potenziali implicazioni per India e Bangladesh. La storia delle politiche di eradicazione dovrebbe insegnare che quando si cancella un numero significativo di ettari coltivati a papavero, coca o cannabis, in un’area la produzione si sposta altrove, in zone più remote, instabili o con regimi autoritari o che non controllano tutto il territorio come in Messico e Colombia. Dinamiche simili si ritrovano anche alla fine della filiera, quando si colpisce una piazza di spaccio, la si sposta giusto solo di qualche centinaio di metri. Accade da oltre 60 anni e non potrà che continuare ad andare così, con la variabile che una droga non è per sempre: i prodotti sintetici stanno rimpiazzando quelli naturali. Se offerta e domanda si adeguano, lo stesso non si può dire per le proibizioni.