Sicurezza, ma senza perdere la libertà di Gerardo Villanacci Corriere della Sera, 15 febbraio 2026 La promulgazione del decreto sicurezza che inasprisce le sanzioni per alcuni reati e ne introduce dei nuovi e la generalizzata indignazione per gli scontri di Torino durante la manifestazione pro-Askatasuna, confermano che l’ordine pubblico e la sicurezza rappresentano oggi uno dei nodi più sensibili della vita collettiva. Fattori che incidono in profondità sulla percezione del benessere, sul livello di fiducia nelle istituzioni e sulla qualità della convivenza civile al punto che quando appaiono fragili, si diffonde un senso di precarietà che orienta le scelte politiche nel senso di conferire alla vigilanza e tutela dell’ordine priorità sociale. Un primato che in condizioni di normalità, dovrebbe essere conferito alla economia e alla cultura. Per tali ragioni i provvedimenti legislativi elaborati per contrastare fenomeni di disordine pubblico si devono fondare su alcuni granitici presupposti. Innanzitutto che l’ordine pubblico è una nozione mutabile che riflette le trasformazioni della società cambiando al contempo le aspettative dei cittadini nei confronti dello Stato e il rapporto tra autorità e libertà. Una fluidità di adattamento ai nuovi contesti sociali certamente positiva che comunque deve contenere gli spazi di discrezionalità per non esporre i diritti fondamentali a compressioni ingiustificate. Il problema emerge con particolare evidenza quando si affronta il tema dei poteri delle forze di polizia e, quindi, dell’uso legittimo della forza attraverso strumenti efficaci per garantire la sicurezza. Il cui impiego, tuttavia, deve essere una extrema ratio, un rimedio eccezionale al quale ricorrere soltanto quando non vi siano altre soluzioni possibili, nella consapevolezza che su questo terreno si gioca una partita decisiva per la credibilità delle istituzioni. Non è sufficiente proclamare l’adesione ai diritti umani, ma occorre dimostrarla nella pratica quotidiana, mediante regole chiare, formazione continua degli operatori e controlli realmente indipendenti. L’emanazione di una legge sulla sicurezza che risponda a tali finalità, è un’importante passo avanti anche se considerando che ogni norma è esposta ad interpretazione, il rischio che la concreta applicazione della stessa possa risultare divergente rispetto alle intenzioni del legislatore è comunque esistente e l’unica possibilità di contenerlo è la condivisione di una minima unità valoriale rappresentata dal rispetto delle regole della convivenza. La vera sfida, dunque, non è scegliere tra ordine pubblico “forte” o “debole”, ma costruirne uno coerente con i principi costituzionali che trovi il proprio fondamento nella tutela della persona, nell’eguaglianza, nella libertà, nella proporzionalità dell’intervento pubblico e nella possibilità effettiva di difendersi contro l’abuso di potere. In questa prospettiva, la sicurezza non si pone in antitesi alla libertà, ma ne rappresenta il presupposto. Senza un livello essenziale di protezione garantito dallo Stato, i diritti rischiano di rimanere affermazioni astratte anziché criteri operativi concreti, idonei a delimitare l’ambito entro il quale l’autorità può legittimamente esercitare i propri poteri di ordine pubblico che, in tal modo, cessa di essere una formula evocativa e diventa una categoria sostanziale chiamata a operare come presidio della coesistenza pacifica. Se effettivamente, come le dichiarazioni di pressoché tutte le forze politiche in campo lasciano intendere, siamo giunti al punto di aver acquisito piena consapevolezza della insostenibilità della situazione attuale per quanto concerne l’ordine pubblico, è tempo di accantonare le pregiudizialità ideologiche e declinare la sicurezza come servizio alla persona in uno Stato garante delle libertà. È in questo equilibrio sottile, e mai definitivamente acquisito, che si misura la qualità di una democrazia. Non nella capacità di esibire forza, bensì esercitandola entro confini certi sottraendo l’ordine pubblico alla retorica dell’emergenza per restituirlo alla sua dimensione autentica di garanzia, riaffermando che la sua realizzazione non può che avvenire insieme alla libertà. D’altro canto come non riconoscere che uno Stato può dirsi veramente forte quando dimostra di saper governare i propri strumenti coercitivi nel segno del diritto. La risposta alla repressione non è la controviolenza, ma una strategia nonviolenta e trasformativa di Pasquale Pugliese* Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2026 Accanto alla cultura di pace da diffondere nelle scuole per costruire gli anticorpi al bellicismo, è necessario moltiplicare percorsi di formazione nei movimenti per costruire conflitti nonviolenti. Nella policrisi sistemica nella quale l’umanità sta precipitando si dispiegano alcune di quelle “tendenze naziste” che il filosofo Giuliano Pontara paventava già agli inizi del XXI secolo: un sistema di violenza globale sempre più osceno e oppressivo, che si manifesta nel dilagare di guerre e genocidi nei conflitti internazionali e delle repressioni nei conflitti sociali. Nella concentrazione senza precedenti della ricchezza che vede dodici miliardari più ricchi dei quattro miliardi più poveri della popolazione mondiale; nella normalizzazione dell’orgia di potere senza limiti delle élite occidentali che emerge dagli orrori vomitati dai files di Epstein; nella militarizzazione sempre più spinta della cultura e dell’economia, dell’informazione e della scuola, che travolgono la dimensione civile, in ogni accezione. Un sistema di violenza insopportabile a chiunque non ne sia complice e colluso o talmente vittima da non rendersi conto della violenza subita o rassegnato fino alla sua rimozione. Un sistema da trasformare fin dalle fondamenta. Dopo una mattina di formazione sulla cultura di pace a studenti e studentesse di una scuola di Bologna, al pomeriggio di sabato 31 gennaio ero al Convegno del Movimento Nonviolento di Verona su Alex Langer “facitore di pace”, mentre man mano arrivavano le informazioni delle violenze al corteo contro la chiusura del Centro sociale Askatasuna di Torino. Di fronte alle immagini, amplificate sui media nazionali, del poliziotto picchiato col martello ho ripensato al giovane Langer, insegnante a Roma tra il 1975 e il 1978, quando nelle manifestazioni di piazza, mentre partecipava con gli studenti alle proteste, il 2 febbraio del ‘77 soccorreva il poliziotto ferito da un colpo di pistola, come testimonia una celebre foto che lo riprende chino sull’agente sanguinate. Di fronte alle immagini, oscurate dai media nazionali, dei manifestanti inermi picchiati a sangue dai poliziotti a Torino, mentre i black bloc agivano indisturbati, ho ripensato alla trappola della violenza di Genova nel luglio 2001, quando venivano malmenati i nonviolenti per le strade, mentre i devastatori agivano liberamente, prima dell’omicidio di Carlo Giuliani, della macelleria alla scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto. Nonostante tutti gli indicatori dimostrino il pieno dispiegamento di un gigantesco sistema di violenza diretta, strutturale e culturale - per usare l’articolazione di Johan Galtung - i cui impatti sulla vita delle persone e sui loro diritti sono peggiori di quelli dei decenni precedenti, di fronte al quale è necessaria la resistenza e la lotta per la sua tramutazione, ogni contro-violenza di piazza - che sia agita da una esigua minoranza o rivendicata dagli organizzatori delle manifestazioni - non solo è eticamente sbagliata ma è contro-produttiva e funzionale al sistema che dichiara di voler combattere. Nonostante l’ennesimo decreto sicurezza sia un altro passo nel progressivo passaggio dallo stato di diritto allo stato autoritario di un governo che ha l’Ice di Trump come modello di riferimento - “Un fatto di cronaca viene strumentalizzato cavalcando l’onda emotiva dell’opinione pubblica”, scrive l’avvocato Nicola Canestrini, e “la frequenza e l’intensità con cui questo Governo ricorre alla leva securitaria rappresentano un salto di qualità nell’erosione dello stato di diritto” - solo la scelta intenzionale e strategica della nonviolenza è forza resistente e uscita di sicurezza. Ma la nonviolenza non è mera astensione dalla violenza: è esercizio dei suoi saperi e dispiegamento delle sue tecniche, dall’obiezione di coscienza individuale alla disobbedienza civile di massa. Non è indice di minore, ma di maggiore radicalità: rifiuta non solo i fini ma anche i mezzi dell’avversario e ne costruisce le alternative. La forza della nonviolenza vede nell’altro sempre un essere umano, mai un nemico e per questo spiazza la violenza della repressione che, invece, per funzionare deve trasformare l’altro in nemico, anche “interno”, alimentandone la paura. Un movimento all’altezza della gravità della situazione deve essere capace di sottrarsi ai riti estetizzanti che scimmiottano la violenza dei governi, evitando che un conflitto che coinvolge l’umanità possa essere trascinato nel cul de sac dello scontro di piazza con le forze dell’ordine, che ne occulta tutte le ragioni. Deve trovare la via d’uscita dalla polarizzazione riduzionista tra due soggetti antagonisti, contestatori contro poliziotti, per allargare sempre di più il consenso, la partecipazione attiva e l’impegno consapevole delle persone “normali” in grandi campagne di lotta: il capitiniano “potere di tutti”. Come accaduto, per certi versi, anche nei mesi scorsi con il sostegno diffuso all’iniziativa della Sumud Flotilla, la cui forza nonviolenta di fronte all’estrema violenza dell’esercito israeliano ha generato larga empatia. Esattamente quello che i poteri repressivi temono più di ogni altra cosa, agendo criminalizzazioni di massa volutamente innescanti quella violenza che dichiarano di voler reprimere. Per questo, accanto alla cultura di pace da diffondere nelle scuole per costruire gli anticorpi al bellicismo, è necessario moltiplicare percorsi di formazione nei movimenti per costruire conflitti nonviolenti. Per essere radicalmente trasformativi, anziché trascinati a diventare ritualmente funzionali. *Filosofo, autore su pace e nonviolenza Fratoianni: “Su migranti e sicurezza sbaglia chi insegue le destre” di Andrea Carugati Il Manifesto, 15 febbraio 2026 Intervista Il co-leader di Avs: “Sul ddl immigrazione faremo opposizione dura: serve integrazione, non respingimenti. C’è un pericoloso salto di qualità nell’attacco al dissenso: il decreto sicurezza mira a spaventare e criminalizzare chi manifesta. Referendum? Meloni è stata chiara: col Sì i giudici dovranno remare col governo”. “Su tasse e salari servono proposte radicali, sulla politica estera con Pd e 5S ci sono molti più punti di convergenza che differenze. Board of Peace? Meloni non si permetta di portare l’Italia nel comitato d’affari di Trump”. Nicola Fratoianni, deputato di Avs. Dal diritto a manifestare ai migranti, in queste ultime settimane il governo sta mostrando la sua faccia più feroce. Procedono per la strada segnata sin dal 2022 oppure vede un salto di qualità nella repressione? C’è un elemento di continuità, visto che il governo ha esordito con un decreto contro i rave e in tre anni e mezzo ha introdotto oltre 40 nuovi reati. Confermano a ogni passo la loro cultura dell’emergenzialismo, lo stato di eccezione permanente per restringere gli spazi democratici. La continua ricerca di nemici contro cui orientare il senso comune e distrarre l’opinione pubblica dai loro fallimenti su temi come lavoro e salari. Ma c’è anche un pericoloso salto di qualità nell’attacco al dissenso. Hanno utilizzato le violenze di Torino come una clava contro il diritto di manifestare. C’è un mix tra norme pericolose e propaganda: il blocco navale sarà largamente inapplicabile perché in aperto contrasto con le convenzioni internazionali. Ma le nuove regole contro il diritto d’asilo e contro il sistema di accoglienza avranno un peso sulla vita reale delle persone più fragili. Nelle reazioni del centrosinistra sembra prevalere l’idea che siano grida manzoniane, propaganda più che sostanza... Un esempio: il decreto rave del 2022 in sostanza non è mai stato applicato, eppure è un manifesto ideologico di questa destra. Quando dico propaganda non intendo solo fuffa: l’obiettivo è spaventare, dissuadere chi intende manifestare, criminalizzare i manifestanti pacifici e anche le forze politiche, come è successo con noi dopo i fati di Torino: siamo stati oggetto di una campagna violenta. Le opposizioni a volte esitano a reagire, come è a successo con le norme sui migranti. Quasi con la paura di inseguire l’agenda di Meloni. Come si concilia la giusta reazione con la necessità di proporre le vostre priorità nel dibattito pubblico? Noi di Avs, a volte anche in solitudine, non ci siamo mai risparmiati sul tema dei migranti, nel contrasto a una deriva, anche trasversale, che ha aperto la strada alle destre. È nostro dovere tenere insieme i due elementi, reazione e costruzione. Sui temi che la destra tenta di nascondere, lavoro e sanità in primis, c’è una battaglia unitaria del centrosinistra. Mi batterò affinché ci sia un a battaglia molto forte contro le nuove norme sui migranti, a difesa di chi nella società civile si spende per i diritti, a partire da chi fa soccorso in mare. E saremo vigili, perché prevedo su questo un altro attacco alla magistratura che, come è suo dovere, farà rispettare le convenzioni internazionali. Sul ddl immigrazione però si è notato il silenzio di Conte e Schlein. La coalizione come intende affrontare questo tema? Bisogna saper spiegare con calma e fermezza agli elettori che la ricetta dei blocchi navali e dei porti chiusi, sperimentata in questi anni, non funziona: non si gestisce questo fenomeno con la cultura del respingimento e dell’emergenza. Eppure l’Italia spende di più per contrastare l’immigrazione che per la gestione e e l’integrazione. Lo ricordo anche a chi, nel ostro campo, rischia di essere subalterno al discorso delle destre. La Bossi-Fini da 25 anni produce irregolarità a ciclo continuo e ca cancellata. A Bologna c’è un conflitto tra il governatore De Pascale e il sindaco Lepore sulla costruzione di un nuovo Cpt. Si tratta di due giunte di cui voi fate parte... Questo dimostra che questa discussione anche tra noi, non è risolta e deve proseguire. I Cpr sono dei buchi neri della democrazia, peggio delle carceri. Non è questa la strada da seguire. Il referendum sulla giustizia sarà un anticipo delle politiche? È inevitabile che un appuntamento del genere abbia una forte valenza politica. E del resto la stessa Meloni ha chiarito la posta in gioco quando ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. La premier è del tutto allergica a ogni forma di controllo, vuole colpire la divisione dei poteri che è un architrave della Costituzione. Questa è la sostanza. E mi pare che stia crescendo la consapevolezza tra gli elettori della portata della sfida. E sui rischi di una vittoria del Sì per la tenuta dell’equilibrio costituzionale. Il centrosinistra è pronto per sfidare le destre, oppure la coalizione è solo una chimera? Da tempo ormai c’è una convergenza e una omogeneità crescente su temi comi i salari, la sanità scuola, almeno tra noi, Pd e 5S. Per rendere questa proposta vincente occorre però ancora molto lavoro. Capisco che ognuna delle forze politiche voglia fare un proprio percorso sul programma, ma non basta: l’alternativa deve vivere non solo tra noi ma dentro il Paese. Faccio due esempi: non basta parlare di emergenza salari, serve una proposta chiara. Noi abbiamo proposto una legge per adeguare i salari all’aumento dell’inflazione. Possiamo discutere su come arrivarci, come sulle tasse per le grandi ricchezze. Ma dobbiamo essere d’accordo sul atto che questi sono temi chiave. Pd e 5s paiono molto prudenti sulla patrimoniale e anche su meccanismi tipo scala mobile... Ripeto, sui meccanismi tecnici si può discutere. Il punto è che serve una svolta radicale su alcuni nodi, non solo rispetto a quello che fa la destra ma anche a passate stagioni del centrosinistra. Di fronte a una leader forte come Meloni rischiate di restare prigionieri del tormentone sul leader? Più saremo chiari e netti sulle proposte, meno saremo succubi del tormentone sul leader. Quando sarà il momento troveremo le modalità con cui individuare il o la leader. Ma il punto decisivo è spiegare cosa faremmo noi al governo: non basta ascoltare, a noi spetta l’onere di avanzare proposte e mobilitare su queste pezzi di società. Ad esempio, deve essere chiaro che noi, al governo, stracceremo l’impegno del 5% sulle spese militari per dirottare quei miliardi sul sociale. Anche sulla politica estera tra voi le divisioni non mancano... In realtà i temi di convergenza, anche qui, sono maggiori rispetto a quelli dove restano delle differenze. Penso all’impegno comune su Gaza, ma anche alla reazione a quanto fatto da Trump in Venezuela. Così pure sul no al 5% e al piano di riarmo di von der Leyen. Con Pd e 5S condividiamo l’esigenza di una difesa comune europea che porti a razionalizzare le spese. Io penso che si debba superare il diritto di veto affinché l’Ue cambi realmente passo. Meloni vuole entrare nel Board of Peace di Trump... La premier non si deve permettere di portare l’Italia in un luogo che non ha nulla che vedere con la pace, un comitato d’affari e di speculazione immobiliare su Gaza mentre Israele viola la tregua e continua con la pulizia etnica e l’apartheid. Voi siete stati i primi a dire no alle armi all’Ucraina. Dopo 4 anni è ancora di convinto di quella scelta? Siamo stati sempre per una soluzione diplomatica, anche quando molti inneggiavano alla vittoria militare di Kiev, mentre sottobanco già si discuteva do possibili accordi sui territori. Chi provava a invocare la diplomazia veniva tacciato di putinismo, accusa surreale se rivolta a noi. L’Ue non ha voluto parlare di diplomazia, poi è arrivato Trump che vuole una pace su misura dei suoi affari. Come a Gaza. Massimo D’Alema: “Riforma pericolosa, la destra si traveste ma rimane forcaiola” di Francesco Verderami Corriere della Sera, 15 febbraio 2026 Sostiene Massimo D’Alema che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati sia “inutile, sbagliata e pericolosa”. Perciò voterà no al referendum. Ritiene che le personalità della sinistra decise a votare sì non siano “compagni che sbagliano, ma compagni che hanno cambiato opinione”. E attacca “il travestimento garantista” della destra che “in realtà era e resta forcaiola. Tranne poche eccezioni, come Marina Berlusconi”. Più volte l’ex presidente del Consiglio, parlando di oggi, fa riferimento a ieri. Cioè alla stagione della Bicamerale di cui è stato presidente. Ed esalta quel testo comparandolo all’attuale, “che invece altera gli equilibri costituzionali” siccome “depotenzia e svilisce il Csm, frantumandolo e affidandone la sua composizione alla casualità del sorteggio”. Il sorteggio non spezza l’egemonia delle correnti? “È falsa l’idea che così verrebbero eliminate le correnti: i magistrati, sia pure estratti a sorte, potranno continuare a far parte di associazioni note e persino di consorterie ignote. Solo che in questo modo si trasferirebbe il potere dalle correnti democraticamente legittimate col voto, a gruppi che vincono alla lotteria del sorteggio. La democrazia è più trasparente”. Considera trasparente l’attuale gestione del Csm, che assolve il 75% dei magistrati chiamati davanti alla sezione disciplinare e promuove ogni anno il 99% delle toghe con una logica correntizia spartitoria? “Assolutamente no. Considero la cosa gravissima e penso che si dovrebbe intervenire in senso garantista. Infatti ai tempi della Bicamerale decidemmo di mantenere un solo Csm con due sezioni, perché l’unitarietà delle carriere rende più difficile la chiusura corporativa e auto-referenziale. Mentre per l’azione disciplinare proponevamo un’Alta corte separata dal Csm. Il corpo separato dei pubblici ministeri non ha nulla di garantista. Si deciderebbero la carriera da soli. Con il sorteggio, certo. Ma se penso ad alcuni pm... Venissero estratti bisognerebbe fuggire all’estero. Quindi tutto lascia immaginare che questo disegno anticipi dell’altro”. Cioè la sottoposizione della magistratura al potere politico? Ma non è previsto dalla riforma... “È così, ma in tutti i Paesi al mondo dove i pm sono separati dei giudici essi normalmente dipendono dal governo. E questo ha una logica perché almeno i governi debbono rispondere in Parlamento del loro operato. Se noi diamo luogo ad un ordinamento che non appare sostenibile è ragionevole sospettare che la riforma prepari il passo successivo”. Possibile che questo “sospetto” non sia venuto alle personalità della sinistra decise a votare sì al referendum? Augusto Barbera, Cesare Salvi e molti altri ancora sono quindi “compagni che sbagliano”? “Non sono compagni che sbagliano, sono compagni che hanno cambiato opinione (sorride, ndr). Io ricordo che Salvi in Bicamerale votò contro la separazione delle carriere. Ma gli voglio bene lo stesso. Più in generale penso che noi dovremmo essere più disponibili a riforme garantiste per rendere più equilibrato il rapporto tra difesa e accusa. Noi... Chi guida oggi il centrosinistra. Io sono un pensionato”. Che mette in guardia per i rischi celati dietro la riforma... “C’è la pretesa del centrodestra di cambiare la Costituzione avendo una concezione partigiana delle regole”. Il centrosinistra varò la riforma del Titolo V della Carta a maggioranza... “Non siamo stati esenti da errori, ma stavolta siamo in presenza di un disegno organico. Non c’è solo la giustizia: c’è il premierato, la legge elettorale. E questo metodo unilaterale non va verso un allargamento della democrazia”. Sta paventando un processo di fascistizzazione dell’Italia? “Non arrivo a parlare di fascismo, però c’è un’impronta di decisionismo autoritario inaccettabile. Eppoi, questo travestimento garantista della destra... Si possono fare eccezioni. Marina Berlusconi, per esempio, è garantista. E penso anche che la revisione di Carlo Nordio sia autentica. Magari avrà riflettuto sulla sua esperienza da magistrato, quando per otto anni indagò sul rapporto tra il Pci e le cooperative, costruendo un monstrum per il quale fu condannato dopo una mia denuncia. E ora che non può più dare cattivi esempi ritiene di dare buoni consigli”. Quando si dice una buona parola... “Credo alla buona fede del ministro della Giustizia. Ma la destra è forcaiola. Basti pensare ai provvedimenti proposti contro i giovani che manifestano nelle piazze”. Così fa sorgere il sospetto che il no al referendum abbia al fondo una ragione politica: che la battaglia contro la riforma sia la linea Maginot della sinistra per evitare che Giorgia Meloni rivinca nel 2027 e il centrodestra conquisti il Quirinale... “No. Io ho espresso critiche nel merito, sul testo della riforma. È chiaro però che oltre al testo c’è il contesto. Per mille ragioni auspico un’alternativa al governo di Giorgia Meloni. Ma questo è un voto sul referendum. È nel 2027 che ci saranno le elezioni politiche. A meno che non abbiano in mente qualche altra riforma...”. Alle S.U. l’appellabilità del proscioglimento (ex art. 131-bis) con condanna al risarcimento della parte civile di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2026 Il rinvio è stato disposto dalla V Sezione penale, con l’ordinanza n. 4839/2026, dopo aver ravvisato un contrasto giurisprudenziale. Va alle Sezioni unite penali la questione dell’appellabilità del proscioglimento per particolare tenuità, in caso di condanna al risarcimento del danno della parte civile. Lo ha deciso la V Sezione penale, con l’ordinanza n. 4839/2026, ravvisando un contrasto giurisprudenziale. Il caso era quello di un direttore di giornale processato per diffamazione. Sul suo quotidiano, infatti, sotto la notizia di un arresto era stata pubblicata la foto della persona sbagliata. Il Tribunale di Bologna, dopo aver ritenuto il fatto non punibile per particolare tenuità (art. 131-bis c.p.), ne ha tuttavia affermato la responsabilità ai fini civili, condannando il giornalista al risarcimento del danno e liquidando una provvisionale di 12.000 euro. Contra questa decisione la difesa ha proposto appello. E la Suprema corte considerato il contrasto sulla qualificazione della pronuncia di assoluzione, emessa ex art. 131-bis cod. pen. per un reato punito con pena alternativa, che condanni l’imputato al risarcimento del danno in favore della parte civile, ha deciso che il ricorso deve essere rimesso alle Sezioni Unite. Secondo la prima tesi, siamo di fronte a una sentenza di proscioglimento, dunque non appellabile dall’imputato nei casi previsti dall’art. 593, comma 3, cod. proc. pen.; secondo una diversa ricostruzione, tuttavia, “proprio in ragione delle statuizioni civili”, siamo davanti a una sentenza di condanna, come tale, passibile di appello da parte dell’imputato. E la questione, annota la Corte, è di particolare rilevanza, “poiché destinata ad incidere sul regime delle impugnazioni che può interporre l’imputato […] rispetto a quelle consentite alla parte civile (ossia al suo contraddittore rispetto all’azione civile) e, dunque, su uno dei profili centrali del nostro sistema processuale, a fortiori se si considera l’ancora recente ampliamento dei presupposti della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto ad opera del d. lgs. 30 ottobre 2022”. A ogni modo la Sezione rimettente prende posizione e afferma che anche a seguito dei chiarimenti offerti da S.U. n. 23406/2025, è da preferire la tesi che considera appellabile la sentenza di proscioglimento (emessa ex art. 131 bis, per un reato punito con pena alternativa, che condanni l’imputato al risarcimento in favore della parte civile). La condanna al “risarcimento del danno derivante dal reato - argomenta la Corte -, consegue proprio all’accertamento di quest’ultimo, sia pure non punibile per particolare tenuità, ossia all’accertamento, con efficacia di giudicato, delle circostanze che possono essere poste a fondamento di una pretesa risarcitoria”. A ciò si aggiunga - prosegue - che il medesimo accertamento, “poiché concorre a definire in concreto la responsabilità dell’imputato, dispiega i suoi effetti anche sulla entità del danno risarcibile”. Tuttavia, conclude la Cassazione, l’esistenza di un contrasto interpretativo - “quantomeno potenziale” - impone, considerata pure la particolare importanza della questione, di rimettere alle Sezioni Unite il seguente quesito: “Se sia appellabile dall’imputato la sentenza di proscioglimento, emessa ex art. 131-bis cod. pen. per un reato punito con pena alternativa, che condanni l’imputato al risarcimento del danno in favore della parte civile”. Alessandria. Trasformazione in carcere 41bis del San Michele: “Cancellati tutti i progetti” di Adelia Pantano La Stampa, 15 febbraio 2026 A risollevare il caso sono state le consigliere regionali Ravenale e Marro: “L’operazione rimane incomprensibile”. Le preoccupazioni della città: “Saranno cancellati tutti i progetti legati al carcere, chiediamo almeno chiarezza: abbiamo diritto di sapere”. “La trasformazione è decisa, le risposte no”. È tutta qui la contraddizione che avvolge il futuro del carcere di San Michele, ad Alessandria. La svolta verso una struttura di massima sicurezza viene ormai data per certa, tra trasferimenti già avvenuti e cantieri in corso, ma senza un cronoprogramma, senza un atto ufficiale, senza una comunicazione chiara al territorio. Sopralluoghi - A sollevare il caso, dopo un’ispezione nei due istituti alessandrini, sono le consigliere regionali Alice Ravenale (Avs) e Giulia Marro (Possibile-Avs). Se al San Michele si lavora tra ristrutturazioni e incertezze, alla casa circondariale del Don Soria il quadro appare ancora più critico. “Parliamo di quattro educatori per oltre duecento detenuti - sottolinea Ravenale: è evidente che diventa difficile costruire percorsi di recupero”. Una carenza strutturale che si somma “alla sofferenza diffusa legata all’uso di psicofarmaci e alla tossicodipendenza”, tema su cui le consigliere chiedono un maggiore coinvolgimento di Serd e Asl. Al San Michele, invece, resta attiva una sola sezione, con circa cinquanta detenuti, tutti impiegati in attività lavorative. “Abbiamo trovato un ambiente rilassato - racconta Marro -. Ci è stato detto che non si registrano eventi critici e che la sera si dorme perché si è lavorato tutto il giorno”. Un modello trattamentale che funziona proprio mentre si prospetta una trasformazione radicale. Oltre duecento detenuti, infatti, sono già stati trasferiti in altri istituti piemontesi e si attende ora l’arrivo dei detenuti al 41bis. “Operazione incomprensibile” - “L’operazione rimane incomprensibile - osserva Ravenale - anche perché nessuno la sta spiegando. Attendiamo risposte ufficiali dal Dap e dal Ministero”. L’incertezza riguarda anche il personale di polizia penitenziaria e il destino delle attività educative e lavorative costruite negli anni. Carmine Falanga della cooperativa Idee in Fuga parla di un patrimonio concreto: “Siamo partiti con tre detenuti, oggi ne abbiamo venti regolarmente assunti. Dal 2018 la recidiva tra chi ha lavorato con noi è pari a zero”. Il lavoro, insiste, “è la chiave di volta: formazione vera, competenze spendibili fuori. Non possiamo azzerare tutto dall’oggi al domani”. Giovanni Mercurio (vice presidente Ics) ricorda che Alessandria è stata un laboratorio riconosciuto: “San Michele era un esempio. Chiediamo almeno chiarezza: il territorio ha diritto di sapere”. Firenze. Carcere di Sollicciano, Funaro: “Serve rifarlo”. La direttrice: “Meglio ristrutturare” firenzetoday.it, 15 febbraio 2026 Il dibattito sul futuro del penitenziario fiorentino. Il futuro del carcere di Sollicciano divide istituzioni e direzione dell’istituto penitenziario. Al centro del confronto c’è l’ipotesi di una demolizione della struttura, sostenuta dalla sindaca di Firenze Sara Funaro, e respinta invece dalla neo direttrice Valeria Vitrani che punta su un piano di ristrutturazioni. A margine di una conferenza stampa a Palazzo Vecchio, la direttrice ha chiarito che “abbattere il carcere fiorentino di Sollicciano non è un’idea in concreto sul tavolo, i progetti sono altri”. Vitrani ha spiegato che, nonostante le criticità, il tema delle carceri è all’attenzione del governo. “La situazione delle carceri non è delle più rosee ma il governo se ne sta occupando, altrimenti non sarebbero stati stanziati fondi per le attività di ristrutturazione che sono in programma e sono in fase di progettazione. Parliamo di opere milionarie che richiedono tempi: non possiamo aspettarci che domani la situazione a Sollicciano sarà risolta, ma riusciremo a vedere qualche cambiamento nel medio periodo”. Secondo la direttrice, il ministero è presente anche su problemi storici come quello del riscaldamento. “La questione del riscaldamento è un problema atavico di Sollicciano ma il ministero è al nostro fianco. Poi quando le strutture sono in situazioni drammatiche i fondi non sono mai sufficienti: è chiaro che sarebbe necessario un portafoglio senza limiti. Però gli interventi ci sono, laddove non riusciamo a livello locale stanno intervenendo gli altri livelli, quello regionale e quello nazionale. L’attenzione su Sollicciano c’è, quella politica e del nostro ministero: non siamo dimenticati anche se all’esterno passano solo notizie negative”. Vitrani ha riconosciuto le difficoltà strutturali, ma ha rivendicato anche l’impegno quotidiano. “I limiti ci sono, le carenze strutturali pure e non staremo qui a negarlo però c’è anche tanto altro lavoro. Come direzione interveniamo con la nostra manutenzione interna che sta facendo un grandissimo lavoro per cercare di sopperire alle gravi mancanze strutturali”. Sul tentativo di fuga del 5 febbraio di Vasile Frumuzache, detenuto con l’accusa di aver ucciso due donne, la direttrice ha parlato di “situazioni delicate” e ha ricordato che “ci sono accertamenti in corso: il personale c’era e quando è avvenuto il fatto sono accorsi decine e decine di poliziotti. Siamo stati fortunati ma pure bravi, in particolare l’agente che ha agito è stato eroico. Io nel complesso sono soddisfatta di come il personale ha risposto in quella situazione”. Diversa la posizione della sindaca Funaro, che ha commentato. “Ovviamente rispetto la posizione della direttrice ma la penso in maniera differente, l’ho sempre sostenuto perché penso che Sollicciano abbia dei problemi così radicati e così strutturali che è necessario un intervento di rifacimento completo”. La prima cittadina ha comunque aperto al dialogo. “Siamo disponibili e favorevoli a confrontarci con la direttrice per trovare tutte le soluzioni possibili. L’unica certezza è che Sollicciano non può continuare ad andare avanti come è ora, in queste condizioni, perché non è dignitoso né per i detenuti né per tutte le persone che ci lavorano”. Augusta (Sr). Diritti dei detenuti, istituita la figura del Garante La Sicilia, 15 febbraio 2026 Proseguono le indagini sulla morte di due detenuti nel carcere di Augusta, avvenuta nelle scorse ore e, secondo le prime informazioni, riconducibile a una presunta overdose. La magistratura ha avviato gli accertamenti per chiarire con esattezza dinamica e responsabilità. La vicenda riporta al centro dell’attenzione il tema dell’introduzione di sostanze stupefacenti all’interno degli istituti penitenziari. “Si fa tanto nella lotta al contrasto, ma non è mai abbastanza a causa delle poche risorse umane”, commenta Salvatore Gagliani, segretario provinciale del Sappe, intervenendo dopo la notizia del decesso dei due reclusi. Il sindacalista evidenzia come la grave carenza di organico e l’evoluzione tecnologica incidano sulle possibilità di introdurre oggetti e sostanze non consentite. “Un tempo, con le sentinelle, era più difficile utilizzare i droni”, osserva, sottolineando come oggi i mezzi tecnologici rendano più complesse le attività di controllo. L’eventuale abuso di sostanze stupefacenti in cella, viene ribadito, presuppone comunque l’ingresso della droga all’interno della struttura, nonostante i controlli e i sequestri ripetutamente effettuati dal personale di Polizia penitenziaria, che in più occasioni ha rinvenuto e sequestrato stupefacenti e telefoni cellulari. Intanto il Comune di Augusta ha istituito la figura del garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale. La decisione è stata assunta con deliberazione approvata all’unanimità dalla Giunta municipale. Il garante sarà un organo monocratico e indipendente con il compito di vigilare sul rispetto della legalità e dei diritti umani in tutti i luoghi di privazione della libertà presenti sul territorio comunale: istituti penitenziari, comunità terapeutiche, centri di accoglienza per migranti, strutture sanitarie in cui si effettuano trattamenti sanitari obbligatori e camere di sicurezza. Tra le principali funzioni rientrano il monitoraggio delle condizioni di detenzione, la segnalazione di eventuali criticità e la promozione di iniziative affinché l’esecuzione della pena sia coerente con la normativa in materia penitenziaria. Sulmona (Aq). Detenuto psichiatrico senza cure da cinque mesi. “Mai isolato dai familiari” ondatv.tv, 15 febbraio 2026 Da cinque mesi non si trova una struttura per curarsi ed è costretto a rimanere dietro le sbarre nonostante i provvedimenti del tribunale. È l’odissea di un detenuto di 58 anni, residente a Sulmona, finito in cella per maltrattamenti nei confronti dell’anziana madre. Avendo a che fare con problematiche di natura psichiatrica, il perito ha certificato uno stato di incompatibilità con il sistema carcerario e la necessità del ricovero in una struttura specializzata. Così i vari giudici che si sono susseguiti hanno sostituito la misura cautelare. Prima il gip Marta Sarnelli aveva disposto la custodia cautelare in un luogo di cura e poi il giudice Emanuele Lucchini, con un recente provvedimento, ha deciso per il trasferimento in una struttura carceraria con l’Atsm, ossia con le articolazioni per la tutela della salute mentale. Si tratta di istituti che hanno al loro interno personale specializzato per trattare le patologie psichiatriche gravi. Tuttavia nessuna struttura al momento è stata reperita e di fatto i provvedimenti cautelari non sono stati eseguiti. Dopo le ultime interlocuzioni, il gip ha rimesso gli atti al distretto sanitario della Asl che ha il compito di individuare una struttura idonea. “È una storia assurda” - commenta l’avvocato difensore Alberto Paolini- “negli ultimi giorni ho dovuto fornire perfino coperte, felpe e soldi”. Isolato anche dai suoi familiari, il 58enne attende il trasferimento mentre il gip ha fissato il rito abbreviato per il prossimo 19 marzo. Processo che sarà condizionato ad una nuova perizia psichiatrica. I fatti risalgono allo scorso settembre quando il 58enne aveva picchiato l’anziana madre di 91 anni la quale, negli ultimi tempi, era costretta a subire le percosse dell’uomo tanto da barricarsi più volte all’interno della camera da letto. In quella occasione la donna aveva allertato i carabinieri e i militari, una volta arrivati in casa, avevano dovuto fare i conti con l’ira del 58enne che li aveva percossi. L’anziana e uno dei militari erano quindi stati trasportati in ospedale dove i medici avevano refertato lesioni personali giudicate guaribili in cinque e sette giorni. Nel frattempo l’Arma dei carabinieri ha chiesto il rimborso delle spese sostenute per le cure del militare ferito. Sul punto tuttavia arrivano le precisazioni del legale della persona offesa, l’avvocata Alessandra Faiella. “Posto che la tutela della salute e della dignità del detenuto sono diritti insopprimibili, devo tuttavia precisare che i familiari non hanno isolato nessuno, anzi, hanno sempre collaborato, per il mio tramite, con il difensore dell’imputato, nonostante la gravità dei fatti contestati. Non solo, io stessa, d’intesa con la persona offesa, mi sono fatta parte attiva indicando delle strutture fuori regione che potevano essere contattate anche dalla difesa dell’imputato per l’inserimento in lista d’attesa” - scrive Faiella. Milano. La Fabbrica dei Segni e la solidarietà: “Da 42 anni aiutiamo i carcerati a reinserirsi” Il Giorno, 15 febbraio 2026 La cooperativa di Novate offre attualmente lavoro a venti persone e si occupa di diversi settori. Fondata da Walter Moro, il presidente è ora suo figlio Alessandro: “Produciamo anche libri didattici”. Oltre quaranta anni di attività, per dare spazio alle persone più fragili. Stiamo parlando della Cooperativa “Fabbrica dei segni”. Le loro attività sono diverse, dall’editoria, divisa in redazione e produzione, alla pasticceria, ai lavori di assemblaggio e persino la gestione di tre velostazioni delle fermate di Trenord. Un’attività iniziata a Bollate nel 1994 quando si chiamava “Il Melograno” e poi divenuta nel 2012 “Fabbrica dei Segni” a Novate. Ad essere sempre presente, prima come fondatore e adesso come direttore, Walter Moro. “Attualmente stiamo lavorando su diversi fronti e siamo sempre pronti e disponibili per nuove opportunità di lavoro e per offrire lavoro. Attualmente lavorano da noi venti persone, provenienti da aree di svantaggio. Collaboriamo con la casa di reclusione di Bollate, oltre ad inserire nel lavoro persone con difficoltà in ambito psichiatrico o persone disabili”, spiega Walter Moro. Per quanto riguarda i detenuti, il lavoro si svolge tramite l’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, che disciplina il lavoro all’esterno per i detenuti, permettendo loro di svolgere attività lavorative, formative o di pubblica utilità fuori dal carcere, anche senza scorta, come misura di reinserimento sociale. Concesso dal direttore e approvato dal Magistrato di Sorveglianza, il beneficio mira al recupero, prevedendo il rientro notturno in carcere. La Fabbrica dei Segni è una cooperativa sociale di tipo B che ha per scopo quello di avviare e gestire attività produttive con la finalità di favorire l’inserimento lavorativo di persone in difficoltà. Produzione, sostenibilità umana, sociale e ambientale sono gli ingredienti della cooperazione sociale che impegnano la cooperativa a generare risorse per la propria sopravvivenza, posti di lavoro, che rappresentano prime occasioni o seconde occasioni per molte persone emarginate dal mondo del lavoro ordinario, in un’ottica di durata nel tempo. Attraverso il lavoro, diritto e dovere, Fabbrica dei Segni persegue l’obiettivo di salvaguardare in tutte le sue forme la dignità di ogni persona e prevenire l’emarginazione. Nell’arco dei suoi oltre 40 anni di vita la Cooperativa, ha accolto oltre 1000 persone in difficoltà, ha prodotto centinaia di posti di lavoro, ha avviato oltre 300 persone ad attività esterne alla Cooperativa, ha formato e avviato al lavoro oltre 600 persone in collaborazione con i servizi sociali di mediazione al lavoro dei vari territori di provenienza. “Oltre all’editoria del privato che vuole pubblicare un libro, il grande lavoro é sulla produzione di libri didattici ed editoria per la scuola. In particolare per ragazzi con disturbi dell’apprendimento, con discalculia o disgrafici. Sono testi parascolastici”, conclude Moro. Presidente della Cooperativa é invece il figlio di Walter, Alessandro Moro. Parma. I Garanti: “Imminente il trasferimento di decine di detenuti dell’Alta sicurezza” Gazzetta di Parma, 15 febbraio 2026 “Si apprende che un numero cospicuo di detenuti dell’Alta sicurezza, si parla di diverse decine, degli Istituti penitenziari di Parma sono in partenza e destinati a carceri fuori regione per fare spazio a detenuti di media sicurezza, categoria di detenuti che rappresenta la maggiore criticità per l’amministrazione penitenziaria in relazione al sovraffollamento”. Lo segnalano i Garanti dei detenuti della Regione Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, e del Comune di Parma, Veronica Valenti, riferendo di “importanti mutamenti negli istituti penitenziari della Regione”. I Garanti evidenziano che queste ricollocazioni penitenziarie di esseri umani contraddicono i dettami normativi relativi alla continuità trattamentale oltre a generare enormi problemi alla riorganizzazione dei colloqui con i famigliari. I Garanti dei detenuti dell’Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, e del Comune di Parma, Veronica Valenti, rendono noto che sono in corso importanti mutamenti negli istituti penitenziari della regione e in particolare a Parma. Nel corso del mese di dicembre dello scorso anno si è assistito a trasferimenti massicci che hanno coinvolto 60 detenuti provenienti dal carcere di Alessandria e ricollocati nelle case circondariali di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Ferrara aggravando i già deboli sistemi interni di gestione dei reclusi e i locali tassi di sovraffollamento carcerario. Ora si apprende che un numero cospicuo di detenuti dell’Alta sicurezza, si parla di diverse decine, degli Istituti penitenziari di Parma sono in partenza e destinati a carceri fuori regione per fare spazio a detenuti di media sicurezza, categoria di detenuti che rappresentano la maggiore criticità per l’amministrazione penitenziaria in relazione al sovraffollamento. I garanti intendono evidenziare che queste ricollocazioni penitenziarie di esseri umani contraddicono i dettami normativi relativi alla continuità trattamentale oltre a generare enormi problemi alla riorganizzazione dei colloqui con i famigliari. I garanti manifestano la loro preoccupazione inoltre sul fenomeno del suicidio che può innescare un riadattamento forzato conseguente a trasferimenti di massa cosi come recentemente avvenuto ad un detenuto nel carcere di Padova dove un uomo si è tolto la vita proprio in occasione di trasferimenti tra l’altro ingiustificabili. Nel carcere di Parma si assisterà ad una forte incremento di detenuti media sicurezza che per nulla saranno legati ai provvedimenti di esecuzione penale della locale Procura e pertanto slegati dal fenomeno della criminalità locale. Nuovamente, cosi come è stato a Parma con l’apertura del nuovo padiglione alcuni anni fa, questo territorio si troverà a sopperire a necessità di altri territori ospitando detenuti di altre regioni o province. Milano. Da Grande Brera, M4 e carcere di Opera un progetto con i detenuti di Francesca Amé Il Foglio, 15 febbraio 2026 La fermata M4 Sforza-Policlinico diventerà uno spazio d’arte underground. Un’idea a più tappe per liberare la creatività di chi per troppo tempo è rimasto recluso e ai margini. Metro, arte e libertà. La fermata M4 Sforza-Policlinico è pronta a diventare uno spazio d’arte underground, grazie al progetto “M4 Linea d’Arte”, che non è la solita operazione di urban decor, ma una forma di riscatto sociale, e ci piace raccontarla. Nasce sotto l’egida della Grande Brera in collaborazione con Metropolitana 4 e la Casa di reclusione di Milano-Opera (che è una delle carceri meglio funzionanti in un sistema cittadino segnato da gravi problemi: a San Vittore l’indice di sovraffollamento è del 208 per cento). L’obiettivo: liberare la creatività di chi per troppo tempo è rimasto recluso e ai margini. Ci pensa l’artista Francesco “Moscolo” Andreotti, che già a Opera aveva realizzato il murales “Parole silenziose” con alcuni detenuti. Questa volta porterà un gruppo di detenuti in articolo 21 (cioè che hanno il permesso di lavorare fuori dal carcere) alla fermata della Blu per realizzare altri due nuovi interventi artistici. Primo appuntamento tra marzo e aprile nel ventre della stazione: al piano binari sarà realizzato un grande dipinto astratto su Pvc pensato per catturare lo sguardo delle persone di passaggio. Consiste in forme leggere e colorate (giallo, rosa, porpora) ispirate a foglie che fluttuano nello spazio, un modo per trasformare l’attesa del treno in un momento di viaggio interiore. Poi, tra maggio e giugno, “M4 Linea d’Arte” uscirà allo scoperto, arrampicandosi sul torrino dell’ascensore esterno, in via Sforza. Qui Andreotti ha progettato un sofisticato gioco prospettico: attraverso una simmetria visibile solo da un preciso punto di osservazione lungo le scale mobili, il murale restituirà allo sguardo di chi osserva la facciata della storica Ca’ Granda. Una sorta di miraggio urbano, visto che oggi il gioiello del Filarete è parzialmente nascosto proprio dalle nuove strutture della metro. E anche un invito a rallentare, a cercare l’angolazione giusta, a riscoprire la memoria della città. Milano. I Giochi entrano nel carcere di Bollate di Simona Ballatore Il Giorno, 15 febbraio 2026 La sfida olimpica fra detenuti, magistrati e polizia: “Il vento di Milano-Cortina scavalcherà tutti i muri”. Le sfide in programma il prossimo 28 febbraio: calcio, pallavolo, biliardino, scacchi. “Restituiamo valore al tempo e anche qui facciamo respirare un’aria di normalità”. “In un momento in cui la città di Milano è attraversata da questo meraviglioso vento olimpico, mi emoziona profondamente l’idea che questa atmosfera, con i valori dei giochi, possa scavalcare muri che normalmente sono invalicabili, per raggiungere luoghi dove non soffierebbe mai, come all’interno di una casa di reclusione”. Così Massimo Achini, presidente Csi Milano, annuncia i “Giochi della Speranza” che dopo avere attraversato l’istituto penitenziario di Rebibbia, a Roma, stanno per arrivare per la prima volta alla casa di reclusione di Bollate. La data è segnata: 28 febbraio, dalle 9.30. Calcio, pallavolo, tennis tavolo, atletica, sfide a biliardino e scacchi. In campo scenderanno detenuti, magistrati, società civile e polizia penitenziaria per la “Piccola olimpiade in carcere”, promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dalla rete di magistrati Sport e Legalità e dal Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, col patrocinio del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede. Ieri la presentazione nella sede di Casa Italia - Milano Cortina 2026, alla Triennale di Milano. “Portare la speranza in carcere significa offrire alle persone detenute la possibilità di respirare un’aria di normalità, interrompendo schemi, ritmi e abitudini che spesso rendono la quotidianità detentiva monotona, ripetitiva e povera di significato - sottolinea Daniele Pasquini, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport -. I Giochi della Speranza rappresentano, in questo senso, molto più di un semplice evento: generano attesa, preparazione, coinvolgimento e contribuiscono a restituire valore al tempo, aiutando chi partecipa a viverlo con uno sguardo più aperto e fiducioso”???. “Non abbiamo alternative: o pensiamo al carcere come un luogo dimenticato, distante dalla società, o lo immaginiamo come luogo dove espiare la pena ma, allo stesso tempo, dove iniziare un percorso nuovo, di reinserimento sociale e di speranza. Ecco, questo è il significato profondo di questi Giochi: dare speranza”, ribadisce il giudice e coordinatore della Rete Magistrati Sport e Legalità, Fabrizio Basei. Il direttore del carcere di Bollate, Giorgio Leggieri, ha auspicato che “iniziative come questa siano radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi. Il carcere viene spesso percepito come luogo di separazione, mentre può diventare scenario di inclusione sociale, capace di ricomporre e dare normalità a una comunità di oltre 1.600 persone”. I Giochi della Speranza si innestano anche nel palinsesto di “For Each Other”, l’iniziativa patrocinata dal Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione, da Athletica Vaticana e dal Comune di Milano, che vede gli oratori milanesi al centro: tre i “Villaggi sportivi” dedicati ai valori olimpici (eccellenza, amicizia e rispetto) - uno allestito nella chiesa di San Babila, uno in quella di Sant’Antonio e il terzo nell’oratorio di Sant’Eufemia - tredicimila ragazzi già coinvolti, duecento scuole e 150 volontari che stanno facendo scoprire “Le vie della bellezza” ai visitatori arrivati a Milano da tutto il mondo per le Olimpiadi. Belluno. “Olimpiadi in carcere”, a Baldenich il progetto con due campioni olimpici di Irene Dal Mas amicodelpopolo.it, 15 febbraio 2026 Promosso da “Seconda Chance”, associazione impegnata da oltre quattro anni nel reinserimento lavorativo di detenuti e detenute. I Giochi olimpici non sono in scena solo nelle cinque sedi dove proseguono le gare e gli italiani continuano a stupire. Lo spirito olimpico entra anche in carcere. Si chiama “Olimpiadi in carcere” il progetto di solidarietà partito oggi, 13 febbraio, alla Casa circondariale di Baldenich, a Belluno, promosso da Seconda Chance. L’idea è portare in alcuni istituti penitenziari veneti un frammento della storia delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi attraverso la testimonianza diretta di due ori olimpici e paralimpici: Daniele Scarpa, medaglia d’oro nella canoa ad Atlanta 1996, e Sandra Truccolo, oro paralimpico ad Atlanta 1996 e a Sydney 2000. Le loro storie sportive e personali sono al centro di due documentari realizzati dalla giornalista veneziana Giovanna Pastega, collaboratrice dal 2022 di Seconda Chance, associazione del Terzo Settore impegnata da oltre quattro anni nel reinserimento lavorativo di detenuti e detenute. Alla proiezione dei filmati si affianca il racconto in prima persona dei due campioni, che incontreranno i detenuti negli istituti coinvolti dal progetto. Un’occasione per trasmettere i valori delle Olimpiadi e dello sport come impegno, rispetto, amicizia, eccellenza, fair play, lealtà, solidarietà e inclusione attraverso testimonianze concrete. Il progetto prevede anche, previa autorizzazione della direzione dell’istituto penitenziario, la possibilità di introdurre in carcere, nel giorno dell’incontro con gli atleti, un simulatore di voga Concept2 RowErg Indoor Rowing, utilizzato anche nel canottaggio e nelle competizioni Hyrox e CrossFit, per una dimostrazione pratica e prove di utilizzo. In caso di sostegno economico da parte di sponsor o enti pubblici e privati, è inoltre prevista la donazione di due simulatori di voga a ciascun istituto aderente, uno destinato ai detenuti e uno agli agenti della polizia penitenziaria, per l’avvio di corsi pratici con operatori sportivi locali. Parallelamente saranno organizzati laboratori dedicati all’alimentazione sportiva, al benessere psicofisico e alla prevenzione. Frattura sociale e apartheid, così l’intelligenza artificiale ridisegna i confini sociali di Enzo Risso I Domani, 15 febbraio 2026 Nel nostro paese le persone che affermano di utilizzare l’intelligenza artificiale sono il 60 per cento (la media globale è del 62). Il paese è spaccato in due tra fan dell’intelligenza artificiale e preoccupati per i suoi effetti sui livelli occupazionali. L’intelligenza artificiale è entrata ufficialmente nella vita quotidiana delle persone. Non è più una curiosità futuristica, ma uno strumento essenziale su cui fanno affidamento milioni di persone in tutto il mondo. Se nel 2023 era una curiosità e nel 2024 una fonte di intrattenimento o esplorazione, nel 2025 è entrata a pieno titolo nella vita quotidiana. Il 74 per cento delle persone che usano i chatbot (nei 21 paesi monitorati dall’indagine realizzata da Google e Ipsos) lo fa per imparare qualcosa di nuovo o capire un argomento complesso. Il 70 per cento l’ha utilizzata nel proprio lavoro; e il 66 per divertimento. Al 65 per cento delle persone l’intelligenza artificiale ha fatto risparmiare tempo e al 64 per cento ha consentito di trovare le parole giuste per comunicare con gli altri. Il 59 per cento l’ha utilizzata per generare contenuti multimediali (video, immagini o audio) e il 56 l’ha impiegata per avere consigli su come affrontare un problema personale o professionale. Il 53 per cento l’ha adoperata per migliorare le proprie comunicazioni personali e per il 52 è divenuta un amico indispensabile per gestire le attività quotidiane (viaggi, pasti o allenamento). Il 42 per cento ha iniziato a utilizzarla per fare investimenti, mentre per il 40 i chatbot sono stati d’aiuto per affrontare un evento o una decisione nella vita. Infine, il 35 per cento delle persone usa i chatbot come strumento di compagnia e sostegno (anche per il benessere mentale). Istruzione e reddito - Nel nostro paese le persone che affermano di utilizzare l’intelligenza artificiale sono il 60 per cento (la media globale è del 62). Sempre a livello globale i forti utilizzatori sono gli under 35 anni (79 per cento), le persone con un livello di istruzione elevato (75), i genitori (74), i soggetti a reddito alto (68), gli studenti (79) e gli insegnanti (80). Le persone che, invece, non utilizzano i chatbot (33 per cento globalmente) sono soprattutto baby boomer (58), non occupati (45), persone con un livello di istruzione inferiore e a basso reddito (37). Il livello di entusiasmo verso l’intelligenza artificiale è molto diversificato nei diversi paesi. Si passa dal forte entusiasmo espresso in Nigeria (80 per cento), Emirati arabi uniti (71), India e Messico (69), Sud Africa e Corea del sud (65); all’incertezza fredda registrata in Italia (50), Germania (47), Spagna (46), Francia (43), Canada (34) e Usa (33). La percezione positiva dell’impatto dell’intelligenza artificiale, infine, è più alta nei mercati emergenti (l’83 per cento ritiene che gioverà a tutta la società) e in Asia (76); mentre il dato europeo (65) e nord americano (57) è molto più calmierato a causa delle crescenti preoccupazioni per l’impatto dell’intelligenza artificiale sui livelli occupazionali (quanti ritengono la nuova tecnologia un fattore positivo per l’occupazione sono passati globalmente dal 58 per cento del 2024 al 49 del 2025). Complessivamente l’opinione pubblica nei 21 paesi monitorati è spaccata in due, divisa tra quanti vedono nella nuova tecnologia prioritariamente dei vantaggi e quanti, invece, avvertono soprattutto pericoli e svantaggi. Apartheid digitale - L’intelligenza artificiale è divenuta nell’ultimo anno un’estensione cognitiva e relazionale incorporata nelle pratiche quotidiane, ma al contempo si è consolidato un crescente Apartheid Digitale che incide su accesso e competenze d’uso: istruzione, età, classe sociale e reddito, continuano a determinare chi trae vantaggio da questa tecnologia e chi ne rimane escluso. La freddezza europea e nordamericana, contrapposta all’entusiasmo dei mercati emergenti, riflette anche due posture opposte: la paura della distruzione di strutture occupazionali consolidate, per i primi; la speranza, per i secondi, in un salto tecnologico che colmi i divari strutturali pregressi. In questa transizione, l’intelligenza artificiale sta silenziosamente ridefinendo i confini tra sé e tecnologia, tra lavoro e creatività, tra solitudine e compagnia digitale, tra chi è dentro e chi è fuori dalla società e dal futuro. L’istruzione e il futuro negato dai divari sociali di Chiara Saraceno La Stampa, 15 febbraio 2026 È necessario investire in politiche sociali, scolastiche e urbanistiche per offrire ai ragazzi orizzonti più ampi. Ristrettezza di risorse economiche, scarsa qualità abitativa e del quartiere in cui si vive, mancanza di spazi esterni sicuri e accoglienti, insieme ad un basso livello di istruzione dei genitori e all’origine migratoria, espongono al rischio sia di abbandono precoce della scuola sia di non acquisire le competenze cognitive di base pur continuando a frequentare la scuola. È un fenomeno noto e documentato da tempo anche in Italia, dalle indagini PISA dell’OCSE e dalle Indagini Invalsi, che mostrano anche l’impatto del contesto territoriale per quanto riguarda il livello regionale, con le regioni del Mezzogiorno che presentano tassi di vulnerabilità educativa e negli apprendimenti più alti. Un fenomeno che dovrebbe motivare almeno una riflessione autocritica sul funzionamento del nostro sistema educativo e sulla sua capacità di contrastare le diseguaglianze dovute all’origine sociale. Diseguaglianze che iniziano a formarsi nella prima infanzia, quando si costruiscono le basi dello sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale nell’interazione con l’ambiente, le persone, gli stimoli che si ricevono o non ricevono. Sono già sedimentate quando i bambini/e entrano nella scuola primaria. Per questo sarebbe importantissimo offrire a tutti i bambini/e esperienze educative di qualità fuori dalla famiglia prima dell’ingresso nel sistema scolastico formale e poi continuare a sostenerne le capacità di apprendimento con modalità pedagogico-didattiche capaci di trattenere e motivare anche chi al di fuori della scuola non trova sostegno e incoraggiamento. Lo studio Invalsi sulla incidenza e distribuzione spaziale della dispersione scolastica implicita - ovvero il mancato raggiungimento dei livelli minimi di competenze in italiano, nel ragionamento logico-matematico e nella comprensione dell’inglese - tra coloro che frequentano la scuola secondaria di secondo grado a Milano e Torino offre ulteriori elementi di conoscenza utili per un disegno di interventi efficaci. Si tratta dei capoluoghi di due delle regioni che si collocano ai livelli comparativamente migliori nei risultati dei test, che hanno quindi un tasso di dispersione scolastica molto basso. Ma non è così per i due capoluoghi. Anzi, Milano si avvicina molto alla media italiana e Torino la supera con un tasso simile a quelli delle regioni del Mezzogiorno. L’analisi di come si distribuisce il fenomeno all’interno di ciascuna di queste due città a seconda delle caratteristiche socio-economiche della zona mostra come le diseguaglianze territoriali non riguardino solo quelle tradizionali tra grandi macro-aree regionali e neppure tra zone urbane e rurali, ma siano interne alle città. L’organizzazione urbanistica di queste ultime, infatti, non solo rende sempre più difficile abitarci ad ampie fasce di popolazione non abbiente. Costruisce anche diseguaglianze spaziali che entrano fin dentro le opportunità di sviluppare capacità di apprendimento dei più giovani e dei più piccoli, segnandone i destini. Vivere entro la cerchia dei Navigli o invece al Gratosoglio a Milano per un bambino o adolescente è come vivere in paesi diversi, con opportunità, non solo familiari, ma sociali e pubbliche anche molto differenti. Ancora più drammatica appare la situazione a Torino, che, nonostante presenti fenomeni di espulsione abitativa meno forti di Milano, ha divari nell’incidenza della dispersione implicita più alti, con zone della città in una situazione peggiore di quella che si riscontra nelle regioni del Mezzogiorno. Forse perché Torino ha una maggiore incidenza della povertà che Milano e con una distribuzione territoriale più stabile nel tempo, anche se con un parziale ricambio nella sua composizione, con i migranti dall’estero che hanno in parte sostituito i migranti interni. Chi cresce in contesti poveri di risorse, e periferici rispetto agli investimenti e interessi pubblici e privati, non solo può fruire di minori risorse educative dei suoi coetanei meno fortunati. Può anche sentire che i suoi orizzonti, le sue chances di vita, sono ridotti, chiusi, di essere invisibile salvo se e quando fa casino. Perciò, se non trova dentro o fuori dalla scuola un aggancio che gli/le offra riconoscimento e senso, oltre che sostegno, abbandona la scuola, o ci rimane finché deve, ma senza investirci tempo e energie. Accettando un destino di marginalità cui si sente condannato dalle sue circostanze sociali. Un esito che può essere contrastato solo attuando politiche sia urbanistiche sia scolastiche attente a ridurre, non accentuare, le diseguaglianze. Sarebbe utile avere studi analoghi su altre città, caratterizzate da conformazioni e politiche urbanistiche e sociali diverse da quelle di Milano e Torino. Scuola e divario sociale, la trappola delle periferie di Francesca Del Vecchio La Stampa, 15 febbraio 2026 Lo studio Invalsi: nei grandi centri la dispersione è tre volte il dato regionale. Nei quartieri più problematici un diplomato su 4 non comprende un testo. Nel Nord che produce oltre la metà del Pil nazionale, quasi un giovane su dieci esce dal sistema di istruzione senza un diploma. E tra quelli che il diploma lo ottengono, una quota non trascurabile non raggiunge le competenze minime in italiano, matematica e inglese. È dentro questa doppia misura - dispersione esplicita e implicita - che si gioca una parte decisiva della tenuta educativa ed economica del Paese. Partiamo dalla dispersione esplicita. Secondo alcuni rapporti, nel 2024 il 9,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni aveva al massimo la licenza media e non era inserito in percorsi di istruzione o formazione. Non si tratta di studenti ancora in aula, ma di giovani che hanno già interrotto il loro percorso senza conseguire un titolo. L’Italia resta sopra la media Ue (8,4%) ed è ancora distante dai Paesi che hanno portato il tasso sotto il 5%. Le differenze territoriali sono nette. Nel Mezzogiorno i valori restano più elevati: Sicilia 15,2%, Campania 13,3%, Calabria 10,8%. Le regioni del Nord si collocano su livelli più bassi e più vicini all’obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030. Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia si attestano in genere tra il 6 e l’8%. Il Piemonte è intorno all’8,7%. Se ci si fermasse a questo indicatore, il Nord apparirebbe sostanzialmente al riparo. Ma la seconda misura - la dispersione implicita - racconta un quadro più articolato. Secondo la definizione Invalsi, è “disperso implicito” lo studente che, al termine della secondaria di secondo grado, non raggiunge contemporaneamente almeno il livello 3 in italiano e in matematica e il livello B1 nelle prove di inglese: un diplomato che non possiede le competenze minime per affrontare studio, lavoro e cittadinanza attiva. “Attualmente - spiega Roberto Ricci, presidente di Invalsi - la fragilità educativa è influenzata dal contesto socio-economico-culturale di provenienza. Nonostante gli sforzi, la trasmissione sociale di questa fragilità rimane un problema irrisolto”. Nel 2023 la dispersione implicita nazionale era pari all’8,7%. In Piemonte il 3,4%, segnalando una buona performance media del sistema regionale. Tuttavia, restringendo lo sguardo al comune di Torino, la quota sale al 10,4%, superando la media italiana. Ancora più marcata è la differenza se si osservano le aree urbane attraverso un indicatore socio-economico come il valore medio al metro quadro degli immobili: nelle periferie con valori più bassi la dispersione implicita media cresce e raggiunge il 24%, con punte oltre il 50; nelle zone più benestanti si colloca poco sopra l’1%. In altre parole, all’interno della stessa città coesistono scuole dove quasi tutti raggiungono le soglie minime e scuole dove fino a un diplomato su quattro non le raggiunge. Una dinamica simile si osserva in altre grandi aree metropolitane del Nord, dove le medie regionali positive convivono con forti squilibri tra quartieri centrali e periferici. Il risultato è che il Nord presenta tassi di abbandono formale più contenuti rispetto al Sud, ma non è immune da una quota significativa di studenti che completano il percorso senza consolidare le competenze di base. “I casi di Milano e di Torino - aggiunge Ricci - mostrano la necessità di nuove categorie di analisi che superino in chiave moderna alcune tradizionali distinzioni come quella tra contesti urbani e rurali”. C’è anche un altro aspetto che fa la differenza, il background migratorio: “Tra questi studenti, i numeri di chi abbandona precocemente gli studi sono triplicati” spiega Caterina Corapi, fondatrice e direttrice di Next Level, un ente del terzo settore torinese che si occupa di progetti dedicati all’inclusione giovanile. “In questi anni ci siamo concentrati su un lavoro di empowerment sia degli insegnanti che delle scuole con cui operiamo. Dai progetti che sviluppiamo con loro emerge l’enorme potenziale dei ragazzi che però partono svantaggiati. Stiamo rischiando di perdere questo capitale perché la dispersione implicita è correlata al rischio di Neet”, aggiunge Corapi. Le due forme di dispersione non sono fenomeni separati. Quella esplicita rappresenta l’uscita visibile dal sistema. Quella implicita è una fragilità che si manifesta più tardi, nel mercato del lavoro o nell’accesso all’istruzione terziaria. In entrambi i casi, il livello di istruzione incide direttamente sulle opportunità occupazionali: tra i 25 e i 64 anni il tasso di occupazione è intorno al 55% per chi possiede al massimo la licenza media e sale fino all’85% per chi ha un titolo terziario. In un contesto demografico segnato dall’invecchiamento e dalla riduzione della popolazione giovane, ogni punto percentuale di dispersione pesa di più. Una Barriera sul futuro: “Qui per continuare a studiare serve il triplo degli sforzi” di Andrea Joly La Stampa, 15 febbraio 2026 Nel quartiere a Nord di Torino tra chi fa due lavori per continuare l’Università e chi ha lasciato: “Nessuno mi ha mai detto che potevo farcela. Walid Sahraoui, 26 anni, è al secondo anno di magistrale in Ingegneria dell’Energia e delle Fonti Rinnovabili al Politecnico di Torino. Antonio Anguilano, 26 anni, si è fermato alla terza media e dal 2016 lavora al banco del mercato di piazza Foroni. Sono due figli di Barriera di Milano, periferia nord di Torino, quartiere tra i più poveri della città. Hanno due percorsi di vita diversi, opposti, con un comune denominatore esistenziale: “Vivere qui ti mette di fronte a tanti ostacoli, se vuoi studiare”. E così pochi, come Walid, provano ad andare fino in fondo: “Faccio due lavori per pagarmi gli studi, tra i miei compagni di corso mi sento quasi a disagio: loro programmano quando andare a sciare, io quando riuscirò a dormire”. E tanti, come Antonio, si fermano: “La scuola abbandona chi non ce la fa e io mi sono lasciato abbandonare. Rimpianti? Sì. Ma a parte i miei genitori nessuno, a scuola, mi ha mai detto che avessi un futuro in Università”. Il quartiere con più giovani - Barriera, dove vivono Walid e Antonio, è il simbolo di quelle periferie dove si concentra una quota elevata di famiglie a basso reddito, una forte presenza di studenti con background migratorio (il 36% dei residenti è di origine straniera) e risultati scolastici nettamente inferiori rispetto alle zone centrali. Il paradosso è che, rispetto al centro di Torino, i giovani sono molti di più: se la media nel capoluogo piemontese è di 100 ragazzi ogni 232 abitanti, qui si arriva a 100 ogni 142. Ma le possibilità economiche, e quindi le opportunità di iscriversi all’Università, sono meno. E i rapporti come quello Invalsi analizzato da Next Level, ente del terzo settore torinese che si occupa di progetti sull’inclusione giovanile, si concentrano su queste periferie. Perché è qui che, nelle grandi città, serve invertire la rotta per non sprofondare ai livelli più bassi di povertà educativa. In Barriera, stando ai numeri, non solo si concentrano i valori più alti di abbandono scolastico, con ragazzi come Antonio che lasciano presto gli studi presto. Ma anche quelli della “dispersione implicita”: il 25% di chi riesce a finire le superiori non raggiunge le competenze minime di italiano, matematica, inglese. Uno studente di Barriera su tre è stato bocciato almeno una volta. Uno su quattro ha un percorso di studi pieno di lacune. Numeri abissali rispetto a quelli dei coetanei che vivono in centro a Torino, dove i ripetenti sono uno ogni dieci. E chi non raggiunge le competenze minime, una volta diplomato, è appena uno su 100. Studiare, in Barriera, è una strada in salita. La Torino che studia è spaccata e la crepa vive qui, tra ex fabbriche in attesa di riqualificazione, negozi che chiudono, case popolari. In mezzo, più speranze che certezze. Più sogni che scuola. Anche a livello di strutture: in zona sono tanti gli istituti tecnici e i professionali, pochi i licei. Nessun classico: per studiare greco, serve andare in centro. Le richieste delle scuole - Le scuole primarie, a Torino Nord, ci sono. Ma il divario delle competenze nasce da lì. Da un’istruzione che non può stare al passo dei programmi nazionali: “Alle nostre classi non basta la didattica normale”, denuncia Luca Bollero, dirigente dell’istituto comprensivo Gabelli. Nella sua scuola la percentuale di studenti di origine straniera è pari al 77,9: “Per fare lezione servono attività dedicate e più personale formato. Per parlare con le famiglie c’è bisogno di competenze specifiche, di una mediazione culturale, che non possono fare solo i docenti e la segreteria”. Ci sono le barriere linguistiche degli alunni “Nai” - neo arrivati in Italia - da affrontare. Ci sono i problemi socio-economici delle famiglie da superare: in tanti non possono permettersi quaderni, matite, mensa, gite. E tutto pesa sui futuri livelli di istruzione. Per questo alla Gabelli, come in altri sei istituti di periferia, Next Land promuove progetti di orientamento e formazione di competenze Stem. Ma serve anche altro: “Un supporto strutturale da parte delle istituzioni - chiede Santi La Rosa, dirigente dell’istituto comprensivo Regio Parco - con progetti come il doposcuola spalmati su più anni”. Serve una rete a supporto delle scuole in periferia. Il Comune di Torino ci sta provando. L’assessora alle Politiche Educative Carlotta Salerno spiega: “Abbiamo lanciato il “Patto per la scuola”, iniziative che portano negli istituti in periferia i servizi sociali per le famiglie e laboratori didattici per le classi. E su Torino Nord abbiamo investito 2 milioni di euro per attività di protagonismo giovanile: è il nostro piano Marshall per i giovani”. I giovani di Barriera aspettano. Ai giardini Saragat un gruppo di ragazzi gioca a calcio. Rayan è al secondo anno all’Istituto professionale Birago. Ha la maglia del Marocco, calcia verso una porta fatta con due felpe per terra. “Da grande voglio fare l’artigiano”. Adam va in prima: “Io l’informatico”. Nessuno parla di Università. Walid Sahraoui, lo studente di Ingegneria, quando manda la sua foto con la corona d’alloro in testa scattata dopo la triennale spiega perché: “Vivere a Barriera fa quasi sentire inferiori. Per studiare serve fare il triplo degli sforzi. Quando mi sono laureato i miei amici erano più felici di me: chi ce la fa, è motivo di orgoglio per tutti”. Abbiamo passato una notte con i senzatetto per contarli. E per farli contare di Maria Gomiero e Giuseppe Muolo Avvenire, 15 febbraio 2026 Accompagnando i volontari impegnati per la rilevazione nazionale promossa da Istat e condotta da fio.PSD a Milano e a Roma emergono le testimonianze di chi si trova in strada tra freddo, solitudine e danni alla salute. Una donna bionda in pelliccia si stringe al braccio del marito, che indossa un paio di occhiali con la montatura rossa e lucida. Attraversano la strada all’angolo tra la chiesa di San Babila e corso Monforte, a Milano. Lui infila il telefono nella tasca della giacca a doppiopetto e allunga il passo, i tacchi degli stivali di lei accelerano il ritmo. “Hanno paura che li rubi qualcosa” dice Ulisse, mentre sistema i suoi scatoloni a qualche metro dalle vetrine luminose dei negozi. “Ma io vengo qui solo per dormire, non ho mai rubato in vita mia” assicura. Ulisse, così si presenta, è nato a Cuba nel 1969 e vive in Italia dal 2000. Ha una figlia che vive in Campania e un nipotino che cerca di andare a trovare almeno una volta al mese. “Lei non sa niente delle difficoltà che sto vivendo adesso, perché non voglio farla preoccupare - spiega Ulisse -. Devo riuscire a superare questo periodo con le mie forze”. Accetta volentieri di rispondere alle domande che gli vengono rivolte da un terzetto che indossa una pettorina bianca. Sono tre volontari per la rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora, promossa da Istat e condotta dalla Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.PSD), che si è svolta contemporaneamente nelle 14 città metropolitane italiane, tra cui Milano. La partecipazione è in forma anonima ed è possibile interrompere l’intervista in qualunque momento. “Le persone valgono più dei numeri”, insistono gli organizzatori prima di dividere le squadre tra le strade del centro, partendo da via Larga e arrivando fino ai primi metri di corso di Porta Venezia. Le informazioni richieste dal questionario dell’Istat sono personali e dirette: “Dove pensi che dormirai stanotte?”. Ulisse, per rispondere, tocca con la punta della scarpa una busta della spesa appoggiata a terra. Spuntano i paletti flessibili di una tenda da campeggio e delle coperte piegate. Alla domanda “Per quali ragioni dormi in strada e non in una struttura di accoglienza”, il cubano è eloquente. “Nei dormitori non riesco a riposare. C’è troppo rumore: gente che russa, grida, non mi sento al sicuro”, spiega Ulisse. Omar invece nelle strutture di accoglienza ci starebbe volentieri, “ma sono senza documenti e non mi accettano”. Lui è partito dall’Egitto dieci anni fa: il primo approdo a Lampedusa su un barcone, poi il trasferimento in un centro di accoglienza a Genova dove ha trascorso meno di una settimana. Da allora, vive a Milano per strada. “Sono arrivato che ero un giovane e ora sono un vecchio” racconta in un italiano incerto ma chiaro, rivolgendo gli occhi azzurri alla panchina accanto. Lì sta seduta la statua che rappresenta lo scrittore bulgaro Penèo Slavejkov. Gli fa compagnia quasi tutte le notti, senza però sentire lo stesso freddo o correre il rischio che qualcuno gli rubi le scarpe mentre dorme. Secondo l’ultimo dossier di fio.PSD, nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora e a Milano da inizio anno sono stati segnalati almeno otto decessi per freddo tra senzatetto. L’ultima morte è avvenuta proprio la scorsa notte: un uomo di circa 60 anni è stato soccorso dal 118 sugli scalini di una delle entrate del Velodromo Vigorelli, in via Arona 23, e trasportato in gravissime condizioni al pronto soccorso dell’ospedale Sacco dove è deceduto poche ore dopo. In inverno si muore di ipotermia, ma anche perché trascorrere ore a temperature sotto lo zero aggrava malattie preesistenti. Patologie croniche che con un’accoglienza e una presa in carico tempestive potrebbero essere affrontate. Con l’arrivo delle basse temperature, molte città italiane attivano ogni anno il cosiddetto “Piano Freddo”, insieme di misure straordinarie messe in campo per ridurre i rischi di esposizione per le persone che vivono per strada. A Milano fa parte del programma “Milano Aiuta-Inverno” che da novembre a marzo 2026 prevede l’ampliamento delle strutture di accoglienza notturna e dei servizi di sostegno. Fino a gennaio, secondo i dati del Comune, sono state inviate circa 450 persone nei centri del “Piano Freddo”, di cui circa il 65% era al primo ingresso. L’accesso alle strutture è spontaneo, non esiste alcuna forma di obbligo a entrare. Le persone senza dimora non accedono a questi spazi di supporto per vari motivi: scarsa fiducia nelle istituzioni, bisogni complessi legati a salute mentale o dipendenze, difficoltà di accesso ai servizi sociali e sanitari. Tutte queste risposte, tra chi declina gentilmente e chi in modo più brusco, riempiono lentamente le righe libere nei questionari dell’Istat. In corso Europa un’unità di cucina mobile del Progetto Arca diventa un luogo di incontro per chi aspetta un pasto caldo, spesso l’unico della giornata. Poco distante alcuni volontari di Save the Dogs offrono assistenza veterinaria di base agli animali, quasi unicamente cani, di persone senza dimora. Chiara è una volontaria della comunità di Sant’Egidio e, anche se vive fuori Milano, da 10 anni dedica almeno una sera a settimana a chi dorme in queste strade. “Negli anni ho visto crescere il numero di italiani, in particolare dopo la pandemia, ma sono anche aumentate molto le attività di sostegno e i volontari coinvolti”. Il primo spettacolo della serata è terminato da pochi minuti. Le persone cominciano a uscire dalla sala a una a una. Che abbiano apprezzato il film lo si capisce dal loro sorriso. Ce l’hanno stampato in faccia. Un gruppetto si ferma proprio davanti alla porta d’ingresso. Sono le 23 e a Roma comincia a far freddo. C’è chi si sistema la sciarpa attorno al collo, chi finisce di abbottonarsi il cappotto e chi si improvvisa critico cinematografico. Ridono, scherzano, ma non si accorgono che a poca distanza da loro ci sono tre persone che dormono. Sono lì, a pochi metri, ma è come se fossero invisibili. Colonnato di piazza della Repubblica, a Roma. Un uomo si è rannicchiato contro il muro, avvolto in un sacco a pelo blu. Ha sistemato per terra un paio di cartoni. Sono il suo materasso. Anche gli altri due stanno riposando nelle stesse condizioni. I loro volti sono coperti. Non si muovono di un centimetro. Potrebbero anche essere morti. Ma a nessuno sembra importare. Fin quando giungono Adriana, Daniele, Valentina e Monica. Fanno parte di una delle tante squadre di volontari che lo scorso 26 gennaio hanno setacciato Roma per la rilevazione nazionale delle persone senza dimora “Tutti Contano”, promossa da Istat e condotta dalla Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) nelle quattordici città metropolitane italiane. “Ho deciso di partecipare perché penso che sia molto importante che le persone invisibili diventino visibili”, spiega Monica mentre cammina per le vie della Capitale. Come tutti gli altri volontari indossa una pettorina bianca di riconoscimento. In testa ha un cappello di lana, segno che la temperatura si è abbassata precipitosamente. “Spero - aggiunge - che da oggi in poi molte persone riescano a cambiare la loro vita”. È proprio questo l’obiettivo dell’iniziativa. Pensata per orientare le politiche pubbliche e l’uso delle risorse (comprese quelle europee) per combattere la povertà estrema. In tutta Italia hanno aderito più di 6.500 volontari. Solo a Roma più di 2mila. Due ore prima, molti di loro - appartenenti anche a diverse realtà associative come Caritas italiana, Cna, Comunità di Sant’Egidio, Croce Rossa, Ac, Confcooperative e Agesci - si erano dati appuntamento nella sede di Binario 95, centro di accoglienza situato in via Marsala, a pochi passi dalla stazione Termini. Uno dei 180 punti di smistamento nazionali della rilevazione. Il piazzale, alle 21, è strapieno di persone. Come se stesse per iniziare una festa. A dare loro il benvenuto c’è Riccardo Salviato, il responsabile della zona di Termini. A lui il compito di illustrare il meccanismo della conta. Spiega che tutte le città sono state suddivise in macroaree, ciascuna coordinata da una persona. E comincia a dividere ogni volontario in una squadra, formata da 3/4 persone, a cui affida una zona specifica da monitorare, indicata in una mappa, che viene consegnata a ciascun team. La conta verrà fatta a occhio. E una volta individuate le persone, bisognerà registrarle sul sito dell’Istat, specificando innanzitutto la zona in cui sono state trovate, e poi il sesso e l’età, ove possibile. Durante la rilevazione, però, non servirà interagire con i senza dimora. Perché verranno ascoltati nei giorni successivi. In una prima serata saranno intervistati gli ospiti delle strutture di accoglienza. In quella successiva invece tutti coloro che sono stati rintracciati per strada. Sono le due tipologie di persone che verranno coinvolte nella rilevazione. Istat ha pensato in particolare a loro, prendendo come riferimento le prime due condizioni di Ethos, la classificazione europea dei senza dimora e dell’esclusione abitativa. Che mette al primo posto i “senza tetto”, coloro che non hanno un riparo per dormire; mentre al secondo “i senza casa”, coloro che invece hanno la possibilità di dormire in un rifugio. Rimarranno fuori dalla conta, quindi, quanti per esempio dormono nelle macchine o nei campeggi. Dopo la spiegazione, si parte. Le squadre si dividono. Nella zona di Repubblica, il contrasto è stridente. Ci sono le luci dei locali e dei palazzi, e c’è il buio degli anfratti in cui le persone sono costrette a rifugiarsi per cercare di difendersi dal freddo. In molti nemmeno si accorgono del passaggio dei volontari, così abituati a vivere nell’ombra in giacigli di cartone, tende e coperte che ormai sono diventate dello stesso colore della strada. Durante la conta, le persone dello stesso gruppo fanno amicizia, si raccontano la propria vita. Ritornati nel centro di accoglienza, si confrontano con le altre squadre e si danno appuntamento per le interviste dei giorni successivi. Tra le strutture previste, c’è l’ostello della Caritas diocesana “don Luigi Di Liegro”, in via Marsala. Qualcuno teme che gli ospiti si rifiuteranno di parlare. Ma il risultato è esattamente l’opposto. Basta una semplice domanda e le parole arrivano come un fiume in piena. “Il bilancio dell’iniziativa è molto positivo - commenta Michele Ferraris, il coordinatore nazionale -. C’è stata una grande mobilitazione collettiva. E anche una grande disponibilità da parte dei senza dimora”. I numeri definitivi delle persone contate verranno comunicati prossimamente. Ma “non abbiamo la pretesa di dire che rappresenteranno il dato completo”, aggiunge. Si tratta di un primo grande passo “che servirà per capire come impostare il lavoro nei prossimi anni per replicare l’iniziativa in tutte le città italiane”. Per un censimento che sia davvero nazionale. E non dimentichi nessuno. Viaggio tra i clochard di Milano: “No ai dormitori, meglio per strada” di Andrea Galli Corriere della Sera, 15 febbraio 2026 Otto i clochard morti da inizio anno. L’ultimo caso in via Arona, dove un uomo di una sessantina d’anni, forse straniero, ma non ancora identificato, è stato soccorso poco prima delle 15. La sorella Chiara cerca il fratello Valter. “Torna a casa”. Lui ha un barbone bianco, disordinato. Chiara, Valter. I loro due nomi, e insieme i loro due volti - tutto stampato bello in grande, disperatamente in grande, che si vede meglio - stanno sul cartello appeso al palo sotto la tettoia all’inizio della coda che si fa per mangiare. In realtà la coda comincia parecchio indietro, sotto la pioggia, ancora un po’ e comincia davanti all’hotel di lusso vicino ai tifosi delle Olimpiadi pronti per le partite di hockey, con la tuta addosso delle Nazionali. Corso Concordia, adesso che hanno finito i lavori della metro, è di una bellezza perfino sfacciata, o forse le danno ulteriore slancio questo tempo e quest’acqua sottile sul lastricato che scende da un cielo non scuro che promette imminenti cose serene. La mensa per i senzatetto. Quel cartello. Chiara, Valter. Spariscono clochard, a Milano. Da gennaio, con l’ultimo poveraccio venerdì, sono morti già in otto. Vivevano all’aperto. I dormitori mai. Anche ora. Con la conta di quelli che non ci sono più. “Nei dormitori? Mai”. Passanti pochi, mazzi di fiori per San Valentino e pasticcini sotto gli ombrelli prese dalla fornaia, di quelle che tengono a mente nomi e gusti dei clienti, ha cazziato una figlia che dimenticava il tipo di pane preferito dalla mamma; un signore dagli incredibili occhi azzurri passeggia per digerire, a breve si rimette in cammino, viene dallo Sri Lanka, cioè di preciso viene da San Donato Milanese, la sua vita dista, per ancora, dal fronte, da questo fronte della strada a oltranza, il giorno e la notte senza un pezzo d’alloggio foss’anche una camera da letto da dividere in quattro, o il retro di un negozio, una cantina, ovunque pur di non star sull’asfalto, rischiare di morire, morirci; lui sta da un cugino insieme ad altri dieci parenti. Le 11.55; pensilina della linea 61 per largo Murani, una signora, anelli e bracciali e basco, guarda l’umanità incolonnata: “Tutti stranieri”. Lei di dov’è? “Filippine”. E che fa? “La badante di un avvocato, 86 anni, famoso. Ho fatto la settimana, oggi vengono i figli a guardarlo”. Passa il bus, la signora sale (senza salutare). Stessa pensilina, nuovo passeggero. Scarpe e jeans macchiati di vernice. È uno dei reduci dalla mensa. Dice che è dei dintorni del Cairo, uno dei dieci milioni di pendolari che ogni giorno si aggiungono ai venti milioni di residenti. “Se vengo a sapere di amici che lavorano nelle imprese edili e hanno bisogno, vengo, faccio il lavoro, dormo dentro il cantiere, prendo i soldi, torno in Egitto con i low cost”. Le 12.16; un signore di Casablanca: “Nei dormitori non ci sto, noi marocchini litighiamo con gli egiziani”. In mensa anche i rider; bici parcheggiate, lucchetti alla ringhiera, il cellophane sopra la sella. Un ragazzo corre giù per le scale con lo zaino che a momenti lo fa ruzzolare, s’arrabbia un casino se gli si domanda dell’esistenza per strada, urla che è qui per una consegna... Un signore con la borsa di una società calcistica di Rovigo: “Ci sono i nativi digitali e poi ci sono i morenti non digitali. Io non ce l’ho, un cellulare, non leggo le notizie, non sapevo dei morti”. Nell’aiuto ai senzatetto nessuna città in Italia ha una tale rete, per forza e logistica, di Milano. Pubblico e privato, religiosi e laici. Mario Furlan, fondatore dei City Angels, è stato fra i primi a notare la ritrosia al dormitorio. Tre i motivi. 1) “Ci sono le regole, la comunità, non puoi fare quel che vuoi”. 2) “Aumentano i senzatetto che vogliono stare davvero da soli, senza altri senzatetto attorno. Ma se stai male, nessuno ti può aiutare subito”. 3) “La diffusione dei casi di malattie mentali è il tema, il grande tema. Non posso portar via una persona, per aiutarla, se non lo vuole...”. Un signore con le calze di lana dentro i sandali sbaglia mese e ricorda che non è più l’aprile d’un tempo, “ci sono diciotto gradi mentre una volta ad aprile nevicava”“. In coda per la mensa più d’uno parla da solo fissando in alto; specie gli anziani parlano da soli, alcuni indossano scarpe di seconda mano - mai sceglierebbero scarpe col rialzo interno, che aumenta l’altezza, piuttosto prenderebbe scarpe da montagna. Transitano cagnolini in cappotto tricolore, le padrone hanno le fasce tricolore da sci in testa, viva le Olimpiadi; passa una jeep da safari, dietro c’è un bambino vestito da zombie. Un papà che viene dal Sudamerica esce dalla mensa trascinando la figlia di cinque, sei anni; lei piange. Esce una donna che sul petto esibisce un crocefisso, dice che cerca uno spasimante. Un signore di Casablanca indossa cappello e cappuccio del giaccone, dice che dorme intorno a piazza Diaz, al mattino quelli che portano fuori i sacchi dell’immondizia del condominio “mi ordinano a calci nel sedere di sloggiare in modo tale da accontentare i portinai che si fanno belli con i padroni di casa quando scendono senza noi come prima immagine del giorno”. Luciano Gualzetti, a capo dell’Opera Cardinal Ferrari, racconta di questa Milano in vetrina per le Olimpiadi, con loro, i senzatetto, piccoli piccoli, minuscoli, invisibili. Un ragazzo esplora i denti specchiandosi nel finestrino di una macchina. Gli elenchiamo i senzatetto morti e privi d’identità, fantasmi urbani, dice boh per il morto di Cassala, boh per il morto di Luigi di Savoia, boh per tutti quanti; soffia il naso nella sciarpa a scacchi, ha cuffie da musica, non ascolta niente di niente, è giusto per tenere le orecchie coperte; non sentir il freddo, né forse la gente. Fine vita: la legge, il travaglio cattolico, la linea della Cei, lo stallo dei partiti di Marco Ascione Corriere della Sera, 15 febbraio 2026 Ancora una volta, dopo avanzate e ritirate, si affaccia un progetto di legge: il 17 febbraio. Zuppi: “Sì a una legge sul fine vita, il Parlamento segua la Consulta”. Quindi, qual è il punto di equilibrio o di rottura dei cattolici e della Chiesa italiana sul fine vita? Ancora una volta, dopo tante apparenti avanzate e repentine ritirate, un progetto di legge “in materia di morte medicalmente assistita” si affaccia in Parlamento: è il ddl 104, in agenda al Senato il 17 febbraio. Relatori Ignazio Zullo di FdI e Pierantonio Zanettin di Forza Italia. Gli schieramenti - La polvere già si alza, si muovono le truppe. La posizione ufficiale della Cei si è via via affinata. Tanto per cominciare i vescovi chiedono che il Parlamento non resti inerte. Qualcuno ha interpretato come una virata il senso delle ultime parole del cardinale Matteo Zuppi, nella prolusione al Consiglio permanente dei vescovi: “Norme che legittimano suicidio assistito ed eutanasia legittimano i più fragili a togliere il disturbo”. La virata, però, non c’è. Affermazioni e contesti diversi si integrano. Sul punto Zuppi (e la linea è nuovamente accreditata da verifiche all’interno della Cei) è stato cristallino: “La politica - ha detto al Corriere lo scorso dicembre - agisca, seguendo il modello delle sentenze della Consulta”. Questo è. Traduzione: il diritto alla vita sopra ogni cosa, le cure palliative da rendere un fatto reale ovunque in Italia, e l’esclusione della punibilità per il medico che aiuta il suicidio assistito, ma solo in alcuni casi di malati terminali tassativamente previsti. Nessuna deriva verso la morte di Stato. Ma la comprensione di un fenomeno nella sua complessità, senza per questo accettare in alcun modo che venga codificato un diritto al suicidio. È appunto pietra angolare della Corte costituzionale, che, esaltando la difesa della vita ad ogni passo dei propri pronunciamenti, ha però scolpito le ipotesi di sofferenza estrema in cui non costituisce reato aiutare chi se ne vuole andare. Un indirizzo (che ha già forza di legge) rivendicato da Augusto Barbera, presidente della Consulta al tempo dei principali interventi in materie di fine vita. “Sono cattolico praticante - ricorda il professore - come molti dei componenti di quella Corte che approvò le sentenze”. Le opposte spinte - Nel momento in cui il dibattito riaffiora dalla morta gora, la Chiesa italiana non sembrerebbe voler concedere alibi a un legislatore refrattario. In realtà una certa spinta al Parlamento a intervenire può persino essere dettata “dalla necessità di arginare altre e più permissive incursioni della Consulta”. Sono assestati su questa linea diversi gruppi cattolici. Così riflette, ad esempio l’avvocato Domenico Menorello, presidente del network di associazioni cattoliche “Ditelo sui tetti”. La Cei, incardinata su un’ovvia difesa del diritto alla vita e non alla morte, si ritrova al centro di opposte spinte. Si fanno sentire, con una certa eco anche in Parlamento, i movimenti Pro Vita e i gruppi di cattolici più conservatori, i quali sollevano muri: no a qualunque legge. In un panorama assai frastagliato c’è persino un gruppo di malati, rappresentati dagli avvocati Mario Esposito e Carmelo Leotta, che ha chiesto di costituirsi davanti alla Consulta per evitare che si allarghino ulteriormente le maglie del suicidio assistito, con il proposito di non essere esposti alla tentazione di avvalersene, in un momento di particolare debolezza. Così come i due legali hanno scritto intervenendo sul quotidiano dei vescovi, il quale è assai attento a restituire “laicamente” tutte le sfumature dei cattolici sul fine vita. La società - Ma è la società nel suo complesso che si è assestata su una posizione di favore a una legge sul fine vita. Uno spirito del tempo in cui si riconosce la maggioranza di coloro che si dichiarano cattolici. In un sondaggio di Ipsos sulla popolazione over 65 (con un 42 per cento di praticanti, inteso come persone che vanno a messa o tutti i giorni o almeno più volte al mese) presentato un anno fa in Vaticano e commissionato dalla Fondazione Età grande di monsignor Vincenzo Paglia, il 59 per cento degli intervistati si è detto d’accordo con la pratica dell’eutanasia, il 53 con il suicidio assistito e il 70 con il testamento biologico, ossia la possibilità per ogni persona di esprimere le proprie volontà in tema di trattamenti sanitari (accettarli o rifiutarli), a fronte di una possibile futura incapacità di autodeterminarsi. È la legge nata dopo il caso di Eluana Englaro. L’arena ideologica - Esistono poi anche altri modi di stare in campo: gruppi di cattolici impegnati in difesa della vita, ma senza farsi impigliare in arene ideologiche. A Calcio, nella Bassa Bergamasca, si ritrova un popolo di malati, molti dei quali piegati da diagnosi complicate da sopportare. A volte intollerabili. Sono lì con i parenti, con gli amici. Chi può offre al microfono una testimonianza, sciogliendo ognuno il proprio grumo di dolore. Talvolta sul filo del sorriso, in un gospel collettivo che pare voler sfidare la malattia. Si chiamano Quadratini, così come appaiono le loro immagini intagliate in video, tutte insieme sullo schermo, quando i loro raduni avvengono online: tanti piccoli quadrati. Un gregge di malati dietro a un prete, don Eugenio Nembrini, che accoglie tutti “anche quelli che dicono di volerlo, il suicidio assistito”. Nati ai tempi del Covid, i suoi Quadratini hanno via via ingrossato le file, superando quota 2.500: 307 di loro, fino ad oggi, si sono spenti. E non sono mancati i suicidi. La linea di Nembrini è questa: noi crediamo nella vita, chi vuole venga, comunque la pensi. Vale l’esempio, insomma. Il pensiero unico E i cattolici in politica, quelli che poi devono decidere, tenendo le leve della maggioranza? Lo scorso gennaio, alla conferenza stampa di inizio anno, la premier Giorgia Meloni, che della propria fede ha fatto un tratto distintivo (“Sono Giorgia, sono madre, sono cristiana”) e che notoriamente teme la prevaricazione del “pensiero unico”, ha affermato: “Il compito dello Stato non sia favorire il suicidio assistito. Il governo si rimette al Parlamento e alle sue decisioni”. Un percorso al quale presterà sicuramente cura un altro cattolico di prima fila nel governo Meloni, il sottosegretario Alfredo Mantovano. In un recente vertice di maggioranza è stato Maurizio Lupi, leader di Noi moderati e politico di storica militanza ciellina, a schierarsi tra coloro che spingono per l’approvazione di una legge “evitando scontri ideologici”. Che pure sono già scritti nelle stelle: il centrodestra vorrebbe infatti escludere il servizio sanitario nazionale da qualunque coinvolgimento nell’erogazione del suicidio assistito. È qui che si giocherà la vera battaglia. E, probabilmente, anche futuri ricorsi. Senza contare che qualcuno potrebbe anche fare calcoli sui costi elettorali, per quanto minimi. La sensibilità sul tema aumenta qua e là nel centrodestra. A lungo, nella Lega, da presidente del Veneto, si è battuto, anche ricordando il suo essere cattolico, l’ex governatore Luca Zaia. Ma ha perso. Nessuno pretenderà che il Parlamento risponda alla domanda che tormenta Servillo-presidente della Repubblica nella Grazia di Sorrentino: “Di chi sono i nostri giorni?”. Basterebbe una buona legge. “La maggioranza è divisa”. Così il ddl sul fine vita è finito in un vicolo cieco di Valentina Petrucci La Stampa, 15 febbraio 2026 Il provvedimento, fermo da un anno, è slittato ancora ai primi di aprile. Il relatore Zullo (FI) ammette: “Ci sono sensibilità diverse nella coalizione”. L’appuntamento è fissato per l’8 e il 9 aprile nell’aula del Senato, ma nei corridoi di palazzo Madama fanno già capire che il provvedimento sul “fine vita” non arriverà alla discussione. Le commissioni Giustizia e Sanità cui è assegnato il testo sono in stallo da diversi mesi, ma il nodo va ricercato in un’altra commissione, quella Bilancio, dove è richiesta l’approvazione alla relazione tecnica del Mef necessaria a stimare eventuali costi e coperture del provvedimento. Una relazione chiesta che non arriva perché dal ministero dell’Economia fanno sapere che, a stimare i costi per il sistema sanitario nazionale, deve essere in prima battuta il ministero della Salute e, successivamente, la ragioneria di Stato a validarli. Nessuno di questi passaggi burocratici al momento è stato completato, tanto che dal Partito democratico è il senatore Misiani a commentare: “Siamo di fronte - spiega - ad un rimpallo tra maggioranza e Governo che chiediamo finisca: negli ultimi due mesi sono stati inviati due altri solleciti, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. L’impressione - conclude Misiani - è che il Governo non abbia l’interesse a mandare avanti il procedimento per l’approvazione della legge che, per noi, è quantomai necessaria”. Anche dal Movimento 5 Stelle, in effetti, si definisce il testo “annacquato” al punto da non convincere neanche più la stessa maggioranza. “Anche nelle commissioni congiunte Giustizia e Sanità, che hanno in esame il provvedimento, non sono stati votati gli emendamenti - spiega la senatrice Elisa Pirro - perché la verità è che nella maggioranza c’è solo un accordo di massima che muove dalle pronunce della Corte costituzionale, ma il testo le disattende tutte”. A rivelare che nel centrodestra ci siano posizioni diverse sulla questione è lo stesso relatore Ignazio Zullo di Forza Italia che non nasconde: “Ci sono sensibilità diverse anche all’interno della nostra coalizione: è normale, ma la volontà di portare in aula la legge c’è, puntiamo molto sull’ampliamento delle cure palliative e ci aspettiamo un passo avanti anche da parte delle opposizioni”. Eppure la legge che era già stata calendarizzata per la metà di febbraio e posticipata al mese di aprile è un argomento che nel centrodestra si affronta con fatica: il senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, relatore del provvedimento in commissione, ammette: “Non siamo nelle condizioni di trattarlo perché non sono stati votati ancora gli emendamenti al testo e sarà dunque rinviato”. Alla domanda su quali siano i problemi riscontrati in commissione risponde: “Ci sono tantissimi nodi politici, ma su questo non può rispondere il relatore, devono parlare i capigruppo dei partiti. Non è un mistero che uno dei punti più importanti sia sul ruolo del Sistema sanitario nazionale - e conclude - sono i capigruppo a dover dire se vogliono andare avanti o meno”. Ed è proprio il capogruppo in Senato di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, che sollecitato sullo stallo della legge risponde: “Si sta cercando di andare avanti, è calendarizzata per aprile e c’è tempo. È una cosa che riguarda la commissione, è improprio che risponda io”. Il groviglio legislativo che blocca la legge in uno dei rami del Parlamento ha un’interpretazione chiara e univoca per Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni: “Neanche all’interno della maggioranza c’è il consenso necessario per forzare la mano su una legge che andrebbe contro le prescrizioni della Corte costituzionale e questo riguarda sia la politica nazionale che quella regionale”. Infatti in Lombardia, Veneto e Piemonte la sentenza della Consulta ha consentito ad alcune persone di ottenere legalmente l’aiuto medico alla morte volontaria e Cappato ritiene questo un dato significativo: “Il fatto poi che ci sia un nodo politico sul coinvolgimento del sistema sanitario rivela un’altra verità - prosegue - cioè che, sui criteri di accesso al suicidio assistito, vogliono sostituire i medici e le Asl con un comitato di valutazione nazionale di nomina politica in modo da condizionare le scelte”. A ribadire la centralità del servizio sanitario nazionale nella procedura del suicidio assistito è stata, infatti, la Corte costituzionale come ricorda lo stesso Cappato: “A determinare lo stallo della maggioranza è la consapevolezza che se approvassero la legge così com’è adesso, andrebbero incontro all’impugnazione davanti alla Consulta”. Fine vita. L’attesa è sofferenza, garantire tempi certi di Filomena Gallo* La Stampa, 15 febbraio 2026 I diritti costituzionali diventano reali solo quando vengono applicati. E troppo spesso, perché questo accada, c’è qualcuno che chiede di applicarli. Ma non è la persona malata che dovrebbe dimostrare di avere diritti, sono le istituzioni che dovrebbero dimostrare di saperli garantire. A tutti. “Paolo” è un nome di fantasia. Aveva chiesto all’Associazione Luca Coscioni come chiedere la verifica delle sue condizioni da parte del Servizio sanitario per accedere all’aiuto alla morte volontaria. La sua storia è reale, così come lo sono la sua sofferenza e il percorso condiviso con la sua famiglia. Il fine vita non dovrebbe essere un terreno di scontro ideologico ma il luogo e lo spazio in cui le persone chiedono che le istituzioni rispettino decisioni intime e difficili. La comunicazione dell’Asl torinese sul caso di Paolo conferma un punto ormai chiarito dal giudicato costituzionale: nei casi previsti, il diritto all’aiuto al suicidio deve trovare piena attuazione all’interno del Servizio sanitario nazionale. Ma questo risultato non è stato immediato. Inizialmente l’assistenza non veniva garantita ed è stato necessario evidenziare l’illegittimità di tale posizione rispetto ai principi fissati dalla Corte costituzionale. Solo dopo costituzionale. Solo dopo questo passaggio l’atteggiamento è cambiato, rendendo possibile un percorso conforme alle sentenze. Non avrebbe dovuto essere necessario. Paolo è morto a casa sua, con l’assistenza di medici liberamente scelti da lui e con un supporto tecnologico e rappresenta un’applicazione coerente dei principi costituzionali in materia di autodeterminazione e di fine vita. Dalla sentenza Cappato del 2019 della Corte costituzionale fino alla decisione sulla legge toscana (sentenza n. 204/2025), i giudici hanno chiarito che, quando ricorrono le condizioni stabilite, spetta al Servizio sanitario nazionale verificare i requisiti e garantire i farmaci, la strumentazione e il personale su base volontaria, senza oneri per la persona malata. A Torino questo è finalmente avvenuto. Il nodo resta quello del tempo. Paolo aveva presentato la sua richiesta già a giugno 2025 e ci sono voluti mesi tra verifiche e richieste di chiarimenti. Ma il tempo, per chi vive una condizione irreversibile, è sofferenza evitabile e incertezza. Come emerso da un accesso agli atti effettuato dall’Associazione Luca Coscioni nel 2025, almeno tre persone malate in Piemonte sono morte aspettando una risposta. La Corte costituzionale ha sempre richiamato la necessità di una pronta presa in carico: senza tempestività, i diritti restano solo sulla carta. Ridurre questi diritti a una questione amministrativa o ricondurli a interpretazioni restrittive significa svuotare di contenuto le decisioni della Consulta. Le sentenze della Corte costituzionale vanno applicate. La legge popolare regionale promossa dall’Associazione Coscioni mira proprio a evitare le incertezze applicative e a garantire delle procedure chiare, trasparenti e uniformi. Allo stesso tempo, l’Associazione ha chiesto anche alla Conferenza Stato-Regioni di adottare un atto condiviso che assicuri su tutto il territorio nazionale il rispetto del giudicato costituzionale, superando disuguaglianze territoriali evidenti. Garantire il diritto all’autodeterminazione nel fine vita significa una cosa semplice: fare in modo che nessuno debba lottare contro lo Stato per vedere riconosciuto ciò che la Costituzione già garantisce. *Avvocata e segretaria dell’Associazione Luca Coscioni Il fine vita, la legge e una via che evita l’accanimento di Giuliano Amato* Avvenire, 15 febbraio 2026 Quando nel 2019 adottammo la decisione della Corte Costituzionale che creò uno spazio di ben circoscritta immunità penale per il suicidio assistito, devo ammettere che provai un sentimento di profonda soddisfazione. Il tema era difficile, il rischio che correvamo era quello di una contrapposizione irrisolta fra principi, e il risultato invece fu tale da lasciare tutti in pace con la propria coscienza. Ci aiutarono a tal fine le circostanze del caso (è il grande beneficio della giurisdizione, che il diritto lo vede sempre alla luce di un caso). Certo si è che qui c’era un essere umano che aveva davanti una vita comunque breve, una vita fatta di giorni senza speranza e riempita da dolori che neppure le cure palliative potevano sedare, una vita che continuava grazie a un trattamento di sostegno vitale, in assenza del quale sarebbe naturalmente cessata. Si poteva dire di no al gesto di umana pietà che quella persona chiedeva? La nostra risposta fu che non si poteva. E fu una risposta che poté essere data anche dai credenti, perché aver messo fra le condizioni il trattamento di sostegno vitale consentiva, insieme alle altre circostanze, di ricondurre il caso a quell’accanimento terapeutico, al quale anche per la Chiesa si può ragionevolmente porre fine. La decisione zoppicava sotto il profilo organizzativo. Richiedeva il parere di commissioni etiche, che al momento esistevano, ma solo con competenze (e composizione) calibrate sulla sperimentazione dei farmaci. Non assicurava quell’uniformità di indirizzi che è essenziale per evitare trattamenti differenziati sul territorio nazionale. Non entrava nelle modalità procedurali ed era inevitabilmente generica sui ruoli rispettivi del pubblico e del privato. Ci avrebbe pensato il Parlamento, questo è quanto scrivemmo. Sono passati oltre sei anni e ancora ciò non è accaduto. E non perché il Parlamento non se ne sia occupato, al contrario ci sono state al Senato ripetute sedute di Commissione e ripetute udienze. No, è la discussione che ha imboccato la strada dei principi contrapposti, e quei principi, prevedibilmente, non si sono incontrati. Lontano dai fatti, lontani dalle circostanze che offrirebbero loro spazi di flessibilità, sono rimasti fermi, rigidi. Non è un caso che di accanimento terapeutico non si sia seriamente parlato. Non è un caso che, al momento, non abbia provocato alcun avvicinamento neppure l’ultima sentenza della Corte Costituzionale. È la sentenza che ha sgombrato il campo dall’ipotesi di una distinta immunità penale per l’eutanasia, assorbendo quest’ultima nei limiti del già ammesso suicidio assistito, grazie all’uso di una macchina attivabile anche con il movimento di un dito o di una palpebra. No, neppure a questo si è sinora arrivati, pur di tenere il più possibile fuori dalla vicenda il Servizio sanitario nazionale (al quale dovrebbero essere invece affidate l’acquisizione e la gestione di questo tipo di macchina). Eppure il beneficio che ne conseguirebbe è palese. Ma il beneficio - qualcuno mi può obiettare - ormai c’è, perché c’è la decisione della Corte e i giudici già la applicano, pretendendo che le Asl si procurino la macchina. E allora che bisogno c’è della legge? Fermi restando i presupposti dell’immunità penale, che sono quelli non allargabili fissati dalla Corte, ciò che manca è tutto e solo sul versante organizzativo. E qui ben si potrebbe provvedere con atti ministeriali di indirizzo, eventualmente integrati e comunque condivisi dalla Conferenza Stato-Regioni. È un’ipotesi da approfondire, probabilmente praticabile. Ma sarebbe il frutto di una dolorosa sconfitta. La sconfitta del Parlamento, che è certo nato per rappresentare le diverse posizioni, per dare loro l’opportunità di esprimersi e di contrapporsi. Ma non solo per questo. Il Parlamento non è il Cortile dei Gentili. Ma - diciamo la verità - ancor più di esso avrebbe la responsabilità di indicare al Paese - spesso smarrito davanti a quesiti morali che penetrano irrisolti nelle coscienze - soluzioni fondate su un solido terreno comune. Qui quel terreno c’è. Che la Repubblica trovi su di esso le soluzioni di cui ha bisogno, mettendo da parte il suo Parlamento, sarebbe comunque una prova di vitalità. Ma sarebbe meglio non doverla vivere. *Presidente emerito della Corte Costituzionale Migranti. “Gjader, una sentenza storica contro l’arbitrio dei trasferimenti” di Fausto Mosca Il Manifesto, 15 febbraio 2026 Intervista a Gennaro Santoro, avvocato di un cittadino algerino risarcito dal Viminale per essere stato deportato illegittimamente. Il tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire per illegittimo trasferimento - nel Cpr albanese di Gjader - un cittadino algerino di 50 anni. Settecento euro per il mese che l’uomo - residente in Italia da 19 anni - ha “scontato” nella struttura oltre Adriatico senza alcuna motivazione apparente. Dal Cpr di Gradisca d’Isonzo, dove era momentaneamente trattenuto in quel periodo, infatti, il 10 aprile del 2025, il cittadino algerino veniva trasferito in un’altra struttura. Destinazione ufficiale: Brindisi. Salvo poi scoprire, con 48 ore di ritardo, di essere stato deportato a sua insaputa fuori dal territorio italiano: nel Centro di Gjader. Per il tribunale di Roma quel trasferimento non poteva essere effettuato, perché “ha inciso direttamente su diritti fondamentali convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”. Per Gennaro Santoro, avvocato dell’uomo finito in Albania, “la portata della decisione va al di là del singolo caso perché tutti i trasferimenti dai Cpr italiani a quello albanese avvengono arbitrariamente, immotivatamente e senza un provvedimento scritto”. Avvocato Santoro, perché è importante questa sentenza? Perché la detenzione nei Cpr avviene senza reato e senza regole. Uno straniero può essere detenuto in Cpr per irregolarità del soggiorno fino a diciotto mesi e in assenza di regole, come ha ben chiarito dalla Corte costituzionale la scorsa estate. E dallo scorso anno tale detenzione può avvenire anche a Gjader. Il Tribunale di Roma, con questa decisione ha statuito che il trasferimento da un Cpr italiano a quello albanese deve essere scritto e motivato. Una decisione che dice qualcosa che dovrebbe essere compresa da chiunque: il trasferimento di un detenuto o di un ristretto in un Cpr non può avvenire arbitrariamente e senza un provvedimento scritto che può essere contestato davanti ad un giudice. Nel caso particolare, un padre di famiglia è stato trasferito da un Cpr vicino casa al Centro albanese con l’inganno, vale a dire comunicando che il trasferimento sarebbe stato verso un altro Centro su territorio italiano. Eppure il governo punta a far entrare a pieno regime il centro di Gjader entro giugno… La detenzione in Albania è la cattedrale dello spreco. Non è soltanto (e soprattutto) uno spregio alla dignità della persona che, per una violazione amministrativa, è condotta in un territorio extraeuropeo. Ma un insulto alla gestione di fondi pubblici. La Corte dei Conti è stata chiamata a decidere su questa gigantesca distrazione di fondi e speriamo che intervenga al più presto. Il costo esorbitante del Cpr albanese non è neanche motivato da un sovraffolamento dei Centri italiani. Quindi, i trasferimenti avvengono solo per propaganda e con lo spreco di soldi che potrebbero essere spesi per finalità più utili al benessere dei consociati. Con l’entrata in vigore del Patto europeo su immigrazione e asilo, però, l’esecutivo potrebbe avere le coperture legali che finora mancavano... Il patto europeo per le migrazioni e le annunciate strette securitarie del governo italiano non potranno cancellare quelle che Norberto Bobbio chiama pre-regole del vivere democratico. La dignità della persona è e resta alla base del patto sociale. E su questioni di esistenza non si applica il principio secondo cui decide la maggioranza. Il rispetto della dignità della persona e dell’habeas corpus sono appunto pre-regole che nessuna maggioranza può cancellare. Crede che anche questa sentenza possa finire nel tritacarne della polemica politica sul referendum? Non c’entra il referendum. L’attuale maggioranza deve rispettare le decisioni moderate e ponderate del potere giudiziario. E deve interrompere i trasferimenti verso l’Albania che violano i diritti minimi di chi li subisce e ledono i principi cardine del vivere democratico. Il risarcimento simbolico della sentenza del Tribunale di Roma segna un passaggio importante: lo straniero che subisce un abuso non ha soltanto diritto alla cessazione del comportamento colposo dello Stato ma deve avere un indennizzo. Lo Stato, dunque, non concede diritti ma deve rispettare le regole del vivere democratico. Altrimenti viene condannato. Argentina. “Giudicati come gli adulti”. La proposta del presidente Milei: in prigione a 13 anni di Lucia Capuzzi Avvenire, 15 febbraio 2026 Il presidente dell’Argentina, Javier Milei, è deciso a mantenere una delle promesse principali della sua campagna elettorale: abbassare a 13 anni l’età in cui un minore può essere processato e condannato come un adulto con pene fino a 15 anni. Secondo il governo di ultradestra, gli adolescenti sono impiegati sistematicamente da bande e mafie come manovalanza criminale proprio perché non possono essere perseguiti dalla giustizia fino al compimento dei 16 anni, l’attuale limite. Solo con la maggiore età, poi, sono rinchiusi in carcere: prima sono tenuti in istituti specializzati. I delitti commessi dagli adolescenti sono, in realtà, una quota minima: appena il 2,25% del totale in base ai dati della Procura di Buenos Aires e provincia. Milei, però, non sente ragioni. Sull’onda dell’indignazione suscitata dal recente omicidio del 15enne Jeremías Monzón da parte di un gruppo di coetanei, il leader ha presentato il progetto di riforma della giustizia minorile al Parlamento. Non è la prima volta: lo aveva fatto già nel 2024 ma non era riuscito a spuntarla. La proposta ha scatenato un coro di critiche da parte di magistrati, esperti e dalla Chiesa. Giudicare i ragazzini come gli adulti, come ha più volte spiegato l’Unicef, non riduce la violenza. Né punisce i veri responsabili: i criminali che reclutano gli adolescenti più poveri e abbandonati con l’inganno o la forza. Al contrario, si accanisce su questi ultimi, già vittime dei gruppi delinquenziali che li impiegano come carne da cannone.