Liberare il reinserimento dalla condanna (aggiuntiva) dello stigma sociale di Renato Brunetta Avvenire, 14 febbraio 2026 “L’articolo 27 della nostra Costituzione indica una rotta chiara: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non limitarsi alla sola custodia. Eppure, questa bussola sembra spesso smarrire il nord. Lo squilibrio tra sicurezza e rieducazione nelle carceri italiane, unito allo stigma sociale, rappresenta oggi il principale freno al reinserimento delle persone con trascorsi penali. È in questa tensione irrisolta che si annidano gli ostacoli più profondi alla piena attuazione del dettato costituzionale. Il primo nodo da sciogliere riguarda la necessità di superare la contrapposizione ideologica tra sicurezza e rieducazione. Nel dibattito pubblico su carcere e sicurezza, infatti, tutela dell’ordine pubblico e reinserimento sociale sono spesso presentati come obiettivi opposti, antitetici. Da un lato si invoca sicurezza, controllo e custodia; dall’altro rieducazione e reinserimento per chi esce dal carcere. Questa dicotomia è fuorviante: la sicurezza non si garantisce solo chiudendo le porte, ma si costruisce anche - e soprattutto - aprendo percorsi di reinserimento. Dove questi funzionano, la criminalità diminuisce e la società diventa più sicura; dove falliscono, ogni misura di controllo risulta fragile e inefficace. L’attuale modello penitenziario italiano riflette uno squilibrio strutturale originario. La maggior parte delle risorse economiche e del personale, infatti, è destinata alla custodia e alla sicurezza interna degli istituti, mentre una quota significativamente inferiore è investita in istruzione, formazione professionale e supporto psicologico. Le statistiche 2024 del Consiglio d’Europa evidenziano che l’Italia presenta una delle più alte percentuali di personale all’interno degli istituti di pena dedicato alla sicurezza (il custodial staff), pari al 91% del totale, contro una media UE di poco superiore al 50%. In Spagna e in Inghilterra, contesti comparabili per dimensioni al nostro sistema penitenziario, la quota si attesta rispettivamente al 74% e al 70%. Il problema non riguarda, tuttavia, solo la quantità di operatori, ma in egual misura la qualità degli interventi e delle competenze disponibili. Le carceri italiane richiedono professionalità in grado di affrontare efficacemente sfide complesse, quali l’integrazione della popolazione detenuta straniera, la gestione delle dipendenze e il supporto ai soggetti con disagio psichico. È, dunque, essenziale potenziare la presenza di operatori specializzati, garantendo loro adeguato spazio di azione. L’ampliamento delle piante organiche dei funzionari giuridico-pedagogici, negli ultimi anni, è un passo nella giusta direzione, ma non è ancora sufficiente. Serve un ribilanciamento culturale e di risorse. Investire in sicurezza significa garantire l’esecuzione della pena, ma solo investimenti orientati a un’uscita positiva dal carcere trasformano la pena in uno strumento di prevenzione. La missione dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve “tendere alla rieducazione del condannato”, non può realizzarsi senza programmi strutturati di istruzione, lavoro e formazione, dentro e fuori dal carcere. Lo ribadiamo, l’attuale organizzazione della spesa penitenziaria conferma questo squilibrio. In molti istituti, le attività rieducative dipendono in larga misura dall’iniziativa di volontari, che colmano una carenza strutturale di investimenti. Un attivismo prezioso, ma insufficiente, rispetto al fabbisogno reale: solo una parte ristretta della popolazione detenuta accede a tali interventi, spesso limitati nella quantità e nella qualità. I dati parlano chiaro: circa il 70% delle persone che escono dal carcere vi fa ritorno negli anni successivi, a causa della recidiva. Al contrario, dove si attivano percorsi autentici di istruzione, formazione e lavoro, la recidiva scende sotto il 10%, toccando in progetti specifici quote vicine allo zero. Questo dimostra che investire nel capitale umano non è solo un principio etico, ma una scelta strategica che genera sicurezza reale e riduce i costi per la collettività. Ribilanciare le risorse tra sicurezza e rieducazione non è, dunque, un’astratta concessione ideologica, ma una scelta di razionalità concreta. Significa offrire alle persone detenute la possibilità di scegliere tra i benefici di un percorso di inclusione socio-lavorativa e il richiamo dell’economia criminale. Se è vero che le pene debbano tendere alla rieducazione - e che dunque non esista un obbligo a “farsi rieducare”, né la certezza del cambiamento - è altrettanto vero che lo Stato abbia il dovere di creare le condizioni perché ciascun individuo possa ricostruire il proprio rapporto con la società e nutrire la speranza di una vita migliore. Lavoro e formazione, dentro e fuori dal carcere, sono fattori cruciali per ridurre la recidiva e favorire un reinserimento stabile. Ma non bastano. Il vero nodo, spesso trascurato, è la capacità del nostro sistema socioeconomico di accogliere chi esce dal circuito penale. La ricerca condotta dal CNEL sui fruitori della legge Smuraglia dimostra che, più dell’incentivo fiscale, conta la disponibilità reale del mondo imprenditoriale e la dimensione etica dell’agire manageriale. Qui emerge un fattore di difficile soluzione: lo stigma sociale, che si istituzionalizza nella “fedina penale”. Il termine deriva dal latino fides (fiducia, reputazione), ma l’uso di un linguaggio moralizzante - “pulita” o “sporca” - trasforma la storia giudiziaria del condannato in un marchio sociale permanente, ben oltre la fine della pena. Richieste generalizzate di certificati penali, spesso non giustificate, rendono il reinserimento occupazionale un percorso a ostacoli quasi insormontabile, dove il passato giudiziario diventa criterio di esclusione automatica, più vicino a un giudizio morale che a una valutazione proporzionata del rischio effettivo. Si impone, con urgenza, un cambio di paradigma e una revisione profonda del modo in cui la società considera l’errore e la possibilità di ricominciare. Serve coraggio politico per rivedere norme e consuetudini radicate, con una nuova grammatica capace di bilanciare sicurezza e reinserimento senza contrapporli. Bisogna superare l’idea - rassicurante ma falsa - che la sicurezza coincida con la chiusura, e non con la responsabilità. In Paesi come Germania e Francia esistono strumenti di limitazione dell’accessibilità dei “precedenti” non più rilevanti, e le informazioni sul passato penale possono essere rese invisibili ai privati quando non pertinenti. In diversi contesti, inoltre, si scoraggia la richiesta di precedenti nelle prime fasi di selezione, per concentrare la valutazione iniziale sulle competenze e, solo successivamente - se necessario - sulla storia giudiziaria. È un approccio che non minimizza la sicurezza ma la rafforza, perché riduce la marginalizzazione e la probabilità di ricaduta nel crimine. Certo, in Italia esistono la “non menzione” nel certificato del casellario giudiziale e la possibilità di ottenere la riabilitazione. Tutto questo, però, non basta. Se vogliamo ridurre davvero la recidiva dobbiamo disinnescare lo stigma, restituendo alla pena un inizio e una fine, senza che il passato diventi un destino immutabile. Dobbiamo intervenire sulle condizioni strutturali che impediscono la piena attuazione dell’art. 27 della Costituzione, bilanciando le risorse tra sicurezza e rieducazione e riducendo lo stigma attraverso iniziative concrete che contrastino pregiudizio ed esclusione. Questo è il cuore del percorso rieducativo: l’investimento in un progetto di vita diverso e la speranza che lo sostiene, giorno dopo giorno. La speranza è l’elemento più potente per resistere alle tentazioni della devianza, dentro e fuori dal carcere. È ciò che riduce la recidiva e genera sicurezza reale già durante la detenzione. Accanto alla speranza, la premialità assume un ruolo decisivo. Collegare l’esecuzione della pena a meccanismi certi e trasparenti permette di valutare e rafforzare progressivamente la bontà della propria scelta. La premialità diventa così un termometro della volontà di cambiare e un modo concreto per misurare e riconoscere l’impegno quotidiano. Senza incentivi concreti, resistere alle sirene della devianza è estremamente difficile. Serve un vero idem sentire tra tutti i soggetti coinvolti: detenuti, operatori penitenziari, carceri rispettose dell’umanità, continuità educativa e reale volontà istituzionale di rieducazione. Solo attraverso uno sforzo congiunto cresce la probabilità di successo, coniugando così la sicurezza e il reinserimento. Non obiettivi confliggenti, ma due facce della stessa medaglia. Quando questi elementi si rafforzano reciprocamente, si realizza la vera sinergia, incarnando pienamente lo spirito costituzionale: una pena che non si limita a punire, ma educa, previene e costruisce futuro. La rieducazione è un percorso collettivo, sostenuto dalla speranza, dalla premialità e dalla fiducia reciproca. Ed è conveniente per tutti”. Se lo Stato calpesta anche le proprie vittorie di Sergio D’Elia L’Unità, 14 febbraio 2026 Nel 2019, nel teatro del carcere di Rebibbia, un uomo di 62 anni discuteva una tesi di laurea e completava la metamorfosi di se stesso. Era entrato in prigione nel 1993 con la licenza di seconda elementare. Oggi Filippo di anni ne ha 69. Mai un permesso premio in 33 anni di detenzione. Resta ancora prigioniero in una cella di Alta Sicurezza. E del suo passato. Ci sono due detenuti a Rebibbia, uno si chiama Filippo Rigano, l’altro Fabio Falbo. Lo Stato tiene chiuso Filippo in una cella da 32 anni e sembra abbia davvero buttato via la chiave. La cella di Fabio invece è quasi sempre aperta anche perché fa lo scrivano e dalla mattina alla sera riceve, ascolta, consiglia e, spesso, risolve casi disperati. Nello scrivere la storia di Filippo ho preso a man bassa dal canestro di parole e di ricordi di Fabio. C’ero anch’io, il 23 ottobre 2019, quando Filippo Rigano chiudeva in un luogo infelice una parabola felice della sua vita. Nel teatro del carcere di Rebibbia, avvolto in un completo blu che profumava di libertà e di impaccio, un uomo di allora 62 anni discuteva una tesi di laurea e completava la metamorfosi di sé stesso. Mentre la Corte Costituzionale si apprestava a scardinare l’assolutezza dell’ergastolo ostativo, davanti a una commissione presieduta dai professori Giovanni Guzzetta e Cristiano Cupelli e sotto lo sguardo compiaciuto del procuratore che trent’anni prima lo aveva arrestato, Rigano presentava la sua ricerca accademica dal titolo “Sopra la Costituzione ... l’ergastolo ostativo: per chi ha sete di diritti”. In quel momento, Filippo esibiva anche la prova del riscatto di un uomo che, entrato in cella nel 1993 con la licenza di seconda elementare, usciva dal teatro di Rebibbia e rientrava nella sua cella dottore in Legge con 110 e lode. Oggi, Filippo ha 69 anni e in 33 anni di detenzione non hai ma avuto un permesso premio: nonostante il brillante percorso accademico, nonostante cinque anni di laboratorio di pratica filosofica e dieci anni di “Laboratori Spes contra Spem” di Nessuno tocchi Caino, nonostante l’impegno nel teatro e nel giornalismo. Rigano ha compiuto una conversione radicale nella sua vita, ha reciso ogni legame con le logiche criminali che lo portarono in carcere quando aveva trent’anni. Niente, resta ancora prigioniero in una cella di Alta Sicurezza e anche del suo passato. È la negazione del suo divenire, ma anche della funzione dello Stato, che attraverso il carcere e lo studio ha “fabbricato” un uomo nuovo, colto e consapevole. Rigano scrive dal carcere che “il tempo è un grande scultore”. La scienza e la filosofia concordano, visto che la coscienza si espande e l’identità si trasforma. La presenza della moglie Giuseppina e delle figlie Venera e Cristina alla sua laurea testimoniava che l’uomo della pena era tornato, mentre l’uomo del delitto rimaneva prigioniero di un fantasma che non esiste più. Che senso ha che lo Stato spenda risorse per rieducare un uomo, se poi ha paura del suo cambiamento e continua a punire, per trentatré anni, un’ombra che non abita più in quel corpo? Se la pena deve tendere alla rieducazione, Filippo Rigano incarna il successo del sistema, ma il sistema è riluttante a riconoscerlo. Tenere ancora Filippo Rigano in un regime di massima restrizione, a ben vedere, è un atto di sfiducia dello Stato verso la sua stessa opera. Tenere un uomo di quasi settant’anni, che ha dedicato metà della sua vita allo studio e alla ricerca anche interiore, nelle stesse condizioni restrittive del 1993, non è “certezza della pena”, è cecità istituzionale. Il cerchio si chiude in quel teatro di Rebibbia, dove la festa di laurea di Filippo Rigano è stata curata egregiamente da Fabio Falbo. È stato lui, “Lo Scrivano di Rebibbia”, a consegnare nelle mani della commissione esaminatrice i volti e le anime contenute nel libro “Naufraghi in cerca di una stella”: un gesto simbolico che unisce due storie diverse ma entrambe incagliate nelle secche di un diritto che sembra aver smarrito la sua bussola umana. Da un lato c’è Filippo, l’uomo che ha riconosciuto l’abisso del proprio reato e con una lettera al Sindaco di Acireale ha chiesto perdono alla sua comunità, ma resta murato vivo nell’Alta Sicurezza. Dall’altro c’è Fabio, l’uomo che, pur dichiarandosi innocente e “riconoscendo” la sentenza come atto d’imperio dello Stato, si vede negato ogni permesso perché la sua verità non coincide con quella pretesa dai tribunali. Nell’uno e nell’altro caso, sembra emergere un messaggio spietato. Non contano la cultura acquisita, il cambiamento interiore, il passare del tempo. Emerge il sospetto che l’unica moneta accettata per riscattare la propria libertà non sia quella del riscatto morale e della scelta della giusta via, ma la “collaborazione con la giustizia”, la via del baratto dei nomi e delle altrui esistenze. Non importa se sei un colpevole rinato a nuova innocenza o un innocente che resiste alla colpevolezza di Stato. Se non “collabori”, sei morto, rimani per sempre un naufrago a cui è vietato approdare sulla terra ferma, nonostante la tua stella cometa brilli ormai di una luce che orienta verso una vita nuova e i valori umani universali. Referendum sulla Giustizia, il risultato oggi è in bilico e l’affluenza sarà decisiva di Nando Pagnoncelli Corriere della Sera, 14 febbraio 2026 Con la partecipazione al 46% favorito il Sì. Il sondaggio politico dell’Ipsos sul voto del 22 e 23 marzo: per ora prevale il No (50,6%). Tra chi vota Pd il 10% per la riforma, nel M5S il 24%. Tra poco più di un mese saremo chiamati a votare per il referendum sulla Giustizia. Essendo un referendum costituzionale, il risultato sarà comunque valido, indipendentemente dal raggiungimento del quorum del 50%+1 degli aventi diritto. La campagna sta entrando nel vivo, ma appare sempre più dominata dal conflitto politico anziché dalla discussione sul merito. Con toni davvero eccessivi, basti ricordare due recenti video, uno che considera gli elettori del No paragonabili agli estremisti di Askatasuna, l’altro che pensa che gli elettori del Sì siano paragonabili ai fascisti che fanno il saluto romano, per non parlare delle polemiche suscitate dalle dichiarazioni del procuratore Gratteri. Ed è probabile che i toni non si ammorbidiscano all’avvicinarsi del voto. Insomma, si tende, come abbiamo più volte detto a proposito del clima politico generale, a mobilitare i propri, a “caricare le curve”. Al momento il referendum non sembra attirare particolare attenzione da parte degli italiani. Solo il 10% infatti si definisce molto informato dei contenuti, il 36% dice di essere abbastanza informato, mentre più della metà ne sa poco o nulla. Il 38% ritiene che sia una consultazione molto importante, il 22% pensa che lo sia almeno un po’, mentre il 40% gli dà poca/nulla importanza o non si esprime. Sui singoli aspetti della riforma circa metà dei nostri intervistati non sa esprimersi, mentre in generale le opinioni tendono a dividersi quasi equamente, sia pur con una lieve prevalenza di chi concorda. Il 27% condivide il fatto che la riforma ristabilisca l’equilibrio tra i poteri, oggi sbilanciati a favore del giudiziario, ma il 25% pensa invece il contrario; il 25% ritiene che si esalti l’autonomia della magistratura, il 24% pensa invece che sia l’anticamera di una limitazione dell’indipendenza dei giudici. L’accordo cresce sulla separazione delle carriere (30% contro il 24% che ritiene inefficace la proposta) e sul controllo della responsabilità dei magistrati e la riduzione del peso delle correnti (30% contro 22%). Il tema centrale è, come è oramai evidente, quello della partecipazione al voto che rappresenta la vera incognita. Oggi il 36% si dichiara certo di recarsi alle urne, il 16% pensa che probabilmente lo farà. Quasi la metà, il 48% ritiene certo o molto probabile che diserterà il voto. Come abbiamo detto molte volte, la stima della partecipazione è piuttosto complicata, influenzata com’è dai toni e dall’intensità della campagna, dal coinvolgimento sui temi, dagli impegni dei singoli che spesso li privilegiano rispetto al richiamo delle urne, e così via. Per questo prevediamo tre scenari distinti in funzione di diversi livelli di affluenza calcolati in base non solo all’intenzione di partecipare ma anche al livello di importanza attribuito al tema. Il primo vede una partecipazione piuttosto contenuta: si stima che solo poco più del 40% si rechi a votare ed è la stima più probabile coi dati di oggi. In questo caso si registra una lieve prevalenza del No con il 50,6% contro il 49,4% del Sì. Un distacco così lieve non consente di prevedere la vittoria dell’una o dell’altra opzione, essendo troppo vicino il dato, ma segnala, quantomeno, una maggiore mobilitazione dei contrari alla riforma. È probabile però che lo svilupparsi della campagna produca una maggiore mobilitazione e quindi una maggiore affluenza. Se si recasse al voto il 46% degli aventi diritto, i risultati favorirebbero il Sì che otterrebbe il 51,5% dei voti validi contro il 48,5% del No. Ancora un distacco ridotto ma con un segnale più evidente di prevalenza del consenso. Infine, se la partecipazione arrivasse al 52% (il livello massimo oggi ipotizzabile) la vittoria del Sì sarebbe decisamente più netta, ottenendo il 53,7% contro il 46,3% del No. In tutti gli scenari vediamo come gli elettori dei partiti di governo sono quasi granitici: gli orientamenti verso il No dell’area di centrodestra vanno dal 2% al 5%. Meno compatti gli elettori di opposizione: con qualche variazione a seconda degli scenari, verso il Sì è orientato dal 10% al 14% dell’elettorato Pd, stabilmente il 24% degli elettori del M5S, dal 27% al 33% degli elettori delle altre liste. Ed è da sottolineare come tra elettori Pd e delle altre liste il sì tenda più o meno sensibilmente a crescere con il crescere della partecipazione. Quindi le stime del risultato al momento sono aperte e difficili da definire in un senso o nell’altro. Sembra chiaro però, e i segnali ci sono da tempo, che per il centrosinistra sarebbe preferibile una bassa partecipazione: le “curve” sono già mobilitate e un maggior afflusso alle urne favorirebbe il Sì, anche tra i propri elettori. Quindi il mancato slittamento della data del voto favorisce tutto sommato questa parte. Per il centrodestra è il contrario, quindi per i sostenitori della riforma sarebbe necessario far crescere la mobilitazione. Con il rischio di esasperare ulteriormente i toni e di far prevalere nelle scelte di voto valutazioni che prescindano dal merito della riforma. Se così fosse è molto probabile che, a seconda del risultato, possano esserci ricadute politiche sulle forze della maggioranza o dell’opposizione. Se la Rai dimentica il referendum di Flavia Perina La Stampa, 14 febbraio 2026 La destra (e anche la sinistra) ha, hanno, avrebbero un formidabile strumento per sottrarre il dibattito referendario alla guerra dei meme scemi o delle provocazioni esorbitanti e fare nella pratica ciò che a parole tutti dicono di volere: una discussione politica sul merito, tra adulti, che parta dalle ragioni del Sì e del No e le metta a confronto oltre gli slogan su chi (gli anarchici, CasaPound, le brave persone, i mafiosi) vota cosa (Sì, No, boh). Lo strumento è la Rai, si chiama servizio pubblico per questo, e gli paghiamo il canone non solo per vedere il curling o Pupo in diretta da Sanremo ma anche per capire in un civile contraddittorio qual è la posta in gioco di una modifica costituzionale che cambierà per sempre l’organizzazione della giustizia. Due delibere di Agcom e Vigilanza, in vigore da ieri, hanno fissato i soliti paletti sul dovere di imparzialità, pluralismo, completezza, ma dentro quei paletti bisognerà pur metterci qualcosa, e se il contenuto saranno i soliloqui a tarda notte delle due parti non ci sarà storia: quelli dei meme scemi vinceranno sempre e la campagna referendaria diventerà una caccia alla gaffe dell’avversario per eccitare le opposte tifoserie. La corsa verso il voto del 22 e 23 marzo ha vissuto finora tre fasi. La prima, quella dell’anarchia dichiarativa, con il ministro Carlo Nordio che diceva alle sinistre “se governerete, servirà anche a voi” e quelle che replicavano indignate “ma allora è vero che è una riforma a misura del potere”. La seconda, quella della reductio ad asinum: è quando, prendendo gli italiani per assoluti ciucci, le due parti si sono scontrate sulle virtù salvifiche del Si o del No: con il Sì mai più casi Garlasco, assalti anarchici, immigrati clandestini (da destra); con il No democrazia salva, deriva trumpiana sconfitta, civiltà giuridica in sicurezza. La terza fase è appunto quella dei meme scemi e dei testimonial al contrario: l’ultimo è Nicola Gratteri con la sua frase sul voto degli ‘ndragnhetisti ma fidatevi, domani ce ne sarà un altro dalla parte opposta pronto a giurare che per il No votano gli amici di Epstein o di Belzebù. Per la quarta fase abbiamo due opzioni. O il servizio pubblico riesce a orientare diversamente il dibattito pubblico, sforzo disperato ma che farebbe onore a una Rai al momento assai ammaccata (e ai suoi dante causa), o passeremo quaranta giorni a discutere sull’agenda costruita dai ragazzini dei meme, quei trentenni social-media-geni che stanno trasformando il Perché Sì e Perché No in un intrattenimento digitale analogo ai gattini che impastano orecchiette (“L’hai vista questa? È top”). Si discute molto sul fatto che Giorgia Meloni dovrà, prima o poi, mettere la faccia sulla chiamata alle urne, ma aspettando lei potrebbero mettercela tutti gli altri, parlamentari, governatori, ministri e capi dell’opposizione, in pubblico dibattito, magari in prima serata, e sarebbe il solo modo di dimostrare che davvero tengono a una discussione seria. Altrimenti resterà il sospetto che a tutti vada benissimo così, e che la riforma sarà pure uno scontro di civiltà ma per i partiti è meglio che lo combattano furieri ed intendenza (hai visto mai che va a finire male). Stalking, direttamente acquisibili gli screenshot dei messaggi Whatsapp realizzati dalla vittima di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2026 Non è necessario acquisire e analizzare il supporto tecnico in cui è contenuta la chat se la parte offesa è attendibile e perché si tratta di corrispondenza non coperta da segreto perché la vittima era parte della stessa conversazione. Lo screenshot dei messaggi Whatsapp scambiati in una conversazione tra parte offesa e imputato di atti persecutori è prova legittimamente acquisita quando non emergano dubbi sull’attendibilità della vittima. Così la Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 6024/2026 - ha rigettato il ricorso dell’uomo che era stato condannato per stalking pur con l’attenuante del parziale vizio di mente dovuto a un’accertata forma di bipolarismo. Il ricorrente contestava soprattutto la mancata acquisizione da parte dei giudici di merito dell’intera chat sviluppatasi tra egli e la sua ex moglie con conseguente acquisizione di una prova “monca” e manipolabile in quanto ridotta al solo Dvd contenente solo gli audio e i messaggi scambiati tra le parti oggetto della fotografie screenshot realizzate dalla parte offesa . Si tratterebbe secondo la difesa quindi di materiale selezionato ad arte da parte della donna. Inoltre, sosteneva il ricorrente che il materiale probatorio fornito dalla parte offesa fosse stato acquisito in violazione dei propri diritti e delle regole di acquisizione delle prove nel processo. La risposta della Cassazione penale è stata che l’acquisizione delle fotografie di parte dei messaggi scambiati con l’ex non necessita di alcun provvedimento giudiziale ad hoc quale il provvedimento di sequestro di corrispondenza previsto dall’articolo 254 del Codice di procedura penale. La messa a disposizione di parti di una conversazione/corrispondenza da parte di uno dei partecipanti a essa fa venir meno la tutela della riservatezza dell’altro conversante. Inoltre, conclude la Cassazione, il ricorrente pur avendo lamentato la mancata presa in visione dell’intera cronologia degli scambi in chat tra lui e la parte offesa ha omesso di fornirla lui stesso facendo decadere il motivo di impugnazione nell’ambito della “perplessità”. Sardegna. Detenuti del 41 bis, Cagliari scende in piazza: “Non siamo il carcere d’Italia” di Claudia Assanti castedduonline.it, 14 febbraio 2026 La manifestazione si terrà sabato 28 febbraio dalle ore 11 in piazza Palazzo a Cagliari, promossa dalla Presidente della Regione Alessandra Todde, dai sindaci dei territori interessati e da cittadini e associazioni sarde, uniti in una mobilitazione ampia e trasversale che supera ogni appartenenza politica. La Sardegna alza la voce e si prepara a una grande mobilitazione popolare contro la decisione del Governo di concentrare nell’Isola tre dei sette istituti penitenziari italiani destinati esclusivamente al regime di 41-bis: Uta (Cagliari), Bancali (Sassari) e Badu e Carros (Nuoro). La manifestazione si terrà sabato 28 febbraio dalle ore 11 in piazza Palazzo a Cagliari, promossa dalla Presidente della Regione Alessandra Todde, dai sindaci dei territori interessati e da cittadini e associazioni sarde, uniti in una mobilitazione ampia e trasversale che supera ogni appartenenza politica. “Non è in discussione la lotta alle mafie né l’esistenza del 41-bis. È in discussione una scelta ritenuta sproporzionata e imposta, che assegna alla Sardegna quasi la metà dell’intero sistema carcerario di massima sicurezza nazionale, senza un confronto preventivo con la Regione e senza una valutazione pubblica degli impatti sociali, economici e territoriali”, si legge nella nota. “Dopo decenni di servitù militari, si profila quella che viene definita una nuova “servitù carceraria”. Una decisione che rischia di gravare su territori già fragili, incidendo sul tessuto economico e sociale, e che comporterebbe anche il trasferimento di detenuti sardi nella Penisola, con pesanti conseguenze per le loro famiglie.” La Presidente Todde aveva già espresso al Ministro Nordio la contrarietà della Regione, ribadendo che la Sardegna non può diventare la “Cayenna d’Italia”. Tuttavia, la decisione è stata formalizzata il 18 dicembre in Conferenza Stato-Regioni senza un reale coinvolgimento dell’Isola e nel mancato rispetto del principio di leale collaborazione tra Stato e autonomia speciale. “La mobilitazione del 28 febbraio sarà una risposta pacifica ma determinata. Cittadini, amministratori, lavoratori, imprese, studenti e associazioni sono chiamati a partecipare per chiedere: la sospensione immediata di qualsiasi decisione esecutiva, l’apertura di un tavolo istituzionale Stato-Regione Sardegna, una valutazione pubblica e indipendente degli impatti e un criterio nazionale equo e proporzionato nella distribuzione delle strutture”. “La Sardegna non è il carcere d’Italia” conclude la nota, “non è una colonia e non è una discarica di problemi”. Con questo messaggio, la presidente Todde, i sindaci e il Comitato “No a nuove servitù” rilanciano un appello all’unità e alla partecipazione democratica. La Sardegna non chiede privilegi: chiede rispetto. Alla manifestazione hanno già aderito, oltre alla Presidente di Regione, il Presidente del Consiglio Regionale, tutti i partiti che compongono il campo largo in Sardegna, i sindaci di Sassari, Nuoro e Uta, il sindaco di Cagliari, il sindaco di Quartu, le giovanili dei rispettivi partiti, Uil, Cisl, SMI (sindacato medici italiani), la Garante regionale per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, l’Associazione “Socialismo Diritti Riforme”, il centro studi agricoli. Nelle prossime ore sono attese numerose altre adesioni di vario genere. Augusta (Sr). La Procura indaga sulla morte di un detenuto La Sicilia, 14 febbraio 2026 Ad Augusta tornano al centro dell’attenzione le condizioni della casa di reclusione, dove - secondo quanto emerso - nell’arco di quindici giorni si sarebbero verificati due decessi presumibilmente legati a overdose. Per la morte di un detenuto originario di Mazara del Vallo, la Procura ha aperto un’inchiesta. Pur senza voler attribuire responsabilità dirette a singoli, i due decessi impongono una riflessione più ampia sul funzionamento del sistema penitenziario. La situazione descritta è quella di un comparto in evidente difficoltà. La Polizia penitenziaria, come riferisce Sebastiano Bongiovanni, già in servizio nel carcere di contrada Piano Ippolito opera spesso con organici ridotti, tra turni gravosi e posti di servizio non sempre coperti. Una carenza strutturale che finisce inevitabilmente per incidere sui livelli di controllo e sulla sicurezza degli istituti. Non è raro, infatti, dare notizia di sequestri di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti effettuati proprio dagli agenti all’interno delle carceri. Operazioni che dimostrano impegno e presenza sul territorio. Tuttavia, alla luce di questi ultimi decessi per overdose, appare evidente che qualcosa continui a sfuggire ai controlli, segno di un sistema che necessita di strumenti più efficaci e di un rafforzamento delle misure di prevenzione. Nel dibattito pubblico, termini come repressione e rieducazione sembrano aver perso incisività, mentre il rischio è che a prevalere sia un atteggiamento di inerzia amministrativa che lascia sulle spalle degli operatori gran parte delle responsabilità quotidiane. In questo contesto viene richiamata anche una recente pronuncia della Corte di Cassazione, che ha riconosciuto una condotta omissiva colposa dell’amministrazione Penitenziaria per non aver predisposto adeguate misure di contrasto all’ingresso di stupefacenti e per non aver garantito controlli sanitari idonei a un detenuto poi deceduto. La decisione è stata adottata esaminando il ricorso del ministero della Giustizia contro la condanna al risarcimento in favore dei familiari di un detenuto trovato in stato di coma nella propria cella e morto due giorni dopo in ospedale. Il fenomeno delle morti in carcere comprende casi dovuti a malattie, overdose, episodi di violenza o cause ancora in fase di accertamento. Proprio per questo, la questione non può essere affrontata con superficialità. Serve un intervento concreto che rafforzi sia la capacità di controllo e prevenzione, sia i percorsi di recupero e assistenza. Avellino. Detenuta 23enne con problemi psichici ha provato a suicidarsi più volte ecodelsannio.it, 14 febbraio 2026 Il 25 dicembre 2025 giunge al Carcere di Lauro per detenute madri una ventitreenne della Guinea, insieme a suo figlio di quasi 2 anni. Già nei giorni successivi si riscontrano forme di autolesionismo e tentativi di suicidio, pertanto viene ricoverata all’ospedale di Avellino. Mentre è ancora detenuta al carcere di Lauro suo figlio viene affidato ad una comunità e lei viene trasferita nella sezione femminile del Carcere di Bellizzi Irpino (Av). Qui tenta di nuovo il suicidio e viene ricoverata all’ospedale di Avellino dove si trova ancora. Sulla vicenda e sul tema della salute mentale nelle carceri sulle criticità connesse a questa permanenza in carcere interviene il Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello: “In Italia la salute mentale nelle carceri è un’emergenza: oltre il 15% dei detenuti (circa 9000 persone, incluse le donne) soffre di disturbi mentali gravi. La carenza di personale psichiatrico, il sovraffollamento e l’uso di psicofarmaci come forma di “sedazione collettiva” sono le criticità principali. Il rischio di autolesionismo e suicidio è elevato. La salute mentale femminile presenta articolazioni specifiche nelle carceri. In Italia le ATSM (Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale) sono 34 di cui solo 4 femminili. Di seguito le ATSM dedicate alle donne: Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto “Vittorio Madia”, Casa Circondariale di Bologna, Casa di reclusione femminile di Trani, Istituto femminile Roma - Rebibbia e anche la Casa Circondariale di Pozzuoli fino alla sua chiusura. Ho denunciato da più di un anno che chiudendo Pozzuoli in Campania non c’è nessuna ATSM per le donne, sullo stesso tema c’è lo scandalo della chiusura delle ATSM per uomini di Sant’Angelo Lombardi e Carcere di Benevento. Chiedo alle autorità competenti dell’Amministrazione Penitenziaria, della Sanità regionale e della Politica nazionale di intervenire. Le omissioni anche su questo argomento sono fatti gravi! Parliamo di persone che hanno un problema in più e che nella maggior parte dei casi non dovrebbero nemmeno stare in carcere. Non possiamo lasciare soli gli agenti di polizia penitenziaria e i pochi operatori sociosanitari, non possiamo abbandonare i detenuti e detenute che hanno una sofferenza psichica, non sono figli di un Dio minore! Il diritto alla salute è fondamentale come ci ricorda la Costituzione”. Attualmente nel carcere per le detenute madri di Lauro ci sono 7 donne e 8 bambini. Trento. Carcere al collasso: 410 detenuti, agenti allo stremo e la rieducazione resta un’utopia di Giuseppe Fin Il Dolomiti, 14 febbraio 2026 “Problemi portati avanti da diversi anni, situazione grave”. “Il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria del Triveneto continua a spostare detenuti dalle altre carceri congestionate di Veneto e Friuli verso quello di Trento, inviando chi tendenzialmente presenta problematiche comportamentali, psichiatriche o di dipendenza” spiegano Paolo Zanella e Francesca Parolari. Fra le richieste anche quella dell’istituzione di un Provveditorato regionale che governi anche il fenomeno dei trasferimenti. Continuo sovraffollamento, carenza cronica di personale della polizia penitenziaria e l’assoluta scarsità di opportunità rieducative e di reinserimento sociale. È questa la drammatica situazione denunciata dai consiglieri del Partito Democratico, Francesca Parolari e Paolo Zanella dopo la visita fatta alla casa circondariale di Trento. Criticità che ormai si stanno portando avanti da diversi anni nonostante le ripetute promesse fatte a livello governativo e provinciale che fino ad oggi hanno portato a poche soluzioni. “Innanzitutto il sovraffollamento che ha toccato la punta record di 410 persone recluse (di cui 41 donne). Il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria del Triveneto - hanno spiegato i due consiglieri - continua a spostare detenuti dalle altre carceri congestionate di Veneto e Friuli verso quello di Trento, inviando chi tendenzialmente presenta problematiche comportamentali, psichiatriche o di dipendenza. Questo porta a un particolare concentramento di persone detenute con gravi problematiche e quindi di difficile gestione”. Anche per questo del Pd viene ribadita la necessità come Regione autonoma, di chiedere l’istituzione di un Provveditorato regionale che governi anche il fenomeno dei trasferimenti, oltre a poter presidiare più da vicino le dinamiche carcerarie locali. Ma quello del sovraffollamento non è l’unico problema che purtroppo si incontra al carcere di Spini di Gardolo. Ad essere arrivata ad un livello critico è la carenza cronica di personale della polizia penitenziaria che, spiegano Zanella e Parolari “oltre a rappresentare un problema in termini di sicurezza interna al carcere, limita la partecipazione delle persone recluse alle (poche) attività lavorative e formative che necessitano comunque di un presidio di sicurezza. Erano 297 ad apertura carcere (per 240 detenuti), ora circa 230 per 410. Attualmente manca personale per garantire un adeguato presidio persino nelle sezioni detentive dove, tra l’altro, l’impianto di domotica che garantirebbe la chiusura automatica delle celle, essenziale per riuscire a impiegare meno agenti, per gran parte delle celle non funziona più e ed è in attesa da anni di interventi manutentivi”. Alcuni detenuti, secondo quanto riportato dai due consiglieri si trovano in condizioni di detenzione di estremo disagio e sofferenza, in particolare per le restrizioni nelle sezioni a regime ordinario (con le celle chiuse gran parte della giornata) e le difficoltà ad ottenere cose che in altre carceri erano garantite, come le telefonate giornaliere (limitate a Trento a 2 alla settimana di 10 minuti, mentre a Padova e Trieste, ad esempio, sono giornaliere, evidentemente anche per ridurre la tensione) o l’utilizzo della lavatrice senza necessità di gettone (qui si lava i vestiti solo chi ha i soldi). Restrizioni che impattano sulla vita carceraria quotidiana aumentando l’insofferenza e anche l’aggressività verso gli agenti. La problematica più rilevante denunciata resta però l’assoluta scarsità di opportunità rieducative e di reinserimento sociale. “Il problema persiste da anni - spiegano i due consiglieri del Pd - ma questa volta moltissime persone detenute si sono lamentate della loro inattività, riferendoci di essere in attesa di uno straccio di occupazione. Sono anni che diciamo che le attività previste con le cooperative che entrano in carcere (assemblaggio cavi, imbottigliamento detersivi, lavanderia, cura dell’orto) e quelle interne (cucina, pulizie) sono del tutto insufficienti rispetto al fabbisogno della popolazione carceraria che appunto è in aumento”. Dopo anni di visite e una situazione che resta immutata, concludono i consiglieri “ci chiediamo cosa stia facendo la direzione del carcere per offrire maggiori opportunità, questione che dovrebbe essere centrale in un carcere. Anche perché il carcere di Spini, pur casa circondariale, ha in prevalenza detenuti con condanne definitive e quindi bisognosi di un percorso di reinserimento definito”. Unica nota positiva si trova nel fatto che rispetto agli ultimi anni sono aumentate le persone che riescono ad andare in permesso, quelle in semi-libertà e quelle con lavoro esterno (ex articolo 21 dell’ordinamento penitenziario), probabile esito dell’aumento dei funzionari giuridico pedagogici, i cosiddetti educatori, passati da 2 a 7, anche se a breve pare torneranno in 5. Firenze. Sollicciano, la direttrice Vitrani: “Il Governo ha stanziato i fondi per la ristrutturazione” novaradio.info, 14 febbraio 2026 Abbattere il carcere fiorentino di Sollicciano “non è un’idea in concreto sul tavolo, i progetti sono altri”, “la situazione delle carceri non è delle più rosee ma il governo se ne sta occupando” altrimenti “non sarebbero stati stanziati fondi per le attività di ristrutturazione che sono in programma e sono in fase di progettazione. Parliamo di opere milionarie che richiedono tempi: non possiamo aspettarci che domani la situazione a Sollicciano sarà risolta, ma riusciremo a vedere qualche cambiamento nel medio periodo”. Così ha risposto a una domanda dei giornalisti Valeria Vitrani, direttrice del carcere di Sollicciano, a margine di una conferenza stampa a Palazzo Vecchio. “Il ministero è presente”, ha aggiunto, “la questione del riscaldamento è un problema atavico di Sollicciano ma il ministero è al nostro fianco. Poi quando le strutture sono in situazioni drammatiche i fondi non sono mai sufficienti: è chiaro che sarebbe necessario un portafoglio senza limiti. Però gli interventi ci sono, laddove non riusciamo a livello locale stanno intervenendo gli altri livelli, quello regionale e quello nazionale. L’attenzione su Sollicciano c’è”, quella “politica e del nostro ministero: non siamo dimenticati anche se all’esterno passano solo notizie negative”. “I limiti ci sono, le carenze strutturali pure e non staremo qui a negarlo però c’è anche tanto altro lavoro - ha spiegato. Come direzione interveniamo con la nostra manutenzione interna che sta facendo un grandissimo lavoro per cercare di sopperire alle gravi mancanze strutturali”. Sul tentativo di fuga, il 5 febbraio, di Vasile Frumuzache, in carcere con l’accusa di essere l’omicida di due donne, e sul tema dell’organico, “sono situazioni delicate - ha concluso - poi su quel caso ci sono accertamenti in corso: il personale c’era e quando è avvenuto il fatto sono accorsi decine e decine di poliziotti. Siamo stati fortunati ma pure bravi, in particolare l’agente che ha agito è stato eroico. Io nel complesso sono soddisfatta di come il personale ha risposto in quella situazione”. Varese. Diritti dei detenuti, Cgil: “Servono percorsi per il reinserimento personale e sociale” varesenews.it, 14 febbraio 2026 Gli esponenti della segreteria varesina sono intervenuti al confronto di approfondimento sul lavoro sindacale negli istituti penitenziari che si è tenuto a Milano. Si è svolto venerdì 13 febbraio il convegno I diritti non si arrestano, un momento di confronto sulle carceri organizzato da Cgil Milano, Varese, Monza e Brianza e Cgil Lombardia alla Camera del Lavoro di Milano. Un momento pubblico di confronto e approfondimento sul lavoro sindacale negli istituti penitenziari e sulla tutela dei diritti dei detenuti, “persone troppo spesso invisibili - sottolineano i promotori - ma pienamente titolari di diritti costituzionali”. Al dibattito sulla tutela dei diritti di chi sta dietro alle sbarre, sono intervenuti anche due rappresentanti della Camera del Lavoro di Varese e dell’Inca di Varese. “Per quanto concerne Varese, il protocollo ha una notevole valenza istituzionale, essendo stato sottoscritto in forza della volontà del Prefetto che grazie alla sua autorevolezza è riuscito nell’intento di coinvolgere le parti sociali, le istituzioni: a partire dai parlamentari e consiglieri regionali della Provincia, fino ai rappresentanti del terzo settore, che a vario titolo operano negli istituti mettendo a disposizione delle persone ristrette le proprie migliori potenzialità - ha dichiarato Francesco Vazzana, responsabile del Dipartimento Politiche sociali della Cgil di Varese -. La finalità condivisa è quella di identificare percorsi atti al reinserimento personale e sociale dei detenuti, concetto non scontato sebbene previsto dalla Costituzione. Infatti per effetto del sovraffollamento e di un’impostazione politica che predilige la dura espiazione della condanna, il regime carcerario assume caratteristiche di pesante afflittività”. Come ha sottolineato ancora Vazzana “la CGIL impegna le proprie risorse - attraverso il Patronato Inca - per invertire questo trend, che non può e non deve essere proprio di un Paese che si consideri civile. Allo sportello accedono in ogni momento disponibile persone che spesso colgono l’occasione per vivere un momento di “libertà” nel buio della detenzione, non è sempre necessario proporre un’istanza precisa, basta avere un contatto, sebbene fugace, con il mondo esterno. Le aspettative di questi individui stigmatizzati e privi di considerazione sono sempre soddisfatte, la prova è data dal fatto che, una volta liberi, la struttura sindacale rappresenta un riferimento in continuità con quanto vissuto durante il periodo di presenza all’interno del carcere”. È intervenuta anche Elisabetta Bellissimo, funzionaria dell’Inca di Varese. “A Busto Arsizio, inizialmente, avevamo pensato a un solo sportello mensile. Ci siamo resi conto quasi subito, però, che un mese di intervallo era troppo lungo per gestire le scadenze e dare continuità alle pratiche. Per questo abbiamo riorganizzato il servizio: ora andiamo lì due mezze giornate ogni 15 giorni. Tenendo conto che il numero di persone che si rivolgono allo sportello sono tra le 15 e le 20 piu’ o meno ogni mezza giornata, questo cambiamento ci permette di seguire meglio le persone e di non far passare troppo tempo tra un colloquio e l’altro. La presenza a Varese è di una volta al mese, mezza giornata, con circa 4/5 persone impegnate”. “Le pratiche gestite durante il corso di questi mesi - continua la rappresentante Inca - sono state principalmente naspi. Per quanto riguarda la Naspi presentate per lavoro svolto alle dipendenze del carcere che sono state respinte abbiamo presentato i ricorsi e abbiamo depositato le cause. Due già positive, la prossima in discussione sarà a maggio. Abbiamo inoltrato alcune domande di invalidità civile, e i verbali sono già stati emessi. Il controllo contributi riguarda in modo particolare persone che stavano lavorando prima dell’ingresso in carcere. Nella maggior parte dei casi i detenuti non sanno se sono stati licenziati dalle aziende presso cui lavoravano prima dell’ingresso in carcere e questo non ci consente di capire se possiamo inoltrare la Naspi. In questo caso prendo contatti anche con i loro avvocati e/o familari per capire se sono in contatto con le aziende”. “Per quanto riguarda la tutela del diritto oltre il carcere - conclude Bellissimo - lascio ai detenuti copie della domanda con indicazione della sede Cgil di Varese e della mail, numero di telefono dove si possono rivolgere per le loro pratiche quando usciranno dal carcere. Una modalità che consente di dare continuità al servizio”. Milano. Housing per detenuti, una proposta per umanizzare la pena di Annamaria Braccini chiesadimilano.it, 14 febbraio 2026 Presentato il progetto dei Cattolici Ambrosiani che ha ottenuto il sostegno del Consiglio comunale: 10 appartamenti di edilizia pubblica per favorire misure alternative alla detenzione e quindi ridurre il sovraffollamento nelle carceri. L’Arcivescovo: “Non si tratta di avere compassione, ma di realizzare la Costituzione”. “Occuparsi del carcere richiede molto pensiero, molta preghiera, molta riflessione giuridica e organizzativa e speriamo che si trovino menti illuminate e determinate per affrontarlo in vista del bene comune. Non si tratta di avere compassione dei detenuti, ma di realizzare la Costituzione che prevede che la pena sia finalizzata al reinserimento nella società”. Con queste parole l’Arcivescovo ha espresso il suo incoraggiamento al progetto di housing per detenuti promosso da “Cattolici Ambrosiani”, aprendo l’incontro di presentazione svoltosi presso le Acli Milanesi. Costituito da professori universitari e laici impegnati provenienti da diverse esperienze che hanno coinvolto politici cattolici presenti in Consiglio comunale e nei Municipi di Milano appartenenti a diversi partiti e schieramenti, “Cattolici Ambrosiani” è uno spazio di confronto e collaborazione nato due anni fa, a seguito delle sollecitazioni dallo stesso Arcivescovo per avviare una riflessione sull’impegno civile e politico. Il gruppo ha maturato una comune riflessione sul tema del carcere e della pena. Da qui è emersa “l’esigenza di un’iniziativa concreta che si ponga come un gesto di speranza per la città, ma anche come possibile modello per altre realtà territoriali, rimarcando come sia possibile una convergenza tra politici di diverse sensibilità e tra questi e la società civile, di fronte alla condizione dei detenuti che chiama tutti a un sussulto di responsabilità e alla ricerca comune di soluzioni”. Così come è stato detto durante l’incontro, moderato da Giorgio Del Zanna e a cui hanno partecipato assessori, consiglieri, docenti e il vicario episcopale, monsignor Luca Bressan. Tutti concordi sulla necessità di offrire soluzioni abitative per chi accede a misure alternative alla detenzione e sul progetto, messo a punto dal raggruppamento in collaborazione con il Comune di Milano, per la realizzazione di alcuni alloggi per detenuti che hanno la possibilità di scontare la pena fuori dal carcere. “Ben vengano queste iniziative: rimettono al centro la persona e l’idea che uno sbaglio non debba condannare un’intera esistenza, perché lo Stato ha il dovere di offrire a tutti una nuova opportunità, un’alternativa perché, come ci ha ricordato il nostro Arcivescovo nel suo ultimo Discorso alla Città, la Costituzione non venga tradita”, ha detto Delfina Colombo, presidente delle Acli milanesi. Secondo quanto ha affermato Emmanuel Conte, assessore al Bilancio, Demanio e Piano Straordinario Casa, per il quale “l’emergenza abitativa si affronta con politiche strutturali, come il Piano Casa del Comune, ma anche con interventi mirati per le situazioni più vulnerabili. Il progetto presentato dal Comune insieme ai Cattolici Ambrosiani va in questa direzione”. Progetto che per Fabio Bottero, assessore all’Edilizia Residenziale Pubblica, “tiene insieme le due maggiori emergenze del presente, quella abitativa e del sovraffollamento carcerario, dimostrando una convergenza trasversale, segno di una volontà importante da parte del Consiglio comunale”. Così anche per Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute, che ha sottolineato che “il tema di dare una seconda opportunità a chi ha commesso un reato è sempre meno sentita, eppure la sicurezza di una società passa da un buon funzionamento del sistema penale e dei meccanismi di reinserimento. Contenere e basta significa solo spostare più in là il problema. Oggi tra 6000 e 7000 persone vivono in strutture finanziate dal Comune, ma quale è la difficoltà di uscire da questi luoghi per persone con disabilità, donne maltrattate, senza dimora? La casa. Per questo il Comune ha deciso un piano di 500 alloggi che, lavorando insieme al Terzo settore, possa favorire un percorso di housing sociale” La necessità dell’housing - Senza mezzi termini l’intervento di Luigi Pagano, a lungo direttore di San Vittore e oggi Garante per i detenuti della Lombardia: “Le carceri attualmente sono fuorilegge, e così si perde di credibilità. La recidiva è intorno all’80-85% della totalità dei detenuti, ma si abbassa moltissimo quando si creano opportunità. Nel carcere di Bollate, che è esemplare in questo senso, siamo intorno al 40-50% di persone recuperate. Molte volte manca il coraggio politico, ma qui si è dimostrato che qualcosa si può fare, anche perché non dimentichiamo che il sovraffollamento viene anche dalla mancanza di housing e di un reinserimento dignitoso”. Secondo la logica del progetto presentato, che prevede appartamenti di edilizia pubblica individuati dal Comune di Milano e da ristrutturare; il reperimento dei fondi per le ristrutturazioni attraverso il sostegno di fondazioni bancarie, altre fondazioni ed enti e associazioni private; l’affidamento tramite bando degli appartamenti a enti gestori del terzo settore che si faranno carico dell’accompagnamento e dell’inserimento sociale dei detenuti accolti e lo sviluppo di percorsi di inserimento lavorativo, con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e private, al fine di favorire percorsi di autonomia dei detenuti. In questo quadro, grande rilievo - notano “Cattolici Ambrosiani” - ha avuto l’odg votato lo scorso 12 gennaio da tutte le forze politiche presenti nel Consiglio comunale di Milano, che invita la giunta “a porre particolare attenzione al tema della riabilitazione e del reinserimento sociale delle persone ristrette, con particolare attenzione a quelle a fine pena e a quelle che non possono godere di misure alternative per mancanza di alloggio, investendo, per quanto attiene alle proprie competenze, in programmi di supporto psicologico, educativo e lavorativo”, destinando 10 alloggi per il progetto di “Cattolici Ambrosiani”. L’auspicio dell’Arcivescovo - “Mi pare che l’opinione pubblica nel suo complesso non abbia simpatia per i detenuti ed è quindi difficile per la politica, che cerca il consenso, affrontare il tema di un carcere che possa favorire il reinserimento dei detenuti e il reperimento di alloggi. Perciò mi sembra che l’idea di partire con un’iniziativa per trovare soluzioni concrete, per qualche detenuto che può praticare una pena alternativa, sia una strada percorribile e anche realistica”, ha aggiunto l’Arcivescovo, concludendo: “Questo non ci esonera da una riflessione più complessiva e da una interlocuzione continua con chi ha la responsabilità dell’organizzazione degli istituti penitenziari, ma auguro che questo segno possa essere come quelle scintille che ne accendono altre”. Roma. Chiuso da 30 mesi lo Sportello del Garante al Cpr di Ponte Galeria: “Migranti senza tutele” di Francesco Esposito fanpage.it, 14 febbraio 2026 Da 30 mesi è chiuso lo sportello del Garante al Cpr di Ponte Galeria a Roma. La consigliera regionale Tidei (Italia Viva) accusa Rocca: “Bloccata la mia mozione per riattivarlo”. A pochi metri dall’autostrada A91 che collega Roma a Fiumicino, c’è una struttura detentiva le cui condizioni igieniche, sanitarie e di isolamento sono spesso state riassunte come “lesive della dignità umana”. È il Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Ponte Galeria, dove immigrati irregolari sono detenuti in attesa di essere rimpatriati nei Paesi d’origine. Negli ultimi trenta mesi il controllo sullo stato del Cpr si è fatto meno costante, limitato a sporadiche visite da parte di parlamentari, ultima l’onorevole Rachele Scarpa a maggio scorso. Quasi tre anni fa ha chiuso lo sportello del Garante regionale delle persone private della libertà personale presso la struttura. “Da luglio 2023 - denuncia la capogruppo di Italia Viva, Marietta Tidei, - il presidente Rocca e la Regione Lazio ignorano una mia mozione approvata all’unanimità dal Consiglio regionale e che impegnava la Giunta a rinnovare il protocollo d’intesa tra Regione, Prefettura e Garante regionale delle persone private della libertà personale per la riapertura dello sportello”. Chiuso da trenta mesi lo sportello del Garante nel Cpr - Nonostante gli sforzi del Garante del Lazio Stefano Anastasìa l’assenza di un presidio stabile potrebbe comportare gravi rischi e il decadimento delle condizioni già difficilissime nella struttura. “Una gravissima inadempienza istituzionale - prosegue Tidei - che colpisce direttamente i diritti civili e umani delle persone trattenute all’interno del Centro, ai quali viene negata questa fondamentale tutela ormai da trenta mesi”. Una mancanza che si va a sommare a condizioni detentive terribili, documentate dagli ultimi report. Celle sudicie, infestate da infetti, materassi ammuffiti, bagni sporchi e bui, pasti scadenti e nessuna attività ricreativa. Si parla, inoltre, di carenze nell’assistenza psichiatrica e nella prevenzione di suicidi, nell’assistenza legale. Una situazione che sembra peggiorata da dopo l’arrivo della multinazionale ORS Group nella gestione del centro. “Parliamo di uomini e donne privati della libertà personale, spesso in condizioni di grande fragilità, ai quali viene oggi negato un presidio essenziale di ascolto e garanzia dei diritti - conclude Marietta Tidei -. È una responsabilità politica precisa che ricade interamente sul presidente Rocca e sulla sua Giunta. Chiediamo l’immediato rinnovo del protocollo d’intesa e la riattivazione dello Sportello del Garante presso il CPR di Ponte Galeria. Ogni ulteriore ritardo rappresenterà una responsabilità grave e inaccettabile”. Le avvocate Montella e Stefanile: “In atto uno svuotamento sistematico delle garanzie” - La denuncia della consigliera Tidei sulla mancata riapertura dello sportello del Garante nel Cpr può contribuire a fare luce su un angolo oscuro di Roma. “Non è solo un ritardo burocratico - commentano le avvocate Tatiana Montella e Martina Stefanile, da tempo attive sul tema dell’immigrazione -. È una problematica che rivela, con crudezza, la logica che governa i Centri di Permanenza per il Rimpatrio: i diritti delle persone straniere non sono tutelati, ma ostacolati”, aggiungono. “Da trenta mesi, chi è rinchiuso a Ponte Galeria - spesso in condizioni di estrema vulnerabilità - è privato di uno spazio essenziale di ascolto, informazione e protezione - aggiungono Montella e Stefanile -. Ma questa omissione non è un incidente: è coerente con una politica sempre più esplicita di svuotamento sistematico delle garanzie. Il 20 gennaio 2026, il Ministero dell’Interno ha emanato una circolare che mira ad aumentare la capienza dei CPR e a ritardare la visita medica di idoneità al trattenimento, aggirando uno dei pochi presidi di controllo sanitario”. Le condizioni dei Cpr potrebbero peggiorare - Intanto nei Cpr continuano a essere rinchiuse persone, spesso richiedenti asilo, che sono state vittime di tortura nel corso del viaggio per raggiungere l’Europa, non indagate di alcun reato, ma sottoposte solo a un fermo amministrativo. Un quadro che potrebbe peggiorare, spiegano le avvocate Montella e Stefanile, “con il nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione, il trattenimento amministrativo rischia di diventare la regola, non l’eccezione, sia all’ingresso che all’uscita dal territorio, senza neppure una legge chiara che ne disciplini le modalità - concludono -. In questo scenario, la richiesta di riattivare lo sportello del Garante a Ponte Galeria è urgente, ma non sufficiente. Non servono più garanzie dentro la gabbia. Serve chiudere le gabbie”. Firenze. Lo sport entra in carcere, con la polisportiva “Solliccianese” di Donato Mongatti Corriere Fiorentino, 14 febbraio 2026 Presentata a Palazzo Vecchio la “Solliccianese”. Il progetto promosso dalla Uisp ponte tra il carcere e la libertà. È l’obiettivo delle attività promosse da Uisp Firenze all’interno degli istituti penitenziari Sollicciano e Gozzini per coloro che godono della custodia attenuata. Lo sport come strumento di reinserimento, per favorire il recupero psicofisico dei detenuti, promuovere relazioni positive fondate su rispetto, cooperazione e regole condivise. Un percorso nato da 15 anni e che ieri ha visto nascere la Asd Solliccianese: una polisportiva che racchiude tante attività, dal calcio al volley, dal podismo al trekking. Ieri in Palazzo Vecchio la presentazione della Associazione e del primo evento che la vedrà protagonista in un torneo di calcio a 11 intitolato allo storico educatore nelle carceri Nicola Zuppa. A prendervi parte, oltre alla squadra di Sollicciano l’istituto superiore Leonardo da Vinci, il Palazzo Vecchio Football Club, San Michele Progetto Dentro Fuori, Ussi Toscana, Rondinella del Torrino e vigili del Fuoco. Le partite si disputeranno sia nell’impianto della casa circondariale, sia all’interno del velodromo delle Cascine e all’impianto La Trave. “La gara inaugurale - ha annunciato Franco Dardanelli, segretario generale della Uisp Firenze - è il 28 febbraio tra Solliccianese e Ussi Toscana”. “La Uisp fa un grande lavoro con i detenuti per ciò che riguarda le attività sportive - ha osservato il direttore del carcere di Sollicciano Valeria Vitrani - Lo sport rappresenta un elemento fondamentale della vita di tutti, a maggior ragione per le persone detenute” che, come ha sottolineato la presidente della Uisp Firenze Gabriella Bruschi “in questo modo possono diminuire l’abuso di farmaci, soprattutto antidolorifici”. “Una volta di più si riconosce lo sport come centrale per la vita delle persone - ha osservato l’assessora allo sport Letizia Perini - perché significa libertà, autonomia, educazione e benessere. Dare la possibilità a tanti detenuti di fare attività motoria o di praticare una disciplina sportiva vuol dire regalargli anche salute”. “Il progetto - ha aggiunto l’assessore al welfare Nicola Paulesu - dimostra una forte attenzione alla situazione dell’istituto penitenziario di Sollicciano ma con una prospettiva diversa, volta a creare nuove opportunità. Questo non significa negare problematiche e criticità ma significa, piuttosto, avere uno sguardo diverso, nuovo che guarda alle risorse, alle positività”. Sondrio. Sport e speranza dietro le sbarre di Fabio Landrini laprovinciaunicatv.it, 14 febbraio 2026 Sport come speranza e riscatto all’interno della casa circondariale di Sondrio. La nuotatrice paralimpica Xenia Palazzo e lo sciatore Pietro Zazzi hanno incontrato i detenuti. Un pomeriggio diverso dal solito, fatto di parole che pesano come medaglie e di storie capaci di accendere una luce che passa anche dietro le sbarre. Alla casa circondariale di Sondrio l’incontro con due atleti del gruppo sportivo delle Fiamme azzurre ha trasformato la sala in un luogo di ascolto e confronto, nel segno dello sport e della speranza. “Abbiamo avuto il piacere di ospitare con noi la campionessa paralimpica Xenia Palazzo - ha spiegato la direttrice Ylenia Santantonio. Per noi è un onore. Questa iniziativa nasce anche dal fatto che la campionessa appartiene alle Fiamme azzurre e, in tema Olimpiadi di Milano-Cortina, abbiamo trovato l’occasione giusta per ospitarla nel nostro istituto. Vogliamo dare testimonianza del suo vissuto e delle sue vicissitudini personali e professionali tanto alla popolazione detenuta quanto al personale di polizia penitenziaria, come esempio di motivazione di vita e anche professionale”. L’appuntamento si inserisce in qualche modo tra le iniziative legate alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 e rafforza il legame tra istituzione penitenziaria e territorio, mettendo al centro il valore rieducativo dello sport. A sottolinearlo è stato il comandante di reparto, il commissario capo Francesco Fontana: “Questa è un’iniziativa particolare soprattutto nella cornice dei Giochi. È partita dalla volontà della direzione di dare voce agli atleti appartenenti al gruppo sportivo delle Fiamme azzurre come testimoni di questa iniziativa, non solo per garantire l’ordine e la sicurezza, ma anche per rispondere alle esigenze della popolazione detenuta, che sono quelle di garantire la speranza nell’ambito del reinserimento sociale”. Fontana ha rimarcato come la rieducazione sia possibile “grazie all’impegno costante e continuo del corpo di polizia penitenziaria”, rappresentato anche da questi atleti chiamati a portare una testimonianza concreta. Protagonista della giornata è stata Palazzo, plurimedagliata nel nuoto paralimpico, con due ori, un argento e tre bronzi, ma anche agente del Corpo. “È un’emozione molto, molto forte - ha confidato -. Non sempre c’è la possibilità di farlo e io, assieme ad altri atleti, ho questa fortuna. Parlo non solo come atleta paralimpica, ma anche come agente della polizia penitenziaria. Raccontare la mia vita serve per dire a loro che, nonostante tutte le difficoltà, uno può raggiungere tutto, veramente tutto. Non importa quanto tempo ci si mette, ma quanto ci si crede e soprattutto avere speranza”. La storia della sua vita, dell’infanzia complicata dalla disabilità, dei sacrifici dei suoi genitori, ma soprattutto dal suo riscatto grazie alla pratica sportiva e al nuoto “dove non ci sono carrozzine o altri supporti e siamo tutti uguali”. Accanto a lei Pietro Zazzi, sciatore azzurro, non presente sulle piste di Milano Cortina a causa di un infortunio, che ha condiviso con i detenuti la propria esperienza sportiva e personale. “Per me è un motivo di orgoglio essere qui a parlare. Purtroppo non sono riuscito a rappresentare il Corpo alle Olimpiadi perché mi sono infortunato, ma raccontare lo sport e la fatica che c’è dietro la carriera può essere un segnale positivo. Spero di far passare un buon pomeriggio”. Un incontro che ha unito divise e corridoi, piste da sci e corsie d’acqua, dimostrando come la disciplina e la determinazione possano diventare strumenti di riscatto, dentro e fuori dal carcere. Radio. Frequenze d’evasione di Davide Dionisi L’Osservatore Romano, 14 febbraio 2026 Dal carcere all’etere: il potere della radio dietro le sbarre. Raramente ha raccontato il carcere dell’evento occasionale e magari drammatico che viene ripreso dalle testate più ufficiali. Ha puntato sul carcere di ogni giorno, quello che il detenuto vive tra la sua cella, le ore d’aria, il colloquio con i familiari o con gli avvocati. I piccoli e grandi malfunzionamenti, le esperienze virtuose, le buone prassi, le storie di molti compagni che l’istituzione non riesce a intercettare, le opinioni di chi vive dietro le sbarre, le conseguenze di scelte politiche e amministrative e così via. È la radio, lo strumento che si occupa, e preoccupa, più degli altri media di chi vive lo stato di detenzione, il mezzo per eccellenza che è capace di trasmettere dibattiti relativi ai problemi dei ristretti, al futuro reinserimento, alle condizioni di chi è privato della libertà, interviste con avvocati, giudici, sociologi, musica e notizie più vicine al loro mondo. “Qui Radio Feltham, ecco le notizie: domani spezzatino e broccoli, il riscaldamento inizierà a funzionare presto, due secondini sono andati in pensione”. Iniziava così, il 7 settembre 1993, una delle prime edizioni dell’emittente britannica che trasmetteva dal più grande penitenziario minorile d’Europa, il Feltham Young Offenders Institution, alle porte di Londra. Si intuì subito che, almeno tra i giovani, lo strumento avrebbe potuto abbattere la recidiva e soprattutto contenere il numero dei suicidi che, allora, nella struttura di pena della capitale se ne contavano quattro l’anno. Con gli anni le iniziative si sono moltiplicate fino ad ottenere riconoscimenti importanti. Su tutti, quello di Electric Radio, l’emittente curata dai detenuti del penitenziario londinese di Brixton, che nel 2009 trionfò ai prestigiosi Sony Radio Awards, gli “Oscar” della radio dove a contendersi il podio sono normalmente la Bbc e le grandi emittenti commerciali. “In un carcere poco permeabile alle nuove tecnologie la radio resta per le persone private della libertà uno dei maggiori ponti con il mondo esterno” spiega Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, conduttore e curatore del programma radiofonico e blog Jailhouse Rock su Radio Popolare. “Un tempo si vietava l’FM. Ancora oggi però la radiolina non è data in dotazione a tutti i detenuti. Eppure ciò dovrebbe accadere. Noi mandiamo in onda la voce dei ristretti. Loro curano notiziari e cantano le cover degli artisti di cui ci occupiamo nella trasmissione. Jailhouse Rock ha 15 anni di vita e oltre 500 puntate; capita ancora che qualcuno ci riconosca per strada dalla sola voce. Che emozione. Evviva la radio che fortunatamente ha i tempi lenti della formazione culturale e non quelli frammentati e frenetici dei social”. Per Riccardo Arena, storico conduttore di Radio Carcere su Radio Radicale, sono tre le parole che sintetizzano l’insegnamento che una rubrica del genere ha regalato alla sua carriera: conoscenza, immedesimazione e appartenenza. “La conoscenza di quei luoghi osceni e insalubri che sono le celle che compongono le galere italiane. Celle dove non c’è spazio né per i corpi né per la speranza. Celle che, così come sono fatte o come vengono utilizzate, non dovrebbero neanche esistere nel nostro ordinamento perché violano la legge dell’ordinamento penitenziario” ripete Arena, aggiungendo che: “Si tratta di celle che contengono tante vite diverse tra loro, esistenze che, invece di ricevere un trattamento individualizzato, restano mischiate e indistinte, come se fossero circondate dalla nebbia. Celle da cui le persone escono tutti nello stesso modo. Colpevoli o innocenti che siano. Gli occhi nel vuoto, un sacco della spazzatura in mano e ovviamente più disperati di prima, perché una pena crudele è sempre una pena ingiusta. Anzi, non tutti escono così. C’è chi esce prima. Sono quelli che rinunciano a vivere. Come si dice in gergo si fanno una corda, fabbricano un cappio rudimentale con una maglietta o con un lenzuolo e una notte si impiccano nel bagno della cella perché non reggono a quel degrado e a quella disumanità”. Arena ribadisce che: “Occuparmi di detenzione con Radio Carcere mi ha insegnato l’immedesimazione nell’altro (valore assai fuori moda). Perché loro e non io? Domandava giustamente Papa Francesco. Ecco, immedesimarsi in chi è stato meno fortunato di noi. Non sentirsi migliore, immune dall’errore, o meglio, dalla galera. Ma anche immedesimarsi in quelle persone che in carcere, oltre alla dignità, vengono private della speranza. Una negazione della speranza che dovrebbe interessare tutti noi cittadini perché, come ricordato dal presidente, Sergio Mattarella, crea insicurezza, alimenta l’industria del crimine e allo stesso tempo condanna all’ergastolo, non tanto i corpi delle persone detenute, ma il loro futuro. E il motivo” chiarisce “è tanto semplice quanto grave: oggi la pena scontata in carcere è tempo sospeso e non è, per tante, troppe persone detenute, un’occasione di scelta per un futuro migliore così come prevede la legge”. Infine, evidenzia il conduttore: “Radio Carcere mi ha insegnato l’appartenenza. Ovvero, capire che in una democrazia fondata sullo Stato di Diritto tutto si lega e tutto si armonizza. Non ci sono mondi separati, non ci sono luoghi da tenere nascosti, non ci sono istituzioni estranee ai cittadini e non ci dovrebbero essere, almeno in teoria, cittadini estranei alle istituzioni soprattutto a quelle periferiche. Ospedali, scuole, centri per l’impiego e, ovviamente, le carceri. Sì le carceri sparse per l’Italia, dove singole persone, sia i custodi che i custoditi, subiscono lo stesso degrado”. Ma i veri protagonisti sono, e continuano ad essere loro, i ristretti: “Ricordo con profonda emozione l’esperienza vissuta nel carcere di Paliano con l’arrivo di Radio Vaticana e il progetto Il Vangelo dentro” racconta Ciro Pianese, ex detenuto nell’Istituto del frusinate e uno dei più attivi collaboratori delle trasmissioni radiofoniche dell’emittente pontificia. “Ricordo ancora Suor Rita Del Grosso che, in accordo con Nadia Cersosimo, allora direttrice della casa di reclusione, ci annunciò il progetto: la lettura e il commento del Vangelo seguiti da un’intervista radiofonica che, in stretta relazione a quanto letto, ci poneva alcune domande. L’idea che la mia voce potesse uscire fuori da quelle mura così alte mi intimoriva” continua Pianese. “Sembrava quasi surreale e inimmaginabile. La voce fuori era come un segno di vittoria, di orgoglio. La mia voce oggi non avrà confini pensavo. La radio, ascoltata ovunque, avrebbe dato a me e ai miei compagni la possibilità di esprimere liberamente il nostro pensiero in linea con quanto letto, liberi da interruzioni, giudizi e pregiudizi. La voce tremolante divenne sempre più ferma e convinta di ciò che dicevo ed esprimevo. Sono certo che quel progetto sia stato frutto di una grande esperienza fatta di empatia, rispetto e amore, al pari del progetto I Cellanti (altro programma della Radio Vaticana, ndr). In quest’ultimo - prosegue - potevamo sentirci liberi di un confronto con il giornalista conduttore. Personalmente, negli incontri successivi, il contesto era talmente bello e l’attesa di partecipare al progetto così forte che non vedevi più il microfono: stavi conversando con un amico. Questo progetto, insieme ad altri di uguale misura e scopo, mi ha condotto in un viaggio introspettivo denso e pieno di emozioni, verso un miglioramento radicale circondato da amore e fiducia”. Pianese poi racconta cosa ha rappresentato quell’esperienza nella sua vita una volta ottenuta la libertà. “Nel tempo ho ripreso gli studi, mi sono laureato e oggi sono impiegato presso una nota azienda. Rifarei altre mille volte quelle esperienze con la radio e con le stesse persone, non cambierei nulla. La radio mi ha tenuto compagnia nelle celle più isolate per mesi, mi dava speranza in qualcosa di migliore e mi portava fuori da quel recinto fatto di mura e grate, per poi nel futuro riservarmi l’emozione di utilizzarla non più solo come momento di ascolto, quindi per arrivare a me dentro le mura, ma come megafono per arrivare al di fuori”. Libri. “Maranza”, oltre lo stereotipo di Marco De Vidi Il Manifesto, 14 febbraio 2026 Due recenti libri indagano la criminalizzazione e la fobia verso i giovani italiani di seconda generazione. Come la musica, in particolare la trap, rappresenti per molti un veicolo di riscatto. L’approccio implacabile di Baby Gang e Simba La Rue. “Preferite i maranza o i ragazzi che vanno a scuola per dieci anni, e poi possono chiedere la cittadinanza e diventare cittadini italiani? Perché i maranza sono quelli che non vanno a scuola e vanno a delinquere in mezzo alla strada. E io i maranza non li voglio”. Così si esprimeva il ministro Tajani, quest’estate, durante una discussione sullo ius scholae. Quando il panico morale, e i suoi discorsi intrisi di razzismo, arrivano ai vertici delle nostre istituzioni, significa che il gioco è fatto, si è creato il nemico perfetto, il capro espiatorio buono per tutte le occasioni. Sono i maranza i nuovi “diavoli popolari”, l’oggetto da temere, lo spirito deviante pronto a sconvolgere e armare le nostre periferie, a infestare l’ordine pubblico, a sovvertire gli stessi criteri estetici, con quell’abbigliamento vistoso e inelegante e quella colonna sonora identitaria e fondante, la trap, capace di appassionare milioni di ascoltatori eppure continuamente criticata perché emblema del cattivo gusto musicale. Prospettive - Due libri usciti nelle scorse settimane provano ora a farci capire meglio chi siano e cosa vogliono, i maranza: “Pisciare sulla metropoli” (DeriveApprodi) di Tommaso Sarti, ricercatore in scienze sociali all’università di Padova, e “La periferia vi guarda con odio” (Agenzia X) del giornalista musicale Gabriel Seroussi, collaboratore tra gli altri di Rolling Stone e Rivista Studio. Due prospettive complementari che indagano la fobia e la criminalizzazione verso i giovani italiani di seconda generazione, e il modo in cui questi cerchino riscatto e legittimazione. Il lavoro di Sarti si focalizza in particolare sull’autorappresentazione che i maranza costruiscono di sé. La stessa definizione di seconde generazioni a loro sta stretta, è problematica. “Se nel contesto del nuovo ordine postcoloniale, il razzismo si organizza come un sistema di caste sociali - osserva il ricercatore -, in cui i figli dei migranti ereditano la condizione di subalternità assegnata ai loro genitori, le cosiddette “seconde generazioni” mettono in crisi il paradigma dell’immigrazione basata sulla temporaneità”. Questi giovani, spesso nati in Italia, non hanno alcuna intenzione di sottostare alle implicite regole di subalternità e giocare il ruolo del buon immigrato, facendosi sfruttare sul lavoro, vivendo confinati nei quartieri popolari, condannati a non poter migliorare il loro status sociale. I maranza invece esistono, prendono parola, cercano un riconoscimento in quello che è lo spazio pubblico. Musica e religione, vissuti in modo nuovo e personale, diventano i due strumenti principali di emancipazione. “Sono una ragazza afrodiscendente cresciuta in Italia. Figlia di chi ha attraversato il mare per dare un nome al futuro - scrive Chadia Rodriguez, rapper nata in Spagna da genitori di origine marocchina, cresciuta a Torino, nell’introduzione al volume di Sarti -. L’islam, la cultura dei miei genitori, la lingua di casa, sono la mia radice invisibile. Sono le cose che mi abitano, anche quando non si vedono”. E così descrive il suo primo approccio con la musica: “Il rap è stato il mio primo specchio. Un modo per esistere senza dovermi spiegare”. Invisibili - È un discorso che vale per molti altri giovani italiani di origine straniera, araba e africana in particolare. Fino a prima del 2016, l’anno in cui la trap è esplosa in Italia, nel mondo della musica gli italiani di origine straniera erano invisibili, quasi non esistevano, di certo nessuno fino a quel momento (tranne forse Amir Issaa) era stato in grado di arrivare al mainstream, di farsi trasmettere nelle radio, di entrare in classifica, di comparire in tv. Poi sono arrivati l’italo marocchino Maruego, Tommy Kuti, di origine nigeriana, con il suo brano Afroitaliano, Mudimbi, per metà congolese, la stessa Chadia Rodriguez, e poi Ghali, figlio di genitori tunisini, e qualche anno dopo la nuova generazione, in particolare con Simba La Rue, nato a Tunisi e cresciuto vicino a Como, e Baby Gang, nato a Lecco da genitori marocchini, questi ultimi rappresentanti di un approccio criminale, più aggressivo tanto nei testi quanto nello stile di vita. In un decennio, attraversando i molti stili derivati da rap, trap, drill, grime, afrobeat, questi artisti sono riusciti ad emergere, intercettando un bisogno rimasto sopito fino a quel momento, e cioè la necessità di un’intera generazione di italiani di seconda generazione di trovare rappresentazione, vedere riconosciuta la propria identità, sentirsi parte di un movimento musicale nuovo, la trap in particolare, che qui ancora non esisteva e che si andava piuttosto a cercare tra i nomi dell’hip hop francese e della scena drill proveniente dal Regno Unito. È la musica a fare da collante, a permettere che in tanti possano immedesimarsi, riconoscersi, sentire che le singole esperienze di sradicamento, discriminazione, l’esser sminuiti, sono condivise. L’altro mezzo, capace di ridare un senso individuale e al contempo creare comunità tra questi giovanissimi avidi di simboli identitari, è la religione. Ma si tratta di una versione dell’islam diversa da quella vissuta dai loro genitori, rivisitata, aggiornata, non dogmatica e più contemporanea, che vuole confrontarsi con i problemi quotidiani di giovani che cercano anche una bussola morale in paesi in cui sono magari nati e cresciuti sentendo di incarnare un’alterità insuperabile. Sarti la racconta nel suo Pisciare sulla metropoli incontrando alcuni giovani membri dell’associazione Strong Believer, che cerca di ripensare l’islam in rapporto alle nuove realtà che si trovano a vivere, molto diverse da quelle dei propri genitori o dei paesi d’origine delle proprie famiglie. È un fenomeno non solo italiano, ma che riguarda molte realtà in contatto tra loro in tutta Europa. Da rivendicare, senza nascondersi. La musica, in questa nuova identità musulmana, non viene ostracizzata, anzi diventa una chiave importante per esprimere l’universo di elementi legati alle migrazioni, alla religione, a una lingua da inventare. Del resto, l’intreccio tra radicalismo nero, Pantere Nere, Black Muslim, Nation of Islam, fa parte della storia stessa della cultura hip hop, ed è alla base delle grandi innovazioni introdotte da musicisti come Afrika Bambaataa e Public Enemy. Ma l’aspetto religioso, in particolare con i rigurgiti islamofobi post 11 settembre, non smette di costituire, agli occhi di troppe persone, una costante minaccia. I luoghi - Il lavoro di Seroussi riparte invece dalle periferie, che sono i luoghi in cui l’emarginalizzazione è più evidente. In quartieri imbruttiti e con servizi scadenti, senza spazi di ritrovo, dove povertà e razzismo persistono, “si può dire che il rap sia uno dei pochi spazi di possibile legittimazione culturale per persone altrimenti sistematicamente marginalizzate”. Con sguardo da insider, in un lavoro denso e sfaccettato, Seroussi ci porta a Genova a conoscere Helmi e il collettivo Genovarabe, discute dell’anima migrante di Torino attraversata dalle diverse generazioni di rapper e trapper, da Ensi di origine siciliana a Sem, i cui genitori arrivano dal Marocco, esplora le contraddizioni di San Siro, quartiere che più di tutti sembra condensare gli stereotipi dell’allarmato grido dei benpensanti, e che d’altra parte è il principale punto di riferimento per la scena trap, non solo milanese ma nazionale. “Si è accentuata la frattura tra centro e periferia - spiega Paolo Grassi, antropologo urbano e ricercatore universitario, intervistato da Seroussi -, e le periferie raccolgono in larga parte le persone con meno risorse. Milano, come la maggior parte delle città italiane, è una città sicura. È vero che in una città sempre più polarizzata alcuni gruppi di giovani hanno iniziato a far sentire maggiormente la loro presenza, talvolta anche attraverso atti devianti. Certe azioni possono essere lette come una forma di rottura: la rottura di confini simbolici e sociali, una sfida al posizionamento imposto”. Diventa emblematica in questo senso la vicenda del videoclip di Rapina, brano di Baby Gang e Neima Ezza, girato proprio nel quartiere di San Siro. Nel 2021, con le rigide restrizioni che ancora regolano la lenta uscita dalla pandemia, i due trapper chiamano a raccolta i loro fan per girare il video. Arrivano in più di 300, senza autorizzazioni. Qualcuno chiama le forze dell’ordine, e da qui la tensione esplode subito, con lanci di oggetti, sassaiole, scontri pesanti con la polizia. A Baby Gang verranno dati tre anni di condanna per aver fomentato i disordini. “San Siro torna sotto i riflettori - continua Grassi nell’intervista di Seroussi -, e cambia etichetta, diventando la banlieue milanese, categoria che richiama immediatamente il contesto francese e la narrazione sugli scontri tra giovani e polizia nelle periferie di Parigi”. Sono giovani, musulmani, non bianchi. Rappresentano il forte cambiamento che sta trasformando la società italiana, dato che negli ultimi vent’anni (Seroussi cita i dati Censis del 2024) tra gli 11 milioni di nuovi nati più del 17 per cento sono figli di coppie formate da almeno un genitore straniero. E di questi, quasi due terzi hanno subito comportamenti razzisti in prima persona, a scuola, per strada, oppure da parte delle forze dell’ordine (la polizia italiana è stata recentemente richiamata dal consiglio d’Europa per le pratiche di racial profiling). I maranza, certo, grazie a questa musica hanno trovato un simbolo identitario, una forma di espressione propria, peculiare. Ma il fatto è che anche agli altri, ai loro coetanei, questa musica, questo look, questo atteggiamento, piacciono. E in tutto questo, “il successo trasversale del rap, per anni osteggiato dal sistema dell’intrattenimento italiano, sta producendo cambiamenti sociali e culturali significativi che una parte dell’Italia vede come pericolosi”, osserva Seroussi. La questione francese - Leggendo questi testi è impossibile non tornare a due volumi recenti, entrambi pubblicati in Italia da DeriveApprodi, opera di due autrici che partono dalla Francia per raccontare le dinamiche delle periferie di tutta Europa. Il primo è Restare barbari, della scrittrice Louisa Yousfi, il secondo è il libro dell’autrice Houria Bouteldja, Maranza di tutto il mondo, unitevi!, che mette insieme un’approfondita analisi storico politica con l’invito all’azione. Entrambe le autrici sono di origine francese e algerina, e anche questa doppia appartanenza viene problematizzata, messa in discussione. Come osserva Yousfi, il barbaro rappresenta uno stereotipo, ma in qualche modo se ne appropria, lo rovescia, lo usa come arma, sbeffeggiando una società che ne è spaventata. Di questa paura, in qualche modo, si nutre. E il rap e la trap ne sono i linguaggi più importanti, per quella capacità di creare cortocircuiti, di essere crudeli, incisivi, di scavare a fondo mostrando tutte le contraddizioni di chi da un lato cerca approvazione e dall’altro sa che sarà eternamente un corpo estraneo, anche in senso letterale, di corpo differente, sempre razzializzato. Per l’Italia, Baby Gang forse è l’esempio principe di questa dinamica, un ragazzo che è stato in carcere minorile e che, anche grazie all’attenzione di una comunità educativa (nel libro di Seroussi c’è un’interessante intervista a don Claudio Burgio, animatore di questa realtà), è riuscito a trovare una forma in cui esprimere tutta quella rabbia, le difficoltà vissute da chi cresce e mai supererà, forse, l’emarginazione, che ancora sta pagando con nuovi arresti e la difficoltà di fare musica con continuità. Ma viene in mente anche una figura come Bello Figo, autore di una assurda hit come Non pago affitto, davvero difficile da prendere sul serio, eppure invitato più volte in tv a far impazzire i politici di destra convinti che quei testi rispecchiassero il vero pensiero della popolazione migrante. È in questa provocazione continua, radicale, anche paradossale, che si esprime l’essere barbari, e anche solo l’atto di svelare quello che accade in questo mondo, disseminarne le spore che partono dalle banlieues e dalle periferie e si diffondono ovunque, nelle classifiche, nelle riviste di moda, nelle playlist di ogni dodicenne, è un atto di rivolta, di rifiuto di sottostare alla categorie imposte da qualcun altro. Perché, come approfondisce la lezione di Maranza di tutto il mondo, unitevi!, la condizione dei maranza è paradigmatica, poiché qui convergono gli assi portanti che costituiscono lo stato moderno, di cui il razzismo è un componente fondante, originario, e non una sventura accidentale imputabile a poche persone ignoranti. È un’impostazione del discorso che rende questi nuovi mostri urbani il centro di un cambiamento possibile, auspicato, liberatorio per tutti. Razzismo, patriarcato, capitalismo, segregazione urbana, non sono che i diversi aspetti di un medesimo e pervasivo apparato di potere che usa la stessa artificiale invenzione razziale per mantenere ben salda l’apparentemente insuperabile composizione di classe. E i bianchi poveri, i beauf, non fanno che accondiscendere il ceto al potere abboccando al razzismo, invece di comprendere che allearsi con i maranza può voler dire forse, finalmente, abbattere uno dopo l’altro tutti i dispositivi all’opera per soggiogare chi è sfruttato. Paradigma - Non è semplice riconoscere la pervasività di questi meccanismi neanche da vicinissimo. Louisa Yousfi, in chiusura al suo Restare barbari, si interroga su quanto sia corretto che il suo lavoro parli quasi esclusivamente di giovani maschi, che incarnano un paradigma, ma non subiscono, per lo meno, quel potere discriminatorio, schiacciante, chiamato patriarcato. E allo stesso modo, nel libro di Seroussi, davvero ricco di spunti, due artiste come LaHasna, autrice italiana e marocchina, e Linda, rapper di origini ivoriane, riflettono su come il loro sia un percorso solitario, senza modelli di riferimento, senza una vera scena attorno a loro che non sia quella dei maschi. I quali giocano sugli stereotipi, che funzionano benissimo anche per le case discografiche perché sono ottimo materiale di marketing per vendere più dischi. “Io ho rifiutato lavori e interviste per questo, perché non voglio essere strumentalizzata. Io non sono un cliché, e ne vado fiera”, spiega LaHasna intervistata nel libro. Le modalità della discriminazione vanno smascherate, una a una. Perché quel potere che si regge anche sulla creazione di nuovi diavoli da isolare, ogni tanto mostra il suo vero volto, a ricordarci chi è che dovremmo davvero temere. Un anno fa il 19enne Ramy Elgaml, giovane di origini marocchine residente nel quartiere Corvetto, a Milano, è morto dopo un incidente sullo scooter guidato da un amico, inseguito da una pattuglia di forze dell’ordine. Ora ci sono sette carabinieri indagati per omicidio stradale e per aver cercato di cancellare le prove e intimidire i testimoni, allo scopo di depistare le indagini. Un amico di infanzia di Ramy, Mahmoud Mohamed, nato in Libia da genitori di origine marocchina ed egiziana, è morto a 21 anni lo scorso maggio, sempre facendo un incidente in scooter, perché timoroso di fermarsi al posto di blocco della polizia. E mentre media locali e nazionali continuano a confondere le acque, mettendo insieme violenza giovanile, maranza, trap, baby gang, in diverse città italiane i movimenti neofascisti si mobilitano, organizzano ronde, appendono striscioni contro i giovani di origine straniera. Nessuno ormai si scandalizza troppo quando il capro espiatorio viene ucciso veramente, chissà che anzi non serva a placare l’ansia collettiva, almeno per un po’. Ma non è detto che fili tutto liscio. Come osserva uno dei giovani intervistati nel libro del sociologo Tommaso Sarti, “prima o poi scenderemo in piazza o in strada, è questione di tempo, è questione di tempo perché tutti c’hanno una rabbia che fidati è bella accesa”. I social sono il contrario della letteratura di Nadia Terranova* La Stampa, 14 febbraio 2026 Per alcuni anni della mia vita, ho tenuto delle pagine a mio nome su dei social network. Non davo troppa importanza alla cosa, mi ero iscritta per curiosità, ero rimasta per abitudine, per un certo periodo mi è sembrato normale aggiornare quelle comunità comunicando gli appuntamenti pubblici che riguardavano il mio lavoro, le copertine dei miei libri, commentare episodi di cronaca - quest’ultima cosa la facevo poco, il sistema editoriale malandato e a tratti patologicamente malato in cui viviamo mi sembrava, sotto sotto, comunque dotato di anticorpi più robusti dell’autopubblicazione selvaggia invasa da incontrollati sproloqui e monologhi autocelebrativi. Così, nell’epoca dell’uno vale uno e del diritto di chiunque a esprimere qualsiasi opinione su qualsiasi argomento a qualsiasi ora, con cautela usavo i social network - non per produrre articoli o racconti letterari (se la libertà della disintermediazione è scrivere gratis per accrescere il capitale di miliardari americani: no, grazie, meglio il sistema malandato), ma per rilanciare, così pensavo, ciò che scrivevo altrove, sui giornali, nei miei libri. In quegli anni, dei social network mi piacevano (e se ci penso continuerebbero a piacermi) il rapporto diretto con i lettori (alcuni davvero splendidi), l’immediatezza del riscontro della scrittura, un po’ da vecchio feuilleton, ma soprattutto la sensazione di veicolare via social un sostegno alla cara vecchia carta stampata: condividevo i titoli dei miei articoli e certi lettori commentavano postando la foto del giornale appena comprato perché avevo suscitato voglia di leggere tutto il pezzo. Anche oggi ho salvato un’edicola, mi dicevo; chissà, invece magari loro fotografavano il giornale trovato sul tavolo del bar. Tutto, da quelle parti, può rivelarsi un’illusione. Io però ero felice non per il giornale in sé, ma per il regalo che quel lettore faceva a sé stesso, alla sua concentrazione: un pezzo di carta - o di schermo - definito, dove la lettura ha un inizio e una fine, dall’abbrivio alla conseguenza, e poi basta, stop. (L’illusione di leggere all’infinito creata dallo scrolling è la morte della lettura: se c’è una cosa che i social network ci hanno dimostrato plasticamente è che da quando possiamo leggere senza limite non leggiamo più nulla.) Insomma, dei social mi piaceva soprattutto quello che social non era, così un giorno in un solo istante, ho cancellato, per sempre e senza rimpianti, le mie pagine. E, a riprova della loro natura effimera, dal giorno dopo è stato come non averle mai avute. Nel tempo che ho passato sui social non mi ero mai posta il problema del consenso, da nativa analogica non ho mai pensato di “essere” qualcuno o qualcosa on line, non ho mai dato a quelle pagine l’importanza forse anche eccessivamente nobile che do a un libro o a un articolo. E se non sono - perché fra gogne, polarizzazioni e autocensure dichiarate, è evidente che non lo siano - il luogo dove esprimere un’opinione e discuterla e difenderla, non ho più trovato una risposta alla domanda: a cosa mi servono, se poi quello che devo dire lo dico altrove? In questo specifico senso ho avvertito dentro di me la censura: non censura per paura di una gogna, o di non avere abbastanza like - chisseneimporta - ma la piccola inevitabile mutilazione di sé in un’unica versione. Per forza, anche con le migliori intenzioni, i social fanno il contrario di quello che fa la letteratura, che rende complesso ciò che sembra piatto, sfumato ciò che sembra monolitico, sorprendente ciò che sembra noioso. Io, quando scrivo un romanzo o un articolo, sono coraggiosissima, in un modo che nemmeno lontanamente potrei associare alla vita quotidiana. Non ho paura di nulla, sono felice nella follia spavalda delle parole. In letteratura le giornate più monolitiche dell’io più insignificante possono assumere una dimensione epica, mentre sui social anche la dimensione più epica si è già persa tra un broncio, un tramonto e una locandina. Esistono, certo, pagine interessanti con scroll infinito, ma le vite, finitissime, dal colophon all’indice, degli Stoner e delle portinaie dell’Eleganza del riccio saranno per me sempre più vive e ricche di tutti gli account del mondo. A partire dai miei. E siccome la vita somiglia più a una cosa con inizio e fine che a un infinito scrollare, a un certo punto ho deciso cosa fare di quel che resta della mia: e mi sono definitivamente autocensurata, non sui social bensì dai social, da quel poco, ma comunque troppo, tempo che mi prendevano. Senza perdere nessuna libertà, anzi: acquisendone ancora. *Scrittrice Fine vita. Suicidio assistito, l’Italia resta senza legge di Federico Genta La Stampa, 14 febbraio 2026 Oltre sette italiani su dieci sono favorevoli al fine vita ma il Paese resta nel limbo. Solo Toscana e Sardegna hanno stabilito norme per l’aiuto alla morte volontaria. Procedure e tempi certi per un aiuto alla morte volontaria. Lo chiedono sempre più malati. Si dicono favorevoli sette italiani su dieci, ma una legge nazionale ancora non c’è. Ci stanno provando alcune Regioni, al momento poche, a definire le modalità da adottare per la concessione, e soprattutto l’attuazione, del suicidio medicalmente assistito. L’ultimo caso è datato 17 settembre 2025: la Sardegna è diventata la seconda regione italiana, dopo la Toscana, ad aver approvato una legge specifica. Lo ha fatto non senza difficoltà per l’opposizione dei rappresentanti del centro destra (il governatore è Eugenio Giani, esponente del Pd al suo secondo mandato). Il testo della legge, sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni, vuole garantire l’assistenza sanitaria regionale a chi, affetto da patologia irreversibile e dipendente da trattamenti vitali, sceglie il suicidio assistito. Una procedura che prevede la verifica delle condizioni da parte di una commissione multidisciplinare e del comitato etico. Norme che, peraltro, fanno esplicito riferimento alla sentenza della Corte costituzionale del 2019: il suicidio assistito non è punibile quando sussistono specifiche circostanze. Quali? Il malato deve dimostrare di essere capace di intendere e di volere, la sua patologia deve essere irreversibile, con sofferenze intollerabili e tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. La risposta del governo non si è fatta attendere: a novembre il Consiglio dei ministri ha annunciato di voler impugnare la legge. Il nodo è la violazione dell’articolo 117 della Costituzione in materia di ordinamento civile e penale, che riguarda anche i Lep, livelli essenziali di prestazione. Tradotto: le norme sul fine vita esulano dalle competenze regionali. Intanto, a fine 2025, la Corte costituzionale aveva respinto - in parte - il ricorso del governo contro la legge sul fine vita approvato dalla Toscana. I giudici hanno salvato l’impianto generale della legge. In sintesi, proprio per l’assenza di una legge statale, le regioni possono definire le procedure per il fine vita. E il servizio sanitario nazionale deve farse carico di spese e procedure. Il 17 maggio dello scorso anno il primo caso di suicidio assistito porta il nome dello scrittore Daniele Pieroni. Senese, 63 anni, da quasi vent’anni era affetto da una grave forma di Parkinson. Non aveva più lo stomaco, lo alimentava una macchina. Ad oggi sono 17 le persone che hanno chiesto e ottenuto il via libera per l’accesso al suicidio medicalmente assistito (quattro di loro hanno scelto successivamente di non procedere). L’ultimo caso è storia di questi giorni a Torino. Il primo risale al giugno 2022: Federico Carboni, 44 anni di Senigallia, rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale. In assenza di una legge nazionale che regolamenti l’accesso al suicidio assistito, la scelta è normata dalla sentenza della Corte costituzionale: appunto la numero 242 del 2019 sul caso Cappato-Antoniani (dj Fabo). Lo scorso anno le richieste di informazioni sui diritti del fine vita raccolte dall’associazione Luca Coscioni sono state oltre sedicimila. Il 14% in più rispetto allo scorso anno. Ma il tema non è interesse esclusivo dei malati. Lo dimostra lo studio firmato a dicembre da Emanuela Turillazzi e Naomi Iacoponi dell’Università di Pisa e pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychiatry. Dal 2019 le richieste formali registrate in Italia erano già 51. Confrontando i dati Censis, la fotografia del Paese è piuttosto chiara: il 74% degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito, con percentuali ancora più alte se il sondaggio si concentra sui giovani e sui laureati. Così il vuoto legislativo risulta ancora più evidente e, per certi versi, incomprensibile. La posizione del governo è del resto piuttosto chiara e punta più sulle cure palliative piuttosto che a un processo di legalizzazione del suicidio medicalmente assistito. Concetto ribadito dalla stessa premier a gennaio, durante la consueta conferenza stampa di fine anno. “Compito dello Stato non è favorire il suicidio assistito. Dobbiamo cercare di ridurre al minimo solitudine e difficoltà”, ha detto Giorgia Meloni. Così resta il limbo burocratico. E il ddl approvato in Senato inquadra sì il suicidio assistito, ma lo fa in modo restrittivo. Escludendo ad esempio dai “trattamenti di sostegno vitale” le persone dipendenti da farmaci salvavita. Introducendo la figura di un comitato etico nazionale per valutare le richieste. La priorità, per la maggioranza, resta la terapia del sollievo. Fine vita. Alberto è morto a Torino, aiutato dall’Asl: “L’atto finale nel suo domicilio”. di Simona De Ciero Corriere della Sera, 14 febbraio 2026 È il primo suicidio assistito in Piemonte. Dopo nove mesi di richieste, attese, perizie e scambi formali l’uomo ha ottenuto ciò che domandava: mettere fine alle proprie sofferenze. A dirlo è l’Azienda sanitaria locale To4. “L’atto finale è avvenuto al domicilio, in presenza dei sanitari liberamente scelti dal paziente e con il supporto tecnico-logistico dell’Asl”. Una frase secca, quasi notarile. E dentro, un abisso. Alberto non c’è più. Dopo nove mesi di richieste, attese, perizie, scambi formali e risposte contraddittorie, ha ottenuto ciò che domandava con lucidità ostinata: mettere fine alle proprie sofferenze. È stato il primo in Piemonte ad accedere al suicidio medicalmente assistito. A dirlo è l’Azienda sanitaria locale To4, dove Alberto risiedeva. La stessa Asl che nelle scorse settimane era finita al centro di polemiche accese perché da un lato aveva riconosciuto la sussistenza dei requisiti per il fine vita volontario ma, dall’altro, aveva precisato che non avrebbe messo a disposizione né farmaci né assistenza. Un via libera sospeso nel vuoto, un diritto ammesso ma privo di strumenti per esercitarlo. Poi qualcosa si è mosso. Dopo quella presa di posizione, Filomena Gallo, intervistata dal Corriere Torino, si era offerta di affiancare legalmente Alberto e la sua famiglia. La richiesta era semplice e radicale insieme: che anche in Piemonte - nel Chivassese, nel caso concreto - fosse data piena attuazione alla giurisprudenza più volte ribadita dalla Corte costituzionale. Non un’eccezione. Non una concessione. L’applicazione coerente di un principio già sancito. E così, la Regione ha scritto a tutte le Asl precisando la necessità giuridica di applicare quanto sancito a livello nazionale. Non ancora da una norma, certo. Ma dai tribunali sì. “Su richiesta dei familiari e per rispetto a questi e alla persona interessata, da parte dell’Asl non saranno fornite altre informazioni”, ha precisato la TO4. Ed è giusto così. Non è tempo di curiosità invadenti. Non è il momento delle ricostruzioni minuziose, delle domande fuori luogo, delle parole di troppo. È tempo di silenzio. E di rispetto. Per un giovane uomo che aveva provato a spiegare cosa significhi abitare un corpo divenuto gabbia. Diceva che il suo gatto aveva “maggiore libertà di movimento rispetto a lui”. Un’immagine domestica, quasi tenera. Eppure, devastante. Perché in quella frase c’era tutto: la misura della costrizione, l’umiliazione quotidiana, la sproporzione tra desiderio e possibilità. La sua esistenza, raccontava, non somigliava più alla vita. Era una sopravvivenza feroce, estenuante, insopportabile. Un tempo dilatato in cui ogni gesto richiede uno sforzo smisurato e ogni giorno pesa come un macigno. “Esprimiamo sincera vicinanza ai familiari e alle persone care, ricordando che il rispetto del giudicato costituzionale garantisce l’effettivo rispetto di scelte che attengono all’autodeterminazione terapeutica - commentano dall’associazione Luca Coscioni, impegnata nell’affermazione dei diritti umani, comprese il fine vita e la legalizzazione dell’eutanasia -. Continueremo a lavorare perché questo diritto sia sempre pienamente rispettato”. “Il fatto che l’atto finale si sia svolto al domicilio, con sanitari scelti dal paziente ma con il supporto pubblico - conclude Filomena Gallo, segretaria nazionale della Coscioni - conferma la necessità di garantire piena attuazione ai diritti già riconosciuti dal giudicato costituzionale in materia di autodeterminazione e fine vita”. Senza dimora. La strage silenziosa di chi vive per strada nella Milano olimpica di Luca Burini Il Domani, 14 febbraio 2026 L’ultima vittima, 43 anni, è stata trovata in un quartiere popolare di Milano. Nell’ultimo mese e mezzo sono morti in tutto sette clochard. Da una parte c’è la Milano glamour che si è fatta ancora più abbagliante per le Olimpiadi Invernali con le sue gare, gli eventi, i padiglioni sgargianti. Uno spettacolo, a tratti bizzarro, animato da mascotte danzanti, marketing incessante, via vai di turisti, gentrificazione e da quel pop kitsch che qui è là abbiamo visto anche nella cerimonia di apertura. Dall’altra, c’è la Milano dei senzatetto che mai come quest’anno muoiono di freddo: sette in meno di un mese e mezzo. “Non ricordo una conta così tragica in un lasso di tempo così breve”, spiega Mario Furlan, fondatore dei City Angels, a poche ore dal ritrovamento del settimo cadavere. 43 anni, di origine marocchina, dormiva sotto un cavalcavia nel parco di via della Pecetta in zona Ghisolfa, storico quartiere popolare del capoluogo lombardo. L’allarme è scattato qualche minuto prima delle 19 di giovedì 12 febbraio, ma, quando il 118 è intervenuto, per l’uomo non c’era più nulla da fare: i primi segni di decomposizione sul corpo lasciano pensare che fosse deceduto già da alcuni giorni. “Non è una zona che seguiamo, ma è capitato che i volontari passassero anche di lì. Dicono che era una persona riservata. Lo vedevano stare per conto suo, tra le moto”, aggiunge Furlan. Il presidente dell’associazione che aiuta i senzatetto milanesi si sente di escludere che il bollettino dei morti del 2026 sia in qualche modo correlato con i Giochi invernali: “Certo, alcune zone, come quella della Stazione Centrale, sono diventate rosse, quindi i clochard sono stati allontanati. Ma non è che le cose siano cambiate rispetto al passato. Credo sia dovuto al freddo che abbiamo avuto”. Questo non vuol dire che ci si possa deresponsabilizzare. Al netto delle polemiche, “Milano è la seconda città in Italia (dopo Roma) per numero di clochard, ma è quella meglio organizzata e attrezzata per far fronte all’emergenza”. Troppe vite dimenticate - Viene da chiedersi perché, allora, nel giro di pochi giorni ci si ritrovi con una conta così tragica: una settimana prima del ritrovamento nel parco di via della Pecetta i carabinieri avevano rinvenuto un corpo senza vita e documenti in via dell’Aprica. Lo stesso destino era toccato a un sessantenne ucraino morto sotto una tettoia in viale Cassala il 4 febbraio. E, ancora, andando a ritroso, altri quattro senza fissa dimora sono deceduti in altrettante aree di Milano da inizio dell’anno. Uno dei problemi è la scelta di alcuni di non sfruttare le strutture di accoglienza che la città offre: 1.700 posti letto per circa duemila senzatetto presenti sul territorio. “Tanti, però, non accettano perché ci hanno già provato e hanno avuto brutte esperienze. Magari sono stati derubati o hanno litigato con altri ospiti”. Per qualcuno il problema è che non possono andarci insieme ad amici o partner dell’altro sesso. Altri, ancora, non possono portare con sé il cane: “Ci sono delle regole da rispettare come, chiaramente, il divieto di droghe e alcol, oltre a un iter burocratico e ospedaliero che prevede il test di Mantoux (per rilevare l’infezione da tubercolosi, ndr)”. Tutti motivi per i quali non è detto che chi decide di entrare in queste strutture poi ci rimanga. Più tende - Secondo Furlan, vista la ritrosia, qualcosa andrebbe semplificato. “Si potrebbero dare spazi come le tende che c’erano in zona Stazione Centrale o i mezzanini delle metropolitane”. Soluzioni di passaggio che permetterebbero ai volontari una migliore opera di persuasione che in molti casi, però, è quasi impossibile: “Tanti hanno problemi di salute mentale, quindi è difficile poterci ragionare. Bisognerebbe procedere con tso che mettano al sicuro queste persone perlomeno nei periodi più freddi dell’anno”. E poi ci sono le complicazioni legate al consumo di alcol: “Sono in preda alla disperazione e hanno freddo. Bere può sembrare la soluzione più immediata, ma li espone non solo ai classici rischi di chi abusa, ma anche a morire per le basse temperature senza nemmeno accorgersene”. È capitato che a ritrovare i cadaveri fossero proprio i volontari: “Quando vediamo qualcuno che dorme in strada verifichiamo se si muove. Se abbiamo motivo di pensare che non respiri controlliamo che non si tratti di cadaveri”. Se succede non è facile: “Hai la prova che non puoi salvare tutti. Ti senti impotente. Il nostro traguardo è quando riusciamo a mettere queste persone nelle condizioni di camminare con le proprie gambe. È quando lasciano il nostro centro di accoglienza perché li abbiamo aiutati a trovare una sistemazione e un lavoro o la pensione”, continua Furlan. E, mentre a fine gennaio l’Istat ha concluso una nuova rivelazione delle persone senza dimora nelle 14 città metropolitane italiane (“Milano compresa. Sono dati e informazioni che sono utili sia a noi volontari che alle istituzioni”), City Angels continua a battere il territorio con il bus degli Angeli. “Si tratta di un vero e pullman messo a disposizione da Atm (l’azienda di trasporto pubblico di Milano, ndr) nei mesi più freddi. Da lunedì a venerdì ci permette di gestire meglio la nostra attività rispetto ai semplici furgoni: facciamo salire i senzatetto, ci parliamo, proviamo a convincerli a farsi aiutare”, racconta Furlan. Che ai cittadini consiglia: “Quando vedete un clochard può bastare anche un saluto a distanza per valutare se è pericoloso o se vi potete avvicinare. Magari la domanda “Come stai?” non è la più indicata in questi casi, ma bastano due chiacchiere per farli sentire meno invisibili”. Meglio evitare, però, di dare loro soldi: “Potrebbero usarli in modo sbagliato. È più utile comprargli un panino, della frutta o delle barrette energetiche”, conclude. Senza dimora. Le voci di chi restituisce dignità a chi è vissuto e morto da invisibile di Francesco Paolo Savatteri Il Domani, 14 febbraio 2026 A Parigi il Collectif Les Morts de la Rue ricostruisce le storie di chi è vissuto e morto da invisibile nelle grandi città francesi. In Italia non esistono grandi realtà con questo specifico obiettivo, ci sono però associazioni di contrasto dell’esclusione sociale. Le esperienze di Caritas e Sant’Egidio. “Quando iniziammo, i funerali delle persone senza fissa dimora non erano molto dignitosi: venivano seppellite otto persone alla volta, su ogni bara era scritto il peso del corpo al suo interno e gli addetti alla sepoltura erano vestiti in tute blu da lavoro”. Adèle Lenormand ricorda il modo in cui più di vent’anni fa a Parigi si svolgevano i riti funebri per le persone senza fissa dimora. Negli anni le cose sono cambiate, anche grazie all’impegno di realtà come Collectif Les Morts de la Rue, per cui Lenormand lavora come coordinatrice. Nato nel 2003, questo collettivo si definisce laico e riunisce al suo interno numerose associazioni. Vuole dare visibilità alle persone senza casa, vissute e morte da invisibili nelle grandi città francesi. “Oggi i funerali si svolgono per quattro persone alla volta, il peso non è più scritto sulle bare e gli addetti indossano un abito formale”, spiega. Il primo obiettivo è dare un nome e una storia ai morti senza fissa dimora. “Nel 2024 abbiamo contato 912 decessi di persone senza fissa dimora, ma sappiamo di essere ancora lontani dal totale”, racconta Lenormand. I dati per il 2025, ancora parziali, ne indicano invece 814. Come sottolineato nell’ultimo rapporto annuale del collettivo, l’età media dei decessi è 47,7 anni, oltre trent’anni in meno rispetto alla media della popolazione generale francese. In Italia, secondo la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD), nel 2025 sono morte 414 persone senza casa. Il numero di morti senza fissa dimora registrato durante l’anno è esposto in una delle vetrate della sede del collettivo, in modo che sia visibile a chi ci passa davanti. Gli uffici dell’associazione si trovano in rue Léon Giraud, nel 19esimo Arrondissement di Parigi: tre stanze con un affaccio su strada, all’interno di un palazzo grigio e squadrato. Alle pareti sono affissi manifesti di sensibilizzazione sulle condizioni di chi vive senza casa. Un poster recita “Vivere per strada uccide!”. L’associazione si occupa anche di accompagnare i funerali dei senza fissa dimora di Parigi. I volontari assistono ai riti di sepoltura, che di solito si tengono al cimitero di Thiais, poco fuori la capitale. Durante la funzione leggono un discorso commemorativo sulla base delle informazioni che il collettivo è riuscito a raccogliere sulla storia e sull’identità delle persone defunte, in modo da strappare le loro morti dal completo anonimato. “Non sono mai andata ai funerali. Penso sarebbe troppo dura per me”, dice Lenormand. A occuparsi della ricerca di informazioni per gli elogi funebri è Mairé Palacios. “Ogni settimana riceviamo delle liste dagli ospedali e dall’obitorio della prefettura”, spiega. “Innanzitutto chiamiamo il commissariato, per sapere chi ha segnalato la morte di quella persona. Contattiamo chi ha effettuato la segnalazione: a volte non otteniamo nulla, altre volte qualche notizia. Cerchiamo così di trovare una pista”. “L’idea è quella di scoprire qualcosa sulla storia della persona defunta, per l’ultimo omaggio che sarà letto al funerale”, sottolinea Lenormand. “Poi prendiamo nota di come si è svolta la funzione: che tempo c’era, chi era presente e altri particolari. Conserviamo anche il testo declamato. A volte capita che qualcuno ci contatti molto tempo dopo perché ha saputo in ritardo della morte di quella persona. Per noi è importante poterlo aiutare dando queste informazioni”. In Italia non esistono grandi realtà che concentrano la loro attività esclusivamente sui decessi delle persone senza casa. Ci sono però molte associazioni di contrasto all’esclusione sociale che includono questo aspetto nella loro missione, come la fio.PSD e i movimenti di ispirazione cattolica. A Roma, ad esempio, lo fanno la Caritas e la Comunità di Sant’Egidio, che anni fa hanno stipulato una convenzione con l’Ama, l’azienda municipale che gestisce i servizi cimiteriali della città, per l’organizzazione dei funerali degli indigenti (una categoria più ampia delle persone senza fissa dimora, che comprende anche chi abita in abitazioni di fortuna). “Diamo la possibilità a coloro che abbiamo assistito in vita di avere un funerale dignitoso, specialmente per chi era religioso, organizzando un passaggio in Chiesa, in Moschea o in altri luoghi di culto”, spiega Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio. È una pratica che va avanti da tempo. “Negli anni ‘80, aiutando le persone per strada, ci siamo ritrovati con un problema concreto: quando morivano, bisognava organizzare i funerali. All’epoca eravamo giovani e piuttosto squattrinati, però alla fine si faceva una colletta per un funerale. Per vent’anni è andata così”, ricorda Santoro. “Poi una giunta comunale ci è venuta incontro ed è nata la convenzione con l’Ama”. Gli indigenti di Roma vengono seppelliti nel cimitero di Prima Porta, a meno che non ci siano richieste specifiche da parte dei defunti. “Gli accordi prevedono che ci occupiamo di 50 funerali all’anno. Di solito però non ci arriviamo, per fortuna”. Migranti. Ma a cosa serve un blocco navale se l’emergenza sbarchi non c’è? di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 14 febbraio 2026 Se i dati di Frontex dicono che gli arrivi via mare calano (anche grazie alle intese multilaterali fra Paesi) e invece le vittime dei naufragi aumentano, invece di fermare chi salva sarebbe meglio incrementare soccorsi e cooperazione. Di solito, in qualsiasi ragionamento, i dati sono una base di partenza e un buon ausilio, a patto che non siano truccati. Lo sono, dunque, anche se si intende esaminare con schiettezza il fenomeno dei flussi migratori verso l’Europa, che va avanti da decenni a ondate più o meno intense a seconda delle situazioni (conflitti, carestie, siccità, crisi economiche, politiche o sanitarie) in atto nei Paesi di partenza dei migranti. Orbene, da qualche anno a questa parte le statistiche fornite dagli analisti di Frontex - l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera - fotografano una realtà non proprio sovrapponibile alla rappresentazione che, nell’agone politico, taluni continuano a fare delle migrazioni verso il Vecchio Continente. Dopo i 385mila ingressi alle frontiere europee del 2023 (il dato più alto dal 2016) nei due anni seguenti i flussi sono scesi nettamente, con 240mila ingressi nel 2024 (meno 38%) e 178mila nel 2025 (un ulteriore meno 26%), il livello più basso dal 2021. Non solo: le cifre preliminari relative all’inizio del 2026 (di cui riferiamo in questa pagina) riportano a gennaio un evidente meno 60% di attraversamenti irregolari delle frontiere Ue, che diventa meno 67% sulla rotta del Mediterraneo centrale, che interessa direttamente l’Italia. Ora, questa sfilza di percentuali non serve a tramortire i lettori, ma a ragionare sul fatto che, mentre alcuni continuano a sbandierare proclami da “emergenza”, i numeri ribadiscono l’opposto. Per amor di verità, va aggiunto che - stando agli analisti di Frontex - la flessione di questi mesi invernali potrebbe in parte essere dovuta a burrasche e mare grosso, che avrebbero spaventato molti partenti e indotto alcuni trafficanti a rallentare. E, se così fosse, le percentuali potrebbero cambiare parzialmente col bel tempo. Tuttavia, il trend degli ultimi anni pare abbastanza delineato. E, se non dovesse affacciarsi all’improvviso sul pur sempre agitato scenario globale qualche altra crisi umanitaria, pare difficile che si raggiungano le vette di qualche anno fa. Cosa ha determinato quel calo costante? Una motivazione, e non da poco, la fornisce la stessa Frontex, convinta che abbia giocato un ruolo la maggior collaborazione tra l’Unione Europea e alcuni Paesi di transito e di partenza. Ecco dunque un primo elemento di realtà: la cooperazione fra Stati inizia a funzionare. E su quel piano, pertanto, l’approccio del Governo italiano col Piano Mattei e le continue missioni in Libia e in altri Paesi affacciati sul Mediterraneo, da parte della premier Giorgia Meloni e dei suoi ministri (il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, ad esempio è fresco reduce da una girandola di incontri in Libia) può pagare. Perché, è convinzione di molti analisti, le intese bilaterali o multilaterali alla lunga possono davvero funzionare. Nel frattempo, però, c’è un altro dato da considerare: se gli arrivi calano, le vittime lungo il tragitto aumentano. Nel solo gennaio appena trascorso, l’’Oim stima che 450 uomini, donne e bambini siano annegati nel Mediterraneo. Un numero, stavolta, inquietantemente in salita, il triplo delle vittime del gennaio di un anno fa. E a febbraio sono stati segnalati altri naufragi. Ciò ci porta al secondo precipitato del nostro ragionamento: se gli arrivi complessivi sono in calo; e se, nonostante il calo, le morti in mare sono in crescita, non sarebbe più proficuo (e più pietoso, e più umano) - anziché progettare “interdizioni temporanee” delle navi di chi fa salvataggi in mare, investendo il Parlamento della discussione sul cosiddetto “blocco navale” incluso nel ddl immigrazione - contribuire a incrementare le missioni di soccorso in mare? Se non c’è un’emergenza di arrivi in massa, a cosa servono i blocchi? Non sarebbe più urgente evitare qualche naufragio in più e salvare qualche altra vita? Si salverebbe così, recita un vecchio e celebre detto del Talmud, il mondo intero. Migranti. Meno arrivi irregolari, più morti: i numeri dicono che l’emergenza non sono gli sbarchi di Daniela Fassini Avvenire, 14 febbraio 2026 Frontex pubblica i dati degli ingressi irregolari in Ue del mese di gennaio: -60% e 450 decessi nel Mediterraneo. Calano gli ingressi in Ue ma ci sono più morti in mare. Gli ultimi dati di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, conferma quanto è successo in questo ultimo mese. Con la tempesta Harry che ha sconvolto il Sud Italia e il Mediterraneo e le partenze naufragate dal Nord Africa, da Libia e Tunisia. Il primo mese del 2026 ha visto un calo calo del 60% degli attraversamenti irregolari delle frontiere Ue: si parla di circa , 5.500 rilevamenti complessivi. Forte riduzione anche sulla rotta del Mediterraneo centrale - quella più significativa quanto agli arrivi in Italia: i rilevamenti sono stati 1.166, con una flessione del 67% rispetto allo stesso mese del 2025. L’Agenzia europea stima anche che le forti tempeste invernali e il mare agitato lungo le principali rotte migratorie hanno reso i viaggi più pericolosi e rallentato le partenze. Le condizioni meteo avverse nel Mediterraneo e i venti forti ai confini terrestri hanno aumentato i rischi, non hanno tuttavia fermato i trafficanti, che hanno continuato a far partire imbarcazioni sovraffollate e non idonee alla navigazione anche con temperature rigide e mare mosso, esponendo i migranti a situazioni di pericolo di vita. Il costo umano resta elevato, nota dunque Frontex ricordando come secondo stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel solo mese di gennaio più di 450 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, tre volte il dato di gennaio 2025. Secondo Refugees in Lybya, i migranti scomparsi in mare in quello stesso periodo infatti, dal 19 al 22 gennaio parlano di circa mille migranti scomparsi in mare in base agli allarmi di amici e conoscenti che non hanno più notizie dei loro cari. Anche nel mese di gennaio, conferma Frontex, la rotta più attiva è stata quella del Mediterraneo orientale la rotta cioè che parte dalla Turchia e attraverso l’Egeo arriva alle isole greche con quasi 1.900 arrivi e circa un terzo degli ingressi irregolari totali nell’Ue, in calo comunque del 50% su base annua. Qui arrivano per lo più afghani, sudanesi ed eritrei. È la rotta utilizzata principalmente da migranti provenienti da Asia e Medio Oriente (Siria, Afghanistan, Iraq). Seguono le rotte del Mediterraneo Occidentale e del Mediterraneo Centrale, ciascuna con circa 1.200 arrivi. Mentre la seconda ha visto un forte calo (-67%), la prima ha registrato un balzo del +57%. Verso l’Italia sono partiti in maggioranza cittadini di Bangladesh, Algeria ed Egitto; per la Spagna Algeria, Marocco e Pakistan. In forte decremento anche la rotta verso le Canarie, quella dell’Africa Occidentale, che ha visto 1.010 attraversamenti, una flessione del 79%. Qui prevalgono senegalesi, guineani e marocchini. La rotta migratoria più battuta in assoluto in gennaio è stata quella della Manica, che non è in entrata, ma in uscita dall’Ue: i rilevamenti di persone che tentavano di attraversare il confine verso il Regno Unito, che rimane una calamita per i migranti, sono diminuiti di circa il 10%, attestandosi a quasi 2.300. Su questa rotta prevalgono kuwaitiani, eritrei e indiani. Il ddl anti-immigrati e i rischi nefasti del blocco navale di Ammiraglio Vittorio Alessandro L’Unità, 14 febbraio 2026 Di “blocco navale” non si parla nel testo del ddl approvato l’altro ieri che, contro il soccorso ai migranti, prevede la possibilità di chiudere il mare territoriale. Al governo non dispiace, però, l’espressione giornalistica: il fermo navale fu uno degli slogan con cui Giorgia Meloni vinse le elezioni, e il suo elettorato più esigente chiede conto della promessa ancora non mantenuta. Colpa dei giudici, risponde la premier, che “in pratica vogliono governare loro” e che “sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine”. La manovra a tenaglia contro i migranti, infatti, oltre all’impegno - condiviso con l’Europa - di fermarli ancor prima che arrivino “sul bagnasciuga”, prevede anche il controllo sulla magistratura. Ed ecco il ministro Nordio chiedersi in televisione: “Chi controlla la magistratura?”. Domanda retorica: la risposta implicita è che, dopo il referendum, se ne occuperà il governo. Ma il fermo navale è tecnicamente un atto di guerra, esercitato con l’uso delle navi grigie: lo sanno bene coloro che invocano le misure più spicce in materia di sicurezza e ordine pubblico. Molti uomini e donne del potere amano giocare con i soldatini senza aver mai fatto il servizio militare né imbracciato un’arma - forse proprio per questo. Il potere politico spesso si ubriaca di marce e di ritmi cadenzati, si accoda a quello militare sbagliando il passo, e ritiene che la guerra sia la parata, non le trincee. Ne sono ben felici generali e ammiragli che esibiscono mostrine e competenze, lasciando intravedere imminenti successi sul campo, in cambio di prebende personali e cannoni per le truppe. Il mare, poi, per molti custodi del potere resta un pianeta sconosciuto. Da anni dilaga una cultura del mare di matrice padana, con ministri dell’Interno che pretendono di dettare legge sulle acque sapendone quanto io di snowboard. In mare le linee drastiche hanno conseguenze estreme. Ricordiamo i migranti albanesi - proprio l’Albania - quando la nave militare Sibilla speronò il relitto che li trasportava: chiunque può immaginare cosa significhi un soccorso mancato, ritardato, o addirittura ostacolato sul limite delle acque territoriali. Bisogna ammettere, però, che la guerra stavolta ingaggiata è la più facile. Si combatte su un lontano confine di mare, quasi invisibile, senza scossoni per un’opinione pubblica ormai assuefatta alle chiusure e alle restrizioni di ogni spazio. Soprattutto è rivolta contro persone senza armi. Anzi, senza nulla. Chissà che stavolta non le sconfiggiamo. Migranti. Mediterraneo, il Governo riapre la caccia alle Ong di Giansandro Merli Il Manifesto, 14 febbraio 2026 Legge del male Viminale e FdI mettono nel mirino le navi umanitarie. Piantedosi esulta per il fermo della Humanity 1: “Mette i migranti in pericolo”. Sono i preliminari del “blocco navale”. È ripartita la caccia alle ong. Non tanto perché i fermi delle navi umanitarie siano mai terminati, quanto perché il governo ha ripreso a puntare l’indice contro di loro, per aggiungerle alla collezione dei nemici pubblici. Un modo per scaldare i motori in vista dello scontro che inevitabilmente si aprirà quando il disegno di legge che contiene il “blocco navale”, approvato mercoledì dal Cdm, diventerà legge. Ieri pomeriggio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è tornato a cimentarsi con il tema, dando evidenza sui suoi canali social al fermo amministrativo della Humanity 1: “L’ong ancora una volta non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare”. Aggiungendo che “non si tratta solo di una grave violazione della normativa ma di un comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone”. È il mondo al contrario del governo: chi salva i migranti nel Mediterraneo centrale, più di 11mila soltanto lo scorso anno, in realtà li porrebbe in pericolo. L’accusa a Humanity, anche stavolta, è di non essersi coordinata con i libici. La particolarità del caso è che le autorità italiane hanno intimato alla ong di sentire Tripoli non soltanto prima del soccorso, come fanno ogni volta, ma anche dopo. Il fermo durerà 60 giorni, conta la recidiva. Se i giudici dovessero dare ragione alle forze di polizia la nave, già dalla prossima missione, sarebbe a rischio confisca. Questo prevede il decreto anti-ong di Piantedosi. Qualche ora prima del ministro dell’Interno, erano stati gli account ufficiali di Fratelli d’Italia a mettere nel mirino le organizzazioni non governative. Tra un post contro la relatrice Onu Francesca Albanese e uno contro l’eurodeputata Ilaria Salis, in mezzo al fiume di propaganda per il Sì alla riforma della magistratura, è spuntato un attacco a Sea-Watch: “Basta con l’arroganza di certe ong”. Lo spunto è un’intervista a Repubblica in cui la portavoce Giorgia Linardi annuncia l’intenzione di disobbedire al blocco navale, quando questo entrerà in vigore. In quel momento, forse, le modalità di rispondere all’ennesimo ostacolo ai salvataggi nel Mediterraneo centrale potranno cambiare tra le varie ong. Al momento, però, l’opposizione al ddl è condivisa da tutte le organizzazioni. “Troviamo inaccettabile che il governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di salvarle”, hanno scritto in un comunicato congiunto tutte le principali ong attive, per mare e per terra, nel soccorso ai naufraghi: Alarm Phone, Emergency, Medici Sena Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People, Sea-Watch, Sos Humanity, Sos Mediterranee. “La strategia del governo per estromettere le ong del soccorso in mare dal Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo le limitazioni operative, i rientri obbligatori dopo un solo salvataggio, l’assegnazione sistematica di porti lontani e le sanzioni contro chi presta assistenza, arriva l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali. Una misura che viola il diritto internazionale, mettendo in discussione l’obbligo inderogabile di salvare vite umane”, sostengono le ong. Che promettono: continueremo a “prestare soccorso e salvare vite umane, senza girarci dall’altra parte”. Migranti. Da diritto a ricatto, la capriola della Ue di Salvatore Fachile e Giulia Crescini Il Manifesto, 14 febbraio 2026 Le novità in tema di immigrazione che stanno per entrare in vigore sono tali da modificare non solo il sistema normativo dell’Unione europea, ma il lessico e i valori civili tanto da essere destinate a entrare in tensione con il contesto costituzionale come lo conosciamo oggi. Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, adottato dal Consiglio dell’Unione il 14 maggio 2024, non rappresenta infatti una semplice riorganizzazione delle politiche di gestione dei flussi, ma introduce una trasformazione strutturale del modo in cui il diritto viene impiegato per governare persone, libertà e rapporti sociali. La Commissione europea, nel presentare il Piano di attuazione comune, ha indicato con chiarezza non solo la struttura e i contenuti minimi dei Piani nazionali, ma anche la necessità di un confronto trasparente con le autorità territoriali e con la società civile, sottolineando la rilevanza di tali documenti anche sotto il profilo della spesa pubblica e dell’impiego di fondi europei. Non a caso, numerosi Stati membri hanno reso pubblici i rispettivi Piani, consentendo un controllo diffuso sulle scelte politiche e amministrative in corso. L’Italia, invece, ha imboccato la strada opposta. Il Piano di attuazione nazionale del Patto resta tuttora inaccessibile. A fronte delle reiterate richieste di pubblicazione avanzate da associazioni e realtà della società civile il ministero dell’interno ha opposto un diniego fondato su generici richiami alla sicurezza pubblica, all’ordine pubblico e alla formazione di atti di pianificazione. Una motivazione che solleva interrogativi profondi sulla legittimità di un simile oscuramento e sulla sua compatibilità con la disciplina della trasparenza amministrativa. Il prossimo 3 marzo il Tar Lazio sarà chiamato a decidere su questa importante questione. Sotto la veste di un intervento tecnico e necessario, il Patto si colloca all’interno di un processo più ampio di ristrutturazione dei principi fondanti della democrazia costituzionale europea, così come si sono affermati nel secondo dopoguerra. L’eguaglianza giuridica tra gli esseri umani, la natura eccezionale delle limitazioni alla libertà personale, il ruolo del diritto come strumento di inclusione e di garanzia vengono progressivamente svuotati di contenuto e riplasmati attraverso dispositivi normativi che istituzionalizzano la differenziazione degli status giuridici. Ciò che nei sistemi costituzionali moderni avrebbe dovuto restare marginale e temporaneo tende a divenire stabile e strutturale, ridefinendo in profondità il perimetro dei diritti, riaffermando una divisione basata su censo e nazionalità. In questo quadro, i cittadini stranieri costituiscono il principale terreno di sperimentazione di un diritto speciale, caratterizzato da una crescente precarietà giuridica e da una sistematica compressione delle garanzie fondamentali. Nei loro confronti si consolida un regime normativo fondato sulla ricattabilità. La detenzione amministrativa, sganciata dall’accertamento di una responsabilità penale e sottratta alle garanzie tipiche del circuito giurisdizionale, viene normalizzata e progressivamente trasformata in uno strumento ordinario di governo delle migrazioni. È in questo passaggio che il ruolo della società civile assume una centralità decisiva. Non come semplice attore chiamato a supplire alle carenze del sistema attraverso interventi umanitari, ma come soggetto politico e giuridico incaricato di difendere l’architettura stessa della democrazia costituzionale. Quando il diritto viene piegato a strumento di normalizzazione dell’eccezione, la società civile rappresenta uno degli ultimi spazi in cui può ancora essere messa in discussione la legittimità sostanziale delle scelte pubbliche, oltre la loro conformità formale. In questa prospettiva si colloca l’incontro pubblico del 23 febbraio, promosso da Asgi, che intende aprire un’arena di confronto sul tema del confinamento globale dei migranti come anticamera di una più ampia trasformazione autoritaria del diritto. Stati Uniti. Il carcere autogestito dai detenuti, un esperimento senza precedenti (del 1973) di Alessio Marchionna Internazionale, 14 febbraio 2026 Nel marzo del 1973, nel pieno delle tensioni sociali e politiche che attraversavano gli Stati Uniti dopo gli anni sessanta, il carcere di massima sicurezza di Walpole, in Massachusetts, diventò teatro di un esperimento senza precedenti. In un’America segnata dalla guerra in Vietnam, dalle lotte per i diritti civili, dalle rivolte carcerarie come quella di Attica e da un diffuso dibattito sull’abolizione delle prigioni, Walpole rappresentava uno dei simboli più estremi del fallimento del sistema: violenza quotidiana, razzismo, torture, stupri, omicidi e condizioni disumane per detenuti e agenti. Il contesto era esplosivo. Un anno prima si era insediato il nuovo responsabile dell’amministrazione penitenziaria del Massachusetts. John O. Boone era il primo afroamericano a ricoprire quell’incarico negli Stati Uniti. Era un riformatore e avviò riforme radicali: riduzione della repressione, programmi di reinserimento, apertura ai diritti dei detenuti. Le guardie, in gran parte bianche, giovani e malpagate, interpretarono quelle misure come una minaccia diretta al loro potere e alla loro sicurezza. Nel giro di poco il conflitto divenne insanabile e lo scontro inevitabile. In quel clima emersero due figure centrali: Bobby Dellelo, detenuto bianco, carismatico e temuto, e Ralph Hamm, detenuto nero, istruito e riservato. Insieme guidavano la sezione locale della National prisoners reform association (Npra), un’organizzazione che univa sindacato, rappresentanza politica e progetto di autogestione. Dopo mesi di proteste e trattative andate a vuoto, nel marzo 1973 circa duecento guardie penitenziarie entrarono in sciopero e abbandonarono Walpole. Boone dichiarò lo stato d’emergenza, e per due mesi il carcere fu di fatto gestito dai detenuti. Dentro rimasero solo una quindicina di operatori civili - amministrativi, assistenti, psicologi - incaricati di garantire una presenza minima e di monitorare la situazione per scongiurare un’escalation di violenza; all’esterno il perimetro dell’istituto era rigidamente presidiato dalla polizia statale. Contro ogni previsione, non ci fu il massacro temuto. La Npra si fece carico della gestione quotidiana del carcere: organizzò il lavoro, la distribuzione del cibo e dei farmaci e la sicurezza interna. Il sistema funzionava attraverso una rete di comitati eletti dai detenuti, coordinati dalla Npra. Ogni blocco aveva propri rappresentanti, sempre in coppia per garantire continuità in caso di trasferimenti o isolamento, e ogni settore - cucina, infermeria, lavoro, istruzione, sicurezza interna - funzionava con turni assegnati in base alle competenze: ex cuochi andavano ai fornelli, reduci dal Vietnam lavoravano come infermieri, persone alfabetizzate insegnavano a leggere agli altri detenuti. La gestione dei conflitti non era affidata alla forza ma alla mediazione collettiva: in caso di tensioni o minacce di violenza, intervenivano squadre miste, spesso guidate da Dellelo e Hamm, che convocavano assemblee tra blocchi o incontri faccia a faccia. Chi violava le regole veniva chiamato a rispondere pubblicamente del proprio comportamento davanti agli altri detenuti, in un processo di pressione morale e responsabilizzazione che, secondo testimoni e osservatori civili, contribuì a ridurre drasticamente furti, aggressioni e stupri. Per alcune settimane, Walpole funzionò come una comunità sorvegliata da se stessa, con un livello di ordine e sicurezza inedito nella storia del carcere. La situazione diventò presto intollerabile per le autorità, che temevano la percezione esterna di un carcere senza controllo armato. A maggio, mentre Boone era fuori città, l’amministrazione annunciò una perquisizione punitiva e la reintroduzione di misure restrittive senza consultare la Npra. Nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1973, dopo giorni di tensione e voci di disordini amplificate dai mezzi d’informazione, la polizia statale in assetto antisommossa fece irruzione nel carcere. I detenuti vennero trascinati fuori dalle celle, spogliati, ammanettati e fatti passare tra file di agenti che li colpivano pesantemente; molti furono costretti a camminare scalzi su vetri rotti, mentre televisioni, radio e oggetti personali venivano distrutti e gettati dai piani superiori. Testimoni raccontarono di uomini buttati giù per le scale, colpiti con manganelli e calci, rinchiusi per settimane in isolamento senza contatti con l’esterno. Le strutture del carcere vennero devastate dalle perquisizioni punitive e dall’uso di gas lacrimogeni. Lo stato non si limitò a riprendere il controllo fisico di Walpole ma smantellò platealmente ogni forma di rappresentanza dei detenuti, revocando il riconoscimento della Npra e ristabilendo il regime di repressione. Boone si dimise poche settimane dopo. A Walpole tornò il caos: accoltellamenti, suicidi, incendi. L’esperienza di autogestione fu liquidata come una parentesi pericolosa, mentre il sistema penale americano si avviava verso l’era della criminalizzazione e dell’incarcerazione di massa. Ma l’esperimento di Walpole lasciò comunque una traccia profonda. Dimostrò, anche se per poco, che i detenuti potevano organizzarsi, ridurre la violenza e immaginare forme alternative di giustizia. Allo stesso tempo, mostrò i limiti politici di ogni tentativo di riforma radicale in un sistema fondato sul controllo e sulla paura.