L’allarme dei dirigenti: “Psicologi solo sei ore a settimana”, ottavo suicidio dall’inizio dell’anno di Francesco Viviani triesteallnews.it, 17 febbraio 2026 “Un incremento sostanziale del monte ore per gli esperti psicologi e criminologi già ingaggiati, una programmazione finanziaria che ne garantisca la presenza per l’intero arco dell’anno e il rafforzamento complessivo dell’area trattamentale”. È quanto chiede al governo il Coordinamento nazionale dirigenti penitenziari di diritto pubblico dopo l’ottavo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno, una detenuta dell’istituto di Venezia - Giudecca. Il coordinatore nazionale, Enrico Sbriglia, ha espresso “rammarico” e “vicinanza” alla famiglia della donna, oltre che alla Direzione dell’istituto, allo staff e alla Polizia Penitenziaria. Il Coordinamento sottolinea la distinzione tra psicologi e personale sanitario delle Asl, con compiti clinici e di gestione dei nuovi giunti, e le figure di psicologi e criminologi “gestite direttamente dall’Amministrazione Penitenziaria”. Queste ultime, definite “figure cardine dell’ordinamento penitenziario”, dispongono oggi “di sole sei ore settimanali, a fronte di un numero sempre più elevato di persone detenute”, una situazione che “si riverbera drammaticamente” anche sugli operatori penitenziari e sulla Polizia Penitenziaria. “Le persone - conclude Sbriglia - non sono oggetti che si ripongono nelle scatole, blindate o meno che siano”. 41 bis, la Sardegna contro le super carceri di Eleonora Martini Il Manifesto, 17 febbraio 2026 La presidente Todde in piazza a Cagliari il 28 febbraio. In Consiglio regionale una proposta di legge per fermare il progetto governativo di Delmastro. Dal campo largo a FI: (quasi) tutti contro “l’insularità come strumento di separazione”. Sono passati più di 30 anni da quando, come misura emergenziale, una riforma dell’ordinamento penitenziario introduceva il regime carcerario speciale conosciuto come “41 bis”, da somministrare ai boss mafiosi che tenevano in pugno il Paese. Detenuti - recita la norma - da collocare “preferibilmente in aree insulari”. Erano i tempi dell’Asinara e di Pianosa, isole minori e inaccessibili dove oggi, fortunatamente, dismesse le carceri di massima sicurezza, si va solo per turismo. Ma la legge resta. E a farne le spese è rimasta, in particolare, la Sardegna. Che ora si mobilita “contro la nuova servitù carceraria” voluta dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Una mobilitazione in due mosse: da un lato una manifestazione indetta dalla presidente della Regione Alessandra Todde che chiama in piazza a Cagliari, il 28 febbraio, le istituzioni e la popolazione civile fortemente contrarie alla decisione del governo di concentrare nell’isola tre dei sette istituti penitenziari italiani destinati al “carcere duro”. E dall’altro, affidando al Consiglio regionale una proposta di modifica dell’articolo 41 bis della legge nazionale 354/1975. “La Sardegna non può essere considerata un luogo di segregazione preferenziale, non siamo un territorio di confine, inaccessibile - spiega la dem Camilla Soru, prima firmataria della proposta di legge depositata ieri in Consiglio regionale - Il nuovo articolo 119 della Costituzione afferma con chiarezza che l’insularità è una condizione da compensare e valorizzare, non da utilizzare come strumento di separazione”. Firmata dal gruppo del Pd e dai partiti del campo largo, la proposta legislativa ricalca quella già depositata al Senato dal dem Marco Meloni e alla Camera da Pietro Pittalis, FI: un testo sintetico per sopprimere le parole “collocati preferibilmente in aree insulari” dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario. “Vogliamo muoverci su più fronti, a livello regionale e parlamentare, per costringere il governo ad ascoltarci”, aggiunge Soru insistendo sul fatto che nella regione, “a parte una posizione forse più tiepida da parte di Fd’I, nessuno è favorevole al progetto governativo, neppure la procura”. Sicurezza, sanità, economia: Camilla Soru snocciola tutti i problemi già evidenziati da sindaci, cittadini e associazioni sarde che scenderanno in piazza sabato 28 febbraio per protestare contro la trasformazione delle carceri di Uta (Cagliari), Bancali (Sassari) e Badu e Carros (Nuoro). “Dopo decenni di servitù militari, si profila quella che viene definita una nuova “servitù carceraria”. Una decisione che rischia di gravare su territori già fragili, incidendo sul tessuto economico e sociale, e che comporterebbe anche il trasferimento di detenuti sardi nella Penisola, con pesanti conseguenze per le loro famiglie”, si legge nell’appello alla mobilitazione a cui hanno aderito finora tutti i partiti che sostegno Todde, molti sindaci, associazioni territoriali, il Sindacato dei medici italiani (Smi), la Garante dei detenuti regionale, Uil e Cisl. Chiedono “la sospensione immediata di qualsiasi decisione esecutiva, l’apertura di un tavolo istituzionale Stato-Regione Sardegna, una valutazione pubblica e indipendente degli impatti e un criterio nazionale equo e proporzionato nella distribuzione delle strutture”. Nel frattempo però nel carcere di Cagliari “il nuovo padiglione composto da 23 blocchi e dedicato esclusivamente ai detenuti in 41 bis, è praticamente pronto per 92 nuovi reclusi provenienti da altri penitenziari italiani”, riferisce la Garante regionale Irene Testa che ha visitato Uta tre giorni fa. “Si aggiungeranno ai 730 detenuti già presenti, senza neppure un operatore o un medico in più. Con un solo psichiatra, in un carcere dove l’80% delle persone prende psicofarmaci”, aggiunge Testa. A garantire ordine e disciplina ci penserà il Gom, le così chiamate “teste di cuoio” che secondo Delmastro porteranno “maggiore sicurezza” per i cittadini sardi. Spiega ancora la Garante regionale dei detenuti: “Gli agenti del Gom sono destinati al padiglione dei 41 bis, ma nell’istituto mancano 119 agenti rispetto alla pianta organica. Per ogni detenuto che deve essere accompagnato in ospedale o ad una visita, occorrono 7 agenti di scorta: impossibile in queste condizioni. Durante una mia visita, poi, sono entrata in una cella sporca del sangue di un detenuto con problemi psichici che aveva già tentato il suicidio. Ho chiesto come mai non fosse stata ripulita, mi hanno risposto che erano tutti troppo impegnati con il padiglione del 41 bis”. Così i veleni bipartisan uccidono il dibattito di Serena Sileoni La Stampa, 17 febbraio 2026 La campagna del referendum costituzionale è passata dal piano inclinato alla caduta libera. Da slogan e messaggi di cattivo gusto si è passati alle parole di Gratteri e Nordio, inopportune non solo e non tanto per quel che esprimono ma soprattutto per chi le ha pronunciate: magistrato l’uno, Guardasigilli l’altro. È solo l’ultimo atto di una conflittualità tra giustizia e politica che nel nostro paese, come è noto, ha radici profonde e dinamiche bizzarre. Certo non si può pretendere che in campagna elettorale si parli solo del contenuto e degli effetti della riforma sul piano tecnico. È nella natura delle consultazioni elettorali esprimere un voto che, in ogni caso, ha un che di politico. Venti anni fa, francesi e olandesi bocciarono la Costituzione per l’Europa. A motivarli non fu la contrarierà al progetto europeo, ma ai governi nazionali che l’avevano approvato. Ciò che spinge le persone a scegliere viene da impulsi e condizionamenti politici. Le simpatie per questo o quel partito, questo o quel governo non sono variabili irrazionali, ma sono ciò che orienta l’elettore a farsi un’idea di come votare. Eppure, questa campagna referendaria mostra un grado crescente di tossicità al punto che un magistrato accusa chi vota Sì di essere quantomeno disonesto, e gli uffici di via Arenula chiedono di rendere noti i finanziamenti al Comitato per il No. Come si è arrivati fin qui? È “solo” perché la riforma tocca il conflitto tra giustizia e politica, per come si trascina da trenta anni, o c’è dell’altro? La presidente Meloni finora non ci ha messo la faccia, portando il governo e la maggioranza a stare alla larga dalla campagna referendaria. Si è trattato di una scelta tattica: dal momento che in questo genere di consultazioni perdere è più facile che vincere, meglio affrontare una mezza sconfitta da lontano che sbandierare una vittoria in primo piano. Tuttavia, tra l’indizione del referendum e oggi sono successe tre cose. Prima di tutto, aver lasciato campo libero ai sostenitori del No non ha evitato toni incattiviti, anzi. Di conseguenza, questo mese di campagna elettorale non è servito a spiegare la riforma e le conseguenze del voto, ma solo a parlare a ruota libera di fascismo, corruzione, mafia e via esasperando. Abbiamo visto video di autorevoli punti di riferimento del panorama culturale italiano spiegare le ragioni del No senza conoscere il testo della riforma e abbiamo ascoltato esponenti di governo spiegare le ragioni del Sì attraverso fatti di cronaca nera, che nulla hanno a che fare con la riforma. Ma è verosimile che molti di noi non abbiano ancora capito come cambia la scelta dei componenti dei Csm. In secondo luogo, le previsioni di voto, per quel che valgono, sembrano dire che non metterci la faccia non è meno rischioso che mettercela. Infine, l’effetto Vannacci. L’uscita del generale dalla Lega è la crepa politicamente più seria tra quelle che finora si sono aperte nella maggioranza. Non è una questione di quanti elettori si porti via il generale, ma di quale riassestamento impone la sua offerta politica a destra della destra. Dopo Vannacci, l’esito delle urne condizionerà ancora di più la tenuta del governo. È possibile quindi che i toni accesi di questi giorni dipendano da un cambio di strategia in corsa voluto dalla stessa Presidente Meloni, esattamente come i toni del fronte del No dipendono dalla consapevolezza che il voto sulla riforma condizionerà la formula dell’opposizione. Ma il referendum diventa così solo uno strumento di partito, rispetto al quale l’elettore è una pedina del gioco. Ci sono state occasioni in cui, attraverso questo tipo di consultazioni, gli italiani sono riusciti a sparigliare le carte. Non solo il divorzio e la formula elettorale. In Meglio poter scegliere, Alberto Mingardi racconta di come fu clamoroso il responso del 1995 sulla tv commerciale. Oggi, esiti così dirompenti sembrano impossibili. Il circolo vizioso dell’astensionismo e della cattiva gestione della comunicazione politica toglie terreno alle più genuine dinamiche democratiche e libera quindi ulteriore spazio all’irresponsabilità politica. Può sembrare retorica ma, per tale via, della democrazia non resta che qualche cascame. Gli italiani non vanno convinti con il ghigno di Tommaso Nannicini La Stampa, 17 febbraio 2026 Le parole del ministro Nordio sul Csm come “sistema paramafioso” e quelle del pm Gratteri su “indagati e massoneria deviata” che votano per il Sì sono il segno di un dibattito pubblico che scivola dall’argomento all’insulto: toni dai quali dovrebbe tenersi alla larga chiunque abbia a cuore le nostre istituzioni. Ma, sul piano politico, le parole del ministro rischiano di essere più controproducenti di quelle del pm. Perché chi ha la responsabilità di portare avanti un cambiamento deve farlo con più misura di chi si limita a dire sempre no. Onori e oneri. Come ci insegna la storia repubblicana. C’è un filo rosso che unisce le grandi battaglie referendarie. Un filo che non riguarda le singole leggi - divorzio, aborto, scala mobile - ma una questione più profonda: chi ha il diritto di esercitare, di fatto, un potere di veto su leggi approvate dal Parlamento, pretendendo di rappresentare l’interesse generale. E soprattutto, come si fa a ridimensionare quel veto senza trasformare la politica in una guerra di religione. Referendum, il doppio standard del governo e la campagna della barbarie - Nel 1974, sul divorzio, non era in discussione solo una norma, ma il peso pubblico della Chiesa cattolica in una democrazia pluralista. Nel 1981, sull’aborto, si tornava a toccare quel nervo scoperto. Nel 1985, col referendum sulla scala mobile, il nodo era diverso ma analogo: poteva una grande confederazione sindacale esercitare un potere di veto sulle scelte di politica economica del governo? In tutti e tre i casi c’era un’istituzione - religiosa o sindacale - che rivendicava una forma di rappresentanza morale dell’interesse generale. E in tutti e tre i casi, la politica, o perlomeno la sua parte più saggia, scelse una strada precisa: non quella dello scontro frontale contro l’istituzione che provava a esercitare il suo veto, ma quella dei contenuti. C’è da augurarsi che lo stesso avvenga col referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, anche se per ora i toni della campagna hanno preso tutt’altro andazzo. Nel 1974, la campagna per il No all’abrogazione del divorzio non fu, nella sua versione vincente, una crociata anticlericale. Certo, l’anticlericalismo esisteva. Ma il messaggio che fece breccia era un altro: chi crede nel matrimonio non deve avere paura del divorzio. Era un invito a separare la fede dalla legge, a riconoscere che una norma non impone comportamenti, ma offre libertà. Non era “contro la Chiesa”, ma per una società più giusta e più libera. Nel 1981, la difesa dell’aborto legale si giocò molto sul terreno della salute pubblica e della fine della clandestinità. Anche qui, più contenuto che anatema. Nel 1985, con la scala mobile, il conflitto fu aspro. Ma la campagna che vinse non si limitò a dire “la Cgil sbaglia”. Disse: l’inflazione va governata, la politica dei redditi va riformata, il governo deve poter decidere. Si affermò il primato della politica su un meccanismo automatico. Non si abolì il sindacato. Si ridefinì il perimetro della sua influenza. Il punto è questo: quando una democrazia matura ridimensiona un potere di veto, lo fa non delegittimando l’istituzione, ma contestandone la pretesa di incarnare l’interesse generale al posto della politica. È una distinzione sottile ma decisiva. Oggi il terreno è diverso, ma la questione è simile. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati non è - o non dovrebbe essere - un processo alla magistratura. Non dovrebbe essere una gara a chi urla più forte contro “le toghe rosse” o contro “la politica corrotta”. Abbiamo bisogno di una discussione su come organizzare meglio le funzioni di accusa e di giudizio in uno Stato di diritto. E in questa discussione nessuno dovrebbe esibire poteri di veto, lanciare anatemi o rilasciare passaporti di moralità. Se trasformi il referendum in un referendum contro i magistrati, concedi loro ciò che non dovrebbero avere: il monopolio simbolico dell’interesse generale. E regali al fronte contrario l’argomento più forte: la difesa della loro indipendenza sotto attacco. Se invece resti sui contenuti - chiarezza dei ruoli, distinzione netta tra chi accusa e chi giudica, garanzie per ogni cittadino e cittadina - il terreno cambia. Non si tratta di “punire” una categoria, ma di rafforzare l’equilibrio dei poteri. Non di togliere autonomia alla magistratura, ma di renderla più credibile. Come spiega da mesi l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, voce tanto autorevole quanto inascoltata. I referendum che hanno segnato la nostra storia non hanno vinto perché hanno gridato più forte contro un’istituzione che voleva frenare il cambiamento. Hanno vinto quando sono riusciti a dire: questa regola è migliore per tutti, anche per chi oggi la teme. Ci sono molte ragioni per votare Sì al prossimo referendum, non con il ghigno, ma con la serenità di chi crede nelle istituzioni. Non per punire una casta, ma per dare più garanzie a tutti. La richiesta del ministro su chi finanzia il “no” al referendum e l’altolà dell’Anm di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 17 febbraio 2026 La campagna verso il voto sulla riforma prosegue senza esclusione di colpi. Nordio scrive alle toghe per conoscere i nomi dei sostenitori del Comitato “Giusto dire No”. Ma le toghe ribattono: i cittadini sono protetti dalla riservatezza. Senza esclusione di colpi. Ormai la campagna referendaria fra i sostenitori del Sì e quelli del No alla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale registra ogni giorno un grado o due di temperatura più elevato. Dopo l’affondo domenicale del Guardasigilli Carlo Nordio, che ha definito “paramafioso” il meccanismo di funzionamento dell’attuale Csm, la settimana si apre con un rovente botta e risposta fra il ministero della Giustizia e l’Associazione nazionale magistrati, a cui viene chiesto di rendere note le fonti di finanziamento del Comitato “Giusto dire No” costituito a fine estate in vista del referendum. La richiesta è firmata dalla capo di gabinetto del dicastero, Giusi Bartolozzi, in un documento indirizzato al presidente dell’Anm Cesare Parodi, in cui si sottopone alle valutazioni dell’Associazione “l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato da parte di privati cittadini”. La missiva solleva il caso di “un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori” del Comitato “Giusto dire No” che “finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm”. L’interrogazione di Costa a gennaio - La lettera ministeriale ai vertici dell’Anm è stata inviata a seguito di un’interrogazione parlamentare del deputato di Forza Italia Enrico Costa (datata 13 gennaio), in cui si sosteneva che “il segretario generale dell’Anm ha dichiarato che il Comitato ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente, con una donazione volontaria” e “parallelamente, l’Anm ha deliberato mesi fa uno stanziamento massimo fino a 500mila euro, perché in una campagna referendaria esistono spese inevitabili e nulla si fa gratis”. Si tratta di uno schema che “crea, a parere dell’interrogante, uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” Comitato”. Il deputato di centrodestra chiedeva infine al ministero “quali iniziative intenda assumere affinché sia garantita l’imparzialità dei magistrati nei confronti di tutti i soggetti impegnati nella campagna referendaria, scongiurando conflitti di interessi, a prescindere dalle posizioni assunte”. La risposta era giunta venerdì scorso, con Nordio che assicurava che sarebbe stata sottoposta “all’Anm la richiesta, confidando nella piena trasparenza dell’Associazione”. E poco dopo, come detto, è partita la missiva a Parodi, firmata da Bartolozzi. L’asciutta replica dell’Anm: il Comitato è autonomo - Le controdeduzioni del presidente dell’Associazione magistrati non si sono fatte attendere: “Non sono nelle condizioni di rispondere in quanto il Comitato in questione è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo” ha ribattuto Parodi, precisando che sul sito del Comitato “è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo Statuto” e “se però necessitasse di informazioni più puntuali, che io non posseggo, non posso che rimandarla ai rappresentanti del Comitato”, presieduto dal costituzionalista torinese Enrico Grosso. Infine, una stoccata: “Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini - fa presente Parodi a Bartolozzi - ritengo sia contrario alla salvaguardia della loro privacy”. In Parlamento, è il gruppo del Pd al Senato a presentare un’interrogazione (primi firmatari Alfredo Bazoli, Franco Mirabelli, Anna Rossomando e Walter Verini) allo stesso Nordio per sapere “sulla base di quale presupposto giuridico il ministro ritenga di poter sollecitare la pubblicazione dei nominativi di privati cittadini che abbiano effettuato donazioni a un comitato referendario autonomo”. Il “sistema paramafioso” (e la precisazione di Di Matteo) - Le nuove schermaglie soffiano sulle braci della polemica, già ravvivate l’altro ieri dal ministro, convinto che il sorteggio dei membri togati del Csm, previsto nella riforma, romperebbe il “meccanismo “paramafioso” determinato dalle correnti in magistratura. Affermazioni che hanno suscitato una bufera, con le opposizioni intenzionate a chiedere a Nordio conto di quelle parole e lui pronto a ribattere: “Ho solo citato una frase del pm Di Matteo” datata 2019. Ma il magistrato siciliano, chiamato in causa, non ci sta. E a chi cerca “di strumentalizzare il mio pensiero”, dice che la “riforma costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura”. In serata, è quindi l’Anm a diffondere un video intervento del dicembre scorso, in cui sempre Di Matteo definisce senza mezzi termini “una presa in giro” la propaganda attuata dai “fautori del Sì al referendum”. Affondi e risposte sempre più affilate, dunque, mentre alle urne manca ancora più di un mese. Referendum giustizia, il Csm e il timore della delegittimazione di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 17 febbraio 2026 La difesa di Pinelli (eletto dal centrodestra). A poco più d’un mese dal voto, la sempre più aspra campagna referendaria è piombata dentro il Consiglio superiore della magistratura. A conferma che la vera posta in gioco non è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, bensì proprio l’organo di governo autonomo delle toghe. Che con la riforma costituzionale verrà sdoppiato, composto da consiglieri togati sorteggiati anziché eletti e privato dell’attività disciplinare. Con conseguente depotenziamento di un’istituzione messa a salvaguardia di autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario, di cui è presidente (nonché garante del corretto funzionamento) il capo dello Stato. Anche per questo, polemiche troppo accese innescate da esponenti di altre istituzioni rischiano cortocircuiti istituzionali che suscitano preoccupazioni all’interno dello stesso Csm. La scorsa settimana è toccato al vicepresidente Fabio Pinelli replicare in maniera netta - “le accuse sono destituite di fondamento” - al ministro della Giustizia Carlo Nordio che aveva attaccato la Sezione disciplinare del Csm. E c’è da ritenere che fossero parole condivise con il Quirinale, come sempre accade per le uscite pubbliche. Il Guardasigilli aveva sostenuto che anche in quel “tribunale” tutto viene gestito dalle famigerate correnti, “e se qualcuno non appartiene alla corrente viene sacrificato come esempio di imparzialità, ma tutti sanno che non è così”. Affermazioni gravi, alle quali Pinelli ha reagito quasi scandalizzato da un ministro che misura la serietà di un giudice in base al numero delle condanne emesse, in barba a ogni garantismo, e ipotizzando addirittura che si giunga a condanne di innocenti per coprire le assoluzioni dei colpevoli. Il paradosso è che a difendere l’istituzione sotto attacco del centrodestra è un vicepresidente (che per legge presiede la Disciplinare) voluto su quella poltrona dallo stesso centrodestra. Il quale negli ultimi mesi, dopo un inizio piuttosto teso, ha guadagnato l’apprezzamento dell’intera componente togata, compresa quella progressista e “di sinistra” che non l’aveva votato, proprio per i suoi interventi a protezione del Csm. Lo “scudo” di Pinelli - Non era la prima volta che Pinelli replicava al ministro sulle sanzioni disciplinari, citando anche il molto esiguo numero di ricorsi proposti da Nordio contro i verdetti che evidentemente non lo soddisfacevano. Tre settimane fa, invece, alla cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario, ha voluto fare scudo all’intera attività del Consiglio. Citando pure l’annosa questione delle nomine ai vertici degli uffici giudiziari: decise all’unanimità nell’80 per cento dei casi, e “su 135 incarichi conferiti, soltanto tre delibere sono state oggetto di impugnazione”. Per negare il presunto lassismo della Disciplinare, il consigliere togato Roberto Fontana, eletto come indipendente ma proveniente dalla “sinistra giudiziaria”, ha pubblicato le statistiche della consiliatura in corso: le sentenze di condanna e i giudizi sospesi per cessata appartenenza all’ordine giudiziario (in pratica dimissioni per interrompere il procedimento) arrivano al 49 per cento del totale, in media con le attività giurisdizionali in ogni settore; e le ulteriori analisi disaggregate dei dati, anche sulle attività istruttorie compiute dalla Procura generale della Cassazione e dal ministro titolari dell’azione disciplinare, “non offrono il benché minimo sostegno alla tesi di un esercizio dell’attività giurisdizionale condizionato da logiche di giustizia domestica”. Argomenti buoni per una campagna referendaria che ha fatto irruzione a Palazzo Bachelet da quando le due componenti laiche di centrodestra, Isabella Bertolini e Claudia Eccher, sono entrate nel Comitato per il Sì alla riforma. Suscitando le proteste dei togati progressisti (“Delegittimano l’istituzione”) e la loro immediata replica: “Non pensino di zittire nessuno”. Era solo l’inizio. Fatta salva la libertà di espressione che vale per tutti, il timore che il Consiglio venisse risucchiato nelle polemiche legate al voto s’è rivelato più che fondato. Dopo i togati intervenuti a sostegno del procuratore Gratteri bollati di “minima credibilità” da Nordio, siamo arrivati al ministro che ha accostato l’attività del Csm a “un meccanismo para mafioso” dove se un magistrato “non ha un padrino è finito, morto”. Apriti cielo. Gli elenchi - Per adesso Pinelli non ha aggiunto la propria voce al vespaio di reazioni, favorevoli o contrarie, per evitare di trascinare ulteriormente l’organismo presieduto dal capo dello Stato in un conflitto dove non si risparmiano colpi bassi. E pure il laico di centrodestra Enrico Aimi, dopo aver sostenuto che le dichiarazioni di Nordio “si collocano nel legittimo confronto”, ha invitato tutti a confrontarsi sul merito della riforma “entro un perimetro politico-istituzionale corretto”, rifuggendo dalla “sindrome delle torte in faccia”. Nel frattempo Fratelli d’Italia ha chiesto al Guardasigilli i dati delle nomine per scoprire se il Csm ha favorito i magistrati iscritti alle correnti in danno di quelli che non lo sono. E nell’ottica delle “toghe impunite”, il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un elenco di magistrati a cui il Consiglio ha garantito avanzamenti di carriera nonostante procedimenti disciplinari (e a volte penali) subiti. Tra questi un ex pm calabrese ora giudice civile in Sicilia, prima sanzionato dallo stesso Csm e poi promosso nella valutazione di professionalità, definito il “caso più incredibile”; una delibera approvata con una maggioranza risicatissima grazie al voto compatto dei laici di centrodestra, oggi schierati a favore della riforma. Altri paradossi di una campagna referendaria che non risparmia niente e nessuno. Una campagna senza “toni da bar”. L’iniziativa dell’Aiga per il referendum di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 17 febbraio 2026 Referendum, il dibattito organizzato dai giovani avvocati con Sensi (Pd) e Zanettin (Forza Italia). Evitare l’imbarbarimento del dibattito e i “discorsi da bar” sulla riforma della giustizia. O almeno tentare di scongiurare che la campagna referendaria continui a scadere, perdendo totalmente di vista il merito delle questioni, che sono il pieno compimento del principio del giusto processo e della piena terzietà del giudice. È il senso dell’iniziativa “Giovani, giustizia e referendum”, che si è tenuta oggi all’Istituto Santa Maria in Aquiro presso il Senato della Repubblica, promossa dall’Aiga, alla quale hanno partecipato giovani avvocati ed esponenti del mondo della politica. “Negli ultimi tempi”, ha osservato Andrea Augenti, Segretario della XLV Conferenza dei Giovani Avvocati, “il confronto sulla giustizia sta assumendo una piega fuorviante. Questo non ci piace e credo si possa fare meglio così. Questo referendum”, ha aggiunto, “non merita slogan e semplificazioni”. Dal fronte del No, il senatore del Pd Filippo Sensi ha concordato: “Non sono uno che ama i toni esasperati”, ha affermato. “Sono per il no, il mio partito ha un a linea chiara ma allo stesso tempo rispetta le personalità che voteranno sì. Credo sia l’unico partito che ha questo tipo di dinamica. La gara di nonsense tra Gratteri e Nordio”, ha aggiunto, “mi ripugna. Tutto questo mi sembra respingente, non convincente. Siamo in politica, capisco la polarizzazione, si può discutere ma non prendendosi a stracci in faccia. Dal punto di vista politico questa riforma a mi sembra uno scambio pattizio all’interno della maggioranza. L’autonomia si è impantanata, il premierato non si sa dove è finito, quello che resta è soltanto la separazione delle carriere. Non si è mai vista”, ha detto ancora “una riforma istituzionale che non ha mai visto un emendamento in quattro passaggi parlamentari. L’impatto politico del voto referendario ci sarà eccome. Gran parte della campagna elettorale la si sta facendo in maniera subliminale. È chiaro”, ha concluso, “che sarà un giudizio sul governo Meloni. Di fatto si trasformerà in questo”. Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia, è partito dalla propria esperienza personale: “Sono stato nel Csm, ho vissuto la legislatura che è stata al centro del libro di Palamara. Ho cercato di contrastare quelle pratiche correntizie. Finora, nei dibattiti, per il no ho trovato solo magistrati, mai un politico. Questo mi invita a una riflessione: è mai possibile che su una riforma di questo tipo la controparte della politica debba essere la magistratura? Montesquieu inorridirebbe: E’ una anomalia tutta italiana. Che senso ha che i magistrati si lancino nell’agone politico e alzino i toni come ha fatto ad esempio Gratteri? Cosa possono pensare i cittadini che vengono giudicati da un magistrato che dice queste corbellerie? Si scredita la magistratura. Quale paese del G7 non ha la separazione delle carriere? L’Italia”, ha proseguito Zanettin, “è un’eccezione. Quando ho cessato il mio incarico al Csm, la prima cosa che ho fatto in Parlamento è stata fare una proposta per il sorteggio. Tutte le riforme che hanno tentato di attenuare il peso delle correnti sono fallite. Il sorteggio è stata l’ultima ratio, ma è una pratica molto diffusa nel nostro ordinamento che non deve e non può essere considerata umiliante. Il ‘metodo mafioso’ lo hanno citato Di Matteo e Mirenda. Se lo dice Nordio è scandaloso, se lo dice Di Matteo che fa il pm nel processo Stato-Mafia, va bene”. “Negli ultimi giorni”, ha sottolineato Anna Napoli, presidente della sezione romana dell’Aiga, “il dibattuto pubblico ha assunto toni che rischiano di spostare l’attenzione sul merito e sulle questioni di fondo, che sono l’assetto della giurisdizione. Noi per questo abbiamo voluto promuovere questo incontro. La separazione delle carriere”, ha spiegato Napoli, “non incide affatto sull’indipendenza della magistratura, che viene tutelata dalla Costituzione. La riforma non ha nulla a che fare coi rapporti tra i poteri dello Stato. La terzietà del giudice”, ha concluso, “vive anche attraverso questi assetti, e non solo attraverso le regole del processo”. “La separazione delle carriere”, ha dichiarato Luigi Bartolomeo Terzo, presidente nazionale Aiga, “è una nostra battaglia storica. Il primo manifesto in cui l’Aiga parla di separazione è datato 1994. Si tratta di un referendum di portata molto importante, e non può essere svalutato a un confronto tra centrodestra e centrosinistra, e purtroppo la si sta buttando in bagarre elettorale. Il problema”, ha aggiunto, “è far capire al singolo cittadino l’importanza della realizzazione dell’articolo 104 della Costituzione. Si dovrebbero evitare i commenti da bar, da entrambe le parti”. Referendum giustizia, l’imbarazzo dei vescovi: non vogliamo essere arruolati di Gian Guido Vecchi Corriere della Sera, 17 febbraio 2026 L’ultima nota della Cei, la settimana scorsa, era presentata come una risposta firmata da Vincenzo Corrado, direttore dell’ufficio comunicazioni, alle “richieste di chiarimento” intorno alla posizione dei vescovi sul referendum: “La Conferenza episcopale italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto”. Sono tre settimane che la Chiesa italiana lo ripete, da quando cioè il cardinale Matteo Zuppi ha parlato del referendum sulla giustizia sulla giustizia all’inizio del consiglio permanente, il 26 gennaio. Le parole del presidente sono state variamente interpretate, con relativo fastidio dei vescovi. Anche per questo ha creato un po’ di agitazione e imbarazzo l’annuncio che monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei, sarebbe intervenuto al congresso di Magistratura democratica, l’associazione schierata per il “no” alla riforma Nordio. Il rischio è che la presenza del “vice” di Zuppi sia interpretata come un’indicazione di voto, il che peraltro è già accaduto. Ma la Cei, a cominciare da Zuppi, non ci sta a essere strumentalizzata dai contendenti. L’unica indicazione esplicita del presidente, a gennaio, si risolveva in effetti nell’esortazione a non restare a casa: “Invitiamo tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”. Per il resto, ha ricordato la nota, “si tratta di una questione opinabile, secondo la definizione del Codice di diritto canonico e della Nota della Dottrina della Fede circa “alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”“: per i temi considerati “opinabili”, ricordano i due testi citati, “non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa”. Il cardinale Zuppi si era mantenuto sulle questioni di principio, calibrando parola per parola: “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”. Piuttosto aveva chiesto, dopo il referendum, “un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche”, nel senso dello “spirito costituente” che i vescovi invocano, invano, da tempo. Già a gennaio c’erano state polemiche per alcuni spazi parrocchiali messi a disposizione del “no”. Il cardinale Ruini, per parte sua, aveva dichiarato il suo “sì”. Ma proprio le parole dell’uomo che guidò la Cei per 16 anni mostrano quanto le cose siano cambiate rispetto al 2005, quando diede indicazione di non votare per far saltare il referendum sulla procreazione assistita. Il “ruinismo”, già sfumato, si è concluso nel 2015 con le parole di Francesco a Firenze, “non dobbiamo essere ossessionati dal potere”, e l’interesse per le vicende italiane del primo Papa americano, Leone XIV, non è maggiore di quello del predecessore argentino. Caso Ramy Elgaml, la Procura: “Il carabiniere ha tenuto distanza e velocità non idonee” di Roberto Maggioni Il Manifesto, 17 febbraio 2026 Cambia da omicidio stradale a omicidio stradale per “eccesso colposo nell’adempimento del dovere” l’imputazione per il carabiniere alla guida della macchina che, la notte del 24 novembre 2024, inseguì lo scooter guidato da Fares Bouzidi con a bordo Ramy Elgaml, il giovane del quartiere Corvetto di Milano che morì nello schianto al termine dell’inseguimento. È quanto emerge da una nuova chiusura delle indagini sul caso. Con questa nuova riformulazione dell’imputazione al carabiniere viene riconosciuto che stava “adempiendo” a un dovere, ma avrebbe ecceduto nell’inseguimento. Nel nuovo capo di imputazione compaiono tre nuove circostanze giudicate positive per i legali di Fares Bouzidi, Debora Piazza e Marco Romagnoli. “Siamo contenti di questa nuovo formulazione provvisoria del capo di imputazione perché secondo noi è più preciso e più aderente alla realtà” dice l’avvocato Romagnoli. “Ora si parla di una sproporzione rispetto alla necessità di interrompere la marcia della scooter in fuga tenuto conto che la targa del Tmax era già stata comunicata via radio, che è quello che noi diciamo dall’inizio”. Un altro elemento positivo per l’avvocato Romagnoli è che “la responsabilità dell’inseguimento ora è tutta riferita al carabiniere, non più solo alla guida di Fares”. Per il pm il carabiniere ha mantenuto “una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga”, con una “manovra particolarmente avventata anche in ragione delle caratteristiche del mezzo inseguito” è scritto nella chiusura indagini. In quell’inseguimento ha agito “nell’adempimento di un dovere”, anche se poi ha “ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge” con una “condotta di guida sproporzionata”, anche rispetto alla “necessità” di bloccare lo scooter, dato che era già stata comunicata via radio la targa del Tmax. Si tratta di un avviso di chiusura indagini a carico sempre di 8 persone in totale, tra cui Fares Bouzidi e sette militari, ma senza un’imputazione, che riguardava due carabinieri, di false informazioni ai pm, che è stata stralciata per motivi procedurali. Giustizia penale, doppio interrogatorio se il Pm fa altre indagini di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2026 Interpretazione garantista di una delle norme chiave della legge Nordio. Alla difesa deve potere essere sottoposto tutto il materiale investigativo. Servono due interrogatori preliminari se il pubblico ministero, dopo lo svolgimento del primo, compie un altro atto d’indagine. Lo chiarisce la Cassazione, sentenza 6185 della Sesta sezione penale depositata ieri, interpretando una delle misure chiave della legge Nordio, la necessità di un interrogatorio preventivo prima dell’applicazione della misura cautelare, nel caso in questione l’interdizione dai pubblici uffici in un’indagine per corruzione. La posizione della Cassazione - Nel caso approdato in Cassazione è accaduto che l’interrogatorio preliminare all’emissione della misura dell’interdizione dall’esercizio di un pubblico ufficio servizio, si è svolto il 7 luglio 2025 e che, successivamente al suo svolgimento, il 18 luglio 2025, il Pm ha svolto un ulteriore atto di indagine, costituito dall’interrogatorio reso da un coindagato, che è stato poi depositato presso la cancelleria del giudice competente a decidere insieme agli altri elementi di prova già depositati a corredo della richiesta di applicazione della misura cautelare. La sospensione dall’esercizio del pubblico servizio è stata successivamente adottata dal Giudice delle indagini preliminari con l’ordinanza emessa in data 24 agosto 2025, poi impugnata. La Cassazione ricorda che la legge Nordio richiama la disciplina dei procedimenti per reati contro la pubblica amministrazione, dove già era stabilita la necessità che l’applicazione della misura della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio fosse preceduta dall’interrogatorio della persona sottoposta alle indagini preliminari. L’interdizione, sottolinea la sentenza, deve essere preceduta dal deposito di tutti gli atti a fondamento della richiesta di applicazione della misura per consentire all’indagato di estrarne copia e di predisporre un’adeguata difesa, con la conseguenza che, se dopo il suo svolgimento, e prima dell’emissione del provvedimento del giudice, il pubblico ministero allega ulteriori atti di indagine, siano essi o meno dipendenti dalle dichiarazioni rese dall’indagato, il giudice deve procedere a un nuovo interrogatorio anch’esso preceduto dalla disponibilità degli atti all’indagato e al suo difensore, la cui mancanza determina la nullità per violazione del diritto di difesa. Il ruolo dell’interrogatorio - Irrilevante poi, afferma ancora la Cassazione, la valutazione della decisività degli elementi di indagine sopravvenuti rispetto allo svolgimento dell’interrogatorio, “trattandosi di una violazione di legge che deriva da una espressa previsione normativa e che, comunque, trova fondamento nel diritto della persona interrogata ad avere accesso a tutti gli atti depositati dal pubblico ministero a corredo della richiesta cautelare”. L’interrogatorio ha infatti due obiettivi: da un lato è necessario al giudice per valutare il fondamento dei gravi indizi e la permanenza delle esigenze cautelari e dall’altro serve a consentire all’indagato di potere approntare una adeguata difesa per mezzo della conoscenza degli atti che la sorreggono. Infatti “occorre osservare che, non essendo più previsto come obbligatorio un interrogatorio successivo all’emissione dell’ordinanza, tutti gli atti di indagine che il pubblico ministero ha ritenuto di porre a fondamento della richiesta cautelare devono essere necessariamente messi a disposizione della difesa”. Venezia. Detenuta 32enne si toglie la vita in cella, lascia un biglietto prima di uccidersi di Raffaella Ianuale Il Gazzettino, 17 febbraio 2026 Le volontarie: “Servono psicologi e psichiatri”. Fine pena a rischio: “Temono di non essere accettate”. Ha lasciato un biglietto prima di congedarsi dalla sua giovane vita. Un addio che toglie ogni dubbio sul perché abbia deciso a 32 anni di impiccarsi nel bagno della cella del carcere femminile della Giudecca. Quindi si archivia un altro suicidio, l’ennesimo, di un detenuto. La giovane donna non ha retto, malgrado non avesse commesso reati irreparabili che le impedissero di ripartire. Pagava per guai legati al mondo della droga e stava finendo di espiare la sua pena. Al di fuori, nel Trevigiano, aveva una mamma che non l’aveva rinnegata, come a volte accade a chi ha avuto problemi con il carcere, anzi la seguiva. Una morte che ha scosso le detenute e ora l’attenzione è massima perché in un momento di dolore forte c’è sempre qualche rischio. È il secondo suicidio nell’arco di pochi mesi che coinvolge il carcere femminile veneziano. Lo scorso ottobre una detenuta di 62 anni si era tolta la vita poco dopo essere stata in permesso per andare a trovare l’anziana madre. Anche lei non aveva commesso un reato violento e nemmeno lei dava segnali di allarme. Eppure capita. “Le volontarie che hanno avuto contatti con questa ragazza non si sarebbero mai aspettate un gesto così, questo dimostra ancora una volta come ci sia bisogno di psicologi e psichiatrici che sappiano cogliere i malesseri” dice Maria Voltolina dell’associazione Il granello di senape attiva all’interno delle carceri veneziane. Proprio in uno degli ultimi numeri della rivista “Ponti” curata dall’associazione, un detenuto del penitenziario maschile ha scritto come sia stato più volte salvato dalla volontà di farla finita grazie al supporto psicologico. Mentre Nadia De Lazzari, responsabile di Venezia Pesce di Pace, anche lei da una vita a contatto con le detenute ha scritto un pensiero: “C’è un silenzio che resta dopo il suicidio di una giovane detenuta. Un silenzio che interroga tutti, istituzioni, operatori, volontari, cittadini. Da trentaquattro anni entro nel Carcere Femminile della Giudecca con progetti educativi che uniscono studenti veneziani e donne detenute. Insieme costruiamo ponti fatti di parole, colori, ascolto. Ho visto donne chiuse nel mutismo trovare nella pittura un varco. Ho visto lacrime trasformarsi in racconto. Ho visto fragilità diventare consapevolezza”. Nel 2025, anno in cui si celebravano i 300 anni dalla nascita di Giacomo Casanova, simbolo universale del desiderio di libertà, l’associazione Venezia Pesce di Pace ha realizzato il progetto “Dipingiamo la libertà a Venezia”. Quasi una quarantina di detenute (su circa 90) hanno partecipato a un percorso artistico espressivo serio e dai loro lavori ne è nato un catalogo. “Negli anni ho imparato che esiste un momento particolarmente fragile e delicato nella vita delle donne detenute, cioè quello che precede l’uscita dal carcere - prosegue De Lazzari -. È il tempo che dall’esterno immaginiamo come il più felice ma che spesso è attraversato da una paura profonda. Paura del ritorno in società, del giudizio, di non essere accettate, di non trovare lavoro, casa, relazioni sane. La libertà, quando arriva, non è solo apertura, è vertigine. Se non si è lavorato interiormente su colpa, vergogna, identità, il rischio è che l’uscita non sia un inizio ma un vero e proprio smarrimento, ed è proprio in questa fase del percorso penitenziario che le detenute si chiudono in se stesse”. Venezia. “Qualcuno fuori vi pensa”: nel carcere della Giudecca dopo il suicidio di una detenuta di Giulia Ribaudo Il Domani, 17 febbraio 2026 La lettera della presidente di “Closer”, Associazione culturale che promuove attività all’interno della Casa di reclusione femminile di Venezia. Domenica mattina, dopo aver saputo che Consuelo si era tolta la vita, ho sentito che dovevo entrare e raggiungervi per dirvi che non siete sole, ma mentre attraversavo corridoi e stanze capivo che ciò che portavo era solo una parte di quello che avrei voluto consegnarvi, e questo testo nasce proprio da quella eccedenza, dalle frasi rimaste sospese, dai pensieri che non hanno trovato spazio tra una porta e l’altra e che ora provo a rimettere in circolo, come se potessi ancora parlarvi guardandovi negli occhi, nello stesso luogo in cui vi ho incontrate. Sono arrivata in portineria e ho detto che ero lì per vicinanza alle donne. Mentre controllavano il documento ho richiamato l’agente, ho chiesto scusa, ho aggiunto che quella vicinanza riguardava anche loro. Mi sembrava necessario sottrarre la morte alla logica delle appartenenze, impedire che il dolore si distribuisse secondo i ruoli, come se la sofferenza potesse essere amministrata per categorie, detenute e detenenti. In quel momento l’unica forma di giustizia possibile è stata riconoscere che la frattura attraversa tutte. Ho consegnato chiavi, telefono, portafoglio; il blindo si è chiuso alle spalle e sono passata sotto il metal detector. Sono salita in sezione e lì, davanti a un’altra agente, ho ripetuto nome e cognome; l’ora del mio ingresso è stata annotata per la seconda volta su un grande quaderno. Nel frattempo mi è stato chiesto se intendessi incontrarvi tutte, anche le semilibere, anche quelle che stanno in accoglienza, e da quale cella volessi iniziare. La domanda, legittima, introduceva un ordine. Io, invece, avvertivo la sproporzione tra l’ordine a cui dovevo sottostare e il disordine di quello che portavo con me. Ho scelto di iniziare dalla stanza in cui sapevo di trovare le donne che partecipano alle attività della nostra associazione, e mi sono così affacciata dalla porta e ho detto: “Sono qui per dirvi che ho saputo quanto è accaduto e che qualcuno da fuori vi pensa. Se avete voglia di un abbraccio, sono qui per questo”. Ho ripetuto quella frase stanza dopo stanza e ogni volta mutava il campo di forze che si creava intorno. Quando varcavo la soglia, la maggior parte era distesa a letto; non credo che tutte dormissero, perché al mio ingresso sollevavano la testa e, dopo le mie parole, qualcuna accennava un sorriso, altre dicevano grazie, altre ancora restavano con gli occhi lucidi o rivolti al soffitto. Alcune mi davano del lei, una mi ha chiamata dottoressa; in quel titolo ho avvertito il rischio di una distanza fondata sul potere di chi può permettersi di avere un titolo, come se la mia presenza trovasse legittimità solo nell’appartenenza a un ruolo. Avrei potuto scioglierla subito, dichiarare che non portavo soluzioni, ma ho preferito restare in quell’ambiguità, perché talvolta il sapere attribuito è una forma di affidamento, e l’affidamento, anche se eccede ciò che si è in grado di offrire, merita rispetto. Scrivo questo pezzo per voi, donne detenute, per dirvi quello che avrei voluto dirvi mentre vi vedevo lì, nello stesso luogo in cui vi ho conosciute. Mi veniva da piangere per la tensione tra la mia posizione e la vostra. Mi sentivo eccedente e insieme necessaria: eccedente perché il mio corpo, libero di uscire, introduce una disparità che nessuna buona intenzione colma, necessaria perché rappresento un fuori che pensa, che si lascia interpellare, che non considera ciò che accade qui dentro come una nota a margine. Passavo tra letti in ordine, fotografie fissate agli angoli, tavole sistemate; la continuità degli oggetti, la loro ostinata normalità, rendeva ancora più evidente l’irruzione dell’irreparabile. In quella coesistenza tra gesto quotidiano e assenza definitiva si concentrava una delle forme più acute del dolore. Quando una di voi ha detto che dovevate elaborare un trauma e ha aggiunto che era accaduto nella cella accanto, per me lo spazio ha assunto una concretezza diversa. Il fatto ha smesso di essere notizia ed è diventato prossimità: parete, corridoio, notte condivisa. La differenza tra me e voi si è fatta allora quasi intollerabile, perché alla mia possibilità di attraversare il blindo corrisponde la vostra permanenza in un luogo che conserva la traccia dell’evento. La distribuzione del dolore segue la distribuzione della libertà. Nella cella successiva, c’era K. E con lei la conversazione ha cambiato registro. Era in piedi sbatteva il cuscino, sistemava le lenzuola, era tesa, non mi ha lasciato finire la frase e ha iniziato a recriminare il fatto che hanno pochi colloqui e che le loro “domandine” vengono ignorate. Poi ha riconosciuto chi ero, si è ricordata che un giorno le avevo raccontato di aver incontrato sua madre fuori dalla portineria, venuta a consegnarle un pacco, e di essermi rivolta a lei complimentandomi per la figlia che stava studiando e che proprio il giorno prima avevo visto bella, con una nuova tinta di capelli. K. mi ha abbracciata fortissimo, poi ha indicato la brandina dove sarebbe dovuta stare Consuelo. “Io devo pagare”, ha detto, “ma non si paga con tutto questo”. In quella frase la logica della pena come debito ha mostrato la propria presa simbolica: l’idea che la sofferenza sia una valuta, che l’eccedenza possa essere contabilizzata come interesse dovuto. Davanti a lei ho sentito il bisogno di alzare lo sguardo oltre la contingenza dell’istituto, oltre la discussione su ciò che funziona o non funziona qui, oggi, in questa sezione. Avrei potuto limitarmi a entrare nel merito delle dinamiche interne, verificare se le carenze fossero reali o percepite, distinguere tra responsabilità individuali e vincoli organizzativi; tuttavia, pur riconoscendo che questi elementi hanno un peso concreto, ho scelto di spostare l’asse della critica. Perché anche qualora ogni procedura fosse stata rispettata, anche qualora ogni agente avesse agito con scrupolo, resterebbe intatta la questione di fondo: un sistema che concepisce la pena come segregazione prolungata e compressione dei legami produce una pressione che nessuna buona volontà locale riesce a neutralizzare. Le ho detto che la parola pagare, così come viene interiorizzata, traduce la pena in una contabilità morale che eccede il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, dove si parla di rieducazione, cioè di un processo orientato al futuro. Se la pena tende alla rieducazione, allora deve configurarsi come apertura di possibilità, come costruzione di condizioni che rendano pensabile un diverso modo di stare al mondo; quando invece si traduce prevalentemente in sospensione, rarefazione della cura, assottigliamento del rapporto con l’esterno, essa si irrigidisce in una forma che risente di un’impostazione storicamente superata, fondata sull’idea che l’isolamento produca automaticamente trasformazione. Ho voluto dirle che il problema non si esaurisce nelle eventuali mancanze di questo istituto, vere o presunte che siano, perché anche l’istituto meglio amministrato resta inscritto in un paradigma punitivo che risale a un’altra epoca, quando la separazione era ritenuta condizione sufficiente per il cambiamento. Oggi sappiamo che la trasformazione richiede legami, continuità, riconoscimento, e tuttavia continuiamo a investire su un modello che concentra risorse nel controllo più che nella relazione. In questo senso l’obsolescenza non riguarda solo le mura, ma l’immaginario che le sostiene. Quando K. parlava del destino che attende tutte, non l’ho contraddetta con una rassicurazione individuale; ho cercato piuttosto di restituire la sua frase alla dimensione politica che conteneva, mostrando come quel timore non sia un tratto caratteriale, bensì la percezione di una struttura che fatica a rinnovarsi. La resilienza personale, per quanto ammirevole, non può diventare la risposta sistemica a un impianto che continua a produrre compressione. Senza una revisione radicale del modo in cui pensiamo la pena, ogni intervento resta circoscritto, ogni miglioramento locale si scontra con un’architettura che conserva la propria logica originaria. Quando sono uscita, il mondo procedeva con la consueta regolarità, e questa continuità mi è sembrata quasi un controcanto stonato rispetto alla densità di ciò che avevo attraversato. La differenza tra fuori e dentro non coincide soltanto con il muro, ma con la possibilità di prendere distanza dall’evento, di ricollocarlo in una sequenza che continua. A voi quella distanza non è concessa. Per questo ho sentito il bisogno di venire e di scrivere, perché la vita di Consuelo non venga assorbita dentro una grammatica rassicurante che trasforma una morte in fragilità individuale, un evento in deviazione, una responsabilità collettiva in destino personale. La parola pagare è potente perché organizza il senso comune: produce l’idea che esista una misura adeguata della sofferenza, un equilibrio possibile tra colpa e pena, come se il dolore potesse funzionare da equivalente generale. Ma quando la pena eccede fino a diventare perdita irreversibile, allora non siamo più nel campo della giustizia: siamo dentro un dispositivo che si legittima attraverso la normalizzazione dell’eccesso. Se una crepa si è aperta, non è soltanto nel vissuto di chi resta, ma nell’immaginario che rende pensabile tutto questo come inevitabile. È lì che occorre intervenire: disarticolare l’automatismo tra reato e segregazione, tra responsabilità e isolamento, tra rieducazione e sospensione dei legami. Non per negare la necessità di assumersi le proprie responsabilità, ma per sottrarre la pena a quella torsione punitiva che la trasforma in esposizione prolungata alla vulnerabilità senza adeguati spazi di riconoscimento. Scrivere, allora, è un modo per non lasciare che l’accaduto si chiuda su se stesso: per tenere aperta la domanda su che cosa stiamo facendo, in nome di chi, e a quale costo collettivo. Padova. “Ma come fanno?” Pensieri di una volontaria in biblioteca sui detenuti AS trasferiti improvvisamente di Manuela Mezzacasa Ristretti Orizzonti, 17 febbraio 2026 Ma come fanno? Ogni volta che penso a loro, ai “ragazzi” dell’alta sicurezza, mi si presenta una domanda: “Ma come fanno?”, se noi che stiamo “fuori” ci lasciamo prendere dallo sconforto per gli inconvenienti e le frustrazioni quotidiane? Beh, in questi tre anni da quando ho incominciato a entrare nella reclusione di Padova, qualche risposta l’ho avuta. La biblioteca dei Due Palazzi di Padova è un luogo speciale, un corridoio stretto e lungo, zeppo di libri e, a volte, di persone, dove in poco tempo si scambiano libri, consigli, pareri su letture comuni e scrittori più o meno amati, ricordi, racconti: persone che cercano, arrampicandosi con la scaletta o inginocchiandosi per terra, chiedendo a voce alta conferme ai bibliotecari o ai volontari di turno. Quando scendono loro, quelli dell’alta sicurezza, il primo giovedì del mese e, da qualche tempo, anche il terzo lunedì, prima di tutto ci si guarda e si sorride. Già, perché sono pochi, a volte solo tre o quattro e ci si conosce; dietro lo scambio di battute si osserva il viso per capire come va. G. L. non c’era l’ultima volta, aveva l’influenza, quindi me lo ricordo dieci giorni prima, contento, nella prospettiva di una mostra delle sue opere; per qualche tempo, mesi fa, alcune erano rimaste esposte sugli scaffali più alti e ne avevamo approfittato per guardarle e analizzarle: i commenti e le spiegazioni di G. costituivano un’opera a parte. L’ultima volta invece ho parlato a lungo con G. M., l’altro pittore; in comune avevamo l’amore per l’arte e gli animali, sempre presenti nei suoi quadri. Sia lui che G. L., così diversi nello stile e nell’interpretazione, usano il reale come simbolo, quello che dipingono rappresenta qualcos’altro, è così tanto quello che hanno da dire! G. M. è uno dei pochi con cui si può parlare d’arte, perché ne conosce l’evoluzione fino ai giorni nostri, spesso ci siamo scambiati pareri, preferenze, perplessità. Ci siamo dati appuntamento alla casa di accoglienza Piccoli Passi, dove era pronta una mostra dei suoi lavori, in particolare era orgoglioso delle sue sedie dipinte, che mi ha descritto nei minimi particolari, facendomi incuriosire. Inutile dire che la settimana dopo, quando sono andata alla struttura era tutto chiuso, il giorno prima G. e gli altri erano stati “trasferiti”. F. S. veniva raramente in biblioteca, ma mi aveva cercato per condividere il mio dolore per il suicidio di un ex alunno che avevo ritrovato in carcere; lui qualche tempo prima aveva perso la moglie, per malattia, e non aveva più motivi per continuare a vivere, poi, un po’ alla volta si era ripreso, pensando ai suoi due figli. Qui sulla scrivania ho un delfino portachiavi fatto da lui nel laboratorio di falegnameria. Un discorso a parte è per C. R., trentasei anni, diciassette in carcere, alcuni in isolamento. Ammetto che all’inizio questo bel ragazzo, sicuro di sé, gentile e molto curato nell’aspetto, mi incuriosiva: poi ho scoperto che amavamo le stesse letture e gli stessi film, era uno dei pochi che conosco ad aver letto “Il mulino di Amleto” di Giorgio de Santillana e Herta von Deckend; lettore onnivoro oltre che studioso (in carcere si è laureato in sociologia e sta tuttora frequentando l’università) ricorda praticamente tutto quello che legge e in questi anni è stato lui a suggerire a me letture e film. Ci siamo scambiati testi e appunti e mi ha commosso il fatto che, prima di essere trasferito, si sia preoccupato di farmi avere i due libri che gli avevo prestato. Lo rivedo mentre, nel corridoio davanti agli ascensori, si gira e mi dice: “Arrivederci, ora vado a casa” e sale al settimo piano. Certo che mi mancano i miei amici dell’alta sicurezza; mi mancano le battute e i proverbi di G. L., capaci di rimettere in asse la scala dei valori: cosa è più importante? Lui lo insegnava a me. G. M., che ho visto acquistare fiducia e sicurezza, mano a mano che usciva in permesso a visitare mostre e monumenti, lui che due anni fa alla mostra organizzata per gli artisti del carcere in centro a Padova, era totalmente spaesato, fuori per la prima volta dopo decenni di vita dietro le sbarre, commosso nel vedere dei bambini. Con C. R. ci scriveremo, spero che si riprenda in fretta e non si stanchi di ricominciare ogni volta da zero, la sua strada è lunga. Sono preoccupata sì, per tutti loro, sono del tutto convinta che meritino qualcosa queste persone, non solo disprezzo e oblio. Trento. Detenuta si tolse la vita nel 2023. La famiglia: “Si indaghi” di Currò Dossi Corriere del Trentino, 17 febbraio 2026 L’avvocato Nettis: “Doveva essere sorvegliata”. La famiglia si è opposta alla richiesta di archiviazione. Non avrebbe dovuto avere i lacci e avrebbe dovuto essere sottoposta a una “attenta osservazione continuativa”, come prescritto dal medico della struttura carceraria. Sono i due punti sui quali insiste l’avvocato Nicola Nettis che, insieme alla collega Rosa Ugolini, del foro di Bologna, assiste la madre e lo zio della detenuta altoatesina di 37 anni, trovata in fin di vita nel vano docce della sezione femminile del carcere di Spini di Gardolo il 2 dicembre 2023, con un laccio per le scarpe intorno al collo, e morta tre giorni dopo all’ospedale Santa Chiara di Trento. Sul caso, la Procura di Trento aveva aperto un fascicolo d’indagine a carico di ignoti e disposto l’autopsia sul corpo della trentasettenne. Dall’esame, erano emersi alcuni dettagli in più sulla sua drammatica morte. Il laccio, aveva riferito l’avvocato Nettis, era risultato legato al rubinetto del vano docce. Il consulente del pm aveva chiarito come fosse sufficiente che due terzi del peso corporeo fossero sospesi, per provocare la morte per asfissia anche se, come nel caso specifico, i piedi avessero toccato terra. Insomma, non erano emersi dubbi sulle cause del decesso della detenuta. La Procura aveva dunque chiesto l’archiviazione del fascicolo, ma la famiglia della donna si è opposta. L’udienza per discutere dell’opposizione all’archiviazione è in programma il primo di aprile. Sono due gli argomenti principali attorno ai quali ruota la tesi degli avvocati di parte civile. “Anzitutto - dice Nettis - c’è la questione dei lacci per le scarpe. La donna non avrebbe dovuto averli, dal momento che si trovava in regime di isolamento”. Il secondo punto riguarda la sorveglianza. “Per poter procedere alla sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività in comune, ossia l’isolamento - spiega ancora il legale -, è necessario un propedeutico benestare, ossia un certificato medico”. Certificato che è stato effettivamente rilasciato dal medico della struttura detentiva di Spini di Gardolo, osserva l’avvocato, “ma con una prescrizione. Lo specialista aveva ritenuto che la detenuta potesse essere messa in isolamento, ma che questo regime di detenzione avrebbe potuto favorire atti autolesionisti, motivo per cui aveva consigliato una attenta osservazione continuativa”. Che, sostiene Nettis, sarebbe stata elusa. “Siamo dell’idea che sia possibile ricostruire l’esatto momento in cui questo è avvenuto - aggiunge - considerato che la trentasettenne è stata messa in una cella da sola lo stesso giorno dei fatti, avvenuti solo poche ore dopo”. Proprio per chiarire questi aspetti, chiederà al giudice per le indagini preliminari (Gip) di disporre indagini ulteriori. Lecce. Il grido di dolore nella lettera dei detenuti: “Siamo troppi, è un girone infernale” di Andrea Aufieri Gazzetta del Mezzogiorno, 17 febbraio 2026 “In celle piccolissime costretti a vivere in tre e non possiamo muoverci contemporaneamente”. Sono “600 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare”. La Garante conferma i problemi. Sovraffollamento record, carenze sanitarie, lavoro insufficiente e organici dei funzionari ridotti al minimo. Il grido d’allarme da Borgo San Nicola arriva in forma di lettera fino ai microfoni di Radio carcere, la trasmissione di Radio radicale condotta da Riccardo Arena. A scrivere sono alcuni detenuti che si firmano per nome, tra cui Franco, Nicola e Andrea, che hanno affidato alla radio la denuncia per le loro condizioni. “Siamo davvero disperati perché nel carcere di Lecce noi detenuti siamo diventati talmente tanti che non sanno più dove metterci e anche se questo è sempre stato un carcere affollato, ora siamo arrivati a livelli mai raggiunti. Il carcere di Lecce - ricordano - conta poco meno di 800 posti regolamentari, ma noi siamo diventati circa 1400 detenuti e in queste condizioni viviamo davvero in modo disumano”. La cosa più grave sottolineata dalla lettera non è che “in celle piccolissime siamo costretti a vivere in tre persone e non sappiamo come fare a muoverci contemporaneamente”, ma soprattutto che “con circa 600 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare va in tilt tutto il carcere”. Franco, Nicola, Andrea e gli altri nella stessa situazione toccano altri punti critici. “Le già scarse occasioni di reinserimento sono ancora meno. Gli agenti della polizia penitenziaria sono costretti a fare turni massacranti e i medici non riescono neanche più a garantire come vorrebbero il nostro diritto alla salute, perché loro sono pochi e noi siamo sempre di più”. La situazione, denunciano i detenuti, è insostenibile anche sotto l’aspetto psicologico e per chi ha sviluppato patologie e dipendenze. “In questo girone infernale che è il carcere di Lecce aumentano tra di noi anche i più disperati - dicono - Qui sono tantissimi i ragazzi tossicodipendenti, gli stranieri o chi tra di noi ha seri problemi mentali. Ma perché il ministro Nordio non si fa un giro qui dentro tra le nostre celle e vede come siamo costretti a vivere?”. Le problematiche sollevate dal contenuto della lettera sono confermate dalla garante per i diritti delle persone private della libertà di Lecce, Maria Mancarella. “Nonostante gli sforzi da parte del prefetto e da parte dell’Asl - permette - in realtà è cambiato poco. I medici generici sono sempre pochi, spesso non riescono a garantire tutti i turni”. La garante richiama anche quanto emerso dalla visita del vicesegretario nazionale del sindacato Fsa Cnpp Spp, Aldo Di Giacomo, e del segretario regionale Ruggiero Damato, che hanno parlato di una “situazione esplosiva”, perché affianca al sovraffollamento una grave carenza di personale: mancherebbero 250 unità tra il ruolo di agenti assistenti e il nucleo traduzioni e piantonamento Lecce-Brindisi, con il rischio di un aggravamento nei prossimi mesi a causa dei numerosi pensionamenti. “Quello che dice il sindacato di polizia penitenziaria è assolutamente vero, le condizioni di vita degli operatori sono ai limiti - conclude Mancarella - e tutto questo si ripercuote sull’ultimo anello della catena che sono i detenuti, costretti a subire le conseguenze di tutto questo in ogni campo, in ogni settore della loro vita che diventa insostenibile”. Augusta (Sr). Il senatore Nicita presenta un’interrogazione sui due detenuti morti per overdose webmarte.tv, 17 febbraio 2026 Un’interrogazione a risposta orale al ministro della Giustizia è stata presentata dal senatore del Partito democratico Antonio Nicita, vicepresidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, in merito ai recenti decessi avvenuti nella casa circondariale di Augusta, in provincia di Siracusa. Nel giro di quindici giorni, due detenuti sono morti nelle rispettive celle. Secondo quanto riportato da organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria, le cause dei decessi potrebbero essere riconducibili a overdose da sostanze stupefacenti, ipotesi attualmente al vaglio degli investigatori. Nicita richiama l’attenzione su un quadro nazionale che definisce allarmante. Citando dati forniti dai sindacati, il senatore evidenzia come si sia passati dai 115 decessi complessivi registrati nel 2016 ai 241 del 2025. Nei primi mesi del 2026, inoltre, si conterebbero già 22 morti nelle carceri italiane. Il parlamentare dem sottolinea anche l’aumento dei sequestri di droga all’interno degli istituti penitenziari: circa 65 chilogrammi nell’ultimo anno. Un fenomeno che, secondo quanto riferito, sarebbe accompagnato dalla diffusione di nuove sostanze sintetiche e da modalità di occultamento sempre più sofisticate. Nel testo dell’interrogazione viene inoltre richiamata una recente pronuncia della Corte di Cassazione che ha riconosciuto la responsabilità per condotta omissiva colposa dell’amministrazione penitenziaria in un caso di decesso legato all’ingresso di stupefacenti in carcere. Un precedente che, secondo Nicita, rende ancora più urgente un intervento strutturale. “Nonostante questo quadro e i richiami della giurisprudenza - conclude il senatore - continua l’inerzia del Ministero, in un sistema penitenziario segnato da sovraffollamento e carenze di organico, con particolare riferimento agli istituti siciliani”. Alghero. Detenuto suicida, il ministero della Giustizia condannato al risarcimento danni ansa.it, 17 febbraio 2026 Decisione del Tribunale per mancato rispetto della “grande sorveglianza”. Il Tribunale di Catanzaro ha condannato il ministero della Giustizia al risarcimento dei danni, quantificati in 400mila euro oltre interessi, in favore dei parenti di un italiano di 33 anni suicidatosi all’interno del carcere di Alghero. I fatti risalgono al giugno 2009 quando l’uomo era stato sottoposto a custodia cautelare e portato nel carcere di Alghero per reati connessi allo spaccio di stupefacenti. In considerazione dello stato depressivo accertato dal medico che eseguiva la visita all’ingresso in carcere era stata disposta la misura della “grande sorveglianza”, ma pochi giorni dopo venne trovato morto, impiccato con i propri jeans alle sbarre del letto all’interno della cella che condivideva con altro detenuto. I familiari, assistiti dall’avvocato Pietro Frisani e dall’avvocata Chiara Del Buono, di Firenze, si erano quindi rivolti al Tribunale di Catanzaro, competente per territorio, per una procedura tecnica, in quanto i familiari vivono nel distretto della Corte d’appello. Il Tribunale, hanno reso noto i legali, “ha evidenziato che nonostante fosse stata disposta la misura della grande sorveglianza - con controlli ogni 20 minuti - questa misura non è stata effettivamente rispettata dagli operatori del carcere, e quindi afferma la responsabilità del ministero della Giustizia per il decesso del detenuto, dovuta al mancato coordinamento tra le varie figure che avevano il compito di gestire il delicato caso”. I giudici hanno dunque condannato l’Amministrazione al pagamento di 400.000 euro in favore dei congiunti dell’uomo, oltre interessi, a titolo di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, ed oltre alle spese legali. Gli avvocati Frisani e Del Buono precisano che “il suicida era in attesa di giudizio” e ricordano che “ci sono stati dal 2021 al 2025 ben 374 suicidi in carcere relativi a detenuti gran parte dei quali in attesa di giudizio. La drammatica situazione odierna delle carceri italiane - concludono i legali - riguarda non solo i detenuti ma anche tutti gli operatori costretti a lavorare in condizioni di emergenza”. Venezia. Carceri cittadine in terraferma? Destra possibilista, chiusura del Pd di Marta Artico La Nuova Venezia, 17 febbraio 2026 Spostare gli istituti penitenziari in terraferma? Il quesito divide la politica. Il suicidio della donna di 32 anni che si è tolta la vita nel carcere femminile della Giudecca, ha riacceso dibattito sulla necessità di adeguare le strutture penitenziarie e pensare un nuovo spazio in terraferma. “L’edilizia carceraria nel Paese è un tema di primo piano” interviene l’assessore alle Politiche sociali, Simone Venturini “se ne parla da 35 anni di realizzare nuove carceri moderne, dove avviare attività laboratoriali di insegnamento di un lavoro, invece in Italia le carceri sono vecchie, all’interno dei centri storici e con criticità legate alla obsolescenza delle strutture. A Venezia le situazioni delle carceri sono diverse, per numeri e tipologie di reato, e non possono essere assimilate in un discorso complessivo, ma bisognerebbe ragionare a livello nazionale su un nuovo piano carceri che consenta di superare queste criticità”. “Di fronte a questa tragica morte è urgente investire sul personale educativo e sanitario e rendere sempre più agevoli e strutturati i percorsi di reinserimento e autonomia di detenute e detenuti attraverso la formazione e il lavoro” commenta Andrea Martella, candidato del centrosinistra alle amministrative “La questione dello spostamento degli istituti in terraferma, dove non godrebbero della stessa prossimità rispetto al centro urbano, da una parte sarebbe meno dispendioso per comparto e famigliari, dall’altro potrebbe far venir meno quel rapporto di permeabilità tra città e carcere, tra istituzione e reti sociali che hanno permesso di umanizzare la detenzione e fatto della Casa di reclusione della Giudecca un modello positivo e riconosciuto. È giusto affrontare in maniera seria la situazione carceri nel nostro Paese, vera emergenza, e avviare una discussione proficua aperta a tutte le parti coinvolte: istituzioni, sindacati, dipendenti, familiari, privato sociale e volontariato”. “Si tratta di una operazione che va valutata bene soprattutto per il carcere femminile innervato nella città con molte attività sociali e lavorative” chiarisce il consigliere Pd Paolo Ticozzi “rispetto al maschile sarebbe più facile pensare un trasferimento, visto che c’è un basso tasso di persone che lavorano fuori”. “Non credo la priorità sia pensare a un nuovo carcere” commenta il consigliere Gianfranco Bettin “bensì, intanto, rinnovare il carcere esistente, con più educatori, psicologi, oltre al personale ordinario da potenziare. E smetterla leggi che a ogni problema rispondono con più carcere”. “Venezia ha perso anni or sono l’opportunità con il piano carceri dell’allora ministro Roberto Maroni di avere una nuova struttura in terraferma” dice secco Alex Bazzaro, consigliere della Lega: “Un grave errore che oggi penalizza l’ottimo lavoro della polizia penitenziaria. È evidente che le sedi maschili e femminili presentino difficoltà logistiche che costringono gli operatori a lavorare in strutture vetuste e geograficamente complesse. Sarebbe auspicabile che la nostra città riprendesse in mano, assieme al Governo, l’opportunità di costruzione una nuova struttura in terraferma. Per facilitare le forze dell’ordine che lavorano e devono vivere in città e i famigliari dei detenuti”. Cuneo. Torture in carcere, quattro condanne con rito abbreviato di Silvia Bacci rainews.it, 17 febbraio 2026 Sono stati tutti condannati i quattro accusati nell’ambito del processo per le torture in carcere al Cerialdo di Cuneo che avevano scelto il giudizio abbreviato. Per l’ispettore G.V., confermato la condanna chiesta dal pm: tre anni e due mesi. Sarebbe stato lui a guidare il “blitz” del 20 giugno 2023 nella cella 417 del padiglione Gesso. Secondo l’accusa l’ispettore, insieme a cinque agenti penitenziari in quel momento fuori servizio, era entrato nella cella in cui si trovavano reclusi quattro detenuti pakistani e aveva iniziato a picchiarli con calci e pugni, invitando i sottoposti a fare altrettanto. I quattro erano stati poi portati di peso in infermeria insieme a un loro connazionale, detenuto nella cella vicina, che lamentava forti dolori: il pestaggio degli agenti sarebbe stato innescato proprio dalla protesta per il mancato intervento dei sanitari. Per il medico del carcere, A.M., accusato invece di falso, omissione di referto e favoreggiamento, la pena fissata dal gup Edmondo Pio è di un anno e quattro mesi. A un anno sono stati condannati due agenti che erano accusati di falso. Il giudice ha disposto il pagamento di una provvisionale di 10mila euro per ciascuna delle parti civili private costituite. Nessun risarcimento, invece, per il garante dei detenuti e le associazioni che si erano costituite in giudizio. Altri dieci accusati hanno scelto il dibattimento: tra loro c’è l’ex comandante della Polizia Penitenziaria E.F., accusata di omissione di denuncia. Nell’indagine originaria, partita a ottobre 2023, erano coinvolte 35 persone: ventuno posizioni sono state in seguito archiviate. L’11 marzo una nuova udienza. Rovigo. Formazione e lavoro in carcere, un progetto che costruisce futuro rovigo.news, 17 febbraio 2026 Alla Casa Circondariale di Rovigo prende forma un percorso innovativo che unisce istituzioni e territorio per trasformare la detenzione in un’occasione concreta di crescita, professionalizzazione e reinserimento sociale. Un sentito ringraziamento al direttore della Casa Circondariale di Rovigo, Mattia Arba, e al presidente di Formedil Rovigo, Paolo Ghiotti, per aver creduto con convinzione in un progetto che mette al centro formazione, lavoro e reinserimento sociale. È da questa collaborazione che nasce un’iniziativa capace di trasformare la detenzione non solo in un momento di pena, ma in una concreta occasione di crescita personale e di futuro. Determinante anche il lavoro di raccordo istituzionale della deputata Nadia Romeo, che sottolinea: “È stato un onore e un orgoglio, come parlamentare, mettere in contatto due realtà così importanti del territorio, accomunate dalla volontà di costruire percorsi di inclusione e futuro”. Un impegno concreto per la formazione - Sin dal suo arrivo alla guida dell’istituto penitenziario, il direttore Mattia Arba ha impresso un forte impulso allo sviluppo di attività formative e lavorative rivolte ai detenuti, nella convinzione che la formazione sia uno strumento fondamentale per favorire autonomia, dignità e reintegrazione sociale. All’interno della struttura sono già operative esperienze significative: uno spazio dedicato al confezionamento di cerotti medicali e un progetto, attualmente in fase di allestimento, che porterà alla realizzazione di una panetteria interna. Iniziative che rappresentano primi, importanti passi verso un modello di carcere orientato alla responsabilizzazione e alla crescita personale. La scuola edile entra in carcere - A queste attività si affianca ora un progetto di più ampio respiro, reso possibile anche grazie all’ampliamento della struttura con la costruzione di un nuovo padiglione. L’obiettivo è portare all’interno del carcere i percorsi formativi della scuola edile, realtà di eccellenza del territorio polesano. Il programma mira a formare professionisti dell’edilizia attraverso corsi aggiornati alle tecnologie più moderne, rispondendo a una domanda di mercato sempre più forte e offrendo ai partecipanti concrete possibilità di inserimento lavorativo immediato al termine del percorso. L’avvio di questa nuova fase è previsto nei prossimi mesi, il tempo necessario al completamento del nuovo padiglione. Ma il significato dell’iniziativa va oltre la sola formazione professionale. Un investimento per tutta la comunità - Investire nel lavoro all’interno del carcere significa costruire valore sociale per l’intera comunità. I dati dimostrano che chi trova un’occupazione stabile dopo la detenzione ha molte meno probabilità di tornare a delinquere. Percorsi come questo rappresentano quindi anche un importante tassello per la sicurezza collettiva. Il lavoro, inoltre, restituisce dignità e responsabilità alla persona, contribuendo - come spesso ricordato - a nobilitare l’uomo e a rafforzare le basi di una società più giusta e coesa. A Rovigo, grazie alla sinergia tra istituzioni e territorio, il carcere si conferma così non solo luogo di pena, ma anche spazio di opportunità e rinascita. Roma. Dal carcere all’impresa: inclusione e incentivi per assumere detenuti ed ex detenuti lacapitale.it, 17 febbraio 2026 In Campidoglio la presentazione del progetto promosso da Roma Capitale con focus sulla Legge Smuraglia e sulle buone pratiche territoriali. Un’iniziativa per collegare formazione, impresa e inclusione. Sarà presentato martedì 17 febbraio in Campidoglio “Roma al Lavoro - Dalla Reclusione all’Inclusione: Oltre le barriere”, il progetto promosso dall’assessorato capitolino alla Scuola, Formazione e Lavoro, insieme all’Ufficio della Garante dei diritti delle persone private della libertà, in collaborazione con Hrc Community. L’appuntamento, aperto alla cittadinanza e rivolto in particolare a imprese e cooperative, punta a illustrare gli strumenti messi in campo dall’amministrazione per favorire l’inserimento lavorativo delle persone a rischio di esclusione sociale e ad approfondire il quadro normativo nazionale, con un focus specifico sulla cosiddetta Legge Smuraglia, che prevede incentivi fiscali per le aziende che assumono persone detenute o ex detenute. Dati, confronto e testimonianze - La mattinata si svolgerà a partire dalle 9.30 nella Sala della Protomoteca in Campidoglio. In programma una sessione dedicata al sentiment delle aziende rispetto ai percorsi di inclusione, con la presentazione di dati inediti su ostacoli, leve e condizioni organizzative utili a rendere sostenibile l’integrazione lavorativa. Seguiranno le testimonianze dirette di persone detenute e di aziende e cooperative che rappresentano esperienze virtuose sul territorio. Le parole di Pratelli: “Il lavoro leva di giustizia sociale” - “Questa è una delle iniziative che stiamo promuovendo sul lavoro a 360 gradi, nella convinzione che vi sia bisogno di protagonismo e concretezza da parte delle istituzioni. Il lavoro infatti non è solo un’opportunità, ma una leva di giustizia sociale. Occuparci dei percorsi di inserimento lavorativo delle persone detenute ed ex detenute significa rompere il ciclo dell’esclusione per restituire futuro, dignità e sicurezza all’intera comunità. Oggi lo abbiamo fatto fornendo ai potenziali datori di lavoro strumenti operativi e utili per conoscere il sistema e usufruire delle opportunità che esistono. Perché l’inclusione non è un costo, ma un investimento sul bene comune”, ha dichiarato Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro del Campidoglio. Calderone: “Un ponte tra il dentro e il fuori” - “Questo momento di incontro è solo uno dei tanti tasselli che rappresentano il senso del percorso che stiamo costruendo da tre anni. Il protocollo con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulla formazione, il progetto pilota con Ama, i prossimi investimenti per corsi professionalizzanti, fanno parte di un progetto ampio che vuole coinvolgere sempre di più il tessuto produttivo cittadino e metterlo in collegamento con le persone che vivono dentro i nostri istituti penitenziari. Un ponte tra il dentro e il fuori, che attraverso concrete opportunità di formazione e lavoro acquista ancora più significato, in un momento in cui sovraffollamento e sofferenza all’interno delle carceri sono diventati intollerabili”, ha aggiunto Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale. Perugia. Uno sguardo oltre le sbarre, il silenzio che fa rumore di Silvia Angelici La Nazione, 17 febbraio 2026 Infermieri, detenuti e operatori ci raccontano la vita nel penitenziario di Capanne. Secondo i dati di Antigone, le condizioni di vita nelle carceri italiane sono difficili: sovraffollamento (su 40.000 posti disponibili, le persone detenute nel 2025 sono state 61.507), mancanza di personale, di spazi destinati al lavoro. Come è possibile tutto ciò? Per rispondere a questa e a molte altre domande, abbiamo raccolto delle informazioni per gettare uno sguardo nelle carceri italiane. Abbiamo intervistato F.C., un educatore, M.D’A., un’infermiera, e F.M., un uomo che è stato ristretto nel carcere di Capanne (Pg) per un anno. Quest’ultimo ci ha detto che il momento più difficile per lui è stato l’arrivo in carcere: “Quando senti per la prima volta la serratura della chiave scattare, capisci che la tua vita sta cambiando”. Poi ci sono le notti che non passano, i pensieri sono tanti, i rumori sempre presenti, le urla, i pianti. Le celle a Perugia ospitano al massimo due persone, sono provviste di una finestra, una TV e un bagno. Una volta alla settimana sono previsti colloqui con i familiari, momento molto delicato perché i detenuti sono consapevoli che i loro cari saranno sottoposti a vari controlli. L’importante, ha aggiunto, è non cedere alla rassegnazione, altrimenti la vita diventa impossibile: cercare di sfruttare tutte le possibilità che il sistema ti offre (palestra, sport all’aperto), a volte anche chiedere un “Come stai?” può migliorare la giornata. Poi bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto: agli agenti penitenziari che capiscono gli stati d’animo dei detenuti, le loro fatiche, ai compagni e agli operatori. M.D’A. ci ha confermato che alcuni detenuti si sono aperti con lei, anche perché in carcere non c’è uno psicologo o uno psichiatra fisso, e quando è di turno non riesce ad ascoltare tutti, per non parlare del fatto che per ogni seduta bisogna inoltrare una “domandina”, così viene chiamato il modulo da riempire, quindi vanno considerati anche i tempi burocratici d’attesa. M.D’A non ha mai avuto paura, non ha mai avuto problemi perché, aggiunge “Rispetto genera rispetto”, ha sempre instaurato un rapporto di vicinanza e supporto con quelli che erano per lei semplicemente dei pazienti. F.C., come educatore, si occupa dal 2010 a 360° dei detenuti: innanzitutto si mette a loro disposizione, cerca di dare delle risposte, di metterli in contatto con “il fuori”, di prepararli a riconnettersi con il mondo esterno, quando arriva il momento di uscire. Perché arriva il momento di uscire e sarebbe auspicabile che queste persone fossero allora in grado di inserirsi nuovamente nella società, dopo esser state rieducate e non solo punite in carcere. Sassari. La storia di Enrico, detenuto-filosofo che insegna l’italiano ai minori stranieri di Roberta Barbi vaticannews.va, 17 febbraio 2026 Arrestato nel 1997 e condannato all’ergastolo, attualmente è in regime di semilibertà nella Casa di reclusione di Tempio Pausania, Sassari, e insegna italiano ai minori stranieri non accompagnati. Nel 2014 l’incontro con il progetto Sicomoro di Prison Fellowship Italia e l’esperienza della giustizia riparativa. Ci sono errori che si pagano per tutta la vita, ma anche incontri che la vita te la cambiano. In meglio. La storia di Enrico P. inizia con un errore: non voler passare tutta l’esistenza a sacrificarsi lavorando in un forno; meglio la bella vita, meglio i soldi facili. Ed ecco i primi incontri, quelli cattivi: amicizie sbagliate, illusioni, quello che anni dopo, da uomo redento, chiamerà “il fascino del male”. Gli errori si moltiplicano, uno segue l’altro e sono sempre più grossi, finché qualcuno li scopre: nel 1997 viene arrestato e la condanna è di quelle durissime, ergastolo per crimini di mafia. Ha appena 30 anni. “Non è qualcosa che mi piace ricordare, quel ragazzo che viveva a mille all’ora… - racconta ai media vaticani - non mi basterà tutta la vita per ripagare quello che ho fatto, non sarò mai in pari”. Oggi di anni ne ha 60. Enrico è in carcere da un mese quando la sua compagna dà alla luce Domenico Enrico, battezzato anche con il nome di suo padre, come si usava, quel padre che non vivrà mai. “L’ho tenuto in braccio per la prima volta nella sala colloqui e ho provato sentimenti contrastanti - ricorda - da una parte la gioia immensa del momento, ma anche tanta rabbia perché sapevo che non avrei mai potuto stargli accanto”. Il loro rapporto si è costruito nel tempo, con tutte le difficoltà della lontananza: “Quando mio figlio è cresciuto gli ho detto: la principale caratteristica che ho avuto come padre è l’assenza, ma lui è sempre stato molto carino, molto comprensivo”. È un bravo ragazzo. Poi, come impone la tipologia di reato per il quale è stato condannato che impedisce di restare nel territorio, Enrico viene trasferito a Trapani. A Trapani Enrico si avvicina allo studio e prende il diploma di ragioneria, dopo di che fa domanda d’iscrizione all’università di Roma Tor Vergata, facoltà di lettere e filosofia e viene accettata. Ma qualcosa va storto, anzi dritto. “Il Dap non mi concede il trasferimento a Roma, ma vengo mandato a Tempio Pausania, e qui qualcuno ci ha messo una manina dal cielo, perché è così che inizia la mia seconda vita”. Con gli incontri giusti che lo spronano a farcela, Enrico consegue la laurea triennale con una tesi su Lévinas e adesso sta per discuterne un’altra sul tempo: “In galera il tempo è kronos, tempo senza qualità, sempre uguale, un’ora dopo l’altra. Il carcere ti avvolge, ti confonde, ti rende quasi inerme - afferma - io ho saputo trasformarlo in kairos, tempo di qualità, aprendo un libro, dialogando con gli altri, e questo fa la differenza: l’ha fatta per me e la fa per tutti i reclusi. È lì che inizia la rinascita, è lì che si abbandonano gli alibi che ci si è sempre raccontati”. “Per me lo studio in carcere è stata un’esperienza salvifica - ribadisce - la filosofia, l’ambiente universitario, i libri, lo studio dell’etica hanno cambiato la mia vita”. A Tempio Enrico si occupa della biblioteca e dei diritti delle persone detenute, partecipa a iniziative di dialogo con gli studenti. Il suo percorso di cambiamento è più che avviato, ottiene la semilibertà e da un paio d’anni grazie alla cooperativa Il Piccolo Principe esce ogni giorno per insegnare italiano a minori migranti non accompagnati: “Tengo un corso di alfabetizzazione e anche questo ha dato un senso alla mia vita - s’illumina -ma oltre a insegnare, parlo con questi ragazzi che hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo, mi fermo a mangiare con loro. Vedere il loro impegno, a volte il sorriso su volti di persone che hanno sofferto tanto mi gratifica e mi fa rientrare in carcere, la sera, felice”. Nel Vangelo il sicomoro è l’albero su cui il malfattore Zaccheo si arrampica per veder passare Gesù: ad esso è dedicato questo progetto di Prison Fellowship Italia - partito dalla casa di reclusione di Milano opera e poi diffuso su tutto il territorio nazionale e la cui validità è riconosciuta dal Ministero della Giustizia - che prevede per gli aderenti diversi passaggi, tra i quali l’incontro con le vittime di reati analoghi a quelli che si sono commessi: “Ho fatto due percorsi paralleli di giustizia riparativa - racconta ancora Enrico - uno intimo e personale, l’altro legato alla norma ed entrambi hanno rigenerato la mia espiazione. Ho riflettuto molto sui due concetti di giustizia e riparazione e so che questa seconda è difficile, so che non pagherò mai abbastanza per quello che ho fatto”. Come Zaccheo sul sicomoro riceve lo sguardo inaspettato di Gesù, anche Enrico ha descritto questa esperienza come la visione del volto di Cristo che lo abbracciava: “Il mio rapporto con la fede è legato soprattutto alla tensione verso il bene - spiega - io sono in continua speculazione, dentro a questo percorso e credo che fede e ragione possano convivere”. All’ergastolo si può immaginare un futuro? Enrico sa che la semilibertà non può durare per sempre, e ci rivela la sua speranza: “Vorrei ottenere la libertà condizionale - annuncia - ho chiesto alla cooperativa di poter continuare a insegnare a questi ragazzi e riuscire magari a prendere un’altra laurea triennale per diventare educatore e poterli aiutare sempre di più”. Scrivere rende liberi di Alina Rizzi Confidenze, 17 febbraio 2026 La storia vera di Aurora Natale: “Io prigioniera del mio corpo a causa di una malattia, i detenuti costretti in cella. Tutti ingabbiati, tutti desiderosi di serenità e riscatto. Attraverso il mio corso, abbiamo vissuto insieme emozioni, traumi, errori e aspettative. Con il cuore aperto”. Il primo giorno in cui sono entrata in una cella adibita ad aula scolastica della Casa Circondariale di La Spezia era il 2016 e ho lasciato fuori dalla cancellata ogni preconcetto e ogni previsione per mostrarmi ai detenuti presenti nella mia evidente condizione di disabilità: prigioniera come loro, non tra quattro mura, ma per i limiti del mio corpo, che a causa di una poliomielite infantile mi tengono spesso su una sedia a rotelle. Credo che il mio approccio diretto, trasparente e sincero possa aver contribuito a farmi iniziare il dialogo con queste persone con la necessaria delicatezza. Loro, reclusi tra le pareti del carcere, io limitata dalla difficoltosa mobilità che mi condiziona fin da bambina: in un certo senso, potevamo considerarci simili, tutti ugualmente prigionieri. Non solo ovviamente dello spazio fisico, che non potevamo pienamente possedere, ma anche e soprattutto delle nostre paure, dei nostri dubbi, dei nostri rimpianti, dell’incomprensione degli altri che sovente ci emargina con tanti pregiudizi e numerose disattenzioni. E poi, tutti noi (io per prima) ingabbiati nell’orgoglio, nello scoraggiamento, nella pigrizia, nella sfiducia, nell’autocommiserazione, nei pregiudizi e in numerose altre catene dell’anima e della mente che ci impediscono la vera libertà. È per questa similitudine tra me e loro che quel primo, indimenticabile giorno ho osato parlare proprio di libertà, affermando che essere liberi non è solo una condizione sociale, ma anche e soprattutto uno stato interiore. Che siano presenti sbarre o meno, tutte le persone possono sentirsi allo stesso modo prigioniere, se non abbattono le barriere mentali che per qualche ragione le tengono separate dagli altri esseri umani. Ho potuto così introdurre la proposta di attività di scrittura autobiografica, chiedendo a ognuno di stendere qualche semplice frase attraverso cui comunicare un’emozione improvvisa, una passione segreta, un ricordo lontano, una suggestione potente. Ho domandato loro di farlo magari in un momento del giorno in cui quel pensiero o quel sentimento fosse più vivace e attento, anche se mi era evidente la difficoltà di chiedere uno spazio di solitudine e di silenzio dentro una cella, necessariamente condivisa con altri. Com’è andata a finire? Devo ammettere che non me l’aspettavo: almeno 30 di loro hanno risposto con entusiasmo a questo invito un po’ folle. Alcuni già amavano scrivere, mentre altri, che non lo avevano mai fatto, hanno trovato gradualmente la forza e la motivazione di cominciare. Se alcuni hanno avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, altri sono arrivati al primo incontro con testi già pronti in mano. E comunque in tutte le particolari storie narrate, più o meno sofferte, più o meno coinvolgenti, che in seguito abbiamo letto insieme, ognuno ha potuto riconoscersi e in qualche modo condividere il vissuto degli altri. Così, nel piccolo spazio di una cella carceraria, abbiamo trascorso piacevoli e fruttuosi momenti di benessere collettivo, di ricreazione e di cura per tutti. Del resto è da molto tempo che credo nel potere curativo della scrittura autobiografica, che non a caso utilizzo anche personalmente per superare difficoltà e momenti bui della mia vita. Poco tempo prima di tenere il corso in carcere, in un momento particolarmente complicato della mia esistenza, consigliata dalla psicoterapeuta avevo scritto la mia storia in un breve romanzo epistolare e, in seguito a questa gradevole e liberatoria fatica, mi ero appassionata alla vasta opera di Duccio Demetrio, filosofo dell’educazione e fondatore della straordinaria Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Ar). Un istituto che, da decenni, svolge un percorso d’insegnamento che parte proprio dall’autobiografia. Qual è la filosofia di Duccio Demetrio? Il filosofo afferma che ogni sincera e sofferta autobiografia può essere considerata come cura di sé, ma necessita di essere sostenuta e consigliata da educatori, insegnanti o terapeuti per consentire a chi scrive di ottenere più facilmente risultati efficaci e benèfici. Infatti ho sperimentato sulla mia pelle che la scrittura autobiografica nasce dalla necessità di elaborare una sofferenza, un problema, un lutto. Scrivendo è possibile, come per magia, dare senso a una situazione drammatica (o al suo ricordo), all’immagine di una persona scomparsa. Con la scrittura la mente ricostruisce la trama di una propria storia, secondo un processo di riparazione e ricostruzione che si realizza attraverso il riemergere di lontani o recenti ricordi, mentre le parole, pian piano, possono trasformare il dolore in pace. Per quanto mi riguarda, mi sono diplomata alla Accademia di Belle Arti di Carrara e poi laureata in Filosofia. In seguito, negli anni ho insegnato arte e poi lavorato in studi grafici e fotografici. Ma poi mi sono resa conto che raccontarsi su un foglio di carta aiuta tantissimo ad approfondire i pensieri, a dargli un ordine, a creare calma interiore nei momenti di maggiore confusione e insicurezza. La pittura, invece, è più istintiva e meno controllabile. Così, quando mi hanno proposto di tenere un corso da settembre a maggio nel carcere di La Spezia, ho pensato che ognuno degli studenti detenuti, di cui sentivo parlare in quel momento, potesse avere veramente bisogno, più di chiunque altro, di un aiuto per superare il dolore e la fatica di un’esistenza in cui avevano commesso degli errori. Non è per niente facile ricordare gli affetti, la famiglia e l’amore rinchiusi in questo spazio austero, imparando a sopravvivere al dolore struggente della lontananza, a resistere nell’assenza di chi non c’è più e ad accettare ogni inevitabile, forzata e interminabile separazione. Nonostante il peso delle conseguenze dei loro errori, queste persone stanno imparando il valore delle amicizie fedeli negli anni, la tenerezza per i figli, l’importanza di chiedere perdono per la pena che hanno causato con le proprie azioni. E, forse, mi sono detta, il mezzo per cambiare le cose poteva essere proprio la scrittura autobiografica che tanto amo. Infatti, anche se molti stavano ancora imparando l’italiano e non sapevano esprimersi bene, tanti hanno trovato il modo di comunicare la propria sofferenza. Ho letto testi colmi di autentico pentimento e altri densi di speranza in un futuro lontano dall’illegalità, tutto da organizzare, tutto da inventare. Per alcuni detenuti raggiungere l’Italia è stata l’avventura più indimenticabile della vita e l’hanno descritta con molta emozione. A questo proposito, ricordo una lettera davvero toccante, struggente. Leggendola sono rimasta impressionata dalla delicatezza, dall’umiltà, dalla pazienza, dalla lealtà e dal senso di responsabilità che è tanto difficile trovare nelle persone. Voglio condividere questo straordinario testo che mi ha molto colpito: “Gentile Giudice, la prego di accogliere questa mia lettera per concedermi la possibilità di una misura alternativa alla detenzione per poter dare l’affetto paterno ai miei figli, che sono tutti e due piccoli. So di avere sbagliato, mi sono pentito, chiedo perdono per le conseguenze di ciò che ho fatto, ma le assicuro che dagli sbagli s’impara. Ora vorrei aiutare la mia famiglia, che purtroppo paga sulla sua pelle il mio sbaglio. Oltre alla famiglia che ho qui in Italia, dopo la morte di mio padre in Senegal mi sono assunto le responsabilità familiari anche al mio Paese di origine, dove mia madre, le mie sorelle e i miei fratelli sono rimasti da soli e hanno bisogno del mio sostegno. Sono in Italia da 30 anni e ho sempre lavorato in regola. Se lei mi concederà uno sconto di pena, non tradirò la sua fiducia e cercherò di rimediare ai miei sbagli sia nei confronti dei miei figli che della società”. Il rimpianto per non essere riusciti a realizzare i propri sogni, per aver visto crollare i più ambiziosi propositi, oltre la malinconia per una vita completamente cambiata e non certo in meglio, traspare da tutte queste memorie, scritte impiegando il tempo libero, quel tempo che in carcere potrebbe sembrare eterno e vuoto e invece si può anche riempire di amicizia, di danze, di letture, di musica e di preghiera. Un tempo può trascorrere più velocemente provando a dimenticare la tristezza raccontandosi, non solo a voce, ma su un foglio di carta attraverso la scrittura. Del resto a nessuno è richiesto essere professori: bastano parole semplici e frasi brevi per riunire ricordi ed emozioni e vedere la propria storia trovare un significato e quindi dignità. Penso a questi ragazzi con grande commozione: è stata un’esperienza forte che mi ha arricchita moltissimo e per questo sono grata a tutti loro. L’anima nera che si nutre dei sentimenti tristi di Guido Caldiron Il Manifesto, 17 febbraio 2026 Rabbia, risentimento, solitudine. Traiettorie segnate da un mal di vivere che tende a trasformarsi in un sentimento cupo che proietta la propria ombra di rancore su tutto e tutti. C’è più di una generazione a dividerli, eppure è nel segno di questa oscurità al tempo stesso dolorosa e molesta che si incontrano i protagonisti di “Qualcuno da odiare” (Guanda, pp. 250, euro 19), il romanzo con cui Ilaria Rossetti affronta un tema ricorrente nella storia del Paese, eppure scarsamente trattato dalla narrativa: quello dell’eredità del fascismo e del riapparire di gruppi che a tale lascito si rifanno. Abele è prossimo a compiere cento anni, Ludovica non supera i trenta. Il primo ha preso parte all’impresa coloniale fascista in Etiopia, dove ha combattuto quando non aveva che diciotto anni e non ha mai smesso di fantasticare su quella stagione di avventura e conquista, su quel destino di dominio e benessere che il regime aveva annunciato per gli italiani nelle terre d’Africa, una variante esotica del lebensraum che il Terzo Reich evocava per la colonizzazione dell’Europa orientale. Anche un giovane fornaio della provincia romagnola, qual era Abele, poteva coltivare il proprio sogno di prosperità in tale vasto disegno. E a far pensare che si sarebbe potuto realizzare, c’era il fatto che il giovane soldato potesse già disporre delle vite e dei corpi degli “abissini”. Così che la nostalgia di Abele per quella stagione tramontata con la sconfitta del 1945 appare un tragico impasto di violenza, sangue, potere: le donne violate, i loro figli, anche bambini, uccisi brutalmente. Dopo una tale ubriacatura di orrore, l’uomo farà fatica a riprendere una vita normale nell’Italia che si prepara al boom economico: l’arrivo dei supermercati nel borgo in cui vive cancellerà per sempre l’idea di espandere il forno di famiglia e accedere ad una vita agiata e degna di ammirazione. Il reduce che aveva potere di vita e di morte sui “neri” si trasforma in un fantasma che serve i clienti dietro al bancone di un grande magazzino. Dell’”uomo” che è stato resta solo la violenza, la rabbia, l’odio, la “divisa” di un fallimento che si è fatto rancore. Quanto a Ludovica, ha coltivato il proprio, di risentimento, in modo innocente: collezionando una serie di lavori precari, di stage non retribuiti, di impieghi che in modo neanche troppo sofisticato celano lo sfruttamento. Dopo anni di studi, la laurea, i sacrifici lei sente che la sua vita gira a vuoto, è priva della possibilità di immaginare un futuro, di costruire qualcosa che sia tutto suo, isolata, sola, senza fiato. Così molla tutto e si rifugia in una cittadina della costa, la stessa dove vive Abele, forse con l’idea di cercare un nuovo inizio, o soltanto per fuggire dal mondo delle attese deluse che le facevano da cornice nella casa di famiglia. Tra i tanti pregi del romanzo di Ilaria Rossetti c’è quello di cogliere l’umore di fondo che sembra concedere nuova attualità alle idee di odio del passato: la ricerca di qualcuno a cui far pagare il proprio malessere. Una chiave che in questo caso racconta il modo in cui il passato si incunea nel presente, ma che più in generale ci induce a riflettere su cosa ci si possa attendere dal futuro in un mondo sempre più incerto. L’incontro tra i due personaggi, la somma della rabbia che ciascuno coltiva dentro di sé, dei sogni infranti che entrambi non smettono di accarezzare, avverrà grazie a un gruppo neofascista, “Idea sociale”, che assiste gli italiani rimasti indietro, sostenendone l’accesso alle case popolari a scapito degli immigrati e raccogliendo alimenti e beni di consumo. Per Ludovica, che di politica non si è mai interessata, il gruppo diverrà una sorta di nuova comunità in cui sentirsi accolta, accettata e capita. Per Abele, non solo la via per ottenere quell’assistenza quotidiana di cui ormai necessita, ma anche un pubblico che ascolta estasiato i ricordi con cui l’”Africano” fa rivivere i fasti dell’Impero fascista. Se per Ludovica l’apprendistato a questo nuovo fascismo che parla di temi veri, la casa, il carovita, il lavoro, rivendicando però “l’Italia agli italiani” e per questa via il diritto a “un nemico”, ha la forma del calore ritrovato di una comunità, per Abele il discorso è diverso. Al presente, lui preferiva quel tempo passato, “e adesso che il suo sogno è morto una volta per tutte lo deve seppellire da qualche parte perché non vada in putrescenza. E la tomba del suo sogno è scolpita nella sua rabbia”. Anche senza scomodare le letture che da Wilhelm Reich a Erich Fromm hanno legato lo sviluppo dei fascismi alla “somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio”, appare evidente come tra i tanti pregi del romanzo di Ilaria Rossetti ci sia quello di cogliere l’umore di fondo che sembra concedere nuova attualità alle idee di odio del passato: la ricerca di qualcuno a cui far pagare il proprio malessere. Una chiave che in questo caso racconta il modo in cui il passato si incunea nel presente, ma che più in generale ci induce a riflettere su cosa ci si possa attendere dal futuro in un mondo sempre più incerto. Del resto, quando, alla fine degli anni 80 la giornalista Anne Tristan volle documentare il modo in cui il Front National stava mettendo radici nella società francese, ne parlò in questi termini: “Il Front è come un albergo dove chiunque entra con la propria rivolta, il proprio rancore, la propria rabbia. Un risentimento che, aizzato da militanti esperti, si trasforma in un vero mare di odio”. La “sicurezza” nemica dei giovani di Giacomo Spinelli Il Manifesto, 17 febbraio 2026 Come avviene l’arresto di un manifestante indagato per scontri di piazza? Di solito gli agenti arrivano a notte fonda o alle prime luci dell’alba, entrano in casa mai in meno di quattro con passamontagna e pettorine, l’adrenalina è quella del blitz. Quando una dozzina di agenti tra Digos e Ros alle 4.30 di notte si sono materializzati a casa mia l’operazione aveva tutta l’aria della cattura di un boss latitante, e invece si trattava dell’arresto di un liceale appena maggiorenne. Era il 2012, gli scontri di cui venivo accusato erano avvenuti alla manifestazione del 15 ottobre del 2011, la condanna definitiva a sei anni e sei mesi però arriverà molti anni dopo. Fortunatamente, sono entrato in carcere a 30 anni compiuti, chissà come sarebbe andata se a venire recluso fosse stato il ragazzino irrequieto che ero all’epoca dei fatti. Oggi il Governo in carica sembra voler punire con misure sempre più dure chi protesta, forse trascurando il fatto che molte delle persone che scendono in piazza sono giovani o giovanissime. A cosa serve, verrebbe da chiedersi, l’ulteriore stretta repressiva che l’esecutivo vuole imporre sul dissenso? I centri sociali, indeboliti da tanti anni di sgomberi e di privatizzazione dello spazio urbano, oggi non costituiscono di certo un corpo eversivo da combattere, sono anzi spesso rifugi cittadini di cultura accessibile, formazione e mutualismo. Eppure il governo continua a tenerli al centro della sua propaganda, dipingendoli come luoghi di cospirazione frequentati da facinorosi. Dal decreto anti-rave, alle misure repressive per le manifestazioni che hanno colpito le pratiche degli attivisti per il clima (come la criminalizzazione del blocco stradale), fino alle leggi anti-maranza e alla più recente proposta della deputata Fascina di anticipare l’imputabilità dai 14 ai 13 anni, il pugno duro dello stato ha un particolare gruppo sociale di riferimento: i giovani. Ovvero la fascia di popolazione che va dai 14 ai 34 anni, curiosamente anche la stessa che non vota o vota pochissimo, i dati sull’astensione degli under 35 infatti destano ormai da anni preoccupazione. La strategia della destra non rappresenta forse solo una modalità di gestione dell’ordine pubblico, quanto anche di costruzione e mantenimento del consenso di una specifica fascia elettorale, quella della popolazione più adulta. In un paese che invecchia vertiginosamente colpire i giovani è un buon investimento politico. I politici che invocano “più polizia nelle strade” sanno in realtà benissimo che gli agenti di polizia, carabinieri e penitenziaria sono da anni in deficit di personale. Ma sanno altrettanto bene che la maggioranza dei reati violenti, omicidi, rapine e furti, in Italia sono in diminuzione. La richiesta di più ordine e sicurezza è però un perfetto dispositivo propagandistico che plasma la percezione della realtà di una parte dell’elettorato: la popolazione che si avvicina alla pensione, quella più spaventata dalla velocità di cambiamenti sociali, economici e tecnologici in corso. I ragazzi e le ragazze che protestano per il clima, le seconde generazioni confinate nelle periferie urbane o i giovani precari figli del ceto medio impoverito, invece hanno come minimo comune denominatore il fatto di non avere un’adeguata rappresentanza politica. E proprio su questa lacuna la criminalizzazione delle condotte giovanili procede quasi priva di ostacoli dentro e fuori le aule parlamentari. La fascia d’età tra i 18 e i 34 anni pur rappresentando un 18% di elettorato potenziale sembra essere priva di rappresentanza nel dibattito politico, quasi che non interessi a nessuna formazione politica che sieda in parlamento. Il malessere giovanile che oggi vediamo espresso anche in condotte violente o distruttive non è un capriccio dell’età ma la constatazione di un vuoto di alternative desiderabili. L’astensione al voto della fascia di popolazione più giovane indica una frattura crescente tra le aspirazioni dei giovani e le prerogative della politica “alta”, che evidentemente non riesce più a catalizzare potenziali votanti. Mentre la stretta securitaria del governo rafforza la sua già solida base elettorale, a sinistra non si scorgono segni di solidarietà. Se le cose dovessero continuare in questa maniera, l’agone politico rischia di restare limitato a una competizione tra chi meglio saprà quietare le angosce senili di un elettorato intimorito, tenacemente aggrappato a quel poco che ha. Salute mentale, il circuito povertà-disagio psichico e la cultura securitaria al posto dell’ascolto La Repubblica, 17 febbraio 2026 Il ritorno del paradigma sulla pericolosità, che organizza i servizi con prestazioni farmacologiche. L’importanza dell’eredità di Basaglia. Giovanna Del Giudice, psichiatra e autrice del volume Basaglia oggi. Un pensiero necessario, intervistata da Federica Ciavoni su CARE, una delle riviste di Pensiero Scientifico Editore, dice: “La via italiana alla salute mentale sta attraversando tempi bui, dal punto di vista sanitario, culturale, organizzativo, dei diritti. Dal punto di vista scientifico - ha aggiunto - osservo un ritorno egemone del paradigma biomedico focalizzato sulla pericolosità, che determina un’organizzazione dei servizi tesa drammaticamente alle prestazioni farmacologiche”. Il dossier della Caritas. Del libro si è parlato durante la presentazione del Rapporto ‘Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati’, promosso da Caritas Italiana, in collaborazione con la Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia, di cui Del Giudice è presidente. “In Giovanna Del Giudice - ha detto don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, durante la mattinata di presentazione del Rapporto - abbiamo trovato consonanze e questo ci dimostra che si può costruire una rete tra contesti di origine diversa, ma con lo stesso obiettivo di inclusione e sostegno delle persone fragili. La diversità di competenze diventa una ricchezza”. Uno studio che dimostra come si possa agire concretamente. Il Rapporto - si legge ancora nell’articolo pubblicato da CARE - è un lavoro richiesto dal Cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ha affidato la questione del disagio mentale tra le emergenze. “È l’inizio - ha spiegato don Marco Pagniello - di un percorso di ricerca che ci dia strumenti concreti anche per fare opera di sostegno attivo nei luoghi istituzionali: questo studio serve a dimostrare che si può agire concretamente”. Contenere il rischio di tornare indietro. Lo stesso Cardinale Zuppi è intervenuto alla presentazione sottolineando che: “L’attenzione della Caritas alla salute mentale è fondamentale per contenere il rischio di tornare indietro: siamo consapevoli delle difficoltà e dei cambiamenti ma dobbiamo continuare a seguire l’intuizione fondamentale di Basaglia. L’integrazione socio-sanitaria è una grossa sfida - ha detto ilpresidente della CEI - ma la risposta da parte delle istituzioni è insufficiente. Questo Rapporto chiede responsabilità. La contaminazione dell’alleanza non è facile da mettere in pratica”. Il lavoro sul territorio delle Caritas diocesane. Dalle testimonianze delle Caritas diocesane è emersa l’importanza di partire dalle esperienze, dalle persone e dai territori. Silvia Bagnarelli - della Caritas diocesana di Perugia - ha spiegato che “è la povertà materiale che spinge a rivolgersi ai nostri 43 centri di ascolto, ma dietro c’è qualcosa di più profondo che richiede un ascolto attento. Negli ultimi cinque anni il tema della salute mentale è stato centrale nel nostro lavoro quotidiano e, se associato alla povertà, rende più complessi i percorsi di accompagnamento che realizziamo. Il disagio psichico privo di una rete di supporto porta alla marginalità estrema e lo stigma della povertà e quello della salute mentale si sommano e si intrecciano”. Si diffonde e aumenta la sofferenza psichica tra le persone più fragili. Ha rilevato un aumento della sofferenza psichica anche Cristina Soardi, (Caritas di Bergamo): “le persone più fragili faticano a raggiungere i servizi di cura per diversi motivi, la mancanza di una rete familiare, i documenti non in regola, l’assenza di residenza e l’inconsapevolezza del bisogno di cura poiché la sofferenza viene sedata con l’uso di sostanze”. Parliamo di migranti traumatizzati, donne vittime di violenze, minori soli. Insomma - si legge ancora nell’articolo di Federica Ciavoni - i servizi specialistici non sembrano in grado di individuare questi bisogni complessi. Parliamo di migranti con traumi, donne vittime delle dinamiche della strada e giovani entrati in Italia come minori non accompagnati, che a 18 anni devono uscire dalle comunità di accoglienza e non riescono a orientarsi. “E’ così - ha sottolineato Cristina Soardi - che si crea un circolo vizioso tra povertà e sofferenza psichica, che in strada si amplifica e allontana la possibilità di accedere alle cure”. Lo stato della salute mentale in Italia. Federica De Lauso, ricercatrice del Servizio studi e ricerche di Caritas Italiana e tra le curatrici del volume, ha precisato che il lavoro ha integrato l’analisi qualitativa, raccogliendo informazioni da focus group di alcune Caritas diocesane, con dati quantitativi. È stato fatto un confronto longitudinale tra i dati del 2024 e quelli del 2014 e si osserva un peggioramento trasversale dello stato della salute mentale in Italia, soprattutto nella fascia tra i 14 e 19 anni, tra le donne e i migranti. Il numero di persone seguite dai servizi della Caritas è aumentato del 62%, ma il dato allarmante è che sono cresciuti del 154% i disturbi psichici tra le persone prese in carico. Il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale: la frfagilità multidimensionale non si traduce solo nella somma di tante fatiche ma porta a un vortice di vulnerabilità che ha un effetto moltiplicatore ed è sempre più difficile uscirne. Un altro aspetto analizzato nella ricerca è la cronicità: chi soffre di un disagio psichico rimane più a lungo a carico del circuito Caritas e fa fatica a emanciparsi dal bisogno economico. Al centro la persona attraverso l’ascolto. L’approccio della Caritas verso il disagio mentale mette al centro la persona attraverso l’ascolto, l’accompagnamento e i bisogni essenziali, oltre alla malattia. La salute mentale è un bene comune e per questo negli interventi, integrati e continuativi, sono centrali la famiglia e la comunità, non solo per ridurre lo stigma e la marginalità ma per diffondere la cultura della corresponsabilità. Il problema è circolare: il disagio mentale porta povertà e viceversa. Vera Pellegrino - ricercatrice di Caritas italiana e tra le curatrici del volume - ha sottolineato la circolarità del problema: la povertà può incidere sul disagio mentale e allo stesso tempo il disagio mentale può portare alla povertà per le difficoltà a sostenere la quotidianità. Questa relazione non è automatica ma rappresenta una percentuale di rischio. I profili di fragilità sono molteplici e complessi: dai minori a seguito delle famiglie che non conoscono il loro progetto migratorio, a donne vittime di violenza, a persone sole over 55, fino ai giovani con disagio psichico che rappresentano una grossa parte della popolazione analizzata. Social vs istituzioni. Federica Arenare, ricercatrice nell’ambito delle tecnologie digitali, ha poi illustrato la presenza del tema salute mentale su Instagram, analizzando 1.715 post e 11.000 commenti: “La divulgazione medico-sanitaria viene fatta dai singoli professionisti della salute mentale e dai creatori di contenuti, che emergono maggiormente come media a sé stanti invece delle istituzioni”. Il quadro che emerge è che si tratta di un tentativo di smontare uno stigma, ma ancora risulta superficiale nei social, come se il tema fosse individuale e non al centro di un’agenda legislativa. I servizi di prossimità in crisi. Le conclusioni affidate a Giovanna Del Giudice - si legge ancora nell’articolo di CARE - tracciano un quadro della situazione attuale e del futuro. Dal punto di vista organizzativo ci stiamo allontanando dai servizi a bassa soglia e di prossimità, su cui la Legge 180 dice che si deve lavorare. Questo produce sofferenza nella comunità, in cui vengono lasciate sole persone con disturbi mentali, anche severi, e le loro famiglie. I veri servizi di prossimità nella salute mentale sono i centri di salute mentale, che rappresentano il dispositivo organizzativo su cui si basa una salute mentale di comunità. Questi centri devono essere in relazione con tutta la rete di servizi sanitari e sociali del territorio, quindi anche con le case di comunità. La rete di servizi territoriali esiste, va però potenziata in tutto. “L’orizzonte non è roseo - dice Giovanna Del Giudice - i dati Istat aggiornati al gennaio 2024 e pubblicati a inizio 2026, ci dicono che la residenzialità è aumentata complessivamente. Alle persone con sofferenza mentale sono stati riconosciuti dei diritti fondamentali che hanno permesso loro di essere protagonisti della loro vita. Esiste già una rete molto importante di servizi territoriali: bisogna valorizzarla dal punto di vista culturale, organizzativo, sanitario, scientifico e delle risorse umane; oltre a riprendere il cammino verso la deistituzionalizzazione”. Le poche risorse sulla salute e gli operatori che non ci sono. Le intenzioni del PNRR sulle case di comunità sono pregevoli - continua Del Giudice - ma ciò che si sta concretizzando sono spesso edifici vuoti non ancora riempiti di contenuti. Il grave depotenziamento delle risorse della salute in generale e della salute mentale in particolare crea problemi, poiché la forza nella salute mentale sono proprio gli operatori che però non ci sono. Bisogna ricominciare e i politici hanno la possibilità di intervenire, ma gli interventi attuali sono molto deboli, come si vede dalle risorse finanziarie. Cultura securitaria e custodiale, invece di prendersi cura dell’altro. La direzione che si sta prendendo nel Paese mostra attenzione alla sicurezza attraverso una cultura securitaria e pratiche custodiali. È stato dimostrato che è possibile un modo diverso di assistere l’altro e le situazioni più complesse anche nella comunità, in un contesto di integrazione con gli altri servizi e con la comunità stessa. I cittadini sono un valore se si lavora con loro - conclude l’articolo di CARE - non c’è bisogno né di rinchiudere né di custodire, ma bisogna solo curare e prendersi cura dell’altro. Migranti. Il 24 marzo il protocollo Albania alla Corte Ue di Giansandro Merli Il Manifesto, 17 febbraio 2026 Il 24 marzo prossimo il protocollo Albania tornerà davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che ieri ha fissato l’udienza di uno dei due rinvii pregiudiziali ancora pendenti: quello partito dalla Cassazione. A giugno scorso gli ermellini avevano sollevato una serie di dubbi rispetto alla seconda fase dei centri di Shengjin e Gjader, riservata ai migranti “irregolari” trasferiti dai Cpr italiani. È quella seguita al flop del tentativo di portare oltre Adriatico i richiedenti asilo originari di “paesi sicuri” per svolgere le procedure accelerate di frontiera in materia di asilo, persone salvate in alto mare e mai entrate in Italia. Nel rinvio la Suprema corte italiana ha sollevato diversi dubbi sulle modifiche alla legge di attuazione dell’intesa, contestando l’equiparazione tra il centro di trattenimento di Gjader e quelli attivi sul territorio nazionale (corrispondenza sostenuta invece dall’esecutivo). Nel primo vale la giurisdizione di Roma, ma il territorio resta di Tirana. Con annessi e connessi, come l’impossibilità di disporre l’”immediata liberazione” dei reclusi che è richiesta dalla legge. La Cassazione ha posto alla Corte Ue due diverse domande: se portare gli “irregolari” in un paese terzo violi la direttiva rimpatri; se la permanenza a Gjader dei migranti che chiedono asilo contraddica la direttiva accoglienza. Tutto nasce dal caso di un cittadino tunisino e uno algerino spediti oltre Adriatico dal Cpr di Bari l’11 aprile 2025. Entrambi sono difesi dall’avvocata Cristina Durigon. Nel corso del procedimento la Corte Ue ha negato la richiesta di procedura d’urgenza, prediligendo il percorso ordinario che richiede più tempo. Alla base della scelta il fatto che i due migranti non erano più trattenuti e dunque non c’era particolare fretta. L’iter accelerato è stato invece concesso nell’altro rinvio pendente, partito dalla Corte d’appello di Roma a novembre scorso. Qui in ballo c’è la stessa legittimità della firma del protocollo e in generale di intese internazionali tra uno Stato membro e un paese terzo in materie, come l’asilo, ampiamente regolate dal diritto comunitario e di competenza dell’Unione. La data dell’udienza è attesa a stretto giro. Le decisioni della Corte Ue saranno di fondamentale importanza per il futuro prossimo delle politiche migratorie e della tenuta dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri. Non soltanto rispetto ai centri albanesi, ma anche alle norme del Patto Ue su migrazione e asilo, in vigore dal prossimo giugno, che prevedono deportazioni fuori dal territorio comunitario. Migranti. Sei medici sono indagati a Ravenna per aver negato ingressi nei Cpr di Andrea Ceredani Avvenire, 17 febbraio 2026 Avrebbero firmato certificati falsi per ostacolare il rimpatrio, ma le associazioni ribattono: “Erano persone non idonee. La patogenicità dei Centri per il rimpatrio è un fatto”. Sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna sono indagati per aver certificato la non idoneità al trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di persone straniere su cui pendeva un decreto di espulsione. Persone migranti che i dottori non hanno ritenuto in grado - per motivi legati a patologie infettive o psichiatriche - di sostenere il trattenimento in quelli che la Società italiana di medicina delle migrazioni definisce luoghi “patogenici”. L’ipotesi di reato è falso ideologico continuato in concorso: i medici, cioè, secondo i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza, nel periodo compreso tra maggio 2024 e gennaio 2026 avrebbero consapevolmente firmato certificati incompleti o addirittura arbitrari per attestare la non idoneità al rimpatrio, e ostacolarlo. La Procura di Ravenna, al momento, ha deciso di “non parlare con la stampa” per spiegare quali casi li abbiano convinti a iscrivere al registro degli indagati i dottori dell’ospedale di Santa Maria delle Croci di Ravenna. Intanto, però, giovedì scorso gli inquirenti della squadra mobile, su disposizione dei pm, hanno perquisito le case, le auto, i pc e gli smartphone dei medici, alla ricerca di chat tra colleghi (ma anche sms ed email) che contenessero parole chiave determinanti per l’indagine: “cittadino extracomunitario”, “rimpatrio”, “certificato”. L’esito della perquisizione non è ancora noto. Al centro dell’inchiesta si trovano le visite che i medici hanno svolto per stabilire l’idoneità al volo per il rimpatrio e al trattenimento nel Cpr di alcuni cittadini stranieri. I camici bianchi, in presenza di persone su cui pende un provvedimento d’espulsione, sono chiamati a rilevare eventuali vulnerabilità psichiatriche e possibili patologie infettive che potrebbero acuirsi dentro ai centri per il rimpatrio. Solo nell’ultimo mese, i medici di Ravenna hanno segnalato fragilità di questo tipo in un 25enne senegalese, bloccato dalla polizia il 21 gennaio, e in un 26enne del Gambia, entrambi ritenuti non idonei al trattenimento e al rimpatrio. Le associazioni di categoria difendono l’operato dei colleghi e si dicono “sconcertate per le perquisizioni”, come ha dichiarato il sindacato Anaao Assomed Emilia-Romagna. “La patogenicità dei Cpr è un dato scientifico, non un’opinione”, sostiene invece la Simm, che fa riferimento anche a una nota dell’Oms dello scorso gennaio, secondo cui “la detenzione amministrativa delle persone migranti è una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi”. Per la Simm, in altre parole, “il medico che certifica l’inidoneità agisce per prevenire un danno alla salute”. Dello stesso parere anche gli avvocati dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che “ricordano che le inidoneità certificate dai medici non sono “arbitrarie”, ma fondate su dati clinici”. Le proteste dei medici, perciò, si concentrano anche sull’autonomia dei professionisti di Ravenna. Simm sostiene che l’apertura dell’inchiesta “sollevi rilevanti questioni in merito alla tutela dell’indipendenza del giudizio clinico, che deve rimanere fondato esclusivamente su criteri medici e deontologici”. A togliere pressione dalle spalle dei dottori è lo stesso presidente dell’Ordine (Fnomceo), Filippo Anelli, che ribadisce la distinzione tra le sfere di competenza: “I controlli sulla sicurezza alle forze dell’ordine, ai medici la cura delle persone”. Le parole di Anelli arrivano all’indomani dello scoppio di una bufera politica sul caso di Ravenna. Il vicepresidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini ha scritto su X che i reati contestati ai camici bianchi, se confermati, sarebbero “da licenziamento, da radiazione e da arresto”. Il Partito democratico, invece, mostra solidarietà agli indagati partecipando al flash mob in programma oggi alle 13 davanti all’ospedale ravennate. “Non è accettabile che, prima ancora di qualsiasi accertamento definitivo, si costruiscano narrazioni che rappresentano i medici come responsabili di presunte irregolarità, mettendo in discussione l’intero sistema sanitario pubblico”. Intanto, stamani è sbarcata al porto di Ravenna anche la nave della ong tedesca Solidaire, che trasportava a bordo 120 persone migranti. Si tratta del 25esimo sbarco di una nave umanitaria nel porto della città dal 2022, ma del primo da cinque mesi a questa parte. Nei giorni scorsi il sindaco Alessandro Barattoni aveva criticato la scelta dell’esecutivo di tornare ad assegnare Ravenna come scalo di sbarco dopo una lunga interruzione, bollandola come “propaganda sui migranti”. L’arrivo previsto della nave è stato posticipato dopo che sabato una giovane donna di 25 anni, il figlio di 18 mesi e il fratello della ragazza, anch’essi tratti in salvo in mare, erano stati fatti sbarcare a Brindisi senza attendere l’arrivo della nave nel porto ravennate.