Referendum, bufera su Nordio: “Sistema para-mafioso del Csm” di Cesare Zapperi Corriere della Sera, 16 febbraio 2026 Anm: offende le vittime. La replica: ho citato una frase del pm Di Matteo. Il ministro della Giustizia lancia accuse pesanti e scoppia la polemica. Pd, M5S e Avs chiedono l’intervento della premier. Il Consiglio superiore della magistratura che opera con logiche da sistema “para-mafioso”. Sono parole forti quelle usate dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in un’intervista. E violenta è scoppiata subito la polemica. C’è “una consorteria autoreferenziale” all’interno del Csm tra le correnti della magistratura “che solo il sorteggio può eliminare” dice il Guardasigilli in una intervista al quotidiano Il Mattino di Padova. “I magistrati nella loro maggioranza non sono ideologizzati: sono le correnti ad essere strumenti di potere e carriera”. “I magistrati iscritti all’Anm sono il 97%: una percentuale bulgara. Perché? Perché se non ti iscrivi non fai carriera, se vuoi avanzare devi aderire. E quando si elegge il Csm, iniziano le telefonate. E quando un magistrato va davanti alla sezione disciplinare, può trovare chi gli ha chiesto il voto viceversa. Se non ha un `padrino´ è finito, morto”. “Il sorteggio rompe questo meccanismo `para-mafioso´, questo verminaio correntizio, come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Roberti, poi eletto con il Pd al parlamento europeo”, “un mercato delle vacche”. L’Associazione nazionale magistrati replica a stretto giro e parla di offesa per le parole del Guardasigilli. “Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di avvelenare i pozzi accusando i magistrati di usare metodi para-mafiosi, paragonando l’elezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura ai comportamenti della criminalità organizzata. Le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività”. Poi la replica del ministro: “Ho citato una frase del pm Di Matteo”. Dura la reazione della segretaria del Pd Elly Schlein: “Ci siamo svegliati con un’intervista del ministro Nordio che assimila ai magistrati i mafiosi. La trovo una cosa gravissima, soprattutto se a farlo è il ministro della Giustizia. Ci aspettiamo che Giorgia Meloni prenda immediatamente le distanze da queste parole e ci aspettiamo le scuse da parte del ministro. C’è una campagna elettorale ma non si possono fare affermazioni che paragonino i magistrati ai mafiosi”. Così la leader dem intervenendo a Bari a margine di un evento della campagna “Vota No per difendere la Costituzione” in vista del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo. Secondo Schlein, così facendo il Guardasigilli “insulta anche la storia di tanta magistratura che si è battuta per anni contro le mafie e ha pagato anche con il prezzo della vita. Parliamo di persone come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici. È inaccettabile che un ministro parli in questo modo dei magistrati. Noi siamo qui per ribadire le nostre ragioni nel merito di questa riforma che riteniamo sbagliata, ma pensiamo che Nordio abbia oltrepassato il limite. Giorgia Meloni intervenga immediatamente su quello che è accaduto”. “Quando avrà finito di smarcarsi da Merz per difendere la cultura maga - ha sottolineato ancora la segretaria Pd - magari Meloni potrà dire qualcosa sulle parole del suo ministro che si dimostra ancora una volta inadeguato al suo ruolo”. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte va giù pesante: “Il ministro Nordio dopo aver annunciato tagli alle intercettazioni per `modestissime mazzette´ ora addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche `para-mafiose´. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero. Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un governo che getta fango e ombre sulle Istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste. Fermiamoli, votiamo no”. La prima reazione dal centrodestra è quella di Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di FdI: “Rasentano il ridicolo Elly Schlein e Giuseppe Conte con i loro attacchi verso il ministro Nordio, a cui va la mia solidarietà. La verità è che in questo modo gli alleati giallo-rossi cercano maldestramente di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri, ai limiti dell’eversione (copyright Barbera, ex giudice costituzionale). Piuttosto che scandalizzarsi per le dichiarazioni del ministro Nordio, avrebbero potuto leggere il libro di Palamara e rendersi conto di come oggi le correnti sono un sistema di potere da scardinare. E per Fratelli d’Italia l’unico modo è votare Sì al referendum del prossimo 22 e 23 marzo”. “Il ministro Nordio ha passato il limite, non è la prima volta che usa frasi non degne della sua veste istituzionale, ma questa volta sta offendendo un potere dello Stato che ha contribuito con il sangue alla difesa della legalità in questo paese. Meloni prenda atto di tutto questo”. Così il capogruppo Avs in commissione Affari costituzionali della Camera Filiberto Zaratti. “Un indecente ministro, Carlo Nordio, parla di sistema para-mafioso attaccando i magistrati dopo aver detto che con la sua riforma non ci sarebbe stato il caso di Garlasco”. Lo dichiara Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde. “Nordio è il ministro che ha ridotto gli investimenti sulle intercettazioni e imposto limiti di 45 giorni, rendendo più difficile il lavoro di chi combatte mafia e corruzione. Ha abolito l’abuso d’ufficio, cancellando un presidio di legalità, facendo un regalo alle mafie - aggiunge -. La destra ha superato ogni limite. Con loro è a rischio il nostro ordinamento costituzionale e democratico. Fermiamo questa deriva pericolosa con un secco No”. Agitazione per il referendum sulla magistratura? Quello sul divorzio fu meno esasperato di Biagio Marzo Il Riformista, 16 febbraio 2026 A cinque settimane dal voto, il referendum appare tra i più agitati della storia repubblicana. Più turbolento perfino di quello sul divorzio del 1974, celebrato negli anni di piombo e concluso con la vittoria del No al 59,3%. Allora, lo scontro tra mondo cattolico e laico fu durissimo, ma non si raggiunse il livello di esasperazione odierno. Eppure il tema è delicatissimo: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm con sorteggio dei componenti e istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Sarebbe stato auspicabile un confronto sobrio; al contrario, assistiamo a un crescendo rossiniano di dichiarazioni aspre, spesso sopra le righe. Paradossalmente, i protagonisti più combattivi sono proprio alcuni magistrati, sostenuti da un milieu di intellettuali le cui interpretazioni della riforma appaiono talvolta forzate. C’è chi sostiene che il Sì indebolirebbe la lotta alla mafia; chi arriva, assurdamente, ad affermare che negli anni Ottanta, con norme simili, non si sarebbero scoperti scandali come la P2; altri la definiscono incostituzionale. Sul versante politico, non mancano caricature: si paventa la nascita di un “super Pubblico ministero”, metà Perry Mason e metà Ispettore Callaghan. C’è persino chi invoca l’autorità morale di Giuliano Vassalli per negare la legittimità della riforma. In questo clima, Gratteri è tra i più presenti e tranchant. Ha sostenuto che, se vincesse il Sì, solo ricchi e potenti avrebbero giustizia; e che per il No voterebbero le persone perbene, mentre per il Sì indagati, imputati e centri di potere. Dichiarazioni che rivelano una lettura fortemente dicotomica dello scontro. Ma lo stesso schema manicheo si ritrova anche in chi etichetta come “fascisti” i sostenitori del Sì. Il risultato è un dibattito polarizzato che rischia di oscurare il merito della riforma. Eppure la questione è antica: già nel 1941 la relazione del Guardasigilli fascista, Dino Grandi, metteva in guardia contro una separazione rigida delle carriere, temendo “compartimenti stagni nell’ordine giudiziario”. Segno che il nodo non nasce oggi, ma attraversa la storia istituzionale italiana. C’è un assedio su noi toghe e fa emergere la vera visione del Governo di Alberto Cisterna* Il Dubbio, 16 febbraio 2026 Malgrado ogni precauzione e a conferma di ogni previsione anche l’inaugurazione dell’anno giudiziario si è trasformata, praticamente ovunque, in un’ulteriore occasione di scontro tra Ministero della giustizia e apici della magistratura italiana. Anche in Cassazione il tono pacato, ma fermo dei vertici della giurisdizione italiana sulla questione della riforma costituzionale ha suscito l’immediata reazione del ministro Nordio. È chiaro che la campagna referendaria stia precipitosamente scivolando nel baratro delle polemiche e delle feroci contrapposizioni. Forse era inevitabile e forse è anche giusto che accada: “Necesse est enim ut veniant scandala” (Matteo, 18.7). Se i presidenti delle Corti d’appello e i procuratori generali praticamente di tutta Italia hanno tuonato, con modulazioni diverse, contro il disegno di legge costituzionale che andrà al voto popolare, vuole dire che non si tratta più delle posizioni delle correnti dell’Anm e dei suoi vertici, ma che qualcosa di più profondo e irriducibile sta avvenendo nel sottosuolo della magistratura italiana la quale - per la prima volta - è chiamata a dire la propria su una riforma epocale come quella voluta dal governo. Altri referendum vi sono stati negli ultimi decenni (da quello per la responsabilità civile del 8/9 novembre 1987 a quelli del 12 giugno 2022 in cui non venne raggiunto il quorum del 50%), ma questa volta la partita è diversa per ragioni sia di metodo che di merito. Sul metodo, è evidente che una riforma costituzionale approvata per quattro volte dal Parlamento senza che fosse modificata una virgola rispetto al disegno di legge governativo, rappresenta un precedente - come dire - non rassicurante. In effetti si è trattato di semplici “letture” come si suol ripetere nella comunicazione giornalistica, ma l’articolo 138 della Carta pretenderebbe altro quando stabilisce che “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi”; un intervallo consegnato alla riflessione, alla prudenza, alla pacatezza e, soprattutto, al confronto per evitare soluzioni affrettate. Se questo è il “metodo” preteso dalla Costituzione è chiaro che la riforma Nordio (e quella, sia chiaro, di qualunque altro governo o maggioranza in avvenire) costituisce un precedente negativo perché non è quella la postura raccomandata dai costituenti quando si intende por mano - e in modo così profondo - all’architettura costituzionale e non a qualche marginale, ma inevitabile maquillage. Sul “merito” è evidente la percezione che, comunque vada il voto referendario, alla fine ci saranno macerie fumanti e un risentimento diffuso attraverserà il campo degli sconfitti. Un’acredine dovuta a una contrapposizione che non si è fatto, invero, nulla per evitare. La blitzkrieg tambureggiante e inarrestabile che ha contrassegnato l’approvazione della riforma è ora attesa alla battaglia decisiva, quella del consenso popolare e, prima ancora, dell’affluenza al voto. Chiunque abbia immaginato di poter vincere nelle urne a man bassa deve fare i conti con un atteggiamento del paese recalcitrante al voto; non c’è stata consultazione elettorale negli ultimi anni che non abbia registrato affluenze decrescenti e partecipazioni sempre più marginali dei votanti. È chiaro, allora, che le motivazioni politiche, e non tecniche, per andare alle urne saranno fondamentali e il fatto che la riforma provenga, come detto, direttamente dal Governo è diventato, obiettivamente, un fattore di debolezza per il fronte del “si” potendo gli avversari della riforma obliquamente lucrare su un certo, non esiguo, impaccio dell’azione politica di maggioranza sul territorio della giustizia e su quello, invero da anni contiguo, della sicurezza pubblica. Anche gli ultimi, terribili episodi nelle piazze o nei parchi o presso le stazioni ferroviarie, rischiano di impallare il motore politico che spinge per la riforma e di mettere in imbarazzo una parte consistente del Comitato per il “si” che conta al suo interno avvocati e docenti universitari di chiara fama e di antico lignaggio garantista. L’ennesimo “pacchetto sicurezza” che i profila all’orizzonte (in ogni legislatura se ne varano almeno due o tre con qualunque maggioranza politica e spesso restano carta straccia), la probabile “stretta” sul versante repressivo rendono evidente una filigrana istituzionale, prima ancora che semplicemente politica o ideologica, dietro il progetto di riforma di cui si discute. Nessuno può in buona fede dubitare che il testo della riforma non contenga, nel suo tenore letterale, un attacco diretto all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Chiunque legga negli articoli del disegno di legge una simile minaccia, avvantaggia chiaramente l’accusa dei fautori del “si” di un tentativo di manipolazione mediatica da parte delle toghe e delle forze politiche di opposizione. Tuttavia occorre fare i conti con una democrazia in rapido mutamento, un’evoluzione inarrestabile sembra intaccare i presupposti stessi del principio di separazione dei poteri e rende la giurisdizione inquirente l’obiettivo più immediato di questo processo che carsicamente corrode le originarie fondamenta della Repubblica. La necrosi delle istituzioni repubblicane - per come disegnate nel 1947 - appare evidente. Nessuno dei pilastri dello Stato è rimasto nell’alveo previsto dai costituenti. Il governo, diventato la prima fonte legiferante con i suoi decreti legge sottoposti a conversione con una discussione monocamerale (come denuncia da decenni la dottrina costituzionalistica), il parlamento, prima sfoltito nei suoi ruoli di un terzo e poi costretto a ratificare (come visto) anche le più delicate e sensibili opzioni governative, una presidenza della Repubblica costretta sempre più a un ruolo di interdizione e di moral suasion nella formazione delle compagini governative, nelle linee di politica estera, nel testo dei decreti da portare al voto del Parlamento (in modo magistrale scolpiti da “La Grazia” di Sorrentino), una Corte costituzionale scavalcata dalla Corte di Strasburgo e da quella del Lussemburgo sul terreno della tutela dei diritti. In questo lento, ma corrosivo riposizionarsi delle istituzioni, in questa tracimazione dei poteri e nel travaso delle competenze, è evidente che la funzione inquirente (eretta al rango di distinto potere dello Stato dalla riforma Nordio) non potrà reggere al condizionamento delle pressioni politiche della maggioranza di turno e non potrà che rendersi braccio operativo delle sue opzioni sul piano della sicurezza. Quando, dopo l’ultima vile aggressione di un poliziotto, i vertici governativi parlano di un “attacco allo Stato” e dicono di attendere che la “magistratura faccia il proprio dovere”, c’è qualcosa di più profondo e di meno transitorio di uno slogan da campagna elettorale. V’è tra le righe una visione politica che trasuda da quelle parole e che la scomposizione dell’architettura costituzionale rende persino legittima. Se la classe dirigente di un paese ritiene di non poter più attendere le libere scelte della magistratura, le pastoie di una macchina giudiziaria resa sempre meno efficiente, la prudenza della decisione e sente sul collo il fiato di un’opinione pubblica che, invero, ha essa stessa sempre più suggestionato ed esasperato con i propri mezzi di comunicazione e con martellanti allarmismi, allora è chiaro che il passaggio verso il controllo politico del pubblico ministero (e con esso della giurisdizione penale che vive di ciò che l’accusa porta al suo vaglio) deve stare nell’orizzonte delle cose future. La percezione che il governo del paese debba passare dalla cruna della giustizia sospinge a opzioni oggi neppure immaginate dai riformatori. Il tutto c’entra persino poco con questa o quella maggioranza politica, ma è trasversalmente sorretto dalle pulsioni più sotterranee delle classi dirigenti più strutturate che in fondo tifano per l’incipiente, repentino collasso delle mura repubblicane del 1947. Come la frana delle tante Niscemi d’Italia, di colpo cade il velo pietoso e pacioso delle antiche forme democratiche e compare la fragilità dell’esistente che invoca nuove radici e nuove certezze. Ecco, forse, il terreno su cui i padri nobili della riforma, gli esponenti più autorevoli e rispettati del fronte del “si” possono trovare inciampi e insidie. Perché non può separarsi l’assetto della magistratura inquirente in Costituzione, dalla più profonda deriva delle istituzioni democratiche del paese che si spostano, come i continenti, dal loro alveo primigenio per giungere ad approdi forse neppure immaginati. Se la democrazia assume toni sempre più mediatico-populistici e la politica vive delle pressioni istantanee della piazza comunicativa si impongono in controspinta scelte radicali. Por mano alla giurisdizione sul versante costituzionale, separando (non le funzioni, ma) potere inquirente e potere giudicante (copyright by Ferdinando Adornato), vuol dire mettere in moto un processo molto più ampio di riassetto della Repubblica che deve essere chiaro a tutti, anche ai tanti in buona fede, non si può stabilire a quale esito finale possa giungere nei prossimi anni. L’oclocrazia sceglie sempre Barabba alla fine. *Sostituto Procuratore della Corte di Cassazione Le politiche securitarie non c’entrano nulla con il Sì alla legge Nordio di Oliviero Mazza* Il Dubbio, 16 febbraio 2026 Da tempo mi interrogo su quali siano, ammesso che esistano, le ragioni di opposizione alla riforma costituzionale della separazione delle carriere e devo confessare che nell’articolo apparso su queste colonne, a firma di Alberto Cisterna, stimato magistrato e uomo di grande spessore culturale, ho trovato le risposte che cercavo. Secondo Cisterna, “nessuno può in buona fede dubitare che il testo della riforma non contenga, nel suo tenore letterale, un attacco diretto all’indipendenza e all’autonomia della magistratura”. Finalmente si passa dagli slogan propagandistici ai contenuti e basta la semplice lettura dei nuovi art. 104 e 105 Cost. per rendersi conto che il testo approvato dal Parlamento non lede e non mette in pericolo le prerogative di autonomia e di indipendenza dell’intera magistratura. Rispetto ai manifesti di ANM il passo avanti nel confronto è evidente. Bisognerebbe solo aggiungere che il pm si vede riconosciuta in piena titolarità la medesima garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza da ogni altro potere dello Stato attribuita alla giurisdizione, mentre attualmente, è bene ricordarlo, la sua è una garanzia di luce riflessa rispetto a quella del giudice (art. 107 comma 4 Cost.). Garantito il ruolo del pm, anche attraverso la scelta di non toccare il principio di obbligatorietà dell’azione penale, la riforma separa nettamente la magistratura requirente da quella giudicante, attuando così i principi della terzietà del giudice e della parità tra le parti, già scritti nell’art. 111 Cost. La separazione delle carriere non è altro che il completamento necessario di quel percorso iniziato con la riforma costituzionale del 1999, approvata pressoché all’unanimità dal Parlamento. Viene da chiedersi perché i timori per la tenuta democratica del sistema sorgano solo oggi e non siano stati espressi già 27 anni fa, quando il giusto processo ha imposto l’elementare distinzione dei ruoli di accusa e di decisione quale presupposto logico della parità fra le parti. Già allora l’architettura costituzionale del giusto processo aveva in nuce la separazione delle carriere. Del resto, la storia ci insegna che la carriera unica è stata, nel nostro Paese, la proiezione ordinamentale e processuale dello Stato autoritario fascista, nonché il portato necessario di un processo inquisitorio, quello del 1930, che vedeva la piena commistione fra le funzioni requirenti e giudicanti. Spesso si dimentica che con la carriera unica dell’ordinamento Grandi, nel 1941, il pm era sottoposto all’esecutivo, a ulteriore dimostrazione, se ve ne fosse bisogno, della infondatezza dell’equazione separazione uguale sottoposizione dell’organo dell’accusa alla volontà politica. Torniamo però all’attualità. Non solo la riforma ribadisce autonomia e indipendenza del giudice, non solo attribuisce al pm in titolarità piena le stesse garanzie del giudice, ma addirittura assicura altri tre livelli di indipendenza della magistratura. Quella del giudice dal pm, separati nel processo, ma anche nella gestione delle questioni attinenti alla loro vita professionale nei due distinti CSM, mentre attualmente, nella composizione unica, promozioni e trasferimenti di un giudice possono essere decisi da un pm e viceversa, con commistioni tanto evidenti quanto pericolose. L’indipendenza dell’intera magistratura dal potere delle correnti, attraverso il sorteggio dei componenti dei nuovi consigli, superando quella distorta concezione di rappresentanza politica che non può riguardare un organo tecnico di alta amministrazione. Infine, l’indipendenza da un potere disciplinare oggi gestito da un giudice politico, l’apposita sezione del CSM, nominato dalle correnti e inevitabilmente condizionato dall’anomalia per cui il giudice eletto si trova a giudicare il suo elettore compagno di corrente. Questa è la riforma per l’indipendenza della magistratura che smantella le ultime incrostazioni di un sistema fascista fondato sul concetto indistinto di autorità giudiziaria, sistema che, per complesse ragioni storiche, si è trasferito dal fascismo alla Repubblica, come attesta la VII disposizione transitoria della Costituzione. Difficile, quindi, anche solo pensare alla riforma come al primo passo verso un’involuzione illiberale del nostro Stato democratico. Tuttavia, come sottolinea Cisterna, questo è proprio il timore che costituisce l’unica dichiarata ragione di opposizione alla riforma. Mi limito a rilevare solo le maggiori aporie dell’argomentazione. Anzitutto, la riforma va valutata per i suoi contenuti e non certo per i suoi proponenti. Se il Governo Meloni persegue politiche securitarie, tale indirizzo, peraltro comune a tutti i precedenti governi di ogni colore politico, è la risposta, culturalmente sbagliata, a un bisogno di sicurezza presente nella società, ma non ha nulla a che vedere con gli assetti del processo e della magistratura. Anzi, la contraddizione fra le politiche securitarie (illiberali) e la separazione delle carriere (liberale) è così evidente che chi contrasta le prime deve solo rallegrarsi e sostenere la seconda, rara avis liberale in un programma politico di segno opposto. Non vedo alcuna contraddizione né provo imbarazzo nel censurare certe scelte operate sul piano penale securitario e nel plaudire fermamente e convintamente alla riforma costituzionale. Tenendo conto che la stessa maggioranza di governo ha anche promosso altre riforme liberali sul piano processuale in tema di libertà personale, intercettazioni, garanzie di libertà del difensore, impugnazioni. Ma se anche la politica penale non fosse così differenziata fra diritto processuale e sostanziale, la ragione di un appoggio selettivo, che mi sembra condivisa anche da UCPI e da tutti i comitati civici per il sì, è evidente: approvare la riforma della separazione delle carriere non significa approvare in toto e acriticamente l’operato del Governo in tema di giustizia. I sospetti di collateralismo governativo non possono toccare gli avvocati penalisti italiani che da quarant’anni, di fronte a governi di ogni colore politico, sostengono la necessità di separare sul piano ordinamentale giudice e pm come unica strada per raggiungere un’effettiva parità fra le parti processuali. Se, come sostiene Cisterna, la riforma dovesse mettere in moto un processo molto più ampio di riassetto della Repubblica, ciò non potrebbe che essere nella direzione di una sempre più netta separazione fra l’ordine giudiziario e il potere politico. Non vedo altri esiti possibili di una riforma in sé profondamente democratica e liberale. I cittadini devono essere rassicurati che con la separazione delle carriere avranno un giudice terzo e, quindi, più indipendente, oltre a una magistratura complessivamente più libera, con evidenti ricadute in termini di qualità della giurisdizione e di riduzione degli errori giudiziari. Introdurre l’etica dell’indipendenza anche all’interno della magistratura non può che determinare un innalzamento della democrazia del nostro Paese. *Professore ordinario di Procedura penale Moussa Diarra, ucciso a Verona da un agente della Polfer. “Aveva in mano una posata da tavola” di Dimitri Canello Corriere del Veneto, 16 febbraio 2026 Ilaria Cucchi diffonde un video choc. Nel filmato diffuso sui social si nota l’uomo ormai a terra, agonizzante, mentre l’agente chiede l’intervento di un’ambulanza. Il commento: “Non siamo a Minneapolis”. Un video crudo, destinato a riaprire una ferita mai rimarginata. È quello pubblicato da Ilaria Cucchi sul proprio profilo Instagram e relativo agli ultimi istanti di vita di Moussa Diarra, il cittadino maliano ucciso a colpi di pistola da un agente della Polizia ferroviaria a Verona il 20 ottobre 2024. Le immagini mostrano l’uomo riverso a terra, agonizzante, mentre il poliziotto chiede l’intervento dei soccorsi. Accanto al corpo si intravede l’oggetto che avrebbe innescato la reazione armata: un coltello che Cucchi definisce “una posata da tavola”. Nel commentare la vicenda, la senatrice richiama anche le parole del vicepremier Matteo Salvini, che a caldo aveva affermato che “non ci mancherà”, aggiungendo: “Siamo a Verona e non Minneapolis. E Salvini non è Trump. Almeno spero”. Secondo la ricostruzione di Cucchi, Diarra sarebbe stato in preda a una crisi psichiatrica aggravata da una situazione di forte precarietà legata al rinnovo del permesso di soggiorno, indispensabile per mantenere il lavoro e sostenere la famiglia in Mali. L’uomo, incensurato, avrebbe estratto dallo zaino una posata utilizzata per mangiare, brandendola in modo disordinato contro un agente della Municipale che avrebbe compreso il suo stato di alterazione. Da qui la richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio. L’intervento successivo della Polfer si è concluso con tre colpi d’arma da fuoco esplosi ad altezza d’uomo: uno avrebbe perforato il cappuccio della felpa, un altro infranto una vetrina alle sue spalle, il terzo raggiunto il cuore. “Si spara alla sagoma”, osserva Cucchi, sottolineando la natura dei proiettili “fatti per colpire organi vitali”. Sul piano giudiziario, la Procura di Verona ha chiesto l’archiviazione per l’agente, ritenendo sussistente la legittima difesa. I familiari di Diarra si sono opposti; il giudice per l’udienza preliminare, dopo l’udienza del 12 febbraio, si è riservato la decisione. Venezia. Detenuta 32enne si toglie la vita in cella: “Sarebbe uscita a breve” di Raffaella Ianuale Il Gazzettino, 16 febbraio 2026 La tragedia la notte fra sabato e domenica. La compagna di cella ha dato l’allarme ma nonostante una corsa disperata all’ospedale la donna è morta. Non si danno pace tutti coloro che l’hanno conosciuta e che con lei hanno condiviso anche il periodo di detenzione. Ieri nessuno poteva credere che proprio questa giovane donna avesse deciso di porre fine alla sua vita impiccandosi nel bagno di una cella del carcere femminile della Giudecca a Venezia. “Simpatica, per alcuni aspetti ironica, era sempre la prima a partecipare a ogni attività proposta all’interno della casa circondariale” racconta chi la conosceva. Non aveva permessi per poter uscire, ma era disponibile a cogliere ogni occasione che le veniva offerta, dal corso di pittura ai vari laboratori di teatro e di canto. Si dava da fare anche nei lavori spesso commissionati dall’esterno e altre volte interni al carcere: le detenute se lo desiderano possono impegnarsi nelle cucine, in stireria piuttosto che in lavanderia, oltre che nell’orto per poi vendere i propri prodotti lungo la Fondamenta delle Convertite nell’isola della laguna veneziana dove c’è il carcere femminile. Eppure, malgrado la disponibilità e un’apparente serenità, la scorsa notte ha deciso di farla finita. Si è tolta la vita a 32 anni impiccandosi nel bagno della cella che condivideva con una compagna. E stata proprio lei a lanciare l’allarme. Soccorsa ancora in vita, la detenuta è stata assistita dal personale sanitario del 118 giunto in carcere con l’idroambulanza. Una disperata corsa contro il tempo fino all’ospedale civile di Venezia e poi le manovre per cercare di rianimarla, ma è stato tutto inutile poco dopo è deceduta. “Le mancava poco per espiare la sua pena - prosegue chi la conosceva - ma a volte è proprio la prospettiva di tornare in libertà che fa scattare qualcosa, una sorta di timore di non farcela, il cambiamento fa sempre paura”. “È l’ottava morte autoinferta dietro le sbarre dall’inizio dell’anno, in un sistema penitenziario che oltre alla libertà, evidentemente, toglie ogni speranza” dice a caldo Gennarino De Fazio, il sindacalista della Uilpa che ieri ha denunciato l’accaduto. Due di questi suicidi, ricordiamo, si sono consumati nel carcere Due Palazzi di Padova nell’arco di appena due giorni. Il 28 gennaio un detenuto di 73 anni, rinchiuso nell’ala di alta sicurezza, si è tolto la vita poco prima di un trasferimento. E due giorni dopo ha fatto lo stesso un 35enne impiccandosi nel bagno della sua cella nel reparto dei detenuti comuni. Ora un’analoga vicenda si ripete alla Giudecca, uno dei pochi carceri in Italia con una sezione per le detenute con figli, senza sovraffollamento e una buona integrazione con il territorio costruita dalla direttrice Maurizia Campobasso. “Rispetto alle carceri maschili con una presenza eccessiva di detenuti rispetto agli spazi disponibili quello della Giudecca non presenta problematiche particolari - conferma Alessandro Maculan dell’associazione Antigone - però non mi stupisco che avvenga, perché il carcere è sempre un’esperienza dolorosa”. Ieri nessuno aveva voglia parlare, nemmeno don Paolo Bellio, il cappellano del carcere della Giudecca che tutti i giorni va a trovare le detenute. Nessuno se l’aspettava un gesto così da questa giovane donna. Sarà un’inchiesta ad approfondire cosa possa essere successo e se qualche elemento esterno possa aver messo in difficoltà la 32enne. “Una cosa però è certa - dice chi lavora a stretto contatto con le donne del carcere della Giudecca - ogni attività che viene organizzata all’interno della casa circondariale come un laboratorio piuttosto che un’esperienza lavorativa, è sempre accolta dalla maggior parte delle detenute con disponibilità. Quando, invece, entrano estranei, come ad esempio i politici, per visitare il carcere, le detenute si destabilizzano ed entrano in difficoltà”. Padova. Il trasferimento improvviso dei detenuti AS dalla Casa di Reclusione: l’incredulità e il dispiacere dei volontari dei laboratori di cucito e falegnameria di Emmanuela Bortoliero e Giorgio Rietti* Ristretti Orizzonti, 16 febbraio 2026 Improvvisamente e con poco tempo abbiamo dovuto salutare dopo anni di lavoro insieme i frequentatori dei laboratori di cucito e falegnameria, come noi increduli e impauriti per il loro futuro. Il tempo di preparare un bagaglio minimo, un veloce saluto, lo sguardo con gli occhi lucidi e disorientati, quasi una tacita richiesta di aiuto, pur con la consapevolezza che non avremmo potuto fare niente per loro. Come più volte rimarcato, si interrompeva un rapporto costruito con impegno, tempo e pazienza ma che era diventato significativo per noi perché dava un senso alla nostra scelta di volontariato e importantissimo per loro che ci definivano come una seconda famiglia. Con ognuno di loro avevamo costruito una relazione che si basava sulle diversità caratteriali, sul loro percorso di vita, sulle aspettative per il futuro, e sulla crescente fiducia nei nostri confronti, che consentiva loro di raccontarsi, di chiedere consiglio e di agevolare quando possibile, il loro rapporto con il mondo esterno complicato dalla burocrazia e dalle difficoltà relazionali con il tessuto sociale esterno. Il sorriso con il quale ci accoglievano e le piccole premure che avevano erano per noi incoraggianti, davano un supporto al nostro desiderio di creare un clima sereno, di stimolare la loro creatività che si concretizzava e veniva riconosciuta in tutte le occasioni, mostre e mercatini per gli oggetti artigianali realizzati, dei quali cominciavano a essere parte attiva, qualcuno anche attraverso i permessi. Il loro successo era gratificante anche per noi, le attività nate come hobby diventavano gradualmente parte di un discorso di riabilitazione e di ritrovata autostima. Pensare che tutto si è interrotto così bruscamente è emotivamente impegnativo, perché anche da loro abbiamo imparato qualcosa. Ci resta la speranza di lasciare persone che hanno imparato di nuovo a esprimere le proprie emozioni con la consapevolezza che anche incontri occasionali come quelli legati al volontariato, possono contribuire ad avere fiducia. Per noi anche in una situazione destabilizzante è indispensabile continuare a dare un senso al nostro operato con ritrovata energia e consapevolezza dei propri errori. *Volontari OCV Operatori Carcerari Volontari Milano. Dieci appartamenti del Comune per i detenuti: l’iniziativa approvata all’unanimità di Michela Cirillo La Stampa, 16 febbraio 2026 Il progetto promosso dall’associazione Cattolici ambrosiani. L’arcivescovo Mario Delpini: “Per cercare consensi la politica si disinteressa dei carcerati. Serve favorire la riabilitazione”. “Finalmente ce l’abbiamo fatta”: è questa la frase che riecheggiava nella sede del circolo Acli di Milano dove è stata presentata un’iniziativa che porterà alla realizzazione di una serie di appartamenti, almeno dieci, destinati a ex detenuti che non hanno una casa in cui tornare dopo l’uscita dal carcere, e a persone che dopo una condanna hanno avuto accesso a misure alternative. A dare vita al progetto di housing è stata la collaborazione tra l’associazione Cattolici ambrosiani e il Comune di Milano, che ha approvato all’unanimità la proposta di destinare appartamenti sfitti, ancora da individuare, al reinserimento sociale di chi salda il suo debito con la giustizia nelle carceri milanesi. “Vogliamo fare qualcosa di concreto, che risponda a un muro di impotenza davanti al quale le autorità sembrano bloccarsi. Al sovraffollamento contribuisce una quota di detenuti che restano in carcere anche se potrebbero uscire a scontare la pena fuori, perché non hanno un alloggio”, ha esordito Giorgio Del Zanna, rappresentante di Cattolici ambrosiani. Il senso di urgenza verso la ricerca di una risposta al sovraffollamento degli istituti penitenziari ha accompagnato tutto il corso dei lavori che hanno portato alla presentazione del progetto: “Il problema è che ci sono nemici delle soluzioni - ha affermato l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, durante la presentazione -. L’opinione pubblica non ha simpatia nei confronti dei detenuti, per questo una parte della politica per cercare il consenso non tratta il tema della riabilitazione di chi ha scontato una pena. Il sentimento spontaneo non può essere: “chi sbaglia paghi, e si arrangi”. Serve un sistema che favorisca il reinserimento, che senza alloggi e proposte lavorative è improbabile”. Il primo passo è stato l’approvazione da parte di tutte le parti politiche. Destra, sinistra e liste civiche hanno votato insieme per mandare avanti il progetto. Il prossimo gradino sarà aprire un bando rivolto alle aziende del terzo settore per la ristrutturazione e la gestione degli appartamenti. Erano presenti all’incontro diversi membri del Consiglio comunale milanese. Tra questi Emmanuel Conte, assessore a Bilancio, Demanio e Piano Straordinario Casa, l’assessore alla Casa, Fabio Bottero, e Lamberto Bertolè, Assessore al Welfare: “Serve concentrarsi sul “dopo”, soprattutto per la fascia tra i 18 e i 20 anni, i giovanissimi - ha dichiarato quest’ultimo. Alcuni ragazzi commettono reati per rimanere nel circuito d’accoglienza perché fuori non hanno nessuno che pensi a loro. Per risolvere i problemi non basta contenerli. Serve capire che il reinserimento è la risposta a chi chiede più sicurezza per questa città”. Il focus dell’incontro è stato infatti il rapporto tra percorsi riabilitativi e abbassamento della recidiva, che si assesta sull’80% per i carcerati che non hanno accesso a percorsi riabilitativi e scende man mano che questi vengono attuati. Sul tema si è concentrata la responsabile dell’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna, Teresa Maria Mazzotta: “L’offerta abitativa abbatte il rischio di recidiva e facilita il reinserimento lavorativo, che deve essere personalizzato con un’attenzione al singolo detenuto”. A Mazzotta ha fatto eco Luigi Pagano, Garante per i detenuti della Lombardia ed ex direttore del carcere di San Vittore: “Le nostre carceri sono fuori legge per le condizioni nelle quali i detenuti vivono a causa del sovraffollamento, che a volte non rende possibile neanche garantire a tutti le telefonate ai familiari che spettano a ognuno. Ho visto una donna con 14 figli e malata di tumore dover vivere in una cella con il suo bambino più piccolo. Le soluzioni di housing servono a tutelare situazioni come la sua e come quella di tante altre donne e uomini in condizioni di fragilità”. Firenze. Il dilemma Sollicciano: “Demolirlo? Bella utopia”. Le proposte dei Garanti di Teresa Scarcella La Nazione, 16 febbraio 2026 Fanfani: “Cambiare idea di reclusione, puntando su formazione e reinserimento”. Parissi: “Costruiamo tre carceri più piccole in provincia e trasferiamo i detenuti”. Demolire o non demolire Sollicciano? La sindaca Sara Funaro, che non ha mai fatto mistero di abbracciare l’ipotesi dell’abbattimento, ha dichiarato di pensarla diversamente dalla direttrice Valeria Vitrani che, qualche giorno fa ha chiaramente detto che “non è nei piani”. Ma è questo il dilemma? Il dibattito, pur partendo da un dato di fatto che è la condizione disastrosa del carcere e dalla condivisa necessità di metterci mano, sembra viaggiare su due binari paralleli. Quello ideale: disfarsi di una struttura fatiscente per sostituirla con una più moderna, “Io lo dico da sempre. Sollicciano va chiuso e rifatto” afferma Giuseppe Fanfani, garante de detenuti della Toscana. “Anche a me piacerebbe” gli fa eco il collega fiorentino, Giancarlo Parissi. E poi c’è quello concreto, che obbliga a porsi delle domande: in primis è fattibile? “Io capisco il sentimento che porta a dire ‘demoliamolo’ - ammette Parissi - ma credo sia utopia. Il realismo è altro. Intanto per l’ambito di competenze che pendono sulla testa di Sollicciano. Ci vedo una serie di complicazioni burocratiche e politiche. Se fosse semplice arrivare ad una svolta così radicale, perché fino ad oggi nessuno ne ha ordinato lo sgombero per motivi sanitari, come si farebbe per un ospedale o un albergo nelle stesse condizioni? Sono anni che l’Asl fa ispezioni e rilascia relazioni in cui evidenzia che la situazione a Sollicciano non è compatibile con la vivibilità”. Servirebbero “impegno e volontà” per Fanfani. Ma anche delle alternative temporanee. “Ci sarebbe da spostare 550 detenuti, 400 agenti e tutta un’organizzazione - ancora Parissi - Dove li mettiamo?”. “In Toscana non c’è posto - chiarisce Fanfani -. Stanno progettando un carcere nuovo a Grosseto, forse quella potrebbe essere un’occasione, ma i tempi sono lunghi e nemmeno certi. Pensiamo ad Arezzo. Hanno iniziato i lavori una decina di anni fa, restaurando un’intera area, poi si sono accorti che le porte erano troppo strette e hanno fermato tutto”. Poi - per salire su un piano ancora più ideale - che tipo di carcere andrebbe tirato su? “Ristrutturare il contenitore, ma lasciare immutata l’essenza non serve. Bisognerebbe cambiare l’idea della reclusione. Un modello moderno deve essere fatto di piccole unità, nelle quali sia possibile un contatto diretto e una conoscenza dei reclusi - spiega Fanfani -. Spazi per la formazione, laboratori mirati al reinserimento lavorativo. Insomma, deve essere concepito come una scuola di formazione o ri-formazione idonea a far uscire persone migliori. Salverei solo il giardino degli incontri”. “Vogliamo alimentare il dibattito? Allora la butto lì - conclude Parissi - costruiamo tre penitenziari più piccoli in provincia e una volta pronti ci trasferiamo i detenuti. Si scatenerebbe una battaglia tra comuni, perché chi lo vorrebbe?”. Intanto, tornando al presente, il 27 febbraio ci sarà un nuovo incontro del tavolo istituzionale. “Ancora zoppo” secondo Parissi, al quale mancherebbero realtà come: associazioni, servizi sanitari esterni e rappresentanti ministeriali. Modena. Giustizia riparativa, i dati. In 280 si sono impegnati a favore dei servizi sanitari di Emanuela Zanasi Il Resto del Carlino, 16 febbraio 2026 Dal 2021 al 2025 vari percorsi di inserimento di persone coinvolte in processi “Messa alla prova” e lavori di pubblica utilità, migliaia di ore donate ad Aou e Ausl. Sono state circa 280 le persone accolte - dal 2021 al 2025 - dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria e dall’Azienda Usl di Modena per lo svolgimento di percorsi di lavoro di pubblica utilità e di “messa alla prova”. Un dato che racconta come “le due aziende sanitarie rappresentino una delle possibilità concrete, sul territorio modenese, per chi è chiamato a trasformare un obbligo previsto dalla legge in un’esperienza di responsabilità e restituzione alla collettività”. Da tempo Aou e Ausl collaborano con il Tribunale di Modena per l’attivazione di percorsi di inserimento rivolti a persone coinvolte in procedimenti penali. Accanto alla storica convenzione per i lavori di pubblica utilità, a fine 2024 anche Aou ha sottoscritto un secondo protocollo dedicato alla cosiddetta ‘messa alla prova’, istituto che consente la sospensione del procedimento penale a fronte di un impegno concreto a favore del bene comune tramite percorsi di cittadinanza attiva. Dal 2021 al 2025, le oltre 40 persone inserite in Aou hanno donato alla comunità un monte ore complessivo che si avvicina alle 4.500, con un incremento significativo nel solo 2025, che ha già raggiunto circa 2.500 ore di attività. Le attività svolte si sono distribuite in diversi ambiti dell’organizzazione aziendale: dalla gestione della biblioteca interna al trasporto di materiali, dall’accoglienza di persone con disabilità o fragilità al supporto ai servizi amministrativi. Per quanto riguarda l’Azienda Usl, i dati relativi ai percorsi di lavoro di pubblica utilità e di ‘messa alla prova’ riferiti al quinquennio 2021-2025 parlano di 238 soggetti per un monte ore complessivo di 54.767. “In questi percorsi non vediamo solo ‘esecutori di una pena’, ma persone che riscoprono il proprio valore”, evidenzia la dottoressa Cinzia Zanoli, responsabile ‘Sostenibilità, Inclusione e Accessibilità’ delle aziende sanitarie modenesi. In sinergia con le colleghe dottoresse Valentina Leone, Daniela Malvasi e Rossana Olivieri, hanno strutturato un sistema di accoglienza e crescita personale. “Queste esperienze dimostrano che la giustizia riparativa, se inserita in un contesto di cura, può generare un valore sociale immenso - prosegue la dottoressa Cinzia Zanoli - trasformare un debito con lo Stato in un dono per chi soffre è una delle forme più autentiche di riabilitazione”. “Le esperienze raccolte - evidenziano i direttori generali dell’Aou di Modena, Luca Baldino, e dell’Ausl Mattia Altini - testimoniano come, in numerosi casi, al termine del periodo previsto, molte persone abbiano scelto di proseguire il proprio impegno come volontari”. Roma. “Quando sono uscito, vivevo per strada. Oggi aiuto chi mi ha permesso di ricominciare” di Eleonora Panseri fanpage.it, 16 febbraio 2026 Roberto, ex detenuto, ha raccontato la sua storia. Una volta uscito dal carcere è diventato un senzatetto. Ma un incontro speciale gli ha permesso di ricominciare: “Ora faccio del bene per ripagare il male che ho fatto”. “Tanti anni fa sono finito in carcere e mi sono fatto una lunga detenzione. Ero stato condannato a 10 anni, ne ho fatti 8, più due di buona condotta. Quando sono uscito, ho provato a reinserirmi nella società, ma mi sono ritrovato senza niente. I miei genitori erano morti, le mie sorelle e i nipoti si vergognavano di me, sono rimasto solo”. In questa situazione però Roberto ha avuto la fortuna di incontrare Alfonso Di Nicola, fondatore del progetto “Sempre Persona” che segue e aiuta detenuti, ex detenuti e le loro famiglie. Oggi Roberto è un volontario dell’associazione che gli ha dato una seconda possibilità e cerca di restituire ciò che ha ricevuto. L’ingresso in carcere Roberto lo definisce “un colpo duro”. Prima della condanna, arrivata quando aveva circa 40 anni, era un cuoco apprezzato. Dopo un primo periodo nel carcere di Regina Coeli, è stato chiamato alla Gorgona. “Quando sono uscito dal carcere, sono rimasto solo e vivevo per strada” - “Lì mi hanno messo a lavorare nella mensa, sapendo che ero un cuoco. - ci racconta - Mi guadagnavo da vivere, stavo con le persone e stavo bene, il momento più brutto è stato quando sono uscito. Ricordo di aver bussato a tante porte, ma erano tutte chiuse. Per la gente ero un poco di buono, ero inaffidabile. Così mi sono trovato a vivere per strada, da senzatetto”. Un giorno però un amico di Roberto gli parla di Alfonso e dice: ‘Se vuoi posso chiamarlo’. “Così ci siamo incontrati. - ricorda l’ex detenuto - E le parole di Alfonso sono state: ‘Se vuoi ricominciare, vediamoci domani, anche se non ti prometto nientè”. Sono passati 12 anni da allora e Roberto è fiero di dire che la sua vita è cambiata: “Ho avuto di nuovo quella dignità che si perde stando in strada e sono riuscito a dare un senso alla mia vita facendo del bene per poter ripagare un po’ del male che ho fatto”. “Non mi sarei mai aspettato che quel senzatetto che veniva allontanato, umiliato, insultato, potesse ricominciare”, aggiunge. Nel 2016 al Villaggio per la Terra, organizzato a Roma da Earth Day Italia e dal Movimento dei Focolari, di cui Alfonso fa parte, Roberto ha anche avuto la possibilità di incontrare e abbracciare Papa Francesco. “Il Santo Padre mi ha detto: ‘Coraggio figliolo, Dio ti ama, voi siete quelli che possono trasformare il deserto in foresta’. È stato un colpo al cuore”. E aggiungo: “Non mi vergogno di dire quello che ero, oggi sono orgoglioso di quello che sono grazie a tutte le persone che mi hanno aiutato. Noi abbiamo sbagliato, ma possiamo non farlo più e ricominciare”. Il fondatore del progetto: “Sono sempre persone, anche se hanno sbagliato” - “Io non volevo fondare niente, dico la verità. ‘Sempre Persona’ è nato grazie a un mio amico magistrato che anni fa mi ha chiesto di aiutare alcuni detenuti che avevano bisogno, ma per cui non poteva esporsi in prima persona. Così sono entrato in carcere”, ricorda invece Alfonso, 81 anni, che oggi come allora, con la stessa grinta, porta avanti il suo messaggio. “Tanti mi parlavano delle famiglie, mi dicevano che loro non avevano colpa e mi chiedevano di fare qualcosa per aiutarle. Ho iniziato così. A un certo punto mi sono accorto che non ce la facevo da solo e in questi 30 anni tante persone mi hanno dato una mano”, aggiunge. Alfonso ricorda una signora, mamma di un detenuto, alla quale il figlio gli chiese di portare un bacio: “Quando le ho detto questa cosa, ha pianto, mi ha detto che suo figlio non era cattivo, ma che era cresciuto in strada, visto che lei doveva lavorare. Mi chiese di stargli vicino e di non abbandonarlo”. L’idea alla base della sua iniziativa è proprio nel nome del progetto: “Per noi sono sempre persone, anche se hanno sbagliato. In tanti dicono che vanno chiusi in carcere e che va buttata la chiave, ma non è vero. Quando facevo i colloqui con i detenuti, e ne ho fatti tanti, piangevo con loro perché forse nelle loro stesse condizioni avrei fatto peggio”. In questi anni alcuni di loro gli hanno anche chiesto cosa fare per “essere come lui”: “Devi fare il bene, gli rispondevo. Se sei qui, in carcere, è perché hai fatto qualcosa che non va, ma se fai il bene, vedrai che starai bene tu e farai stare bene anche gli altri. Alcuni hanno capito, altri no”. Ma per un detenuto sapere di poter contare su qualcuno è importantissimo, ci dice ancora Di Nicola: “Mi chiedevano: ‘Quando esco, ci sei?’, e io gli rispondevo: ‘Certo che ci sono, basta che mi telefoni e ci sentiamo’, e gli parlavo dell’associazione. Sono contento di lavorare in questo campo e di poter raccontare quello che abbiamo fatto e facciamo”. A raccogliere il testimone di Alfonso è Emanuele Fortuzzi, 30 anni, oggi presidente di ‘Sempre Persona’, che ha scoperto l’associazione anni fa. Ci racconta che con molte delle persone che ha incontrato grazie a quest’esperienza ha stretto amicizie vere, capaci di trasformare la sua vita. Insieme a Emanuele parliamo dello stigma e del pregiudizio che spesso impedisce agli ex detenuti di reinserirsi nella società, come accaduto a Roberto Mirco. “Penso che l’unico modo per superare efficacemente lo stigma nei confronti di queste persone è entrare nelle loro vite, toccare con mano, stare loro vicino, ascoltarle”. “Solo così ci si può allontanare dalle proprie convinzioni, entrando in empatia e comprendendo la loro situazione. Non c’è nessun tipo di giustificazione per quello che hanno fatto queste persone, ma bisogna sospendere il giudizio per fare questo servizio”, aggiunge. Emanuele sottolinea ancora l’importanza di non far sentire sole queste persone, di dare loro una speranza dentro e fuori dal carcere: “Non si può pretendere che una persona ami, in senso generale, se prima non è stata amata. Bisogna fare un passo verso di loro”. “Capisco che può essere difficile, - aggiunge - ma se non si silenziano tante voci che arrivano dall’esterno e non si entra con delicatezza nella storia di queste persone, le cose continueranno ad andare avanti nello stesso modo”. Gli inventori della giustizia. L’Illuminismo e i suoi avvocati della ragione di Giuseppe Governale Il Foglio, 16 febbraio 2026 Dal fermento di Milano dove il diritto smette di essere un sapere riservato, passando per le contese di Napoli, sino ad arrivare in Sicilia dove si stratificherà una diffidenza strutturale verso lo stato e la sua giustizia, quella che Sciascia chiamerà “giustizia ingiusta”. C’è un equivoco ricorrente ogni volta che in Italia si discute di giustizia: si finge che il problema sia solo tecnico. È un’illusione che solleva da una scomoda responsabilità: riconoscere che la giustizia non è mai neutra, che porta con sé una visione dell’uomo, dello stato e del potere. Una visione che in Italia non è mai stata una sola. Per capirlo bene, tornare indietro non è superfluo; consente di avere a disposizione una visione più coerente non tanto per nostalgia quanto per onestà intellettuale. Soprattutto dal momento in cui la giustizia moderna - come oggi noi la intendiamo - quella del Settecento illuminista, prende coscienza di sé. È lì che nasce l’idea - scandalosa per l’epoca - che giudicare e punire non siano atti di fede né espressioni della sola forza sovrana, ma essenzialmente decisioni umane: fallibili, dunque da sottoporre non solamente al controllo della morale, ma anche a quello del pensiero razionale. È lì che compaiono quelli che potremmo chiamare, senza enfasi, gli avvocati della ragione. Ma l’Illuminismo giuridico nazionale non è certamente una storia lineare e semplice. Si dispiega in una sorta di frattura geografica e politica che attraversa il paese e produce esiti non univoci. Milano, Napoli e Palermo non rappresentano, così, soltanto tre città, ma modi diversi di concepire la società, il potere, la giustizia e realizzano nel tempo, tre diversi rapporti dei cittadini con la legge. In un mio recente scritto, “Radici di mafia”, ho tentato di descrivere come la nascita della onorata società sia stata il frutto di una lunga e travagliata gravidanza, che il concepimento avvenne nel Seicento al tempo degli spagnoli presenti non solo nel meridione d’Italia e in Sicilia, ma anche in Lombardia, quando il monopolio della forza, del potere da parte dello stato, era esercitato da signorotti del tipo di don Rodrigo, che potevano fare il bello e cattivo tempo con quegli scherani al loro servizio che erano i bravi, compagini che duecento anni dopo si articoleranno in vere e proprie forme mafiose. Solamente a Milano, intorno al 1750 la gestazione si interruppe per effetto delle riforme del subentrato governo asburgico di Vienna. Lì, oltre a quello strano aborto (la mancata nascita della mafia, cioè), qualcos’altro di raro accadde nella storia italiana: il potere non si sentì minacciato dalla ragione. Le riforme di Maria Teresa crearono uno spazio in cui le idee poterono circolare senza essere immediatamente criminalizzate. Beccaria, i fratelli Verri, Parini e tanti altri intellettuali possono scrivere, discutere. Nascono luoghi d’incontro, riviste, confronti pubblici. L’accademia dei Pugni e dei Trasformati, la rivista “Il Caffè”. La giustizia diventa oggetto di riflessione costante. Il pensiero illuminista si divulga, si diffonde. “Dei delitti e delle pene” nel 1764 non nasce in clandestinità, ma dentro un contesto che, pur vigilante, tollera. Beccaria contesta la tortura, la segretezza del processo, la pena di morte; afferma che il giudice deve essere vincolato alla legge e non alla propria coscienza arbitraria, ci devono essere chiari limiti ai giudici sull’interpretazione delle leggi del legislatore, sulla ripartizione dei poteri, sostiene che la pena non deve vendicare, ma prevenire, deve essere dolce, ma certa. Il pensiero innovatore, straordinario, passa le Alpi ed è preso a riferimento dagli americani per la dichiarazione d’Indipendenza del 1776. A Milano la ragione, sotto la spinta dei pensatori francesi, non viene percepita come sovversiva: è, almeno in parte, utilizzata. La giustizia si riforma senza spargere sangue. È un fatto storico, non un giudizio morale. Milano della seconda metà del Settecento è una capitale amministrativa efficiente che lentamente impara a pensarsi come società civile. Nei salotti aristocratici e borghesi, nelle accademie, nei luoghi di conversazione, si afferma una forma nuova di sociabilità, fondata sulla discussione razionale, sull’ironia, sul confronto, nella critica dei costumi, nella riflessione sul buon governo, nella fiducia - forse eccessiva - nella riformabilità delle istituzioni. Giuseppe Parini coglie con lucidità questo passaggio. “Il Giorno” non è soltanto una satira dell’aristocrazia oziosa, ma il ritratto di una classe dirigente che vive dentro un ordine riformato senza averne interiorizzato fino in fondo le implicazioni morali. E tuttavia, proprio questa società consente la critica, tollera lo sguardo ironico, accetta di essere messa a nudo. È un segnale fondamentale: la giustizia, prima ancora che nelle leggi, entra nel discorso pubblico. Milano diventa così un laboratorio in cui il diritto smette di essere un sapere riservato e inizia a dialogare con la cultura, l’economia, la morale. La presenza di una burocrazia riformatrice, di un ceto intellettuale relativamente autonomo, di una nobiltà in parte disposta a farsi osservare e criticare ma anche ad agire, crea un equilibrio fragile ma fecondo e dinamico che si estrinseca in una fervente imprenditorialità. È in questo ambito che il pensiero di Beccaria può maturare: non come gesto eroico, ma come proposta razionale rivolta a un potere disposto, almeno in parte, ad ascoltare. Questa differenza di clima è decisiva se confrontata con Palermo, la mia città. Là dove la società resterà bloccata per altri due secoli tra tradizione baronale e religionismo formale, dove la parola pubblica non si emancipa dall’accademia o dalla devozione, la ragione non trova interlocutori. A Milano, invece, la città stessa diventa interlocutrice. E questo spiega perché, sul piano giuridico, l’Illuminismo lombardo non produca martiri, ma riforme; non patiboli, ma codificazioni; non silenzi, ma testi destinati a circolare in Europa. A Napoli la storia cambia tono. L’Illuminismo è potente, brillante, persino audace. Antonio Genovesi insegna, Gaetano Filangieri pensa una costituzione, Francesco Mario Pagano addirittura la scrive nella breve intensa esperienza rivoluzionaria del 1799. Una sorta di teoria avanzatissima, la sua, anche per il processo che deve essere accusatorio, con la netta distinzione tra accusa, difesa e giudice, e il concetto di legalità inteso come argine al potere. Mi è cara l’arringa di Vincenzo Lupo davanti alla Commissione speciale rivoluzionaria al processo in difesa del realista Gerardo Baccher durante la stagione della rivolta napoletana del 1799, con re Ferdinando scappato a Palermo: “Io non sono qui tanto il difensore, quanto la difesa, che è un diritto incontestabile e di tutti, secondo l’insegnamento del nostro grande maestro Mario Pagano: secondo cui vi è (…) il diritto di qualsiasi accusato a discolparsi. E perciò l’avvocato non deve avere paura di nulla se non della propria coscienza”. Una Corte figlia degli illuministi che, però, non mancherà di applicare la pena di morte. È sempre così quando la ragione smette di essere principio guida e diventa limite, ogni potere arranca. Anche quello borbonico, che all’inizio tollera per poi progressivamente reprimere sempre più duramente. Molti cittadini rivoluzionari tra cui Mario Pagano, Domenico Cirillo e Eleonora de Fonseca Pimentel finiscono sul patibolo. Qui la giustizia non viene riformata: viene contesa. E il prezzo della contesa è il sangue. Vincenzo Cuoco, con lucidità spietata, capirà che la distanza tra élite illuminate e società reale ha reso quella battaglia perdente. Non c’è alcun dialogo con il popolo, con i lazzari, i lazzaroni che, proprio perché non comprendono si uniranno ai realisti, ai sanfedisti del cardinale Ruffo di Calabria contro i rivoluzionari che volevano per loro semplicemente più diritti. Napoli consegna all’Italia una tradizione giuridica segnata dal conflitto, dalla diffidenza reciproca tra legge e potere. Ne è struggente testimonianza proprio la storia di speranza e di morte di donna Eleonora, ben narrata da Enzo Striano ne Il resto di niente. A Palermo, se possibile, la tragedia è ancora più misterica, silenziosa. L’Illuminismo non diventa mai discorso pubblico. Il riformismo illuminato mostra tutti i propri limiti. I pensatori hanno presenti i criteri di Hobbes, Locke, Voltaire, Montesquieu, Beccaria, Genovese, quindi di Londra, Parigi, Milano e Napoli, sulla eguaglianza naturale e la riforma penale. Ma vengono come frenati da uno spirito ancora sostanzialmente arcaico, scolastico, dove vige l’accademismo e l’astrattezza. Solo Giovanni Agostino De Cosmi fu seguace dell’empirismo lockiano, peraltro fortemente avversato dalla Chiesa. Tommaso Natale rimase comunque tiepido. Certo si rifaceva a Montesquieu. Le sue tre classi su cui si doveva articolare ogni società civile vedevano come principi ispiratori l’onore, l’interesse e il timore. Certo ripudiava la tortura come strumento coercitivo istruttorio, ma l’ammetteva come pena. Mancò ai riformisti siciliani, in genere, la coscienza di rappresentare il mondo della verità e della ragione di fronte a quello imperante della superstizione, prima causa di errore. A differenza di quanto succedeva a Milano e anche a Napoli, non si può parlare per la Sicilia, quindi, di una classe “viva” perché ad essa mancò l’energia e la convinzione necessarie a trascinare strati più estesi di opinione pubblica. Figure troppo moderate quelle di Natale e De Cosmi, quindi. Sicuramente più riformatore Francesco Paolo Di Blasi, il solo che accolse pienamente la dottrina di Rousseau nella sua Dissertazione sopra l’egualità e la diseguaglianza degli uomini sulla loro felicità. Un pensiero, certo, astratto ma che prelude ad un’elaborazione più strutturata e solida nel saggio sulla Legislazione di Sicilia. Al centro, valutazioni di una certa modernità sull’esigenza di poter contare su disposizioni agili che tengano conto del costume che avanza e che riguardino, inoltre, l’educazione da affidare allo stato, la classificazione sociale, le imposte. Rilevanti pure le riflessioni sul diritto: la pena di morte, che “non dovrebbe ammettersi per verun delitto, nemmeno per l’omicidio”, l’atrocità della procedura ex abrupto e sulla confessione estorta ai torturati, la necessità che in genere “non essendovi contro di loro prova convincente, dovrebbero a retto pensare riputarsi innocenti”. Una voce isolata che operò sostanzialmente in un contesto chiuso, sospettoso, privo di un vero spazio civile. Qui la giustizia non è uno strumento da riformare, ma un simulacro al servizio del potere. Il potere quello della classe baronale, che va al di là di quello formale e sostanziale dello stato, del viceré, qualunque siano le sue idee, le sue convinzioni, le sue politiche. Anche se il viceré si chiama Domenico Caracciolo, viene da Parigi (scelto da Acton e Maria Carolina), e ha idee riformatrici: sulla eliminazione del Santo Uffizio, sul Catasto e sulla compressione delle prerogative dei nobili e del loro Parlamento. Il potere è altrove, in mano a gruppi ben determinati, aggrumati nel loro inviolabile fortificato scoglio. Di Blasi non muore “su di un palco riccamente ammobigliato, con un paggio a gala bruna che in un bacile d’oro raccoglie la testa di quel nobile” perché guida una rivoluzione, ma semplicemente perché la pensa. La sua esecuzione è preventiva. A Palermo la ragione non è né riformatrice né rivoluzionaria: è colpevole in quanto tale. Nessuna riforma è possibile, nemmeno pensabile. Vige il mero e misto imperio, la concentrazione, nelle medesime salde mani della baronia della giurisdizione civile, penale ed ecclesiastica. Una giurisdizione, quella feudale, non in quanto espressione di un qualsivoglia stato dispotico, ma in quanto espressione di sé stessa, della propria classe privilegiata. Ed è proprio da questo terreno che si stratificherà, nell’Ottocento in Sicilia, una diffidenza strutturale verso lo stato e la sua giustizia, quella che Leonardo Sciascia, con precisione chirurgica, chiamerà “giustizia ingiusta”. Sciascia non è un moralista, ma un razionalista tragico. Sa che una giustizia che perde il rapporto con la verità e con il limite genera mostri. Il Consiglio d’Egitto non racconta solo una truffa erudita, ma un sistema in cui la legge è forma vuota, linguaggio senza giustizia. È il punto di arrivo di una storia lunga, non un accidente: in Francesco Paolo Di Blasi “Il dolore colava nella sua mente come inchiostro, ad accecarla. Il suo corpo era un contorto tralcio di vite; una vite di dolore: grave di racimoli, incommensurabile. I racimoli di sangue, l’oscuro sangue dell’uomo”. Da Milano, Napoli e Palermo nascono così tre diverse culture della giustizia: una fiduciosa nella norma, una conflittuale, una tendenzialmente indolente, radicalmente diffidente. Tre Italie che ancora oggi convivono, a volte perfino senza riconoscersi. Gli avvocati della ragione del Settecento non chiedevano tanto una giustizia più efficiente, quanto una giustizia più giusta. Non volevano un potere giudiziario più forte, ma più cauto, preciso, misurato, in definitiva credibile. Tornare a loro è quasi un atto di igiene civile. Perché senza la ragione, il braccio del potere può facilmente evolvere in arbitrio; quello della legge - anziché “proteggere e difendere” - trasfigurarsi come complice del potere. Le giuriste che hanno cambiato il mondo: vite di donne “contro” il sistema di Andrea Gianni Il Giorno, 16 febbraio 2026 La scrittrice Ilaria Iannuzzi presenterà il suo libro “Storie di giuriste che hanno cambiato il mondo” (Le Lucerne) mercoledì a Palazzo di giustizia: “Ora c’è la parità, ma restano gli ostacoli. La figura a cui sono più legata? Gisèle Halimi, un’avvocata franco-tunisina pioniera dei diritti civili negli anni 70”. Una storia che affonda le radici nell’antica Roma, quando Ortensia affrontò i triumviri prendendo la parola nel Foro, e arriva fino a battaglie per i diritti civili come quella portata avanti da Tina Lagostena Bassi, avvocata milanese che dedicò la sua vita professionale alla difesa delle donne e rivoluzionò l’assistenza alle vittime nei processi per stupro in Italia. Donne che hanno sfidato regimi, l’iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, e hanno infranto barriere secolari, come Asma Jahangir e Hina Jilani, fondatrici del primo studio legale interamente femminile in Pakistan. Vite raccontate dalla scrittrice Ilaria Iannuzzi nel libro “Storie di giuriste che hanno cambiato il mondo” (Le Lucerne), pubblicato con il sostegno del ministero della Cultura e di Siae, che mercoledì alle 14.30 verrà presentato nella Biblioteca Ambrosoli del Palazzo di giustizia, in collaborazione con l’Ordine degli avvocati di Milano. Come è nata l’idea di un libro dedicato alle giuriste donne? “L’idea è nata dal mio precedente libro, del 2022, dedicato a Lidia Poët, la prima donna a entrare nell’Ordine degli avvocati in Italia. Da quella esperienza ho pensato di affrontare una ricerca tra passato e presente, concentrandomi su figure di giuriste che si sono battute per i diritti, non solo delle donne, e hanno avuto il coraggio di ribellarsi a pregiudizi e rompere barriere”. C’è la figura di una giurista a cui è particolarmente legata? “Sceglierne una è difficile, ma forse citerei l’avvocata franco-tunisina Gisèle Halimi, simbolo delle battaglie per il diritto all’aborto negli anni 70. Tra gli altri casi difese una ragazza di 16 anni finita sotto accusa per aver abortito: un processo che divenne anche un caso mediatico, e portò alla depenalizzazione dell’aborto in Francia. Era una rivoluzionaria, controcorrente e non allineata, considerata una “mina vagante” anche nel suo ambiente, che si era messa contro la politica per la sua scelta di difendere i ribelli algerini. Guardando ad anni più recenti penso alla figura di Shirin Ebadi, che si è battuta in Iran e ora è costretta a vivere in esilio a Londra”. In Italia, nelle professioni giuridiche, esistono ancora barriere per le donne? “Nel mondo occidentale non ci sono più le barriere di un tempo, ma piuttosto una difficoltà nel raggiungere una conciliazione tra vita privata e lavoro, e anche nel raggiungere posizioni apicali in Procure, Tribunali, mondo accademico. In altri Paesi, invece, non possono neanche esistere magistrate donne e ogni piccolo passo avanti è una battaglia vinta. Penso ad esempio ad Asma e Hina, che negli anni ‘80 fondarono il primo studio legale femminile in Pakistan”. Attraverso quali fonti si è documentata per ricostruire vite di donne che affrontano le radici nell’antichità? “Ho scavato nelle fonti bibliografiche disponibili, e dove ci sono dei “buchi” ho integrato con la fantasia, dichiarandolo espressamente al lettore. Ad esempio ho immaginato un incontro fra Shakespeare e Giustina Rocca, l’avvocata italiana del 1500 che avrebbe ispirato la figura di Porzia Di Belmonte nel “Mercante di Venezia”. Ho avuto anche la fortuna di recuperare, su una piattaforma online di libri antichi, un volume di memorie dell’avvocata cinese Soumay Tcheng, protagonista della Rivoluzione del 1911, con una dedica a Mario Di Stefano, all’epoca ambasciatore italiano a Washington, che negli anni successivi avrebbe salvato dallo sterminio nazista migliaia di ebrei a Varsavia. Sono vite che potrebbero ispirare ragazze che si avvicinano a questa professione, a cui consiglio di non rimanere in silenzio ma alzarsi e prendere la parola”. Sotto attacco i principi nati nel 1945 di Anna Foa La Stampa, 16 febbraio 2026 Il mondo sta cambiando a una velocità a cui non eravamo abituati. E cancella anche il ricordo di come era quel vecchio mondo che stiamo perdendo, di come è nato, di cosa ha rappresentato. È - era - il mondo del secondo dopoguerra, un dopoguerra non troppo lontano da quello che aveva posto fine alla prima guerra mondiale, in cui si erano gettate le radici di una nuova guerra e avvelenato l’anima dell’Europa. Nasceva nel 1945, dopo che l’Europa era stata ridotta ad un cumulo di macerie tanto materiali che morali. Dopo che si erano visti eventi mai verificatisi prima, come lo sterminio di sei milioni di ebrei, i campi della morte, l’esaltazione della “razza ariana”, la messa a morte dei disabili, la schiavitù delle cosiddette razze inferiori. Un mondo ridotto ad un continente selvaggio, solcato da masse immani di profughi che lo percorrevano in cerca di un luogo in cui fermarsi, una casa. Tranne che nella Germania devastata e divisa, la ricostruzione fu veloce, e la memoria di quelle macerie si perse presto, almeno nel nostro Occidente. Ma su quelle macerie si decise di costruire un mondo nuovo, che non consentisse più che eventi simili avvenissero. Fu, è vero, una scelta che non riguardò tutto il mondo di allora, ma soprattutto quell’Europa che era stata teatro di quella distruzione, e nemmeno tutta quell’Europa, ma solo una parte di essa, quella dove si affermarono dei governi democratici. All’Est, protetti dalla divisione dell’Europa e dall’equilibrio garantito dalla Guerra fredda, si affermarono altri regimi totalitari, quelli comunisti, che nemmeno il 1989, con il crollo dell’Urss, è riuscito a trasformare del tutto. Altrove, però, sembrava di essere sulla soglia di cambiamenti epocali. La spinta verso la democrazia dell’Europa si inserì dentro un più vasto movimento mondiale di decolonizzazione che sembrò far piazza pulita degli orrori del colonialismo precedente. Il mondo parve per qualche decennio allontanare da sé le spinte funeste dei nazionalismi. L’Europa si avviò verso la sua unificazione, cercando sia pur parzialmente di realizzare i sogni di quanti, come i padri del Manifesto di Ventotene, l’avevano sognata nel chiuso di una prigione fascista. Si crearono Costituzioni avanzatissime, volte ad impedire il ritorno di quel passato di morte e a rendere meno intollerabile le diseguaglianze fra gli esseri umani. Il diritto abolì le barriere nazionali, si crearono tribunali in grado di giudicare i colpevoli dei crimini più terribili, come quel “genocidio”, nome inventato da un giurista ebreo polacco rifugiato negli States, Raphael Lemkin, per dare un nome al crimine senza nome di cui parlava Winston Churchill nel 1941. Si facilitò l’accesso al sapere, alle scuole, e la conoscenza fu unanimemente riconosciuta come il tramite privilegiato verso l’innalzamento sociale. Le disuguaglianze non furono sanate che molto limitatamente, ma furono almeno considerate come un fattore negativo sia moralmente che socialmente. Nei paesi, come l’Italia, in cui l’emigrazione era stata parte integrante della sua storia passata, ci si ricordò, sia pur non a lungo, di quel passato. A chi di noi ora dice ancora qualcosa il nome di Marcinelle, la miniera di carbone in Belgio dove nel 1956 ci fu un disastro in cui perirono oltre 150 minatori italiani? Chi ne è spinto a pensare al Mediterraneo cimitero di migranti? Intendiamoci, ombre nere minacciarono sempre quella svolta. Ricordiamo le difficoltà di accedere alla democrazia nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar, il regime dei colonnelli in Grecia, la guerra d’Algeria che gettò ombre pesante sull’esercito francese. E nell’alleato più importante, gli Stati Uniti, il maccartismo, la segregazione razziale, la guerra del Vietnam. E più tardi, il genocidio che si faceva di nuovo strada nella vecchia Europa, con la guerra in Bosnia e Srebrenica, mettendo in crisi l’idea che la creazione dell’Unione europea portasse direttamente a garantirci la pace. E in Italia, il terrorismo nero e poi le brigate rosse. L’astensionismo crescente che sembrava fin dagli anni Ottanta aver fatto dimenticare l’entusiasmo con cui, nel 1945, le italiane e gli italiani andarono a votare dopo tanti anni in cui non si poteva più farlo. E i genocidi che nel mondo non cessavano: la Cambogia, e il Ruanda che si realizzò sotto gli occhi del mondo e rivelò complicità o impotenze di quegli stessi strumenti internazionali che erano stati creati per impedirli. E il terrorismo e l’11 settembre. A lungo si potrebbe continuare, in un elenco necessariamente parziale. Ma, ciò nonostante, alcuni principi restavano intatti: quello della pace, della salvaguardia della vita umana, quello della necessità di colmare le disuguaglianze sociali, quello del valore della cultura. Restavano punti fermi della nostra etica anche quando erano sempre più disattesi. Oggi ad essere attaccati sono però proprio questi principi, su cui si era costruita nel 1945 la nostra resurrezione. Non la loro mancata attuazione, ma proprio i fondamenti etici. Per questo, è necessario almeno ricordarli, per poter immaginare nuovamente un futuro. Quando i valori finiscono in vendita di Maurizio Maggiani La Stampa, 16 febbraio 2026 Mentre la Germania prende le distanze dalla cultura Maga, Meloni ribadisce l’affinità. Dalla legge del più forte all’odio per unire le masse, è questo ciò che vogliamo essere? Tempo fa, si era all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, mi sono fatto sorprendere da un’affermazione del nostro primo ministro a commento del suo lungo incontro con il vicepresidente americano J. D. Vance; con cipiglio esclamativo ha esaltato il sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti e confermato la particolare amicizia e l’identità di vedute tra l’Italia, e intendeva il governo italiano e sottintendeva sé stessa, e il presidente Trump. Venerdì scorso, esternando da Addis Abeba, a distanza di sicurezza da Monaco dove il suo collega tedesco Merz aveva appena sistemato la faccenda dei valori comuni affermando che col cacchio se ne vedevano tra Europa e America MAGA, Giorgia Meloni ha riaffermato la fervida comunanza, sacrificando dunque, in nome dei principi che si fanno ideali, il neonato Asse Roma Berlino e i suoi proficui sviluppi con la probabilissima futura adesione di Tokyo. Abbiamo un leader idealista, e questo fatto così eccezionale mi ha portato a riflettere sul sistema di valori che uniscono. Possiamo agilmente constatare ogni giorno che Iddio regala a questo mondo ‘nfame in cosa consistano attualmente, e nelle intenzioni dei suoi leader eterni, i valori americani. Vogliamo elencarne i più significativi? L’esercizio della forza, e dell’arbitrio che la forza consente, che ha sostituito legge e diritto, la pratica della menzogna e della doppia e tripla verità, l’avidità senza limite che ha sostituito l’equità, lo svergognato egotismo del capo supremo e dei suoi simpatici sodali che irride pudore e decenza, la perversione delle libertà individuali e civili in immunità per i reprobi, l’odio come sentimento di coesione di massa e la crudeltà come esercizio dell’odio. Questi i valori americani allo stato attuale, e i nostri? Sono questi i valori che ci uniscono? Secondo il nostro primo ministro evidentemente sì. E noi? Noi popolo sovrano responsabile dei valori fondanti della nostra convivenza repubblicana, e dei principi che governano la nostra coscienza in nome della legge morale? Non so, non lo so proprio. Per anni il consorzio del popolarissimo Grana Padano si è lanciato in una campagna pubblicitaria che aveva per slogan, chi sceglie Grana Padano abbraccia i valori italiani. Sì, piuttosto ultimativo come invito, sottintendendo che chi non si abboffa di grana abbraccia altri e innominati, antipatriottici valori, ma l’associarsi ai valori secondo il dettato del primo ministro deve aver posto qualche dubbio di marketing ai promotori, visto che da qualche tempo la pubblicità è tutta amore e fratellanza. Si sa che il marketing è pagato per fiutare in tempo gli umori dei consumatori, forse, un piccolo segnale in favore di noi che abbracciamo volentieri la legge morale e la costituzione repubblicana. Eppure ancora non so; quello che vedo è lo sforzo governativo nel promuovere e sostenere una ricca filiera dell’odio, odio per lo straniero, naturalmente, e contro il dissenziente, l’inadempiente, il non collaborativo, i rossi, le zecche, e tutto il catalogo aggiornato quotidianamente dei nemici dell’Italia e degli italiani, i veri italiani, s’intende, quelli dei valori comuni del primo ministro. Un odio che è già filiera di crudeltà. E con questo voglio dire che è parimenti crudeltà il Cpr di Torino come a Vicenza scaricare un ragazzino disabile dall’autobus perché non trova il suo abbonamento. E se è responsabilità governativa la conduzione dei Cpr, non credo che sia il governo a dettare le regole degli autobus. Soffocare, letteralmente a detta del sottosegretario Delmastro, reprimere, odiare e punire, punire il più crudamente possibile, in fatto di valori comuni ci siamo. E credo che godano di comune popolarità; un popolo sovrano ridotto a plebe convocata a plebiscito accoglie quei valori volentieri, fino ad amarli, sono la medicina più efficace per placare l’angoscia e la paura di cui è nutrita e dissetata. Il 12 febbraio prima ancora del sorgere del sole le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nel reparto malattie infettive dell’ospedale di Ravenna interrompendo per ore il servizio per eseguire un’accurata perquisizione alla ricerca di materiale e documenti “sospetti”. Di cosa? Sei medici sono stati denunciati, accusati di troppo lassismo nel certificare l’inidoneità psicofisica di migranti avviati al Cpr. Sarà quindi l’autorità giudiziaria a valutare un atto medico, trasformandolo in atto burocratico di pubblica sicurezza. Il medico non ha più il dovere di giudicare “in scienza a coscienza”, ma di farlo in base alla necessità impellente di sbarazzarsi di attentatori ai sacri confini patrii, soggetti atti a delinquere, stuprare e quant’altro. Per questo il suo operato va sindacato, giudicato e punito se necessario. Odio e crudeltà verso lo straniero, L’Organizzazione mondiale della Sanità ha valutato che “la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi”, odio verso il personale sanitario, che indifferente alle pressioni politiche agisce seguendo l’articolo 33 del codice deontologico, “il medico tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita”. Le denunce non avranno nessuna possibilità di andare a buon fine, se il buon fine è quello che si aspetta Matteo Salvini “licenziamento, radiazione, arresto”, ma un fine è stato raggiunto, il regime della paura. Ci penseranno mille volte d’ora in poi i medici a stilare un certificato, chi potrebbe dare loro torto? Forse, semplicemente, si daranno malati quando saranno chiamati a farlo, soddisfacendo così i desiderata del ministro Piantedosi, che in una circolare del gennaio scorso segnalava a questori e prefetti la necessità di posticipare la visita medica di idoneità. E io mi domando, ma chi è che ha denunciato quei sei medici? E chi li sosterrà? Vedrò se il popolo che al tempo del Covid li ha proclamati santi e eroi, riconosciuti per acclamazione salvatori di Ravenna, spenderà qualcosa di sé, della sua natura di sovrano responsabile dei valori comuni, per salvarli dalla vergogna di aver continuato a fare il loro dovere. Vedrò e capirò. Ora, se avete ancora pazienza, voglio raccontare una storiella campagnola. Intanto che il mondo corre verso lo sprofondo, noi qui di Borgo Tulipano abbiamo la nostra speciale emergenza, e all’emergenza abbiamo esemplarmente risposto con la mobilitazione, da cui l’esaltante assemblea popolare di venerdì scorso. Mai vista tanta partecipazione, il Sergino del podere della Cornacchia che ha portato i suoi novantatré anni sull’Apecar fino alla sala da ballo del circolo, ha confermato che tanta gente così a Borgo Tulipano non la vedeva tutt’assieme da tempi dell’attentato a Palmiro Togliatti buonanima. Qui non voglio dire che siamo arrivati a quel punto, a quella tragica evenienza repubblicana, ma, lasciatemelo dire, siamo lì lì, anche a non voler mettere di mezzo la Repubblica. La mobilitazione è stata messa su per la gran parte con il vecchio e ben oliato passa parola, il che vuol dire che il gruppetto dei militanti duri e puri ha girato i coltivi, infradiciati di pioggia e con il fango fin sopra le caviglie, a parlare con la nostra gente, a discutere e a convincere alla partecipazione uno per uno, contadini, terzisti, braccianti, trattoristi. Anche se posso in coscienza reputarmi piuttosto duro e abbastanza puro, non ho partecipato, non per malavoglia, ma perché sul più bello ho scoperto che gli stivali di gomma che ho comprato per l’ultima alluvione del ‘23 avevano le suole aperte da cima a fondo, e a quel tempo, con mezza regione sotto mezzo metro di acqua e fango, il monopolista degli stivali di gomma se li era fatti pagare il triplo del prezzo di mercato, alla faccia della solidarietà comunitaria. Bisogna dire che un po’ hanno funzionato anche i social, dedicati a quelli con i piedi all’asciutto, i lavoratori del terziario arretrato della zona industriale, i giovani delle scuole superiori, gli addetti all’industria punto 5 della zona speciale, tutta gente che parte dal Borgo la mattina e torna a sera fatta, ma che nei fine settimana vorrebbe godersi la bella vita campagnola. Anche in questo caso non ho avuto modo di rendermi utile, con i social proprio non ci piglio, e palesata la mia inefficienza sia dal lato analogico che da quello digitale, il nostro vicino Alfiero mi ha ordinato di tacere per tutto il tempo dell’adunanza, scrivi scrivi ma non sei buono a niente, una mortificazione che è ancora qui che mi brucia. L’ordine del giorno era uno, uno solo senza nemmeno i fronzoli delle varie e eventuali, allora gente come la mettiamo con il sole? Eh, sì, il sole. Abbiamo fatto i conti per bene, e dal 7 gennaio nel circondario il sole si è visto per complessive 7 ore, sparite in tre giorni e senza nemmeno il preavviso meteorologico, ragion per cui i più fortunati possono dire di averlo visto al massimo per un paio d’ore. Mentre scrivo sono 36 giorni che una malefica microcella, dai contorni palesemente supernaturali, si è piantata sopra le nostre teste, i nostri campi, le nostre anime, riducendoci ad angosciate creature umbratili di una terra ridotta a molle e putrescente landa di desolazione; se non è pioggia è nebbia, se si disfa la nebbia è bruma, se va bene sono nuvole basse talmente gravide di umidità che respirare per strada è come andare a farsi gli aerosol. I nostri artrosici vecchi, io tra loro, sono impacchettati nelle pancere, nelle ginocchiere e nel diclofenac, i nostri ragazzi chiusi a scuola o a casa non fanno che scalpitare innervositi e straziati di noia, le capre non hanno più di che brucare nella fanga, i nostri gatti non li togli dai caloriferi nemmeno al suono squillante dei croccantini preferiti; chi lavora nei campi, e siamo nel pieno di una potatura ormai tardiva, a vederli sembrano drappelli dispersi nella ritirata di Russia, i cingolati impantanati nella steppa sarmatica. Cos’è, una punizione? Qualcuno tra noi l’ha fatta troppo grossa? La prima delle Sette Piaghe? La fine della Romagna solatia dolce paese? E a chi dobbiamo chiederne conto? Perché bisognerà pure che qualcuno salti fuori da metterlo alle corde delle sue responsabilità se vogliamo sopravvivere alla depressione che ci sta schiacciando. È stata una grande assemblea e tutti hanno detto la loro, compresi due tizi mai visti prima che si sono presentati come cristianizzati adoratori del Sole Invictus. Ma a parte il ridotto drappello di padanisti in cerca di vitalità che hanno chiesto di votare per fare causa alla Regione e chiedere i danni, piove governo ladro sì, ma il governo rosso della Regione, si è trattato in verità di un eccezionale esercizio di autocoscienza comunitaria. Certo, ci sono stati i nostri ragazzi del Fridays for Future che hanno un po’ calcato la mano sulle condotte estrattive e distruttive dei loro genitori, nonni e bisnonni, e la mano pesante dei loro genitori, nonni e un residuo bisnonno a rinfacciargli che se hanno potuto andare a scuola a imparare quelle robe è perché loro si sono spaccati la schiena a estrarre e distruggere, ma a dare l’impronta è stato don Gino, il nostro giovane parroco. Amato dagli amanti del rugby, è un mediano di mischia discreto, votato ai perseguitati per causa di giustizia e ben tollerato persino dai vecchi mangiapreti repubblicani. Se c’è qualcuno da fargli causa, ha maliziosamente esordito dando una involontaria spallata al suo vicino padanista, quello è Dio, ma siccome Dio è ovunque e in ogni cosa è di fatto un contumace e quelli che ci hanno provato non ne hanno ricavato alcun profitto. La verità è, ha proseguito con commosso tono pastorale, che il sole ha finito per stizzirsi di noi, noi che abbiamo deciso di fare a meno della luce e gongoliamo nel chiaroscuro delle nostre anime, sono anni che sta piovendo sulle nostre anime, solo da un po’ ha preso a piovere anche sulle nostre teste. C’è stato un gran sospirare, guardarsi attorno, grattamento di capocce e strusciamento di piedi, tutti interdetti nello sforzo di esegesi. Ci siamo lasciati a notte senza dar segno di delusione, a parte i padanisti naturalmente; forse senza aver capito la storia della luce, ma in fin dei conti siamo stati assieme e ci ha fatto piacere farlo. Se guardo dalla finestra vedo che a Borgo Tulipano è arrivato il sole, il che vuol dire che o il parroco ha sbroccato della grossa o ha fatto il miracolo. O vedi te che mi sono sognato tutto quanto intanto che sta piovendo sull’anima del mondo. Luca Zaia: “Fine vita, il Governo mandi avanti la legge o smetta di impugnare le norme regionali” di Federico Capurso La Stampa, 16 febbraio 2026 Il presidente del Consiglio del Veneto: “Un errore politicizzare il tema. Il problema esiste, uscire dall’ipocrisia”. La morte di Alberto è stata la prima con suicidio medicalmente assistito in Piemonte. Dal 2019, l’anno in cui la Corte costituzionale ha indicato le condizioni in cui l’aiuto al suicidio non è punibile, 17 malati terminali hanno ottenuto il via libera all’aiuto al suicidio. “Questo Paese - dice quindi l’ex governatore Luca Zaia, oggi alla guida del Consiglio regionale veneto, - deve uscire da una grande ipocrisia: non si può far credere ai cittadini che non esista il fine vita. Esiste, in virtù della sentenza del 2019 della Consulta”. E questo, aggiunge, “lo dico soprattutto a chi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, facendo credere che ci siano irresponsabili, come me, che con una sorta di blasfemia ingiustificabile coccolano questa idea dell’aiuto al suicidio”. Il fine vita esiste, ma senza una legge nazionale non è un’esistenza monca? “Vedo che in Parlamento c’è chi si mostra perplesso di fronte all’idea di approvare una legge, perché teme che possa spingere i malati terminali più fragili al suicidio assistito: ma proprio questa categoria di persone dovrebbe chiedere che ci siano delle regole, e non vivere nell’ipocrisia di lasciar gestire il fine vita a una sentenza della Consulta. Chi è contrario, poi, dovrebbe semplicemente avere il coraggio di chiedere una legge contro il fine vita. Ma nessuno dice niente”. Le uniche leggi approvate finora sono arrivate dalle Regioni. Prima la Toscana, poi la Sardegna. Ci aveva provato anche lei in Veneto... “Le Regioni cercano solo di colmare due vuoti sui quali la Corte costituzionale non poteva intervenire”. Quali? “La necessità di fissare i tempi entro i quali le Usl devono dare una risposta al malato terminale e la decisione su chi deve somministrare il farmaco letale”. Così si crea una situazione a macchia di leopardo. Non è un problema? “È figlia di un Parlamento che non legifera. Le Regioni di certo non spasimano per fare questo genere di leggi. Sono costrette”. E fanno bene a prendere l’iniziativa? “Fanno benissimo. È una questione di civiltà”. Poi però il governo Meloni si oppone a ogni legge regionale e chiede di annullarle... “Le impugna di fronte alla Corte costituzionale perché sostiene ci sia un conflitto di attribuzione di competenze, ma nel frattempo le Camere restano immobili, sorde rispetto alle sollecitazioni che per tre volte sono arrivate dalla Consulta. È un cane che si mangia la coda”. Il governo sbaglia, quindi, a mettersi di traverso? “Io stesso auspico ci sia un’iniziativa parlamentare, ma a questo punto ci sono due opzioni: o il governo non impugna più le leggi regionali, oppure, se le impugna, deve mandare avanti il provvedimento in Parlamento”. Invece il centrodestra ha bloccato la discussione sul testo che era in Senato... “Ci sono posizioni di ostilità e fondamentalismi a destra come a sinistra. Non c’è una parte politica che può dire di avere unanimità al suo interno. Specie in questi casi, deve imporsi un tema che è quello della libertà di coscienza. Invece ci stiamo incasinando la vita, anche politicamente”. Come si starebbero complicando le cose? “Mettendo un cappello politico su questa materia. Non solo è irrispettoso, ma rischia di diventare un boomerang per chi pensa di trasformarla in un tema elettorale: le sensibilità dei cittadini sono spesso più avanti di quelle della politica. E non credo che le posizioni di chi è contrario e di chi è favorevole siano consolidate, a livello politico, lungo delle linee di schieramento. Su un tema come il fine vita l’errore più grande che può fare il governo è ideologizzarlo”. Per questo chiede libertà di coscienza... “Quando se ne è discusso in Veneto, ho sempre difeso la piena libertà di chi era chiamato a votare la legge. Ripeto l’appello: nessuno si arrocchi sulle proprie posizioni. Rispetto ad anni fa, anche la Conferenza dei vescovi italiani ha ammorbidito la propria posizione invitando a muoversi seguendo il modello della Consulta”. Il rischio più concreto, adesso, è che la legge resti in un cassetto fino alla fine della legislatura... “Anche questo si trasformerà in un problema, perché i cittadini daranno una lettura politica alla decisione di attendere oltre misura. Dare un valore politico a questo voto è un errore, vista la trasversalità di pensiero che c’è. Possiamo dire che tutto il centrodestra è contro il fine vita? No. E il centrosinistra? Nemmeno. Ma se una legge verrà approvata in futuro dal centrosinistra, diventerà per noi una sconfitta politica”. Si trova in sintonia, dunque, con le parole di Marina Berlusconi che spinge Forza Italia a impegnarsi sui temi etici? “Condivido a pieno. Credo che il centrodestra del futuro debba essere liberale, non liberticida. Essere fondamentalisti e ideologizzati su certi temi è sbagliato. Non lo dico perché cerco facile consenso, quando ho iniziato a parlare di suicidio assistito, nel centrodestra era sconsigliato affrontare l’argomento. Ma Marina Berlusconi ha ragione: non possiamo pensare che il futuro del centrodestra sia nella negazione dei diritti” Migranti non idonei ai Cpr, l’esperto sui medici indagati: “Mai successo per i malati finiti nei Centri, morti compresi” di Franz Baraggino Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2026 L’infettivologo Nicola Cocco ha visitato la maggior parte dei centri italiani: “Se un medico conosce l’evidenza scientifica sulla patogenicità di questi Centri, non può ignorarla nell’atto clinico”. A Ravenna sei medici sono indagati per aver certificato la non idoneità di alcuni stranieri irregolari all’ingresso in un Centro di permanenza per il rimpatrio. L’ipotesi è quella di falso ideologico in atto pubblico. In altre parole, avrebbero attestato consapevolmente una cosa non veritiera, cioè una patologia o un rischio per la salute inesistenti. L’Ordine dei medici ha ricordato che “il parere clinico esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza medica”. La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), ha evidenziato che “la patogenicità dei Cpr è un dato scientifico, non un’opinione”. Della SIMM fa parte anche l’infettivologo Nicola Cocco, che dentro i Cpr d’Italia ci è stato tante volte. “I medici del Servizio Sanitario Nazionale sono chiamati a una valutazione complessa, che nel nostro Paese si risolve con la sola esclusione di eventuali patologie infettive nel 95% dei casi”, spiega il medico, che oggi fa parte della rete Mai più lager - NO ai Cpr. “Le vere valutazioni non conformi sono state semmai quelle che, negli ultimi anni, hanno dichiarato idonee tante persone con gravi patologie mentali o fisiche”. Ma per quelle nessuno è mai stato indagato. Dottor Cocco, cosa pensa dell’indagine di Ravenna? La questione centrale è come venga messa in discussione l’autonomia di giudizio di medici che hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza. I colleghi di Ravenna, ai quali va tutta la mia solidarietà, hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione. Ma il Codice Deontologico della professione sancisce l’indipendenza del giudizio clinico, che deve rimanere fondato su competenze mai subordinabili ad altre esigenze. Cosa dice la normativa vigente per queste valutazioni? La direttiva ministeriale del 19 maggio 2022 richiede una valutazione d’insieme, per escludere problemi di salute o rischi per la salute prima dell’ingresso nel centro. Non devono esserci malattie infettive, disabilità, disturbi psichiatrici o patologie cronico-degenerative che non possano ricevere le cure adeguate nei Cpr. Dove, ad esempio, non c’è un vero ambulatorio medico, ma un presidio sanitario con infermieri e un medico presente poche ore al giorno. Valutate le vulnerabilità fisiche, psichiche e sociali del soggetto, il medico si esprime sulla sua compatibilità con il regime di vita ristretta. Come si fa a provare il falso ideologico? Ah, questo non lo so. Ma credo che i magistrati abbiano davanti un compito difficile. Immagino servirà una controperizia, ma non so quanto attendibile visto che si tratta di valutazioni riferite a un preciso momento della vita della persona e difficilmente ripetibili. A meno di rilevare reati o atti contrari al codice deontologico non mi pare una strada percorribile. Cosa significa valutare l’idoneità a un Cpr in “scienza e coscienza”? Significa utilizzare le conoscenze medico-sanitarie integrandole con la consapevolezza dei luoghi di destinazione. Se un medico conosce l’evidenza scientifica sulla patogenicità della detenzione amministrativa, non può ignorarla nell’atto clinico. La letteratura internazionale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche in pubblicazioni recenti, confermano da anni che i centri di detenzione per migranti sono di per sé patogeni. Che vuol dire? Che sono luoghi che generano attivamente malattia, anche mentale. All’interno dei Cpr italiani assistiamo a una sommatoria di degrado igienico-sanitario, violenza e autolesionismo. È una realtà che ricorda lo stato di abbandono dei manicomi descritto da Franco Basaglia. L’OMS definisce la detenzione dei migranti come “harmful”, dannosa per la salute anche a lungo termine dopo il rilascio. Altri studi hanno definito certi contesti come “luoghi torturanti”. Lei ha partecipato a ispezioni in in otto diversi Cpr, più volte. Cosa ha visto? Ho incontrato persone con scabbia, diabete scompensato gestito in maniera inadeguata, traumi incompatibili con le barriere architettoniche di luoghi dove le stampelle non sono ammesse perché considerate pericolose. Poi una quantità incredibile di soggetti con problemi di salute mentale fortemente sedati per l’ormai noto abuso nella somministrazione di psicofarmaci. Nel Cpr di Bari mi è capitato un cieco assoluto con un’idoneità firmata da un oculista. Per dire quanto i medici siano consapevoli di cosa sia veramente un Cpr. A Macomer ho seguito per oltre un anno la vicenda di un uomo che credeva di essere Richard Nixon, che era lì perché lo imponeva la Bibbia e che i suoi familiari lo aspettavano su una barca nel porto. Sempre confermato come idoneo, per 12 mesi, nonostante il quadro psicotico evidente. Nel Cpr di Gjadër, in Albania, hanno dichiarato non idonea una persona che veniva dal Centro di Milano... Nel Cpr di Milano quell’uomo per nove mesi non si era mai lavato e parlava da solo; avevamo video che dimostravano il suo stato. Eppure l’idoneità non è mai stata rivalutata in Italia. Solo in Albania la commissione per le vulnerabilità ha accertato in due giorni l’incompatibilità. La cosa più grave è che, una volta dichiarato vulnerabile, non è stato preso in carico dai servizi di salute mentale, ma riportato in Italia, a Bari, e lasciato per strada. Casi isolati? No, posso dire che si tratta della norma. Di eccezionale c’è che queste cose si riescano a sapere all’esterno. Ma anche a questo il governo sta provvedendo con una stretta all’uso dei telefoni, già limitato nella maggior parte dei centri. Ci sono mai state indagini sui medici che hanno dichiarato idonee persone che non lo erano? Assolutamente no. Non c’è mai stato un medico indagato per aver dichiarato idonee persone che non lo erano. Nemmeno nei casi in cui la detenzione si è trasformata in tragedia, come nel caso di Moussa Balde, il 23enne che si è tolto la vita nel centro di Torino (un anno in primo grado per omicidio colposo alla dirigente, ndr), del 25enne morto pochi giorni fa a Bari per “arresto cardiaco”, si è detto. Spero si indaghi bene sulle cause, che spesso risiedono proprio nelle condizioni dei Cpr. Il nuovo disegno di legge del governo limita le ispezioni parlamentari... Non solo: ai consiglieri regionali si vuole impedire del tutto. È un tentativo di chiudere anche quel “mezzo occhio” che ancora filtrava la luce in questi buchi neri del diritto. Impedire l’accesso a parlamentari e consiglieri significa eliminare ogni trasparenza su luoghi di violazione dei diritti. La classe dirigente che ha creato questo “mostro”, e non parlo solo dell’attuale governo, è consapevole di ciò che accade all’interno e non vuole che l’esterno lo sappia. Esiste davvero una persona “idonea” a posti come questi? Da infettivologo, da esperto di sanità pubblica, da esperto di medicina penitenziaria e medicina delle migrazioni, la mia risposta è no, non si può essere idonei a un luogo patogeno. Il vero problema non è il dito, ovvero le certificazioni dei medici di Ravenna, ma la luna nera: i Cpr e la stessa detenzione amministrativa, istituti di deumanizzazione e razzismo istituzionale che non possono essere migliorati, riformati o monitorati: possono solo essere aboliti. Migranti. “Rimpatri irrilevanti: regolarizzare significa soprattutto sicurezza” di Franz Baraggino Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2026 Il modello spagnolo o la linea dura italiana? “370mila irregolari e 5mila espulsioni l’anno, una goccia nel mare”, spiega Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS. Che invita a riflettere sulle 500 mila regolarizzazioni spagnole. Cinque­centomila regolarizzazioni in un colpo solo, rivolte a irregolari presenti in modo continuativo prima del 31 dicembre 2025, con fedina penale pulita e, se richiedenti asilo, con domanda presentata entro l’anno scorso. La scelta di Pedro Sánchez in Spagna agita il dibattito politico e suscita preoccupazione anche nella Commissione Ue, che la considera in controtendenza rispetto a una linea europea che punta sulle restrizioni. Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS che pubblica ogni anno l’omonimo Dossier sull’immigrazione, invita però a riflettere e a guardare al modello spagnolo anche alla luce delle ricadute sull’economia e ai vantaggi sul fronte della sicurezza. Cosa pensa della scelta spagnola di regolarizzare circa 500.000 persone? La considero una mossa saggia e intelligente. Mantenere una mole così ampia di persone nell’irregolarità è un fattore di insicurezza per tutti: per i cittadini, per lo Stato, che non sa chi vive sul proprio territorio, e per gli immigrati stessi, che vivendo nell’invisibilità rischiano di essere sfruttati o reclutati dalla criminalità organizzata. È paradossale che governi che fanno della sicurezza la propria bandiera accettino di avere in casa persone di cui non sanno nulla. A Bruxelles però c’è malumore: si teme che i regolarizzati possano poi spostarsi in altri Stati membri... Bisogna essere chiari: l’Unione Europea non ha competenze sulla gestione delle migrazioni economiche, che restano sovranità dei singoli Stati. La Spagna ha tutto il diritto di decidere autonomamente. Inoltre, considerando l’estremo bisogno di manodopera in tutta Europa a causa della denatalità, è molto improbabile che persone regolarizzate e con opportunità di lavoro decidano di lasciare la Spagna, paese in crescita e più aperto di altri. Sulla gestione degli irregolari noi puntiamo essenzialmente su rimpatri e Cpr... I rimpatri dall’Italia sono una goccia nel mare: parliamo di circa 5.000 persone l’anno a fronte di una stima di 370.000 irregolari. Rimpatri ai quali i Cpr contribuiscono solo in minima parte, confermandosi strutture inefficaci e costose: il rimpatrio non avviene nel 60% dei casi nonostante detenzioni lunghissime, peraltro in condizioni disumane. Condizioni che certo non migliorano le persone che, lo ripeto, nella maggior parte dei casi vengono restituita al territorio italiano. Cosa propone in alternativa? Dovremmo regolarizzare tutti gli irregolari presenti, non con un provvedimento una tantum, ma attraverso meccanismi di regolarizzazione continuativa e individuale, basati sul radicamento maturato dalla persona nel tempo. Le nostre leggi attuali sono così irrealistiche e bizantine da essere esse stesse creatrici di irregolarità. Penso ai decreti flussi che nascono per assumere lavoratori stranieri dall’estero: troppo spesso non si arriva al contratto e chi intento è arrivato qui con un visto regolare finisce nell’irregolarità, spinto verso il nero, lo sfruttamento e le reti criminali. Una regolarizzazione totale sarebbe nell’interesse del sistema-paese. Ma il Pil Spagnolo è in forte crescita, quello Italiano no. E poi la maggioranza di chi arriva punta ad altri Paesi Ue. Rischiamo davvero che se ne vadano, come già capita per tanti naturalizzati... Bisogna distinguere. Chi arriva dalla rotta balcanica o sbarca come profugo spesso vuole raggiungere reti familiari nel Nord Europa, esattamente come facevano gli emigranti italiani settant’anni fa. Ma ci sono tantissimi migranti economici che vorrebbero restare qui e se ne vanno solo perché trovano un sistema ostile. Se l’Italia adottasse politiche più lungimiranti, potrebbe trattenere e inserire questa forza lavoro in un sistema produttivo ormai vecchio e poco competitivo. Quali sarebbero i vantaggi concreti di invitare tutti “a sedersi a tavola”? C’è un enorme vantaggio economico: oggi gli immigrati regolari producono già il 10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi. Regolarizzare altri 370 mila potenziali lavoratori significherebbe sottrarli all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese. Oltre al Pil, però, la sicurezza rimane una delle preoccupazioni principali e pretende risposte... E secondo me sta proprio lì uno dei vantaggi principali: portando tutti nella legalità, invitandoli a “sedersi a tavola”, per usare la metafora, chi non sa stare a tavola si auto-evidenzia molto più facilmente. La sicurezza ha due leve: quella repressiva, della polizia, necessaria nelle emergenze, e quella della coesione sociale. Ma di questa seconda leva, della coesione e dell’integrazione abbiamo deciso di non servirci. Eppure in termini di sicurezza è la leva più efficace. La criminalità attecchisce dove c’è emarginazione e mancata integrazione. La vera sfida è creare spazi di dialogo in cui ogni identità sia riconosciuta: non c’è miglior medicina per la sicurezza. Meloni e l’Italia però non sono isolate: la riforma europea al via da giungo va nella stessa direzione... L’Europa sta vivendo un periodo cupo e miope. Queste politiche di chiusura stanno producendo un declino demografico cronico e un’economia che langue. Stiamo trasformando i migranti nel capro espiatorio delle nostre disfunzioni, ma è un atteggiamento autolesionista che pagheremo a carissimo prezzo.