Le stanze dell’amore. Relazioni e diritti in uno spazio di solitudine di Enrica Landi* Ristretti Orizzonti, 12 febbraio 2026 Le stanze dell’amore. Questo incipit volutamente provocatorio e brutale rimanda ad un inquadramento di tipo giornalistico rispetto ad un tema che è molto ampio e che si spinge ben oltre il diritto alla sessualità e alla sua possibilità di espressione all’interno degli istituti di pena. I mezzi di informazione hanno forti responsabilità rispetto alla creazione di modelli di pensiero e di paradigmi interpretativi della realtà che ci circonda. “Stanze dell’amore”, “postriboli di stato”: queste sono espressioni che i giornali utilizzano per inserire il tema della sessualità delle persone ristrette all’interno di una cornice di senso che contribuisce a creare stigma e pregiudizio intorno al pianeta carcere. Nell’opinione pubblica stenta a radicarsi l’idea che il carcere sia “solo” privazione della libertà e che per rendere efficace la pena non sia necessario aggiungere altra afflittività a questa condizione esistenziale. Sono titoli che evidenziano un aspetto pruriginoso e che danno conto di una costruzione narrativa culturalmente svuotata di contenuti e di parole, una narrazione che non riesce a trasferire il senso della realtà carceraria e dei soggetti ospitati al suo interno. Chi come me ha il privilegio e la fortuna di ascoltare le narrazioni delle storie di vita delle persone ristrette, si può rendere conto, diventandone testimone, che il tema dell’affettività e delle relazioni nonché della loro limitata espressione è un tema di dolore, sofferenza e privazione che non può né deve limitarsi all’inseguimento di un consenso popolare. Questo articolo vorrebbe essere considerato un invito a contribuire alla costruzione di una narrazione autentica e collettiva, attraverso l’utilizzo di parole rispettose dei soggetti, dei bisogni e dei diritti. Un invito a guidare e costruire un consenso, senza inseguirlo. Si rende perciò necessario un comune sforzo di ricerca di un significato condiviso, di parole che uniscano e che tengano conto di profili molteplici, da quello giuridico a quello intrapsichico, da quello interpersonale a quello culturale. L’iter legislativo è stato lungo e complesso, caratterizzato da balzi in avanti seguiti da battute d’arresto, ma infine è culminato - con la Sentenza 10/2024 della Corte Costituzionale - nell’individuazione di illegittimità del controllo a vista durante i colloqui all’interno degli istituti di pena, aprendo di fatto la strada al riconoscimento dell’affettività delle persone recluse. La sentenza - seguita dalle Linee Guida del DAP - rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana. Il tema della penalità corporea, o della pena anche attraverso il corpo, si inserisce all’interno di un tema più ampio: un corpo che entra come elemento estraneo all’interno di un’istituzione totale quale è il carcere, ambiente che contemporaneamente ospita e costringe. Il corpo diventa per il detenuto un “corpo istituzionalizzato”, unidirezionale e adattato, diventa l’ultima sua prigione, ma anche il suo rifugio. Il corpo è controllato e dominato attraverso uno spazio chiuso, senza qualità, anonimo; uno spazio definito e reiterato. Lo spazio della sofferenza. Il detenuto abita l’inabitabile, laddove lo spazio diventa fisico, ma soprattutto simbolico, strettamente legato alle azioni che la quotidianità penitenziaria consente. Azioni che tentano di conferire qualità a spazi che ne sono privi. Lo spazio - cosi come il tempo imposto e regolato - diventa ossessivo, quasi subito. Gropius, maestro dell’architettura moderna, ci parla di un minimo elementare di spazio aria luce calore per non subire impedimenti al completo sviluppo delle funzioni vitali umane: un minimum vivendi contrapposto ad un modus non moriendi. Laddove ciò non sia dato la dimensione corporea e sensoriale nonché emotiva del soggetto è limitata, sofferente e formalizzata dagli elementi murari. Ma essendo il carcere uno spazio all’interno del quale si svolge un’attività funzionale ad un mandato pubblico, esso non può essere lo stesso dopo il ruolo rieducativo conferito alla pena da mandato costituzionale. Non può essere più uno spazio lineare all’interno del quale contenere persone. Il prendersi cura degli spazi e dei luoghi - intesi come entità costituive del benessere psicofisico dei soggetti - attraverso azioni che conferiscono loro una forma dopo aver attentamente analizzato e interpretato i bisogni degli individui - è un prendersi cura delle persone che li abitano e quindi della collettività tutta. Lo spazio presuppone un’esperienza relazionale. Ma proprio il carcere va a prendere la forma del vuoto esistenziale e della solitudine. Il carcere quale organizzatore della vita quotidiana di coloro che vi sono ospitati attraverso la ripetizione ossessiva degli stessi percorsi - fisici e simbolici - antepone l’ordine e la sicurezza ai bisogni dei soggetti reclusi. L’individualità e la soggettività, la singolarità che fa di ogni essere umano ciò che è, con difficoltà trovano possibilità di espressione. Il soggetto diventa oggetto, dipendendo dall’istituzione e dal suo consenso per il soddisfacimento di ogni più elementare esigenza. I diritti diventano condizionati poiché l’istituzione totale pretende un adeguamento intrapsichico ed interpersonale del singolo a fronte delle prevalenti esigenze di ordine e sicurezza. Parlare di relazioni che includano affettività e sessualità in carcere significa riferirsi alla tutela della salute e della famiglia. L’essere umano è un sistema integrato laddove le dimensioni intrapsichiche e corporee vanno a costituire profili che operano influenze reciproche; è un’unità psico-somatica; una res extensa e una res cogitans di platoniana memoria. Anche il padre della psicanalisi ci parla di differenti zone erogene - individuate in specifiche parti del corpo - investite libidicamente durante le successive fasi del percorso evolutivo del bambino attraverso le quali egli ricerca un soddisfacimento e un piacere. Già Maslow nella sua “Piramide dei Bisogni e delle Motivazioni” aveva incluso il soddisfacimento del desiderio sessuale tra quelli che erano indicati come “bisogni fisiologici” fondamentali, posti alla base della sua rappresentazione grafica accanto al bere e al mangiare e di fatto funzionali al mantenimento fisico dell’individuo. Secondo lo psicologo statunitense se questi bisogni naturali non trovano un loro adeguato soddisfacimento, difficilmente l’individuo si potrà concentrare sulla realizzazione dei bisogni collocati in ordine di progressione verso il vertice della piramide, dove non a caso ai primi posti figurano proprio i “bisogni di affetto”, intesi come aspirazione ad avere una vita affettiva e relazionale soddisfacente. Il nostro essere nel mondo è anche corporeo; tuttavia il carcere sembra tralasciare e dimenticare questa dimensione, usando, almeno fino ad oggi, una violenza istituzionale che obbliga i ristretti ad una castità coatta che si accompagna ad una espressione monca dell’affettività. E che succede se i diritti all’affettività e nello specifico alla sessualità non vengono rispettati? Quali sono gli effetti su un piano psicologico della negazione e della limitazione di incontri intimi con un altro da sé? Quali conseguenze patologizzanti in termini di salute mentale porta con sé la privazione di incontri autentici con un altro significativo all’interno dei quali potersi riconoscere ed essere riconosciuto come essere umano portatore di valore? Il ristretto è complessivamente impoverito dallo stato di detenzione. La carenza di stimoli che permea l’ambiente carcerario agevola un impoverimento percettivo, che va a coinvolgere tutti i sensi, penalizzandone il funzionamento. Basti pensare alla deprivazione correlata all’intera gamma sensoriale: i differenti stimoli - visivi uditivi tattili cinestesici motori - sono ridotti, ripetitivi e ricorsivi. Il tatto viene colpito in modo prominente e subisce gravi alterazioni, tanto è mortificato da una ristretta gamma di stimoli, nonché da una inconsapevole volontà soggettiva di isolarsi da un contesto massificante ed intrusivo: è come se la superficie del corpo non avesse più tatto né con-tatto. Come se man mano si perdesse la competenza discriminativa, all’interno di una confusività di confini tra sé e l’altro, tra il dentro e il fuori, immersi in un processo di erosione e depauperamento del sé identitario. Le sensazioni che il corpo produce in carcere sono prevalentemente reazioni di allarme; soprattutto durante le prime fasi della carcerazione il soggetto è sottoposto ad un generalizzato stato di iperarousal che determina ipervigilanza e iperattenzione tanto verso gli stimoli interni che esterni. Anche il sistema di pensiero inizia a produrre un mondo immaginario e immaginato, subendo una semplificazione che privilegia il pensiero dicotomico, parcellizzato e sincretico (non a caso si parla del carcere come istituzione che conduce i suoi abitanti a processi regressivi di infantilizzazione) ed una logica scissionale, a discapito del pensiero superiore ed astratto. Anche su un piano emotivo assistiamo ad una polarizzazione della realtà intrapsichica all’interno della quale torna a prevalere, richiamando le prime fasi della vita e forme di Sè più arcaiche, una logica duale piacere-dolore. La libido risulta impoverita, andando a subire una profonda regressione verso quelli che sono i bisogni primari legati al benessere fisiologico e alla sopravvivenza. Anche l’atto sessuale, privato di profili simbolici, empatici e relazionali nonché erotici, si esaurisce nella gestione di pulsioni aggressive o tensive; l’atto sessuale assume le caratteristiche di contenitore al cui interno confluiscono mancanze, bisogni affettivi ed emotivi, di contatto e vicinanza. La sessualità inibita erotizza l’intera vita del recluso e rende il ritmo del richiamo biologico molto intenso. L’oggetto del desiderio non è disponibile né raggiungibile a causa della castità forzata. Nei primi tempi della carcerazione assistiamo ad un fenomeno di asessualità temporanea che con il tempo lascia spazio a processi di adattamento soggettivo che favoriscono la messa in atto di comportamenti sessuali “anomali”. Il soggetto ristretto reagisce attivando due differenti strategie, che peraltro non si escludono a vicenda. Ovvero: una sessualità solitaria e autoerotica che va a sostituire lo spazio vuoto lasciato dalla affettività e dalla corporeità dell’altro, lontano e assente. L’autoerotismo rappresenta sul piano immaginifico la compensazione di un’assenza fisica, che non riesce a raggiungere una compensazione emotiva, e il tentativo di restare in contatto con il proprio mondo affettivo. Oppure: un’omosessualità indotta e compensatoria esito di una nuova organizzazione delle proprie istanze interne; omosessualità che si traduce come nuova strategia di sopravvivenza di fronte a nuovi codici ambientali, contraddistinti dalla subcultura carceraria. Omosessualità che può diventare talvolta anche mezzo di sfruttamento. E questo specifico cambiamento indotto nella scelta del proprio ruolo sessuale può inevitabilmente provocare delle dissociazioni a livello psichico. Il soggetto subisce un processo di adattamento all’ambiente, che va a creare un doppio legame: da una parte l’ingiunzione di consumare l’eterosessualità (pensiamo alla costante proposta da parte della televisione e dei giornali di sesso e immagini mercificate come valori primari della quotidianità), ma dall’altra parte l’impossibilità di farlo in alcun modo. Nel tempo tali condotte conducono il soggetto ad una destrutturazione dell’identità individuale e sociale, ad una grossolana disorganizzazione della personalità, laddove le strategie sessuali di coping vengano vissute in maniera egodistonica. Il nucleo affettivo sensu lato va posto al centro dell’esecuzione penale in quanto la sua limitazione afflittiva produce patologia in termini di sofferenza mentale e di tensione intrapsichica nonché un aumento delle tensioni e delle violenze intramurarie. La limitazione dell’affettività aggiunge al carcere una dimensione patologica di rinuncia, tensione, sofferenza, angoscia. Si tende a considerare l’affettività e, nello specifico, la sessualità come un elemento premiale, aggiuntivo, accessorio, eventuale, laddove invece si tratta di un diritto e di un elemento la cui espressione garantisce salute soggettiva e collettiva. Si rende necessaria - oggi più che mai - una narrazione che si faccia portatrice di un messaggio culturale e pedagogico che contribuisca a rimuovere il timore che qualunque misura di sofferenza sottratta alla pena sia sottratta alla giustizia e che creda nelle possibilità evolutive del soggetto recluso e nel potere trasformativo di relazioni affettive significative. Nella certezza di un carcere più umano e giusto. *Psicologa e psicoterapeuta Trattamento detenuti: più lavoro esterno e imprese che assumono di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 12 febbraio 2026 Lavoro, istruzione, sport e teatro sono attività essenziali per il trattamento delle persone detenute su cui prosegue l’impegno del Ministero, nonostante le croniche criticità dell’universo penitenziario. “Imparare un lavoro in carcere è importante, e altrettanto importante - e noi stiamo operando in questo senso - è poter trovare il lavoro quando si esce dal carcere”, ha detto il guardasigilli Carlo Nordio durante la sua ultima visita al carcere di Secondigliano. Di fatto tracciando una direzione precisa di intervento. Alcuni risultati positivi emergono dalla Relazione sull’amministrazione della giustizia per il 2025. A partire dal lavoro all’esterno, che registra un aumento del 15% rispetto al 2023. L’obiettivo è rendere la percentuale comparabile a quella del lavoro alle dipendenze dell’Amministrazione, che resta stabile al primo posto per livello di occupazione: 18.004 su 21.354 detenuti impegnati in attività lavorative. Particolare è il dato delle lavoratrici ristrette: esse rappresentano il 44% del totale delle recluse, 1.222 su 2.747. La percentuale supera quella degli uomini (33,5% del totale). Si amplia la platea di aziende pronte a offrire lavoro alle persone recluse, grazie ai benefici e agli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia. La relazione, infatti, registra un aumento del 38% di nuove imprese beneficiarie. Per l’annualità 2025 le richieste di accesso ai benefici autorizzate sono state 708, per previste assunzioni di 2.781 detenuti. Una tendenza in crescita che è anche stimolata dai diversi protocolli siglati con grandi gruppi come WeBuild e FS. Sul fronte dell’inclusione attiva dei detenuti è attiva l’Azione AMA DE: nell’agosto 2025 il Ministero ha ammesso a finanziamento 180 progetti di Regioni e Prap in 120 penitenziari, per un totale di 72 milioni di Euro. Per quanto riguarda la scuola in carcere, è del novembre 2023 il rinnovo del protocollo d’intesa con il ministero dell’Istruzione e del Merito. Nell’anno scolastico 2024/2025 sono 19.391 le persone detenute coinvolte in percorsi di istruzione di primo livello (scuola primaria e certificazione linguistica), con oltre 3mila promossi, e di scuola secondaria, con oltre 4.700 promossi. Non solo scuole, ma anche università, grazie alla presenza dei Poli universitari penitenziari: in 47 istituti sono attivi 437 corsi di laurea. Dal 2019 al 2025, gli studenti e le studentesse sono più che raddoppiati, e a laurearsi nell’ultimo anno accademico sono stati in 55. Prosegue l’opera di incentivazione delle attività teatrali in carcere, con specifici finanziamenti e iniziative per valorizzare le esperienze delle compagnie ormai strutturalmente presenti nei penitenziari. Il 2025 è stato l’anno dell’istituzione del Fondo per la promozione e il sostegno delle attività teatrali in carcere, che garantisce 500mila euro di risorse annuali fino al 2027. Quest’anno le risorse hanno permesso di sostenere 43 progettualità, con finanziamenti diretti ai Provveditorati regionali. Lo sport in carcere rappresenta un altro fronte di intervento del Ministero, diventato strutturale con il protocollo sottoscritto nell’aprile 2024 tra i ministri della Giustizia Nordio e per lo Sport e i giovani Abodi. Incoraggianti sono i risultati del progetto “Sport di tutti - Carceri”: sono 46 i progetti di formazione sportiva finanziati e attivi nel 2025, con l’erogazione di un contributo massimo di 20mila euro a progetto. Arnau (Cnf): “Detenzione domiciliare e terapeutica per ridurre il ruolo del carcere” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 12 febbraio 2026 L’avvocato Leonardo Arnau, delegato del Consiglio nazionale forense, è intervenuto davanti alla Commissione Giustizia del Senato (presieduta da Giulia Buongiorno) in occasione delle audizioni informali sul disegno di legge 1635 riguardante le “Disposizioni sulla detenzione domiciliare dei tossicodipendenti e alcoldipendenti”. Oltre al consigliere Cnf, è stato audito Francesco Cascini, sostituto procuratore presso la Procura di Roma. Degli oltre 62 mila detenuti presenti nelle carceri italiane il 31,93% ha una dipendenza da sostanze stupefacenti o alcoliche, come ha rilevato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Sono, dunque, quasi 20 mila i soli tossicodipendenti ed oltre 6 mila i soggetti alcoldipendenti. Potenzialmente, 10 mila detenuti potrebbero usufruire della nuova misura alternativa della detenzione domiciliare terapeutica. Un segnale di attenzione verso il sistema carcerario nazionale. Il ddl prevede la nuova detenzione domiciliare, indicata dall’art. 94-ter (“Introduzione della misura alternativa della detenzione domiciliare per condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti”), interessando pene fino a otto anni. “Tale previsione - ha detto il consigliere Cnf Arnau - segna un apprezzabile progresso nella riduzione del ruolo del carcere nel quadro del sistema sanzionatorio penale, anche con riferimento ai reati contemplati dall’articolo 4-bis O.P. la cui ammissibilità viene contemplata con il limite di pena dei quattro anni”. L’avvocato Arnau ha precisato che la nuova misura alternativa “concorre con quella dell’affidamento in prova al servizio sociale in casi particolari di cui all’articolo 94 del Testo Unico sugli stupefacenti ed in larga misura è modellata su quel paradigma”. “Un altro fattore positivo di questo disegno di legge - ha commentato Leonardo Arnau - è il fatto che dovrebbero accelerarsi i tempi per l’individuazione della comunità e la misura alternativa è contemplata anche per chi è sottoposto a misura cautelare”. “Va segnalato, inoltre, in senso favorevole - ha affermato il consigliere Cnf - il fatto che in caso di conclusione positiva del programma terapeutico, il magistrato di sorveglianza, previa rideterminazione delle prescrizioni, ai fini del reinserimento sociale, possa disporre l’affidamento in prova al servizio sociale o la detenzione domiciliare anche quando la pena residua, pur se determinata ai sensi dell’articolo 663 c.p.p., supera quelle previste, rispettivamente, dagli articoli 47 e 47-ter della legge n. 354 del 1975, sempre che non siano superati i limiti di pena indicati nel comma 1, aumentati della metà, ovvero di un quarto ove si tratti di titolo esecutivo comprendente un reato di cui all’articolo 4-bis O.P. (comma 6). In altri termini, come precisa la relazione tecnica del ddl, il magistrato di sorveglianza può disporre l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare come misure alternative alla detenzione applicabili a livello ordinario, anche se la pena residua supera i limiti previsti dalle disposizioni vigenti (articoli 47 e 47-ter della legge 354/1975), così da favorire il reinserimento sociale dei detenuti e di ridurre il rischio di recidiva”. A differenza “dell’affidamento in prova in casi particolari”, la detenzione domiciliare terapeutica presuppone che la domanda di accesso contenga, a pena di inammissibilità, accanto ad altri elementi, l’indicazione della correlazione tra la tossicodipendenza e il reato. Ciò vale anche per la definizione anticipata del processo. “Si tratta - ha sottolineato l’avvocato Arnau - di un requisito di non facile definizione, in alcuni casi altamente opinabile, in grado di ridurre sensibilmente nella prassi l’area applicativa della nuova misura alternativa”. “Emergenza o crisi educativa: una sfida per tutta la società”, cappellani degli Ipm a confronto di Gigliola Alfaro agensir.it, 12 febbraio 2026 “Emergenza o crisi educativa: una sfida per tutta la società” è stato il tema affrontato nel Seminario che si è svolto a Roma dal 9 all’11 febbraio. A tracciare un bilancio per il Sir l’ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. In Italia da anni si parla di emergenza educativa, i segnali di disagio tra i ragazzi e i giovani sono tanti e non si tratta solo di fenomeni come la dispersione scolastica e la conflittualità tra generazioni diverse che hanno difficoltà a comprendersi e dialogare. L’emergenza educativa agisce anche come un catalizzatore per la violenza giovanile perché, quando mancano valori, empatia, controllo degli impulsi, c’è una banalizzazione del male. Di queste tematiche si è parlato nel Seminario di formazione per i cappellani degli istituti minorili, intitolato “Emergenza o crisi educativa: una sfida per tutta la società” e promosso a Roma dal 9 all’11 febbraio dall’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane. A don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, chiediamo un bilancio della tre giorni. Come è stato affrontato il tema dell’emergenza educativa durante il Seminario? In questi giorni ci siamo incontrati con 15 cappellani delle carceri minorili proprio per parlare di questa realtà che viviamo quotidianamente con i ragazzi. La crisi educativa non riguarda soltanto noi che ci confrontiamo ogni giorno con ragazzi dentro il carcere, ma è una crisi che sta investendo tutto il mondo giovanile. Il fatto, a mio avviso, che in questi anni il numero dei ragazzi ristretti sia aumentato dai 300/350 ai 630 attuali mostra proprio che un malessere sta investendo tutto il mondo giovanile: i ragazzi non hanno più riferimenti, luoghi d’incontro. Oggi ci si incontra sui social, che non aiutano però le persone a vivere veramente bene la condizione giovanile. I ragazzi, infatti, con i social pensano di avere il mondo tra le mani, ma alla fine è un mondo vuoto perché non c’è una vera relazione. Durante il Seminario abbiamo parlato di queste sfide, di come rapportarci con i giovani, di come vivere in modo particolare la missione di cappellani all’interno degli istituti. Ci sono stati tanti esperti che ci hanno aiutato a riflettere sull’emergenza educativa, che è una sfida per tutta la società, non soltanto per la Chiesa, ma anche per la politica, la scuola, la famiglia, perché tutti noi siamo coinvolti per rispondere a questa difficoltà sul fronte educativo. Gli esperti ci hanno anche aiutato a capire in che modo possiamo dare una mano a questi ragazzi, a capire le motivazioni di alcuni comportamenti. Molte volte la colpa ultima non è neanche del ragazzo, ma è di una società sbandata. Come aiutate i ragazzi ristretti? Quando arrivano nei nostri istituti, sono già ragazzi feriti, che vivono problematiche, quindi più che dare una risposta, cerchiamo di offrire loro una paternità. Ognuno di loro ha una storia di sofferenza e anche di violenza alle spalle, a causa anche degli ambienti di provenienza, in modo particolare della famiglia, dove, se manca l’armonia, i primi a risentirne sono i ragazzi. È difficile rispondere a questo disagio e risolvere i problemi, proprio per questo è importante un’opera preventiva come ci insegna San Giovanni Bosco, per aiutare i giovani a non fare scelte sbagliate. Un lavoro preventivo da affidare alla cura della famiglia, della scuola, della Chiesa, degli oratori, per aiutare tanti ragazzi a non andare oltre il limite. Purtroppo tanti giovani abbandonati a se stessi non hanno più un riferimento nella famiglia, non vanno a scuola, sono privi di cultura, frequentano ambienti malsani: tutto questo non aiuta il ragazzo ad affrontare la vita in un modo adeguato. I minori che troviamo nei nostri istituti rappresentano solo una parte del disagio giovanile, perché poi ci sono tante persone affidate alle comunità esterne. Certamente, all’interno degli istituti ci sono, in modo particolare, i ragazzi che sono più problematici, che hanno commesso violenze gravi e anche ammazzato. Servono alleanze educative? Sì, le alleanze educative sono fondamentali, perché l’emergenza educativa precede quello che può portare i giovani in carcere. Purtroppo tutte le agenzie educative, dalla famiglia alla scuola e alla parrocchia, stanno vivendo la difficoltà di relazionarsi ai ragazzi, proprio perché spesso c’è un rifiuto da parte loro. Durante il Seminario abbiamo parlato, in particolare, di come noi preti possiamo aiutare i giovani prima che possano arrivare a compiere reati. È importantissima l’opera preventiva dei sacerdoti nelle parrocchie, negli oratori, con varie attività, per far riassaporare ai giovani il gusto della vita si è perso. Spesso anche negli Ipm si registrano episodi di violenza… Nel mondo c’è molta violenza e di questo si vede anche un riflesso all’interno delle carceri. Tante volte nei nostri istituti penitenziari i ragazzi si ribellano, incendiano le celle, non si sentono ascoltati pienamente, anche se il supporto ci sta: ci sono educatori, poliziotti, cappellani, volontari, sono organizzate tante attività, perché sono state investite molte energie in più nei minorili rispetto agli istituti per adulti. Spesso il rapporto tra educatori e ristretti negli Ipm è uno a uno, proprio perché i ragazzi hanno bisogno di essere seguiti e aiutati in un modo diverso. Indubbiamente, i ragazzi che entrano nei nostri istituti non hanno regole, mentre in carcere ci sono regole e per questo fanno fatica, ma la sicurezza è fondamentale. Servono, però, anche il dialogo e la relazione con i ragazzi. Durante la tre giorni avete incontrato il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi: cosa vi ha detto? Mons. Baturi ci ha offerto delle indicazioni, ricordandoci innanzitutto l’importanza del nostro stare in carcere. Questo ci fa capire come la nostra presenza sia fondamentale soprattutto sul fronte educativo, perché sappiamo bene che oramai negli istituti la maggior parte dei ragazzi è straniera e non è cristiana: ciò significa che anche per noi cappellani adeguarci alle nuove realtà che viviamo. La nostra presenza in carcere non si limita più solo all’aspetto religioso, ma siamo dei punti di riferimento per i ragazzi per dialogare, senza essere giudicati. Anche se sappiamo che alcuni ragazzi hanno commesso gravi crimini, infatti, non siamo chiamati a giudicare, ma a essere dei padri che accolgono specialmente le persone ferite, che hanno bisogno di essere sanate. Noi cappellani non entriamo in carcere per curare solo i cristiani, i cattolici, ma per curare la persona. I ragazzi non vedono in noi dei preti, ma dei padri che si preoccupano dei loro figli, che li accompagnano, che li incoraggiano. Curiamo tutti, offrendo il nostro supporto non solo religioso ma umano. Durante la tre giorni avete visitato anche il pastificio “Futuro” presso il carcere minorile di Casal del Marmo, esempio di un possibile riscatto… Il pastificio a Casal del Marmo è un esempio soprattutto di un impegno da parte della società esterna che vuole coinvolgere i ragazzi ristretti. È importante offrire possibilità di lavoro, oltre a percorsi scolastici e educativi: il pastificio a Casal del Marmo e altre attività in altri istituti penitenziari aiutano i ragazzi ad abbandonare i percorsi a rischio intrapresi precedentemente all’arresto, a prendere fiducia in se stessi, mostrando che anche per loro ci può essere, attraverso un lavoro onesto, una vita diversa e un futuro. Mostriamo concretamente, con queste iniziative lavorative, che un’altra strada c’è. Cosa vi portate a casa da questo Seminario come cappellani? Prima di tutto l’esperienza di aver vissuto questi giorni in comunione tra di noi, riflettendo su temi che ci interessano e affronteremo nei nostri istituti penitenziari. Ritorniamo nei nostri istituti incoraggiati e con idee chiare di come agire, quindi con uno sguardo molto più ampio e più sereno sulle attività che siamo chiamati a svolgere. Pacchetto sicurezza, molta ostentazione di Adriano Sansa* Famiglia Cristiana, 12 febbraio 2026 Piove a catinelle: facciamo una legge che lo proibisca? C’è siccità: facciamo una legge? Sembra di essere tornati alle epoche di magie e sacrifici agli dei. Ma non è una buona idea. Davanti alla recrudescenza dei femminicidi o dell’uso dei coltelli, ai delinquenti che devastano pacifici cortei e colpiscono gli agenti, esiste già un’abbondante legislazione. Servono più agenti meglio trattati, più magistrati per processi rapidi, nuove carceri per detenzioni severe ma umane; dove è possibile, prevenzione e dialogo. La legittima difesa e lo stato di necessità sono cause di giustificazione già ben presenti e radicate nell’ordinamento vigente: perché confonderle con registri speciali e confusi espedienti? Il fermo dei sospetti considerati dalla polizia capaci di molestare cortei e manifestazioni pubbliche è una ferita ai principi fondanti della civiltà, tanto vaghi ne sono i presupposti: potremmo finire tutti in galera per dodici ore, senza alcun intervento di un giudice ma solo con l’informativa al pubblico ministero, che domani potrebbe essere sottomesso all’Esecutivo. Questa è l’obiezione di fondo ai vari pacchetti sicurezza, in massima parte atti di ostentazione; in parte minore di qualche efficacia, per esempio contro troppa libertà di armi proprie e coltelli; per il resto espedienti di dubbia costituzionalità, capaci di ferire l’uguaglianza davanti alla legge, di convincere di una loro onnipotenza gli elementi peggiori delle polizie e di danneggiare il rapporto con i cittadini. Ah questa Costituzione, un tempo la più bella del mondo; ah questa Corte dei Conti che ostacola gli sperperi; ah questi giudici un tempo osannati, specie da morti. Quanto fastidio danno a chi vuole non solo il Governo ma il potere, incontrollato, retto da un Capo. Eppure lo abbiamo provato, e ci basta, per sempre. *Ex magistrato Referendum: due esperti con idee opposte spiegano, punto per punto, perché votare Sì oppure No di Nina Verdelli Vanity Fair, 12 febbraio 2026 Come cambierebbe la magistratura se vincesse il Sì al referendum sulla giustizia? La “riforma Nordio” va a vantaggio dei cittadini o di chi, di volta in volta, detiene il potere? Rispondono Stefano Ceccanti (favorevole) e Tomaso Montanari (molto contrario). Sul referendum sulla giustizia Giorgia Meloni si gioca tutto. Come fece Matteo Renzi nel 2016: puntò sulla riforma costituzionale, il popolo la bocciò e lui si dimise da Presidente del Consiglio. Allo stesso modo, il prossimo 22 e 23 marzo, c’è chi andrà alle urne per esprimersi a favore o contro il Governo. Per quelli che, invece, voteranno al di là delle proprie convinzioni politiche, abbiamo preparato una spiegazione completa della cosiddetta “riforma Nordio”, voluta appunto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo a due esperti con idee opposte di illustrare come cambierebbe la giustizia. Stefano Ceccanti voterà “Sì”. Secondo il professore di diritto ordinario alla Sapienza, già deputato Pd, la riforma porterà a una positiva scissione della funzione requirente (i pm) da quella giudicante (i giudici). Tomaso Montanari, invece, è un fermo sostenitore del “No”. Il rettore dell’Università per stranieri di Siena la definisce una riforma “contro” la magistratura, mirata a sottomettere i giudici ai politici, con pericolose ripercussioni per la tenuta democratica del Paese. 1. Separazione delle carriere SÌ Il mestiere di chi giudica (giudice) non può che essere separato da chi accusa (pm), come in tutte le democrazie consolidate. In passato, sotto il fascismo, il processo partiva dalla presunzione di colpevolezza e quindi giudice e accusatore erano dalla stessa parte, mentre si prevedeva un avvocato come male minore. Con la presunzione di innocenza, il giudice deve essere separato da accusa e difesa per essere indipendente. NO È l’aspetto meno rilevante di questa “riforma della magistratura”. Dopo la riforma Cartabia i magistrati possono cambiare funzione (cioè passare da giudici a pm e viceversa) solo una volta. Tuttavia non è rassicurante la radicalizzazione di questa divisione, che impedirebbe di chiamare davvero “giudice” chi sosterrà sempre e solo la pubblica accusa, con il rischio di accentuare alcuni tratti “polizieschi” dei pm, almeno sotto il profilo culturale. 2. Divisione in due del Csm SÌ A oggi, il Consiglio superiore della magistratura rappresenta l’organo di autogoverno per giudici e pm. Ma a che servirebbe la separazione delle carriere se poi i pm, che hanno un più forte impatto sui mass media, potessero ancora incidere sulle carriere dei giudici? Separare il Csm in due, invece, è più decisivo. Nei due Csm ci sarebbe sempre una maggioranza di 2/3 composta dai magistrati (giudici o pm), garantendo così autonomia. NO La frantumazione dell’ordine giudiziario è evidente in questo sdoppiamento dell’unico organo di autogoverno della magistratura previsto dalla Costituzione. Il vero obiettivo è dividere, e dunque rendere più debole, un potere, quello giudiziario, che viene visto come un “nemico” del potere esecutivo. Emerge la natura profondamente ostile di questa “riforma” contro la magistratura. 3. Sorteggio SÌ Con la riforma, i magistrati non eleggeranno più i propri rappresentanti che, invece, saranno scelti per sorteggio. L’attuale Csm è dominato da una rigida divisione in correnti che porta a logiche spartitorie. Questo meccanismo deve essere superato. Il sorteggio è uno dei modi possibili, forse il più drastico, per fare in modo che ciascuno sieda lì dando garanzie di indipendenza, non dovendo rendere conto a nessuno. Per quanto riguarda i membri sorteggiati da una lista composta dal Parlamento, è un metodo che si usa già per la maggioranza dei giudici che devono giudicare il Presidente della Repubblica. NO È la previsione più grottesca della riforma. Per quale funzione importante penseremmo al sorteggio, se perfino a scuola i rappresentanti di classe si eleggono? Si vuole impedire proprio l’autogoverno dei magistrati, che per essere tale deve basarsi su una scelta dei “governanti”. Il primo a proporre questa idea fu l’Msi di Giorgio Almirante, che si definiva “fascista in democrazia”. Lo scopo era lo stesso del regime fascista, che costrinse l’Associazione nazionale magistrati a sciogliersi per asservire i giudici al regime. Un movente trasparente anche questa volta, quando si ricorda che la componente “laica” dei due Csm sarebbe sempre sorteggiata, ma su una lista votata dal Parlamento su proposta della maggioranza politica, controllata dal governo. Cioè: la politica sceglie i propri rappresentanti, mentre quelli dei giudici li dovrebbe scegliere il caso. 4. L’alta corte disciplinare SÌ Attualmente, il Csm ha compiti sia amministrativi sia sanzionatori nei confronti dei magistrati, cosa che già non ha senso di per sé. Inoltre, tale sistema porta a non sanzionare quasi nessuno. Dal 1991 si discute di creare una Corte che si occupi solo di disciplina. Lo voleva anche il Pd nel 2022. Anche qui la maggioranza (3/5) sarebbe di giudici e pm, garantendo autonomia, bilanciati dagli altri 2/5 espressi dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento. NO Si tratta di un “giudice speciale” che potrebbe essere in contrasto frontale con quanto prevede l’art. 102 della Costituzione. Oltre a essere di dubbia legittimità (una sua sezione giudicante potrebbe essere interamente di nomina politica), è definita in modo vago e contraddittorio. Per esempio, nel fatto che ne farebbero parte sia i pm sia i giudici: separazione delle carriere, ma unione nell’Alta corte disciplinare! Più in generale, la riforma non chiarisce molti aspetti cruciali di questo organo, che dovranno essere definiti per legge ordinaria, e quindi sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, con esiti che nessuno sa prevedere (per esempio: le sentenze di secondo grado di questa Alta Corte sarebbero appellabili o no in Cassazione?). Insomma, un pasticcio. 5. Maggior certezza della pena SÌ Questo obiettivo non è perseguito direttamente dalla riforma; è però favorito un percorso più lineare a favore del cittadino. Oggi, con la sentenza definitiva, ci sono tra il 40 e il 50 per cento di assoluzioni. Troppe. Vuol dire che molti non dovevano essere processati né essere vittime di ingiuste detenzioni. Questo accade perché i giudici delle fasi preliminari sono subalterni ai pm anche a causa del Csm unico. Resi più indipendenti, si andrà a giudizio solo se l’accusa dimostrerà un solido fondamento. NO Pura propaganda, infondata. Come ha detto lo stesso Nordio (il 18 marzo 2025), “questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia”. 6. Velocizzazione dei processi SÌ Diminuendo i rinvii a giudizio, perché i giudici dell’udienza preliminare saranno autonomi dai pm e sapranno dire di no alle loro richieste (oggi accolte in più del 95 per cento dei casi), gli altri processi, dove l’esito può realmente essere di condanna, saranno di meno e quindi più veloci. NO Vale la risposta precedente. 7. Rapporto tra potere esecutivo e giudiziario SÌ Quello che cambia è il rapporto tra pm e giudici dentro il potere giudiziario, rendendo i giudici più indipendenti. Tra esecutivo e giudiziario non cambia nulla. Qualcuno prospetta il rischio che, dentro i Csm e la Corte disciplinare, sia più forte il peso di maggioranza e governo, ma la maggioranza resta di magistrati e i membri sorteggiati dalla lista del Parlamento richiedono un consenso ampio (3/5) che va oltre la semplice maggioranza di governo, incentivando il dialogo e l’accordo tra le diverse forze politiche. NO Questo è il punto centrale della questione: la riforma non serve ai cittadini, serve a sottomettere i giudici ai politici. Criticando i rilievi della Corte dei Conti alle procedure relative al Ponte sullo Stretto, Giorgia Meloni si è lasciata andare a una rara esplicitazione: “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di governo sostenuta dal Parlamento”. Ecco, finalmente, il punto vero: il governo vuole mani libere, non tollera controlli o verifiche. Nella lunga e penosa vicenda della deportazione in Albania dei migranti, il governo Meloni si era espresso in modo analogo, per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il quale ha denunciato un “aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”. È un ragionamento pericoloso: nelle democrazie i giudici non devono obbedire alla politica, perché la sovranità popolare non si esprime solo nel voto, ma anche in sentenze libere, emesse, in nome del popolo, da giudici liberi di obbedire solo alla legge. Altre riforme costituzionali già presentate dalla maggioranza dicono che i passi successivi sarebbero: togliere la Polizia giudiziaria alla magistratura e darne il controllo al governo, e abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. In estrema sintesi, il governo potrebbe decidere direttamente chi va in galera e chi va a processo. Come in Russia, o in Cina. Perché andiamo a votare SÌ Perché maggioranza e opposizione in questo periodo non sanno fare riforme condivise a 2/3, che eviterebbero il referendum. Per colpa di entrambi. A questo punto, ognuno di noi deve votare in coscienza, non per appartenenza partitica: quello lo faremo alle elezioni politiche. NO Perché (come richiede la Costituzione per le riforme costituzionali che non passano con i 2/3 del Parlamento) lo ha chiesto un certo numero di parlamentari, e perché sono state raccolte oltre 500 mila firme di cittadini contrari alla riforma. Perché non serve il quorum SÌ Perché si vota su un testo approvato dal Parlamento e i Costituenti hanno voluto che fosse più facile confermare rispetto al referendum abrogativo, dove le persone sono chiamate a smentire una scelta del Parlamento. NO Non serve per quelli confermativi in materia costituzionale. Perché i fuorisede non votano SÌ Perché purtroppo ancora in Italia domina un conservatorismo che non capisce che è il servizio elettorale che deve avvicinare i cittadini e non viceversa. Voto a distanza, per corrispondenza, per un numero di giorni maggiore presso uffici pubblici devono essere presi in considerazione. NO Perché il governo si rifiuta di fare un decreto che permetterebbe a 5 milioni di italiani di votare. Il governo ha paura del popolo. La separazione delle carriere non è un tabù costituzionale. Anzi di Giulio Prosperetti* Avvenire, 12 febbraio 2026 L’indipendenza del giudice è un valore che va costruito e preservato ed è un peccato che la questione sia rimessa a una sterile polemica. Anche l’Assemblea costituente ne discusse a lungo. I toni aspri sulle votazioni per il Referendum, relativo alle divisioni delle carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri, richiedono una pausa di riflessione in quanto siamo di fronte a un testo legislativo che va valutato di per sé, a prescindere dalle motivazioni politiche che lo hanno determinato. La Magistratura si sente minacciata da tale riforma costituzionale rimanendo ancorata al Codice Rocco e cioè al processo inquisitorio che vedeva sostanzialmente Pubblico Ministero e Magistrati dalla stessa parte; si dimentica però che il problema fu a lungo dibattuto nell’Assemblea costituente e che la settima disposizione transitoria prevedeva che si sarebbe dovuta emanare una nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità alla Costituzione. E infatti nessuna norma della Costituzione prevede che i Pubblici Ministeri appartengano alla Magistratura e la Costituzione parla di Pubblici Ministeri soltanto per garantire la loro indipendenza, però secondo le norme di una legge ordinaria, qual è l’ordinamento giudiziario. Solo una sentenza della Corte costituzionale, la n.190 del 1970, contiene un accenno incidentale (un obiter dictum) relativo al fatto che nel sistema dell’epoca i Pubblici Ministeri appartenevano alla Magistratura. Ma a seguito della riforma del 1988 con la legge Vassalli che ha trasformato il processo inquisitorio in un processo di parti (processo accusatorio, dove Pubblico Ministero e Avvocato sono messi sullo stesso piano) si è avviata una evoluzione che nel 1999 ha portato aduna radicale nuova prospettiva con la riforma costituzionale approvata all’unanimità da tutto il Parlamento, per cui l’art. 111 oggi recita: “Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Questo importante articolo della Costituzione è rimasto sino ad ora in attesa di una piena attuazione per le contrarietà della Magistratura restia a passare nella sostanza dal processo inquisitorio a quello accusatorio. La separazione delle carriere sarebbe pertanto potuta avvenire, nel rispetto della Costituzione, con una semplice riforma dell’ordinamento giudiziario, mentre invece con la legge costituzionale in questione, come è stato rilevato da molte parti, la funzione dei Pubblici Ministeri è stata elevata a livello costituzionale, gratificandoli di una garanzia costituzionale che finora non avevano. È stato necessario lo scandalo Palamara, che ha scoperchiato gli oscuri patteggiamenti in seno al Consiglio Superiore della Magistratura, per legittimare politicamente quello che la sinistra, in particolare il Partito Democratico, auspicavano nei loro programmi (da ultimo esplicitamente nel programma PD del 2019 e successivamente nel 2022 il programma del PD prevedeva l’istituzione di un’Alta Corte per giudicare i Magistrati). Forse è vero che con la riforma costituzionale la Magistratura nella sua attuale configurazione perde sul piano della sua incidenza politica. Va però detto che questa indiretta incidenza che la Magistratura esercita sul Parlamento, non è fisiologica e a ben vedere è contraria alla Costituzione. L’attuale CSM è stato concepito dal Legislatore costituzionale come un organo di garanzia e non come un organo di rappresentanza politica della Magistratura, come di fatto è diventato. L’indipendenza della Magistratura è garantita dalla Costituzione con riferimento al singolo magistrato che, come dichiarato dalla Corte costituzionale, costituisce individualmente un potere dello Stato. Il CSM non deve essere il parlamentino dei Magistrati che dà pareri sui disegni di legge del Parlamento e si è assunto la difesa corporativa della categoria. Le funzioni istituzionali dell’attuale CSM attengono alla carriera dei Magistrati e alla nomina degli incarichi direttivi degli uffici giudiziari; attualmente si occupa anche della irrogazione dei provvedimenti disciplinari, funzione questa che la nuova legge demanda all’Alta Corte. Il problema è che nell’errata ottica di una rappresentanza in seno al CSM delle correnti della Magistratura, nomine e sanzioni sono amministrate con esclusivo riferimento alle appartenenze correntizie dei Magistrati, Giudici e Pubblici Ministeri. È per questo che, per riportare il CSM alle sue funzioni costituzionali, si è dovuto prevedere il sorteggio dei propri membri, dopo che per ben sette volte sono state cambiate le nomine per cambiare il sistema elettorale per l’elezione dei suoi componenti, senza però, come si è visto, nessun esito positivo. I sostenitori del no al Referendum demonizzano il sistema del sorteggio ma dimenticano che questo è previsto proprio in Costituzione (art. 135) per il giudizio d’accusa nei confronti del Presidente della Repubblica ed infatti anche nella istituenda Alta Corte si è previsto l’identico sistema per i sedici giudici che dovranno integrare la Corte costituzionale nel processo contro il Presidente della Repubblica. Inoltre, il sorteggio è previsto per la designazione dei giudici del Tribunale dei Ministri e per i giudici popolari che debbono comporre la Corte di Assise. Nella logica della divisione delle carriere è inconcepibile che dei giudici siano sottoposti ad un unico CSM composto in parte anche dai rappresentati dei pubblici ministeri: ne va ovviamente della terzietà e imparzialità del giudice. Pertanto, la riforma ha previsto opportunamente due CSM, uno per i giudici e uno anche per i pubblici ministeri, visto che questa riforma ha sancito costituzionalmente che anch’essi sono dei magistrati. La costituzione dell’Alta Corte, indipendente dai rispettivi organi di autogoverno (i due CSM) è in linea con quanto già attuato in tutte le categorie professionali ordinamentali, per esempio i consigli dell’ordine degli avvocati non amministrano più la disciplina che è devoluta ad un organo separato. Altro problema è quello della colleganza tra giudici e pubblici ministeri; si dice che le tante assoluzioni dimostrerebbero dell’assoluta indipendenza dei giudici rispetto ai teoremi accusatori delle Procure, ma il dato delle tante assoluzioni in realtà dimostra il contrario. Infatti, ci sono tante assoluzioni perché ci sono poche archiviazioni. La fase più delicata della giustizia penale non è l’assoluzione, che arriva dopo molti anni, ma la fase della incriminazione dove il Giudice delle Indagini Preliminari raramente si discosta dalla prospettazione accusatoria operata dal Pubblico Ministero. Per la verità la riforma Cartabia si era fatta carico di tale problema prevedendo che Giudice e Pubblico Ministero prima del rinvio a giudizio avrebbero dovuto operare una valutazione prognostica circa il possibile esito del giudizio, archiviando quelle imputazioni che avrebbero potuto probabilmente portare ad una assoluzione. Purtroppo, stante la mancata previsione di disincentivi agli indiscriminati rinvii a giudizio, in pratica nulla è cambiato. Ora, nella realtà del nostro ordinamento, può dirsi che la vera pena è il processo, giacché una assoluzione dopo dieci anni non ristora l’imputato innocente delle sofferenze subite e dei danni alla propria immagine; pertanto, l’incriminazione non può avvenire in un frettoloso conciliabolo tra due colleghi, il Pubblico Ministero e il Giudice. C’è l’esigenza di un giudice realmente terzo e indipendente, e soprattutto autorevole nei confronti di un pubblico ministero spesso spalleggiato da un’opinione pubblica e da una stampa che ha già deciso per la colpevolezza dell’imputato. Infine, c’è da ripensare una cultura della giurisdizione che va dalla giurisprudenza creativa alla interpretazione alternativa del diritto. Molti guasti sono dovuti al tipo di concorso che attualmente è deputato a selezionare quei cittadini che diventano “più eguali” in quanto magistrati titolari del potere punitivo dello Stato. L’attuale concorso è essenzialmente una performance mnemonica in ordine ad una approfondita conoscenza delle leggi e delle relative teorie, ma nessuna valutazione viene operata sulla personalità del candidato magistrato e della sua attitudine a giudicare. Sicuramente vanno differenziati i concorsi dei pubblici ministeri e dei giudici; infatti tra accusare e giudicare non vi è nessuna affinità, e questo è di tutta evidenza. Il concorso in magistratura, soprattutto per i giudici, dovrebbe incentrarsi su presupposti culturali, di filosofia, di etica, di logica, di sociologia, di economia e solo successivamente i vincitori dovrebbero frequentare corsi specialistici sulle diverse branche del diritto alle quali dovranno essere applicati. L’indipendenza del giudice è un valore che va costruito e preservato ed è un peccato che la questione sia rimessa a una sterile polemica. *Vicepresidente emerito della Corte costituzionale Giudici di pace a rischio paralisi, valorizzare i nuovi assunti di Vincenzo Crasto* Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2026 Ipotizzare una circolarità in cui il giovane magistrato entra nell’ufficio per il processo, poi esercita le funzioni di vice procuratore e poi quelle giudicanti. Il giudice di pace vive una crisi molto grave, che rischia di diventare irreversibile se non si interverrà in tempi brevissimi. Le cause sono molteplici, innanzitutto una grave carenza di personale amministrativo, ma soprattutto la robusta scopertura degli organici dei magistrati. Fino a pochi anni fa erano in servizio 3.500 giudici, oggi sono circa 700, un numero realmente esiguo e assolutamente inadeguato per continuare a fornire quel servizio efficiente, che in passato i giudici di pace assicuravano. Eppure la magistratura onoraria è divenuta negli anni elemento indefettibile del sistema giustizia ed è ormai professionalizzata a seguito di rigorose procedure concorsuali, intervenute dopo oltre 25 anni di esercizio delle funzioni giurisdizionali. I vice procuratori sostengono l’accusa pressoché in tutti i giudizi penali celebrati dinanzi al giudice monocratico. È unanime l’apprezzamento per il fondamentale contributo che forniscono i GOT in Tribunale. Ma oggi le maggiori problematiche riguardano gli uffici del giudice di pace. Nel recente passato il giudice di pace è stato un magistrato produttivo ed efficiente, di stampo europeo che è arrivato a definire anche due milioni di procedimenti in un anno. La durata media dei processi si attestava in tempi inferiori a un anno e le sentenze risultavano appellate in una misura inferiore al 3%, ma soprattutto l’istituzione del giudice di pace ha determinato un benefico effetto deflattivo: secondo il ministero della Giustizia i processi civili di cognizione trattati dai tribunali sono diminuiti del 60% dal 1994 al 2013, passando da 707.149 ai 309.290. Tale dato si è poi stabilizzato negli anni successivi. In definitiva gli aspetti positivi della giustizia di prossimità superavano le criticità, che pure esistevano. Oggi i giudici di pace conservano una notevole produttività, in media definiscono 800 procedimenti annui, però registriamo un dato molto preoccupante, l’abbandono della giustizia di pace a se stessa. In molti uffici si fa realmente fatica a trovare un giudice di pace e si è costretti a ricorrere ad applicazioni temporanee di GOT. All’Ufficio del Giudice di pace di Napoli, ad esempio, la pianta organica prevedeva 250 magistrati e pochi anni or sono erano in servizio 150 giudici di pace, mentre oggi al civile sono assegnati 20 giudici di cui 4 non esclusivisti, poi vi sono 25 magistrati nominati dopo la riforma del 2017, che possono essere utilizzati in maniera molto limitata. In sostanza i nuovi giudici possono essere impiegati solo part time nella misura di un terzo rispetto ai giudici di pace già in servizio, e in concreto non possono celebrare più di una udienza a settimana, a fronte delle tre che in molti casi celebrano i giudici di pace assunti prima del 2017. Il rischio di paralisi è concreto in quanto dinanzi alla giustizia di pace pende già oggi oltre il 50% del contenzioso di primo grado in materia civile e con il previsto aumento di competenza, tale quota aumenterà fino a raggiungere il 70% del contenzioso. Inoltre, nell’arco di un lustro cesseranno dalle funzioni circa 300 giudici. I numeri hanno la testa dura, pertanto sarà inesorabile la “chiusura” del giudice di pace, ma l’enorme mole di giudizi pendenti dinanzi alla magistratura di prossimità si riverserà ineluttabilmente sui tribunali, azzerando l’effetto deflattivo prodottosi nell’ultimo trentennio. Negli anni passati il legislatore in tema di giudici di pace ha avuto un comportamento incoerente: da una parte ha progressivamente ampliato le competenze, in sostanza riconoscendo ai giudici di pace di aver maturato una notevole professionalità, dall’altra ha mortificato i magistrati e li ha indotti ad abbandonare le funzioni, producendo una vera e propria emorragia di giudici e con la riforma del 2017 ha imposto un utilizzo ridotto dei nuovi assunti. Ebbene tale riforma si è rilevata semplicemente sbagliata, come avevamo denunciato all’epoca e come lo stesso CSM evidenziava nel suo parere alla riforma, certificando che la stessa avrebbe inciso negativamente sulla qualità della giurisdizione. La paralisi della giustizia sarebbe foriera di gravissime conseguenze socio-economiche, senza dimenticare le centinaia di milioni di euro che l’Italia spende ogni anno per i risarcimenti per l’irragionevole durata dei giudizi, ai sensi della Legge Pinto, cifra che lieviterebbe a dismisura. La soluzione è semplice: occorre valorizzare i nuovi magistrati e consentire il loro impiego allo stesso modo dei giudici di pace assunti prima del 2017. A regime, si può ipotizzare una circolarità delle funzioni ex onorarie in cui il giovane magistrato entri a far parte dell’ufficio per il processo, successivamente eserciti le funzioni di vice procuratore e poi quelle giudicanti, presso gli uffici del giudice di pace o in tribunale. Tale soluzione consentirebbe di non disperdere le professionalità acquisite e di conservare nel tempo una magistratura efficiente, che si senta essa stessa parte integrante del sistema giustizia e non meramente tollerata, come avvenuto per troppi anni in passato. In ogni caso occorre prevedere per tutti i magistrati uno status giuridico - economico almeno dignitoso. Insomma bisogna uscire da una situazione di incoerenza per cui la magistratura di pace è riconosciuta elemento indefettibile del sistema, ma poi si continua a mortificare i magistrati, trattandoli da figli di un dio minore. Un ulteriore errore è stato escludere la giustizia di prossimità dall’ambito del PNRR. Il PNRR prevedeva in materia di giustizia risorse per 2 miliardi e 679milioni di euro, una cifra enorme destinata a rendere efficiente la giustizia. Possibile che una parte di tali risorse non potesse essere destinata alla giustizia onoraria? Un’ulteriore manifestazione della crisi in cui versa il giudice di pace è la chiusura degli uffici del giudice di pace non circondariali, affidati alla esclusiva gestione dei comuni, si pensi alla prossima soppressione dell’ufficio del giudice di pace di Marano e ad altri uffici del distretto di Napoli, che rischiano la stessa sorte. Il solo ufficio di Marano ha un bacino di utenza di oltre 250mila cittadini, che resteranno senza un magistrato di prossimità. Perché si è arrivati a tale esito? Anche questo è il portato di una riforma sbagliata che ha attribuito ai comuni tutti gli oneri di mantenimento degli uffici non circondariali, mentre il ricavato della tassazione che grava sulla giustizia di pace non viene trasferita agli enti locali, ma resta allo Stato centrale. Ovviamente i comuni, specie al Sud non sono in grado in alcun modo di sostenere il peso economico e del personale necessario. Affidare ai Comuni gli uffici è stato un grave errore, il sistema giustizia è uno dei pilastri dello Stato centrale e quindi il ministero della Giustizia dovrebbe condurre uno studio, che porti a salvare anche un numero inferiore di uffici, possiamo ipotizzare all’incirca il 50% degli uffici mantenuti dai Comuni, ma riprenderli sotto la propria direzione. Un ulteriore elemento che rende ancora più grave la situazione di crisi è la cronica carenza di personale amministrativo. Occorre rompere gli indugi ed assumere personale amministrativo, oggi assolutamente insufficiente. Mentre in passato ci si “arrangiava”, per così dire, oggi con l’avvento del processo telematico la presenza di personale amministrativo è imprescindibile. Sul ruolo del singolo giudice ci possono essere anche tra le 1000/1500 cause ed è pertanto imprescindibile tale presenza. Altra riflessione riguarda il processo telematico del giudice di pace. Semplicemente l’applicativo funziona malissimo. Ci sono difetti strutturali e non v’è sessione di lavoro in cui non si presentino disfunzioni o malfunzionamenti. Le criticità sono tali che il lavoro risulta enormemente rallentato, per i magistrati ciò è fonte di enorme stress: Quando il progresso è anche regresso. Noi siamo strenui fautori della modernità: se questo applicativo non è in grado di funzionare allora ci si dia quello del tribunale, che ormai è rodato. Infine, occorre evidenziare un problema che i magistrati sentono particolarmente: ci sono giudici che, cessati dall’incarico, rischiano di diventare degli esodati senza stipendio e senza pensione, in quanto per tali magistrati in molti casi non era previsto il versamento di contributi previdenziali. Il governo ha dimostrato di conoscere perfettamente la questione e si è impegnato a risolverla. Auspichiamo che ciò avvenga in tempi brevissimi per il rispetto che si deve a chi ha servito per almeno tre decenni il paese con abnegazione e spirito di sacrificio. *Presidente nazionale AIMO (Associazione italiana magistratura onoraria) La CEDU: “Eccessivo abbinare confisca e risarcimento contabile” di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2026 Se l’effetto è di peggiorare le condizioni patrimoniali dei condannati. No all’applicazione del doppio binario sanzionatorio penale-contabile per i medesimi fatti, se il complesso delle misure punitive diventa troppo afflittivo. Lo afferma la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza del 5 febbraio su due ricorsi, trattati congiuntamente per identità di questione giuridica, i numeri 34324/15 e 65192/16. I casi esaminati - La pronuncia interviene così su casi di reati contro la pubblica amministrazione. Nel primo vennero emesse due condanne, con conferma in Cassazione, per associazione a delinquere, corruzione e frode: in particolare, sosteneva l’accusa, le due persone sanzionate erano coinvolte in un sistema architettato da un pubblico ministero tra il 1997 e il 2005, attraverso il quale un gruppo contabile forniva servizi di consulenza ingiustificati alla Procura. Nel secondo, un funzionario della Regione venne condannato, anche in questo caso in via definitiva, per avere favorito alcune imprese nel processo di selezione per l’assegnazione di lavori pubblici nella ricostruzione d’emergenza determinate da una serie di alluvioni. Le due misure - In entrambi i casi l’autorità giudiziaria aveva deciso la confisca dei beni delle persone condannate per un importo equivalente ai proventi dei reati contestati; in entrambi i casi a muoversi fu anche la Corte dei conti avviando procedimenti che si conclusero stabilendo un risarcimento dal cui importo, decise la magistratura contabile, non poteva essere dedotto il valore dei beni già oggetto di confisca. Per i giudici contabili, infatti, confisca e risarcimento non hanno la medesima finalità: la prima ha una natura essenzialmente punitiva, mentre il secondo è destinato a indennizzare lo Stato per il danno provocato dal reato. Il diritto di proprietà - Ora la Corte europea dei diritti dell’uomo contesta questa conclusione. Nei ricorsi era stata sostenuta, tra l’altro, l’eccessiva ingerenza nel diritto di proprietà, sottolineando come le misure applicate congiuntamente conducono a un esito sproporzionato peggiorando la condizione patrimoniale degli interessati rispetto alla situazione antecedente i reati. La Corte osserva innanzitutto che la Convenzione dei diritti dell’uomo non proibisce in assoluto la combinazione di una misura riparatoria e di una punitiva. Tuttavia, nei casi esaminati, la confisca non aveva assolto solo a una funzione punitiva ma aveva puntato anche a ristabilire la situazione finanziaria esistente prima dei reati. Mancata considerazione - La sentenza chiarisce però, che “dal fascicolo non risulta che le misure di confisca in questione siano state revocate a seguito delle sentenze della Corte dei conti o che siano state prese in considerazione in alcun modo durante l’esecuzione di tali sentenze”. Importo spropositato - La conseguenza è che l’effetto delle misure di confisca e di risarcimento ha consentito allo Stato di riscuotere un importo complessivo superiore al danno subito dall’amministrazione danneggiata: “in tali circostanze, la Corte ritiene che le misure in questione abbiano chiaramente ecceduto quanto necessario per raggiungere l’obiettivo perseguito dalla Corte dei conti, vale a dire il risarcimento di tale danno”. Deduzione da applicare - Tenuto conto anche della natura risarcitoria della confisca disposta nel caso di specie, “la Corte ritiene che il rifiuto della Corte dei conti di dedurre le somme confiscate dai giudici penali dall’importo del risarcimento destinato ai soggetti pubblici lesi dai reati commessi dai ricorrenti imponga un onere eccessivo a carico di questi ultimi”. Sicilia. Al via lo Sportello Lavoro per il reinserimento dei detenuti di Romina Ferrante blogsicilia.it, 12 febbraio 2026 L’isola tra le quattro regioni pilota del progetto nazionale. Costruire un collegamento stabile tra carcere e mondo del lavoro, trasformando la pena in un percorso di riscatto e in una possibilità concreta di inclusione sociale. È questo il cuore del seminario tecnico “Carcere e Lavoro: un’azione di sistema per il reinserimento dei detenuti”, che si è svolto oggi a Palermo, nell’auditorium dell’assessorato regionale del Territorio e dell’Ambiente. Al termine dell’incontro è stato firmato un protocollo d’intesa che mette insieme più istituzioni: il dipartimento regionale del Lavoro, il dipartimento della Famiglia, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria per la Sicilia, l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna (Uiepe), il Centro per la giustizia minorile e il Garante per la tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale della Regione Siciliana. L’accordo punta alla creazione di una rete specialistica, con ruoli e compiti chiari, per facilitare l’ingresso dei detenuti nel tessuto produttivo dell’Isola. L’obiettivo è rendere il reinserimento lavorativo non un’eccezione, ma una prassi strutturata. L’iniziativa, promossa dal dipartimento regionale del Lavoro insieme a Sviluppo Italia, segna l’avvio operativo del progetto “Reti specialistiche e misure per l’inserimento lavorativo delle persone detenute”. Il progetto rientra nel programma nazionale “Donne, Giovani e Lavoro 2021-27”, coordinato dal ministero del Lavoro in collaborazione con il ministero della Giustizia. La Sicilia è una delle quattro regioni scelte per la fase sperimentale, insieme a Lombardia, Lazio e Veneto. Al centro dell’intervento c’è l’attivazione dello “Sportello Lavoro” all’interno degli istituti penitenziari, uno spazio dedicato all’orientamento e all’accompagnamento personalizzato dei detenuti verso un’occupazione. Il servizio è già partito nella Casa circondariale Pagliarelli di Palermo, dove il 19 gennaio si sono svolti i primi colloqui. Nei prossimi mesi sarà esteso anche alla Casa circondariale Piazza Lanza di Catania e agli Istituti penali per i minorenni di Bicocca, a Catania, e Malaspina, a Palermo. Durante la giornata si sono confrontati anche imprese, associazioni datoriali ed enti del Terzo settore di Palermo e Catania. Un dialogo che punta a rafforzare il legame tra istituzioni e sistema produttivo, con l’idea di trasformare il lavoro in uno strumento concreto di inclusione e sviluppo per il territorio. Civitavecchia (Rm). Detenuto “sorvegliato a vista” si impicca in cella, condannato agente di Silvana Cortignani tusciaweb.eu, 12 febbraio 2026 Dieci mesi e 160mila euro di provvisionale ai familiari della vittima - Assoluzione piena per l’addetto alla sorveglianza generale. Detenuto si suicida impiccandosi in cella. Un anno orribile il 2018, quando tra Viterbo e Civitavecchia si sono tolti la vita in questa maniera tre detenuti, dalla cui morte sono scaturiti altrettanti processi per omicidio colposo a carico del personale penitenziario. A Mammagialla si sono tolti la vita il 21 maggio Andrea Di Nino e il 23 luglio Hassan Sharaf. A Civitavecchia si è impiccato il successivo 16 settembre Simone Roca. Per quest’ultimo il processo si è chiuso ieri con un’assoluzione e una condanna. Una condanna e un’assoluzione. L’agente penitenziario è stato condannato a 10 mesi di reclusione per omicidio colposo - il pm aveva chiesto un anno e quattro mesi - e a una provvisionale di 160mila euro alle parti civili (responsabile civile il ministero della giustizia). È stato invece assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, l’addetto alla sorveglianza generale nonché coordinatore del carcere, difeso dall’avvocato viterbese Giuliano Migliorati. Vittima Simone Roca, 63 anni, di Roma, detenuto in attesa di giudizio affetto da disagio mentale, che il 16 settembre 2018 si è impiccato con un lenzuolo alle sbarre della finestra della cella di isolamento del carcere di Civitavecchia. Cella di isolamento che secondo l’accusa, come disposto dal comandante di reparto il 5 settembre di otto anni fa, avrebbe dovuto essere sorvegliato a vista per evitare che Roca si facesse del male. Il personale di polizia avrebbe dovuto sostare ininterrottamente davanti alla camera di detenzione, ovvero al monitor dove vengono visualizzate le immagini delle telecamere, e osservare con attenzione i comportamenti del detenuto. Oristano. Camere di sicurezza per i detenuti ricoverati nell’ospedale linkoristano.it, 12 febbraio 2026 Via al progetto. Incontro in Prefettura. La prossima settimana annunciato un sopralluogo al San Martino. Stamattina il prefetto Salvatore Angieri ha presieduto una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica dedicata alle criticità legate alla mancanza di camere di sicurezza all’ospedale San Martino di Oristano. La direttrice generale della Asl 5 di Oristano, Grazia Cattina, ha comunicato che la questione è seguita dagli uffici e che è stato affidato l’incarico a una società specializzata per la predisposizione del progetto, con una prima individuazione degli spazi idonei all’interno della struttura ospedaliera. La prossima settimana, inoltre, è in programma un sopralluogo tecnico per definire gli interventi necessari. Tali attività saranno svolte in stretta sinergia con la Direzione del carcere di Massama, che ha assicurato disponibilità e collaborazione istituzionale, offrendo ogni utile contributo per garantire adeguati standard di sicurezza e una gestione efficace delle esigenze connesse alla presenza di detenuti presso la struttura sanitaria. “La realizzazione delle camere di sicurezza all’ospedale San Martino”, ha dichiarato il prefetto Angieri, “rappresenta un intervento prioritario per garantire adeguati livelli di sicurezza per gli operatori sanitari e penitenziari e per prevenire le infiltrazioni criminali nel tessuto sociale del territorio”. Hanno partecipato all’incontro anche il sindaco di Oristano Massimiliano Sanna, il questore Corrado Marziano, i comandanti provinciali dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza, Steven Chenet e Antonello Urgeghe, e la direttrice del carcere di Massama Elisa Milanesi. Al termine della riunione il prefetto ha ringraziato gli intervenuti “per la sensibilità dimostrata sul tema e per le soluzioni tempestivamente individuate, che consentiranno in tempi brevi di dotare l’ospedale delle camere di sicurezza, assicurando una soluzione strutturale alle problematiche evidenziatesi anche recentemente”. Ancona. “Essere presenza nel mondo del carcere”, si conclude Corso di formazione per volontari korazym.org, 12 febbraio 2026 Si concluderà sabato 14 febbraio il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso dai Volontari della Società di San Vincenzo De Paoli delle Marche, con il supporto del Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli Odv e il sostegno delle istituzioni locali. L’ultimo appuntamento si svolgerà online per consentire la partecipazione al corso ai volontari provenienti da altri Stati europei. Un percorso nato per offrire strumenti, competenze e motivazioni a chi sceglie di avvicinarsi al volontariato in carcere, uno degli ambiti più complessi e meno visibili. Dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, il ciclo formativo ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane: due terzi dalle Marche, il restante da altre dieci regioni. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni, circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli e anche una partecipante collegata da Parigi, segno di un interesse che supera i confini regionali e nazionali. Accanto agli incontri in presenza, il percorso ha avuto una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei video formativi, consentendo a molti di seguire i contenuti anche a distanza. Il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’ si avvia così alla conclusione con una partecipazione ampia e trasversale. Numeri che raccontano un bisogno crescente di formazione, senso e accompagnamento tra chi oggi si avvicina al volontariato in carcere. “Il corso ha fatto emergere un bisogno profondo di avvicinarsi al mondo carcerario, ha sottolineato Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli. Oltre cento partecipanti, dalle Marche, dal resto d’Italia e anche dall’estero, hanno seguito con costanza gli incontri, maturando la convinzione di intraprendere questo cammino in modo consapevole e accompagnato”. Il percorso ha offerto una formazione articolata e approfondita grazie al contributo di magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza. Un cammino pensato non solo per chi desidera entrare in carcere come volontario, ma anche per chi intende sostenere le famiglie dei detenuti o attivare percorsi di messa alla prova e misure alternative alla detenzione, come previsto dalla legge. Tutti gli incontri restano disponibili sul sito SanVincenzoItalia.it. Un’idea di libertà attraversa l’intero percorso formativo, pensato non solo per trasmettere competenze tecniche, ma anche per accompagnare i volontari in una riflessione personale sul senso della presenza accanto a chi vive l’esperienza della detenzione, ha aggiunto Antonella Caldart: “Essere volontari in carcere richiede disponibilità d’animo, competenze e conoscenza delle regole di vita del carcere. Significa saper accogliere senza giudicare, offrire ascolto e speranza a chi l’ha smarrita, accompagnare detenuti e famiglie nel loro percorso”. Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, in presenza e online, hanno affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale, la criminalità e le dipendenze, come ha sottolineato Gabriele Cinti, coordinatore del progetto, perché un’attenzione particolare è stata rivolta ai minori, un ambito in cui ‘la recidiva supera il 40%’. Da qui la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni e società civile per costruire percorsi di accompagnamento e inclusione capaci di spezzare il circolo della marginalità. L’esperienza maturata durante il percorso formativo ha messo in luce anche l’importanza del lavoro e della formazione come strumenti fondamentali di reinserimento sociale, in grado di restituire dignità e autonomia a chi ha scontato una pena. Un impegno che oggi si confronta con criticità strutturali del sistema penitenziario (dal sovraffollamento alla carenza di personale, fino alle difficoltà di accesso per i volontari) e che rende ancora più complesso il lavoro con minori, donne, persone con dipendenze o fragilità psichiche. In questo contesto, il volontariato è chiamato non solo a stare accanto alle persone detenute, ma anche a farsi portavoce delle loro condizioni, affinché la pena mantenga la sua funzione educativa e riabilitativa, come previsto dalla Costituzione. Il percorso formativo sta producendo effetti concreti anche sul piano organizzativo, secondo Antonella Caldart: “Abbiamo raccolto con grande gioia e soddisfazione la disponibilità di un gruppo numeroso di persone, provenienti da diverse città delle Marche, a entrare nella Società di San Vincenzo De Paoli e a costituire nuove Conferenze dedicate al volontariato carcerario. Stiamo lavorando perché possano diventare operative quanto prima”. Accanto a queste due nuove realtà in via di costituzione nelle Marche, segnali analoghi arrivano anche da altre regioni. L’attività di sensibilizzazione sui temi della giustizia, della legalità e della responsabilità personale e collettiva, portata avanti dal Settore Carcere e Devianza a livello nazionale sta favorendo la nascita di una nuova Conferenza di volontari carcerari anche in Friuli Venezia Giulia. Le nuove Conferenze andranno ad aggiungersi alle 896 già presenti sul territorio nazionale. Le Conferenze rappresentano il nucleo operativo della Società di San Vincenzo De Paoli. Si tratta di gruppi di volontari presenti sul territorio che svolgono un servizio diretto a favore delle persone che vivono situazioni di povertà, precarietà ed emarginazione, promuovendo solidarietà, ascolto e accompagnamento. Al termine del percorso formativo di febbraio, i volontari saranno inseriti in diverse strutture penitenziarie d’Italia. Solo nelle Marche, saranno interessate la Casa Circondariale di Pesaro, Villa Fastiggi e Barcaglioni ad Ancona, la Casa di Reclusione di Fossombrone e la Casa Circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno, dando continuità a un impegno che guarda al futuro del volontariato in carcere. Brescia. Progetto Carcere Uisp, un impegno che continua uisp.it, 12 febbraio 2026 Un progetto lungo quarant’anni nelle due carceri della città. Dalla pallavolo agli incontri culturali, in arrivo Vivicittà e i tornei con gli studenti. Da quasi quarant’anni Uisp Brescia porta sport, attività motorie e iniziative culturali all’interno degli istituti penitenziari cittadini, dando continuità a un progetto che mette al centro il benessere, la relazione e l’inclusione. Anche nel 2026 il Progetto Carcere prosegue il suo percorso nella Casa di reclusione di Verziano e nella Casa circondariale Nerio Fischione, coinvolgendo detenuti, detenute e personale di Polizia penitenziaria. L’attività non si limita all’organizzazione di eventi, ma si fonda sulla continuità. Emblematico è il caso della pallavolo, che non è mai stata interrotta: gli allenamenti si svolgono tutto l’anno, ogni mercoledì pomeriggio in palestra, e nei mesi estivi proseguono all’aperto in orario mattutino. Accanto alla pallavolo, il progetto comprende calcio, corsa, ginnastica dolce, danza, musica e momenti di convivialità. Parallelamente restano centrali le iniziative di carattere sociale e culturale. A dicembre si è svolta la tradizionale Festa di Natale nella sezione femminile di Verziano, appuntamento ormai consolidato che offre uno spazio di condivisione e leggerezza. Nei prossimi mesi sono in programma altri momenti simbolici, come la festa per la Giornata internazionale della donna e, lo scorso 4 febbraio, l’incontro con Don Fabio Corazzina, che ha presentato il suo libro “Pace. Dalla parola ai fatti” alle sezioni femminile e maschile. Intanto l’Uisp è già al lavoro per i prossimi appuntamenti primaverili che coinvolgeranno le scuole superiori del territorio. Ad aprile tornerà Vivicittà - Porte Aperte, la corsa che si svolge all’interno del carcere di Verziano con la partecipazione congiunta di detenuti, detenute e studenti, preceduta da incontri preparatori con le classi. Nel mese di maggio seguiranno i tradizionali tornei di pallavolo e calcio, che vedranno in campo squadre interne e rappresentative degli istituti scolastici della città e della provincia. Un percorso che continua a usare lo sport come strumento concreto di incontro tra il carcere e la comunità esterna. Il prossimo 19 febbraio ci sarà l’incontro con gli studenti e le studentesse che, in occasione di Vivicittà, entreranno a Verziano per correre a fianco degli ospiti della struttura. Un momento formativo importante, anche quest’anno ospitato dal Liceo Leonardo di Brescia, per far conoscere ai giovani la realtà carceraria e l’esperienza del volontariato in carcere. Giovedì 26 febbraio, ancora, presso la Sala Giudici del Palazzo della Loggia, ci sarà la conferenza stampa di presentazione ufficiale dell’edizione 2026 del Progetto Carcere Uisp Brescia. Firenze. Carcere e città: nasce il Gruppo Foucault comune.firenze.it, 12 febbraio 2026 Palagi e Marmo (Spc) e Lensi (Associazione Progetto Firenze): “Uno spazio a disposizione del territorio, per azioni concrete che possano superare la polarizzazione tra dispositivi securitari e posizioni esclusivamente morali”. “All’interno delle aree tematiche di Sinistra Progetto Comune, e nell’ormai consolidata collaborazione su questa questione con l’Associazione Progetto Firenze, nasce il Gruppo Foucault, un collettivo composto da persone e realtà con lunga esperienza nel campo delle politiche penitenziarie. Il Gruppo intende occuparsi in modo continuativo dei problemi del carcere a Firenze, a partire da Sollicciano e senza dimenticare gli altri due istituti cittadini, il Gozzini e il Meucci. L’obiettivo non è alimentare dibattiti astratti o polarizzazioni sterili - come quelle, ormai asfittiche, su demolizione o ricostruzione di Sollicciano - ma proporre concretezza, pratiche e soluzioni verificabili. Il contesto attuale alimenta l’illusione che la crisi della giustizia possa essere governata rafforzando due modelli già falliti: da un lato un giustizialismo securitario sempre più aggressivo, dall’altro un “buonismo” retorico privo di strumenti materiali. Entrambi si muovono dentro una società segnata da diseguaglianze crescenti, disagio sociale diffuso, carenza cronica di personale nei servizi pubblici e progressiva contrazione della spesa sociale. Il risultato non è una maggiore tutela dei diritti, ma una loro erosione concreta, tanto per le persone detenute quanto per chi è sottoposto a misure alternative. In questo quadro, la relazione tra carcere e città non può ridursi al solo ruolo delle associazioni all’interno degli istituti. Serve una strategia pubblica che coinvolga amministrazioni, sanità, servizi sociali, magistratura di sorveglianza e terzo settore, rendendo effettivi diritti già formalmente riconosciuti. Senza questa dimensione materiale, il carcere resta un luogo separato e opaco, funzionale alla gestione della marginalità più che alla sua trasformazione. Il Gruppo Foucault intende quindi lavorare su un primo nucleo di azioni: - Ricognizione delle condizioni materiali negli istituti e delle criticità nell’accesso alle misure alternative; - Intervento attraverso canali stabili di relazione con direzioni, servizi e enti locali; - Attivazione delle competenze già presenti sul territorio, evitando frammentazioni; - Comunicazione pubblica per contrastare narrazioni esclusivamente securitarie; - Pressione istituzionale mirata e continuativa per rendere esigibili i diritti. Piccoli passi, ma concreti e misurabili. Perché è nel lavoro quotidiano - e non nelle scorciatoie ideologiche o negli slogan - che si costruisce un’alternativa reale alle politiche penali dominanti e si riporta il tema carcere dentro una dimensione politica e costituzionale. Per il 20 febbraio è stata prevista un’assemblea pubblica, di cui nei prossimi giorni daremo i dettagli”. Lanciano (Ch). Riapre la biblioteca del carcere: cinquemila volumi a disposizione dei detenuti chietitoday.it, 12 febbraio 2026 Riparte il servizio in convenzione con il Comune di Lanciano, che cofinanzia il progetto. La direttrice Moi: “Occasione di riscatto per i detenuti”. L’assessore alle finanze Ranieri: “Da quest’anno contributo fisso in bilancio”. A un anno dalla firma della convenzione con il Comune, che cofinanzia il progetto, la casa circondariale di Lanciano apre le porte alla stampa per mostrare il suo fiore all’occhiello, la biblioteca dell’istituto penitenziario, esempio virtuoso in Abruzzo. La direttrice Daniela Moi, insieme alle operatrici dell’area trattamentale, Krizia Stella e Alessandra Di Labio, e agli agenti di polizia penitenziaria, hanno accolto questa mattina, 11 febbraio, il sindaco Filippo Paolini, il vicesindaco Danilo Ranieri e una delegazione di giornalisti, nei locali rimessi a nuovo in cui è stato allestito il servizio biblioteca con circa cinquemila volumi. Presenti anche gli operatori esterni Daniela Giancristofaro, bibliotecaria e presidente Aib sezione Abruzzo, Antonella Scampoli, Gianvincenza Di Donato e Luciano Rosa, che si sono occupati della formazione dei detenuti. Questi hanno imparato come gestire una biblioteca, le tecniche di catalogazione dei libri e l’archiviazione informatizzata. Il servizio era stato attivato già nel 2016, con ottimi risultati, ma si era interrotto nel 2020 a causa dell’emergenza Covid. Lo scorso anno c’era stata la firma della convenzione per far ripartire la biblioteca, con una compartecipazione di seimila euro da parte del Comune. “Da quest’anno quel contributo diventa una voce fissa del bilancio - ha annunciato il vicesindaco Ranieri - vogliamo che il progetto prosegua in futuro e con le proprie gambe. L’auspicio è che possa ripartire anche il progetto sportivo della squadra di calcio, ci si sta lavorando”. “È importante far vedere quanto di positivo si fa negli istituti penitenziari - ha detto la direttrice del carcere, che oggi ospita solo detenuti di alta sicurezza - queste attività, dalla biblioteca al teatro, contribuiscono al percorso di rieducazione e reinserimento in società. Sono molto fiera del lavoro fatto dai detenuti, che si sono cimentati in qualcosa di nuovo per loro. Un’attività che ha suscitato, attraverso il prestito bibliotecario, interesse verso la lettura anche negli altri detenuti non direttamente coinvolti, alcuni dei quali non avevano mai letto un libro prima”. “Il progetto, che abbiamo fortemente voluto e sostenuto - ha aggiunto il sindaco - mira a promuovere la cultura, l’inclusione e il reinserimento attraverso un percorso formativo ad hoc che punta a introdurre i detenuti nel mondo delle biblioteche, dei libri e, di conseguenza, della lettura”. Torino. Libri per rimettersi in gioco: raccolta fondi per i trattenuti nel Cpr e i minori dell’Ipm di Marta Mastrocinque torinocronaca.it, 12 febbraio 2026 I Giovani Democratici hanno avviato una raccolta fondi destinata all’acquisto di libri da donare ai trattenuti del Centro per il Rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi e dell’Istituto penale per minorenni “Ferrante Aporti” di Torino. L’iniziativa è promossa in collaborazione con il Partito Democratico e con la Confederazione Islamica e si propone di ampliare la disponibilità di volumi all’interno delle strutture. Secondo quanto dichiarato da Annet Moscatello, segretaria regionale dei Giovani Democratici, la raccolta punta a sostenere il diritto alla cultura anche nei luoghi di detenzione. Moscatello collega la distribuzione di libri alla possibilità di mantenere un accesso continuativo a strumenti culturali per le persone trattenute o detenute. Sul tema interviene anche Filippo Gambini, responsabile Legalità dei Giovani Democratici, che attribuisce alla cultura un ruolo legato a percorsi di rieducazione e prevenzione, indicando la necessità di iniziative che affrontino condizioni considerate di fragilità. Tra i sostenitori dell’operazione figura la consigliera regionale Simona Paonessa, che richiama l’attenzione in particolare sui minori detenuti e sulla funzione che la lettura può avere in ambito formativo. Il segretario regionale e consigliere dem Domenico Rossi sottolinea inoltre l’obiettivo del reinserimento, collegando l’educazione al rispetto della dignità personale e alla prospettiva di un rientro nella società. Roma. In scena a Rebibbia i sogni e le speranze dei detenuti di Marina Tomarro vaticannews.va, 12 febbraio 2026 Al Teatro Libero della Casa Circondariale di Rebibbia, un gruppo di detenuti ha portato in scena “Il tunnel dei sogni”, in cui i protagonisti hanno raccontato pensieri e paure, ma anche le speranze per un domani differente. A seguire, un dibattito di confronto con personalità del mondo delle istituzioni, della comunicazione e dello spettacolo. Con loro anche Nek che ha cantato alcuni dei suoi brani più conosciuti. “Quando mi sveglio la mattina mi piace rimanere qualche minuto ancora con gli occhi chiusi, per continuare a sognare. Immagino di trovarmi nella mia cameretta tra le cose a me familiari...e invece quando li apro sono qui in questa cella, e devo iniziare un altro giorno in un posto dove il cielo lo vedo solo attraverso una finestra con le sbarre”. È Gabriele, un giovane detenuto, ad aprire la mise in scena “Il tunnel dei sogni liberamente”, ispirato al libro “I volti della povertà in carcere” di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero, che ha curato anche i testi e la regia, andato in scena al Teatro Libero della Casa Circondariale di Rebibbia a Roma. La vita quotidiana intramezzata da momenti di riflessione, dove i detenuti hanno voluto raccontare le loro considerazioni sul momento che si trovano a vivere, le paure di essere giudicati una volta fuori, quasi come se il carcere divenisse un marchio a fuoco sulla pelle viva, una ferita destinata a non rimarginarsi mai agli occhi della società. Ma anche le speranze ei sogni, come quello di poter tornare un giorno nei luoghi dove si è stati felici, una casa d’infanzia ad esempio, con un balcone da cui si vede mare, e poter ammirare da lì la bellezza del Golfo di Napoli. Ad ascoltarli non si sono solo altri compagni di protezione, ma volontari, personalità del mondo delle istituzioni, della comunicazione, dello spettacolo, che a fine piece si sono confrontati con loro in un dialogo. Presente all’evento anche il cantante Nek, che ha riproposto alcune delle sue canzoni più famose, suscitando un grande entusiasmo tra il pubblico in sala. “La musica ci cambia la vita - ha spiegato il cantante - È un’arte molto potente, perché utilizza le emozioni. Crea anche benefici, ti cambia l’umore e da colore alle nostre giornate”. Poi ha raccontato la sua esperienza nella Comunità Nuovi Orizzonti. “Ho avuto occasione di incontrare tanti ragazzi che sono li - ha spiegato - Hanno avuto vite complicate, ma oggi sono a servizio degli altri, di chi si trova in situazioni di grande sofferenza. Questo per me è un incoraggiamento, e oggi non sono io a rendere felici gli altri con la mia presenza, ma sono loro che riempiono di gioia la mia vita. Andare li è una cura per me”. Con lui, anche don Davide Banzato, scrittore e conduttore del programma “I Viaggi del Cuore”. “Vivo nella comunità di Nuovi Orizzonti da ventisette anni - ha raccontato - quando sono entrato lì, ho capito che da quelle persone ho imparato molte cose, che probabilmente nessuna scuola può insegnare. Alla fine siamo tutti diversamente dipendenti da qualcosa, siamo tutti un po’ feriti, e possiamo aiutarci solo condividendo, mettendoci in relazione tra noi, perché quel cammino insieme ci aiuta reciprocamente, gli uni con gli altri”. L’incontro è stata un’occasione concreta di confronto tra i detenuti e le istituzioni. “Tolto il dolore che c’è, rabbia e paura, sono proprie caratteristiche del mondo carcere”, ha spiegato Giacinto Siciliano, provveditore Regionale Lazio Abruzzo e Molise del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, rispondendo ad una domanda posta da un detenuto su come gestire la rabbia di chi è in detenzione. “Ci sono tanti motivi di rabbia - ha detto Siciliano - si è arrabbiati soprattutto con se stessi, forse perché si ha paura di non riuscire a farcela. E la rabbia in qualche modo ci consente di altrove la responsabilità ce l’ha l’operatore lavorare che non riesce a come vorrebbe. Ce l’ho io che vorrei fare delle cose però, che mi rendo conto che non riusciamo a fare, poi c’è la risposta, che è la bellezza di quello che è stato rappresentato qui e ti fa capire che si può andare oltre, lo sguardo che attraversa le sbarre e va oltre il muro divisorio”. Marina Finiti Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, si è soffermata sulla dignità della persona: “Il carcere è un problema che fa comodo non vedere. Purtroppo fuori da qui ci sono tanti pregiudizi e questi li ho toccati con mano anche a distanza di tanti anni. Sono convinta che la dignità sia connaturata all’essere umano e non possa mai venire meno e deve essere cura dello Stato mantenere la nostra dignità e non violarla mai. Per quanto mi riguarda, faccio sempre il possibile, come Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma per garantire questo rispetto”. Al dibattito ha partecipato anche Massimiliano Menichetti, vicedirettore editoriale dei media vaticani e responsabile di Radio Vaticana-Vatican News “Quando ci si incontra si apre sempre una opportunità - ha spiegato - perché si inizia un cammino. Questa sera durante la rappresentazione i muri, le sbarre sono scomparsi per lasciare spazio ai sogni, alla voglia di ricominciare, alla speranza. costruire nell’ambito in cui si trova generando legami”. “Non è stato solo uno spettacolo, - ha continuato - avete completamente ribaltato il punto di vista. Tante volte si discute del carcere, di tutte le sue problematiche, oggi voi avete parlato, con la vostra concretezza, con il cuore e la verità. Sarà bello costruire un podcast insieme, coinvolgendo anche altre realtà, perché ognuno è parte di questa storia che si è evidenziata: voi siete speranza per tanti altri, perché è facile cadere per tutti noi, è molto più complicato rialzarsi, ma quando ci si riesce, come facendo stato voi, diventa un segno di speranza per tutti”. Milano. Opere dei detenuti in metrò: “Arte strumento di inclusione. Così il carcere torna umano” di Giulia Zavan Il Giorno, 12 febbraio 2026 Il progetto che unisce San Vittore, Opera, Brera e M4 alla fermata Sforza-Policlinico “L’interventi sul territorio delle persone recluse servono a ricucire il rapporto con la città”. Presto a Milano ci sarà un nuovo hot spot per i cacciatori di like, ma con un significato molto più profondo e importante di un semplice scatto instagrammabile. È l’intervento di arte pubblica “M4 Linea D’Arte”, che arriverà alla fermata Sforza-Policlinico della metro Blu coinvolgendo i detenuti in Articolo 21 delle carceri milanesi, nell’ambito del progetto Inclusione dell’ente Artàmica e della Pinacoteca di Brera. “Le opere saranno due: una interna al piano -2 della banchina, che sarà realizzata tra marzo e aprile, e una esterna sul torrino dove sbuca l’ascensore in via Sforza, che vedrà la luce tra maggio e giugno - racconta Francesco Andretti, detto “Moscolo”, artista che sta progettando e che produrrà i lavori insieme a un gruppo di detenuti in articolo 21 del carcere di Opera - Il torrino ha coperto per sempre una parte del palazzo della Ca’ Granda e, con un’opera astratta, andremo a ricomporre quel che è stato nascosto”. Non sarà una pura trasposizione della facciata, perché la particolarità è che bisognerà scendere la scala mobile e solo in un punto preciso e in un momento preciso si avrà il punto di vista ideale, con le linee che si ricomporranno ricreando il palazzo: “Se non si trova il momento giusto, si dovrà rifare il giro sulla scala” spiega Moscolo. Anche l’altra opera punta a sorprendere il viaggiatore e spettatore, con una sorta di realtà aumentata che si attiverà solo quando verrà inquadrata. L’incentivo a fotografare e a condividere si collega all’esigenza di rendere più visibile la realtà carceraria che, secondo il direttore di San Vittore, Maria Pitaniello è: “Un ritorno sul territorio e un’umanizzazione necessaria”. “Il carcere purtroppo è un luogo sconosciuto e l’essere umano ha naturalmente paura di quel che non conosce - fa eco la direttrice del carcere di Opera, Rosalia Marino - Bisogna che la gente conosca i progetti che vivono all’interno di un carcere rendendoli più trasparenti perché non abbiamo niente da nascondere, anzi”. La ricerca di visibilità collima con la scelta della fermata della M4 per questo intervento artistico: “Circa 11mila persone passano da Sforza-Policlinico ogni giorno - ricorda il presidente della Metropolitana 4 Alessandro Lamberti - Abbiamo subito accolto questo progetto con grandissimo entusiasmo: la metropolitana non è solo strumento di locomozione, deve essere un posto piacevole, di socialità e di aggregazione”. Il direttore della Grande Brera, Angelo Crespi, che ha messo a disposizione la Biblioteca Nazionale Braidense per presentare “M4 Linea D’Arte”, ricorda la vocazione della Pinacoteca per l’inclusività: “È uno degli obbiettivi del museo, a fianco dei temi tradizionali della conservazione e della valorizzazione del patrimonio”. Con il progetto Inclusione, ai detenuti di San Vittore e di Opera che hanno il permesso di lavorare fuori dal carcere da tempo viene offerta la possibilità di partecipare a visite al museo: “Pensiamo che il migliorare la vita del carcerato e l’ipotizzare un recupero nella società, passi anche attraverso la bellezza. Abbiamo cercato di incrementare il nostro impegno verso le categorie fragili e, lo dico con vanto: ci abbiamo investito. Molte volte noi in prima persona dal nostro bilancio e molte altre volte abbiamo trovato dei partner che hanno sostenuto i progetti con sponsorizzazioni. Il nostro lavoro è stato anche quello di suscitare l’interesse da parte degli investitori”. È stato fatto anche il percorso inverso e si continuerà a fare, portando l’arte all’interno degli istituti di San Vittore e di Opera grazie alla collaborazione con Artàmica Aps: “Il Progetto Inclusione condiviso con la Pinacoteca di Brera ha dato il via un laboratorio d’arte con l’artista Paolo De Cuarto, da cui sono nate due tele, e uno con l’artista Francesco Andreolli con un murales - ricorda Alessandro Pellarin, presidente dell’ente - Questo percorso mira al benessere della popolazione detenuta ma anche più in generale al benessere di tutta la popolazione degli istituti penitenziari, come gli operatori. Si può cambiare il clima attraverso la bellezza e l’estetica, favorendo la civile convivenza e l’integrazione sociale”. Vibo Valentia. Carcere, rieducazione e responsabilità, il confronto a Politicamente Scorretto europanelmondo.it, 12 febbraio 2026 Una puntata intensa, partecipata e ricca di spunti quella andata in onda su Politicamente Scorretto, il programma condotto da Domenico Nardo su Radio Onda Verde e diffuso in contemporanea su Facebook, sull’app dell’emittente, su Piana TV (canale 185), Teleitalia (canale 79) e sulla piattaforma internazionale Fast News Platform UK dell’editore Antonio Nesci. Al centro della trasmissione, un tema che lo stesso Nardo ha definito “delicato e spinoso ma necessario”: la condizione delle carceri italiane. A stimolare il dibattito, la presentazione del libro L’emergenza negata, scritto da Gianni Alemanno insieme al detenuto Fabio Falbo, in vista di un evento pubblico a Lamezia Terme. Nel corso della puntata è stato ricostruito il percorso giudiziario dell’ex ministro ed ex sindaco di Roma, coinvolto nell’inchiesta “Mafia Capitale”: condanna in primo grado, assoluzione in appello dalle accuse più gravi con permanenza di un reato minore, ammissione ai servizi sociali poi revocati e successiva detenzione a Rebibbia. Proprio dal carcere Alemanno ha scritto quattordici lettere che hanno dato origine al volume, una denuncia diretta sulle criticità del sistema penitenziario. Ospiti della trasmissione la professoressa Maria Silvestro, già dirigente scolastica e la giornalista Anna Pesce, responsabile regionale comunicazione del movimento “Indipendenza”, fondato dallo stesso Alemanno. Durante il collegamento telefonico, Anna Pesce ha evidenziato come il libro miri a “smuovere le coscienze” su temi drammaticamente attuali: sovraffollamento, condizioni di vita e suicidi in carcere. I dati citati in trasmissione parlano di 91 suicidi nel 2024 e cinque casi già registrati nei primi giorni di febbraio 2026. Numeri che, secondo gli ospiti, impongono una riflessione urgente e trasversale, lontana da logiche di schieramento. La professoressa Silvestro ha offerto una lettura culturale e pedagogica del tema, richiamando l’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa. “Se la detenzione deve rieducare - ha osservato - occorre creare condizioni che consentano un percorso di crescita reale”. Formazione, lavoro, cultura: strumenti che, secondo l’ex dirigente scolastica, possono trasformare la pena in un’occasione di riscatto. Citati anche esempi virtuosi di corsi universitari, attività musicali e progetti di reinserimento già attivi in Italia e in Europa. Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dei minori e alla possibile revisione dell’età dell’imputabilità. Gli ospiti hanno sottolineato come ogni intervento repressivo debba essere preceduto da investimenti su scuola, famiglia e comunità. Il carcere, è stato ribadito, deve restare “l’ultima spiaggia”, non la risposta automatica a situazioni di disagio sociale. Secondo Anna Pesce, il tema carcerario continua a trovare poco spazio nel dibattito pubblico per ragioni culturali e comunicative. Nardo ha rimarcato la necessità di affrontare la questione “senza trasformarla in uno scontro ideologico”, ma riportandola al centro del confronto democratico, come questione di civiltà e responsabilità collettiva. A dare ulteriore significato alla puntata, la presenza in studio di una classe del liceo classico, accompagnata dai docenti nell’ambito di un progetto formativo. Un dialogo intergenerazionale che ha permesso di intrecciare riflessioni su giustizia, responsabilità e democrazia, offrendo ai ragazzi un’occasione concreta di educazione civica. La puntata si è trasformata in un momento di approfondimento che ha superato le appartenenze politiche, rilanciando una domanda di fondo: quale modello di pena e quale idea di società vuole costruire l’Italia nel rapporto con chi ha sbagliato? Una domanda che, come emerso nel confronto, non riguarda solo le carceri, ma la qualità stessa della democrazia. Venezia. Venezi alla Giudecca: “Ecco il vero potere della musica”. E le detenute applaudono di Roberta Brunetti Il Gazzettino, 12 febbraio 2026 Il cappello leopardato, a tesa larga, calato sugli occhi. Tutt’intorno una barriera di agenti della penitenziaria a scortarla fino al motoscafo. Beatrice Venezi è “scappata” così, ieri, dal carcere femminile della Giudecca, dove aveva appena tenuto una lezione alle detenute sul “Va’ pensiero” di Giuseppe Verdi. Una fuga, in realtà, da giornalisti e telecamere che erano stati chiamati ad assistere all’evento e si aspettavano una qualche dichiarazione della futura direttrice musicale del Gran Teatro La Fenice. Il suo caso tiene banco ormai da cinque mesi, con le maestranze del teatro che contestano la nomina per metodo e merito. Per Venezi, tra l’altro, era la prima uscita in laguna, dall’inizio delle polemiche, e a tre settimane dalle sue dichiarazioni di fuoco su un teatro veneziano in mano ai sindacati, pronunciate in conferenza stampa a Pisa. Ovvia l’attesa. Anche perché, nel programma predisposto dal carcere, doveva esserci un momento in cui anche la direttrice avrebbe incontrato i giornalisti. Invece, cambio di programma. Venezi si è intrattenuta con le detenute, ha tenuto la sua lezione, affiancata dal sindaco Luigi Brugnaro, e dal sottosegretario alla cultura, Gianmarco Mazzi, arrivato appositamente da Roma. In prima fila anche il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Presenze forti, a confermarle il pieno appoggio politico. “Venezi è reduce dai successi a Pisa e Trieste - ha ricordato Mazzi - sarà ed è il direttore musicale della Fenice. Noi la sosteniamo molto. Incarna il progetto culturale del Governo che intende favorire l’accesso alle donne anche nel mondo dell’opera, tradizionalmente maschile. È un mondo che si finanza con il sostegno pubblico, vogliamo che rappresenti un’opportunità per i nostri giovani talenti”. “Io ho conosciuto Beatrice Venezi dopo la nomina e ne sono entusiasta - ha aggiunto Brugnaro - quando si farà conoscere la città ne sarà entusiasta”. Unico ad intrattenersi con i giornalisti, il sindaco ha aggiunto anche altro. Ha annunciato lo sblocco della prima rata del welfare per il personale, bloccato per il timore di uno sciopero a Capodanno che poi non c’è stato. “A metà mese faremo un consiglio di indirizzo per erogare il welfare. Mi è arrivata la relazione del direttore amministrativo che mi tranquillizza sui conti”. Ha ribadito l’intenzione di voler trovare un dialogo, ma ha anche messo in guardia dal rischio del “pensiero unico” in un teatro finora compatto nella protesta. “Ora è scaduta la Rsu, aspetto. Il mio sospetto e che ci sia una componente ideologica in questa protesta. Sono curioso di vedere se troveremo qualcuno in lista alle prossime comunali: allora il gioco diventa più svelato”. E ancora sulla compattezza del teatro: “Temo il nonnismo, lo conosco, è una brutta bestia...”. Bordata anche sui volantinaggi durante gli spettacoli, in programma anche ieri: “Penso sia il momento di finirla”. Per il resto l’evento è corso sui binari di un’organizzazione dettagliata. L’idea di portare la musicista lucchese in carcere è stata della direttrice dell’istituto penitenziario, Maurizia Campobasso. Trait d’union Buttafuoco, che ha poi coinvolto anche Mazzi. “Ho dato solo il numero di telefono - ha precisato il presidente - Il rapporto della Biennale con il carcere è antico. E continua. Non dimentichiamo i luoghi del dolore”. Alla Giudecca Venezi è arrivata accompagnata proprio da Buttafuoco e il suo staff al femminile. Nella sala teatro del carcere la musicista ha stretto le mani, una a una, alle detenute, si è poi seduta a parlare con loro. “Sono le farfalle della Giudecca” le ha chiamate Campobasso, che ha poi spiegato la scelta di invitare proprio Venezi. “La direzione d’orchestra è un atto di governo del caos” e portarla “dentro il carcere significa offrire alle detenute un’immagine concreta di trasformazione: non la rimozione del dolore, ma la sua organizzazione in un linguaggio condiviso”. Dopo il video messaggio del ministro Carlo Nordio, i momenti più toccanti sono stati quando hanno parlato le detenute. Brevi interventi preparati durante il laboratorio teatrale e con le insegnanti del carcere. Intensa Elisa che dopo aver letto “Sonata al chiaro di luna” è stata abbracciata da Buttafuoco. E poi i pensieri, personalissimi, su cos’è la musica di Giada, Maka e Monica. La lectio magistralis di Venezi è stato un racconto sul dolore e il potere dell’arte, partendo dalla genesi del Nabucco. “Verdi era un uomo spezzato, aveva perso i due figli piccoli, la moglie” ha ricordato. Quel libretto arrivò per caso, quando il musicista aveva perso la voglia comporre. “Verdi posa lo sguardo su quei versi, “Va’, pensiero sull’ali dorate”, lo colpiscono. Da quel momento la musica ricomincia a muoversi”. È la rinascita che passa per l’arte. “Il messaggio più profondo dell’opera è affidato alla comunità - ha sottolineato Venezi - Il singolo conta perché fa parte di un tutto. Verdi sceglie il coro perché il dolore condiviso pesa meno”. La musica “non cancella il dolore, ma le dà una forma e così torna alla vita”. É il potere dell’arte. “Spero possa essere di sostegno a voi e ai vostri bambini” ha concluso Venezi, guadagnandosi i primi applausi veneziani, per il momento delle detenute. “Mare fuori 6” punta sulla forza delle madri di Francesca D’Angelo La Stampa, 12 febbraio 2026 Torna su Raiplay e Rai2 la serie fenomeno, tra le new entry la figlia di Bocelli Virginia. Sei stagioni in sei anni, 490 milioni di visualizzazioni e una platea di appassionati composta, al 50%, da under 35. Il fenomeno Mare fuori sta tutto qui, in questo miracolo in streaming, che Viale Mazzini è decisa a replicare. Il 18 febbraio arriva su RaiPlay lo spin off Confessioni, poi dopo Sanremo sarà la volta della sesta stagione di Mare fuori, rilasciata in due blocchi il 4 e 11 marzo, dopodiché la serie sbarcherà in tv su Rai2. “Stiamo già scrivendo la settima e l’ottava stagione”, annuncia il produttore Roberto Sessa, ricordando anche l’opzione per adattare il format in Usa e il remake spagnolo, già in cantiere. “La serie è un laboratorio creativo”. Poco importa se l’anno scorso il film Io sono Rosa Ricci non abbia fatto faville al cinema: si tira dritto, scommettendo tutto sul carisma delle donne. Accanto alla confermatissima Rosa Ricci (Maria Esposito), l’antagonista è una spietata Carmela, la cui sete di potere la porterà a disconoscere qualunque legame. “È un’anima nera errante che perde la sua umanità - spiega l’interprete Giovanna Sannino - l’ultimo briciolo è attaccato al suo essere madre”. Proprio loro, le mamme, sembrano essere le grandi eroine della stagione: la madre di Rosa Ricci (Antonia Truppo) avrà un ruolo centrale nel dimostrare alla figlia che si può essere liberi; la direttrice dell’Ipm Sofia (Lucrezia Guidone) entrerà in crisi dopo la fuga della figlia con i due “milanesi”, mentre in carcere ci sarà un inaspettato fiocco rosa. Questa linea narrativa prenderà molto spazio, dando un’impronta pro life alla serie. Nonostante le reticenze della ragazza, nessuno cita mai la possibilità di abortire e in compenso si sviscerano tutti i buoni motivi per cui tenere il bambino: “Per fare un figlio non bisogna essere pronti”. Lo sceneggiatore Maurizio Careddu spiega: “Nessuna strategia, le scelte le fanno i personaggi, non gli sceneggiatori che pensano all’impatto politico delle storie. Abbiamo voluto raccontare sia i timori della ragazza che l’entusiasmo del padre perché è reale. La maggior parte dei ragazzi che stanno negli Ipm sono padri:un figlio dà lo slancio per superare le difficoltà”. Se c’è una volontà politica è sottolineare che “chi sbaglia ha sempre una possibilità per cambiare. Qui sta anche la differenza tra noi e Gomorra: non idealizziamo il male, ma rappresentiamo il bene”. Da qui la scelta di non riportare in vita Ciro, sebbene il personaggio di Giacomo Giorgio sia ancora oggi il più amato: “un cattivo che ha successo era un modello negativo”. Quanto invece ad Artem, che interpreta Pino O’pazzo, è ancora in partita: com’è noto l’attore sta attraversando un momento difficile, tanto da essere stato ricoverato in ospedale quest’estate. “È un ragazzo da amare e da proteggere” spiega il produttore. Tra le new entry spicca la figlia di Bocelli, Virginia: “Interpreterò Stella, una ragazza che arriva da lontano: in carcere è sola, ma l’amicizia l’aiuterà a crescere”. Ovviamente a ritmo di musica. “Due procuratori” a confronto, una inesorabile parabola di Silvana Silvestri Il Manifesto, 12 febbraio 2026 Nel film di Sergei Loznitsa, da un racconto di Demidov, la repressione preventiva, il tempo passato e presente, una malia da favola horror. Con geometria inesorabile Sergej Loznitsa folgorante documentarista delle tragedie fondative del nostro presente, nel suo lungometraggio “Due Procuratori” evidenzia la mossa di ogni regime: la repressione preventiva. Per tutti gli anni Settanta, quando è stato possibile, e per quanto le maglie della censura hanno permesso, nei film dei paesi dell’est è trapelata qualche traccia del sistema repressivo del periodo staliniano sviluppato in varie forme. Da quello più palese dei film ungheresi, ai violenti suggerimenti dei film polacchi tra cui il vietatissimo L’Interrogatorio di Ryszard Bugajski, “primo film dei paesi dell’est a parlare delle atrocità commesse dalla polizia durante lo stalinismo” come ci raccontava lui stesso. Suggerimenti, cupe atmosfere, personaggi annientati, narrazioni allusive che hanno reso quelle cinematografie tanto affascinanti, riportavano al periodo dello stalinismo, ma successivamente non che le intimidazioni fossero scomparse, il collaudato sistema continuava in altre forme. Il film di Loznitsa non allude, ma va dritto al punto, come un avvertimento. È basato su un racconto di Georgij Demidov, ispirato alla sua stessa detenzione, scritto nel 1969 confiscato dal Kgb, restituito alla famiglia dopo la sua morte e pubblicato in Russia solo nel 2009. Arrestato nel 1938, dopo quattordici anni di gulag fu “riabilitato” nel 1958. Esiste un’affinità tra la formazione dello scrittore, fisico nucleare e quella del regista laureato in ingegneria e matematica, esperto di intelligenza artificiale, prima di dedicarsi al cinema. E non è secondario il particolare che sua insegnante negli studi di documentari di San Pietroburgo sia stata Nana Dzordzadze, con la sua eccentrica e particolare dote di umorismo che il regista non manca di spargere sottilmente tra terrore e immersioni nell’animo umano. Tra ritmo scandito con matematica precisione e una leggera patina da favola horror, una malia letteraria che arriva a spezzare a metà il cammino del protagonista verso il suo destino, accompagna Korneev il “primo” procuratore (interpretato da Aleksandr Aleksandrovich Kuznetsov), giovane recentemente assunto nella lontana provincia di Briansk al confine tra Russia, Ucraina e Bielorussia in missione per controllare se il trattamento dei prigionieri sia rispettoso della costituzione sovietica. Siamo nel 1937, all’apice del terrore staliniano, come ci ricorda l’incipit. Entriamo in un antro della prigione dove un detenuto deve bruciare in una stufa un cumulo di fogli ben ripiegati a triangolo come aerei lanciati nel nulla, più che messaggi, voci disperate che non giungeranno mai a destinazione, né ai familiari né alle autorità. Ma un residuo di materiale è arrivato nelle mani del giovane procuratore, poche parole inequivocabili scritte col sangue che lo hanno spinto a intervenire con fermezza ed equilibrio dettato dal protocollo, soprabito, cappello e cartella consoni e sempre ben ispezionati perché non vengano a contatto con la polvere inquinata del tempo. Il portone del commissariato del popolo regionale agli affari interni, il NKVD (Narodnyj Kommissariat Vnoutrennich Dil) che ha il compito di vegliare sulla sicurezza dell’Urss si spalanca per farlo entrare nei suoi labirinti oscuri (come fosse l’ingenuo impiegato immobiliarista alle porte del castello di Dracula) e la sua calma ostinata e la fiducia nella procedura gli permette infine di entrare nella cella del prigioniero politico che era stato suo professore alla facoltà di legge, di cui gli è giunto il disperato messaggio di aiuto. “Ricordo il suo discorso alla facoltà di legge” gli dice, “la legalità sovietica fa parte della grande verità bolscevica e che noi, futuri giuristi avremmo dovuto combattere per questa verità”. Kornev riesce a farsi aprire la cella nel blocco 5 dei detenuti accusati di crimini controrivoluzionari, come il professore comunista della prima ora ridotto a un morto vivente per le costanti torture inflitte perché si rifiuta di firmare il documento con la confessione della sua colpevolezza. Il viaggio verso la capitale a incontrare il procuratore generale, il “secondo” procuratore, contiene una cesura narrativa di carattere tra il letterario e l’umoristico, come è nelle corde del regista che accumula elementi fino a farli decomporre dallo spettatore (come ad esempio in Austerlitz): un vecchio soldato della campagna del 1916 racconta ai viaggiatori del vagone affollato la sua storia di mutilato di una gamba e un braccio che, dopo aver cercato di incontrare Lenin per chiedergli un sussidio, ed essere perfino finito in prigione per la sua insistenza, ora è in viaggio per incontrare Stalin con lo stesso obiettivo (“dicono che ha un cuore d’oro”). Il confronto con il procuratore generale, sarà per Kornev altrettanto macchinoso (e non mancano certo anche qui suggerimenti letterari), mostra una interessante esposizione giuridica fatta di procedure, fiducia assoluta nell’autorità, e ancora di più nell’onestà di cittadino e membro del partito. Loznitsa mette a confronto due tipologie, ognuna a suo modo ottusa, serrata nel suo ruolo, inesorabilmente avviata al suo destino. Mille sfumature ci sarebbero da cogliere per non cadere in trappola. La raffinatezza del racconto, le pause ritmate, permetteranno di confrontarsi con lo spirito del tempo passato e presente, la forza della burocrazia, la candida fiducia nei principi, i maneggi dei gaglioffi al potere. Nei titoli di coda risuonano le parole del poeta Kornilov: “Il paese si sveglia, è immenso, l’aurora ci attende”. Via “Senza fissa dimora”: così l’indirizzo fittizio tradisce gli homeless di Francesco Dente vita.it, 12 febbraio 2026 Per poter accedere ai diritti civili e alle prestazioni di welfare anche chi vive in strada ha bisogno di un recapito “ufficiale”. Il problema è che spesso oltre ad essere “fittizia” l’indicazione della residenza risulta anche discriminatoria. Per la serie: quando la toppa è peggio del buco. Quando il rimedio, in buona sostanza, fa più danni di quanti ne risolva. Succede in almeno un Comune su dieci che ha istituito la cosiddetta “via fittizia”, la via convenzionale che è presente solo sulla carta ma che consente alle persone senza dimora di ottenere l’iscrizione all’anagrafe, la residenza e quindi la carta di identità. L’indispensabile carta d’identità - Lo strumento indispensabile, cioè, per accedere ai diritti civili come il voto o soprattutto ai benefici sociali come l’assegno di inclusione o le varie forme di sostegno del welfare locale, dalla casa popolare ai buoni per l’acquisto di alimenti. Senza carta di identità non si va da nessuna parte, infatti. Peccato che non pochi municipi, pur animati dalle migliori intenzioni, abbiano scelto di intitolare Via senza fissa dimora la strada che non esiste territorialmente. Una scelta inopportuna, se non infausta, che rischia di svelare la condizione precaria di chi finisce per ritrovarsi sul documento quell’indirizzo virtuale, come visto si tratta solo di una finzione giuridica, ma pesante come un macigno, la via fittizia appunto. Basterebbe invece un pizzico di fantasia come nel caso di Gallipoli che l’ha chiamata Via della Poesia, Ragusa Via di Gelsomina o Todi Via giardini di marzo. Gli indirizzi che tradiscono gli invisibili - Quante sono le vie istituite ad hoc per dare un recapito alle persone senza dimora? Ma soprattutto che nome hanno? E perché? VITA ha provato a saperne di più sfogliando la sezione del sito della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora - Fio.Psd che pubblica e aggiorna costantemente l’elenco delle vie fittizie. Una lista parziale e non ufficiale (non è semplice peraltro verificare presso i siti istituzionali comunali) ma preziosa: al momento censisce 264 Comuni. Val la pena sottolineare, a tal proposito, che il più delle volte le persone senza dimora si trasferiscono nelle grandi città perché lì trovano dormitori e servizi sociali attrezzati per rispondere ai loro bisogni. Motivo che contribuisce a spiegare perché il numero ridotto delle vie fittizie. Un indirizzo che ostacola l’uscita dalla marginalità - Ebbene, sono 21 i municipi, quasi il 10%, che hanno optato per la denominazione Via Senza fissa dimora. Si va dai capoluoghi di provincia Trento, Campobasso, Trani e Enna a cittadine come Città di Castello, Montagnana, Sarzana, Bisceglie, Lucera. Altre invece hanno puntato su indirizzi simili: Via Sconosciuta (Bra), Via Introvabili (Omegna), Via del Viandante (Manduria), Via degli Apolidi (Partinico). Nomi che tradiscono la realtà e che possono ostacolare, anziché agevolare, l’uscita dalla marginalità. E se cambiassimo linguaggio? “Proviamo a immaginare una persona che va a chiedere un posto di lavoro con una carta di identità su cui è scritto Via Senzatetto”, fa notare Antonio Mumolo, presidente di Avvocato di strada, storica associazione di tutela legale degli ultimi. Certo, anche l’indirizzo “Casa comunale”, scelto da almeno il 50% dei municipi con la via fittizia, può lasciare intuire qualcosa ma non spiattella la realtà come “Via Senza dimora”. “Servirebbe da un lato promuovere sempre un linguaggio eticamente corretto e non stigmatizzante, dall’altro individuare degli specifici referenti negli uffici anagrafici che si occupino di facilitare il riconoscimento della residenza in collaborazione con gli enti di Terzo settore e con i servizi sociali. Spesso invece gli uffici anagrafici, magari pensando di seguire una procedura standard, scelgono Via del senza dimora”, osserva Caterina Cortese, responsabile dell’Area ricerca e dell’Osservatorio fio.Psd. Un mix di superficialità e di attitudine al burocratese, insomma, dietro quei nomi “spia”. Sulla stessa linea d’onda l’avvocato Mumolo secondo il quale bisognerebbe sensibilizzare i Comuni coinvolgendo l’Associazione nazionale dei comuni italiani-Anci. Ma c’è chi ha cambiato il nome alla via fittizia - Per fortuna il vento comincia a cambiare. Il Piano Nazionale per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà 2021-2023, peraltro, ha posto al centro proprio il tema della residenza: gli ambiti sociali devono dotarsi di un Servizio di supporto e di accompagnamento all’iscrizione anagrafica per le persone senza dimora. Il punto, ma nessuno lo ammetterà mai, è che talvolta i Comuni temono che l’istituzione della via fittizia inneschi l’effetto “calamita” richiamando altri invisibili e penalizzi la spesa sociale cittadina. Non mancano, tuttavia, i municipi che sono ritornati sui loro passi. Bologna, ricorda il numero uno di Avvocato di strada, dopo un primo periodo in cui aveva istituito Via Senza tetto, ha dedicato la via fittizia a Mariano Tuccella, l’uomo picchiato selvaggiamente da tre ragazzi mentre dormiva in strada nel capoluogo emiliano e morto nel 2007 dopo alcuni mesi di coma. Bassano del Grappa, altro caso, ha messo da parte la precedente dicitura Via Senza dimora e ha dato alla via immaginaria lo stesso nome della città. Un semplice passaggio burocratico che però può fare la differenza. Basta volerlo. Il Cdm approva il ddl migranti: blocco navale se c’è “minaccia” di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 12 febbraio 2026 La riunione del governo ha dato il via libera al provvedimento che recepisce il patto Ue sui migranti e prevede una stretta su regole Cpr e ricongiungimenti. Blocco navale fino a sei mesi in caso di “minaccia grave”, multe fino a 50mila euro e confisca delle navi per chi viola l’interdizione, trasferimento dei migranti in Paesi terzi convenzionati, stretta sui ricongiungimenti familiari e nuove regole per i Cpr, a partire dal divieto di libera detenzione dei cellulari. È questo l’asse portante del disegno di legge sui flussi migratori approvato nel tardo pomeriggio dal Consiglio dei ministri riunito a Palazzo Chigi. Il Cdm ha dato il via libera al testo recante “Disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024 e ulteriori disposizioni in materia di immigrazione”. Diciotto articoli divisi in due capi, che intervengono su diversi capitoli del Testo unico e introducono un ulteriore irrigidimento delle regole su ingressi, permanenza e rimpatri. Il cuore politico del provvedimento è l’articolo 10, dedicato all’interdizione delle acque territoriali. Nei casi di “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”, l’attraversamento del limite delle acque può essere temporaneamente vietato con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno. La misura ha carattere eccezionale e temporaneo: durata iniziale non superiore a trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta, fino a un massimo di sei mesi. La bozza specifica cosa si intenda per “minaccia grave”: rischio concreto di atti di terrorismo o infiltrazioni; pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; eventi internazionali di alto livello che richiedano misure straordinarie di sicurezza. La delibera dovrà indicare motivi, tipologia di imbarcazioni interessate e durata dell’interdizione. In caso di violazione del blocco, salvo che il fatto costituisca reato, è prevista una sanzione amministrativa da 10mila a 50mila euro. La responsabilità solidale si estende a utilizzatore, armatore e proprietario della nave. Se la violazione viene reiterata con la stessa imbarcazione, scatta la confisca del mezzo e il sequestro cautelare immediato. Il testo apre inoltre alla possibilità di trasferire i migranti a bordo delle imbarcazioni interdette in Paesi terzi con cui l’Italia abbia stipulato specifici accordi o intese per assistenza, accoglienza o trattenimento in strutture dedicate, anche ai fini del rimpatrio nel Paese di appartenenza. Un capitolo rilevante riguarda i Centri di permanenza per i rimpatri. Per assicurare strutture omogenee su tutto il territorio nazionale, il ministero dell’Interno adotterà, sentito il ministero della Salute, linee guida sulle caratteristiche tecnico-progettuali e sui requisiti minimi dei locali sanitari. Nei Cpr, al di fuori di orari e modalità autorizzate, non sarà consentita la libera detenzione di telefoni cellulari: i dispositivi saranno custoditi dal gestore e messi a disposizione solo per il tempo strettamente necessario all’utilizzo. Sul fronte delle espulsioni, il giudice dovrà ordinare l’allontanamento anche nei confronti di cittadini Ue condannati a pene restrittive per violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza, o violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, in presenza di circostanze aggravanti. Infine la stretta sui ricongiungimenti familiari. Per il coniuge non legalmente separato sarà necessario un matrimonio trascritto in Italia; restano ricongiungibili solo i figli minori, mentre vengono soppressi i riferimenti a figli maggiorenni e genitori a carico. Sul requisito reddituale, per i lavoratori subordinati sarà richiesto un contratto a tempo indeterminato; per gli autonomi, redditi certificati relativi ad almeno due anni e verifica fiscale dell’Agenzia delle Entrate sull’effettivo stato contributivo e fiscale dell’impresa. Dal testo approvato è stata tolta all’ultimo momento la cosiddetta norma “salva-Almasri”, che consentiva di disporre la consegna allo Stato di appartenenza di una persona presente sul territorio nazionale qualora la sua permanenza potesse compromettere la sicurezza della Repubblica o l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato. Ddl immigrazione, un capolavoro di cattiveria e propaganda di Filippo Miraglia* Il Manifesto, 12 febbraio 2026 C’è una costante nelle iniziative legislative di questo governo di destra-destra che è oramai una caratteristica di tutti i governi della internazionale razzista alla cui costruzione abbiamo assistito in questi ultimi decenni. Pretendono sempre meno vincoli e regole per se stessi e per l’esercizio del loro potere e fabbricano ossessivamente limiti e barriere per tutti quelli che considerano loro nemici, senza curarsi minimamente delle conseguenze. Di questa categoria fa parte l’ultima tragica follia firmata Meloni-Piantedosi andata in onda ieri in Cdm. Abbiamo oramai perso il conto di quanti interventi legislativi questa maggioranza ha promosso e approvato in materia di immigrazione e asilo. Si tratta di una vera ossessione. L’ultimo ddl, che contiene peraltro la legge che delega al governo l’implementazione in Italia dell’orrendo Patto europeo migrazioni e asilo, tra le tante perle ne contiene una davvero insopportabile e che ripropone la criminalizzazione di chi salva vite in mare nonché un aumento degli ostacoli per le operazioni di ricerca e salvataggio operate dalle organizzazioni non governative. L’articolo 10 di questo provvedimento, nella versione circolata ieri, introduce per la prima volta una ulteriore barriera al salvataggio delle vite delle persone a rischio di naufragio: l’interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali della frontiera marittima per minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. La lista delle multe e dei provvedimenti volti ad impedire l’operatività delle imbarcazioni che fanno ricerca e salvataggio è lunga e articolata. E le parole che ricorrono spiegano bene la cultura di questo governo: sanzione, violazione, interdizione, confisca. Per gli altri. Per loro invece mano libera e assenza di limiti. Infatti la principale caratteristica del provvedimento di interdizione temporanea, che sarà deliberato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno, ovviamente è la totale discrezionalità. Chi decide che c’è una minaccia grave? Chi decide che c’è un “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”? Oppure che c’è una “pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”? Solo il governo. Forse invidiosi di quel che il loro amico Trump sta facendo negli Stati Uniti con i famosi “ordini esecutivi”, cercando di anticipare una forma di intervento del “governo del Presidente” introducono la delibera anti ong da attivare a loro discrezione. Non potendo “prendere a cannonate” le imbarcazioni che salvano le persone a rischio di naufragio, o le stesse imbarcazioni dei migranti provenienti da Libia o Tunisia, come hanno sostenuto in questi anni i partiti che compongono questa maggioranza di destra-destra, scrivono una legge che impedisce di accedere alle nostre acque internazionali, e quindi di approdare nel porto sicuro più vicino, in pratica quando vogliono, dato che la misura della discrezionalità è quasi infinita. Potete salvare queste persone dal naufragio quasi certo, e che sia molto probabile lo abbiamo visto con i 1500 morti di cui abbiamo avuto notizia nelle prime settimane del 2026, ma non potete portarli in Italia. Casomai altrove, magari in Albania. Un vero capolavoro di cattiveria e di propaganda. Di cattiveria perché Meloni e Piantedosi, e la loro terribile maggioranza, sanno che impedendo alle ong di operare, aumentando i casi di sequestro e i possibili reati, moriranno più persone. Ma loro non solo non sentono rimorsi, si preparano anche a dire l’esatto contrario, ossia che lo fanno per dissuadere le persone a partire, e quindi per ridurre il numero dei morti, come hanno fatto in questi anni a dispetto dei numeri e della realtà. E un capolavoro di propaganda dato che l’aumento di reati e di divieti, palesemente illegittimi, andrà a sbattere contro interventi dei tribunali italiani e internazionali con ulteriori campagne di diffamazione e criminalizzazione. Di fronte a questa nuova spinta verso lo stato di emergenza continua, la criminalizzazione e la limitazione della libertà di chiunque provi ad opporsi al disegno della maggioranza e al potere del governo, è necessario organizzare una opposizione sociale forte e unitaria, sperando che nel frattempo l’opposizione politica smetta di sperare negli errori della destra e metta in campo una azione di contrasto e denuncia visibile ed efficace. *Arci Migranti. Come cambia il trattenimento con il nuovo “pacchetto sicurezza” cild.eu, 12 febbraio 2026 Con i nuovi decreto-legge e disegno di legge in materia di sicurezza il Governo continua a muoversi con fermezza nella gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Il cuore della riforma si concentra negli articoli 28, 29 e 30 del Decreto, che, letti congiuntamente, delineano una svolta strutturale: accelerare i rimpatri, rafforzare gli strumenti di controllo e ampliare in modo significativo la rete delle strutture di trattenimento. Secondo quanto emerge dal testo del decreto, il Governo interviene in modo incisivo sul sistema della detenzione amministrativa nei centri di permanenza per il rimpatrio attraverso un rafforzamento organizzativo di queste strutture, che vengono definitivamente collocate al centro delle politiche migratorie nazionali. In particolare, attraverso l’articolo 30, il Governo autorizza il Ministero dell’interno a derogare, fino al 31 dicembre 2028, a quasi tutte le disposizioni di legge diverse da quelle penali per la localizzazione, costruzione, acquisizione, ristrutturazione e ampliamento dei CPR, giustificando tale scelta con la necessità di dare attuazione al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Questo significa procedure accelerate, riduzione dei controlli ordinari e possibilità di espansione rapida della rete dei CPR. In questo modo, il trattenimento amministrativo viene di fatto normalizzato come strumento ordinario di gestione della migrazione, superando la logica “emergenziale” che ne aveva finora accompagnato l’utilizzo, almeno nella forma. Il decreto interviene inoltre sulle espulsioni e sui rimpatri, chiarendo alcuni passaggi procedurali per aumentarne l’”efficienza”. In particolare, all’art. 29 si stabilisce che, in caso di violazione reiterata degli ordini di allontanamento, non sia necessario adottare un nuovo provvedimento di espulsione, ma si possa procedere direttamente all’esecuzione di quello già emesso, salvo che sopraggiungano circostanze personali diverse, una semplificazione che riduce i margini di intervento giurisdizionale e accelera la macchina dell’azione amministrativa. Quindi in caso di violazione dell’ordine di allontanamento, non si procede all’adozione di un nuovo provvedimento di espulsione, ma si applicano direttamente le misure già previste per l’inottemperanza, rendendo più rapida la transizione verso il trattenimento e il rimpatrio forzato. Uno dei punti più controversi del medesimo articolo riguarda anche l’abrogazione del gratuito patrocinio automatico per i ricorsi contro i provvedimenti di espulsione dei cittadini extra-UE, che rischia di incidere concretamente sul diritto di difesa di persone che si trovano in una condizione di forte vulnerabilità economica e giuridica. Per persone spesso prive di risorse economiche, con difficoltà linguistiche e in condizioni di privazione della libertà personale, l’effettività del diritto di difesa dipende in larga misura dalla possibilità di accedere rapidamente a un legale. La combinazione tra tempi ridotti e accesso più incerto agli strumenti di tutela può tradursi, in una compressione sostanziale delle garanzie. Inoltre, l’art. 28 del decreto legge stabilisce che i detenuti stranieri diventano obbligati a cooperare attivamente per l’accertamento della propria identità, fornendo documenti e informazioni su cittadinanza, età e Paesi di transito. Il mancato rispetto di questo obbligo non è neutro: viene annotato nella cartella personale e può incidere sulla valutazione della pericolosità del soggetto. Si tratta di una forma di responsabilizzazione forzata che collega direttamente la collaborazione amministrativa alla posizione giuridica della persona. In altre parole, la mancata cooperazione può peggiorare la valutazione individuale e influenzare decisioni successive, inclusi i percorsi che conducono al trattenimento o al rimpatrio. Il quadro si completa col disegno di legge collegato. Le disposizioni in materia di immigrazione qui non sono ancora state pubblicate, ma dalle bozze emerge un quadro che rende ancora più evidente la direzione intrapresa. In particolare, si parla di prevedere la possibilità di disporre l’espulsione o l’allontanamento del cittadino straniero in caso di condanne per un ampio numero di reati considerati gravi, non solo contro la persona, il patrimonio o l’ordine pubblico, ma anche fattispecie come la violenza o la resistenza a pubblico ufficiale e i reati commessi in occasione di rivolte o disordini all’interno dei CPR stessi. Questo insieme di misure mostra come “l’emergenza migratoria” non venga realmente superata, ma piuttosto normalizzata e stabilizzata all’interno dell’ordinamento, procedendo verso la trasformazione dell’eccezione in regola, privilegiando il trattenimento e il controllo a scapito della protezione e del rispetto delle persone. La detenzione amministrativa viene nei fatti rafforzata e consolidata come strumento centrale di governo dei flussi migratori. In questo quadro, la logica securitaria diventa il criterio sulla base del quale agire, mentre le garanzie e i diritti fondamentali continuano a ridursi, limitati a quanto strettamente necessario per scongiurare censure per motivi di incostituzionalità. Con questo decreto emerge un modello preciso. Il sistema viene costruito come una catena continua: identificazione forzata, trasferimento rapido, ampliamento delle strutture di trattenimento e accelerazione delle procedure di allontanamento. I CPR diventano il fulcro operativo di questa strategia. Non più strutture residuali, ma infrastrutture da potenziare con procedure straordinarie e tempi accelerati. Questo intervento normativo peraltro ignora il quadro delineato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 96 del 9 giugno 2025, che ha evidenziato una criticità strutturale del sistema. La Corte infatti aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 14, comma 2, del Testo unico sull’immigrazione nella parte in cui consentiva la convalida del trattenimento senza un effettivo controllo giurisdizionale. La decisione ha richiamato con forza il principio sancito dall’articolo 13 della Costituzione, secondo cui ogni forma di restrizione della libertà personale deve essere disciplinata da una normativa di rango primario che definisca in modo preciso presupposti, modalità e garanzie. Nel sistema dei CPR, invece, le modalità del trattenimento risulta in larga parte affidate a regolamenti amministrativi e atti ministeriali, in contrasto con la riserva assoluta di legge. La Corte non ha dichiarato incostituzionale l’intero sistema dei CPR, ma ha evidenziato un grave deficit di garanzie e ha sollecitato un intervento legislativo volto a rafforzare la tutela della libertà personale delle persone trattenute. A fronte di questo richiamo, il Governo ha scelto di intervenire non per affrontare le criticità strutturali del sistema o rafforzare le garanzie, ma per ampliarne la portata e consolidarne il ruolo all’interno delle politiche migratorie, estendendo la rete dei centri e facilitando il ricorso al trattenimento amministrativo. Una decisione che da un lato rafforza un sistema già segnato da criticità strutturali e da ripetute segnalazioni di violazioni dei diritti fondamentali, e dall’altro contribuisce a normalizzare il ricorso alla detenzione amministrativa come strumento ordinario di “gestione” della migrazione. Tuttavia, come già specificato in altri momenti, il sistema dei centri di detenzione è fallimentare e violativo dei diritti delle persone e nessuna “normalizzazione” potrà cambiare questi presupposti. Appare dunque necessario avviare una riflessione sul superamento del modello dei CPR e sulla costruzione di strumenti alternativi di gestione delle migrazioni fondati sul rispetto della dignità, dei diritti fondamentali e delle garanzie costituzionali. Migranti. Rinchiuso fino al suicidio: condannata la responsabile del Cpr di Torino di Giuseppe Legato e Caterina Stamin La Stampa, 12 febbraio 2026 Moussa Balde si tolse la vita durante l’isolamento. Un anno alla direttrice per omicidio colposo: “Doveva farlo ricoverare in ospedale”. La replica: “Non ero io a decidere”. Quando Moussa Balde è partito dalla Guinea, con i soldi che aveva racimolato lavorando come elettricista, non l’ha detto alla famiglia. Ha chiamato i genitori solo una volta arrivato: “Mamma, papà: sono in Italia”. Ha fatto di testa sua, come si fa quando rincorri un sogno. Senza dare retta a chi gli diceva di tornare a casa, di non attraversare il Mediterraneo. “Lo aspettavo per cena, il cibo era pronto a tavola”, ha raccontato la madre, Djenabou. Moussa a casa non è più tornato. È morto nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino. Si è tolto la vita in una cella “pollaio” in isolamento, nel maggio del 2021. Aveva 23 anni. Da ieri mattina per la sua morte c’è un colpevole. Il tribunale di Torino ha condannato A.S., l’allora direttrice del centro per conto di Gepsa, la società di gestione, a un anno di reclusione (con la condizionale). In aula Spataro molto provata dopo la lettura del dispositivo: “Questa non è la verità”. Assolto, invece, per non aver commesso il fatto F.P., responsabile sanitario del centro di corso Brunelleschi. Moussa arriva in Italia quattro anni prima. Per anni vive in un centro di accoglienza a Imperia. “Aveva scelto questo Paese per studiare - aveva raccontato il fratello maggiore, Thierno Balde -, per riuscire a trovare un buon lavoro e vivere bene”. E così fa: studia la lingua, cerca un impiego fisso sfruttando il diploma da elettricista. Alcuni amici gli propongono di trasferirsi insieme in Francia o in Germania ma lui rifiuta: “L’Italia - ripeteva - è il Paese che mi ha salvato dal Mediterraneo: voglio restare qui”. In una giornata di inizio maggio Moussa viene selvaggiamente aggredito da tre persone a Ventimiglia, in Liguria. Non ha i documenti in regola e lo trasferiscono nel Cpr di Torino. Per giorni viene isolato in una sezione chiamata “ospedaletto” per “sospetta scabbia”. Di fatto, vive recluso in un modulo abitativo separato, con un’inferriata chiusa a chiave dall’esterno. Continua a chiedere perché sia stato messo lì, in quella che gli sembra una prigione. Non riceve risposte. Il 23 maggio Moussa si impicca con un lenzuolo nella sua cella. “Era in isolamento senza telefono, senza cure, senza la possibilità di costruire il suo futuro - hanno denunciato in questi anni i fratelli Thierno e Amadou - È stato messo in una situazione di scarto dal nostro Stato: ha vissuto una tortura e non aveva fatto niente di male. Nessuno ha ascoltato il suo grido di dolore”. Ancora: “Moussa voleva solo una vita giusta, una carta d’identità, avere dei documenti”. Dopo mesi di proteste, rivolte, incendi e danneggiamenti, il Cpr di Torino ha chiuso quello stesso anno. Ha riaperto con nuovi gestori solo nel 2025, a quattro anni e un giorno dalla morte di Moussa. I familiari del 23enne sono tornati più volte dalla Guinea per seguire il processo e chiedere giustizia non solo per il loro ragazzo ma per tutte le persone ristrette nei Cpr. “Centri - ha continuato a ripetere la famiglia - dove i diritti minimi, basilari, non sono garantiti. Chiediamo giustizia perché non succeda più”. Ieri la giustizia è arrivata. L’accusa per S. era di omicidio colposo: secondo la procura, insieme al dottor P. doveva garantire la sicurezza nella struttura e avrebbe dovuto togliere Moussa Balde dall’isolamento. Non lo ha fatto. Spataro e la società che gestiva il centro di corso Brunelleschi Gepsa sono state condannate anche al risarcimento del danno in sede civile, ma il giudice ha già disposto una maxi provvisionale da 420 mila euro a favore dei familiari e delle associazioni che si cono costituite parte civile. “È una sentenza importante - commenta l’avvocato Gianluca Vitale, parte civile per i familiari di Moussa - e mi auguro che possa essere di monito per chi si occupa di queste strutture. Purtroppo, dal procedimento è stato escluso lo Stato, sebbene sia emerso che i controlli delle autorità preposte erano inesistenti. Ma voglio sottolineare che in questo filone di indagine la procura ha svolto un ottimo lavoro”. Per la garante delle persone private della libertà personale di Torino, Diletta Berardinelli, “questa sentenza conferma il fallimento strutturale dei Cpr: luoghi nati per una funzione già di per sé inefficace nella gestione dei flussi migratori, che nella gestione quotidiana produce condizioni di vita disumanizzanti, non consone per uno Stato di diritto”. Conclude: “Il nome di Moussa non resti solo legato a una tragedia, ma diventi memoria storica e responsabilità collettiva capace di interrogare le coscienze, ricordando a tutti noi che la dignità e la libertà di movimento non può essere trattenuta”.