Celle senza dignità: già 7 suicidi in 40 giorni di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 13 febbraio 2026 I nuovi dati di gennaio confermano l’emergenza: 12.463 persone oltre la capienza. Il governo annuncia 141 milioni ma le opposizioni: “Inerzia totale” Le cifre del 31 gennaio 2026 non lasciano spazio a dubbi. Nelle carceri italiane sono rinchiuse 63.734 persone a fronte di una capienza regolamentare di 51.271 posti. Significa che ci sono 12.463 detenuti in più rispetto a quanto gli istituti potrebbero ospitare. Un sovraffollamento che supera il 124 per cento e che rispetto al mese precedente - quando i detenuti erano 63.499 - segna un ulteriore aumento persone. I numeri carcere per carcere - I dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria fotografano una situazione drammatica che tocca quasi tutto il Paese. A Napoli Poggioreale la capienza è di 1.611 posti ma i detenuti sono 2.211: 600 persone in più, con un tasso di sovraffollamento del 137 per cento. A Milano San Vittore su 748 posti ce ne sono 939, 191 in più. A Torino Le Vallette 1.484 detenuti per 1.119 posti, con 365 persone oltre la capienza. Ma è guardando le percentuali che si capisce davvero quanto la situazione sia fuori controllo. A Brescia Canton Mombello il sovraffollamento raggiunge il 220 per cento: 182 posti, 402 detenuti. A Teramo 443 detenuti per 255 posti, il 173 per cento. A Busto Arsizio 449 persone per 240 posti, il 187 per cento. A Como 367 detenuti per 225 posti. A Foggia 658 per 364. A Lecce addirittura 1.390 detenuti per 798 posti di capienza, il 174 per cento. Poi ci sono i casi limite. A Lodi 91 detenuti per 45 posti, il 202 per cento. A Varese 107 per 53 posti. A Latina 146 per 77. A Bergamo 609 detenuti stipati in spazi pensati per 319. A Opera in Lombardia 1.420 persone dove ce ne dovrebbero stare 918. A Palermo Pagliarelli 1.340 detenuti per 1.166 posti. E ancora: Bologna con 870 detenuti per 507 posti, Ferrara con 400 per 243, Piacenza con 542 per 414. Rispetto al 31 dicembre 2025, quando i detenuti erano 63.499, l’aumento è di 235 unità. La capienza regolamentare invece è addirittura calata: da 51.277 posti a 51.271. Sei posti in meno. Alcuni istituti hanno visto crescere in modo significativo il numero dei detenuti: a Napoli Poggioreale si è passati da 2.153 a 2.211 (+58), a Bologna da 861 a 870 (+9), a Monza da 673 a 693 (+20), a Roma Regina Coeli da 709 a 747 (+38), a Roma Rebibbia da 1.666 a 1.674 (+8). In altri casi invece c’è stata una leggera diminuzione. A Piacenza si è passati da 571 a 542 detenuti, a Modena da 585 a 570, a Genova Marassi da 689 a 673. Ma sono gocce nel mare di un sistema che continua a scoppiare. I suicidi, bambini, attività chiuse - I primi giorni del 2026 hanno già segnato un bilancio pesante. All’11 febbraio i suicidi in carcere sono 7, le morti per altre cause 15, per un totale di 22 decessi. Nel 2025 i suicidi erano stati 80, le morti per altre cause 161, totale 241. Nel 2024 i suicidi erano stati 91, le morti 155, totale 246. Il dato dei suicidi resta altissimo e secondo chi si occupa di diritti nelle carceri è strettamente legato al sovraffollamento e all’assenza di prospettive per chi è detenuto. Alla fine di gennaio è arrivata anche la notizia del suicidio di un detenuto di 74 anni nel carcere di Padova. L’uomo si è tolto la vita dopo aver saputo che sarebbe stato trasferito a migliaia di chilometri di distanza in seguito alla chiusura della sezione di alta sicurezza. “Il trasferimento è stato comunicato dall’oggi al domani”, ha raccontato Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti. Attività trattamentali che latitano. Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione, a tal proposito ha chiesto un’informativa urgente al ministro Nordio sul tema. Da poco, come pubblicato su Il Dubbio, il ministro ha risposto sugli sfollamenti in generale, senza però dare dati specifici. Al 31 dicembre 2025 nelle carceri italiane c’erano 23 detenute madri con 26 figli al seguito. Otto madri italiane con 10 bambini, 15 madri straniere con 16 bambini. I numeri sono contenuti ma la situazione resta drammatica. A Lauro, l’Icam in Campania, ci sono 6 detenute con 8 bambini (3 italiane con 5 figli, 3 straniere con 3 figli). A Milano San Vittore 5 detenute straniere con 6 bambini. A Roma Rebibbia femminile 2 detenute straniere con 2 bambini. A Bollate 3 detenute italiane con 3 bambini. A Torino Le Vallette, Perugia e Venezia Giudecca ci sono altri bambini che vivono in carcere con le loro madri. La risposta del governo - Di fronte a questi numeri la maggioranza annuncia il piano di edilizia penitenziaria. Monica Ciaburro, deputata di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Commissione Difesa, ha parlato di 141,8 milioni di euro destinati nei prossimi tre anni alle opere di competenza del Ministero delle Infrastrutture. “Una scelta in netta discontinuità rispetto agli svuota-carceri e alle misure tampone che hanno inciso negativamente su sicurezza e certezza della pena”, ha detto Ciaburro. L’idea è costruire nuovi spazi detentivi e ristrutturare quelli esistenti. Il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio ha un cronoprogramma che prevede l’apertura di 864 posti nel 2025, 5.754 nel 2026 e 4.074 nel 2027, per un totale di 10.692 nuovi posti. La Legge di Bilancio 2026 prevede inoltre l’assunzione di 2.000 agenti di polizia penitenziaria entro il 2028. Ma chi si occupa di diritti nelle carceri non ci sta. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha definito il bilancio di fine 2025 “il più cupo degli ultimi anni”. E ha aggiunto: “Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione. C’è un silenzio assordante delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma”. Secondo Antigone l’aumento dei detenuti non è legato a una crescita della criminalità. Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono diminuiti del 4,8 per cento rispetto all’anno precedente. “A crescere è l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità”, sostiene l’associazione. E denuncia che nel 42,9 per cento delle carceri visitate non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. Oltre la metà degli istituti ha celle prive di doccia, nel 45,1 per cento mancano acqua calda o condizioni igieniche adeguate. L’idea di costruire nuove carceri viene contestata da più parti. Richiede tempo, risorse enormi e non affronta il problema alla radice. Il 38 per cento delle persone detenute ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative. “Non sono una rinuncia alla pena - ricorda Antigone - ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata, capace di ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”. Anche le opposizioni in Parlamento hanno alzato la voce. Dopo il suicidio di Padova, Ilaria Cucchi e Stefania Ascari hanno annunciato interrogazioni al ministro Nordio. “Il Governo deve rispondere delle proprie scelte e delle loro conseguenze”, hanno detto. La garante regionale della Sardegna Irene Testa ha chiesto addirittura una convocazione straordinaria della Camera per discutere della situazione delle carceri. “Dichiarazioni a mezzo stampa, denunce, segnalazioni, ispezioni sembrano ormai armi spuntate”, ha detto. Mentre si discute di piani triennali e di nuovi posti, che la nostra Storia ha già condannato, ogni mese entrano in carcere persone in più. Le celle si riempiono, i letti a castello arrivano a tre piani, le ore d’aria si riducono, le attività trattamentali diventano impossibili. Il sistema penitenziario italiano è fuori dalla legalità costituzionale. Lo dicono i numeri, lo confermano le morti, lo testimoniano le condizioni materiali degli istituti. Eppure la risposta resta sempre la stessa: più spazi, più sicurezza, più detenzione. Come se il problema fosse solo una questione di metri quadri e non di un modello che ha smesso di funzionare. Politica e magistratura, squilibrio o riequilibrio? di Renato Balduzzi Avvenire, 13 febbraio 2026 Dobbiamo chiederci se la riduzione di ruolo e di poteri del Csm, cioè dell’organo chiamato dalla Costituzione a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, significa o no riduzione dell’indipendenza di quest’ultima. Nell’ultimo intervento di questa rubrica (30 gennaio u.s.), concludevo con la domanda su quale sia il “cuore” della revisione costituzionale su cui saremo chiamati a esprimerci nel prossimo referendum, e specificamente se esso consista nel “riequilibrio” tra politica e magistratura. La domanda è pressoché obbligata, tenuto conto che il nucleo della discussione pubblica verte proprio su questo: l’indubbia riduzione di ruolo e di poteri del Csm (sdoppiato, con componenti variamente sorteggiati, privato delle attribuzioni in campo disciplinare), cioè dell’organo chiamato dalla Costituzione a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, significa o no riduzione dell’indipendenza di quest’ultima? In prima battuta, la domanda parrebbe quasi retorica. La nostra Costituzione si caratterizza per equilibrio: tra la prima parte, dedicata ai diritti e ai doveri, e la seconda parte, dedicata all’ordinamento dei poteri; all’interno di questa seconda parte, tra gli organi di indirizzo politico, segnatamente Governo e Parlamento, e quelli di garanzia (segnatamente Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura); nel Titolo dedicato alla magistratura, per l’equilibrio all’interno del Csm e tra quest’ultimo e il Ministro della giustizia. Toccare un equilibrio, senza sostituirlo con un altro, comporterebbe uno squilibrio all’interno del testo costituzionale. I promotori della riforma, tuttavia, avanzano un’obiezione importante: non si tratterebbe di squilibrio, ma di un necessario riequilibrio, in quanto l’attuazione del modello costituzionale ha comportato, per la magistratura nel suo insieme e per il Consiglio superiore in particolare, un notevole allargamento di ruolo e di funzioni. Per limitarci al Csm, esso ha avuto compiti ulteriori rispetto a quelli costituzionalmente previsti e li avrebbe esercitati con modalità parimenti estensive, anche in forza del collegamento tra i componenti di derivazione togata e le “correnti” all’interno dell’Associazione nazionale magistrati. La revisione lo riporterebbe dunque al suo ruolo proprio, di organo amministrativo o di “alta” amministrazione. L’obiezione solleva una questione reale, tenuto conto che il ruolo del Csm si è consolidato in relazione all’evoluzione degli altri organi costituzionali e del ruolo stesso della magistratura in una società complessa, nella quale la legislazione fatica a tenere il passo con i cambiamenti culturali, sociali ed economici. Grazie alla giurisprudenza costituzionale e alla dottrina, si è passati dall’inquadramento meramente “amministrativo” del Consiglio al riconoscimento di un suo ruolo “costituzionale”. Questa evoluzione non dovrebbe tuttavia sorprendere. Il Csm viene previsto dai costituenti come l’organo che, con riguardo alla gestione del percorso professionale dei magistrati ordinari (assunzioni, trasferimenti, “promozioni” e provvedimenti disciplinari) prende il posto, a salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, del Ministro della giustizia. Già in origine, dunque, il Csm non era, a rigore, un organo meramente amministrativo, una sorta di ufficio personale della magistratura, a meno di non pensare che i costituenti siano stati ingenui o astratti, quando hanno previsto l’elezione dei rappresentanti da parte di tutte le categorie dei magistrati ordinari: una rappresentanza certamente non politico-partitica, ma culturale e di sensibilità giuridico-culturale o, se si vuole politico (in senso lato, ovviamente) - culturale. Da qui la problematicità della revisione costituzionale. Referendum Giustizia, è scontro su Gratteri di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 13 febbraio 2026 Il procuratore: “Votano Sì massoni deviati, imputati e indagati”. Nordio: “Serve il test psico-attitudinale?”. Le frasi del procuratore Gratteri sul referendum scatenano l’ira del centrodestra. La Russa: “Offende milioni di cittadini”. Poi il capo dei pm di Napoli precisa: “Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di poteri o alla malavita o a massoneria”. È metà pomeriggio, quando Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, al Corriere precisa il senso delle sue parole che hanno sollevato uno tsunami di “indignazione” nel fronte del Sì: hanno lasciato “basito” il presidente del Senato La Russa, “dispiaciuto” quello della Camera Fontana. È irritato il vicepremier Salvini, arrivato ad annunciare: “Lo denuncio”. Il ministro Piantedosi minimizza: “Conosco Gratteri, è un’espressione che non gli è venuta bene”. Una polemica che ha tolto la scena allo scontro fra il ministro Carlo Nordio convinto che “i magistrati non pagano mai per i loro errori” e il vicepresidente Csm, Fabio Pinelli, che respinge al mittente le “accuse destituite di fondamento” e dice: “Il ministro ha impugnato solo 9 decisioni sulle 319” prese finora. E che ha rischiato di oscurare anche il primo faccia a faccia tv del ministro Nordio, a Porta a Porta, con il presidente del comitato Società civile per il No, Giovanni Bachelet. “Sono sconcertato. Mi domando se l’esame psico attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine”, ha commentato Nordio, sollecitato da Bruno Vespa su Gratteri. Mentre al Csm il consigliere laico di Forza Italia Aimi, annunciava che chiederà di “valutare il requisito dell’equilibrio” del magistrato anti cosche e di sollecitare un’azione disciplinare. “Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa, non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o azioni disciplinari che mi si mette a tacere”, la replica del pm. E, a PiazzaPulita su La7: “Tajani ha detto che sta pensando di togliere la polizia giudiziaria al controllo della magistratura, penso che quello sarebbe un attacco alla democrazia”. Ma cosa aveva detto il procuratore al Corriere della Calabria? “Voteranno No le persone perbene, che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Aggiungendo: “Non voglio un pm più forte. Ma più sereno, che non abbia pressioni”. Frasi, spiega, che non possono essere “parcellizzate e lette in modo disorganico rispetto a una lunga intervista che parlava di indagini e malaffare, nella quale ho detto che credo voteranno Sì le persone a cui questo sistema conviene, quindi i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura”. Ma, assicura, nessun accenno ai cittadini che votano Sì, “chi lo ripete è in malafede. Ma non farò fallo di reazione”. “Offende milioni di cittadini”, aveva commentato La Russa. Il vicepremier Tajani aveva parlato di “attacco alla libertà”. Maurizio Lupi di “voce dal sen fuggita” . Carlo Calenda di “gravità incredibile”. Il capogruppo FdI Bignami aveva chiesto “condanna unanime”. E i comitati per il Sì avevano annunciato una “class action”. “Noi siamo per la Costituzione” lo difende il segretario Cgil, Maurizio Landini. E la segretaria dem Elly Schlein, da Palermo, ribadisce il “No ai magistrati sotto il controllo del governo”. Ma ieri è stata la giornata di Nordio e del faccia a faccia con Bachelet che sul caso Palamara ha attaccato: “L’unico che si è salvato è stato un parlamentare, perché le intercettazioni non si potevano usare. Questa giustizia domestica di cui lei parla non è nel Csm ma è più nel Parlamento”. E il ministro: “Non penseremo mica che il sistema ruotasse intorno a cinque magistrati. Sono stati salvati tutti quelli che appartenevano a certe correnti. Su di noi sono state dette porcherie, ma portiamo avanti le idee dei padri costituenti”, ha affermato il ministro. E Bachelet: “Allora però ci fu dialogo. Adesso il governo attacca singoli magistrati, è una tecnica eversiva, è la prima volta”. E Nordio: “È la prima volta che i magistrati si comportano così”. “Dove c’è separazione delle carriere c’è controllo dell’esecutivo sui pm”, ha accusato il figlio di Vittorio, ucciso dalle Br. E Nordio: “Vassalli ha introdotto il processo accusatorio che richiede carriere separate”. Riconoscersi nella parola di Michele Passione* Ristretti Orizzonti, 13 febbraio 2026 È l’infanzia che ti segna. Così il procuratore Gratteri conclude una surreale intervista concessa per 23 minuti e 31 secondi ad una compiacente giornalista, mentre fuori dalla sua stanza cinque ufficiali di PG attendono pazienti di parlare con lui (visto che l’art. 109 Cost. prevede che il Pm dispone direttamente dalla PG, lui lo interpreta a modo suo; prima il cabaret, almeno quello, giacché a teatro lui non ci va, perché vive in caserma mangiando uno yogurt, come non manca di informarci). Prima di tirare le fila del ragionamento, vediamo di mettere in fila le perle. L’inizio è straordinario; in sintesi, la riforma è di classe, perché il PM forte esige un avvocato forte, “potente e ricco, che solo per parlare vuole 50mila euro”. Anche per evitare questo, bisogna andare a votare, perché “votare è un obbligo”. Fiero di non appartenere a nessuna associazione e di essere qui, “tra la gente”, ed anche di aver ricordato ad ANM che “voi non avete mosso un dito su di me”, ci tiene a sottolineare che anche in Calabria “abbiamo dato tanta fiducia alla gente, molti hanno sperato che la Calabria può cambiare”. Violentata la sintassi, lo Sturm und Drang prosegue, perché anche a Napoli non si scherza, visto che “quasi tutti i reati riusciamo a scoprirli”, anche “grazie a una grande rete di telecamere che abbiamo messo”. Del resto, a riprova della sua astuzia e capacità investigativa, il nostro eroe ci rassicura: “ragiono a ogni problema che ho davanti”. “Gli impulsi espressivi, senza inserirsi come atti in quell’istituto - strumento che è la lingua, rimangono incomprensibili e sterili”, scriveva Devoto ne “I fondamenti della storia linguistica”. Come Pepe Carvalho bruciava i libri nel camino, poiché non lo avevano aiutato a capire la vita, diceva, così il nostro eroe sorvola invece sulla consecutio temporum e va diritto al punto, che mica abbiamo tempo da perdere qui: “voteranno per il NO le persone perbene. Voteranno per il SI gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. E siccome finoammòabbiamopazziato (così forse ci capiamo), e dovremmo spiegare a questo signore che fare il Capo della più grande Procura europea non autorizza al dileggio e all’insulto, e forse al reato, preferiamo chiuderla qui, consegnando alla miseria umana (che quella economica è roba seria) la voce dal sen fuggita. *Avvocato che vota Sì Gratteri ora assegna patenti di onestà sul referendum. E il fronte del No tace di Ermes Antonucci Il Foglio, 13 febbraio 2026 L’incredibile dichiarazione del procuratore di Napoli (“Le persone perbene voteranno No, gli indagati e i massoni voteranno Sì”) non è un’opinione ma un anatema, oltre che un insulto a milioni di italiani. Ma Anm e Pd restano in silenzio. C’è un punto in cui la legittima partecipazione al dibattito pubblico sconfina nella predica morale, e dalla predica si scivola facilmente nella scomunica. Le incredibili parole pronunciate sul referendum dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, in una intervista video al Corriere della Calabria (“Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”) appartengono a quest’ultima categoria: non sono un’opinione, ma un anatema. Oltre che un insulto a milioni di italiani pronti a votare in favore della riforma Nordio. Come evidenziato dall’Unione camere penali, con le sue affermazioni Gratteri “riduce milioni di cittadini a una categoria di sospetti e li dipinge come moralmente indegni solo per la loro scelta di voto”. Divide il corpo elettorale in giusti e reprobi, in puri e impuri. Da una parte “le persone perbene”, dall’altra un indistinto coacervo di indagati, imputati, poteri occulti. In sfregio alla presunzione di innocenza e a un dibattito sano, ancorato al merito della riforma Nordio. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è detto “basito dalla grave dichiarazione” di Gratteri, accusandolo di “alzare e di parecchio i toni dello scontro politico”. Anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha invitato a “un dibattito sobrio”. Oltre sessanta magistrati schierati per il Sì hanno preso posizione scusandosi con i cittadini “che si sono sentiti oltraggiati” dalle parole di Gratteri, ricordando che “la cultura della giurisdizione è per noi comandamento di vita e non vuoto slogan da fiera”, e sfidando provocatoriamente il procuratore di Napoli: “Sig. Gratteri, ci indaghi tutti”. Netta anche la reazione del vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani: “Quello di Gratteri, insieme a quello del Partito democratico di ieri, è il miglior spot a favore del Sì. Minacciare, aggredire, insultare chi la pensa in maniera diversa è veramente antidemocratico. Per questo mi pare che le parole di Gratteri siano un attacco alla libertà di ciascuno”. Che un procuratore della Repubblica - cioè un magistrato che esercita l’azione penale in nome del popolo italiano - scelga di utilizzare categorie morali per orientare un voto politico è un fatto che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la separazione dei poteri. Non perché ai magistrati sia vietato avere opinioni, ma perché la forza della loro funzione risiede nella sobrietà, nell’equilibrio, nella consapevolezza del peso delle parole (ci si aspetta infatti che il Csm valuti l’esternazione di Gratteri sotto il profilo disciplinare). Ma a sorprendere, ancor più delle parole di Gratteri, è il silenzio del fronte del No. Se davvero quella parte rivendica di difendere i diritti dei cittadini, dovrebbe essere la prima a dire che nessun magistrato può distribuire patenti di onestà in base alla scheda elettorale. Invece dall’Associazione nazionale magistrati, dal Pd e da tutto il centrosinistra non è giunta alcuna presa di distanza dalle dichiarazioni di Gratteri. Che uno dei principali sponsor del No insulti gli italiani evidentemente non è un problema. Referendum, il confronto tv Bachelet-Nordio di Lorenzo Stasi L’Espresso, 13 febbraio 2026 Il presidente del comitato per il no: “Il sorteggio non funziona”. Il ministro: “Serve a eliminare la giustizia domestica”. Il faccia a faccia ospitato da Bruno Vespa tra le ragioni del sì e quelle del no al referendum sulla Giustizia. Sia Bachelet che Nordio hanno condannato le parole di Nicola Gratteri, poi lo scontro sui provvedimenti disciplinari, caso Palamara e Tortora. Da una parte Carlo Nordio, uno degli architetti della riforma della Giustizia che tra poco più di un mese dovrà passare al vaglio degli elettori; dall’altra Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società civile per il No al referendum” e figlio di Vittorio Bachelet che, proprio il 12 febbraio del 1980, veniva ucciso dalle Brigate rosse. Il primo confronto televisivo tra le ragioni del sì e del no al referendum, ospitato da Bruno Vespa nel salotto di “Cinque minuti” su Rai 1, è partito dalle parole di Nicola Gratteri e dalla polemica che ne è scaturita. Che, in un’intervista al Corriere della Calabria, ha detto che voteranno sì al referendum “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Entrambi, sia Nordio che Bachelet - ecco l’unico punto in comune tra i due - hanno contestato l’opportunità dell’uscita del procuratore capo di Napoli. Per il presidente del comitato per il no, è stato un “commento offensivo per gli elettori” oltre che “inopportuno” perché potrebbe finire per portare “più voti al sì. Per fortuna - ha continuato ironizzando - che ci sono i commenti del ministro che portano voti al no”. Più duro il commento del Guardasigilli, che più volte si è scontrato con Gratteri: “Sono sconcertato da quello che ho sentito ma ancor di più dalla retromarcia che ha fatto dicendo di essere stato strumentalizzato e frainteso. Mi domando - ha detto - se l’esame psicoattitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera”. Poi si è passati ad affrontare questioni più nel merito della riforma e del referendum che ci sarà il 22 e il 23 marzo. Il sorteggio dei Consiglio superiori della magistratura, anzitutto, pensato dai promotori per spezzare i meccanismi correntizi. Per Bachelet, affidare al caso la scelta dei magistrati che siederanno nel loro organo di autogoverno “non funziona perché anzitutto le correnti non nascono nel Csm ma nell’Associazione nazionale magistrati, che però ha in se stessa il 90% dei magistrati”. Le correnti “quando sono sane, sono legittime espressioni di pluralismo e di come andare avanti con la giustizia. Una l’ha fondata pure Falcone e si chiamava “Movimento della giustizia” negli ultimi anni 80. Se degenerano - per il presidente del comitato per il no - sono fonte di mercato, ma questo è vero per i partiti in Parlamento, per certe aggregazioni di professori universitari nella mia università, però se si sorteggia non si sa più chi ha il mandato di fare cosa”. Per Nordio, come ripetuto in altre occasioni, il sistema del sorteggio “serve a eliminare quella giustizia domestica che c’è dentro alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, per cui se un magistrato sbaglia non paga mai, ma semmai viene promosso: pensiamo al caso Tortora, c’è stato uno dei più clamorosi errori giudiziari, quei magistrati sono stati promossi, uno addirittura è andato al Consiglio superiore della magistratura. Perché? Perché erano protetti all’interno del Csm proprio da questo sistema di correnti”. “Gli errori giudiziari sono una cosa, le questioni disciplinari un’altra - ha replicato Bachelet - e, quanto a giustizia domestica, l’unico che si è salvato del caso Palamara era il parlamentare perché non si potevano usare le sue intercettazioni. Mentre tutti i magistrati coinvolti sono stati radiati o puniti con gravi punizioni, quindi questa giustizia domestica mi pare più nel Parlamento che non nel Csm”. La risposta di Nordio: “Nel caso Palamara cinque magistrati sono stati in un certo senso allontanati dal Csm e decine di altri si sono salvati. Non penseremo mica che il sistema Palamara ruotasse soltanto attorno a questi cinque magistrati? Sono stati salvati tutti quelli che appartenendo a determinate correnti, sono stati protetti e le loro intercettazioni non sono mai state pubblicate”. Iscrizione nel registro indagati, l’indicazione di una data anteriore non incide sul termine delle indagini di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2026 Lo ha chiarito la Cassazione, con la sentenza n. 5464/2026, in merito all’applicazione dei nuovi termini di durata delle indagini preliminari stabiliti dalla riforma Cartabia. Il termine di durata delle indagini preliminari è quello previsto dalla riforma Cartabia (nuovo art. 405, co. 2, c.p.p.) - pari, nel caso di delitto, a un anno e non più a sei mesi - quando l’iscrizione nel registro degli indagati sia avvenuta dopo il 30 dicembre 2022, anche se il pubblico ministero abbia successivamente indicato una data anteriore, in applicazione del principio del tempus regit actum. Lo ha chiarito la Cassazione, con la sentenza n. 5464/2026, respingendo il ricorso di un sindaco pro tempore agli arresti domiciliari per corruzione. Il ricorrente, tra l’altro, affermava la tardività della iscrizione nel registro, invocando l’applicazione dell’art. 405, co. 2, Cpp nel testo vigente prima dell’entrata in vigore del Dlgs 150/2022. Per la VI Sezione penale, tuttavia, non si può prescindere dal fatto che l’iscrizione era stata fatta il 23 gennaio 2023. “Per quanto - argomenta la Corte - una tale scelta da parte dell’organo inquirente possa apparire discutibile non si può superare il dato oggettivo della avvenuta iscrizione in un periodo in cui erano operative le norme nel testo novellato dalla riforma “Cartabia”. E allora, il termine di conclusione delle indagini preliminari era quello previsto dal nuovo testo dell’art. 405, comma 2, cod. proc. pen., ovvero di un anno dalla data in cui il nome della persona alla quale è attribuito il reato è iscritto nel registro delle notizie di reato, al posto degli originari sei mesi, previsti ante riforma. Né, prosegue il ragionamento, una tale valutazione può essere superata dal fatto che il Pm abbia deciso di agire in “autotutela”, anticipando l’iscrizione, sulla scorta del nuovo art. 335, co. 1- ter, Cpp: un tale modus procedendi non rende per ciò solo applicabile l’art. 405, co. 2, Cpp nella formulazione previgente alla riforma del 2022, con operatività del minore termine di sei mesi e con decorrenza dal 13 settembre 2022. Seguendo il ragionamento del ricorrente si arriverebbe ad una “irrazionale applicazione, in modo congiunto e promiscuo, delle disposizioni normative in materia di indagini preliminari nel testo sia antecedente che successivo alla data di entrata in vigore del Dlgs n. 150”; così violando anche il “principio del tempus regit actum, che notoriamente regolamenta il fenomeno della successione nel tempo di norme di carattere processuale”. Correttamente, conclude sul punto la decisione, i Giudici della cautela hanno evidenziato che il previgente testo normativo degli artt. 405 e 406 Cpp è applicabile ai procedimenti pendenti al 30 dicembre 2022 e in relazione ai quali l’organo inquirente ha già disposto l’iscrizione nel registro degli indagati: “evenienza - conclude la Corte - non riscontrata nel caso in esame, là dove alla data del 30 dicembre 2022 non era pendente alcun procedimento e non era stata formalmente iscritta la notizia di reato”. Lombardia. Convegno Cgil: “I diritti non si arrestano, nemmeno dietro le sbarre” di Laura Messina collettiva.it, 13 febbraio 2026 Nel 2025 oltre 4 mila contatti e 750 pratiche negli sportelli sindacali attivi negli istituti penitenziari. “I diritti non si arrestano, nemmeno dietro le sbarre”. È il messaggio al centro del convegno che si è svolto ieri, 12 febbraio, presso la Camera del Lavoro di Milano, organizzato da Cgil Lombardia, Cgil Milano, Cgil Varese e Cgil Monza e Brianza. Una mattinata di lavori dedicata alla tutela dei diritti delle persone detenute e all’azione degli sportelli sindacali negli istituti penitenziari. Ad aprire il convegno sono stati Angela Mondellini, segreteria Cgil Lombardia, e Vincenzo Greco, segreteria Cgil Milano, che hanno richiamato il valore politico dell’iniziativa: portare diritti e tutele in carcere significa difendere la Costituzione e misurare il grado di civiltà di un territorio. L’introduzione è stata affidata a Ivan Lembo, responsabile politiche sociali Cgil Milano, che ha descritto il quadro critico delle carceri lombarde - sovraffollamento, fragilità sociali, disagio psichico - ribadendo che “la denuncia da sola non basta: serve un’azione concreta, costruita nel tempo e condivisa tra soggetti diversi”. Nel 2025 gli sportelli sindacali Cgil attivi negli istituti lombardi hanno seguito oltre 750 pratiche e registrato più di 4.000 contatti complessivi, tra orientamento, ascolto e richieste di informazione. La rete è presente a San Vittore, Bollate, Opera, Monza, Varese e Busto Arsizio e offre assistenza su previdenza, NASpI, invalidità, pensioni, Isee, tutele nei rapporti di lavoro e accesso alla casa. Il lavoro è stato uno dei nodi centrali. Silvia Costa, responsabile Centro per l’impiego Monza e Brianza, ha ricordato l’esperienza dello sportello lavoro attivo nella casa circondariale dal 2011: una presenza stabile che porta dentro il carcere servizi di orientamento e accompagnamento analoghi a quelli garantiti all’esterno, in raccordo con reti sociali e sanitarie. Dal versante istituzionale, Luigi Palmiero, del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria Lombardia, ha evidenziato la necessità di aumentare le opportunità lavorative e consolidare le progettualità con Regione Lombardia, anche attraverso bandi e fondi dedicati. Palmiero ha però indicato limiti strutturali che frenano lo sviluppo: spazi insufficienti, flussi continui di ingresso e uscita negli istituti, carenza di personale amministrativo e una burocrazia che rallenta l’accesso ai servizi, anche a causa di piattaforme informatiche non comunicanti tra loro. Nel panel dedicato a “Carcere, diritti e salute mentale” - con Francesca Cova e Simona Silvestro - la discussione ha insistito su tre parole: sovraffollamento, autolesionismo, continuità terapeutica. Il sovraffollamento aggrava condizioni già fragili e rende più complessa la presa in carico. Il tema dell’autolesionismo restituisce uno spaccato della sofferenza vissuta dentro gli istituti. La continuità della cura, soprattutto nel passaggio tra carcere e territorio, è stata indicata come uno snodo decisivo per evitare che il fine pena coincida con l’interruzione dei percorsi sanitari e sociali. Nella tavola rotonda è emerso con forza il tema degli “invisibili”. Cecco Bellosi, della Comunità Il Gabbiano ODV, ha definito il carcere una “discarica sociale” e ha ricordato come senza casa e reddito i diritti restino fragili. A questi due elementi ha aggiunto un terzo punto decisivo: i documenti. La mancanza di residenza o identità formale, infatti, può escludere dall’accesso ai servizi e rendere quasi impossibile un percorso di reinserimento. A portare una testimonianza diretta è stato Massimo Barilli, che ha sottolineato un aspetto spesso rimosso: in carcere i diritti rischiano di trasformarsi in richieste “per favore”, mentre dovrebbero restare pienamente esigibili. Informazione e orientamento, ha ricordato, sono strumenti concreti per restituire prospettiva e dignità. Nel suo intervento, Pietro Roncari, Garante a Busto Arsizio, ha ringraziato esplicitamente il lavoro degli sportelli sindacali, riportando anche la gratitudine espressa da diverse persone detenute. Ha ricordato come in carcere l’accesso a qualsiasi cosa passi attraverso procedure e richieste continue, e come dalle prime domande (spesso legate al lavoro o alla disoccupazione) si arrivi rapidamente a un insieme più ampio di bisogni: documenti, salute, famiglia, casa. A chiudere, Denise Amerini, responsabile area carcere e dipendenze della Cgil nazionale. la dirigente sindacale ha rilanciato la cornice costituzionale: “i diritti o sono di tutti o sono privilegi”. La pena può limitare la libertà personale, non i diritti fondamentali. Amerini ha richiamato la campagna nazionale “Clemenza e umanità nelle carceri italiane”, sostenendo che senza misure capaci di ridurre il sovraffollamento e rendere praticabili i percorsi alternativi, il lavoro quotidiano di tutela rischia di scontrarsi con una realtà che ne limita l’efficacia. Augusta (Sr). Detenuto di 38 anni muore dopo il ricovero in ospedale di Luna Casarotti labottegadelbarbieri.org, 13 febbraio 2026 La morte di Aliseo Francesco, 38 anni, e originario di Mazara del Vallo, è avvenuta il 21 gennaio 2026 mentre era detenuto presso il carcere di Augusta. A febbraio, a distanza di settimane dai fatti, la famiglia continua a chiedere verità e giustizia su quanto accaduto. Secondo la ricostruzione dei familiari, Francesco aveva iniziato ad accusare forti dolori al petto già dal 14 gennaio. Più volte era stato accompagnato in infermeria e visitato dal medico di guardia. Tuttavia, come riportato nella denuncia contro ignoti per omicidio colposo presentata dall’avvocato della famiglia, non sarebbero stati effettuati accertamenti diagnostici approfonditi come elettrocardiogrammi o radiografie. Gli erano stati somministrati farmaci antidolorifici e antipiretici, tra cui Brufen e Tachipirina, con l’ipotesi di dolori intercostali legati a un virus influenzale. Le sue condizioni, però, non erano migliorate. Il dolore era diventato sempre più intenso, fino a impedirgli di alzarsi dal letto. Il 17 gennaio, in mattinata, aveva perso conoscenza. Era stato trasportato d’urgenza all’Ospedale Umberto I di Siracusa, dove era rimasto in coma fino al decesso, avvenuto alle 8:35 del 21 gennaio. La famiglia ha riferito di non essere stata informata né del ricovero né del peggioramento delle sue condizioni cliniche. La notizia della morte era stata comunicata soltanto alle ore 14 dello stesso giorno dai Carabinieri, che si erano recati presso l’abitazione dei parenti. “Non sapevamo nulla - hanno dichiarato - e il carcere aveva tutti i nostri recapiti”. La salma era stata posta sotto sequestro presso l’Istituto di medicina legale di Catania, dove il 28 gennaio era stata eseguita l’autopsia alla presenza del consulente tecnico nominato dai familiari. L’esame autoptico dovrà chiarire le cause del decesso e accertare eventuali responsabilità. Nel frattempo, erano state raccolte le testimonianze del compagno di cella e di altri detenuti dello stesso piano. Secondo quanto riferito, nei giorni precedenti al malore più volte erano state sollecitate cure più approfondite, anche attraverso episodi di protesta e battiture per richiamare l’attenzione sulle condizioni di Francesco, che continuava a lamentare dolori fortissimi. Francesco era stato arrestato il 24 luglio 2024, poche settimane dopo la tragica morte dei genitori in un incidente stradale. I familiari hanno sottolineato come fosse stato trasferito a oltre 400 chilometri dalla sua città, in una struttura di alta sicurezza, nonostante fosse accusato di reati comuni. A febbraio, l’inchiesta resta aperta. La famiglia attende l’esito definitivo degli accertamenti medico-legali e l’acquisizione delle cartelle cliniche per comprendere se vi siano state negligenze, omissioni o ritardi nei soccorsi. “Vogliamo sapere perché non è stato portato subito in ospedale e perché i suoi dolori sono stati sottovalutati. Chiediamo giustizia per Francesco”, hanno ribadito i familiari. Bari. Muore a 25 anni nel Cpr, la denuncia delle parlamentari dem: “Fare chiarezza sulle cause” di Vincenzo Pellico La Repubblica, 13 febbraio 2026 Un giovane di 25 anni di origine magrebina è deceduto ieri mattina nel Centro di permanenza per i rimpatri di Bari-Palese (Cpr), dove era trattenuto. Secondo i primi rilievi delle autorità, il decesso sarebbe riconducibile a cause naturali, probabilmente un arresto cardiaco. Sul corpo non sarebbero stati riscontrati segni di violenza. La Polizia sta conducendo ulteriori verifiche per chiarire la dinamica dell’accaduto. Immediate le reazioni sul fronte politico. Le parlamentari del Partito democratico Rachele Scarpa e Cecilia Strada hanno chiesto che venga fatta “subito chiarezza” sulla vicenda, sottolineando che “non si può morire in custodia dello Stato”. Nel loro intervento, le due esponenti dem hanno espresso “sgomento” per quanto accaduto e hanno insistito sulla necessità di “una ricostruzione completa” dei fatti, da fornire “al più presto” e con “rapidità e trasparenza”. “Quando una persona muore mentre è sotto custodia dello Stato, non ci si può limitare ad archiviare il caso come inevitabile”, hanno dichiarato Scarpa e Strada, definendo la morte del giovane “l’ennesima morte per Cpr”. Il Cpr di Bari-Palese non è nuovo a episodi di tensione. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio scorso le persone recluse hanno appiccato incendi all’interno dei moduli detentivi, incendiando materassi e suppellettili. Alcuni si sono rifugiati sui tetti per sfuggire al fumo, lanciando slogan come “libertà” e “tutti liberi”. Già nei primi giorni di luglio erano esplose proteste simili, con scioperi della fame e denunce per condizioni igieniche precarie e somministrazione di cibo avariato. Il primo maggio 2025 un giovane trattenuto, dopo una settimana di sciopero della fame, è stato portato in ospedale in seguito all’ingestione di shampoo, mentre sono emersi casi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Modena. Presunte torture nella rivolta in carcere nel 2020, presentata nuova memoria di David Marceddu rainews.it, 13 febbraio 2026 Presunte torture nella rivolta in carcere nel 2020, presentata nuova memoria. In tribunale si discute la nuova richiesta di archiviazione presentata dalla procura dopo il supplemento di indagini. Udienza rinviata a fine marzo. Una memoria legale con nuove prove che confermerebbero violenze gratuite e pestaggi. E’ quella presentata oggi (12 febbraio) dagli avvocati che assistono i 30 detenuti che avevano denunciato presunte torture e lesioni da parte della polizia penitenziaria nel carcere di Modena durante la rivolta dell’8 marzo 2020, all’inizio del lockdown Covid. I legali, tra cui quelli della associazione Antigone, attiva nei diritti delle persone ristrette, sono andati davanti al giudice per le indagini preliminari per opporsi alla seconda richiesta di archiviazione presentata dalla Procura della Repubblica. Già nel nel 2024 il Gip aveva rigettato una prima richiesta e chiesto ai Pm di indagare ancora. Ma nonostante gli approfondimenti il procuratore Masini e le Pm De Santis e Graziano hanno deciso nell’estate 2025 di chiedere una seconda volta di archiviare tutto. Impossibile - sostengono - accertare il nesso causale tra lesioni dei detenuti e condotte illecite degli agenti. Inoltre i reclusi sarebbero inattendibili. L’udienza di oggi davanti alla gip di Modena è iniziata ma subito rinviata al 30 marzo. 90 in tutto gli agenti della penitenziaria indagati. Per i loro avvocati tutte le indagini hanno dimostrato l’infondatezza delle accuse. Quel giorno morirono nove reclusi, ma queste morti sono state già archiviate dal gip come frutto di overdose di sostanze dopo il saccheggio della farmacia del carcere. La famiglia di uno di loro però ora si è rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Dopo 6 anni nulla si sa invece dell’inchiesta relativa alla organizzazione della rivolta. L’Aquila. Il Consiglio comunale boccia un ordine del giorno sul carcere minorile di Barbara Orsini rete8.it, 13 febbraio 2026 La maggioranza in Consiglio comunale ha bocciato l’ordine del giorno sul carcere minorile dell’Aquila presentato dalla consigliera Pd Stefania Pezzopane e sottoscritto da tutte le forze di opposizione. In una nota, Pezzopane parla di “decisione incomprensibile e irrispettosa” verso lavoratori e minori, richiamando una situazione “gravissima” finita anche sulla stampa nazionale. Il documento aveva l’obiettivo di impegnare l’amministrazione a prendere in carico le criticità della struttura e a intervenire presso il ministero della Giustizia per gli adempimenti necessari, a partire da sicurezza, personale e spazi sociali. Con la bocciatura, sottolinea in una nota, la maggioranza avrebbe scelto di “non assumere quell’indirizzo politico e di non dare un mandato chiaro al sindaco e alla Giunta su richieste e interlocuzioni da attivare”. Nel resoconto di Pezzopane, in aula sarebbe intervenuto solo il consigliere Leonardo Scimia, “visto che la Giunta non aveva espresso parere e che il sindaco non era presente”. Aggiunge che il primo cittadino avrebbe lasciato l’aula prima della discussione: “Un atteggiamento che considero sprezzante e istituzionalmente grave”. Sul tema sicurezza, Pezzopane riferisce di una comunicazione ufficiale del ministero della Giustizia: all’inaugurazione dell’immobile (agosto 2024) mancava una certificazione ritenuta “fondamentale”. Indica inoltre che il Dvr (Documento valutazione rischi) è stato predisposto il 15 gennaio 2026, è ancora oggetto di revisione e non risulta disponibile nella versione definitiva. “Circostanza gravissima, soprattutto in un istituto minorile”, conclude. Firenze. “Sos Sollicciano”, un picco di iscritti ai corsi per diventare volontari in carcere di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 13 febbraio 2026 Una sessantina all’incontro con Pantagruel. Boom di iscritti al corso per diventare volontari dentro il carcere di Sollicciano. Sono arrivati in quasi sessanta, nei giorni scorsi, per il primo incontro promosso dall’associazione Pantagruel con l’intento di formare persone che possano entrare nel penitenziario fiorentino per ascoltare i bisogni dei detenuti, parlare con loro e tentare di aiutarli nelle questioni quotidiane. Una partecipazione inaspettata e probabilmente, come spiegato dalla presidente dell’associazione Fatima Ben Hijji, spinta anche dal drammatico peggioramento delle condizioni di vita dentro il carcere. “Se dovessimo trovare una notizia positiva nelle difficoltà che vivono quotidianamente i reclusi di Sollicciano, è proprio questa grande e inattesa partecipazione. Significa che tante persone hanno a cuore il destino dei carcerati”. Tra i volontari uomini e donne, alcuni anziani e altri molto giovani. Camilla ha 21 anni: “Ho una grande sensibilità per il tema carcere - racconta - perché quando avevo meno di 10 anni ho frequentato una struttura per detenuti in semilibertà portata avanti da un sacerdote”. Con loro Camilla ha sviluppato un rapporto molto speciale: “Erano persone che nella vita avevano fatto errori importanti, ma chi di noi non fa errori. Erano persone con cui potevo parlare liberamente. Avevo un rapporto difficile con mio padre e loro mi facevano sentire protetta, non ho mai avuto un pregiudizio nei loro confronti”. Arrivata alla maggiore età, Camilla si è avvicinata alle notizie che parlavano di carcere e ha scoperto con grande dispiacere le condizioni di Sollicciano: “Ho letto che il carcere è sovraffollato, che i detenuti soffrono il freddo, che vivono in celle fatiscenti”. È poi rimasta molto soddisfatta dei primi due incontri con l’associazione Pantagruel: “Sono state riunione molto importanti, il cui obiettivo è formare nuovi volontari. Il mio sogno sarebbe quello di entrare a Sollicciano per aiutare quelle persone private della loro libertà, fornire loro una voce amica e un supporto relazionale, proprio come quei detenuti hanno fatto con me anni fa”. Maddalena, 25 anni, studia filosofia politica: “Credo sia un dovere morale in quanto esseri umani volgere lo sguardo verso queste situazioni di disagio”. Maddalena, già attivista per la Ong Mediterranea con cui è stata in Ucraina, ha una particolare sensibilità anche per il mondo del carcere: “Siamo ormai tutti consapevoli di come si vive dentro Sollicciano, soprattutto d’inverno con il freddo nelle celle. Mia madre ha insegnato come professoressa in carcere e io ho letto testi come Carcere e fabbrica: alle origini del sistema penitenziario e Aboliamo le prigioni?. Tutto questo mi ha predisposta a partecipare a questo corso per diventare volontaria a Sollicciano”. Tra gli ospiti dei corsi di Pantagruel, anche la direttrice di Sollicciano Valeria Vitrani e il garante comunale dei detenuti Giancarlo Parissi. Brindisi. Tutela dei figli dei detenuti: incontro in Provincia per arrivare a protocollo d’intesa brindisireport.it, 13 febbraio 2026 Pur in presenza di impegno, professionalità e dedizione da parte dell’istituzione penitenziaria e dei servizi, permangono difficoltà strutturali. L’obiettivo è arrivare a una sintesi. È stato convocato per martedì 17 febbraio alle ore 10.00 nel salone di rappresentanza della Provincia di Brindisi un incontro interistituzionale col fine di avviare un confronto concreto e operativo per la definizione di un protocollo condiviso a tutela dei figli delle persone detenute presso la Casa Circondariale di Brindisi. L’iniziativa, promossa dalla garante delle persone private della libertà personale della Provincia di Brindisi Valentina Farina, si pone l’obiettivo di vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali dei minori favorendo un lavoro sinergico tra istituzioni penitenziarie, servizi territoriali e comunità locale. L’idea del protocollo nasce dalla constatazione che - pur in presenza di impegno, professionalità e dedizione da parte dell’istituzione penitenziaria e dei servizi - permangono difficoltà strutturali reali, che rendono fragile e discontinua la tutela dei minori coinvolti e le responsabilità genitoriali. Nello specifico si riscontrano: assenza di procedure formalizzate di segnalazione precoce dei figli di persone detenute ai servizi territoriali competenti; tempi di attivazione spesso tardivi dei servizi sociali e sanitari, che intervengono quando il disagio del minore è già strutturato; frammentazione degli interventi tra Comuni, ASL e servizi specialistici, con difficoltà di coordinamento e di continuità assistenziale; disomogeneità delle prassi sul territorio provinciale, legata alle diverse capacità organizzative dei singoli enti; difficoltà di accesso a valutazioni psicologiche e neuropsichiatriche tempestive, anche a causa delle liste d’attesa; carenza di interventi di sostegno alla genitorialità e di psico-educazione, in particolare nei confronti dei padri detenuti che presentano fragilità emotive, culturali o relazionali; rischio concreto che i figli delle persone detenute restino inermi e invisibili, privi di una presa in carico chiara e continuativa. Criticità che incidono fortemente sul diritto alla famiglia e sul superiore interesse del minore. L’idea è quella di sperimentare un modello integrato di presa in carico multidisciplinare, accompagnamento alla genitorialità e graduale reinserimento sociale di genitori sottoposti a misure di detenzione. L’incontro proposto intende dunque rispondere all’esigenza di trasformare obblighi normativi già esistenti in prassi operative effettive. All’incontro parteciperanno i rappresentanti delle istituzioni e dei servizi del territorio, nonché la Provincia di Brindisi, rappresentata dal Presidente F.F. Giuseppe Ventrella, dalla Dirigente Fernanda Prete, quale soggetto di coordinamento e di promozione delle politiche territoriali. Busto Arsizio. Sei detenuti diventano operatori cinofili grazie al Rotary varesenews.it, 13 febbraio 2026 Conclusa alla Casa circondariale di Busto Arsizio la sesta edizione carceraria del progetto promosso dal Rotary Club Varese Ceresio con il sostegno di club e fondazioni rotariane. È giunto a compimento un nuovo Progetto promosso dal Rotary Club Varese Ceresio con il particolare impegno di Lucia Zilio. Si tratta del progetto formativo cinofilo “Mi Fido di Te”, intrapreso presso la Casa Circondariale di Busto Arsizio, grazie al sostegno dei club rotariani: Rotary Club Varese Ceresio, Rotary Club Busto Gallarate Legnano Ticino, del Rotaract Varese Verbano e al contributo della Rotary Foundation tramite il Distretto 2042 del Rotary International e con il sostegno di ACSI - Settore Cinofilia Nazionale e dei formatori di CIAC Varese. Sei detenuti hanno conseguito la qualifica di Operatore Cinofilo, al termine di un percorso formativo di 80 ore, culminato con il superamento dell’esame finale. Un traguardo importante che rappresenta non solo un’opportunità concreta di reinserimento lavorativo, ma anche un potente strumento di crescita personale e relazionale. Per il progetto si tratta della sesta edizione in ambito carcerario, dopo le esperienze già realizzate presso gli istituti di Rebibbia, Civitavecchia e Uta, confermandosi come un modello virtuoso di formazione e inclusione. La formazione, tuttavia, non si ferma: nei prossimi mesi i partecipanti riprenderanno il percorso con il modulo Educatore Cinofilo, ampliando ulteriormente le loro competenze professionali. Le finalità del progetto sono molteplici. Oltre alla creazione di figure cinofile certificate, pronte ad affacciarsi al mercato del lavoro con una preparazione qualificata, “Mi Fido di Te” punta a favorire la ricostruzione della rete sociale e relazionale dei partecipanti, promuovendo valori fondamentali come collaborazione, fiducia, empatia e responsabilità. Un ruolo centrale è svolto anche dai numerosi cani coinvolti nel percorso, presenti durante il primo modulo e che continueranno ad accompagnare i ragazzi anche nelle fasi successive della formazione, diventando strumenti fondamentali di relazione, crescita emotiva e apprendimento esperienziale. Il progetto è reso possibile grazie all’impegno degli operatori ed educatori volontari, che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa, e al lavoro del team di formatori composto da Sabrina Brusa, Silvia Angiolini e Manuel Sicco, che con professionalità e passione guidano il percorso formativo. “Mi Fido di Te” si conferma così come un esempio concreto di come la formazione, unita al rapporto con il cane, possa diventare un potente strumento di reinserimento sociale, riscatto personale e costruzione di nuove opportunità di vita. Per il Rotary Club Varese Ceresio si tratta del terzo Progetto realizzato in pochi mesi dopo la gara di golf a Luvinate, che ha permesso di sostenere tangibilmente PizzAut con il Progetto Food Truck, e il Progetto Telemedicina presso l’Istituto Cavalier Francesco Menotti di Cadegliano Viconago. Alessandria. Carceri, Avs: “Al Don Soria le attività di volontariato interrotte al San Michele” radiogold.it, 13 febbraio 2026 Prima la visita nelle due carceri di Alessandria, la Casa Circondariale “Cantiello e Gaeta” e la Casa di Reclusione “San Michele”, e poi la serata alla Casa di Quartiere. Mercoledì sera le due consigliere regionali di Alleanza Verdi Sinistra, Alice Ravinale e Giulia Marro, hanno fatto il punto sulla situazione dei due istituti di pena del capoluogo, insieme alla rete di associazioni, volontariato e cittadinanza attiva. “La visita ha confermato criticità profonde e scelte che destano forte preoccupazione”. “Abbiamo riscontrato condizioni strutturali gravissime: un edificio che cade a pezzi, privo di ascensori, con persone detenute con problemi di deambulazione collocate fino al quarto piano e quindi, in diversi casi, impossibilitate ad accedere regolarmente all’aria aperta. Anche qui, il numero di educatori è drammaticamente basso: 4 per oltre 200 detenuti. Situazioni incompatibili con la dignità delle persone e con la funzione costituzionale della pena. Abbiamo incontrato anche ragazzi molto giovani sottoposti al regime previsto dall’art. 14 bis dell’ordinamento penitenziario. Si tratta di un provvedimento disposto dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a Roma, quindi deciso da chi non conosce direttamente le persone coinvolte né il loro percorso detentivo. Prevede fino a sei mesi di isolamento, senza televisione e senza accesso alle attività trattamentali. Una misura estremamente afflittiva, calata dall’alto, che - come riconoscono anche diversi agenti di polizia penitenziaria - difficilmente aiuta a responsabilizzare la persona e rischia anzi di produrre effetti opposti, soprattutto su detenuti molto giovani e fragili”. “Oggi è attivo un solo piano con persone detenute e il futuro dell’istituto appare segnato da decisioni già orientate: lo smantellamento della casa di reclusione ordinaria per ospitare detenuti sottoposti al regime di 41 bis, trasferiti da Cuneo e Novara. Anche in questo caso si tratta di scelte che arrivano dall’alto, senza un reale coinvolgimento delle istituzioni locali e della rete territoriale che da anni attraversa l’istituto. Se questa decisione verrà confermata, significherà cancellare un’esperienza trattamentale costruita nel tempo grazie al lavoro congiunto di operatori, educatori, associazioni e volontariato. San Michele ha rappresentato un esempio concreto di percorsi legati a studio, lavoro e attività culturali, strumenti reali di prevenzione della recidiva. Smontare questa esperienza senza confronto e trasparenza è un errore grave, oltre che un metodo che indebolisce il rapporto tra istituzioni e territorio. Il carcere non è un luogo separato dalla città: le scelte che lo riguardano incidono sulla sicurezza, sulla coesione sociale e sulla qualità della nostra democrazia. Il quadro nazionale va nella direzione opposta a quella di cui avremmo bisogno: più reati, più pene, più carcere senza funzione rieducativa. Come ricordato anche durante l’incontro pubblico, diversi reati risultano in diminuzione, ma la risposta resta l’inasprimento, come se la società avesse bisogno di individuare continuamente un “esubero” da punire per legittimare il sistema. Ogni visita lascia un senso di amarezza: si entra in un meccanismo che appare inceppato e che, invece di essere ripensato, viene ulteriormente irrigidito. La funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione, rischia di diventare marginale. Allo stesso tempo, l’incontro alla Casa di Quartiere ha mostrato l’esatto contrario dell’indifferenza. La sala piena dimostra che il tema riguarda la città e che esiste una rete viva e competente. Attorno al carcere si costruisce una trama di relazioni fatta di educatori, operatori, associazioni culturali e sociali che non mollano e continuano a investire energie, spesso in silenzio”. Ravinale e Marro hanno infine ringraziato Fuga di Sapori, ICS, Antigone e tutte le realtà presenti, “che continuano a chiedere trasparenza sul futuro di San Michele” e che, come ICS, rafforzeranno il proprio impegno dentro il Don Soria. “Senza questo presidio civile il sistema sarebbe ancora più fragile. Il nostro interessamento proseguirà. Continueremo a visitare gli istituti penitenziari, anche se ogni volta l’impatto è forte, e continueremo a denunciare condizioni strutturali inaccettabili e scelte calate dall’alto. Le decisioni sul futuro delle carceri non possono essere assunte senza coinvolgere i territori che dimostrano di voler essere parte attiva. Perché la sicurezza non si costruisce aumentando i reati e svuotando la funzione rieducativa del carcere, ma rafforzando percorsi, anche alternativi alla detenzione, che riducano davvero la recidiva e tengano insieme diritti e responsabilità”. Le due esponenti della minoranza a Palazzo Lascaris, inoltre, si sono informate sulla fattibilità dello spostamento al “Don Soria” delle attività di volontariato interrotte al carcere di San Michele, alla luce della sua imminente trasformazione in struttura di massima sicurezza. “Una esigenza di maggiori attività che gli stessi detenuti del Cantiello e Gaeta ci hanno posto. Sappiamo che un trasferimento di questo tipo non sarebbe semplice ma in Piemonte esistono case circondariali con attività all’interno. La stessa direttrice ci ha detto che questo scenario è nelle sue corde. Speriamo: la comunità all’esterno chiede delle risposte, in particolare i tanti volontari che si sono impegnati in questi anni”. Belluno. “Olimpiadi in carcere”, un progetto di Seconda Chance di Massimiliano Castellani Avvenire, 13 febbraio 2026 “Olimpiadi in carcere”: i campioni Scarpa e Truccolo accendono la torcia anche dietro alle sbarre. Portare lo sport, la canoa in particolare dentro al carcere, per pagaiare dietro le sbarre” È l’ultima follia di un visionario olimpico, qual è da sempre Daniele Scarpa. Il 62enne veneziano, oro olimpico ad Atlanta 1996 in coppia con Antonio Rossi (nel K2. 1000 m) e argento con Beniamino Bonomi (nel K2 500 m), da anni con “Canoa Republic” è in prima linea sul fronte dell’inclusione sociale. E oggi, con sua moglie, la campionessa Sandra Truccolo, 2 ori e 2 argenti paralimpici, varcheranno la soglia della Casa Circondariale di Belluno in qualità di testimonial-portabandiera delle “Olimpiadi in carcere”. Il progetto è stato ideato dalla giornalista Giovanna Pastega, responsabile Triveneto di “Seconda Chance” l’Associazione non profit fondata nel 2022 dall’altra giornalista del TgLa7 Flavia Filippi, grazie a un protocollo di collaborazione stipulato con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in questo quadriennio è riuscita a ricollocare nel mondo del lavoro 750 tra detenuti, affidati ed ex detenuti, assunti dalle più importanti aziende italiane. Ma come dicevano i nostri avi, “Mens sana in corpore sano” e quindi dopo la realizzazione della “Città dello sport” nel carcere di Secondigliano e una miriade di iniziative in corso su scala nazionale, ecco il battesimo olimpico in carcere nella provincia e la regione dove si stanno tenendo i Giochi invernali. “Abbiamo scelto Daniele Scarpa e Sandra Truccolo perché rappresentano a pieno l’universo e lo spirito olimpico e paralimpico. Con dei documentali televisivi che ne tracciano la carriera sportiva, gli incidenti di percorso e il loro matrimonio, vogliamo raccontare la loro storia esemplare ai detenuti e lanciare il messaggio che anche dopo una caduta, nello sport, come nella vita, c’è sempre una seconda opportunità”. Ne è consapevole il gigante buono Sena, l’uomo che ha fatto sgolare in telecronaca l’aedo del canottaggio, Giampiero Galeazzi, che oggi nella Casa Circondariale di Belluno, grazie al patrocinio della Federcanottaggi (Fic) e della Federazione canoa e kayak (Fick) si presenterà con dei simulatori professionali che sono quelli che usano i campioni olimpici e parali dici della canoa e del kayak per allenarsi. “L’obiettivo? Tenere il più possibile impegnate queste persone che stanno scontando la loro pena. Dargli una motivazione che allevi un po’ il senso di colpa e possa farli avanzare di un passo nel loro percorso di reinserimento sociale. Il cambiamento dello siile di vita parte dall’attività sportiva e dalla giusta educazione alimentare, specie dietro le sbarre”, spiega Daniele Scarpa che lancia le sfide alle quali prenderanno parte detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Anche lo sport invernale sta per scendere in pista. “Il presidente della “Fondazione Cortina” Stefano Longa ha promesso che in futuro arriveranno in carcere dei simulatori per lo sci di fondo”, dicono in coro Daniele e Sandra. Una coppia unica nella grande famiglia dello sport italiano, eppure nei giorni scorsi non hanno potuto sfilare insieme come tedofori di Milano Cortina 2026. “Ci tenevo a salutare la mia Venezia con la torcia in mano che avrei scambiato con Sandra spingendo la sua cammina. Quando mi hanno detto che potevo solo io, peraltro dopo interminabile iter online e con risposta arrivata alla fine dì gennaio, ho rinunciato. Avrei dovuto portare la fiaccola in una calle strettissima, per giunta con un ponte di mezzo dove la carrozzina di Sandra non sarebbe mai potuta accedere. Allora ho detto: arrivederci e grazie”. Meglio le “Olimpiadi in carcere”: “Dopo Belluno - conclude Giovanna Pastega - il 4 marzo saremo alla Casa Circondariale di Treviso e per il periodo delle Paralimpiadi siamo in attesa del permesso per entrare nelle carceri di Padova e Vicenza. Poi comincerà la “seconda fase” in cui, sponsor permettendo, doneremo i simulatori e organizzeremo dei corsi, con istruttori locali, aperti a detenuti e agenti di custodia penitenziaria”. La fiamma olimpica si è accesa anche in carcere. Pavia. Detenuti a lezione su San Francesco di Roberta Barbi vaticannews.va, 13 febbraio 2026 I detenuti della casa circondariale della città hanno ricevuto la visita dello storico medievalista Alessandro Barbero, autore di un libro sul Poverello d’Assisi, in occasione delle celebrazioni degli 800 anni dalla morte del Santo Patrono d’Italia. Il cappellano: “Sul suo esempio, il carcere può diventare luogo di conversione”. Povertà e cura del Creato: non ha dubbi il cappellano del carcere di Pavia, don Dario Crotti, su quali siano gli insegnamenti più importanti che San Francesco, ancora dopo 800 anni, offre all’uomo di oggi. Sua e della direttrice dell’istituto di pena, l’idea di far incontrare ai detenuti lo storico Barbero che ha approfondito in uno studio la figura del Santo. Per preparare la platea, è stato organizzato un laboratorio di lettura in cui molti hanno posto domande e messo le basi per un confronto interessante: “L’iniziativa si poneva in continuità con l’Anno giubilare dedicato al Santo, indetto da Papa Leone - racconta il cappellano ai media vaticani - e Barbero è stata la persona adatta per parlarne perché nonostante il suo altissimo profilo culturale, è stato capace di entrare nel contesto”. San Francesco è certamente un personaggio storico, che interroga il tempo presente purtroppo ancora intriso si guerra e sofferenza, ma è anche uno dei più importanti Santi della nostra fede: “Porrei l’accento innanzitutto sul suo incontro con i poveri che - spiega don Dario - è trasformante per le relazioni con gli altri. Il carcere è una realtà fortemente segnata dalla povertà, non solo economica, ma anche e soprattutto culturale e relazionale”. È qui, dunque, che il Poverello esprime maggiormente la sua attualità, ma anche nell’attenzione alla casa comune: “Tutti, compresi i detenuti, siamo chiamati al rispetto di questa nostra casa che dobbiamo abitare e non occupare - prosegue il cappellano - così come al rispetto dell’altro che si esplicita nel dialogo”. Prima dell’incontro con Barbero, i detenuti, approfondendo la figura del Santo, hanno scoperto che anche lui come loro ha vissuto l’esperienza del carcere. “Era una personalità molto complessa, piena di contraddizioni e limiti umani - continua don Crotti - come molti detenuti che entrano per la prima volta in istituto si sentiva ‘il re della festa’, improvvisamente proiettato nel buio esistenziale di una cella… Io invece ricordo sempre agli ospiti, quando stiamo per vivere la memoria liturgica che ricorre il 4 ottobre, che proprio in carcere a Perugia è iniziata la sua conversione, quindi il carcere per tutti può essere anche un luogo di conversione”. Durante l’incontro con lo storico Barbero molti ristretti, anche di fede non cattolica, hanno posto domande sulla santità e su argomenti inerenti come il culto delle reliquie: “La risposta dei ragazzi a questo incontro è stata molto positiva perché - afferma il cappellano - si sono sentiti trattati da adulti, si sono sentiti visti. Tutti viviamo inseriti in un contesto storico e culturale e noi promuoviamo molte attività che prevedano l’uso delle parole per raccontarsi e spiegare le proprie emozioni, un modo per disinnescare tensione e violenza”. Questa iniziativa ricorda, in particolare, come la cultura possa diventare concreta possibilità di riscatto e debba essere portata anche in contesti come il carcere, luogo particolarmente segnato dalla sospensione del tempo inteso storicamente. Contro la prigione nel segno di Elvis Presley di Davide Re Avvenire, 13 febbraio 2026 Da Drakeo the Ruler ai “lab” di don Burgio al Beccaria: i suoni si riprendono gli spazi. La cella consuma l’identità, il rock e il rap la riabilitano. Il carcere, almeno nelle sue intenzioni dichiarate, dovrebbe essere il luogo della riabilitazione e del reinserimento. Nella pratica è spesso altro: uno spazio di sospensione, in cui il tempo non educa ma consuma, e l’identità rischia di ridursi a una pratica amministrativa. È qui che la musica - e in particolare il rock, nelle sue genealogie più profonde - continua a svolgere una funzione che nessuna architettura penitenziaria è mai riuscita a sostituire: l’evasione. Non evasione dalla pena, ma evasione dalla disumanizzazione. Non fuga, ma resistenza. Oggi questo non è un mito del passato. Negli Stati Uniti e in Europa esistono artisti che scrivono, incidono e pubblicano musica dal carcere, immettendola nei canali tradizionali del mercato culturale. Non si tratta di folklore rieducativo, ma di produzione reale. Il caso del rapper Drakeo the Ruler, che nel 2020 registra l’album mixtape Thank You for Using GTL utilizzando le telefonate dal carcere - ricostruite poi in studio all’esterno - è emblematico: lo strumento di controllo diventa mezzo creativo. Anche Kodak Black pubblica Bill Israel mentre è detenuto, trasformando la reclusione in materia narrativa diretta. In Italia, c’è l’esperienza di Kayros, fondata, fra gli altri, da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile di Beccaria di Milano. Al suo interno è stato creato uno studio di registrazione, generando così Kayros Music, affinché la musica abbia una funzione riabilitativa. Da qui, il racconto si allarga e si innesta in una storia più lunga. Perché il carcere, nella musica popolare e nel rock, è sempre stato più di un luogo fisico. È la forma estrema del controllo sociale, il punto in cui una società rivela ciò che non sa - o non vuole - reintegrare. Già negli anni Cinquanta, Elvis Presley canta Jailhouse Rock. Musicalmente è un brano festoso, quasi giocoso, ma il testo è ambientato interamente dietro le sbarre. Il carcere diventa palcoscenico, micro-società, luogo normalizzato. Elvis non denuncia apertamente: rende il carcere parte dell’orizzonte americano. Ed è proprio questa normalizzazione a colpire. La prigione non come eccezione, ma come scenario ordinario della modernità. Con Bob Dylan il carcere cambia statuto. Hurricane non racconta una colpa, ma un’ingiustizia. La vicenda di Rubin Carter diventa una contro-narrazione civile: la ballata folk come atto politico, la canzone come indagine alternativa. Qui il carcere non è destino individuale, ma prodotto di un sistema che seleziona chi deve pagare. Bruce Springsteen sposta ancora l’asse. In Johnny 99 la prigione è l’ultimo anello di una catena economica: disoccupazione, disperazione, errore, condanna. Nessun eroismo, nessuna redenzione automatica. Il carcere come conseguenza sociale, non come deviazione morale. In Johnny 99, il detenuto chiede la pena capitale pur di non stare recluso in un carcere. È il paradosso che usa il “Boss” dire no all’istituto della pena capitale e dell’uso del carcere come afflizione. In State Trooper la prigione è addirittura anticipata: è la vita vissuta sotto sorveglianza, la paura di essere fermati, giudicati, incasellati. Nel rock britannico, il carcere diventa metafora del controllo. Jail Guitar Doors dei Clash racconta musicisti incarcerati per aver cercato libertà nel suono. Il punk qui è coscienza di classe: la consapevolezza che chi esce dai “recinti” paga un prezzo. Quelle di Nick Cave and The Bad Seeds sono quasi sempre canzoni-racconto, spesso centrate su temi di colpa, violenza e redenzione. Il repertorio è ampio e include la bellissima Let Love In. Lo stesso Cave ha conosciuto la prigione, anche solo per due giorni, quando fu arrestato a New York nell’ottobre del 1986, mentre cercava eroina ad Alphabet City. Rinchiuso in cella non riuscì a salire sul palco di un concerto organizzato assieme ai Bad Seeds. Il punto di non ritorno resta però Johnny Cash a San Quentin. Cash non entra in prigione come una star in visita, ma come uno che riconosce una continuità morale tra dentro e fuori. I concerti a Folsom e San Quentin non addolciscono il carcere: lo chiamano per nome. Il tempo che non passa, il treno che va e tu resti fermo, la colpa che non coincide mai interamente con una persona. Cash canta con i detenuti, non per loro. È un gesto politico prima che musicale. Quando i Metallica girano il video di St. Anger a San Quentin, nel 2003, il carcere torna come specchio del presente. Non c’è pietismo, non c’è redenzione: c’è rabbia. La stessa rabbia che attraversa il disco, compressa, rumorosa, imperfetta. Girare lì non è estetica shock, ma riconoscere che quella furia è una lingua condivisa. Che la prigione non è un altrove, ma una concentrazione del mondo esterno. Accanto a questo filone maschile e spesso muscolare, esiste un controcampo femminile fondamentale. Billie Holiday, con Strange Fruit, non canta il carcere penitenziario, ma la prigione razziale: “corpi neri appesi agli alberi” come conseguenza di un sistema di segregazione. È una canzone-cella, claustrofobica, in cui non c’è via di fuga se non la memoria. Nina Simone radicalizza questa tensione: molte sue canzoni parlano di costrizione, controllo, impossibilità di essere liberi in una società che ti assegna un ruolo. La prigione qui è sociale, culturale, quotidiana. Più tardi, Patti Smith porterà la poesia dentro la reclusione simbolica: il carcere come gabbia mentale, come imposizione di identità. E nel rock alternativo, figure come PJ Harvey lavorano spesso sul tema della colpa, del giudizio, della punizione del corpo femminile, che diventa una forma di detenzione invisibile. L’idea di evasione si amplia, e il rock diventa lingua delle prigioni immateriali. È qui che in Italia Liberi tutti dei Subsonica, soprattutto dal vivo, funziona come manifesto minimo: l’ossessione della libertà detta in forma corale, quasi infantile, proprio perché la libertà è una richiesta primaria. Non parla solo di sbarre: parla di paure, dipendenze, costrizioni sociali, della cella invisibile che ciascuno si porta dietro: “Mani in alto fuori di qua. Non resteremo più prigionieri. Ma evaderemo come Steve McQueen. O come il grande Clint in fuga da Alcatraz...”. E poi c’è la radice più profonda, americana e insieme universale: blues, gospel, jazz come risposta alla prigione della segregazione. Qui il carcere non è soltanto penitenziario, ma ordine sociale. Nashville, Memphis, Mississippi, New Orleans: luoghi in cui la musica nasce come contropotere, come diritto al respiro. Anche Malcolm X, attraversa il carcere. La prigione può spezzare o riforgiare, dipende da che cosa trovi dentro. Fuori dall’America, l’Irlanda offre un capitolo cruciale: canzoni nate attorno ai prigionieri repubblicani durante i Troubles, e in particolare alle carceri come Long Kesh o Mountjoy. Qui la musica ha svolto una funzione di memoria e identità politica (controversa, divisiva, spesso contestata), e va raccontata per ciò che è: un archivio emotivo di una comunità in conflitto. Brani come The Helicopter Song (Wolfe Tones) narrano l’evasione del 1973 da Mountjoy con un tono quasi da ballata. Men Behind the Wire è un classico del repertorio repubblicano legato all’omaggio ai prigionieri politici e anche ai soldati dell’Ira. Raccolte discografiche come Irish Republican Jail Songs (Dublin City Ramblers) mettono in fila titoli e storie di quella stagione. Qui l’evasione non è romantica è appunto identitaria. Tutte queste storie, insieme, dicono la stessa cosa: il carcere è una costante della modernità, e il rock - dal blues al punk, dal folk al metal - è stato uno dei suoi principali traduttori emotivi. Non sempre per denunciare, non sempre per salvare. Ma per ricordare che nessuna persona coincide interamente con la sua colpa, e che nessuna società è davvero libera se ha bisogno di ridurre i suoi scarti al silenzio. L’evasione di cui parla la musica non è la fuga dalla legge. È la fuga dalla riduzione dell’uomo a numero. È quel varco di tre minuti in cui una voce - anche stonata, anche rabbiosa - restituisce a qualcuno il proprio nome. Dove il carcere fallisce, una canzone, a volte, riesce ancora ad aprire una porta. Anche solo per respirare. Sicurezza e immigrazione, le opposizioni perdono la voce di Andrea Carugati Il Manifesto, 13 febbraio 2026 Silenzio di Schlein e Conte sul blocco navale. Prevale la paura di esporsi su temi “impopolari”. Alla Camera la protesta del centrosinistra solo contro i nuovi limiti alle visite dei deputati nei Cpr. In Emilia il presidente De Pascale dice sì a un nuovo Cpr. L’ira del sindaco dem Lepore. Sarà per l’impegno sul referendum, che nelle opposizioni sta crescendo insieme alla rimonta del No nei sondaggi. Sarà per il tentativo - legittimo- di imporre una propria agenda su salari e sanità e non inseguire sempre le destre. Fatto sta che in questo febbraio in cui la destra ha mostrato la faccia più feroce contro il diritto a manifestare e i migranti il centrosinistra appare distratto. Il tono dell’opposizione è timido. Se si parla di manifestazioni il terribile decreto con il fermo preventivo a totale discrezione delle questure è stato commentato con parole come “propaganda” e “truffa”, o con argomenti tipo “non funzionerà perché mancano gli agenti”. Il centrosinistra, vivaddio, non ha votato una risoluzione insieme alle destre dopo la terribile relazione del ministro Piantedosi in Parlamento, in cui il titolare degli Interni ha accusato tutti i manifestanti di complicità con i pochi violenti di Torino. Eppure il tema è stato subito derubricato, con Conte attentissimo a non apparire insensibile alla richiesta di sicurezza e Schlein concentrata sulla campagna di ascolto in vista della costruzione del programma, campagna che ha tra i pilastri un questionario in cui si chiede ai cittadini “Tu come stai?”, Sull’immigrazione è andata peggio. Nonostante le dure proteste delle ong (ieri Amnesty ha spiegato che il ddl ha “un impianto punitivo in cui l’immigrazione è considerata solo come una minaccia alla sicurezza nazionale, in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale”), il centrosinistra mercoledì, giorno dal varo in consiglio dei ministri, è rimasto muto. Schlein non ha detto una parola, Conte neppure parlarne e anche Avs, più sensibile sul tema, non è pervenuta. Ieri alla Camera i parlamentari delle opposizioni (tranne Iv e Azione) hanno chiesto al presidente della Camera di stralciare dal ddl la parte in cui si limitano i poteri ispettivi dei parlamentari nei Cpr. “Il governo vuole negare ai parlamentari la possibilità di verificare le condizioni in cui vengono detenute persone che non hanno commesso alcun reato”, la protesta di Francesca Ghirra di Avs. Nulla sul blocco navale. Dai leader nessun un commento, neppure ieri, quando i contenuti del ddl erano del tutto chiari. Il leader 5S ha parlato di tasse sugli extraprofitti, la segretaria dem si è concentrata sul referendum, “non vogliamo in Italia i modelli di Orban e Trump”. Due campioni della caccia ai migranti, ma Schlein non ha citato il tema. Dall’Emilia Romagna intanto arrivano le parole del governatore Pd Michele De Pascale, che ha aperto alla possibilità di costruire un Cpr in regione: “Pronto a sedermi col governo per discutere”. “Se lo Stato chiedesse all’Emilia-Romagna una mano per migliorare la capacità di espellere soggetti socialmente pericolosi la mia risposta è “lavoriamo insieme”“, ha detto De Pascale al Corriere di Bologna. Parole che non sono piaciute al sindaco di Bologna Matteo Lepore, sempre del Pd, contrarissimo all’ipotesi. “Di Cpr ce ne sono già moltissimi in Italia, e ci sono centinaia di posti vuoti, quindi bisognerebbe preoccuparsi di altro piuttosto che di aprirne di nuovi”, ha replicato l’assessora alla sicurezza di Bologna Matilde Madrid. “E sono dei luoghi in cui la questione dei diritti è assolutamente assente”. Uno scambio che spiega bene la ritrosia dei leader nazionali di Pd e 5S. Per Schlein il problema è evidente: nel Pd, laddove la tradizione al governo è più consolidata come a Bologna, convivono sensibilità molto distanti sul tema migranti. Conte non ha mai fatto mistero di avere idee molto rigide sul tema (vicine a quella della tedesca Sahra Wagenknecht), e del resto i decreti di Salvini furono varati proprio con lui a palazzo Chigi. Resta il fatto che sui due fronti sicurezza e immigrazione il ricatto della destra (in sintesi “Se vi opponete siete a favore dei violenti e dei clandestini”) sta in parte funzionando. I progressisti pensano che, parlando d’altro, sarà più facile inchiodare Meloni e soci ai loro fallimenti sui temi economici. Come ha fatto Scheln presentando il piano casa nel giorno del via libera al decreto sicurezza. Di fatto, l’opposizione appare più afona nei giorni in cui la destra ci va giù più duro contro i diritti costituzionali e il diritto d’asilo. E mentre Meloni chiede ai poliziotti “un approccio più duro” nelle piazze. Da dove nasce la violenza degli adolescenti? Cosa dicono gli studi di Santino Gaudio* Il Domani, 13 febbraio 2026 La violenza degli adolescenti non nasce negli ultimi anni, interessa tutti i paesi occidentali (con differenze percentuali ma dinamiche simili) ed è un fenomeno multifattoriale. Si devono gestire con interventi precoci: investire in programmi di sostegno alla genitorialità ed assicurare scuole dove tutti si possano sentire sicuri. Ad ogni nuova aggressione o atto di violenza perpetrato da minori, per lo più armati di lame, la preoccupazione nel paese cresce. Ne è prova la circolare che apre alla possibilità dell’uso dei metal detector a scuola. Invece di lanciarsi in riflessioni o soluzioni semplicistiche, proviamo a comprendere cosa dice la scienza sulla violenza in adolescenza nel mondo. Facciamo un primo inquadramento del fenomeno: la violenza degli adolescenti non nasce negli ultimi anni (come giustamente riportato nell’articolo del professor Francesco Ramella), interessa tutti i paesi occidentali (con differenze percentuali ma dinamiche simili) ed è un fenomeno multifattoriale. Da dove nasce la violenza nei ragazzi? - Uno dei contributi più solidi arriva dal Seattle social development project. Uno studio longitudinale condotto a Seattle su oltre 800 ragazzi, seguiti dalle elementari a fine liceo, ha evidenziato che l’uso della violenza è il risultato dell’accumulo di più fattori. il predominante è il crescere in un contesto sociale e culturale degradato (che non vuole significare per forza povero o marginalizzato). In altre parole, se l’ambiente reale o virtuale (che oggi pesa quanto il reale) che i nostri figli vivono è intriso di un linguaggio o di comportamenti violenti non è improbabile che si assimili questo “dialetto” comportamentale. Gli altri fattori in gioco sono: vulnerabilità caratteriali (ad esempio: impulsività, scarsa tolleranza ai no, deficit d’attenzione), difficoltà familiari (conflittualità, maltrattamenti), ritiro o scarso interesse scolastico. Allo stesso tempo esistono anche fattori protettivi come l’avere una bassa propensione al rischio, l’avere un sufficiente interesse scolastico ed avere minor contatto o esposizione a sostanze di abuso. Per quanto riguarda l’uso del coltello, una revisione della letteratura sui knife-crime nel Regno Unito evidenzia, in particolare, una correlazione tra presenza di disturbi mentali e l’appartenenza a gruppi o gang ed il maggior uso di armi da taglio. Anche determinati contesti urbani giocano un ruolo favorente la violenza. Una revisione pubblicata su “Health & Place” mostra come povertà concentrata, degrado del quartiere e discriminazione si leghino a maggiori livelli di violenza giovanile e di coinvolgimento in bande o “branchi”. Al contrario, interventi di riqualificazione urbana e di rafforzamento della coesione comunitaria hanno effetti preventivi misurabili. Perché sono importanti interventi precoci? - Altro dato rilevante è che l’essere bulli o violenti degli adolescenti non si ferma a quell’età. Una revisione sistematica apparsa su “Criminal Behaviour and Mental Health”, ha evidenziato che chi compie atti di prevaricazione o violenza in età scolastica ha una probabilità quasi doppia di avere condanne penali in età adulta, indipendentemente da povertà, problemi familiari e altre variabili di rischio. In altre parole, un adolescente violento o “bullo” ha una probabilità doppia di diventare un adulto violento o un criminale. Soprattutto se non viene adeguatamente riconosciuto e valutato per tempo. In questi casi, parliamo di ragazzi con traiettorie di vita che potranno diventare ancora più problematiche. Cosa è meglio fare? - La ricerca internazionale offre un ventaglio di interventi possibili: investire in programmi di sostegno alla genitorialità, creare le possibilità di riconoscere i prodromi della violenza ed assicurare scuole dove tutti, in particolare i più piccoli, si possano sentire sicuri. Detto questo, dobbiamo accettate il fatto che non si può eradicare l’aggressività dal cuore dell’essere umano. L’indurimento delle norme, seppure utile, non fa miracoli. Chiunque pensi, a destra come a sinistra, di risolvere le cose con questa o quella legge sta mentendo prima di tutto a sé stesso. Neanche la scienza può fare miracoli ma, ci dice che, se si parte dal provare a comprendere il fenomeno e si interviene presto, la traiettoria può iniziare a cambiare. Un adolescente su 4 vittima di atteggiamenti violenti in una relazione di Elisa Campisi Avvenire, 13 febbraio 2026 Save the Children pubblica un rapporto sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti: “Paure ed esperienze di molestie, umiliazioni, ricatti e aggressioni attraversano luoghi e momenti diversi della loro vita”. Le vetrine si colorano di cuori rossi. Le case e le strade di promesse d’amore eterno. Eppure, nelle stesse ore un adolescente su quattro è vittima di atteggiamenti violenti proprio in una relazione e uno su tre è geolocalizzato dal partner: alla vigilia di San Valentino, questi e altri numeri di un report di Save the Children invitano tutti a un doloroso bagno di realtà sullo stato dei rapporti sentimentali instaurati tra i più giovani. L’indagine che contiene questi risultati è stata realizzata insieme a Ipsos Doxa. Il dato positivo è che rispetto al rapporto precedente gli adolescenti - e soprattutto le ragazze - sembrano oggi più consapevoli, con un calo di coloro che ritengono “normali” alcuni atteggiamenti di possesso e controllo. Tuttavia, le relazioni tra adolescenti che vengono fuori dalla nuova analisi sono caratterizzate ancora per lo più da comportamenti aggressivi e atteggiamenti di controllo normalizzati. “Paure ed esperienze di molestie, umiliazioni, ricatti e aggressioni attraversano luoghi e momenti diversi della vita degli adolescenti, dalle relazioni intime agli spazi pubblici, sia fisici che digitali, in un paesaggio della violenza che non ha soluzione di continuità tra l’off e l’online”, spiega Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. Nello specifico, schiaffi, pugni, spinte o lancio di oggetti dalla persona con cui si ha o c’è stata una relazione sono stati momenti di paura vissuti almeno una volta da uno/a su quattro. Al 36% di loro il/la partner si è rivolto/a con un linguaggio violento, come grida e insulti. Il 28% ha subito pressioni per farsi inviare foto o video intimi, e una percentuale identica ha visto poi le sue immagini intime condivise senza consenso. Le dinamiche violente della sfera privata fanno infatti il paio con quelle in spazi pubblici, reali e virtuali: più di quattro adolescenti su dieci sono stati importunati con commenti e avances sessuali indesiderati da qualcuno che li ha infastiditi, percentuale che nelle ragazze sale al 50%. Quasi tre su dieci raccontano di essersi sentiti costretti almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati e il 36% ha subito insulti o prese in giro per il suo genere o il suo orientamento sessuale. La ricerca mette in luce anche la diffusione di pratiche e situazioni che possono diventare terreno di abuso. Al 28% degli intervistati è capitato almeno una volta di avere incontri intimi occasionali dopo aver bevuto troppo e non ricordare bene le circostanze il giorno dopo (più ai maschi che alle femmine). Tra le pratiche che considerano diffuse tra i coetanei ci sono progressivamente: bere o usare sostanze per disinibirsi, partecipare a giochi o sfide sessuali di gruppo. Rischi, autolimitazioni e stigma riguardano sempre più le ragazze che i coetanei maschi. Il 66% di loro ha subito catcalling per strada o in altri spazi pubblici, il 70% si sente in pericolo per strada, e una su due si priva dell’uso dei mezzi pubblici la sera quando è da sola. La violenza, come certifica anche l’Istat, colpisce soprattutto le più giovani. Oltre il 37,6% delle 16-24enni dichiara di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni, contro l’11% delle donne dai 16 ai 70 anni. Rispetto al 2014 la situazione è persino peggiorata, soprattutto a causa del quasi raddoppio delle violenze sessuali. L’incremento più forte è nelle violenze commesse da ex partner o uomini non partner. “Ragazzi e ragazze in molti casi imparano e riproducono copioni di un repertorio violento, con il risultato che dinamiche di possesso, controllo e aggressività nelle relazioni affettive rischiano di venire giustificate, normalizzate e messe in atto sia dai ragazzi che dalle ragazze”, commenta Inverno. Anche vivere in famiglie conflittuali o dove si è esposti a violenza spesso porta infatti i giovani a riprodurre tali modelli, una volta che loro stessi si trovano in una relazione sentimentale. “In questo senso, la pervasività della violenza che emerge dalla lettura dei dati impone una seria riflessione e maggiori approfondimenti sul contesto, le motivazioni e le sfumature interne al fenomeno. Tuttavia - conclude la responsabile della ricerca -, sappiamo che le ragazze sono quelle che pagano il costo più alto, perché risultano più esposte all’insicurezza nello spazio pubblico, al giudizio sul corpo e alla violenza fisica e sessuale”. Di fronte a questo scenario, con la campagna #Facciamoloinclasse, Save the Children chiede l’istituzione di percorsi obbligatori di educazione all’affettività e alla sessualità a scuola fin dall’infanzia e un maggiore impegno per l’uso consapevole del digitale. Migranti. Approvato il ddl: blocco navale, multe e uso dei telefoni limitato per chi sta nei Cpr Corriere della Sera, 13 febbraio 2026 Il provvedimento passa l’esame del Consiglio dei ministri e prevede anche l’espulsione degli stranieri condannati a pene restrittive. Blocco navale, espulsioni, regole per i centri di permanenza: è stato approvato in consiglio dei ministri il disegno di legge che cambia le regole per i flussi migratori. “Oggi il Governo ha approvato un provvedimento molto significativo per rafforzare il contrasto all’immigrazione illegale di massa e ai trafficanti di esseri umani” ha commentato in serata con un video sui social Giorgia Meloni. Ecco quali sono le novità principali contenute nel testo. Il blocco navale - Secondo l’articolo 10 del provvedimento “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno”. Costituiscono minaccia grave “il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Le multe - In caso di violazione del blocco navale “salvo che il fatto costituisca reato, si applica al trasgressore la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 10 mila a euro 50 mila. In caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima imbarcazione, “si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell’imbarcazione e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare. Si ha reiterazione nel caso di nuova violazione, commessa con l’utilizzo della medesima imbarcazione, contestata anche solo a uno degli autori o degli obbligati in solido nei cui confronti, nel quinquennio precedente, è stata accertata, con provvedimento esecutivo, una precedente violazione delle disposizioni del presente articolo, salvo che tale autore o obbligato in solido provi che la condotta illecita è avvenuta contro la sua volontà, manifestata attraverso comportamenti idonei, specificamente volti a impedirne il compimento”. Niente telefoni - Nuove regole anche per chi trova nei Cpr: “Al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate”, allo straniero trattenuto “non è consentita la libera detenzione, all’interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell’interessato per il periodo strettamente necessario per l’utilizzo”. Lo prevede una norma contenuta nell’articolo 17 della bozza di disegno di legge. Le espulsioni - Il giudice “ordina l’espulsione dello straniero ovvero l’allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea sia condannato ad una pena restrittiva della libertà personale per violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, con circostanze aggravanti”. Ddl immigrazione, ecco come il Governo vuole limitare i poteri ispettivi dei parlamentari nei Cpr di Marika Ikonomu Il Domani, 13 febbraio 2026 Mentre l’esecutivo ha approvato il disegno di legge mercoledì, in un centro per rimpatri è morto un ragazzo di 25 anni per arresto cardiaco. Sono luoghi di detenzione in cui vengono negati i diritti, le condizioni di vita sono pessime e si assiste a un abuso di psicofarmaci. Si vogliono “evitare occhi indiscreti”. Le opposizioni chiedono al presidente della Camera di stralciare la norma. La morte di un ragazzo di 25 anni di origini marocchine nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Bari, mentre si trovava nelle mani dell’amministrazione, è un monito che il governo ha deciso di non ascoltare, approvando il disegno di legge immigrazione mercoledì. Tra le norme, quella che prevede restrizioni al potere ispettivo dei parlamentari nazionali ed europei nei Cpr, luoghi di detenzione amministrativa in cui può essere recluso chi non ha un permesso di soggiorno. “È gravissimo perché riguarda una prerogativa dei parlamentari che hanno un potere specifico di accesso ai luoghi di detenzione”, dice il deputato di +Europa Riccardo Magi. Lo ha ribadito anche in aula giovedì mattina, quando le opposizioni hanno chiesto al presidente della Camera Lorenzo Fontana di stralciare la norma dal ddl. Nel pomeriggio dal Viminale hanno fatto sapere che il ddl “non interviene sulle prerogative dei parlamentari” ma mette ordine “sul tema degli accompagnatori”. Una precisazione che non convince Magi per come è scritta la norma: “L’unico modo che hanno per uscirne è riscriverla”, ha detto il deputato. Articolo 17 - All’articolo 17 septies sono elencati i soggetti che possono entrare nei Cpr senza autorizzazione: tra gli altri, il garante nazionale dei detenuti, i garanti territoriali, i membri del governo, i parlamentari nazionali. Questi ultimi, se il testo verrà confermato, vedranno il loro potere ispettivo restringersi ulteriormente. Non solo i collaboratori devono essere “stabili incardinati nell’ambito del loro ufficio”, ma si prevede che la visita sia limitata “alla facoltà di colloquio con gli stranieri presenti nei centri che ne fanno richiesta”. Lo stesso per i membri dell’Europarlamento e i loro collaboratori. Una disposizione che Magi definisce “insidiosa” perché il potere ispettivo “deve riguardare la visita senza limiti, in tutti gli ambienti di detenzione. Solo così ci si rende realmente conto delle condizioni”. Per la deputata del Partito democratico Rachele Scarpa la norma è in “forte contraddizione con la Costituzione”, che chiede “massima attenzione nell’esercitare a pieno le funzioni di controllo” nei luoghi di privazione della libertà. Entrambi i deputati, nella loro attività, portano avanti un lavoro di monitoraggio del sistema Cpr, più volte censurato anche da organismi internazionali, per le condizioni di vita, la negazione di diritti, l’abuso di psicofarmaci, i tentativi di suicidio e gli atti di autolesionismo. Si pensi, denuncia Scarpa, che “abbiamo dovuto dare noi, io e Cecilia Strada (eurodeputata del Pd, ndr), notizia della morte del ragazzo nel Cpr di Bari. Altrimenti non si sarebbe saputo niente”. I parlamentari - che non sono “tuttologi”, ricorda la deputata - nelle loro visite spesso sono accompagnati da professionisti legali, sanitari o altri esperti della materia, per avvalersi di competenze molto specifiche. La norma però prevede che i collaboratori siano “stabili” e “incardinati nell’ambito del loro ufficio”. Dunque, si escludono avvocati, medici, esperti della società civile che in questi anni hanno reso le visite realmente ispettive e permesso un controllo effettivo. Al contrario, il governo vuole, dice Scarpa, un sistema “all’insegna dell’opacità”, lontano da “uno sguardo pubblico”. Significa “trattare il parlamento come passacarte e non come rappresentante eletto dal popolo”. Le opposizioni attendono di vedere quale sarà la versione del testo che approderà in parlamento, ma promettono, se la norma dovesse sopravvivere, “una strenua opposizione”, anche con la mobilitazione delle camere penali e della società civile, spiega Magi. E spera che, anche nella maggioranza, chi si definisce garantista bocci la norma. La circolare - Il ddl è solo un passo in più che conferma “la volontà governativa di evitare occhi indiscreti sul Cpr”, rendendolo “un luogo inaccessibile”, spiega l’avvocato Arturo Covella, esperto di diritto dell’immigrazione che più volte ha collaborato alle ispezioni di garanti e parlamentari al centro di Palazzo San Gervasio, in Basilicata. Negli ultimi anni, le visite di garanti, associazioni e parlamentari si sono moltiplicate. Il governo aveva infatti già provato a intervenire sul potere ispettivo dei parlamentari, con una circolare ministeriale del Viminale del 18 aprile 2025, restringendo la platea di collaboratori a cui era permesso l’accesso. Già nella circolare, dunque, spiega l’avvocato, si introducono limitazioni temporali e qualitative: il “responsabile” può limitare la durata degli accessi e la possibilità di parlare con i trattenuti. In due occasioni, a Covella è stata negata la possibilità di entrare con il garante provinciale. Opacità - L’avvocato riceve spesso chiamate di denuncia delle condizioni da parte dei trattenuti nel Cpr di Palazzo San Gervasio: l’ultimo, un ragazzo che chiede invano da giorni di andare in ospedale per problemi di salute. Ma, se il ddl non dovesse essere modificato, si negherà anche “la libera detenzione di telefoni cellulari” e si vieteranno “riprese videofotografiche o registrazioni audio” nella struttura. C’è una “contraddizione giuridica”, secondo l’avvocato: si tratta di soggetti sottoposti a detenzione amministrativa, non di detenuti senza diritto ad avere contatto con il mondo esterno. “Le visite ispettive del parlamentare non esisteranno più”, conclude, “e riguarda tutti i cittadini”. Perché è una modifica che incide sulla funzione di vigilanza sull’andamento e la trasparenza della pubblica amministrazione. Per Magi, si vuole nascondere quello che accade all’interno. Niente telefoni, niente contatti, niente ispezioni parlamentari: nei Cpr la licenza di torturare di Piero Sansonetti L’Unità, 13 febbraio 2026 La stragrande maggioranza dei prigionieri nei Cpr è accusato tuttalpiù del reato di immigrazione clandestina, che prevede come pena non il carcere ma una multa. Nel disegno di legge contro profughi e migranti varato l’altra sera dal consiglio dei ministri ci sono due norme minori (oltre al blocco navale) nascoste tra i paragrafi. Una proibisce l’uso dei cellulari nei Cpr, l’altra elimina il diritto di ispezione (sempre nei Cpr) da parte dei parlamentari. Lo scopo di queste due regole è evidentissimo. Il ritiro dei telefoni cellulari impedisce ai prigionieri di documentare, con filmati o foto, eventuali (e non infrequenti) abusi nei loro confronti. E annulla ogni possibilità di comunicare con l’esterno. Il blocco delle visite dei parlamentari abolisce uno dei pilastri del nostro Stato di diritto, quello del controllo del Parlamento sulle carceri, sempre allo scopo di rendere i prigionieri del tutto alla mercé dei carcerieri. Impossibile stavolta non parlare di legge fascista. Lo è. È di ispirazione mussoliniana. Non è questione di pregiudizio ideologico. La caratteristica fascista di queste regole è evidente e indiscutibile. Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che anche nei regimi comunisti era stato abolito ogni diritto dei prigionieri. Verissimo: ma per definire comunista questo governo occorrerebbe che abolisse la proprietà privata, e ciò, al momento, è improbabile. Del fascismo invece non manca proprio nulla. Il ricordo delle leggi speciali del 1825 è inevitabile. Il ritiro dei telefonini e la fine del diritto all’ispezione parlamentare pongono i migranti ingabbiati nei Cpr in condizioni di mancanza di libertà ancora superiore a quella dei detenuti nelle carceri ordinarie. Dove quantomeno il diritto all’ispezione non è stato ancora abolito. Ed è una sfida aperta, e credo dovuta, alla Costituzione. Ricopio qui l’articolo 13 della Costituzione, così ciascuno può giudicare: “Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Mi pare assodato che rinchiudere una persona - un profugo - in un Cpr senza che possa uscire, senza che possa comunicare coi parenti, senza che possa essere visitato da un parlamentare, equivale al 100 per cento alla detenzione. In quali casi la legge prevede la detenzione prima di una condanna al carcere? Solo nel caso che la persona sia accusata dalla Procura, con indizi sufficienti, per un reato con pena massima di almeno cinque anni. La stragrande maggioranza dei prigionieri nei Cpr è accusato tuttalpiù del reato di immigrazione clandestina, che prevede come pena non il carcere ma una multa. Mi chiedo: ma la sparuta presenza liberale in questa maggioranza di governo, quasi tutta presente nel partito di Forza Italia, potrà mai accettare l’umiliazione di votare per un provvedimento fascista - oltre la stessa tradizione del Msi - che rovescia e rende polvere i principali valori del liberalismo? Vedremo. Spero di no. I minori migranti sono nel mirino. “Così il Governo produce solo nuova irregolarità” di Diego Motta Avvenire, 13 febbraio 2026 Il ddl approvato dall’esecutivo vuole abrogare il “prosieguo amministrativo” previsto dalla legge Zampa, che consentiva l’inserimento sociale degli under 18 stranieri soli fino ai 21 anni. La parlamentare Pd: questi ragazzi interromperanno i loro percorsi, riceveranno il foglio di via e diventeranno invisibili. L’accoglienza ormai è un privilegio, l’integrazione un lusso, la cittadinanza un miraggio. Il giorno dopo l’approvazione del nuovo ddl sull’immigrazione, il disegno appare chiaro e lo esplicita in modo netto Sandra Zampa, parlamentare del Pd che ha dato il nome alla legge sui minori stranieri non accompagnati del 2017. “Si punta a creare nuova irregolarità e, per raggiungere questo scopo, si usano tranquillamente anche i ragazzi che pure hanno già iniziato percorsi di inclusione”. Nel mirino c’è il cosiddetto “prosieguo amministrativo” per i ragazzi arrivati da soli nel nostro Paese. La misura, che verrà ridefinita, riguarda il sostegno prolungato che lo Stato garantisce, attraverso l’inserimento sociale, a queste persone fino ai 21 anni. “Si interrompono percorsi di lavoro e di formazione professionale. Perché? - si chiede Zampa -. Forse per allargare la fascia degli irregolari, visto che l’altro effetto prodotto è che così facendo si nega la continuità del permesso di soggiorno a giovani già inseriti nella vita dei nostri Comuni”. Sono stati proprio i sindaci, in questi anni, a farsi carico dell’arrivo dei minori stranieri non accompagnati, pensando a progetti per loro in tempi di sostanziale disinteresse sul tema. Secondo il primo cittadino di Teramo e delegato Anci per l’immigrazione, Gianguido D’Alberto, “l’impatto di ogni provvedimento relativo alla gestione dell’immigrazione si riverbera inevitabilmente sulle città. Il tema dell’accoglienza è un tema complesso. Come abbiamo detto più volte, non è solo una questione di vitto e alloggio: è molto di più”. Dall’insegnamento della lingua italiana allo sport, sono tanti gli aspetti che vedono questi ragazzi al centro di delicati equilibri nella vita delle comunità. D’Alberto ribadisce che il ddl verrà esaminato con attenzione e dovrà “necessariamente essere oggetto di confronto con Anci e i sindaci”. Poi torna su un aspetto decisivo. “Se dobbiamo investire sull’accoglienza, che oggi rappresenta una questione ineludibile anche a fronte della situazione internazionale, dobbiamo comprendere che non possiamo affrontare il tema solo ed esclusivamente in maniera securitaria ma dobbiamo guardare ad un reale modello di integrazione”. Sullo sfondo c’è il potenziamento del Sai, il sistema di accoglienza diffusa gestito dai territori, ridimensionato in questi anni a favore della gestione prefettizia legata ai Cas. “Non posso pensare che alla fine prevalgano stupidità e cattiveria” riprende Zampa, che è anche presidente della Commissione sulla Migrazione del Consiglio d’Europa. A chi ha parlato subito di “accanimento” di questo Governo verso i minori, la senatrice democratica risponde parlando di “istinto punitivo. Resta poi incomprensibile - aggiunge - perché si debbano spendere fondi per investire su di loro e poi si blocchi tutto, rimandando questi ragazzi nel limbo, a bivaccare tra stazioni e centri storici. Che ne sarà di loro? La Garante nazionale dell’Infanzia non ha nulla da dire su queste situazioni?”. Di sicuro, l’incertezza sulla sorte dei minori che a 18 anni riceveranno il foglio di via è destinata a riflettersi sui quartieri delle città. “Il rispetto delle regole da parte di chi viene accolto è un principio che dovremmo dare per scontato - precisa il sindaco D’Alberto. Ora però serve la consapevolezza che solo investendo sui diritti si investe anche sulla sicurezza urbana”. Diritto di asilo, il Parlamento europeo sta tentando di seppellirlo definitivamente Judith Sunderland* La Repubblica, 13 febbraio 2026 Le nuove misure fanno parte di cambiamenti radicali alla politica dell’Unione su questo tema. Il Parlamento Europeo ha votato oggi a favore delle modifiche alle regole dell’asilo nell’Unione Europea, che mettono seriamente a rischio il diritto di richiedere asilo. Ha adottato una lista, a livello UE, dei “Paesi d’origine sicuri” che significa che i cittadini di questi Paesi dovranno affrontare automaticamente la presunzione di non aver bisogno di protezione e saranno indirizzati a procedure accelerate che potrebbero trascurare le loro circostanze individuali; sollevare preoccupazioni riguardo a decisioni affrettate e di scarsa qualità. L’elenco dei Paesi di origine sicuri. Nel suo World Report pubblicato la scorsa settimana, Human Rights Watch ha descritto le violazioni dei diritti umani in ogni Paese presente nella lista dei “paesi di origine sicuri” dell’UE: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco, Tunisia e paesi candidati all’UE come Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Serbia e Turchia. Un concetto problematico. Il concetto di “Paese d’origine sicuro” è problematico perché impone un onere di prova più elevato alle persone in fuga dalla persecuzione, che già spesso affrontano difficoltà a fornire prove del danno da cui stanno fuggendo. Comporta un rischio concreto che le persone vengano mandate in luoghi dove affronteranno violazioni dei diritti umani. La disponibilità a sorvolare sulle repressioni e l’autoritarismo. Inoltre, il Parlamento ha approvato un’altra misura per consentire agli Stati membri di inviare richiedenti asilo in “paesi terzi sicuri” con cui non hanno alcun legame senza valutare le loro richieste individuali. L’UE ha già dimostrato la sua disponibilità a sorvolare la repressione autoritaria, così come gli abusi contro migranti e richiedenti asilo, nei suoi accordi di controllo delle migrazioni in cambio di denaro con Egitto e Tunisia, oltre che con la Libia. Lasciare le persone in luoghi dove non hanno alcun legame culturali o di comunità. Il voto del Parlamento per espandere il concetto di “terzo paese sicuro” è ancora più significativo perché apre la strada agli Stati membri per abdicare alle proprie responsabilità, negare alle persone la possibilità di richiedere asilo nell’UE e fare accordi con Paesi disposti a inviare richiedenti asilo. Significherebbe lasciare le persone in luoghi dove non hanno legami culturali, famiglia o comunità, e dove le loro prospettive di una procedura di asilo equa e di un supporto per ricostruire la propria vita potrebbero essere in dubbio. Aumentano le deportazioni. Queste misure fanno parte di cambiamenti radicali alle politiche europee sull’asilo e sulla migrazione, pensate per facilitare il rapido rifiuto delle domande di asilo, trasferire le responsabilità ai Paesi al di fuori dell’UE e aumentare le deportazioni. In un momento in cui l’ordine internazionale basato sulle regole è minacciato, abbiamo bisogno di un’UE che difenda i principi fondamentali del diritto internazionale: compreso il diritto di richiedere e ricevere asilo. *Direttrice associata della divisione Europa e Asia centrale di Human Rights Watch Israele prepara la pena di morte per i miliziani del 7 ottobre di Alessandro Fioroni Il Dubbio, 13 febbraio 2026 Non è più soltanto un’ipotesi agitata nel dibattito politico: in Israele si stanno muovendo passi concreti verso la possibile introduzione della pena di morte per prigionieri palestinesi accusati di terrorismo. A rilanciare la notizia sono stati proprio i media dello Stato ebraico, secondo cui il Servizio Penitenziario (Israel Prison Service, IPS) avrebbe già avviato le procedure preliminari per prepararsi all’ applicazione della pena capitale. Secondo fonti interne al sistema carcerario, funzionari dell’IPS stanno studiando il quadro giuridico e normativo che regola l’esecuzione delle condanne a morte. In che modo verrebbero giustiziati i detenuti? Oltre alla fucilazione, tra i sistemi presi in considerazione vi sarebbe l’impiccagione, con squadre specializzate composte da volontari appositamente formati. Almeno in una prima fase, i destinatari delle eventuali condanne sarebbero palestinesi accusati di appartenere alla Nukhba, l’unità d’élite di Hamas, coinvolta direttamente nei massacri del 7 ottobre 2023. L’iniziativa si inserisce nel solco dell’iter legislativo avviato lo scorso anno, quando la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge che introduce la pena di morte per i palestinesi che hanno ucciso cittadini israeliani per motivi di odio razziale: 39 voti favorevoli e 16 contrari. Il provvedimento dovrà tuttavia superare altre due letture prima di diventare legge, ma il segnale politico è stato forte, sostenuto in particolare dai partiti della destra nazionalista e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir principale sponsor della legge. Va ricordato che il codice penale israeliano già prevede la pena capitale per reati di natura eccezionale come il genocidio, i crimini contro l’umanità e l’alto tradimento. Tuttavia si tratta di un’opzione puramente teorica, nella storia dello Stato di Israele, la condanna è stata infatti eseguita una sola volta: nel 1962, nei confronti del gerarca nazista Adolf Eichmann, il pianificatore dello sterminio degli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale. Da allora, la pena di morte è rimasta una previsione teorica, mai applicata nei casi di terrorismo. Dopo il 7 ottobre 2023, però, il clima politico e sociale è radicalmente cambiato. L’IPS opera tuttora in stato di emergenza: le carceri sono sovraffollate e le condizioni di detenzione per i prigionieri palestinesi sono state significativamente inasprite. In strutture di massima sicurezza come Nafha, Ketziot e Megiddo si registra una drastica riduzione dei contatti con l’esterno: sospensione delle visite familiari, limitazioni ai colloqui con gli avvocati, restrizioni sull’ora d’aria e sulle forniture di beni essenziali. Per diversi osservatori, queste misure segnano un cambio di paradigma nella gestione penitenziaria, orientato a un controllo più rigido e centralizzato. Un nodo particolarmente delicato è rappresentato dalla base militare di Sde Teiman, nel Negev, dove vengono trattenuti molti detenuti catturati a Gaza. Organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato condizioni estreme e opacità procedurali. Pur essendo formalmente un centro di interrogatorio, la gestione militare consente di aggirare alcune delle garanzie previste nel sistema civile, accelerando il possibile passaggio ai tribunali militari. Proprio in Cisgiordania i tribunali militari dispongono già, almeno in teoria, della facoltà di comminare la pena di morte. Attualmente è richiesta l’unanimità di tre giudici; l’esecutivo in carica ha però espresso l’intenzione di modificare questa soglia, introducendo la maggioranza semplice. Una revisione che renderebbe la condanna capitale più facilmente applicabile. Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Nazioni Unite e Unione Europea hanno più volte avvertito che un ritorno effettivo alla pena di morte costituirebbe un arretramento significativo sul piano dei diritti umani e porrebbe Israele in tensione con i suoi impegni internazionali. Anche all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano non mancano perplessità: diversi analisti ed ex funzionari dello Shin Bet temono che eventuali esecuzioni possano trasformare i condannati in simboli e martiri, alimentando una spirale di radicalizzazione e violenza.